The Old Blood – Il sangue della vecchia scuola

Christian Montagna è uno stakanovista dell’underground, una di quelle macchine che non riescono a star ferme, perché la passione e l’amore per la musica è un carburante troppo potente. Quando una persona come lui scrive la parola fine su un capitolo importante della propria vita, non può che iniziarne uno nuovo: The Old Blood, la sua nuova creatura, è un contenitore di videointerviste rilasciate da persone, artisti ma non solo, che hanno contribuito e contribuiscono ad alimentare il sacro fuoco dell’underground…

Benvenuto Christian, prima di passare al tuo nuovo progetto The Old Blood, farei un passo indietro: lo scorso marzo, dopo nove anni di attività, hai messo la parola fine alla tua zine Son of Flies: come mai?
Ciao Giuseppe. Grazie per la tua gentilezza e per lo spazio concessomi. Sono felice di rispondere a queste tue “stimolanti” domande. Prima di iniziare a parlare di me, volevo farti i complimenti per il tuo lavoro e per il bellissimo libro “Icons of Death” che sto continuando a leggere con interesse in questi ultimi giorni. Facendo riferimento a questa prima domanda, posso dire che ho messo fine al mio percorso come scrittore nell’underground musicale dopo oltre 25 anni di attività ininterrotta (mi riferisco solo al ruolo di writer indipendente, appunto). Son Of Flies Webzine (https://www.sonofflies-webzine.it/) ha accompagnato gli ultimi nove anni della mia vita, pubblicando su di essa oltre duemila articoli tra recensioni e interviste a gruppi italiani ed internazionali. Il sito ufficiale della webzine è ancora attivo e la tendina laterale presente all’interno della pagina lascia trasparire il grande lavoro svolto (solo da me) dal settembre 2012 al marzo 2021. La mia più grande soddisfazione, aver avuto la possibilità di intervistare artisti del calibro di Donald Tardy degli Obituary, Fenriz dei Darkthrone, Lee Wollenschlaeger dei Malevolent Creation, Luc Lemay dei Gorguts, Scott Reigel dei Brutality, Martin Stewart dei Terror, John McEntee degli Incantation, Jef Stuart Whitehead aka Wrest del progetto Leviathan, Josh Graham degli A Storm Of Ligth ed ex-Neurosis, Harley Flanagan dei Cro-Mags, Steve Von Till dei Neurosis, Jeremy Wagner dei Broken Hope, Dan Swanö degli Edge Of Sanity, Jamie Saint degli Ulcerate, Mick Moss degli Antimatter, Jacopo Meille e Graig Ellis dei Tygers Of Pan Tang, Gabriele Panci aka New Risen Throne, Peter Andersson aka Raison D’Être, Aaron Stainthorpe dei My Dying Bride,  Jonas Renkse dei Katatonia, Michael Borders dei Massacre, Bjørn Dencker dei Dødheimsgard, Peter Bjärgö degli Arcana, Kristoffer Rygg degli Ulver, Chris Spencer degli Unsane, Richard Hoak  dei Total Fucking Destruction ed ex-Brutal Truth, Chris Reifert dei Violation Wound, Autopsy, ex-Death e tanti altri ancora. Nell’ultimo post pubblicato su Son Of Flies Webzine, quello del 5 marzo 2021, avevo scritto: “La Musica, anche al giorno d’oggi, riveste un ruolo fondamentale ed è parte integrante della mia vita, e non smette mai di affascinarmi. Il problema (principale) è che, per certi aspetti, si è arrivati al limite della saturazione. Nella contemporaneità pochi musicisti riescono a sorprendermi, pochi dischi sono in grado di rapire la mia persona, questa è l’unica verità. E con ciò non sto dicendo che non ci sia la buona musica.” Poi aggiungevo: “Devo essere sincero: apprezzo pochissima musica odierna, che sia rock, punk, hardcore, metal, noise, elettronica, ambient o altro. Diciamo che negli ultimi 10 anni sono diventato molto selettivo e spesso ascolto solo musicisti e dischi dei tempi ormai andati, molti di questi artisti continuano ad essere attivi nel panorama musicale”. Quindi, senza dilungarmi troppo su questo argomento, ho deciso di poggiare la mia penna per mancanza di stimoli, dopo aver consumato litri di inchiostro per oltre due decadi. Oggi continuo ad essere attivo nel circuito di nicchia, soprattutto in quello nostrano, portando avanti questo nuovo progetto (The Old Blood) da me ideato nel maggio 2021. E comunque, a prescindere dai 9 anni investiti per nutrire Son Of Flies Webzine, il mio passato è stato caratterizzato da tanto altro e tante altre esperienze, come scrittore e musicista. Se mi è concesso, vorrei parlare un po’ di questo per dare la possibilità a chi legge di ripercorrere insieme a me alcuni momenti importanti della mia vita. Molti sanno già che la mia più grande passione è il metal in tutte le sue sfaccettature: un genere musicale che mi ha formato e cambiato la vita, approfonditamente studiato nel corso del tempo. Ma devo anche dire che, di giorno in giorno, non ascolto solo gruppi e dischi metal. Per esempio, amo dannatamente il vecchio hardcore italiano ed americano, come anche sonorità sperimentali quali ambient, dark ambient, industrial, noise etc.. Avevo solo 9 anni quando mi avvicinai ai primi dischi rock/metal, e mi riferisco a pietre miliari come U2 “War”, Pink Floyd “A Momentary Lapse of Reason”, Europe “The Final Countdown”, Queen “A Kind of Magic”, Guns N’ Roses “Appetite For Destruction”, AC/DC “For Those About to Rock”, Iron Maiden “Killers” e “Piece of Mind”. Ai miei 11 anni arrivarono i Metallica di “Ride the Lightning” e “Master of Puppets” e i Testament di “Souls of Black”, ai 12 anni la folgorazione totale con i Sepultura di “Arise”, ai 13 anni venni letteralmente rapito dai Cannibal Corpse di “Tomb Of The Mutilated”, dai Deicide di “Legion”, dai Brutal Truth di “Extreme Conditions Demand Extreme Responses”, dai Suffocation di “Effigy of the Forgotten” oltre che dal bellissimo “Dehumanizer” dei Black Sabbath, ai 15 anni arrivò il fulmine a ciel sereno “Far Beyond Driven” dei Pantera, poi Slayer “Divine Intervention”, Testament “Low”, Obituary “World Demise”, Brutality “When The Sky Turns Black” e, ovviamente, tanti altri album che non sto qui a citare perché sarebbero troppi da elencare. Sempre nel 1994 mi avvicinai velocemente al black metal scandinavo in tutte le sue violente sfaccettature. Dopo quell’anno conobbi la musica sperimentale nelle sue forme più oscure e disturbanti grazie alla prestigiosa etichetta svedese Cold Meat Industry (Mortiis, MZ.412, Raison D’être furono i primi progetti da me ascoltati). Cambiando genere, non posso non citare il vecchio rap dei Public Enemy con il CD “Greatest Misses”. Fu mio fratello maggiore ad avvicinarmi alla cultura hip hop, in maniera casuale, o meglio, accidentale. Tutto iniziò con quella raccolta del 1992. Quelli elencati possono essere considerati alcuni dei dischi “fondamentali” della mia fanciullezza e adolescenza. Comunque non posso negare che, durante la mia giovane età, ho ascoltato tanta musica diversa, e questo è stato molto positivo. Quindi, come si può capire da quanto scritto, la mia formazione musicale è stata piuttosto varia. Tornando al discorso della scrittura, tutto prese il via nel lontano 1995 quando iniziai ad approcciarmi alla materia con la mia prima esperienza con le fanzine cartacee. Avevo solo 16 anni eppure ero già affamato di conoscenza nel circuito musicale underground. I primi passi all’interno dell’estremizzazione sonora vennero mossi insieme a Giancarlo Gelormini, una persona a me vicina a quel tempo e che conobbi in maniera casuale, ora non ricordo la circostanza e l’anno preciso (1993 o 1994), comunque tutto avvenne in una località marina molto rinomata chiamata Torre dell’Orso nel Salento. Trascorrevamo molto tempo insieme visto che anche lui è originario della Provincia di Lecce. Quelli erano anche gli anni in cui ci si spostava con un motorino o con una vespa per incontrarsi, ci si muoveva su due ruote per andare a vedere i primi concerti nei centri sociali, posti occupati, casolari sperduti nelle campagne, etc.. Tutto era magico! Non esistevano telefonini, infatti le chiamate venivano effettuate dalle cabine telefoniche a gettoni del paese o dal fisso di casa e, in questo caso, spesso lo si faceva di nascosto per non farsi beccare dai genitori. Grazie all’amicizia con Giancarlo e alla conoscenza altrettanto casuale di un personaggio del Nord Italia di nome Davy (sì, penso che si chiamasse così), negli anni ’90 entrai in contatto con tante altre band più estreme dell’epoca, sia italiane che straniere, quindi iniziai anch’io ad appassionarmi al cosiddetto “tape trading”. Potrei citare le prime cassette ricevute e registrate su nastri Tdk, Sony, Basf, Fuji, Maxell: Cannibal Corpse “Tomb of The Mutilated” e “The Bleeding”, Dismember “Like An Ever Flowing Stream”, Malevolent Creation “Stillborn”, Deicide “Legion”, Darkthrone “Soulside Journey”, Burzum “Hvis lyset tar oss”, Impaled Nazarene “Ugra Karma”, Immortal “Pure Holocaust”, Cradle Of Filth “The Principle of Evil Made Flesh”, queste le prime che mi vengono in mente. E per quanto riguarda il metal italiano ricordo i nastri duplicati di Sadist “Above The Light”, Mortuary Drape “All The Witches Dance”, Opera IX “The Call Of The Wood”, Necromass “Mysteria Mystica Zofiriana” e tanti altri ancora, oltre che alcuni dei primi demo originali acquistati tramite corrispondenza cartacea, e su tutti vorrei citare Cruentus “When The World Ends To Be”, Undertakers “In Limine Mortis” e “Beholding The Reality”, Natron “Force”, Glacial Fear “Promo ‘93”. E potrei andare avanti con alcuni dei lavori più belli su CD acquistati tra la metà e la fine degli anni ‘90: Novembre “Wish I Could Dream It Again…”, Glacial Fear “Atlasphere: the Burning Circle”, Sinoath “Still in the Grey Dying”, Detestor “In The Circle Of Time”, Undertakers “Suffering Within”, Calvary “Across the River of Life”, Extrema “The Positive Pressure”, Cruentus “In Myself”, Sadist “Tribe”, Evol “The Saga of the Horned King”, Gory Blister “Cognitive Sinergy”, Entirety “In Caelo Omnia Acciderunt”, Death SS ‎”Black Mass”, Horrid “Blasphemic Creatures”, Natron “Negative Prevails”, Antropofagus “No Waste Of Flesh”, Nefas “Transfiguration To The Ancients’ Form” e, come dicevo poc’anzi, questi sono solo alcuni dei tanti dischi che mi hanno accompagnato nel mio lungo percorso. L’underground metal diventò una vera e propria droga! Ho trascorso lunghi e bellissimi periodi in compagnia di Giancarlo, i cosiddetti momenti indimenticabili degli anni ‘90. Sempre a quel tempo, iniziai a comprare (per corrispondenza) tante demo, CD, fanzine cartacee, come anche le riviste italiane che uscivano in edicola Grind Zone, Metal Shock, Flash, Thunder, la collana “Metal” della Armando Curcio Editore. Ogni giorno c’era una nuova e fantastica scoperta che alimentava la mia passione per la musica metal. Proprio insieme a Giancarlo Gelormini, tra la fine del 1995 e l’inizio del 1996, mi dilettai con le prime interviste a Opera IX, Nihili Locus, De Occulta Philosophia per la fanzine cartacea Obscurity ‘Zine. Successivamente, dopo un anno, decidemmo di separarci amichevolmente: lui fu il fondatore della fanzine cartacea Bylec-Tum ‘Zine (dedicata al panorama black metal), mentre io decisi di fondare la mia prima fanzine cartacea Morgue Views ‘Zine (dedicata alla scena death metal e grindcore) nel 1997. Dopo il 2002 iniziai a lavorare sulla newsletter The Whip. Infine, dal 2012 al 2021 ho curato Son of Flies webzine. Nel corso degli ultimi 23 anni ho militato come cantante in quattro gruppi (Traitor, Cast Thy Eyes, Slumcult, Bune) e come bassista nei Virulent Re-Shapes. Soprattutto con i Cast Thy Eyes ho suonato tanto in Italia oltre ad aver composto e registrato i due più importanti album della mia vita. Ho deciso di dilungarmi per tracciare un quadro generale della mia storia per chi ancora non mi conoscesse e, soprattutto, per far capire che la decisone di mettere fine al discorso “recensioni” e “interviste”, per mancanza di stimoli appunto, è arrivata dopo un lungo percorso ininterrotto.

