Guineapig – I parassiti del goregrind

I Guineapig sono tornati per riprendere l’attacco batteriologico iniziato con il precedente album in studio, “Bacteria”, uscito nel 2014. “Parasite” (Spikerot Records) è un portatore (mal)sano di germi goregrind, una vera è propria bomba virulenta dalla quale è impossibile difendersi…

Ciao ragazzi, “Parasite” è il vostro secondo album è finalmente uscito: quanto il risultato finale si avvicina all’idea che avevate del vostro ritorno discografico prima che iniziaste a scriverlo?Fra: Dopo otto anni dal nostro primo disco l’idea era quella di scrivere un album che avesse sicuramente alcune delle caratteristiche del suo predecessore ma che contenesse anche degli elementi nuovi, freschi per il genere di appartenenza, sia per quanto concerne il songwriting che la produzione. Sono passati diversi anni e noi siamo persone diverse, con una vita diversa e con ascolti diversi quindi non potevamo riproporre la stessa cosa del passato, non avrebbe rispecchiato chi siamo adesso. Secondo me ogni disco di una band deve sempre un po’ raccontare lo stato attuale dei componenti. I cloni hanno poco senso di esistere.

Allargando la visuale, invece, quanto i Guineapig di oggi si avvicinano all’ideale di band che avevate al momento della vostra creazione?
Fra: Guineapig nasce come un mio progetto solista, al tempo non avevo nessun obiettivo preciso ma soltanto quello di divertirmi e cercare di fare qualcosa di diverso da quello che già facevo. Poi però mi sono detto, perché non coinvolgere anche altre persone e portarlo dal vivo? E da lì a poco è nato il gruppo vero e proprio. Abbiamo sin da subito cercato di dare un’importa professionale al progetto, nonostante il goregrind sia un genere caratterizzato da band dall’approccio comico e spensierato. La nostra idea era quella di differenziarci dalle altre band del genere, cercando di avere un orientamento più serio sia per quanto concerne la musica che le tematiche. Ma questo soltanto sul palco perché poi sostanzialmente siamo tre cazzoni e ci divertiamo a dire e fare stronzate!

Rimanendo in ambito di creazione, come mai per creare questo album ci sono voluti ben otto anni?
Fra: Perché siamo una band di pigroni! E anche perché abbiamo avuto la fortuna di suonare molto dal vivo dopo l’uscita del nostro primo disco.

Il vostro modo di comporre è mutato in questo lungo lasso di tempo?
Fra: Assolutamente sì. All’inizio l’attenzione al dettaglio non era maniacale come ora. Buttavamo giù un pezzo e se funzionava era buono così. Per quanto riguarda questo disco invece i pezzi sono cambiati e ricambiati nel tempo, nella struttura e con l’aggiunta di diversi elementi. Abbiamo cercato di rendere sia il riffing che il lavoro di batteria più vario e dinamico. Ad un ascolto superficiale questa cosa forse non emerge tanto ma con un ascolto più attento si possono apprezzare le diverse sfumature che abbiamo voluto inserire. E’ stato sicuramente un disco “faticoso” da questo punto di vista ma siamo assolutamente soddisfatti del risultato.

Il disco è stato registrato ai Kick Recording Studio di Roma, in qualche modo Marco Mastrobuono, dall’alto della sua esperienza, vi ha indirizzato su scelte che da soli non avreste fatto?
Fra: Senza dubbio. Marco ci ha spinto a sperimentare ancora di più di quello che avevamo in progetto di fare. Eravamo un po’ timorosi all’inizio, i fan del Grindcore e del metal estremo in generale sono solitamente restii alle sperimentazioni. Abbiamo voluto inserire degli elementi che non sono tipici del genere ma che hanno contribuito a rendere il tutto ancora più originale e personale.

Introducendo il primo singolo, “Taxidermia”, avete dichiarato: “E’ un brano veloce e diretto con i tipici elementi dei Guineapig, come breakdown e mid-tempo, ma anche con parti più fresche, presenti in tutto il nuovo album”. Cosa sono queste “parti più fresche” di cui parlate?
Alessio: Il primo singolo in realtà è stato “Mermaid In A Manhole”. Scegliemmo questo pezzo proprio perché diverso dal resto delle tracce e aveva diverse parti “nuove” che abbiamo inserito in “Parasite”. “Taxidermia” è stato scelto come secondo singolo proprio perché diretto è più canonico, se vogliamo, ma che alla fine, pur essendo un tipico brano “Guineapig”, possiede anch’esso novità introdotte su questo disco quali cambi di riff e tempo repentini, controtempi di batteria e via dicendo. Anche se le vere novità potrete trovarle su pezzi più articolati quali “Zatypota” e “Deformed Doppelgänger”, dove gli ascoltatori più attenti potranno trovare addirittura influenze Djent, oltre al Death/Grind.

A livello concettuale, invece, avete introdotto delle novità nei testi?
Alessio: Il filo conduttore di tutto il disco è la trasformazione. Diciamo che tutto ruota intorno a quello, oltre ai tipici testi su malattie genetiche, deformazioni e parassiti simpatici (come il Candiru – correte a leggere il testo di “Urethra Candiru Terror” –, che pur essendo un invertebrato, si comporta come tale). Chiaramente da cinefili quali siamo, non mancano i vari riferimenti alle pellicole più becere dell’underground horror ed estremo in generale.

Il disco è uscito in più edizioni, vi andrebbe di presentarle ai nostri lettori?
Gina: Intanto ringraziamo i ragazzi di Spikerot Records che hanno fatto un ottimo lavoro, gliene siamo davvero grati. Ci hanno permesso di dare totale sfogo alle nostre idee per la produzione di questo album. Il disco si presenta in formato LP disponibile in due versioni (Black e Ultra Clear) ed in versione cd digipak, oltre a vari bundle. All’interno dell’album troverete un ampio booklet di 16 pagine, contenente i testi e le fantastiche illustrazioni del Maestro Timpanaro che ha fatto davvero un ottimo lavoro.

Prossime mosse dal vivo?
Gina: Dopo questi due interminabili anni di pandemia, finalmente qualche spiraglio di luce comincia ad illuminare i tanto attesi palchi che ci sono mancati da morire. Saremo impegnati come prima data al nostrano Frantic Fest a Francavilla al Mare il 19 agosto, poi un’altra chicca da annunciare a settembre, sempre in Italia, mentre a novembre partiremo per il tanto atteso tour in Europa con i fratelli Gutalax e Spasm, toccando anche Milano come penultima data. Per le altre date, ovviamente seguiteci sulle nostre pagine social!

Madvice – Under the burning sky

Questa volta la nostra collaborazione con Metal Underground Music Machine ci ha fatto incontrare i Madvice, autori di recente del secondo album della loro carriera, “Under the Burning Sky” (Nova Era Records).

Benvenuti, vi ho scoperto qualche anno fa in occasione del vostro esordio discografico, “Everything Comes to an End”. Come è stato accolto quel disco da addetti ai lavori e ascoltatori?
Asator: Il nostro “Everything Comes to an End” ha ricevuto molti apprezzamenti da parte dei recensori (recensioni tutte molto positive tranne una). Abbiamo avuto anche un buon incremento di numero di fan, segno che il disco è stato apprezzato anche dal pubblico.
Devo dire che, durante i live di promozione dell’album, abbiamo avuto sempre ottimi riscontri.

Mentre, voi siete ancora soddisfatti di quel disco?
Maddalena: Come tutti i dischi “precedenti” e, soprattutto, come tutti i primi dischi, ci sarebbero mille cose che non faresti più, o che faresti in un altro modo, o che avresti voluto suonare meglio, o che avresti voluto produrre meglio. Ma poi ti rituffi nel contesto e nel periodo nel quale hai fatto quel disco, e ti convinci che non avresti potuto far meglio, semplicemente perché in quel momento era così che doveva venir fuori, per tutta una serie di motivi. Abbiamo voluto fortemente quel disco, nonostante le nostre disillusioni musicali e la stanchezza nei confronti delle attuali dinamiche del mondo underground, contornate da una serie di difficoltà nel portarlo a termine, vogliamo particolarmente bene ad “Everything Comes to an End” e sì, ne siamo ancora molto soddisfatti!

Quanto siete cambiati voi come persone in questi anni, non proprio semplici, e quanto questo ha influito sulla band?
Maddalena: Purtroppo, situazioni come quella che abbiamo vissuto e che ancora stiamo in parte vivendo, non possono non lasciare tracce negative. Volendo rimanere in tema musicale, tanti gruppi non hanno resistito e si sono sbriciolati, ma fortunatamente noi siamo riusciti a non farci scalfire troppo da questa cosa, e abbiamo portato avanti lo stesso i nostri programmi, seppur con ovvio ritardo. Non aveva senso pubblicare un disco quando si aveva la certezza di non poter suonare dal vivo, e quindi abbiamo aspettato pazientemente.

“Under the Burning Sky” è il titolo scelto per il vostro ritorno: che significato date a queste parole?
Asator: “Under the Burning Sky” è un album incentrato sulla ribellione di Lucifero e sul fallimento della razza umana e la sua conseguente estinzione. Il cielo che arde è il preludio della guerra per detronizzare Dio e annientare la sua creazione preferita. L’uomo è visto come un parassita di madre Terra, per questo deve sparire.

