Damnation Gallery – Enter the fog

La nebbia ha sempre suscitato grandi e contrastanti emozioni nell’uomo: curiosità, paura, senso di isolamento e straniamento. Con “Enter the Fog” (Black Tears Label) i Damnation Gallery hanno sfruttato questo archetipo per descrivere situazioni di abbandono, dolore e senso di perdizione, senza però dimenticare che in fondo alla “galleria” c’è una possibilità di rinascita e redenzione anche per i dannati.

Benvenuti, con “Enter the Fog” avete realizzato il vostro terzo disco, risultato che ha sempre un valore simbolico. Rispetto all’idea di band che avevate al momento della nascita dei Damnation Gallery, “Enter the Fog” quanto è vicino a quello che desideravate in qui primi giorni?
Lord of Plague: Ogni album ha un suo significato e soprattutto i pezzi sono composti in maniera diversa, a seconda dei sentimenti e del periodo che stiamo vivendo in quel momento. Cerchiamo di sentire come un pezzo possa esprimere al meglio noi stessi e diventare nostro a tutti gli effetti, senza dargli per forza una direzione per seguire un genere. Possiamo dire che noi cresciamo insieme alla nostra musica.

Siete partiti con un’idea di sound che comprendesse al proprio interno più genere, direi che dall’ascolto dell’album questo appare evidente. Non temete, però, che il non potervi catalogare in modo netto e preciso in una nicchia possa essere controproducente presso un’audience sempre più chiusa nelle proprio segmento stilistico di ascolti?
Low: Sinceramente siamo consci di un rischio di questo tipo ma non crediamo che possa accadere, sarebbe come sottovalutare chi ci ascolta e non ci permetteremmo mai. La realtà è che ognuno di noi ha tantissime influenze musicali diverse e, dato che tutti partecipiamo attivamente alla composizione in maniera molto democratica, senza che nessuno tenti di impuntarsi e far prevalere il proprio stile, non facciamo altro che assemblare tutti i nostri gusti fino a trovare un buon lavoro che soddisfi tutti. Inoltre, suonare sempre la stessa cosa alla lunga diventa noioso, non trovi?
Scarlet: Aggiungo che quando componiamo non cerchiamo soltanto un equilibrio tra i nostri gusti e influenze, ma anche tra i nostri sentimenti e mood del momento. E’ un modo di fare musica e contemporaneamente conoscerci nel nostro profondo e crescere insieme oltre che come band anche come persone. È come imparare costantemente gli uni dagli altri. La nostra miglior soddisfazione e anche il nostro obiettivo è che chi ci ascolta non senta “ soltanto” musica o un genere musicale, ma anche tutto ciò che siamo e che cerchiamo di esprimere di noi.

Altra scelta cardine è stata quella di interessarvi a tematiche horror. Alla luce degli ultimi anni, che hanno stravolto la vita di tutti, come è cambiato la vostra percezione dell’orrore e come questi fatti hanno influito sulla band?
Lord of Plague: Spesso e volentieri le tematiche horror vedono protagonisti demoni, possessioni, morte, sangue, ecc… però per quanto ci riguarda basta semplicemente guardare dentro noi stessi per trovare ansia, paranoia, malattia, cattiveria e tutti i sentimenti negativi che fanno parte di ogni essere umano. Sentimenti che si annidano, vengono covati e infine si schiudono anche per i più insignificanti motivi. E quando si arriva a quel punto, quando si sente che qualcosa è cambiato, si fa fatica a riconoscersi in quello che ai nostri occhi è diventato un mostro.
Scarlet: Questo è ciò che noi intendiamo con il vero “orrore”. Abbiamo voluto metterlo nella nostra musica cercando di farne qualcosa di costruttivo, accettando anche quella parte di noi che è socialmente sbagliata e di cui nessuno parla mai.

E’ arrivato il momento di addentrarci nella nebbia, quando e come è nato il disco?
Low: “Enter the Fog” ha iniziato a prendere forma una volta finito il periodo del lockdown, appena abbiamo potuto ricominciare a vederci con regolarità. Questo perchè noi come band componiamo in sala prove in diretta e non ci è mai piaciuta l’idea di essere un gruppo che compone “ via mail”… non fa proprio per noi. Sicuramente il fatto che sia nato dopo uno stop forzato lo ha portato a essere un lavoro più diretto dei precedenti perchè c’era molta voglia di ripartire e di creare qualcosa senza troppi “ fronzoli”. Dobbiamo segnalare che dopo le registrazioni Lord Edgard ha lasciato la band a causa di insanabili divergenze sia personali che stilistiche, ovviamente condivise da tutti noi. Essere rimasti in quattro ci ha resi ancora più forti, uniti e compatti come non mai.

Qual è il brano che, secondo voi, è maggiormente rappresentativo dell’opera?
Low: Citerei due brani, il primo è “Fog” perché rappresenta il nostro lato più anthemico e “accessibile”, mentre il secondo è “Old Cemetry” che rappresenta invece il nostro aspetto più oscuro e malefico.

Mentre, qual è quello in cui avete osato di più?
Scarlet: Direi assolutamente “Erased”. E’ una ballad, uno stile molto lontano dalle nostre influenze che abbiamo tentato per la prima volta in questo brano. E’ un pezzo che ha per me un significato molto profondo, è un’ accettazione di un periodo molto brutto che ho vissuto e che dovevo “urlare lentamente”. Devo dire che che gli altri hanno perfettamente colto quell’espressione, creando insieme un brano di cui personalmente vado molto fiera.

Nelle note promozionali viene ribadito che questo disco non è un concept, ma mi pare di capire che comunque ci sia un filo che lega tutti i brani, è così?
Scarlet: Sì, esatto! Non è una cosa che costruiamo a tavolino o ricerchiamo a tutti i costi, però in tutti i nostri album, incluso ovviamente “Enter the Fog”, abbiamo notato che c’ è sempre un filo conduttore che lega i brani e la nostra espressione e ne abbiamo fatto un tratto distintivo. In “Black Stains” abbiamo dato risalto al tema del dualismo dell’essere umano, secondo il nostro significato di horror di cui abbiamo parlato prima; in “Broken Time” il tema ricorrente era l’incubo, il sogno come catalizzatore delle nostre paure e nel nostro ultimo lavoro invece parliamo di abbandono, del dolore e del senso di perdizione che ne consegue ma che porta poi a una lenta rinascita che ci trasforma in qualcosa di diverso, non necessariamente migliore ma sicuramente più forte.

Per la copertina avete deciso utilizzare un’immagine molto scarna, quasi old school, in controtendenza rispetto a quelle iper-patinate che vanno per la maggiore ora: come mai?
Low: Proprio a proposito di ciò che dici nella tua domanda, ho notato che ultimamente si guarda solo il “pacchetto”, la produzione iper-patinata e pompata e così via… Invece, occupandomi io degli artwork della band, noi abbiamo cercato di andare in direzione opposta andando a parare su una copertina volutamente scarna e old school, a suo modo un omaggio ai lavori estremi dei primi anni 90, quando una cosa apparentemente semplice e handmade odorava seriamente di male. Come in tutti i lavori precedenti, anche qui la copertina e il booklet hanno molte simbologie e riferimenti nascosti, ma quelli lasciamo che vengano notati solo dai più attenti.

Avete programmato delle date a supporto del disco?
Lord of Plague: Abbiamo fatto il nostro concerto di release di Enter the Fog a Genova, all’ Angelo Azzurro. Saremo a Imperia, al Babilonia, il 14 di gennaio e stiamo lavorando per altre date in giro per l’Italia che verranno via via comunicate sui nostri canali. Vi ricordiamo che potete trovarci, seguirci e ricevere informazioni e aggiornamenti su Facebook, Instagram, Youtube, Bandcamp, dove potete trovare il disco e tutto il nostro merch!

Blood Thirsty Demons – Spiritual seanse

Cristian Mustaine dal 1997 con i suoi Blood Thirsty Demons non si è limitato a pubblicare dischi, ma ha anche svolto una sorta di eretica opera di evangelizzazione, toccando temi di stampo religioso, spirituale e magico. Però, mai come con il nuovo “Esoteric” (The Triad Record), aveva parlato in modo così esplicito del proprio cammino nelle scienze oscure e del ruolo che queste rivestono nella sua vita. Un’occasione così particolare meritava un approfondimento, per questo, oltre alla nostra intervista, ne troverete un’altra, in formato audio, rilasciata a Mirella Catena per Overthewall!

Ciao Cris, hai scelto un titolo, “Esoteric”, per il tuo album che forse, anche se superficialmente non appare così, è il più intimo tra quelli dei Blood Thirsty Demons. Mi sbaglio?
Ciao, proprio cosi: questo è il disco più personale e anche più oscuro tra tutti quelli che ho pubblicato fino a questo momento. Tra le righe vengono raccontati, anche se non esplicitamente, molti riferimenti al mio cammino spirituale.

