Gengis Khan – La via del lupo

Nonostante un moniker che si rifà a un grande personaggio del passato, i Gengis Khan non stanno lì a rimuginare troppo sul proprio di passato, anzi preferiscono di disco in disco sperimentare nuove soluzioni. L’ultima uscita della band italiana, “Possessed by the Moon”, ha un approccio ben più melodico rispetto alle due precedenti uscite del gruppo, ma non per questo meno epico.

Benvenuto Frank, il vostro album di debutto si intitolava “Gengis Khan Was a Rocker”, sono passati nove anni da quella pubblicazione, ma non direi che l’imperatore mongolo abbia cambiato gusti musicali, stando a quanto contenuto nel vostro nuovo lavoro “Possessed by the Moon”!
Ciao e saluto tutti i lettori di Raglio del Mulo! Beh, direi di no, oserei dire quasi che i suoi gusti si sono un filo estremizzati rispetto al primo album che direi quasi era più un demo che un album. Ma è bello cosi al inizio.

Oltre ai gusti musicali, credi che in qualche modo ci sia una sorta di filo ispiratore che unisca la pianura mongola e la vostra pianura padana?
Per certe angolazioni potrebbe sì assomigliarci. Ma è lo spirito di chi ci abita che assomiglia, a mio parere, molto di più a quello del popolo mongolo per la tenacia di chi non si arrende mai.

Il protagonista del vostro nuovo album è il lupo, lo richiamate nel titolo, fa bella mostra di sé sulla copertina e nel nome del brano “Possessed by the Wolf”. Cosa rappresenta nell’album il lupo? E ha anche un valore simbolico nelle vostre vite?
Siamo stati ispirati dalla grande leggenda del lupo blu. Ho letto recentemente l’epopea del lupo blu della steppa di Homeric pubblicato da Rizzoli e questo mi ha ispirato nel creare un racconto mistico tra leggenda e realtà, con dettagli, tra le righe, che ritraggono anche situazioni di vita reale e quotidiana. Ma allo stesso tempo creano un concept tra “Possessed by the Wolf” e “Possessed by the Moon”. 

Hai dichiarato “Canzoni come “Possessed By The Wolf”, “The Wall Of Death” e la ballata “Eternal Flame” sorprenderanno i nostri ascoltatori. Ci sarà più melodia e le tastiere hanno un suono enorme!”. Avevate programmato questi cambiamenti oppure la mutazione è avvenuta in modo spontaneo?
La mia band metal preferita sono i Vanadium e ho sempre adorato le tastiere, semplicemente però non ho mai incontrato un tastierista con il quale legare. Con l’entrata in formazione di Lee Under tutto è cambiato, lui è colui che diede il nome alla band nel 2012, prima era il nostro merchandiser/roadie, da qualche anno a sta parte si è specializzato nelle tastiere e cosi non potevamo scegliere di meglio, visto che era già della famiglia. Devo dire che ha un ottimo talento nel leggere il ruolo adatto delle tastiere al interno dei nostri brani, siamo molto soddisfatti.

In qualche modo la scelta di Simone Mularoni ha inciso su questa nuova direzione?
No assolutamente, anzi lui ci preferiva senza. “Colder Than Heaven”, il nostro precedente album pubblicato dalla francese Steel Shark Records ne era completamente privo e tirava più sullo speed metal/thrash. Elementi che anche in questo album sono presenti, ma devo ammettere, in maniera nettamente ridotta.

Il pubblico metal non sempre è aperto ai cambiamenti, non temi che la cosa possa infastidire i vostri seguaci?
Sì, questo lo sappiamo bene, ma noi siamo quello che siamo, non amiamo troppo mantenere intatto il nostro sound da disco a disco. Spero che in futuro avremo modo e maniera di dimostrarlo sempre più frequentemente di modo che i fan si riescano ad abituare a questo standard evolutivo.

Da uno dei tre brani da te citati in quella dichiarazione, “Possessed by the Wolf”, è stato tratto un singolo con relativo video. Come è nata la clip?
Tutto è nato da una mia idea di sceneggiatura nel periodo natalizio, abbiamo cercato di far sì che il video potesse rispecchiare passo a passo il contenuto della canzone. Ci sono stati diversi attori che hanno partecipato e fu fantastico che, dopo i festeggiamenti vari, il giorno dopo ci eravamo contagiati tutti di Covid, con incluso un mal di testa da vino rosso: really heavy! 

Lo scorso 23 aprile al Sidro Club Savignano sul Rubicone avete presentato i nuovi brani, cosa avete provato a suonarli davanti al pubblico?
Direi che è stato fantastico, il locale era pieno ed eravamo emozionati, pensa che ho venduto un vinile di “Colder Than Heaven” ad un rapper di passaggio, non lo scorderò facilmente… ahah!

Avete altre date in programma?
Stiamo lavorando per cercare di riuscire a portare in Europa “Possessed by the Moon” dopo l’estate, tra autunno inverno. Ci manca molto il sapore della strada, tra pandemia e nascita della mia bambina nel 2018, è molto tempo che non calpesto i palchi oltre il confine  italiano. Per cui mi auguro che riusciremo nell’intento! Giuseppe,  ti ringrazio infinitamente per la bellissima intervista e mando un saluto a tutti i lettori! Keep the faith!

Aerialis – Il suono del silenzio

Non lasciatevi trarre in inganno dall’immagine e dal moniker futuristico, gli Aerialis di Fabio Tats hanno i piedi ben piantati nel presente e se proprio devono, più che al futuro, strizzano l’occhio al passato, in particolare agli anni 80. Abbiamo contattato il bassista per saperne di più su questa nuova creatura e del suo recente debutto “Dear Silence”.

Ciao Fabio, da qualche settimana i tuoi Aerialis hanno debuttato: dobbiamo considerarli un tuo progetto solista oppure una vera e propria band, dato che ti sei avvalso in studio di Luca Cocconi e Simone Sighinolfi?
Ciao Giuseppe, grazie di cuore per lo spazio che mi concedi. Aerialis nasce dal desiderio di finalizzare un mio progetto musicale, ma è stato un vero e proprio lavoro di team con Simone e Luca, che sono stati indispensabili alla costruzione di questo album. Senza loro sarei ancora ai blocchi di partenza, sono stati incredibili. 

Come definiresti il sound degli Aerialis?
Credo che il sound da noi utilizzato sia una sintesi fra il metal moderno, di ispirazione alternative, e le sonorità degli anni 80 che tanto mi sono care, avendole “vissute” da ragazzino. Abbiamo cercato di portare un po’ di quelle melodie elettroniche, melodiche è un po’ malinconiche, in brani che avessero però un aspetto metal contemporaneo.

Quanto “Dear Silence” si avvicina all’idea di sound che avevi in mente quando hai fondato il gruppo?
Luca e Simone hanno capito fin da subito qual’ era la direzione che volevo prendere per “Dear Silence”, e hanno tirato fuori idee pazzesche e che ho amato dal primo momento. Quando riascolto i brani mi rendo conto che è’ andato tutto come desideravo, e le sensazioni che mi trasmettono sono proprio quelle che volevo provare. 

In passato hai suonato in altre band (Lester Greenowski, Death-O-Matic, Wall Of Palemhor) hai utilizzato qualche idea che avevi abbozzato per quei progetti per gli Aerialis o sei partito da zero?
No, nelle altre band ho fatto esperienze musicali bellissime ma i generi erano diversi, e le idee che avevo non si sposavano con quei progetti. Per questo ho voluto finalizzare Aerialis, desideravo mettere in piedi un qualcosa che mi permettesse di suonare e ascoltare il genere musicale che amavo, e nel quale poter esternare ciò che avevo dentro.

Hai presentato il progetto utilizzando come singolo proprio la traccia che dà il nome al disco, è un caso o credi che sia il brano più rappresentativo dell’intero lavoro?
“Dear Silence” è un brano che adoro, il testo è una sintesi di ciò che è contenuto nell’album: ogni brano parla di un angolo della mia vita, di esperienze personali, e tutte riconducono a un silenzio guaritore, dove ritrovarsi e riordinare idee e progetti. 

C’è un brano che hai deciso, invece, di inserire nel disco all’ultimo momento perché non ti convinceva in pieno?
Direi di no, ogni brano ha una sua collocazione, e ogni brano è una piccola sintesi dei miei ultimi anni, particolarmente difficili, sotto diversi aspetti.

Invece, come sei arrivato alla decisione di coverizzare “Catch The Fox” di Den Harrow? Desideravo coverizzare un brano degli anni 80 perché, come ti dicevo prima, sono stati anni a cui sono particolarmente legato, ma  senza fare una canzone troppo famosa, o già troppe volte coverizzata. Fra i vari nomi, Simone mi consigliò Den Harrow, e a me piacque subito: le hit erano belle, italiane e con le sonorità che cercavo. Ne è risultata una cover che ogni volta mi strappa un sorriso, a noi piace moltissimo.