Come sono nati i nuovi brani?
Asator: Le idee principali vengono da Maddalena, che è in tutto e per tutto la nostra mastermind. Oltre a scrivere i riff portanti, pensa già ad una struttura e ha sempre ben chiaro come deve suonare il pezzo. Generalmente ci propone già una base strumentale strutturata e comprensiva di batteria, per darci un’idea di ciò che ha in mente. Dopodiché io mi occupo delle voci e delle lyric e ognuno pensa all’arrangiamento del proprio strumento.

La copertina, disegnata da Toderico, ha dei toni molto oscuri, quasi in contrasto con il bianco dominate del predecessore. Ha un significato particolare questa scelta oppure avete lasciato libera scelta a Roberto?
Asator: Quando è stato il momento di pensare a una copertina, mi sono fatto una bella chiacchierata con Roberto per spiegargli di cosa parlavano le lyric e per fargli capire l’atmosfera che volevamo ottenere. Tutto il resto è farina del suo sacco, noi gli abbiamo dato carta bianca e lui non ci ha deluso!

“Quelli uguali non contano” salta all’occhio nella tracklist per il titolo in italiano, che mi dite di questo brano?
Maddalena: “La lunghezza effettiva della vita è data dal numero di giorni diversi che un individuo riesce a vivere. Quelli uguali non contano”, citazione dell’immenso Luciano De Crescenzo. Cercavamo un titolo insolito, per un brano insolito; quel pezzo è uno strumentale di circa due minuti partorito da Raffaele (Lanzuise, bassista), e proprio a lui è venuta l’idea di omaggiare De Crescenzo dedicandogli il titolo.

Ci sono dei pezzi che avete escluso, invece, dalla tracklist definitiva?
Maddalena: No, nella nostra fase compositiva, ad un certo punto, abbiamo deciso di fermarci e di concentrarci sulla produzione vera e propria dei pezzi. Abbiamo pensato che fosse meglio fare un disco più breve, più leggero e digeribile (termini poco adatti ad un disco death metal, ma rendono l’idea). Meglio lasciare l’ascoltatore con la voglia di averne ancora un po’ che rischiare una ridondanza.

Promuoverete il disco dal vivo?
Asator: In realtà abbiamo già iniziato a promuovere il disco suonando dal vivo. Non abbiamo la palla di cristallo e non possiamo sapere cosa succederà nel prossimo futuro tra guerra e pandemia, quello che posso dirti è che, situazione mondiale permettendo, abbiamo intenzione di fare tutti i concerti che possiamo nei prossimi mesi!

Akthya – In her hands fever & frost

ENGLISH VERSION BELOW: PLEASE, SCROLL DOWN!

“In Her Hands Fever & Frost” è il nuovo album del progetto Akhtya, la creatura occulta nata dalla mente di Michael W. Ford (Black Funeral). 54 minuti di musica rituale diabolica e oscura dedicata all’essenza della dea babilonese Lamaštu, con la partecipazione della strega italiana Sara Ballini.

Benvenuti Sara e Michael, prima di addentrarci nei meandri più oscuri di “In Her Hands Fever & Frost”, il nuovo album del progetto Akhtya, mi piacerebbe sapere: come è iniziata la vostra collaborazione?
(Michael) Sara è il mio editore italiano che da diversi anni traduce e amplia la tradizione luciferina attraverso le mie pubblicazioni. Sara è anche una rispettata strega luciferina che sono felice di considerare una vera amica. Stavo lavorando a diverse composizioni musicali di Akhtya e ho pensato che avrebbe potuto catturare la voce posseduta di Lamastu (e Lilith) in “In Her Hands Fever & Frost”. Stiamo anche finendo un nuovo album dedicato a Lilith e altre entità. Anche la registrazione di Akhtya è in corso.
(Sara) Da ragazzina ascoltavo la musica black metal e tra le varie band ascoltavo anche i Black Funeral?! Chi avrebbe mai potuto pensare che con la mia voce avrei partecipato ad uno dei progetti di Michael W. Ford, che avrei tradotto i suoi libri, che avrei fatto parte del suo ordine? A così tanti chilometri di distanza, dall’altra parte dell’Oceano? A volte la vita riserva delle sorprese che se fossero rivelate in anticipo non ci crederesti mai!

“In Her Hands Fever & Frost” è dedicato alla dea mesopotamica Lamaštu, potreste introdurmi al mito di questa divinità?
(Michael) Lamastu è essenzialmente l’origine mesopotamica primaria della dea demoniaca riconosciuta come Lilith, gli aspetti divinizzati e decaduti della dea che è ben nota nelle tradizioni ebraiche, siriane, turche, babilonesi, neo-assire e greche. Il tutto non è privo di confusione, quindi mi concentrerò direttamente sull’aspetto della dea decaduta Lamastu. Citerò il mio testo a partire dalle note di copertina:

La sua storia è antica, nei testi sumeri del 3° millennio a.C., uno spirito femminile di nome Dimme era incluso come appartenente a un gruppo di sette demoni associati. Nei testi sumeri e bilingue del secolo successivo, divenne la principale potenza divinizzata di una triade con altri due demoni i cui nomi sumeri condividevano l’elemento dimme, stringendo un’alleanza con le origini primordiali di Lilith. Nelle versioni accadiche di questi testi e incantesimi, Lamaštu era identificata insieme a due demoni simili, Labāṣu e Ahhāzu. Altri demoni Dimme sono conosciuti come Labāṣu, Ahhazu, Bibitu e Lilitu. Nel 2° millennio, Lamaštu è stata identificata con tratti e una individualità ben definiti. Uno dei più antichi incantesimi conosciuti che la riguardano, è il fatto di essere riconosciuta come una mal generata figlia della divinità principale del pantheon babilonese, Anum, quindi, essendo di discendenza divina, fu scacciata dal cielo e fatta precipitare giù sulla terra, forse una punizione per le sue azioni ribelli, oppure potenzialmente come uno stratagemma divino per controllare in futura la sovrappopolazione degli esseri umani. L’obiettivo di Lamaštu sulla terra era quello di strappare e mangiare i bambini appena nati, assumendo la forma di un medico o di un’ostetrica, anche con la forza bruta, attaccando le sue vittime prescelte in modo simile a un lupo o a un leone. Lamaštu vanta molte predazioni sanguinarie e crudeli sull’umanità, che colpirono non solo i bambini. Lamaštu era un pericolo per i bambini e anche per le loro madri incinte prima e durante il parto. La sua aura nera e distruttiva e il suo spirito ardente presero di mira anche uomini adulti, anziani e giovani di varie età. Lamaštu divenne la presunta causa o agente che causava una o più malattie indefinibili, per non parlare della totalità della SIDS e della mortalità infantile che era raggruppata nella sua categoria di atti.

(Sara) Conoscere il vampirismo ha cambiato la mia vita in meglio perché mi ha permesso di accettare la mia naturale tendenza ad avvicinarmi alla vita e alle relazioni e soprattutto di imparare a gestirlo ed evitare così che potesse degenerare producendo effetti distruttivi sulla mia vita e soprattutto sui miei rapporti interpersonali e, nel 2021, lavorare con Lamashtu è stato il passo successivo per scoprire il femminile che è in me. Gli aspetti luciferini di questa Dea sono innumerevoli (in primis la sua espulsione dai Cieli, simile a quella dello stesso Lucifero) e in alcuni individui rappresenta una forza atavica legata all’istinto di sopravvivenza, alla strategia per superare gli ostacoli e ottenere risultati inerenti agli obiettivi fissati per la propria vita come il potere e il dominio. dominio. Lamashtu è un consumatore di energia, con cui non ho tardato ad identificarmi accettando le stesse leggi della natura di cui facciamo parte che ci impegna in una continua lotta per l’autoconservazione, in competizione con gli altri individui. Ho costantemente e consapevolmente (e consensualmente) utilizzato l’energia degli altri per raggiungere i miei obiettivi secondo la mia etica personale, sottoponendola a un processo alchemico per purificarla e renderla utile a fini costruttivi attraverso la proiezione astrale, la stregoneria, specifiche tecniche di meditazione, eccetera… Se si considera l’esilio babilonese degli ebrei è ragionevole pensare che possano aver rielaborato varie divinità e Demoni sumeri/accadici. In questo mondo Lilītu, Ardat Lilî e Lamashtu si sincronizzano con l’ebraico “Lilith”. È interessante notare che questi demoni non si trovano solo tra gli ebrei. Ci sono tracce di questi demoni in molte culture del Vicino Oriente, ed è anche possibile trovare alcuni esempi nello zoroastrismo. Lilith attacca gli ebrei in esilio, il loro presente, il loro futuro, le loro famiglie e la loro sopravvivenza. Forse era più un pericolo, considerando che i loro figli stavano crescendo in un contesto urbano multiculturale. Nella prospettiva luciferina, Lamastu rappresenta il predatore che prosciuga la vita che assume la forma dello spirito del vento, mostrandosi con la testa di leone o di leopardo, inseguendo nell’oscurità la preda alata come Pazuzu o altri piccoli demoni, che tutti possiedono le chiavi per sviluppare il nostro corpo d’ombra, un elemento essenziale per la proiezione astrale usata nella Magia Vampirica: affascinante, pieno di potere e innegabilmente non privo di pericoli nascosti…

Come è possibile creare un connubio magico tra note e antichi miti?
(Michael) Non è difficile perché ho affinato per anni le abilità richieste per questo tipo di magia nera. Il suono con frequenze specifiche insieme a onde simboliche del suono creano porte mentali tramite l’immaginazione, quindi è una forma di magia.