Quando è iniziato il tuo cammino nell’esoterismo e quanto ha contribuito la musica ad accendere questo interesse?
E’ iniziato tutto circa 25 anni fa, nel periodo in cui decisi di formare la band. Sicuramente, il genere musicale che ascoltavo in quel momento, ha contribuito molto ad aumentare il mio interesse nell’esoterismo, perché cercando di capire i testi delle mie band preferite, entravo in un mondo che mi spingeva a farmi domande, sapendo che proprio li avrei trovato risposte importanti per la mia vita.

Quali sono, secondo te, gli album “esoterici” per eccellenza della musica?
Cavolo, possono essere davvero a decine! Posso dirti quali sono quelli che hanno caratterizzato e indirizzato la mia vita, o perlomeno te ne cito alcuni: i primi due album dei Death SS ( “…in Death of Steve Sylvester” e “Black Mass”), sono quelli essenziali per chiunque si avvicini a questo genere. Così come i primi due dei Mercyful Fate (“Melissa” e “Don’t Break the Oath”) che a mio parere han cambiato tutto il modo di vivere l’heavy metal. Io ho sempre pensato che ci siano due ere: una pre “Don’t Break the Oath” e una post”Don’t Break the Oath”, che ha portato un cambiamento epocale ispirando innumerevoli band. Molto esoterico è sempre stato anche Paul Chain; due dei suoi dischi mi han trasmesso proprio quell’oscurità e quell’ispirazione che mi serviva in alcune composizioni; questi sono “Alkahest “(con il grande Lee Dorrian) e “in the Darkness”. Un altro album che mi ha forgiato, ricco di alone esoterico, è “Sacrifice “dei Black Widow, band capace di catapultarti davvero in un rituale ad ogni ascolto. Stessa cosa vale per i primi lavori dei Goblin. Ci sono poi tantissimi album di impronta davvero oscura che mi hanno ispirato, ma non li metterei nella categoria di album esoterici.

Torniamo al tuo di disco, credi che l’aver messo in musica questi tuoi interessi, in qualche modo ti abbia fatto fare una sorta di check sul tuo cammino iniziatico? E se così fosse, quanto è cambiato il tuo approccio alla materia in questi anni?
In realtà ho sempre lo stesso approccio con questa materia, perché fortunatamente questi studi mi hanno portato a trovare un ottimo equilibrio interiore e molte risposte che cercavo. Erano anni che avevo in mente di mettere in musica tutto questo, ma non era ancora arrivato il momento giusto; non è semplice già creare un concept album, cosa che faccio in ogni disco, spalmare questo argomento su ben dieci canzoni è stata una cosa non semplicissima. Diciamo che il check sul mio cammino spirituale lo faccio praticamente ogni singolo giorno della mia vita, riflettendo su ogni mia singola azione e su quali forze possono smuovere.

A proposito di cambiamenti, quali sono le novità strettamente musicali contenute in “Esoteric”?
Sono diverse: in questi tre anni ho iniziato ad avvicinarmi a generi molto tecnici, progressive metal e affini; questo mi ha spinto anche a cercare di aggiungere qualcosa al mio sound, sentendo che mi faceva crescere come musicista e compositore. Molte ritmiche sono più ricercate, gli assoli sono più lunghi e spesso più di uno nella stessa canzone e nelle voci ho provato a sperimentare un po’ di più. Credo che in futuro tutti questi cambiamenti saranno accentuati, almeno stando alle idee che ho in testa per il prossimo disco.

Più che come musicista, come mente creativa dei BTD quali limiti non supereresti mai?
Innanzi tutto, se volessi fare qualcosa di molto distante da ciò che posso definire horror metal, farei un progetto a parte, e su questo non mi darei limiti; ho comunque un limite che non mi fa sconfinare troppo fuori dal metal. Con i BTD eviterei sicuramente l’introduzione di suoni elettronici e di sonorità troppo moderne, che andrebbero a coprire quell’alone occulto che un certo sound di questo genere richiede.

Come sono nati i pezzi?
I miei brani nascono tutti da una base di chitarra e spesso in acustico; generalmente, i miei ascolti del momento tendono ad influenzare ciò che scrivo, nonostante la base esca sempre da ciò che in maniera naturale nasce appena tocco lo strumento. I testi vengono pensati successivamente, a parti strumentali finite e incise, dopo giorni di riflessioni e scelte sull’argomento da trattare.

Credi che ci sia un brano più rappresentativo dell’intero lavoro?
I brani per un musicista sono come dei figli, difficile sceglierne uno; ma ce ne sono un paio che sono più personali, come “Guardian of My Soul”, traccia dedicata al mio spirito guida, a cui tengo particolarmente, e “The Wickedness of Men”, brano molto riflessivo sull’animo umano e su quanto le forze negative possano incidere nel corso delle nostre vite, pur pensando che sia sempre e solo colpa nostra.

La prossima mossa che dobbiamo aspettarci da te sarà a nome BTD o Human Degrade?
Bella domanda! Ho ben otto brani incisi dal 2013 ad oggi e non ancora pubblicati come Human Degrade, ma non ho ancora un minutaggio sufficiente per pubblicarne un album. Ancora non so se, per questo progetto preferirò fare un’uscita solo in digitale. Sicuramente, durante la pausa natalizia, mentre tutti saranno impegnati a sentirsi più felici e più ipocritamente buoni, inizierò a incidere le prime note del prossimo lavoro marchiato Blood Thirsty Demons.

BONUS TRACK
Il 7 Novembre Cristian Mustaine è stato ospite di Mirella Catena a Overthewall, ascolta qui l’audio completo:

Enio Nicolini and the Otron – Suoni dal meccanismo infernale

Enio Nicolini è un treno perennemente in corsa, difficile immaginarlo lontano da una sala di registrazione o da un palco. Così in questo 2022 la sua discografia, già corposa, si arricchisce di un’altra uscita, “Hellish Mechanism” (Hellbones Records), pubblicata a nome Enio Nicolini and the Otron.

Benvenuto Enio, da poco è fuori il nuovo lavoro dei tuoi Enio Nicolini and the Otron: hai per caso contato quante pubblicazioni hai nella tua nutrita discografia, considerando tutte le band con cui hai lavorato?
Innanzi tutto, ti ringraziamo per ospitarci nelle tue pagine. In effetti dal primo album pubblicato nel 1985 “Heavy & Dangerous”(Unreal Terror) a “Hellish Mechanism” (E.N. and the Otron) del 2022, passando per The Black (27 anni), Akron, Sloe Gin, il mio progetto con ospiti a mio nome “Heavy Schering”, sono tanti… Escluse compilation e ristampe varie, 20 dischi.

Gli Enio Nicolini and the Otron sono l’unica band che contiene nel proprio moniker il tuo nome, lo ritieni il tuo progetto più personale?
Sì, al momento è l’unico progetto che mi identifica come ”band”, anche se ho pubblicato un lavoro con ospiti a mio nome, dal titolo ”Heavy Sharing”. Il progetto Enio Nicolini and the Otron rappresenta il mio progetto più personale, proprio per come è stato concepito. Tutto in effetti si basa sul ruolo del “basso” che diventa l’elemento primario nella costruzione della melodia, in sostituzione della chitarra. Questo avviene perché uso dei power chord che mi danno la possibilità di fare composizione, oltre a questa modalità ne inserisco, sempre, anche una più convenzionale. Cosi posso portare il basso oltre il ruolo “classico” di strumento prettamente ritmico e di accompagnamento, ad elemento centrale del progetto dove ruota tutto il resto della composizione. Ho affinato questo mio modo di usare lo strumento negli Otron, facendolo diventare il mio “marchio di fabbrica” .

Sapresti individuare nel nuovo disco, “Hellish Mecchanism”, qualcosa di riconducile agli Unreal Terror e agli Akron?
Le mie radici partono da quei lavori ed è inevitabile che il mio modo di comporre possa essere in qualche maniera contaminata. Oggi ho affinato una mia tecnica compositiva, come detto prima, che si differenzia molto dal mio modo di esecuzione. Anche le tematiche che sto affrontando, a partire dal progetto Otron, sono completamente diverse e vertono su argomenti riconducibili al mondo sci-fi.

Invece, cosa c’è che non hai mai sperimentato prima in questo disco?
L’uso dell’elettronica e synth . Il progetto Otron si muove come detto in un mondo sci-fi e l’utilizzo di questi elementi fanno si che ci si possa proiettare in quella dimensione, poi con un drumming possente e una voce adeguata e interpretativa si riesce a restare nel metal viaggiando con sonorità nuove e futuribili (mia convinzione).

A cosa si riferisce il titolo “Hellish Mecchanism”?
“Meccanismo infernale” vuole sottolineare come i “media” possano essere padroni delle menti rese schiave da false “verità”, spacciate tali da un infernale pensiero rassicurante. Tutto questo, nel testo, viene monitorato da pensieri liberi che urlano rabbia e opposizione a questo meccanismo di morte in atto.

