Crescent – Slaves to the power of death

ENGLISH VERSION BELOW: PLEASE, SCROLL DOWN!

Se state cercando qualcosa di esotico ed estremo, forse i Crescent sono la band che fa per voi. I Crescent sono la prima band death metal egiziana con testi ispirati alla storia egizia e strumenti tradizionali. Il loro nuovo grande album, “Carving the Fires of Akhet”, è uscito da poco per la Listenable Records.

Benvenuto Youssef! Il vostro album precedente ha dato alla vostra band visibilità internazionale, quanto è stato difficile per voi registrare un grande successore per “The Order of Amenti“?
Niente di particolarmente difficile, semplicemente abbiamo iniziato a registrare quando il mondo è stato colpito dalla pandemia e questo non ci ha solamente ritardato, ma ci ha anche ostacolato durante gli spostamenti soprattutto verso lo studio, soprattutto per andare a registrare le parti vocali.

“Carving the Fires of Akhet” è un concept album?
Sì e no. C’è un concept generale che gira attorno alla figura della divinità (Akhet) e lega con un filo i molteplici aspetti che vengono trattati nell’album. Vi consiglio di leggere e assimilare i testi, non vogliamo rovinare l’esperienza a coloro che ci tengono abbastanza da farlo.

Invece, dell’artwork realizzato da KhaosDiktator che mi dici?
Si basa su una reliquia che ha più di 5000 anni ed è la Narmer Palette. Abbiamo deciso di dargli vita, prendendoci delle libertà, ben consci della sua importanza, per adattarla alla contenuta nei tesi.

La pausa tra le vostre ultime due uscite ha segnato la separazione con il vostro storico bassista Moanis Salem e del co-fondatore Amr Mokhtar per motivi personali. Come hanno influito queste due defezioni sul vostro sound?
Non è andata proprio così, Amr ha inciso le linee i batteria prima di lasciare la band e Julian ha giusto impreziosito il tutto aggiungendo le sue idee e il suo tocco. Il nostro compositore principale, Ismaeel, è ancora nella band, quindi nessun cambiamento sostanziale.

Potresti presentare i nuovi membri Stefan Dietz (basso) e Julian Dietrich (batteria)?
Stefan è un nostro buon amico, con il quale condividiamo più o meno gli stessi gusti musicali. Ha 25 anni di esperienza come musicista ed è il chitarrista di Nocte Obducta, Slidhr e Horresque. Inoltre, è stato un live sessionist per Melechesh e attualmente Schammasch. Julian è il nostro membro più giovane e diciamo solo che è un batterista prodigio e il suo lavoro sull’album certifica le sue abilità.


Come si sono ambientati questi due musicisti tedeschi in una band con radici e influenze egiziane?
In fin dei conti, si tratta di una band blackened death metal, quindi abbiamo parlato principalmente la stessa lingua.

Cosa ne pensi delle band non egiziane con un suono influenzato dall’Egitto come i Nile?
Ammetto che non ci pensiamo molto. Ognuno può fare quello che vuole. Per quanto ci riguarda, rispettiamo queste band e i loro successi, ma se dobbiamo fare riferimento a qualcosa di ispirazione egiziana, allora sono gli Iron Maiden di “Powerslave”.

Qual è lo stato di salute della scena metal egiziana oggi, soprattutto dopo la pandemia?
Ce la siamo vista brutta per un po’; sono passati anni senza un vero concerto metal. La scena non sta crescendo, se si esclude il semplice ottenere nuovi follower più giovani ogni giorno. Non possiamo davvero definirla una scena in primo luogo a causa della mancanza di così tanti aspetti che praticamente non esistono nemmeno, ad esempio non c’è quasi nessuna copertura mediatica, nessuna etichetta discografica o riviste. I giovani metallari supportaano a malapena le band locali.

Ci consiglieresti delle band egiziane che ti piacciono davvero?
Osiride e Ahl Sina.

If you are looking for something exotic and extreme, maybe Crescent is the band for you. Crescent is Egypt first death metal band with authentic Egyptian historical lyrical theme and instruments. Their new great album, “Carving the Fires of Akhet”, is out now for Listenable Records.

Welcome Youssef! Your previous album gave to your band international visibility, how difficult was for you to record a great successor to “The Order of Amenti“?
Nothing particularly difficult, simply that we started recording when the world was hit by the pandemic and it didn’t simply delay us, only hindered us at some times with our movement especially to go to the studio to record the vocal parts.

Is “Carving the Fires of Akhet” a concept album?
Yes and no. There’s an overarching concept that deals with the prevailing divinity (Akhet) given the thread of multiple aspects that are dealt with in the album. Reading and digesting the lyrics is recommended, we do not want to spoil that for those who care enough to do it.

What’s about the artwork was done by KhaosDiktator?
It is based on a relic that is over 5000 years old and that is the Narmer Palette. We decided to bring it to life, while taking some liberties, knowing its importance to us, history and how it serves the lyrical themes.

The pause between your last two releases marked the departure of longtime bassist Moanis Salem and co-founder Amr Mokhtar due to personal reasons. How did change your music these two splits?
It didn’t, Amr actually composed the drums before he left the band and Julian implemented his ideas while adding his touch. Our main composer, Ismaeel, is still in the band so no change here.

Could you introduce your new members Stefan Dietz (bass guitar) andJulian Dietrich (drums)?
Stefan is a good friend of ours, with whom we share pretty much the same taste in music. He has 25 years of experience as a musician and is the guitarist of Nocte Obducta, Slidhr and Horresque. Additionally, he was a live sessionist for Melechesh and currently Schammasch. Julian is our youngest member and let’s just say he’s a drumming prodigy and his work on the album attests to his skills.

How did these two German musicians settle into a band with Egyptian roots and influences?
At the end of the day it is a Blackened Death Metal band, so we spoke mainly the same language.

What do you think about no-Egyptian bands with an Egyptian influenced sound like Nile?
We have to say that we do not think much about them. Everyone can do whatever they want. As far as we are concerned, we respect these bands and their achievements but if we have to refer to something Egypt-inspired then it’s Iron Maiden’s “Powerslave”.

What is the state of health of the Egyptian metal scene today, especially after the pandemic?
It has been quite bad for a while; it has been years now without a real metal show. The scene is hardly growing beyond simply getting new younger followers every day. We can’t really call it a scene in the first place due to the lack of so many aspects that basically don’t even exist, for example there is barely any media coverage, no record labels or magazines. Young Metalheads who would also barely support local bands.

Would you recommend some Egyptian bands you really enjoy?
Osiris and Ahl Sina.

Geometry of Chaos – Soldati del Nuovo Ordine Mondiale

Nati dalle ceneri degli Alchemy Room, per volontà di Fabio Lamanna, i Geometry of Chaos sono arrivati all’esordio con “Soldiers of the New World Order” (NeeCee Agency), un complesso concept album di progressive metal.

Ciao Fabio (La Manna – chitarrista, bassista e compositore), inizierei facendo un passo indietro: come mai è finita l’avventura targata Alchemy Room, band in cui militavate tu e Davide Cardella?
Dopo l’EP successivo al primo disco come Alchemy Room, la band vide il bassista e la cantante lasciare il gruppo per motivi legati al genere musicale da seguire… ( grande paradosso dato che io ero sempre stato l’unico compositore)… A quel punto, provai a riformare la band con Andy, il batterista, passare alla voce, e Davide, che conobbi in quel periodo, alla batteria. Effettivamente, la band si rivelò completamente snaturata in quel modo, e  successivamente io e Andy decidemmo di sciogliere gli Alchemy Room. Decisi di seguire il mio progetto solista più incentrato sulla chitarra, sempre con lui alla batteria; nel contempo, formare un nuovo progetto con Davide con un’impostazione più metal e sperimentale.

