Damnation Gallery – Enter the fog

La nebbia ha sempre suscitato grandi e contrastanti emozioni nell’uomo: curiosità, paura, senso di isolamento e straniamento. Con “Enter the Fog” (Black Tears Label) i Damnation Gallery hanno sfruttato questo archetipo per descrivere situazioni di abbandono, dolore e senso di perdizione, senza però dimenticare che in fondo alla “galleria” c’è una possibilità di rinascita e redenzione anche per i dannati.

Benvenuti, con “Enter the Fog” avete realizzato il vostro terzo disco, risultato che ha sempre un valore simbolico. Rispetto all’idea di band che avevate al momento della nascita dei Damnation Gallery, “Enter the Fog” quanto è vicino a quello che desideravate in qui primi giorni?
Lord of Plague: Ogni album ha un suo significato e soprattutto i pezzi sono composti in maniera diversa, a seconda dei sentimenti e del periodo che stiamo vivendo in quel momento. Cerchiamo di sentire come un pezzo possa esprimere al meglio noi stessi e diventare nostro a tutti gli effetti, senza dargli per forza una direzione per seguire un genere. Possiamo dire che noi cresciamo insieme alla nostra musica.

Siete partiti con un’idea di sound che comprendesse al proprio interno più genere, direi che dall’ascolto dell’album questo appare evidente. Non temete, però, che il non potervi catalogare in modo netto e preciso in una nicchia possa essere controproducente presso un’audience sempre più chiusa nelle proprio segmento stilistico di ascolti?
Low: Sinceramente siamo consci di un rischio di questo tipo ma non crediamo che possa accadere, sarebbe come sottovalutare chi ci ascolta e non ci permetteremmo mai. La realtà è che ognuno di noi ha tantissime influenze musicali diverse e, dato che tutti partecipiamo attivamente alla composizione in maniera molto democratica, senza che nessuno tenti di impuntarsi e far prevalere il proprio stile, non facciamo altro che assemblare tutti i nostri gusti fino a trovare un buon lavoro che soddisfi tutti. Inoltre, suonare sempre la stessa cosa alla lunga diventa noioso, non trovi?
Scarlet: Aggiungo che quando componiamo non cerchiamo soltanto un equilibrio tra i nostri gusti e influenze, ma anche tra i nostri sentimenti e mood del momento. E’ un modo di fare musica e contemporaneamente conoscerci nel nostro profondo e crescere insieme oltre che come band anche come persone. È come imparare costantemente gli uni dagli altri. La nostra miglior soddisfazione e anche il nostro obiettivo è che chi ci ascolta non senta “ soltanto” musica o un genere musicale, ma anche tutto ciò che siamo e che cerchiamo di esprimere di noi.

Altra scelta cardine è stata quella di interessarvi a tematiche horror. Alla luce degli ultimi anni, che hanno stravolto la vita di tutti, come è cambiato la vostra percezione dell’orrore e come questi fatti hanno influito sulla band?
Lord of Plague: Spesso e volentieri le tematiche horror vedono protagonisti demoni, possessioni, morte, sangue, ecc… però per quanto ci riguarda basta semplicemente guardare dentro noi stessi per trovare ansia, paranoia, malattia, cattiveria e tutti i sentimenti negativi che fanno parte di ogni essere umano. Sentimenti che si annidano, vengono covati e infine si schiudono anche per i più insignificanti motivi. E quando si arriva a quel punto, quando si sente che qualcosa è cambiato, si fa fatica a riconoscersi in quello che ai nostri occhi è diventato un mostro.
Scarlet: Questo è ciò che noi intendiamo con il vero “orrore”. Abbiamo voluto metterlo nella nostra musica cercando di farne qualcosa di costruttivo, accettando anche quella parte di noi che è socialmente sbagliata e di cui nessuno parla mai.

E’ arrivato il momento di addentrarci nella nebbia, quando e come è nato il disco?
Low: “Enter the Fog” ha iniziato a prendere forma una volta finito il periodo del lockdown, appena abbiamo potuto ricominciare a vederci con regolarità. Questo perchè noi come band componiamo in sala prove in diretta e non ci è mai piaciuta l’idea di essere un gruppo che compone “ via mail”… non fa proprio per noi. Sicuramente il fatto che sia nato dopo uno stop forzato lo ha portato a essere un lavoro più diretto dei precedenti perchè c’era molta voglia di ripartire e di creare qualcosa senza troppi “ fronzoli”. Dobbiamo segnalare che dopo le registrazioni Lord Edgard ha lasciato la band a causa di insanabili divergenze sia personali che stilistiche, ovviamente condivise da tutti noi. Essere rimasti in quattro ci ha resi ancora più forti, uniti e compatti come non mai.

Qual è il brano che, secondo voi, è maggiormente rappresentativo dell’opera?
Low: Citerei due brani, il primo è “Fog” perché rappresenta il nostro lato più anthemico e “accessibile”, mentre il secondo è “Old Cemetry” che rappresenta invece il nostro aspetto più oscuro e malefico.

Mentre, qual è quello in cui avete osato di più?
Scarlet: Direi assolutamente “Erased”. E’ una ballad, uno stile molto lontano dalle nostre influenze che abbiamo tentato per la prima volta in questo brano. E’ un pezzo che ha per me un significato molto profondo, è un’ accettazione di un periodo molto brutto che ho vissuto e che dovevo “urlare lentamente”. Devo dire che che gli altri hanno perfettamente colto quell’espressione, creando insieme un brano di cui personalmente vado molto fiera.

Nelle note promozionali viene ribadito che questo disco non è un concept, ma mi pare di capire che comunque ci sia un filo che lega tutti i brani, è così?
Scarlet: Sì, esatto! Non è una cosa che costruiamo a tavolino o ricerchiamo a tutti i costi, però in tutti i nostri album, incluso ovviamente “Enter the Fog”, abbiamo notato che c’ è sempre un filo conduttore che lega i brani e la nostra espressione e ne abbiamo fatto un tratto distintivo. In “Black Stains” abbiamo dato risalto al tema del dualismo dell’essere umano, secondo il nostro significato di horror di cui abbiamo parlato prima; in “Broken Time” il tema ricorrente era l’incubo, il sogno come catalizzatore delle nostre paure e nel nostro ultimo lavoro invece parliamo di abbandono, del dolore e del senso di perdizione che ne consegue ma che porta poi a una lenta rinascita che ci trasforma in qualcosa di diverso, non necessariamente migliore ma sicuramente più forte.

Per la copertina avete deciso utilizzare un’immagine molto scarna, quasi old school, in controtendenza rispetto a quelle iper-patinate che vanno per la maggiore ora: come mai?
Low: Proprio a proposito di ciò che dici nella tua domanda, ho notato che ultimamente si guarda solo il “pacchetto”, la produzione iper-patinata e pompata e così via… Invece, occupandomi io degli artwork della band, noi abbiamo cercato di andare in direzione opposta andando a parare su una copertina volutamente scarna e old school, a suo modo un omaggio ai lavori estremi dei primi anni 90, quando una cosa apparentemente semplice e handmade odorava seriamente di male. Come in tutti i lavori precedenti, anche qui la copertina e il booklet hanno molte simbologie e riferimenti nascosti, ma quelli lasciamo che vengano notati solo dai più attenti.

Avete programmato delle date a supporto del disco?
Lord of Plague: Abbiamo fatto il nostro concerto di release di Enter the Fog a Genova, all’ Angelo Azzurro. Saremo a Imperia, al Babilonia, il 14 di gennaio e stiamo lavorando per altre date in giro per l’Italia che verranno via via comunicate sui nostri canali. Vi ricordiamo che potete trovarci, seguirci e ricevere informazioni e aggiornamenti su Facebook, Instagram, Youtube, Bandcamp, dove potete trovare il disco e tutto il nostro merch!

DuoCane – Teppisti da sempre

“Teppisti in azione nella notte” è il primo full length dei Duocane, power duo pugliese composto da Stefano Capozzo (basso e voce) e Giovanni Solazzo (batteria), amici di vecchia data e musicisti in svariati altri progetti (Banana Mayor e Turangalila su tutti). Anticipato dal dissacrante singolo “Neqroots” (omaggio ad un mitico calciatore del Bari degli anni ’90), l’album d’esordio della band è il seguito ideale dei primi due EP “Puzza di giovani” (2019) e “Sudditi” (2020), ed esce autoprodotto il 12 ottobre 2022, su Cd oltre che in streaming e digital download.  Otto tracce in bilico tra math-rock, stoner & noise, dall’approccio ironico e dissacrante.

Ciao ragazzi e bentrovati sul Raglio! E’ finalmente uscito il vostro primo full lenght, in realtà dal vostro esordio del 2019 non vi siete mai fermati pubblicando ancora un Ep nel 2020 e adesso un disco di otto tracce. Come spiegate questa vostra prolificità? 
Siamo in due e questo rende più semplice la stesura dei brani, non c’è nessun chitarrista con relativo ego a rallentare i processi creativi.

