Athlantis – The seventh wonder

L’avventura degli Athlantis di Steve Vawamas pare giunta al termine con il settimo sigillo, quel “Last But Not Least” da poco pubblicato dalla Diamond Prod. (Nadir Promotion). In attesa di scoprire se Atlantide sorgerà nuovamente dalle acque tra qualche anno, abbiamo discusso del disco d’addio con il leader della band.

Ciao Steve, possiamo definire gli Athlantis una sorta di all star band dell’heavy\power metal tricolore?
Ciao Giuseppe, prima di tutto grazie per avermi concesso questa intervista. Inizio con il dire che le all star band del panorama tricolore sono altre, noi siamo dei musicisti che nei vari progetti abbiamo dato anima e note per questo tipo di musica e abbiamo cercato sempre di dare il meglio in primis per noi stessi e poi per gli altri. Athlantis nasce come un mio side project e ho avuto la fortuna di condividere le mie idee con degli ottimi musicisti della scena italiana, ma più che altro degli amici che si sono offerti per la realizzazione dei miei sette album. E poi forse se dovessimo essere delle all star non sta me a dirlo ma al pubblico che ci ascolta e ci segue

Ormai siete attivi come Athlantis da quasi due decenni, come si superano gli ego personali per operare come una vera e propria band, nonostante individualmente abbiate tutti una storia prestigiosa?
Due decenni? Caxxo passa il tempo! A parte gli scherzi, gli Athlantis come dicevo prima nascono come un mio side project, non esistono ego personali. Le cose sono ben chiare dall’inizio, io tiro giù le stesure dei pezzi, poi c’è una telefonata in cui dico ai ragazzi che c’è da registrare un disco e, dopo la risposta degli altri subito affermativa, si inizia a registrare. Sono del parere che la band deve essere composta da un leader e gli altri collaboratori, a volte le idee dei collaboratori sono meglio delle idee del leader, e sta al leader essere umile ed accettare dei consigli. Poi se i consigli vengono da gente di un certo calibro ecco che il lavoro viene più semplice e senza menate di balle.

Ti andrebbe presentare l’attuale line-up?
Grazie per la domanda, lo faccio con grande piacere. Per questa mia ultima creatura mi sono avvalso del mio fidato chitarrista Pier Gonella, con lui tutte le cose diventano più semplici. Io e lui collaboriamo anche nei Mastercastle da anni e ha suonato in quasi tutti i dischi degli Athlantis. Alla voce il mitico Davide Dell’Orto, già cantante dei Verde Lauro e dei Drakkar. Lo trovo un grandissimo cantante professionale sempre sul pezzo e, ormai dopo tre dischi, siamo diventati amici: questo va oltre la musica e ci piace! Alla batteria ho avuto il piacere di avere uno dei migliori batteristi della scena metal italiana, cioè Mattia Stancioiu. Un sogno che si è realizzato: dal primo momento che lo ascoltai in una data nei Labyrinth nel lontano 98 ho sempre sognato di registrare con lui e il mio sogno si è realizzato. Grande musicista e professionista, una goduria suonare il basso sulle sue parti di batteria. A completare la line-up, c’è Stefano Molinari alle tastiere, un amico e un grande musicista che è entrato nelle fila degli Athlantis ben tre dischi fa. Voglio citare anche Stefano Galleano, il capo dei Ruxt che come nel precedente disco mi ha scritto un pezzo della madonna: la nostra collaborazione va avanti da anni nel suo progetto e ancora ne vedremo e sentiremo delle belle.

A fronte delle modifiche nella formazioni intercorse in questi anni, qual è l’elemento che non è mai mancato nei sette album finora pubblicati?
Io…… ahahahahahaha!!! A parte un disco, che è “Metalmorphosis”, dove le chitarre sono state registrate da Tommy Talamanca, tutti gli altri sono stati registrati da Pier Gonella. Sì, sono cambiati i batteristi, i cantanti, ma Pier è sempre stato l’elemento fondamentale.

Qual è la vera novità stilistica introdotta con “Last But Not Least”?
M guarda grandi novità non ce ne sono. Come dico sempre in ogni intervista, io sono un amante del power metal e cerco di tenermi su quella linea, ma poi mi rendo conto che le mie idee sono libere da etichette. Nella stesura dei pezzi è presente una sorta di tirare giù emozioni del momento, dipende molto da come mi sento emotivamente in quel periodo: in questo disco mi è venuta voglia di tirare giù argomenti anche sociali, purtroppo questo disco l’ho tirato giù nel periodo di pandemia, e cioè nel primo lockdown, quindi ti lascio immaginare il mio stato d’animo. Ma sono molto soddisfatto del lavoro svolto.

Immagino che il titolo, “Last But Not Least”, abbia anche un contenuto ironico, ma dovendolo porre all’interno di una ipotetica classifica di importanza dei vostri dischi, in quale posizione si piazzerebbe?
Ora ti spiego in poche parole perché quel titolo: ho deciso che, come settimo disco questo, dovrebbe essere l’ultimo per gli Athlantis. Come le meraviglie del mondo sono 7, anche le meraviglie degli Athlantis devono essere 7 (presunzione mia ahahahaha)! Ho deciso di fermarmi e continuare con i progetti che ho in piedi – Ruxt, Mastercastle, Bellathrix – e altre cose. Quindi essendo l’ultimo Athlantis, ho pensato bene di intitolarlo così, l’ultimo ma non di importanza. Forse questo è il disco più importante, ho raggiunto una maturità come musicista e adesso anche come produttore, anche perché questo disco è stato registrato mixato e masterizzato presso il mio studio Steve Vawamas Studio.

L’inizio del disco mi ha ricordato la manopola che gira, cercando una stazione radio decente, dell’EP degli Helloween (1985): si tratta di un tributo oppure è una cosa nata spontaneamente senza alcun riferimento coi tedeschi?
Ahahahhahah, io sono un vecchio e quella radio che girava e poi partiva il gingle di “Happy Halloween mi ha segnato! L’ho vissuta e me la porto dentro come un cameo della storia del power. Mitici Helloween! Invece, per quanto mi riguarda, essendo l’ultimo disco Athlantis, volevo ripercorrere in pochi minuti i sei dischi precedenti. Come ben noti nella copertina, nei quadri sono rappresentate le sei copertine degli album passati. Quando si chiude un capitolo, si guarda sempre quello che si è fatto dietro, e io l’ho voluto rappresentare, oltre che nella copertina, anche in audio. E quale elemento se non la manopola della radio che girando trova uno stralcio di un pezzo di ogni disco? Comunque, gli Helloween inconsciamente mi hanno influenzato…

Dal punto di vista lirico, mi sembri molto concentrati sul presente, come hai accennato prima: credi che l’artista possa estraniarsi dall’ambiente in cui vive o abbia la responsabilità di dire cosa non va nella società?
Quando scrivo i testi, in prima battuta butto giù le mie sensazioni del momento. In primis quello che regna sovrano in tutti i miei dischi è il bene e il male, questo contrasto che mi perseguita sin dal primo disco. In questo l’ho voluto esprimere in fatti che accadono attualmente, ho voluto descrivere l’amore sia fisico che spirituale e ho voluto esprime il male: uno stupro, la violenza sulle donne e anche l’abbandono del tuo amico più fidato, il cane. Argomenti che quando li sento mi fanno rabbrividire. Ci tengo a specificare che la voce del cane è di Willy BAUamas e cioè il mio ciuffi truffi bau (il mio cagnolone) e colgo l’occasione di dire che se abbandoni un cane meriti una vita di stenti e grandi sofferenze. Scusa, ma questo dovevo dirlo! Sono per la libertà di espressione, uno può dire quello che vuole nei suoi pezzi. Se gli argomenti sono a livello culturale o livello sociale basta che dia un buon messaggio e aiuti certa gente a capire cosa bisogna fare e cosa non bisogna fare! I testi sono stati scritti anche dalla mia compagna, Marcy, e da Barbara Galleano. Liriche che sposo in pieno, sia come contenuti che come bellezza!

A proposito di cose che non vanno: alla luce delle attuali limitazioni, riuscirete a presentare il disco dal vivo?
Athlantis è un progetto che non è mai uscito dal vivo e penso mai lo farà. Comunque, questo per la scena live è un momento difficile e io auguro con tutto il cuore alle band che vogliono suonare di tornare ai live più di prima con gente sotto il palco che ti da carica e ti fa dire: caxxo ho fatto mille sacrifici e ne è valsa la pena… Caro Giuseppe, ora ti saluto e volevo ringraziarti ancora per la possibilità che mi hai dato di fare questa intervista. Voglio ringraziare Diamonds Prod che ha sempre creduto in me in questi ultimi anni, ringraziare i mie compagni di viaggio sopracitati e ringraziare te lettore che sei stai leggendo questo vuol dire che hai superato la pappardella di roba che ho detto senza addormentarti! A tutti dico: Stay Metal… anche questo è rock and roll!!!!

Demolizer – Upgrade yourself

ENGLISH VERSION BELOW: PLEASE, SCROLL DOWN!

Dopo il grande ritorno degli Artillery e l’ottimo debutto dei Killing, parliamo nuovamente di thrash metal danese con i Demolizer, autori di una nuova edizione del loro EP del 2018 “Ghoul” dal titolo “Upgrade” (Mighty Music). Una rapida chiacchierata con Ben Radtleff (voce\chitarre).

Benvenuto Ben, potresti presentare la tua band ai lettori italiani?
Siamo Polle Radtleff su urla e sbuffi. Poi abbiamo Bjørn al basso. Aria accesa brandelli e Max sulle bucce

Per chiunque non l’abbia ancora sentito, potresti descrivere il suono di Demolizer in le tue stesse parole?
Un panino con le nocche con un pizzico di Limfjordsporter

“Upgrade” uscirà in ottobre, perché hai preferito una versione “upgrade” del tuo EP di debutto “Ghoul” piuttosto che un nuovo album completo?
All’inizio abbiamo pensato che avremmo dovuto mettere tutto su un album. Ma sembrava un po’ troppo. Quindi li abbiamo appena archiviati e abbiamo detto “Forse li rilasceremo semplicemente come una versione aggiornata delle vecchie canzoni”… Quindi sì.

Queste nuove versioni vengono registrate durante le sessioni di “Thrashmageddon”?
Sì.

