Desecrate – Tempi oscuri

I Desecrate hanno fatto una scelta bene precisa, quella di non pubblicare per il momento nessun album e dedicarsi al rilascio di singoli brani. L’ultimo di questi è stato “Obscure Times”, diffuso lo scorso maggio. In collaborazione con Metal Underground Music Machine (#MUMMunderground) abbiamo quindi deciso di approfittare della disponibilità del batterista Paolo Serboli per ripercorre tutte le tappe della lunga storia della band ligure, dai primi passi sino ad “Obscure Times”.

Ciao Paolo, nel 2020 i Desecrate hanno tagliato il traguardo dei 25 anni di vita, direi di ripercorrere insieme tutto il percorso. Come e quando nascono i Desecrate?
Ciao Giuseppe, grazie per lo spazio che ci concedi. Nell’ottobre del 1995 lessi su un giornale di annunci che una band thrash metal formatasi da tre o quattro mesi era alla ricerca di un batterista. Attirato dall’idea di cimentarmi in un genere che desideravo fare da tempo decisi di candidarmi. Il giorno del “provino” conobbi i membri fondatori che già allora portava il nome di Desecrate, Alessandro Paolini (basso) e Gabriele Giorgi (voce e chitarra). All’epoca i Desecrate erano una cover band, ma non era quella la strada che volevo e parlai ai ragazzi dell’idea di fare pezzi originali. Dopo sei mesi entrammo in studio per registrare il nostro primo demo tape “Tranquillity”, cinque pezzi di thrash death melodico che irruppero immediatamente sulla scena Genovese e che ci permisero di cominciare a ritagliare il nostro spazio suonando ovunque ce ne fosse l’occasione in lungo e in largo per l’Italia

Venite da Genova, un posto che a metà dei 90 aveva una scena metal molto competitiva con Sadist, Antropofagus, Detestor, Malignance e tanti altri. Che aria si respirava in città e c’era tra di voi una collaborazione di qualche tipo o vi muovevate come entità a sé stanti?
Quelli furono anni d’oro, come hai detto la scena era pregna di validissime band. Si andava a vedere i concerti, le sale erano sempre piene e ci si aiutava tantissimo tra gruppi scambiandosi nomi di locali e organizzando date insieme. Era davvero un epoca dove non si perdeva l’occasione di supportare la scena in qualunque modo possibile. Certo, non era tutto rose e fiori ma, davvero, c’era posto per tutti e c’era proprio il piacere di suonare e di supportarsi l’uno con l’altro.

Tra il 1995 e il 1998 registrate due demo, che ricordi hai di quel periodo?
“Tranquillity” fu il primo demo e fu un’esperienza emozionante per tutti. All’epoca non era come adesso, registrare dei pezzi in studio era qualcosa di importante. Uscire con una produzione (anche solo un demo tape) voleva dire cominciare ad affacciarsi sulla scena nazionale con delle recensioni sulle riviste specializzate, significava inviare del materiale fatto bene ai locali fuori città per poter prendere delle date e soprattutto i fan potevano avere la tua musica da sentire sullo stereo o nel walkman. Dopo “Tranquillity” qualche piccola etichetta indipendente cominciò a chiederci di partecipare a delle compilation, da lì venne l’idea di registrare alcuni pezzi inediti da poter offrire come “esclusiva” per questi lavori. Nacque così “Promo ‘98”. Praticamente una sorta di uscita per i soli addetti ai lavori ma che poi, in qualche modo, finì sul mercato facendo si che divenne una vera e propria release.

Sempre nel 1998 arriva il primo vero contratto discografico con la Mephisto Records, per la quale nel 1999 esce il vostro esordio “Moonshiny Tales (The Torment And The Rapture)”. Mi parleresti di questo disco?
Con grande piacere. Le cose andavano bene, la strada era tracciata, idee e riff per la composizione di pezzi nuovi erano in piena attività e dopo aver cambiato diversi chitarristi, la formazione si stabilizzò con l’arrivo di Francesco Scavo. In quel periodo la scena internazionale era più prolifica che mai, eravamo nel pieno delle uscite discografiche che fecero la storia e noi non ne eravamo certo immuni. Le influenze furono tantissime, ma un genere in particolare aveva attirato particolarmente la nostra attenzione: il melodic death metal che arrivava dai paesi nordici. Dark Tranquillity e In Flames in modo particolare ci avevano letteralmente travolti. “Moonshiny Tales” nacque sotto queste influenze ma non solo. Ognuno di noi aveva i propri riferimenti, i propri gusti e in quell’album ci finirono tutti. L’idea di fare un album di esordio era la naturale evoluzione delle cose e a prescindere se sarebbe stato autoprodotto o no, la nostra idea era quella di mettere su disco i nostri pezzi. Fortunatamente in quel periodo la nostra sala prove era presso il Jam Studio di Genova, con i proprietari eravamo in ottimi rapporti e così ci proposero di occuparsi della produzione dell’album. Inutile negare che per noi fu una bellissima sorpresa e che accettammo immediatamente. A seguito di questa proposta, nacque anche l’idea del sottoscritto di fondare la Mephisto Recrods, un’etichetta indipendente che fece da supporto alla distribuzione non solo di “Moonshiny Tales”, ma anche delle produzioni future dei Jam Studio.

Nel 2001 però la band si scioglie, come mai?
La band stava procedendo come un rullo compressore per la promozione di “Moonshiny Tales” su tutti i fronti, sia live che riviste, recensioni, interviste ecc. Più si andava avanti e più aumentava la visibilità. Così cominciarono ad arrivare proposte ai singoli membri del gruppo da parte di altre band (qualcuna anche più conosciuta) di lasciare i Desecrate e entrare con loro. Senza entrare nei particolari, a qualcuno queste proposte piacquero e decise di andarsene, purtroppo non fu il solo. Deluso da tale decisione decisi di mettere fine al progetto proprio alla vigilia del nostro primo tour all’estero.

Ci vorrà un decennio per rivedere di nuovo attivi i Desecrate, cosa ti ha spinto a rimettere in piedi il progetto e com’era cambiata la scena musicale durante la vostra assenza?
Nel 2009, in maniera del tutto casuale incontrai Matteo Campora, tastierista e pianista appassionato di black metal. Mi propose di lavorare al suo progetto di fare del metal estremo caratterizzato, per quanto riguarda le tastiere, dal solo suono del pianoforte rendendolo protagonista al pari degli altri strumenti. L’idea mi piacque e ci mettemmo subito al lavoro. Del progetto fecero parte Alessio Reale alla chitarra e Dave Piredda al basso. Dopo qualche settimana di prove mi accorsi che i pezzi avevano qualcosa che poteva ricordare la strada lasciata ai tempi dei Desecrate, spinto dai ragazzi della band ricontattai Gabriele Giorgi e Francesco Scavo decidendo cosi di far rinascere la band. La scena musicale era cambiata parecchio, con l’avvento di internet è nata la possibilità di accedere in maniera più rapida e semplice a tutto. Pubblicare produzioni, recensioni, interviste, pagine web e social, contatti con i locali, tutto è stato molto più semplice e rapido. Indubbiamente un altro pianeta per chi, come noi, ne veniva dal decennio precedente. Tutto questo però ha un rovescio della medaglia. L’enorme calderone mondiale in cui si perdono decine di migliaia di band e artisti sparsi in tutto il mondo.

Il vostro secondo disco, “XIII, The Death” (Inverse Records), quali elementi conservava del vostro sound originario e quali invece sono state le novità stilistiche apportate?
“XIII, The Death” fu l’album che segnò il rientro dei Desecrate sulla scena in una nuova veste, formazione a sei elementi, brani che esplorano e si addentrano in più stili e la presenza importante del pianoforte. L’album è un concept ma ogni pezzo, stilisticamente parlando, è unico. Una laboratorio dove ci siamo lasciati andare senza porci limiti e dove la sperimentazione l’ha fatta da padrone.

L’attività finalmente riprende con una certa costanza, così dopo due anni, nel 2013, viene raggiunto l’accordo con la House of Ashes Prod. Questo connubio vi porta ad avere una buona attività live, ma ci vorranno altri due anni per vedere fuori il terzo disco, “Orpheus”, come mai?
Dopo la promozione di “XIII, The Death” ci mettemmo subito al lavoro su nuovi brani. Avevamo capito la direzione da prendere e, in maniera molto naturale, iniziammo il nuovo percorso senza però tralasciare mai l’attività live. La neonata House of Ashes si fece avanti e si mostrò molto interessata alla band tanto da proporci un contratto che difficilmente avremmo potuto rifiutare. Inoltre, la stessa HoA organizzò un minitour italiano con finale di supporto ai Dark Tranquillity nella loro data di Romagnano Sesia nel 2013. Dovevamo comunque scrivere i pezzi per il nuovo disco e vista la presenza di un etichetta che (per quel che ci riguarda) si dimostrava seria, ci impegnammo al massimo per comporre quanto di meglio potessimo fare. Dal momento che potevamo permetterci di utilizzare qualche ora in più in studio abbiamo cercato di sistemare anche i minimi particolari, per questo motivo e per questioni di marketing concordati con l’etichetta, l’album uscì nel Gennaio del 2015.

