Falhena – Il canto della falena

Chi ha seguito le vicende degli Adversam, probabilmente conoscerà già i Falhena, formazione composta per due terzi da musicisti proveniente da quella band (Summum Algor e Katharos). Ma il vero motore del progetto, in quanto compositore e autore dei testi, è Naedracth, ed è proprio con lui che abbiamo parlato del disco di debutto “Insaniam Convertunt”, uscito lo scorso maggio per Hidden Marly.

Ciao Naedracth, qual è il significato simbolico della falena e come questo si sposa con l’etica black metal?
La falena è un animale interessante, vola di notte, e per orientarsi sfrutta il flebile bagliore della luna, vive nell’ombra attratta dalla luce, è una condizione particolare. Da sempre rappresenta il mistero, simbolo di sventura e cattiva sorte, l’ho trovata una cosa adatta a rappresentare la musica che proponiamo.

Attualmente siete un terzetto composto da te e da Summum Algor e Katharos. In particolare, i tuoi compagni provengono dagli Adversam, dobbiamo considerare i Falhena come una prosecuzione di quel progetto?
No, Adversam non centra nulla con Falhena, se non per il fatto che due dei componenti sono presenti in entrambe le band. Nei Falhena io mi occupo della composizione dei brani e dei testi, ho solamente avuto la fortuna di conoscere dapprima Summum Algor, che accettò di suonare con me negli ormai sciolti Aivarim, e successivamente Katharos. Non ci sono legami di altro tipo con Adversam.

Lo scorso maggio avete pubblicato “Insaniam Convertunt”, il vostro album d’esordio. Come è nato il disco?
Il disco è nato, o meglio, è stato composto nell’arco di diversi anni, dopo lo scioglimento degli Aivarim ho voluto continuare dapprima con del mio materiale che avevo scritto in precedenza, successivamente ho buttato giù nuovi brani. Summum Algor ha continuato con me in questo nuovo progetto, ed ha partecipato nella stesura dei pezzi, in seguito si è unito Katharos per le parti vocali. Il disco, nonostante i rallentamenti dovuti alla pandemia, è uscito per la Hidden Marly, inizialmente solo in digitale e successivamente anche in CD.

Il vostro stile di black è di chiara matrice old school svedese, come mai avete scelto un approccio più tradizionale a un genere che negli ultimi tempi si sta rimodellando soprattutto attraverso le contaminazioni?
In realtà non ci siamo seduti a tavolino per pianificare la stesura dei brani scegliendo di emulare un genere in particolare, semplicemente i pezzi prendono forma man mano che li si prova e seguono l’ispirazione del momento. Non mi piace etichettare le cose, ancor meno quando si tratta di musica, la quale è un “flusso” di sensazioni, che vengono poi concretizzate e “fermate” una volta conclusa la registrazione. In parole povere non ce la volontà di seguire un genere come un treno su di un binario, cosa mi verrà di scrivere scriverò, seguendo l’ispirazione del momento.

Comunque non disdegnate il ricorso alle melodie, come riuscite a bilanciare l’anima più estrema con quella più melodica?
Quando scrivo un pezzo sento la necessità di renderlo godibile, riconoscibile, apprezzabile attraverso una melodia, credo sia ciò che conferisce un anima ad un brano. Ci sono poi ovviamente delle parti più violente o più “marce”, ma la componente melodica la reputo fondamentale per la riuscita di un brano.

Altro aspetto che salta all’orecchio è il livello tecnico dei musicisti coinvolti, nonostante non tendiate mai all’autocompiacimento: qual è il limite che vi siete imposti, in modo conscio o inconscio, di non superare per mantenere un certo livello di feeling marcio ed oscuro?
Diciamo che i brani prendono forma in modo naturale, non poniamo limiti tecnici, più semplicemente viene adeguata la tecnica alla composizione. Dal mio punto di vista non vedo la stesura dei brani come mezzo per far emergere la tecnica sullo strumento, do molta più importanza alle sensazioni che fluiscono suonando, per cui a volte trovo sia più efficace un insieme di poche note magari lente piuttosto che un riff velocissimo e tecnicamente difficile. Dipende comunque sempre dalla base del pezzo e da cosa si vuole trasmettere.

Il disco si chiude con “Ritorneremo”, questo brano è stato posto in coda perché possiamo considerarlo una sorta di anteprima su quelli che potrebbero essere gli sviluppi prossimi della vostra musica?
Il brano “Ritorneremo” è un omaggio a mio nonno tornato dalla seconda guerra mondiale dopo aver subito e visto cose inimmaginabili ai giorni nostri. L’ultima parte del testo, cantata da me in italiano, è una porzione di canzone scritta da lui durante la prigionia in Russia che ho voluto inserire nel brano per far si che non andasse persa la sua memoria. E’ stato posto in coda perché la tematica trattata non centra col resto dei brani, l’outro “Zombification” sarebbe la corretta chiusura dell’album; dopo ho voluto inserire “Ritorneremo”, non è un rimando agli sviluppi futuri della composizione dei nuovi pezzi.

