Disamara – La quiete notturna

Il black metal ha una sua poetica, i Disamara rappresentano al meglio questo aspetto più romantico e decadente del sotto-genere più oscuro del metal. I semi lanciati da Maur con il crepuscolare “Notturna è la Quiete”, siamo certi, metteranno solide radici, come quelle di un acero, nel cuore e nello spirito di chi si approccerà a questa opera targata Naturmacht Productions.

Benvenuto Maur, ascoltando “Notturna è la Quiete” ho che notato che nella tua proposta coesistono due elementi: da un lato la musica che si rifà al black metal primordiale di scuola nordica, dall’altro l’utilizzo di testi in italiano. Da dove nasce l’esigenza di far convivere questi due fattori cosi geograficamente e, a volte, anche stilisticamente così distanti?
Ciao, intanto vorrei ringraziarti per l’intervista, darà sicuramente modo a chi vorrà di approfondire taluni aspetti su Disamara e su “Notturna è la Quiete”. Rispondendo alla tua domanda potrebbe sembrare che la lingua italiana e un certo stile black metal risultino inconciliabili ma a mio avviso la scelta non poteva essere differente in quanto i miei ascolti nel genere in questione iniziano a metà anni novanta, quando la Norvegia faceva la parte del leone, e in qualche maniera quel modo di comporre, quelle atmosfere e le sensazioni che la musica mi provocava sono stati interiorizzati a tal punto che i riff scivolano fuori in maniera del tutto naturale soddisfacendo quello che è il mio sentire. Questo non vuol dire comunque che io scimmiotti uno stile che non è mio, i brani restano composizioni originali e la mia interpretazione è del tutto personale. Per quanto riguarda il cantato esiste per la verità una versione parziale del disco in inglese ma non riuscivo a digerire il fatto di dover trovare un compromesso tra quello che era mia intenzione comunicare e una traduzione che ne snaturava totalmente la forma. Qualcuno diceva “le parole sono importanti!” e io non avevo intenzione di cambiarle per far piacere a chissà chi, cosicché ho scelto la mia via naturale.

Per prepararmi all’intervista ho cercato un po’ di notizie in rete, in realtà non ho trovato molto. Immagino che dietro questa penuria di informazioni ci sia una la volontà di non mostrarti troppo, però come è possibile far convivere questo desiderio di isolamento con la necessità di esporsi all’indomani della pubblicazione di un lavoro?
In verità non c’è una precisa volontà nel non mostrarsi, forse dipende dal fatto che Disamara sia una realtà molto underground e io, Maur, forse sono più concentrato sugli aspetti musicali e lirici. Ovvio che non ritenga utile al progetto mostrare aspetti della mia vita privata ma sono sempre disponibile nell’esporre quali siano i concetti che ruotano intorno Disamara esattamente come sto facendo in questa sede.

Ti andrebbe di colmare parzialmente questa lacuna andando a tracciare una breve biografia dei Disamara?
Certamente. Disamara come ben sai è un mio progetto personale e io mi occupo di tutto. Ho suonato in diverse band più o meno note come Aivarim, Malinvern, Septycal Gorge in qualità di bassista ed in tutte queste realtà sentivo che il mio apporto fosse solo parziale, avevo altre idee e sentivo il bisogno di esprimerle. Avevo già l’intenzione di creare qualcosa di mio quando ascoltai per la prima volta Grond, progetto solista tedesco, intorno al 1998 ma dovetti aspettare di approfondire lo studio sulla produzione musicale prima di propormi attivamente. Quindi creai Theart, progetto fortemente collegato a Disamara, nel 2005 e nel 2006 produssi il mio primo demo. Nel 2008 produssi uno split con gli Uxor, band non più attiva purtroppo. In seguito mi dedicai alla composizione anche se in maniera più sporadica e nel 2018 sentii che i tempi erano maturi per un album così creai Disamara.

Qual è il significato letterale di Disamara e qual è quello filosofico?
La disamara altro non è che il frutto dell’acero. Sono sempre stato affascinato da questo sistema adottato nel corso dei millenni da questa pianta per potersi riprodurre utilizzando il vento come mezzo. Il concetto sta nell’evoluzione. Dal vento ( ispirazione) vengo trasportato e porto con me quello che fa parte del mio bagaglio culturale, la mie tradizioni, il mio retaggio musicale per poter quindi dar vita a qualcosa che va oltre. Qualcuno ha scritto che il seme non sia caduto molto lontano dall’albero. Forse non ha capito. Le composizioni sono qualcosa che prima non erano ed ora sono. L’evoluzione è un processo lento ed io sono un estimatore della lentezza. Questo è il mio sempre oltre.

Il processo di scrittura del disco quanto è durato? Te lo chiedo perché l’impressione che ho avuto è che questa canzoni siano più che altro pensieri raccolti in un periodo abbastanza lungo più che il frutto di un’improvvisa, o quanto meno breve, esperienza di scrittura.
Hai ragione, infatti in alcuni casi tra un brano e l’altro sono trascorsi anche parecchi anni. Non che i brani richiedessero tutto questo tempo per essere composti, semplicemente la produzione è stata discontinua nel tempo in base ai miei impegni extra musicali ed anche alla mia ispirazione del momento. Diciamo 10 anni? La maggior parte delle liriche risalgono invece a un periodo più recente. Scrivo molto ultimamente, è un buon periodo

I brani hanno dei minutaggi elevati, come ti spieghi questa necessità espressiva di strutturare le tue canzoni su durate che sfiorano i 10 minuti? Non è mai avvertito durante la composizione un desiderio di sintesi?
No, non sento la necessità di sintetizzare. Amo i brani lunghi quando ascolto musica e questo mio sentire si è trasferito nelle mie composizioni. A mio modo di vedere i brani contenuti su “Notturna è la Quiete” oltretutto, nonostante la lunghezza, scorrono bene e non annoiano. Inoltre se si presta attenzione alle liriche diventa tutto più fluido. I testi sono parte integrante dei brani, vanno ascoltati e interpretati.

Notturna è la Quiete,” mi pare di capire, che sia stata comunque per te un’esperienza totalizzante, non mi riferisco solo alle registrazione che hai fatto da solo, ma anche al fatto che ti sia interessato tu in prima persona anche degli aspetti visivi del disco. Alla luce di questo, i le varie sfaccettature che si celano dietro il progetto Disamara sono scindibili oppure no, e quindi ci troviamo innanzi a qualcosa che va oltre la musica?
Dici bene, sono profondamente coinvolto da Disamara, non potrebbe essere diversamente, Disamara sono io. In esso è racchiusa tutta la sfera di emozioni che fanno parte del mio essere, del mio vedere , del mio sentire. E cambia sempre, chissà cosa scriverò in futuro… Come molti sanno il black metal non è soltanto musica ma uno stato mentale quindi musica, testi, immagini, pensieri, emozioni, natura, rapporti umani, l’universo tutto è black metal. Stupore verso l’ignoto.

I Disamara senza Maur, mi sembra chiaro, non potrebbero esistere, ma a questo punto i Disamara cosa hanno portato nella vita di Maur?
Disamara è quanto di più vicino alla libertà io conosca, come farsi trasportare dal vento verso il caso/caos che da sempre regola l’universo.

Onslaught – I bambini dell’Anticristo

Un orgoglioso Nige Rockett ci ha parlato del nuovo album dei suoi Onslaught, “Generation Antichrist” (AFM Records), senza dimenticare di reclamare il proprio ruolo di prime mover del movimento thrash internazionale. Siamo certi che gli inglesi con questa nuova opera sapranno conquistare nuovi fan anche tra le fila della generazione dell’Anticristo.

Benvenuto Nige, sei nella band dal primo demo, quindi nessuno come te può dirmi come si posizione il nuovo “Generation Antichrist” all’interno della discografia degli Onslaught…
Ciao grazie, come te la passi.? Spero che tu stia bene in questo strano momento. Sì, la nostra è sicuramente una lunga storia e il tempo è passato rapidamente: per me “Generation Antichrist” è proprio lì tra i nostri migliori “assalti”. Senza alcun dubbio è il mio album preferito, perché ha un feeling vecchia scuola ma con una brutalità moderna che è necessaria nella scena musicale di oggi. Siamo tornati alle nostre origini e alle nostre prime influenze, abbiamo addotto un approccio crudo e più semplicistico per il songwriting e in fase di registrazione ha funzionato tutto incredibilmente bene. Le persone stanno impazzendo per il nostro nuovo materiale e per come suona.

È questa la generazione dell’Anticristo citata nel titolo?
Sì, è sicuramente questa. Il cristianesimo sta perdendo potere e influenza in questa epoca moderna e credo tra 50 – 60 anni la religione come la intendiamo noi cesserà di esistere. Guardo i miei figli e i loro amici, non hanno alcun interesse per la religione, non hanno mai preso una bibbia, non hanno mai detto una preghiera, non sono istruiti a riguardo, per loro non significa nulla: sono la generazione dell’Anticristo.

Ti andrebbe di presentare i nuovi membri?
La lineup assalto del 2020 è Dave Garnett – Voce, Nige Rockett – Chitarra, Wayne Dorman – Chitarra, Jeff Williams – Basso e James Perry – Batteria. Colgo l’occasione per dare il benvenuto al nostro nuovo cantante “Dave Garnett” che ha ammirevolmente preso il posto lasciato libero in un momento delicato da Sy Keeler. Dave si è trovato con poco preavviso a dover registrare la voce per “Generation Antichrist” e ha fatto una performance incredibile, ha portato l’album a un livello di aggressività superiore, regalando nuova energia al suono degli Onslaught.