Nella nuova release vi siete avvalsi di diverse collaborazioni che hanno allargato un pò lo spettro sonoro del duo, ce ne volete parlare?
Nel nostro disco hanno collaborato Gianluca Luisi al vibrafono, Alessandro Vitale al sax, Pino di Lenne agli archi (l’unico presente anche nel nostro EP precedente “Sudditi”) ed Enrico Carella alle tastiere. L’intento è stato quello di ricreare in studio il nostro suono naturale avvalendoci della possibilità di arricchirlo con quelle voci nella testa che ci dicevano “metti questo, metti quello, vedi come suona bene?”. Abbiamo avuto entrambi la fortuna negli anni, di suonare con tanti musicisti di diverse estrazioni (dal metallaro al jazzista, all’accademico, al frikkettone puzzolente che non paga le birre ecc.). Quindi abbiamo colto l’occasione di toglierci degli sfizi sonori cercando di rimanere fedeli ad un approccio punk e viscerale.

Spesso suonare in duo non è affatto facile, anzi sicuramente non lo è, per voi è una cosa molto naturale. Come siete arrivati a questo approccio?
Abbiamo suonato insieme nel primo periodo dei Banana Mayor e ci conosciamo da quasi vent’anni, questo ci permette di avere una confidenza tale da amalgamare le menti creative con molta facilità. Abbiamo gusti molto simili e complementari e pur essendo persone molte diverse, siamo praticamente cresciuti insieme.

Suonate insieme da tempo e anche in altri progetti come ad esempio i notevoli Turangalila, come riuscite a ritagliare lo spazio per entrambi questi due progetti così impegnativi?
Giovanni: non ho tempo manco per cacare, bugia, cancella… sono sempre stressato, no dai cancella.
Stefano: dai dì la verità.
Giovanni: grazie per il complimento ai Turangalila. Non solo suono in questi due gruppi, aggiungici pure il lavoro e la gestione della propria vita privata e familiare. Dormo 10 ore a settimana e sono stressato. Però si fa, e non solo, mi piace moltissimo farlo, la musica è tuttora una cosa che ci distende, eccita e rilassa, ne abbiamo bisogno. Qualora questa cosa dovesse venir meno non avrei dubbi nello smettere.
Stefano: non vado in palestra.

Math rock, noise, stoner ma c’è qualcuno a cui vi ispirate o una band che è vicina attitudinalmente ai Duocane?
Non c’è una band in particolare che ci ispira, o magari sono così tante che sarebbe un casino elencarle tutte. Le nostre influenze vanno dagli anni 70 alla contemporaneità, con particolare predilezione per i ’90, dalla banda di paese di Acquaviva delle Fonti agli Yob.

Il vostro sound è alquanto rumoroso ma c’è sempre un notevole spazio per la melodia, in che maniera scrivete? Vi occupate entrambi dei testi?
Sì, i brani partono sempre da una particolare idea di uno dei due, un riff o un ritmo, e poi ci si lavora sopra, insieme sia per i testi che per le musiche, buttando idee e dicendo stronzate fino a che la “cosa” non raggiunge una forma che soddisfi entrambi. Più o meno come stiamo rispondendo a turno a queste domande, mentre ora Stefano fuma una sigaretta.

Parlatemi un po’ del singolo “Neqroots” dedicato al mitico calciatore del Bari, come vi è venuta questa idea?
Giovanni era andato in bagno e Stefano stava suonando da solo al locale col nostro amico Giulio. Eravamo in lockdown e provavamo di nascosto in saletta per soddisfare bisogni etilici e sociali. Di ritorno dal bagno, Giovanni sentì i primi due versi canticchiati da Stefano e il resto lo scrivemmo tutti e tre in quella stessa sera. Ci parve da subito una idea corretta e giusta dedicare un pezzo a un monumento della nostra infanzia. Neqrouz è stato un idolo nella nostra zona in quegli anni, e circolavano varie leggende su di lui. Successivamente abbiamo scoperto che alcune sono probabilmente vere, dato che davvero Neqrouz, a quanto pare, era solito frequentare madri di gente che conosciamo da vicino. Tra l’altro, con viva e vibrante soddisfazione, ci teniamo a dire che il vero Neqrouz ha ascoltato il pezzo e adesso ci segue su Instagram e ci mette i cuoricini. Neanche suonare al Lollapalooza potrebbe mai donarci cotanta infinita giuoia.


Vi lascio un po’ di spazio per dire quello che volete, fate un autopromozione il più sfacciata possibile al vostro disco.
Siamo ben consci del fatto che nessuno ascolti più i dischi, soprattutto quando si tratta di un formato CD, ma vi assicuriamo che tali feticci sono sia belli da guardare che da toccare, diremmo addirittura annusare, concedendovi così di vivere una meravigliosa esperienza sinestetica. Essendo tra l’altro questo “Teppisti in azione nella notte” un disco concepito in maniera unitaria e omogenea, come opera unica, ci piacerebbe venisse ascoltato nella sua interezza e totalità, anche se sappiamo che questa cosa non è esattamente tipica dei nostri tempi votati alla distrazione perenne. Scusate per questa parentesi alla Mastrota con le pentole. Forza Roma sempre.

Antropofagus – Hymns of acrimony

Ritorno sulle scene per i genovesi Antropofagus, storica band death/brutal attiva dal 1998, che con “Origin” (Agonia Records) giungono alla loro quarta fatica discografica. In occasione dell’uscita del nuovo videoclip intitolato “Hymns of Acrimony (tratto dall’omonimo singolo) abbiamo fatto una chiacchierata con il chitarrista Francesco Montesanti e il cantante Paolo Chiti per sapere quali siano le novità sul nuovo album… si parte!

Ciao ragazzi! Come prima cosa ci tengo a ringraziarvi per la vostra disponibilità a questa intervista! Iniziamo subito dal principio: come e quando nascono gli Antropofagus?
Francesco: Ciao Luca, grazie a te, nascono nel lontano 1998 in un pub di Genova dall’unione tra me e Rigel e Void ed Argento, un amico comune ci presentò dicendo che per suonare insieme eravamo perfetti, forse aveva ragione.

Francesco, puoi parlarci un po’ di come si sviluppa un tipico brano degli Antropofagus? Quali sono i vari step che costituiscono l’intero processo compositivo?
Francesco: Prevalentemente per “Architecture…” ho steso tutte le track da solo e poi il lavoro fu registrato già finito senza ulteriore arrangiamento dai nuovi componenti dell’epoca quali Davide e Jacopo, complice il fatto che ci trovammo alle strette con i tempi visto l’inaspettato cambio di line-up che trovò la forma definitiva appunto con loro. Per “M.O.R.T.E.” il discorso fu uguale ma con già una leggera fase di arrangiamento a a più teste. Per “Origin” – in uscita il 28 Ottobre 22 – il discorso è stato diverso, complice la pandemia che ha comunque fatto slittare l’album di almeno un anno, ha permesso di approfondire una fase di arrangiamento a quattro teste, ognuno ha messo del proprio, benché io e Davide abbiamo anche lavorato questa volta insieme su parti specifiche dell album, che alla fine risulta probabilmente essere più maturo dei precedenti, mantenendo il meglio delle nostre qualità e cercando sempre di smussare alcuni errori che inevitabilmente si fanno sempre.

Adesso una domanda specifica per te, Paolo: per ciò che concerne i testi cosa puoi dirmi? Quali sono gli argomenti trattati nelle vostre composizioni?
Paolo: Tutto è partito da un’idea che avevamo in principio e cioè quella di fare un concept album più “tradizionale”, dove nel procedere dei testi si narrasse una storia con un inizio e una fine (“Origin” del titolo richiamava infatti “la nascita” di un fantomatico protagonista). Poi però questa idea col tempo si è trasformata, e ho preferito non narrare una vera e propria storia, ma piuttosto descrivere quello che avevamo in mente con l’uso di immagini, magari anche criptiche e a volte non immediate. Diciamo che la nostra “storia” è costruita su tre momenti. L’entità (che vedete in copertina) affronterà tre fasi: “Ascesa” alla sua nuova dimensione/incarnazione; “Discesa” tra i mortali, nel piano che noi conosciamo, e infine la “Trascesa” dove questo essere prende coscienza di esistere al di sopra di ogni piano sensibile della conoscenza e della realtà, e di essere comunque anche lui parte di un ciclo senza tempo destinato a ripetersi all’infinito. Dentro ai testi si possono trovare tantissime fonti di ispirazione, dai libri (Lovecraft su tutti) ai film, così come anche agli antichi testi sacri egiziani, indiani e tibetani. Ogni cosa che descriva cose oscure e affascinanti, diventa il mio pane quotidiano per scrivere.

Sempre per te, Paolo: sei entrato a far parte degli Antropofagus, ma hai sempre fatto parte dei Devangelic, quali sono state le principali differenze che hai riscontrato tra le due band in questione? Per lo stile proposto, per ciò che riguarda il processo compositivo e altro… cosa puoi dirmi a riguardo?
Paolo: Le differenze erano prevalentemente nello stile. Quando sono entrato con gli Antropofagus, con i Devangelic suonavamo un brutal death molto più serrato e veloce, e di conseguenza anche con la mia voce cercavo di risultare il più “chiuso” e brutale possibile. Gli Antro suonano sempre brutali e veloci, ma con un approccio molto più death metal per quanto riguarda atmosfere e suoni e così ho cercato fin da subito di fare qualcosa di diverso, molto più death vecchia maniera, cercando di scandire ogni singola parola, e cercando di aprire molto più la voce . Non cercando più di risultare il più basso e sporco possibile, ma tentando di dare più varietà (cosa che poi ho iniziato ad fare anche nell’ultimo album Devangelic). Per quanto riguarda il metodo compositivo, non c’è molta differenza. Sistemiamo e rifiniamo ogni dettaglio dei pezzi tutti insieme, che sia un un singolo riff o una metrica di voce, c’è veramente un grande lavoro di squadra.