The Old Blood è il tuo nuovo progetto, una serie di video in cui i protagonisti dell’underground metallico si raccontano: come è nata l’idea?
L’idea è nata in maniera casuale nel maggio di quest’anno, dopo un piacevole confronto telefonico con l’amico e storico batterista piemontese Ricky Porzio degli Infection Code, una persona che stimo per la sua unicità. Grande Ricky! Quel nostro lungo confronto si era focalizzato fin da subito sull’arte e sulla musica a 360°. Argomenti di conversazione interessanti, come puoi ben immaginare. Sai, quelle piacevoli chiacchierata tra amici. Eravamo in sintonia su tutto. Dopodiché, in maniera spontanea e non programmata, decisi di proporre a Ricky di registrare un video (da pubblicare inizialmente nel mio profilo Facebook) in cui avrebbe avuto la possibilità di raccontarsi a cuore aperto, raccontare un po’ di cose sulla sua persona e sul suo vissuto nella musica, e così avvenne. Lui accettò la mia proposta con molto entusiasmo, vista la stima reciproca, e fui contentissimo di condividere il filmato della durata di 17 minuti  nella mia pagina. E’ risaputo che le cose migliori della vita accadono per caso. Rimasi affascinato e rapito da quel suo video, dall’intensità con cui raccontava la sua storia, e da quel momento decisi che era arrivato il momento di lavorare su qualcosa di più forte per ciò che concerne il supporto alla musica underground. Oggi, quel qualcosa si chiama “The Old Blood”. Questo progetto è quello che mi ispira ora, che rispecchia meglio quello che sono diventato dopo anni e anni di esperienza e quello che sento attualmente. Il mio intento era quello di dare voce con dei filmati ad alcune delle personalità di cui nutro stima, lasciandole libere di raccontarsi e di raccontare la loro storia, come ho scritto all’interno del sito ufficiale (http://theoldblood.it). Doveva essere un manifesto dedicato principalmente alla vecchia scuola dell’underground italiano, quella degli ’80 e ‘90. Una scelta voluta, sentita e consapevole!

Qual è il filo che collega tra loro Son of Flies webzine e The Old Blood?
Non c’è un filo che collega i due progetti. In realtà, considero The Old Blood come un’evoluzione, ma anche un nuovo inizio per continuare nella mia missione come supporter della vecchia scuola Nostrana. Ho sempre ricercato la bellezza nella genuinità del passato, una forza poetica tale da ispirarmi nella vita di tutti i giorni. Faccio tutto questo da oltre 25 anni e per me, continuare a portare avanti un certo verbo, fa parte della mia normalità e quotidianità, quindi è parte del mio DNA. In fin dei conti, quando vivi giorno per giorno non hai bisogno di guardare oltre. Un tempo alimentavo la mia passione con uno spirito di ribellione, adesso agisco in maniera molto più matura e organizzata, ma senza mai scendere a compromessi, senza mai allontanare il mio spirito combattivo. La mia attitudine è la stessa di sempre! Il mio modo di fare le cose continua ad essere un evidente invito all’autodeterminazione. Underground, per il sottoscritto, vuol dire libertà di espressione e di azione, lottare e morire per quello in cui si crede, ma rimanere fedeli all’underground è anche una scelta di vita (non chiacchiere!). L’underground ha insegnato a me e a tanti altri (come me) a pensare con la propria testa. La mia idea di “underground” non è mai stata sinonimo di “gabbia”. Mai porsi limiti! Quindi, per ritornare alla tua domanda, l’unico filo che collega The Old Blood con tutto ciò che ho fatto in precedenza è, senza ombra di dubbio, la “coerenza”. Uno dei punti chiave è che “la credibilità deve essere guadagnata”, e la si ottiene prima di tutto con “l’umiltà” e poi con il costante “impegno”. L’umiltà è una virtù che in molti dimenticano di mettere in pratica. Oggigiorno, qualsiasi battaglia tra poveri lascia il tempo che trova, e spesso, l’ignoranza e l’invidia vanno a braccetto in questa Nazione. Penso non serva aggiungere altro.

Mi dai la tua definizione di “Vecchio Sangue”?
Il “vecchio sangue” è sinonimo di “vecchia scuola”. Non è casuale la scelta del nome. E’ qualcosa di legato direttamente all’essenza di certe persone che mostrano di voler fare ciò che pensano vada fatto, e non importa quale prezzo si dovrà pagare. Non so se rendo l’idea. Persone “autentiche” e “appassionate” che se dicono di stare dalla tua parte ci stanno per davvero. La vecchia scuola, quella vera e genuina, ha sempre “dimostrato” che i fatti fanno la storia e non le chiacchiere. La “musica underground” è qualcosa che amiamo fare e supportare ma anche qualcosa che ci salva la vita. Ognuno di noi cresce, si evolve, vive, ed è giusto che sia così. Eppure, in questa evoluzione, solo pochi della vecchia scuola restano veramente fedeli a certi valori legati al passato glorioso, ed io sono fiero di far parte di questo “zoccolo duro”. Attenzione a non confondere tutto questo con qualcosa di “nostalgico”. Non riuscirei a immaginarmi diverso da quello che sono diventato e da quello che sono stato in passato. Oggi non mi interessa piacere o non piacere, io faccio le mie cose a modo mio e come penso vadano fatte, con professionalità e dedizione, umiltà e passione.

Quali caratteristiche devono avere le band o gli artisti per poter essere ospitati all’interno del tuo spazio?
Non sono un giudice da X Factor, The Voice, da talent show insomma. Io non chiudo le porte a nessuno! A me non importa se il musicista “x” è più conosciuto o meno, se più simpatico o antipatico, se più figo o sfigato, se più tecnico o grezzo nel modo di esprimersi, e non voglio dare priorità a nessuno, nulla di tutto questo. La mia esigenza è dare spazio a quell’entità chiamata musica, che sia metal, hardcore o altro. The Old Blood è aperto alla vecchia scuola, sia ai gruppi minori che a quelli più conosciuti, purché siano stati o ancora attivi dagli anni ’80 e ’90. Poi è ovvio che dietro ci sta un mio lavoro di attenta valutazione frutto di anni e anni di esperienza, insomma, capire con chi ho a che fare se qualcuno dovesse contattarmi di sua spontanea volontà.

Quindi, eventualmente, chi fosse interessato a partecipare può inviare una candidatura o preferisci essere tu a scegliere e poi contattare chi ritieni più opportuno?
Di solito sono io a contattare i musicisti basandomi su un’accurata selezione, ma se qualcuno è interessato a partecipare al progetto, può sempre scrivere privatamente via mail (christian.theoldblood@gmail.com) oppure utilizzando la mia pagina facebook personale. Ovviamente, tutto verrà valutato attentamente   confrontandomi con i diretti interessati. In soli tre mesi ho contattato più di 80 musicisti (e non solo) e tanti altri ne arriveranno, mentre i video già pubblicati sulla pagina ufficiale sono oltre 40. Ci tengo a sottolineare che all’iniziativa non aderiranno solo musicisti, ma anche addetti ai lavori e vari professionisti che hanno gestito (in passato) o che continuano ad occuparsi di etichette discografiche indipendenti, e altro ancora. Qualità personali a parte, la chiamata è rivolta a personaggi che hanno lasciato il segno per la loro dedizione, per l’impegno profuso nel cercare la loro strada nell’underground musicale. Devo anche aggiungere che, fino ad oggi, ci sono state diverse persone che partecipando (direttamente o indirettamente) a questo mio progetto non si sono tirate indietro a consigliarmi dei musicisti di tutto rispetto, ricevendo contatti telefonici di personaggi che conoscevo musicalmente fin dai primi anni ’90 ma con i quali non avevo mai interagito personalmente. E’ successo anche questo. In merito a ciò, vorrei ringraziare Giovanni Cardellino, Enio Nicolini, Massimo Gasperini, Mauro Pirino, Lorenzo Gavazzi, Luciano Chertan, Simone Bau’, Walter Garau, Giorgio Giagheddu, Azmeroth, Mik Fuggiano, Davide Macchi aka Dave, Sergio Ciccoli, Francesco Cucinotta, David Belfagor Newmann, Davide Stura, Michele Montaguti, Flavio Domenico Porrati, Ivan Di Marco. Mi scuso se ho dimenticato qualcuno, ma non credo. Un’ultima cosa molto importante: The Old Blood viene da me illustrato a voce parlando direttamente con le persone che scelgo di coinvolgere, quindi non aspettatevi nessuna mail promozionale asettica. I rapporti umani e il confronto reale vengono prima di tutto! Instaurare un rapporto di fiducia crea una base solida per il progetto in sé.

Quando scegli un artista e lo contatti, poi lasci a lui piena libertà di strutturare il proprio intervento o dai tu delle direttive di massima, che ne so argomenti da trattare, durata del video, tipologia di ripresa, ecc ecc.
Gli artisti sono liberi di raccontarsi e di ripercorrere il loro vissuto in totale libertà. Non c’è un copione da rispettare, nulla di preconfezionato. Ovviamente preferisco che ognuno si soffermi su racconti, storie, vicende, aneddoti legati al passato, per poi arrivare al presente, sempre e solo con la massima spontaneità. La stessa location per registrare il video viene decisa dalla persona coinvolta. Con The Old Blood volevo allontanarmi dai soliti format “patinati” che si possono trovare e vedere su YouTube e su altre piattaforme, rompere i soliti schemi moderni dove tutto deve essere maledettamente “perfetto”. Non la solita video intervista gestita dal giornalista “x” che dirige le danze con una carrellata di domande. Niente di tutto questo. Il mio intervento doveva essere “marginale” all’interno del progetto. Mi spiego meglio: il mio lavoro, che poi è quello più complesso, è la gestione della comunicazione con gli Artisti e la promozione dell’iniziativa, il resto lo fa la persona che inizia a parlare di sé all’interno del video, perché quello che deve rimanere è l’essenza “vera” di ogni racconto, ecco perché ho reputato marginale il mio coinvolgimento nei video. Inoltre, per chi ancora non lo sapesse, i filmati non verranno alterati con nessun tipo di montaggio, bene che si sappia. Ogni video viene pubblicato sulla mia pagina di YouTube (Christian Montagna / The Old Blood) così come mi viene recapitato e senza effettuare tagli. Adoro vedere la persona che, posizionata davanti al suo schermo, fa partire la registrazione schiacciando “Rec” e pigiare “Stop” alla fine del racconto. Quella sporcizia che ha il sapore della veridicità! Tutto deve rimanere vero e genuino!