Effettivamente la sua voce mi ricorda quella di Chuck Billy, penso che dia alla vostra musica un tocco Testament, che ne pensi?
No, non la penso come te: gli Onslaught si sono formati qualche tempo prima dei Testament, e non ci lasciamo influenzare da band che hanno effettivamente seguito le nostre orme. Chuck è sicuramente un grande cantante e lo stesso vale per Dave, ma per me hanno stili diversi e a sé stanti, penso che Chuck sia più melodico mentre Dave ha un approccio molto più aggressivo.

A proposito di aggressività, il nuovo album è brutale e violento, dove trovi dopo 40 anni di carriera la forza di scrivere grandi canzoni thrash?
Grazie! Adoro creare musica aggressiva. Il mondo che ci circonda in questo momento certamente mi dà l’ispirazione per essere costantemente arrabbiato e la musica è il modo migliore per esprimere i miei sentimenti. Ogni anno sembra esserci un nuovo problema che dobbiamo affrontare nelle nostre vite. Più invecchio e più divento più arrabbiato, quindi gli Onslaught raggiungeranno livelli più alti di brutalità con i prossimi dischi.

“A Perfect Day to Die” è uscito come singolo nel 2019, ma nell’album la troviamo in una versione differente, come mai?
“A Perfect Day to Die” è stato il primo singolo ad essere pubblicato dal nuovo album e quella registrazione presentava la voce di Keeler, quindi quando Sy è andato via e Dave si è unito agli Onslaught, abbiamo semplicemente ri-registrato la voce per creare la nuova versione. Non potevamo avere due cantanti diversi sull’album, avrebbe reso il lavoro meno omogeneo. Dave ha veramente fatto un ottimo lavoro.

A chi ti riferisci quando parli di “Addicted to the Smell of Death”?
Questa canzone parla di un serial killer americano chiamato “H H Holmes”, si presume che abbia commesso 200 omicidi. Si dice che Holmes abbia prima scarnificato e poi sezionato le vittime, per poi bruciare i corpi in una fornace!

Direi di tornare ad avvenimenti più sereni, ricordi il tuo spettacolo a Bari del 2008?
Sì, certo! Credo di poter ricordare ogni singolo spettacolo in Italia, quello del 2008 si è tenuto al “Target Club”, se non erro. Bari è davvero un bel posto e ci piacerebbe molto tornare, ma credo che il Target sia chiuso ora. Magari c’è un nuovo locale che potrebbe ospitarci: ogni volta e ovunque in Italia accade sempre qualcosa di buono per Onslaught!

Daemoniac – Duello alla svedese

I Daemoniac sono una delle eccellenze del movimento death italiano. Il pedigree qui conta poco, la discendenza diretta dagli Horrid non è il fattore determinante, poiché nel giro di una manciata di lavori – tra cui il recente “Dwellers of Apocalypse” (Xtreem Music) – questi svedesi d’Italia hanno dimostrato di poter camminare sulle proprie gambe putrefatte senza necessariamente fare riferimenti al passato. Il futuro è tutto per i Daemoniac, sempre che ci sia un futuro per tutti noi, perché l’apocalisse è vicina stando alle parole di Max e Albe.

Benvenuti ragazzi, probabilmente mai come in questi ultimi mesi abbiamo avvertito come imminente l’apocalisse, e non ne è ancora detto che ce la siamo scampata. Come avete vissuto il lockdown e quanto siamo andati vicino alla vostra idea di fine del mondo?
Albe: Molto vicini. A mio avviso. Ma in realtà ci siamo vicini ogni fottuto giorno, e rischiamo l’estinzione ogni giorno, senza saperlo, interdetti dalla TV, i media, i social, le guerre religiose, gli sport, i soldi. Ogni giorno potrebbe essere l’ultimo, solo che l’uomo non si rende mai conto di nulla se non viene toccato personalmente. Siamo nell’era del “chissenefotte”. La piaga della Terra è l’uomo, non il COVID, che è stato in realtà il vaccino del pianeta contro l’essere umano. Ovviamente guardavo il tutto dai Tg, e osservare camion militari portare via centinaia di morti mi ha spezzato il cuore. Pensare ai loro parenti che non hanno nemmeno potuto salutarli… è stato tutto davvero irreale, fuori dal mondo. Per quanto riguarda la band ovviamente non ci siamo mai fermati, non è nel nostro DNA. Ne abbiamo approfittato per scrivere testi, musica, mantenere i contatti con i fan, esercitarci sugli strumenti. Non ci siamo seduti sugli allori guardando il mondo dalla finestra. Siamo una band underground ma con un ottimo seguito a livello mondiale, ci comportiamo sempre e comunque come professionisti. Per ognuno di noi della band i Daemoniac non sono un hobby o un passatempo. Sono un impegno e una passione.

Abbiamo assistito alle varie lotte tra diverse fazioni, politiche e ideologiche: l’uomo non smette di duellare neanche quando ormai l’apocalisse è vicina?
Albe: se ti rispondessi come voglio sarei bannato dalla faccia della Terra. Preferisco parlare di musica. Posso solo dire che l’uomo è l’unica creatura totalmente “aliena” su questo pianeta. Nominami delle creature che al pari dell’uomo compiono nefandezze di ogni genere, uccidono i loro simili per dileggio e devastano lo stesso ambiente in cui vivono. Io non ho parole… anzi… ne ho molte, ma come ti ho detto non posso dirle. Forse solo una frase potrebbe essere utilizzata ad HOC: ‘Dwellwers Of Apocalypse’!

Dwellers of Apocalypse” è il vostro secondo LP, che fa salire a tre la quota dei vostri lavori, considerando anche l’EP. Sin dagli inizi avete intrapreso una crociata a favore dell’old school death metal made in Sweden. Da questo punto di vista siete degli ortodossi, ma in qualche modo il fatto di essere italiani vi ha fatto derogare, almeno nelle sfumature e in modo inconscio, ad alcuni dei principi cardine di questo stile?
Max: io sono uno di quelli che ha importato a fine anni 80 il death metal svedese in Italia. Noi siamo Italiani, ma la fede e passione per la musica che facciamo non ha confini e non ci crea differenze. Noi siamo old school death metal in the Swedish way.

Il disco è stato registrato dal guru dello Swedish old school death metal, Tomas Skogsberg. Per Max non è di certo la prima volta, avendo collaborato con lui già dei tempi degli Horrid. Che tipo è Tomas?
Max: Tomas è un professionista, umile, tranquillo, ti mette a tuo agio sempre. Nonostante abbia inventato un suono e ha una fama internazionale molto robusta, è ancora oggi “vecchia scuola” dalla testa ai piedi, senza compromessi. Un mito!

Max, talvolta parlando dei Daemonic esce il nome degli Horrid, la cosa ti da fastidio? Magari vorresti che l’attenzione rimanesse viva solo e soltanto sul tuo nuovo gruppo.
Max: a me non da fastidio e non voglio attenzioni solo sulla mia nuova band. Ho fondato Horrid nel 1988 ho smesso nel 2014. Oggi ho Daemoniac. Quello che conta è aver vissuto il vero death metal e suonarlo ancora oggi. Le chiacchiere le lascio al vento.

La copertina la trovo stupenda e in qualche modo mi ha fatto pensare all’”Armate delle Tenebre”. Chi è l’autore del disegno?
Max: Christophe Moyen, un arista francese che oltre con noi collabora con anche con Incantation, Archgoat, Profanatica e molti altri. Comunque fama o meno è un grande Artista ed azzecca sempre ciò che voglio in Daemoniac. Perfetto!

Nel disco viene riportata la line-up Max (voce, chitarra, basso) e Matt (batteria), da gennaio il gruppo conta di due nuovi membri, Albe al basso e Johan alla chitarra. In qualche modo, il passaggio da due a quattro elementi vi ha costretto a rivedere i brani, magari in previsione di date dal vivo?
Max: non e’ cambiato nulla, solo piccoli arrangiamenti dovuti. Il resto rimane com’è scritto nel DNA della band. Se cambiamo sound o linea, cambiamo nome.
Albe: guarda ti posso dire che Max non è assolutamente un despota, ma “semplicemente” colui che porta avanti una tradizione decennale. Entrare in una band come Daemoniac pensando di apportare cambiamenti significa principalmente due cose: mancanza di rispetto per una tradizione e il non aver capito bene la filosofia dietro questo gruppo. Pensa se un bassista venisse chiamato dagli AC/DC (non voglio certo paragonare le due band, ma è solo per prendere come esempio una band musicalmente immutata negli anni ed estremamente ortodossa) e lui gli proponesse voci liriche, arpe e violini. O ancora, se una chitarrista entrasse negli Immolation e gli proponesse parti elettroniche e arrangiamenti con tastiere e orchestra.

Albe, tu sei un membro della redazione di Loud And Proud e in passato hai collaborato con diverse testate storiche: come si sta dall’altro lato dalla barricata?
Albe: personalmente con la band ho trovato la mia dimensione. Suono quello che mi piace con le persone che mi piacciono, in una sala prove privata vicino a casa, con un elemento come Max che ha fatto la storia del death metal italiano. Cosa devo aggiungere? Non sono l’ultimo arrivato come musicista, suono da quando ho 13 anni e ne ho 45, fatti i tuoi conti. Ho sempre avuto gruppi, dalle classiche cover band ai tributi, passando per progetti originali di ogni genere, dallo stoner, al doom psichedelico, al black metal. Ho fatto di tutto: suonato la chitarra, cantato, percosso le corde di un basso. A me basta suonare. Comprendi quindi che il passaggio tra il “parlare della musica altrui” e promuovere la mia è stato sicuramente stimolante. Poi ripeto… ormai lo sanno anche i sassi che il death metal svedese è il mio genere preferito… ora lo suono, e non per tirare acqua al nostro mulino, ma non troverai in Italia nulla che si avvicini tanto al death svedese di fine anni 80, primi 90, tanto quanto i Daemoniac. Posso firmartelo con il sangue.