Cosa vi portate dietro di quella esperienza e cosa, invece, avete tagliato definitivamente del vostro passato?
Fondamentalmente ci portiamo dietro l’esperienza di tanti live, le tante persone conosciute, i molti luoghi visitati, le tantissime ore di sudore e lavoro in sala prove, di studio sullo strumento, e anche tanto divertimento ovviamente! Chiaramente io e Davide siamo qualcosa di diverso ormai da quella band: siamo maturati, cresciuti, come musicisti e persone.

Il promo in mio possesso non riporta la line-up, fa giusto un riferimento alle varie voci ospiti nel vostro esordio “Soldiers of the New World Order”: come dobbiamo considerare i Geometry of Chaos, una vera band oppure un progetto esclusivamente di voi due nel quale si alternano vari ospiti?
È molto strano che non abbiate riportata la line-up. Il progetto ruota intorno alla mia figura. Io compongo, scrivo la musica e scrivo i testi e mi occupo di chitarre, tastiere e basso. Davide si occupa della batteria e ha collaborato compositivamente con alcuni riff. Gli altri collaboratori sono Marcello Vieira, Elena Lippe e Ethan Cronin. Sono da considerare ospiti molto coinvolti dalle loro parti, ma comunque rimangono dei guest vocalist all’interno  dell’album, non membri effettivi della band.

Parliamo di questi ospiti, alla voce troviamo Marcello Vieira, Ethan Cronin e Elena Lippe: come siete entrati in contatto con loro?
Marcello l’ho conosciuto tramite YouTube, in un filmato che mi è capitato di vedere, (una cover band dei Dream Theater). Allo stesso modo, Ethan l’ho contattato dopo averlo ascoltato su YouTube in una cover di una canzone dei Linkin Park. Ho visto questi  video delle loro performance in modo casuale, in mezzo alle tante cose che si vedono su internet, e ho provato a contattarli.  E’ stato tutto, in realtà, veloce e facile con loro, perché sono delle grandi persone. Sono rimasti subito entusiasti della mia proposta e del mio progetto. Mentre Elena, amica storica torinese che suona nei Feronia, si è rivelata subito contenta di partecipare e collaborare per una traccia, che successivamente abbiamo registrato a Torino insieme negli studi della Rocklab. Marcello si trova in Portogallo, Ethan è inglese. Le cose sono state gestite, come si dice, “a distanza”… è stato un po’ più complicato dell’avere il musicista sempre accanto durante la produzione, ma in realtà tutto ha funzionato perfettamente. La collaborazione è stata molto proficua.

Il disco è un concept, tra un po’ ne approfondiremo i contenuti, per il momento vorrei sapere:  le canzoni sono state cucite sulle voci ospiti oppure sono stati gli ospiti a dover adeguarsi ai brani già scritti?
Le canzoni, comprese anche delle parti vocali, oltre a quelle strumentali, erano già complete prima della decisione sulle voci. Quando ho descritto ai vocalist ospiti i pezzi, era già tutto studiato, perfezionato  ed editato precedentemente, sulla base della mia voce registrata.

Il concept di cosa parla e chi lo ha scritto?
Il concept è opera mia. L’idea iniziale è partita dall’analisi della situazione attuale del mondo e della società tutta. L’elaborazione di questa analisi è una visione distopica di un futuro non precisato, in cui la situazione attuale si estremizza, il mondo è davvero controllato da una élite ristretta di persone… Una stretta cerchia di governanti che determina ogni parte, ogni aspetto della vita del singolo individuo, fino a privarlo delle libertà principali individuali… rendendo i cittadini quasi alla stregua di soldati,  di robot, di macchine… L’ unico scopo esistenziale di queste persone sembra essere quello di svolgere un lavoro, una missione, un compito per conto dei potenti, dei loro capi. Il concept si è sviluppato nell’arco di un lungo periodo. Ho deciso di dare a ogni canzone una diversa storia, con un differente personaggio con compiti e missioni specifiche. Nel disco si affrontano alcuni temi dell’esistenza, come appunto il lavoro, il tempo, la religione, la fede, i disturbi mentali. La tecnologia, la scienza e l’intelligenza artificiale si fondono in tutti questi aspetti della vita. Verso la fine dell’album, nel pezzo “Premonition”, un personaggio del concept, dotato di poteri (nel futuro distopico più persone hanno sviluppato capacità mentali fuori dal comune, con il  progredire anche della tecnologia e come parte naturale dell’evoluzione), visualizza un futuro ulteriore oltre la linea temporale del concept. Un futuro in cui avverrà una guerra totale fra le varie persone, i militari, i governanti e i robot. Essi saranno tutti parte in causa di una rivolta che porterà sicuramente dei cambiamenti radicali. Questa rivoluzione farà cadere, non si sa  per quanto, il potere del Nuovo Ordine Mondiale.

Come descriveresti, invece, la musica su cui si regge la trama?
Siamo fondamentalmente un duo che suona progressive e metal, ma all’interno di un concept e di diverse storie, atmosfere mutevoli, situazioni, si è sviluppato un percorso quasi cinematografico che segue il flusso degli event descritti. Nello sviluppo delle varie storie, quindi, si delinea una sorta di colonna sonora. Il nostro sound è concepito come un insieme di vari generi e di varie influenze che hanno contraddistinto sicuramente il mio gusto musicale, ma anche quello di Davide, nel corso degli anni. Dall’ hard rock, il vecchio progressive, al metal nei vari suoi sottogeneri, alla musica cinematografica. Il tema è molto drammatico. È stato naturale, nei punti salienti, dare un’atmosfera più cupa, più profonda e claustrofobica, poiché queste atmosfere e tematiche sono parte integrante del mio gusto e del mio “sentire”.

Sarò sincero, quando ho ricevuto il promo, non conoscevo il gruppo, così, guardando la copertina ho pensato a una band estrema, qualcosa tipo i Melechesh. Ovviamente, dopo pochi secondi di ascolto, ho capito di aver preso un abbaglio. Ma come si inserisce la copertina all’interno del concept?
Nella copertina viene ritratto un soldato, i suoi tratti non sono chiaramente distinti, perché volevo rendere questo aspetto della intelligenza artificiale, del soldato e dell’uomo civile, fusi insieme. All’interno del concept, queste figure sono quasi indistinte, sono esclusivamente esecutrici di compiti. Quello che vedi, appunto, è la figura di un personaggio che compie una missione per conto del Nuovo Ordine Mondiale.

Avete intenzione di proporre il disco dal vivo appena sarà possibile?
La natura complessa del disco, la presenza di diversi vocalist, l’auspicabile utilizzo di video e effetti luce, sono elementi che contribuiscono a rendere complicata l’esecuzione dal vivo in questo momento… È molto più probabile, che l’attività live di questa band, per quanto mi riguarda, verrà intrapresa solo nel momento in cui realizzeremo il secondo disco. Dovranno esserci tutte le condizioni ideali, perché valga la pena intraprendere un discorso live ben organizzato. La situazione nei locali, le location in cui esibirsi, la formazione ideale da portare dal vivo in primis, sono punti essenziali. Non voglio lasciare nulla al caso!

Vexovoid – Deep space sounds

Nel 2017 “Call of the Starforger” dei Vexovoid fu una delle uscite più belle della scena italiana. Da tempo ormai il disco è del tutto esaurito, fortunatamente la Black Tears Label ha deciso ristamparlo, aggiungendo anche l’EP del 2014 “Heralds of the Stars”.