Hai intenzione di esibirti con gli Aerialis dal vivo appena possibile?
Non lo so, per ora resta una realtà esclusivamente “da studio”, abbiamo tutti progetti diversi e non saprei onestamente dirti se riuscirò a finalizzare anche una band per i live… ma se succederà, ne sarò felice. Never say never. 

In conclusione, quale traguardo raggiunto con “Dear Silence” ti renderebbe soddisfatto?
Che venga apprezzato da chi deciderà di ascoltarlo, e che comunichi delle emozioni al prossimo, che vengano condivise. Per noi sarebbe una grande soddisfazione.

Di’Aul – Sortilegio macabro

I Di’Aul hanno lanciato il proprio sortilegio macabro scandendolo con i tempi gravi del doom. “Abracamacabra” (MooDDoom Records \ NeeCee Agency) è un nenia, che riprende la lezione dei Cathedral più psichedelici, in cui doom e sonorità acide e lisergiche si fondano alla perfezione.

Benvenuti, il vostro nuovo album, “Abracamacabra” è fuori da un mesetto, vi andrebbe di fare un primo bilancio dell’accoglienza ricevuta dai fan e dagli addetti ai lavori?
Ad esser sinceri siamo rimasti molto colpiti da tutte le recensioni positive e dai tanti complimenti ricevuti; abbiamo lavorato duro su questo disco e vedere tutti questi feedback positivi ci rende veramente felici!

Avete tirato fuori sino ad oggi, se non erro, due singoli con relativi video dall’album. Si tratta di “Thou Crawl”, brano d’apertura del disco, e della title-track. Come mai avete scelto di utilizzare questi due brani come biglietto da visita dell’intero lavoro?
“Thou Crawl” è quello che consideriamo il brano più di impatto del disco, motivo per cui abbiamo scelto di utilizzarlo come opener, quindi, per lo stesso motivo è diventato il primo singolo. “Abracamacabra” l’abbiamo scelta in quanto canzone più rappresentativa dell’intero lavoro, perché è molto evocativa, ha parti melodiche e parti pesanti ed è parecchio dinamica.

In un contesto in cui l’attività live è stata bloccata per un paio d’anni, quanto è importante il feedback positivo sui social, YouTube e sui siti specializzati per una band? E quanto di questo parlare di un disco si traduce in vendite e date live?
Bè, sicuramente avere feedback positivi sui social porta più seguito e più visibilità, però non sempre il riscontro con la “realtà” delle vendite e dei live va di pari passo… diciamo che, purtroppo, ma anche per fortuna, il confronto virtuale è divenuto primario in tutti gli ambiti artistici. Se da una parte si corre il rischio di non avere una reale percezione del prodotto e dell’artista che lo ha creato, dall’altra, come ci ha imposto la pandemia, è un ponte invisibile capace di avvicinare tutto il mondo. Bisogna solo capire come usarlo al meglio.

Non mi pare che la pandemia, almeno dal punto di vista delle release, vi abbia bloccato, avete mantenuto inalterati i vostri ritmi che via hanno visto pubblicare dal 2013 ad oggi una mezza dozzina di uscite. Come vi spiegate questa prolificità compositiva abbinata ad un’alta resa qualitativa?
Il nostro segreto sono le jam in sala prove: siamo fermamente convinti che l’improvvisazione aumenti il feeling e produca le migliori idee. Sono 10 anni che suoniamo insieme (4 anni con Rex alla batteria), siamo arrivati al punto di capirci anche senza guardarci. Poi abbiamo imparato a non svilire o sottovalutare mai le idee che ognuno di noi porta in sala, piuttosto le stravolgiamo, ma cerchiamo sempre di ricavarne qualcosa che ci piaccia.

Lo split LP con i Mos Generator (2020, Argonauta Records) ha visto il debutto su disco del vostro nuovo batterista, Andrea “Rex” Ornigotti” (Gunjack e Conviction). Quale novità ha portato il suo ingresso e quale ruolo ha avuto nella composizione di “Abracamacabra”?
Rex ha dato una reale svolta alla band: con il suo drumming è riuscito a dare maggiore groove ad ogni pezzo dei Di’Aul ed ha apportato un sacco di nuove idee. Inoltre, le sue capacità di grafico e la sua intraprendenza sul web, ci hanno permesso di migliorare il nostro modo di lavorare anche al di fuori della sala prove. In questo disco ovviamente ha partecipato alla scrittura di ogni brano e poi, grazie a lui, abbiamo avuto modo di conoscere Marco Barusso, con cui abbiamo registrato.

Possiamo considerare “Abracamacabra” un concept album?
E’ un concept album a tutti gli effetti, sono sette storie parallele che si incontrano in un finale cupo e penso che il tutto sia molto ben rappresentato dall’artwork, curato da Francesca Vecchio.

La settima domanda non può che essere sul numero 7. “Sette storie, sette personaggi, una madre”. Sette brani nella tracklist. Che significato ha per il disco e per voi il numero 7?
Al di là del significato che può avere il numero sette in molte culture o credi, basti dire che lo stesso Platone lo definiva “Anima Mundi”. E’ considerato il numero perfetto: per noi lo è stato nella scelta, in parte voluta ed in parte venuta per caso, delle tracce da inserire in questo lavoro.

Mi piace molto il mood dell’album, mi ha ricordato quello di alcune uscite dei miei amatissimi Cathedral, un mix di doom e suoni acidi di matrice anni 70. Quando siete entrati in studio avevate ben chiaro che sound avrebbe avuto il disco?
Innanzitutto grazie mille per il complimento, i Cathedral sono una delle nostre band preferite! Abbiamo lavorato parecchio suoi suoni e sulle frequenze fino ad arrivare ad un insieme che ci soddisfacesse appieno, poi abbiamo deciso di registrare come si faceva negli anni 70, cioè in presa diretta tutti nella stessa stanza (a parte la voce che è stata fatta separatamente) di modo da ottenere un mood più coerente con la nostra musica. Ne approfitteremmo per ringraziare Marco Barusso (Lacuna Coil, Coldplay, ecc…) che ha curato sia la parte di registrazione che quella di mixaggio.

Avete già ripreso l’attività live oppure state aspettando che le cose si rimettano definitivamente in carreggiata per promuovere dal vivo “Abracamacabra”?
Abbiamo ripreso da poco con un release party al The Old Jesse a Saronno, abbiamo già qualche data e stiamo lavorando sulle date future… è un periodo difficile per la musica live, ma siamo sicuri che si riuscirà a tornare alla normalità in breve tempo!

Duncan Petterson – Walking between worlds

ENGLISH VERSION BELOW: PLEASE, SCROLL DOWN!

Duncan Patterson ha composto e registrato album con Anathema, Íon e Alternative 4. Il suo debutto da solista, “The Eternity Suite”, è stato pubblicato nel 2015, quest’anno il musicista di Liverpool è tornato con la sua nuova opera lofi gothic “Grace Road” (Strangelight Records).

Ciao Duncan, vivi in ​​Messico da alcuni anni, pensi che questa esperienza abbia in qualche modo influenzato le canzoni del tuo nuovo album, “Grace Road”?
Non credo che vivere in Messico abbia avuto una grande influenza. Le basi di molte canzoni risalgono ad anni fa. E la strumentazione e gli arrangiamenti provenivano sostanzialmente da quel periodo. La maggior parte delle canzoni sono state scritte a penna sulla carta di alcuni quaderni che ho portato con me per anni.

Rilasciare e promuovere un disco avendo la propria base in Messico è molto più difficile che farlo da Liverpool o le moderne tecnologie hanno cancellato tutte le distanze fisiche?
Al giorno d’oggi è praticamente tutto online. Sono sicuro che se fossi stato nel Regno Unito avrei avuto più opportunità di incontrare persone faccia a faccia, ma di recente ho fatto alcune interviste video. Non c’è molto da fare qui, in realtà, non esiste una vera e propria scena musicale indipendente.

In questa fase della tua vita stai percorrendo la tua “strada della grazia”?
Questo capitolo della mia vita parla dei miei figli piccoli e riflette molto sul passato. Ho smesso di bere più di tre anni fa e ho affrontato i problemi che avevo scansato ed evitato per anni. È fantastico avere questo tipo di onestà, apertura e chiarezza al giorno d’oggi, ma non è sempre facile. Tuttavia, ci sono stati molti progressi ed è mio compito assicurarmi che i miei figli non commettano errori nella vita simili a quelli che ho fatto io.

Come e quando sono nate le canzoni contenute nell’album?
Ho scritto la title track quando ho scoperto che mio padre era morto nel 2013. L’avrei inclusa in “The Eternity Suite” ma ho deciso che aveva bisogno di un posto tutto suo. Non avrei mai immaginato che ci sarebbe voluto così tanto tempo per il rilascio, ma così è la vita. Avevo anche qualche altro pezzo scritto anni fa, ma ho avuto una lunga pausa dalla musica dopo l’uscita di “The Eternity Suite”, ma ho tenuto i miei taccuini con me per tutto quel tempo. Ho deciso di riaprirli e ho finito di scrivere e arrangiare l’album poco prima dell’inizio della pandemia.