Questo lavoro è pubblicato su CD; possiamo considerarlo un album classico o il CD è uno strumento utile per diffondere il tuo rituale?
(Michael) Digitale, CD e LP alla fine credo che questi siano ottimi strumenti.

Non avete paura che l’ascoltatore occasionale possa avvicinarsi a “In Her Hands Fever & Frost” in modo superficiale, mettendone in secondo piano l’aspetto filosofico-religioso, se non ignorarlo del tutto?
(Michael) Non mi importa se un ascoltatore occasionale ascolta e si gode l’oscurità della musica. Non mi aspetto che molti capiscano la dedizione ritualistica che mettiamo nei nostri lavori, quindi mi auguro solo che si divertano e che possa portare incubi!

Secondo voi qual è la condizione migliore per poter approcciare “In Her Hands Fever & Frost” nel modo più appropriato?
(Michael) Uno studio del mio libro “Sebitti” è un buon inizio, Magia e Demonologia babilonesi. Quindi, se si cerca lo spirito antico e maligno di Lamastu, può essere richiamato in sogno.

Proporrete il CD anche nelle esibizioni dal vivo?
(Michael) Forse alcuni rituali dal vivo in futuro…
(Sara) Mi piacerebbe davvero. Durante il viaggio in Italia abbiamo ipotizzato un live coi Mortuary Drape, a cui aggiungerei chissà i Necromass e qualche altra band con cui si potrebbe davvero creare un Occult Fest. Sarebbe fantastico!

Michael, recentemente hai pubblicato un libro, “Hecate & The Black Arts: Liber Necromantia”, potresti parlarmene?
(Michael) “Hecate & the Black Arts” è un grimorio dedicato a Ecate e agli Dei, Dee e Demoni degli Inferi, o Ade. Questo è stato un lavoro in corso per alcuni anni e ho lavorato con Hecate dalla fine degli anni ’90. Questo grimorio è il coronamento della mia esperienza con questa specifica gnosi.

Micheal, ho notato sui tuoi social alcune foto scattate recentemente in Italia, in particolare a Bomarzo, ti è piaciuto il Bosco Sacro? E in generale, qual è il tuo rapporto con il mio Paese?
(Michael) L’Italia è un posto bellissimo, magico, meraviglioso – un giorno nel prossimo futuro spero di viverci almeno una parte dell’anno.

“In Her Hands Fever & Frost” is the new album from Akhtya, the occult creature born from the mind of Michael W. Ford (Black Funeral). 54 minutes of diabolical dark ritual ambient music dedicated to the essence of the Babylonian goddes Lamaštu, featuring the Italian witch Sara Ballini.

Welcome Sara and Michael, before delving into the darkest meanders of “In Her Hands Fever & Frost”, the new album of the Akhtya project, I would like to know, how did your collaboration start?
(Michael) Sara is my Italian publisher who has translated and expanded the Luciferian tradition via my publications for several years now. Sara is also a respected Luciferian Witch who I am happy to call a true friend. I was working on several Akhtya musical compositions and I thought she should capture the possessed voice of Lamastu (and Lilith) with “In Her Hands Fever & Frost”. We are also finishing up a new album dedicated to Lilith and some others. Akhtya recording works in process as well. 
(Sara) When I was a little girl I listened to Black Metal with pleasure and among the various bands there were also Black Funeral?! Who could have ever imagined that I would participate with my voice in one of Michael W. Ford’s projects, that I would translate his books, that I would be part of his order? So many miles away, on the other side of the ocean? Sometimes life holds surprises that you would never believe if they were revealed in advance!

“In Her Hands Fever & Frost” is dedicated to the Mesopotamian goddess Lamaštu, could you introduce me to the myth of this divinity?
(Michael) Lamastu is essentially the primary Mesopotamian origin of the demonic goddess so recognized as Lilith, the deified and fallen aspects of the goddess which is known well in Hebrew, Syrian, Turkish, Babylonian, Neo-Assyrian, and Greek lore. It is a bit confusing so I will focus directly on the aspect of the fallen goddess Lamastu.  I will quote my text from the liner notes:


“Her history is ancient, in Sumerian texts from the 3rd millennium b.c.e, a female spirit named Dimme was included as one of a group of seven associated demons. In Sumerian and bilingual texts of a later date, she became the leading deified power in a triad with two other demons whose Sumerian names shared the element dimme, drawing alliance with Lilith’s primal origins. In the Akkadian versions of these texts and incantations, Lamaštu, which was identified along with two similar demons, Labāṣu and Ahhāzu. Other Dimme demons are known as Labāṣu, Ahhazu, Bibitu, and Lilitu. In the 2nd millennium, Lamaštu was identified with traits and a defined individuality. One of the oldest known spells against her, she is recognized as a misbegotten daughter of the chief deity of the Babylonian pantheon, Anum, being of divine ancestry, she was thrown out of heaven and down to earth. This was perhaps a punishment for her rebellious actions, or even potentially as a divine stratagem to control overpopulation of humans in the future.
Lamaštu’s focus on earth was to snatch and eat the newly born babies, so accomplished by assuming the form of a physician or midwife, also by brute force, attacking her chosen victims in a similar way to a wolf or lion. Lamaštu has many bloodthirsty and cruel predations upon humanity, going beyond the young.
Lamaštu was a danger to babies and, also, their pregnant mothers before and during birth.  Her blackened, destructive aura and scorching spirit also targets adult men, the elderly, and youth of various ages. Lamaštu became the supposed cause or agent bringing about one or more definable diseases, not to mention the totality of SIDS and infant mortality was grouped under her category of acts.

(Sara) Getting to know vampirism changed my life for the better because it allowed me to accept my natural tendency to approach life and relationships and above all to learn to manage it and in this way to avoid that it could degenerate producing destructive effects on my life and above all on my interpersonal relationships and, in 2021, working with Lamashtu was the next step in discovering the feminine that is in me. The Luciferian aspects of this Goddess are innumerable (first of all, her expulsion from the Heavens, similar to that of Lucifer himself) and in someindividuals she represents an atavistic force linked to the survival instinct, to the strategy to overcome obstacles and obtain results. inherent in the goals set for one’s life such as power and domination. Lamashtu is a consumer of energy, with which I have not been long in identifying myself by accepting the very laws of nature of which we are part that inserts us into a continuous struggle for self-conservation, in competition with other individuals. I have constantly and consciously (and consensually) used the energy of others to achieve my goals according to my personal ethics, subjecting it to an alchemical process to purify it and make it useful for constructive purposes through astral projection, witchcraft, specific meditation techniques, etc …
If we consider the Babylonian exile of the Jews it is reasonable to think that they may have reworked various Sumerian / Akkadian deities and Demons.In this world Lilītu, Ardat Lilî, and Lamashtu syncretized with the Hebrew “Lilith”. Interestingly, these demons are not found only among Jews. There is traces of these demons in many Near Eastern cultures, and it is even possible to find some examples in Zoroastrianism. Lilith attacks the Jews in exile, their present, their future, their families and their survival. Perhaps it was more of a danger, considering their children were growing up in a multicultural urban setting. Of Lilith whispered in the darkness of the taverns and as the wind whistled along the streets these tales have penetrated subtly into the psyche of the Jews. The stories told at the market entered their homes and were passed down in the context of their families. Surely, these figures were perceived as a danger to their lifestyle, their religious faith and family cohesion. Lilītu became Lilith, something that was feared and desired at the same time, in the most hidden places of the mind and soul. In the Luciferian perspective, Lamastu represents the predator that drains the life that takes the form of the spirit of the wind, showing himself with the head of a lion or leopard, chasing the winged prey in the darkness like Pazuzu or other small demons, which all possess the keys to developing our shadow body an essential element for astral projection used in Vampiric Magic: fascinating, full of power and undeniably not devoid of hidden dangers…

How can you create a magical union between notes and ancient myths?
(Michael) This is not difficult as I have had years of sharpening the skills required for this type of Black Magick. Sound with specific frequencies along with symbolic waves of sound create mental gateways via the imagination, thus is a form of magick itself.

This work is released on a CD; can we consider it a classic album or is the CD a useful tool for spreading your ritual?
(Michael) Digital, CD and LP eventually I suspect. These are good mediums.

Aren’t you afraid that the casual listener might approach “In Her Hands Fever & Frost” superficially, putting its philosophical-religious aspect in the background, if not ignoring?
(Michael) I don’t mind if a casual listener listens and enjoys the darkness of the music; I don’t expect too many to understand the ritualistic dedication we put into our works, so I just wish for them to enjoy it and may it bring nightmares!

In your opinion, what is the best condition to be able to approach “In Her Hands Fever & Frost” in the most appropriate way?
(Michael) A study of my book “Sebitti” is a good start, Babylonian Magick and Demonology. Then if one seeks the ancient and malignant spirit of Lamastu, she may be called by dream. 

Are you going to propose the CD also in live performances?
(Michael) Perhaps some live rituals in the future…
(Sara) I would really like. During the trip to Italy we hypothesized a live with Mortuary Drape, I would add who knows the Necromass and some other bands with which an Occult Fest could really be created. Would be great!