Inizia un periodo contraddistinto da clip, tour ma solo nell’aprile del 2019, con il video del singolo “In His Image” rilasciate materiale nuovo. Quel pezzo avrebbe dovuto fare da preambolo a un nuovo album oppure si trattava di un brano buono per rompere il silenzio intorno a voi?
Due anni dopo l’uscita di “Orpheus” e diverse date in giro per l’Europa, ci fu un vero e proprio terremoto all’interno della band. Dopo l’uscita nel 2015 del chitarrista Francesco Scavo (sostituito dal rientrante Alessio Reale) e la decisione di lasciare da parte di Dave Piredda (bassista e compositore) per dedicarsi alla famiglia e sostituito in pianta stabile da Oscar Morchio, anche lo storico cantante e fondatore Gabriele Giorgi, decide di lasciare il gruppo, in seguito a una serie di disaccordi e questa fu una mazzata colossale per il sottoscritto. Pensai anche di mettere la parola fine ai Desecrate ma, in quel momento, il resto della band si oppose convincendomi a proseguire. Intanto il tempo passava e anche Andrea Grillone (pianoforte) decide di lasciare il gruppo. Dopo qualche mese di ricerca finalmente entrano nei Desecrate Edoardo “Irmin” Iacono e Gabriele “Hide” Gilodi rispettivamente cantante e tastierista con i quali incidiamo immediatamente il singolo/video “In His Image”. Finalmente, dopo tanto tempo, potevamo dire di essere ritornati nuovamente sulla scena. La scelta di uscire con un solo singolo è dettata dalla decisione da parte di tutti noi, di non fare album. Motivo di tale decisione sta nel fatto che ci siamo resi conto che per avere una produzione che sia a livello delle uscite odierne si devono spendere davvero parecchi soldi i quali difficilmente rientrerebbero con la vendita. Abbiamo quindi deciso di concentrare le nostre risorse su singoli e video. Questo non significa che, se un domani torneranno ad esserci le possibilità, non usciremo più con un album ma solo che lo faremo quando ne varrà davvero la pena.

Arriviamo finalmente quasi ai giorni nostri, nel maggio del 2020 esce “Obscure Times”, il vostro nuovo singolo rilasciato nel pieno dell’emergenza Covid
“Obscure Times” segue la nostra linea di non fare album ma di uscire con un singolo alla volta. Eravamo in contatto con dei registi per la realizzazione del video ma, purtroppo, l’emergenza Covid ci ha dirottato verso un lyric per ovvi motivi.

I vostri piani per il 2021?
Abbiamo diversi brani fatti e finiti. Con il nuovo anno programmeremo l’entrata in studio e l’uscita del prossimo singolo in attesa che si possa uscire da questo incubo e ricominciare da dove avevamo interrotto.

Oceana – Le onde del passato

Il mare talvolta riporta a riva oggetti che paino arrivare dal passato. Le onde del tempo ci hanno donato in questi primi giorni del 2021 un progetto che ormai sembrava sepolto definitivamente, rilegato alle chiacchierate tra vecchi nostalgici della scena underground italiana dei primi anni 90. Gli Oceana emergono dalle schiume come Venere e lo fanno portando in dono un disco, “The Pattern” (Time To Kill Records \ Anubi Press), che si spera possa essere di buon auspicio per il 2021.

Ciao Massimiliano (Pagliuso, Novembre), cosa ti ha spinto a lasciare nel cassetto un progetto per un quarto di secolo per tirarlo fuori proprio nel pieno di una pandemia?
Innanzitutto, ciao e grazie per questa intervista! In realtà, non c’è stata nessuna scelta o decisione presa a tavolino dietro al nostro ritorno sulla scena: una sera di maggio, nel 2019, ho semplicemente chiesto a Sancho (il batterista, nonché mio migliore amico da 30 anni) se avesse voluto rimettere in piedi gli Oceana insieme a me e lui ha risposto di sì! Ovviamente, coinvolgere di nuovo Gianpaolo (l’altro chitarrista) è stato praticamente automatico.

Prima di soffermarci sul presente, ti andrebbe di tornare ai primi giorni degli Oceana: come nascono e con quali influenze?
Gli Oceana nascono nel 1993, anche se con un altro nome, e le nostre influenze di allora erano i Paradise Lost, gli Edge Of Sanity, i Nightingale, oltre a gruppi storici come Metallica, Megadeth, Dream Theater. Abbiamo sempre amato più di un genere e, nei nostri lettori CD dell’epoca, potevi trovare “Supremacy” degli Elegy, tanto quanto “Crimson” o “Purgatory Afterglow” degli Edge Of Sanity”. Come band, siamo nati durante il periodo del liceo, quando l’essere amici con interessi musicali comuni portava quasi sempre a creare una band, pur di potersi esprimere.

Credi che rispetto all’idea iniziale gli Oceana di oggi siano abbastanza fedeli o inevitabilmente hanno risentito del passare del tempo?
Siamo indubbiamente cambiati (spero migliorati!) nel songwriting: i primi pezzi del gruppo, periodo ’94/’96, erano sicuramente più doom e meno progressivi, mentre dal ’97 in poi abbiamo cominciato a sbizzarrirci di più con soluzioni meno convenzionali e più interessanti, sia armonicamente che melodicamente.

Cosa avete provato a lavorare nuovamente insieme? La formazione è pressoché la stessa dato che tu e Alessandro “Sancho” Marconcini avete fondato il gruppo e Gianpaolo Caprino si è unito a voi nel 1997.
Tornare a lavorare con Sancho e Gianpaolo è stato stupendo, essendo noi tre assolutamente complementari. Ci tengo a ricordare il rapporto di amicizia che ci lega da trent’anni: quando ti conosci così bene da tutti questi anni è impossibile avere sorprese in negativo. Posso dire che lavorare a “The Pattern” insieme, dopo un periodo di “fermo” di vent’anni, è stato addirittura terapeutico per noi: abbiamo potuto migliorare tante cose e tanti aspetti dei nostri caratteri, arrivando a “rimodellare” la band a 360 gradi, in più aspetti. Io ne sono particolarmente felice!

Siete ripartiti dai vecchi brani o avevi già dei pezzi nuovi?
L’idea era quella di riregistrare tutti i pezzi degli Oceana (la fase “demo/ep”, quella del mini CD “A Piece Of Infinity” mai uscito, la lunga suite “Atlantidea Part 1”) e aggiungere un’inedito ed una cover. Ovviamente, essendo “You Don’t Know” il nostro pezzo più recente (2019), lo abbiamo scelto come singolo e lo consideriamo un biglietto da visita perfetto per presentare i nuovi Oceana al mondo.

Avete mai avuto la tentazione di ristampare l’EP, magari come bonus per “The Pattern”?
L’idea c’è stata, ma non avrebbe avuto senso, dal momento che “The Pattern” contiene già i pezzi dell’EP.

La squadra che ha lavorato al disco “puzza” molto di Novembre, il tuo gruppo principale: hai collaborato con Giuseppe Orlando e Dan Swanö: come mai hai deciso di circondarti di amici e non magari di staccare completamente i due progetti?
La volontà di lavorare con Giuseppe per quanto riguarda la registrazione di voci e chitarre acustiche è stata una mia precisa scelta: il suo studio possiede una sala di ripresa che suona magnificamente (anche grazie al perfetto equilibrio tra zone “assorbenti” ed altre in porfido, “riflettenti”) e lo reputo il miglior producer per quanto riguarda la voce. Ci conosciamo da più di vent’anni e mi trovo bene a cantare solo con lui. Per quanto riguarda Dan, il discorso è ancora più semplice: è letteralmente il mio idolo, da sempre. Lo reputo il mixing engineer più pragmatico e smart che abbia mai visto in vita mia ed il suo essere sia produttore che musicista sopraffino ha reso possibile un missaggio estremamente intellegibile, anche nelle parti più complesse e con molti layers.

Il mondo è cambiato parecchio dalla prima metà degli novanta, come hanno influito questi stravolgimenti culturali e sociali sui testi?
Il mondo si è letteralmente trasformato in questi ultimi 20 anni e non nego di aver dovuto riadattare dei vecchi testi per poterli rendere al meglio nel 2021… Sicuramente il prossimo album avrà testi ancora più attuali ed inerenti a ciò che stiamo vivendo. Purtroppo non si può più far finta di niente e parlare solo di cavalieri o elfi…

Mentre la decisione di coverizzare “The Unforgiven” dei Metallica come è nata?
Beh, “The Unforgiven” è uno dei miei pezzi preferiti dei Metallica e l’idea di poterci mettere le mani mi ha sempre allettato: abbiamo cercato di renderla nostra senza stravolgerla troppo e spero che il risultato vi piaccia!

Credo di aver intercettato un tuo commento sui social in cui dicevi che la copertina di “The Pattern”, firmata da Travis Smith, è la più bella mai avuta su un tuo lavoro. Mi spiegheresti il significato dell’immagine?
Spiegare un’immagine è molto complicato, soprattutto quando si parla di “surreale” o di “metafisico”: diciamo che l’idea era quella di rappresentare un mondo in pieno declino, sommerso dal mare, dove dalle sue ceneri comincia a nascere un nuovo mondo, consapevole degli schemi ricorrenti e della virtualità/olograficità della nostra realtà. I sopravvissuti a questa fine del mondo li immagino sotto al torii giapponese che si vede in lontananza, raccolti in una nuova preghiera senza etichetta. Niente Cattolicesimo o Buddismo, o altro… solo pura e umana spiritualità. Nella speranza di un nuovo mondo più empatico.