Come evidenzia la vostra discografia, dal vostro secondo album “Architecture Of Lust” avete dato alle stampe i vostri lavori con una certa “cadenza” quinquennale, ma dal vostro esordio “No Waste Of Flesh” al vostro già citato secondo full sono trascorsi ben 13 anni… Cosa è successo in tutto questo lasso di tempo, Francesco?
Francesco: Non è mai stata decisa una scadenza, il tempo trascorso da “No Waste…” è stato molto lungo perché avevo momentaneamente abbandonato lo strumento. Dopo l’uscita di “Architecture”, la distanza con “M.O.R.T.E.” fu un po’ data dalla mancanza di tempo e dagli impegni miei familiari, tra quest’ultimo e “Origin” è stata sicuramente colpa della pandemia, non aveva senso uscire con l’album e non dargli l’attenzione e la promozione che serve.

Ho ascoltato il vostro nuovo videoclip “Hymns of Acrimony”, l’ho trovato molto bello e, se posso permettermi di dirlo, abbastanza insolito per una band come la vostra che ha sempre spinto (e molto) sull’acceleratore. Dal punto di vista della struttura ho trovato il brano in questione molto Morbid Angel “oriented”, è corretto?
Francesco: Grazie, è un brano di cui andiamo molto orgogliosi, troviamo che sia uscito veramente bene, poi ci siamo divertiti molto nel registrare il videoclip, che con la mano meravigliosa di Andrea La Rosa, è uscito fantastico. Era da un po’ di tempo che covavo l’idea di non uscire con il solito brano a mille BPM, ma cercare di attirare l’attenzione su qualcosa che di solito inseriamo nel disco a metà CD e che non usiamo mai come singolo. Suona molto ispirato ai Morbid Angel come tutte le volte che rallento i BPM, se ci fai caso in “Architecture” e in “M.O.R.T.E.” puoi trovare brani come “Sadistic, Det helgeran”,” The Abyss” o “Prise to a Hecatomb”, tutti brani che puzzano in stile morboso, è una cosa che mi appartiene da molti anni ormai, ogni volta che rallento le mie influenze più morbose si fanno strada e prendono il sopravvento. in “Origin” come facciamo sempre ci sono due brani lenti che spezzano la furia che di solito travolge chi ascolta questo genere, da respiro e movimento al CD, trovo che sia sempre corretto alternare questi suoni.

Quali sono secondo voi le principali differenze tra il vostro nuovo “Origin” e le precedenti produzioni?
Francesco: “Architecture” vede una grande produzione curata dal nostro amico Fabio Palombi nel suo vecchio studio, che ovviamente paragonato allo studio che ha oggi, i Blackwave,
è primitivo, ma è una produzione che ancora ad oggi a distanza di dieci anni trovo limpida ed efficace. il Master fu affidato agli intoccabili Hertz studios. Ad oggi ci troviamo ad avere uno studio professionale tutto nostro, gli MK2 di Davide. Lui come produttore sta facendo passi da gigante e come in tutte le cose, essendo un ragazzo talentuoso, riesce con la sua impronta a migliorare tutto ciò che tocca. Quindi sarebbe stato assurdo andare altrove avendo a disposizione un produttore nella band che ormai lavora a tempo pieno nello studio.

Potete raccontarci in che modo è nato l’interesse dell’Agonia Records nei vostri confronti?
Francesco: L’Agonia insieme ad altre tre etichette era nei nostri interessi, una volta registrato una pre-produzione volevamo mandarla a queste tre label, ma nel frattempo una mattina ci manda un messaggio vocale in chat Davide dicendo che a Filip (boss dell’Agonia) era piaciuta molto la copertina di “M.O.R.T.E.” e chiedendo quali progetti avessimo in futuro. Vien da se che ci siamo trovati subito benissimo con loro e senza che abbiamo dovuto mandare nulla a nessuno, inviato poi il lavoro a loro sono rimasti molto colpiti dai nuovi brani e il matrimonio è venuto da se.

In tutta sincerità anch’io sono rimasto davvero colpito dalla cover dell’album, molto accattivante e d’impatto! Da chi è stata creata?
Francesco: Contattai Stefano Mattioni che produce bellissimi lavori per la sua Viron 2.0, gli abbiamo affidato l’intero artwork esterno ed interno, e siamo contenti, volendo tornare all’uso computer graphic, di ciò che ha tirato fuori da quello che avevamo richiesto.

Suppongo che, una volta uscito il disco, vi saranno delle date live per promuoverlo nella maniera più adeguata. Cosa potete dirmi a tal proposito? Avete già pianificato qualcosa?
Francesco: Stiamo cominciando già da un po’ a cercare di pianificare delle date, siamo volutamente senza agency, ed è molto difficile andare avanti con le nostre sole forze, vediamo cosa si riuscirà a fare, e se mai troveremo qualcuno con cui possiamo lavorare bene onestamente e goderci ciò che più ci appartiene: il palco.

Time out ragazzi, vi ringrazio davvero molto per la vostra disponibilità a quest’intervista. Auguro alla band le migliori fortune e vi faccio i miei più sinceri complimenti, concludete pure come preferite!
Francesco: Grazie a te Luca, sei un grande supporter e le persone come te sono ossigeno per i nostri polmoni, a presto.

Enforces – Leap in the dark

“Metempsychosis” è il titolo del nuovo album degli Enforces uscito qualche settimana fa per la Punishment 18 Records. Un disco che pur rappresentando una nuova partenza, è ben lontano dall’essere un salto nel buio, perché la band di Viterbo durante la lunga pausa ha saputo trovare nuove forze e idee sul quale fondare il proprio futuro.

Ciao ragazzi, prima di lanciarci nella disamina del nuovo album, direi di fare un passo indietro, cosa è accaduto dopo la pubblicazione “The Dopamine Hypothesis of Schizophrenia”? Il vostro esordio come è stato accolto?
Paolo: Il nostro esordio anche se autoprodotto e con la sola promozione nelle piattaforme digitali ha ottenuto in ambito underground giudizi abbastanza positivi anche nelle recensioni, dopo di che la band si scioglie a causa di problemi di instabilità dovuta a continui cambi di formazione risultati vani, prendendo poi la decisione di accantonare il progetto.

Sei anni di attesa non sono tantissimi, soprattutto se consideriamo che la pandemia ha fatto saltare i piani di tanti, ma non sono neanche pochi. credi che in qualche modo questa pausa possa aver mandato all’aria quanto costruito in termini di consensi e attenzioni con il precedente disco?
Giacomo:  Non sono tantissimi. Tutto questo tempo si è rivelato invece importante per la costruzione di una nuova formazione, scrittura di nuovi brani, più articolati rispetto ai precedenti ed una diversa progettualità e visione. Possiamo dire che si tratta di una nuova ripartenza anticipata da “Electromagnetic Annihilation” un anno fa, promo pubblicato come introduzione a “Metempsychosis”. Questo a nostro avviso è un passo in avanti per noi e quando il risultato è buono nessuno ha problema ad aspettarti

“Metempsychosis” vede una line-up diversa rispetto all’esordio, come hai trovato i nuovi musicisti e come hai capito che sarebbero stati perfetti per il nuovo album?
Paolo: Conosco il talento di Emiliano da molti anni sia come bassista che come compositore e audio produzione, seguendolo da sempre nel suo percorso musicale con varie band della provincia di Viterbo, e con il quale insieme avevamo già un altro nostro precedente progetto metal, la stessa cosa vale anche per Giacomo, anche lui chitarrista che detiene un curriculum di tutto rispetto, dimostratosi subito disponibile appena gli ho fatto ascoltare le demo di alcuni brani che poi sono stati inseriti sull’album, quindi con loro sono riuscito ad ottenere la miglior formazione studio per poter realizzare al meglio tutto il lavoro

Quali sono i vantaggi di una formazione a tre rispetto a quella ben più numerosa dell’esordio?
Giacomo: La formazione attuale nell’album è a tre per scelta estetica. In quel momento non avevamo ancora scelto il batterista e ci siamo dedicati alla programmazione di tutte le parti con molta attenzione. Ci sono molti album della tradizione concepiti e registrati in questo modo, peraltro. Siamo molto soddisfatti del risultato. Per il live la batteria sarà vera ovviamente. La vera novità è che abbiamo Paolo Nevi come frontman e questo è importante per noi. Io ed Emi lo abbiamo voluto fin dall’inizio. La vocalità è leggermente black e questo ci piace molto. Non ci sono vantaggi o svantaggi, solo scelte musicali.