Non hai mai nascosto il tuo amore per i rap della vecchia scuola, in futuro sul tuo canale potremmo anche vedere dei rapper?  
Come ho già detto nella prima risposta, fu proprio mio fratello maggiore ad avvicinarmi alla musica rap, senza che io me lo aspettassi. Era un giorno del 1993 quando su quello stereo in camera mi accorsi di questo CD che non avevo mai visto prima. Lo aveva portato proprio mio fratello. Mi riferisco ai Public Enemy di “Greatest Misses”, CD del 1992 che includeva sei brani in studio inediti, dei remix di canzoni pubblicate in precedenza e una performance dal vivo per la televisione britannica. Rimasi colpito da quella copertina in bianco e nero con quel simbolo che vede un uomo nero al centro del mirino del governo, un’icona che è stata poi utilizzata per le proteste afroamericane durante la fine degli anni ’80. Considerate che avevo solo 13 anni. Difficile spiegare la sensazione che provai dopo aver schiacciato “Play” per la prima volta. Pensate a me che fino a quel momento avevo ascoltato hardcore e metal hahahaha. La prima mia esclamazione fu: “ma cos’è questa merda?!?!” hahahaha. Cercai di allontanarmi velocemente da quelle sonorità così diverse da ciò che avevo amato fino a quel momento. Ma dopo un po’ di giorni accadde qualcosa di strano. Cosa? Fui nuovamente tentato di riascoltarlo. Così avvenne. E da lì iniziai ad ascoltare anche quel genere. Diciamo che in alcuni momenti della mia vita il rap è stato un buon diversivo. Le stranezze della vita hahaha. Tanti gli artisti che ho ascoltato nel corso degli ultimi 25 anni e che non posso non citare in questa sede. Tra i miei preferiti degli anni ’80 e ’90 ci sono Mobb Deep, Nas, N.W.A., Eazy-E, The Notorious Big, The Wu-Tang Clan, MF Doom, Onyx, Cypress Hill, Ice-T, Non Phixion, Goretex/Lord Goat. Degli anni 2000 direi Vinnie Paz, Ill Bill, Nems, Griselda, Conway The Machine, Benny The Butcher, ma ce ne sono altri che mi hanno colpito positivamente. Per ciò che concerne il rap underground italiano vorrei citare 4 album che mi hanno particolarmente segnato. Mi riferisco a Lou X “A Volte Ritorno”, Kaos One “Karma”, Colle Der Fomento “Adversus” e DSA Commando “Retox”, anche se apprezzo le intere discografie di questi artisti. I DSA che, tra l’altro, sono miei carissimi amici da ormai 11 anni, li reputo (e non solo io) la migliore realtà rap underground degli ultimi 15 anni. Penso che sia parecchio difficile, per un gruppo hip hop italiano, farsi notare in una Nazione così abituata a cibarsi della spazzatura del circuito mainstream, ma loro sono stati in grado di impressionare ed emergere per la loro dedizione alla causa, per l’impegno profuso nel cercare la loro strada ed identità. E ci sono riusciti! Anni fa mi piaceva l’idea di presentare e spingere la loro musica nella mia Son Of Flies Webzine, e così avvenne. Oltre a ciò, sono contento di aver partecipato alla coproduzione del loro disco “Le Brigate della Morte” uscito nel 2013. Questi ragazzi avranno sempre il mio supporto, prima di tutto per la loro passione e umiltà.

Finora abbiamo approfondito le caratteristiche di The Old Blood, ma come è stato accolto del pubblico e che riscontri stai ottenendo?
Il progetto è stato accolto con molto entusiasmo e sta viaggiando a gonfie vele, prima di tutto perché dietro ci sta un lavoro di promozione e comunicazione molto intenso e costante, lavoro portato avanti da me. La pubblicazione di tre video a settimana non è cosa da poco. Quindi puoi ben immaginare quanto sia impegnativa e articolata la gestione del tutto. Ma, come ripeto da moltissimi anni, la profonda passione per la musica è il fattore dominante. Riguardo i riscontri devo dire che sono molto positivi, anche se, personalmente, non me ne frega niente di andare a controllare quanti “Like” ottiene un video piuttosto che un altro. The Old Blood è un progetto per “veri cultori” dell’underground vecchia scuola, né più né meno. Ti faccio un esempio concreto: preferisco guadagnare la fiducia di 50 visitatori veramente appassionati più che migliaia di visitatori passeggeri e distratti, e lontani da una certa mentalità. Poi, se in futuro i seguaci aumenteranno, non potrà che farmi piacere. Io non ho mai puntato ai numeri ma alla qualità di ogni cosa che faccio o propongo. Non ho bisogno di crearmi un personaggio, non mi serve, non mi è mai servito. Io lavoro nell’ombra ma so cosa voglio e come ottenerlo dopo oltre 25 anni di ininterrotta militanza nella scena musicale. Sicuramente, le giovani leve potrebbero capire tante cose importanti ascoltando tutti questi personaggi presenti in The Old Blood.

Oltre che cronista dell’underground, sei anche un pittore e ho letto che stai scrivendo anche la tua biografia. Ti andrebbe di parlare anche di questi altri tuoi progetti?
Da più di un anno sto scrivendo la mia autobiografia che spero di concludere entro la fine del 2022. E’ una lunga storia di identità, ma non voglio anticipare nulla. Riguardo la mia vita come pittore, che dura anche questa da oltre 20 anni, prosegue un po’ a rilento negli ultimi tempi. Ma tutto dipende esclusivamente dall’ispirazione. Posso anche attraversare lunghe fasi senza toccare un pennello. Io dipingo solo quando sento la necessità di farlo. Non è una questione di “vendite” o di “soldi”, e non considero la pittura un “mestiere”. Chi mi conosce bene sa che anche nel mio lungo percorso artistico non sono mai sceso a compromessi e sono sempre rimasto autentico. Devo dire che la pittura è entrata nella mia vita quasi come un “incidente”. Ho scoperto fin da piccolo di avere delle doti innate e col passare del tempo si sono materializzate, né più né meno. Quello che creo oggi nasce dalla parte più nascosta di me, io amo chiamarla “zona d’ombra”. Nei miei lavori pittorici esiste sempre un desiderio di denunciare e provocare, eppure tutto parte dall’inconscio e nemmeno io so spiegarmi cosa succede durante il processo compositivo di una tela. Pe me, dipingere è “pura trance”. Sono un attento osservatore della realtà, la metabolizzo lentamente e la ritraggo nella sua drammaticità. Quando inizio un’opera non ho mai un’idea fissa insita dentro di me. Assolutamente NO. Sono le pennellate di colore che tirano fuori le immagini. Io mi sento solo il mezzo con cui la pittura si manifesta e, finché lei non mi chiama, io non mi muovo. Le mie opere sono visibili in questa pagina https://www.facebook.com/christian.montagna.floodsart

E’ tutto, grazie.
Se vuoi ottenere qualcosa devi agire e lottare per ciò in cui credi! Grazie di cuore, Giuseppe! Stima e Rispetto!

Nerascesi – La sorgente del vuoto

I Bastard Saints, dopo una serie di pubblicazioni, arrivarono nel 2012 all’agognato primo album, però “The Shape of My Will”, invece di dare il via a una proficua carriera, si rivelò il canto del cigno dei lombardi. Dalle ceneri di quella formazione, sono nati i Nerascesi, autori dell’ottimo esordio omonimo pubblicato dalla Iron, Blood and Death Corporation \ Grand Sounds Promotion. Dopo aver raccolto l’entusiasmo dei due Andrea (Marino e Serrao), siamo certi che “Nerascesi” si rivelerà il primo passo di una lunga e prolifica carriera.

Ciao ragazzi, i Nerascesi nascono dalle ceneri dei Bastard Saints, storico gruppo attivo dal 1997. Come mai quella avventura è finita?
Andrea Marino: L’avventura è finita perché volevamo trasformare in qualcos’altro l’esperienza della band. Volevamo rendere più cupe e dirette le tematiche proposte con Bastard Saints. Il nostro approccio alla musica che proponiamo si è fatto altro rispetto al passato e ci sembrava giusto lasciare il nome Bastard Saints. Abbiamo suonato e conosciuto molte persone durante l’attività del gruppo. Abbiamo conosciuto anche altre persone. Per esempio Sean che non ha militato nei Bastard Saints ha estremizzato di più tutte queste tematiche e reso il nostro sound più tetro e di pesante. Necessitava un altro nome.

Cosa vi ha spinto a iniziare da zero come Nerascesi?
Andrea Serrao: Nerascesi ha rappresentato indubbiamente un nuovo inizio, pur volendo mantenere una continuità in termini di intenti. Sicuramente ci siamo resi tutti conto del fatto che qualcosa fosse cambiato nel nostro modo di intendere la musica estrema, ma anche nelle finalità per le quali suonare e il nostro rapporto con la scena musicale. Personalmente diverse attività mi hanno allontanato nel corso degli anni dall’ambiente musicale, passioni e attività lavorative differenti, pur mantenendo un legame fortissimo con la musica e la voglia di farne di nuova. Nonostante questo è chiaro che non essendo più integrato in un contesto cambiano le influenze e le motivazioni, portandoti a voler sperimentare cose diverse: venendo meno un certo scambio comunicativo e maturando le idee in maniera isolata, per così dire, per forza cerchi un linguaggio tutto tuo, facendo un percorso indubbiamente più personale: è una strada che stiamo percorrendo con tutta la tranquillità del mondo, senza stress o missioni da portare a termine.

Cosa vi portare dietro di quella esperienza e cosa, invece, avete tagliato definitivamente del vostro passato?
AM: Non abbiamo tagliato nulla da passato. Sempre stati fieri di quello che abbiamo fatto e come l’abbiamo fatto. Ci portiamo dietro bellissimi anni di live underground e corrispondenza sparsa in giro per il mondo.
AS: Purtroppo nei Bastard Saints ho passato davvero poco tempo, essendo stato l’ultimo membro ad essere integrato nel gruppo nell’ottobre del 2012, per poi chiudere il capitolo assieme al resto della ciurma nel marzo 2015. Siamo amici da una vita a prescindere dalla strada condivisa a livello artistico, persone che mi sono sempre state a fianco anche quando ero in altre band, spesso condividendo il palco assieme. Loro come tutti gli amici di altre formazioni con i quali ci sentiamo ancora e passiamo del tempo assieme. Non tagliamo nulla, teniamo tutto, ne vale davvero la pena!

“Nerascesi” è il vostro disco d’esordio, è un metal estremo old school che pesca dal death e dal black delle origini. Avete una predilezione particolare per uno di questi generi o vorreste che le due componenti fossero ben bilanciate tra loro?
AM: Non facciamo troppi bilanci in fase di composizione. Quello che dici è corretto perchè sono i generi che seguiamo in modo particolare e da più tempo. Inoltre sono i più adatti a proporre le nostre tematiche oltre il fatto che da suonare sia in sala prova che dal vivo sono i genere migliori al mondo.
AS: Nessuna preferenza. In ambito estremo penso di aver suonato praticamente di tutto e mai nella sua forma più pura. Continueremo nel nostro percorso di ricerca personale di un suono che sia 100% Nerascesi senza decidere delle coordinate stilistiche ereditate dai nostri ascolti passati o presenti. Certo, questo disco ha dei riferimenti palesi ad alcuni dei nostri gusti musicali, ma c’è da tener conto che è la sintesi di periodi molto differenti, ognuno con le sue influenze ed interessi.

Quanto “Nerascesi” si avvicina all’idea di sound che avete in mente quando avete fondato il gruppo?
AM: Credo che trovare il sound perfetto sia una cosa che non si esaurirà mai. Siamo sempre felici di trovare qualche suono nuovo o particolare. Sta di fatto che questo disco è proprio come lo volevamo e come l’abbiamo concepito. Nonostante i pezzi sono stati composti nell’arco di molti anni siamo riusciti a fondere tutto in un unico contenitore che trasmettesse quel lato macabro e onirico della vita.
AS: Il primo criterio in base al quale abbiamo pensato ad un suono tutto nostro è stato “riff con meno note per cortesia, non abbiamo più l’età e la testa per ricordarcele tutte”.