Restrizioni a parte, se si dovesse riprendere con l’attività live, porterete in giro gli Oceana o nelle vostre intenzioni si tratta di una mera esperienza da studio?
Gli Oceana non sono assolutamente un progetto, ma una vera e propria band in piena attività: superata questa brutta storia chiamata Covid19, faremo di tutto per poter portare la nostra musica ovunque. Stiamo già provando da mesi e mesi per prepararci ai futuri live. Non vediamo l’ora di suonare dal vivo davanti ai nostri fans!

Dread Sovereign – Alchemical warfare

ENGLISH VERSION BELOW: PLEASE, SCROLL DOWN!

I Dread Sovereign sono stati fondati a Dublino, in Irlanda, circa dieci anni fa dal cantante dei Primordial, Nemtheanga, per rendere tributo alla vecchie scuola doom, black ed heavy metal! È uscito da poco il nuovo album della band, il primo sotto Metal Blade, “Alchemical Warfare”, per ciò abbiamo deciso di fare una chiacchierata con il leader di questa oscura creatura.

Ciao Nemtheanga, “Alchemical Warfare” è un buon modo per iniziare il 2021 e dimenticare l’orribile 2020, ma durante la sessione di songwriting sei stato influenzato dalla pandemia?
Nah, abbiamo scritto e registrato l’album nel 2019 prima di questo casino, quindi l’album non ha nulla a che fare con l’emergenza. Il 2020 è stato davvero un anno da dimenticare, ma non parlare troppo presto, il 2021 potrebbe benissimo andare peggio: dobbiamo aspettare e vedere.

Questo è il tuo primo album per la Metal Blade, ti sei sentito sotto pressione durante la scrittura delle canzoni?
No per niente. La Van Records è fantastica e sono molto affezionato a loro, ma il nuovo album è più straight up metal, aveva più senso stare con Metal Blade. Niente di grave, sono entrambe fantastiche in modi diversi. Nessuna pressione, faccio sempre la stessa cosa.

Il titolo “Alchemical Warfare” mi fa pensare a qualcosa tipo guerra tra le aziende farmaceutiche per il vaccino e il suo business. Qual è il vero significato?
Ah no, l’alchimia è ciò che potremmo chiamare la scienza / ricerca magica / processo medievale per trasformare gli elementi di base in metalli preziosi, cosa che ossessionava gli ordini occulti ermetici durante il post-illuminismo in Europa. Argomento a cui sono molto interessato, come metafora rappresenta l’ideale dell’autorealizzazione, in quel momento ti ritrovi dentro una guerra!

I Dread Sovereign sono un tributo al doom della vecchia scuola, al black e all’heavy metal, ma pensi che il tuo sound sia cambiato rispetto al primo EP?
Beh, non è un tributo no… la band esiste di per sé, ma non avevo intenzione che fosse originale, non me potrebbe fregare di meno, ad essere onesto. E’ quello che è. Il suono è un po’ più uptempo, più NWOBHM, c’è dell’old school metal lì dentro… Nessun cambiamento enorme.

Come cambia il tuo approccio vocale dai Primordial ai Dread Sovereign?
Beh, è ​​sempre la mia voce, quindi non ci possono essere tante differenze, ma nei DS sono più libero di cantare con gli alti, più metal, uso dell’idee interpretative diverse che non si adattano ai Primordial. Nei DS la voce anche è un po’ più in second’ordine rispetto alla musica.

È nato prima il tuo amore per il basso o per la voce? Ed è difficile per te cantare e suonare il basso insieme sul palco?
Ah, non sono un vero proprio musicista con un talento naturale, quindi entrambe le cose sono state dei ruoli che ho intrapreso, ma mi accontento delle abilità che ho. Li amo entrambi per motivi diversi. Comporre per i DS alla chitarra è molto diverso, non sono affatto un grande chitarrista, ma so quello che voglio. E’ stato difficile senza dubbio, ma è diventato più facile con il passare degli spettacoli…

I Dread Sovereing sono una band orientata al basso o durante la composizione delle canzoni tutti i membri sono liberi di creare qualcosa?
Chiunque è libero di contribuire con qualsiasi cosa! Tendo ad accentrare forse duo/tre cose nella musica, ma Bones scrive anche canzoni. E’ tutto là fuori …

Quanto è divertente per te scrivere un testo per Dread Sovereign?
Divertente? Non è per nulla è divertente (ridendo). E’ diverso dai Primordial, nei DS non ho il peso storico culturale, sono libero di essere influenzato da qualsiasi cosa, è tutto scritto in uno stile horror occulto, fatti storici intrecciati tra sogno e incubo!

Quali canzoni di “Alchemical Warfare” suonerai dal vivo quando sarete in grado di andare in tour?
Chissà, credo che che attraverseremo quel ponte quando arriverà il momento in cui potremo farlo.

Dread Sovereign was formed in Dublin, Ireland about a decade ago by Primordial vocalist, Nemtheanga, to give praise to filthy cult old doom, black and heavy metal! The new album of the band, the first under Metal Blade, “Alchemical Warfare” is now out, so we decided to have a chat with the leader of this obscure creature.

Hi Nemtheanga, “Alchemical Warfare” is a good way to start 2021 and forget the horrible 2020, but the during the songwrting session was you influenced by pandemic?
Nah, we wrote and recorded the album in 2019 before this mess so the record has nothing to do with the pandemic. 2020 has indeed been a year to forget but dont speak too soon 2021 might very well be worse. We have to wait and see.

This is your first album under Metal Blade, did you feel under pressure during the songwriting process?
No not at all. Van Records is awesome and much love to them, but the new album is more straight up metal, made more sense to be with Metal Blade. No big deal. They are both great in different ways. No pressurs, I always do the same thing.

The title “Alchemical Warfare” minds me something about war between pharmaceutical companies for the vaccine and its business. Which is the real meaning?
Ah no, alchemy is what we could call the medieval science/magical search/process for turning base elements into precious metals that obsessed hermetical occult orders in the post Europe enlightenment. Which I am very interested in, as a metaphor it represents the ideal of self actualization. Finding yourself within that is the war right now!

Dread Sovereign are a tribute to old school doom, black and heavy metal, but do you think your sound is changed from the first EP?
Well not a tribute no. The band exists in it’s own right, but i had no intention for it to be original, I could care less to be honest. It is whats it is. the sound is a bit more uptempo, more NWOBHM and old metal in there… no huge change.

How does change your vocal approach from Primordial to Dread Sovereign?
Well, is still my voice so there can only be that many differences, but in DS I am freer to sing higher, more metal, use different random ideas that don’t fit into Primordial. In DS also the vocals are set back a bit more into the music.

Was born first your love for bass or for vocal? And is difficult for you to sing and play bass together on stage?
Ah, I am not really a natural musician so they both have been a task, but you make do with the tools you have. I love them both for different reasons. Composing for DS on guitar is very different, I’m not a great guitar player by any means, but I know what I want. It was hard no doubt but got easier as the shows went by…

Are Dread Sovereing a bass oriented band or during the songwriting all the member are free to create something?
Eveyrone is free to contribute anything! I tend to do maybe 2/3rd of the music but Bones writes songs as well. It’s all out there…..

How funny is for you to write a lyric for Dread Sovereign?
Funny? nothing is funny (laughs) ah it’s different to Primordial, DS doesnt have the cultural historical weight. I am free to be influenced by anything in DS, but all written in this style of occult horror, historical facts woven into dream and nightmare!

Which songs form “Alchemical Warfare” will you play live when you’ll be able to touring?
Who knows, I guess we cross that bridge when we can come to it.

Falhena – Il canto della falena

Chi ha seguito le vicende degli Adversam, probabilmente conoscerà già i Falhena, formazione composta per due terzi da musicisti proveniente da quella band (Summum Algor e Katharos). Ma il vero motore del progetto, in quanto compositore e autore dei testi, è Naedracth, ed è proprio con lui che abbiamo parlato del disco di debutto “Insaniam Convertunt”, uscito lo scorso maggio per Hidden Marly.

Ciao Naedracth, qual è il significato simbolico della falena e come questo si sposa con l’etica black metal?
La falena è un animale interessante, vola di notte, e per orientarsi sfrutta il flebile bagliore della luna, vive nell’ombra attratta dalla luce, è una condizione particolare. Da sempre rappresenta il mistero, simbolo di sventura e cattiva sorte, l’ho trovata una cosa adatta a rappresentare la musica che proponiamo.

Attualmente siete un terzetto composto da te e da Summum Algor e Katharos. In particolare, i tuoi compagni provengono dagli Adversam, dobbiamo considerare i Falhena come una prosecuzione di quel progetto?
No, Adversam non centra nulla con Falhena, se non per il fatto che due dei componenti sono presenti in entrambe le band. Nei Falhena io mi occupo della composizione dei brani e dei testi, ho solamente avuto la fortuna di conoscere dapprima Summum Algor, che accettò di suonare con me negli ormai sciolti Aivarim, e successivamente Katharos. Non ci sono legami di altro tipo con Adversam.

