Dish-Is-Nein – Stato di massima allerta

Cristiano Santini, frontman dei Dish-Is-Nein, ha risposto alle nostre domande sul nuovo brano “Stato di Massima Allerta”, tratto dal prossimo album degli ex Disciplinatha, “Occidente – A Funeral Party”. Un pezzo che fotografa una società distratta e complice del proprio declino, un manifesto di rabbia e consapevolezza. Tra riflessioni sul passato e una visione disillusa del presente, Santini racconta il percorso sonoro intrapreso della band dopo la scomparsa di Dario Parisini.

Benvenuto Cristiamo, da poco è stato pubblicato il nuovo singolo “Stato di Massima Allerta”, brano che denuncia una società distratta dalle cose sbagliate. Qual è stato il momento o l’evento che vi ha spinto a scrivere questo pezzo?
Ciao Giuseppe, è un piacere ritrovarti, anche se a distanza. Questo brano nasce durante il covid, in realtà subito prima che scoppiasse l’inferno. Quando con Roberta abbiamo deciso di preparare un nuovo disco dei D-I-N, riprendemmo in mano questo brano, modificandolo pesantemente rispetto alla prima stesura. Il testo, che nasce attorno all’incipit del titolo, è uno degli ultimi scritti a fine dicembre 2024, quando il tema concettuale era già definito in toto quindi segue le linee guida impostate per questa release. Nello specifico “SMA” vuole essere un “manifesto” delle contraddizioni, un inno alla sorveglianza costante, all’apatia selettiva. Mentre il mondo scivola verso un baratro annunciato, siamo in allerta per le cose sbagliate, futili, superflue. Il potere sorride, accoglie, concede e reprime con la stessa mano. E noi? Ci adeguiamo, obbediamo, giù per la corrente delle schiene piegate, senza nemmeno accorgerci di aver già perso, da tempo.

Avete detto che una delle vostre missioni è “far incazzare”. In questa società distratta dalle cose sbagliate. È più facile o difficile fare incazzare?
Più che una missione sembra essere un risultato piuttosto “naturale”, figlio del nostro modo di porci, senza filtri né paure di urtare sensibilità o risultare “fastidiosi”, che poi, se ci pensi, è l’essenza più genuina del punk. Per noi (Disciplinatha prima e Dish-Is-Nein poi) è sempre risultato piuttosto facile fare incazzare la gente, forse perché non ci siamo mai posti particolari problemi nello sbattere in faccia alla gente la propria miseria umana. Sai, al popolo non puoi dirgli che è nudo… se no si incazza… tanto.

Nei vostri testi continuate ad affrontate temi di decadenza e disillusione, sperate che passi, nonostante tutto, un messaggio oppure siete ormai disillusi e la scrittura per voi è più una questione di riflessione personale?
Direi di sì: col tempo il modo di porsi cambia, almeno in parte. Questo lavoro nasce attorno ad un sentimento di “esilio”, non fisico, ma emotivo, modale. Ci sentiamo talmente mal rappresentati dalla realtà che ci circonda, e da buona parte degli esseri umani che la subiscono apaticamente (la realtà), da sentire la necessità di isolarci, fuori da questo “caos muto”. Poi, di tanto in tanto, fugacemente, riesplode la rabbia, e torniamo al nostro classico modus operandi “in the face”, ma è il sentimento di sconfitta a prevalere.

Il prossimo album si intitola “Occidente – A Funeral Party”. Un requiem per l’Occidente, ma c’è un momento preciso in cui l’Occidente è morto oppure siamo innanzi a un processo di decomposizione lento ma inarrestabile?
L’occidente, almeno quello nato dalle macerie del secondo conflitto mondiale, inizia a sgretolarsi via via in modo sempre più inarrestabile, verso la fine del millennio scorso. Abbiamo assistito, chi silente, chi festoso, allo smantellamento dei pilastri su cui la società occidentale si basava. Siamo stati soffocati da parole, idee, slogan che in nome di un’inclusività “da copertina”, alla prova dei fatti hanno creato “esclusività” non certo inclusività. Queste “conquiste”, o concessioni del potere per meglio dire, sono funzionali ad una pacificazione generalizzata, siamo felicemente sottomessi perché convinti nel profondo delle nostre “nuove” libertà.

