Mandragora Scream – Nothing but the best

“Nothing But The Best”, la raccolta pubblicata dalla Music for the Masses per festeggiare i 20 anni di carriera dei Mandragora Scream, si è rivelata un ottimo pretesto per contattare Morgan Lacroix e parlare con lui di passato, presente e futuro della sua longeva creatura.

Benvenuto Morgan, in occasione del ventennale del vostro esordio discografico con l’album “Fairy Tales from Hell’s Caves” la Music for the Masses pubblicherà il prossimo 24 settembre il vostro primo greatest hits, “Nothing But The Best”. A chi è venuta l’idea di questo disco celebrativo?
Ciao, grazie per questa intervista innanzitutto, l’idea è venuta al nostro manager Simone Gagliardi, il manager dell’era “Volturna”, che è stata quella per noi più proficua, sotto tutti i punti di vista, abbiamo sempre lavorato molto bene assieme, raggiungendo traguardi veramente importanti. Ora che ha fondato la Music for the Masses, ci è sembrato veramente naturale tornare a lavorare con lui, inoltre, credo che la raccolta sia il giusto tributo alla nostra carriera dagli inizi a oggi.

Oggi, tra streaming, download e tante altre fonti di musica, ha ancora senso pubblicare una raccolta? Mah… sai…  sarebbe come dire ma in mezzo a migliaia di webzine, ha senso averne una? La risposta secondo me è sì! Questo è il nostro meglio, dal nostro punto di vista, e una fotografia che immortala i Mandragora Scream dall’inizio a oggi. Il prodotto fisico rimane, lo streaming, se cade un server non esiste più, inoltre non vogliamo pensare che il prodotto fisico non serva più, sarebbe veramente molto molto triste.

Il disco conterrà alcuni brani inediti come “Jeanne D’Arc” e “Spiritual Leadin” e alcune anticipazioni dal prossimo album. Vi andrebbe di descrivere questi nuovi brani?
Diciamo che “Jeanne” e “Spiritual” non sono inediti, semplicemente non sono mai apparsi su CD, erano compresi nel DVD del box uscito anni fa per Self Distribuzione “Dragonfly” e pertanto diciamo, non riproducibili su un normale lettore compact disc e ci sembrava giusto renderli disponibili per un ascolto più facile a chi ci segue, visto anche che tanti fan ci hanno scritto al riguardo. I tre brani inediti faranno parte del nostro album che uscirà a fine 2022 sul quale stiamo lavorando, e abbiamo scelto tre pezzi che rispecchiano le nuove influenze e songwriting dei Mandragora Scream, che sono sempre più variegate.

I brani che finiranno nel prossimo disco sono già in versione definitiva o li troveremo arrangiati diversamente sul nuovo album?
Sicuramente Terry preparerà delle modifiche sostanziali sugli arrangiamenti dei  brani che entreranno nel nuovo album, ma l’ossatura delle track è quella.

Come avete scelto, invece, le altre canzoni già edite da inserire in questa raccolta?
Ci siamo seduti, abbiamo stappato del buon vino, e abbiamo litigato scegliendo i brani più significativi e ai quali eravamo più legati: il risultato è stata una tracklist da 30 pezzi improponibile. Dopo varie trattative abbiamo scelto queste 17 tracce e devo dire che il risultato mi soddisfa pienamente e offre una visione totale della produzione dei Mandragora Scream dagli inizi a oggi.

Ti andrebbe di fare una veloce retrospettiva sui vostri cinque album sinora pubblicati?
Mah direi “Whisper” e “Fairy Tales” un inizio col botto, anche per via del contratto con Nuclear Blast, che poi ci ha assolutamente rallentato negli anni a venire. “Madhouse” un album maturo e con la nostra hit più grande, “Dark Lantern”. “Volturna” la svolta a livello di pubblico e di conoscenza della band da parte di fan e addetti ai lavori ottenuta con il duro lavoro nostro e del nostro manager senza alcuna spinta di case discografiche e la possibilità di andare in tour con The 69 Eyes e Cradle of Filth. “Luciferland” indipendenza totale da qualsiasi fattore/entità esterna alla band.