Michael, you recently published a book, “Hecate & The Black Arts: Liber Necromantia”, could you tell me about it?
(Michael) “Hecate & the Black Arts” is a grimoire which is dedicated to Hecate and the Gods, Goddesses and Demons of the Underworld, or Hades. This was a work in progress for a few years and I have worked with Hecate since the late 1990’s. This grimoire is a crowning achievement of my experience with this specific gnosis. 

Micheal, I noticed on your social networks some photos taken in Italy, in particular in Bomarzo, did you like the Sacred Wood? And what is your relationship with my country in general?
(Michael) Italy is a beautiful, magical, wonderful place – I hope to live there at least part of the year one day in the near future. Thank you! Ba nam i aharman! Michael W. Ford (AKHTYA)

Valadier – Suoni dal passato

I Valadier sono arrivati da poco all’esordio con un interessante EP, “Stronghold of the Everlasting Pyre” (Black Mass Prayers), che unisce black metal e sonorità ancestrali.

I Valadier sono nati circa un anno fa, vi andrebbe di presentarvi a nostri lettori?
Siamo una band marchigiana, nata durante il lockdown. Tutto è partito dal chitarrista, Blight, che aveva in mente da tempo di iniziare un progetto black metal, poi successivamente ha contattato gli altri membri della band e il progetto ha preso definitivamente forma.

Nonostante non siate in giro da molto, avete già pubblicato un EP. I brani sono stati scritti dopo la creazione della band oppure provengono dal “cassetto” di alcuni di voi?
No, i brani sono tutti originali e sono stati composti appositamente per questo progetto.

Dovendo descrivere la vostra musica, quali parole utilizzereste?
Per i contenuti prendiamo ispirazione dal bagaglio antropologico di cui la nostra terra abbonda. Ogni pietra che ci circonda ha una leggenda da raccontare, noi cerchiamo di cogliere il meglio dal nostro folklore millenario e lo riportiamo alla vita attraverso i testi dei nostri brani. Per la parte strumentale invece, facciamo appello a tutta l’aggressività e la malinconia tipiche del black metal, aggiungendo un pizzico della musica medievale di un era perduta.

La componente folk riveste un ruolo importante nel vostro sound, direi, però, che si rifà maggiormente alla tradizione del nord Europa che a quella mediterranea. Come mai avete di dare questo taglio così preciso alla vostra proposta?
Riteniamo che la componente folk utilizzata nei nostri brani sia più vicina alla tradizione centro europea anzichè a quella nordica. I brani della musica medievale italiana sono la principale fonte di ispirazione per la composizione delle nostre parti melodiche.

Anche esteticamente, a giudicare da alcune vostre foto che ho rintracciato su FaceBook, mi sembrate affascinati dal passato. Come vi spiegate questa vostra fascinazione?
Abbiamo la grande fortuna di rivivere in prima persona questa storia così affascinante e misteriosa tramite i luoghi secolari del nostro territorio e, attraverso le loro leggendarie testimonianze, cercare di rievocarne le antiche memorie.

Torniamo ai brani presenti nell’EP, vi andrebbe di farmi una mini recensione di ognuno di loro?
I brani sono stati concepiti per essere pagine di un unica storia, ogni traccia si sussegue in ordine cronologico per raccontare la leggenda che ha ispirato il concept del nostro EP. Recensirli singolarmente non avrebbe senso, dato che sono le vicende di un unico racconto.

Avete già testato la loro resa in sede live?
No, perché per il momento è un progetto in studio.

Avete altri brani che non sono finiti su “Stronghold Of The Everlasting Pyre” ma che potrebbero essere utilizzati su un futuro lavoro?
No, i brani contenenti nell’EP sono attualmente gli unici lavori creati.

A proposito di lavori futuri, state già lavorando sul nuovo disco?
Sì, stiamo già lavorando attivamente al full length che uscirà indicativamente tra il 2023 e il 2024.

Bag of Snacks – Canzoni d’amore

Paolo Merenda è tornato con il suo progetto Bag of Snacks, lo ha fatto a modo suo miscelando punk rock, cinismo e ironia. In attesa che “Love Songs For Work Haters” esca anche in versione CD per Flamingo Rec., quella in cassetta è già disponibile, abbiamo contattato il sempre disponibile Paolo…

Ciao Paolo, da poco è fuori “Love Songs For Work Haters”, album uscito a nome Bag of Snacks. Io ho perso il conto, ma quanti dischi hai pubblicato con i tuoi vari progetti?
Ciao, grazie come sempre il supporto! “Love Songs…” è uscito per ora soltanto in tape rosa (limitatissima). Ne abbiamo approntate poche copie per gli ultimi due live. A breve però arriverà il CD targato Flamingo Rec. Si tratta di un elegante digipack a 8 pannelli, contenente anche un bonus CD di “Paper Girls”, primo album uscito nel 2020 soltanto in vinile. La mia discografia (penso) completa conta ormai una trentina di uscite, ho poi una pila di master demo / promo che non sono arrivati alla pubblicazione fra cui progetti che vanno dal reggae / pop al metalcore, passando per il rock’n’roll…

“Love Songs For Work Haters” che posto occupa all’interno della tua discografia?
“Love Songs…” è un disco che mi ha entusiasmato molto. La produzione di Carlo (Toxic Basement) è stata fondamentale per la buona riuscita dell’album. Abbiamo registrato tutto in diretta nell’arco di un week end (senza neanche usare le cuffie!) come se fosse un live. E, a parte un mio problema con la tracheite, sono molto soddisfatto del risultato ottenuto. Le chitarre suonano sporche, ma allo stesso tempo fresche. Le canzoni poi sono varie, spaziano da ballate punk rock come “Garden” a sfuriate speed rock come “Chassis”. Danilo (batteria) e Danil (basso) sono due membri molto validi: a livello ritmico riescono a dare il giusto tiro ai pezzi pur essendo precisi (Danilo suona sempre a metronomo); inoltre hanno apportato soluzioni ritmiche differenti dai canoni del genere (vedi le intro di “Black Clouds” e “I Against I”) che danno un tocco di originalità alle canzoni.

Mi spieghi il titolo del disco?
Il titolo del disco ne riepiloga semplicemente i contenuti: amore e odio per il lavoro. Le nostre canzoni d’amore sono sicuramente un po’ particolari, dedicate a cougar conosciute in un night alessandrino (“Garden”) oppure al punk rock stesso (“Punk Rock Message”). Mentre i testi contro il lavoro vanno dall’esplicito (“Hate Work”) all’ermetico (“Black Clouds”). Quest’ultima è una specie di danza anti-pioggia scritta quando mi pioveva in casa e i muratori tardavano ad arrivare.

Dammi la tua definizione di canzone d’amore…
Ho sempre odiato le canzoni d’amore classiche, citando Bob Wayne: “Love songs suck”. Quindi secondo me la canzone d’amore deve saper essere originale e arrivare in profondità senza per forza tirare in ballo il rapporto uomo – donna. Per farti un esempio che nulla ha a che fare col punk, “Ti bacio ancora mentre dormi” dei Sottotono è una splendida canzone d’amore che tratta del rapporto padre – figlio.

Quanto c’è di autobiografico in “Record Collectors”?
Ogni canzone di questo disco è autobiografica e pesca da esperienze personali di tutti i membri. Parliamo di NASPI (“Hate Work”), di cosa voglia dire lavorare al banco di un negozio (“Every Day”) e anche di cosa rappresenti il collezionismo per noi (“Record Collectors”). Trattiamo con ironia alcuni temi, mentre altri pezzi (“So Alone”, “I Against I”) sono molto più seri.

Il disco si chiude con “Generic HC Song”, quali sono le caratteristiche che una generica canzone HC deve possedere e bastano veramente pochi secondi per condensarle?
“Generic HC Song” è una sorta di “canzone – cabaret” che funziona molto dal vivo. Nel primo album avevamo “Come On, Paper!” (un altro pezzo HC da pochi secondi) che presentiamo live come “Quella bella”. “Generic HC Song” è un pezzo che dura 9 secondi e riepiloga i cliché del genere HC: partenza in quattro sul rullante, ritmica veloce terzinata, coro che recita “Fuck you die!”. What else?

Mettiamo da parte i Bag of Snacks, come va la carriera di scrittore?
“Carriera” è un parolone che andrebbe messo fra parecchie virgolette. Ho sempre pubblicato senza pagare, ma con piccoli editori e in tirature di massimo 300 copie. Detto ciò, diciamo che è un periodo in cui sono poco ispirato e molto poco motivato. Le motivazioni sono molteplici: innanzitutto provare in una saletta ammuffita con altre persone fra risate, peti e bevute è sicuramente più divertente di fissare uno schermo per ore. Inoltre suonare dal vivo ti permette di conoscere un sacco di gente e passare giornate in compagnia di nuovi e vecchi amici. Nel “mondo editoriale”, di cui più o meno faccio parte da una decina di anni, ho instaurato invece ben poche amicizie. Inoltre ho sempre più l’impressione poi che conti più “chi sei” piuttosto del “come scrivi”.