Ciao Mattia (batterista della band), direi di iniziare dalla stretta attualità: a chi è venuta l’idea di ristampare “Call of the Starforger”, il vostro primo full-length del 2017?
Ciao a tutti. Beh, “Call of the Starforger” era andato esaurito già da un bel po’ di tempo e dato che in seguito la ETN Records, l’etichetta che lo aveva pubblicato nel 2017, ha chiuso i battenti, non è più stato ristampato. La domanda c’è sempre stata, perché fan da più o meno tutto il mondo ci chiedevano nuove copie del disco, ma per ristamparlo aspettavamo il momento in cui ci saremmo mossi alla ricerca di una nuova etichetta, magari in vista del prossimo album. Poi il tempo è passato, il covid ha bloccato tutto rallentando ulteriormente i lavori e noi eravamo ancora lì senza un disco. Abbiamo tamponato un pochino con la pubblicazione dell’album in formato tape per la Reborn Through Tapes Records, anche quelle andate esaurite in poco tempo, finché quest’inverno non ci ha contattati Daniele di Black Tears Label che si è detto interessato a prendersi carico del disco e ripubblicarlo, quindi noi abbiamo colto volentieri la palla al balzo, così da dare una seconda vita a “Call of the Starforger”, ma soprattutto per accontentare tutti quei fan che continuavano a chiederci quando avremmo ristampato l’album.

Questa versione, al di là della presenza del vostro EP “Heralds of the Stars”, quali sostanziali differenze presenta?
Non ci sono grosse differenze, è lo stesso album del 2017, oltre al formato che sarà in digipack due ante, abbiamo solamente aggiunto quattro bonus track che erano le tracce che componevano “Heralds of the Stars”, l’EP del 2014 che il nostro chitarrista Leonardo ha remixato e rimasterizzato per l’occasione nel suo studio di registrazione.

Come è stata accolta dai più la notizia di questa ristampa? Avete notato un maggiore fermento, segno di un più grande interesse di pubblico e addetti ai lavori, rispetto a quando venne pubblicata la prima versione?
Ovviamente, quando l’album era uscito la prima volta c’era molta attenzione verso di noi, venivamo da un periodo di abbondante attività live, in un contesto in cui la scena thrash viveva ancora di ottima salute e in cui noi eravamo considerati la promettente novità, quindi è ovvio che l’hype che si era creato attorno all’uscita di “Call of the Starforger” nel 2017 era molto più alto. A distanza di quattro anni però, in cui l’album ha girato, è stato assimilato ed è andato esaurito, è diventato un po’ un piccolo cult nel genere, merito anche di riviste/webzine, sia italiane che estere, che lo hanno più volte citato fra le migliori uscite di quell’anno accanto a nomi di grande rilievo. Quindi la richiesta non è mai mancata e con questa ristampa si è rimesso in moto e sta nuovamente facendo parlare di se.

Soffermiamoci ora proprio su “Heralds of the Stars”, come mai avete deciso di inserirlo come bonus track e non ristamparlo singolarmente?
Bella domanda, in effetti avremmo potuto anche stamparlo singolarmente, sarebbe stato bello riaverlo sul banco del merch, ma non eravamo sicuri dell’interesse che ci fosse a riguardo. Quando è uscito “Heralds of the Stars”, nell’ormai lontano 2014, era poco più di una demo home-made per noi, da distribuire ai concerti per pochi spiccioli o per una birra offerta, ma in realtà ha riscosso un notevole interesse della gente, girando per molto nella scena su cd masterizzati e scarabocchiati, quasi fossimo tornati ai tempi del contrabbando di demotape piratati di band sconosciute haha. Quindi in realtà non abbiamo mai pensato ad una ristampa “ufficiale” di “Heralds of the Stars”, ma allo stesso tempo ci è sempre dispiaciuto abbandonarlo all’oblio del tempo. Quindi abbiamo deciso di inserirlo in questa versione di “CotS”, così da dare anche un qualcosa in più a chi acquisterà questa ristampa: vuoi il collezionista che aveva già la vecchia edizione, ma non aveva l’EP; vuoi il nostalgico che vuole riascoltarsi “The Great Slumberer” dopo anni con una resa audio migliore; o semplicemente quello che finora non è riuscito ad acquistare il disco, causa penuria di scorte, ma che ha continuato comunque ad aspettarci.

Ascoltando di seguito i brani delle due opere, quale sono le differenze che avvertite tra i vostri pezzi più recenti e quelli più datati?
L’EP essendo uscito nel 2014 è sempre stato un po’ acerbo, come è normale che sia nelle prime fasi di una band, ma non per questo è un’uscita di minor rilievo, fa comunque parte del nostro percorso di crescita quindi per noi è importante quanto gli ultimi lavori. Su “CotS” abbiamo sperimentato un po’ con sonorità più complesse, pur mantenendo la vena che c’era già anche in “HotS”.

Quando vi si descrive, i nomi che vengono fuori sono Voivod e Vektor. Dopo tutti questi anni il paragone vi lusinga ancora o vi inizia a pesare perché preferireste che venisse riconosciuta la vostra identità artistica?
E’ sempre un onore incredibile essere accomunati alle nostre band preferite, quelle che maggiormente ci hanno dato l’ispirazione fondamentale per iniziare questo progetto. Quindi siamo sempre lusingati da tali paragoni, anche se non nascondiamo che vorremmo trovare la nostra dimensione artistica pur mantenendo salda questa ispirazione primordiale. Stiamo infatti lavorando per trovare un sound più nostro ma che affondi sempre le radici in quello che ci ha fatto nascere come band.

Da questo punto di vista, avete già dei nuovi brani e in che direzione vi state muovendo?
Siamo già avanti con la stesura di un nuovo disco e la maggior parte dei pezzi è stata scritta. Ci stiamo comunque prendendo il tempo necessario per non lasciare nessun dettaglio al caso e curare tutto al massimo del nostro potenziale, sia per quanto riguarda la musica quanto per amalgamare al meglio tutte le nostre influenze, che sono sempre state diverse da un membro ad un altro. Ma in fondo è questa amalgama che poi tira fuori il mix giusto per creare qualcosa di unico. Purtroppo c’è da dire anche che le tempistiche si sono ulteriormente allungate anche a causa delle limitazioni imposte dall’emergenza covid e dal fatto che ognuno di noi abita molto distante dall’altro, anche in regioni diverse

Qual è la componente del vostro sound che, al di là della vostra evoluzione, vorreste mantenere intatta nel tempo?
Sicuramente quella vena alla Vektor/Voivod. E’ stata la scintilla che ha acceso il fuoco, quindi ci sentiamo di mantenerla sempre presente nella nostra formula. Nonostante l’evoluzione che abbiamo avuto negli anni dopo “CotS”, manterremo sicuramente questo elemento intatto il più possibile anche se mescolato a stili diversi, in modo da renderlo sempre fresco e personale.

A seguito della pubblicazione della ristampa andrete in tour – condizioni sanitarie permettendo – o preferite rimandare a quando avrete fuori del materiale nuovo?
Sicuramente se la situazione covid lo permetterà faremo delle date per supportare la ristampa di “CotS”, ma comunque vogliamo concentrarci molto per finire il nuovo album, che, come dicevamo, a causa della distanza tra i membri della band e le varie limitazioni è rimasto in stand-by per diverso tempo. Ma appena il nuovo disco vedrà la luce, ci butteremo a capofitto sul fronte live.

Neker – Louder, slower and Neker

A Neker piace il rumore. A Neker piace la lentezza. A noi piace Neker. A noi piace il suo nuovo album, il secondo, “Slower” (Time to Kill Records).

Ciao Neker, partiamo subito con le domande più intelligenti: è nato prima il tuo amore per i baffi o quello per gli ampli rumorosi?
Direi, decisamente, che è nato prima l’amore per gli ampli rumorosi.