Come sono nati i pezzi finiti in “Hellish Mecchanism”, il fatto che il disco sia stato scritto a ridosso della pandemia ha cambiato il tuo modo di lavorare in studio?
Tutto “Hellish Mechanism” l’ho scritto in piena pandemia e sicuramente le tematiche dei testi hanno risentito del periodo. Praticamente sono stati tutti, o quasi, eliminati i nostri contatti in presenza, ma non quelli che la tecnologia ci ha messo a disposizione. Sono riuscito comunque a fare tutte le basi ritmiche con Damiano Paoloni nel suo studio a Castelfidardo (An) – il “Sound Distillery Recording Studio – adottando tutte le regole imposte dai decreti in vigore all’epoca, mentre con Gianluca Arcuri (anche lui marchigiano) e Luciano Palermi che vive a Los Angeles abbiamo lavorato a distanza. Nonostante questo è stato tutto molto empatico riuscendo a realizzare un grande disco.

Mi presenteresti gli artisti che hanno collaborato con te nella realizzazione di “Hellish Mecchanism”?
Con molto piacere e orgoglio, perché in primis sono grandi persone e poi musicisti di prim’ordine. Alla batteria Damiano Paoloni, un drummer poliedrico con un curriculum artistico vastissimo che lo ha portato a prestare le sue pelli anche in generi diversi dal metal, questo anche per la sua enorme conoscenza della musica. Lui è anche un esperto tecnico del suono e titolare dello studio (citato prima) dove abbiamo registrato il disco. Poi Gianluca Arcuri, un mago dell’elettronica e synth con una enorme sensibilità artistica, lui con il suo contributo sonoro ci ha portato in una dimensione cyber e moderna (mio parere). Luciano Palermi, voce storica degli Unreal Terror che ci ha visti nella stessa band negli anni 80 e poi nella reunion del 2012. Che dire, è un vocalist completo dotato di una grande sensibilità e professionalità nel creare melodie che rimangono indelebili nella memoria dell’ascoltatore. Il suoi lavoro ormai decennale di doppiatore negli USA hanno anche accentuato quella teatralità nell’interpretare qualsiasi cosa debba cantare. Questi sono gli Otron un combo di professionisti e soprattutto di amici

Chi di loro ti seguirà dal vivo nelle date a supporto del disco?
La maggiore difficoltà potrebbe essere per Luciano Palermi il cantante che vive a Los Angeles e Damiano Paoloni per gli impegni con il suo studio di registrazione, ma abbiamo sempre l’opzione di avere a bordo gli altri componenti degli Otron con i quali ho registrato il primo disco “Cyberstorm”. Comunque appena saranno stabilite le date, ci organizzeremo per dare a chi ci ascolterà un grande spettacolo.

Da quale delle tue band dobbiamo aspettarci il tuo prossimo disco?
Sicuramente ci sarà il terzo disco con il moniker Enio Nicolini and the Otron a chiudere la trilogia… poi vedremo.

In.Si.Dia – Di luce e di aria

Da sempre cantori della contemporaneità, gli In.Si.Dia ancora una volta hanno puntato il dito contro le storture della società. Un titolo, “Di Luce e d’Aria” (Punishment 18), che è un vero un proprio invito a riprendere in mano le redini della propria vita…

Benvenuti, con “Di Luce e d’Aria” tagliate il traguardo del quarto album, lo fate con un disco che ha un nome che, almeno al primo approccio, ha una valenza positiva. Siamo ben lontani da titoli forti come “Istinto e Rabbia” o “ Denso Inganno”: cosa c’è dietro questa scelta, un cambio di filosofia?
Fabio: Direi di no, la filosofia resta la stessa… come sempre siamo influenzati da ciò che ci accade intorno. Ho accusato in questi ultimi anni la sensazione di vivere in una scatola buia e soffocante, e di avere l’assoluta necessità “Di Luce e di Aria”; non necessariamente o solamente stare all’aria aperta, ma stare con gli altri, socializzare. Sintetizzando: direi vivere liberi.

Sicuramente la copertina invece trasmette un forte senso di sofferenza, avete dato voi lo spunto all’autore, Jan Zutt, oppure è tutta farina del suo sacco?
Fabio: Esatto, rappresenta quella sensazione che spiegavo prima: sai, quelle serate tra amici dove si fa notte; con il mio amico Jan (Zut) si parlava di quel malessere provato e di quella voglia di vivere che ne è conseguita. Lui qualche giorno dopo si è presentato con quel meraviglioso disegno come solo lui sa fare; guardandolo ti viene subito voglia di aprire una finestra e tirare un bel respiro, vorresti respirare per lei…

Come e quando sono nati i nuovi pezzi?
Manuel: I pezzi sono nati prima dell’arrivo del Covid, io ed Ale abbiamo lavorato alla stesura delle canzoni, per poi passarle a Fabio e Paolo che hanno fatto la loro parte. Tutti insieme poi abbiamo curato gli arrangiamenti, prima di entrare in studio.

Rispetto a “Denso Inganno” troviamo un nuovo membro, Paolo Pirola alla batteria. Quale è stato il suo apporto alla scrittura del disco e quale novità ha introdotto nel vostro sound?
Manuel: Paolo è stato determinante per ciò che avevamo in mente, volevamo un drumming che suonasse moderno e dinamico, gli abbiamo semplicemente detto di esser se stesso, di arrangiare i pezzi cercando di essere si tecnico, ma soprattutto musicale, concetto che abbiamo cercato di avere anche per tutti gli altri strumenti.

Se non erro “Welcome to My World” è la vostra prima canzone che non ha un titolo in italiano, come mai questa scelta?
Fabio: Perché il testo tratta di un dialogo tra me e mio figlio maggiore. Lui vive all’estero ormai da circa 15 anni e si esprime principalmente in inglese e nel mio immaginario dire quella frase in inglese stava a rafforzare il concetto che gli volevo esprimere e mi dava l’idea di sentirmi più in contatto con lui. Poi come per tutti gli altri testi il significato è soggettivo; ognuno si identifica per quello che percepisce.

All’epoca del vostro debutto che sentimenti provavate? Vi sentivate la punta di diamante del movimento, coloro i quali avrebbero portato al grande pubblico delle major il metal italiano oppure avete vissuto il tutto con la massima incoscienza?
Manuel: Eravamo in quegli anni poco più che ventenni, ci siamo trovati a veder realizzato ciò che sognavamo: fare dischi e andare in giro a far concerti. Sin dall’ inizio, il desiderio comune era riuscire nell’intento, provavamo cinque/sei giorni la settimana, l’arrivo del contratto con la Polydor è stato il coronamento dello sbattimento di anni passati in sala e in giro a promuovere la nostra demo “ No Compromises!!!”. Quando nel ‘93 uscì “Istinto e Rabbia”, oltre a noi c’erano altre band che hanno lasciato un segno importante nella scena metal italiana, band con le quali abbiamo diviso palchi in giro per l’Italia. Quindi no, non ci siamo mai sentiti una punta di diamante, piuttosto una band che ha dato il suo contributo alla scena metal italiana.

Con 30 anni di carriera alle spalle, invece, con quale stato d’animo arrivate al vostro quarto disco?
Manuel: Siamo assolutamente soddisfatti del nuovo album, quindi il nostro stato d’animo è al massimo, abbiamo anche un nuovo batterista, Paolo, che ha portato ulteriore positività nella band, tra di noi c’è armonia e quando tutto fila liscio, i risultati non possono essere che buoni!

Avete in programma delle date a supporto del disco?
Manuel: Abbiamo intenzione di suonare il più possibile per promuovere l’album, quindi con la nostra agenzia stiamo programmando diverse date che verranno comunicate quando confermate.

In chiusura vi faccio una domanda da collezionista, in questi ultimi anni spopolano le ripubblicazioni in cassetta di vecchi album e demo, avete mai pensato di ristampare in questo formato “No Compromises!!!”?
Manuel: Ci è stato chiesto più volte di ristampare la demo “ No Compromises!!!”, prima o poi credo che lo faremo, abbiamo un po’ di materiale audio/video che potrebbe interessare ai nostri fans.

Alldways – Segni sulla pelle

I tuoi abbracci segnano la pelle” (Scatti Vorticosi Records / Metaversus PR) è il titolo scelto dai torinesi Alldways per la raccolta brani rivisitati (più un inedito) uscita il 16 giugno. Un’opera che rilegge la ventennale storia dei piemontesi in modo ecclettico e che apre una finestra sul futuro del gruppo.

Benvenuti, è da poco fuori “I tuoi abbracci segnano la pelle”, una raccolta di nove brani del vostro repertorio ri-arrangiati e un inedito. Cosa vi ha spinto a pubblicare un album antologico?
Ciao a tutti! Dunque, abbiamo deciso di pubblicare questo album circa due anni fa. L’idea è nata dalla nostra voglia di voler dare ad alcune canzoni del passato, una nuova vita. Alcuni di questi brani, a nostro parere, non avevano avuto la giusta luce, la giusta prospettiva durante la composizione, ciò dovuto probabilmente alla nostra fretta, all’urgenza di espressione che era tipica della nostra giovane età, al tempo. Nonostante ciò i testi sono rimasti invariati perché anche a risuonarli, li troviamo tutt’ora contemporanei.