Rimanendo in tema, state già lavorando al nuovo materiale?
Sono al lavoro su nuovi brani e sto scrivendo anche nuovi testi, purtroppo nella vita di tutti i giorni gli impegni sono molti per cui non rimane molto tempo a disposizione per la composizione, ma man mano si procede. L’intento è comunque quello di dare alla luce un nuovo album, non so quantificare il tempo necessario perché ciò avvenga, anche nella fase compositiva è necessaria la giusta ispirazione, magari per mesi non si conclude nulla, poi nell’arco di una settimana possono prendere forma più brani… vedremo!

Vi siete già esibiti dal vivo e/o avete intenzione di farlo appena le condizioni sanitarie lo renderanno possibile?
No, non ci siamo mai esibiti dal vivo e, a dire il vero, non è nemmeno una cosa che stiamo valutando, è molto complesso preparare una performance live, richiede tempo, che purtroppo spesso manca. Inoltre non è una cosa a cui aspiro, preferisco concentrarmi sulla composizione.

The Magik Way – La via del Rinato

I The Magik Way sono una realtà unica del panorama nazionale e internazionale. Nonostante una proposta non proprio semplice, soprattutto per chi non è addentro a determinate materie magiche, il gruppo nostrano ha visto in questi anni accrescere il proprio culto e il proprio seguito. “Il Rinato” (My Kingdom Music) è un’opera affascinate, capace di conquistare la sfera conscia e inconscia dell’ascoltatore. Abbiamo contattato Nequam per farci accompagnare lungo la via magica che porta alla rinascita…

Benvenuto Nequam, ora che il nuovo album “Il Rinato” è qui, a che punto del suo cammino magico è arrivata la tua creatura?
Grazie, un saluto a tutti! L’adepto, protagonista del nuovo album, sintetizza con la sua vicenda quanto la nostra ricerca sia assolutamente in atto e non priva di incertezze, come è naturale che sia. C’è stata un’organica evoluzione rispetto ad alcune pratiche e soprattutto rispetto all’approccio, ma le grandi domande che ci muovevano tanti anni fa sono le stesse, seppur rinnovate, e molte di queste non trovano risposta. C’è una domanda che in particolare caratterizza tutto il nostro percorso, quella relativa al rapporto tra l’uomo e il preesistente, della relazione che intercorre tra la nostra esistenza e lo “stato di necessità” della natura, che ci lega tutti, indissolubilmente, al principio di nascita e morte. La Morte quindi, non solo come rappresentazione ma come funzione, come conditio sine qua non, affinché risulti possibile comprenderne la brutalità: l’inevitabilità della morte per il prosieguo di una causa maggiore: la specie e la sua preservazione. Il nostro unico e vero Destino, già ben descritto dai greci che definivano l’uomo brotos o thnetos, mortale appunto, destinato a questo e a nient’altro che questo. Se per i primi anni ci siamo mossi con spirito avventuriero e un po’ scellerato, soprattutto nel circuito elitario dello spiritismo cittadino (Alessandria ha giocato un ruolo importante per le sue figure eccentriche e energetiche conosciute in giovane età), ora ci vediamo coinvolti in un contesto assai diverso, molto più mirato e in una certa misura autobiografico. In questo modo ci è possibile procedere alla riscoperta di un ideale “secondo natura” che trova una ragion d’essere in un culto, antico e primordiale, che emerge, si intravede, non senza conflitti e sincretismi. Ci troviamo quindi coinvolti in una nuova prospettiva, che pone nuovi quesiti, nuovi dubbi, in sostanza nuove strade da percorrere. Tali domande sono linfa vitale per chiunque si dica impegnato in una propria ricerca esoterica e spirituale.

Tralasciando un attimo il lato spirituale e magico, ti porrei la stessa domanda da un punto di vista più prammatico: a che punto della vostra carriera siete voi The Magik Way?
Nel 2021 saranno 25 anni dalla creazione dei The Magik Way, un bel traguardo per noi che guardiamo la cosa non senza una certa incredulità. Pensiamo che, al netto di tutti questi anni trascorsi, la più grande delle conquiste da noi raggiunta sia stata dare priorità ai nostri tempi e alle nostre aspirazioni, in una parola rimanere distaccati dai meccanismi più stringenti della musica, rimanendo concentrati sul messaggio e sulla proposta. Abbiamo sempre fatto quello che ci è parso giusto senza alcuna pressione, mutando genere, frequentando varie arti, portando avanti un processo creativo con serietà e (speriamo) coerenza, specie in quegli anni in cui non abbiamo pubblicato album, fatto concerti, né cavalcato i social per arrivare alla gente. Qualcosa è sempre rimasto invariato in noi, qualcosa che ha a che fare con la volontà e con una dose di urgenza, di necessità. Il nostro demone divorante. Anche ora, che pare esserci più attenzione verso di noi, siamo sempre legati ad una visione precisa e abbiamo in testa nuovi progetti che desideriamo portare a termine. Progetti musicali, ma anche teatrali, filmici, un mondo a 360 gradi che specie nell’ultimo anno abbiamo ripreso in mano con estrema convinzione. Questo ci appassiona molto. Questo è quello che i The Magik Way sono diventati dopo tanti anni, una sorta di denso nucleo, legato ad un progetto comune, ad un sentire, che ci unisce e ci spinge a creare, ci rende orgogliosi ma non per questo sazi. Abbiamo conosciuto tanti amici, in ambito artistico, grandi musicisti e non solo, talenti con i quali abbiamo anche collaborato, persone vere. Così andrà avanti, fino a che si potrà.