Albe, ultimamente ti ho visto alle prese con dirette e video-recensioni. Ormai il giornalismo musicale va quasi verso il superamento della parola scritta a favore delle immagini e dei video, una band volutamente della vecchia scuola come i Daemoniac in questo contesto in piena evoluzione come si inserisce?
Albe: si inserisce mantenendo inalterato il nostro spirito underground. Siamo su instagram… abbiamo credo… tre fotografie. Se guardi la nostra pagina Facebook forse ne conta quattro, e la usiamo principalmente per comunicare con i fan. Abbiamo una pagina Bandcamp che usiamo per vendere la nostra musica. Punto. Non ci vedrai mai fare photosession iper patinate, non troverai mai una nostra sovraesposizione mediatica. Se non abbiamo nulla da dire e comunicare, non lo facciamo. Ti rendi conto del bombardamento mediatico al quale tutte le band ci sottopongono? “Mettete un like sulla pagina FB”, “un ‘segui’ su quella YouTube”, “iscrivetevi alla nostra mailing list per avere sempre aggiornamenti sulla band”, “ecco la nostra ultima fotografia mentre stiamo mangiando sushi dopo aver provato”. E che palle. Io mi ritengo molto bravo nel “rompere i coglioni”, sono un maestro, e ritengo senza falsa modestia di aver spinto moltissimo Loud And Proud, ma non è il caso dei Daemoniac. Siamo una band anacronistica? Fuori dal tempo? Sì. Ne siamo fieri. Quanti suonano come noi ora? Senza trigger, senza “copia-incolla”, tutto in analogico. Sbagli una nota? Risuoni tutto il pezzo. E lo facciamo in Svezia… non dietro un Mac, nella nostra stanzetta. Ora sono tutti produttori grazie (leggi: “per colpa”) della tecnologia. Noi siamo fuori dal tempo, lo dico con orgoglio. Dell’evoluzione non ce ne frega un cazzo”.

Dammercide – Il seme della rinascita

“The Seed”, il nuovo album dei Dammercide uscito in digitale per la FusionCore Records e in arrivo in versione fisica su Punishment 18 Records a Settembre, ripresenta la band dopo un ventennio. Quello che balza all’orecchio è la capacità del gruppo di mutare restando fedele a se stesso: a fronte di un sound evidentemente diverso, ritroviamo quella linea di pensiero che aveva già reso “Link” un disco all’avanguardia. Fabio Decovich, Fausto Massa, Enrico Benvenuto e Dimitry Scopelliti ci hanno reintrodotto nel magico mondo dei Dammercide.

Benvenuti su Il Raglio del  Mulo, la prima cosa che ci sorprende, dopo ben 20 anni di attesa, è il ribaltamento cromatico: ci avete lasciato con la copertina dai toni scuri di “Link“ e vi ritroviamo con quelli chiarissimi di “The Seed“. Questo cambio dal punto di vista visivo in qualche modo ne sottintende anche uno attitudinale?
[Fabio Decovich] Ciao, e grazie per l’accoglienza e lo spazio concessoci. Credo che il confronto tra i due artwork racconti bene le differenze sostanziali che caratterizzano i due album. “Link” è un disco in cui il songwriting è frutto di anni di composizioni, e i brani che abbiamo messo in tracklist avevano chiaramente una coerenza stilistica tra di loro ma non erano stati concepiti con l’intento di fare parte di un unico lavoro, quindi la creatura mutante ritratta in copertina, fatta di elementi di bellezza mescolati a mostruosità, sintetizzava bene un certo caos primordiale a cui cercavamo di dare una forma. I toni chiari di “The Seed” invece, credo rappresentino bene una maggiore consapevolezza che effettivamente si è manifestata sia in termini musicali che personali.
[Fausto Massa] Aggiungo a quanto detto che il clima disteso, di passione e divertimento che ha caratterizzato la stesura di “The Seed” ha creato anche i presupposti per una nuova identità e timbrica in cui cerchiamo sempre l’originalità in totale serenità, piuttosto che lo sfogo emotivo su temi di introspezione o di rabbia come in gioventù.

Dall’ascolto del disco ho individuato delle evidenti variazioni nel vostro stile, però credo che al netto di questi cambi ciò che rimane è l’indole “modernista”. Penso che “Link” fosse un disco moderno nel 2000 come oggi lo sia “The Seed”, che ne pensate?
[FM] quanto scrivi è bellissimo, grazie di cuore. Le nostre priorità nei lavori che strutturiamo sono sempre di rendere il più possibile fruibili delle parti orchestrate in modo complesso e di miscelare e non assemblare le nostre influenze musicali. La somma di questi intenti sempre più spesso ci viene riconosciuta come originalità, che è il complimento più grande che un musicista compositore può ricevere.

La line up riparte dai tre elementi presenti sul disco d’esordio, il vostro approccio compositivo è cambiato in queste due decadi?
[FM] Beh moltissimo, come sono cambiate le rughe, i chili e i pannolini cambiati! Siamo da sempre stati tutti un po’ parte della stessa “crew”, infatti anche Enzo condivideva la nostra prima label. Quindi in qualche modo mantenendo i contatti siamo cresciuti differenziando gli ascolti e le esperienze musicali; Enzo e Dimitry sono professionisti, mentre io Chicco, Deco e Fabio siamo degli appassionati (sebbene Deco e Fabio abbiano avuto intensissima attività live negli ultimi 20 anni). Questa diversità ha fatto sì che ci si imponesse tacitamente un elevato livello di serietà e di struttura nell’affrontare il progetto, nella cura dei particolari e nell’orchestrazione dei pezzi per essere all’altezza del background di tutta la band. Nel mio caso è successo di più, ovvero avendo cambiato drasticamente i miei ascolti negli ultimi anni mi sono pure sentito risvegliare l’anima metal prog, tutto grazie al contributo una band di “cavalli di razza”: è stato molto gratificante e divertente.

Alla voce troviamo Fabio Colombi che avrebbe dovuto fare il suo esordio su “The Structure”, il disco che sarebbe dovuto essere il successore di “Link”, ma poi rimasto nel cassetto a causa dello scioglimento. Potreste tornare sulle motivazioni che hanno poi portato allo split?
[Enrico Benvenuto] Fortunatamente lo split non è stato causato da attriti personali tra i membri della band ma piuttosto per motivi legati alle priorità della vita privata di ciascuno di noi. Per questo è stato facile dopo quasi 20 anni riprendere come non fosse mai successo niente.

Come ci si sente dopo tutto questo tempo ad aver fuori un disco a nome Dammercide? Non si prova quasi la sensazione di aver sprecato un ventennio? In fin dei conti i riscontri erano stati ottimi, il vostro esordio era stato inserito tra quelli presenti su Metallus, il libro scritto da Luca Signorelli.
[Dimitry Scopelliti] Immagino di rispecchiare le idee e lo stato d’animo dei Dammercide come “collective” dicendo che una delle cose nella vita che può in qualche modo distrarti dal raggiungimento degli obiettivi è rimuginare sul passato, quindi direi: “adesso ci siamo” ed è l’unica cosa che conta.
[FD]:Col senno di poi, mi viene da considerare che le priorità personali di cui parlava Enrico poco fa, avessero in qualche modo avviato anche una sorta di crisi creativa per cui oggi dico che è stato meglio così, forse una produzione di compromessi avrebbe potuto allungare la vita della band ma avrebbe anche potuto indebolire i buoni riscontri ottenuti, e probabilmente oggi non avremmo tra le mani “The Seed”.

“The Structure” prima o poi vedrà la luce in qualche modo?
[EB]: Molto probabilmente non vedrà mai la luce sotto forma di album a se stante, ma alcuni brani che avrebbero dovuto farne parte potrebbero ricomparire riarrangiati come bonus track tra i prossimi lavori. Ne approfitto per dire che stiamo già componendo materiale nuovo e molto presto inizieremo ad incidere per il nuovo album.

Non ci resta che presentare i due membri nuovi della band…
[FD] Per quanto riguarda Demetrio Scopelliti, aka Dimitry, possiamo dire che siamo legati da un’amicizia che dura da anni. Membro fondatore e chitarrista degli Arcadia e impegnato in un’intensa attività con il suo solo-project, abbiamo avuto modo di condividere la scena, agli esordi delle rispettive band. Averlo in formazione, oggi, è anche frutto di una serie di fortunate coincidenze: in passato è stato allievo di Enrico Benvenuto, e curiosamente si è unito ai Dammercide in occasione di una gig in cui avevamo esigenza proprio di qualcuno che coprisse il ruolo di Enrico, rimasto temporaneamente vacante. Enzo “Rotox” Rotondaro è un batterista nei confronti del quale ho sempre nutrito grande ammirazione, conoscendolo per il suo lavoro dietro le pelli nei Glacial Fear. Abbiamo avuto modo di conoscerci di persona per la registrazione e in occasione di alcune esibizioni del progetto solista di Dimitry, ed ho scoperto un musicista poliedrico e impegnatissimo su diversi fronti musicali, dall’insegnamento alla produzione. E’ stato facile pensare a lui nel momento in cui ci siamo messi alla ricerca di un batterista con cui completare la formazione e proporlo agli altri come candidato ideale. 