Perché definisci il tuo sound “lo-fi gothic”?
E’ così che suona per me. Come descrizione accurata del suono, però, non come etichetta per definire un nuovo genere.

Invece, come è iniziata la tua collaborazione con la cantante palestinese Enas Al-Said?
Mi sono imbattuto in una cover degli Antimatter, “Flowers”, che Enas aveva caricato su Youtube. L’ho commentata ed è così che ci siamo incontrati. Poi abbiamo chiacchierato e le ho chiesto se era interessata a cantare un brano su “Grace Road”. Poi un altro, e poi le altre persone che avrebbero dovuto cantare nell’album mi hanno abbandonato, quindi ha finito per cantare in ogni traccia, insieme ad Alicia Mitchell che ha fatto i cori nella maggior parte delle canzoni. Sono contento di cosa è venuto fuori. È stato un piacere lavorare con loro e non ci sono stati problemi e cazzate di ego. È tonificante.

“Grace Road” è il tuo secondo album sotto il nome di Duncan Patterson, ne hai registrati altri con Antimatter, Íon e Alternative 4, ma sei spesso etichettato come “Duncan Patterson ex membro degli Anathema”: ti dà fastidio un po’ questa cosa?
Il marchio Anathema, anche se mi ha garantito una buona attenzione da parte dei fan degli Anathema, è stato probabilmente la rovina della mia carriera musicale. È come una maledizione e un’enorme quantità di persone non riesce a vedere oltre. La base di fan degli Anathema è diventata quasi una setta negli anni successivi al mio abbandono e ho ricevuto molte attenzioni malsane da loro. D’altra parte ci sono anche molte persone che non daranno nemmeno una possibilità alla mia musica a causa della connessione con gli Anathema, quindi sto ottenendo il peggio da entrambi i mondi. Mi piace l’atmosfera degli ultimi tempi, però, da quando è stato rilasciato “Grace Road”. Tutto è indipendente e sto ricevendo molti feedback positivi da persone genuinamente interessate alla musica. Spero che la morte della mia ex band significhi che la maledizione stia finalmente finendo.

Il 2022 vedrà anche l’uscita del debutto degli Antifear, frutto della tua collaborazione con l’ex cantante degli Anathema Darren White. Puoi dirmi qualcosa su questo album?
Abbiamo una grande quantità di materiale su cui lavorare. Finora oltre trenta canzoni. Tuttavia, dobbiamo essere nello stesso paese per poterci mettere mano e speriamo che accada presto ora che la pandemia sembra destinata a finire. È più influenzato dal punk e più guitar oriented di qualsiasi altra cosa che io abbia fatto in questi ultimi anni. L’album “Eternity” è stato fortemente influenzato dal punk, ma non è così lamapante nel modo in cui è stato suonato. La roba degli Antifear contiene accenni ad Hellhammer, The Cure, Fugazi e del buon vecchio doom metal, ma penso che le persone che conoscono la mia musica riconosceranno il mio stile di scrittura. Darren sta scrivendo la maggior parte dei testi ed è fantastico potersi rilassare e non preoccuparsi di questo aspetto, dato che sono abituato a scrivere tutto. Abbiamo lavorato insieme anche sugli arrangiamenti, il che è un bel cambiamento.

Tornando a “Grace Road”, pensi che in futuro potresti proporre queste canzoni dal vivo?
Sarebbe fantastico. Ma chi lo sa cosa riserva il futuro?

Duncan Patterson composed and recorded albums with Anathema, Íon and Alternative 4. His solo debut, “The Eternity Suite”, was release in 2015, this year the Liverpool born songwriter is back with the new lofi gothic opus “Grace Road” (Strangelight Records).

Hi Duncan, you have been living in Mexico for some years, do you think this experience has somehow influenced the songs on your new album “Grace Road”?
I dont think being in Mexico has had an influence really. The basis of a lot of the songs come from years ago. And the instrumentation and arrangements really came from within this time around. Most of the songs were written on pen and paper in notebooks that I have had with me for years.

Releasing and promoting a record having your base in Mexico is much more difficult than doing it from Liverpool or have modern technologies canceled all physical distances?
Its pretty much all online these days. Im sure if I was in the UK I would have more opportunies to meet people face to face, but I’ve done quite a few video interviews recently. Theres not much going on here though really, not much of an independent music scene.

In this phase of your life are you walking your own “grace road”?
This chapter in my life is about my young children really and a lot of reflecting on the past. I quit drinking over three years ago and I have been dealing with issues that I had numbed and avoided for years. Its great to have this kind of honest, openness and clarity nowadays, but its not always easy. Theres a lot of progress though and its my job to make sure that my kids dont have to make similar mistakes in life that I have made.

How and when were the songs contained in the album born?
I wrote the title track when I found out that my father had died in 2013. I was going to include it on “The Eternity Suite” but I decided that it needed its own place. I never imagined that it would take so long to release, but such is life. I had a few other bits written years ago too but I had a long break away from music after “The Eternity Suite” was released, but I kept my notebooks with me all that time. I decided to open them again and finished writing and arranging the album just before the pandemic kicked off.

Why do you define your sound as “lo-fi gothic”?
Thats how it sounds to me. As an accurate description of the sound though, not modern genre names.

Instead, how did your collaboration with the Palestinian singer Enas Al-Said start?
I came across a cover version of Antimatter, “Flowers”, that Enas had uploaded to Youtube. I commented on it and thats how we met. Then we got chatting and I asked her if she was interested in singing a track on “Grace Road”. Then another, and then the other people who were due to sing on the album dropped out so she ended up singing on every track, along with Alicia Mitchell who did backing vocals on most songs. Im pleased with the way it turned out. They have been a pleasure to work with and theres been no ego bullshit involved. Its refreshing.

“Grace Road” is your second album under the name of Duncan Patterson, you have recorded others with Antimatter, Íon and Alternative 4, but you are often labeled as “Duncan Patterson former member of Anathema”: does it bother you a bit?
The Anathema tag, although it has brought me some kind of attention from Anathema fans, it has probably been the bane of my musical career. It is like a curse and a huge amount of people cant see past it. The Anathema fanbase became almost cultish in the years after I quit the band and I received a lot of unhealthy attention from them. On the other hand there are also a lot of people who wont even give my music a chance because of the Anathema connection, so I was getting the worst of both worlds. I like the vibe these days though, since Grace Road was released. Everything is independent and Im receiving a lot of positive feedback from genuinely musical people. Hopefully the death of my ex-band will mean that the curse is finally ending.

2022 will also see the debut release of Antifear, a collaboration with former Anathema singer Darren White. Can you tell me something about this album?
We have a large amount of material to work on. Over thirty songs so far. We need to be in the same country to work on them though and hopefully that will be soon now that the pandemic seems to be dying off. Its more punk influenced and guitar-based than anything that I have done for years. “The Eternity” album was hugely influenced by punk, but its not obvious in the way it was played. The Antifear stuff has hints of Hellhammer, The Cure, Fugazi and some good old doom metal in there, but I think people that know my music will recognise my style of writing. Darren is writing most of the lyrics for it and its great to be able to sit back and not worry about that, as Im used to writing everything. We have been working together on the arrangements too which is a nice change.

Going back to “Grace Road”, do you think that in the future you could propose these songs live?
This would be great. Who knows what the future holds?

Deathcrush – Il regno del serpente

Dopo la parentesi live album, “Spreading the Pest”, i Deathcrush tornano con un disco di inediti, “Under Serpents Reign”, uscito per la Time To Kill Records lo scorso 26 aprile.

Ciao ragazzi, nel 2019, poco prima che la pandemia bloccasse tutto, in particolare i concerti, avete pubblicato in modo quasi “profetico” un live album, “Spreading the Pest”. Come è andato quel disco?
Ciao! Si, in effetti il titolo è stato davvero “profetico” perché come hai detto è uscito appena prima che il covid bloccasse tutte le attività live ed il mondo in generale. In realtà, la decisione di intitolare il nostro primo live in quel modo deriva dal fatto che è stato registrato in Polonia durante il nostro ultimo tour, chiamato appunto Spreading The Pest Over Europe. La performance è stata registrata al Rudeboy Club. In seguito abbiamo girato tutto alla nostra precedente label che assieme ad altre etichette italiane ha voluto produrre un live album in edizione speciale con alcuni inserti all’interno. Devo dire che, nonostante il culto del live album si sia un po’ perso negli anni, questa nostra release è andata abbastanza bene.

Ora, quando pare che le cose in ambito live stiano per tornare alla normalità, avete pubblicato il vostro nuovo full-length, “Under Serpents Reign”. In qualche modo la cattività causata dal Covid ne ha influenzato il contenuto?
Più che altro ci siamo dati da fare e abbiamo sfruttato la situazione a nostro vantaggio. Tendiamo sempre a vedere il lato positivo delle cose, di conseguenza abbiamo tramutato questa pausa forzata in più tempo per lavorare. Ci siamo dedicati con molta più cura a tutti gli accorgimenti e ai dettagli, in particolare siamo stati estremamente minuziosi sugli arrangiamenti di ogni singolo pezzo per produrre un album che ci rispecchiasse al 100%. Saremmo dovuti entrare in studio già dopo la prima fase della pandemia, ma poi ci ha bloccati la seconda ondata. Quindi, consapevoli e forti anche di tutto il lavoro fatto a priori, va da sé che appena è stato possibile siamo entrati in studio carichi e determinati come non mai.