Evidentemente questa intervista vive di dualità, ancora una volta vorrei porti un quesito che analizzi due aspetti. Mi soffermerei sull’aspetto lirico, che tipo di studio c’è dietro i testi de “Il Rinato”?
Per ideare questo concept album mi sono affidato a due ambiti distinti: quello della psichiatria, il mio campo lavorativo e quello esoterico, ispirato dai culti misterici, dalle neo-magie, da un interessante percorso per analogie e sincretismi che emergono ogni qualvolta ci si impegna in una ricerca, il tutto ovviamente tramato, narrato e non preso a prestito tout court. In ambito psichiatrico ho potuto osservare da molto vicino i percorsi della mente schizofrenica, dei deliri, delle voci dialoganti, delle giaculatorie (o insalata di parole), una particolare condizione dove l’atto parlato non è filtrato dall’azione dell’Io, ma è puro flusso di suoni, disorganizzati. Un fenomeno questo che mi ha anche ispirato vocalmente. Queste tematiche hanno trovato una corrispondenza, un ponte di unione con la sfera esoterica, attraverso certi studi sulla nevrosi, osservati in rapporto a rituali primitivi (pensiamo a “Totem e Taboo” di S. Freud ad esempio). Secondo certe teorie è attraverso la ritualità che l’individuo “inscena” le sue resistenze, le sue pulsioni, le paure più recondite, dando loro una dimensione simbolica e per certi versi meno spaventevole. L’oggetto rituale, il “totem” in questo caso è il Sole, che l’adepto riconosce animalmente come guida, come forza generatrice. Se ne innamora, lo brama, gli tributa rituali di sangue, attraverso un fuoco errante, che scalda ma non illumina. Evoca le Salamandre, offre loro sangue sgorgante dalla sua stessa lingua recisa, ma infine nella sua rinascita energetica ed elettrica, è proprio la sua carne a cedere, bruciando, per precipitare nella più cupa follia. Ecco che così, il soggetto pensante (il parnasso), colui che credeva di possedere gli strumenti per agire sulla realtà, altro non era che il frutto di una realtà distorta, descritta come “quel mondo deforme che gira, gira, gira, gira”, un ritorno inevitabile al paradigma dei The Magik Way dove l’uomo fallisce e il preesistente osserva: distaccato, definitivo e imperscrutabile.

Sposterei ora il focus dall’aspetto contenutistico dei testi a quello più tecnico. Hai fatto una grande prestazione nelle parti cantante, rubano quasi del tutto l’attenzione. Sono rimasto colpito dai cambi di registro. Ti chiederei che tipo di lavoro hai fatto sulle linee vocali e se ti ispiri a qualcuno, a me sono venuti in mente Capossela nei momenti più acidi e Ferretti (epoca C.S.I.) in quelli più salmodiali.
Intanto ti ringrazio molto per le tue parole. Essendo la nostra proposta vicina al cantautorato, seppure oscuro, sento per primo la responsabilità di veicolare il messaggio e la narrazione nella maniera più giusta ed evocativa possibile. Diciamo che in generale testi e musiche nascono insieme, per poi essere tramate. Le parti vocali sono assai presenti e alternano momenti cantati ad altri praticamente recitati. Questi due approcci rientrano nella logica delirante dell’adepto, spesso sospeso in una condizione di dissociazione, tra voci dialoganti e volontà alternanti, dove spesso s’inserisce anche quella di Gea Crini, la voce femminile che funge da coscienza morale, che umilia il protagonista. La mia voce è la voce di Nequam, non solo il mio soprannome ma una sorta di alter-ego, l’annichilito interprete dei versi dei The Magik Way. Su di se c’è tutto il peso della narrazione, per questo la sua voce è così cupa e roca, la sua postura così rigida e contratta: il limite fisico indotto da questa condizione è la cifra stessa del timbro che lo caratterizza. Come in ambito attoriale, è necessario lavorare sul personaggio, estrapolarlo e sviscerarlo prendendolo da qualche anfratto dentro di noi. Dopo tanti anni di lavoro, vedo che la mia voce sta mutando e diviene sempre più prossima all’ascoltatore (e in effetti vorrei uscisse dal disco e raccontasse in carne ed ossa), sento questo bisogno profondo di raccontare, come fossimo tutti attorno, in condivisione. Fin da ragazzino ho sempre subito il fascino delle grandi voci carismatiche, non solo canore, ma anche attoriali, del cinema, della tv. Tu citi Capossela che amo molto, come Giovanni Lindo Ferretti, ma potrei citarti il grande Umberto Orsini, Giorgio Albertazzi, Carmelo Bene: voci imponenti che ascoltavo da bambino. Potrei anche citarti Mr. Doctor dei Devil Doll, Blixa Bargeld, Judith Malina e il grandissimo lavoro del Living Theatre (ebbi un incontro cruciale), il vocalismo creativo di Meredith Monk, Diamanda Galas o Marina Abramovic. Persino Roger Waters per quel timbro delirante, The Wall è un disco che mi ha segnato molto. Dall’avanguardia al rock, dal teatro agli sceneggiati. Questi nomi, che io considero come dei fari, fanno parte della mia vita e io li guardo con grande ammirazione.