Potresti descrivere in dettaglio i contenuti delle tre “nuove canzoni”?
Bene. Sono vecchie canzoni con una fresca spruzzata di vernice. Non c’è molto da dire al riguardo.

Perché una cover della canzone degli Annihilator “King Of The Kill”?
Perché abbiamo avuto più tempo durante la registrazione dell’album. Era droga.

Onestamente, nel tuo sound attuale non sento l’influenza di Annihilator, che le band hanno ispirato il tuo stile in particolare?
Principalmente Exodus, Slayer e Municipal Waste.

Cosa ne pensi del tuo compagno di etichetta Killing? Possiamo parlare di nuova ondata di thrash metal danese?
Sono fantastici. Grande energia.

Andrai in tournée o preferisci aspettare le condizioni di salute in Europa per Ottimizzare?
Sarebbe bello tornare presto in tour. Speriamo di andarci a gennaio.

After the great return of Artillery and the excellent debut of Killing, we talk again about Danish thrash metal with Demolizer, authors of a new edition of their 2018 EP “Ghoul” entitled “Upgrade” (Mighty Music). A quick chat with Ben Radtleff (voice \ guitars).

Welcome Ben, could you introduce your band to Italian readers?
We are Polle Radtleff on screams and chugs. Then we got Bjørn on bass. Aria on shreds and Max on skins

For anyone who has not heard it yet, could you describe Demolizer sound in your own words?
A knuckle sandwich with a hint of Limfjordsporter

“Upgrade” will came out in October, why did you prefer an “upgrade “version of your debut EP “Ghoul” rather than a new full album?
In the start we thought that we should put it all on one album. But it seemed a little bit too much. So we just had them I storage and said “Maybe we’ll just release them as an upgraded version of the old songs”… Soo yeah.

Are these new versions recorded during the “Thrashmageddon” sessions?
Yes.

Could you describe in detail the contents of the three “new songs”?
Well. It’s old songs with a fresh slap of paint on. Not much to say about it.

Why a cover of the Annihilator song “King Of The Kill”?
Because we had extra time when recording the album. It was dope.

Honestly, in your current sound I don’t feel the influence of Annihilator, which bands have inspired your style in particular?
Mostly Exodus, Slayer and Municipal Waste.

What do you think about your labelmate Killing? Can we speak of new wave of Danish thrash metal?
They’re awesome. Great energy.

Will you go on tour or do you prefer to wait for health conditions in Europe to improve?
Would be cool to tour soon again. We are hoping to go in January.

Becerus – Il primo grugnito

“Homo Homini Brutus” (Everlasting Spew, 2021) è il titolo dell’album di debutto di Becerus, (f)rutto metallico della collaborazione fra il poliedrico vulcanico musicista compositore Giorgio Trombino e Mario Balatonicus, già voce nei Balatonizer. Ne abbiamo grugnito insieme a Giorgio in questa succulenta intervista.

Da quanto tempo esistono i Becerus e come sono nate le canzoni dell’album “Homo Homini Brutus”?
Abbiamo avviato i Becerus nella prima metà del 2020. In realtà io e Mario in passato avevamo chiacchierato varie volte sulla possibilità di collaborare insieme, dunque una volta accumulate le prime demo su quello stile mi è venuto spontaneo chiedere a lui.

So che tu e Mario abitate agli antipodi dello stivale italiano, questo fattore ha influito sulla lavorazione al disco?
Non tanto. C’è stata fiducia reciproca fin dal primo momento: lui ha cominciato a studiare in blocco le canzoni senza modifiche e io ho ascoltato per la prima volta le sue take a registrazioni concluse. Ciascuno ha suonato e cantato come meglio credeva e senza avanzare critiche sull’altrui operato, dunque non penso che vedendoci di persona l’approccio sarebbe cambiato più di tanto. Siamo due idioti.

Mi incuriosisce molto questa storia del batterista misterioso Paul Bicipitus, qualche info in più sul suo conto?
Purtroppo non sono autorizzato a rivelare nulla sul conto di Paul al di fuori del fatto che è molto grosso, grasso, suona con forza bruta e precisione millimetrica e che non ha la minima voglia di farsi fotografare!

In un video promozionale affermate che “Becerus have absolutely no lyrics”. Ascoltando le canzoni, non percepisco questa mancanza. Penso invece che questa peculiarità permetta all’ascoltatore di immaginare i testi in qualsivoglia idioma. Perché avete scelto di mettere da parte parole esplicite in favore di grugniti forti e chiari?
Uno dei momenti per me più esilaranti è stato discutere la cosa all’avvio del progetto. Più o meno la storia è stata che ho chiesto a Mario come organizzarci per i testi e lui mi ha detto “Giorgio, tu se vuoi scrivili i testi ma io non li canto!”. Dal rifiuto di esprimere alcunché nasce la scelta del “no lyrics”, peraltro già adoperata dai Balatonizer, pionieri assoluti della brutalità death siciliana.

Sulla copertina dell’album c’è la figura grossolana e sgraziata del potente Becer, che voi stessi descrivete come “una creatura disgustosa e ostile i cui muscoli, capelli sudici e pancione spaventano all’istante ogni essere vivente che incrocia il suo cammino”. Chi ha realizzato la copertina? Da dove è nata l’idea per il personaggio di Becer?
La copertina, in seguito a varie elaborazioni “studiate” insieme al nostro amico fraterno Sandro Di Girolamo, è stata realizzata dal talentuoso disegnatore americano Dahmer. Il Becer è il nostro simbolo, la nostra ossessione e la nostra mascotte, un po’ come Eddie per i Maiden o Vic Rattlehead per i Megadeth. Ricollegandoci alla tua domanda precedente possiamo dire che i grugniti di Mario siano da inquadrare come la lingua disarticolata e violenta di questo bifolco primitivo che ispira la nostra musica e i nostri artwork.

Nientepopodimeno che Max Cavalera ha pubblicamente espresso apprezzamenti per “Homo homini brutus”, come ci si sente a ricevere tali complimenti da uno dei propri miti?
È stata una cosa del tutto inaspettata che ci ha fatto esplodere il cranio in mille frammenti. Max è un mito nonché una fonte d’ispirazione da sempre, fin dal VHS dell’Under Siege live a Barcellona e tanto altro ancora. Lui segue l’ottimo canale YouTube “Thralls of Metal”, gestito da due americani fanatici di death vecchio stile e dintorni e incentrato tanto su nuove uscite quanto su monografie e retrospettive. Immaginare che le nostre porcate siano state riprodotte in una delle stanze di casa sua a Phoenix, AZ è semplicemente assurdo e siamo grati a lui e a Thralls of Metal per l’opera di diffusione.

Quali sono state le maggiori influenze musicali nella produzione di “Homo homini brutus”?
Il death americano di fine ‘80 e primi ‘90 è al centro della nostra ispirazione, dunque Cannibal Corpse, Monstrosity, Broken Hope, Deicide, Morta Skuld, Brutality, Disincarnate e tanti altri.

Ci sono invece band meno note che seguite e segnalereste a chi vuole approfondire l’attuale scena death metal?
Il death sta godendo di una fase di grazia e ispirazione con diverse correnti sottostilistiche operative in diversi paesi. Fra i miei preferiti in Italia ci sono Bedsore, Hateful e Ad Nauseam ma allargando il campo al panorama internazionale posso dirti che seguo e apprezzo molto le uscite di gruppi come Siderean, Blood Incantation, Malthusian, Vastum, Chthe’ilist, Necrot, Undergang, Phrenelith, Sněť e altri.

Tra un’adorazione ed un sacrificio rituale al potente Becer, avremo la possibilità di vedervi suonare dal vivo nel prossimo futuro?
Spero di si ma dipende dalla disponibilità di Paul Bicipitus e da altri fattori fra cui l’obesità che ci sta lentamente ma inesorabilmente consumando!

Un grugnito per i nostri lettori?
Grazie Riccardo e a Il Raglio del Mulo per averci lasciato sparare l’ennesimo grumo di stronzate. Il Becer non perdona!! GRUNT!!!!!

Andry Lagiou – Immortal soldier

VERSIÓN EN ESPAÑOL ABAJO: POR FAVOR, DESPLÁCESE HACIA ABAJO!

Attiva su mille fronti, con super band quali Mike Lepond Silent Asassin´s e Vivaldi Metal Project, e semifinalista a The Voice of Greece, Andry Lagiou ci ha detto la sua su come cambiare l’inerzia della vita per diventare una star e, soprattutto, ci ha raccontato cosa sta succedendo nella decadente odierna industria musicale e cosa andrebbe fatto se la si vuole salvare.

Benvenuta su Il Raglio Del Mulo Andry, grazie mille per l’intervista: come sono nati i The Harps? E perché hai deciso di dare quel nome al tuo progetto?
Ciao, grazie per avermi invitato! The Harps è il nome del mio progetto ed è nato da alcune riflessioni che facevo su di me, tipo che ho la forza di un’arpia (Harpie Eagle in inglese), un animale pericoloso e forte. The Harp ovviamente è uno strumento musicale e magico e l’arpia nella mitologia viene rappresenta come una creatura metà donna creatura e metà uccello.


Com’è iniziata la tua carriera di artista? È così semplice come dice la gente, Andry?
È un percorso difficile da intraprendere con una band e, molto di più, se non c’è la band. Devi conoscere i tuoi limiti e i tuoi pregi, se vuoi avere una possibilità nell’industria musicale, perché è complicato suonare musica ed avere ben chiari gli obbiettivi della tua carriera. Non è affatto così semplice, è difficile e richiede molto coraggio e saggezza.

Di cosa parlano i testi dei The Harps?
I testi sono heavy al cento per cento, in un modo che può far crescer la forza interiore di chi ascolta, anche di quelle persone che talvolta si sentono vulnerabili e incapaci di affrontare la realtà o la loro realtà. Voglio dare voce a quelle bocche. Devi farti sentire, urlare e parlare molto: la bocca non è fatta solo per cantare e mangiare, ha tanti usi che potrebbero aiutare a farti crescere.

Dal tuo punto di vista, cosa dovrebbe cambiare in ambito musicale affinché gli artisti possano avere un giusto sostentamento dalla loro arte? Ogni giorno vediamo molti artisti noti lamentarsi di questo, si sentono impotenti perché secondo loro non stanno ottenendo il ritorno economico meritato. Questo, ovviamente, riguarda anche le band emergenti.
Posso rispondere a questa domanda citando le parole di un mio amico che mi dice costantemente “ Andry, meriti di più perché non hai niente a che fare con tutto ciò che c’è in giro”, io poi mi deprimo un po’. Ma penso davvero che alla fine avrò ciò che merito poiché l’universo restituisce tutto. Il denaro è un argomento molto controverso, che non può essere analizzato in un’intervista, credo.