E’ stata dura individuare nove brani che riassumessero i vostri 20 anni di carriera?
Sì, ogni brano ha una storia e un ricordo legato ad essa. Ne avremmo potuti scegliere altri, ma alla fine, anche per una questione di coerenza con il percorso fin qui fatto, abbiamo voluto scegliere uno o due brani per disco, mantenendo così un filo conduttore cronologico.

Come vi siete mossi in fase di ri-arrangiamento?
Siamo partiti dalla scelta dei testi a cui siamo maggiormente legati e che volevamo riproporre, ci siamo poi concentrati sulla musica e sulle linee vocali. Per cause di forza maggiore, questo ha comportato lo stravolgimento di alcune canzoni anche perché per i primi otto anni, la voce del gruppo è stata una donna (Fede, ma poi anche Marta, Valentina, Monica).

Qual è il brano che, secondo voi, esce maggiormente rivoluzionato in questa nuova veste?
Probabilmente “I’m Ready to Go”, tratto da “R.evolution” del 2009. Il testo narra di temi attuali, come l’alienazione da social (al tempo c’era Myspace e il primo Facebook) e della voglia di evadere dalla città. La musica e le parti vocali sono state totalmente stravolte, per dare risalto alle parole e alla velocità del brano.

Mentre, qual è quello più fedele all’originale?
Forse “Senza lacrime”, che abbiamo cercato di rendere più diretta e compatta, scarnificando un po’ la durata e le parti strumentali. La struttura e la linea vocale, invece, sono abbastanza fedeli all’originale.

Passiamo ora alla traccia inedita, “Parassiti del benessere”: come è nata?
E’ nata ad inizio 2020, prima dell’inizio della pandemia, l’avevamo registrata nella nostra sala in qualità di demo, poi vedendoci tre-quattro mesi dopo, ha preso una forma definitiva trovando anche la strofa finale del testo, che ci era mancata nei mesi precedenti. L’essenza del testo è una dichiarazione d’amore, non ad una persona, ma a Torino, il posto in cui siamo cresciuti e a cui siamo profondamente legati. Nella seconda parte, abbiamo voluto portare l’attenzione a ciò che quotidianamente dimentichiamo e distruggiamo del mondo che ci circonda e della casa che abitiamo. Questa canzone è una lettera che scriviamo a noi stessi, ai giovani che siamo stati vent’anni fa.

Cosa presenta questa canzone di inedito rispetto al vostro repertorio classico?
La struttura è diversa, la scrittura “strofa-ritornello” non faceva molto parte di noi. Eravamo sfuggenti, in questo senso, il testo era sintetico e compatto e non c’era “respiro” nel brano, elemento che in quest’ultimo testo abbiamo invece voluto inserire. Le tematiche invece sono sempre le stesse, calate sul contesto che viviamo oggi, ciò che ci sta a cuore diventa spesso canzone.

Avete altri brani inediti, magari per un prossimo nuovo album?
Sì, in questo momento ce ne sono alcuni già pronti, ma prima di un nuovo disco vogliamo sicuramente suonare e rendere vivo quest’ultimo registrato.

Promuoverete il disco dal vivo oppure resterà un’esperienza da studio?
La volontà è quella di suonarlo dal vivo, compatibilmente con gli impegni di tutti noi. Prima dell’estate abbiamo fatto due date, ora nestiamo pianificando alcune per l’autunno. Speriamo di poterle fare tutte.

Noctu – Norma evangelium tenebris

Con “Norma Evangelium Tenebris” (Duskstone Records) si conclude il cammino di esplorazione del Vuoto Interiore compiuto da Noctu. Un viaggio in cui il Dolore è la vera Stella Polare…

Bentrovato Noctu, avevamo perso le tue tracce ai tempi dellla pubblicazione del singolo “Anime Torturate”, in quell’occasione avevi annunciato che “Norma Evangelium Tenebris” sarebbe uscito per la Dusktone a fine 2021. Come mai è slittato tutto settembre?
Ciao Giuseppe. Grazie per questo nuovo spazio che mi hai concesso. Sì, hai ragione, l’album doveva uscire entro la fine del 2021. Purtroppo a causa delle tempistiche di produzione della versione in vinile che si sono allungate oltre i sei mesi non è stato possibile rispettare quel periodo di uscita. Il proprietario della Dusktone è solito rilasciare un album quando tutto il materiale è pronto, scelta condivisa anche da me. Così tutto è slittato inizialmente all’inizio di Agosto 2022, ma l’estate non è esattamente il periodo adeguato per il rilascio di un album come questo (almeno secondo il mio modesto parere). Fosse stato per me avrei atteso addirittura Ottobre, ma i tempi si sarebbero ulteriormente dilatati. Quindi è stato deciso il 2 Settembre. E ora che l’album è uscito e avendo tra le mani sia il CD che le due varianti del vinile posso dirmi completamente soddisfatto. Nel mio percorso musicale mi sono fissato degli obiettivi da raggiungere in termini di produzione musicale “fisica” e posso dire di averli raggiunti. D’ora in poi, tutto quello che farò con i miei vari progetti musicali sarà principalmente legato alla composizione e alla sperimentazione del suono.

La pandemia dal punto di vista procedurale, essendo tu l’unico membro della band e quindi non dovendoti relazionare con altri musicisti, ha in qualche modo cambiato la tua routine?
Direi di no. Ormai sono anni che vivo come un recluso in casa mia. Non che abbia mai avuto chissà che vita nel mondo (l’Italia non offre particolari motivi per uscire di casa oltre alle escursioni tra foreste e montagne), ma da quando gli effetti negativi delle mie patologie si sono via via aggravati è aumentato pure il desiderio di isolamento. Ciò è coinciso anche con la volontà di mia moglie che, pur essendo sempre stata più “solare” di me, ha finito col provare anch’essa un forte desiderio di isolamento. Certo, abbiamo ancora degli amici con i quali ogni tanto ci sentiamo e ci vediamo, ma capiscono la nostra necessità e non ci fanno pressioni al riguardo. Anche con Justin Hartwig (Mournful Congregation) si è intensificato il rapporto di amicizia. Mentre sto scrivendo ho ricevuto un suo messaggio in riferimento proprio a questo album (gli ho spedito una copia del vinile). Quindi ribadisco il mio No. Il Covid, la pandemia non hanno cambiato la mia routine. Forse hanno semplicemente intensificato gli effetti della misantropia che provo. Ho ancora meno voglia di vedere gente, il vero virus di questo mondo…

Credo che musicalmente sia cambiato qualcosa nel sound di Noctu, io per esempio ci ci sento delle influenze Burzum che non ricordo nel primo disco. E’ così oppure credi che in linea di massima il suono non ha subito grandi stravolgimenti?
Come già avevo detto in una precedente intervista, io non bado ai generi musicali. Ascolto tutto ciò che stimola la mia mente. Quindi anche in termini di composizione non mi sono mai posto problemi di sorta. Quando suono mi piace spaziare senza pormi limiti, tanto che fin dal primo EP ho sempre inserito elementi “estranei” (ritenuti così solitamente da chi ascolta, ma non da me). Influenze di Burzum? Ci sono sicuramente. Mi piace la sua musica. Fate festa Antifa, datemi pure del Nazi (inutilmente, perché non lo sono) e poi andate affanculo. So già che questa frase attirerà le ire di certi benpensanti, ma combattere contro i “leoni da tastiera” è solo una perdita di tempo. Molti pensano che Varg sia un Nazi (o pseudo tale), stesso discorso che era stato fatto per Fenriz ai tempi del “Norsk Arisk Black Metal”. Tutti questi buffoni pensano che il termine abbia un contesto politico, ma in realtà è più un’espressione “religiosa”, se mi passi il termine. Comunque non divaghiamo. Di influenze ce ne sono tante, ma cerco sempre di “interpretare” la musica dal mio punto di vista. Con questo album si chiude quella che ho personalmente definito la “Trilogia del Vuoto”. Questi primi tre album (“Illuminandi” – “Gelidae Mortis Imago” – “Norma Evangelium Tenebris”) hanno un’espressività sonora simile e comune è anche il tema principale, l’esplorazione del Vuoto Interiore. Ora il cerchio si chiude.

Scorrendo la tracklist ho notato degli evidenti rimandi a Clive Barker: possiamo considerare lo scrittore inglese la musa ispiratrice di questo disco?
Non proprio. Ho letto del materiale di Barker, ho visto la prima trilogia di Hellraiser e quello che più mi ha colpito è stata una frase da lui detta: “Hellraiser non è una storia horror ma una storia d’amore e affronta il senso di vuoto che l’amore può lasciare e le battaglie che si compiono per colmarlo” (ovviamente non ricordo le esatte parole, ma il senso è quello). Quello che a me interessa è la visione del Vuoto da più angolazioni, anche da quella dell’amore, del calore umano e della sua assenza sempre più marcata nel nostro mondo, dove la gente sacrifica le emozioni più pure in nome del piacere più becero e del conseguente dolore che genera.