“Slower” è il secondo capitolo a nome Neker, quando hai rilasciato il primo disco avevi intenzione di dare continuità al progetto oppure per te, in quel momento storico, si trattava di una pubblicazione estemporanea?
Ho sempre pensato di continuare, anzi il progetto è nato proprio per continuare. Venendo dalle esperienze con le band nelle quali c’era sempre discontinuità e si finiva inesorabilmente per smettere di suonare ho deciso di andare avanti da solo.

“Slower”, ma più lento di cosa o di chi?
Di niente in particolare. Lento come una colata lavica!

I tuoi brani nascono sempre da riff di basso oppure ti capita anche di comporre partendo dalla chitarra?
In realtà compongo quasi sempre con la chitarra! La chitarra mi da subito l’idea dell’impronta e del colore che può lasciare un riff.

I Neker, inevitabilmente, vengono ricondotti alla tua figura, ma si ci troviamo innanzi a una vera e propria band: mi presenteresti i tuoi due compagni?
Beh credo che vengano condotti alla mia figura perché “i Neker” semplicemente non esistono, Neker sono io. Ma sicuramente ho i miei musicisti di fiducia: come per Jhon Zorn c’è Marc Ribot per me alla chitarra c’è Alessandro Eusebi e come per Ozzy c’era Mike Bordin per me alla batteria c’è Daniele Alessi!

Dopo l’uscita di “Louder” nel 2017, avevate intrapreso un ottimo cammino live che vi aveva portato persino in Canada. Sul più bello sono arrivati i blocchi sanitari e avete dovuto interrompere il vostro percorso. In termini pratici, quanto credi che questa situazione abbia compromesso la crescita della tua band?
Non credo che abbia compromesso la mia crescita o quella della mia band credo solo, in termini pratici, che abbia “rotto i coglioni”.

Questa situazione frustrante ha in qualche modo inciso sui pezzi contenuti in “Slower”?
No, il disco era già stato registrato prima della pandemia.

Nelle note promozionali appare una tua dichiarazione “Non ho grandi messaggi da dare posso solo esprimere ciò che provo o raccontare storie. Credo che la gente sia satura di messaggi e abbia solo bisogno di buona musica in cui perdersi.” Credi di avercela fatta a creare con “Slower” buona musica in cui perdersi?
Lo spero, ma questo forse dovreste chiederlo a chi l’ha ascoltato! Personalmente, “Slower” è un lavoro che mi fa impazzire e in cui mi ci perdo volentieri come non mi era mai successo prima con qualcosa di mio!

In chiusura ti chiedo se hai già individuato l’aggettivo che darà il nome al prossimo disco…
Non sei il primo a farmi questa domanda! Al momento ti direi che sono ancora indeciso su vari nomi, non per forza aggettivi!

Killing – The Danish killing machine

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I Killing nascono nello Jutland orientale, in Danimarca, alla fine del 2013, con l’unico scopo di scrivere thrash metal senza compromessi sulla scia di band come Slayer, Exodus, Kreator e Metallica. Il loro album di debutto “Face The Madness” verrà pubblicato dalla Mighty Music il 13 agosto 2021.

Benvenuto Rasmus (Soelberg – voce, basso), dopo un Ep e due singoli, il tuo vostro debutto è finalmente fuori! Potresti presentare “Face the Madness” ai nostri lettori?
Ciao e grazie mille per averci contattato! Bene, “Face The Madness” è sicuramente il nostro lavoro più importante e curato, abbiamo innalzato l’asticella delle nostre ambizioni per mostrare al mondo cosa è in grado di creare il nostro piccolo gruppo. È senza dubbio il nostro più grande lavoro! Volevamo mostrare al mondo parte di quella follia che portiamo nei nostri spettacoli dal vivo, la follia delle nostre menti e anche la follia di tutto il mondo e trasmetterla alle nostre nove tracce.

La vostra etichetta, Mighty Music, descrive il vostro album con queste parole ‘Probabilmente il miglior disco thrash metal danese dai tempi di “Excursion Demise” degli Invocator e “By Inheritance” degli Artillery’: sei d’accordo?
Bene, prima di tutto siamo estremamente orgogliosi di essere stati accostati ai nostri eroi! E le reazioni e le recensioni che abbiamo avuto di “Face The Madness” finora, sono davvero folli (in senso buono), quindi essere messi sullo stesso livello di Invocator e Artillery è fantastico. Puntiamo sempre ad essere megliori e più energici di prima, e il poter risultare anche solo in parte bravi come Invocator e Artillery significa aver fatto qualcosa di buono.

La vostra musica è ispirata alle band thrash metal statunitensi, ma c’è un tocco di thrash tradizionale danese nelle vostre canzoni?
Ci ispiriamo principalmente alla scena americana e tedesca, ma a volte portiamo un riff in “stile thrash danese” qua e là. Anche se non siamo melodici come Lipid o Artillery, ci piace molto il suono danese e lo aggiungiamo dove si adatta e impreziosisce il nostro stile di thrash metal.

Che peso dai a ciò che i fan e i critici dicono delle vostre uscite?
Ci piace sempre ricevere feedback su ciò che facciamo! Sia positivi che negativi! Non abbiamo mai avuto dubbi sul nostro stile, suoniamo thrash metal vecchia scuola, e lo manterremo sempre così. Per noi è più importante essere orgogliosi di ciò che facciamo e sapere che risultiamo ogni volta migliorati rispetto a prima e che ci divertiamo anche mentre lo facciamo. Ma, nonostante questo, significa davvero molto per noi che ai nostri fan e ai critici piacciano le nostre cose e che si divertano mentre sono a uno spettacolo dei Killing.

L’album inizia con “Kill Everyone” e termina con “Killed in Action”. Questi due titoli, in una posizione strategica nella tracklist, sono un piccolo omaggio al vostro moniker Killing?
Ah ah! Onestamente, non ci avevo mai pensato! “Kill Everyone” è la canzone più vecchia di “Face The Madness” e ci piace usarla come apertura per i nostri spettacoli dal vivo, quindi è stato naturale usarla anche come opner per l’album. “Killed In Action” ha ottenuto la posizione finale solo a fine produzione e il titolo si adatta perfettamente al contenuto della canzone e il modo in cui il pezzo si evolve lo rende davvero un gran finale!

“Straight Out of Kattegat” è un omaggio ai vostri avi?
“Straight out of Kattegat” è sia un tributo ai nostri avi che alla nostra casa a Kattegat! Ma soprattutto è un tributo a un grande mostro marino e alla nostra leggendaria t-shirt “Straight out of Kattegat”! Conosci la sua storia? Vieni a un nostro spettacolo e ti racconteremo la leggenda.

Invece che mi dici di “1942”?
“1942” è un tributo alle armate della resistenza danese durante la seconda guerra mondiale, è anche un tributo a tutte le famiglie e agli amici caduti durante il combattimento.

Avete testato, prima del lockdown, le vostre nuove canzoni canzone sul palco?
Abbiamo suonato e testato circa la metà delle canzoni dal vivo prima di entrare nei Dead Rat Studio con Jacob Bredahl, abbiamo un paio di canzoni che non sono ancora state suonate innanzi a un pubblico dal vivo e non vediamo l’ora di riprodurre l’intero disco davanti ai nostri folli follower!

Qual è la situazione attuale per quanto riguarda i concerti in Danimarca? Ti aspetti una rapida ripresa dell’attività live?
Spettacoli dal vivo? Che cosa sono? Stavo scherzando! Di recente abbiamo suonato uno spettacolo dal vivo con una folla in piedi! Ed è stato semplicemente fantastico! Abbiamo davvero assorbito l’energia! Quindi incrociamo le dita affinché le cose continuino ad andare avanti nel modo giusto e che non ci si farmi più con gli spettacoli dal vivo!