Avete avuto l’occasione di testare la line up a sei su un palco, magari proponendo proprio i nuovi brani?
[DS] Ci stiamo lavorando, è più una questione logistica che pratica, io risiedo in Norvegia dal 2008 e in questo periodo dominato dal Covid 19 e dalla parziale chiusura delle frontiere è difficile sia organizzare dei live che proprio trovarsi a jammare “in person”. Detto questo siamo fiduciosi, il disco è stato scritto in funzione di questa “orchestrazione” di tre chitarre, voce e sessione ritmica; ognuno ha suonato le parti che più rispecchiavano il proprio stile di strumentista, indi per cui immagino risulterà molto naturale riproporre codeste parti in sede live.

In qualche modo possiamo considerare “The Seed” un concept album?
[FD] Non in senso stretto, nel senso che non c’è una linea narrativa che lega in brani tra di loro per raccontare una storia. Possiamo dire però che i testi delle nostre canzoni raccontano storie autoconclusive che si sviluppano in una dimensione immaginaria comune, e questo fa si che esistano dei legami tra alcuni brani, come succede ad esempio per “The Artifact” e “The GodFader”: i due brani a se raccontano storie molto diverse, insieme parlano di un conflitto tra due mega nazioni e di come si stanno armando per sconfiggere il nemico (in entrambi i casi con risultati fallimentari). Oppure esistono anche legami musicali tra i brani, come succede nell’accoppiata “The Tree” e “The Roots”, che sono costruiti intorno alla stessa successione di accordi, ma in un caso sono maggiori e nell’altro minori. Inoltre nel testo di “The Roots” viene tirato in ballo un “antico albero” grazie al quale il bambino protagonista del testo di “The Tree” acquisisce sicurezza e coraggio.

Il primo singolo e video è “Octagon”, come mai avete scelto questo brano?
[FD] E’ un brano che incorpora il miglior equilibrio tra elementi musicali appartenenti al passato e al presente della band e per questo motivo ci sembra un buon biglietto da visita. Ironicamente il protagonista del testo racconta quello che gli succede viaggiando attraverso un buco nero, ritrovandosi catapultato in un altro spazio/tempo, che non è troppo diverso a quello che è successo a noi, che siamo tornati con un nuovo album dopo quasi vent’anni di scioglimento.

Cult of Lilith – I figli della dea

Gli islandesi Cult of Lilith potrebbero essere la risposta alle preghiere di tutti quelli che chiedono agli dèi del metallo qualcosa di nuovo. La band capitanata da Daniel Þór Hannesson è arrivata all’esordio dalla porta principale, quella con la targhetta Metal Blade sul campanello, mostrando già un’ottima personalità e poca paura di sbagliare. All’interno di “Mara” troverete una varietà impressionanti di generi (estremi e non) che convivono felicemente, tanto da candidare i Cult of Lilith al titolo di sorpresa del 2020.

Ciao Daniel, potresti presentare la tua band ai nostri lettori?
Siamo i Cult of Lilith e il nostro obiettivo è quello di creare musica stimolante ed estrema abbinata a un’immagine non convenzionale. Traiamo ispirazione da più generi e da svariati periodi della storia della musica con l’intenzione di comporre qualcosa di veramente unico e diversificato, anche se sempre legato a un tema unico e coerente.

Lilith è una figura della mitologia ebraica, perché, nonostante voi siate islandesi, non hai scelto una divinità dal pantheon nordico?
Lilith è una figura più interessante, secondo me, si adatta al meglio al concept della band. Avere un nome legato con la mitologia norrena sarebbe stato fuorviante laddove la nostra musica non suona affatto nordica. Anche vivendo e crescendo in parte in Islanda, ci sarebbe sembrato un cliché l’utilizzo mitologia nordica.

Altra cosa interessante che vorrei che m spiegassi è la definizione che hai dato alla tua musica: cosa significa “Necromechanical baroque”?
Dato che proponiamo un death metal dal feeling meccanico e lo fondiamo, tra le altre cose, con influenze barocche, troviamo questa descrizione un mashup interessante non solo per il suono ma anche per le immagini. I nostri temi lirici spaziano dalla mitologia antica alla fanyasy, alla fantascienza e all’horror fantascientifico.

Alcune linee vocali e certi cori sul disco denotano dell’influenze Fear Factory, Cynic e Strapping Young Lad, sei d’accordo?
Effettivamente, il nostro cantante è fortemente influenzato da Devin Townsend, quindi ha senso. Posso anche capire il riferimento ai Fear Factory per alcune parti, mentre i Cynic sono una mia grande influenza, potrebbero aver influito sul suono.

Parliamo allora proprio del vostro sound: non è la tipica musica fredda del Nord Europa, c’è un tocco di mediterraneo. Come spieghi questa “incongruenza” geografica?
Bene, abbiamo un cantante spagnolo che è ci fornisce un legame diretto con il mediterraneo. Anch’io sono in parte spagnolo, però penso che alla fine il tutto sia dovuto principalmente alle nostre influenze. Ci ispiriamo alla musica barocca e classica, che erano molto importanti nei paesi mediterranei, e naturalmente anche al flamenco.

Approfondiamo maggiormente le vostre influenze flamenco, in questo senso sul vostro album c’è un pezzo emblematico, “Profeta Paloma”. Come è nata questa canzone?
Volevamo includere un po’ di influenze flamenco nell’album e ribadire il nostro legame con la Spagna. Credo che queste sonorità si adattino molto bene alla parte puramente black metal che apre il brano. Abbiamo contattato Reynir Hauksson, un grande chitarrista di flamenco, che ha scritto ed eseguito quel fantastico interludio. Un cantante spagnolo, di nome Fernando Pérez, ha poi registrato la voce cantando i testi del nostro Mario.

Mario Infantes Ávalos è entrato da poco nel gruppo, ma credo che in qualche modo abbia influenzato non poco la resa finale del disco, no?
Ha portato tanta varietà e un’impressionante gamma vocale, quindi ha avuto un impatto enorme sulla progressione della band. Abbiamo sempre voluto pensare fuori dagli schemi e provare cose nuove e lui si adattava perfettamente a quelle aspirazioni.

Un’altra traccia che adoro è “Le Soupir du Fantome”, potresti dire qualcosa su questa canzone?
In realtà ho scritto l’introduzione di quella canzone molti anni fa. Volevo terminare l’album con un pezzo epico, quindi ho ripreso da dove avevo interrotto e ho iniziato a sovrapporre l’intro con una contro-melodia alla chitarra e alcuni altri strumenti per aggiungere un tocco sinfonico. Alla fine, partendo da quello, ho costruito una canzone death metal completamente ispirata al barocco. Anche il nostro cantante Mario ha fatto un ottimo lavoro aggiungendo nella parte iniziale quei cori gregoriani che ben si sposano con l’organo da chiesa che si inserisce più tardi nella canzone.

All’inizio mi hai detto che il vostro obiettivo è quello di creare musica poco convenzionale da abbinare ad un’immagine poco standardizzata. Nella foto promozionale non indossate, infatti, il solito abbigliamento da band estrema, ma non temi che questo particolare aspetto potrebbe essere fuorviante per classificare il vostro sound?
Volevamo fare qualcosa di diverso, sentivamo la necessità di adottare un abbigliamento che si adattasse perfettamente al nome della band dando l’idea di un’elegante setta, dallo stile barocco e classico, dedita all’adorazione del culto di Lilith.

Vitam et Mortem – Il fiume della morte

Il black metal è nato da un forte sentimento di rifiuto e di chiusura. Però nel tempo ha mostrato sempre più una forte propensione all’apertura, alla contaminazione, che paradossalmente l’ha reso una sorta di spugna capace di assorbire ogni forma di disagio. Così può capitare di incrociare un gruppo come i colombiani Vitame et Mortem che nei loro testi approfondiscono aspetti legati a un male più terreno, come quello che ha falcidiato la loro terra per decenni. Ed è proprio di questo che parla il nuovo album, “El Río De La Muerte” (Satanath).

Ciao Julian, potresti presentare la tua band ai nostri lettori, magari non particolarmente avvezzi alla scena sudamericana?
Ciao amici a Il Raglio del Mulo, i Vitam et Mortem sono una band colombiana di blackened death nata nel 2002 a El Carmen de Viboral, una città nella regione orientale del dipartimento di Antioquia, dove in passato sono stati sorti gruppi metal estremi come Parabellum, Reencarnación e Masacre. I
V.E.M. sono in attività da diciotto anni con un lavoro ininterrotto e abbiamo pubblicato sei album che sono stati distribuiti in Colombia e in Europa. La nostra attività ci ha garantito un posto importante nella scena estrema in Colombia.

Il vostro è un ottimo mix di death e black dalle tinte teatrali, come siete arrivati al suono odienro?
All’inizio la nostra musica era black metal etnico (una formazione metal standard più strumenti preispanici), ma anno dopo anno il nostro suond è diventato sempre più pesante; per noi suonare e cantare death metal è poi risultato facile, naturale, organico, quindi questo suono è diventato la base della nostra musica, ma con molte influenze di black metal, musica rituale, musica etnica ed elementi sinfonici.