E’ chiaro che dietro ogni vostro disco c’è uno studio, come vi ponete nei confronti di quelle band che hanno un approccio più superficiale, oserei dire populista, alle vostre stesse tematiche?
Per quanto i nostri lavori siano supportati da studi e per quanto io possa risultare un po’ prolisso (rido!), non desideriamo assolutamente fare la figura dei professori anzi, ce ne guardiamo bene! Siamo abbastanza contro quella visione del musicista che si atteggia da scienziato, da stregone. Veniamo da anni in cui c’era molta serietà attorno a questi temi, chi praticava questi generi era isolato, additato, quando non deriso. Ricordiamo tutti le stupidaggini sulla “sfiga” di taluni e le campagne denigratorie. Forse le nuove leve trattano certe tematiche con maggiore ironia (sono generazioni meno seriose), forse anche temono di essere isolate e ghettizzate, chissà. La stupidità infondo non conosce evoluzione, rimane sempre fine a se stessa. Per questo rispondo dicendo che ognuno si esprime secondo la propria sensibilità, anche considerando che una proposta meno circostanziata non necessariamente indica scarsa conoscenza da parte degli autori: può trattarsi di una scelta mirata o solo il desiderio di non ostentare. Per contro un progetto che fa sfoggio di mille simboli, chincaglierie, teorie accattivanti non indica di per se qualcosa di circostanziato e profondo.

Chi è il “Rinato”?
“Il Rinato” è un adepto in cammino, un cammino Verticale nell’accezione esoterica del termine. Fuor di metafora Rinato è chiunque avverta dentro di sé la forza di reagire, di proseguire nonostante le avversità: Rinato da una condizione precedente, che lo opprimeva. Ovviamente, come in qualsiasi iter iniziatico, troppi sono gli enigmi del preesistente per sperare in una rinascita priva di ostacoli, che anzi verrà arrestata, resa vana, fino all’acquisizione da parte del protagonista della necessità di un cambio di prospettiva, di una importante rinuncia. L’ostacolo dell’adepto è l’euforia. Questa lo porterà ad essere precipitoso, a sbagliare, fraintendere, infine soccombere.

La vostra musica sembra alquanto distante dalle cose terrene, ma in qualche modo l’attuale situazione di emergenza vi ha condizionato?
L’attuale situazione sta condizionando tutti. Va ben aldilà delle nostre mire artistiche. Si stanno aprendo scenari degni di certi vecchi film di fantascienza. Compito dell’artista è metabolizzare e all’occorrenza sublimare le proprie paure, i propri pensieri più reconditi e inconfessabili. Tutti noi siamo toccati nel profondo quando si tratta di paure così tangibili come la salute, la libertà, l’impotenza dell’uomo di fronte alla natura. Ho sempre pensato che la nostra musica fosse in verità molto legata alle vicende umane, terrene, anche se i nostri testi non si occupano di politica o di attualità. Ci rifletterò!