Il dolore è uno dei pilastri portanti dell’opera di Barker, devo ammettere che l’ascolto di “Norma Evangelium Tenebris” è alquanto doloroso. E’ questo l’effetto che volevi creare sull’ascoltatore, quasi fossi tu uno dei cenobiti?
Io non sono uno dei Cenobiti del nostro mondo. Sono uno di quelli che ha subito le loro torture. Le mie composizioni esternano il dolore generato da queste torture. Dolore mio e di tutti quelli che non hanno voce per esprimerlo. Tutti caduti nello stesso tranello. La promessa: chi dell’amore, chi del piacere assoluto. Se ci cadi una sola volta è comunque già troppo. Il dolore che genera è totalmente lacerante. E anche ammesso che si riesca ad uscire da questo inferno di torture e menzogne, si convivrà per sempre con le cicatrici e la consapevolezza che non esiste alcun paradiso. Il Dolore è eterno e l’amore non vince niente. C’è solo Negatività. Ovunque.

La sofferenza che traspare dall’album immagino che sia la tua, non ti infastidisce sapere che altri traggono piacere, nel termine più lato del termine, nell’ascoltare il tuo dolore in note?
Quello che senti nell’album è letteralmente il mio Dolore. Ma come ho detto, questo Dolore può essere di chiunque. Io, come persona, come individuo, non sono importante. Non conto niente. Per citare una frase che calza perfettamente, io sono “la canticchiante e danzante merda del mondo”. Ciò che conta è il Dolore e la sua manifestazione. C’è chi si taglia, chi si brucia, chi usa altri mezzi per lo stesso fine: esternare il dolore per far cessare il tormento della mente. Ma il tormento in questo mondo non finisce mai. Quindi la tortura è eterna. Inoltre, sono ormai giunto alla conclusione che, riguardo il Dolore, esistano solo due tipi di persone: in minoranza, quelle che ASCOLTANO il Dolore perché lo comprendono, lo condividono, lo manifestano e mostrano empatia. In maggioranza, quelle che SENTONO il Dolore degli altri perché se ne nutrono, perché godono nel farlo ed esprimono solo apatia con un mal riposto senso di superiorità. Si credono migliori, più forti. E non si trattengono dal manifestare questa presunta superiorità. Ma, in definitiva, sono anch’essi schiavi di questo mondo e del suo potere deleterio.

Ti confesso che quando ho letto che il prossimo brano in scaletta si intitolava “Midian”, ho pensato che ci sarebbe stato un momento di quiete e riposo, quasi che quella mitica città fosse una sorta di rifugio sicuro per le anime inquiete. E invece no…
Midian avrebbe dovuto essere un rifugio, ma anche questa città diviene l’ennesima trappola dei veri mostri. Nella vita ho imparato che tutto ha un prezzo. Ma spesso, anche se paghi, ottieni solo illusioni. La vita è una truffa. Anche se cerchi di costruirti una vita con un senso, puoi perdere tutto in poco tempo. Precarietà lavorativa, malattie, rapporti personali disfunzionali. Una mossa sbagliata e tutto va in fumo. Per sopperire a questi problemi molti hanno preferito rifugiarsi in mondi virtuali, come quelli dei video games online. Si rintanano nei bit di un server, prendendo le sembianze di avatar che esistono principalmente nella loro mente. Con una password aprono il “cubo dei desideri”, per poi scoprire che quella realtà fatta di fantasia non è migliore della vita reale. Non sto dicendo che sia sbagliato avere delle passioni. Giocare ai video games, ai giochi da tavolo, immergersi in un libro o in un film. Una passione può aiutare ad alleggerire lo stress e ad affrontare meglio la vita. Ma trasformare queste cose in una vita alternativa non è la soluzione. Anzi, spesso peggiora la situazione. In troppi non capiscono che rifugiarsi a Midian non è la soluzione dei problemi e finiscono con il pagarne un salato prezzo.

In passato altri gruppi hanno tratto ispirazione dai libri di Clive, o quantomeno dai suoi film. Il primo che mi viene in mente è , appunto, “Midian” dei Cradle of Filth. Che ne pensi di quel disco, se lo hai ascoltato, e del taglio più sinfonico e barocco che ha dato Dani Filth alla descrizione di quel mondo sotterraneo?
Sinceramente non ho mai seguito ne tanto meno apprezzato la carriera di Dani Filth. Non ne apprezzo la musica e men che meno la personalità. Soprattutto dopo che un pomeriggio a Milano l’ho visto alzare il medio verso alcuni suoi fan che gli avevano chiesto un semplice autografo. Queste sono alcune delle cose che più mi mandano in bestia. Un musicista, per quanto talentuoso, non ottiene un successo commerciale senza persone che costantemente, ad ogni nuova uscita, comprano i suoi album. E’ un dato di fatto. Anche il musicista più dotato farebbe la fame senza vendite. E lui era lì che sputava addosso alla sua fonte di reddito. E’ moralmente sbagliato. Ma, a quanto pare, ormai di morale non c’è più niente, quindi, forse, è inutile parlarne. Basta osservare quello che ci accade intorno, senza andare troppo lontano. Guardiamo alla nostra “finta scena italiana”. Abbiamo musicisti che, per quanto talentuosi, perdono punti per il modo in cui si approcciano al mondo musicale (tralasciando il resto del vissuto, perché si potrebbe scrivere un’intera enciclopedia). Musicisti che ottengono qualche risultato tangibile e a causa di ciò, guardandosi allo specchio, si vedono come dei in terra. Li vedi sui social che gongolano allegramente sfoggiando i loro traguardi, perché sono riusciti ad aprire “il cubo dei desideri”. Ma il più delle volte non passano i cinque anni di attività. Ma quelli che mi fanno più ridere sono i neofiti. Musicisti che hanno scoperto un genere estremo da meno di un anno e ormai si sono convinti di aver fatto grandi cose perché una piccola etichetta di settore gli ha prodotto una demo in cassetta. Poi, magari, apprezzi pure quello che musicalmente hanno realizzato, ti congratuli e ti azzardi a proporgli una collaborazione (per me gli anni 80 restano il top del contesto musicale, dove le band apprezzavano le collaborazioni), ma ottieni risposte del tipo “io la tua musica non l’ascolterei neppure (sotto tortura). Quello che faccio io è diverso, quindi la tua musica è inconciliabile con la mia”. Quindi io, quarantatreenne, che suono da oltre vent’anni (Noctu non è stato il mio primo progetto / band), mi ritrovo ad essere perculato da un ventenne, che magari suona da due-tre anni, perché ormai convinto di essere un dio con la possibilità di dettare legge e sparare sentenze sull’operato di musicisti che in termini di esperienza e risultati conseguiti se li mangiano per colazione! Almeno Dani Filth è più vecchio di me e risultati ne ha conseguiti. Non condivido il suo operato, però ne riconosco il valore oggettivo. Ma questi sbarbatelli che risultati hanno conseguito? No, tutto ciò non ha senso. Quindi non saprò dirti se il taglio sinfonico e barocco di un album come “Midian” dei COF possa avere senso oppure no, ma ti posso assicurare che la piega che ha preso il mercato musicale con queste giovani leve un senso non ce l’ha. E non ce l’avrà più se continuerà così. Come ho già detto in passato, il mondo sta collassando su sé stesso e non sembra esserci volontà da parte di nessuno di evitare il disastro. Quindi, a questo punto, dico una sola cosa: che il disastro avvenga!

Progetti futuri?
Progetti futuri riguardano un nuovo album di Noctu preceduto da un’altra produzione minore, come faccio sempre. Se sarà un EP, una compilation o altro non so ancora dirlo. Vorrei anche fare qualcosa di nuovo con gli altri miei progetti. Ma è presto per dirlo. Sono in una fase transitoria, inoltre le mie patologie sono peggiorate molto e ho sempre più difficoltà nel suonare. Spero di non dover smettere di suonare, ma se dovesse succedere pazienza. Cercherei altro da fare, perché l’unico motivo per cui smetterei di fare qualunque cosa è essere morto.

Francesco Marras – It’s me!

Francesco Marras ha legato il proprio nome soprattutto al destino della sua band, gli Screaming Shadows. Recentemente è persino arrivato alla corte di quella leggenda della NWOBHM che risponde al nome di Tygers of Pan Tang. Ma evidentemente al chitarrista italiano questi ottimi risultati non bastavano, qualcosa dentro di lui era ancora inespresso. Cosa di meglio, allora, di un disco solista per mettersi a nudo ed esprimere tutto ciò che si ha dentro? Nel caso di Francesco, poi, questa volontà è chiara sin dal titolo, “It’s Me”, vera e propria dichiarazione di autodeterminazione!