Avete scelto un nome in latino, cosa che in qualche modo crea un legame lontano con il mio Paese: ti piace la scena estrema italiana?
Sì, “Vitam et Mortem” potrebbe essere tradotto come “Vita nella morte”, la morte è l’argomento fondamentale nel nostro concept. Essendo un compositore e un cantante, sono fan della musica italiana in generale, adoro i vostri compositori del passato come Verdi, Puccini, Rossini e molti altri; ci sono molte buone band metal italiane che ho ascoltato come Graveworm, Stormlord, Evol, Fleshgod Apocalypse, Opera IX.

Pur non parlando lo spagnolo, o forse proprio per questo, ho sempre subito una certa fascinazione per questa lingua in ambito estremo. La trovo selvaggia ed evocativa. Quando mi capita alle band italiane che cantano in italiano di chiedere quali difficoltà tecniche questa scelta comporti, tutti mi confermano che per motivi di metrica l’inglese è più agevole. Vale la stessa cosa anche per la tua lingua madre?
La musica metal è stata tradizionalmente cantata in inglese, ma per noi è molto importante esprimerci nella nostra lingua madre perché trattiamo temi legati alle nostre antiche radici culturali e alla guerra che ha tenuto in ostaggio la Colombia per 60 anni. Cantare nella nostra lingua madre ora è diventato più facile per me, ma la cosa più importante è che mi permette esplorare forme poetiche, forme ritmiche ed estetiche che l’inglese non ha. La lingua era ed è tuttora anche un modo per mostrare il proprio dominio su altre culture, per questo motivo è molto importante che tutte le culture del mondo possano esprimersi in modo differente e rimanere autentiche e diverse.

“El río de la muerte” è il vostro ultimo lavoro, ti va di parlarcene?
“El río de la muerte” è il nostro sesto CD, è stato mixato e masterizzato da Jari Lindholm a Stoccolma, mentre Gustavo Adolfo Valderrama ha ricoperto il ruolo di produttore esecutivo a Vancouver. L’album è stato pubblicato dall’etichetta russa Satanath Records e dall’ecuadoregna Exhumed Records.

Mi pare di capire che si tratti di un concept album…
Esatto, si basa su l’analogia tra il fiume Magdalena, durante il periodo di massima violenza colombiana, e il fiume Acheronte della mitologia greca. Il viaggio dei morti nell’Ade è anche il viaggio dei cadaveri senza nome messi a tacere dai gruppi armati illegali e dalle forze militari statali che li condannarono a perire sul fiume Magdalena. Caronte, il traghettatore che trasporta i morti nell’Ade, rappresenta anche i pescatori eli Magdalena che si ritrovano nelle loro reti pesci e corpi dei defunti che abitano nelle profondità del fiume più importante e spaventoso della Colombia.

Di solito il black metal viene utilizzato per scrivere elegie di Satana e del male, voi siete un’eccezione perché invece trattate un tema storico dalla forte valenza sociale. Credi che i Vitam et Mortem in questo senso possano essere considerati una band politicizzata?
Vitam et Mortem sono una band immersa nel proprio contesto storico e nel presente: in questo nuovo album abbiamo parlato di una vecchia guerra che rimane una ferita sanguinante per il nostro Paese: si tratta di migliaia di morti, misere vittime. Noi parliamo per conto di coloro che sono stati messi a tacere dai proiettili dei gruppi paramilitari, dalla guerriglia e dalle forze militari nazionali. Una stima conta almeno 261.619 vittime tra il 1958 e il 2018. 214.584 di queste erano civili, 46.675 combattenti e ci sono ancora 360 morti non riconosciuti. Le uccisioni mirate sono gli atti di violenza più ricorrenti e sono stati compiuti da gruppi paramilitari, guerriglieri e forze militari nazionali. C’è un mucchio di 177.719 cadaveri causati da gruppi paramilitari (94.57), guerriglieri (36.682), forze militari nazionali (9.837). Noi Vitam et Mortem non parliamo di politica, parliamo di morte.

Ricordo il rapimento da parte delle FARC di Ingrid Betancourt nel 2002,se ne fece un gran parlare anche da noi, ora è migliorata la situazione nel tuo Paese?
La guerra in Colombia è cambiata ma rimane. Le FARC sono smobilitate, ma ci sono molti altri gruppi armati; il traffico di droga è la causa principale dell guerriglia in Colombia e va dalla giungla al Congresso della Repubblica: la droga è la nostre piaga.

Ho letto di alcuni metalhead uccisi dai narcos nel 90, è ancora pericoloso andare ai concerti metal in Colombia?
Non ne ho mai sentito parlare, la Colombia oggi è molto diversa dagli anni ’90, c’è ancora una guerra civile, ma è in luoghi strategici per il trasporto di cocaina, ma le città sono tranquille e ci si può godere un concerto senza pericolo.

Antonio Pannullo – Le talpe sono fra noi

Tempo fa avevo avuto il piacere di recensire e intervistare Antonio Pannullo, il creatore delle irriverenti talpe protagoniste della saga di Blacky Mole. A distanza di anni lo ritrovo nuovamente alle prese con la sua creatura più irriverente e con una nuova opera che trae ispirazione da Sid Vicious. Ancora una volta ho avuto modo di apprezzare i suoi disegni e l sua ironia in “Blacky Mole – Storie Brevi” (EFedizioni comics), mentre “SID – To Hell and Back (Reika manga/EFedizioni)” mi ha fatto conoscere un Pannulo diverso dal punto di vista tecnico e narrativo.

Bentrovato Antonio, la nostra precedente intervista risale al 2014, vorrei iniziare proprio da là. Alla mia domanda sullo stato del fumetto mi rispondesti così: “Credo che attualmente sia comatoso e privo di idee originali come in Francia, in Giappone e alcune buone cose americane”.  Hai cambiato idea in questi sei anni?
No. Il mio punto di vista non cambia anche se molti, con dati alla mano e più ferrati sull’argomento, possono tranquillamente affermare l’esatto contrario

Oggetto di quella intervista fu il tuo fumetto autoprodotto “Blacky Sabbath – Iron Man”. Ti andrebbe di presentare Blacky Mole ai nostri lettori?
Blacky è una talpina mutante, irascibile, ironica, irritante, direi incredibile, che, tra realismo contemporaneo e situazioni storiche da saga nordica, prende in giro l’estremismo della musica “dura” e i supereroi americani. Blacky Mole, che nel linguaggio anglosassone indica quei nei scuri sulla nostra pelle che non sono portatori di cose sane, è una metafora della malvagità insita dentro di noi e che spesso emerge.

Oggi ritroviamo le tue talpe alle prese con nuove avventure nel volumetto “Blacky Mole – Storie Brevi” (EFedizioni comics), puoi brevemente fare una panoramica sulle tre storie presenti?
E’ un albetto di tre storie che possono essere tacciate di blasfemia se non si è a conoscenza del sarcasmo delle talpine verso la musica black metal ed estrema in generale. “Conversione” ci riporta nei gelidi territori scandinavi dove i vichinghi subiscono l’iniziazione al credo cristiano con risultati a volte maldestri. Nella modernità le band black metal in generale, e Burzum in particolare, hanno considerato la suddetta conversione un’aggressione al loro paganesimo spirituale. Pertanto tali band spesso hanno  combattuto la religione cristiana con gesti estremi. “Sacro Sangue” è una critica alla spettacolarizzazione del culto del sangue di San Gennaro. “Olaff Il Bruciato” è un racconto ispirato al romanzo “La Camicia di Ghaiccio” di William T. Vollmann, libro che è il primo dei “Sette sogni” dedicati al mito della fondazione americana. Il protagonista è Amortortak, temutissimo spirito nero della mitologia norrena, dal tocco mortale.

Io ho notato non pochi riferimenti alla  serie “Vikings”,  quali sono le fonti di ispirazione per una tua opera?
Mi fa molto piacere che sottolinei questo aspetto delle mie talpe. I Normanni hanno dato vita al paese di origine dei mie avi (Mercato San Severino) dove Troisio, fedelissimo di Roberto detto “Il Guiscardo”, decise di insediarsi costruendo un castello ancora esistente (e che nei secoli è divenuto una dei più grandi d’Europa). Roberto d’Altavilla da Salerno iniziò la  conquista dell’intero sud della Penisola. I Sanseverino,  eredi di Troisio, furono una famiglia di guerrieri chiamati da diverse nobili famiglie italiane a combattere anche contro i re. Questo ti fa capire da dove nasce il mio interesse verso gli uomini del Nord.

Come si è evoluto il tuo personaggio in questi anni?
Stilisticamente è rimasto invariato. Ha solo ampliato il suo raggio d’azione, attingendo a generi musicali meno estremi, per trovare nuove situazioni goliardiche.

“Blacky Sabbath – Iron Man” lo hai autoprodotto, invece  “Blacky Mole – Storie Brevi” esce per EFedizioni comics: come è cambiato il tuo lavoro alla luce di questo contratto?
Con la EF sono usciti due graphic novel “Blacky Mole in Rattus Norvegicus” e “Blacky Sabbath.” Quello che cambia è che l’editore e, oramai, amico Fedele Vinci, si occupa costantemente della reperibilità dei prodotti che ora possono essere ordinati anche online dai siti della grande  distribuzione (Feltrinelli, Ibs, Libraccio…) e non devo personalmente andare nelle librerie a chiedere se c’è la possibilità di poter vendere e presentare i miei fumetti

Dell’altra tua opera, “SID – To Hell and Back (Reika manga/EFedizioni)”, invece che mi racconti?
La storia è un noir fantascientifico con protagonista il fu bassista dei Sex Pistols. Ha come focus  una nuova esistenza che si può ottenere scaricandola in una propria copia nu-organica. Questo è il pensiero del transumanesimo portato avanti dalla comunità scientifica che preme sull’evoluzione dell’umanità. I filosofi , però, si pongono un dubbio: e se qualcuno decide di riportare indietro una personalità moralmente scorretta e pericolosa? Le copie dovranno avere una propria coscienza e autonomia da sviluppare o si potrà intervenire sul codice ed eliminare problematiche della personalità e quindi minare l’autenticità della copia stessa? E se uno lo facesse illegalmente quali sarebbero le conseguenze?