Alla luce dell’entusiasmo con cui furono accolti i primi dischi, credi che forse la vostra carriera sarebbe potuta andare meglio o siete soddisfatti così?
Chiaro che mentirei se dicessi che va bene così, ma allo stesso tempo siamo soddisfatti del nostro percorso. Non credo siano molte le band Italiane del nostro genere, senza grossi padrini mediatici, che in carriera hanno venduto quasi 100.000 copie. Forse, per nostra indole personale non abbiamo mai accettato compressi anche molto vantaggiosi per la nostra carriera, che sono stati una costante nel tempo, una miriade di proposte che personalmente non ho mai accettato per non svilire il nostro pensiero artistico sul lavoro della band, ma alla fine guardandoci allo specchio, non abbiamo nulla di cui vergognarci, anzi credo di essere un bel po’ a credito con il fato.

Quale è stato il momento più alto e quale quello più basso in questi 20 anni?
I momenti più alti sono stati sicuramente come ti dicevo prima l’inizio con Nuclear Blast e “Volturna”, che è stato il nostro apice assoluto. I più bassi, le delusioni da parte di almeno un paio di etichette tedesche che cercavano di boicottare i nostri sforzi, per motivi non proprio etici.

Se le condizioni sanitarie lo permettessero, promuoverete questa raccolta con un tour?
Sarebbe bello, magari più che un vero e proprio tour, delle mirate “date evento” per ripercorrere in musica tutta la carriera dei Mandragora Scream e per vedere volti che sono cresciuti con noi.

Gravestone – Ars arcana

Nonostante qualche contrattempo, come quello che ha portato all’ingresso della nuova cantante Simona “Sandcrow” Guerrini durante le sessioni di registrazione, i Gravestone sono riusciti nell’impresa di pubblicare il loro album più ambizioso, “Ars Arcana” (Elevate Records). Un concept album che trae ispirazione da “Gens Arcana” di Cecilia Randall, avallato dalla stessa autrice italiana. Ne abbiamo parlato con un orgogliosissimo Gabriele Maschietti.

Benvenuto Gabriele, da poco è uscito il vostro nuovo album “Ars Arcana”, un concept che trae ispirazione da “Gens Arcana” di Cecilia Randall. Come è quando è nata l’idea di scrivere questo disco dedicato al libro dell’autrice italiana?
Grazie per l’ospitalità. L’idea nasce da un mio pensiero molto remoto, risalente a vario tempo prima che mi unissi ai Gravestone. Una decina di anni fa lessi il libro della Randall e pensai che, a mio avviso, era incredibile che nessuno non avesse ancora tratto un film o cose simili ispirati a quel romanzo, così mi dissi che un giorno, chissà quando, l’avrei musicato… Anni dopo parlandone ai Gravestone, riguardo all’idea per il nuovo disco, ho trovato tanto entusiasmo; i ragazzi hanno letto a loro volta il libro e abbiamo così cominciato a lasciarci ispirare dalle atmosfere magiche e quattrocentesche Italiane.

La stessa Cecilia Randall vi ha autorizzato a trarre un disco dalla sua opera, chi vi ha messi in contatto e quale è stata la sua prima reazione?
Sarò sincero, ahahah. Ho avuto la faccia tosta di mandare una mail a Cecilia stessa, raccontandole della mia storia e dei miei intenti e chiedendole, poi, se le avrebbe fatto piacere ascoltare le prime idee di preproduzione. Beh accettò di buon grado e rimase molto contenta del nostro interesse. Prima però, ho dovuto fare un po’ di chiarezza sul genere, non essendo lei addentrata nel death metal, parole che fanno sempre “paura” a chi non avvezzo.