Benvenuto Francesco, le nostre strade si sono incrociate l’ultima nel 2021 in occasione della pubblicazione del primo singolo, “Free Me”, tratto dall’ultimo album dei tuoi Screaming Shadows: come è andato “Legacy of Stone”?
Ciao ragazzi! L’ultimo disco degli Screaming Shadows “Legacy of stone” sta andando bene, lo stiamo ancora promuovendo e a Dicembre riprenderemo a suonare dal vivo. E’ decisamente il miglior disco prodotto dalla band e ne siamo pienamente soddisfatti.

Da poco è uscito invece il tuo album omonimo, cosa si prova a leggere su una copertina il proprio nome invece di quello di quello della band?
E’ una bella soddisfazione, mi piace il logo del mio nome, molto anni 80, così come la copertina, opera anche questa volta del disegnatore Stan W Decker.

Il titolo è emblematico, “It’s Me”: vuoi forse dire che dopo anni di carriera per la prima sei riuscito a metterti completamente a nudo?
Il titolo non sarebbe potuto essere diverso, questo disco mi rappresenta al 100% ed è la prima volta che mi presento anche come cantante. Ero curioso di sapere come sarebbe stato recensito il disco e devo dire che tutte le recensioni hanno voti alti e commenti molto positivi, sto ricevendo un feedback molto motivante, è una bella soddisfazione.

C’è un brano nel disco che esprime un lato di te nascosto, una parte del tuo Io più intimo?
Con i miei testi cerco sempre di trasmettere un messaggio positivo e motivante, anche il genere musicale è più leggero rispetto ai lavori degli Screaming o dei Tygers. Era mio intento creare un disco che potesse essere ascoltato con facilità e leggerezza in qualsiasi situazione, è perfetto per viaggiare infatti. La durata totale è di circa 48 minuti e non ha riempitivi, tutte le canzoni sono ispirate e fresche. Tutti i testi comunque parlano di cose che ho visto o vissuto in prima persona, o del mio punto di vista riguardo a qualcosa. I testi più intimi sono sicuramente “Closer to the Edge”, “In the Name of Rock and Roll”, “Do You Hear Me Now?

Come è cambiato il tuo modo di lavorare dovendo incidere per te stesso e non per gli Screaming Shadows?
Il cambiamento più importante è stato quello di integrare nel mio sound il suono dell’hammond, per questo devo ringraziare il mio amico Marco “Lord” Cossu che ha registrato tutte le parti. Ho fatto questa scelta perché non volevo sovraccaricare gli arrangiamenti di chitarre ed in vista degli eventuali concerti avevo cmq bisogno di qualcosa che riempisse il sound e interagisse e supportasse la chitarra.

Al di là di ogni cosa, immagino che ti sia portato dentro questo album tutte le tue esperienze precedenti, per esempio cosa ci hai messo della tua avventura con una band storica come i Tyger of Pan Tang?
Certo, rappresentando il punto in cui mi trovo in questo momento del mio percorso artistico e musicale, porta con se tutte le esperienze precedenti. Devo dire però che il disco è stato scritto prima del mio ingresso nei Tygers.

Hai fatto quasi tutto tu, sia nelle vesti di musicista che di produttore, ma c’è qualcuno che ti aiutato nella realizzazione dell’album e che vorresti ringraziare?
Non c’è una persona che mi ha aiutato in particolar modo alla realizzazione del disco, ma tutte le persone che ci hanno lavorato e che mi sono state vicine nel periodo di produzione sono citate e ringraziate negli special thanks all’interno del booklet.

Hai già accennato a qualcosa prima: porterai in giro il disco, magari con una vera e propria band, o si tratta di un progetto da studio?
Non è solo uno studio project, mi piacerebbe moltissimo portare la mia musica e la mia voce dal vivo e sto lavorando perché ciò avvenga presto.

I tuoi propositi per il 2022-23?
Nel 2023 uscirà il nuovo disco dei Tygers of Pan Tang, il primo con me alla chitarra, sicuramente quello sarà il maggiore obbiettivo per il prossimo anno. Poi ovviamente continuerò a lavorare con gli Screaming Shadows e a promuovere il mio nuovo disco solista “It’s Me!” che ricordo, è disponibile in formato CD dal mio sito www.francescomarras.com. Seguitemi sui social per rimanere aggiornati sulle prossime novità, grazie per il supporto, un saluto, a presto!

Lvtvm – Irrational numbers

Ragione o sentimento? I Lvtvm parrebbero propendere per un approccio alla musica più ragionato. Ma se persino i numeri possono essere irrazionali, figuramici le sette note. E la musica contenuta nel nuovo album, “Irrational Numbers”, è un fluire di emozioni che va dal musicista all’ascoltatore!

Benvenuti su Il Raglio del Mulo, dal 19 settembre è disponibile il vostro secondo
album “Irrational Numbers”, avete dichiarato che è stato suonato in modo differente dal
suo predecessore ma che comunque si muove nel solco della continuità. Quali sono le
differenze e le similitudini con “Adam”?

Carlo: Salve a voi e grazie per averci dato l’opportunità di parlare di noi. Le differenze stanno nell’aspetto compositivo, in realtà sono un’evoluzione dell’ultima parte del primo disco, dove già veniva intrapresa una forma compositiva più complessa, nelle ritmiche e nell’armonia. Anche Adam ha pezzi composti in due anni ed in questo arco di tempo la musica evolve così come fa ogni musicista, a maggior ragione un lavoro di 8 anni. Credo che “Irrational Numbers” sia il consolidamento di un’idea di musica cominciata nel primo disco.

Il disco esce dopo ben otto anni di attesa e grazie a un manipolo di etichette (Cave Canem DIY, Controcanti Produzioni, Drown Within Records, Vollmer Industries e Zero Produzioni). Come è nata la collaborazione con queste realtà?
Alessandro: Le partnership sono nate casualmente, conoscendo mano a mano i nostri collaboratori durante i vari live. Con Marco Gargiulo di Metaversus PR abbiamo un rapporto decennale e confrontandoci, ci consigliò di far sentire il disco a Cristian di Drown Within Records e Alberto di Vollmer Industries. Il primo ci consigliò a sua volta di scrivere anche a Davide di Zero Produzioni. Hanno tutti creduto nel nostro progetto alla fine. L’amicizia con Domenico di Controcanti Produzioni è abbastanza recente. Sono membro di un gruppo FaceBook di settore nel quale fin da subito ho legato con lui grazie alle nostre affinità sulle band underground, la collaborazione è nata naturalmente. Infine parliamo di Cave Canem, che è la nostra realtà! Associazione culturale dal 2008, abbiamo una sala prove/home studio allestita con le nostre mani grazie ad un fondo concessoci dal comune di Arcidosso. I gruppi che vogliono possono
venire a provare lì, dando un piccolo contributo, hanno tutto il materiale a disposizione. Ci autofinanziamo per permetterci di autoprodurci e di promuovere band dell’underground che reputiamo facciano musica interessante. Organizziamo un festival annuale dal nome Come le Mine, dove ospitiamo gruppi di ogni genere purché ci piacciano, è la nostra festa e col tempo, con una gestione attenta, siamo riusciti a crescere ed a creare un nome, tanto che nell’ultima edizione sono arrivate famiglie intere con camper e tende per partecipare alla serata. Siamo stati
molto soddisfatti.

A proposito di collaborazioni, ho letto un post sulla vostra pagina FaceBook in cui ringraziate Lorenzo Gonnelli e Damiano Magliozzi, quale è stato il loro apporto?
Carlo, Alessandro: Il quinto elemento del gruppo è il titolare di Gorilla Punch Much, Damiano Magliozzi, nostro fonico di fiducia (ormai canta ogni melodia meglio di noi), nonché colui che ha mixato il disco. Ci aiuta anche in fase di promozione, insomma c’è dentro fino al collo (poverino!). Siamo convinti che gli debbano dare una laurea ad honorem in psicologia per riuscire a farci stare calmi durante i tour. E’ una voce con un enorme peso, anche perché centellina ogni parola che dice, quando esprime un’opinione va assolutamente ascoltato con attenzione, ci fidiamo ciecamente di lui. Stessa cosa vale per Mike, ex tastierista del gruppo, colui che ha gettato le basi per la band e senza il quale mai saremmo partiti. Ogni suo consiglio è importante è come fosse una seconda coscienza. Per quanto riguarda Lorenzo, beh dovremmo scrivere un libro per elencare i suoi pregi, ma soprattutto ascolta la nostra musica e coglie subito le nostre intenzioni, una cosa incredibile. Ha un approccio così “sinestetico” che trasforma la musica in immagini, riesce a portarci dentro al suo mondo spiegandoci da dove nascono e perché nascono le sue idee. Conserviamo ancora il progetto del video di “Twalking” di “Adam”, un libretto rilegato e plastificato con una cura ed una professionalità altissime, quando lo vedemmo pensammo “alt d’ora in poi facciamo tutto con lui”, oltre al fatto che è di Arcidosso, un amiatino come noi e considerando il concept di “Adam”, dove abbiamo rimarcato più volte l’importanza delle nostre radici, beh con lui siamo siamo davvero in una botte di ferro.