I pezzi sono stati scritti per “Nerascesi” o alcuni erano già stati composti e mai registrati per altri progetti precedenti?
AM: Come dicevo ci sono un sacco di riffs che arrivano dal passato. Pezzi che non sono mai stati registrati oppure che non sono mai stati finiti. I membri di Nerascesi si conoscono da più di vent’anni ormai e in questo periodo abbiamo collaborato ad altri progetti e in qualche modo suonato assieme. Diciamo che questo disco ha avuto la capacità di sintetizzare parte di questi anni.
AS: Ci sono alcuni riff che risalgono al 2001, per la precisione quelli delle prime due tracce, “Le Sorgenti del Vuoto” e “Diluvio e Benedizione”. Gente che li ha suonati con me in vent’anni fa scoppierà a ridere quando li sentirà (o a piangere, dipende). “Ancora ‘sta roba?!?”. Sì, ma parecchio rivista e resa più diretta e primitiva. Sean ha dato una bella spinta a tutto e un contributo enorme: nonostante sia quello con le bacchette in mano, è stata la persona che ha composto una percentuale davvero consistente del materiale che senti nel disco.

State esordendo in un periodo in cui l’attività live è fortemente condizionata dall’emergenza sanitaria che stiamo vivendo, non temete che l’impossibilità di poter portare in giro il disco potrebbe in qualche modo minare la crescita di popolarità della band?
AM: Non ci interessa la popolarità. Ci interessa arrivare a chi piace questa musica fino al midollo. A chi è fatto per queste tematiche e a chi ci si riconosce in tutto questo. Tutte queste persone sono archeologi e ci trovano anche senza live. Poi il live è un qualcosa in più all’esperienza solitaria dell’ascolto. Quest’ultima l’ho sempre prediletta al fine di fare mio un disco e un messaggio. Il live rende solo questo messaggio terreno e possibile.
AS: Le poche volte che abbiamo suonato dal vivo abbiamo fortunatamente raccolto dei buonissimi frutti: chi ci ha visto è sempre rimasto ben impressionato. La cosa mi fa piacere e non nego che in passato per me aveva un bel peso: insomma dai, ci sta, i complimenti non sono tutto nella vita di un gruppo, ma ogni tanto un po’ di concime per nutrire le piantine ci vuole. Ora come ora mi farebbe piacere rimettere piedi su un palco, ma non lo considero così indispensabile: la cosa che più mi diverte è sperimentare nuove soluzioni con i miei compagni di gruppo in sala prove, e uscire da questa vedendo tutti appagati dalla sessione di scrittura dei brani. Andare avanti, in questo momento non fermarsi è tutto.

In questo momento storico quanto diventano importanti le piattaforme digitali e i social per la crescita di un gruppo?
AM: In questo momento i social sono molto utili. Rimangono solo uno strumento però. Secondo la mia visione non apportano nulla in più. Facilitano la comunicazione e velocizzano i processi legati alla tua musica. Se non si fanno andare le mani rimangano bytes in un server.
AS: Permettono alle persone di conoscere nuovi artisti senza comprare dischi a scatola chiusa. Dici poco? Il loro utilizzo però va dosato: vedo tante band pubblicare anche le volte che vanno al cesso tra una ripresa in studio e l’altra, mentre sarebbe il caso di permettere alle persone di focalizzarsi sull’essenziale: va bene far sapere che sei al lavoro, ma la musica non deve essere il contorno, anzi. Pensa ai Deathspell Omega: una formazione apprezzatissima, matura, molto conosciuta dagli amanti del genere, eppure mi pare che non abbiano tutta questa attività sui social media in ballo. In tal senso il loro esempio risponde perfettamente alla tua domanda.

Chiudo l’intervista tornando al punto di partenza: i Bastard Sainsts pur avendo avuto una carriera pluridecennale alla fine, a fronte di molti split, hanno pubblicato solo un full-length nel 2021. Con I Nerascesi punterete a dare una maggiore continuità alle vostre uscite oppure non forzerete la mano pubblicando solo come e quando vorrete?
AM: L’idea di continuare per molti anni a comporre dischi e suonare dal vivo è sempre il nostro obiettivo. Bastard Saints come Nerascesi sono creature che possono fermarsi e diventare altro anche distanza di anni. Quando si forma un alchimia con delle persone attorno a delle note e un messaggio tutto è possibile. Vedo tutto come della brace che può sempre prendere fuoco da un momento all’altro.
AS: Sicuramente l’importante è pubblicare qualcosa di cui sei veramente convinto. Ho sempre pensato fosse preferibile una discografia contenuta e un contenuto numero di esibizioni di qualità a un’attività musicale con ritmi da catena di montaggio. Sulla quantità è innegabile che il tuo lavoro ne risenta. Non faremo né troppo, né poco: uscirà quello che è giusto esca e suoneremo in un altrettanto sensato numero di concerti.

EvilSpell – Padre vostro

Abbiamo contattato Filo e Paul degli EvilSpell per discutere del nuovo album dei milanesi, “Padre Vostro” (Blasphemous Records / Grand Sounds Promotion), un rumoroso e violento attacco frontale alla morale benpensante.

Benvenuti ragazzi, per una band old school come la vostra quanto conta il trascorrere del tempo? Ve lo chiedo perché tra le vostre ultime due uscite passano ben sette anni, ma per chi come voi non va dietro le mode del momento, una lunga pausa non dovrebbe aver creato grossi scompensi, no?
Ciao, che dire hai già detto tutto te… Eheheh, non seguiamo le mode, non abbiamo fretta di fare mille uscite, non ci interessa seguire le correnti. Effettivamente guardando il panorama metal underground molte band nate domani fanno già live, pagine social, viuuus ecc ecc ecc noi, da sempre molto tarallucci e vino, abbiamo aspettato che fossimo pronti non il momento prepuzio…

Quando avete ripreso a provare, i nuovi brani sono venuti fuori in modo spontaneo e semplice, oppure è stato complicato rimettere in moto la macchina?
Intendi ripreso a suonare per pause dettate dal covid? Beh, non ci ha scalfito avendo fortunatamente il nostro bunker dove poter chiuderci a emanare rumori molesti. Più che altro, ora con l’uscita di “Padre Vostro” siam un attimo più vecchi, stanchi e pigri… Ci stiamo allenando per poter dare un live degno di noi…

Alcune delle canzoni preesistevano o sono state tutte scritte per “Padre Vostro”?
Dopo “Necrology” tutto ciò che abbiamo prodotto è dentro “Padre Vostro”.

Quali sono i brani più rappresentativi del disco?
Non sapremmo che dire, ciò che è rappresentativo per uno di noi magari non lo è per un altro… Ogni canzone ha la sua storia, la sua vita. Ci siamo trovati in questa posizione di scelta quando la Blasphemous Record ci ha chiesto quale canzone usare come “singolo”, tutte non potevamo metterle e abbiamo deciso “Masonic Scum”. Dopo una riunione molto accurata di noi quattro (praticamente il tempo di due birre e pessime decisioni) abbiamo optato per lei… Ma solo per scelta obbligata.

Tornate con album che ha un titolo in italiano per la prima volta, ma comunque avete preferito, come sempre, l’inglese alla nostra lingua nei testi. Come mai?
Musicalmente l’inglese è molto più musicale, passateci il termine. Per ora a livello di liriche abbiamo tenuto la lingua della Regina, anche se alcuni ritornelli e il titolo in italiano danno quel tocco di grezzo, ignorante e voglia di fare come piace a noi. Fregandocene di ciò che pensano gli altri…

“Padre Vostro” dà l’idea di una volontà di staccarsi dalla massa, una sorta di “non siamo figli dello stesso padre, non siamo come voi”. Va inteso così il titolo?
Bravo, preciso così. Non ci uniformeremo mai al gregge, se una cosa vogliamo farla la facciamo, punto. Sia essa scelta religiosa, politica, musicale, ecc ecc… Sempre per la nostra strada, anzi più ci dite che non va bene, che non si fa così, noi carichiamo a testa bassa ancora di più la mano. “Padre Vostro” appunto va a metter subito in chiaro che siamo liberi da qualsiasi vincolo: i vincoli vostri teneteveli per voi.

Il disco uscirà per la Blasphemous Records, in formato digitale e fisico, e sarà distribuito in modo capillare in tutto il mondo. Per una band old school come la vostra, che valore ha il prodotto in digitale?
Per rispondere a questa domanda farei un passo indietro, cioè guardare come va il mondo: ok, non abbiamo più 20 anni quando, nell’rodine, vinili, cassette e CD, erano la normalità. Ora c’è il digitale, lo streaming, il cloud, e volente o nolente bisogna ammettere che è comodo. Ovviamente, vinili, cassette e CD nel 2021 suonano come prodotti nostalgici e da collezione. Beh, per molti è così, per altri no. Abbiamo scelto il doppio formato (CD e digitale), perché noi usiamo quelli. Forse più avanti faremo anche cassette e vinili e, perché no ,incisioni rupestri… Saranno da collezione? Saranno da nerd? Chissene’, se vogliamo farlo, lo faremo. E come sempre, mai per moda…

La copertina è folle, chi l’ha disegnata?
Eheheh, bella vero? Disegnata da Dp Art, dopo qualche giornata insieme a Filo, che portava tutte le idee, abbiamo partorito questa bella minestra di blasfemia… Non sarà la classica copertina ma un’idea nostra, che (come sempre) non passa da ciò che è moda. Darà fastidio? Meglio!

Vi state organizzando per un’eventuale promozione dal vivo del disco oppure preferite aspettare di capire come si evolveranno le cose dal punto di vista sanitario?
Per ora abbiamo solo la data di presentazione del disco. Abbiamo giusto due cose da sistemare in famiglia Evil e poi faremo di tutto per farci qualche tournée. Son due anni che siamo con il culo sul divano e aspettiamo di uscire. Non ce lo faranno fare? Amen, lo faremo lo stesso!




Deathcvlt – Il culto della morte

Arrivano all’esordio i Deathcvlt di Xes, noto ai più per la sua militanza negli Infernal Angels. Il nuovo progetto, da poco fuori con un disco omonimo per la My Kingdom Music, si appresta ad essere un punto di riferimento per chi cerca quelle sonorità, a cavallo tra black e death, che hanno fatto la fortuna di band svedesi quali Necrophobic e Dissection.

Benvenuto Xes, cosa ti ha spinto a formare i Deathcvlt dopo tanti anni di militanza underground con i tuoi Infernal Angels?
Innanzitutto grazie a te Giuseppe, per averci dato spazio. La ragione per cui, insieme a Mauro Ulag, abbiamo deciso di intraprendere il percorso Deathcvlt è molto semplice. Io sono sempre stato un fanatico e fervente ammiratore del sound svedese, in tutte le sue forme. Dal black al death melodico. Sono moltissimi anni che oramai, anche fra i nomi storici, fatta qualche rara eccezione (Necrophobic e Hypocrisy su tutti), non sentivo più un disco che si rifacesse a quel sound, che mi desse le stesse emozioni di quando ascoltai per la prima volta band come: A Canorous Quintet, Eucharist, primi Dark Tranquillity, At The Gates pre reunion, Unleashed e via discorrendo. Per questo discussi con Mauro sulla possibilità di creare un progetto che si rifacesse a quel sound, se vogliamo una sorta di omaggio a quelle band che da ragazzino mi hanno fatto emozionare. Mauro ha accettato subito di buon grado e si è messo all’opera. Lui è un gran musicista e produttore e ho grande stima per lui, oltre ad essere legati da una genuina amicizia.