Vi ha dato delle indicazioni per tirare giù la storyboard del disco o vi ha lasciato piena libertà per l’adattamento?
Cecilia e, successivamente, la sua crew manageriale (nelle persone di Piergiorgio Nicolazzini e Antonio Carminati) hanno chiaramente voluto leggere i testi esistenti per capire di cosa effettivamente si trattasse. Ma ci hanno lasciato molto liberi e non hanno avanzato richieste sotto quel punto di vista. Nei testi troverete, ad esempio, molti riferimenti diretti e indiretti al libro, a volte addirittura dei virgolettati, altre volte si parla solo delle stesse tematiche, ma in altre salse, senza essere vincolati al libro. È, comunque, un’opera liberamente ispirata a…

Avete discusso anche dei suoi gusti musicali? Come ha accolto l’album completo dopo il primo ascolto?
Riguardo ai gusti, mi ha accennato di una sua passione per l’hard rock in generale, ma ponendolo tuttavia come punto massimo di arrivo riguardo alla “durezza” dei generi ascoltati. È stata molto curiosa di conoscere le motivazioni che avrebbero potuto portare una band di un genere così “moderno” (da lei così definito) a pubblicare un album con temi fantasy e rinascimentali.

Venite descritti come death metal band, ma alla luce del sound di “Ars Arcana”, questa etichetta vi va bene o vi sta un po’ stretta?
Eh, ahaha, è stata dura mantenere il piglio death con un album così. Scherzi a parte, noi cerchiamo sempre di suonare ed incidere quello che ci piace di più. Il bello della nostra band è che ognuno ha dei gusti musicali molto variegati e  tutti cercano di inserire qualcosa. Se poi, tutti insieme, riusciamo a commistionare le idee, i suoni e le armonie, il gioco è fatto! Per questo disco abbiamo pensato tutti al libro e il resto è venuto da sé; il death ha molte sfaccettature e noi volevamo coglierle tutte o quasi. Inoltre, l’idea di un concept/opera death metal ci stimolava non poco, perché terreno poco esplorato da altri. C’è da dire che potrete aspettarvi di tutto per il futuro, siamo abbastanza camaleontici.

La genesi del disco non è stata lineare, ad un certo punto c’è stato un avvicendamento dietro il microfono, ti andrebbe di  presentare la nuova cantante?
Avevamo l’idea e qualche preproduzione, era ora di cominciare a pensare alle voci, di cui già avevo scritto le linee principali, ma avevamo ancora un ultimo, importante, concerto da portare a casa (supporto ai Dark Funeral all’Orion di Ciampino). Pochi giorni prima del concerto, ecco che Daniele “Secco” Biagiotti ci comunica che quello a Ciampino sarebbe stato il suo ultimo impegno con i Gravestone. Quindi, dopo qualche ricerca, abbiamo ascoltato una registrazione di Simona “Sandcrow” Guerrini ed abbiamo deciso (non con poche remore, a dirla tutta) di chiederle un provino. Beh, lì è venuta fuori la bestia, che ci ha convinto al 100% della strada da intraprendere. Era lei! Eravamo tutti impazienti di iniziare a lavorare insieme, da ultima arrivata, ha dimostrato grande intelligenza e professionalità, rispettando il lavoro che già era stato fatto e arricchendone paurosamente i contenuti vocali e ritmici. In studio è stata una belva da “one take” ed ha caratterizzato i pezzi con il suo ruggito; non meno importante il suo contributo “operistico” neglle intro (per scelta artistica, mai nel mezzo dei pezzi). La ragazza, infatti, è diplomata al conservatorio in canto lirico ed in quel momento cadeva a fagiolo col tipo di disco che stavamo scrivendo. Non sappiamo se la rivedrete in questa veste, ma per ora Simo ha dimostrato di poter spaziare fra mille tecniche vocali, estreme e non. Inoltre, ci teniamo a dire che non morde! Ahahah! È una ragazza d’oro e una grande professionista

L’aver sostituito la voce vi ha costretti a rifare parte del lavoro già fatto o è bastato incidere semplicemente le nuove linee vocali?
In realtà, le linee vocali esistevano solo nella mia testa, ma ancora non erano state svelate al “Secco” quindi, quando poi è entrata Simona alla voce, è bastato cominciare il lavoro insieme a lei.