Il primo singolo e video estratto dal disco è il “Tempo Verticale”, ti andrebbe di chiarirne i contenuti?
Il video “Il Tempo Verticale” narra di un uomo, oppresso da un sentimento di terrore, mentre vaga tormentato per una stanza quasi vuota, sporca, trasandata. Al di fuori di essa una palla infuocata nel cielo: enorme e attraente, che lui fissa, preoccupato. Ci troviamo nella fase iniziale del cammino del Rinato, quando appunto scorgendo il Sole per la prima volta, ne rimane affascinato ma anche terrorizzato. Egli vive nel terrore di una minaccia esterna, senza nome, metafora delle nostre paure. La casa, vuota e sporca, è la trasposizione della sua interiorità, le sue pareti che da un lato proteggono dall’altro opprimono, si stringono e infine risultano vane quando quella indefinibile paura riesce a penetrare, spalancando una finestra. Il protagonista si rannicchia in un angolo, un gesto bambino, mentre indossa quel copricapo che sarebbe dovuto essere l’ultimo baluardo a protezione della sua vita. All’apice del terrore una forza lo scuote, il coraggio lo invade e infine esce. Quando io e Alberto Malinverni, regista del video, abbiamo ideato il tutto, non ci siamo prefissati una morale, anzi amiamo le trame che lasciano spazio al parere di chi guarda. In particolare eravamo molto toccati dalla location, che possiede una sua storia, essendo stata teatro di una vicenda umana vicina ad un membro della band, che preferiamo non condividere. Una location molto “carica”. Per l’occasione ci siamo affidati al talento dell’attore Giancarlo Adorno, coadiuvato da Erica Gigli in qualità di acting coach. Alcuni nostri estimatori hanno visto nel video una perfetta metafora dell’attuale situazione di emergenza sanitaria, anche se a dire il vero il video fu girato con altri intenti. Persino il maestro Pupi Avati ci ha fatto pervenire alcune considerazioni sul video, ponendo l’accento sulla componente claustrofobica delle immagini. Un onore grandissimo! Mi piace pensare che a metà luglio 2020, quando fu girato, avessimo la necessità di metabolizzare le nostre paure e che, aldilà della rappresentazione pedissequa del personaggio dell’album, stessimo in qualche modo inscenando la nostra realtà interiore, oltre che circostante.

Allargando gli orizzonti alla scena occult italiana, senza falsa modestia, quale credi che sia oggi il vostro posto?
Intanto lasciami dire che, come recentemente espresso in altre interviste, sono lieto di vedere tante band avvicinarsi alle tematiche esoteriche. Ognuno lo fa a modo suo e mi pare innegabile che vi sia fermento attorno a certi generi musicali. In particolare mi piacciono quei progetti che uniscono esoterismo, filosofia, mistero a elementi locali, identitari della nostra cultura; credo sia una chiave di lettura molto valida e che può dare linfa vitale al genere, che comincia a risentire delle mutazioni del tempo ed entrare in una pericolosa fase “revival”. Noi esistiamo dal 1996 e prima ancora suonavamo generi sempre legati all’esoterismo, anche se in una chiave più estrema, quindi siamo consapevoli di essere una realtà longeva. Quando vediamo giovani artisti citare i nostri dischi come fonte di ispirazione rimaniamo molto colpiti e sinceramente non ci capacitiamo di tanta grazia. Tutto quello che possiamo dire è che siamo grati a chi ci stima, oltre ad essere contenti di avere ancora tante idee e progetti anche dopo così tanti anni, un aspetto questo affatto secondario. Essere qui nel 2020 con un album nuovo, idee per il futuro, collaborazioni in arrivo, è davvero quanto di migliore possiamo immaginare per noi.

Ensiferum – Children of the sea

ENGLISH VERSION BELOW: PLEASE, SCROLL DOWN!

La ciurma della drakkar degli Ensiferum continua il proprio giro del mondo con la solita efficienza, conscia dell’importanza che il mare ha nella vita di ogni marinaio. Capitan Sami Hinkka e i suoi con “Thalassic” (Metal Blade) hanno deciso di rendere omaggio proprio al prezioso elemento da cui è partita la vita sul nostro pianeta.

Benvenuto Sami, potresti presentare ai lettori italiani il tuo nuovo album “Thalassic”?
“Thalassic” è l’ottavo album degli Ensiferum e, oltre ad essere un disco d’assalto, è il primo a presentare il nostro nuovo cantante / tastierista Pekka Montin ed è anche la prima volta che proponiamo un concept.

Il 10 luglio Ensiferum terrete il releasy party virtuale: potresti anticipare qualcosa sullo “Studio Live” show?
Abbiamo creato una setlist molto interessante con un sacco di canzoni nuove, vecchie e rare. Questo è uno spettacolo molto particolare perché non ci sarà alcun pubblico. Gli Ensiferum sono sempre stati “una band dal vivo” e abbiamo i fan più folli del mondo, quindi ora che manca l’interazione con la folla, abbiamo dovuto inventarci qualcos’altro per far partecipare le persone al concerto. I fan possono inviarci domande in anticipo e risponderemo a quelle durante le pause del concerto e alla fine ci sederemo e chatteremo con il pubblico. Sarà qualcosa di completamente diverso ma sono sicuro che sarà molto divertente per tutti.

Thalassic è una parola di greco antico e significa “relativo ai mari”: qual è il ruolo del mare ai nostri giorni in cui gli aerei dominano i cieli e l’uomo viaggio nello spazio?
Heh, questa è una domanda troppo difficile. Diciamo solo che senza acqua non c’è vita, questo è il ruolo più importante del mare.