Quali aspetti della musica estrema puoi esplorare con i Deatchcvlt che con gli Infernal Angels ti erano preclusi?
Come detto sopra, i Deathcvlt sono una sorta di omaggio a quelle band svedesi che mi hanno formato musicalmente, insieme al black metal. Gli Infernal Angels sono una band black metal, anche se non disdegniamo sortite nel death metal più oscuro, come dimostrano Pestilentia e Ars Goetia, che sono album pieni di influenze death, però più est europee. Con Deathcvlt invece ci muoviamo su lidi che spaziano dal death melodico, al thrash, al black melodico sempre di stampo svedese, rivisitato con un’ottica attuale. Suonare, anche a livello di produzione, come “Skydancer” o “Mirrorwords”, risulterebbe anacronistico.

I Deathcvlt resteranno un progetto secondario rispetto agli Infernal Angels o al momento sono la tua massima priorità?
Sono creature ben distinte e a sé stanti, nessuna delle due interferisce con l’altra. Ora c’è da promuovere Deathcvlt, ma con gli Infernal non siamo fermi. A novembre uscirà la ristampa di “Pestilentia” per la BMC Productions. Così come per altri progetti in cui sono coinvolto, nessuno ostacola altri progetti, cerco sempre di fare dei programmi che mi permettano di dare la giusta attenzione a tutte le band in cui milito. E’ uscito un EPsempre per  la BMC Production, di una band in cui sono coinvolto dal nome Lamasthu e a breve entreremo in studio per un altro progetto black metal dal nome Intus Mortem, creato insieme al leader e fondatore degli Ad Omega. Come vedi mi tengo impegnato, anche perché a causa della pandemia, senza live, in qualche modo ho dovuto tenermi occupato.

Con quali criteri hai assemblato la nuova line-up?
Come detto, Mauro è un amico e siccome so che lui è un amante del death metal, in tutte le sue forme, oltre ad essere un gran musicista e produttore, mi è venuto naturale discuterne con lui su questa eventualità di mettere su i Deathcvlt. Per la batteria sono andato sul sicuro. Bestia è un batterista eccezionale, versatile e a cui puoi dare completamente carta bianca per gli arrangiamenti di batteria. Lui suona con gli Infernal da qualche anno e naturalmente, conoscendo le sue doti umane e tecniche, ho subito pensato a lui, che fortunatamente, anche avendo mille impegni con altre band, ha accettato con piacere. Il risultato lo potrete sentire sul disco.

Alcuni dei brani finiti su Deathcvlt inizialmente erano stati scritti per gli Infernal Angels?
Assolutamente no, come detto sono due creature ben distinte fra loro e poi la composizione di Deathcvlt è tutta frutto della mente “pessima” di Ulag.

Il vostro disco uscirà a metà ottobre, ma il primo singolo, “Dust Of Sacral Soul (Dark Mother Kali-Ma)”, gira su Youtube da un paio di mesi: come è stato accolto?
Devo dire molto bene. Noi da subito abbiamo puntato su “Dust…” come brano apripista del disco, perché racchiude tutte le caratteristiche del sound di Deathcvlt. Dal death stile At The Gates, a passaggi più black oriented alla Necrophobic e Dissection, fino a puntate nel thrash metal. Quindi lo abbiamo reputato perfetto come biglietto da visita.

“Dust Of Sacral Soul (Dark Mother Kali-Ma)”  e la successiva “The Sign Of Death (Malak Al-Mawlt)” sono gli unici due brani che hanno un sottotitolo: sono in qualche modo connessi tra di loro questi pezzi?
No, assolutamente non sono connesse. O, almeno, non sono sequenziali l’una con l’altra. L’album è incentrato sul culto della morte e della distruzione, e delle divinità ad esso connesse nelle varie culture e sottoculture della nostra società. La madre oscura, credo non abbia bisogno di “presentazioni”, anche per chi non ha familiarità con alcune tematiche, Kālimā è un’entità che ricorre spesso quando si affrontano determinati argomenti e sappiamo tutti che è legata al culto induista. Malak Al-Mawlt non è che altro il nome con cui viene chiamato nel mondo islamico Azrael. E’ considerato dalla cultura islamica come l’angelo che è incaricato da Allah di apportare la morte agli uomini. È responsabile della separazione dell’anima dal corpo e di lui parla il Corano alla sūra XXXII (La sura della prostrazione), versetto 11, che dice: “Vi farà morire l’Angelo della Morte, a voi preposto, poi al vostro Signore sarete ricondotti”

Immagino che questi due brani, più di altri, hanno una stretta connessione con la copertina, no?
Come avrai intuito dalla risposta precedente, solo “Dust…” è connesso alla copertina, anche se essendo una sorta di concept sulla morte e la distruzione fisica e la rinascita spirituale, Kali rappresenta perfettamente l’intero disco.

Una curiosità, come mai avete deciso di pubblicare il disco solo in formato vinile? E’ una scelta definitiva oppure in futuro è prevista la possibilità di un’edizione in CD?
E’ stata una idea di Francesco della My Kingdom, principalmente, che noi abbiamo accettato con entusiasmo. Crediamo fermamente che per  quest’album il miglior modo per essere ascoltato è su vinile. Perché come detto è un omaggio alla scuola svedese death/black degli anni novanta e il suono del vinile è la cosa migliore per far esprimere tutto il potenziale di questo disco. In futuro, forse, potrebbe uscire in cd, ma non è detto. E’ una decisione che pondereremo anche con la My Kingdom.

Gus G. – Into the unknown

Gus G. (Firewind, Ozzy Osbourne, Mystic Prophecy, Nightrage, Arch Enemy, Dream Evil) ha lanciato il suo progetto solista, che ha fatto il suo debutto ufficiale nel 2002, nel 1998. Dopo tre album a suo nome – “I Am The Fire” (2014 ), “Brand New Revolution” (2015) e Fearless (2018) – chiude il 2021 con un nuovo lavoro solista, “Quantum Leap” (AFM Records), che include 10 brani strumentali e un CD bonus “Live in Budapest 2018”.

Ciao Gus, come stai? È più difficile lavorare su un album da solista o su uno con la tua band principale, i Firewind?
Hey! Sto bene, grazie. Penso che ormai sia un po’ più difficile lavorare sugli album dei Firewind, dal momento che abbiamo già fatto nove album in studio e abbiamo creato un certo suono e stile. Quindi è una sfida realizzare grandi canzoni all’interno di un’area specifica che abbiamo sondato in lungo e largo. Gli album da solista in questo momento sono un po’ più divertenti per me, posso semplicemente fare quello che mi piace, sperimentare, collaborare con persone diverse e non preoccuparmi di un gruppo specifico di persone. Ma alla fine della fiera, sono entrambi miei bambini.

Come capsici se una canzone va bene per il tuo album solista o per la tua band?
Con i Firewind ovviamente non posso sperimentare troppo. Possiamo fare metal classico, o roba più veloce o talvolta brani hard rock più melodici. Quindi, qualsiasi cosa all’interno di quelle linee sarebbe accettabile per un disco targato FW. Con la mia carriera da solista, posso davvero adattarmi a qualsiasi altra cosa. Ad esempio, ora ho realizzato un album del tutto strumentale.


Quando hai iniziato a lavorare su “Quantum Leap” avevi le idee chiare sul suo contenuto o è venuto tutto per caso?
No, avevo la netta sensazione che avrei fatto un album strumentale. La cosa più difficile era quali idee si adattassero meglio e come sviluppare una traccia senza voce. Certo, ho scritto canzoni strumentali in passato, ma non è mai stato la specificità al 100%. Quindi, è stata un’esperienza divertente e istruttiva per me immergermi più a fondo in questo mondo.


Le canzoni mi sembrano strutturate per avere comunque delle linee vocali, è una mia impressione?
Immagino che significhi che ho fatto un buon lavoro con la creazione di melodie orecchiabili? Per rispondere alla tua domanda, no, non sono stati creati per la voce. Erano solo riff e idee che avevo e li ho sviluppati tenendo sempre in mente la chitarra. A volte ho provato a far suonare alla chitarra melodie che potessero essere cantate.

Qual è il tuo rapporto con la tua voce? Ti piace cantare?
Mi piace fare i cori, e lo faccio spesso nei Firewind e nei miei spettacoli da solista. Ma non credo di avere una voce così bella da essere sfruttata da cantante solista. Almeno lo credo! Ahah….

Hai raggiunto il tuo quarto album da solo, lo avresti mai previsto quando hai lasciato il Berklee College of Music dopo poche settimane?
Non avrei mai potuto prevedere tutte le cose incredibili che mi sarebbero accadute di lì in poi e che avrei avuto una carriera del genere quando ero alla Berklee! Sono davvero fortunato ad aver fatto un viaggio del genere finora.

Quali sono stati i tuoi della giovinezza? Hai comprato album strumentali?
Troppi davvero! Ero un grande fan di Yngwie, ma anche un grande fan di Satriani, Vai, Paul Gilbert, Marty Friedman, Uli Jon Roth, Michael Schenker, Gary Moore… la lista potrebbe continuare all’infinito. E sì, ho comprato album strumentali quando ero più giovane, ho collezionato la maggior parte delle cose che uscivano per Shrapnel Records.

Ti consideri un esempio per i giovani musicisti di oggi?
Non sta a me dirlo o giudicarlo. Faccio solo quello che faccio. Ma se la mia storia o la mia musica ispirano qualcuno a prendere in mano la chitarra, scrivere una canzone o perseguire il proprio sogno, mi dà gioia, è un onore e mi sembra di fare qualcosa di giusto.

La mia copia promozionale include un secondo CD, “Live in Budapest”: come è nata l’idea di un CD live bonus? La cosa ha che fare con l’attuale blocco di concerti?
È stata una mia idea che ho suggerito ad AFM Records, perché avevamo già un mix dello spettacolo a Budapest del 2018. Non l’abbiamo mai pubblicato, ad eccezione di un EP digitale due anni fa. Quindi, ho pensato perché non offrire un buon rapporto qualità-prezzo ai fan e regalare loro un album dal vivo insieme alla nuova musica? Penso che sia piuttosto bello. L’unico problema è che dovevamo limitarci alle canzoni di proprietà dell’AFM, dato che il mio catalogo è con un’altra etichetta e ovviamente ci sarebbero stati problemi legali. Per quanto riguarda l’attuale situazione dei concerti, spero solo di tornare sul palco il prima possibile!

Gus G. (Firewind, Ozzy Osbourne, Mystic Prophecy, Nightrage, Arch Enemy, Dream Evil) launched his solo project, that made its official debut in 2002, in 1998. After three albums under his own name – “I Am The Fire” (2014), “Brand New Revolution” (2015) and Fearless (2018) – he closes 2021 with a new solo effort, “Quantum Leap” (AFM Records), including 10 instrumental tracks and a bonus CD “Live in Budapest 2018”.

Hi Gus, how are you? Is it more difficult to work on a solo album or on one with your main band Firewind?
Hey! I’m fine thanks. I think it’s probably a bit harder to work on Firewind albums by now, since we’ve already done nine studio albums and have created a certain sound and style. So it’s a challenge to make great songs within a specific area that we’ve cornered ourselves. Solo albums at this time are bit more fun for me, I can just do whatever I like, experiment, collaborate with different people and not worry about a specific group of people. But they’re both my babies at the end of the day.

How do you feel  if a song is good for your solo album or for your band?
With Firewind I obviously cannot experiment too much. We can do classic metal, or faster stuff or sometimes more melodic hard rock tunes. So, anything within those lines would be acceptable for a FW record. With my solo thing, I can fit in anything else really. For example, now I made a full instrumental album.

When you started working on “Quantum Leap” did you have a clear idea of its content or did it all happen by chance?
No, I had a clear diea that I was gona go for an instrumental album. The thing that was the most hard was which ideas would fit best and how to develop a track without vocals. Sure I’ve written instrumental songs in the past, but it wasn’t my area 100%. So, it was fun and learning experience for me to dive in deeper into this world.

