Twang – Il tempo dell’inverso

Ospiti di Mirella Catena ad Overthewall i Twang, autori dell’album “Il tempo dell’inverso”.

“Il tempo dell’inverso” è il primo full length dei nostri ospiti di oggi, i Twang, cinque giovani musicisti torinesi, con un bagaglio musicale abbastanza importante e soprattutto interessante. Benvenuti!
Grazie mille, Mirella. Ciao a tutti!

Abbiamo la line up al completo! Volete presentarvi ai nostri ascoltatori?
Bartolomeo Audisio: Ciao, io sono Bart e suono chitarra e flauto, e alle volte seconde voci.
Federico Mao: Io sono Fede, sono chitarrista e corista.
Moreno Bevacqua: Io sono Morris, bassista e seconda voce.
Simone Bevacqua: Ciao, io sono Simo, voce solista e chitarra ritmica.
Luca Di Nunno: Ciao, io sono Luca e suono la batteria, e a volte chitarra acustica e voce.

Quali sono le vostre esperienze musicali prima di formare la band?
Bart: Beh, siamo tutti abbastanza giovani (in scala, nati dal 1994 al 1998) ma fortunatamente siamo riusciti tutti a collezionare un bel po’ di esperienze importanti. Io per esempio studio musica praticamente dai sei anni, mi sono laureato al conservatorio nel 2015 e tuttora continuo gli studi classici. Attualmente, oltre che con i Twang, suono nella formazione Duo Volgaris.
Fede: A 14 anni ho cominciato a calcare vari palchi di Torino (come Spazio211 e Cap10100) grazie alla scuola “The House Of Rock”, frequentata anche da Simo e Morris. Di questi tempi, suono il basso con le band Zagara e Moonlogue.
Morris & Simo: Siamo ovviamente cresciuti insieme in tutti i modi possibili, attraverso la succitata House Of Rock (con i maestri Roberto Bovolenta e Chiara Maritano) e con il nostro primissimo progetto, i 9000dol, con il quale abbiamo suonato anche all’Hiroshima e al Fortissimo Festival.
Luca: Io ho cominciato a studiare batteria jazz da bambino , con mio padre Cesare come insegnante …

Un figlio d’arte, praticamente !
Luca : Diciamo di sì. Ai tempi del liceo suonavo con una band psichedelica, i Crode, e con i Crawling Waves. Poi per un po’ sono rimasto sgruppato, finché non ho incontrato casualmente il vecchio Simo, alla fine del 2015…

Come avete scelto il nome della band? Il nome Twang è legato a qualche aneddoto particolare?
Fede: E’ una storia abbastanza buffa, perché l’abbiamo scelto praticamente a caso, puntando letteralmente il dito su un vocabolo random in un dizionario inglese; fortunatamente, però, è legato a molti elementi che ci caratterizzano. Di per sé è un’onomatopea, può ricordare il suono di una corda di chitarra che si spezza, o il carattere tipico di una Fender Telecaster (posseduta da tutti e tre i chitarristi del gruppo, ma sono dettagli). Inoltre è un nome abbastanza facile da ricordare, e ci si può giocare in mille modi.

Dalla vostra bio ho appreso che l’idea della band nasce verso la fine del 2015, durante un concerto dei Blues Brothers, come sono andate le cose?
Simo: Io, Bart e Luca abbiamo frequentato lo stesso liceo artistico, e certamente andavamo d’accordo, ma non è che non fossimo proprio amici. Così sono rimasto alquanto stupito quando Bart mi ha chiamato, nel Maggio del 2015, dicendomi “Weiiiii Simo, ti va di incontrarci al concerto dei Blues Brothers stasera in Piazza San Carlo? Devo farti una proposta!” “C’è un concerto dei Blues Brothers stasera???”… Poche ore appresso, durante la jam di “Sweet Home Chicago”, Bart ha offerto a me e al mio inseparabile fratello di creare un gruppo di matrice Blues Rock, giusto per cercare un po’ di palchi, senza paranoie, e magari con una Voce Femminile… Sarebbe stato bello, ma nulla di più lontano da quel che poi i Twang sono diventati. Qualche mese dopo il concerto abbiamo cominciato a provare in power trio, con me alla batteria, e alla fine del 2015 la formazione era esattamente quella che oggi si sente ne “Il Tempo Dell’Inverso”.

Alla fine, a quanto pare, è rimasta una formazione prettamente maschile.
Inutile dire che la voce femminile non l’abbiamo trovata, si sono dovuti accontentare di me come cantante! Però nell’album le voci femminili ci sono eccome, nei brani “Esilio” e “Il Pirata”.

Il vostro esordio avviene con un EP che avete auto-prodotto nel 2017 e che vi ha dato parecchie soddisfazioni e nello stesso anno, con il singolo “La legge del più forte”, siete i vincitori del premio Miglior Band del concorso nazionale “Senza Etichetta”, presieduto da Mogol. Com’è stata la vostra reazione a queste importanti conferme?
Luca: Sicuro, registrarlo autonomamente in garage da Bart (e con mezzi di fortuna) è stata un esperienza meravigliosa, considerando i risultati poi ottenuti da “Nulla Si Può Controllare”. Ma la vittoria a Senza Etichetta è stata una sorpresa meravigliosa, soprattutto il momento in cui il Maestro Mogol ci ha preso da parte, sul palco, appena dopo l’annuncio : praticamente, per cinque minuti il pubblico non ha sentito altro che silenzio, mentre Mogol ci spiegava cosa andava e non andava nel testo del brano, metodo di scrittura ecc…

Avrete fatto sicuramente tesoro delle sue parole nei vostri lavori seguenti.
Luca: Assolutamente sì!

Parliamo del nuovo album, “Il tempo dell’inverso”. Quant’è durata la gestazione e dove è stato realizzato?
Morris: Rispetto a “Nulla si può Controllare”, il processo di produzione è stato un salto di qualità assurdo, a partire dallo studio di registrazione. L’abbiamo realizzato da capo a piede agli Imagina Production di Torino con il produttore Alessandro Ciola, che in seguito ha avuto l’idea di portarci in Inghilterra per mixare i due singoli (“Attacco” e “Il Tempo dell’Inverso”). Abbiamo mixato i brani ai Real World Studios di Peter Gabriel, una specie di oasi paradisiaca nel mezzo della campagna inglese, un’esperienza di vita senza pari. Inoltre, completamente a sorpresa, Alessandro ha organizzato una sessione di mastering agli Abbey Road Studios, che non hanno certo bisogno di presentazione.

Insomma, il vostro produttore sembra esservi molto affezionato , deve essere rimasto particolarmente colpito da voi.
Morris: Sì, Ale è stato fondamentale per la buona riuscita di questo LP, siamo davvero felici di averlo incontrato. Comunque, nel complesso la lavorazione dell’album è durata all’incirca un anno, anche perché Fred viveva a Londra e Bart ad Amsterdam, ma ne è decisamente valsa la pena.

Il cantato in italiano per alcuni è uno scoglio che impedisce lo sdoganamento delle band, voi, invece, ne avete fatto un punto di forza. Perché questa scelta, quanto mai azzeccata?
Simo: In verità, un tentativo di scrittura in inglese è stato fatto, durante i primi esperimenti di composizione, ma nessuno era propriamente convinto dei risultati. Sentivamo il bisogno di esprimerci nella nostra lingua, ed è complice anche il fatto di aver sempre scritto in inglese nei nostri primi progetti. La difficoltà più grande è sempre il rischio di sovraccaricare i versi, cadendo in un territorio quasi “rap” che assolutamente non ci appartiene, ma basta resistere alla tentazione e vengono fuori dei cantati più che soddisfacenti. A questo proposito, è difficile che un testo venga redatto da capo a coda solo da uno di noi. Io e Luca siamo i parolieri più prolifici, ma il lavoro collettivo è sempre più ricercato e necessario. Ad esempio il brano “Caverna”, contenuto in ITDI, è stato composto interamente a sei mani, idem “Attacco”. Inoltre, personalmente, io mi sentirei a disagio a cantare un pensiero che non sia rappresentativo di tutti e cinque.

Quanto la pandemia ha bloccato i vostri progetti? Cosa state preparando per i prossimi mesi?
Fede: Abbiamo dovuto riorganizzare completamente la pubblicazione dell’album, ma la cosa che più ci è mancata e che ci manca tuttora è la possibilità di suonare dal vivo. E’ quello che tutti i musicisti aspettano di poter fare di nuovo, non vediamo l’ora e ci stiamo preparando per questo. Ci stiamo poi ingegnando per stampare le copie fisiche dell’album “Il Tempo dell’Inverso” (uscito il 2 Aprile su tutti gli store digitali). Inoltre, stiamo preparando il videoclip del singolo “Il Pirata”, e siamo finalisti regionali di Sanremo Rock 34.

Dove i nostri ascoltatori possono seguirvi?
Bart: Penso di poter dire tranquillamente “visitate il nostro sito web“, ma anche Facebook, abbiamo una pagina Instagram che sta crescendo con rapidità, i vari store digitali come Spotify e iTunes, e ovviamente Youtube per tutti i nostri video.

Grazie di essere stati con noi. Vi lascio l’ultima parola!
E’ stato un piacere essere ospiti di Overthewall, prendetevi tempo per godervi “Il Tempo dell’Inverso” (il pessimo battutista è Simo) , e mille grazie a Mirella !!!

Ascolta qui l’audio completo dell’intervista andata in onda il giorno 5 aprile 2021:

1782 – La stagione delle streghe

L’Italia continua sfornare band doom di altissimo livello, come nel caso dei 1782. I sardi, però, hanno deciso di percorrere una strada che si distacca dalla classica scuola tricolore per abbracciare sonorità di più ampio respiro, come testimoniato da “From the Graveyard” (Heavy Psych Sounds).

Benvenuti su Il Raglio, di solito tutti mi chiedono come io abbia chiamato il mio sito Il Raglio del Mulo, immagino che il vostro nome susciti altrettanta curiosità : mi spieghereste come mai avete scelto 1782?
Gabriele (batteria): Ciao Giuseppe, 1782 è l’anno in cui è stata giustiziata l’ultima strega in Europa, Anna Göldi, esattamente il 13 Giugno a Glarona in Svizzera. Dato le tematiche che trattiamo e il genere che facciamo era il nome perfetto per la band!

Mi è parso di capire, leggendo le note promozionali, che le tracce contenute in “From the Graveyard” abbiano avuto una genesi molto veloce, giusto?
Gabriele: Al contrario, abbiamo avuto il tempo dalla nostra parte, a causa del lockdown ci siamo ritrovati in una situazione molto tranquilla per comporre, arrangiare e registrare l’album nel migliore dei modi. Addirittura alcuni brani erano già pronti da fine 2019.