L’autoproduzione, per uno scrittore o per un musicista, è più una necessità o una manifestazione di indipendenza?
L’argomento è piuttosto vasto ed è facile essere fraintesi. Diciamo che un editore o un’etichetta servono per avere maggiore visibilità e distribuzione. Inoltre un “occhio critico esterno” migliora il prodotto, permette di diminuire gli errori e di avere quella sicurezza che il risultato sia professionale. Ma ci sono parecchi “ma”. L’etichetta o l’editore devono comunque vendere un prodotto, per cui a volte intervengono in maniera sostanziale sul contenuto o l’immagine. A volte invece il prodotto che si propone è diciamo “fuori mercato” per cui, anche se di qualità, è difficile da piazzare per cui si ottengono ben pochi risultati. L’autoproduzione secondo me è la giusta via da percorrere se si ha già una certa dimestichezza nel “mestiere” e si hanno tanti contatti. Se invece è soltanto una scorciatoia per evitare critiche o confronti con persone che hanno più esperienza allora non serve a niente. Come dicevo, bisognerebbe approfondire il discorso per ore / pagine.

I nostri lettori dove potranno trovare nei prossimi mesi il tuo banchetto?
Suonerò con gli A.S.E. a Genova il 13 luglio e a Cuccaro M.to il 17 settembre. Per l’occasione mi sono autoprodotto un libretto che raccoglie i racconti usciti qua e là nell’arco degli ultimi due anni e ho dato alle stampe un singolo inedito degli A.S.E. che accompagna il libretto.

Caravaggio – Chiaroscuri musicali

I Caravaggio si contraddistinguono per la presenza nella propria line-up di membri degli Adramelch, band che ha legato indissolubilmente il proprio nome alla storia del metal tricolore. Pur se con alcuni elementi in comune con la storica realtà che ha dato le stampe “Irae Melanox”, i Caravaggio si presentano come una realtà molto variegata che, partendo da una matrice hard-prog, assimila nel proprio disco omonimo di esordio le sonorità più disparate del bacino mediterraneo.

Benvenuti, direi di partire ripercorrendo le tappe che vi hanno portato dagli Adramelch alla creazione dei Caravaggio…
Vittorio: Adramelch e Caravaggio sono due storie molto diverse tra di loro. Conosco Fabio da quando fui cantante ospite sul demo degli Anathema, band milanese, di cui Fabio faceva parte, fine anni 80, primi 90. E stimandolo come persona e come musicista, quando si riformarono gli Adramelch agli inizi del millennio, nonostante soprattutto all’epoca il “chitarrista metal” non fosse un esemplare raro, lui fu il primo che invitai a provare, e le cose effettivamente andarono subito benissimo, sia umanamente che musicalmente. I Caravaggio nascono prima della fine degli Adramelch, anche se con nomi diversi, inizialmente come progetto a due, poi allargato a quattro. E’ da allora che lavoriamo insieme e i primi brani nascevano proprio in quei giorni, anche se la versione che ascoltate oggi è davvero molto lontana da quella degli inizi.

Come mai avete scelto proprio Caravaggio come nome per la band?
Fabio: Spesso si ha l’impressione che le band italiane che si affacciano all’estero cerchino di emulare i colleghi americani e europei. Noi vorremmo ribaltare questa prospettiva. Invece di nascondere la nostra provenienza mediterranea, la evidenziamo facendone un elemento distintivo. Anche a partire dalla scelta del nome! Caravaggio è stato un artista incredibile, talentuoso e irrequieto, come una rockstar ante-litteram. E, in quanto milanese, rappresenta anche la nostra collocazione geografica.
Vittorio: E la musica risente come è naturale, molto pesantemente di questa scelta. I suoni le melodie e la strumentazione utilizzata richiamano proprio la mediterraneità che desideriamo ostentare.

Quali sono gli elementi tipicamente Adramelch presenti nel sound dei Caravaggio?
Vittorio: Questa è una domanda difficile, Giuseppe, ma forse la risposta più onesta è quella più immediata: gli elementi Adramelch siamo proprio noi. Capisco che suoni un po’ come una auto incensazione ma che la voce, con il suo timbro, la sua pronuncia, la sua estensione siano un tratto distintivo di una band credo sia un’affermazione condivisibile anche dai non cantanti, no? Ascoltando un brano nuovo, riconosciamo con certezza la band, quando entra la voce – bella o brutta che sia. Quanto a Fabio, beh, le differenze tra Adramelch Mark I (“Irae Melanox”) ed Adramelch Mark II (da “Broken History” in poi) credo siano dovute in larga parte al suo apporto in fase di arrangiamento. Il marchio di fabbrica degli Adramelch, resta il songwriting di Gianluca, ma la crescita netta che si ascolta nel Mark II, è merito della mano di Fabio e quel talento, quella vena, nei Caravaggio trova piena realizzazione in quanto si applica a (bellissime) song create da lui stesso  – e poi arricchite dalla band, naturalmente

Viceversa, quali sono gli elementi che contraddistinguono in modo univoco questa nuova creatura?
Fabio: Dal punto di vista della scrittura dei brani ne individuo due. Prima di tutto credo che i Caravaggio siano contraddistinti dalla predominanza della melodia. Anche se utilizziamo tempi dispari o cambi di tempo, oppure accordi inconsueti, tutto è al servizio delle linee melodiche, soprattutto della voce. L’attenzione dell’ascoltatore non viene catturata dal fatto che stiamo suonando in 5/4 o in 7/8, perché la melodia scorre in maniera naturale, senza sbalzi. L’altro importante elemento è la presenza di suoni che non ti aspetti da una rock band: fisarmonica, mandolino, bouzouki, nacchere, scacciapensieri, flauto, tante percussioni diverse… La mia speranza è che, col tempo, i Caravaggio possano essere riconosciuti anche per lo stile dei singoli musicisti, a partire dal timbro unico della voce di Vittorio.

Nei Caravaggio troviamo, oltre ai due ex Adramelch anche altri due musicisti, vi andrebbe di presentarli?
Vittorio: Molto volentieri. Andiamo in ordine temporale: Marco, il bassista, è amico di Fabio da moltissimi anni ed è stato suo sodale in diverse band, suonando i generi più diversi. Fabio negli anni mi ha parlato di Marco innumerevoli volte, lodandone tecnica e sensibilità, ma prima dei Caravaggio non c’era mai stata occasione di suonare insieme, ma neanche di vederlo all’opera. In questo senso devo dire cha la prima sala prova con Marco è stata davvero mindblowing, ma quello che Marco è riuscito a costruire poi sui nostri brani, l’apporto che ha dato ad ogni singolo brano è andato ancora oltre. Marco ha una tecnica davvero notevole, ma di musicisti tecnicamente preparati ce ne sono molti, lui invece alla tecnica unisce una sensibilità ed una capacità di mettersi al servizio della musica, davvero rarissime. Sono convinto che musicalmente Marco abbia pochi “competitor”. Sono davvero molto felice di poter cantare con lui. Alessio è il più giovane della band. Suonava in un gruppo metal di un amico a cui ho chiesto “il permesso” di contattarlo. Alessio ha una testa pazzesca. Proviene dal metal più estremo, ma ascolta e suona di tutto dal jazz al prog passando per blues, rock… è un didatta appassionato, che si dedica anima e corpo al suo lavoro e che desidera più di ogni altra cosa trasmettere la passione per la musica ai suoi allievi. Nella band si è inserito – nonostante il gap generazionale – perfettamente, proprio grazie a questo approccio aperto ad ogni possibile contaminazione. E’ propositivo e proattivo ma sa anche ascoltare e come tutti noi mette la riuscita della musica al primo posto, tralasciando ogni vuoto personalismo. Che dire? Siamo davvero molto fortunati! E se sulla formazione posso aggiungere una cosa, dico che un fisarmonicista fisso in organico sarebbe una gran cosa. Per la registrazione del nostro album abbiamo avuto la fortuna e l’onore di avere tre ospiti di alto lignaggio (Nadio Marenco, Carmine Turilli e Mauro Poeda) che hanno impreziosito i nostri brani con la loro arte… ma un musicista che entra in organico e che collabora anche alla creazione dei brani e al loro arrangiamento è un’altra cosa. Fino ad oggi le ricerche sono state vane ma se tra i vostri lettori dovesse esserci qualche candidato, saremo felicissimi di incontrarlo!

Il booklet del disco è molto curato ed è arricchito da delle meravigliose illustrazioni, chi è l’autore e cosa rappresentano?
Fabio: Abbiamo avuto la fortuna di poter utilizzare, fin dai primi singoli, le opere del pittore Gianfranco Ferlazzo, amico di lunga data di Vittorio. Da subito il suo stile, così dinamico, colorato e moderno, ci è sembrato perfetto per rappresentare la nostra musica. All’interno del corposo booklet del cd abbiamo abbinato una sua opera ad ogni canzone, in base al significato del testo. Porteremo avanti questa collaborazione anche per gli album futuri. Personalmente ho sempre apprezzato la scelta di band come Yes, Molly Hatchet o Iron Maiden di collaborare in maniera continuativa con lo stesso artista, così da avere una certa coerenza estetica.