Thalassic deriva dal greco antico e invece Ensiferum è una parola latina, c’è quasi una sorta di connessione tra voi e i nostri avi romani: cosa ne pensi del mio Paese?
La parola “talassico” si trova anche nel dizionario inglese, ovviamente la sua radice è il greco. L’Italia è un Paese molto carino, ho molti bei ricordi legati ai concerti che abbiamo tenuto da voi. Spero davvero che potremo tornarci presto.

Ci sono influenze folk mediterranee nel nuovo album?
Se intendi musicalmente, immagino non molte. Forse potrà essere il tema del prossimo album? Vedremo…

Tornando il passato, quali brani del tuo catalogo ti piacciono di più dal vivo?
Oh, questa è difficile. Ce ne sono così tanti, ma uno che mi manca un po’ “Warrior Without a War”.

Ho letto una tua dichiarazione su questo nuovo album, in cui l’hai definito un “altro passo avanti musicalmente”, potresti spiegare perché?
Penso che in questo album abbiamo utilizzato tutto il nostro know-how accumulato nelle precedenti uscite e che l’abbiamo sfrutto al meglio. Anche la produzione e il missaggio sono abbastanza diversi rispetto ai nostri album precedenti.

Quanto è difficile dopo venticinque anni innovare il vostro suono?
Per gli Ensiferum questo non è affatto difficile perché tutti noi abbiamo tanti gusti musicali diversi e tutti siamo molto aperti verso le nuove idee, questo ci consente di mantenere il nostro processo di composizione molto fresco.

Inizialmente siete stati inseriti nel calderone del metal estremo, ritieni che questa categorizzazione nel 2020 sia ancora valida?
Dipende davvero da cosa intendi con extreme metal. Non penso che questo termine sia mai stato usato ufficialmente sulla nostra band. Se ci paragoni a Lady Gaga, sì, si potrebbe pensare che la nostra musica sia molto estrema, ma se guardi i gruppi che suonano death metal tecnico (o quella cosa che la gente chiama così, eh eh eh), la nostra musica sembra molto leggera!

E del nuovo singolo “Andromeda” che mi dici?
Racconta il mito greco di Andromeda. È una delle mie canzoni preferite nel nuovo album.

Da “Andromeda” è stato tratto anche il vostro nuovo video: ma tu preferisci “guardare” o ascoltare musica?
Personalmente non mi piacciono molto i video musicali, ma ovviamente è bello fare uno o due per album.

A parte suonare il metal, che tipo di cose ti piace fare?
Mi piace guardare documentari, film, serie TV e cerco anche di leggere il più possibile, ma negli ultimi anni è diventato difficile trovare il tempo per farlo quanto mi piacerebbe.

The crew of the Ensiferum drakkar continue their tour of the world with their usual efficiency, aware of the importance that the sea has in the life of every sailor. Captain Sami Hinkka and his “Thalassic” (Metal Blade) have decided to pay homage to the precious element from which life on our planet started.

Welcome, could you introduce to our readers your new album “Thalassic”?
”Thalassic” is Ensiferum’s eighth album and besides of being asskicking album, it is the first album to introduce our new clean singer/keyboard player Pekka Montin and it’s this is the first time we had kinda theme on an album.

On July 10th Ensiferum will host a record release: could you anticipate something about the “Studio Live” show?
We have come up with very cool setlist with bunch of new, old and rare songs. This is very interesting show for us because there won’t be any audience. Ensiferum has always been ”a live band” and we have the craziest fans in the world so now that the interaction with the crowd will be missing we had to come up with something else to get people being part of the gig. Fans can send questions to us in advance and we’ll answer to those during the breaks we have on the gig and in the end we will sit down and chat with the people. It’s gonna be something totally different but I’m sure that it will be lots of fun for everyone.

Thalassic” is word from ancient Greek and means “relating to seas”: which is the role of the sea in our days?
Heh, that is way too big question. Let’s just say that without water there is no life. So that’s how big role seas have.

Thalassic is from ancient Greek and Ensiferum is a latin word, this a sort of connection between your band and Italy: what do you think about my Country?
The word ”thalassic” can also be found from English dictionary, obviously the root is Greek. Italy is very nice country, lots of good gig memories from there. I really hope we can return there soon.

Are there Mediterean folk influences in the new album?
If you mean musically, I guess not that much. Maybe that will be the theme for the next album? Let’s see…

Which songs of you back catalogue do you like most playing live?
Oh, this is difficult. There are so many but one that I’m missing a bit it ”Warrior Without A War”.

I read your declaration about this new album, you defined it an “another step ahead musically”, could you explain why?
I think on this album we utilized our know-how from the previous album sessions much better than ever before. Also the production and mixing are quite different than on our previous albums.

How is difficult after 25 years to innovate your sound?
For Ensiferum that is not difficult at all because we all have so different kind of music taste and everyone is very openminded with new ideas so that keeps our composing process very fresh.