Ritenete di aver scritto il vostro materiale più pesante?
Marco (voce e chitarra): Assolutamente sì, i riff sono più potenti e pesanti rispetto ai brani del primo album e dello split album con gli Acid Mammoth. Abbiamo lavorato molto sui suoni di chitarra e basso, ci siamo impegnati molto anche nella produzione e il nostro fonico ha fatto un ottimo lavoro. Nonostante sia pesante, allo stesso tempo è “orecchiabile” e per questo siamo molto soddisfatti del risultato finale, è venuto fuori il lavoro che avevamo in mente.

Siete il classico power-trio, chitarra-basso-batteria. Questa formazione a tre è nata per scelta o è “capitata”?
Gabriele: La band nasce come duo, infatti il primo album è stato registrato in due. Dopo l’uscita del debut abbiamo iniziato a suonare live quindi abbiamo chiamato Francesco al basso ed è diventato subito un membro della band a tutti gli effetti.

Sentite mai la necessità di avere una seconda chitarra, magari dal vivo?
Gabriele: No, non ci abbiamo neanche mai pensato ahahahahah

Nel disco, ad arricchire il vostro sound, troviamo due ospiti, Nico Sechi (Hammond in “1782” and “Celestial Voices” in the debut album) e Alfredo Carboni: come sono nate queste collaborazioni?
Marco: Siamo amici da una vita, abbiamo suonato insieme in vecchi progetti musicali. Oltretutto Alfredo è anche il nostro fonico ed è lui che ci ha sopportato durante le registrazioni. Quello che hanno registrato nei nostri album lo hanno praticamente creato in fase di registrazione, Nico non aveva neanche ascoltato il brano intero, gli dicemmo di suonare un pezzo funebre, oscuro e triste e lui riuscì a farlo alla prima, è un grande musicista.

Il disco è stato registrato nel 2020, ma la sua uscita è prevista per la primavera del 2021, questo ritardo è dovuta alla pandemia o sono subentrati altri fattori?
Marco: Non c’é stato nessun ritardo, semplicemente è stata concordata con Heavy Psych Sounds Records l’uscita per Marzo.

Facciamo un passo indietro, come è andata l’esperienza “Doom Sessions Vol.2”, che vi ha visto coinvolti con gli Acid Mammoth?
Marco: Siamo molto contenti di “Doom Session Vol.2”! Quando Heavy Psych Sounds ci propose questo split, confermammo subito. Gli Acid Mammoth oltre ad essere una band davvero figa, sono delle persone fantastiche, ci piacerebbe fare un tour con loro una volta finita questa situazione.

In ambito doom, forse più che in altri generi, si può parlare di scuola italiana, voi come vi inserite all’interno di questa scena?
Marco: Non ci siamo mai ispirati alla scena italiana, all’interno della band ci sono influenze diverse che variano dal doom vecchia scuola come Pentagram, Black Sabbath, Candlemass allo Stoner Doom degli Electric Wizard, Sleep, Monolord etc. Abbiamo letto diversi articoli dove ci paragonavano a Paul Chain e Death SS ma personalmente non ci identifichiamo in quella determinata scena. Per farla breve, andiamo in studio senza pensare a nessuna band, buttiamo giù i riff e se ci piacciono ci costruiamo su il brano!

Solo – Breve guida alla solitudine

Giuseppe Galato, dopo l’esperienze maturate con GianO e The Bordello Rock ‘n’ Roll Band, ha iniziato un percorso in solitaria dal nome programmatico Solo. Dopo il lancio di un paio di singoli, e con l’album “The Importance of Words” previsto per inizio 2022, lo abbiamo contattato per saperne di più…

Ciao Giuseppe, dopo alcune esperienze in band tradizionali hai deciso di tornare a lavorare in proprio con il progetto Solo. Il nome sbandiera una volontà di autodeterminazione, di individualismo identitario. Cosa ti ha spinto verso questa scelta di lavorare da “solo”?
Ciao! In realtà, più che una scelta, il tutto è dovuto a una condizione, e cioè quella di non essere riuscito a trovare dei compagni di viaggio: quindi, eccomi qui, da solo!

Credi che il passare dal noi all’io possa anche farti pagare un prezzo in termini di ispirazione e completezza del songwriting?
Quello no: anche negli altri progetti che ho avuto (e continuo ad avere, in parallelo), scrivo e arrangio io i brani (e sono molto dittatoriale, su questo, sebbene sia aperto a suggerimenti). In linea di massima, quando scrivo una canzone ho già in mente come sarà la batteria, come sarà il basso: tutto.

Devo essere sincero, i due pezzi che ho sentito, effettivamente sono vari, “Stati emozionali” e “Don’t shoot the piano player (it’s all in your head)” si rifanno il primo al kraut rock, il secondo a un certo pop psichelico inglese, quasi in odore di primo glam. Credi che questa varietà di stili possa in una certa maniera minare le certezze dell’ascoltatore, che non sa come classificarti, oppure alla lunga possa rappresentare una carta vincente?
Di questi tempi, credo sia molto controproducente. Però non è che mi interessi molto: io faccio quello che mi sento di fare, senza pensare se piacerà o meno a un largo pubblico. Quello che faccio deve piacere, prima di tutto, a me; in seconda pianta, deve piacere a persone di cui ho una certa considerazione (che possono essere amici o addetti al settore che seguo e che stimo). Faccio musica per esprimermi, non per cercare consensi.

In virtù di quanto mi hai detto, come nascono i tuoi brani?
È una domanda a cui mi viene difficile rispondere, perché ho scritto un sacco di canzoni, e sono nate tutte in modi differenti. A volte dalla rabbia, a volte dalla tristezza; a volte per gioco, a volte in preda a stati alterati di coscienza: non ho un metodo preciso. Diciamo che la costante è che, prima di tutto, scrivo la musica, la melodia vocale, cantandoci in finto inglese, gibberish; successivamente, penso al testo (spesso, con non poche difficoltà): do molta più importanza alla musica che non al testo (altrimenti scriverei poesie, non canzoni).

I due brani che ho citato, comunque strizzano l’occhio a una stagione del rock passata, credi che il futuro della musica sia nelle proprie radici?
Non saprei, ma ciclicamente c’è sempre una sorta di “ritorno” al passato (vedi le sonorità anni ‘80, in voga attualmente, e ormai abusate dall’itpop). Con la vittoria dei Måneskin a Sanremo molti stanno gridando al ritorno del rock all’interno del mercato mainstream: non credo l’analisi sia veritiera, ma vedremo. I revival, comunque, non è che mi convincano più di tanto. Soprattutto, non mi convince mai il far diventare di massa un genere specifico, perché poi tutti si buttano a fare quello; e, fra tutti, molti prodotti saranno necessariamente scadenti (senza voler citare il già citato, abusato, itpop, sono un grande amante del progressive anni ’70, ma nella miriade di band nate in quegli anni la maggior parte, a mio avviso, erano mediocri). A mio avviso, si dovrebbe fare musica guardando a tutto ciò che c’è di interessante nel panorama presente e passato, senza i paraocchi, facendo ciò che più ti piace; e cercando di farlo non per avere consensi a tutti i costi, ma per il piacere di farlo, cercando una propria chiave espressiva personale, e non diventando la copia della copia della copia.

Mi parleresti in modo più dettagliato di questi due singoli?
“Stati emozionali” è un brano alquanto vecchio: lo scrissi i primi anni di università, quando seguivo i laboratori di musica elettronica (colta) con Giorgio Nottoli. Fui molto colpito, in particolare, da alcuni lavori di Karlheinz Stockhausen, soprattutto per quanto riguarda la creazione dei suoni a partire dalla loro più piccola componente, l’onda sinusoidale, il suono più semplice che esista. In natura, ogni suono che ascoltiamo è il “risultato” di una sommatoria di onde sinusoidali; oltre a ciò, nella percezione che abbiamo dei suoni buona parte la si deve all’inviluppo che un suono ha (quindi, come evolve questo suono nel tempo). Lavorando per sintesi additiva, e sfruttando dei generatori d’onda, si può arrivare a ricreare dei suoni complessi, così come il nostro cervello li conosce: è stato un lavoro prettamente di stampo matematico, perché in pratica devi stare lì ad inserire negli oscillatori le frequenze (in hertz) che vuoi andare ad utilizzare e, poi, miscelarle fra loro; quindi, se sai che il La centrale vibra a 440 Hz, inserisci nell’oscillatore il numero “440” e ti generi l’onda (che andrai, poi, a sommare ad altre onde di altre altezze, e a cui dovrai attribuire uno specifico inviluppo, in base al suono che ti interessa far uscire fuori). Il resto dei suoni, invece, l’ho realizzato sfruttando la sintesi sottrattiva, il processo inverso: partendo dal rumore bianco, che è la sommatoria di tutti i suoni che esistono in natura, possiamo andare a “tagliare” una specifica banda di frequenze sfruttando dei filtri passa banda, in modo da selezionare solo quello che ci interessa. Il brano è, naturalmente, non solo nella metodologia ma anche nello stile, ispirato a quei lavori (sebbene, a differenza di “Studie II”, dove Stockhausen tentava di creare un nuovo sistema tonale, io ho comunque lavorato all’interno del sistema temperato, che tutti conosciamo); quindi, da molti potrà non essere percepita come una “canzone”, come musica, ma un’accozzaglia di effetti sonori: ma io, seguendo John Cage, auguro a tutti “Happy new ears”. Come in “Stati emozionali”, anche “Dont’ shoot the piano player (it’s all in your head)” è pregna di effetti sonori, ma lì ho avuto un approccio più “fisico”, avendo sfruttato solo pedali per chitarra. Non si direbbe, ma tutti i suoni che sono nel brano sono chitarre, processate tramite vari effetti che vanno dai phaser al whammy, da risuonatori a delay mandati in auto-oscillazione, spesso miscelati fra loro per creare dei suoni peculiari. Per i nerd, ho utilizzato, nello specifico, un Dirty Robot, un PH-3, un Whammy, un Transmisser, un Fuzz Factory, un Regenerator, un Artec APW-7 e un Tape Eko (credo di non aver dimenticato nulla). Il brano prende spunto, come facevi notare tu, dalla psichedelia anglosassone della seconda metà degli anni ’60: avevo in mente principalmente i Rolling Stones di “Their Satanic Majesties Request”, ma naturalmente grande influenza l’hanno avuta anche i Pink Floyd di Syd Barrett e i Beatles; anche se l’idea di inserire dei suoni estranianti mi è venuta ascoltando “Mangiafuoco” di Edoardo Bennato! Ad ogni modo, la cosa che li accomuna è, di sicuro, una certa propensione verso la psichedelia. E il fatto che molto lavoro è stato fatto sulla spazializzazione, con i suoni che si muovono da un canale all’altro, in alcuni casi (in particolare su “Stati emozionali”) in binaurale, con la sensazione che ti avvolgano in maniera tridimensionale.