Il disco è ricco di suggestioni mediterranee, in particolare spagnole, a cosa sono dovute queste particolari sonorità?
Fabio: Sono da sempre attratto dalla musica tradizionale di tante aree geografiche. Allo stesso tempo sono molto deluso quando il rock diventa prevedibile, quando utilizza dei cliché. Quindi per me è molto naturale contaminare la musica rock con elementi di tradizioni apparentemente lontane. L’influenza spagnola a cui ti riferisci è presente soprattutto nel brano Guernica. Una buona parte della storia raccontata in Guernica si svolge in Spagna durante la guerra civile del 1936-39, quindi ho cercato fin dall’inizio di comporre pensando al flamenco o al celebre “Bolero” di Maurice Ravel. Il successivo inserimento della fisarmonica e delle nacchere ha esaltato le suggestioni iberiche…
Vittorio: Trovo davvero che queste contaminazioni, che come a me pare del tutto evidente sono nate insieme alla musica stessa, contribuiscano in maniera importante alla riconoscibilità del sound. Trovo straniante e coinvolgente ad esempio che l’opener “Before My Eyes”, che pur ospitando fin dall’inizio percussioni e suoni poco consueti nel rock, dopo un break di atmosfera veda l’ingresso della fisarmonica che piazza un solo stellare che poi conduce a un bridge decisamente hard rock (che a me ricorda molto un brano degli Anathema, presente nel demo che menzionavo all’inizio)… Una caratteristica di molti brani del nostro album è probabilmente proprio l’imprevedibilità. Mica poco per una band che fa musica rock, no?

In generale, come descrivereste il vostro sound?
Fabio: Vediamo… Oltre al progressive storico e al neo-prog, c’è sicuramente l’hard rock classico, ma anche influenze che derivano dal pop degli anni 80 e dalla musica tradizionale italiana, spagnola e nord-africana. La sintesi più efficace può essere questa: mediterranean-progressive-rock!

In chiusura, avete già delle date in programma?
Vittorio: Purtroppo ancora no. Abbiamo diversi contatti con festival internazionali specializzati in Progressive, ma inevitabilmente si tratta di possibili partecipazioni alle edizioni future… Siamo davvero entusiasti del fatto che i primi riscontri della stampa di settore siano stati così buoni e ci auguriamo che questo porti qualche data e soprattutto interesse per la nostra musica.

Dreariness – The hedgehog’s dilemma

Alessandro Concu (Grìs) ci ha condotto nell’affascinante universo di note creato dai Dreariness con “Before We Vanish” (My Kingdom Music). Un album, che segna alcune novità stilistiche e di formazione, nato l’ambizioso progetto di tradurre in musica il “Dilemma del porcospino” del filosofo tedesco Arthur Schopenhauer.

Benvenuto, direi di iniziare con gli avvenimenti che hanno preceduto la pubblicazione del vostro terzo lavoro completo, “Before We Vanish”, mi riferisco in particolare agli ingressi in pianta stabile di ky e Roberto Mascia, già vostro produttore: come sono andate le cose?
Nel corso degli anni abbiamo avuto la necessità di far alternare diversi musicisti con noi sul palco per poter portare live la nostra musica. Con alcuni di loro ci siamo trovati benissimo ed è nato un rapporto di fiducia e collaborazione. In particolare ky, nonostante in un primo momento suonasse la chitarra live, è un bravissimo bassista. Abbiamo ritenuto opportuno arricchire la nostra proposta con qualcuno che potesse ricoprire meglio di chiunque di noi quel ruolo, e inoltre sapevamo già della sua propositività in fase di scrittura, cosa che si è rivelata fondamentale già con “Closer” ma soprattutto poi con “Before We Vanish”. Per quanto riguarda Roberto Mascia invece è stata la naturale evoluzione del nostro rapporto, da ormai quasi 10 anni è il nostro produttore e condividiamo tutto quello che ruota attorno alla nostra musica, è anche un talentuoso cantante e per noi è stato naturale accoglierlo anche attivamente nella band quando abbiamo sentito la necessità di aggiungere qualcosa che fino a quel momento mancava, in questo caso delle voci che potessero accompagnare quelle di Tenebra.

Che contributo hanno dato i due nuovi membri alla realizzazione del disco?
Ky è stato estremamente rilevante già quando abbiamo creare le fondamenta del concept sul quale si basa “Before We Vanish”, inoltre ha collaborato alla stesura dei testi e delle loro metriche oltre che alle linee di basso di tutto l’album. Nel disco sono presenti anche delle sue backing vocals. Roberto invece ha curato tutta la produzione dell’album nei minimi dettagli, dando all’album un sound potente e con una resa sonora per noi senza precedenti. Potete anche sentire distintamente la sua voce nell’album che si alterna con quella di Tenebra, pensiamo che le loro voci funzionino molte bene assieme.

Quali sono le sostanziali differenze fra “Before We Vanish” e i suoi predecessori?
Tutti i nostri lavori differenziano l’uno dall’altro in maniera anche molto forte, sicuramente questo è stato un album scritto in maniera più ragionata dei precedenti, a partire dall’averlo concepito prima come idea che come musica, fino ad arrivare alla cura che abbiamo messo nei dettagli, cercando di limare ad esempio ogni piccola sfaccettatura dei testi per renderli più “musicali” ma soprattutto più profondi per certi versi di quelli degli album precedenti. Il sound è sicuramente più scuro di tutti gli altri nostri lavori, e a livello di produzione è sicuramente quello che abbiamo curato di più e che ci soddisfa di più.

Il disco è un concept album ispirato a Schopenhauer e al suo “The Hedgehog’s Dilemma”. Come mai avete deciso di affrontare questo tema?
E’ un tema che ci sta a cuore e che abbiamo ritenuto interessante snocciolare da un nostro personalissimo punto di vista. Il rapporto con gli altri sta alla base della vita, non possiamo pensare di portare avanti un esistenza in solitudine, e questo comporta delle conseguenze, talvolta anche molto dolorose, ma sicuramente necessarie.

Ti andrebbe di delineare i tratti dell’opera?
L’album alterna tracce percettive a tracce emotive per rappresentare il lato fisico (corpo) e riflessivo (mente) di ogni fase. Il percorso lineare inizia con il primo incontro che culmina nell’avvicinamento, momento di massimo dolore e piacere. Il trauma dovuto alla coesistenza di sentimenti profondamente contrastanti conduce ad una condizione di negazione inconsapevole. Il secondo brano descrive il meccanismo autoprotettivo di rimozione dei ricordi, che interviene a seguito della condizione post-traumatica da stress. La fase di caduta interna si conclude con il ritorno dei ricordi tramite flashback che ricostruiscono le cause della condizione di disagio e sofferenza permettendo una presa di coscienza del trauma e delle sue conseguenze. Successivamente, la fase malattia, o di stagnazione, inizia con il dialogo interiore tra le due anime, razionale ed irrazionale, della persona traumatizzata: l’accusa reciproca è di non essere stati in grado di prevedere, di resistere o di limitare i danni causati dall’incontro con l’altro. Inoltre il bisogno di un nuovo contatto genera ulteriore confusione e divisione interna in nichilismo ed iperattività, che degenerano in ansia. Il quarto brano descrive la reazione a questa condizione di ansia come una negazione consapevole del problema, attraverso un’ossessiva ricerca di attività fisiche e stati mentali che occupino il tempo in modo da non lasciare la possibilità ai pensieri e i ricordi di occupare la mente. Si ricorre a socialità, utilizzo di sostanze, attività fisica ed ogni mezzo possibile per cercare di lasciar fuori dal resto della giornata i pensieri e il bisogno di contatto, che comunque riaffiorano dopo ogni risveglio. Il fallimento di questo metodo conclude la fase di stagnazione ed apre la fase di espulsione del problema, nella quale si cercherà di attuare una reazione concreta. Il quinto brano descrive come il coltivare il dolore sulla propria pelle sia la strada più semplice che viene percorsa da chi ha bisogno di riprendere contatto con la realtà per ricominciare a vivere. Il senso di colpa diventa bisogno di punizione, l’iperattività diventa allenamento, la divisione interna diventa cooperazione tra lato razionale ed irrazionale, il dolore diventa vendetta, l’ansia sfida, il nichilismo percezione. La strada si conclude con la riappacificazione con la realtà in tutte le sue sfaccettature, piacevoli ed orribili. È possibile proseguire un’esistenza nonostante il dolore che è stato superato e che si incontrerà nuovamente. Il prezzo della resilienza è la desensibilizzazione totale dai sentimenti così come dal dolore.

E’ stato complicato tramutare in suoni le idee del filosofo tedesco?
Non volevamo fare un lavoro raffazzonato, piuttosto per la prima volta ci siamo presi molto tempo per ragionare prima di scrivere. Abbiamo steso una mappa concettuale con degli ampi spazi vuoti da dover riempire con la musica partendo da delle semplici parole, spesso emozioni. Abbiamo scartato tantissimo materiale per poter arrivare a far combaciare ogni tassello di ciò che volevamo esprimere e sicuramente è stato interessante e stimolante approcciarsi in un modo nuovo a alla scrittura di un album.

Non temete che il disco possa risultare particolarmente ostico?
Non lo temiamo perché non pensiamo ci potesse essere un modo diverso per noi di esprimerci, questa è la nostra visione, non pretendiamo che sia semplice da assimilare, e non è sicuramente nostro interesse renderla più fruibile. E’ un tema complesso e lo abbiamo concepito come un percorso doloroso, sappiamo che non è semplice approcciarsi ad esso senza la giusta curiosità e indubbiamente non è un album che vuole lasciarsi ascoltare in maniera spensierata, anzi, l’esatto opposto. Ma siamo certi che con la giusta attenzione ai particolari, ricercando nei testi e nella musica il significato di ogni passo di questo percorso, non è qualcosa che possa lasciare totalmente indifferenti.

