Deep Valley Blues – Tramonti e sabbia

A pochi mesi dall’uscita del full length d’esordio “Demonic Sunset” con Volcano Records, abbiamo raggiunto i Calabresi Deep Valley Blues, che ci raccontano i loro progetti passati e futuri nella scena stoner rock della Penisola e non solo.

Ciao Giando (basso e voce) come stai? Il vostro disco “Demonic Sunset” è uscito ormai da un bel po’ di mesi, siete soddisfatti dei riscontri che sta ottenendo?
Ciao Paolo, grazie per la tua disponibilità! Ci sentiamo veramente in forma, soprattutto a livello artistico. “Demonic Sunset” è uscito da un po’ di mesi e purtroppo a causa dell’emergenza covid non è stato promosso come si deve. Siamo contenti dei feedback positivi ottenuti, soprattutto al di fuori del nostro paese, ma secondo noi il disco non ha ottenuto la giusta esposizione, sarà il nostro piccolo grande rimpianto.

È cambiato il vostro approccio rispetto all’Ep d’esordio? Ho letto che in quell’occasione avete registrato in presa diretta…
Sì, assolutamente. L’ep è stato quasi un esperimento, finalizzato a testare la line up e i brani che avevamo composto fino a quel momento. C’è da dire che Francesco Merante del Black Horse Studio  con una registrazione “atipica” fece comunque un ottimo lavoro di post-produzione . Registrare in studio l’album fu un passo necessario per il progetto.

In che maniera la Volcano Records supporta il vostro lavoro? Oggi tra digital music e altro il ruolo delle etichette underground è molto cambiato, cosa ne pensi in merito?
La nostra collaborazione con la Volcano Records è giunta a termine con la scadenza del contratto ad Aprile. A mio parere le etichette indipendenti attualmente si muovono attorno a dei termini contrattuali, per questo motivo spesso possono essere limitanti per lo stesso artista che potrebbe ottenere lo stesso risultato, se non addirittura maggiore, attraverso un’autoproduzione. I servizi proposti da un’etichetta a somme onerose, possono essere svolti dalla stessa band con un minimo di impegno in più e con una riduzione dei costi. Nel panorama italico, comunque, ci sono etichette molto valide nell’underground, che svolgono un ottimo lavoro di promozione e produzione. Quello che manca rispetto ad altre label straniere è, direi giustamente, il rischio di puntare su gruppi che non possono presentarsi sin da subito come una realtà affermata. Per quanto riguarda il discorso della digital music, non credo che vi sia stata una involuzione, come molti puristi magari credono, semplicemente è più facile reperire materiale dell’artista online grazie alle piattaforme streaming che possono dare un “saggio” di quello che si andrà ad ascoltare. Il vero appassionato di musica comprerà sempre e comunque il disco fisico.

Come vi rapportate con la scena attuale e soprattutto nel vostro territorio?
Nella scena italiana, ci sono moltissime band capaci e tutte meritano il giusto spazio, ogni gruppo deve pensare di essere una goccia nell’oceano e non di avere qualcosa di più rispetto alle altre. La giusta opportunità in un dato momento può fare la differenza, non tanto la bravura del gruppo in sè. Anche le varie associazioni e locali, che con coraggio organizzano rassegne musicali rock e metal, meritano la giusta attenzione perchè possono creare un movimento da cui possono fuoriuscire gruppi interessanti oppure dedicarsi all’organizzazione di festival musicali con nomi internazionali, mi viene in mente il Frantic ad esempio. Posso dire con piacere di appartenere a una realtà regionale molto variegata, le scene provinciali meriterebbero un discorso a parte, perchè andrebbero scoperte poco per volta. Sono scene musicali in cui ci conosciamo tutti e in cui ci sosteniamo a vicenda, eccetto rari casi. Catanzaro per noi è stata una vera rivelazione, siamo sempre molto contenti di suonare nella nostra zona. Quello che non ci agevola rispetto ad altre regioni è la mobilità, per cui per partecipare ad un concerto nella provincia di Cosenza bisogna fare fino a tre ore di macchina, stessa cosa per la scena reggina, ed anche Catanzaro può  essere difficilmente raggiungibile dalle altre province.