Mi par di capire che tu abbia l’intenzione per il momento di pubblicare solo dei singoli, il formato album secondo te è ormai superato nella realtà musicale odierna?
Da un lato la gente non ascolta quasi più album, ma si va di playlist; dall’altro, ci sono alcuni recensionisti e certa stampa che non danno spazio a nulla se non agli album (a meno che tu non sia un artista in qualche modo osannato; quindi, se sei uno sfigato come me, ti attacchi al proverbiale cazzo; è una logica che non concepisco, due pesi, due misure, in base alla fama: ma sorvoliamo). Comunque, l’album ci sarà, ho anche il titolo pronto (“The importance of words”), ma se ne parlerà l’anno prossimo. Per i prossimi mesi, se i miei progetti vanno come devono andare, uscirò con qualche altro singolo, cambiando ancora genere: ho tre brani quasi pronti, uno dream pop/dance, uno art rock (sulla falsariga dei Radiohead più chitarristici e i primi Muse) e uno più sullo shoegaze. Diversi fra loro, come generi, ma sempre con la costante dell’attitudine psichedelica.

Stop dei concerti a parte, credi che Solo possa avere una dimensione live?
Proprio un paio di settimane prima del casino, ho portato i brani di questo mio progetto dal vivo, allo Shabby di Omignano Scalo, qui in Cilento, dove io abito. Non avendo una band, e non volendo semplicemente accompagnarmi con la chitarra ritmica, ho ricreato un set con tre amplificatori per chitarra; sfruttando vari switch ho mandato, così, il segnale della chitarra all’interno di tre catene di effetti: una più “classica” e “portante” (pulito/overdrive), e altre due che andavano a ricreare effetti psichedelici (naturalmente, con suoni differenti fra l’una e l’altra), in modo da dare l’impressione stessero suonando più persone, più strumenti. Il risultato è un’amalgama di suoni che arrivano da vari punti del set, in base a dove hai posizionato gli amplificatori: sarebbe bello microfonarli, mandandoli nell’impianto, e avere al mio fianco un tecnico che faccia muovere i suoni dal canale destro al sinistro e viceversa (ma mi sa che sto fantasticando troppo). Ad ogni modo è stata un’esperienza interessante (anche se, considerando che quando compongo mi concentro molto sulla sezione ritmica, la mancanza di basso e batteria mi dispiace molto: ma va bene così, per il momento). Quindi, sono decisamente pronto per i live!

Chiuderei l’intervista esplorando un altro lato del tuo Io artistico, quello di scrittore: che mi dici del tuo libro “Breve guida al suicidio”, pubblicato per la no EAP Edizioni La Gru? Nelle sue pagine troviamo esclusivamente Giuseppe Galato oppure fa capolino, inevitabilmente, anche Solo?
Nelle pagine di “Breve guida al suicidio” forse ritroviamo più Mr. B. Sapphire, che è uno degli altri miei alter ego, quando suono nella The Bordello Rock ‘n’ Roll Band, considerando che, sia in “Breve guida al suicidio”, sia nei brani della band, sfrutto più l’ironia e il sarcasmo, mentre in Solo (o nei M.i.B., altro progetto punk/grunge a cui sto lavorando e dove assumo l’identità di Ictus) faccio emergere maggiormente la mia vena malinconica o rabbiosa. Giuseppe Galato quasi non esiste.

Nanga Parbat – La montagna assassina

I Nanga Parbat hanno iniziato un cammino tanto personale quanto avvincente. La prima tappa di questa marcia è “Downfall and Torment” (Sliptrick Records), lavoro complesso, capace di ammaliare e stordire l’incauto esploratore che osa sfidare la Montagna Assassina…

Benvenuto Andrea (voce), dopo tre singoli è arrivato finalmente per voi il momento di dare alle stampe il vostro album di debutto, “Downfall and Torment”. Cosa significa avere fuori un disco, un segno tangibile dei vostri sforzi, soprattutto ora che non potete realizzarvi come artisti su un palco?
Per noi è un grandissimo traguardo, è stato un cammino lungo e faticoso, ed essere arrivati a questa meta ci riempie di orgoglio. Oggi viviamo un periodo di grande incertezza per tutto il panorama artistico ma grazie a “Downfall and Torment” stiamo riuscendo ad entrare nel cuore delle persone anche attraverso uno schermo. Sicuramente avremmo preferito un bel release party ed una serie di live promozionali in tutta la Penisola ma ci rendiamo conto che ci sono altre priorità al momento!

Tornerei ai tre singoli che hanno preceduto il disco, ho notato che nell’album questi pezzi vengono proposti di seguito e si trovano quasi al centro: ritenete che siano il cuore dell’opera e che da soli possano rappresentare al meglio il vostro stile?
La posizione dei tre singoli all’interno della tracklist è stata pressoché casuale, sicuramente i trebrani sono stati scelti poiché sono gli unici ad avere una struttura ed una durata più “canonica” e quindi più fruibile come singolo e come base per un video musicale. La seconda parte del disco invece è incentrata sui due brani più complessi e progressivi che sono “Curse of the Thaw” e la titletrack, quindi potremmo dire che i tre singoli sono sì dei brani chiave all’interno del disco ma non sufficienti da soli a rappresentare il genere e il messaggio dell’opera che rimane descritto dalla totalità delle nove tracce di “Downfall and Torment”.

Resterei sullo stile che proponete, il vostro approccio al death metal è molto complesso, con venature progressive, quasi in controtendenza rispetto alle uscite attuali che tendono a privilegiare sonorità più old school: non temete che questa scelta possa penalizzarvi?
La nostra non è stata una scelta di stile, abbiamo composto le canzoni senza sapere prima in che parte della tassonomia del death metal saremmo andati a finire. Non ci siamo dati regole o canoni, abbiamo semplicemente lavorato molto a lungo sugli arrangiamenti e sulla costruzione del concept del disco e questo è ciò che ne è uscito. Se questo possa penalizzarci è difficile a dirsi ma crediamo che “Downfall and Torment” sia un disco sufficientemente ricco da poter essere apprezzato sia dagli ascoltatori più moderni che da quelli più “old school”.

Altro fattore che dimostra come vi muoviate ai limiti e che non temiate di allontanarvi da quelli che sono i cliché del genere è la scelta del vostro nome: come mai avete deciso di chiamare il gruppo come un monte della catena dell’Himalaya e non con un prosaico nome più oscuro?
Come dicevamo appunto nella risposta precedente non abbiamo cercato di definire la musica secondo dei canoni ma piuttosto di far definire i canoni dalla nostra musica stessa. Proprio per questo motivo, il nome è stato scelto successivamente alla composizione del disco, avevamo bisogno di un nome che fosse particolare ma allo stesso tempo altisonante e richiamasse a qualcosa di ignoto e tenebroso. Il Nanga Parbat, la nona montagna più alta della Terra e una delle più mortali, soprannominata appunto la montagna assassina, un nome che si associa perfettamente alla nostra musica.

Nei testi, invece, quali tematiche trattate?
Nei testi cerchiamo di dare risalto alla potenza e all’indomabilità del mondo naturale. Spesso ci siamo trovati a narrare di ambienti estremi o di fenomeni atmosferici inarrestabili. Abbiamo fatto molte ricerche anche su diverse figure leggendarie e mitologiche come si può evincere dai brani “Tidal Blight” e “Demon in the Snow”. Il primo narra infatti del grande cetaceo bianco cacciato dal Capitano Ahab ed il secondo di una tigre fantasma che secondo alcune leggende abiterebbe la taiga russa. Nei nostri testi dunque amiamo inserire sia figure appartenenti al mondo animale che generalmente a quello naturale, cercando di infondere significati specifici a figure già molto evocative.

La copertina cosa rappresenta?
La copertina rappresenta le disfatte che si autoinfligge l’uomo per cupidigia, orgoglio e illusione di grandezza. Questo conflitto che l’uomo vive con se stesso e con il resto della sua specie si staglia sullo sfondo della natura. Quest’ultima si trova spesso colta nel fuoco che viene da entrambi gli schieramenti, relegata ad un ruolo secondario in tutte le vicende umane. La nostra copertina vuole riportare l’attenzione sul vero colpevole di tutto il male che ogni giorno si scatena sulla terra: l’uomo.

Nel disco compaiano numero si ospiti, vi andrebbe di presentarli?
Certamente! Per arricchire il lavoro abbiamo fatto contribuire alcuni nostri amici musicisti che hanno impreziosito l’opera. Edoardo Taddei: Giovanissimo Guitar Hero romano (Classe ‘99) che ha scritto e suonato l’assolo di “Through a Lake of Damnation”. Davide Straccione: Storico frontman degli Shores of Null e degli Zippo e mastermind del Frantic Fest, amico di vecchia data della nostra band ha cantato alcune strofe pulite della titletrack. Vittoria Nagni: Violinista classica, ex-Blodiga Skald, ha suonato le parti di violino solista sull’intro e su “Tidal Blight”. Fabiana Testa: Formidabile session woman blues e jazz sia elettrica che acustica, ha suonato l’intro acustica. Martin Vincent: Amico della band, inguaribile metallaro, ha vissuto molti anni in America ed ha quindi recitato la strofa di “Tidal Blight” estratta dal Moby Dick di Herman Melville. Francesco Ferrini: Dulcis in fundo, uno dei fondatori dei Fleshgod Apocalypse, orchestratore e arrangiatore di fama mondiale, ha lavorato alla produzione delle orchestre insieme al nostro Edoardo.

Alla luce del grande lavoro fatto in studio, quando potrete tornare ad esibirvi dal vivo, sottoporrete i brani a un riarrangiamento o li proporrete in modo fedele sul palco?
L’obiettivo è sicuramente quello di proporre i brani nel modo più fedele ed autentico possibile, siamo convinti che tutto ciò che è stato proposto nel disco sarà ugualmente fruibile e godibile anche in un contesto live. Resta da decidere l’effettiva setlist per i futuri live ma stiamo già lavorando in questa direzione per rendere le nostre performance non solo energetiche ma anche iconiche e fluide. Vogliamo portare un grande show e stiamo già escogitando vari sistemi per farlo ma per questo dovrete aspettare ancora un po’!

La prossima cima da scalare?
Ovviamente, il prossimo disco che stiamo già componendo! Il mondo della musica dal vivo è ancora troppo incerto per pensare ai palchi mentre invece un momento come questo è perfetto per ricominciare a comporre nuova musica.

Morgurth – Crepe nel silenzio

I blackster Morgurth nel 2020 hanno rilasciato il proprio album d’esordio autoprodotto “…and Then There Shall Be Silence”. Su imbeccata dell’Associazione Ocularis Infernum, abbiamo contatto Narthang, l’anima oscura della one-man band.

Benvenuto su Il Raglio del Mulo, Narthang, i Morgurth nascono qualche anno fa mentre militavi nella symphonic metal band Neophobia. Come sei arrivato alle decisione di creare un gruppo tutto tuo con sonorità completamente diverse da quelle della compagine in cui militavi?
Ciao a tutti voi de “Il Raglio del Mulo”, grazie dell’occasione e per l’intervista, ne approfitto per ringraziare, ovviamente, anche Ocularis Infernum e Andred per aver organizzato il tutto. Sì, Morgurth nasce come quando ancora ero chitarrista e voce growl dei Neophobia, ma, col passare dei mesi, il progetto è cresciuto ed ha acquisito sempre più importanza. Ovviamente, Morgurth è un progetto appartenente a tutt’altro genere: i Neo fanno symphonic metal, mentre Morgurth è black metal con evidenti influenze atmospheric. I Neo sono un gruppo che ho contribuito a fondare quasi 9 anni fa, insieme ad un gruppo di amici, ma Morgurth è l’essenza della musica che mi appassiona maggiormente: un black metal freddo, potente e violento. Il progetto ha avuto un processo di sviluppo graduale, con la composizione dei primi brani, fino alla realizzazione delle canzoni che fanno parte del primo album, nati dal bisogno di creare qualcosa che provenisse unicamente dalle mie attitudini compositive, senza l’interferenza di influenze altrui.