Killing comes from east Jutland, Denmark in late 2013, with the sole purpose of writing uncompromising thrash metal in the vein of bands like Slayer, Exodus, Kreator, and Metallica. Their debut album “Face The Madness” will be released by Mighty Music on 13th August 2021.

Welcome Rasmus (Soelberg – vocals, bass),  after one Ep and two singles, your debut is out! Could you introduce “Face the Madness” album to our readers?
Hi and thank you so much for having us! Well, Face The Madness is our most serious and dedicated work yet, we raised our ambitions and wanted to show the world what our little group could create. Its without doubt our greatest work (yet).  We wanted to show the world some of the madness we bring to our live shows, the madness from our minds and also the madness from around the world and put it down to our nine numbers.

Your label, Mighty Music, describes your album with these words ‘Probably the best Danish thrash metal record since “Excursion Demise” by Invocator and “By Inheritance” from Artillery’: are you agree?
Well, first of all we are extremely proud to be mentioned along with our own heroes! And the reactions and reviews we had on “Face The Madness” so far, are really insane (in a good way) so being put in the same box as Invocator and Artillery is amazing. We always aim to be better and more energic than before so I hope we can be just a tiny bit as good as Invocator and Artillery, then we truly know we made something out of our selves.

Your music is inspirited by US thrash metal bands, but is there a touch of traditional Danish thrash sound in your songs?
We are mostly inspired by the US and German scene, but we sometimes bring a “Danish thrash style” riff in here and there. Even though we are not as melodic as either Lipid or Artillery, we really like the Danish sound and add it where it fits and does something good for our style of thrash metal.

How do you measure the importance of what the fans and critics say about your releases?
We always love to get feedback on what we do! Both positive and negative! We have never had any doubt about our style, we play old school thrash metal, and we will always keep it that way. It’s more important to us that we are proud of what we do and that we are better that before and also have fun while we do it. But it really means a lot for us that our fans and critics like our stuff and have fun while being at a Killing show.

The album begins with “Kill Everyone” and ends with “Killed in Action”. Are these two titles, in a strategic position into the tracklist, a little tribute to your moniker Killing?
Ha ha! Honestly, I haven’t given it so much thought! “Kill Everyone” is the oldest song on “Face The Madness” and we love to use it as an opener to our live shows, so it felt natural to use it as an opener for the album as well. “Killed In Action” got its final title very late in the process and the title just really fits the content of the song and the way the song evolves really makes a great end song on the record.

“Straight Out of Kattegat” is a tribute to your ancients?
“Straight out of Kattegat” is both a tribute to our ancients and our home in Kattegat! But most of all its     a tribute to a great sea monster and our legendary ‘Straight out of Kattegat’ t-shirt! Do you know the story of that one? Come to our shows sometimes, then we will tell you the legend.            

What’s about “1942”?
“1942” is a tribute to the Danish resistance crew back in WW2, it’s also a tribute to all the families and friends who fell along the fight.

Did you check, before the lockdown, your new songs on stage?
We have played and tested about half the songs live before we went into the Dead Rat Studio with Jacob Bredahl, and we still have a couple of songs that haven’t been played in front of a live audience yet and we just can’t wait to play the full record in front of our crazy followers!

What is the current situation with regard to the gigs in Denmark? Do you expect a fast resumption of live activity?
Live shows? Whats that? Just kidding! We have actually just recently played a live show with a standing crowd outside! And it was JUST AWESOME! We really missed the energy! So our fingers are crossed that we keep on going the right way with live shows and wont shut down again, we surely hope so!

Il Vile – Il mambo degli orsi

Altra chiacchierata in collaborazione con Metal Underground Music Machine, questa volta protagonista Il Vile, stoner band (di montagna) autrice dell’ottimo EP “Orso”.

Ciao ragazzi, cosa rappresenta l’orso nel vostro immaginifico?
L’orso è un animale che incute rispetto, che può diventare pericoloso ma che è capace di gesti di una dolcezza che difficilmente ci si aspetterebbe  da un essere così imponente. E’ anche la vittima di un sistema che troppo sfrutta e poco protegge rendendolo, suo malgrado, un ingenuo carnefice.

Alla luce di questa definizione, come si sposa il titolo “Orso”  con la musica contenuta nell’EP?
L’orso è il nostro sound, è il muro roccioso di suoni ed il verso potente che risuona tra le montagne spaventando ogni orecchio che lo ascolta, ma al contempo è un essere con i suoi fantasmi e le sue fragilità e grandi occhi dai quali traspaiono emozioni che arrivano da lontano. E’ il legame tra un genere musicale e i luoghi delle nostre origini. Ovviamente non siamo cresciuti tra gli orsi,  ma abbiamo un forte legame con le montagne. E quale animale può dare l’idea di essere una montagna più di un orso adulto?

Definireste, dopo una quindicina d’anni di attività, e in virtù dei brani più recenti, il vostro sound stoner?
Credo si possa affermare che il nostro sia uno stoner di montagna, una sorta di vestito sonoro cucito su misura sulla pelle della band utilizzando quello che i luoghi da cui proveniamo ci hanno offerto e sfruttando al massimo le contaminazioni frutto della crescita personale di ogni componente. Il sound ha senz’altro dei rimandi al genere, ma l’italiano dei testi ed il nostro background musicale figlio degli anni 90 italiani non lo rende molto affine agli stereotipi ed alla parte integralista di questo filone musicale. E’ per noi motivo di vanto esserci ispirati ad una “categoria musicale” ma non essere mai troppo simili ai suoi esponenti di spicco. Inoltre, troviamo più gratificante fare musica mischiando tutto quello che troviamo all’interno del nostro bagaglio culturale senza dover troppo sottometterci a regole strette ed imposizioni.

Avete mai messo in dubbio la scelta di cantare in italiano per passare in modo definitivo all’inglese?
Assolutamente no. Siamo convinti che per scrivere canzoni in una lingua straniera occorre una profondissima conoscenza della stessa onde evitare di produrre dei testi in modo troppo basico o ancor peggio, troppo banale. A prescindere da questo, la maggior parte dei nostri testi, pur essendo per un pubblico italiano, non sono diretti e troppo descrittivi. Non per essere di difficile comprensione, ma per essere di pronta interpretazione. Questa cosa crediamo costruisca una sorta di ponte tra chi scrive e chi ascolta, una condizione vitale ed imprescindibile per la sopravvivenza della musica originale. Il messaggio c’è ma non è imposto. Se una persona legge in un testo una storia che non è quella che era appollaiata nella nostra testa al momento della stesura, meglio… Abbiamo una canzone che non è più solo di chi la propone ma anche di chi la ascolta e può ridarne indietro una sua versione che non può che fare crescere il nostro modo di scrivere.

Avete registrato “Orso” al termine del lockdown, i brani erano già pronti prima del blocco o avete sfruttato il periodo di “clausura” per scriverli?
In realtà, lo abbiamo registrato a cavallo del primo lockdown in quanto le batterie ed il basso sono state fatte appena prima della chiusura ed il resto dopo. I brani erano comunque finiti da un pezzo ed erano mesi che lavoravamo agli arrangiamenti con il nostro produttore Marco Kiri Chierichetti (ex bassista della band).