Finora avevate inciso solo EP, come è stato lavorare su un album di lunga durata?
Beh, i nostri due co-fondatori Marco (chitarra) e Massimiliano (tastiera) ci erano già passati con il primo full-lenght della band, “Simphony of Pain” nel 1994. Come nuova formazione, invece, come dicevi tu, è il primo full. Io e “Maax” (basso) venivamo da un progetto che avevamo chiamato “ArsArcana”, proprio per il libro che avevamo letto (Maax è stato il primo a cui ne parlai); avevamo cominciato a scrivere i testi (infatti in “Aqua” ed “Ignis” troverete anche il suo zampino), ma poi non se ne fece nulla. Quando, ritrovatici insieme nei Gravestone, proponemmo tale progetto, “Ars Arcana” diventò il titolo del disco ed il resto è storia.

A darvi una mano sono intervenuti  vari ospiti, vi andrebbe di presentarli?
È stato un piacere collaborare con tutti e quattro i ragazzi che sono intervenuti come “special guest”. Cristiano Borchi, storico cantante degli epici “Stormlord” e, qui, co-voice in “The Slaughter Conspiracy”, è stato squisito sin dall’inizio ed ha dimostrato, ce ne fosse stato ancora bisogno, di essere uno dei frontman “estremi” italiani più in gamba. Ketty Passa, che ci ha prestato la voce in “Aqua”, prima di essere una grande artista con un curriculum da paura, una VJ, Dj, voce nel progetto “Rezophonic” e nei sui personalissimi “Kemama”,  è per noi una cara amica; collaborare con lei ci ha fatto capire che le cose fatte con mestiere sono sempre le migliori e che la scelta di miscelare la sua voce “pop-rock” con quella di Simona era una bella idea; in studio ha portato le sue linee melodiche, ed è stata subito magia! Giacomo Voli è il cantante dei “Rhapsody of Fire” ed ha impresso il suo marchio a fuoco su “The Death of Folco De’ Nieri”; con Giacomo sognavo di lavorare dalla prima nota che emise durante il TV show “The voice of Italy”, che poi lo vide arrivare secondo per pochissimi voti; anche lui è stato molto disponibile e stuzzicato dall’idea di cantare su un pezzo death. Gli mandai un audio di me, che cantavo ciò che secondo me avrebbe dovuto fare lui… Beh, ancora oggi lo ringrazio di tutto cuore  per non avermi preso in giro e per aver colto precisamente il senso dei nostri desideri a riguardo; inoltre, mi ha aiutato con le liriche e le melodie delle sue prime due strofe: un altro professionista eccelso! Daniele Paifelman Coccia, “Surgery” e “Muro del Canto”, che dire? Con Daniele ci vogliamo bene da almeno 15/20 anni; registrare tutte le narrazioni del disco con lui è stata una delle esperienze più divertenti ed appaganti della nostra vita. La sua interpretazione del vecchio nobiluomo italiano che narra in inglese, nonché la caratterizzazione di vari personaggi, è qualcosa che non pensavamo riuscisse così bene. Inoltre, adesso deve pagarci da bere, perché grazie a noi ha imparato a dire più di due parole di fila in Inglese ahahahah.

Blocchi permettendo, proporrete l’intero concept dal vivo, magari con l’ausilio di qualche ospite?
Certamente. Stiamo preparando il release party, che comprenderà chiaramente anche l’esecuzione live del disco per intero. Ovvio che i tempi non li conosciamo, perché, fino ad ora, a causa del covid, dei blocchi, dell’uscita del disco e poi dell’estate è stato impossibile anche solo fare le prove in sala. Ora però non vediamo l’ora di metterci in carreggiata e prepare un grande show. Non sappiamo ancora come gestiremo la questione ospiti, ma lo scopriremo presto.

Demolizer – Upgrade yourself

ENGLISH VERSION BELOW: PLEASE, SCROLL DOWN!

Dopo il grande ritorno degli Artillery e l’ottimo debutto dei Killing, parliamo nuovamente di thrash metal danese con i Demolizer, autori di una nuova edizione del loro EP del 2018 “Ghoul” dal titolo “Upgrade” (Mighty Music). Una rapida chiacchierata con Ben Radtleff (voce\chitarre).