Riuscite (o riuscivate visto il periodo) a suonare live con regolarità?
Organizzare date è sempre difficile, ma comunque riuscivamo a suonare regolarmente. Purtroppo la situazione covid ha bloccato tutto, alcune date fuori regione sono saltate e sarà difficile riprendere. Speriamo che passi presto questo periodo.

Cosa ne pensate dei concerti live in streaming? È pronto il pubblico a dover pagare per un live di una band non “famosa” su un piccolo schermo? 
I live streaming possono aiutare a mantenere vivo l’interesse verso le band, è una cosa simpatica che si può fare una volta ogni tanto, ma secondo me il pubblico non è pronto a pagare per un’esibizione in streaming di una realtà proveniente dall’underground. Vi è difficoltà a portare un’audience pagante a un concerto in un locale, figuriamoci in streaming.

Quanto è importante il Blues nei Deep Valley Blues?
Il blues è quello su cui si regge la nostra musica. Abbiamo tutti influenze diverse che vanno dal metal al folk rock, ma la costante che ci lega è il blues, è più importante dello stoner stesso perché ha dato vita a tutto, e ogni brano che componiamo si costruisce principalmente su quello.

Che tipo di band, se ci sono, oltre quelle della scena stoner rock, hanno ispirato il vostro sound?
Sicuramente il primo nome che mi sento di fare è quello dei Black Sabbath nonostante sia il germe che ha dato vita allo stoner. Subito dopo vi sono i Motorhead, i grandi del blues del Delta del Mississipi, i Grandfunk Railroad, i Creedence Clearwater Revival e gli Allman Brothers.

Che ne pensate dello stato attuale dello stoner rock e affini anche a livello internazionale? Ci sono band che in qualche modo potrebbero aggiungere – e non è detto che sia un bene – un ché di novità al genere?
A volte penso che lo stoner abbia perso quell’attitudine primaria con cui era nato. Si sta tentando di farlo rientrare in dei parametri e a dare una definizione agli stessi, quando lo stoner invece nasceva con un’attitudine più istintiva… un misto di blues, psichedelia, velocità e pesantezza. I deserti californiani poi hanno aiutato a creare quelle atmosfere che tanto amiamo ma che non sono replicabili. Mi dispiace vedere artisti che tentano di imitare il sound di band che hanno dato vita a questo movimento. Bisognerebbe rischiare di più e non di apparire come una “cover band” dei Kyuss o degli Sleep. È necessario introdurre novità, sbagliare se possibile, rientrare anche in un altro genere, generare uno straniamento nell’ascoltatore, farlo incuriosire, solo a quel punto si potrà far sopravvivere questo “movimento” e a farlo evolvere.

State già lavorando a del nuovo materiale?
Sì, abbiamo iniziato le pre produzioni del nuovo disco. Non potendo ancora suonare live ci siamo chiusi in sala prove a lavorare sui nuovi brani. Stiamo prendendo contatti anche per quanto riguarda la distribuzione. Sarà un disco un po’ diverso dal precedente, mi cimenterò anche in un brano cantato in italiano. Stiamo tentando di migliorare sia come gruppo che come singoli e di avere un approccio più professionale, in modo da poter dare il meglio nelle nostre composizioni.

Siete liberi di chiudere come volete la chiacchierata.
Un grazie a te Paolo per averci dedicato il tuo tempo ed un saluto a nome di tutti i Deep Valley Blues ai lettori del Raglio del Mulo. Piccola comunicazione: da poco siamo tornati su tutte le piattaforme streaming quindi potete trovarci su Spotify, Itunes, Amazon music, ma anche su Youtube e Bandcamp. Ovviamente siamo su facebook e instagram dove potete trovare ogni aggiornamento riguardante la band!

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