Actually, you consider you sound still extreme metal?
It really depends what you mean with extreme metal? I don’t think that this term has been ever used officially about our band? If you compare us to Lady Gaga, yes one might think that our music is very extreme but if you look at the bands who play technical deathmetal (or what ever people call this genre, heh), our music sounds very easy going, heh.

What’s about your new single “Andromeda”?
It tells about the Greek myth of Andromeda. It’s one of my favorite songs on the new album.

Andromeda” is your new video too: do you prefer to “watch” or to listen to music?
Personally I’m not that much into music videos but of course it’s cool to make one or two per album.

Outside of playing metal, what kinds of things do you enjoy doing?
I like watching documentaries, movies, TV-series and I also try to read as much as possible but during the last years it’s been hard to find time to do it as much I would love to.

Reverber – La setta dei senza volto

Il movimento thrash tricolore, oggi come non mai, è particolarmente prolifero e ricco di uscite di qualità. Da quella fucina di talento che risponde al nome di Punishment 18 arriva una nuova release degna di nota, “Sect of Faceless”, opera che porta la firma dei Reverber, qui rappresentati da Marco Mitraja.

Ciao Marco,  ti andrebbe a un paio di mesi dalla sua uscita tirare un primo bilancio su “Sect of Faceless”, il vostro nuovo album?
“Sect of Faceless” è uscito in digitale in piena emergenza COVID-19, ma possiamo dire che forse è stato un vantaggio, poiché le persone e i fan erano in rete h24. Il riscontro è stato molto positivo, soprattutto all’estero, grazie alla diffusione su Spotify, Youtube e su le varie piattaforme! Riceviamo in continuazione feedback entusiasti e richieste per la copia fisica, ma purtroppo per quella ci sarà ancora da aspettare. Molti ci paragonano ai Kreator e alcuni addirittura ci indicano come i loro eredi… chissà!

Mi sono messo lì a cercare il mio brano preferito del disco, devo ammettere che l’album mi piace nella sua globalità, ma non ho una canzone che prediligo. Il suono è vario, ma comunque molto coerente e compatto. Il risultato è un lavoro di qualità media elevata da ascoltare tutto d’un fiato. Sei d’accordo con la mia  disamina?
Assolutamente sì, e ci fa molto piacere. Molti gruppi vorrebbero essere ricordati e apprezzati per le loro produzioni intere e non solo per la singola canzone. Insomma, se a qualcuno rimane in testa e apprezza anche il lato B, per noi è una vittoria, significa che siamo entrati in simbiosi con l’ascoltatore dall’inizio alla fine del viaggio.

Prima mi hai detto che per alcuni voi siete gli eredi dei Kreator, ma a me dall’ascolto dell’album appare chiaro che il vostro appartenere alla scena thrash va però inteso nel senso più generico del termine, perché non vi si può ricondurre direttamente a una determinata scuola. In un’epoca storica in cui si è o neri o bianchi, questo vostro essere al di sopra delle categorizzazioni nette è un vantaggio o uno svantaggio?
Crediamo che le categorizzazioni siano solo nella mente delle persone ormai e purtroppo ormai ci si fa condizionare facilmente quando si ascolta un album. Noi riconosciamo di appartenere a una delle macro categorie del metal, per carità, ma più per semplificare e spiegare di cosa si parla. Poi però se per qualcuno la voce non è “thrash” o la batteria è “troppo death” secondo noi si fossilizza su schemi mentali che non ti permettono di fare quello che dovresti quando ascolti un disco: godere della musica e delle sensazioni che ti regala. Ma noi non ci facciamo condizionare da questo, tanto qualsiasi cosa si suoni ci sarà sempre qualcuno pronto  a inquadrarti in un determinato sotto-sotto-sotto genere o paragonarti ad altre band. Noi suoniamo il nostro metal, se piace bene, se non piace, pazienza.

Di certo siete diretti e schietti nei vostri testi, non vi tirate indietro quando c’è da puntare il dito contro le storture della società…
Siamo sempre stati dell’idea che la musica sia un veicolo molto potente per criticare le brutture del sistema e della società, in quanto la musica è un forma d’arte critica per eccellenza e il metal un genere di rottura. Certo, la cornice rimane quella dell’horror e delle immagini forti, ma non sono mai fine a se stesse e servono come metafora di un società ormai al collasso, un pericolosissima giungla darwiniana dove le garanzie regalate dalle battaglie del passato sono ormai dimenticate.

Ve lo chiedo da vecchio lettore di Dylan Dog, “Channel 666” ha a che fare con l’albo “Canale 666” uscito, se non erro, negli anni 90?
Ci hai beccato! Sì l’ispirazione del titolo è presa proprio dal numero 15 di Dylan Dog (1991), di cui Marco Mitraja è appassionato e collezionista. L’intento era scrivere un brano che contenesse una forte demonizzazione dei mass media che nascono come intrattenimento per poi diventare il verbo dei poteri forti. Quale titolo migliore di quello?