Direi che lo spirito delle due pubblicazioni è differente, sicuramente “SID” ha un approccio molto più pessimista, mentre “Blacky” uno spirito più ironico. La tua visione della vita a quale delle due opere è più affine?
Sicuramente sono i due volti del mio carattere che va dal silenzioso e malinconico all’euforico  e sarcastico

Tecnicamente quali differenze ci sono nella narrazione dal punto di vista grafico?
Le talpe si ispirano alle mitiche Sturmtruppen del leggendario Bonvi mentre SID è il modo grafico che più mi rappresenta ovvero l’iperrealismo unito ad una smodata ricerca di reference come immagini che solitamente sono lavori dei miei artisti preferiti

Il filo rosso che unisce le due pubblicazioni è la musica, quanto è complicato trasformare in disegni le immagini mentali prodotte dalle canzoni che più ami?
È un lavoro molto complesso perché fare dell’ironia su testi di canzoni dove la morte,  la distruzione e l’oscurità regnano sovrani non è facile. Far sorridere con delle semplici figure antropomorfe molti metalhead che prendono sul serio questi argomenti è dura. Come è difficoltoso convincere un editore che le vignette delle talpe non sono blasfeme, specialmente quando non si è addentro alla musica estrema e considerando che il lavoro può essere letto da ragazzini. Spesso le cose si complicano e raggiungere dei compromessi è complicato.

Thecodontion – Nel supercontinente nero

I Thecodontion con “Supercontinent” (I, Voidhanger Records) mi hanno stupito, non lo nascondo. Li ho recensiti più che positivamente su Rockerilla e non ho resistito alla curiosità di saperne di più su come è nato uno dei dischi più belli pubblicati da un gruppo italiano negli ultimi anni. Una delle due anime della band, G.E.F. (voce), ha risposto in modo più che esauriente alle mie domande di fan.

Ciao Giuseppe, iniziamo con una curiosità: mi racconti la genesi del nome della band?
Ciao! Effettivamente è una domanda per niente scontata la tua, perché siamo arrivati al nostro nome definitivo solo in un secondo momento. In origine avevamo infatti valutato di usare come monicker un paio di nomi di dinosauri, sennonché abbiamo pensato che il suffisso “-saurus” potesse rendere la band meno credibile, o comunque che potesse essere presa in qualche modo meno sul serio. Così siamo giunti al nome Thecodontion, proposto dal bassista G.D. e che riteniamo tuttora sia stata la scelta migliore. Peccato che ogni tanto venga storpiato o scritto male, sia da ascoltatori che da addetti ai lavori, per non parlare di quante volte viene sbagliata la pronuncia (che, ricordo, è Tehk-o-don-tee-on), ma questo genere di incomprensioni capita spesso alle band metal, soprattutto per quelle con dei nomi non così intuitivi. Deriva dai tecodonti (“Thecodontia” è la nomenclatura scientifica), un nome oggi considerato obsoleto (adesso si preferisce definirli “arcosauri”) che indicava, tra gli altri, gli antenati dei dinosauri e dei moderni coccodrilli.

Possiamo definirvi una concept band?
Suppongo di sì. In primis, perché comunque tutto il nostro materiale verte su delle tematiche fisse (creature preistoriche, fossili, ere geologiche); in secondo luogo, perché la nostra intenzione è di mantenere un filone lirico concettuale per ciascuna nostra pubblicazione. Il nostro demo di debutto, “Thecodontia”, ad esempio descriveva appunto quattro tecodonti. Con l’EP “Jurassic” abbiamo invece descritto quattro creature preistoriche vissute nel periodo Giurassico: due pterosauri (sul lato A del vinile) e due sauropodi (sul lato B). Con “Supercontinent” abbiamo invece deciso di trattare i grandi supercontinenti (e superoceani) antichi, anche per rendere meno prevedibile la formula e non parlare solo ed esclusivamente di creature. Anche i nostri prossimi lavori seguiranno un filo concettuale, per cui l’intenzione è di continuare su questa via.

Dall’ascolto dei vostri lavori mi sembra di avvertire che in voi alberghino due anime, una più primitiva e una più cerebrale. La prima trova sfogo nella musica, la seconda nelle liriche e nel concept generale. La mia disamina è corretta? In caso affermativo, come fate a far convivere in modo equilibrato questi due aspetti?
Credo sia esatto fino a un certo punto, nel senso che ritengo che “Supercontinent” abbia diversi spunti “cerebrali” anche in senso strettamente musicale, con sezioni che strizzano l’occhio al progressive e alla fusion. In linea di massima però il ragionamento è corretto: del resto penso che ci nutriamo un po’ tutti di “contraddizioni”, se così vogliamo dire, in modo che in ognuno di noi possano convivere un’anima più ferina e una più razionale. Direi che questo è anche il sotto-tema musicale di “Supercontinent”, se ci pensi, perché con la parte ritmica abbiamo giocato su un’interpretazione “cavernosa” del death metal, che a sua volta va volontariamente a cozzare con le partiture melodiche della parte solista. Questa è stata anche una soluzione pensata per il concept del disco, in quanto queste “cozzature” sono servite a descrivere ed interpretare i grandi movimenti dei cosiddetti cratoni che si staccavano, emergevano, cozzavano o amalgamavano modificando il livello del mare, andando così a formare ogni volta nuove masse continentali. Tra l’altro c’è un sito americano che in una recensione del nostro disco ne ha parlato come “fautore di possibilità attraverso il caos” e secondo me è un’espressione molto azzeccata riguardo “Supercontinent”.

Avete raggiunto un vostro equilibrio nell’insolita formazione a due basso-voce, l’aggiunta di altri membri cosa toglierebbe invece di aggiungere?
Onestamente siamo molto in sintonia con i nostri due session dal vivo (L.S. al secondo basso, V.P. alla batteria), ma visto che componiamo in due, affrontiamo le spese in due, di base Thecodontion è ufficialmente un duo. Non credo sia una questione di togliere o aggiungere qualcosa, semplicemente ci troviamo bene con questa soluzione al momento. Parliamo comunque di una suddivisione più sulla carta che altro, perché alla fine i session sentono la band come la loro e sono nostri amici. Detto questo, ci sono altri progetti con formazione a due che hanno dimostrato come questa combinazione possa funzionare bene (persino in sede live, anche se per i Thecodontion credo sia più adeguata dal vivo una formazione a quattro).

A questo punto, ti va di parlare degli ospiti che vi hanno dato una mano?
Volentieri! Il già citato V.P. è listato come ospite ma di fatto, essendo il nostro batterista live, era l’opzione più naturale per registrare la batteria sul disco e non riesco a considerarlo “solo” un ospite. J.G.P. (anche in SVNTH e Bedsore) ci ha regalato un assolo di chitarra baritona su “Laurasia-Gondwana”, unico segmento di chitarra su tutto il disco che, a mio parere, funziona molto bene anche perché si avverte il “tocco” personale del musicista. R.C. (frontman dei SVNTH) è venuto a trovarci in studio mentre stavo per registrare le voci di “Pangaea” e in modo del tutto estemporaneo gli ho chiesto di cantare la strofa del brano: il risultato funziona bene, è molto spontaneo. E infine Skaðvaldur, musicista (e artista visuale! Cercatevi i suoi artwork) islandese che apprezzo molto soprattutto per la sua band death metal Urðun: la sua voce così cavernosa ed espressiva era perfetta per interpretare un brano come “Ur”, con forti elementi doom e molto vario nel suo complesso. Oltretutto, penso che se il nostro nome oggi è conosciuto anche in Islanda parte del merito sia di questa collaborazione.

Porterete i vostri brani dal vivo allargando in modo stabile la line up?
Già suoniamo dal vivo con la stessa formazione da fine 2018, quando abbiamo debuttato sul palco. Da allora abbiamo suonato una decina di volte, l’ultima a febbraio 2020: non moltissimo forse, ma non ci sono sempre tantissime occasioni di esibirsi in Italia. Ci piacerebbe comunque cominciare a farlo all’estero e ci auguriamo che dopo la tempesta Covid-19 ciò possa diventare possibile: qualcosa si è mosso, ma ancora nulla di veramente concreto. In condizioni normali a quest’ora saremmo potuti andare in tour per promuovere il disco, ma purtroppo ho avuto di recente un problema di salute ciò non sarebbe stato in ogni caso possibile. Cercheremo comunque di recuperare quando la situazione ce lo permetterà.