Cosa ti sei portato dietro in questo nuovo progetto del tuo retaggio con i Neophobia, non solo in ambito di esperienze maturate ma anche di sonorità?
A dir la verità: nulla. C’è stato un cambiamento radicale in tutto quello che riguarda il processo creativo e l’evidente differenza di stile e di genere hanno contribuito per la maggior parte al cambiamento, oltre al fatto che ogni decisione presa relativamente ad ogni singolo aspetto della stesura dei brani, piuttosto che alla realizzazione degli artwork, scaturisce esclusivamente dalla mia creatività. Anche lo stile canoro è totalmente variato. Mi sento di affermare che mi sono lasciato alle spalle tutto ciò che c’era prima di Morgurth, dal punto di vista musicale, e che, come artista metal, sono rinato proprio con questo mio progetto.

Il nome della band, Morgurth, prende ispirazione dall’immaginifico tolkieniano, come ti spieghi questa fascinazione per lo scrittore inglese subita da te e da tanti altri metallari, sopratutto in ambito estremo?
Tutto è cominciato quando ancora ero piccolo, vedendo per la prima volta il film de “Il Signore degli Anelli”, che uscì nelle sale italiane quando io avevo solo 11 anni. Di lì a poco, l’interesse e la conseguente passione relative alle opere di Tolkien crebbe sempre di più: cominciai a leggere i libri e ad ascoltare anche musica attinente ai suoi romanzi e racconti. La scelta del nome è una sorta di tributo allo scrittore, che è stato, ed è ancora oggi, una delle maggiori fonti di ispirazione per me e per la mia musica, sebbene i miei testi non trattino mai delle opere tolkeniane, eccezion fatta per il singolo “Misty Mountains Cold”, che ho rilasciato ad ottobre 2020, il quale è anch’esso un tributo a Tokien ed alla musica di Howard Shore. Mi piace pensare che i musicisti, metal e non, che si ispirano ai romanzi tolkeniani, si siano avvicinati a tali opere tramite un percorso simile al mio. Il fatto che, soprattutto nel mondo del metal, si possano trovare facilmente band e lavori ispirati da questi romanzi, è dovuto, molto probabilmente, al fatto che si tratta del genere musicale che più si avvicina alle atmosfere ed alle ambientazioni dei romanzi fantasy, ovviamente insieme alla musica classica.

I Morgurth hanno approccio alquanto tradizionalista al black, questa scelta è frutto di una decisione integralista, che porta a prescindere al rifiuto delle contaminazioni, oppure perché semplicemente oggi ti trovi più a tuo agio con questi suoni e non escludi che in futuro possano esserci evoluzioni differenti della tua proposta?
Per quanto riguarda il primo lavoro di Morgurth, l’idea è stata chiara sin dalle prime composizioni: doveva essere un album di canzoni aventi, come principali caratteristiche, riff violenti di chitarra con linee di batteria veloci e di impatto, oltre ad un sound “freddo” ed a linee vocali esasperate. Il tutto per poter creare un’atmosfera che trasportasse l’ascoltatore in un mondo selvaggio e glaciale, che si possa identificare con le ambientazioni del nord Europa, comprendenti i fiordi, il mare, le montagne, i laghi, le foreste, paesaggi innevati e così via. Per questo lavoro non mi sono posto l’obiettivo di escludere od includere influenze provenienti da altri generi; piuttosto, si tratta semplicemente di ciò che, in modo naturale, dalla mia mente è stato trasmesso alle corde della chitarra: si tratta di sei canzoni prive di ogni influenza che potesse eventualmente derivare dall’esterno e questo vale anche per la produzione. Il secondo album, che rilascerò tra qualche mese, comprenderà sonorità un po’ diverse, rispetto a quelle del primo, ma il processo creativo è rimasto invariato.

Il primo frutto di questa nuova avventure è “…and then there shall be Silence”, un disco che non è un concept album, ma che vede almeno tre brani, quelli posti in apertura (“Cold and Darkness” “Old Dark World” “Land of the Cold and the Perennial Night”), legati tra loro tematicamente: ti andrebbe di parlarne?
Il tema ricorrente è quello della rigidezza dell’inverno e questi tre brani sono legati tra loro principalmente da questo aspetto. “Cold and Darkness”, “Old Dark World”, e “Land of the Cold and the Perennial Night” sono i tre inni alla magnificenza delle natura, che può rivelarsi bellissima, ma allo stesso tempo spietata e pericolosa, talvolta mortale; infatti, i testi descrivono paesaggi nordici dove l’Inverno sembra non avere mai fine e l’oscurità delle sue lunghe notti ricopre ogni cosa.

Delle altre tre tracce che mi dici?
Anche per le altre tre canzoni contenute nell’album, il tema principale fa riferimento principalmente all’inverno ed all’ostilità dell’affascinante e spietata natura delle terre nordiche. “Ritual” descrive antiche tradizioni pagane, per le quali si praticavano sacrifici rituali, talvolta umani, caratteristica di antiche popolazioni che dimoravano nel nord Europa. Sia il testo che la musica creano un’atmosfera di tensione, a tratti di orrore e spirituale. Anche qui ci si ritrova immersi in un’ambientazione fredda e selvaggia. “Last breath” descrive il momento della morte di un uomo esiliato, che vanga senza meta in un ambiente freddo e ostile; allo stremo delle forze avverte diverse sensazioni, preludio della morte. La descrizione di ciò che prova è il tema centrale del brano: un misto di disperazione, rassegnazione e timore, ma allo stesso tempo di sollievo, conforto e liberazione. Infine, troviamo “The Dream”. Come suggerisce il titolo, si tratta di un brano che mi ha ispirato un mio sogno ricorrente, in cui mi trovo in balia delle correnti in mare aperto. In lontananza, riesco a scorgere una scogliera avvolta dalla nebbia e un debole Sole che volge ormai verso il tramonto. Nonostante gli innumerevoli sforzi per non annegare, gradualmente inizio a sprofondare ed a scendere sempre di più verso il fondale marino, realizzando che, però, riesco a respirare. Una sensazione di conforto, quindi, mi avvolge fino a quando mi rendo conto che la vita mi ha ormai abbandonato. Presa coscienza di ciò, un senso di pace mi pervade e lentamente mi lascio andare, giù nelle profondità, finché l’oscurità più completa mi avvolge.

I  Morgurth sono una one-man band, ma per la realizzazione del disco hai collaborato con qualcuno o hai fatto tutto da solo?
La ragione principale per cui ho deciso di creare Morgurth è derivata proprio dalla necessità di comporre brani facendo affidamento unicamente sulla mia personale creatività, senza nessun tipo di influenza esterna da parte di terzi; ma questo vale non solo per la musica, bensì anche per i testi e per la scelta dell’artwork. Si tratta di un lavoro partorito esclusivamente dalla mia mente, fatta eccezione solamente per il logo della band, creato, dietro mie precise indicazioni, da parte della inglese “Thaumaturge Artworks”.

Quando ci sarà la possibilità di esibirti dal vivo collaborerai con degli altri musicisti, li hai già individuati?
Per i live shows mi affiderò ad amici musicisti fidati che conosco da tanti anni e con cui ho collaborato in numerose occasioni; questo per quanto riguarda la batteria, il basso e la chitarra ritmica, mentre io ricoprirò il ruolo di cantante e chitarrista solista.

Ti sei occupato anche dell’aspetto grafico del disco, come nasce la copertina?
La coverart dell’album l’ho ottenuta da una fotografia che ho scattato qualche anno fa mentre ero in vacanza in montagna in una località vicino a Molveno (TN). Mi trovavo in una foresta alle prime luci del giorno e la copertina ritrae degli alberi innevati con il sole che sorge sullo sfondo. Ho pensato che fosse lo scenario ideale per cui l’ascoltatore, vedendo la copertina, potesse facilmente intuire le tematiche dei brani ed, eventualmente, il genere di musica che propongo.

In conclusione, come giudichi l’attuale scena black tricolore?
Penso che ci siano diverse realtà Black Metal molto valide, in Italia. Solo nel 2020 sono stati realizzati ottimi album da parte di bands sia emergenti che affermate, pertanto mi sento di giudicare la scena Black italiana come una delle più talentuose attualmente in circolazione e spero che, una volta usciti dall’incubo del Covid, si possa riprendere le attività live con ancor più entusiasmo e coinvolgimento di prima.

Ghostly Aerie Coven – Bird of Prey

In arrivo a fine marzo su Vacula Productions l’esordio della black metal band italiana Ghostly Aerie Coven, per l’occasione Setian per scoprire qualcosa in più sul gruppo e su “Bird of Prey” (Vacula Productions / NeeCee Agency).

Benvenuto su Il Raglio, Setian. Il prossimo 31 marzo per Vacula Productions uscirà il vostro primo album, “Bird of Prey”. Vi sentite più vicini al raggiungimento di un traguardo o al compimento di un primo passo?
Sicuramente l’uscita di “Bird of Prey” per noi rappresenta il compimento di un primo passo, essendo già alla rifinitura di altri due album. Purtroppo a causa delle tempistiche imbarazzanti, nonché della mancanza di serietà della precedente casa discografica, la nostra tabella di marcia ha subito un brutale arresto che la Vacula Productions è riuscita a sciogliere in maniera tempestiva e provvidenziale.

Arrivate al primo disco dopo aver fatto un cammino classico che vede la pubblicazione di alcuni demo e poi il primo disco oppure, come avviene sempre più frequentemente oggi, avete deciso di bruciare le tappe incidendo direttamente l’esordio?
No, io in particolare sono molto ostile (anche da ascoltatore) alle demo in quanto le trovo dispersive e controproducenti: quando si realizza qualcosa di artistico – per quanto questo termine oggi sia vittima dei più feroci abusi – è imprescindibile partire dal proposito di realizzarlo al meglio delle proprie possibilità. Una traccia che merita di stare in un album, in una demo sarebbe sprecata (e anticipandola nell’album perderebbe poi impatto); se invece un brano sfigura in album, significa che non è ancora “pronto” e quindi non ha senso produrlo. Da qui la nostra politica è quella di produrre solo album composti solo da brani, secondo noi, “maturi”.