Il titolo del disco ha in qualche modo un significato allegorico legato a questa nuova fase, o reincarnazione, della band?
Emiliano: Il titolo ha un significato duplice! Simboleggia la rinascita della band sotto una nuova forma e un auspicio per chi vuole staccarsi dal materialismo sfrenato ed edonista dei nostri tempi e soprattutto dal controllo dei media e del potere. Il tema del controllo mediatico era già stato approfondito nel precedente album e poi successivamente nel promo.

Quando avete iniziato a lavorare sui nuovi brani?
Paolo: Ho iniziato a lavorarci già nel 2019 prima della pandemia, poi anche durante il lockdown a distanza con gli altri abbiamo continuato la composizione delle tracce scambiandoci le idee online, usando vari programmi musicali per PC.

Quali sono i più rappresentativi del lavoro?
Emiliano: Volete sapere quali sono i pezzi più rappresentativi del lavoro? L’album è abbastanza compatto senza canzoni riempitive. Se volete ne citerò alcune: “Midway To Decay”, oscura, articolata, un po’ alla Annihilator vecchi periodi e non solo. La veloce ma non troppo semplice “Global Incesticides”, da cui è stato tratto il primo lyrics video. L’incipit mi ricorda molto gli Slayer.

“And Hell Will Be For Us”, “Extinction”, “Point Of No Return”, sono solo alcuni dei titoli dei nuovi brani e tralasciano trasparire un certo pessimismo, come vi spieghiate questa vostra scarsa fiducia nel futuro?
Emiliano: Solo uno stupido o un opportunista può provare una grande fiducia per il futuro prossimo! Prepariamoci innanzitutto per questo inverno! E che sia spiritualmente sotto il segno di un dio vecchio stile! Prepariamoci a pulirci di tante cose effimere e tornare a respirare piano piano aria diversa dopo lunghe battaglie ancora da affrontare! La vittoria sarà di chi se la saprà meritare.

Restando in ambito futuro, anche se meno remoto, avete date in programma nei prossimi mesi?
Paolo: Una di sicuro ad Ottobre nella nostra città Viterbo per iniziare a presentare il nostro nuovo album, e per il resto stiamo in trattativa per altre date a Roma e nel resto della Penisola.

Ataraxia – Aura magi

Tornano sulle colonne virtuali de Il Raglio del Mulo gli Ataraxia, che avevamo intervistato in occasione della pubblicazione di “Quasar”. “Pomegranate – The Chant of the Elementals” è l’ennesima riprova che, nonostante la band abbia alle proprie spalle una carriera più che trentennale, la vena creativa degli Ataraxia è ben lungi dall’esaurirsi.

Bentornati, ai tempi dell’uscita di “Quasar” nella nostra intervista definiste quel disco una “terapia in musica”: in parte o in toto descrivereste così anche il nuovo lavoro “Pomegranate”?
Ogni album che realizziamo e lasciamo fluire attraverso di noi è un atto terapeutico, la musica stessa può essere un deliberato o inconscio atto terapeutico sia perché le frequenze portano energie di qualità sia perché i contenuti sensoriali e spirituali ci aiutano a fare esperienza e conoscere meglio se stessi. “Pomegranate” è un abbraccio appassionato di elementi naturali, figure mitologiche e floreali, mondi e parole magiche e sensuali. Un “viaggio-terapia” in musica.

E’ azzardato affermare che “Pomegranate” è forse uno dei vostri dischi più istintivi?
E’ un album profondamento sentito e voluto, abbiamo vissuto i nove mesi della sua gestazione in profonda concentrazione e libertà espressiva. I brani sono nati come per magia uno dopo l’altro in studio e nel nostro rifugio alchemico, la sala prove. Tutto è fluito naturalmente, istintivamente. I nostri archetipi zodiacali e le nostre caratteristiche personali differenti ci hanno guidato a dipingere col suono, canalizzare o interpretare questo o quell’elemento e fra noi abbiamo vissuto una comunione creativa libera, profonda, condivisa. Insieme abbiamo potuto realizzare il tutto come tante gocce singole che si fondono in un solo mare. Purificati e nuovi, abbiamo avuto accesso a vari regni in un tripudio di prati fioriti, profumi, colori, sensuali sussurri, essenze, cori aurorali ed arie incantatorie. Ma poi l’entropia ed il chaos del mondo in cui stavamo vivendo ci ha spinto ad inanellare un nuovo ordine di purezza adamantina anche se per giungervi abbiamo dovuto attraversare la pelle di caverna del dio Dioniso, fino ad essere calamitati nel suo mondo minerale, animale, umano e divino. Certamente, è un disco istintivo ma un istinto filtrato da intuito, percezioni e sensazioni sottili.

Il disco ha un sottotitolo, “The Chant of the Elementals”, possiamo quindi definirlo un concept?
Certamente. E’ una corsa poetica attraverso i quattro elementi aria, acqua, terra e fuoco (ognuno dei brani ne porta le frequenze in musica) per arrivare alla Quinta Essenza, il quinto elemento che li incorpora tutti e li trascende. Il fuoco bianco di cielo ci ha portato alla fusione con” Hlara Aralh” (primo brano), portatore del coraggio del cuore (coraggio= agire col cuore). Il dispiegarsi delle note ci infonde un senso di libertà e leggerezza onnicomprensivi e pervadenti. Le lingue di fiamma cristallo che purificano senza bruciare ci avvolgono e ci portano al sentire più puro, istintivo e vivificante. Il viaggio alchemico dell’eroe, il viaggio di tutti noi, prosegue e si inoltra nell’elemento terra rappresentato dal profondo del bosco e dalla danza cosmica del cervo. “Oruphal” (secondo brano) ci conduce nell’underworld al cospetto della nostra ombra che è necessario guardare, accogliere ed integrare. Quali bestie sanguinanti e sfinite, ci troviamo in bilico tra un portale mistico ed uno strapiombo. Intorno a noi crepacci sulfurei, montagne e segrete spiagge. Poi irrompe il vento e ci trasforma in quarzo di luna. Un nuovo movimento alchemico ci accompagna dalla nigredo all’albedo dove ci accoglie “Ozoonhas” (terzo brano), spirito elementale che ci attraversa come aria per un passaggio in alto. Siamo antenne? Raggiungiamo ogni volta il punto più alto per farci canali di frequenza, ci eleviamo in spirale attorno al caduceo di Mercurio per risettare il nostro DNA e muoverci tra gli astri. In alto, nelle lunghe notti d’estate, contempliamo le stelle. Le silfidi, spiriti elementali dell’aria, ci ispirano insufflando in noi l’intelligenza sottile. Dalle altezze agli abissi uterini, tra spirito e materia, avvolti dalle correnti liquide di “Nevenhir” (quarto brano), spirito elementale dell’acqua. Nei fondi abissali seminiamo doni e facciamo crescere piante sonore, appariamo e spariamo con ali leggerissime ricamando sogni. Quali cellule stellari rimaniamo espansi e sospesi prendendo forme magiche e sorridendo dentro. Poi si accede all’ultima fase del viaggio, la Rubedo. Siamo nel campo mentale superiore, “Aura Magi” (settimo brano) In questo spazio l’etere dipinge distanze siderali, ci dà potere di visione, la capacità di comunicare con ogni cosa e con le forze divine degli intramondi. E’ un passaggio iniziatico di rinnovamento e pace intensa, una mistica carezza. Contempliamo i misteri, forme che si manifestano, e siamo fuoco sottile avvolto da carni mortali. Il viaggio sonoro si conclude con una outro che ci catapulta di nuovo nella materia delle origini come creature rinnovate.

Cosa simboleggia il melograno in questo contesto?
Il melograno è un simbolo potente, certi miti raccontano che sia nato dal sangue di Dioniso che feconda la terra (Dioniso è una delle due divinità a cui è dedicato un brano dell’album), inoltre è uno dei frutti sacri ad Afrodite insieme al melo (Afrodite è l’altra divinità a cui è dedicato un brano), Persephone, regina del mondo ctonio sotterraneo ed inconscio, il mondo dell’ombra ne mangia alcuni chicchi per diventare da fanciulla a donna consapevole grazie anche alla guida di Ade. Il melograno è un frutto afrodisiaco e le spose greche intrecciavano i capelli coi suoi rami. Il frutto è simbolo di prosperità e fortuna e rappresenta anche il micro ed il macrocosmo, dentro al globo del frutto tanti altri piccoli globi. Questa pianta era anche diffusa nei giardini dell’antico Egitto poiché resisteva alla siccità e quindi denotava forza. Era anche attributo della Grande Madre nel mondo mediterraneo, colei che da la vita, è fertile e colei che la toglie. Spesso si trova questo frutto nelle decorazioni pittoriche del rinascimento, anche nella Madonna con la Melagrana di Botticelli appartenente alla scuola neoplatonica fiorentina. Abbondanza, vita/morte, energia vitale, fecondità, la rappresentazione dell’universo stesso, del “così è in alto come in basso”. Abbiamo sentito forte questo richiamo.