Da un punto di vista stilistico, come si pone “Under Serpents Reign”? Dà in un certo senso continuità alla vostra produzione o rappresenta uno snodo verso nuove soluzioni?
“Under Serpents Reign” è senza ombra di dubbio il nostro miglior album sino ad ora. Come ti dicevo, abbiamo curato tutto nei minimi dettagli, artwork, liriche e produzione in senso lato. Non a caso abbiamo voluto e avuto l’onore di lavorare con professionisti che seguiamo e stimiamo da anni. In questo lavoro c’è tutta la nostra anima. L’album presenta alcune soluzioni innovative rispetto al passato e certamente ci saranno delle sorprese, ma siamo comunque rimasti fedeli al nostro trade-mark musicale e stilistico.

Avete già testato dal vivo i nuovi brani?
Ancora no, anche se abbiamo già ricevuto proposte per alcune date in Sardegna. Stiamo aspettando che il pubblico riceva e ascolti l’album, poi partiremo in tour per tutta l’Europa. Abbiamo già provato le nuove song varie volte e ti posso assicurare che sono davvero violente dal vivo.


In passato avete girato parecchio, soprattutto nell’Europa dell’Est, pensata che il conflitto Russo-Ucraino possa in qualche modo penalizzarvi?
Visitare l’Est Europa è stata un’esperienza davvero fantastica, sia a livello professionale, perché abbiamo suonato in posti davvero fighi, sia personale perché abbiamo girato città e luoghi in cui si respira storia in ogni angolo. Avevamo parecchie proposte di live in quelle zone oltre a un tour in Russia. Ci dispiace molto non poter suonare lì vista la situazione attuale. Speriamo
che in futuro si possa realizzare il tutto.

Quello che non mi pare mutato è l’approccio lirico, di cosa parlano i testi?
No, le liriche non sono mutate. Consideriamo l’ingerenza della religione nel nostro paese un’oppressione anacronistica che vincola le menti e ogni aspetto della società tutta a uno stato di strisciante regresso. I nostri testi sono vero e proprio veleno stracolmo di ribellione verso i falsi
profeti e ogni aspetto che riguarda la Chiesa così come qualsiasi autorità o istituzione religiosa.

Il serpente richiamato nel titolo chi o casa rappresenta?
Il serpente che si morde la coda è sempre stata una figura che ci ha attratto. Considerando il titolo e l’artwork dell’album non potevamo non inserirlo in prima linea. Rappresenta il ciclo del potere che si rigenera divorando se stesso, è l’energia universale che si consuma e si rinnova continuamente. Non c’è nascita senza morte, non c’è creazione senza distruzione, per parafrasare i Nile. Il serpente simboleggia l’unità, la totalità del mondo e l’eternità. E’ una figura
che rappresenta al meglio il modo in cui Deathcrush concepiscono il male.

La copertina è splendida, chi l’ha realizzata?
La copertina è stata dipinta a mano da Paolo Girardi che ha creato un vero e proprio capolavoro. E’ sempre stato un sogno avere una sua opera realizzata appositamente per un nostro album perché stimiamo e seguiamo Paolo da tanti anni, per cui non possiamo che essere onorati. Tra l’altro ha fatto davvero un lavoro maestoso che rappresenta fedelmente lo spirito dell’album
sia musicalmente sia a livello di tematiche trattate nei testi.

In conclusione, quali obbiettivi vorreste realizzare con “Under Serpents Reign”?
“Under Serpents Reign” è già partito bene, abbiamo firmato con la Time To Kill e siamo davvero soddisfatti del lavoro superbo che stanno facendo. I pre-orders dell’album stanno andando benissimo ed abbiamo tante belle news da annunciare a tempo debito, ma vi assicuro che sono davvero delle grandi cose. Volevamo chiudere l’intervista ringraziandovi per lo spazio e per l’interesse dimostratoci. Rimanete aggiornati. AVE SERPENTS!

Speckmann Project – Fiends of Emptiness

ENGLISH VERSION BELOW: PLEASE, SCROLL DOWN!

Dopo tre decenni, il primo album degli Speckmann Project (1991) resta un capolavoro per gli amanti del death metal di tutto il mondo! Speckmann Project ritorna con un secondo album, intitolato “Fiends Of Emptiness” (Emanzipation Productions), scritto da Rogga Johansson (Paganizer, Johansson & Speckmann, Massacre, Necrogod, Ribspreader) con Paul Speckmann che si è occupato di tutti i testi.

Ciao Paul, vivi in ​​Europa da alcuni anni, cosa provi in questi giorni in cui la guerra è tornata qui in nel Vecchio Continente?
La guerra non è mai una buona cosa. Certo, Putin è un megalomane, e non certo il primo! Tutto quello che possiamo fare in questo momento è guardare e aspettare perché nessuno desidera davvero la terza guerra mondiale! Sono anni che scrivo canzoni su politici e governi pazzi, ma vedere queste cose diventare realtà è certamente terrificante! Politici e governi hanno troppo potere su tutti! È tempo di sottomettere i politici!

Quando hai capito che era giunto il momento di pubblicare un nuovo album con il moniker Speckmann Project?
L’idea è venuta da Rogga con il quale ho pubblicato cinque album come Johansson-Speckmann e molte di queste registrazioni sono passate inosservate. È davvero un peccato, dato che abbiamo registrato degli ottimi dischi insieme! Rogga mi ha detto che un disco con il logo Speckmann avrebbe avuto maggiori possibilità di essere ascoltato, ho accolto con entusiasmo questa idea, e sembra che effettivamente ci sia già più interesse per questa pubblicazione!

Pensi che questo album sia paragonabile in qualche modo al debutto, “Speckmann Project”?
È completamente diverso, con scariche di energia brevi, veloci e aggressive! La prima uscita aveva tracce più lunghe. Questa nuova versione va dritta al punto.

Pensi che ci siano differenze tra Speckmann Project e Master?
Ovviamente, di solito scrivo tutta la musica per la band, mentre per “Fiends of Emptiness” se ne è occupato esclusivamente Rogga! Ancora una volta si è trattato di una grande collaborazione! Mi piace lavorare con Mr. Johansson! Per quanto riguarda il primo Speckmann Project, ho scritto la maggior parte delle tracce, ma c’erano anche alcune grandi parti din Jim Martinelli!

La musica è stata scritta da Rogga, i testi da te: cosa hai provato quando hai ascoltato le nuove canzoni per la prima volta? Erano i riff che ti aspettavi per Speckmann Project?
Per nulla, scriviamo in modo diverso l’uno dall’altro! Posso spiegare come ha funzionato: Rogga mi ha inviato due tracce e mi ha chiesto se mi piaceva quello che avevo sentito. Fondamentalmente ha detto che si trattava di old school e che scriveva solo un po’ di punk, in stile death metal primordiale, secondo lui! In realtà, ho scritto i testi per la prime traccia in circa 10 minuti, seguite dalla seconda più tardi la sera. Sono andato in studio e ho registrato la voce e l’ho inviata ai ragazzi per la loro opinione. Hanno convenuto che si trattava di killer song e hanno iniziato a scrivere più canzoni e a inviarmele! Non mi ci vuole molto a scrivere i testi se le canzoni sono già killer! Un punto importante che devo sottolineare è che ho buttato giù tutti i testi per questa uscita, così come per la prossima del J-S, durante una positività di 7 settimane per Covid! E’ accaduto nel 2020! L’ho scoperto solo 4 mesi fa, dopo un esame del sangue per qualcosa di non correlato!

Che mi dici dei testi?
I testi vengono sempre scritti in un certo momento e in un certo luogo della storia, quindi nulla è cambiato in questa disamina, amico mio! Il mondo intorno a noi è un’ottima guida per i testi!

La copertina del nuovo album si ispira all’artwork del primo: dopo tutti questi anni sei cambiato di più come uomo o come musicista?
Entrambi, scrivo i testi più velocemente, e ovviamente sono invecchiato come fanno tutti, ho 58 anni e viaggio ancora per il mondo! Non si può certo dire che lo facciano ancora tutti nel giro!

Guardando indietro, sei soddisfatto della tua carriera con il Master?
Una domanda un po’ bizzarra, i Master e tutti i miei progetti mi hanno portato in giro per il mondo innumerevoli volte, e sono riuscito a guadagnarmi da vivere con la mia musica: per alcuni è un hobby, per me è uno stile di vita!

Sei sicuramente uno dei pionieri del metal estremo, ma ti consideri il padre del death metal?
Ci sono molti persone che possono rivendicare il titolo, ma di certo io ci sono stato dall’inizio. “Fuckin’ Death” dei Deathstrike è stato registrato nella primavera del 1985, direi che questo possa bastare!

