Con il loro nuovo progetto The 7th Guild, i cantanti Tomi Fooler (SkeleToon), Giacomo Voli (Rhapsody Of Fire) e Ivan Giannini (Vision Divine, Derdian) debuttano con l’album “Triumviro”, pubblicato per l’etichetta Scarlet Records. Un lavoro ambizioso che fonde power metal e tradizione operistica italiana, giungendo a un sound epico e corale. Abbiamo parlato con Tomi Fooler, che ha risposto alle nostre domande per svelarci tutti i dettagli di questa nuova avventura musicale.
Ciao Tomi, come è nata l’idea di The 7th Guild? E con quali aspettative parte questo nuovo progetto?
Il progetto è nato nel 2021, durante la pandemia. Avevo cominciato a pensare che fosse il momento di andare oltre l’atteggiamento light e guascone di SkeleToon, come se fosse arrivato il giorno di cominciare a lasciar parlare anche il mio lato più serio. La mia era un’idea ambiziosa: rendere omaggio al metal, unendo il dramma dell’opera con il concept corale più vicino a musical e gospel… Mi piaceva la possibilità di esplorare anche i lati più scuri del mio animo, diversamente da quanto fatto fino a quel momento con SkeleToon. Ma come rendere questa idea senza cadere in qualcosa di già fatto (Avantasia)? Da qui l’idea delle tre voci fisse, come parte integrante di un insieme e non solo come singolo apporto a un progetto più grande. Sapevamo che sarebbe stata dura, ma la voglia era tanta.
Da sempre il cantante di una band è colui che attira le maggiori attenzioni. Come siete riusciti a mettere da parte l’idea di essere la prima donna della band ed equilibrare i vostri poteri all’interno del vostro triumvirato?
Semplice. Le persone che fanno parte di questo progetto non ambiscono a tale ruolo. Non vogliamo prime donne, perché semplicemente non crediamo che questo sia un concetto che si avvicina al nostro essere. A questo aggiungi che tutti quelli coinvolti in questa band sono prima di tutto persone umili e legate da uno scopo: fare di una passione il modo per comunicare dei sentimenti.
Quali sono stati gli aspetti principali che vi hanno ispirato nel processo di composizione dell’album e, soprattutto, come sono state individuate le singole parti vocali di pertinenza di ognuno?
Il disco è stato scritto con l’idea di base di creare qualcosa in cui i tre cantanti fossero in sincrono sulle armonizzazioni, in modo da dare un taglio più corale al prodotto. Le influenze sono state molte, da Turilli a Matos, dai Queen a Meat Loaf, sempre strizzando l’occhio a un arrangiamento più operistico. Questo per permettere ad ogni voce di avere il suo spazio personale mantenendo comunque il ruolo di “parte di un tutto”.
Ci sono stati dei momenti particolarmente difficili o sfide durante la registrazione dell’album?
Assolutamente sì: il mix è stato un lavoro di giorni e notti. Il buon Simone (Mularoni) ha dovuto editare e mixare sette musicisti di cui tre cantanti, senza considerare tutti i cori. Decisamente il momento più duro e lungo! Per quanto mi riguarda, inoltre, brani come “The Metal Charade” e “Fairytale” sono stati davvero impegnativi per tecnica e resa (per il secondo, l’aver provato ad ereditare il lascito di André Matos è stato sia impegnativo che motivo di reverenziale timore).
L’album mescola diversi generi musicali, in particolare il power metal e la tradizione operistica italiana. Come descrivereste il vostro sound?
Appassionato. Ricco. E direi anche “ambizioso”. Mantenere i cliché che l’ascoltatore power si aspetta, misti al desiderio di creare una sorta di innovazione che mantenga il legame con l’opera classica, è stata una vera sfida, ma ritengo di aver ottenuto quello che cercavamo. Speriamo, in questo modo, di aver dato una sorta di “firma” al nostro sound.
Oltre le tre voci, quali sono i musicisti coinvolti nel progetto?
In tutto siamo in sette: oltre alle tre voci abbiamo Michael Ehrè (Gamma Ray) alla batteria, Alessio Lucatti (Deathless Legacy / Vision Divine) al pianoforte, Daniele Mazza (Ancient Bards) per tutte le orchestre e gli arrangiamenti, Simone Mularoni (DGM) alle chitarre e Francesco Ferraro (Freedom Call) al basso.
Mi incuriosisce il nome del progetto. Cosa si cela dietro The 7th Guild?
Il 7 è un numero con un forte significato biblico e spirituale. Inoltre, si tratta del mio settimo progetto in studio e del settimo album che io abbia mai registrato. Direi che tutto questo era sufficiente per inserirlo nel nome. Il termine “Guild”, invece, è significativo per il desiderio di voler parlare di qualcosa che viene racchiuso in una sorta di setta: vorremmo far capire al mondo che siamo un gruppo di sognatori, e questa “gilda” è aperta a chiunque la veda come noi…
Vi esibirete dal vivo come The 7th Guild?
Certamente. Abbiamo in programma un sacco di ipotesi, ma partiremo con il release party di “Triumviro”, il prossimo 28 febbraio al Legend Club di Milano: sarà la data zero per quello che vogliamo trasformare in uno spettacolo a tutto tondo, un’esperienza live, più che un semplice concerto.
Ci potremo aspettare in futuro un secondo album oppure questa resterà un’esperienza estemporanea?
Certo! Non solo uno. E non solo in studio!
Domanda finale: chi getteresti dalla fatidica torre, i Tre Tenori (Pavarotti-Carreras-Domingo) o i Three Tremors (Owens-Conklin-Peck)?
Posso scegliere fra tre trapper a caso, invece?