Siete in tre, avete altre esperienze alle spalle o per voi i Ghostly Aerie Coven rappresentano la prima band “seria”?
Gibil (batteria) è un musicista e polistrumentista con una notevole esperienza alle spalle, SadoMaster (chitarra) ha fatto parte dei Fornace ed è membro degli Eroded. Per me è stata invece un esperienza totalmente nuova, nonché una vera e propria scoperta, poiché il mio ruolo come voce nasce pochissimi mesi prima di questo progetto, dal volersi mettere al prova. La qualità della voce nel black metal è importantissima, ma a mio avviso sottovalutata. La voce è lo strumento che più di ogni altro può esprimere la potenza solare.

Come sono nate le tracce, lavoro di squadra oppure frutto dell’iniziativa di un singolo membro?
Gibil ha attinto alla scena finnica ma anche a quella del thrash old school. Per la voce mi ispiro a Jan L. ( X-Fusion ) e BlackGoat Gravedesecrator. Ho comunque presieduto, come mente, alla composizione e alla strutturazione dei riff di chitarra assieme a SadoMaster; mentre lui è un fervente cultore della scena finnica, io io in ambito black prediligo la scena statunitense e svedese. Della scena finnica considero invece dei grandissimi capolavori gli ultimi tre album degli Horna e “The Poisonous Path” dei Behexen. Da qui il risultato di una base finnica con diverse sfumature e una certa complessità nella sua struttura. Il fattore essenziale, per ogni progetto, è stato nel poter realizzare una grande sinergia tra “noi” come monadi distinte e il “noi” come collettivo.

Ciò che è certamente classico è il vostro approccio al black, però cosa credete che ci sia di nuovo e personale in quanto da voi proposto?
Il fattore personale si articola su più livelli. A livello musicale, “sfumando” il sound marcatamente finnico mentre a livello estetico e tematico nella scelta di non seguire passivamente e forzatamente strade già segnate. Il logo esprime, tra le altre cose, il nostro essere tre e uno allo stesso tempo mentre la scelta dell’animale è perfetta per indicare un sound graffiante, maestoso e introspettivo al contempo.

Nelle note promozionali che accompagnano il disco ho letto che vi rifare alla scuola finlandese, Horna, Sargeist e Behexen, come accennato anche da te in precedenza: come mai prediligete questa scena alla più celebre norvegese?
E’ stata sia una scelta artistica personale, come un pittore che sceglie, ascoltando se stesso, a quale stile rifarsi o quali colori utilizzare. Purtroppo anche nel black metal prevale un aspetto incoerente con la natura avanguardista stessa del genere per cui si tende a finire comunque nel “dogma”, nel cliché, nella dittatura del “sì” (per riprendere Heidegger) e venerare ad’ esempio la scena norvegese come un cimelio “perché è venuta prima rispetto alle altre”. Il ” prima e il dopo” sono frutto di una mentalità infantile e stantia che non ha e non deve avere importanza men che meno in un genere avanguardista come questo, slanciato in un impeto di distruzione rigenerativa senza compromessi e condizionamenti esterni. Pochi sono in grado di penetrare nello spirito di questo macro-genere senza fermarsi alla sua esteriorità. In questo l’estetica del genere, assieme ai suoi temi, in un modo o nell’altro fa selezione, respinge come le divinità terrifiche. C’è chi si ferma al cliché e all’infantile idea di “essere old school”, chi invece questo genere lo rifugge per vari motivi legati contenuto, ma in ogni caso pochi riescono a riescono a carpire il significato, a penetrare per raggiungere un livello di “sentire” più fino e nascosto .

Quali sono gli aspetti della realtà che volete svelare attraverso l’uso dei simboli nei vostri testi?
Da unico compositore di ciascun testo posso dirti che ho utilizzato sia il simbolo (che è tautologico, il simbolo parla di sé, rimanda a qualcosa che si può esprimere solo con il simbolo stesso) che l’allegoria per rappresentare la realtà articolata su più livelli che sono in concomitanza con la materia.

Dal vivo qual è il vostro approccio?
Puntiamo al coinvolgimento attraverso il risveglio emotivo prodotto dall’impatto sonoro pur mantenendo il distacco dal pubblico nella forma. Ho apprezzato molto le considerazioni di Kaiser Wodanaz in un’intervista in cui affermava il proprio disappunto per l’atteggiamento da “amiconi” adottato da certe band.

Dovendo utilizzare un brano come vostro biglietto da vista, quale indichereste ai nostri lettori?
Direi “Nychtophilia”, “Ode to the Evening Star” o “Rhyme of the Chrimson Monarch” anche se,e questo lo considero un gran punto di forza, c’è un forte equilibrio tra i brani il che rende difficile dire quale sia adatto come “biglietto da visita” e quale no.

Drakkar – I signori del caos

La nave, rigorosamente vichinga, guidata dal capitano Dario Beretta non teme le bonacce compositive. Anzi i Drakkar continuano a salpare i marosi con il vento in poppa, forti di idee sempre nuove e del caratteristico sound della compagine meneghina, come dimostra il nuovo disco “Chaos Lord” (Punishment 18 Records).

Benvenuto Dario, dopo un paio di EP, finalmente è in dirittura di arrivo il vostro nuovo album “Chaos Lord”. Quali sono le novità che accompagnano questa uscita?
Finalmente ci siamo, sì! Abbiamo registrato questo disco nel 2019, è stata una lunga strada perché potesse finalmente arrivare all’uscita ufficiale. Musicalmente, “Chaos Lord” è la logica prosecuzione di “Cold Winter’s Night”, la nostra prima uscita dopo il ritorno alla formazione a due chitarre, con un’ulteriore evoluzione del sound che ci ha portato a ridurre drasticamente le parti di tastiere, con la conseguente decisione di passare a una formazione a cinque elementi. Il fatto che l’uscita del disco sia stata spostata dal 2020 al 2021 ha comportato la bizzarria del fatto che l’EP del 2020, “Falling Down”, sia uscito prima pur essendo stato registrato dopo, quindi in un certo senso “Chaos Lord” rappresenta uno step nella nostra evoluzione che è precedente rispetto all’EP, ma sostanzialmente si tratta di materiale molto vicino, nessuno stravolgimento.

Forse è una mia impressione, ma in questo disco mi pare più evidente il tuo amore per i Running Wild, sbaglio?
Penso che il nostro disco più influenzato dal songwriting della ciurma di Rolf Kasparek resti sempre il primo, “Quest for Glory”, che in buona parte era stato concepito quando nella band c’erano due chitarre, anche se alla sua uscita ero rimasto soltanto io. Il fatto di essere tornati ad avere due asce nel gruppo ci ha sicuramente riportati un po’ verso quelle sonorità, fortemente influenzate dall’heavy metal classico degli anni ’80. Probabilmente, la tua sensazione deriva da questo. Sicuramente i Running Wild sono e restano una delle band fondamentali per me, e negli anni se possibile ho imparato ad apprezzarli ancora di più che in passato.

Credi che ci sia un brano che rappresenti al meglio i Drakkar di oggi?
Non saprei proprio. Tutto l’album nuovo, alla fine, presenta elementi presi da ogni era della nostra storia, reinterpretati in chiave moderna, con la nostra consapevolezza e maturità attuale. In questo senso, sono tutte rappresentative di una delle facce del nostro dado (per usare una terminologia nerd). Trovo che questo disco sia davvero molto “forte” dal punto di vista del songwriting, sostanzialmente privo di brani “deboli” o poco ispirati. Se dovessi scegliere un brano che amo particolarmente, per il mio gusto personale direi sicuramente la titletrack. Ma appunto, rappresenterebbe solo una della sfaccettature del nostro sound.

Siete sempre rimasti fedeli al power metal anni 90, probabilmente solo con “Razorblade God” avete “sporcato” la matrice più pura del genere. Come mai a un certo punto avete messo da parte quelle influenze thrash?
Non sono molto d’accordo, credo che quelle sonorità siano rimaste e diventate parte integrante della personalità della band. Vedi brani come “The Pages of My Life” dal nuovo disco, ma anche “Burning” su “Run With The Wolf”. In generale, il nostro riffing si è fatto più massiccio da quell’album in poi. Direi che quelle influenze, col tempo, sono state integrate meglio nel contesto della band.

Tutto sommato state vivendo un momento prolifero, tre uscite, anche se in formati differenti, in poco più un triennio: come si mantiene viva l’ispirazione dopo tanti anni di carriera?
Personalmente, non sono mai a corto di idee. Anche nel periodo più duro della band, dal 2002 al 2012 in cui pubblicammo solo un EP, non smisi mai di scrivere brani, alcuni dei quali sono poi usciti, mentre altri sono rimasti nel cassetto. Ultimamente, poi, tra Drakkar, Crimson Dawn e altri progetti di cui non posso ancora parlare, sto tenendo un ritmo veramente alto. Non saprei dare una motivazione razionale, se non il fatto che la musica continua a essere la mia più grande passione, e quindi per me comporre non è mai un peso, anzi. Devo anche dire che, parlando solamente dei Drakkar, molto sta facendo l’ingresso nella lineup di Marco e soprattutto Simone, dato che entrambi stanno dando dei contributi al songwriting. Avere dei compagni di squadra che contribuiscono con le loro idee è molto importante.

Siete stati tra i primi in Italia ad aprire una pagina Patreon, ti chiedere di spiegare ai nostri lettori di cosa stiamo parlando e come valuti ad oggi i risultati ottenuti.
Patreon è una piattaforma che permette agli artisti di offrire contenuti “su abbonamento” ai fan più fedeli. Supporta l’inserimento di contenuti di ogni tipo, dai brani dei nostri album (inediti, versioni, alternative, demo) ai video, passando per semplici post testuali, e la pagina è di fatto una sorta di mini-community dato che i fan possono anche commentare e interagire direttamente. Finora i risultati sono stati davvero incoraggianti, in un anno abbiamo raggiunto un numero di abbonati interessante per dei musicisti underground come noi. La pagina include materiale sia dei Drakkar che dei Crimson Dawn, ed è per questo che è a mio nome, e non a nome di una delle due band. Questo ci permette di offrire ancora più contenuti e ci sono già alcune cose, come l’EP “Falling Down”, che abbiamo potuto produrre solo grazie all’apporto dei nostri patron. La nostra media è di un post ogni 3-4 giorni, sempre con contenuti nuovi, ed è piuttosto impegnativa da mantenere, ma crediamo che ne valga la pena. Si tratta di uno stimolo a impegnarsi e fare sempre di più e di meglio. E poi, in questo anno senza concerti, è stato un polmone fondamentale per le finanze di entrambi i gruppi. Tutti i soldi che entrano grazie a Patreon vengono reinvestiti nella band, e questo ci permette di fare di più e con più qualità.

Se non erro la Punishment 18 è la vostra terza etichetta, ma con strumenti quali Patreon, Bandcamp e social vari, serve ancora una casa discografica a un gruppo come il vostro che ha già una fanbase corposa?
Non sbagli. E’ vero, tra Patreon e Bandcamp, la band ha una solida base di fan ormai, e forse si potrebbe anche tentare la carta dell’indipendenza piena. Tuttavia, lavorare con una label ci permette di avere una distribuzione più capillare e ci sgrava da un po’ di attività logistiche e promozionali che altrimenti dovremmo svolgere da soli, cosa che P18 fa egregiamente. Inoltre, ci permettono al tempo stesso di mantenere i diritti di utilizzo della nostra musica nel contesto di Patreon, cosa per noi fondamentale. Insomma, cerchiamo di unire i vantaggi dei due mondi.