L’orso non è l’unico animale che troviamo nella tracklist, il disco contiene anche “Avvoltoio”. Cosa vi affascina del mondo animale così tanto da sfruttarlo come metafora per esprimere dei concetti nei vostri testi?
I nostri testi sono “intimisti”, esprimono sensazioni più che concetti. A volte servono delle metafore per cercare di spiegare una sensazione senza sminuirla o renderla stereotipata. Altre volte serve dare un corpo ed una forma ad un’emozione. Il mondo animale è un fantastico calderone di entità che sono perfette a questo scopo. Il nome dell’animale è il titolo ed allo stesso tempo l’essenza di quello che la canzone è. Così facendo si riesce a dare un senso non solo alle parole ma anche alle atmosfere che le musiche dovrebbero suscitare: gli animali sono da sempre utilizzati come figure mistiche proprio per la consapevolezza che l’uomo ha di loro e delle loro figure.

Curioso il titolo “La Foresta degli Illucidi”, di che parla la canzone?
La foresta degli illucidi è un viaggio in acido che ti porta a vivere in una realtà parallela dove i carri armati sono rosa e volano nel cielo ed i colori sono vividi, quasi fluorescenti. E’ la scia arcobaleno lasciata dalla fuga dal proprio malessere. Si tratta dell’illucida idea di poter risorgere a nuova vita tramite l’utilizzo di sostanze e della stupida convinzione che questo nuovo inizio non si porti con se il dolore che abbiamo appiccicato dentro.

Siete riusciti a proporre dal vivo i nuovi brani?
Sì, alcuni, essendo già pronti, li abbiamo suonati live prima del grande blocco. Comunque abbiamo ripreso da poco le attività live e tutti i brani di “Orso” sono in scaletta.

In chiusura, mi vorrei togliere una curiosità: il vostro nome, dato l’amore per il rock anni 90 che provate, prende ispirazione dall’album dei Marlene Kuntz?
Innegabile l’amore per il periodo storico e per la produzione artistica di questa band che era tanto italiana ma talmente distante dalla musica italiana che passavano le radio da metterti in confusione. Comunque, stavamo cercando un nome per il gruppo che fosse singolare e desse l’idea di un’entità unica e non un insieme di persone distinte. Ed ecco che viene in nostro aiuto la canzone dei Marlene e più precisamente un pezzo di un loro brano. Perché la frase “Onorate il vile!” dava questa sensazione così strana, così carica di fascino e di oscuro benessere? Il perché resta tuttora sconosciuto, ma nel nostro immaginario Il Vile è diventato colui che ha il coraggio di avere paura, colui che convive con i suoi mostri più terrificanti e con tutte le ombre, anche le più oscure e terribili. Adesso sì, che l’onore nei confronti del vile aveva un senso ed un senso così chiaro e spietato da dare il nome alla band.

Rhapsody of Fire – Il fuoco eterno

I Rhapsody of Fire tornano sul mercato e lanciano un antipasto (rinforzato) del loro prossimo album. Quello che doveva essere un semplice singolo, “I’ll Be Your Hero” (AFM Records / All Noir), si è trasformato – così come ci ha raccontato Alex Staropoli – in un vero e proprio EP pieno di chicche per i fan della band tricolore.

Benvenuto su Il Raglio del Mulo, Alex. Il vostro nome contiene da qualche anno ormai la parola “fire”, ma quanto è difficile mantenere acceso oggi quel fuoco considerando tutti i problemi che attanagliano il mondo della musica? Mi riferisco all’impossibilità di fare concerti a causa della pandemia, pirateria, scarsi guadagni dallo streaming ecc ecc…
Grazie per avermi invitato! Certamente rispetto a 20 o 30 anni fa il music business è cambiato parecchio e vivere di musica metal oggi può non essere cosi facile. Per noi il fuoco della passione, il desiderio di creare musica e di suonare per i nostri incredibili fan è sempre vivo.

A fonte di questa situazione difficile, quanto è impostante per un gruppo avere un prodotto fuori, anche solo un EP come nel vostro caso?
Il nostro nuovo EP uscito da poco, è l’apripista, ci saranno molte novità a seguire nelle prossime settimane e mesi. L’entusiasmo è alle stelle e non vediamo l’ora che i nostri fan ascoltino il nuovo studio album.

Se non erro, questo è il vostro terzo EP, quali sono i vantaggi di questo formato?
L’idea iniziale era quella di fare uscire il primo singolo, ma avendo anche altri brani disponibili, tra live e versioni alternative in lingue differenti, abbiamo deciso di fare un EP e rendere cosi il prodotto più corposo ed appetibile. Durando quasi 40 minuti, trovo sia interessante per i nostri fan, in preparazione al nuovo studio album.

Il disco si apre con “I’ll Be Your Hero”, possiamo considerare questa canzone rappresentativa dell’album che seguirà oppure il disco si muoverà su coordinate differenti?
Ogni brano è a se stante, le coordinate sono differenti e al contempo tutti i brani sono collegati da un filo conduttore importante. Elementi come la velocità, l’impatto orchestrale, la trama corale e vocale in questo disco sono stati curati al minimo dettaglio.

Come e quando è nata questa canzone?
Posso dire che l’intero nuovo album è stato scritto, arrangiato, registrato e mixato negli ultimi 2 anni. La fase compositiva è sempre complessa da descrivere. Non sempre lavoro sullo stesso brano, anzi, molto spesso lavoro su brani diversi contemporaneamente e lo trovo alquanto stimolante in quanto lavori su ogni brano sempre a mente fresca.

La seconda traccia è “Where Dragons Fly”, come mai avete voluto ripresentare questa canzone in una nuova versione e quali sono le maggiori differenze rispetto a quella originale?
Questo brano è uscito a suo tempo solo in Giappone contenuto nell’album “Legendary Years”. Abbiamo quindi pensato di rilasciarlo ora anche in tutti gli altri paesi. Tutti i brani contenuti in “Legendary Years” sono stati completamente ri-registrati e presentati in una nuova veste sonora. Con l’ingresso di Giacomo alla voce abbiamo voluto creare un disco rimettendo a nuovo alcuni dei brani più classici della nostra discografia, senza nulla togliere alle versioni originali, ci riteniamo soddisfatti del risultato, soprattutto per “Where Dragons Fly”, in cui abbiamo potuto usare strumenti veri e originali come l’arpa celtica e l’oboe barocco (non presenti nella versione originale) ed ovviamente il flauto barocco suonato da mio fratello Manuel Staropoli.

“Rain of Fury” e “The Courage to Forgive” appaiono in una versione live, entrambi I pezzi sono stati registrati a Milano durante il “The Eighth Mountain Tour” del 2019. Cosa ricordate di quella data e perché avete deciso di utilizzare proprio quei brani per questa uscita?
Suonare in Italia è sempre speciale ed abbiamo voluto celebrare quella serata a Milano con la testimonianza di questi due brani. La performance della band e l’entusiasmo del pubblico mi hanno convinto subito, cosi ho scelto quei due brani in particolare per rendere omaggio a quella serata e ai nostri fan italiani.

“The Wind, The Rain And The Moon” appare in quattro versioni differenti – inglese, spagnolo, italiano e francese. Da un punto di vista tecnico è stato difficile adeguare il brano alle differenti metriche? Vi siete limitati a una traduzione letterale del testo oppure avete apportato qualche lieve variazione?
Non è stato difficile, anche se ci vuole una certa dedizione e aiuto da persone madrelingua. Ovviamente, i testi non sono sempre facilmente traducibili, questo ti permette di creare testi alternativi in altre lingue con significati in linea con la versione originale del brano, ma espressi in modo diverso. Molto spesso, anzi sempre, la versione in Italiano ha una marcia in più!

Sul fronte live, magari in Europa, si vedono spiragli o è troppo presto per poter pensare a un vero e proprio tour?
Nei primi mesi del 2022 abbiamo varie date previste in Europa e siamo pronti a tornare on stage!! Desideriamo vedervi numerosi!