Lo scorso maggio avete pubblicato “Insaniam Convertunt”, il vostro album d’esordio. Come è nato il disco?
Il disco è nato, o meglio, è stato composto nell’arco di diversi anni, dopo lo scioglimento degli Aivarim ho voluto continuare dapprima con del mio materiale che avevo scritto in precedenza, successivamente ho buttato giù nuovi brani. Summum Algor ha continuato con me in questo nuovo progetto, ed ha partecipato nella stesura dei pezzi, in seguito si è unito Katharos per le parti vocali. Il disco, nonostante i rallentamenti dovuti alla pandemia, è uscito per la Hidden Marly, inizialmente solo in digitale e successivamente anche in CD.

Il vostro stile di black è di chiara matrice old school svedese, come mai avete scelto un approccio più tradizionale a un genere che negli ultimi tempi si sta rimodellando soprattutto attraverso le contaminazioni?
In realtà non ci siamo seduti a tavolino per pianificare la stesura dei brani scegliendo di emulare un genere in particolare, semplicemente i pezzi prendono forma man mano che li si prova e seguono l’ispirazione del momento. Non mi piace etichettare le cose, ancor meno quando si tratta di musica, la quale è un “flusso” di sensazioni, che vengono poi concretizzate e “fermate” una volta conclusa la registrazione. In parole povere non ce la volontà di seguire un genere come un treno su di un binario, cosa mi verrà di scrivere scriverò, seguendo l’ispirazione del momento.

Comunque non disdegnate il ricorso alle melodie, come riuscite a bilanciare l’anima più estrema con quella più melodica?
Quando scrivo un pezzo sento la necessità di renderlo godibile, riconoscibile, apprezzabile attraverso una melodia, credo sia ciò che conferisce un anima ad un brano. Ci sono poi ovviamente delle parti più violente o più “marce”, ma la componente melodica la reputo fondamentale per la riuscita di un brano.

Altro aspetto che salta all’orecchio è il livello tecnico dei musicisti coinvolti, nonostante non tendiate mai all’autocompiacimento: qual è il limite che vi siete imposti, in modo conscio o inconscio, di non superare per mantenere un certo livello di feeling marcio ed oscuro?
Diciamo che i brani prendono forma in modo naturale, non poniamo limiti tecnici, più semplicemente viene adeguata la tecnica alla composizione. Dal mio punto di vista non vedo la stesura dei brani come mezzo per far emergere la tecnica sullo strumento, do molta più importanza alle sensazioni che fluiscono suonando, per cui a volte trovo sia più efficace un insieme di poche note magari lente piuttosto che un riff velocissimo e tecnicamente difficile. Dipende comunque sempre dalla base del pezzo e da cosa si vuole trasmettere.

Il disco si chiude con “Ritorneremo”, questo brano è stato posto in coda perché possiamo considerarlo una sorta di anteprima su quelli che potrebbero essere gli sviluppi prossimi della vostra musica?
Il brano “Ritorneremo” è un omaggio a mio nonno tornato dalla seconda guerra mondiale dopo aver subito e visto cose inimmaginabili ai giorni nostri. L’ultima parte del testo, cantata da me in italiano, è una porzione di canzone scritta da lui durante la prigionia in Russia che ho voluto inserire nel brano per far si che non andasse persa la sua memoria. E’ stato posto in coda perché la tematica trattata non centra col resto dei brani, l’outro “Zombification” sarebbe la corretta chiusura dell’album; dopo ho voluto inserire “Ritorneremo”, non è un rimando agli sviluppi futuri della composizione dei nuovi pezzi.

Rimanendo in tema, state già lavorando al nuovo materiale?
Sono al lavoro su nuovi brani e sto scrivendo anche nuovi testi, purtroppo nella vita di tutti i giorni gli impegni sono molti per cui non rimane molto tempo a disposizione per la composizione, ma man mano si procede. L’intento è comunque quello di dare alla luce un nuovo album, non so quantificare il tempo necessario perché ciò avvenga, anche nella fase compositiva è necessaria la giusta ispirazione, magari per mesi non si conclude nulla, poi nell’arco di una settimana possono prendere forma più brani… vedremo!

Vi siete già esibiti dal vivo e/o avete intenzione di farlo appena le condizioni sanitarie lo renderanno possibile?
No, non ci siamo mai esibiti dal vivo e, a dire il vero, non è nemmeno una cosa che stiamo valutando, è molto complesso preparare una performance live, richiede tempo, che purtroppo spesso manca. Inoltre non è una cosa a cui aspiro, preferisco concentrarmi sulla composizione.

Crepuscolo – Cicatrici che raccontano storie

Dalla lontanata Russia è giunto in redazione “You Tomb”, l’ultimo album degli italiani Crepuscolo, pubblicato dalla Metal Scrap Records. Un lungo viaggio che proposto alla nostra attenzione un disco uscito nel 2019, ma ancora degno di attenzioni.

Benvenuto Umberto, “You Tomb” il vostro secondo album è uscito più di un anno e mezzo fa, siete ancora soddisfatti del contenuto di quel disco oppure oggi cambiereste qualcosa?
Innanzi tutto grazie mille per lo spazio che ci date per promuovere la nostra musica! Ti confermo che siamo soddisfattissimi, “YouTomb” è il nostro miglior lavoro, ci abbiamo messo tanta energia, tanto impegno sia fuori che dentro la sala prove. Abbiamo girato il video della title track e il 30 dicembre uscirà un altro video clip “My Scars Tell a Story”, questo a riprova che vogliamo dare ancora spazio al nostro ultimo lavoro.

Parte della promozione del disco, immagino, sia andata in fumo a causa dell’emergenza Covid 19, in termini artistici e, perché no , economici che danno avete subito da questa situazione?
Come tutti, ovviamente, abbiamo risentito in maniera drammatica di questa situazione tremenda. La pandemia ci ha bloccato tutto, ci ha chiusi in casa, impedito di fare le prove, suonare live, vederci… E’ stato un peccato perché appena uscito “YouTomb” siamo partiti in tour in Repubblica Ceca, al ritorno abbiamo suonato in vari club, tutto sembrava andare per il meglio. Poi è successo l’inimmaginabile ed eccoci qua. Però non ci siamo dati per persi, quando si è potuto ci siamo rivisti in sala prove e abbiamo scritto i pezzi per il prossimo anno: a metà gennaio (Covid permettendo) entreremo in studio di registrazione per lavorare sulle linee di batteria.

La canzone che dà il titolo al disco puntava il dito contro chi preferiva stare comodo sul divano piuttosto che andare a vedere un concerto dal vivo. Credete che l’attuale situazione abbia fatto peggiorare questo fenomeno, impigrendo ancor di più il pubblico, o abbia creato una fame di live tale che alla ripresa potrebbe portare la gente a snobbare meno i concerti?
Gran bella domanda! Sinceramente spero che il lockdown abbiamo messo quella fame incontrollabile di musica dal vivo, di fare festa ai concerti, incontrare gli amici, bere insieme, ascoltare musica live. La nostra paura è che, come abbiamo potuto vedere, grazie anche alla tecnologia che oggi permette tutto, molte band hanno dato vita a concerti in streaming, che se da una parte è una cosa eccezionale perché puoi suonare in un locale con il pubblico vero e in più puoi raggiungere gente in ogni dove, dall’altra c’è il rischio che la gente, già pigra per natura, non si schiodi dal divano. Sinceramente è una cosa che temiamo molto. Noi siamo old school, ci piace il calore del pubblico, sudare, suonare, bere insieme a chi ci viene a sentire, è fondamentale scambiarsi pareri, consigli. “YouTomb” è un urlo di rabbia contro tutti quelli che si sono rammolliti, che credono che il computer possa sostituire l’adrenalina del palco, sia dal punto di vista di chi suona ma anche di chi va ai concerti. Purtroppo suonare underground vuol dire scontrarsi contro questa stupida mentalità di va ai concerti solo dei grandi nomi. Degli altri se ne fottono allegramente.

L’album si conclude con una canzone ispirata alla poesia “Memento” di Igino Ugo Tarchetti, scelta abbastanza particolare in ambito estremo: come è nata l’idea?
E’ venuta per caso, la moglie del chitarrista ci ha fatto leggere alcuni versi del poeta, noi siamo sempre alla ricerca di qualcosa di diverso, sempre “vecchia scuola”, ma che comunque abbia quel quid in più che ci intriga. Leggendo i versi di Tarchetti, li abbiamo fatti nostri – anche perché sono abbastanza ermetici ma anche oscuri – ci abbiamo costruito una canzone che secondo noi esprime bene il malessere del poeta.

Dal punto di vista musicale vi ispirate alla scena svedese dei primi anni 90, con una predilezione per il sound di Stoccolma, anche se non mancano i momenti melodici. Come mai vi rifate a certi stilemi classici?
Franz (basso e voce) e Umberto (chitarra) sono dei giovani ultra quarantenni, vengono dalla generazione degli Entombed, Dismember, Carcass, At The Gates, e non poteva essere diversamente. Abbiamo cercato però di non limitarci e infatti Lorenzo alla batteria ci mette del suo, essendo più giovane, ha altre influenze un po’ più moderne, si ispira comunque al drumming di Dave Lombardo, Behemoth, Slipknot ecc. Abbiamo raggiunto un ottimo amalgama fatto di suoni swedish e batteria più orientata verso partiture e lick un po’ più moderni.