 The songs seem to me born to have vocal lines, is it just me?
I guess that means I did a good job with creating catchy melodies? To answer your question – no, they weren’t made for vocals. It was just riffs and ideas I had and I just developed them having the guitar in mind at all times. Sometimes I tried to make the guitar play melodies that can be sing-able.

 What’s your feeling with your voice? You like singing?
I like doing backing vocals, and I do that a lot in Firewind and in my solo shows. But I don’t think I have as great voice to be a lead singer. I wish! Haha….

You’ve reached your fourth album alone, would you ever have predicted that when you left Berklee College of Music after a few weeks?
I could have never predicted that all these amazing things would happen to me and have such a career since that time I was at Berklee! I’m really blessed to have had such a ride so far.

What were your heroes in your youth?  Did you buy instrumental albums?
Too many really! I was a huge Yngwie fan, but also huge fan of Satriani, Vai, Paul Gilbert, Marty Friedman, Uli Jon Roth, Michael Schenker, Gary Moore….the list goes on and on. And yes, I did buy instrumental albums when I was younger, I picked up most of the stuff that came out of Shrapnel records.

Do you consider yourself an example for young musicians today?
It’s not my place to say or judge that. I just do what I do. But if my story or my music inspires someone to pick up the guitar, write a song, or pursue his own dream, it brings me joy, it’s an honour and it feels like I’m doing something right.

My promotional copy includes a second CD, “Live in Budapest”: how did the idea of a bonus live CD come about? What to do with the current concert block?
It was my idea that I suggested to AFM Records, cause we already had a mix of the show in Budapest from 2018. We just never released it, except of a digital EP two years ago. So, I thought why not offer value for money to the fans and give them a live album together with the new music? I think it’s pretty cool. The only issue is that we had to be limited to songs that AFM owns, as my back catalogue is with another label and obviously there would be legal issues. As for the current concert situation – I just hope to return to the stage sooner than later!

Criminal – Altar of sacrifice

ENGLISH VERSION BELOW: PLEASE, SCROLL DOWN!

I Criminal di Anton Reisenegger (Brujeria, Lock Up, Pentagram Chile) sono tornati con un disco, “Sacrificio” (Metal Blade), che affonda le proprie radici nel disagio sociale causato in Cile e nei Paesi di lingua spagnola dalla pandemia.

Benvenuto Anton, dopo 30 anni e 9 full-length, possiamo considerare il vostro nuovo album “Sacrifico” un ritorno al sound originale?
Ehi, grazie per avermi contattato! Sì, penso che in molti modi questo album si colleghi ai nostri primi due, tre album soprattutto per i ritmi più grovy e tribali e per i ritornelli più diretti, quasi singalong. Ma allo stesso tempo potrebbe benissimo essere il nostro album più estremo fino ad oggi, a volte al limite del grindcore.

Questa nuova release è il vostro manifesto definitivo?
Niente è definitivo. Siamo sempre stati concentrati sul momento e testimonieremo sempre le cose che accadono intorno a noi. Da un punto di vista musicale può essere qualcosa del genere però, perché penso che unisca tutti i nostri punti di forza che abbiamo sviluppato negli anni.

Che ne è dell’ambiente politico e sociale cileno dopo la pandemia di Covid?
Beh, tutto si è un po’ tranquillizzato dopo la rivolta dell’ottobre 2019, ma è una calma tesa. Alcune cose hanno iniziato a cambiare, ma le persone sono sospettose e vogliono vedere un vero cambiamento. È un processo che richiederà anni però. Spero che non venga fottuto da alcuni politici populisti e opportunisti.

Quanto è importante per te l’uso della lingua spagnola nelle tue canzoni in questa fase storica?
Bene, abbiamo già incluso canzoni in spagnolo dal nostro secondo album “Dead Soul” nel 1997 in poi, quindi è diventato una specie di marchio di fabbrica e qualcosa che i nostri fan si aspettano. Ora, in questo particolare momento, credo che abbia più senso che mai, perché parliamo di eventi contingenti che stanno accadendo nel mondo di lingua spagnola, non solo in Cile, quindi penso che le persone di quei paesi saranno in grado di entrare in sintonia con noi in modo più profondo.

Abbiamo bisogno di un sacrificio per la nostra salvezza? Ed è questa una chiave di lettura cristiana della salvezza?
Ci piace usare immagini cristiane (e anticristiane) nel nostro immaginario e nelle nostra grafiche, ma siamo probabilmente quanto c’è di più lontano dall’essere cristiani, ahah! In questo caso particolare, ciò che intendiamo è che un intero paese è stato sacrificato in nome dell’avidità e del potere.


E i nuovi membri? Perché hai preferito non semplicemente dei nuovi membri, ma bensì giovani musicisti?
Allora, con una storia di 30 anni alle spalle è difficile mantenere una formazione stabile. Le vite dei membri cambiano, alcuni vogliono e altri hanno bisogno di passare ad altre cose, quindi è sempre piacevole coinvolgere alcuni giovani musicisti che sono davvero entusiasti e disposti a sacrificare (nessun gioco di parole) altre cose per andare in giro e suonare musica. La maggior parte dei musicisti della mia età è già adagiata a modo suo e trova difficile adattarsi a situazioni specifiche, ma la generazione più giovane è molto più flessibile, quindi è un piacere lavorare con loro.

Guardandoti indietro, hai rimpianti?
Probabilmente molti. La vita è piena di decisioni e puoi fare solo una scelta, quindi non scoprirai mai cosa sarebbe successo se avessi fatto le cose in modo diverso. Col senno di poi è ovviamente sempre più facile dire “avrei dovuto fare le cose diversamente” ma sì, non posso negare che mi pento di non aver lasciato prima il mio paese per intraprendere la carriera di musicista.

Siete pronti a tornare in scena dopo l’emergenza pandemica?
Non ne sono sicuro, ahah. Probabilmente inizierò a fare un po’ di esercizio e a vivere in modo più sano prima di poter affrontare un tour.

Consiglieresti qualche band cilena che ti piace davvero?
Wow, ce ne sono così tanti, citerò solo le prime che mi vengono in mente: Poema Arcanus, Capilla Ardiente, Nuclear, Demoniac, Degotten, Ripper, Mourning Sun, Montaña Sagrada, Atomic Aggressor… beh, questo breve elenco è già qualcosa, ahah!

Anton Reisenegger‘s Criminal (Brujeria, Lock Up, Pentagram Chile) are back with a record, “Sacrificio” (Metal Blade), which has its roots in the social unrest caused in Chile and in Spanish-speaking countries by the pandemic.

Welcome Anton, after 30 years and 9 full-lengths, could we consider your new album “Sacrifico” a return to your original sound?
Hey, thanks for having me! Yes, I think in many ways this album connects to our first two, three albums because of the more grovy, tribal rhythms and the more straightforward, almost singalong choruses. But at the same time it very well may be our most extreme album to date, sometimes verging on grindcore.

Is this new release your definitive manifesto?
Nothing is definitive. We have always been and will always be commenting on the things that happen around us. From a musical point of view it may be something like that though, because I think it unites all the strengths that we have been developing over the years.

What’s about the Chilean political and social environment after the covid pandemic?
Well, it has all calmed down a little after the uprising in October 2019, but it is a tense calm. Some things have started to change, but the people are suspicious and want to see real change. It is a process that will take years though. I hope it doesn’t get fucked up by some populist, opportunist politicians.

How is important to you the use of the Spanish language in your songs in this historical phase?
Well, we’ve included songs in Spanish in our albums since our second album “Dead Soul” in 1997, so it has become kind of a trademark and something our fans have come to expect. Now in this particular moment in time I think it makes more sense than ever, because we’re talking about very concrete events that are happing in th Spanish-speaking world, not only Chile, so I think people from those countries will be able to relate to them in a stronger way.

Do we need a sacrifice for our salvation? And is this a Christian reading key of salvation?
We like to use Christian (and anti-Christian) imagery in our graphics, but we’re probably the farthest away from being Christian, haha! In this particular case, what we mean is that a whole country has been sacrificed in the name of greed ad power.

What’s about the new members ? Why did you prefer, not only new members, but young musicians?
Well, with a 30-year history it is always difficult to maintain a stable line-up. Member’s lives change, some want and some need to move on to other things, so it is always refreshing to get some young musicians in who are really enthusiastic and willing to sacrifice (no pun intended) other things in order to go out there and play music. Most musicians of my age are already set in their own ways and find it difficult to adapt to specific situations, but the younger generation is much more flexible, so it is a pleasure to work with them.

Looking back, do you have any regrets?
Probably a lot. Life is full of decisions, and you only get to make one choice, so you never find out what would have happened if you’d done things differently. In hindsight it is obviously always easier to say “I should have done things differently” but yes, I can’t deny I regret not leaving my country earlier to pursue a career as a musician.

Are you ready to back on stage after the pandemic emergency?
I’m not sure, haha, I will probably start to exercise and live healthier before I can do a tour.

Would you recommend some Chilean bands you really enjoy?
Wow, there’s so many, I’ll just name a few from the top of my head: Poema Arcanus, Capilla Ardiente, Nuclear, Demoniac, Degotten, Ripper, Mourning Sun, Montaña Sagrada, Atomic Aggressor… well, that’s already more than a few, haha!

Underball – The worst is yet to cum

Sotto la patina esteriore (ma non domandiamoci di che sostanza sia), gli Underball sono un gruppo impegnato. Impegnato a fare casino e a divertirsi, ma anche a divertirci, e “The Worst Is Yet To Cum” è il loro manifesto.

Ciao Carlo (Zorro, chitarra) dal 16 luglio è fuori il vostro primo album, “The Worst Is Yet To Cum”, come avete fatto a trattenere l’orgasmo sino a quel momento?
Considerando la lentezza per rispondere a questa intervista, direi che sicuramente non abbiamo avuto problemi nel trattenere l’orgasmo. Il concerto del 16 è stato un bel momento, soprattutto considerando che eravamo fermi da parecchio tempo. È stato bello presentare la nostra “ultima fatica”…. un po’ come quando sei un po’ costipato, ma alla fine riesci a farla uscire… dopo mesi.

Il disco presenta una copertina dai contenuti forti, una metafora dei tempi che viviamo?
Diciamo che se fosse una metafora della vita, sarebbe davvero una vita di merda. Di base volevamo una copertina che si distaccasse il più possibile dal classico album metal o hardcore. Abbiamo cercato di visualizzare il titolo del disco e il mood degli Underball con questo concetto visivo: è fico, è fatto bene, fa pure ridere ma, alla fine, comunque fa schifo. E’ lo specchio della nostra anima.

Non c’è stato bisogno di scomodare mio cugino, psicologo disoccupato, per capire che siete ossessionati dal sesso? Pubertà complicata?
Tuo cugino psicologo credo che cambierebbe lavoro dopo la seduta. Fondamentalmente di che vuoi parlare? La politica è di quelli impegnati o dei giornali, satana è dei metallari, il macismo e le gare a chi ce l’ha più lungo sono per l’hip hop, l’amore e l’introspezione sono per X-Factor… rimanevano solo la cacca e il sesso. Dimentichiamo qualcosa, per caso?

Scherzi a parte, non temete che questa vostra ironia alla fine possa far perdere un po’ di vista i contenuti musicali?
Effettivamente potrebbe essere un’arma a doppio taglio. Però se cominci sempre a pianificare con l’obbiettivo di fare qualcosa che piaccia alla gente che cosa lo fai a fare er metal? Tanto valeva imparare a pronunciare male l’italiano, effettare la voce con l’autotune e piegarsi a novanta col culo ben aperto.

Sia musicalmente che esteticamente mi sembrate affascinati dagli anni 80, cosa avete preso di buono da quel periodo e cosa vi avete aggiunto di vostro?
Esteticamente può sembrare: metterci gli spandex ci è sembrato un modo accettabile per metterci in ridicolo più di quanto non faccia già l’alcool. Musicalmente in realtà c’è anche molto degli anni 70; sicuramente la parte hard rock e il glam vengono da lì. Non a caso abbiamo fatto anche la cover di “20th Century Boy” dei T-Rex (la trovate sul nostro canale youtubbbbo).