Restando in termini di simboli, nella copertina risalta il rosso in un mare di luce: in qualche modo ha un significato recondito anche questa scelta?
E’ sorprendete come tutto sia legato da un fil rouge senza che neppure ce ne accorgiamo o lo pianifichiamo. Tutto avviene in un flusso incredibile di intenti inconsci e magici senza essere preventivato. Abbiamo scelto di realizzare il servizio fotografico in un giorno qualsiasi e quel giorno c’era la luce dorata perfetta nelle nostre colline e Francesca ha scelto il rosso apparentemente per caso e si è trovata immersa in dettagli dello stesso colore che punteggiavano la natura e alberi di melograni attorno a noi offrivano i loro frutti maturi. Ci siamo accorti di essere in un quadro che ha ispirato i brani prima che fossero scritti, abbiamo iniziato a comporli a novembre e in quel giorno di settembre tutto era già racchiuso negli scatti fotografici che poi sono diventati copertina e parte dei booklet. Il rosso vivace e variegato del melograno porta la vita, il codice del nostro sangue, della passione, del coraggio, vitalità che fluisce nella luce dell’equinozio, una luce di balance, equilibrio in cui 12 sono le ore diurne e 12 quelle notturne e 12 è un numero magico poiché dodici sono i mesi, gli archetipi zodiacali, etc. Abbiamo scattato le foto durante l’equinozio d’autunno 2021 e l’album esce a celebrare l’equinozio d’autunno del 2022. Inoltre l’oro è un colore alchemicamente importante, è la pietra filosofale, estrarre oro dal piombo, estrarre la Quintessenza della nostra dimensione animica dalle scorie della materia pesante. L’etichetta poi ha scelto di realizzare i vinili in colore oro e oro marmorizzato nero. Abbiamo il ciclo del sole ed ogni elemento che si sposa a questa creazione.

Ritenete che tutti i vostri ascoltatori siano in grado di decodificare la vostra arte per goderne al meglio oppure credete che ci siano più livelli di percezione di un vostro disco, ognuno diverso ma ognuno comunque soddisfacente allo stesso modo?
La tua domanda esprime intelligenza sottile e sensibilità. Esiste un inconscio collettivo, un mondo archetipale dove esistono elementi in comune a tutti gli esseri umani ma esiste anche l’individualità che riesce a volte a sganciarsi dalle norme culturali, dagli “stampi” emozionali e reattivi a cui siamo sottoposti e che ci hanno plasmato sin da pochi anni dopo la nostra nascita. L’arte e la musica in particolare riescono a bypassare tutto questo se ci si affida liberamente e consapevolmente a questo flusso. Credo i nostri ascoltatori siamo soliti abbandonare ratio e cultura dominante per accedere a quel mondo superconscio o spirituale in senso lato che porta ad un ascolto musicale che diviene un ascolto interiore, un viaggio alla scoperta di se, dei propri luoghi dell’interiorità a cui la musica e la natura da cui siamo ispirati fanno da specchio. Quindi, certo, chi entra in risonanza con la nostra arte trova e scopre sempre codici personali ed universali per assimilarla e viaggiare, ci sono più livelli di percezione e anche sensazioni differenti ma ognuna di queste è buona e giusta per la persona che la vive. Sono tanti i sentieri che portano ad un luogo speciale, alcuni più irti, altri delicati e plananti, altri scoscesi ed impervi, altri densi di dolcezza e colori anche se tutti arrivano alla stessa Sorgente.

Nel 2020 avete festeggiato il vostro trentennale in un momento storico molto particolare, in qualche modo gli avvenimenti legati alla pandemia hanno sancito un prima e un dopo oppure per voi le cose sono tornate più meno sui soliti binari dopo un periodo di assettamento?
In tutta sincerità niente torna mai sugli stessi binari, diciamo pure che i binari ci stanno stretti e che abbiamo sempre preferito aprire nuovi varchi e sentieri nei boschi sonori che ci hanno accolto e che abbiamo scoperto strada facendo. Inoltre, per la legge dell’ottava, ogni cosa che si ripete avviene sempre ad un’ottava diversa a seconda di ciò che abbiamo appreso, delle debolezze, dei punti di forza, delle scoperte, delle paure e del coraggio che abbiamo dimostrato ed esperito la volta precedente. Per confrontarci con esperienze così forti, stimolanti e sfidanti, per non rimanere annichiliti o passarci in mezzo da ciechi, sordi ed evitanti col rischio di finire in altre esperienze simili come in un loop di un girone dantesco, abbiamo scelto la creatività. Ad un certo punto ci siamo concentrati, aperti alle infinite vie della creazione ed abbiamo deciso di realizzare questo album. Immersi in un universo di idee, sensazioni, percezioni e stimoli artistici abbiamo dato un senso a tutto ciò che accadeva “originando” un mondo nostro di Bellezza, Armonia e Grazia che potesse essere condiviso e potesse essere un dono per noi e tutti coloro che ci ascoltano e ci ascolteranno.

Avete delle date in programma a supporto del disco?
Avevamo una serie di date in previsione (anche se non facciamo mai specifici tour legati ad un album, ogni nostro concerto è una “dimensione” a sé, preparato ad hoc a seconda del luogo che ci ospita, del nostro stato d’animo e di tanti altri fattori), purtroppo alcune sono saltate per problemi organizzativi dell’ultimo minuto, avremmo dovuto suonare in un grande festival in Romagna, un altro in Umbria e via dicendo. Saremo in Germania ad un festival legato al sole a fine novembre e faremo un concerto semiacustico nel giardino di una casa colonica in forma semi privata (ad invito) il 1 ottobre (per chi fosse interessato a prenotare un posto può scriverci via Facebook). E’ in preparazione un tour oltreoceano nel 2023 inoltrato dove spesso siamo richiesti e dove per questioni di forza maggiore abbiamo dovuto rimandare negli ultimi due anni. La dimensione dal vivo è un rituale, un atto magico profondamente condiviso tra noi ed il pubblico, un pubblico attivo con cui si scambiano correnti energetiche. Essendo stati molto impegnati nell’ultimo anno in studio di registrazione e con i vari artisti che hanno collaborato alla parte visiva di “Pomegranate”, abbiamo ora un po’ di tempo per preparare una performance ad hoc, provare i brani nella versione live e realizzare un video da proiettare ai concerti come supporto immaginativo.

Di solito siete molto prolifici, loro dimostra la vostra cospicua discografia. Mi incuriosisce sapere, in chiusura: nonostante abbiate rilasciato da poco un disco, state già lavorando a dei nuovi pezzi?
In questi mesi siamo stati molto impegnati con la realizzazione di alcuni video ed un video documentario ispirati a “Pomegranate”. Giovanni, il nostro tastierista, ama molto il lato visivo oltre che musicale di un nuovo concept e quindi ci siamo immersi nella natura selvaggia dei nostri Appennini per evocare i 4 elementi alchemici presenti nell’album tra fiumi, pareti rocciose, laghi, cascate e boschi. Ogni elemento che vediamo “fuori di noi” è anche dentro di noi, quindi frequenze sonore e frequenze cromatiche si mescolano per portarci ad aprire “portali” che ci permettono di cominciare e proseguire il viaggio. Questi sono i link dei primi due video, “Nevenhir”

e “Hlara Aralh”

Inoltre questo album esce in numerosi formati (due formati in vinile, due formati in CD) ed ognuno ha un proprio ricco booklet di immagini e scritti ed il vinile include anche un vero e proprio artbook 30×30 realizzato in collaborazione con Insetti Xilografi (visita la pagina instagram di insetti_xilografi) e Nicolas Ramain (il nostro grafico) che contiene numerose opere pittoriche ognuna a tema con un brano e gli scritti poetici di Francesca che hanno ispirato poi i testi ed il concept. Questo book è una piccola opera d’arte. Quindi siamo ancora pienamente immersi in questa atmosfera ed è un po’ prematuro gettare il seme per un nuovo concept album poiché è necessario fare un po’ di spazio come tra un respiro ed un altro, una stagione ed un’altra, una nota e la seguente. Siamo inoltre impegnati nella realizzazione di un brano esclusivo per una serie di un amico americano, The Sorrow, e Francesca ha cantato due brani del prossimo album di Autumn Tears sempre in uscita per The Circle Music nella primavera 2023. Ad ogni modo qualche suggestione è già presente, vediamo come si modulerà nei mesi e nel tempo a venire. Come diciamo spesso, ogni cosa è già scritta dobbiamo solo portarla sul piano della materia “condensando” ciò che per ora è sul piano energetico e sottile.


Lord Agheros – L’alchimia dei suoni

Ospite di Mirella Catena su Overthewall, in occasione della pubblicazione del nuovo album “Koinè” (My Kingdom Music), Lord Agheros.

Ciao e benvenuto su Overthewall! Ci parli del tuo percorso musicale e come nasce il progetto Lord Agheros?
Lord Agheros nasce nel 1999 dal desiderio di mettere in musica quelle emozioni e sensazioni celate nel profondo e che nei soliti cliché musicali vissuti fino ad allora non avevano modo di uscire fuori. Mettendomi in solo, ho personalizzato con dei concept alcune tematiche ed emozioni attraverso una firma musicale senza etichette.

La Grecia è stata geograficamente il ponte naturale tra la cultura orientale e occidentale e l’assimilazione della cultura ellenica da parte delle principali popolazioni esistenti nell’epoca precristiana ha permesso una rivoluzione non solo di Pensiero ma anche sociale e culturale!
Che importanza riveste quel particolare periodo storico-culturale nel concept che è alla base di Lord Agheros?