Chi c’è dietro la “setta dei senza volto”?
La setta dei senza volto è solamente un fantasma inventato inconsciamente dalle persone per venir meno alle proprie responsabilità sociali. È comodissimo dire “tanto comandano loro” è “inutile votare”, “tanto fanno a porte chiuse”. I responsabili della catastrofe che stiamo vivendo non sono guru occulti di una setta mondiale, ma sono soggetti del passato o del presente che si trovano tranquillamente in ogni libro di storia o di macroeconomia. E allora ecco che la setta dei senza faccia non esiste, ma esistono banchieri, politici, economisti e think tank che hanno agito alla luce del giorno in base a un mainstream economico ben delineato, con le sue regole e i suoi dogmi: austerità, economia dello shock, cover operation. Come è scritto nella parte finale di “Sect of Faceless”: “They are just men in black/They are just ink on white”.

Riguardando indietro ai tempi del vostro esordio, in cosa siete migliorati e cosa avete perso cammin facendo che forse andrebbe recuperato?
Siamo sicuramente migliorati nella stesura dei brani e ognuno è migliorato personalmente a livello tecnico. La simbiosi del gruppo si è consolidata, grazie anche a un rapporto d’amicizia sempre più solido. Ma soprattutto abbiamo studiato più possibile il funzionamento del mercato della musica e del marketing musicale/digitale, delle piattaforme streaming e dei social network, che ormai nel 2020 sarebbe poco intelligente ignorare. Purtroppo per seguire molte di queste cose “burocratiche” molte volte dimentichiamo la spensieratezza di suonare per suonare e molte volte non si ha la concentrazione necessaria per scrivere musica. Non siamo più negli anni Ottanta, non esiste nessuno che lo fa per te, bisogna rimboccarsi le maniche, sapevamo già che più si va avanti più la strada è tortuosa. Nonostante questo stiamo lavorando su alcuni nuovi brani, visto che le possibilità di suonare live sono pari a zero… chi si ferma è perduto!

Rimanendo in tema di recupero, il disco si chiude con la cover di “Angel Witch”, pezzo dell’omonimo gruppo inglese. Ritengo i britannici forse una delle prime proto-thrash band della storia, non a caso vengono citati dai Metallica tra le loro muse ispiratrici. Cosa si prova a confrontarsi con un classico del genere e quali sono rischi di un’operazione simile?
Confrontarsi con i classici è sempre un’esperienza particolare, si mettono le mani in pasta in capolavori del passato che sono perfetti così come sono. Ma quanto è bello sentire suonare una canzone storica con i suoni e l’attitudine della tua creatura, con la tua interpretazione? È fantastico secondo noi. I rischi di un’operazione simili sono riassunti nel pericolo di offrire una versione troppo boriosa che possa far pensare all’ascoltatore che non si tratti di un tributo, ma di una sfida alla band e alla canzone originale. Ma nel nostro caso è un semplice tributo a un gruppo che ha fatto la storia dell’hard rock e del metal, scegliendo una canzone che ci piace particolarmente, tutto qui.

Avete puntato su due video, andando a fare scelte completamente opposte: da un lato la title track e dall’altro proprio la cover dei britannici: come mai siete passati dal brano che dal il titolo al disco a uno che invece è farina del sacco altrui?
Avevamo programmato con il nostro ex videomaker almeno altri tre video, sempre dell’album “Sect of Faceless”, mentre per Angel Witch non era previsto nulla. Purtroppo la nostra collaborazione è giunta al termine subito dopo la consegna del videoclip di “Sect of Faceless” e si è bloccato tutto. Pur volendo, non potevamo rivolgerci ad altri a causa dell’emergenza COVID. Allora abbiamo pensato di far sviluppare un video lyric di Angel Witch (montabile durante il lockdown) in modo da tenere basso il budget e avere comunque una video da poter utilizzare come pubblicità all’album in uscita, visto che le cover attraggono molti curiosi. A breve inizieremo le riprese di un altro video, non sono mai troppi oggigiorno!

Siete parte della scuderia Punishment 18, un’etichetta che sin dal proprio nome rende tributo al thrash, in particolare a quello dei Megadeth. Quanto conta lavorare con una label che è guidata da persone che hanno i vostri stessi gusti?
Crediamo sia fondamentale, vediamo molte band che si affidano a una casa discografica qualsiasi pur di averne una e pensiamo che questo sia un errore. All’etichetta deve piacere chi sei e quello che fai, è l’unico modo per percorrere insieme la strada verso il successo.

Vi andrebbe di citare altre realtà meritevoli del panorama italiano?
Come saprai ce ne sono moltissime, ma negli ultimi anni pensiamo che siano i Red Riot una delle migliori realtà italiane. Musicalmente possono sembrare distanti da noi, ma l’attitudine alla musica è la stessa e pensiamo possano dare veramente tanto al panorama metal italiano e internazionale. Te li consigliamo vivamente!