I pezzi di “The Worst Is Yet To Cum” sono diretti e senza fronzoli, sono nati in modo spontaneo o sono il frutto di numerose prove di affinamento?
Il songwriting è sempre stato abbastanza fluido ed immediato, salvo dover tenere a bada certi eccessi artistici. Tipo Pekkia che non vorrebbe scendere sotto i 300bpm o SexLex che si ispira a Whitney Houston.

Il primo singolo ha un titolo, “John Von Love”, che fa pensare che dietro ci sia una storia di vita vissuta. Chi è il protagonista del brano?
In tutte le canzoni c’è sempre qualcosa di vero. Ogni brano racconta di esperienze vissute dai membri (intesi come organi) della band. Ma differenza degli altri, “John Von Lovers” è nato in America, più precisamente a Tampax (Florida), sei è trasferito in Italia nel 2014, quindi non sappiamo tutto di lui… per fortuna.

Immagino che “Dwarfs” si inserisca nel solco della tradizione lirica di un certo power italiano…
’n che senso? (detto alla Verdone). Guarda alla fine è facile: a Zorro piacciono gli AC/DC > gli AC/DC sono nani > visto che siamo deviati il protagonista è un clitoride > il suddetto clitoride è talmente grosso che pare il cazzo di un nano. Facile no?

L’Italia pare che stia aprendo nuovamente ai concerti, siete pronto a darle il colpo di grazia dopo due anni difficili andando in tour?
Considerando i due mesi trascorsi per rispondere a questa intervista ti farà piacere sapere che abbiamo già ripreso. Abbiamo ricominciato solo con il Lazio ma a breve usciranno date nel resto d’Italia e, incrociando le dita e non i flussi, anche in Europa.

Paradox – End of a legend

Le leggende non muoiono mai e, a volte, ritornano. I Paradox hanno ripreso il filo del concept lasciato in sospeso 31 anni fa con “Heresy”, realizzando a sorpresa “Heresy II – End of a Legend” (AFM Records / All Noir). Se di fine si tratta, di certo non è quella dei Paradox, come ci ha confermato Charly Steinhauer.

Ciao Charly, cosa hai provato quando sei tornato, dopo 30 anni, sulla scena del crimine con questo “Heresy II – End of a Legend”?
La sensazione è indescrivibile. È associata alla nostalgia ed è associata all’orgoglio. Non riesco ancora a credere di avere tra le mani un successore di “Heresy”. L’album ha richiesto molto a tutti noi. Le mie batterie erano completamente scariche alla fine del processo e ci è voluto un po’ di tempo per recuperare le forze mentali. Ma è molto molto bello aver creato questo capolavoro.

Dopo la crisi del movimento thrash nella seconda metà degli anni ’90, avresti mai immaginato di comporre la seconda parte di “Heresy”?
Prima di tutto, non mi aspettavo che i Paradox potessero esistesse ancora dopo così tanto tempo. Non sono un grande fan delle seconde parti e non mi sarei mai aspettato di pubblicare in seguito un altro album chiamato “Heresy”.

Quando hai capito che era il momento giusto per dare a “Heresy” un successore?
Non sapevamo se fosse il momento giusto per fare una seconda parte di “Heresy”. “Heresy II – End Of A Legend” non era previsto. Non avremmo nemmeno fatto una seconda parte se il concept della storia non fosse stato così buono, ma Peter Vogt, il nostro paroliere, non ci ha dato scelta. Quando abbiamo letto la storia per la prima volta, ci è stato chiaro che avrebbe avuto senso tradurla in musica, a differenza di “Heresy” (1989) che era basato su una storia vera, la storia di “Heresy II – End Of A Legend” è il frutto dell’immaginazione.

Quanto ha influito su questa tua decisione il ritorno di Axel Blaha?
Axel ha giocato un ruolo decisivo in questo album, ma ha avuto poco a che fare con la decisione di un successore di “Heresy”. Come il resto della band, era entusiasta del concept. Axel è stato il mio migliore amico sin da quando eravamo bambini. Ci incontriamo regolarmente e lavoriamo molto duramente sulle canzoni e su come dovrebbero suonare.

Per riprendere il filo, sei partito dal suono di “Heresy” o dal concept?
Peter Vogt, il nostro scrittore di testi, ci ha suggerito per primo il concept e ne siamo rimasti tutti entusiasti. Mi ha dato 14 titoli di canzoni, tutte da elaborare musicalmente. 13 di loro sono entrate nell’album. Poi ho iniziato a comporre nel luglio 2019 e ne ho scritto la musica. Tutto ha funzionato perfettamente. Peter Vogt aveva già scritto i testi di “Heresy” (1989) e siamo rimasti in contatto nel corso degli anni. Siamo molto uniti e tutto è stato molto facile.

Non credi che possa essere un rischio proporre questa seconda parte dopo 31 anni? I tuoi fan più nostalgici potrebbero non apprezzare questa uscita.
Come compositore non vuoi fare la stessa musica per 40 anni senza evolverti ulteriormente. Tuttavia, dovresti sempre soddisfare i tuoi fan fedeli della vecchia scuola. Abbiamo cercato di farlo molto con questo album. Le prime reazioni all’album sono travolgenti. Quando ascolti “Heresy II – End Of A Legend” sai immediatamente chi sta suonando. Non è sempre facile. Può essere un rischio solo se va male, ma è andata molto bene. Ne siamo tutti molto contenti. Inoltre, i Paradox sono sempre in grado di fare un puro album old school. Forse potrebeb essere un buono spunto per il prossimo CD. Chi lo sa?!

Qual è la canzone rappresentativa del primo album e qual è quella che meglio dà la dimensione del tuo sound più recente?
In “Heresy” (1990), la title track “Heresy” è chiaramente la canzone più rappresentativa per me. Contiene tutti gli elementi della musica dei Paradox dell’epoca. “Escape From The Burning” e “Priestly Vows” su “Heresy II – End Of A Legend” rappresentano la musica di Paradox attuali. Avrai sentito che lo stile di Paradox non è cambiato molto. Il suono è stato solo adattato ai giorni nostri senza dimenticare le nostre radici.

“Heresy” è probabilmente l’album più amato dai tuoi fan, qual è il tuo?
Se dovessi scegliere un solo album, sarebbe un doppio album composto da “Heresy” I + II. Entrambe le parti rappresentano perfettamente il viaggio musicale dei Paradox tra il passato e il futuro. Ma anche “Tales Of The Weird” è stato un grande album, ed è segretamente il mio preferito.

L’album termina con “End of a Legend”, pensi che sia davvero finita o potresti scrivere “Heresy part III” in futuro?
Il sottotitolo “Fine di una leggenda” indica la fine della serie “Heresy”. Non ci sarà mai un “Heresy part III”. Però di certo non significa nemmeno la fine di Paradox, perché stiamo già pianificando la direzione musicale da intraprendere per il prossimo album. Stay stay tuned!

Legends never die and sometimes they come back. Paradox have resumed the thread of the concept left in suspense 31 years ago with “Heresy”, creating “Heresy II – End of a Legend” (AFM Records / All Noir). If it comes to the end, it certainly isn’t the Paradox one, as Charly Steinhauer confirmed.

Hi Charly, what did you feel when you returned, after 30 years, to the crime cene with this “Heresy II – End of a Legend”?
The feeling is indescribable. It’s associated with nostalgia and it’s associated th pride. I still can’t believe that I’m holding a “Heresy” successor in my hands. The album emanded a lot from all of us. My batteries were completely empty in the end of the process and it took a while to regain my mental strength. es…it feels very, very good to have created this personal masterpiece.

After the crisis of the thrash movement in the second half of the 90s, would you have ever imagined composing the second part of “Heresy”?
First of all, I didn’t expected that “Paradox” still exist after such a long time. I’m not a big fan of 2nd parts and I also never expected to release later on another album called “Heresy”.

When did you realize it was the right time to give “Heresy” a successor?
We didn’t know if it was the right time to do a second part of “Heresy”. Heresy II – End Of A Legend” wasn’t planned. We wouldn’t have done a second part either if the story concept hadn’t been so good, but Peter Vogt, our lyricist, didn’t give us a choice. When we first read the story, it was clear to us that it makes sense to translate it musically. Btw. in contrast to “Heresy” (1989) which was based on a true story, the story of “Heresy II – End Of A Legend” is a fictional one.

How much did the return of Axel Blaha affect your decision?
Axel played a decisive role on this album, but he had little to do with the decision of a “Heresy” successor. Like the rest of the band, he was enthusiastic about the concept. Axel has been my best friend privately since we were a child. We meet regularly and we work very hard on the songs and how they should sound.

To pick up the thread, did you start from the sound of “Heresy” or from the concept?
Peter Vogt our text writer first suggested the concept to us and we were all nthusiastic about it. He gave me 14 song titles, all of which had to be processed musically. 13 of them made it onto the album.
Then I started composing in July 2019 and wrote the music for it. Everything worked out perfectly. Peter Vogt already wrote the lyrics for “Heresy” (1989) and we have been in contact over the years. We are very familiar and everything was very easy going.

Don’t you think it could be a risk to propose this second part after 31 years? Your most nostalgic fans may not like this release.
As a composer you don’t want to make the same music for 40 years without rther developing. However, you should always satisfy your loyal old school fans. We anaged to do that very well with this album. The first reactions to the album are verwhelming. When you hear “Heresy II – End Of A Legend” you immediately know which and is playing here. That’s not always easy. It can only be a risk if it’s bad, but it’s turned out very well. We are all very happy with it. In addition, “Paradox” are always able to make a pure old school album. Maybe a hint for the next CD. Who knows?!

What is the most faithful song to the first album and which one is the one at best gives the dimension of your most recent sound?
On “Heresy” (1990), the title track “Heresy” is clearly the most expressive song for me. It contains all the elements of the music from “Paradox” at the time. “Escape From The Burning” and “Priestly Vows” on “Heresy II – End Of A Legend” represent the music of “Paradox” these days. You hear that Paradox’s style hasn’t changed much. The sound has only been adapted to the present day without forgetting its roots.

“Heresy” is probably the most loved album by your fans, which one is yours?
If I were to pick a certain album, it would be a double album consisting of “Heresy” I + II. Both parts perfectly combine the musical journey of “Paradox” between the ast and the future. But also “Tales Of The Weird” was a great album and my secret favorite.

The album ends with “End of a Legend”, do you think it’s really over or could ou write “Heresy part III” in the future?
The subtitle “End of A Legend” means the end of the “Heresy” series. There ll be no more “Heresy part III”. It definitely doesn’t mean the end of Paradox either, ecause we are already planning the musical direction for the next album. Stay stay tuned!

Starship 9 – Hot music

Gli Starship 9 ci hanno dato in (anti)pasto 4 tracce inedite nel loro nuovo Ep “Hot Music”, patrocinato dalla Cinevox Record / Metaversus Pr, da sempre un marchio di garanzia quando si parla di sonorità “cinematografiche”.

Benvenuto Ernesto, l’approccio con il vostro EP “Hot Music” è senz’altro retrò, con quella gomma da cancellare – un tempo oggetti da collezione – a forma di musicassetta. Poi si passa alla musica, e quella sensazione di “passato” resta. Da cosa nasce questa vostra fascinazione per un mondo, soprattutto musicale, che non esiste più?
Quando si fa musica ci si racconta, e questo sound che noi amiamo definire “senza tempo” deriva dalle nostre esperienze, musicali e non, da ciò che ci è più familiare perché è stato coltivato negli anni. In questo senso tutto deriva dal passato: se poi ci riferiamo a un mondo in cui si sentono ancora gli strumenti vibrare e non ci si ferma solo al primo ascolto, siamo felici di farne parte e di aver interiorizzato quelle emozioni. E in più c’è il piacere di suonare insieme.