Secondo te, internet, le piattaforme, i social network hanno amentato o diluito l’essenza della musica?
Internet è un ottimo sbocco ma ha molti punti deboli. Per esempio, i soldi: non ti garantisce delle entrare che ti permettano di vivere della tua musica, devi essere un insegnante che da lezioni su zoom o qualcosa del genere. La qualità del suono dei dischi e vinili non sarà mai la stessa su YouTube, è normale che le band ora registrino tutto sul computer perché è economico, efficiente e sufficiente. Siamo fortunati ma anche maledetti, tutto è facile ma allo stesso tempo tutto è difficile poiché ci sono milioni di persone su internet che provano a suonare musica, le persone che hanno i soldi per promuoverla sono quelle che hanno opportunità. Tutto viene letto in funzione del numero di follower, il valore di un musicista e di un essere umano dipende da un pugno di seguaci. Superficiale.

Puoi dirci com’è stato collaborare con Mike lepond (Symphony X), come è nata l’idea di lavorare su l’album dei Mike Lepond’s Silent Assassins?
Conosco Mike da otto anni ormai, ha suonato su tutti i miei album e singoli. Io ci sono sul suo secondo album “Pawn and Prophecy”, il processo è stato divertente perché sappiamo entrambi che uscirà qualcosa di esaltante. Le mie emozioni sono le stesse ogni volta che registro, per i miei The Harps o per i miei colleghi. Non riesco a distinguere le emozioni. Quando ho registrato per Mike ho avuto la giusta connessione per renderlo felice e penso che sia quello che fa per me. Mike e io siamo una super squadra.

Questo anno difficile, secondo te, ha dimostrato che l’arte, e in particolare la musica, ha un ruolo fondamentale nelle vite della persone?
Sì, perché grazie all’arte le persone tendono a tornano indietro nel tempo, a quando le cose andavano meglio. Spero che la musica possa soddisfare tutto ciò che noi desideriamo, incluso un ritorno a una maggiore purezza e al riconoscimento del talento.

Quali sono i tuoi obiettivi a medio e lungo termine?
Sai, ogni volta che ho degli obiettivi, qualcosa cambia e i miei pensieri improvvisamente si bloccano. Beh, preferisco seguire il flusso degli eventi della vita.

Quali sono le cose, secondo te, che rendono molto complicato per le band emergenti e per gli artisti solisti avere una maggiore visibilità? Penso che i grandi nomi del settore non facciano nulla per cambiare lo status quo, così chi è venuto dopo di loro è destinato a scomparire. I grandi nomi sanno solo criticare i nuovi e non li aiutano mai.
Loro si lamentano, nonostante abbiano una grande visibilità. Il potere è detenuto da chi ha avuto una grande carriera e oggi ha molti soldi. Cercano modi per guadagnare più soldi invece di investire nella musica, è un grosso errore non capire che così l’industria musicale verrà distrutta: solo quando saremo tutti uniti potremo cambiarla.

Qual è la cosa più difficile dell’essere un artista? E come si costruisce una carriera? Quale messaggio lasceresti alle persone che vorrebbero diveltarlo ma stanno per mettere da parte i propri sogni?
Solitudine, l’impossibilità di avere una famiglia, perché non puoi averne una quando devi essere produttivo nella musica. Non puoi fare tutto da solo, hai bisogno di aiuto mentre muovi i primi passi. Però devi farlo da solo e non puoi aggrapparti a qualcuno del settore. Può suonare sciocco, ma devi trovare un modo per riuscirci da solo, anche a costo di sacrificare una parte della tua vita. Sacrifica tutto e vinci. Grazie per avermi ospitato qui. Vi amo.

Participante en excelsos y súper proyectos como Mike Lepond Silent Asassin´s y Vivaldi metal Project que reunió en dos discos hasta el momento a grandes músicos de bandas reconocidas y semifinalista de la voz de Grecia, Andry Lagiou nos comenta hoy día en su parecer que debe cambiar de la industria, consejos y saberes a quienes deseen ser una estrella y si están dispuestos a hacer sacrificios para llegar a la cima, lo duro y difícil que es poder tener todos los complementos para poder llegar a ser un gran artista, y por sobre todo que está sucediendo hoy día en la industria de la música y que debe cambiar si queremos salvar esta industria tan maltratada hoy día.

Bienvenida al Il Raglio Del Mulo Andry, muchas gracias por su tiempo para la entrevista, como nace The Harps? Y porque decidiste ponerle ese nombre al proyecto?
Hola Gracias por invitarme! The Harps es mi proyecto y nació de algunas cosas que pensaba cuando era pequeña como tener fuerza como el Harpy Eagle es un animal peligroso y fuerte, El Harpa claro que es un instrumento musical y mágico y Harpye que la mitología representa una criatura medio mujer y medio pájaro.

Como es la carrera de artista, y mas aun querer formar una banda para llegar lejos con la música que uno hace? Es tan sencillo como la gente dice Andry?
Es un camino difícil a elegir con la banda y si no hay una banda. Tienes que saber tus limites y tus talentos, si crees que podrías tener una oportunidad en la industria de la musica.Porque es diferente tocar música y ser jefe en tu propia carera. De ninguna manera eso es sencillo, es duro y necesita mucho coraje y sabiduría.

De que tratan las letras de the Harp, y a que situaciones o filosofía evocas en tus canciones?
Las letras son cien por ciento poderosas de forma de que uno puede sentir la fortaleza interna y a veces se siente vulnerable y incapaz de confrontar la realidad ósea su realidad. Quiero dar voz a esas bocas en el mundo. Tienes que hablar gritar y platicar mucho .La boca no es solo para cantar y comer tiene muchos valores que se podría utilizar para crecer.

En tu punto de vista que es lo que debería ya cambiar en el ámbito de la música, entiéndase para que los artistas puedan tener un sustento justo de su arte, a diario vemos a muchos artistas reconocidos quejarse de esto y sentirse impotentes de que en su opinión no están recibiendo el dinero que ellos consideran por lo que hicieron, esto también obviamente afecta a los artistas y bandas emergente.
Puedo contestar esto detrás de las palabras de un amigo mio que constantemente me dice ”Andry deserve has nothing to do with it its all about who you know” y despues me depresiono un poco pero de verdad creo que voy a tener lo que merezco ya que el universo al fin y al cabo ofrece lo que uno merece. El dinero es un sujeto muy grande que no se puede analizar en una entrevista creo.

Hoy día en tu opinión, el internet, las plataformas, las redes sociales, han ayudado o han hecho diluir la esencia de la Música? entiéndase por calidad, Y en tu opinión que cosas estas herramientas han fortalecido pero también han debilitado.
El internet es un enchufe grandioso pero tiene muchas debilidades como he dicho antes con el dinero, no, no se puede tener dinero para vivir de su propia musica,tiene que ser profesor con zoom calls y algo así. La calidad del sonido de los discos y del vinyl nunca será lo mismo con la del youtube.Es normal y las bandas ahora graban todo en el ordenador porque es barato, eficaz y suficiente. Tenemos la suerte pero la maldición tambien.Todo es fácil pero todo es difícil al mismo tiempo ya que por internet hay millones de personas que intentan tocar música, gente que tiene el dinero a promocionarlo son los que tienen oportunidades en Todo se cuenta por seguidores, el valor de un músico y ser humano depende de unos seguidores. Superficial.

Podrías hablarnos como fue colaborar con Mike lepond(symphony x), cómo surgió la idea del disco de mike lepond silent asassin´s, como fue el proceso de las letras y grabación, y que emociones te recorrieron cuando escuchaste todo el material terminado andry? Y cuando fuiste convocada también para el super proyecto Vivaldi metal project
Ya conozco a Mike hace 8 años.El toca para las canciones todos mis discos y singles. Yo he tocado por el en Pawn and prophecy el segundo Album.El proceso fue divertido porque ambos sabemos que va a salir wow. Mis emociones son los mismos cada vez que grabo, para mi The Harps y para mis companeros. No puedo distinguir las emociones. Cuando grabe por Mike tuve la conexión para hacerle feliz y creo eso es lo que el hace por mi. Mike y yo somos el súper equipo. Lo de Vivaldi si lo hice con placer para mi amigo Luis.

En este Difícil año que ha comenzado, tu crees que con esta situación de pandemia se demuestra que el arte es fundamental para la vida de las personas? Más aun la Música?
Si, si la gente cambia y regresa en el pasado donde las cosas fueron de altura en el arte. Espero que la música se convierta en todo lo que todos anhelamos ósea Original mágica poderosa y de mucho talento incluido.

Cual son los objetivos ahora a mediano y largo plazo para Andry Lagiou?
La Vd que cada vez que tengo objetivos algo cambia y supera mis pensamientos y de repente se congela. Pues prefiero fluir con las cosas que la vida me da.

Cuales son a tu criterio las cosas que hacen muy difícil a las bandas emergentes y artistas solistas progresar y tener una mejor vidriera y capacidad de progresar?Creo que los mayores en la industria no hacen nada para cambiar eso, la generación que está en línea se desaparece. Los mayores y grandes saben solo criticar a los nuevos y nunca contratarlos. Ellos que se quejan y tienen el gran porcentaje de esto. El poder lo tiene uno de una carera grande y con mucho dinero. Si ellos buscan maneras de tener más dinero en vez de salvar la música, es su propio error que no entiendan y destrocen la industria .Solo cuando todos estemos unidos podríamos cambiarlo.

Que es lo más duro en tu opinión personal de ser Artista? Y construir una carrera de ella? Y que mensaje les dejarías a las personas que desean serlo pero les arrincona la sensación de abandonar sus sueños.
La soledad, el estado de la familia, pues no puedes empezar a tener una familia cuando al mismo tiempo tienes que ser productivo en la música muchas responsabilidades. No puedes pagar todo solo, necesitas ayuda en tus primeros pasos. Necesitas hacerlo solo y jamás sostenerte de alguien de la industria. Pueden sonar tonto y sigue sonando tonto pero Busca maneras de hacerlo aunque cuesta si eso es lo que pides de tu vida. Sacrifica todo y gana. Gracias por tenerme aquí. Los amo.