Torniamo al nuovo album, nella tracklist troviamo “The Battle (Death from the Depths – Part II)” seconda parte del brano “Leviathan Rising (Death from the Depths – Part I) presente su “Cold Winter’s Night”. Le due canzoni sono nate insieme e poi separate oppure l’ispirazione per la nuova traccia è arrivata solo ora?
Inizialmente, la prima parte, “Leviathan”, doveva essere un brano a sé stante. Poi però mi è venuta l’idea di continuare la saga con un sequel, così ne ho parlato con Marco, autore del testo della parte I, e gli ho chiesto di cambiare l’ultimissima parte per lasciarla “aperta”. Musicalmente, “The Battle” è stata quindi scritta dopo, ma con una storia già delineata che prende ispirazione da un personaggio dei fumetti Valiant, il Guerriero Eterno.

Con i live al momento sospesi, quale sarà la vostra prossima mossa?
Continueremo a prenderci cura di Patreon per “coccolare” i nostri fan più affezionati, sfruttando la piattaforma per lanciare progetti nuovi: alcuni esclusivi, altri che usciranno prima su Patreon e poi anche per tutti gli altri. Abbiamo un “piano di battaglia” fino al 2024… Poi, come ci ha dimostrato la pandemia, non esiste piano che non possa essere reso obsoleto, ma così è la vita!

Flavio Adducci – Alle origini del nero

Si parla tanto di black metal, ma quasi mai delle sue origini. Di solito si citano i grandi nomi della scena norrena di metà anni 90, dimenticando tutto quello che c’è stato prima. A rendere giustizia ai padri del genere, c’ha pensato Flavio Adducci con il suo libro “Benvenuti all’Inferno!” pubblicato qualche mese fa dell’editore Officina di Hank.

Flavio, da qualche mese è fuori il tuo libro “Benvenuti all’Inferno!”, quando e perché hai deciso di rimetter mano al tuo ebook “Nel Segno del Marchio Nero” per rieditarlo con un nuovo titolo e contenuti più ricchi?
Ciao Giuseppe! Ho cominciato a rimetterci mano nel luglio dell’anno scorso, quando il mio editore, una volta conosciuto come Chinaski Edizioni ma ora come Officina di Hank, mi contattò dopo tanto tempo per chiedermi se volessimo riprovare a pubblicare il libro in versione fisica, dopo che i nostri rapporti erano cessati qualche anno prima per varie ragioni. Ovviamente, fui entusiasta di questo suo ritorno perché il mio sogno era proprio quello di veder stampato su carta il mio ebook, che avevo pubblicato il 24 marzo 2019, il giorno del mio trentesimo compleanno. Così, decidemmo di comune accordo di ridare al libro il suo vecchio titolo, cioè “Benvenuti all’Inferno!”. Inoltre, approfittando dell’occasione, ho apportato qualche modifica anche per correggere alcuni errori presenti nell’ebook, ho aggiunto due capitoli nuovi (quello sulla scena iberica e quello sul proto-speed/thrash metal) e ho inserito la stupenda prefazione scritta da Francesco Gallina, che proprio in questi giorni sta uscendo con la sua nuova fatica, “Dipinto sull’Acciaio”. Ed ecco che il libro non solo è finalmente uscito ma risulta avere adesso circa 40 pagine in più.

Da un certo momento in poi, prima metà degli anni ’90, si inizia a parlare di black metal riferendosi a qualcosa di diverso rispetto a quello che prima era per tutti il metallo nero. Oggigiorno la definizione più comune è proprio questa nata nell’ultima decade dello scorso secolo. Il tuo libro è qui a render giustizia a tutte quelle band che per prime, invece, sono state identificate come black. Una scelta coraggiosa la tua, perché vai quasi contro la percezione generale del metallaro odierno…
Sì, in effetti alcuni non credono affatto nell’esistenza della first wave of black metal perché affermano che gruppi come Venom o i primi Sodom non avessero musicalmente nulla in comune con quelli che vengono percepiti oggigiorno come black metal, come i Darkthrone o gli Immortal. Eppure, si potrebbe quasi dire che questi ultimi, i norvegesi, non abbiano inventato niente perché è stato proprio nella prima ondata che sono emerse formazioni come i Bathory di “Under the Sign of the Black Mark” o gli ungheresi Tormentor, le quali praticamente proponevano del vero black metal prima che questo genere fosse riconosciuto negli anni ‘90 come a sé stante. Il problema è che, quando si parla della prima ondata, si parla di qualcosa di indefinibile. Infatti, qui il punto non è esattamente un fatto di musica ma è più che altro un fatto di attitudine, di suonare nella maniera più sinistra e diabolica possibile cantando di Satana e di argomenti come l’occultismo, facendolo però non seguendo dei copioni musicali precisi. Ecco così che nel libro si trovano inseriti gli Slayer o i Mercyful Fate, due band diversissime fra loro che però, soprattutto nei primi tempi, venivano spesso definite proprio come black metal dalle riviste di settore e dalle fanzine dell’epoca. A dirla tutta, questo succedeva anche perché una larga parte del metal, specie quello estremo, era in via di costruzione, ragion per cui spesso non c’erano degli steccati definiti fra i generi. Quindi, ci si divertiva a inventare le più variopinte definizioni per dare un nome ai vari stili emergenti. Alcune di esse non avrebbero resistito alla prova del tempo mentre altre sì, fra cui “black metal”, che però negli anni avrebbe assunto un significato un po’ diverso da quello originario.

Questo rimescolamento delle etichette mi frastorna, non ti nascondo che quando dico power metal, ho in mente qualcosa di diverso rispetto a quella che è l’accezione odierna (la mia è un qualcosa che sta a metà strada fra il metal classico e il thrash). Ma potrei farti altri esempi, però mi soffermerei su un altro aspetto: i sottogeneri servivano, più che altro, in un momento storico in cui la musica veniva promossa attraverso le riviste per descrivere in modo veloce la proposta di una band. Ma oggi che l’ascolto è quasi immediato dopo la pubblicazione di un album, serve ancora parlare di black, death, power, ecc? Non credi che sia riduttiva come cosa?
Vero, anch’io sono più legato al power metal di cui parli, cioè quello degli anni ’80, durante i quali c’erano gruppi duri e violenti come i mitici Jag Panzer o i Liege Lord. Fra l’altro, potrebbe suonare strano ai cultori di ciò che oggigiorno viene inteso come power metal ma allora da questo genere potevano uscire fuori band dal sound molto oscuro e dalle tematiche ultra-sataniche come i Satan’s Host, che possono esser fatti rientrare tranquillamente nella first wave of black metal. Tornando alla tua domanda, per me ha ancora senso parlare di sottogeneri nel metal. Perché, prima di tutto, penso che abbiano ancora un forte appeal, tanto che negli ultimi anni sono nati canali YouTube dedicati esclusivamente a generi specifici; canali che vengono seguiti particolarmente da metallari che preferiscono degli stili precisi, come il thrash o il black metal, rispetto ad altri. Inoltre, credo che, con questo generale ritorno alla vecchia scuola che stiamo vivendo ormai da un po’ di tempo, si sia in un certo senso riscoperto il metal, le sue origini, e anche generi che erano stati dimenticati come lo speed metal, spesso confuso per il thrash metal, o definizioni come la stessa first wave of black metal. Grazie a tutto ciò, si può dire che si sia ridato lustro ai vari sottogeneri metal, rafforzandoli.

Torniamo al libro, mi parleresti delle fonti? Te lo chiedo, perché spesso sei andato oltre le solite, inserendo nelle tue pagine anche band che difficilmente vengono accostate al black…
Principalmente ho usato fonti come libri, fanzine, il monumentale Metal-Archives e, almeno nei primi tempi, anche YouTube, che già qualche anno fa, quando cominciai a scrivere il libro, era pieno di video che raccontavano la storia e l’evoluzione della first wave of black metal. Però sì, non sempre parlo di gruppi di fatto appartenenti alla prima ondata. Per esempio, nel capitolo statunitense si trovano band che non ne hanno mai fatto parte come i Manilla Road, e perfino i Saint Vitus, che non sono mai stati nemmeno lontanamente satanici vista la loro fede cristiana. Ma, in entrambi i casi, il sound è veramente molto oscuro e vicino, rispettivamente, ai Celtic Frost e, soprattutto durante le parti veloci, agli Hellhammer. A causa di queste somiglianze, ho pensato di inserirli, anche per far capire a tutti quanto il metal si stesse sempre più scurendo in quegli anni. Poi, qui e là nel libro si parla di hardcore punk. Questo è stato sia un atto d’amore verso quest’altro tipo di musica, a cui sono molto legato, e sia perché alcuni gruppi di questo genere presi in esame nel libro presentano delle caratteristiche musicali, vocali e/o di atmosfera capaci a mio avviso di richiamare il black metal. Non è un caso che band come gli inglesi Amebix vengano citate come influenze importanti da protagonisti della seconda ondata come i Darkthrone. Alcune formazioni di questo tipo le ho scoperte dopo aver pubblicato il libro, come gli statunitensi United Mutation, che mi hanno del tutto sorpreso perché nel 1983 se ne uscirono con un pezzo dal cantato agghiacciante come “Lice & Flies”. Ascoltare per credere!

Dovendo mettere dei paletti cronologici, più o meno quando nasce e muore la prima ondata?
Allora, l’inizio della first wave of black metal è da far risalire al 1981, quando i Venom, i fondatori assoluti del movimento, pubblicarono “Welcome to Hell”. Con questo disco la band inglese immortalò per i posteri un metal satanico e blasfemo a cui i nostri diedero una definizione l’anno dopo col secondo album, “Black Metal”, col quale si fondò di fatto tutto un genere musicale che però sarebbe diventato tale solo negli anni ’90. Invece, la fine della prima ondata è da collocarsi idealmente nel 1991, quando Euronymous, leader e chitarrista dei Mayhem, aprì a Oslo il negozio di dischi Helvete, che in norvegese significa “Inferno”. Fu proprio da qui che il black metal divenne finalmente un genere musicale con caratteristiche ben distinte. Ciò praticamente grazie a Euronymous, che spinse molti dei suoi amici, dai Darkthrone a Burzum, ad abbandonare il death metal, definito ormai da lui come un genere commerciale e innocuo, per darsi al black metal, che però a questo punto non fu più concepito soltanto come musica ma anche come una pericolosa ideologia rivoluzionaria votata a Satana e al caos.