Soprattutto in “Koinè”, il passaggio all’età ellenistica ha un ruolo fondamentale. Una metafora della conquista dei popoli attraverso la bellezza, cultura e la fusione delle loro rispettive lingue in musica. Un blending di arte e tradizioni a formare un concept unico nel suo genere.

Mi piace definire la tua proposta musicale come “multi-etnica”, esprime sia il calore della musica etnica mediterranea che la freddezza delle grandi band del Nord-Europa. Come sei riuscito ad ottenere questo meraviglioso equilibrio?
“Koinè”, il linguaggio comune, se trasposto alla musica, apre confini infiniti, abbatte muri, sgretola credi e governi, unisce una volta per tutte quello che in fondo si ha paura di urlare. Lo stile del mio metal unito a suoni tradizionali ha fatto si che un’alchimia di suoni venisse fuori, senza che una parte sovrasti l’altra.

La scena greca ha partorito ed esportato in tutto mondo metal, grandi band come Nightfall, Rotting Christ e Septic Flesh. Quanto ti ha influenzato quel particolare modo di proporre musica estrema e secondo te qual è la peculiarità della scena greca rispetto ad altre?
Da buon greco sottolineo il meraviglioso rapporto che ho con Sakis, Themis e Vangelis dei Rotting Christ e più che influenza, ho visto che nel nostro DNA è impresso in maniera prepotente la voglia di fissare le radici ancora più a fondo, mantenendo uno stile che richiami subito l’ascoltatore a riconoscerne la firma.

Nel video-clip di “The Walls of Nowhere” è presente una fortissima energia femminile, ti senti di accostarla alla forza primitiva della Terra non ancora piegata ai voleri dell’uomo e quanto pensi possa giovare al pensiero odierno riportarla al ruolo privilegiato che le compete?
Le figure usate nel video “The Walls Of Nowhere” tendono sin da subito ad evidenziare la differenza tra i tre soggetti. Le prime due di nero con un trucco riconoscibilissimo, dall’altra parte una figura in bianco candido, spaventata dalla presenza non conoscendone le intenzioni, ma alla fine ci ritroveremo con tutte e tre le attrici con addosso i segni, fino a crearne uno solo, ma mantenendo la propria personalità. La metafora della conquista attraverso quel particolare che riempie il vuoto di ognuna, senza intaccarne la natura.

“Koinè” è stato accolto entusiasticamente da pubblico e addetti ai lavori. Ti aspettavi questi consensi e cosa stai preparando per il futuro?
Quando si produce qualcosa di “personale”, abbandonando ogni etichetta e cliché, genere e ruolo, si arriva al punto che prima o poi il tutto venga ripagato. Rimanere sé stessi, senza lasciarsi trasportare dai soliti suoni comuni, dare quel tocco di “tuo” che piaccia o meno, fa la differenza. Lord Agheros ha il suo suono, i suoi concept, lo riconosci, ti aspetti l’inaspettato [cit. Francesco Palumbo].

Diamo i contatti sul web per chi ci sta leggendo?
Volentieri, mi trovate su Fb facebook.com/lordagheros Instagram: @lordagheros e tutte le piattaforme musicali

Ti ringrazio di essere stato con noi.
Grazie a Voi, è stato un immenso piacere!

Ascolta qui l’audio completo dell’intervista andata in onda il giorno 7 febbraio 2022.

Eye of The Golem – L’occhio del Golem

Intervista collettiva con gli Eye of The Golem, creatura dedita allo stoner\doom di fresca formazione che da poco ha pubblicato il proprio esordio, “The Cosmic Silence”, come duo, ma che oggi si presenta al nostro pubblico in veste di trio…

Ciao ragazzi, inizierei raccontando come nato il terzetto base degli Eye of The Golem…
Ale: In realtà, la storia è molto semplice: a fine lockdown, circa a giugno 2020, ho trovato un annuncio di Hari che diceva di stare cercando due persone per formare un power-trio stoner. Ho risposto subito, ci siamo trovati una volta e c’è stata subito chimica! In seguito abbiamo provato qualche bassista ma nessuno di loro ci ha mai convinti, quindi ci siamo decisi a registrare l’EP “The Cosmic Silence” come duo. Dopo aver riascoltato qualche centinaio di volte le registrazioni eravamo soddisfatti del risultato ma entrambi eravamo concordi che sarebbe stato utile integrare la formazione con un bassista quindi abbiamo iniziato a spulciare Villaggio Musicale. Ed è così che abbiamo aggiunto Emanuele!

Potendo dare delle percentuali, in quali proporzioni dividereste la componente doom e quella stoner del vostro sound?
Ema: Sicuramente la componente doom è assolutamente presente, ma trovo che la componente stoner sia quella che forse ci accomuni e ci rappresenti di più. Inoltre con gli ultimi lavori stiamo aggiungendo anche una componente sludge, tanto per non far mancare niente! E così, se proprio dovessi dare delle percentuali, direi 60% stoner, 30% doom e 10% sludge.

Come è nato “The Cosmic Silence”?
Ale: L’EP è il frutto di sei mesi di prove e duro lavoro! Il nostro modus operandi è quello di chiuderci in sala, fare lunghe jam che poi registriamo e “sbobiniamo” una volta rientrati a casa. Se qualcuno di noi ha qualche idea specifica allora ci si lavora ma in generale nasce tutto suonando assieme.

Vi andrebbe di fare una breve recensione delle quattro tracce?
Ale: Tutte e quattro le tracce hanno influenze ben distinte tra di loro, per esempio l’intro, “The Golem’s Eye”, nasce più come traccia simil-drone che effettivo stoner/doom, oppure “The Cosmic Silence” e “The Cultist” hanno echi più stoner che doom mentre “Conjuring the Golem” è nata con in mente l’obiettivo di comporre una sorta di marcia funebre. Parlando personalmente, quella di cui sono più soddisfatto è proprio la title track: è il frutto di tanti mesi di lavoro, ed è nata proprio da uno dei riff che io e Hari avevamo inizialmente scartato. Un pomeriggio ci è venuto il lampo di genio e abbiamo iniziato a scriverla!

Al momento “The Cosmic Silence” non è disponibile in formato fisico, è una scelta definita oppure in futuro prevedete di pubblicare un CD?
Hari: Al momento sì, quando abbiamo pubblicato “The Cosmic Silence” lo abbiamo fatto con l’intento di dare un primo “biglietto da visita” ai locali per farci suonare e di promuovere la band attraverso le varie webzine, fortunatamente l’Ep sta avendo buoni riscontri quindi in futuro mai dire mai!

L’Ep è nato quando eravate un duo, oggi che siete un terzetto avete riarrangiato i brani per poterli proporre dal vivo?
Ema: In parte. Abbiamo leggermente riarrangiato qualche cosa (ma davvero minima). Più che altro una cosa sul quale abbiamo molto lavorato è sul suono: vista l’introduzione del basso, era fondamentale amalgamare al meglio i suoni al fine di risultare compatti e monolitici come piace a noi!

Quali sono i vantaggi dell’esser passati dalla forma a duo a trio?
Hari: I vantaggi sono diversi l’ingresso di Emanuele ha reso il nostro sound più organico e compatto inoltre in fase di scrittura il suo contributo è molto importante perché tira fuori sempre idee a cui io e Ale non avevamo minimamente pensato, aver aggiunto un terzo componente si è rivelata una mossa azzeccata per la nostra band!

Avete già composto delle canzoni con la nuova formazione?
Ema: Assolutamente sì, e qualcuna di queste le abbiamo già proposte live! Altre sono in cantiere e arriveranno molto presto.

Le vostre prossime mosse?
Hari: Attualmente stiamo scrivendo i pezzi che andranno a comporre il nostro prossimo disco vista l’impossibilità del momento di poter fare concerti ci stiamo concentrando su quello, e già nel corso di quest’anno puntiamo ad entrare in studio per registrare e poi ovviamente quando ce ne sarà la possibilità cercare di suonare in giro il più possibile per far conoscere la nostra band!

Airborn – Live animals

Su Overthewall ospite di Mirella Catena, Alessio Perardi, leader e fondatore degli Airborn!

Bentornato, Alessio! La storia della band inizia con il promo dal titolo “Born to Fly” nel lontano 1995. In suo omaggio ogni anno proponete un festival che porta il suo stesso nome. Quanto pensi sia importante per una band, rimarcare e omaggiare le proprie radici e quindi la propria genesi?
Ciao Mirella, innanzitutto grazie per l’invito. E’ sempre un grande piacere tornare su Overthewall. Devo ammettere che forse non c’è stato, almeno consciamente, un tentativo di omaggiare le nostre radici, ma “Born to Fly” è sicuramente uno dei pezzi più conosciuti della nostra band, il pubblico si aspetta di sentirlo quando suoniamo e ha anche un titolo molto evocativo… quindi ci è sembrata la scelta perfetta quando cercavamo un nome per il festival. Suonarla come canzone di chiusura dell’evento è sempre molto emozionante!