Ovviamente, questa riscoperta del vintage non interessa solo voi o gli ascoltatori di ogni genere musicale, ma anche altri fenomeni artistici dalla moda all’architettura. Si tratta semplicemente di malinconia per tempi forse migliori, che molti non hanno neanche vissuto per motivi di età, oppure è sintomo di una mancanza di idee recenti altrettanto potenti?
Di questi tempi tutto è replicabile, c’è molta tecnica e competenza in qualsiasi campo, con la possibilità di richiamare con un click qualsiasi ricordo o suggestione vintage a cui ispirarsi. L’impressione è che il meglio sia stato già scritto. Oggi si tende a rielaborare elementi stilistici essenziali, quindi c’è meno fantasia in senso stretto. La bravura sta nella scelta di cosa andare a recuperare, intercettando le affinità con il presente. I tempi moderni sono più volatili, usa-e-getta, e dunque per le nuove generazioni il modus vivendi “analogico” è una bella scoperta, piena di contenuti, anche se l’iper-produzione di questo periodo, soprattutto nella musica, un po’ ci disorienta.

Il vostro amore per il cinema quando è nato e quando poi è passato dalle immagini ai suoni di quelle colonne sonore che hanno dato tanto lustro al nostro Paese?
Il cinema è l’arte del sogno, va oltre l’intrattenimento, e la musica amplifica le immagini e le ambientazioni, in una modalità non traducibile nella realtà. Sarebbe bello se esistesse il commento sonoro delle nostre giornate qualsiasi! Un tempo la qualità delle colonne sonore è stata quasi “sproporzionata” rispetto al film, soprattutto quelli di serie B, oggi di culto. Diciamo che a partire dai cartoni animati dell’infanzia e dai primi western / commedie all’italiana che passavano in tv, siamo stati sempre molto affascinati da sigle e sonorizzazioni e abbiamo subito avuto, in tempi non sospetti, la curiosità di andare a capire cosa ci fosse dietro. Da lì le scoperte dei vari Micalizzi, Morricone, Stelvio Cipriani e l’amore per i temi romantici dei film, che hanno da sempre impreziosito i nostri ascolti, anche quando, per intenderci, in giovinezza suonavamo (insieme) heavy metal.

Molti di quegli autori che voi amate – Morricone, Piovani, Goblin – hanno inciso per la Cinevox, la vostra attuale etichetta. Cosa avete provato quando avete sottoscritto il contratto con la casa discografica romana?
Entrare nel loro catalogo è stato senz’altro motivo di orgoglio, con una punta di patriottismo – quello sano che non guasta (di questi tempi è bene precisarlo).

“Hot Music” mi pare di capire che sia una sorta di antipasto del prossimo album, ma contiene comunque “Roma inferno e paradiso” che richiama una canzone, “Cinema Roma”, del vostro precedente lavoro. Come dobbiamo considerare questo EP ,un ponte tra presente e passato oppure una fotografia della vostra attuale dimensione?
Il primo album era una sorta di “best of” perché era una selezione di brani composti in diversi anni, e si può riscontrare una certa eterogeneità tra loro, pur nel nostro stile. Questo nuovo EP è un’istantanea dell’ultimo anno, difficile sotto tanti punti di vista ma abbastanza produttivo per noi. È stata una operazione spontanea, non ci andava di aspettare la stesura di un intero album visti i nostri tempi biblici, ed è stato tutto relativamente veloce. Vorremmo completarlo con una seconda parte, sempre “Hot Music”, che poi potrebbe essere considerato un’opera unica.

Vi andrebbe di descrivere velocemente i pezzi contenuti nell’EP?
Volentieri! si parte da “Roma Inferno e Paradiso”, una cavalcata cinematica strumentale “poliziottesca” ma anche romantica, piena di riferimenti per gli amanti del genere; “Maya Girl“ è il pezzo più leggero musicalmente, potenziale singolo, ma con un testo piacevolmente pesante perché è la dedica di un padre a una figlia che ha generato forti attacchi di commozione al suo autore; “Favourite Woman” è una storia d’amore dal sapore lounge/easy tempo cucita su un personaggio femminile; “Lights Out” ha un’anima più elettronica rispetto agli altri brani, mantiene la voce vocoderizzata dalla chitarra – un po’ un nostro marchio di fabbrica se parliamo di elementi originali – e alterna momenti acustici a spunti synth-pop, sempre rigorosamente sognanti.

Perché un titolo come “Hot Music”?
Avevamo la gomma-cassetta originale, e il titolo era già pronto. Ci dava un senso di compilation negli espositori degli autogrill nei pressi dei bagni, con le cassette scolorite dal sole, tipo la serie “Mixage”. Un’uscita sensazionale che scotta.

Vi siete avvalsi dell’opera di altri musicisti nella realizzazione di “Hot Music”, li potreste presentare?
I musicisti ospiti sono prima di tutto amici che avevano già collaborato con noi, quindi è stato facile trovare subito l’intesa, quasi alla prima “take”, come una vera band. Abbiamo Marjorie Biondo alla voce in “Favourite Woman”, poi la batteria di Marco Rovinelli, il piano elettrico del maestro Dario Zeno e il sax di Davide Alivernini. Inutile dire che senza le loro performance non sarebbe stato questo il risultato, ma ci piace pensare al nostro duo come un’entità “espandibile” senza far venir meno la nostra essenza.

Potete anticiparmi qualcosa del vostro prossimo lavoro?
Stiamo lavorando appunto alla seconda parte, tenendo presente che si tratta dell’altro lato della cassetta, precisamente quello A, perché la copertina riporta – volutamente – il lato B. Anche questo, nella nostra idea, sarà composto da 4 brani, che vorremmo finire entro l’anno, i primi demo sono in linea con le suggestioni dell’EP, ma non sono escluse sorprese!

It Will Last – Incubi sotto il sole

La Wanikiya Records ha da qualche giorno pubblicato “Nightmares in Daylight”, l’esordio dei It Will Last, il nuovo progetto del musicista polistrumentista Simone Carnaghi con alla voce Daniel Reda dei Pandemonium.

Ciao Simone, il tuo progetto It Will Last è da poco giunto all’esordio con l’album “Nightmares in Daylight”. Come è nata l’idea di questo disco?
Ciao Giuseppe, il progetto It Will Last nasce dalla mia grande passione per la musica hard rock-heavy metal. Ho sentito crescere in me la voglia di scrivere nuova musica e in particolare qualcosa di differente rispetto a quanto fatto precedentemente nelle mie composizioni. L’idea è partita da alcune bozze di nuove canzoni a cui stavo lavorando nel 2018, oltre ad alcuni vecchi brani che volevo riarrangiare.

Il nome del progetto proviene da un brano di un tuo album precedente, “Slender Hopes”: dobbiamo considerare questa nuova avventura come la naturale evoluzione di quella esperienza?
Sì, ti confermo che, It Will Last è una canzone contenuta nel mio precedente progetto “Slender Hopes”, era uno dei miei brani preferiti, parla di: “speranza”, mi piaceva particolarmente anche il titolo, così ho deciso di utilizzarlo per il mio nuovo progetto. Le canzoni “It Will Last” e “Flying to the Rainbow” (anche quest’ultima proveniente dal mio CD Slender Hopes), si prestavano tantissimo ad un nuovo arrangiamento e dopo vari tentativi, hanno acquistato un sound che mi ha convinto a riutilizzarle, in quanto sono risultate differenti e maggiormente valorizzate rispetto alle precedenti versioni. Nonostante tutto, non definirei questo nuovo progetto come la naturale evoluzione del precedente dal quale ho voluto discostarmi a livello sonoro. Sempre consapevole che nella vita di un’artista ogni precedente esperienza aiuta a costruire i successivi lavori.

Magari è presto parlarne, ma immagini di dar vita ad altri lavori a nome It Will Last o la consideri un’esperienza unica?
Forse… Al momento la mia concentrazione si focalizza in particolar modo su questo attuale CD-album dal nome “Nightmares in Daylight”, tuttavia non ti nascondo che sì, mi piacerebbe ci fosse più in là un seguito e non solo.

In pratica hai fatto tutto da solo, ma credi che un domani, magari anche solo per portare il disco dal vivo, tu possa farti accompagnare da altri musicisti?
Assolutamente sì! Mi piacerebbe tanto, e proprio per questo sto già provando a reclutare i musicisti necessari.

Unica eccezione alla tua “solitudine” la presenza di Daniel Reda dei Pandemonium alla voce, come è nata questa collaborazione?
Daniel è un mio carissimo amico ormai da tantissimi anni, è una persona che stimo e di cui mi fido e ha un timbro di voce bello e particolare. E’ stato interessante sperimentare e inserire la sua voce decisamente epic metal e applicarla a un contesto ben differente.

Sei mai stato tentato di cantare tu delle parti del disco o hai escluso a priori questa eventualità?
Tutti i cori maschili nel CD li ho fatti io, mentre le parti femminili mia moglie. Mi sarebbe piaciuto cantare anche delle parti vocali soliste, ma lasciamo queste competenze a chi di dovere… Tre strumenti musicali mi sono sembrati già abbastanza impegnativi!

In “Nightmares in Daylight” è evidente l’influenza degli Iron Maiden, perché hai scelto il gruppo inglese come musa ispiratrice e cosa pensi di aver aggiunto di tuo alla ricetta base della band di Harris?
Ho iniziato ad ascoltare musica heavy metal e poco dopo ad immergermi nello studio della musica proprio grazie all’ascolto dei mitici Iron Maiden di Steve Harris. Li amo tutt’ora; i loro primi sette album sono per me dei capolavori e mai mi stancherò di ascoltarli. Non ho saputo resistere e ho voluto trarre ispirazione da alcuni dei loro ingredienti principali utilizzati nei loro capolavori anni ‘80, ma senza copiare. I miei brani infatti hanno varie caratteristiche e differenze fra cui: tanti cori a più voci, strutture spesso imprevedibili e con tanti cambi di ritmo, tonalità e non solo: “Nightmares in Daylight” in tutti i suoi brani ha un’attitudine progressive e ha un arrangiamento impegnativo e molto particolareggiato in tutte le sue parti. Non ultimo, è stata inserita una voce solista che probabilmente non ci si aspetterebbe in questa tipologia di brani.

Possiamo definire “Nightmares in Daylight” un concept album atipico?
In effetti possiamo definire “Nightmares in Daylight” un concept album abbastanza peculiare, in
particolar modo nei contenuti. Tante sono le problematiche che stanno letteralmente consumando il mondo in cui viviamo, questo rappresenta un problema reale, mi ha fatto riflettere ancora di più e mi ha ispirato, ho così voluto mettere i miei pensieri in musica.

Quali sono i tuoi progetti a breve, al di là degli It Will Last?
Al momento gli It Will Last sono la mia priorità. Se dovessi trovare tutti i musicisti per comporre la band e creare con loro il giusto feeling, tante sono le idee che vorrei mettere in pratica. Tempo permettendo, non mi dispiacerebbe riprendere anche un vecchio progetto dal nome Forgotten Melody, con me al basso alternato alla chitarra e alla voce Daniel, in cui vengono proposti in chiave acustica brani heavy metal famosi e non. Sempre in primo piano rimane ovviamente la mia attività didattica di insegnante polistrumentista (basso, batteria e chitarra). Professione che esercito ormai dal lontano 2006, sia nel mio studio musicale privato che in altre strutture terze. Infine mi sto lanciando nel fantastico mondo della produzione musicale. “Nightmares in Daylight” rappresenta infatti il primo prodotto musicale totalmente registrato, mixato e masterizzato presso il mio studio di registrazione a Rescaldina (Mi). L’intenzione è di produrre presto anche progetti di altre band.