Il vostro primo disco si intitola “Adam”, il primo uomo, il numero uno; questo secondo lavoro si chiama “Irrational Numbers”. C’è un collegamento tre i due titoli o si tratta solo di una mia sega mentale?
Isacco: ll collegamento tra i titoli ovviamente c’è e ricalca anche quella che è stata la nostra evoluzione musicale. “Adam” è l’uomo venuto dal fango che nasce cresce fino a confrontarsi col mondo e con la natura. Ma è lui stesso un essere naturale che viene dalla terra. Invece con con i numeri irrazionali abbiamo voluto rappresentare il mondo e la natura concepiti come altri da sé, cosicché l’uomo di fango debba confrontarsi con ciò che ha dentro per organizzare secondo le sue modalità quello che lo circonda. Quindi qui c’è un discorso di oggettivazione del mondo/natura avendo la certezza che non tutto può essere compreso e misurato.

Rimanendo in tema di musica, quanto c’è di matematico della vostra musica e quanto di istintivo? Si direbbe che la prima abbia la meglio sul secondo quando componete…
Carlo: L’elaborazione di questo materiale non prevede la creazione del pezzo alle prove perché richiederebbe uno sforzo davvero grande. Non è sufficiente elaborare un riff e farlo girare per fare un pezzo della nostra musica, poiché è richiesta la coesistenza di due strumenti che lavorano sulle stesse frequenze e la stratificazione delle stesse con le tastiere richiede una fase importante di scrittura in modo tale che non ci siano dei “buchi”. L’approccio è relativamente matematico se ti riferisci all’impossibilità di battere il piede per portarti i quarti, ci sono cambi di tempo e tempi composti, ma questa è una scelta compositiva per supportare le nostre idee o emozioni. Quindi direi che non c’è né matematica né istinto bensì composizione.

In “Holzwege” chiamate in causa Martin Heidegger, la cui opera si basa soprattutto sulla parola scritta. Voi invece avete fatto la scelta opposta, ovvero quello di non utilizzare la parole. Come avete lavorato per poter esprimere, utilizzando solo dei suoni, i concetti del filosofo tedesco?
Isacco: Nell’opera di Heidegger i sentieri interrotti rappresentano il linguaggio e il guardaboschi invece il poeta che sa districarsi tra questi sentieri. Il poeta usa la parola liberamente utilizzandola anche in maniera errata, la famosa licenza poetica, gli dona un senso diverso che può essere duplice, contraddittorio, rivoluzionario, ambiguo, evocativo… egli si arrischia nel linguaggio. Il nostro linguaggio è la musica e noi cerchiamo di non porci delle limitazioni in campo musicale, come il guardaboschi ci addentriamo in questi sentieri cercandone sempre di nuovi e facendoli nostri. Questa traccia è stata la prima composta dopo Adam, quando con noi era sempre presente Mike. Rappresenta un cambio di prospettiva, una svolta. Proprio come per Heidegger Holzwege rappresenta la svolta del linguaggio. Questa ricerca c’è in tutto il disco e cominciava già ad essere presente nella parte finale di “Adam”.

In generale, durante la composizione del disco avete mai avuto la tentazione di inserire delle parti cantate?
Alessandro: Il cantante polarizzerebbe troppo la musica secondo noi, a quel punto andrebbero scritti pezzi “su misura”. Alla fine abbiamo deciso che preferiamo il canto dei nostri strumenti.

La copertina, invece, cosa rappresenta?
Lorenzo: La copertina rappresenta un cambio di pelle rispetto all’album precedente. Si passa da una temporalità e assenza di spazio, presente in Adam, a una ricerca di un tempo e luogo per il riconoscimento di se stessi. L’architettura brutalista, tramite i suoi complessi schemi, va a creare lo sfondo su cui la sfera appoggia. Sfera che va a rappresentare la ricerca di perfezione a cui ogni individuo ambisce, ma allo stesso tempo riflette e distorce il percepito di noi stessi. Il bosco diventa città, gli alberi diventano palazzi che tendono verso il cielo come per elevarsi verso il metafisico e distaccarsi dal terreno, i sentieri diventano strade complesse dove districarsi. Città in continua espansione come lo spazio stesso, sempre più articolate nella propria ricerca dell’infinito. Il font utilizzato rimarca il concetto andando a utilizzare un tratto spesso e strutturato. Un passaggio dall’organico al sintentico.

In chiusura la domanda di rito, avete date in programma?
Matteo: Ovvio ci sono, ma non abbiamo fretta, nel senso che ci siamo resi conto di necessitare del luogo e del contesto adatti. In primo luogo vorremmo sempre Damiano con noi, senza di lui la nostra musica perde, perché si fonda su un equilibrio costante dei livelli dei singoli strumenti, se si perdono le sfumature si perde anche il nostro lavoro. Stiamo organizzando una release ufficiale in teatro ad Arcidosso, dove sono coinvolte molte persone tra cui 3 teatranti, che apriranno il concerto con un dialogo scritto da loro ispirato allo spazio ed al tempo e i visuals dei nostri fratellini Q2 Visuals con i quali abbiamo sempre collaborato. Vogliamo offrire uno spettacolo a 360 gradi.

Consumption – Ground into ash and coal

ENGLISH VERSION BELOW: PLEASE, SCROLL DOWN!

Dopo l’ottimo album di debutto “Recursive Definitions of Suppuration”, che ha ricevuto buoni riscontri, i Consumption sono tornati con una missione: pubblicare – con l’aiuto del mitico Jeff Walker – l’album mai realizzato dai Carcass dopo “Necroticism – Descanting the Insalubrious”. Ora che “Necrotic Lust” (Hammerheart Records) è stato pubblicato, sta a voi decidere se i Consumption hanno raggiunto l’obiettivo…

Benvenuto Håkan, la Hammerheart Records ha presentato il vostro nuovo album in questo modo: “I “Necrotic Lust” si sono fatti avanti per realizzare l’album mai realizzato dai Carcass dopo “Necroticism – Descanting the Insalubrious”. Sei d’accordo?
Lascio decidere agli altri, per così dire, ma sì, più o meno. Posso dire che sono stato molto ispirato da quell’album, alcuni riff possono suonare molto come quelli contenuti in quel disco e altri no. L’ispirazione può prendere molte direzioni diverse. Non importa quali, sono molto soddisfatto di questo album!

Come è nata la tua collaborazione con Jeff Walker?
Com’è avvenuta la nostra collaborazione? Quando ho scritto il primo album, ho pensato che sarebbe stato fantastico avere Jeff che cantava qualcosa in una nostra canzone. L’idea non si è realizzata, ma per “Necrotic Lust” ero fortemente determinato a rintracciarlo e chiederglielo. Ha offerto la sua disponibilità per un’intera canzone ed è andata alla grande. Uno dei miei pezzi preferiti dell’album!

Ti piace lavorare con ospiti o altri compagni di band e perché hai deciso di creare una one-man band?
Sì assolutamente, lo trovo piuttosto eccitante e iodico sempre: “Bisogna fare ciò che si sa fare!”. Che sia voce, batteria, assoli di chitarra ecc… in qualsiasi modo possibile. Questo è il modo in cui diventa tutto più interessante e migliore.

Quali sono le sfide più grandi nell’essere soli in una band?
In realtà non trovo una grande sfida essere solo, anche se poi non sono proprio solo, c’è Jon con me. Naturalmente ci possono essere difficoltà nell’essere soli o in pochi. Se non riesci a gestire tutti gli strumenti necessari, devi trovare musicisti per quelle parti. Fortunatamente non ho avuto molti problemi da questo punto di vista.

Qual è stato il contributo di Jon Skäre al disco?
Il suo contributo sono state le eccellenti parti di batteria!

Qual è il tuo brano preferito di “Necrotic Lust” e perché?
Ovviamente, “Ground Into Ash And Coal”, quella canzone parla da sé dato che Jeff ci canta e credo che più in generale la canzone abbia una bella atmosfera. Oltre a quella, “Offspring Inhuman Conceived” è una delle mie preferite. Contiene praticamente tutti gli elementi dell’album, almeno per le mie orecchie.

Che mi dici, invece, delle tre bonustrack incluse nell’edizione digipak?
Abbiamo deciso di fare un album di nove tracce, ma ne sono state registrate 12, quindi la Hammerheard ha proposto di pubblicare un CD in edizione limitata con tre bonus. È stato difficile scegliere le canzoni, ma penso che non sarebbero potuto essere migliori.