Quale è stato il passaggio più complicato da mettere su carta?
Più che altro, ho trovato molto complicato mettere la parola FINE al libro. Infatti, devi non solo considerare che io ho una grande passione per la scrittura che coltivo praticamente da una vita, ma anche che ho scelto come tema qualcosa di indefinibile come la first wave of black metal. Inoltre, a un certo punto delle mie ricerche, ho scoperto che il sito The Corroseum contiene un’enorme sezione dedicata alle fanzine metal degli anni ’80, cioè una vera e propria miniera di informazioni se si vuole scrivere un libro di questo tipo. Solo che, a causa di tutto ciò, ho rischiato sul serio di rendere virtualmente infinita la stesura di “Benvenuti all’Inferno!”! Ma poi, un bel giorno, conscio di aver scritto tutto il possibile, mi sono ritenuto finalmente soddisfatto del lavoro. E così quella che è uscita è la versione definitiva di un libro che ho iniziato a scrivere, se non erro, nell’ormai lontano ottobre 2015.

Hai arricchito il libro con delle interviste ai protagonisti di quella epopea, cosa hai provato ad ascoltare direttamente dalla voce dei protagonisti come sono andate le cose?
Non nascondo che ho provato un po’ di emozione, specialmente quando intervistai al telefono Peso dei Necrodeath. Così, oltre ogni mia più rosea aspettativa, ho avuto l’onore di parlare direttamente con uno dei pionieri del metal estremo in Italia. Per di più, quella è stata la prima intervista telefonica in assoluto che ho fatto in vita mia, ergo l’emozione fu amplificata anche da questo dettaglio. Infatti, prima di allora intervistavo solo per mail o, al massimo, in chat, quindi quell’intervista telefonica fu per me una novità totale. Fra l’altro, nel 2018, quindi due anni dopo aver chiacchierato con Peso, lo vidi all’opera con i Necrodeath quando vennero a suonare a Roma, in una serata che ricordo con grande piacere e di cui feci un live report uscito per la mia webzine Timpani allo Spiedo. Una foto di quel concerto l’ho inserita proprio nel libro. Ma ho avuto anche l’onore di intervistare, tramite mail, non solo altri pionieri del metal estremo italiano come gli Schizo attraverso le parole di S.B. Reder, ma anche i brasiliani Holocausto, che mi hanno risposto perfino con tutta la formazione che registrò il seminale “Campo de Exterminio”. In entrambi i casi, sono state svelate molte cose interessanti. Per esempio, S.B. Reder ha raccontato un sacco di aneddoti, chiarendo fra l’altro la deriva pseudo-nazista che la band ebbe nei primissimi tempi mentre gli Holocausto hanno parlato, anche della particolarissima situazione socio-politica di un Brasile che, in quegli anni, stava uscendo da una dittatura militare.

I fatti criminosi accaduti in Norvegia, è inutile negarlo, hanno dato una spinta notevole alle band della seconda ondata, tanto che il black metal paradossalmente è diventato un genere, se non commerciale, commerciabile. Invece, quale è stata la molla che ha permesso alla prima ondata di arrivare in ogni angolo del globo in un momento storico in cui i mezzi di comunicazione e di diffusione della musica erano ancora farraginosi?
Sicuramente una grande passione per il metal. Stiamo parlando di un tempo in cui non c’era Internet, in cui non c’era modo di ascoltare in anteprima nessun disco, e quindi i metallari, rispetto a oggi, dovevano “faticare” molto di più per coltivare la propria passione. Così, coloro che si aggiornavano continuamente sulla scena internazionale, fra le altre cose, leggevano fanzine e facevano tape-trading con gente magari proveniente dall’altro capo del mondo, arrivando in questo modo a scoprire anche band molto interessanti. In pratica, si può dire che proprio quei mezzi di comunicazione e di diffusione “farraginosi” abbiano contribuito notevolmente a sviluppare una passione musicale incredibile. Inoltre, penso che attirassero parecchio le tematiche sataniche/occulte, che soprattutto all’epoca, prima di essere in un certo senso “normalizzate” negli anni 2000, avevano il classico fascino del proibito per dei metallari che spesso e volentieri erano degli impressionabili adolescenti. Infatti, a partire specialmente dal 1983 e grazie a gruppi come Slayer, Mercyful Fate, Acid e altri, i temi satanici divennero una moda. Solo che lo divennero così tanto che, già sul finire degli anni ’80, si considerava il black metal come un genere obsoleto, nonostante ancora non esistesse come vero e proprio genere musicale.

Ti va di buttar giù una discografia essenziale?
Certamente! In ordine cronologico e prendendo un solo disco per band, menzionerei:
Venom – “Welcome to Hell” (1981)
Hellhammer – “Satanic Rites” (1983)
Mercyful Fate – “Don’t Break the Oath” (1984)
Slayer – “Hell Awaits” (1985)
Celtic Frost – “To Mega Therion” (1985)
Sodom – “In the Sign of Evil” (1985)
Bathory – “Under the Sign of the Black Mark” (1987)
Mayhem – “Deathcrush” (1987)
Sarcófago – “I.N.R.I.” (1987)
Tormentor – “Anno Domini” (1989)
Salem – “Millions Slaughtered” (1990)
Blasphemy “Fallen Angel of Doom…” (1990)
Master’s Hammer – “Ritual” (1991)

In conclusione, cosa bolle nel tuo pentolone oscuro?
Sta bollendo un nuovo libro a cui sto lavorando da metà novembre. Non so se e quando lo finirò ma mi sta impegnando parecchio. L’argomento è top secret ma, per il momento, sappiate solo che non riguarda il black metal. Inoltre, sappiate anche che è prossimamente in uscita, per il mio editore Officina di Hank, “Bathory – La band che cambiò l’heavy metal”, nuova opera del mio amico Fabio Rossi incentrata, appunto, sui Bathory e sul suo mastermind Quorthon, e per la quale ho scritto la prefazione. Ora, nel caso siate interessati a seguirmi, vi lascio i seguenti link:
FaceBook: https://www.facebook.com/flavio.adducci/
Instagram: https://www.instagram.com/xpositivityxeaterx/
Timpani allo Spiedo (la mia webzine): https://timpaniallospiedo.blogspot.com
xSenselessxPositivityx (il mio progetto noisegrind): https://xsenselessxpositivityx.bandcamp.com/
Ciao e grazie, Giuseppe, per questa bellissima intervista! E complimenti per il tuo libro “Icons of Death”, che sto leggendo, anzi, divorando in questi ultimi giorni!

Dr. Schafausen – Un domani alternativo

Abbiamo conosciuto Sergio Pagnacco per i suoi trascorsi nei Vanexa e nei Labÿrinth, oggi lo ritroviamo, sempre in compagnia del suo fido basso, nelle inedite vesti del Dr. Schafausen. Ma chi è veramente il Dr. Schafausen, autore recentemente dell’album “Waiting For Tomorrow” (Sliptrick Records \ Grand Sounds Promotion)? Lo abbiamo chiesto al diretto interessato…

Ciao Sergio, quando è nato il tuo alter ego Dr. Schafausen?
Devo ammettere che l’idea di fare un album solista mi ha sempre entusiasmato ma il 9 marzo 2020 quando è stato proclamato il primo lockdown ho deciso che poteva essere il momento giusto, ricordare il 2020 con qualcosa di positivo mi ha aiutato psicologicamente. Ho deciso infatti che il disco sarebbe uscito esattamente un anno dopo, e cosi è stato: 9 Marzo 2021

Dobbiamo considerare i Dr. Schafausen il tuo progetto solista o una vera e propria band?
Dr. Schafausen è un progetto solista ma sicuramente sia Slava Antonenko che Michael Pahalen saranno anche nel mio prossimo lavoro, sono ragazzi fantastici e credo che il loro genio presto uscirà prepotentemente nel campo musicale, danno entrambi la priorità alle loro visioni artististiche su tutto quello che è musicale e la loro presenza scenica è sicuramante da vedere. Quindi, posso anche assicurare che nelle performances live loro saranno presenti.

Waiting For Tomorrow” è la tua prima opera disgrafica oppure in passato hai pubblicato altro?
Questo è il mio primo lavoro completamente da solista.

“Waiting For Tomorrow”, stando a quanto contenuto nelle note promozionali, è una sorta di reazione allo stato di cattività imposto dalla pandemia, come hai vissuto quei giorni e come mai hai voluto tramutare in musica il tuo disagio?
Da operatore sanitario ho vissuto l’emergenza sanitaria in modo invasivo riuscendo a reagire attivamente, ma la mia parte artistica da musicista l’ha vissuta in balia dell’ansia e depressione. Ho vissuto entrambi i lati, quello emotivo da artista e quello razionale da operatore sanitario. Le due figure nonostante un loro particolare connubio sono riuscite a rimanere separate. ma l’esperienza è stata comunque forte e credo indimenticabile.

Essendo stato composto quasi in uno stato di trance, quando hai ascoltato per la prima volta il lavoro finito cosa hai pensato?
La prima volta che ho ascoltato il lavoro l’ho trovato perfetto. Quando mi sono immerso in queste sonorità ho capito fin da subito che erano in grado di far riaffiorare quelle sensazioni provate come la solitudine, l’angoscia o la depressione. Esistono degli esperimenti sulla “deprivazione sensoriale”, ossia creare un ambiente isolato per ottenere la massima assenza di percezioni esterne. Eliminando ogni elemento di distrazione, si ritiene di poter condurre un’analisi introspettiva della propria coscienza, un vero viaggio esplorativo nel proprio passato. L’intento di queste sonorità è l’esatto opposto, replicare sentimenti con suoni che potrebbero rappresentare la nostra società distopica. La nostra mente, quando trafitta come tale, proietta i nostri pensieri repressi più intimi, una selezione forzata di pensieri contraddittori.

Il disco narra delle vicende distopiche per descrivere delle storture reali: come mai hai scelto questo approccio indiretto, non sarebbe stato più concreto parlare senza l’ausilio di metafore?
Mi piace comunicare il più possibile, questa è un occasione per farlo. Sono pienamente consapevole che il tema trattato è complesso e delicato, ma questa è un occasione che non volevo perdere. Probabilmente non tutti capiranno il lavoro perché non è banale. Devi ascoltarlo fino in fondo, analizzare le tematiche, la musica e la dinamica dei brani. Non mi interessa vendere dei dischi per avere inserito un ritornello figo, qui le sonorità sono diverse, non ci sono soli di chitarra, strofe commerciali e cosi via. Questo è un album impegnato e come tale ti costringo ad ascoltarlo, se sei pigro passa ad altro. Se qualcuno si aspettava che il Dr. Schafausen scrivesse tematiche citando draghi volanti o tacchi a spillo probabilmente non mi conosce.