After three decades, first Speckmann Project album (1991) is a masterpiece for the death metal lovers around the world! Speckmann Project returns with a sophomore album entitled “Fiends Of Emptiness” (Emanzipation Productions), written by Rogga Johansson (Paganizer, Johansson & Speckmann, Massacre, Necrogod, Ribspreader) while Paul Speckmann has penned all of the lyrics.

Hi Paul, you have been living in Europe for some years, how do you feel in these hard days when the war is back here in Europe?
War is never a good thing. Of course, Putin is a megalomaniac, and certainly not the first! All we can do is watch and wait at the moment as no one including yours truly, wants to see World War 3! I have been writing songs about politicians and crazy governments for years, but to see these things become a reality is certainly terrifying! Politicians and governments have too much power over everyone! It’s time to subdue the politicians!

When did you understand that was the time release a new album under the moniker of Speckmann Project?
The idea came from Rogga as he and I have released 5 recordings together as Johansson-Speckmann and many of these recordings have slipped by un-noticed. It’s really quite a shame, as we have recorded some excellent records together! Rogga said to me that a record under the Speckmann moniker would have a better chance of being heard, so I went along with this idea, and it seems that yes, there is more interest in this release already!

How do you think this album compares to your debut, “Speckmann Project”?
It’s completely different, with short, fast, aggressive bursts of energy! The first release had longer drawn out tracks. This new release gets right to the point.

What do you think separates Speckmann Project from Master?
That’s obvious, I write all the music for the bands normally, and this time Rogga wrote the music for the “Fiends of Emptiness”! It’s a great collaboration once again! I enjoy working with Mr. Johansson! As for the first Speckmann Project, I wrote the biggest majority of the tracks, but there were also a few great collaborations with Jim Martinelli back in the day!

The music was written by Rogga, lyrics by you: What did you feel when you listen to the new songs for the first time? Were riffs you’ve come to expect by Speckmann Project?
Not at all we write differently from one another! I can explain how it worked. Rogga sent 2 tracks to me and asked if I liked what I heard. He basically said this was old school writing just simple punky, Death Metal style from the early beginnings of the genre in his opinion! I actually wrote the lyrics for the first tracks in about 10 minutes followed by the 2nd track later in the evening. I went to the studio and recorded the vocals and sent them to the guys for their opinion. The agreed that the tracks were killer and they began to write more songs and send them to me like always! It doesn’t really take long to write lyrics for me if the songs are killer already! An important point I need to make was that I recorded all the lyrics for this release as well as the next J-S release during a 7-week bout with Covid! This was back in 2020! I only found out about it 4 months ago after a blood test for something non-related!

What’s about lyrics?
Lyrics are always written around a time and place in history, so nothing has changed at all in this retrospect my friend! The world around us is a great map for lyrics!

The new album cover is inspired by the artwork of the first one: after all these years have you changed more as a man or as a musician?
Both, I write lyrics faster, and of course I have aged as everyone does, I am 58 years old, and still bringing it to the world!  It cannot be said for everyone still in the genre!

Looking back, are you satisfied of your career with Master?
A bit of a silly question, Master and all my projects have taken me across the globe countless times, and I have managed to make a living off my music, as for some it’s a hobby, for me it’s a way of life!

You are definitely one of the pioneers of extreme metal, but do you look at yourself as the father of death metal?
There are many fellas that can claim the title, but I certainly have been around since the inception of the genre. Deathstrike “Fuckin’ Death”, was recorded in the spring 1985, enough said!

Straight Opposition – The next revolution

Chi si aspettava una versione dimessa degli Straight Opposition dopo lo split del 2018 e la conseguente lunga inattività, dovrà ricredersi. “Path of Separation” (Time To Kill Records \ Anubi Press) è un disco che non vive di ricordi, anzi mostra una formazione che, pur se rispettosa del proprio passato, vive con i piedi ben piantati nel presente e lo sguardo diretto verso il futuro…

Benvenuto Ivan, prima di concentrarci sul nuovo album, farei un piccolo salto indietro nel tempo: ti andrebbe di ricostruire gli anni successivi all’uscita del vostro precedente album, “TheFury From the Coast” del 2017?
Ciao! Certo! Appena uscito “The Fury From The Coast” ci siamo trovati nuovamente con diversi problemi di line up, risolti questi, abbiamo suonato in lungo e in largo per promuovere il disco con, in ultimo, un tour di tre settimane in giro per l’Europa che ha toccato Rep.Ceca, Lussemburgo, Belgio, Francia, Spagna e Italia. Personalmente, alla fine di questo tour avevo voglia di fare qualcosa di nuovo, così gli Straight si sono sciolti, e dalle ceneri sono nati i 217. Con i 217 andava tutto alla grande, ma poi è arrivato il Covid, che oltre farci perdere 18 concerti finali prima di entrare in studio, ha cambiato le vite lavorative degli altri membri portando la band ad una battuta d’arresto. Nel frattempo io e Luca Hc (membro storico della band che lasciò nel 2012 gli Straight) siamo stati molto in contatto pensando a nuova musica da fare insieme ad altre persone in Belgio, La spinta finale è arrivata a giugno 2021, quando Enrico Giannone della Time To Kill ci ha chiesto di fare un disco coi 217, visto che non poteva averci come Straight Opposition. Di converso, essendo i 217 impossibilitati a farlo, ho detto a Enrico che invece in pentola si stava muovendo una reunion Straight Opposition insieme a Luca e nuove persone (Flavio e Nicola) e che avremmo fatto un album. Il resto è storia: abbiamo cominciato a comporre a distanza, e da settembre in presenza (gli altri 3 vivono tutti in a Bruxelles ); tra novembre e dicembre siamo andati a Roma per registrare “The Path Of…”.

Il nuovo album si intitola “Path of Separation”, la parola separazione deve far preoccupare i vostri fan che da poco vi hanno ritrovato?
Col rientro di Luca abbiamo intrapreso un normale percorso di arricchimento delle composizioni e della nostra visione dell’hardcore, perciò è naturale non ripetere quanto fatto in passato evolvendo le canzoni verso nuovi lidi. Io penso che se qualcuno vuole sentire la band fare cose standard, può andare a rispolverare “Step By Step” o “The Fury From The Coast”. Se invece c’è la voglia di ascoltare qualcosa di nuovo, allora “The Path Of Separation” è il disco da macinare nello stereo, senza paura.

Il disco è uscito più o meno quando sull’Europa è riapparso lo spettro della guerra. Per una banda sempre socialmente impegnata come la vostra, questa combinazioni di eventi può assumere un significato simbolico?
Al di là del gran senso di frustrazione e di scoramento che stiamo provando in questi giorni nell’assistere inermi a quanto sta accadendo, non posso dire altro se non che la direzione tematica della band si è assestata sulla riflessione critica a proposito dello scontro dialettico tra singolo e apparato capitalistico sin dal demo 2004, quando le “All stars” del massacro in occidente erano Berlusconi, Bush e Putin. Eccoci di nuovo qui a combattere con i mostri. L’accumulo del capitale, inteso come detenzione di ricchezza e risorse nelle mani di pochi, diventa ancora più aggressivo in un momento in cui il Capitalismo classico è andato completamente in crisi sfociando apertamente nei più beceri e sanguinosi degli imperialismi contemporanei. Nel nostro piccolo, continueremo a diffondere concetti come “liberazione dell’individualità”, dell’individuo e della persona. Libertà nello scegliere ciò che si sente di essere, senza moralizzazioni religiose e patriarcali o gerarchie aziendali, sociali e familiari. Lo diciamo ai concerti, nei testi, nelle interviste. Partiamo da una base personalistica, da una riscoperta della soggettività più propria attualmente decostruita dagli apparati: combattere il leader che prima di tutto continua a negarci sotto forma di catene frasali.

Ne approfitto per chiederti, la vostra definizione di hardcore nel 2022: il significato e lo spirito di questo genere sono rimasti immutati oppure si sono adeguati ai tempi che viviamo?
Non sono in grado di rispondere: per me e per gli altri l’hardcore è uno stato mentale/attitudinale così come lo abbiamo vissuto negli anni 90. Sicuramente ci saranno stati dei cambiamenti, ed è anche giusto che sia così, ma per quanto ci riguarda, lo spirito rimane quello di un tempo. Lo spieghiamo bene in un pezzo del nuovo disco che si chiama “No Age To Xclaim”!

Torniamo al disco, le note promozionali che accompagnano il promo ne presentano il contenuto come “un mix tra una versione compressa di Integrity e Napalm Death senza blast beats”. Vi ritrovate in questa descrizione?
In effetti non è male. Il disco nuovo è davvero molto aggressivo e penso sia il perfetto punto di incontro tra fan degli Integrity e fan degli ultimi Napalm Death anche se, pur amandoli entrambi alla follia, non hanno influenzato minimamente il processo di scrittura per “The Path Of Separation”.