Hai intenzione di coinvolgere altri membri per andare in tour?
Forse non per un vero tour, ma i festival sarebbero carini. Sto lavorando su questo aspetto. Jon e Ludvig sono già della partita. Ludvig che ha avuto il compito di suonare gli assoli di chitarra. È anche un compagno di band di Jon nella thrash band Defiatory. Chi ci sarà dietro il microfono? Io o qualcun altro che troveremo. Finora non ho maturato proprimente il talento di cantare e suonare la chitarra contemporaneamente. Vedremo come andrà a finire e non importa come, ma sarà sicuramente tutto buono!

In chiusura hai un sessaggio per i nostri lettori?
Se non ti sei ancora imbattuto in “Necrotic Lust”, ti suggerisco di farlo subito! E tieni le orecchie aperte per futuri aggiornamenti!

After the excellent debut album “Recursive Definitions of Suppuration”, that received good feedback, Consumption are back with a mission: to make – with the help from the legendary Jeff Walker – the album Carcass never made after “Necroticism – Descanting the Insalubrious”. Now that “Necrotic Lust” (Hammerheart Records) has been released, it’s up to you to decide if Consumption has achieved the goal…

Welcome Håkan, Hammerheart Records introduce your newalbum in this way: ““Necrotic Lust” have stepped up to make the album Carcass never made after “Necroticism – Descanting the Insalubrious”. Are you agree?
It’s in the eye of the beholder so to speak but yeah, more or less. I’d can say I’m very inspired by that album, some riffs may sound a lot like it and som doesn’t. Inspiration can take many different turns. No matter what I am very satisfied with this album!

How is born your collaboration with Jeff Walker?
How the collaboration happened? I had a little thought when I had written the first album that it’d be awesome to have Jeff sing a few words on some song. The idea didn’t come further than that but on “Necrotic Lust” I was fully determined to find him and ask him. He was down for doing a whole song and it turned out great. A favourite on the album!

Do you like to work with guests or other bandmates and why did you decide to create a one-man band?
Yeah absolutely, I find it quite exciting and I always say: “Do your thing!”. Vocals, drums, guitar solos etc… on whatever the material might be. That’s when it gets most interesting and best.

What are the biggest challenges in being alone in a band?
Actually I don’t see much of a challenge being alone though I am not alone. Jon is with me. OF course there can be challenges being alone or very few. If you cant handle all the necessary instruments you have to find musicians for those parts. Luckily I haven’t had much problem with that.

What was Jon Skäre’s contribution to the record?
His contribution is the super excellent drumming!

What is your favourite track from “Necrotic Lust” and why?
Of course “Ground Into Ash And Coal”, that song speaks for itself since Jeff is singing on it and I think the song in general has a nice atmosphere. Beside that song “Offspring Inhuman Conceived” is a favorite. It has basically all elements heard on the album, at least in my ears.

What’s about the three bonustracks included int the digipak edition?
We decided to do a nine track album but 12 songs were recorded so Hammerheard proposed we’d do a limited CD with three bonus songs. It was hard to pick the songs for each release but I think couldn’t have been better.

Are you planning to bring in other members to go on tour?
Maybe not tour specifically but festivals would be nice. I am working on the matter. Jon and Ludvig is already doen for it. Ludvig who got the mission to play guitar solos. He’s as well a band mate to Jon in their thrash band Defiatory. Who’ll be behind the mic, me or someone else we will see. This far I haven’t discovered the talant to sing and play guitar simultaneously. We will see how it turns out and no matter what it will be good!

Any last word for our readers?
If you out there haven’t stumbled over “Necrotic Lust” I suggest that you check it out Now! And keep yer eyes open for future updates!

Enforces – Leap in the dark

“Metempsychosis” è il titolo del nuovo album degli Enforces uscito qualche settimana fa per la Punishment 18 Records. Un disco che pur rappresentando una nuova partenza, è ben lontano dall’essere un salto nel buio, perché la band di Viterbo durante la lunga pausa ha saputo trovare nuove forze e idee sul quale fondare il proprio futuro.

Ciao ragazzi, prima di lanciarci nella disamina del nuovo album, direi di fare un passo indietro, cosa è accaduto dopo la pubblicazione “The Dopamine Hypothesis of Schizophrenia”? Il vostro esordio come è stato accolto?
Paolo: Il nostro esordio anche se autoprodotto e con la sola promozione nelle piattaforme digitali ha ottenuto in ambito underground giudizi abbastanza positivi anche nelle recensioni, dopo di che la band si scioglie a causa di problemi di instabilità dovuta a continui cambi di formazione risultati vani, prendendo poi la decisione di accantonare il progetto.

Sei anni di attesa non sono tantissimi, soprattutto se consideriamo che la pandemia ha fatto saltare i piani di tanti, ma non sono neanche pochi. credi che in qualche modo questa pausa possa aver mandato all’aria quanto costruito in termini di consensi e attenzioni con il precedente disco?
Giacomo:  Non sono tantissimi. Tutto questo tempo si è rivelato invece importante per la costruzione di una nuova formazione, scrittura di nuovi brani, più articolati rispetto ai precedenti ed una diversa progettualità e visione. Possiamo dire che si tratta di una nuova ripartenza anticipata da “Electromagnetic Annihilation” un anno fa, promo pubblicato come introduzione a “Metempsychosis”. Questo a nostro avviso è un passo in avanti per noi e quando il risultato è buono nessuno ha problema ad aspettarti

“Metempsychosis” vede una line-up diversa rispetto all’esordio, come hai trovato i nuovi musicisti e come hai capito che sarebbero stati perfetti per il nuovo album?
Paolo: Conosco il talento di Emiliano da molti anni sia come bassista che come compositore e audio produzione, seguendolo da sempre nel suo percorso musicale con varie band della provincia di Viterbo, e con il quale insieme avevamo già un altro nostro precedente progetto metal, la stessa cosa vale anche per Giacomo, anche lui chitarrista che detiene un curriculum di tutto rispetto, dimostratosi subito disponibile appena gli ho fatto ascoltare le demo di alcuni brani che poi sono stati inseriti sull’album, quindi con loro sono riuscito ad ottenere la miglior formazione studio per poter realizzare al meglio tutto il lavoro

Quali sono i vantaggi di una formazione a tre rispetto a quella ben più numerosa dell’esordio?
Giacomo: La formazione attuale nell’album è a tre per scelta estetica. In quel momento non avevamo ancora scelto il batterista e ci siamo dedicati alla programmazione di tutte le parti con molta attenzione. Ci sono molti album della tradizione concepiti e registrati in questo modo, peraltro. Siamo molto soddisfatti del risultato. Per il live la batteria sarà vera ovviamente. La vera novità è che abbiamo Paolo Nevi come frontman e questo è importante per noi. Io ed Emi lo abbiamo voluto fin dall’inizio. La vocalità è leggermente black e questo ci piace molto. Non ci sono vantaggi o svantaggi, solo scelte musicali.

Il titolo del disco ha in qualche modo un significato allegorico legato a questa nuova fase, o reincarnazione, della band?
Emiliano: Il titolo ha un significato duplice! Simboleggia la rinascita della band sotto una nuova forma e un auspicio per chi vuole staccarsi dal materialismo sfrenato ed edonista dei nostri tempi e soprattutto dal controllo dei media e del potere. Il tema del controllo mediatico era già stato approfondito nel precedente album e poi successivamente nel promo.

Quando avete iniziato a lavorare sui nuovi brani?
Paolo: Ho iniziato a lavorarci già nel 2019 prima della pandemia, poi anche durante il lockdown a distanza con gli altri abbiamo continuato la composizione delle tracce scambiandoci le idee online, usando vari programmi musicali per PC.

Quali sono i più rappresentativi del lavoro?
Emiliano: Volete sapere quali sono i pezzi più rappresentativi del lavoro? L’album è abbastanza compatto senza canzoni riempitive. Se volete ne citerò alcune: “Midway To Decay”, oscura, articolata, un po’ alla Annihilator vecchi periodi e non solo. La veloce ma non troppo semplice “Global Incesticides”, da cui è stato tratto il primo lyrics video. L’incipit mi ricorda molto gli Slayer.

“And Hell Will Be For Us”, “Extinction”, “Point Of No Return”, sono solo alcuni dei titoli dei nuovi brani e tralasciano trasparire un certo pessimismo, come vi spieghiate questa vostra scarsa fiducia nel futuro?
Emiliano: Solo uno stupido o un opportunista può provare una grande fiducia per il futuro prossimo! Prepariamoci innanzitutto per questo inverno! E che sia spiritualmente sotto il segno di un dio vecchio stile! Prepariamoci a pulirci di tante cose effimere e tornare a respirare piano piano aria diversa dopo lunghe battaglie ancora da affrontare! La vittoria sarà di chi se la saprà meritare.

Restando in ambito futuro, anche se meno remoto, avete date in programma nei prossimi mesi?
Paolo: Una di sicuro ad Ottobre nella nostra città Viterbo per iniziare a presentare il nostro nuovo album, e per il resto stiamo in trattativa per altre date a Roma e nel resto della Penisola.