Reality Grey – Beneath this crown

Andare avanti sempre, con caparbietà ed ottimismo, trasformando anche i momenti negativi in nuove opportunità di crescita. Questa è la filosofia di vita che salta fuori dalle parole di Anto, chitarrista dei Reality Grey, band finalmente giunta, dopo anni di silenzio, al proprio terzo album, “Beneath This Crown” (Blood Blast Distribution).

Ciao Anto, da qualche giorno è uscito il nuovo “Beneath This Crown”.  Si tratta della terza pubblicazione in 17 anni, come mai il vostro processo di scrittura ha tempi così lunghi?
Ciao a tutti i lettori, è vero, le nostre uscite sono centellinate ma in realtà il gap di tempo non è mai dipeso da “blocchi compositivi”, anzi. Fra il 2004 e il 2008, anno che ha segnato una specie di spartiacque fra la vecchia e la nuova formazione, siamo stati super attivi facendo uscire un demo, un disco e un EP, poi 2009 nel sono partito negli Stati Uniti per studio fino al 2011 dove abbiamo praticamente rimesso in piedi la band da zero con il rientro di Tommy alla voce, Albo alla chitarra e Claudio alla batteria. I tre anni successivi fino a “Define Redemption” sono serviti per rodare la band e a scrivere un disco, se ci pensiamo un attimo non sono tantissimi. Per quanto riguarda “Beneath This Crown” invece, le prime sessioni di pre-produzione sono cominciate verso la fine del 2016, e fra il 2014 ad oggi abbiamo cambiato ben tre batteristi e sicuramente questo ha pesato sulle tempistiche di produzione dell’album, ma anche il fatto che abbiamo atteso pazientemente il giusto contratto discografico per la release.

Tra il precedente “Define Redemption” e questo nuovo disco sono passati ben sette anni, secondo te siete cambiati più come musicisti o come persone in questo lasso di tempo?
Come musicisti sicuramente siamo cresciuti, siamo entrati in contatto, fatto esperienze e abbiamo cominciato a lavorare sia live che non con professionisti del music business e abbiamo imparato molto. Per quanto riguarda la composizione siamo più consci delle nostre possibilità e dei nostri limiti, abbiamo cercato di spingerci sempre più là con i nuovi brani. Come persone fondamentalmente siamo sempre le stesse, l’unica differenza che siamo sette anni più vecchi e con impellenze diverse, vedi lavoro, bollette ecc ecc ahahah Ma fondamentalmente siamo sempre noi, con la nostra voglia di fare musica, la band ormai è la nostra seconda famiglia da diversi anni, la nostra attitudine non è cambiata di un millimetro, se non ci fosse questo la band sarebbe morta da un pezzo perché ci vuole veramente tanta passione e voglia di fare per portare avanti un progetto.

Sicuramente una delle esperienze più importanti maturata a cavallo delle due pubblicazioni è il vostro tour in Giappone, come è andato e cosa vi ha lasciato in eredità?
Sicuramente è stata l’esperienza più strana che abbiamo mai fatto perché la loro cultura è profondamente diversa dalla nostra, anche se cercano di fare “gli occidentali” spesso in maniera buffa. Il tour andò benissimo, la gente veniva ai nostri concerti, comprava il merchandising, voleva farsi foto e quant’altro, ancora oggi ci scrivono per sapere quando ci ritorneremo. Naturalmente ci furono degli imprevisti, quelli capitano in tutti i tour, ma siamo riusciti a cavarcela e questo sicuramente ci ha insegnato molto su come approcciarci ai promoter in futuro. Alla fine è stata un’esperienza super positiva che ci auguriamo di ripetere.

Parlare oggi di attività live è doloroso, la ripresa non appare vicinissima, in un periodo come questo l’avere un album in uscita riesce in qualche modo a lenire il dispiacere di non poter andare in tour o lo acuisce?
Sicuramente una cosa molto positiva e ti spiego il perché. Da quando è iniziata questa pandemia ho constatato che molte band, specie a livello locale, si sono sciolte ho hanno avuto vari problemi al loro interno, per varie ragioni, spessissimo legate proprio al Covid. Ora, non voglio entrare nei dettagli ma noi abbiamo avuto la “fortuna” di poterci concentrare su diverse cose che riguardano la band, non ultima la firma di un nuovo contratto per la release, che questa volta ci sta portando via un sacco di tempo e di impegno, molto più di quanto sia mai successo in passato. Certo, poter fare un tour promozionale a ridosso della release sarebbe l’ideale ed è sicuramente lo standard, ma le cose adesso stanno così, è inutile lamentarsi di qualcosa che comunque non si può cambiare, allora meglio concentrarsi su quello che c’è da fare. Stiamo lavorando assieme al nostro management e label anche su quel fronte, per la fine del 2021 inizio 2022 quando si spera la situazione migliori. Per come la vedo io siamo stati fortunati, ma è anche questione di attitudine che, come ho spiegato nell’altra domanda, non è mai cambiata da quando ci siamo formati, andare avanti sempre, fare le cose per bene, un pizzico di ambizione e anche non prendersi troppo sul serio. Take it easy come dicono gli anglofoni.

Dal punto di vista promozionale avete fatto una scelta molto particolare, pubblicando quattro video – “Daybreakers” (2018), “The Void” (2018), “The Fury” (2019) e “Preachers of Hatred” (2021) – con largo anticipo rispetto alla data di uscita del album, da cosa è dipesa questa mossa?
Come ho già anticipato le prime pre-produzioni di “Beneath This Crown” sono cominciate nel 2016 e solo nel 2017 con l’entrata di Francesco Inchingolo alla batteria abbiamo avuto di nuovo una line up stabile per produrre il disco in tranquillità. Nel frattempo abbiamo cominciato ad entrare in contatto con diverse label parecchio conosciute, ma come ben sai, spesso queste cose si tramutano in tempi biblici, tipo “sì, i pezzi sono davvero fighi, sentiamoci fra un paio di settimane” che poi diventano mesi, insomma sembra una regola non scritta del music biz. Semplicemente non volevamo lasciare la band in silenzio per troppo tempo così abbiamo deciso di far uscire dei singoli. Questo ci ha permesso di rimanere “on the map”, oggi purtroppo la gente tende a dimenticarsi subito di una band, anche solo dopo un anno di silenzio. Scelta che abbiamo fatto in controtendenza e anche rischiosa per molti versi ma alla fine ci ha dato ragione in quanto ci ha permesso di partecipare a diversi festival di rilievo e a far vedere alle label che eravamo comunque attivi e vogliosi di fare.

Mi ha colpito una vostra dichiarazione, che si può riassumere con “abbiamo ottenuto quello che volevamo perché finalmente avevamo abbastanza soldi e tempo per fare quello che desideravamo”. In un’epoca caratterizzata da home studio e uscite amatoriali di livello accettabile, il poter puntare sulla qualità secondo te alla lunga fa ancora la differenza o il pubblico si è standardizzato su livelli di ascolto più bassi
Difficile per me rispondere a questa domanda. Forse adesso c’è meno attenzione alla qualità di un prodotto perché sempre più spesso si ascolta musica dalle “casse” di un cellulare, con tutti i contro che ne derivano, per cui in teoria tutto il lavoro fatto in fase di produzione va a farsi benedire. Nonostante questo però, gli addetti ai lavori che potenzialmente potrebbero pubblicare il tuo disco sono molto attenti alla qualità sonora e alla produzione quindi è ancora una prerogativa di qualità e professionalità. Sono anni che ci affidiamo a Simone Pietroforte dei Divergent Studios, il quale oltre che un caro amico è un professionista incredibile. Se l’album suona così bene è tutto merito suo perché ci ha permesso di poter sperimentare e di ottenere quello che volevamo da tanti anni. Lo consideriamo un membro aggiuntivo della band assieme a Francesco Petrelli che ci fa da sound engineer ormai 2013.

“Beneath This Crown” ha l’appeal di una colonna sonora fantascientifica, ma è un vero e proprio concept oppure i brani sono slegati l’uno dall’altro?
No, l’album non è un concept, ogni brano ha una storia a sé sia a livello di liriche che a livello strumentale. I testi sono stati scritti da Tommaso e Albo (con piccoli miei contributi qui e lì), entrambi hanno approcci totalmente diversi, Tom è più introspettivo mentre Albo scrive più sul sociale. Per quanto riguarda la parte strumentale vera e propria, ci hai preso. Sono un grande estimatore dei film di fantascienza e soprattutto delle loro colonne sonore, che ascolto avidamente, specie Hans Zimmer. Abbiamo avuto la possibilità di sperimentare molto con i synth e volevamo raggiungere proprio quel risultato.

I brani sono caratterizzati da alti livelli di tecnica, ma qual è quello che vi ha dato più filo da torcere in fase di scrittura?
Se parlo dei brani che ho composto per la maggior parte personalmente, sicuramente “Daybreakers” , “Kings of Nothing” e “Multidimensional Hollow”ma per ragioni diverse. “Daybreakers” ha un riff parecchio strano che utilizza ottave su due corde diverse con una tecnica della mano destra che deriva dal country chiamata “hybrid picking” che utilizza insieme dita e plettro, farlo suonare “malvagio” ma con groove è stata una sfida, per non parlare dell’apertura melodica del ritornello. Trovare il feeling giusto e le note giuste non è stato facile. Per quanto riguarda “Kings of Nothing” e “Multidimensional Hollow” sono due brani molto progressive con parecchi riff, atmosfere e “key changes” oltre che ad avere entrambe degli assoli di chitarra parecchio ostici per il sottoscritto. Cerco sempre di spingermi ai limiti delle mie possibilità, e quindi ho voluto inserire partiture fusion nella composizione degli assoli di chitarra per cambiare un po’ le carte in tavola.

In attesa della ripresa dei live, quali saranno le vostre prossime mosse?
Sicuramente la promozione di “Beneath This Crown” al momento è al primo posto della lista. Se il disco riceverà i favori del pubblico sarà più facile per noi andare in tour e fare concerti quando sarà il momento. Come ho già detto, stiamo lavorando con il management e la label per trovare una booking agency che possa metterci in tour, abbiamo già un paio di opzioni sul tavolo che dovremo valutare presto. Sicuramente il supporto del pubblico sarà fondamentale. Se l’album vi piace, ascoltatelo in streaming, compratelo su iTunes e comprate merchandising e i dischi fisici non appena saranno disponibili. Ora più che mai per le band è fondamentale questo tipo di supporto. Grazie a tutti e a voi in particolare per lo spazio concessoci.