A quando risalgono i brani? Avevate già qualcosa nel cassetto o sono tutte creazioni recenti?
La composizione dei brani è iniziata immediatamente dopo la chiamata che ha visto protagonisti Enrico Giannone, Luca Hc e me. Era fine maggio 2021, da allora abbiamo cominciato a lavorare febbrilmente sui brani del disco partendo da zero. Non c’è nulla di datato, tutta roba fresca scritta durante l’estate.

Se non erro, ad oggi, avete estratto dal disco un paio di singoli: “Workstation Dead-Box” e “July019”. Come mai avete scelto proprio questi pezzi come biglietto da visita per tutto il disco?
Con precisione non ricordo il motivo per cui la scelta sia ricaduta su questi due brani, ma credo perché il primo da te citato mostra il lato più groove del disco, mentre il secondo quello più veloce, classico, da assalto frontale senza un domani.

Per una band come la vostra, che deve la propria fama soprattutto alle scorribande live, è importante avere dei video in rotazione?
In effetti il nome della band è cresciuto grazie alla nostra presenza live sin dal 2005, e a quell’epoca di avere video e cose di questo genere non se ne parlava nemmeno; tra l’altro non esisteva neanche Youtube, quindi direi che, almeno fino al 2008, ne abbiamo fatto a meno, e il nome è cresciuto lo stesso. I tempi attuali però, molto basati sulla forma/immagine, richiedono in effetti anche un supporto in immagini che, per quanto mi riguarda, cambiano poco la mia vita dato che i videoclip mi annoiano da morire. Se però questo può servire a diffondere e spingere la tua band è ok, ma credo ce ne siano troppi in rete, e alla fine uno nemmeno li guarda più di tanto. Tra l’altro, non vado pazzo per i video super rifiniti. Adoro le cose lasciate a caso, dove si avverte un certo senso di trascuratezza e improvvisazione. Non amo invece i video rifiniti, in cui la canzone gioca un ruolo secondario in favore dell’immagine. Amo ovviamente il cinema, ma questa è un’altra storia.

Credi che il conflitto in qualche modo possa condizionare un’eventuale tournée nell’Est Europa, territorio che in passato avete spesso bazzicato?
Il pericolo esiste eccome! Già nel 2008 abbiamo ricevuto aggressioni dai nazi di merda a Timisoara, durante un concerto, e poi minacce che hanno portato gli organizzatori ad annullare dei concerti in Ungheria, nel 2013, sempre grazie ai nazi locali che minacciavano di fare un macello. E gli episodi non sono finiti qui. Dunque immagino ora, con la drammatica virata a destra dell’Europa, quanti problemi potremmo avere, ma ci staremo attenti, non saranno quattro nazi di merda a fermarci.

Comando Praetorio – I sabotatori della luce

Due brani, della durata totale di poco più di 20 minuti, compongono “Sovvertire la tirannia della luce” (ATMF) dei Comando Praetorio. Abbiamo chiesto alla band di anticiparci qualcosa dell’EP in uscita nei prossimi giorni…

Benvenuti, dal 22 aprile sarà disponibile il vostro nuovo EP “Sovvertire La Tirannia Della Luce”, contente due brani. Possiamo considerare quest’opera un concept?
L’aspetto lirico è senz’altro il frutto di un medesimo flusso ispirativo, successivamente suddiviso lungo l’arco di due tracce. Il nuovo EP “Sovvertire la tirannia della Luce” si riferisce a un processo di allontanamento fisico e spirituale dalla tirannia monoteistica del sole, inteso sia come Logos assolutistico della razionalità astratta, inaridente e impositiva; sia come espressione del monoteismo desertico dell’orizzontalità militante.

Nel 2022 La Tirannia della Luce è ancora forte?
Nonostante le liriche siano state redatte nel 2020, riteniamo che queste siano prefigurate da significati atemporali ed eterni che ne garantiscono la validità anche difronte allo scorrere del tempo. Inoltre, in questi due anni l’ipertrofia del Logos assolutistico e solare non si è certamente attenuata; anzi essa è entrata in una fase sempre più oppressiva e totalitaria tramite la dittatura “pandemenziale” le cui conseguenze in termini non soltanto politico culturali, ma ancora di più parareligiosi e assolutistici, paiono evidenti.

In che modo può essere sovvertita?
L’inversione valoriale può avvenire in primo luogo nell’interiorità del proscritto, ovvero di colui che si è dato alla macchia, che, come direbbe Junger è stato espulso dalla società e si appresta ad espellere la società da sé stesso. Rispetto al cambiamento di paradigma avvenuto nel campo della macchinazione del mondo ad opera delle ideologie desertiche, la sovversione è microcosmica poiché avviene in primis nell’interiorità, ove si recuperano preliminarmente le condizioni dell’età dell’oro. A livello macrocosmico il proscritto diviene il custode della natura selvaggia, del silenzio e del lato notturno e nascosto delle cose.

In qualche modo la situazione di cattività nella quale abbiamo vissuto in questi ultimi due anni ha contribuito ad aumentare il vostro desiderio di sovversione?
Il desiderio è frutto di una pulsione, la volontà invece esprime la direzione del dominio anche nei confronti delle pulsioni e dei desideri. Parlerei dunque nel nostro caso di volontà e non di desiderio. I desideri piuttosto, sono quei fattori risultati cruciali nel meccanismo di ricatto operato dalla pandementia: a fronte di libertà negate o sospese, si è stimolato il desiderio insoddisfatto di coloro che non potendosi più divertire, ballare, uscire, hanno barattato i propri diritti fondamentali in cambio di lasciapassare concessi a fronte dell’obbedienza al paradigma del controllore biosecuritario. La volontà di superamento del paradigma assolutistico permette al ribelle di estenuare le forze del sistema dominante, che si trova quindi a sperperare le proprie risorse nel tentativo di coprire interamente lo spazio fisico e cibernetico con i propri sistemi di vigilanza, con la distopica “speranza” di poter verificare la stretta osservanza da parte di tutti i sudditi di tale paradigma. Ma mentre il deserto, determinato dall’ipertrofia del lato solare non bilanciato, permette il controllo totale e totalitario non così la foresta che cela, oscura e filtra la luce intrusiva del potere panottico.

Vi andrebbe di entrare nei dettagli della prima traccia, “Dell’oblio l’ombra siderea”? Come è nata e di cosa parla?
La prima traccia è stata, così come la seconda, in gran parte abbozzata dal nostro nuovo componente Damien, e poi riarrangiata da me per la parte chitarristica all’inizio del 2020. Successivamente si è proceduto ad arricchire e ad armonizzare la composizione in un tutto coerente anche grazie allo sforzo collettivo di tutti i componenti in sede di sala prove.
Abbiamo già affrontato i temi lirici nelle precedenti risposte, non resta che integrare quanto già detto con una breve citazione:

…il cielo stellato ultima guida
degli insonni dalla coscienza purificata
imposizione oltre la massa
palingenesi della materia mercuriale
ignicamente purificata
dominio dell’Artefice ridestato…

Mentre della seconda, “Ritorna il buio dell’origine uranica”, che mi dite?
Il processo compositivo e lirico è avvenuto con le stesse modalità della prima traccia così che ogni elemento si integra vicendevolmente tra i due brani.

…verso incendiari scenari di rivolta
ritorna il buio dell’origine uranica
milioni di enigmi del disinganno
scacciano gli incubi della macchinazione…

Rispetto a questa ipertrofia del lato solare, l’Unico si rifugia dunque all’ombra del cielo notturno, patrocinato dalle divinità Asuriche e Uraniche indoeuropee. Con questo atto si opera un’inversione dei principi cardine rispetto alla massificazione, intesa come conseguenza estrema delle religioni desertiche, che nel deserto sono nate ed al deserto vogliono riportare il mondo, in quanto nemiche di ogni verticalità.

In questo contesto, che significato ha la copertina dell’EP?
La copertina è ricavata da una foto scattata da un componente della band in Bretagna. Essa raffigura il dolmen bretone delle cosiddette “pierres plates” con a lato un menhir. All’interno del dolmen sono presenti diverse raffigurazioni della volta celeste e in particolare del grande carro. In tal senso si abbina in modo coerente con il significato dell’EP non soltanto da un punto di vista meramente grafico.

L’EP ha sancito l’esordio di Damien, quale è stato il suo apporto?
Il sodalizio con Damien nei ranghi di Comando Praetorio è iniziato prima del concepimento del nuovo EP; nonostante alcune idee e riff fossero già stati composti in precedenza, la sua presenza ha apportato un significativo apporto in seno alla band, contribuendo, dal punto di vista compositivo, al completamento delle bozze dei brani, oltre a definire tutte le linee vocali del disco in qualità di nuovo cantante. Inoltre, si è fatto carico anche della produzione di “Sovvertire…”per quanto concerne il mixing e il mastering, pertanto abbiamo potuto seguire in prima persona tutte le fasi di sviluppo e cesellamento dei nuovi brani passo dopo passo. Damien proviene da una lunga esperienza con i Mortuary Drape ed è tuttora il fac totum del progetto funeral doom Tetramorphe Impure; è un musicista creativo e molto capace, siamo inoltre legati a lui da un’amicizia pluridecennale; pertanto, non potremmo essere più soddisfatti della nuova sinergia instauratasi grazie alla sua presenza. Nel 2002 inoltre, Damien è stato coinvolto come voce nel progetto Enthroning Silence. La sua performance fu decisamente degna di nota.