Potresti raccontare a grandi linee il concept che lega le singole tracce?
“Schafausen’s Dilemma”: E’ un prologo sulle tematiche dell’album come lo sforzo per passare dal caos alla ragione comporta un dispendio di energia psichica e uno stato di allerta. Queste atmosfere hanno lo scopo di annullare questi sforzi, negando il precetto originario del “conosci te stesso”.
“My Beautiful Girl”: La mia bellissima ragazza soffriva di una malattia mentale e di forti depressioni e si è tolta la vita nel 1989 a soli 24 anni. Oggi stavo sfogliando la mia vecchia collezione di dischi e ho trovato un foglietto scritto da lei inserito nella copertina dell’album “Disintegration” dei The Cure. Un amore che a distanza di decenni riaffiora prepotentemente. Mai dare le cose per scontate e il 2020 è stato di esempio.
“Waiting For Tomorrow”: È difficile parlare di attesa perché in base a ciò che ti aspetti, può essere positiva o negativa. Esistono infatti molti diversi tipi di attesa, ognuno caratterizzata da un proprio stato d’animo. A volte aspettare fa bene, altre volte non hai il coraggio di agire. La cosa più importante è capire quando vale la pena aspettare e quando invece è necessario agire. Il Covid ci ha insegnato che sapere aspettare fa parte della vita.
“Can’t Get The Best of Me”: La sensazione di solitudine. Una persona ha desideri, pensieri e sogni ma purtroppo deve viverli da solo. Nessuno può vederti, abbracciarti. Ti manca qualcosa ed ora non puoi far altro che sognare. Sapere sognare è un dono che potrebbe salvarti dalla depressione.
“Transient Parasites”: Una metafora di “Die Verwandlung” di Franz Kafka. Un giorno ti svegli e tutto cambia, ti ritrovi trasformato in un enorme insetto. Allora tenti di adattarti il più possibile a questa nuova e particolarissima condizione e inizi a pensare: “Saremo dannati per sempre? È tutto vero? Perché ci siamo trovati in queste condizioni?
“Crypto Violence”: L’attuale comunicazione ha caratteristiche specifiche, come l’eccezionale velocità e la tutela dell’anonimato; questo ha creato un bacino al quale tutti possono accedere. Le critiche avvengono via web in modo particolare. Gli individui esprimono la loro vera aggressività. Il social network diventa un luogo dove sfogare ogni disturbo, invincibile e frustrante. In una società contrapposta e responsabile della sua temuta inefficacia, in una competitività sfrenata. Violenza gratuita semplice da praticare.
“2127”: La canzone spiega la somiglianza tra artisti rock morti all’età di 27 anni (club 27) come Janis Joplin, Kurt Cobain, Amy Winehouse, Jimi Hendrix, Jim Morrison e artisti rap / trap che sono morti all’età di 21 anni come Juice Wrld, Cry Lipso, Lil Peep, Nick Blixky. Il testo NON incita alla morte ma cerca di essere educativo chiarendo quanto sia facile per le persone identificarsi con falsi valori. Questi artisti di due mondi musicali all’apparenza molto differenti hanno invece qualcosa in comune: la morte in giovane età per aver creduto in falsi valori.
“I Will Never Live in Silence”: Il mio dottorato in scienze audiologiche mi ha spinto a scrivere un testo inerente agli acufeni, quel fastidioso ronzio causata da una condizione corporea che può essere ascoltato solo da chi ne è affetto (compreso me).

Una canzone in particolare, “My Beautiful Girl”, è stata utilizzata per un videoclip, come mai la scelta è ricaduta su questa traccia?
La scelta è stata ponderata su un brano che esprimesse un lato del mio progetto, un sound attuale difficilmente catalogabile con delle tematiche che potessero comunque interessare quella parte di persone che sono emotive e sensibili. Devo dire che il brano è piaciuto davvero molto e le critiche sono state tutte positive, quindi per ora quello che cercavo di comunicare è stato percepito.

Hai già in mente una nuova trama per un eventuale prossimo album?
Sto già lavorando ad un progetto parecchio innovativo che coinvolgerà ancora una volta i protagonisti di “Waiting For Tomorrow”, ho già scritto parte dei brani e sto sviluppando delle tematiche che saranno sicuramente apprezzate da coloro che seguono autori letterari distopici, ma questa volta sarà ancor meglio rappresentato da un supporto non solo audio.

Vilemass – Gore weed distortion

La scena pugliese è da sempre una fucina inesauribile in ambito estremo, tra le novità più interessanti ci sono i Vilemass, autori del nuovo album “Gore Weed Distortion” (Cult of Parthenope). Abbiamo contattato il batterista del terzetto, Leo Pizzi.

Benvenuto su Il Raglio, Leo. Circa cinque anni fa usciva il vostro EP autoprodotto “Drilled by Bullets”: cosa è accaduto in questo lasso di tempo che ha preceduto la pubblicazione del vostro primo full length “Gore Weed Distortion”?
Ciao Giuseppe e grazie per lo spazio che ci stai concedendo! Veniamo a noi… il nostro tassello di partenza, “Drilled by Bullets” è uscito in formato autoprodotto nella primavera del 2016, a seguito poi dei buoni riscontri di critica e feedback positivi, è stato poi ri-pubblicato “ufficialmente” nel giugno 2017 dalla Extreme Metal Music di Torino, facendo coincidere il tutto con la pubblicazione del ns primo video ufficiale “Vulgar Religion”. Questo passaggio è stato per noi significativo perché abbiamo avuto un primo impatto con il music business e d’altra parte ci ha dato una visibilità più ampia, non solo nel nostro piccolo orticello (dorato) pugliese, ma anche nel perverso oceano di band che affolla la rete. A parte la precisazione, anche grazie all’Ep , questi anni sono passati direi in fretta tra scorribande live varie con picchi di puro godimento e ore di caverna tra prove e nuovi brani. In tutto questo chiaramente siamo scesi a patti con la variante “vita quotidiana” al di fuori della band e tutti gli sbattimenti del caso, un dettaglio che ha messo a dura prova le basi del nostro progetto durante questo lungo periodo: ma non molliamo e siamo felici di essere qui a parlare del nuovo album.

L’album contiene nuove versioni di tracce già presenti sull’EP oppure brani risalenti a quel periodo ma non inseriti perché non ancora completi?
L’album ha otto song nuove concepite tutte dopo l’EP, chiaramente data la lunga gestazione ci sono episodi scritti già nel 2017 come “Murderous Insanity” e altri come “Carnage by Slut” completata nel 2020. Questo perché ogni gestazione per noi è stata “naturale” e di pari passo al nostro “testosterone metallico”, concedimi il termine ahahah. Abbiamo un processo creativo che ci vede tutti partecipi e le cose procedono solo quando sentiamo di aver catturato la giusta verve. Ad ogni modo la proposta è molto omogenea, ma ascoltando l’album si percepiscono varie influenze dovute ai diversi periodi di stesura dei brani e francamente la cosa non ci dispiace, rende il tutto più frizzante a nostro parere.

Cinque anni in ambito musicale sono un’eternità, in cosa siete migliorati e cosa invece avete conservato di inalterato dai vostri esordi?
Siamo peggiorati al massimo Ahahahah. Seriamente, ci sentiamo migliorati soprattutto in sede live, in questi anni abbiamo fatto tanta gavetta (e ne faremo) e fatto tesoro, suonando come e dove sia stato possibile in Italia, divertendoci un mondo nella super scena pugliese a cui siamo molto debitori, aprendo per band super professionali, talvolta su palchi ostili, talvolta in estasi da show concitato, talvolta facendo cazzate sul palco… Ci sembra ovvio, che al netto di tutto e delle varie filosofie musicali, resti inalterata la voglia di suonare dal vivo e di lasciare una piccolissima sparuta traccia della propria musica nel marasma metallico odierno. Resta anche la voglia di far baldoria, molti colleghi potranno confermare.

“Gore Weed Distortion” contiene una forma di death metal molto classico, come mai avete scelto questo approccio old school?
Siamo devoti al death metal di matrice americana, senza far nomi… Cannibal Corpse, ma le influenze parlano chiaro. Questo filone ci diverte, ci ispira follemente e tecnicamente è molto molto stimolante. Il riffing ricercato e schizofrenico, i continui cambi di tempo, la velocità ma anche il groove, la fatica, l’assenza di “schemi” da seguire, ma anche la “semplicità brutale del genere”. Ci piace e d’altra parte il nostro obiettivo è divertirci e suonarle di santa ragione. Qualcuno apprezza, e quindi siamo a posto così.

Come primo singolo avete scelto “Beast Of No Land”, per il quale avete realizzato un lyric video: come mai avete individuato proprio questo brano?
“Beast of No Land” è una colonna portante già da qualche anno negli show dal vivo, è un pezzo 100% Vilemass che rende senza indugi l’idea del nostro operato e della nostra direzione stilistica. Non è il punto più alto dell’album, ma è uno sponsor completo per chi ci ascolterà per la prima volta. Il testo, narrato in prima persona, trae spunto dal prima romanzo e poi film “Beasts of No Nation”, la storia realmente accaduta di un bambino africano strappato ai suoi affetti e costretto a diventare un giovanissimo soldato a suon di becere barbarie.

Dato che abbiamo discusso di un lyric video, i testi dell’album di cosa parlano?
In generale, per le tematiche dei testi si viaggia tra la solita sfrontata vena di denuncia e disaccordo verso alcuni episodi e temi della società contemporanea, con una certa attitudine quasi punk che non abbiamo mai nascosto, a episodi in cui il nostro singer Antonio Cosmai si lascia andare in racconti sinistri e cupi, al limite del satirico e senza alcun freno inibitorio, su argomenti come passione e sesso, strambi omicidi e uso di cannabis… aprendo una vena più intima e inquietante negli argomenti dell’album… insomma una “Gore Weed Distortion”…tanto per chiosare.

Il disco è uscito da poco per la Cult of Parthenope, quindi non vi chiedo di fare un bilancio del vostro rapporto con l’etichetta. Però vorrei sapere quale valore aggiunto vi aspettate di ottenere da una collaborazione con una label rispetto a un’autoproduzione, esperienza che avete fatto con l’EP?
Siamo al secondo deal in pochi anni e la scelta di intraprendere una collaborazione con una label, rappresenta un investimento che rafforza la causa di una band come la nostra, con la priorità di divertirsi e divertire… Per il resto portare avanti i Vilemass nel più largo futuro, attraverso i vari step che le nostre vite private ci impongono sarebbe già una grande vittoria.

In questi anni avete già suonato dal vivo questi nuovi brani?
Si, il live è una sorta di palestra fondamentale per ogni nuovo brano composto, tendiamo a portare volentieri ultime creazioni in scaletta fissa in occasione di uno show. A tal proposito solo gli ultimi due brani composti in ordine di tempo “Made of Lies” e “Carnage by Slut” sono stati battezzati nell’unico show (ahinoi) del 2020 ad ottobre in quel di Bari, una serata memorabile anche per l’andazzo che tutt’ora viviamo…

Avete intenzione di organizzare un release party in streaming?
Per il momento non abbiamo pensato a questa evenienza, confidiamo in un ritorno alla normalità seppur regolamentato e con tutte le precauzioni del caso nel futuro prossimo. I giochi prima o poi ripartiranno e cercheremo di farci trovare pronti. Nel frattempo ci dedichiamo alla promozione dell’album, tireremo fuori altri due singoli a tempo debito tramite i mezzi e i canali a disposizione… e contestualmente ci terremo in forma nella Vile-caverna.