Bigg Men – Barbarie stoner

“Bigg Men” (Home Mort, 2021) è l’album d’esordio omonimo della band stoner siciliana, prodotto insieme all’etichetta sarda, che unisce idealmente con un ponte psichedelico le due maggiori isole italiane.

Circolano poche informazioni sul vostro conto, la vostra musica però parla molto chiaro. Fondare un gruppo stoner, genere che spazia dal doom metal al rock psichedelico, è stata un’idea ragionata a priori o vi siete ritrovati in queste sonorità spontaneamente jammando insieme?
Ci sono versioni contrastanti su come tutto è nato. Di mezzo ci sono degli incontri casuali al box, dove suoniamo, per assistere alle prove dei Sgt. Hamster (padrini ideali con cui abbiamo suonato il nostro primo live nel 2015), ritorni da lunghi esili e delle discussioni alterate dal caldo (e da altro) ad una festa in piscina. Ognuno di noi aveva espresso il desiderio di provare a suonare qualcosa di lento, pesante e psichedelico visto che tutti e tre i Bigg hanno sempre suonato in gruppi velocissimi della scena punk palermitana (FUG, ANF, Il Tempo del Cane, Negative Path). La nostra indole riflessiva e il nostro procedere felpato hanno sicuramente influenzato il nostro suono. Per il primo anno di prove al box si può dire che non ci siamo mai rivolti la parola fra di noi, suonavamo e basta. Dopo un annetto abbiamo cominciato a essere un po’ più sciolti ma evidentemente siamo degli orsi non soltanto fisicamente ma anche spiritualmente.

“Bigg Men” è il vostro primo album omonimo, ma già nel 2016 avete pubblicato tre canzoni nello split “Bigg Men/HYLE”. Oltre alla maggiore ricercatezza degli arrangiamenti, qual è l’evoluzione più notevole fra lo split e questo album secondo voi?
In realtà le canzoni dello split e quelle dell’album sono nate nello stesso periodo e sono state registrate nella stessa sessione.

Ah! E come è nata la collaborazione con Giorgio “Furious” Trombino al sassofono per “Mule hair”, terza traccia del disco?
Furious per noi è un amico e in un caso addirittura un fratello. Fu lui a darci il nome Big Men, per il quale non si è neanche dovuto sforzare troppo: bastava vederci. Dario ha aggiunto una G e siamo diventati i Bigg Men. Poi Giorgio è sempre stato un nostro consigliere ed estimatore da amante del genere avendo suonato nei Sgt. Hamster e negli Elevators to the Grateful Sky. Non ricordiamo ora se tutto è nato durante delle Jam alle quali aveva partecipato o se il pezzo fu scritto pensando già ad una sua partecipazione, in ogni caso a noi piacciono le collaborazioni!

Oltre alla versione digitale, avete deciso di rilasciare l’album anche in cassetta. Assodata l’obsolescenza di qualunque supporto fisico per l’ascolto di musica, credete che le cassette vivranno lo stesso revival degli LP o pensate che resteranno un prodotto assimilabile quasi ad un gadget?
Mai smesso di accaparrarci cassette. Sono belle da vedere, costano poco e permettono di far girare la propria musica ad un gruppo squattrinato come lo sono i gruppi punk/hardcore/metal che si autoproducono. Inoltre gli amici di Home Mort hanno fatto un lavoretto grafico di fino, le loro cassette sono molto ricercate nelle scelte stilistiche. Ma poi ormai chi è nato dopo il 2000 non fa distinzione fra CD, cassetta e vinile, è tutta roba vecchia. La solita lotta fra adolescenza e obsolescenza.

Le uniche informazioni che sono riuscito a trovare sul vostro conto parlano di “Una stirpe di uomini che avevano un occhio solo, più alti degli alberi e bevitori di sangue umano”. Non esistono vostri video promozionali che provino queste scarne frasi, ma nel dubbio preferisco non contraddirvi. A parte gli scherzi, perché per “Barbarian”, il singolo del disco, avete rilasciato un “video audio” e non un “video video”?
Il “video audio” è stato rilasciato dai ragazzi di Home Mort come promo della cassetta. In realtà ti dobbiamo contraddire perché esisteva già un “video video” di “Barbarian” che abbiamo caricato su YouTube un paio di anni fa. Avevamo montato una clip del videogioco ispiratore dell’omonima canzone. In fondo, neanche tanto, siamo dei nerd.

Ascoltando le vostre canzoni e leggendone i titoli mi vengono in mente mostri medievali e guerre titaniche. Quest’impressione è confermata dall’immagine di copertina, in cui campeggia un dinosauro. Chi l’ha realizzata e perché avete scelto proprio questo animale?
È tutto opera dei produttori, deve essere così che ci vedono gli amici sardi dell’etichetta.

Anch’io allora vi vedo come gli amici di Home Mort, etichetta nata nel 2018. Come vi siete conosciuti e come avete lavorato insieme?
Home Mort è l’etichetta gestita dai Green Thumb, una band sarda con cui abbiamo condiviso un mini tour a tre (l’altro gruppo erano gli Evil Cosby) quando ancora era possibile farlo senza restrizioni di sorta (sic!). In quell’occasione abbiamo condiviso una manciata di serate e loro stranamente devono averci trovato simpatici, tanto che dopo poco tempo il loro batterista Fabrizio ci ha inviato una grafica che gli avevamo ispirato e noi ne abbiamo realizzato una T-shirt. Dopo un tot di tempo ci hanno contattato per dirci che volevano realizzare la versione in cassetta del nostro primo full-length, che fino ad allora aveva visto la luce in versione CD autoprodotta. Non potevamo che essere strafelici di accettare la proposta.

Per quanto riguarda il processo creativo delle canzoni, c’è una differenza fra le composizioni di Carlo e quelle di Kevin? Arrivate in sala prove con le canzoni già strutturate oppure ognuno porta delle idee che poi sviluppate insieme, con l’apporto di Dario alla batteria?
Si ci sono sicuramente delle differenze nel modo di comporre tra di noi, dettate dal nostro modo di suonare e dalle influenze musicali di ciascuno. Qualche volta è capitato che arrivassimo alle prove con dei pezzi più o meno strutturati, altre volte sono nati pezzi o riff dalle improvvisazioni. Il più delle volte qualcuno propone uno o più riff e poi ci si improvvisa sopra finché non ci sembra di avere una canzone tra le mani, quindi diremmo che in realtà la nostra è una composizione corale che valorizza le stravaganze individuali.

Dopo un lungo “letargo” per la band, periodo in cui Kevin e Carlo hanno abitato lontano da Palermo, ultimamente avete ricominciato a suonare con più continuità. Avete ripreso da quanto lasciato in sospeso o avete iniziato a lavorare a canzoni nuove?
Non parleremmo di “letargo”, quando non ostano impegni lavorativi o di studio, o viaggi individuali a qualsivoglia titolo, o quarantene da zona rossa (sic!) riusciamo in qualche modo a organizzarci per dedicarci alle prove o anche a jam di improvvisazioni, che ci sollazzano sempre alquanto. In verità abbiamo registrato sette nuove canzoni che costituiscono un altro album già pronto, e inoltre stiamo già lavorando a nuovo materiale per un progetto sul quale al momento non vogliamo dire altro se non che è ispirato alla “sorellanza transregionale”.

RockGarage – Rock the garage

Tempo di festeggiamenti nel garage più rock d’Italia, per questo abbiamo contattato Marcello Zinno, il capo-garagista, che ci ha aperto le porte del suo RockGarage. Aneddoti e informazioni su passato, presente e futuro del portale www.rockgarage.it, con un finale a dir poco noir…

Ciao Marcello, qualche giorno fa hai condiviso sui social un post celebrativo dei primi dieci anni di RoockGarage, ne approfitto per farti gli auguri e i complimenti per un’attività così longeva. Ti andrebbe di riepilogare anche qui un po’ di numeri?
Certo! Innanzitutto grazie per gli auguri che ovviamente condivido con tutti coloro che hanno contribuito a far crescere RockGarage in questi anni. Quest’anno spegneremo le 10 candeline e ad oggi abbiamo pubblicato 13.000 contenuti totali di cui oltre 7.200 sono recensioni, che restano il nostro forte. Abbiamo da sempre creduto nel supporto fisico e in 10 anni abbiamo ricevuto 5.130 CD in redazione, materiale suddiviso poi tra i redattori che si occupano di recensioni e interviste. Questo è un aspetto fondamentale perché già 10 anni fa si parlava di digitale e molte webzine per cui collaboravo ai tempi recensivano facendosi inviare i link degli album via mail. E io dicevo: “caspita, ma è possibile che siti web così grossi non hanno la forza di farsi inviare dei CD, anche per ripagare i redattori del tempo speso per scrivere una recensione?” Qualcuno mi derideva, dicendomi che dovevo accontentarmi dei link via mail. Ricordo ancora oggi una webzine molto importante che mi disse che non solo dovevo recensire in digitale ma che essendo l’ultimo arrivato dovevo accontentarmi di quello che gli altri non volevano recensire. Insomma dovevo prendermi lo scarto. La mia collaborazione con loro finì dopo la seconda recensione.

Ma cosa c’è oltre i numeri?
I numeri mi emozionano sempre, mi piace fare i conti con le statistiche, e poi i numeri parlano chiaro. Ma se c’è un motivo di orgoglio per me sono i redattori! Non mi importano le visualizzazioni, se un articolo raggiunge 10 view o 1000 non mi cambia nulla, io so il valore che c’è dietro quell’articolo e il lavoro richiesto. Rileggo TUTTI gli articoli prima di pubblicarli, sia quelli scritti da me sia quelli dei redattori e abbiamo avuto sempre “penne” di tutto rispetto. Intorno al sito hanno ruotato in 10 anni circa 120 persone, molti hanno scritto per poco tempo, altri sono nomi che collaborano con noi fin dall’inizio; in entrambi i casi sempre persone molto competenti e veri appassionati. Inoltre abbiamo i Redattori Speciali, persone che vengono dal mondo della musica o del giornalismo musicale e che scrivono per noi. Perché chi meglio di loro può valutare la musica di oggi? A volte mi sento davvero emozionato ad avere in redazione dei collaboratori così esperti e non mi riferisco solo ai Redattori Speciali.