“Supercontinent” non è un disco semplice, nonostante questo sta riscuotendo ottimi consensi: secondo te quali sono le corde dell’ascoltare che la vostra opera va a toccare tanto da renderlo un’esperienza felice?
Penso che sia una domanda molto soggettiva e che ogni ascoltatore possa rispondere in modo diverso. Probabilmente è un album che suscita curiosità sia per via delle tematiche trattate, sia per via della strumentazione utilizzata (che comunque, va detto, non è un unicum: ci sono varie band metal che suonano senza chitarre e con soli bassi). Credo che anche l’idea di aver giocato sui contrasti di parti cavernose ed aperture melodiche sia stata recepita ed apprezzata da chi ha ascoltato bene l’album, ma è un mio parere. Inoltre ci sono brani che si prestano bene ad essere memorizzati, li trovo relativamente easy listening (mi riferisco soprattutto a “Vaalbara” e “Kenorland”). Insomma, potrebbe essere considerato un disco non semplice come hai detto tu, ma al tempo stesso credo che scorra bene e probabilmente questo è uno dei suoi punti di forza.

Nel mio caso ho vissuto l’ascolto come un viaggio al centro della Terra, vi ho definiti su Rockerilla verniani. Ecco, ritengo la vostra proposta al contempo scarna ma ricca di immagini, anche se può apparire un controsenso. Il mio è un caso sporadico o siete entrati in contatto con altre persone che hanno la mia stessa percezione?
Sì, c’è chi ha parlato di suoni scarni, di vuoti da riempire, cose che di per sé sono difetti ma che pur funzionano in questo contesto particolare. Da una parte questo potrebbe essere dipeso anche dal “minimalismo” della proposta (al di là degli effetti utilizzati, ricordiamoci che è pur sempre un disco basso + batteria + voce); dall’altra, forse abbiamo compiuto delle scelte un po’ impopolari o comunque controtendenza in termini di suoni, soprattutto in un’epoca dove si punta molto sui suoni “grossi” delle chitarre. Ma alla fine credo che nel loro contesto ogni cosa sia “al posto giusto”, non abbiamo sentito il bisogno di gonfiare certi suoni più del dovuto. Penso che comunque, come hai fatto cenno anche tu, abbia funzionato anche l’idea di offrire un’estetica magari poco diffusa finora nel panorama black o death metal ma che ha un potenziale enorme a livello di “evocazione di immagini”.

Assistiamo a un lento ma inesorabile abbandono dell’album a favore del singolo pezzo. In questa dimensione del mercato discografico, una creatura come la vostra che per rendere al meglio, almeno secondo la mia opinione, ha bisogno dei minutaggi elevati di un full length non rischia di essere tagliata fuori da ogni canale promozionale?
Credo che si possano svolgere anche concept condensati in pochi minuti, in un certo senso avremo modo di dimostrarlo nelle nostre prossime uscite. Ma il punto focale secondo me non è tanto questo. Sebbene il mercato stia cambiando e vada molto verso il singolo brano come dici tu – figlio sia di un’etica usa e getta, sia del sovraffollamento della proposta musicale – credo anche che esista gente coraggiosa che possa apprezzare scelte controtendenza, magari impopolari. Inoltre, esistono anche le eccezioni: in tal senso mi piace citare i nostri compagni di etichetta su I, Voidhanger Records, i Neptunian Maximalism, che hanno tirato fuori un bellissimo disco free jazz/avant-garde di oltre due ore: non è per tutti, è vero, ma gli appassionati avranno pane per i loro denti, e secondo il mio modesto parere finora è il disco più bello che io abbia ascoltato quest’anno. Penso che ci si debba chiedere se l’obiettivo sia rincorrere i fan o “fottersene” e fare semplicemente ciò che si vuole. Io credo che la dimensione di Thecodontion sia anche narrativa e che vada un po’ oltre l’aspetto immediatamente musicale: se dobbiamo sacrificare qualche vendita in più al fine di avere maggior minutaggio per raccontare i nostri concept, è una rinuncia che personalmente faccio volentieri. E’ una questione di priorità: del resto facciamo musica per bisogno di espressione personale, non per arricchirci (altrimenti avremmo scelto di fare generi diversi), e penso che un’idea simile, sebbene apparentemente in controtendenza con l’evolversi del mercato, sia coerente con quello che vogliamo per noi stessi.

Bedsore – Allucinazioni letali

La scena death metal è in gran fermento, mai come in questi ultimi mesi stanno uscendo album di gran di livello. Tra questi spicca “Hypnagogic Hallucinations” (20 Buck Spin), degli italiani Bedsore, capace di coniugare al meglio old school e sperimentazione. Quella che potrebbe apparire come una contraddizione, in questo disco non solo non lo è, ma appare anche il risultato di un metodo compositivo già maturo, nonostante ci troviamo innanzi a un esordio.

Benvenuto Jacopo (voce e chitarra), prima di passare al disco, inizierei inquadrando la band nella sua cornice: venite dalla città Roma, che oggi come oggi non è solo la Capitale politica ma anche quella estrema italiana. Come vi spiegate questo grande fermento che coniuga in modo equilibrato quantità e qualità?
Sì, sopratutto nell’ambito metal, Roma ci ha regalato diverse release notevoli in questi anni (Demonomancy, Night Gaunt, Thulsa Doom e molti altri). Qui la scena è viva e le band si influenzano e stimolano a vicenda. Sicuramente per quanto riguarda un certo sound più old school Marco S. è l’autore di questo marchio di fabbrica romano, nonché la persona che ha seguito anche mix e master del nostro “Hypnagogic Hallucinations”.

Sono andato a sbirciare su Metallum, non ho trovato la vostra scheda ma nel forum ho intercettato una chat che vi riguarda, in particolare si discute se siate o no abbastanza metal da essere inclusi nel portale. Per come la vedo io, lo siete eccome, però a conti fatti credo che questo dibattito la dica molto sul vostro modo di intendere in modo libero la musica. Alla fine, è una cosa positiva, no?
Sì, senza dubbio. Ci siamo sempre prefissati di fare musica in un certo modo, seguendo una concezione figlia più di intuizioni progressive e sperimentali che del metal vero e proprio. Allo stesso tempo però volevamo suonare una musica oscura, occulta e soprannaturale quindi la componente più estrema del nostro background è sembrata il veicolo più adatto. Il risultato è sicuramente qualcosa di difficile catalogazione.

La diatriba si basa comunque sull’ascolto del vostro EP, probabilmente il nuovo “Hypnagogic Hallucinations” spazzerà via ogni dubbio, perché lo ritengo più vicino a una concezione meno eretica del metal, non credete?
In realtà pensiamo che l’intenzione tra il nostro primo demo e il nuovo disco non sia assolutamente cambiata, del resto i due pezzi inclusi nel debutto sono presenti anche su “Hypnagogic Hallucinations” e coprono quasi metà dell’intero lavoro. Quello che invece sicuramente è cambiato sono i mezzi che abbiamo avuto a disposizione nel realizzarlo e quindi la produzione che in questo caso risulta molto più potente e vicina a quella che è l’idea della nostra musica, ovvero violenta ma allo stesso tempo rarefatta.

Se dovessi giudicare i Bedsore oggi, direi che fanno old school death metal, almeno nella maniera che la vedo io: le prima band hanno avuto uno spirito innovatore che le ha portate sempre a sperimentare soluzioni nuove. Anche gruppi sulla cresta dell’onda, nel periodo maggiore di notorietà, hanno cercato soluzioni coraggiose. Parlo di realtà come Entombed, Tiamat, Sepultura ed Edge of Sanity. In voi ritrovo quel coraggio, che poi con la codifica del genere, è andato perso. Mi sbaglio?
Non ti sbagli, anzi ci sentiamo particolarmente in sintonia con alcune delle realtà che hai menzionato e molte altre band del passato, in particolare gli Edge of Sanity sono sicuramente uno dei gruppi dei primi anni 90 che più si avvicina alla concezione musicale che cerchiamo di portare avanti anche noi oggi.

Entriamo ora nei dettagli idi “Hypnagogic Hallucinations”, come è nato?
Realizzare “Hypnagogic Hallucinations” è stato sicuramente uno sforzo importante, non tanto per quanto riguarda la stesura dei pezzi, che è avvenuta in maniera molto naturale, ma sopratutto per la cura dei dettagli sia estetici che sonori, la quale ha richiesto molto tempo. Stiamo parlando, del resto, di quasi due anni di gestazione. A tal proposito vorremmo ringraziare T. Ketola, Marco S. e Guglielmo Nodari, grazie ai quali è stato possibile limare ognuno di questi aspetti, senza mai dover scendere a compromessi.

Nella vostra musica convivono sicuramente più anime, queste rappresentano i gusti distinti di ognuno di voi oppure sono una base comune? Come siete riusciti a raggiungere questo equilibrio finale?
Ovviamente c’è un intento comunque nel raggiungere questa determinata formula nonostante in principio proveniamo da ambienti diversi (seppur molto affini), chi con un’indole più progressive e chi più technical metal.

Prima dell’attuale stop dell’attività live siete riusciti a portare su un palco le nuove composizioni? Se sì, come cambiano i pezzi dal vivo?
Fino ad ora siamo riusciti a portare dal vivo solo uno degli inediti presenti sul nuovo disco. Nei concerti passati abbiamo preferito portare uno show puramente old school death, questo per ovvi motivi tecnici e perché ci sembrava un passo obbligato prima di raggiungere la nostra forma definitiva. Quello a cui invece stiamo lavorando per quando si potrà tornare a suonare dal vivo è di poter dare pieno spazio anche alla componente più sintetica e sperimentale con un massivo uso di tastiere e sintetizzatori anche in sede live in modo da poter riprodurre al meglio le atmosfere dei nuovi brani.