La collaborazione con il produttore tedesco Piet Sielck e i suoi Iron Savior ha avuto inizio nel 2002 e prosegue ancora oggi. Il prossimo anno, ormai imminente, vi vedrà impegnati in un mini-tour in terra spagnola, proprio con la band tedesca. Con quali spirito vi apprestate ad affrontare questa nuova avventura?
Ovviamente incrociamo le dita, rispetto a questa nuova avventura. L’aggravamento della situazione Covid potrebbe farla saltare da un momento all’altro, ma speriamo che, anche se dovesse succedere, sia solo rimandata. E’ sempre un piacere suonare con gli Iron Savior che sono davvero dei grandi amici. Suonare in Spagna sarebbe anche molto importante perché la nostra etichetta, la Fighter Records, ha base proprio a Madrid. Vedremo cosa succederà. Ma ripeto, se non sarà possibile, l’appuntamento è solo rimandato.

Diversamente dalla maggior parte delle bands power, nei vostri testi affrontate tematiche legate alla fantascienza piuttosto che gesta cavalleresche o narrazioni storiche tanto care al genere musicale, raccontaci a questo proposito la trilogia legata al “segreto della lucertola”.
E’ vero, i nostri testi sono più che altro legati alla fantascienza e il motivo è che semplicemente mi piace moltissimo ed è sempre stata una mia passione, inoltre già nel lontano 1995, quando siamo nati, c’erano già tantissime band che affrontavano la tematica epic/fantasy con cavalieri, spade e dragoni. Mi pace molto anche il fantasy, ma sembrava una materia abusata. La trilogia di Lizard Secrets non fa eccezione, infatti i brani si dividono equamente fra storie sci-fi e altre più legate alla società e a temi attuali. Abbiamo finito proprio in questi giorni la pre-produzione dell’ultimo album della trilogia che speriamo possa uscire nel corso del 2022.

Ci racconti come nasce un brano degli Airborn?
Solitamente io compongo la musica per 8/9 brani e il nostro chitarrista Roberto ne scrive un altro paio, dopodiché ci aggiungo le parole e creo delle demo schematiche con la struttura e le linee vocali. A quel punto la nostra sezione ritmica, composta da Roberto alla batteria e Domenico al basso, aggiunge gli arrangiamenti adatti per trasformare il tutto in una canzone viva e vera.

Nel 2020 gli Airborn  hanno festeggiato i 25 anni di carriera, un traguardo che poche band italiane possono vantare, come vedi gli Airborn tra 25 anni?  
Molto più vecchi! Scherzo… sembra impossibile che sia già passato tanto tempo, considerando che abbiamo avuto un solo grande cambiamento nella line-up: i “giovani” Dome e Roby sono entrati nel gruppo più di 10 anni fa. Il che rende anche la seconda versione della band molto collaudata. Il futuro chi può dire cosa ci porterà? Penso che ogni nuovo disco sia più ricco e maturo del precedente. Certo, tra 25 anni alcuni di noi saranno ultrasettantenni, ma se avrò ancora un po’ di voce e saremo tutti in forma, si potrà ancora suonare, no?

C’è un sogno che vorresti realizzare con la band?
Sinceramente io spero di poter continuare come adesso: abbiamo dei fan meravigliosi, sparsi in giro per il mondo. Siamo molto fortunati. Se, nella nostra nicchia, riusciremo a restare rilevanti per chi ci apprezza, penso che il nostro sogno più grande si sarà avverato.

Diamo i contatti degli Airborn a nostri ascoltatori?
Certo, la parola chiave è “airbornband”: www.airbornband.com è il nostro sito web, www.facebook.com/airbornband la nostra pagina Facebook, http://www.youtube.com/airbornband la nostra pagina su YouTube e www.instagram.com/airbornband/ la nostra pagina su Instagram.

Grazie di essere stato con noi, ti lascio l’ultima parola
Grazie mille per questa chiacchierata e, per tutti i nostri amici là fuori, speriamo di poterci rivedere presto, magari a un concerto, in un mondo libero dal malefico virus! Grazie ancora.

Ascolta qui l’audio completo dell’intervista andata in onda il giorno 10 gennaio 2022.

Tenebra – Tutto è sacro

Seguiamo sempre con interesse i Tenebra, così a qualche mese di distanza dalla nostra precedente intervista, abbiamo ricontattato la band in occasione della pubblicazione del nuovo EP “What We Do Is Sacred” (New Heavy Sounds \ Metaversus PR).

Ciao ragazzi, un annetto fa ci siamo sentiti perché eravate pronti ad atterrare in Cina con la versione in cassetta “Gen Nero”, come è andata?
Silvia: Duo, il ragazzo che gestisce SloomWeep Productions, l’etichetta che ha realizzato la cassetta, dice molto bene! Sostiene che abbiamo dei fan in Cina. Effettivamente abbiamo anche fatto un’intervista per una fanzine locale, ma onestamente, chi lo sa? Noi vogliamo pensare di essere la next big thing del mercato discografico cinese!

“Gen Nero”, ha avuto una genesi molto veloce, se non erro tre giorni, per “What We Do Is Sacred” quanto ci avete impiagato?
Emilio: Essendo un EP, che peraltro contiene un anticipazione dal disco nuovo, ci abbiamo impiegato davvero pochissimo. Abbiamo registrato i due pezzi che rimanevano in un pomeriggio (come per il disco ho curato io stesso le sessioni) e li abbiamo mixati con Bruno Germano in una mattinata. In tutto, dalla prima nota suonata, all’avere i CD in mano sarà passato un mesetto. Super rapido!

Entriamo nel dettaglio, la prima traccia è “Cracked Path”,  un estratto dall’LP che uscirà nel 2022. Avete altri brani pronti dal prossimo disco e perché avete scelto proprio questa canzone per un’anteprima?
Claudio: È stata una decisione presa insieme ai tipi della nostra nuova etichetta, New Heavy Sounds. È uno dei brani più lineari e melodici del nuovo disco, ci è sembrata a tutti una scelta razionale come anticipazione del disco. Come accennava Emilio prima il disco è pronto da molto tempo, il problema principale è stato il fatto che la pandemia ha generato enormi ritardi per quello che riguarda la stampa dei vinili e quindi abbiamo dovuto posticipare l’uscita del nuovo full-lenght. Anche per questo abbiamo deciso di stemperare l’attesa facendo uscire un EP rapidamente in formato CD e digitale.

Nel 2022 ritroveremo  “Cracked Path”  in questa versione oppure ne comparirà una diversa nella tracklist definitiva?
Mesca: la versione dell’EP è un po’ editata per renderla più gestibile per farne un videoclip. Su disco sarà più lunga.

“Hard Luck” è un altro inedito, resterà una chicca presente solo in questo EP o in futuro verrà riproposta?
Emilio: “Hard Luck” è un pezzo di cui avevamo solo una parziale intelaiatura quando l’abbiamo registrata, si è sviluppata molto in studio. Per dire, non avevo mai sentito la linea vocale definitiva di Silvia e ho costruito molte parti di chitarra dopo essermela studiata un poco. È stata un po’ un esperimento di cui siamo molto soddisfatti. Sicuramente la proporremo dal vivo in futuro.

“What We Do Is Sacred” si chiude con la cover di “Primitive Man degli inglesi Jerusalem, come mai avete scelto questo brano?
Silvia: Io sono una fan dei Jerusalem da sempre e adoro quella canzone. Poi è capitato che quando abbiamo suonato a Parma con i Duel fosse presente Claudio Sorge, firma storica e fondatore di Rumore. Chiacchierando con lui, (che è un mito di adolescenza di Emilio), ci ha proprio detto “dovreste registrare una cover, “Primitive Man” dei Jerusalem sarebbe perfetta!” A quel punto i giochi erano fatti: l’abbiamo provata e riarrangiata nella parte centrale, poi l’abbiamo registrata. È piaciuta anche a Paul Dean, bassista dei Jerusalem e autore del brano. Ne uscirà un video, spero verso Natale.

La l’assolo di flauto in questa canzone è di Giorgio Trombino (Assumption, Becerus, Bottomless, Dolore), come è nata questa collaborazione?
Claudio: Io suono il basso anche negli Assumption e Giorgio è un caro amico sia mio che di Marco Gargiulo (che con Metaversus ci cura le PR e che consideriamo un quinto membro del gruppo a tutti gli effetti). Già nel disco avevamo avuto bisogno di un sax per un pezzo e ci siamo rivolti a Giorgio che è un polistrumentista eccezionale, suona divinamente qualsiasi cosa gli si dia in mano! Quindi, quando ci è balenata l’idea di avere un flauto traverso per l’assolo di “Primitive” abbiamo chiamato subito lui.

Restando in Inghilterra, avete firmato con la New Heavy Sounds, dopo aver prodotto “Gen Nero”. Ora che avete un’etichetta alle spalle, notate sostanziali differenze e vantaggi rispetto all’autoproduzione?
Mesca: Beh, intanto non dobbiamo stamparci più i dischi da soli! Poi Ged e Paul, i ragazzi dell’etichetta, sono davvero entusiasti della band e sono sicuro che con il full-lenght faranno un gran lavoro. Sono una label solida che ha fatto dei gran bei dischi, come quelli dei Black Moth!

Dal punto di vista live si sta muovendo qualcosa?
Silvia: Abbiamo appena finito un mini tour di cinque date e devo dire che sono andate tutte molto bene. Piano piano il pubblico aumenta e anche l’entusiasmo che percepiamo dalla platea durante i live. Io penso che la dimensione live sia quella naturale per i Tenebra, anche per questo registriamo i nostri dischi in diretta senza editing. Questo dovrebbe essere lo spirito del rock and roll: what you see is what you get.