Come è perché hai messo su RockGarage?
RockGarage nacque nel 2011 con due obiettivi principali: il primo (e più importante) è quello di puntare ad innalzare il livello qualitativo dell’informazione musicale in Italia che, anche grazie alla tantissima musica prodotta, meritava e merita molto di più; un obiettivo audace, lo so, e forse che ci fa apparire anche un po’ presuntuosi, ma ero stanco di leggere recensioni copia-incolla dei comunicati stampa o recensioni da cui si capiva che l’album non era stato nemmeno ascoltato. Il secondo obiettivo è quello di creare un network di contatti con band, agenzie, etichette e operatori musicali prolifico, anche perché in diverse webzine per cui avevo collaborato prima del 2011 non venivano curati tali rapporti e molte mail restavano non risposte. Uno spreco di occasioni!

Il momento più esaltante e quello più difficile di questa decade?
Di momenti esaltanti ce ne sono stati tanti, ad esempio quando abbiamo chiuso accordi con alcune label e il logo di RockGarage è stato stampato all’interno del booklet o nell’artwork posteriore di alcuni CD e vinili, o quando abbiamo chiuso delle media partnership esclusive (quindi unici partner) per la data italiana di band come Dropkick Muprhys, Asking Alexandria, Sick Of It All o ancora media partner italiani di festival europei di grandissimo livello come Sziget Festival e Hellfest. I momenti difficili sono molto frequenti, per forza di cose io faccio un po’ da collo di bottiglia: correggo le bozze, inseriscono in pubblicazione i contenuti, seguo i social network, tengo i rapporti con i redattori e con i fotografi, rispondo alle mail che arrivano, gestisco il materiale fisico (e lo spedisco) assegnandolo ai redattori che seguono quel genere, scrivo e pubblico le news…e a volte mi chiedo se tutto questo tempo (parliamo di diverse ore al giorno, 7 giorni su 7) valga la pena o se stia togliendo tempo alla mia vita, ai miei affetti. Poi in realtà amo fare tutto questo e questi “momenti difficili” svaniscono. Ma al tempo stesso sono certo che “da fuori” non si intuisce quanto tempo ci sia dietro ad una webzine gestita bene.

Dopo dieci anni RockGarage è così come lo immaginavi all’epoca della sua creazione?
Onestamente no. All’inizio sogni sempre che dopo pochi anni la tua creatura possa diventare il sito più visitato in Italia. Non lo è diventato, ma ammetto che sono cambiate anche le mie aspettative. Con il tempo ho imparato ad apprezzare il nostro lavoro per il suo valore e non per i risultati ottenuti. Ho capito che se l’obiettivo iniziale era quello di innalzare la qualità dell’informazione musicale nel nostro Paese, questo lo si raggiunge passo dopo passo, articolo dopo articolo, mettendoci competenze e creando una reputazione con il tempo. È un discorso di qualità e non di quantità, è cambiato il mio punto di vista. E di questo, ad oggi, ne vado molto soddisfatto.

Qual è la linea editoriale che ti sei imposto?
RockGarage nasce con l’obiettivo, appunto, della qualità. Fino al 2019 abbiamo recensito solo uscite in formato fisico, in modo da dare una valutazione completa sull’opera e premiare chi opta per questo formato; dal 2019 abbiamo deciso di accettare uscite digitali visto che molte band stanno optando solo per quella distribuzione e sarebbe un peccato escluderle dal nostro “osservatorio”. Le interviste sono esclusivamente face-to-face per garantire un contraddittorio con l’artista. L’aggiornamento di RockGarage è costante, 365 giorni l‘anno; non è mai trascorso un giorno in dieci anni di attività senza che venisse pubblicata almeno una recensione. Nonostante ciò non si danno mai tempistiche ai redattori perché recensire un album deve essere un piacere e a loro viene riconosciuto anche un piccolo compenso per le recensioni di nuove uscite (oltre al formato fisico che resta a loro dopo l’ascolto).

Mi parleresti invece della RockGarage Card?
Quello è un progetto assolutamente unico in Italia e che rispecchia la nostra personalità: il rock non è per tutti e supportare la scena emergente è cosa ancora più rara in questa epoca. Ho voluto creare una Card del sito, una tessera fisica che ciascuno di noi può tenere nel proprio portafogli, numerata e quindi unica: la Card, appena avvicinata al proprio smartphone, permette l’accesso diretto ad un’area riservata del sito in cui sono disponibili una serie di contenuti extra come playlist dedicate, sconti per acquisti di musica su siti di alcune etichette e tanto altro. Ultimamente, dato il lockdown, abbiamo stretto alcune collaborazioni con birrifici artigianali che vendevano birre con consegna a domicilio: i possessori della card avevano uno sconto e così abbiamo anche supportato alcune piccole realtà imprenditoriali. Ad oggi 90 persone hanno sottoscritto la RockGarage Card e settimanalmente viene inviato un aggiornamento WhatsApp (per chi lo ha autorizzato). Anche in questo caso i numeri contano poco, l’importante è far girare la musica e dare nuovi strumenti a chi ci tiene alla scena emergente.

In generale, quale credi che sia il pregio maggiore della stampa musicale italiana e quale il suo difetto più evidente?
Be’, osservando cosa accade negli altri Paesi dobbiamo ammettere che noi siamo fortunati. Abbiamo una pluralità di informazione, abbiamo libertà di espressione e in quest’epoca, grazie anche alla tecnologia, davvero tutti possono creare una realtà che parli di musica così come di altri argomenti. D’altro canto questo pullulare di voci (singole o non organizzate o non professionali…) produce un overload informativo incredibile e l’ascoltatore non sa più a chi credere. Se aggiungi che siamo nell’epoca delle piattaforme di streaming gratuito, capisci bene che molti preferiscono ascoltare e farsi una propria idea prima che leggere cosa ne pensano gli esperti. Ecco cosa manca alla stampa, fare “fronte comune”: ognuno si cura il proprio orticello, ognuno si prodiga nel creare “il proprio progetto”, la propria pagina Facebook, con la speranza di diventare influencer o giù di lì. Ci dovrebbe essere più collaborazione, a tutti i livelli. Così chi merita potrebbe emergere ancora di più a discapito di grandi riviste che vendono solo brand legati all’abbigliamento e che trattano la musica come una moda. E qui mi fermo sennò divento polemico.

Cosa manca alla stampa musicale italiana?
Se fai questa domanda a dei critici storici di musica ti diranno che all’estero la musica l’hanno vissuta in prima persona, noi no. Niente di più sbagliato, se pensi ad esempio alla scena progressive rock, l’Italia è stato un Paese fondamentale nel genere a livello internazionale, eppure solo da qualche anno si sta accreditando in edicola una rivista specializzata in questo genere. Purtroppo la nostra cultura di derivazione americana, insieme ad un approccio commerical-occidentale, fa sì che le direttrici musicali prevalenti sul mercato incanalino i gusti del “popolo”, della massa. Da noi si vive di pop, di Sanremo, di trap (da qualche anno) e di cantautori, così come in USA si vive di hip hop, ad esempio. Tutto il resto da noi ha meno mercato e viene visto come marginale. La stampa italiana ha le sue colpe in questo ma non è solo dipeso da essa. Allora cosa fare? Forse dovremo per primi noi cercare di invertire questa rotta facendo incuriosire il pubblico. E purtroppo non possono riuscirci le riviste cartacee, che vendono sempre di meno, è un compito che dovremo svolgere noi sul web. Infine bisognerebbe dar spazio alle “voci fuori dal coro”, iniziare a dire cose scomode e non pubblicare solo articoli “clickbait”. Io ad esempio ho pubblicato in passato un mini libro dal titolo “Il crowdfunding nella musica: l’elemosina del futuro” in cui argomentavo una forte critica al crowdfunding. Ha venduto pochissimo ma chi l’ha letto lo ha apprezzato.

Chiuderei la nostra chiacchierata con un cenno alla tua recente opera letteraria, “Il Passo Obliquo”: la potresti presentare ai nostri lettori?
Certo, si tratta del mio primo romanzo pubblicato da Edizioni BMS (stesso editore di Rock Hard Italia) e inserito nella prestigiosa collana Ambrosia. Nacque tutto anni fa quando mi cimentai in un piccolo romanzo che destò l’interesse dell’editore ma che doveva rientrare in una pubblicazione ben più corposa che poi non vide mai la luce. Mi cimentai quindi in un romanzo più complesso, un giallo a sfondo noir ma che tratta tanti argomenti differenti, con una trama intricata ma semplice da leggere. Appena completato l’ho proposto all’editore che è stato entusiasta nel pubblicarlo. Il Passo Obliquo è disponibile nelle edicole delle principali città italiane o (allo stesso prezzo e con consegna gratuita) on line a questo link: https://www.ambrosialibri.it/catalogo/fantasy/il-passo-obliquo/

Falhena – Il canto della falena

Chi ha seguito le vicende degli Adversam, probabilmente conoscerà già i Falhena, formazione composta per due terzi da musicisti proveniente da quella band (Summum Algor e Katharos). Ma il vero motore del progetto, in quanto compositore e autore dei testi, è Naedracth, ed è proprio con lui che abbiamo parlato del disco di debutto “Insaniam Convertunt”, uscito lo scorso maggio per Hidden Marly.

Ciao Naedracth, qual è il significato simbolico della falena e come questo si sposa con l’etica black metal?
La falena è un animale interessante, vola di notte, e per orientarsi sfrutta il flebile bagliore della luna, vive nell’ombra attratta dalla luce, è una condizione particolare. Da sempre rappresenta il mistero, simbolo di sventura e cattiva sorte, l’ho trovata una cosa adatta a rappresentare la musica che proponiamo.

Attualmente siete un terzetto composto da te e da Summum Algor e Katharos. In particolare, i tuoi compagni provengono dagli Adversam, dobbiamo considerare i Falhena come una prosecuzione di quel progetto?
No, Adversam non centra nulla con Falhena, se non per il fatto che due dei componenti sono presenti in entrambe le band. Nei Falhena io mi occupo della composizione dei brani e dei testi, ho solamente avuto la fortuna di conoscere dapprima Summum Algor, che accettò di suonare con me negli ormai sciolti Aivarim, e successivamente Katharos. Non ci sono legami di altro tipo con Adversam.