Proporrete le due tracce dal vivo?
Attualmente non abbiamo alcun programma di future date dal vivo. La dimensione live non è mai stata prioritaria per CP; abbiamo sempre ritenuto la nostra musica come un’esperienza, un moto di ricerca interiore dell’ascoltatore che trova il proprio ambito più calzante in un ascolto raccolto ed individuale.

The Black Veils – Carneficina sonora

“Carnage” (Icy Cold Records / Audioglobe / Metaversus Pr) è il titolo scelto dai The Black Veils per il proprio terzo disco, un concept album che, muovendosi tra citazioni cinematografiche, si propone come ideale colonna sonora di questi strani anni di pandemia.

Ciao ragazzi, da qualche mese è fuori il vostro terzo lavoro, “Carnage”, vi andrebbe di fare un primo bilancio?
Gregor: Nella carneficina psicofisica e morale che hanno rappresentato gli ultimi due anni, direi che a uscirne fuori meglio forse è stato proprio il nostro album. Siamo sicuramente entusiasti dell’accoglienza che ha ricevuto, nonostante i concerti siano stati ridotti all’osso.
Mario: Bilancio positivo sia numerico (streaming digitali, vendite cd e vinili) sia di accoglienza: il disco precedente è uscito nel 2017, quindi si è venuta a creare un po’ di attesa che ci ha aiutati nel lancio di “Carnage. Per poter cavalcare quest’onda abbiamo concordato con la nostra etichetta di base francese, Icy Cold Records, di anticipare l’uscita del disco con il rilascio di alcuni singoli e i loro remix (prodotti da Geometric Vision, Hapax, The Foreign Resort) come b-side.

“Carnage” è il vostro terzo disco, quello che nella tradizione rock viene visto come il  più importante nel percorso di crescita di una band: credete di esservi giocati al meglio le vostre carte in vista di questo traguardo simbolico?
Gregor: Non c’è stata alcuna strategia se non quella di assecondare una certa sinergia, la volontà di convogliare le nostre energie, la nostra rabbia, il nostro spaesamento in un lavoro che è più degli altri album corale, partecipato.
Mario: “Carnage” è un disco decisamente diverso dai precedenti (“Blossom” e “Dealing With Demons”) per molti motivi: è il primo disco con il nostro batterista Leonardo, è il primo disco in cui le fasi di registrazione, mixaggio e mastering sono state distribuite su diversi professionisti del settore, è il primo nostro disco prodotto cercando di restituire l’impatto che possiamo avere suonando dal vivo su un palco. In definitiva sono personalmente soddisfatto del risultato ottenuto.
Leonardo: Fermo restando che non c’è mai un limite quando si parla di “giocare al meglio le carte”, credo in tutta onestà che “Carnage” sia un disco validissimo, di cui andiamo molto fieri, non per motivi di ego, ma per ragioni più profonde. Contiene una maturità nel linguaggio e nelle intenzioni che bastano perché possa affermarsi tra i precedenti. Con l’aggiunta delle batterie, la band, in quest’ultimo lavoro, penso possa affacciarsi ad un pubblico più variegato rispetto a “Blossom” e “Dealing With Demons”. Il sound nell’insieme presenta la band come qualcosa di crudo e feroce, ma ascoltando singolarmente i brani si possono notare molte più sfumature, come barocchismi vari, note vocali più romantiche, intenzioni meno cruente (nel caso di “Phantom Limb Syndrome” o “LamourLamort”) che si contrappongono a veri e propri scenari da guerriglia urbana (vedi “Hyenas”). Non so se si può considerare un traguardo, ma sicuramente un buon punto di partenza.
Filippo : Mi faceva decisamente paura questo terzo disco, lo ammetto. Sentivo la necessità di qualcosa di diverso, senza ovviamente snaturare ciò che siamo, ma il timore era che gli altri avessero idee inconciliabili con le mie. In realtà è venuto tutto in modo naturalissimo. In questo, ritengo, sia stato fondamentale l’apporto di Leonardo, in termini di concetti e di messa in atto. Da bassista, avere nella band un batterista (che pesta anche in modo considerevole) influenza e non poco la dinamica e l’intensità del suono. Non so poi se ci siamo giocati bene le nostre carte, di certo dalle differenze tra i vari brani viene fuori il nostro essere totalmente bipolar, eheh

“Carnage” è un titolo forte, me lo spiegate? 
Gregor: So solo che era l’unico titolo possibile, l’unico che rispecchiasse in una sola parola il concept del disco. È un album che parla di vittime e carnefici, del percepirsi e raccontarsi vittime ma dell’essere al contempo carnefici e viceversa. È il gioco al massacro delle relazioni e della cosiddetta società civile.
Filippo: E poi ci piace tanto Roman Polanski, era giusto omaggiarlo, eheh

Il disco è anche ammantato da una vena di black humor: dato il tema importante del disco, non temete di essere fraintesi in alcuni passaggi?
Gregor: Sono convinto che l’ironia e il dissacramento dei temi importanti non debbano essere temuti, ma accolti come la conferma dell’importanza degli stessi. Ogni grande dramma della Storia dell’uomo è stato vittima di un ridimensionamento comico o parodico: in questo caso non si tratta nemmeno di parodiare, ma di essere ancora più ferali, di cantare frustrazioni e turbamenti sociali e intimi davvero terribili prendendoli dannatamente sul serio, perché non c’è niente di più serio dell’ironia. In qualche modo è come se si danzasse sulla propria tomba. E a guardare la società che abbiamo costruito mi pare sia la cosa più seria da fare. Forse l’unica.

Il disco è stato scritto prima del lockdown, però la copertina in qualche modo mi sembra influenzata da quel periodo di cattività casalinga. Vedere quella abitazione sospesa nell’aria, così simile a una prigione…
Gregor: Eppure la copertina è stata ultimata da YURI (@mynameisyuri) nel dicembre 2019. Al massimo è un presagio! O forse ha portato semplicemente sfiga. Chiediamolo a lui!
Mario: La casa, le mura domestiche, la propria abitazione ha ora più che mai, una doppia valenza: da un lato un luogo conosciuto, familiare, confortevole e sicuro, dall’altro un luogo (letteralmente e allegoricamente) in cui restare imprigionati. Nel nostro concept la casa entra a far parte di quel senso del doppio ruolo che permea l’intero disco (vittima e carnefice, iene e conigli…).

Mentre il sound, al contrario, sembra muoversi nella direzione opposta, fatto per non essere ascoltato in casa ma su un palco… 
Gregor: Esatto. Abbiamo voluto restituire il nostro sound “live” senza fronzoli e senza orpelli di sorta, mantenendo volutamente intatte anche piccole imperfezioni. 
Mario: Come anticipavo è stata una scelta di impatto. Ci piace vedere il nostro pubblico ballare e divertirsi sotto il palco e ci piace immaginare che lo possano fare anche a casa, al mare, a lavoro, ascoltando “Carnage”.

In questo senso, avete già testato la resa live dell’album?
Gregor: Ancora troppo poco per i nostri gusti, date le chiusure varie ed eventuali. Ma il primo concerto al Covo dopo due anni davvero provanti, nella nostra città, Bologna, è stato memorabile. Almeno per noi.
Mario: Il momento storico è molto delicato un po’ per tutte le parti: da un lato locali, club, sale da concerto, con i loro format e organizzatori, dall’altro lato ci sono gli artisti, le band, i performer. La situazione sta ripartendo, seppur lentamente, ma bisogna ritrovare la fiducia di ricominciare!

“Carnage” è un disco fortemente “cinematografico” ricco di citazioni alla settima arte, vi andrebbe di ricapitolarne almeno quelle consce? 
Gregor: Sicuramente ci sono Bette Davis e Joan Crawford in “Lamourlamort”. E poi c’è Gian Maria Volonté in “This Is Going to Hurt”, citato un po’ a caso, ma mai a caso. Poi ci sono tante immagini e piccole citazioni che assorbo anche mio malgrado.
Filippo: Se posso, mi piace ribadire come anche nei dischi precedenti ci fossero diversi riferimenti cinematografici. Basti pensare al titolo di un brano, ”The Wicker Man”, tratto da “Dealing With Demons”. Il rimando all’omonimo capolavoro folk-horror di Robin Hardy è evidente, E badate bene, non è sfoggio gratuito o cosa! Siamo consumatori assidui di film e libri. Altro che sesso, droga e rock’n’roll.