Avete già sperimentato dal vivo la resa dei nuovi brani?
Non dopo l’uscita dell’album, ma speriamo di poterli portare presto sui palchi dopo l’estate: siamo pronti.

Prima di scomparire, quale messaggio volete lasciare ai nostri lettori?
Grazie per lo spazio concessoci, speriamo di poterci vedere al più presto dal vivo!

Urluk – Il senso della perdita

M. (Black Oath) e U. hanno unito qualche anno fa le proprie forze per dar vita al nuovo progetto dal nome Urluk. Stabilizzatisi definitivamente nella forma di duo, gli Urluk hanno tirato fuori un primo interessantissimo EP dalle sonorità doom\black, “Loss” (Black Mass Prayers).

Benvenuti, quando e come sono nati gli Urluk?
M.: Innanzitutto grazie voi per lo spazio concessoci. La band si è formata ufficialmente a Luglio del 2020; era già però da diverso tempo che stavo pensando di formare un nuovo progetto che mi desse la possibilità di poter esprimere la mia arte. La fortuna è stata dunque quella di conoscere U. così da poter fondare insieme Urluk. Credo che sia stato Urluk stesso ad avere scelto noi due e non viceversa.

Come vi ponete all’interno della scena black italiana?
M.: Quando questa entità è nata era subito chiaro per entrambi che volevamo fare musica per noi stessi e non ci siamo mai preoccupati di dove poterci collocare all’ interno di una ipotetica scena; a due anni dalla sua formazione il nostro pensiero non è mutato. Nell’ambito black metal italiano conosco personalmente alcuni dei ragazzi di Black Flame, Comando Praetorio, Homselvareg, Gosforth, tutte ottime band che stanno facendo bene da ormai tanti anni e per le quali nutro un sincero rispetto. Noi però, come accennato poc’anzi, non ci sentiamo parte di alcuna scena e pensiamo solamente a fare del nostro meglio quando scriviamo la nostra musica. Che poi, esiste realmente una scena?

I brani di “Loss” hanno avuto una gestazione semplice oppure sono il frutto di un cammino compositivo travagliato?
M.: Per via della pandemia e relative zone rosse/arancioni ci siamo ritrovati a dover interrompere più e più volte il processo compositivo condiviso che ha portato a “Loss”. Questo si è tradotto inevitabilmente in un allungamento dei tempi. Inoltre c’è da ammettere che i nostri tempi di stesura non sono propriamente immediati, ragion per cui e tirando le somme, la gestione che ci ha portati a incidere l’EP non ha avuto un semplice né immediato percorso. Ad ogni modo l’importante per noi è che oggi “Loss” è finalmente fuori ed è un prodotto di debutto di cui sia io che U. ne andiamo fieri.

Come mai avete deciso di pubblicare un EP e non un album completo?
M.: La scelta di pubblicare un EP è venuta spontanea, in quanto pensavamo che debuttare con un formato del genere fosse la miglior cosa che potessimo fare al momento. E’ vero che la durata totale di “Loss” tende sicuramente più al full-lenght, ma pensiamo di aver fatto la cosa giusta.

Il vostro sound sintetizza al proprio interno elementi black e doom, come è possibile far convivere in modo equilibrato questi due generi?
M.: Il nostro EP di debutto commistiona indubbiamente sonorità black metal a quelle doom; quest’ ultima è sicuramente figlia della mia precedente esperienza con i Black Oath, dalla quale attingere la parte più malinconica e funerea del nostro suono, ma con Urluk volevamo andare oltre e mescolare tale imprinting sonoro con la crudezza del black metal di scuola ‘90 di cui siamo tutti figli debitori. Questo equilibrio di cui parli è venuto fuori in maniera spontanea durante le composizioni.

Durante l’ascolto ho avvertito una forte sensazione di malinconia e di nostalgia del passato. Si tratta di una mia sensazione errata o è veramente così?
M.: La tua sensazione è esatta, credo che tu abbia colto lo spirito del nostro lavoro. Come dicevo prima, entrambi siamo molto legati a certe sonorità del passato che volente o nolente hanno ispirato e influenzato “Loss”. C’è molta nostalgia e malinconia sia nella musica che nelle liriche.

Mentre la “perdita” di cui parlate nel titolo del disco a cosa fa riferimento?
U.: La perdita di cui parliamo nel disco può avere più significati e forme: un evento personale, o uno stato d’animo che può prendere diverse direzioni a livello di sensazioni. Il senso della perdita credo sia l’unica forma che porta realmente l’uomo a essere vulnerabile e impotente quando ce la si trova davanti, molto più della paura. Davanti ad essa, l’animo umano riflette intensamente sul passato sul presente e sul futuro, cercando comunque qualcosa che lo porta spesse volte a perdersi.

Quanto conta per voi l’aspetto lirico?
U.: Questo aspetto è stato fondamentale per la stesura dei brani. Abbiamo sviluppato il tutto cercando di mantenere una coerenza e un’armonia tra l’emotività delle liriche e la malinconia delle musiche. Credo che “Loss” sia un buon risultato di ottima fusione tra musica e parole, dove l’una non avrebbe senso senza l’altra e viceversa.

L’Ep esce per un’etichetta, Black Mass Prayers, di nuova costituzione, se non erro il vostro disco è la seconda uscita di questa casa discografica. Come siete entrati in contatto con loro?
M.: Eravamo da pochi giorni usciti in digitale con il nostro debut album ed eravamo in cerca di un’etichetta che si proponesse di stamparci in formato fisico quando siamo stati notati e contattati dalla Black Mass Prayers. Abbiamo accettato di buon grado la loro proposta e c’è stata una serena collaborazione tra noi e loro. Li ringraziamo per il lavoro fatto e per averci promosso al meglio. Sono persone in gamba che credono in ciò che fanno e a cui auguriamo il meglio per il loro prosieguo lavorativo che, senza ombra di dubbio, sarà roseo.

Slowtorch – The machine has failed

Gli Slowtorch hanno affrontato l’impervia burrasca del lockdown, che ha stravolto i piani dei bolzanini, uscendone vincitori grazie a un album convincente come “The Machine Has Failed” (Electric Valley Records / Qabar Pr).

Benvenuto su Il Raglio del Mulo, Bruno. Il 29 è la data scelta per la pubblicazione del vostro terzo album. Avete dei ritmi lenti, però devo riconoscervi una certa puntualità. Tra il debutto “Adding Fuel to Fire” e “Serpente” sono andati via 7 anni, più o meno gli stessi che separano il secondo disco da “The Machine Has Failed”. A cosa sono dovuti questi lungi e cadenzati intervalli di pubblicazione?
Ciao Giuseppe, innanzitutto grazie per ospitarci su Il Raglio del Mulo! A dire il vero più o meno a metà strada tra “Adding Fuel To Fire” e “Serpente” è uscito l’EP “4-Barrel Retribution” via Riff Records. All’epoca il nostro cantante Matteo era appena entrato nel gruppo. Subito dopo l’uscita di “4BR” ci siamo messi al lavoro sui pezzi di “Serpente”. Tra “Serpente” e “The Machine Has Failed” invece c’è stato un cambio di line-up, il nostro bassista Karl ha lasciato il gruppo per ben tre anni prima di tornare con noi nel 2018. “The Machine Has Failed” da principio doveva uscire sotto forma di due EP. Abbiamo registrato la prima metà – il lato A del vinile –, poi c’è stata la pandemia che ha allungato i tempi, e infine la nostra etichetta Electric Valley Records ci ha chiesto di fare un full-length, al che siamo tornati in studio a registrare la seconda metà nel gennaio 2022.

Visto che parliamo del tempo che trascorre lento e inesorabile, quanto vi riconoscete oggi nelle persone che hanno composto il vostro disco d’esordio?
Sono l’unico rimasto nella band dai tempi in cui è stato scritto “Adding Fuel to Fire”. All’epoca ci abbiamo messo l’anima, ma certamente da quegli anni ad adesso siamo maturati parecchio come musicisti, e credo che si senta decisamente. Siamo riusciti a conservare l’immediatezza e l’impatto di una volta, ma come abilità musicali e songwriting abbiamo fatto dei passi avanti, anche perché a parte l’assenza di Karl – sostituito da Marco Comi dal 2015 al 2017 – abbiamo una formazione stabile dal 2012 con Matteo Meloni alla voce, Fabio Sforza alla batteria e Karl Sandner al basso. Attraverso i cambi di line-up anche il nostro stile ha subito le influenze personali dei nuovi “innesti”. Tutto sommato credo che sia possibile riconoscere negli anni una matrice Slowtorch invariata che si è adattata però all’evoluzione della band.

Qual è il brano più vecchio e quale quello più recente tra quelli finiti nella tracklist definitiva?
Se non sbaglio, il brano più vecchio dell’album dovrebbe essere “Man vs. Man”, il riff principale risale a cinque o sei anni fa. Il pezzo più recente dovrebbe essere “Sever The Hand”.

Qual è il significato del titolo, “The Machine Has Failed”?
Quando sono nati i primi testi ci siamo accorti che c’erano temi ricorrenti: in generale una certa dose di rabbia verso quelle che noi riteniamo storture della società e del tempo nel quale viviamo. “The Machine Has Failed” è un riferimento al sistema globale che governa le nostre vite, oramai insostenibile, inceppato, fallito.