Lo scorso maggio avete pubblicato “Insaniam Convertunt”, il vostro album d’esordio. Come è nato il disco?
Il disco è nato, o meglio, è stato composto nell’arco di diversi anni, dopo lo scioglimento degli Aivarim ho voluto continuare dapprima con del mio materiale che avevo scritto in precedenza, successivamente ho buttato giù nuovi brani. Summum Algor ha continuato con me in questo nuovo progetto, ed ha partecipato nella stesura dei pezzi, in seguito si è unito Katharos per le parti vocali. Il disco, nonostante i rallentamenti dovuti alla pandemia, è uscito per la Hidden Marly, inizialmente solo in digitale e successivamente anche in CD.

Il vostro stile di black è di chiara matrice old school svedese, come mai avete scelto un approccio più tradizionale a un genere che negli ultimi tempi si sta rimodellando soprattutto attraverso le contaminazioni?
In realtà non ci siamo seduti a tavolino per pianificare la stesura dei brani scegliendo di emulare un genere in particolare, semplicemente i pezzi prendono forma man mano che li si prova e seguono l’ispirazione del momento. Non mi piace etichettare le cose, ancor meno quando si tratta di musica, la quale è un “flusso” di sensazioni, che vengono poi concretizzate e “fermate” una volta conclusa la registrazione. In parole povere non ce la volontà di seguire un genere come un treno su di un binario, cosa mi verrà di scrivere scriverò, seguendo l’ispirazione del momento.

Comunque non disdegnate il ricorso alle melodie, come riuscite a bilanciare l’anima più estrema con quella più melodica?
Quando scrivo un pezzo sento la necessità di renderlo godibile, riconoscibile, apprezzabile attraverso una melodia, credo sia ciò che conferisce un anima ad un brano. Ci sono poi ovviamente delle parti più violente o più “marce”, ma la componente melodica la reputo fondamentale per la riuscita di un brano.

Altro aspetto che salta all’orecchio è il livello tecnico dei musicisti coinvolti, nonostante non tendiate mai all’autocompiacimento: qual è il limite che vi siete imposti, in modo conscio o inconscio, di non superare per mantenere un certo livello di feeling marcio ed oscuro?
Diciamo che i brani prendono forma in modo naturale, non poniamo limiti tecnici, più semplicemente viene adeguata la tecnica alla composizione. Dal mio punto di vista non vedo la stesura dei brani come mezzo per far emergere la tecnica sullo strumento, do molta più importanza alle sensazioni che fluiscono suonando, per cui a volte trovo sia più efficace un insieme di poche note magari lente piuttosto che un riff velocissimo e tecnicamente difficile. Dipende comunque sempre dalla base del pezzo e da cosa si vuole trasmettere.

Il disco si chiude con “Ritorneremo”, questo brano è stato posto in coda perché possiamo considerarlo una sorta di anteprima su quelli che potrebbero essere gli sviluppi prossimi della vostra musica?
Il brano “Ritorneremo” è un omaggio a mio nonno tornato dalla seconda guerra mondiale dopo aver subito e visto cose inimmaginabili ai giorni nostri. L’ultima parte del testo, cantata da me in italiano, è una porzione di canzone scritta da lui durante la prigionia in Russia che ho voluto inserire nel brano per far si che non andasse persa la sua memoria. E’ stato posto in coda perché la tematica trattata non centra col resto dei brani, l’outro “Zombification” sarebbe la corretta chiusura dell’album; dopo ho voluto inserire “Ritorneremo”, non è un rimando agli sviluppi futuri della composizione dei nuovi pezzi.

Rimanendo in tema, state già lavorando al nuovo materiale?
Sono al lavoro su nuovi brani e sto scrivendo anche nuovi testi, purtroppo nella vita di tutti i giorni gli impegni sono molti per cui non rimane molto tempo a disposizione per la composizione, ma man mano si procede. L’intento è comunque quello di dare alla luce un nuovo album, non so quantificare il tempo necessario perché ciò avvenga, anche nella fase compositiva è necessaria la giusta ispirazione, magari per mesi non si conclude nulla, poi nell’arco di una settimana possono prendere forma più brani… vedremo!

Vi siete già esibiti dal vivo e/o avete intenzione di farlo appena le condizioni sanitarie lo renderanno possibile?
No, non ci siamo mai esibiti dal vivo e, a dire il vero, non è nemmeno una cosa che stiamo valutando, è molto complesso preparare una performance live, richiede tempo, che purtroppo spesso manca. Inoltre non è una cosa a cui aspiro, preferisco concentrarmi sulla composizione.

The Magik Way – La via del Rinato

I The Magik Way sono una realtà unica del panorama nazionale e internazionale. Nonostante una proposta non proprio semplice, soprattutto per chi non è addentro a determinate materie magiche, il gruppo nostrano ha visto in questi anni accrescere il proprio culto e il proprio seguito. “Il Rinato” (My Kingdom Music) è un’opera affascinate, capace di conquistare la sfera conscia e inconscia dell’ascoltatore. Abbiamo contattato Nequam per farci accompagnare lungo la via magica che porta alla rinascita…

Benvenuto Nequam, ora che il nuovo album “Il Rinato” è qui, a che punto del suo cammino magico è arrivata la tua creatura?
Grazie, un saluto a tutti! L’adepto, protagonista del nuovo album, sintetizza con la sua vicenda quanto la nostra ricerca sia assolutamente in atto e non priva di incertezze, come è naturale che sia. C’è stata un’organica evoluzione rispetto ad alcune pratiche e soprattutto rispetto all’approccio, ma le grandi domande che ci muovevano tanti anni fa sono le stesse, seppur rinnovate, e molte di queste non trovano risposta. C’è una domanda che in particolare caratterizza tutto il nostro percorso, quella relativa al rapporto tra l’uomo e il preesistente, della relazione che intercorre tra la nostra esistenza e lo “stato di necessità” della natura, che ci lega tutti, indissolubilmente, al principio di nascita e morte. La Morte quindi, non solo come rappresentazione ma come funzione, come conditio sine qua non, affinché risulti possibile comprenderne la brutalità: l’inevitabilità della morte per il prosieguo di una causa maggiore: la specie e la sua preservazione. Il nostro unico e vero Destino, già ben descritto dai greci che definivano l’uomo brotos o thnetos, mortale appunto, destinato a questo e a nient’altro che questo. Se per i primi anni ci siamo mossi con spirito avventuriero e un po’ scellerato, soprattutto nel circuito elitario dello spiritismo cittadino (Alessandria ha giocato un ruolo importante per le sue figure eccentriche e energetiche conosciute in giovane età), ora ci vediamo coinvolti in un contesto assai diverso, molto più mirato e in una certa misura autobiografico. In questo modo ci è possibile procedere alla riscoperta di un ideale “secondo natura” che trova una ragion d’essere in un culto, antico e primordiale, che emerge, si intravede, non senza conflitti e sincretismi. Ci troviamo quindi coinvolti in una nuova prospettiva, che pone nuovi quesiti, nuovi dubbi, in sostanza nuove strade da percorrere. Tali domande sono linfa vitale per chiunque si dica impegnato in una propria ricerca esoterica e spirituale.

Tralasciando un attimo il lato spirituale e magico, ti porrei la stessa domanda da un punto di vista più prammatico: a che punto della vostra carriera siete voi The Magik Way?
Nel 2021 saranno 25 anni dalla creazione dei The Magik Way, un bel traguardo per noi che guardiamo la cosa non senza una certa incredulità. Pensiamo che, al netto di tutti questi anni trascorsi, la più grande delle conquiste da noi raggiunta sia stata dare priorità ai nostri tempi e alle nostre aspirazioni, in una parola rimanere distaccati dai meccanismi più stringenti della musica, rimanendo concentrati sul messaggio e sulla proposta. Abbiamo sempre fatto quello che ci è parso giusto senza alcuna pressione, mutando genere, frequentando varie arti, portando avanti un processo creativo con serietà e (speriamo) coerenza, specie in quegli anni in cui non abbiamo pubblicato album, fatto concerti, né cavalcato i social per arrivare alla gente. Qualcosa è sempre rimasto invariato in noi, qualcosa che ha a che fare con la volontà e con una dose di urgenza, di necessità. Il nostro demone divorante. Anche ora, che pare esserci più attenzione verso di noi, siamo sempre legati ad una visione precisa e abbiamo in testa nuovi progetti che desideriamo portare a termine. Progetti musicali, ma anche teatrali, filmici, un mondo a 360 gradi che specie nell’ultimo anno abbiamo ripreso in mano con estrema convinzione. Questo ci appassiona molto. Questo è quello che i The Magik Way sono diventati dopo tanti anni, una sorta di denso nucleo, legato ad un progetto comune, ad un sentire, che ci unisce e ci spinge a creare, ci rende orgogliosi ma non per questo sazi. Abbiamo conosciuto tanti amici, in ambito artistico, grandi musicisti e non solo, talenti con i quali abbiamo anche collaborato, persone vere. Così andrà avanti, fino a che si potrà.

Evidentemente questa intervista vive di dualità, ancora una volta vorrei porti un quesito che analizzi due aspetti. Mi soffermerei sull’aspetto lirico, che tipo di studio c’è dietro i testi de “Il Rinato”?
Per ideare questo concept album mi sono affidato a due ambiti distinti: quello della psichiatria, il mio campo lavorativo e quello esoterico, ispirato dai culti misterici, dalle neo-magie, da un interessante percorso per analogie e sincretismi che emergono ogni qualvolta ci si impegna in una ricerca, il tutto ovviamente tramato, narrato e non preso a prestito tout court. In ambito psichiatrico ho potuto osservare da molto vicino i percorsi della mente schizofrenica, dei deliri, delle voci dialoganti, delle giaculatorie (o insalata di parole), una particolare condizione dove l’atto parlato non è filtrato dall’azione dell’Io, ma è puro flusso di suoni, disorganizzati. Un fenomeno questo che mi ha anche ispirato vocalmente. Queste tematiche hanno trovato una corrispondenza, un ponte di unione con la sfera esoterica, attraverso certi studi sulla nevrosi, osservati in rapporto a rituali primitivi (pensiamo a “Totem e Taboo” di S. Freud ad esempio). Secondo certe teorie è attraverso la ritualità che l’individuo “inscena” le sue resistenze, le sue pulsioni, le paure più recondite, dando loro una dimensione simbolica e per certi versi meno spaventevole. L’oggetto rituale, il “totem” in questo caso è il Sole, che l’adepto riconosce animalmente come guida, come forza generatrice. Se ne innamora, lo brama, gli tributa rituali di sangue, attraverso un fuoco errante, che scalda ma non illumina. Evoca le Salamandre, offre loro sangue sgorgante dalla sua stessa lingua recisa, ma infine nella sua rinascita energetica ed elettrica, è proprio la sua carne a cedere, bruciando, per precipitare nella più cupa follia. Ecco che così, il soggetto pensante (il parnasso), colui che credeva di possedere gli strumenti per agire sulla realtà, altro non era che il frutto di una realtà distorta, descritta come “quel mondo deforme che gira, gira, gira, gira”, un ritorno inevitabile al paradigma dei The Magik Way dove l’uomo fallisce e il preesistente osserva: distaccato, definitivo e imperscrutabile.