Il vostro debutto esce per un’etichetta americana, la 20 Buck Spin, come siete entrati in contatto con loro e cosa vi ha convinto ad affidarvi alle loro cure?
Siamo entusiasti di far parte della famiglia 20 Buck Spin, è il posto perfetto per la nostra musica e le nostre idee. Una volta inviato il promo la volontà di collaborare è stata praticamente immediata da entrambi i lati. Sarebbe stata la prima scelta in ogni caso vista la totale affinità tra la nostra e la loro proposta.

Come ci si deve muovere nella scena underground per evitare le “pieghe da decubito” che danno il nome alla vostra band?
Il nostro consiglio è senz’altro quello di costruire – anzitutto – una propria identità ben definita, sia come band che come individui, e poi quello di imparare a conoscere e valorizzare il patrimonio artistico e musicale del nostro paese e non solo, cercando di creare qualcosa di nuovo ed unico.

Yellow Kings – Nella corte dei Re Gialli

I Vanessa Van Basten hanno conquistato gli amanti del rock, non solo in Italia, per poi sparire dopo circa un decenni condito da grandi opere. A ristorare gli animi tristi dei nostalgici, arrivano gli Yellow Kings, che al proprio interno vedono Morgan, già leader della cult band tricolore. Con lui troviamo Zappeo (Violent Shit), per un duo, per loro stessa ammissione, dall’indole pigra, ma ricco di talento. Ecco “Songs for the Young” nelle parole dei due autori.

Ciao ragazzi, “Songs for the Young” all’ascolto mi è parso il concertato di quanto di meglio sia uscito tra i 90 e gli anni zero, suonato però come il meglio uscito negli anni 20. Ti piace come descrizione oppure facciamo finta che non l’abbia mai detta?
Morgan: Ci sta in pieno, grazie per la gentilezza! Noi suoniamo un mix strano di tutto quello che ci piace e il risultato è musica alternativa/grunge anni ‘90 filtrata attraverso quanto abbiamo imparato dai nostri progetti precedenti, che erano inseriti, appunto, negli anni 0.

Chi sono i “giovinastri” citati nel titolo del disco?
Morgan: Sono quei giovani che vedi sugli autobus e in metro, isolati dal mondo e perennemente con un dispositivo in mano. Sono quelli che credono che “Smells Like Teen Spirit” e “Come As You Are” siano due canzoni della stessa playlist. Allo stesso tempo quei giovani siamo noi, che con questa musica abbiamo vissuto la parte migliore della giovinezza. E’ un titolo a doppio senso insomma.

Inizialmente dovevate chiamarvi Droga, poi avete cambiato in Yellow Kings: come mai?
Zappeo: Il nome Droga era nato assieme a Franz Valente, durante una pausa in sala prove, stufi di pensare a un ipotetico nome per la band (cosa che tra il resto si sarebbe ripetuta più volte un paio d’anni dopo prima di convergere su YK). Credo che all’inizio fosse inteso come una semplice battuta ma è piaciuto subito a tutti e quindi almeno tra di noi ci siamo sempre chiamati così. In seguito al trasloco di Franz e dopo innumerevoli serate passate sul divano di casa Bellini ad ascoltare dischi, mentre lui scriveva quello che sarebbe diventato l’album di Angela Martyr, abbiamo deciso di tornare in sala prove come duo e con un nuovo nome.

Colori e re nel rock fanno pensare subito al più celebre Re Cremisi, fan dei King Crimson?
Zappeo: Premetto che la mia conoscenza dei King Crimson si limita al pezzo “Starless”, che ho pure “scoperto” da poco tempo e che mi ha tolto un pregiudizio assolutamente arbitrario che avevo nei confronti di quella band (devo ancora recuperare, ma tanto ho scheletri ben peggiori nell’armadio), quindi loro non c’entrano nulla. Come dicevo prima, a causa sia della nostra pigrizia sia del fatto che ogni cazzo di nome che ci venisse in mente fosse già stato usato da qualcuno, ci abbiamo messo quasi un anno per decidere il nome della band. In quei giorni avevo recuperato il libro di Chambers, The king in yellow e quella stessa sera è stata stappata la bottiglia per sancire il nome definitivo.

Foto di Matteo Antonante

Ormai abbiamo tirato fuori i nomi celebri del rock, per questo ne cito un altro: i Vanessa Van Basten. Il fatto che tu, Morgan, abbia suonato in una delle band rock più importanti italiane degli ultimi anni è un vantaggio o uno svantaggio? Tradotto: più porte aperte o più responsabilità?Morgan: Stai esagerando! I Vanessa sono stati importanti in una nicchia sonora che è durata per qualche anno, non credo che verremo ricordati per molto. Ai tempi, sto parlando della metà degli anni 0, nelle sale prova di Genova aleggiava uno spirito particolare e noi lo abbiamo colto per primi ma il mio approccio non è poi molto diverso adesso. Ricerca. Ho sviscerato in lungo e in largo la musica strumentale, la pesantezza, la ripetitività e ormai, da qualche tempo, voglio solo dare alla mia musica una componente cantata e fattibile dal vivo senza smuovere montagne o essere in 10 sul palco. Sono in costante evoluzione e mi reputo un artista sincero, duro e puro. La mia musica attuale potrà non piacere a tanti ma nessuno potrà mai dire che è stata fatta senza urgenza espressiva o magari copiando di qua e di là in qualche revival modaiolo. Le porte sono sempre aperte.

Ma il fatto che inevitabilmente tutti associno, io compreso, questo nuovo progetto alla tua precedente band un po’ ti infastidisce? Magari vorresti che l’attenzione rimanesse viva sugli Yellow Kings.
Morgan: No, in realtà no, dico sul serio, non cerco attenzioni e non pretendo approvazione dai miei vecchi fan. Vorrei solo che tutti i potenziali estimatori dei Kings possano essere raggiunti dalla mia musica. A ogni modo è naturale che, nonostante un cambio stilistico abbastanza evidente, ci siano ancora molti momenti sonori e dettagli che mi porto dietro dai Vanessa, per questo motivo invito comunque chi conosce la mia vecchia band a dare una chance a questo progetto, in fondo il mio modo di suonare la chitarra è quasi invariato, così come lo sono anche molte soluzioni compositive.

Per non correre rischi non citerò più quel nome e torno al presente, attualmente siete un duo con drum machine, questa situazione è temporanea o permanente? Suonerete dal vivo e, se sì, avrete un batterista in carne ed ossa?
Zappeo: Prima che cominciassimo a scrivere “Songs For The Young” abbiamo fatto una manciata di date live con il materiale del demo che abbiamo prodotto alla fine del 2017, l’abbiamo fatto con lo stesso setup che usiamo in sala prove e che è presente nel disco, e a questo punto non vedo motivi specifici per cambiare sound. Gli YK che ascolti in sala prove, su disco o dal vivo sono sempre quelli. Detto questo, l’unica “regola” che ci siamo dati è il non imporci nulla, non abbiamo mai fatto piani neanche per quanto riguarda il genere che suoniamo, quindi è del tutto possibile che un giorno Morgan lanci il portatile dalla finestra dopo l’ennesimo crash e che dal giorno dopo ci ritroviamo in saletta con due batteristi, quattro coriste e un theremin.

Chi è Billy Morgan?
Morgan: Mi hai sgamato! Sei forse il primo che si è accorto di questo dettaglio. Il titolo è nato per divertimento: all’inizio del brano c’è una parte che ricorda molto i vecchi Smashing Pumpkins, periodo “Gish”, per intenderci, e allora abbiamo combinato il suo nome ed il mio in modo irriverente ma anche autoironico…

Mentre “Jugoslavia” di che parla?
Morgan: In realtà, come spesso accade, i miei testi partono da una base puramente fonetica e seguono una specie di flusso di coscienza narcotico. Il minimo comune denominatore mentre scrivevo “Jugoslavia” è stato quella sensazione speciale che noi triestini viviamo oltrepassando questo confine così vicino, che poi è tuttora un portale dimensionale. Negli anni ‘80 sembrava di andare in Russia. Adesso è molto differente da allora… ma il portale rimane un’esperienza forte.

Il disco è autoprodotto, credo che non avreste avuto difficoltà a trovare un’etichetta, quindi immagino che sia una scelta ben precisa la vostra. Mi sbaglio?
Zappeo: Sì e no! Ci abbiamo anche provato, soprattutto dopo aver pubblicato il primo demo, a formare una piccola cordata di etichette per produrre il nostro materiale, senza però ricevere risposte. Quando è toccato a “Songs for the Young”, ci siamo presi tutto il tempo che volevamo per sistemarlo, con l’idea poi di farlo masterizzare da qualcuno e ripartire con la ricerca di label interessate. A fine 2019 però Morgan ha fatto “in casa” un master di prova che ci è piaciuto subito tantissimo, e a quel punto abbiamo deciso di prenderla con ancora più calma. Morgan si è messo al lavoro per fare un master definitivo e tutto il casino con il lockdown ha portato alla decisione di rilasciarlo subito in digitale e posticipare l’edizione in vinile, che a questo punto arriverà al prossimo ciclo di voglia-di-sbattersi che avremo entrambi! A nostra discolpa posso dire che il nostro approccio “rilassato”, che applichiamo più o meno ad ogni cosa relativa agli YK, ha il vantaggio di allontanare completamente il concetto di lavoro da quello che facciamo. L’urgenza è quella di suonare, di fare musica che ci piace, non di diventare rockstar, ovviamente non è che puoi stare seduto ad aspettare che le cose accadano da sole ma allo stesso tempo l’andare in sala prove (e starci dentro a volte per giornate intere) è sempre percepito come un regalo che ci facciamo, e a mia personalissima opinione questo porta anche a scrivere musica migliore…