Nel nuovo album avete deciso di non sostituire la chitarra del compianto Dario Parisini. Come ha influenzato il vostro sound questa scelta?
Scelta voluta e dovuta. Ovviamente la mancanza di Dario, e non solo per le sue chitarre, perché lo “spettro artistico” all’interno del quale operava in volo radente era ampio e sfaccettato ha comportato strade stilistiche diverse. Da un punto di vista musicale la mancanza di chitarre ha richiesto logiche di ingaggio differenti; servivano altri elementi che andassero a caratterizzare il sound dell’album. Abbiamo dato ampio spazio a texture elettroniche (mai come in questo lavoro), al basso di Roberta, con un suono lavorato “sporco” e spesso distorto. Anche le voci hanno subito un lavoro in fase di mix piuttosto incentrato sull’uso di effettistica che donasse loro una connotazione quasi da strumento al pari degli altri.

La vostra musica ha sempre avuto un forte impatto concettuale e visivo. Come avete lavorato sull’estetica e sulla comunicazione di “Occidente – A Funeral Party”?
Parte integrante del nostro progetto concettuale e visivo sono due artisti, due amici, con cui abbiamo il piacere e l’onore di collaborare da tempo. Sto parlando di Simone Poletti (Dinamo Innesco Rivoluzione) che cura le nostre grafiche fin da “Tesori della Patria”, il cofanetto antologico contenente tutta la produzione artistica dei Disciplinata. Una mente lucidissima unita ad una competenza tecnica di primissimo livello. Ogni progetto grafico, nelle sue mani diventa un’opera d’arte. Poi Guido Ballatori, il nostro visual designer, tutti i video usciti dal primo EP (escluso quello di “Toxin” opera del bravissimo Roberto Roda) sono sue creazioni. È un pazzo visionario con un approccio totalmente fuori dagli schemi ed originale. Definirlo semplicemente videomaker sarebbe ingiustamente riduttivo. Di solito il workflow lavorativo di entrambi nasce da un confronto in cui, partendo da un denominatore comune che normalmente è il concept che sta alla base del progetto si sviluppano gli elementi grafici e visual.

Con il nuovo album alle porte, oggi vi sentite una costola dei Disciplinata oppure avete raggiunto la piena emancipazione e indipendenza dal passato?
No, assolutamente. Io sono davvero orgoglioso del mio passato, di quello che negli anni 90 abbiamo realizzato con Disciplinatha, però oggi siamo persone diverse, questo inevitabilmente (e giustamente) influisce su ciò che facciamo e su come lo facciamo. Poi, ovviamente, il substrato culturale su cui siamo nati all’epoca rimane, com’è normale che sia. Però io per carattere sono da sempre abituato a guardare avanti, non dimentico chi sono, ma cerco soprattutto di capire chi sarò.

Dopo un periodo di silenzio, siete tornatati con un evento speciale al Teatro Ermanno Fabbri. Quanto è stato importante per voi condividere la musica dal vivo con una “coalizione” di artisti e amici?
La presentazione di “Occidente – A Funeral Party” al teatro Fabbri di Vignola è stata una serata “epica”. C’erano tutte le persone che volevamo ci fossero: Justin Bennet, finalmente ho condiviso il palco con lui, era una vita che volevamo farlo. Il Coro Monte Calisio, siamo riusciti a portarli nuovamente con noi per una serata, loro sono semplicemente fantastici, poi Renato e Stefania degli Ianva a cui mi lega una lunga amicizia, Renato poi è stato parte importantissima nella stesura dei testi, Sergio Messina e Federico Bologna… e poi la nostra gente… sono venuti da tutt’Italia, dimostrandoci un affetto incredibile… che dire…

Dopo l’evento di Vignola, avete già in programma altre date dal vivo o un tour per presentare “Occidente, a Funeral Party”?
Siamo appena rientrati da due date al sud, una a Succivo in provincia di Caserta (Spazio Muse) ed una a Taranto (Mercato Nuovo). Erano tipo trent’anni che non suonavamo giù, è stato bello ritrovare tanta gente che ci seguiva all’epoca. Speriamo di farne altre, consapevoli che il nostro è un progetto di nicchia, con tutte le difficoltà del caso annesse e connesse… però sì, ci piacerebbe suonare un po’ in giro.

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