Qual è il vostro rapporto con la melodia?
Noi la ricerchiamo sempre la melodia, siamo convinti che una chitarra e un basso distorti e la batteria che spinge come una forsennata possano fare melodia. Ci piacciono molto arpeggi, sonorità melodiche, ad esempio in “Memento” c’è un solo di chitarra classica spagnoleggiante. Ci affascina l’idea di riuscire a far stare una bella melodia insieme a sfuriate death metal!

Spulciando la vostra discografia sono rimasto incuriosito dal titolo dell’EP “Izzatso”. Ho fatto una ricerca su Google per scoprire il significato di questa parola e mi ha apparso un parrucchiere di Kuala Lumpur. Senza nulla togliere alla nobile arte dell’acconciatura malesiana, immagino che voi sabbiate dato un altro significato a quel termine, mi spieghereste quale?
Izzatso? è lo slang cockeny (una sorta di dialetto londinese) che sta per “Is that so?”. Anche i testi per noi sono molto importanti, pur sapendo che in Italia si parla poco inglese e il growl non è di facile comprensione, siamo convinti che una buona canzone possa diventare ottima se ha un bel testo. Il testo oltre a trasmettere i nostri sentimenti, quello che pensiamo, chi siamo, serve anche per creare qualcosa di magico con la parte musicale della canzone. “Izzatso?” Parla di un tema che ci sta molto a cuore quello dell’inquinamento, stiamo distruggendo ciò che abbiamo di più importante: la nostra casa che è la terra.

Sinora ci siamo soffermarti sul passato, il futuro cosa ha in serbo per voi? Avete già dei brani pronti?
Come detto prima il Covid 19 non ci ha fermato. Abbiamo lavorato su una quindicina di pezzi nuovi e tra questi abbiamo scelto quelli che faranno parte del nuovo album dei Crepuscolo. Abbiamo utilizzato questa pausa forzata per registrare una pre-produzione delle song che ci sono piaciute di più e a metà gennaio inizieremo la registrazione della batteria. Siamo molto eccitati e motivati, registrare un nuovo album è sempre un’esperienza emozionante, vedere concretizzarsi le nostre idee ci ripaga degli sforzi e delle energia impiegate! Non vediamo l’ora che esca il nuovo lavoro, ma comunque non sarà prima di ottobre/novembre prossimi. Nel frattempo ci impegneremo per tornare live appena ce lo consentiranno. Torneremo più incazzati che mai! E sicuramente motivatissimi perché non abbiamo mai smesso di essere Crepuscolo anche chiusi in casa!

In qualche modo i nuovi brani risentiranno della stranezza dei giorni che stiamo vivendo?
Beh ovviamente sì, saranno brani più duri, più intimisti proprio perché abbiamo dovuto imparare a vivere in maniera totalmente diversa. Ci siamo scoperti diversi, più deboli, ma anche più consapevoli che da soli non possiamo nulla, mentre insieme si può sconfiggere un bastardo subdolo come questo cazzo di virus.

E’ tutto, grazie
Grazie a voi per la possibilità che ci date di farci conoscere e far sapere a tutti i metalhead che credono ancora nel metal vero, suonato, urlato, sudato e bevuto che la nostra musica – il metal – continuerà ad esistere solo se ci saranno le persone che vanno ai concerti. Stay metal and make a fucking loud growl!

Dowhanash – Dalle ceneri del drago

Rigel ha scritto dalla prima metà degli anni novanta in poi alcune delle pagine importanti del metal estremo tricolore, legando il proprio nome a quello di band del calibro di Antropofagus, Spite Extreme Wing e Detestor. Ed è proprio dalle ceneri di quest’ultimi che prende vita il nuovo progetto Dowhanash (che vede nelle propria fila un altro ex Detestor, Daniele), anche se “From the Ashes” (Black Tears of Death \ Nadir Promotion) è tutt’altro che una copia di quanto pubblicato in passato dagli autori di “In the Circle of Time”.

Ciao Rigel, dal 20 novembre è fuori il vostro EP d’esordio, “From the Ashes”, a nome Dowhanash: le ceneri a cui si fa riferimento nel titolo sono quelle dei Detestor, gruppo in cui militavate tu e Daniele?
Sì, ma non solo: il titolo del CD parla della situazione musicale di noi tutti, infatti abbiamo una certa età (Kane a parte) e questo disco, anzi il gruppo stesso, è per noi una vera e propria rinascita, un nuovo inizio… e la fenice ci è sembrato il simbolo più adatto. 

Avete mai avuto la tentazione di ripartire come Detestor anziché incominciare da zero con un nuovo progetto?
Direi di no, anche perché i Dowhanash sono nati per un mio impulso di fare una concept band “concettualmente” differente dai Detestor. Ogni cosa nasce, cresce e muore, e quando rinasce non è più la stessa.

Cosa vi portate dietro dell’esperienza Detestor e cosa invece c’è di nuovo rispetto a quanto proposto in precedenza con la vecchia band?
Facendo attenzione ai pezzi si può sentire che alcuni riff e alcune melodie ricordano il modus operandi dei Detestor, per certi versi si potrebbe dire che siamo l’evoluzione dei Detestor… ma “Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale.” Il nostro intento è fare qualcosa di originale, non abbiamo intenzione di imitare niente e nessuno.

“From the Ashes” contiene quattro canzoni più un’intro, queste quattro tracce come e quando sono nate?
La maggior parte dei riff di “From the Ashes” hanno più di vent’anni: abbiamo cominciato a sistemarli Dani ed io, nel retro del mio ex negozio. Naturalmente nel tempo li abbiamo modificati e adattati in base ai gusti di tutti i componenti della band.

Perché avete deciso di pubblicare subito il materiale in forma EP e non aspettare e uscire con un disco completo?
Il motivo principale è che non vedevamo l’ora di uscire allo scoperto. Dani ed io abbiamo impiegato una vita per trovare i membri per completare la line up, così quando finalmente Pablo (il cantante) e Kane (il chitarrista ritmico) si sono aggiunti a Eddy (il bassista che era con noi già da un anno circa), non abbiamo perso tempo e, dopo soli tre mesi, siamo andati a registrare il CD al Bagoon Studio.

La genesi della band passa attraverso una fase a nome Alpha Draconis, in cui avete dato vita al draco metal. Come mai avete cambiato nome e linea stilistica?
Lo stile lo abbiamo mantenuto, abbiamo solo cambiato il nome perché Alpha Draconis era un moniker già usato da altri gruppi metal, mentre Dowhanash è un nome talmente originale che, sul web, si trova solo in riferimento al nostro gruppo.

Appunto, Dowhanash è un nome particolare e misterioso, cosa significa realmente?
Dowhanash è in lingua Draconiana. È un concetto che viene fuori mettendo insieme queste quattro parole: Dow Ha Naa Sha (che fondendosi tra di loro perdono due “a”). Questa lingua è molto antica ed è rimasta segreta fino ai giorni nostri, infatti sono pochissimi quelli che ne sono a conoscenza. Ovviamente la maggior parte della gente penserà che sia una nostra invenzione, ma questo per noi non è un problema. Per il momento lasciamo ancora un po’ di mistero su questo nome e non ne sveliamo il significato, ma ai più curiosi consiglio di cercare gli “Ofiti” su Wikipedia, lì potranno trovare degli indizi interessanti.

Avete mai proposto queste tracce dal vivo prima dello stop imposto dalla pandemia?
L’unico concerto che abbiamo fatto, ad oggi, è stato quello del 15 Ottobre 2020, già in periodo di restrizioni. Ne approfitto per ricordare che su Youtube ci sono quattro video girati la sera del concerto, che solo chi ha comprato il CD può vedere, infatti solo uno dei quattrolo abbiamo lasciato pubblico.

Avete già del materiale nuovo o vecchio, ma escluso dall’EP, su cui state lavorando per dare continuità al progetto?
Proprio in questi giorni stiamo sistemando due pezzi “nuovi”. Dico “nuovi” tra virgolette perché anche questi, come molti altri che faremo in futuro, hanno più di 20 anni. Ho ancora tanta musica nel cassetto che aspetta di vedere la luce… basta una spolverata e sono pronti…

È tutto, grazie.
Grazie a voi per averci dato l’opportunità di fare questa intervista. Vorrei ringraziare anche Daniele Pascali e Trevor (dei Sadist) per la promozione che ci stanno facendo.

Luca Worm – Ora!

Luca Worm – ai più noto per il suo militare negli Animatronic, di cui è fondatore insieme a Luca Ferrari dei Verdena – ha regalato uno degli ultimi colpi di coda musicali del 2020: il suo primo album solista “Now” (C’mon Artax!) propone il chitarrista in una nuova vesta più anarchica e in alcuni frangenti anche nel ruolo di cantante.