In chiusura vorrei farvi una domanda basata sulla tua esperienza: quando esplose il fenomeno Rhapsody, nella seconda metà degli anni 90, il vostro successo giovò a tutto il metal italiano, anche a gruppi con un sound molto differente dal vostro. Credete che oggi, senza entra nei dettagli della qualità della musica proposta e del cammino fatto, il successo dei Måneskin possa in qualche modo possa dare visibilità alla scena musicale italiana?
Non ne ho idea, non li ho mai sentiti. Non guardo la TV da molti anni e quindi non sono a conoscenza di un certo tipo di eventi e realtà. In Italia, soprattutto nel metal ci sono band fortissime, ci sono tantissimi gruppi e musicisti che suonano per passione e tantissime scuole di musica e altrettanti studenti che sono appassionati dalla musica. Il successo è relativo. Si può essere felici suonando uno strumento senza per forza avere successo o visibilità.

Nordjevel – Fallen angels

ENGLISH VERSION BELOW: PLEASE, SCROLL DOWN!

A causa dell’emergenza sanitaria mondiale, i Nordjevel hanno deciso di posticipare il loro prossimo album alla fine del 2021 e di registrare alcune tracce extra in esclusiva per il nuovo EP “Fenriir” (Indie Recordings).

Benvenuto Doedsadmiral, quanto tempo avete impiegato per comporre e registrare il vostro ultimo EP “Fenriir”?
Le canzoni “Fenriir” e “Rovdyr” erano tracce che avevamo scritto un anno fa e che erano finite, quindi quando abbiamo deciso di aggiungere “Gnawing The Bones”, che era stata scritta per il nuovo album, non ci è voluto molto tempo. Giusto il tempo necessario per registrare le canzoni in studio.

Avete bisogno di un ambiente o di un’atmosfera particolare per comporre?
Non proprio. Componiamo in ogni ambiente. Se abbiamo un’idea, o ci troviamo in un determinato stato d’animo, ci sentiamo semplicemente ispirati e continuiamo a lavorare sulle idee.

“Fenriir”, “Gnawing The Bones”, “Rovdyr” saranno disponibili esclusivamente su questo nuovo EP?
“Fenriir” e “Rovdyr” sì, saranno disponibili solo su questo EP. “Gnawing The Bones” è stato scritto per il nostro nuovo album che registreremo a settembre. Potrebbe avere una versione po’ differente sull’album.

“Det Ror Og Ror” è stata registrata dal vivo al Brutal Assault nel 2019, perché avete scelto questa versione live?
È stata una nostra scelta personale. Quando abbiamo suonato Brutal Assault, è stato un concerto davvero estremo per noi, e volevamo catturare quell’energia che abbiamo sentito sul palco in quel momento.

Quanto spesso ascolti le tue vecchie canzoni?
Non molto spesso, ma è perché le proviamo e le suoniamo molto, quindi non capita spesso di sedersi da soli ad ascoltare vecchi album. Segnano anche un momento nella band che c’era allora ed è là. Normalmente mi sento più motivato ad andare avanti con cose nuove. Ma, quando a volte ti siedi e le ascolti, ti riportano indietro.

Quando hai scoperto i Possessed e la loro canzone “Fallen Angel”?
Siamo stati tutti fan dei Possessed da un pezzo, e quando siamo andati in tournée con loro nel 2019 e li abbiamo visti dal vivo per 15 giorni, volevamo davvero onorarli con questa cover, come antenati della musica estrema. Non c’è mai stato davvero alcun dubbio su chi coverizzare.

Quando nasce il tuo amore per il metal?
Probabilmente già all’inizio del 1988. Mia madre stava con un chitarrista live di una delle più grandi rock band norvegesi e suonava sempre la chitarra con me mentre cantavo. È nato da tutto da quello: Accept, Kiss, Sepultura, poi su Possessed, Darkthrone e Mayhem nei primi anni dell’adolescenza.

Dopo “Krigsmakt” (2017), “Fenriir” è il vostro secondo EP: preferisci pubblicare full-length o Ep con la tua band?
Personalmente preferisco gli album. Gli EP sono sempre troppo corti per me.

Novità sul prossimo full lenght?
Entreremo negli Fredman Studio a settembre per registrare il nostro nuovo full-lenght. Verrà probabilmente rilasciato intorno alla primavera del 2022.

Due to the ongoing world situation, Nordjevel decided to delay their upcoming album until late 2021 and to record a few extra tracks in exclusive only for the new EP “Fenriir” (Indie Recordings).

Welcome Doedsadmiral, how long did it take for you to compose and record the latest EP “Fenriir”?
The songs “Fenriir” and “Rovdyr” were tracks that we had written one year earlier, and where finished, so when we decided to add “Gnawing The Bones”, which was finished written for the new album, it didn`t take that much time. It was just to record the songs in the studio.

Do you need a particular setting or mood in order  to compose?
Not really. We compose in every setting. If we get and idea, or we are in a certain mood, we just feel inspired and keep on working on the ideas.

“Fenriir”, “Gnawing The Bones”, “Rovdyr will be exclusively available for this new EP?
“Fenriir” and “Rovdyr” yes will only be available on this EP. “Gnawing The Bones” is written for our new album we will record in September. It might be a bit altered on the album.

“Det Ror Og Ror” was recorded live at Brutal Assault in 2019, why did you choose this live version?
It was a personal choice from us. When we played Brutal Assault, it was a really extreme concert for us, and we wanted to capture that energy we felt on stage in that moment.

How often do you listen your old songs?
Not that often, but that is because we rehearse and play them a lot, so it`s not often you sit down alone, to listen to old albums. They also mark a time in the band that was then and there. Normally I feel more motivation moving on with new stuff. But, when you on occasions sit down and listen to them, it takes you back.

When did you discover Possessed and their song “Fallen Angel”?
We have all been fans of Possessed most of our lives, and when we went on tour with them in 2019, and saw them live for 15 days, we really wanted to honor them with this cover, as forefathers of extreme music. There was really never any doubt about who to cover.

When is born your love for metal?
Early 1988 probably already. My mother was together with a live guitarist of one of Norway`s biggest rock bands, and he always played the guitar with me while I was singing along. It grew from that to Accept,Kiss,Sepultura,then onto Possessed,Darkthrone and Mayhem in the early teens.

After “Krigsmakt” (2017), “Fenriir” is your second EP: do you prefer to release full-length or Ep for your band?
Personally I prefer albums. EP`s always feel to short for me.

What’s about your next full-length?
We will enter Studio Fredman in September to record our new full length. Will probably be released around spring 2022

Nanowar of Steel – La marcia dei merluzzi

Persino voi luridi metallari senza fede, conoscerete la parabola del “Figliol prodigo”. Così, dopo la sbandata commerciale, i lauti incassi, le copertine dei giornali generalisti, noi, come quel padre biblico, siamo pronti ad abbracciare nuovamente i Nanowar of Steel. “Italian Folk Metal” (Napalm Records \ Neecee Agency) ha sancito la pace tra band e fans, ma nuove perigliose battaglie aspettano all’orizzonte i ritrovati paladini del metallo inox!

Ciao, con “Formia” vi siete abbeverati alla fonte del successo vero, mettendovi in tasca un sacco di soldi. Subito dopo  la svolta metal, vi siete ritrovati su Il Raglio del Mulo. Cosa è andato storto?
Niente. Era un piano pianificato dall’alba dei tempi, ovvero almeno da Dicembre 2020. Ritrovarsi su Il Raglio del Mulo è il sogno di ogni musicista che pubblica prima canzoni metal, poi pop, poi metal di nuovo, è una cosa risaputa nella comunità.