Shake Me – Lullaby for demons

Ospite su Overthewall Luka, leader e fondatore degli Shake Me. Benvenuto!

Il progetto Shake Me nasce come hard rock band nel 2009. Ci parli dell’idea iniziale della band e quali trasformazioni ha subito nel corso di questi anni?
Ciao Mirella, è un piacere essere nella tua rubrica Overthewall. Shake Me è nato per caso, era un’estate del 2009 e ricordo come se fosse oggi che stavo ascoltando con piglio quasi annoiato un pezzo dei Savage Garden; esatto quei Savage Garden; i due fighetti australiani di “Truly Madly Deeply”, il pezzo che girava era “Break Me Shake Me”, mi ritrovo a canticchiarlo per tutto il pomeriggio e in parte anche a zompettarlo per casa, dopo poco prendo un foglio A4 e inizio a scarabocchiare un logo con la scritta Shake Me, non sapevo come potesse suonare ma avevo bisogno di un logo vincente e da vecchio appassionato di cartoons anni 80 e di Lamù in particolare, ebbi l’idea della bambolina formosetta creata dal grafico di quegli anni. La sera, telefono al chitarrista partenopeo Joe Nocerino (che qualche anno dopo entra a far parte del progetto “Il Nero” di Gianluigi Cavallo ex voce dei Litfiba! n.d.a.) con il quale avevo iniziato a collaborare pochi mesi prima, comunicandogli che il vecchio progetto era morto e che il nuovo corso sarebbe stato decisamente rock ‘n roll senza fronzoli e volutamente cantato in italiano. Eravamo entrambi gasati per il ritorno sulle scene dei Litfiba con Pelù alla voce e quindi nel giro di pochissimi mesi entrammo in studio per l’esordio de “L’inquietudine”, un disco di robusto rock italiano. Con il passare degli anni sono stato sempre più un uomo solo al comando, con tutti i pro e contro del caso. I pro sono e saranno sempre che il progetto Shake Me morirà solo quando io ne avrò voglia senza rotture di scatole che troppe volte fanno crollare le band. I contro sono soprattutto economici in quanto sono io a metter fuori la grana per ogni singola operazione oltre a non poter condividere con nessuno preoccupazioni e frustrazioni di sorta. Non essendo Vasco o Liga, ti assicuro che essere un solista è dura, fino a quando avrò la forza combatterò senza nessun problema.

Il progetto vanta la collaborazione di grandi musicisti italiani quali Ricky Portera, Alex De Rosso, James Castellano, giusto per citarne qualcuno. E’ stata un’impresa coinvolgere tutti questi grossi nomi ?
Il tutto è nato oltre quattro anni fa, volevo dare una sterzata importante al progetto perché vivevo una situazione di stallo e amarezza in quanto la band con la quale stavo scrivendo i pezzi nuovi era andata in malora, per mia scelta aggiungo. Avevo la certezza che suonassi con quei ragazzi perché non riuscivo a trovare di meglio. Quindi tutti a casa e in un momento di coraggio e follia tramite una mia carissima amica entro in contatto con Ricky Portera. La prima volta ci incontrammo a Salerno e fui colpito dalla sua gentilezza oserei dire disarmante. Lo guardavo e pensavo alle hit che aveva scritto con gli Stadio; ancora adesso se ci ripenso mi emoziono. Vivo di emozioni Mirella; mi nutro anche di piccoli dettagli che poi porto per sempre con me. L’appetito vien mangiando e lo stesso feci con Giacomo. Ricordo che lo tempestai di email in una mattinata e alla fine mi diede il suo numero di telefono. Ora posso dirlo ridendoci su, ma non fui esattamente a mio agio a telefono anche se cercai in tutti i modi di essere disinvolto. Tu sei il signor nessuno di Salerno e lui invece si divide i palchi con Pelù, Elisa, Nannini, Raf ecc, capirai che sono cose che un tantino mettono agitazione. Non ne avevo abbastanza e contattai poi il mitico Alex de Rosso. La cosa che racconto spesso ai miei amici è che la prima telefonata che ebbi con Alex durò quasi mezz’ora, probabilmente percepii una persona estremamente empatica che mi lasciai andare e parlammo tanto. Alex è una persona davvero speciale anche lui dotato dell’umiltà che solo i veri grandi posseggono. Consentimi di citare fra i nomi più quotati anche Mark Basile, grande voce dei DGM ma anche eccellente tastierista e arrangiatore. Con Mark ci si conosce da tanti anni anche se poi la prima volta che ci si è conosciuti di persona è stata in occasione di un festival che organizzo a Salerno, il “Rock in Flames” dove i DGM erano gli headliner. Già in quell’occasione capii che con Mark c’era poco da scherzare. Persona davvero affabile ma estremamente professionale. Dalle nostre parti diciamo “due parole sono troppe e una è poca”!

“Lullaby For Demons” è un disco che parla dell’universo femminile; cosa ti ha spinto a scegliere questa tematica?
A istinto e in maniera alquanto superficiale ti direi perché adoro le donne; sia in termini estremamente passionali che dal punto di vista del rispetto che ho verso la figura femminile. E’ un lavoro che riesce a ruotare intorno all’essenza femminile traendo spunto da fatti di cronaca nera, di scandali sessuali, disagi esistenziali o perché no il semplice tributo ad un film. Trova spazio naturalmente anche il “semplice” e delicato romanticismo che deve essere sempre un comodo rifugio per ogni ascoltatore che si approccia a delle ballad.

Credi che le donne abbiano realmente conquistato la tanto combattuta parità  dei diritti o siano sempre e comunque oggettivizzate dalla società ?
Domanda molto interessante che solo una donna poteva farmi e della quale ti ringrazio naturalmente. Ti spiazzerà ciò che sto per dirti ma credo che la donna da qualche anno si sia accorta consapevolmente dell’avere tante frecce al proprio arco. La donna ormai è in pianta stabile in ruoli della società che erano ad appannaggio solo degli uomini; in politica ad esempio il ruggito femminile è forte e imponente; magari io non spingerei troppo il piede su questa storia della parità, in quanto è diritto di una donna poter aspirare a ruoli decisamente maschili, ma ti sono sincero, quando vedo soldatesse in giro per strada dalla fisicità tutt’altro che imponente allora mi chiedo perché: perché la donna deve per forza perdere la propria femminilità pur di competere con il maschio. Mi accennavi al pericolo dell’oggettivizzare ancora le donne. Faccio l’avvocato del diavolo rispondendoti che per me la donna come già ti ho anticipato, ha raggiunto una forza mentale tale da manipolare anche il più astuto dei maschietti. Ecco perché poi entra in gioco la brutale vigliaccheria maschile, espressa in atti di violenza sicuramente superiori agli anni in cui la donna era confinata ai margini della società, ergo inoffensiva. Lasciandoti con una battuta posso affermare che le donne in tailleur sono estremamente seducenti soprattutto quando poi riescono a rapirti con il cervello.

“Lullaby For Demons” E’ stato pubblicato il 29 Ottobre, sono previsti live per promuovere la nuova uscita?
Questo è il tasto dolentissimo della faccenda. Cercherò di fartela breve anche perché non amo parlare delle cose che mi mettono stress emotivo. La faccenda è molto semplice, Mirella. Se non sei con un’agenzia di booking e metti fuori un bel po’ di grana non riuscirai mai a entrare in un giro di eventi di un certo tipo. Molti ci provano anche senza soldi ostentando conoscenze e amicizie con musicisti e promoter, che poi alla fine portano a poco. Io non sono contro il pay to play per intenderci; il problema è che le agenzie anno per anno stanno diventando sempre più mercenarie, divorando i sogni di tante giovani realtà che credono di poter calcare palchi importanti. Anch’io ho un’agenzia ma tendo sempre a mettere le cose in chiaro fin da subito. La promozione la farò in tutti i modi possibili, visto il mio progetto estremamente versatile, sarà fatto in qualsiasi modo, set acustici, ospitate in qualsiasi tipo di evento; è un progetto che musicalmente può essere aperto a più strade e devo essere soprattutto paziente e bravo a sfruttarle quando capiteranno, considerando che questo maledetto covid tenderà ancora a influenzare il tutto.

Diamo i contatti sul web degli Shake Me ai nostri ascoltatori ?
La mia pagina personale è: www.facebook.com/lukashakemeband, mentre quella artistica del progetto shake me è: http://www.facebook.com/shakemeband. Sono presente anche su Instagram cercando Luka Shake Me e naturalmente su youtube: ww.youtube.com/shakemeband

Ti ringrazio di essere stato con noi, ti lascio l’ultima parola!
Mi limito a ringraziare ancora una volta te per lo spazio concessomi ed eviterei di fare la lista dei ringraziamenti che fa molto radio partenopea che trasmette i cantanti neomelodici. Seguite la paginetta Shake Me per restare in contatto e scambiare opinioni sul disco o sulla musica in generale, elemento cardine nel costruire buoni rapporti sociali.

Ascolta qui l’audio completo dell’intervista andata in onda il giorno 6 Dicembre 2021