Possiamo definirlo, almeno concettualmente un disco distopico oppure si tratta di un album con i piedi ben piantati nella realtà attuale?
Alcuni brani hanno un’ambientazione distopica, ma vogliono descrivere con questo artificio un nostro comune sentire che è reale, attuale e profondamente radicato nella nostra quotidianità.

Nei vostri dischi l’aspetto lirico è fondamentale, che idea vi siete fatti dell’attenzione che i vostri fan danno ai testi? Noi italiani siamo portati per tradizione a rilegarli in second’ordine… Non riesco a valutare quanto sia importante questo aspetto per chi ci segue: solitamente i commenti che accompagnano la nostra musica riguardano di più l’impatto immediato che siamo in grado di trasmettere al pubblico, la nostra attitudine, il coinvolgimento che suscitiamo. Credo però che il messaggio contenuto nei nostri testi si stia facendo strada e credo che non sia un caso che avvenga ora più di prima. “The Machine Has Failed” invita di più alla riflessione rispetto alle produzioni precedenti.

In generale comporre su di voi ha più un effetto doloroso oppure catartico?
Per quanto possa essere lungo e faticoso è decisamente un processo catartico. La parte più faticosa è quella di sintesi fra le nostre quattro diverse personalità. Ognuno di noi interviene in fase di scrittura e anche quando i brani nascono con uno scheletro abbastanza definito devono passare attraverso questo processo di confronto prima di essere maturi.

Passiamo all’aspetto live, avete date in programma?
Si riparte! Di confermato al momento abbiamo due date in Austria in maggio e luglio, di cui la seconda come headliner, e una manciata di date in casa ovvero in Alto Adige, tra le quali spicca sicuramente il supporto a Phil Campbell & The Bastard Sons (ex chitarrista dei Motörhead), che avevamo già conosciuto in occasione di un live in Inghilterra nel 2019.

Avere la vostra base logistica a Bolzano, da questo punto di vista è un vantaggio o uno svantaggio, essendo probabilmente più vicini alle piazze che contano in Europa che in Italia?
Sicuramente è un vantaggio essere così vicini all’Austria e alla Germania, dove il nostro genere tradizionalmente trova più ascolto che in Italia. Infatti ci siamo sempre rivolti più all’estero che all’Italia, con svariati tour in Inghilterra, Germania e Austria negli anni.

Ufomammut – L’urlo della fenice

Loro nel 2020 ce l’avevano detto che si trattava di un arrivederci e non di un addio. All’indomani dell’abbandono dello storico batterista Vita, gli Ufomammut si sono presi una lunga pausa, un silenzio interrotto finalmente con il nuovo album “Fenice” (Neurot Recordings / All Noir) , il primo con Levre dietro le pelli…

Benvenuti ragazzi, nel gennaio del 2020 diffondevate un comunicato stampa nel quale annunciavate una pausa a tempo indeterminato all’indomani della fuoruscita dalla band di Vita. Quando avete capito che era il momento giusto per riprendere l’attività del gruppo?
Urlo: Poia ed io non abbiamo mai pensato di smettere. Avevamo bisogno di prenderci una pausa, di pensare, di capire i nostri errori e di ripartire dagli sbagli fatti. Anche Ciccio, il nostro sound guy non ha mai pensato per un attimo di chiudere con questa avventura. E Levre, amico e parte della famiglia da tanti anni, è stata la scelta ovvia per noi per continuare questo percorso.
Poia: fermarsi è stato inevitabile. E subito dopo è arrivata la pandemia. Ma la brace covava sotto la cenere…

Al momento della ripresa, è stato difficile togliersi di dosso la ruggine dovuta all’inattività?
Urlo: Un pochino. Ma ci è voluto poco per essere pronti e lucidati a nuovo!
Poia: difficile non direi. La memoria corporea aiuta, basta avere pazienza. Come andare in bicicletta, o nuotare… magari il fiato non c’è ancora ma i movimenti sono sempre quelli.

Da Vita a Levre, come è cambiato il vostro modo di lavorare in studio?
Urlo: L’approccio e la voglia di fare. Siamo tutti molto più focalizzati su quello che vogliamo dalla band.
Poia: Levre ha un background musicale differente rispetto a Vita. Abbiamo iniziato a suonare insieme qualche anno prima, in un progetto parallelo ad Ufomammut che non si è mai concretizzato, ma da subito abbiamo riscontrato una particolare alchimia. Chiedergli di continuare con noi il viaggio dì Ufomammut è stato perciò naturale. Il suo contributo alla composizione ha sicuramente modificato anche il nostro modo di lavorare.

“Fenice” è il titolo emblematico del vostro nuovo album. Siete rinati dalle vostre ceneri,  ma in questa nuova fase vi siete portarti dietro dei brani scritti prima della pausa oppure i pezzi finiti nella tracklist sono nati tutti dopo?
Urlo: “Fenice” è nato dall’arpeggio di chitarra e basso di “Metamorphoenix”. Poco alla volta si è espanso diventando un brano di 38 minuti: l’idea iniziale era quella di creare un brano per un EP, poi ci siamo lasciati prendere la mano… Avevamo un progetto con Levre da qualche anno, suonavamo già assieme e alcuni dei brani che avevamo scritto sono stati tenuti e ripresi, ma non per “Fenice”.

Il sound di “Fenice”,  almeno per me, “suona” di nuovo inizio o, meglio, di un ritorno ai vostri inizi. Forse una certa complessità e certe sovrastrutture presenti nei vostri ultimi dischi sono state messe da parte per un approccio più vicino a quello delle vostre origini. E’ una mia impressione o le cose stanno più o meno così?
Urlo: “Fenice” è tecnicamente più complicato dei dischi precedenti, ma molto più “psichedelico” e vicino alle nostre origini. Abbiamo voluto fare un disco senza porci generi, limiti, semplicemente suonare quello che sentivamo in quel momento della nostra vita. Il suono, il modo in cui è uscito “Fenice”, sono sicuramente nuovi e una rinascita dopo un periodo molto buio.
Poia: Non saprei se musicalmente sia un ritorno alle origini. Abbiamo però la consapevolezza di aver intrapreso una nuova esplorazione musicale, e questo ci riporta sicuramente a quelle sensazioni sperimentate più di vent’anni fa.

Forse meno di altri avete pagato lo scotto della pandemia, dato che nel vostro caso l’interruzione dell’attività live è stata più il frutto di una scelta personale che di un’imposizione dovuta alle circostanze nefaste che abbiamo vissuto nell’ultimo biennio. Se non erro da qualche giorno, però, siete tornati attivi anche con i concerti: dal vostro punto di vista privilegiato, là su un palco, avete riscontrato delle differenze sostanziali tra il prima e il dopo pandemia?
Urlo: Il desiderio di suonare è sicuramente più forte, iniziare una nuova avventura porta con sé emozioni diverse dal passato. Salire nuovamente su un palco è stato meraviglioso, vedere i sorrisi delle persone, le teste scuotersi, l’abbraccio del pubblico è stato bellissimo. Eppure è stato quasi come se due anni e mezzo fossero volati e avessero solo dato un grande e nuovo vigore al mio amore per la musica.
Poia: Ho notato da parte di tutti un desiderio bulimico di musica suonata, un’euforia condivisa da pubblico e musicisti. Siamo in tour in Europa (al momento in direzione Desert Fest Berlino) e ovunque ci sono band che suonano, tutti i giorni, e più show contemporaneamente nelle stesse città.

Nel 2008, in occasione della pubblicazione di “Idolum”, vi chiesi se ritenete gli Ufomammut più una band da studio o da palco, voi mi rispondeste così: “Entrambe le cose anche se ognuno di noi la pensa in modo differente. Per Vita il palco è quello che ci da maggior possibilità di trasformare la musica in un branco di mammut impazziti, mentre per Poia ed Urlo la parte più interessante dell’essere Ufomammut è la possibilità di sperimentare e creare in studio. Sono due esperienze distinte. La differenza principale è che in studio siamo anche spettatori.” Le cose sono cambiate o la pensate ancora così?
Urlo: la penso ancora così, anche se suonare live è un modo per capire se quello che hai creato abbia un valore emotivo oppure no. Vedere le persone apprezzare ciò che fai è sempre emozionante.
Poia: Ho capito col tempo che i due aspetti sono inscindibili e complementari. “Fenice” suonato dal vivo si sta evolvendo. Ciò che abbiamo creato in studio con grande dedizione e soddisfazione, acquisisce una consapevolezza e cambia grazie allo scambio con il pubblico. Ufomammut è in equilibrio tra creazione e performance: semplificando, tra Ufo e Mammut!

Nel 2019 avete pubblicato il cofanetto celebrativo “XX” , cosa avete pensato quando avete visto per la prima volta tutta la vostra storia discografica racchiusa in un singolo box?
Urlo: Che ero vecchio…
Poia: Haha! Esattamente! A ripensarci, stavamo già archiviando una parte della nostra esistenza come band.

“XX” è il sigillo sul vostro passato, “Fenice” è il vostro presente, invece il vostro futuro oggi come lo immaginate?
Urlo: Non saprei, nessuno di noi è in grado di leggere il futuro. Sicuramente spero che questa avventura continui e ci dia ancora tante soddisfazioni. Sarebbe già abbastanza.
Poia: Il viaggio è sempre la parte più interessante, attraversare mondi, cambiare e anche ritornare. La meta non si scorge ancora.