Direi di partire subito con le domande scomode: solo qualche mese fa avete tradito il metallo, abbracciando il  pop emozionale. Ora vi ritroviamo nuovamente a fare il metallo, quanto questo ritorno all’ovile è dipeso dalle vittorie dei Måneskin a Sanremo e all’Eurovision?
E’ dipeso moltissimo dai trionfi dei Måneskin, il gruppo brutal death metal irredentista più apprezzato in tutta l’Istria e la Dalmazia. Ci siamo ispirati a loro talmente tanto da essere andati nel futuro, aver visto i loro trionfi, aver pianificato la non partecipazione a Sanremo e successivamente la registrazione di due singoli pop e poi uno metal.

Il nuovo album, “Italian Folk Metal”, “Requiem per Gigi Sabani in Re minore”. Un po’ tutti si sono domandati il perché di questa scelta. Potete spiegarci, finalmente, come mai avete scelto proprio il Re minore come tonalità?
Non l’abbiamo scelto noi ma ci è stato imposto per legge, visto che sin dai tempi di “Non è la RAI” Antonio Ricci ha obbligato il parlamento a legiferare sullo spinoso tema “La tonalità delle canzoni che hanno la parola requiem nel titolo”. Siccome l’infingardo Antonio aveva investito tutto sulle Re Minore, ne ha tratto considerevole vantaggio economico.

Con “La Maledizione di Capitan Findus” avete toccato un argomento a me caro, da anni lotto per il ritorno dell’attore vecchio. Non mi piace proprio questo giovane che c’è ora! Immagino che sia quella la maledizione di cui parlate nel brano…
No, la maledizione di cui si parla è la maledizione che perseguita i merluzzi, creature nobili da sempre perseguitate, annichilite e sterminate dalle spietate reti a strascico del pirata manigoldo e dai sospettosamente giovani amici che abbia mai solcato il Mar dei Sargassi: Capitan Findus. Conosciuto nei sette mari come Il Bin Laden della fauna ittica, il Suharto dei crostacei, il Zeljko Raznatovic “Arkan” dei gamberi e dei molluschi.

Gatto Panceri 666 ha cantanto due brani in lingua straniera, “Der Fluch des Kapt’n Iglo” in tedesco e  “El Baile del Viejo que mira las Obras”  in spagnolo. E’ pronto per mollarvi e partire con una carriera solista tipo Sting?
No, però è pronto per vendere i biglietti della lotteria sui voli RyanAir.

Questo è il vostro primo disco per la Napalm Records, cosa ha visto in voi l’etichetta austriaca?
In realtà, non lo sappiamo, loro sono ancora convinti di aver messo sotto contratto a condizioni vantaggiose una quasi omonima band americana il cui nome inizia per M…

Ora che il 5G scorre nel sangue di molti dei vostri fan, avete pensato a qualche stratagemma per far arrivare direttamente la vostra musica nelle loro teste?
Sì, si chiama “cuffiette”, è un sistema innovativo che ti metti un robot nell’orecchio che ti riproduce dei suoni e quando li ascolti puoi dire “ah”.

Siamo arrivati alla fine, vi va di lasciarci con un messaggio diretto a tutti quei bambini che dopo “Formia” hanno chiesto ai genitori un cappellino di lana e che oggi si sentono traditi?
Il nostro messaggio finale è: Materassa bene chi materassa ultimo!

Belvas – La belva è fuori!

Il nostro cammino nel panorama musicale italiano a caccia di realtà interessanti ci ha fatto incrociare una creatura a tre teste dal nome, Belvas, che di per sé è una sorta di “manifesto programmatico”. Grazie alla Metaversus di Marco Gargiulo abbiamo potuto contattare il gruppo per parlare dell’album d’esordio “Roccen”.

Ciao ragazzi, come e quando nasce la band?
La band nasce nel 2018 dalle menti di Claudio Palo alla batteria (membro fondatore dei Manetti! ed ex membro dei Milaus) e Mirco Lamperti al basso, che hanno posto le fondamenta con gli embrioni di basso e batteria di cinque brani (“Belvas”, “Bianco”, “Pink Boy”, “Spaziale”, “AnDn”), finalizzati nel 2019 con testi, linee vocali e di chitarra con l’ingresso di Paolo Rosato alla chitarra elettrica e Manuel Dall’Oca alla voce e successivamente basso e chitarra acustica.

Il moniker Belvas è arrivato da subito oppure col tempo? Ve lo chiedo perché dall’ascolto della vostra musica pare che il nome sia quasi un manifesto programmatico…
Belvas deriva da Belva, appellativo attribuito al batterista per il suo carattere irruente e per il suo modo di suonare, diventato poi nostro punto di forza.

Un elemento che salta subito all’occhio a chi ha il vostro CD di esordio, “Roccen”, in mano è il disordine che regna sovrano. Tra scarabocchi e scritte varie, quasi si resta storditi. Quanto è importante per voi disordine in fase compositiva?
Il disordine in copertina e nelle grafiche del disco è solo apparente, bisogna farci l’occhio per poterlo apprezzare appieno e cogliere l’importanza che diamo ad ogni dettaglio. Non c’è disordine nel nostro modo di creare, sia nella composizione dei brani che nella preparazione delle grafiche.

I brani paiono mettere in evidenza una doppia anima, una più rude e una più delicata. Come riuscite a bilanciare questi elementi nella vostra musica senza che uno prenda il sopravvento sull’altro?
Il bilanciamento tra indole rude e delicata non è studiato ma è il nostro modo di essere. Questa è una delle caratteristiche che ci rispecchia maggiormente e la si può sentire in modo evidente in “Piacere E’ Dolore”, secondo noi il brano che racchiude perfettamente queste due anime contrastanti.

“Roccen”, contiene 15 brani per più di un’ora di musica, quasi una rarità oggi un disco così lungo. I pezzi sono stati composti appositamente per l’esordio o avevate alcuni di loro chiusi nel cassetto da tempo, magari per un altro progetto?
L’album “Roccen” è una raccolta di 15 brani scritti per l’esordio. La lunghezza è voluta, è il nostro modo di ribellarci a una società dove tutto scorre a mille orari ma si ha bisogno di più aria, dove il tempo è solo denaro.

In un periodo in cui l’ascolto, e di conseguenza l’attenzione, del pubblico va sempre più verso il singolo, tirar fuori un disco così lungo può essere un rischio?
Sicuramente è un rischio e ne siamo consapevoli, ma noi siamo amanti della cultura musicale vecchio stampo.

In generale quanto vi riconoscete nella scena musicale odierna? Dall’ascolto di “Roccen” parete più proiettati sul passato, sui 90 e anche più indietro…
Rispetto alla scena musicale odierna facciamo parte della minoranza, con un background musicale che arriva dagli anni 90 e anche più indietro, ma restiamo comunque proiettati verso il futuro!

Un’altra impressione che ho ricavato dall’ascolto e che forse lo vostro musica sta un po’ stretta tra i solchi di un disco, pare quasi fatto esclusivamente per essere suonata dal vivo: siete riusciti a testare i brani su un palco tra un lockdown e l’altro? Qual è stata la versione del pubblico?
Bella domanda! L’album è stato registrato volutamente in presa diretta, per avere un suono il più possibile fedele a quello che è un nostro live. Purtroppo stiamo iniziando solo ora a programmare qualche data dal vivo causa Covid ma la reazione del pubblico nelle poche esibizioni che abbiamo fatto finora è stata positiva.

Ora che la belva è fuori, qual è il suo prossimo passo? È tutto, grazie.
Siamo al lavoro sul secondo disco, ma stiamo puntando a portare finalmente in giro “Roccen” che, come una belva in catene da troppo tempo, ha bisogno di uscire.