Ciao Luca, cosa ti ha spinto a metterti in “proprio”, rilasciando il tuo esordio da solista proprio in questo funesto 2020?
Ciao Giuseppe! Ho deciso di rilasciare “Now” in questo 2020 perché semplicemente sentivo l’esigenza di “lasciarlo andare”. Per me questo album segna la fine del decennio, la fine dei miei vent’anni; non avrebbe la stessa importanza e lo stesso peso se fosse stato pubblicato 20 giorni dopo. Il mettermi in “proprio” è stata una mia esigenza di circa tre/quattro anni fa ed è sempre rimasta nella rosa dei progetti in cui lavoro e per i quali lavoro.

Qual è l’aspetto della tua musica che hai potuto approfondire in questo album e che per un motivo o per un altro non sei mai riuscito ad analizzare nelle tue esperienze precedenti?
In questo album sono stato totalmente libero in fase di scrittura quindi ho sfruttato tutto ciò che era nel mio bagaglio in quel momento senza pormi alcun freno. Ciò mi ha permesso poi di fare un’analisi tecnica ed una dettagliata auto-critica spunto di crescita su tutti i fronti. Altra nota importante: ho potuto scegliere in totale autonomia come lavorare alla promozione del disco, nei progetti precedenti era una scelta di gruppo e, ahimè, spesso motivo di scontro.

Ora ribalto la domanda, c’è qualcosa degli Animatronic che hai eliminato volutamente in questo disco proprio per sancire la tua libertà compositiva?
Assolutamente no! Abbiamo inciso questo disco tra Dicembre 2018 e Marzo 2019; gli Animatronic nascono nel Gennaio 2018, “Now” era già quasi tutto scritto. Non sarebbe comunque un problema se decidessi domani di entrare in studio per un secondo album solista, lo stile dei due progetti è totalmente diverso: il tocco sullo strumento rimane in entrambi, inevitabile fortunatamente…

Il titolo, “Now”, dà l’idea di un’istantanea, di un momento catturato. Ma è andata davvero così, i brani sono nati di getto o le idee le hai raccolte, in modo conscio o inconscio, nel corso di più anni?
“Now” è il tempo che ci sfugge di mano: ieri avevi 18 anni, oggi 30! Ti fermi, cosa a cui non sei abituato nella frenesia quotidiana, ti guardi alle spalle e cogli il modo di arrivare ad un traguardo futuro in modo più efficace ed in minor tempo. Le idee per i brani cantati le ho raccolte in modo inconscio nel corso degli anni, mentre i sette brani strumentali li ho scritti di getto nell’arco di tre mesi.

Un passaggio delle note promozionali che mi ha colpito è questo: “Non saremo mai felici nella nostra ricerca trascendentale”. Questo approccio eccessivamente critico, direi quasi nichilista, non può portare alla lunga alla frustrazione? Estremizzando il concetto, se la tua ricerca trascendentale avviene attraverso la musica, potrei anche pensare che tu oggi non sia già più soddisfatto di “Now” e che tu sia concentrato sul suo successore…
E’ inevitabile per il mio essere non pensare al mondo attuale come un mondo non in decadenza. Nonostante ciò mi sforzo di credere in una rinascita futura che in qualche modo riporti alla luce i valori umani, quelli che non si legano ad una sola cultura, ad una religione o alle istituzioni. Crescendo ho sviluppato una visione sempre più “animista” dell’universo. Tornando alla musica: il mio approccio critico è volto principalmente al miglioramento, non sentirsi mai arrivati per continuare ad apprendere. L’unico fattore che potrebbe trascinarmi nella frustrazione sarebbe il rendermi conto di aver perso l’umiltà, per il resto preferisco rimanere un eterno sognatore con i piedi per terra. Sono soddisfatto di “Now”, ha un’anima tutta sua, il suo successore sarà diverso.

Sempre in quel passaggio parli di trascendenza, questo concetto lo ritroviamo anche nella copertina del disco forse, che mi sembra un mandala. Quel è il tuo rapporto con la spiritualità e che in modo questa incide sulla tua musica.
Credo vi siano delle energie nell’aria che ci circonda, io ne traggo ispirazione per la stesura di qualche testo per canzone. Nella musica cerco di rievocare le sensazioni scaturite in me dall’attrazione che ho verso lo spiritismo ma non solo, parlo anche di esperienze reali e fatti accaduti, di sensazioni astratte intrinseche nell’animo umano. A livello musicale prediligo le tonalità minori in quanto più suscettibili e portatrici di un leggero velo di tristezza.

In questa avventura non sei solo, ti andrebbe di presentare i tuoi compagni?
Certamente! Mauro Ferretti, classe 1964, batterista dalla tenera età di 7 anni, nostalgico dell’hard rock e dell’heavy metal. Dal 1979 al 1986 suonò in una band che si chiamava Hallowed, negli anni a seguire ha collaborato con svariati artisti e musicisti del panorama underground. Musicista eclettico che trova il suo posto nell’universo solo in sella al suo strumento! Cristian Negrini, classe 1974, chitarrista e musicista di professione. Nel mio progetto si presta al basso, con il quale negli ultimi anni ha avuto modo di familiarizzare sviluppando una tecnica degna di nota! A mio avviso una persona vera, sincera e costante: un amico, come lo è anche Mauro!

Il disco è molto vario, con la tua chitarra esplori vari generi. La cosa ti riesce grazie alla tua padronanza tecnica. Qual è il campanellino d’allarme che ti avvisa quando stai eccedendo con la tecnica a scapito del feeling?
Suonando insieme ad altri musicisti si impara ad ascoltare gli altri strumenti in modo di suonare soprattutto “in funzione di”, ci può essere poi l’eccezione di “x” secondi in cui puoi dire e dare tutto. Finché si ha il quadro generale di ciò che si sta suonando e ciò che stanno suonando i tuoi compagni va tutto liscio, il campanello d’allarme per me è il momento in cui si tende a sbilanciare questo equilibrio, con il rischio di correre in solitaria per spazi non definiti, mettendo in difficoltà il resto della squadra. La tecnica deve essere al servizio della melodia, è bello trattarla come fosse una spezia… Sono un amante del peperoncino, non riesco a dosarlo (ridendo).

Il disco è per lo più strumentale, ma come ti vedi nelle veste di cantante?
Prediligo l’opzione strumentale in quanto sono provvisto di un’estensione molto più ampia rispetto alle mie discrete doti vocali. Mi sento uno strumentista, nonostante ciò nel mio percorso ho avuto l’ispirazione e l’occasione di scrivere canzoni con testi in italiano, che ho così inserito nel disco. Al microfono cerco di trasmettere la stessa energia che infondo con la chitarra, perché credo in ciò che scrivo, sforzandomi di mantenere alta la qualità di entrambi.

Sei pronto anche per affrontare il pubblico oppure questo esperimento non è destinato ad avere un’appendice live?
Sono pronto eccome! Non aspetto altro che affrontare il pubblico non appena si potrà riprendere con i live! Usciremo dal vivo con la speranza di suonare il più possibile!

3000AD – Into the void

ENGLISH VERSION BELOW: PLEASE, SCROLL DOWN!

Incubi tecnologici e thrash in passato hanno regalato grandi dischi, per esempio, a firma Voivod e, più recentemente, Vekotr. A rinverdire questo filone, ci pensano i 3000AD di Sam Pryor, da qualche mese fuori con il disco di esordio “The Void” (Metal Scrap Records).

Benvenuto Sam! Potresti presentare la tua band ai nostri lettori?
Grazie! Siamo i 3000AD, un gruppo thrash metal / punk influenzato dalla fantascienza proveniente da Christchurch, in Nuova Zelanda

Puoi spiegarci il significato del nome della band?
Come accennato, c’è un tema fantascientifico nel DNA della band, nei testi e nelle illustrazioni del nostro album di debutto “The Void”, quindi 3000AD è un nome appropriato in questo senso. Stiamo dipingendo una visione oscura di come sarà il mondo in quel periodo.

“The Void” è il vostro primo long playing, il vostro thrash è più orientato al suono dei 90 che a quello degli ’80: sei d’accordo?
Può essere! Lascerò te decidere! In realtà, non volevamo farlo sembrare qualcosa in particolare. La maggior parte delle mie influenze provengono dagli anni ’80, ma cerchiamo di dare una vena moderna alle cose che scriviamo e senza limitarci a sfornare gli stessi tipi di riff tipici di quell’epoca o delle nuove band di tipo thrash retrò.

Come nasce “The Void”? Sono state scritte tutte le tracce per questo album o ci sono alcune canzoni provenienti vostri demo o delle uscite delle vostre band precedenti?
Sono stati scritti in un periodo molto lungo e continuamente raffinati. Un paio di tracce più recenti le stavamo conservando per il prossimo album, ma poi abbiamo pensato che avremmo potuto anche utilizzarle per rendere il nostro debutto il più forte possibile!

Non ho i testi, “The Void” è un concept album?
Un concept album involontario! Perché di solito con un concept album ti viene in mente prima il tema e poi scrivi canzoni intorno a quel concetto. Per questo album, è stato il contrario! Abbiamo scritto un sacco di canzoni senza nulla in mente, poi abbiamo scoperto che erano tutte correlate e raccontavano quasi una sorta di storia. Quindi, con questa idea in mente, abbiamo messo le canzoni nell’ordine corretto per raccontare quella storia.