Sposterei ora il focus dall’aspetto contenutistico dei testi a quello più tecnico. Hai fatto una grande prestazione nelle parti cantante, rubano quasi del tutto l’attenzione. Sono rimasto colpito dai cambi di registro. Ti chiederei che tipo di lavoro hai fatto sulle linee vocali e se ti ispiri a qualcuno, a me sono venuti in mente Capossela nei momenti più acidi e Ferretti (epoca C.S.I.) in quelli più salmodiali.
Intanto ti ringrazio molto per le tue parole. Essendo la nostra proposta vicina al cantautorato, seppure oscuro, sento per primo la responsabilità di veicolare il messaggio e la narrazione nella maniera più giusta ed evocativa possibile. Diciamo che in generale testi e musiche nascono insieme, per poi essere tramate. Le parti vocali sono assai presenti e alternano momenti cantati ad altri praticamente recitati. Questi due approcci rientrano nella logica delirante dell’adepto, spesso sospeso in una condizione di dissociazione, tra voci dialoganti e volontà alternanti, dove spesso s’inserisce anche quella di Gea Crini, la voce femminile che funge da coscienza morale, che umilia il protagonista. La mia voce è la voce di Nequam, non solo il mio soprannome ma una sorta di alter-ego, l’annichilito interprete dei versi dei The Magik Way. Su di se c’è tutto il peso della narrazione, per questo la sua voce è così cupa e roca, la sua postura così rigida e contratta: il limite fisico indotto da questa condizione è la cifra stessa del timbro che lo caratterizza. Come in ambito attoriale, è necessario lavorare sul personaggio, estrapolarlo e sviscerarlo prendendolo da qualche anfratto dentro di noi. Dopo tanti anni di lavoro, vedo che la mia voce sta mutando e diviene sempre più prossima all’ascoltatore (e in effetti vorrei uscisse dal disco e raccontasse in carne ed ossa), sento questo bisogno profondo di raccontare, come fossimo tutti attorno, in condivisione. Fin da ragazzino ho sempre subito il fascino delle grandi voci carismatiche, non solo canore, ma anche attoriali, del cinema, della tv. Tu citi Capossela che amo molto, come Giovanni Lindo Ferretti, ma potrei citarti il grande Umberto Orsini, Giorgio Albertazzi, Carmelo Bene: voci imponenti che ascoltavo da bambino. Potrei anche citarti Mr. Doctor dei Devil Doll, Blixa Bargeld, Judith Malina e il grandissimo lavoro del Living Theatre (ebbi un incontro cruciale), il vocalismo creativo di Meredith Monk, Diamanda Galas o Marina Abramovic. Persino Roger Waters per quel timbro delirante, The Wall è un disco che mi ha segnato molto. Dall’avanguardia al rock, dal teatro agli sceneggiati. Questi nomi, che io considero come dei fari, fanno parte della mia vita e io li guardo con grande ammirazione.

E’ chiaro che dietro ogni vostro disco c’è uno studio, come vi ponete nei confronti di quelle band che hanno un approccio più superficiale, oserei dire populista, alle vostre stesse tematiche?
Per quanto i nostri lavori siano supportati da studi e per quanto io possa risultare un po’ prolisso (rido!), non desideriamo assolutamente fare la figura dei professori anzi, ce ne guardiamo bene! Siamo abbastanza contro quella visione del musicista che si atteggia da scienziato, da stregone. Veniamo da anni in cui c’era molta serietà attorno a questi temi, chi praticava questi generi era isolato, additato, quando non deriso. Ricordiamo tutti le stupidaggini sulla “sfiga” di taluni e le campagne denigratorie. Forse le nuove leve trattano certe tematiche con maggiore ironia (sono generazioni meno seriose), forse anche temono di essere isolate e ghettizzate, chissà. La stupidità infondo non conosce evoluzione, rimane sempre fine a se stessa. Per questo rispondo dicendo che ognuno si esprime secondo la propria sensibilità, anche considerando che una proposta meno circostanziata non necessariamente indica scarsa conoscenza da parte degli autori: può trattarsi di una scelta mirata o solo il desiderio di non ostentare. Per contro un progetto che fa sfoggio di mille simboli, chincaglierie, teorie accattivanti non indica di per se qualcosa di circostanziato e profondo.

Chi è il “Rinato”?
“Il Rinato” è un adepto in cammino, un cammino Verticale nell’accezione esoterica del termine. Fuor di metafora Rinato è chiunque avverta dentro di sé la forza di reagire, di proseguire nonostante le avversità: Rinato da una condizione precedente, che lo opprimeva. Ovviamente, come in qualsiasi iter iniziatico, troppi sono gli enigmi del preesistente per sperare in una rinascita priva di ostacoli, che anzi verrà arrestata, resa vana, fino all’acquisizione da parte del protagonista della necessità di un cambio di prospettiva, di una importante rinuncia. L’ostacolo dell’adepto è l’euforia. Questa lo porterà ad essere precipitoso, a sbagliare, fraintendere, infine soccombere.

La vostra musica sembra alquanto distante dalle cose terrene, ma in qualche modo l’attuale situazione di emergenza vi ha condizionato?
L’attuale situazione sta condizionando tutti. Va ben aldilà delle nostre mire artistiche. Si stanno aprendo scenari degni di certi vecchi film di fantascienza. Compito dell’artista è metabolizzare e all’occorrenza sublimare le proprie paure, i propri pensieri più reconditi e inconfessabili. Tutti noi siamo toccati nel profondo quando si tratta di paure così tangibili come la salute, la libertà, l’impotenza dell’uomo di fronte alla natura. Ho sempre pensato che la nostra musica fosse in verità molto legata alle vicende umane, terrene, anche se i nostri testi non si occupano di politica o di attualità. Ci rifletterò!

Il primo singolo e video estratto dal disco è il “Tempo Verticale”, ti andrebbe di chiarirne i contenuti?
Il video “Il Tempo Verticale” narra di un uomo, oppresso da un sentimento di terrore, mentre vaga tormentato per una stanza quasi vuota, sporca, trasandata. Al di fuori di essa una palla infuocata nel cielo: enorme e attraente, che lui fissa, preoccupato. Ci troviamo nella fase iniziale del cammino del Rinato, quando appunto scorgendo il Sole per la prima volta, ne rimane affascinato ma anche terrorizzato. Egli vive nel terrore di una minaccia esterna, senza nome, metafora delle nostre paure. La casa, vuota e sporca, è la trasposizione della sua interiorità, le sue pareti che da un lato proteggono dall’altro opprimono, si stringono e infine risultano vane quando quella indefinibile paura riesce a penetrare, spalancando una finestra. Il protagonista si rannicchia in un angolo, un gesto bambino, mentre indossa quel copricapo che sarebbe dovuto essere l’ultimo baluardo a protezione della sua vita. All’apice del terrore una forza lo scuote, il coraggio lo invade e infine esce. Quando io e Alberto Malinverni, regista del video, abbiamo ideato il tutto, non ci siamo prefissati una morale, anzi amiamo le trame che lasciano spazio al parere di chi guarda. In particolare eravamo molto toccati dalla location, che possiede una sua storia, essendo stata teatro di una vicenda umana vicina ad un membro della band, che preferiamo non condividere. Una location molto “carica”. Per l’occasione ci siamo affidati al talento dell’attore Giancarlo Adorno, coadiuvato da Erica Gigli in qualità di acting coach. Alcuni nostri estimatori hanno visto nel video una perfetta metafora dell’attuale situazione di emergenza sanitaria, anche se a dire il vero il video fu girato con altri intenti. Persino il maestro Pupi Avati ci ha fatto pervenire alcune considerazioni sul video, ponendo l’accento sulla componente claustrofobica delle immagini. Un onore grandissimo! Mi piace pensare che a metà luglio 2020, quando fu girato, avessimo la necessità di metabolizzare le nostre paure e che, aldilà della rappresentazione pedissequa del personaggio dell’album, stessimo in qualche modo inscenando la nostra realtà interiore, oltre che circostante.

Allargando gli orizzonti alla scena occult italiana, senza falsa modestia, quale credi che sia oggi il vostro posto?
Intanto lasciami dire che, come recentemente espresso in altre interviste, sono lieto di vedere tante band avvicinarsi alle tematiche esoteriche. Ognuno lo fa a modo suo e mi pare innegabile che vi sia fermento attorno a certi generi musicali. In particolare mi piacciono quei progetti che uniscono esoterismo, filosofia, mistero a elementi locali, identitari della nostra cultura; credo sia una chiave di lettura molto valida e che può dare linfa vitale al genere, che comincia a risentire delle mutazioni del tempo ed entrare in una pericolosa fase “revival”. Noi esistiamo dal 1996 e prima ancora suonavamo generi sempre legati all’esoterismo, anche se in una chiave più estrema, quindi siamo consapevoli di essere una realtà longeva. Quando vediamo giovani artisti citare i nostri dischi come fonte di ispirazione rimaniamo molto colpiti e sinceramente non ci capacitiamo di tanta grazia. Tutto quello che possiamo dire è che siamo grati a chi ci stima, oltre ad essere contenti di avere ancora tante idee e progetti anche dopo così tanti anni, un aspetto questo affatto secondario. Essere qui nel 2020 con un album nuovo, idee per il futuro, collaborazioni in arrivo, è davvero quanto di migliore possiamo immaginare per noi.