Come detto, il disco, anche se è uscito lo scorso novembre, è pronto già da un po’ di tempo: non è che per caso avete già del nuovo materiale per il prossimo album?
Gregor: La questione è tanto tragica quanto semplice: durante la nuova ondata di contagi e l’ennesima chiusura dei club si trattava o di deprimersi mangiando chili di gelato davanti alla TV (che comunque, ci tengo a precisarlo, resta per me pratica nobilissima) o di cavalcare un po’ della carica, dell’energia e della sinergia che, fortunatamente, unisce tutti e quattro noi. Quindi, sì: siamo al lavoro su altri brani. Ma ce la stiamo prendendo molto comoda, perché l’intento è principalmente quello di tornare a suonare “Carnage” dal vivo. Che è stato il nostro intento fin dal principio. 
Mario: “Carnage” è per noi molto divertente da suonare e portare in giro su e giù dai palchi. Stiamo fremendo nel confermare le prossime date del tour promozionale e non vediamo l’ora di riprendere i live a pieno regime.
Filippo: Come ribadito dai ragazzi, al momento siamo concentratissimi sull’organizzazione del tour promozionale di “Carnage”. Fremiamo per tornare a suonare. Detto ciò, conoscendo i soggetti in questione da anni, sono sicuro che Greg abbia già scritto una quarantina di testi e Mario ha già composto, mixato e masterizzato i prossimi tre dischi! Sono dei vulcani attivi in continuo fermento.

Malauriu – L’oro s’è fatto

I Malauriu possono vantare una corposa discografia tra EP, split e compilation. Ciò nonostante, la casella full-length non veniva aggiornata dal 2017, anno di pubblicazione di “Semper ad Mortem Cogitantes”. Con “Malauriu” finalmente la band siciliana dà un successore a quell’opera e lo fa presentando alcune novità, in primis la presenza alla voce di Nequam (The Magik Way), che va rappresentare il terzo vertice del triumvirato che già vedeva nelle proprie fila Felis Catus e Schizoid.

Benvenuti ragazzi, dal 2013, anno della vostra fondazione, non sono mancate uscite a nome Malauriu, però, nonostante questa prolificità, tagliate solo ora il traguardo del secondo full-length, come mai?
Schizoid: Realizzare un full è qualcosa di davvero importante e richiede molto tempo. Anche demo, promo, EP, split sono release che richiedono impegno ma un album è una bella responsabilità. Deve lasciare un segno, ogni dettaglio deve essere perfetto e non deve essere dimenticato in poco tempo o riposto in libreria solo per misero collezionismo. Per la realizzazione di questo album abbiamo impiegato cinque anni circa, da fine 2017 ad oggi abbiamo fatto tantissime registrazioni. La gestazione così lunga è dovuta anche al fatto che cercavo il momento adatto per farlo uscire, dovevo prima terminare tutte le release black metal in programma.

Avete deciso di intitolare il disco con il nome della band, si cela un significato simbolico dietro questa scelta?
Schizoid: Volevo un disco senza nessun titolo in copertina per dare un ulteriore senso di mistero alla release. Questo disco rappresenta appieno il nome della band.

Sul vostro primo album intero, il ruolo di cantante era stato coperto dallo sfortunato Antonio Pasquini, morto quasi un anno fa: vi andrebbe di ricordalo?
Schizoid: Antonio Pasquini ha preso parte a cinque release Malauriu che hanno segnato una svolta a livello del sound e della scrittura dei brani. Sono grato per il suo grande contributo artistico e lo ricordo sempre con molto affetto. Lo scorso anno in questo periodo è uscita una compilation intitolata “A.M.E.N”. : racchiude tutti i brani cantati da Ant. L’abbiamo realizzata con il supporto della sua famiglia e di molti amici e musicisti con cui ha collaborato negli anni. A breve ci saranno altre interessanti novità al riguardo.

Proprio il ruolo del cantante è stato ricoperto negli anni da diverse persone, per “Malauriu” avete scelto Nequam dei The Magik Way. Si tratta di un membro effettivo della band o di un ospite? Come è nata questa collaborazione?
Schizoid: Il progetto Malauriu è stato sempre un porto di mare, sicuramente la collaborazione non finisce qui. Non ci sono membri effettivi o membri che vengono fatti fuori per lasciare spazio ad altri. Coinvolgo i musicisti in base alle esigenze artistiche del disco. Come dicevo precedentemente questo album prese vita già a fine 2017 e pensai a Nequam come il perfetto interprete per testi e voce. Lui è un pilastro della scena italiana e l’ho sempre stimato tanto; per noi è un onore avere la sua partecipazione. Ha sempre supportato negli anni molti miei progetti, c’è stata sempre una gran stima reciproca. Non voglio dilungarmi troppo in complimenti scontati, chi conosce Nequam sa il suo spessore artistico e chi ancora non lo conoscesse deve assolutamente recuperare la sua discografia.

In quale modo la presenza di Nequam ha influenzato il vostro stile?
Schizoid: Nequam è arrivato quando il disco era quasi pronto. Francesco Cucinotta, autore di gran parte degli arrangiamenti del disco, ha realizzato di getto queste quattro tracce dopo alcuni miei input. Inizialmente la mia idea era un po’ diversa come sound, ma all’ascolto di questi brani così folli e visionari mi sono lasciato trasportare e nel tempo ho ideato il resto.
F.C.: Questo disco segue un suo preciso karma, e credo sia stato un bene aver avuto la pazienza di aspettare un bel po’ di anni per individuare il momento giusto per pubblicarlo. Oltre a necessitare delle dovute cure tecniche, l’opera ha seguito la sua lenta evoluzione. Ad ogni passaggio ognuno di noi ha lasciato qualcosa di sè, e infine, attraverso la sensibilità di Nequam, la sua performance così ricca e intensa ha posto il sigillo finale. In termini “energetici” credo sia un lavoro più che riuscito.

L’aspetto lirico in questo album è fondamentale, pensate che il pubblico in Italia presti la giusta attenzione ai testi?
Nequam: C’è certamente un pubblico più interessato all’approfondimento, che si lascia guidare da un certo tipo di narrazione. Un pubblico per così dire curioso, che non si accontenta del mero manierismo. Mi piace pensare che così come questo tipo di pubblico rimarrà sempre agganciato ad un certo “sentire” ce n’è un altro in divenire che va ancora educato all’ascolto, va preso per mano e portato dentro all’ascolto. Questo album è un viaggio verso il “sotto”, è un viaggio verso il “dentro”, sia musicalmente che sotto il profilo dei contenuti.

Mi spiegate il concept di “Malauriu”?
Nequam: Il concept ruota attorno al concetto di introspezione. L’uomo deve da sempre fare i conti con alcune tare che non gli consentono un passaggio fluido tra i vari stati, zavorre che ostacolano proprio per la loro scarsa malleabilità. Attraverso la pratica occulta, egli sperimenta limiti e potenzialità del proprio essere. Ha come guida un Maestro, che come da tradizione esoterica non è dato sapere se sia egli stesso, entità umana, animale o meno, ma che certamente ne influenza le scelte, una volta abbattuto l’impedimento che separa corpo, fluido e spirito. Egli infine potrà scrutarsi, liberarsi in un viaggio in cui si potrà visualizzare, nell’accezione più alta del termine. Ho scritto questi testi in uno stadio fortemente alterato grazie a pratiche respiratorie e di profonda introspezione, guidato esclusivamente dalla musica concepita da Schizoid e Francesco Cucinotta (Felis Catus). Trovarmi di fronte ad un magma sonoro fortemente caratterizzato mi ha aiutato ad abbandonarmi ad una sorta di scrittura automatica, trovarmi di fronte alle Volontà degli autori mi ha consentito un viaggio di andata e ritorno pacifico pur nella sua inquietudine. Ciò che ne è emerso è quanto enunciato nei testi, per nulla tramati ma declamati per come si sono manifestati.

Il disco esce grazie alla cooperazione tra tre realtà – Southern Hell Records, Nero Corvino e Zero Produzioni – quanto sono importanti questo tipo di collaborazioni per una realtà underground come la vostra?
Schizoid: Trovare etichetta oggi è molto difficile, specialmente per un disco come questo di un genere ancora più di nicchia del metal. Per fortuna l’underground resiste sempre, ci sono tantissimi appassionati dediti al genere che sono ancora disposti a investire tempo e denaro per realizzare il supporto fisico che ritengo indispensabile.

In conclusione, vi chiedo: vi sentite in qualche modo i difensori\prosecutori della tradizione occulta italiana e di quel sound nato qui da noi grazie agli Jacula?
F.C.: Credo che ognuno di noi segua determinati percorsi di ricerca esoterica più per un naturale bisogno spirituale, che per questioni principalmente artistiche o di estetica. Queste possono essere al limite delle dirette naturali conseguenze se scegli la musica come veicolo per le tue personali intuizioni, quindi è plausibile l’essere accostati a determinate correnti. Sicuramente il nostro paese ha avuto e ha nomi eccellenti che in campo musicale tramandano da sempre questo tipo di sound. Se questo disco ci rende automaticamente difensori e/o prosecutori di questa tradizione, personalmente non saprei, ma se lo fa, lo fa in modo assolutamente non programmato. Queste sono cose che spesso stabilisce nel tempo l’ascoltatore. I musicisti solitamente seguono altre dinamiche.