L’artwork della copertina, di Eliran Kantor, è strettamente connesso al concept della band?
Assolutamente, gli ho fornito molti dettagli sul concept dell’album e quella copertina ne è stata la sua geniale interpretazione. Penso che sia uno dei suoi lavori migliori, ma probabilmente sono di parte! Ah ah.

È difficile per voi promuovere la band partendo dalla Nuova Zelanda?
Sì, è abbastanza difficile, la Nuova Zelanda è nel bel mezzo del nulla ovviamente e la popolazione è molto poca. Non vediamo l’ora che arrivi il momento di partire di nuovo in tour per spargere la voce. Abbiamo in programma il nostro tour in Europa con i Necronomicon per il prossimo anno, speriamo che questa volta si parta!

Quanto è importante per te avere un’etichetta, la Metal Scrap Records, in Europa?
È davvero una grande cosa per noi, avere un contatto in un centro nevralgico per il metal come l’Europa. È il modo perfetto per aiutarci a superare i limiti dell’essere di base in Nuova Zelanda ed è un’ottima etichetta con cui lavorare.

Che mi dici della scena metal underground in Nuova Zelanda?
La scena sta cominciando a crescere di nuovo, credo. Abbiamo qualche concerto da suonare, il che è bello per ricominciare dopo tutti i blocchi. Si spera che ora le persone apprezzino di più la musica dal vivo!

Technological nightmares and thrash in the past have given great records, for example, by Voivod and, more recently, Vekotr. To revive this trend, 3000AD of Sam Pryor, with the debut album “The Void” (Metal Scrap Records).

Welcome Sam! Could you introduce your band to our readers?
Thank you! We are 3000AD, a sci-fi influenced thrash metal / punk group from Christchurch, New Zealand

Could you explain the meaning of the band name?
As mentioned there is a sci-fi theme to the band branding and in the lyrics and art of our debut album “The Void” so 3000AD is appropriate in that sense. We are looking at a dark vision of what the world will be like in that time period.

“The Void” is your first full length, your thrash is more ’90 oriented then ’80: are you agree?
Maybe! I will let you decide! We didn’t actually aim to make it sound like anything in particular. Most of my influences are from the 80’s, but we try to put a modern spin on things and not just churn out the same types of riffs that are typical of that era or the new retro thrash type bands.

How “The Void” is born? Were all the tracks written for this album or there are some songs from your demos or your previous bands releases?
They were written over a very long period and endlessly refined. A couple of the newer tracks we were going to hold back for the next album, but then we figured we may as well make our debut as strong as it possibly can be!

I can’t read the lyrics, is “The Void” a concept album?
It was an unintentional concept album! Because usually with a concept album you come up with the concept first and then go about writing songs around that concept. For this album, it was the total reverse! We wrote a bunch of songs without anything really in mind, and then discovered they were all related and almost told a type of story. So, with that in mind we put the songs in the correct order to tell that story.

The cover artwork, by Eliran Kantor, is strictly connect to the band concept?
Absolutely, I gave him a lot of details around the album concept and that art was his genius interpretation of it. I think it’s one of his best works but I’m probably biased! Ha-ha.

Is difficult for you to promote your band from New Zealand?
Yes, it is quite hard, New Zealand is in the middle of nowhere of course and the population is very small. We are looking forward to a time when we can tour again to get the word out. We have our Europe tour with Necronomicon scheduled for next year so hopefully it works out this time!

How much important is for you to have a label, Metal Scrap Records, in Europe?
It’s really a great thing for us, having that expertise in a Metal hub like Europe. It’s the perfect way to help us overcome the limitations of New Zealand and they are a great label to work with.

What’s about the metal underground scene in New Zealand?
The scene is starting to come back again I think. We have a few gigs to play which is nice for a change after all the lockdowns. Hopefully, people now will appreciate live music more!

Vesta – 2020: Odissea nel suono

Ai più attenti perlustratori dell’underground italico non sarà sfuggito il nuovo album dei Vesta, “Odissey” (Argonauta Records \ Metaversus Pr), uscito lo scorso ottobre. Un mare di note in cui ci è dolce naufragar come dei novelli Odisseo…

Benvenuti ragazzi, da qualche mese è fuori il vostro nuovo album, il secondo, “Odissey”: come è stato accolto?
Nonostante il periodo purtroppo ci vincoli “solamente” a riscontri online e non riscontri che puoi ricevere dopo un live, una presentazione o che, dobbiamo ritenerci molto soddisfatti. Stiamo ricevendo molte recensioni e giudizi positivi, i nostri uffici stampa (Metaversus e Allnoir) stanno lavorando molto bene ed i risultati si vedono.

Ancora una volta avete lasciato spazio alle note, scegliendo di non includere parti cantate, a cosa si deve questa scelta così radicale?
Tutto è iniziato così, e per adesso ci va bene, da qualche mese è salito a bordo Giulio e siamo in costante evoluzione. Sono i suoni e le atmosfere che proviamo a creare che trasportano il nostro messaggio, il nostro pensiero e stato d’animo. Per adesso proviamo ad andare avanti con questa scelta, in futuro vedremo… siamo soliti sperimentare sempre nuove soluzioni, fino ad oggi è stato così, un domani chissà.

Si dice che che la mancanza di un senso porti al potenziamento degli altri, credete che accada qualcosa di simile nella musica, magari la mancanza di parti vocali guida l’ascoltatore verso una maggiore attenzione verso i suoni, andandone poi a stimolare la fantasia, creando immagini mentali?
Può darsi, ma potrebbe essere anche il contrario, ovvero che senza la voce l’ascoltatore si stanchi subito! Scherzi a parte, tutto sta all’ascoltatore, tutto è soggettivo. Indubbiamente per questo tipo di musica ci vuole molta attenzione e calma. Ovviamente tutti ascoltiamo musica con parti vocali che riescono ad elevare maggiormente tutta la componente strumentale di un brano, ma alla base rimarrà sempre cosa un brano riesce a suscitare in te: un’emozione.

Come è nato il disco? In che modo lavorate, stando chiusi in studio o passandovi le singole parti tramite internet?
Il disco è nato conseguentemente all’altro. Ovvero dopo un anno di promozione e live del primo, abbiamo iniziato a buttar giù riff e bozze in studio, tutto rigorosamente live (potevamo ancora farlo!!!). Poi le idee iniziano a prender forma, ci registriamo in maniera molto semplice e ci ri-ascoltiamo finché alla fine un pezzo non risulta completo. Questo ha impiegato un po’ di tempo – purtroppo quest’ultimo ci manca – ma alla fine siamo soddisfatti.

Buona parte del disco suona più incazzato e oscuro rispetto alle canzoni dell’esordio, scelta conscia o inconscia?
Probabilmente conscia, vista la scelta di alcuni strumenti da parte di Giacomo, chitarra. Ovviamente poi tutto è influenzato dal momento che vivi, da quello che ascolti e di conseguenza vai dietro a ciò che ti senti dentro, istintivamente, e questo è stato il risultato.

Tra i brani più duri c’è “Elohim”, da cui è stato tratto anche un video, vi andrebbe di parlarne?
“Elohim” è un pezzo scritto verso la fine, è abbastanza giovane! Anche li dopo vari tentativi, abbiamo trovato la giusta quadra. Poi in fase di mixaggio, eravamo subito tutti d’accordo che doveva essere il nostro primo singolo. Sia per intensità che per suond, che per natura stessa del pezzo, era quello che racchiudeva al meglio lo spirito dell’album.

Qual è il vostro rapporto con le religioni o, più genericamente, con il divino?
Bella domanda… Possiamo dire che ci troviamo d’accordo tutti e tre se diciamo che in questo universo non possiamo essere soli, sarebbe troppo egoistico o più cinicamente uno spreco di spazio. Poi cosa ci sia, sotto quale forma, ognuno avrà, come giusto che sia, la sua idea. Magari siamo più convinti e più sereni pensando a qualcosa di materiale, di concreto, che un qualcosa di spirituale… ad ognuno la propria scelta.

Avete affidato la co-produzione a Alessandro “Ovi” Sportelli, mentre il mastering è stato commissionato a James Plotkin (Isis, Cave In, Sumac), quanto hanno influito questi due personaggi sul suono finale? Hanno raggiunto il risultato che vi aspettavate quando li avete scelti?
Con Ovi ormai c’è molta confidenza, essendo questo il secondo lavoro che facciamo con lui per questo progetto ed avendo collaborato in altre situazioni in passato. Quindi avendo feeling ed un buon rapporto riesci a collaborare e ad influenzarti positivamente, reciprocamente in maniera molto facile e costruttiva. Ovviamente il suono e alcuni dettagli sono opera anche del nostro amico Ovi. Per quanto riguarda Plotkin, secondo lavoro anche con lui, andiamo sul sicuro. Molto professionale, riesce a soddisfare le nostre richieste, andando a capire quello che cerchiamo, ovviamente grazie anche ai suoi trascorsi.

Inutile negare che il successo dei Mokadelic ha permesso al post-rock italiano di emergere, credete che una band come la vostra, con suoni molto più duri, possa comunque sfruttare l’onda lunga creata dagli autori della colonna sonora di Gomorra?
Può essere. Sicuramente il loro lavoro, essendo un lavoro ben fatto, fa bene a tutta la musica di “nicchia” italiana, ce n’è tanta e veramente buona. Facendo parte bene o male del solito genere, magari è una carta che gioca a nostro favore, sempre aperti a nuove sperimentazioni.

Piacerebbe anche a voi un domani scrivere una colonna sonora?
Perché no? Ci abbiamo pensato svariate volte. Fantascienza, documentari, ne saremmo onorati e ci farebbe molto piacere e molto bene partecipare ad un progetto del genere.

In attesa della ripresa dei concerti, vi andrebbe di stilare la vostra playlist per superare indenni il nuovo lockdown, a quanto pare, ormai prossimo?
Ci proviamo:
1. Pink Floyd – The Dark side of the Moon
2. Tool – Lateralus
3. Motorpsycho – The Tower
4. Tortoise – It’s all around you
5. Cave In – White Silence
6. Led Zeppelin – Led Zeppelin
7. Elder – Omens
8. Sumac – The Deal
9. Isis – Oceanic
10. Chelsea Wolfe – Hiss Spun
11. Russian Circles – Memorial
12. Melvins – Stag
13. Torche – Restarter
14. Yawning Man – Historical Graffiti
15. Refused – The Shape of Punk to come

Sarcator – Abyssal angels

ENGLISH VERSION BELOW: PLEASE, SCROLL DOWN!

Il futuro del death \ thrash potrebbe già avere un nome: Sarcator. Abbiamo parlato con Mateo Tervonen (voce e chitarra) del debutto omonimo, uscito per la Redefining Darkness, dei giovanissimi svedesi.

Benvenuto Mateo, dopo due EP, il vostro debutto omonimo è finalmente uscito! Potresti presentarlo ai nostri lettori?
È un debutto veloce, con un’aggiunta di un po’ del nostro tocco. Le principali influenze per il suono dell’album sono state band come Kreator, Sodom, Merciless e Sepultura.

“Sarcator” contiene alcune canzoni dei tuoi precedenti EP, sono le stesse versioni o hai ri-registrato queste tracce?
Abbiamo tutti pensato che se avessimo voluto cambiare qualcosa nelle canzoni, lo avremmo fatto, facendole diventare come una sorta di versione demo e una versione album. Tracce come “Desolate” e “Purgatory” non hanno subito alcun cambiamento evidente, abbiamo giusto tagliato alcune cose. Ma su “Deicidal” abbiamo fatto un lavoro molto di diverso. “Deicidal” era la canzone che nelle versioni demo tutti sentivamo un po’ fuori posto, quindi abbiamo deciso di cambiare e aggiungere qualcosina. Voglio dire, forse è un po’ più interessante ascoltare una versione diversa della canzone che semplicemente ri-registrarla. E se ancora ti piace di più la vecchia versione, puoi sempre ascoltarla in qualsiasi momento, quindi penso che sia stata un’ottima scelta.

Come sono nate le nuove canzoni?
Per lo più tutto si concretizza quando si suona durante le prove. Stai semplicemente buttando giù un riff, poi automaticamente qualcosa scatta…

E i testi?
I testi di questo album sono principalmente ispirati ai temi classici del black thrash… Blood, Fire, death! Ma credo che in futuro dedicheremo un po’ più di tempo alle liriche e amplieremo i nostri orizzonti.

La Redefining Darkness vi presenta con queste parole: “Le prossime leggende del death / thrash svedese”. Questa investitura potrebbe diventare un peso per la vostra carriera?
Non lo so, penso che alla fine stiamo solo facendo le cose a modo nostro. Questo album è stato molto ispirato dal death thrash, perché tutti noi abbiamo ascoltato quel tipo di musica per molto tempo durante il processo di creazione delle canzoni. Non abbiamo paura di sperimentare quello che sentiamo suona bene solo per “rimanere fedeli” al death/thrash o altro. Penso che il nostro materiale futuro sarà un po’ diverso da quello che abbiamo inciso in questo album, ma sentirai comunque le radici thrash, ovviamente.

Tuo padre Mateo, Marko Tervonen dei The Crown, ti ha dato dei consigli?
Ci ha aiutato molto durante la registrazione del materiale e, naturalmente, con la promozione attraverso i canali dei The Crown, quindi gliene siamo grati

Siete molto giovani, la vostra età va dai 15 ai 21 anni, perché avete scelto questa forma di metal vecchia scuola?
È stato naturale. Le cose che ascoltiamo e che ci piacciono spesso danno il la a un’idea per un riff.

Alcuni di voi vanno ancora al liceo, come bilanciate la scuola e le esigenze della band?
Di solito ci prendiamo solo un giorno nel fine settimana. Spesso il sabato, che è il momento in cui siamo liberi da tutto.

L’esuberanza giovanile è la vostra carta vincente, ma come vorresti che il vostro sound crescesse nei prossimi anni?
Non c’è davvero un piano per il nostro sound futuro, siamo piuttosto aperti quando si tratta di musica, quindi esploreremo sicuramente delle nuove soluzioni e poi ne trarremo ispirazione per delle canzoni.

Il nuovo video di “The Hour of Torment” vi mostra all’opera sul palco. Durante questo lockdown, quanto ti manca suonare dal vivo?
Non abbiamo mai suonato tanto dal vivo in realtà, e nemmeno un singolo concerto con il nuovo equipaggiamento di strumenti e voce che abbiamo acquistato per l’album. Ma ne abbiamo suonati alcuni prima e ci piace esibirci dal vivo per le persone che capiscono davvero la musica, e hanno voglia di vederci: solo così abbiamo uno scopo quando suoniamo dal vivo. Voglio dire, uno dei nostri primi concerti è stato in una di quelle solite competizioni musicali, con un pubblico composto dai nonni che erano lì solo per vedere i loro nipoti. Ci è sembrato un po’ imbarazzante e alquanto inutile.

Avete già deciso quale canzoni nuove proporre dal vivo?
Penso che suoneremo tutte le canzoni dell’album dal tranne le nuove versioni di “Deicidal” ed “Heretic’s Domain”. In sala prove abbiamo già fatto alcune cose nuove, quindi sarà divertente inserirne una o due nel set.

The future of death \ thrash may already have a name: Sarcator. We chatted with Mateo Tervonen (vocals and guitar) about the eponymous debut album, released under Redefining Darkness, by these young Swedes.

Welcome Mateo, after two Eps, your debut is out! Could you introduce your eponymous album to our readers?
It’s a fast thrashing debut, with a bit of our touch added to it! Main influences for the albums sound were bands like Kreator, Sodom, Merciless and Sepultura.

Sarcator” contains some songs from your previous Eps, are the same versions or did you re-recorder these tracks?
We all thought that if we wanted to change something in the songs, we would do it, so it becomes like a demo version of the song and a album version. Tracks like “Desolate” and “Purgatory” did not have any noticable changes, more than shortening some stuff. But “Deicidal” we made a lot diffrent. “Deicidal” was the song on the demos that we all felt was a bit off. So we decided to change and add stuff in the song. I mean, maybe it’s a bit more interesting to hear a diffrent version of the song than re-recording it. And if you still like the old version better you can listen to it anytime so i think it was a great choice.

How are born the new songs?
Mostly all of it just appears when jamming at the rehearsal. Just playing a riff, then naturally it just spins off.

What’s about the lyrics?
The lyrics for this album was mainly black thrash Lyrics theme inspired… Blood, Fire DEATH! But we think that we’ll spend a bit more time for the lyrics, and expand our lyrical themes.

Redefining Darkness introduce you with these words: “Swedish death/thrash legends in-the-making”. Could this mark be a weight for your career?
I don’t know, i think that we’re just doing our thing. This album happened to be very death thrash inspired, because everyone listened to that kind of music for a long time during the song making process. We’re not afraid to do what we feel sounds good just to not ”stay true” to deathrash or anything. I think that our future stuff will be a bit diffrent from what we did on this album, but you will still hear the thrash roots, of course.

Mateo, did your father, Marko Tervonen from The Crown, give you a brief?
He helped us a lot with the recording stuff, and of course some promotion via Crown and stuff so we are thankful of that

You are very young, your ages go from 15 years to 21, why did chose this form of old school metal?
It just came naturally at the time. Stuff that we listen to and like often starts a riff idea. 

Some of you are still in high school, how do you balance school and the band?
We usually just take a day in the weekend. Often Saturday, so it usually becomes the day that everyone got a day off from everything.

Your rash of youth is your winning card, but how would you like yours sound grow in the next years?
There isn’t really a plan for our future sound, we are pretty open minded when it comes to music so we will surely explore some new music and then get some song inspirations from that.

The new video for you track “The Hour of Torment” shows you on stage. During this lockdown, how much does miss you to play live?
We have not played so much live actually, and not a single gig with the new switch of instruments and vocals that we did for the album. But we have played a few before and we like playing live for the people that really understands the music, and really have a purpose seeing us live, if so we have a purpose playing live. I mean, one of our first gigs was in these kinds of music competitions so we played before grandparents that just was there to see their grandkids. So that felt a bit awkward and very unecessary.

Do you check which new songs to play on stage?
I think we got to play the album songs live except like the new version of “Deicidal” and “Heretic’s Domain”. But we are now in the rehearsal place where we have already done some new stuff so it will be fun to throw in one or two of them in the set.