Benvenuto Ben, potresti presentare la tua band ai lettori italiani?
Siamo Polle Radtleff su urla e sbuffi. Poi abbiamo Bjørn al basso. Aria accesa brandelli e Max sulle bucce

Per chiunque non l’abbia ancora sentito, potresti descrivere il suono di Demolizer in le tue stesse parole?
Un panino con le nocche con un pizzico di Limfjordsporter

“Upgrade” uscirà in ottobre, perché hai preferito una versione “upgrade” del tuo EP di debutto “Ghoul” piuttosto che un nuovo album completo?
All’inizio abbiamo pensato che avremmo dovuto mettere tutto su un album. Ma sembrava un po’ troppo. Quindi li abbiamo appena archiviati e abbiamo detto “Forse li rilasceremo semplicemente come una versione aggiornata delle vecchie canzoni”… Quindi sì.

Queste nuove versioni vengono registrate durante le sessioni di “Thrashmageddon”?
Sì.

Potresti descrivere in dettaglio i contenuti delle tre “nuove canzoni”?
Bene. Sono vecchie canzoni con una fresca spruzzata di vernice. Non c’è molto da dire al riguardo.

Perché una cover della canzone degli Annihilator “King Of The Kill”?
Perché abbiamo avuto più tempo durante la registrazione dell’album. Era droga.

Onestamente, nel tuo sound attuale non sento l’influenza di Annihilator, che le band hanno ispirato il tuo stile in particolare?
Principalmente Exodus, Slayer e Municipal Waste.

Cosa ne pensi del tuo compagno di etichetta Killing? Possiamo parlare di nuova ondata di thrash metal danese?
Sono fantastici. Grande energia.

Andrai in tournée o preferisci aspettare le condizioni di salute in Europa per Ottimizzare?
Sarebbe bello tornare presto in tour. Speriamo di andarci a gennaio.

After the great return of Artillery and the excellent debut of Killing, we talk again about Danish thrash metal with Demolizer, authors of a new edition of their 2018 EP “Ghoul” entitled “Upgrade” (Mighty Music). A quick chat with Ben Radtleff (voice \ guitars).

Welcome Ben, could you introduce your band to Italian readers?
We are Polle Radtleff on screams and chugs. Then we got Bjørn on bass. Aria on shreds and Max on skins

For anyone who has not heard it yet, could you describe Demolizer sound in your own words?
A knuckle sandwich with a hint of Limfjordsporter

“Upgrade” will came out in October, why did you prefer an “upgrade “version of your debut EP “Ghoul” rather than a new full album?
In the start we thought that we should put it all on one album. But it seemed a little bit too much. So we just had them I storage and said “Maybe we’ll just release them as an upgraded version of the old songs”… Soo yeah.

Are these new versions recorded during the “Thrashmageddon” sessions?
Yes.

Could you describe in detail the contents of the three “new songs”?
Well. It’s old songs with a fresh slap of paint on. Not much to say about it.

Why a cover of the Annihilator song “King Of The Kill”?
Because we had extra time when recording the album. It was dope.

Honestly, in your current sound I don’t feel the influence of Annihilator, which bands have inspired your style in particular?
Mostly Exodus, Slayer and Municipal Waste.

What do you think about your labelmate Killing? Can we speak of new wave of Danish thrash metal?
They’re awesome. Great energy.

Will you go on tour or do you prefer to wait for health conditions in Europe to improve?
Would be cool to tour soon again. We are hoping to go in January.

Dark Redeemer – Nel nero dipinto di nero

Quando gli Aleph nel 2018 annunciarono la volontà di interrompere la loro carriera, un po’ tutti abbiamo sperato in un ripensamento. Invece quella decisione appare irreversibile, poco male però, dopo tre anni ritroviamo i protagonisti di quella splendida parentesi alle prese con un nuova creatura che pare la nemesi degli Aleph: i Dark Redeemer hanno un approccio old school, benché arricchito da splendide trame di tastiera, che mostra un piglio più ben più aggressivo rispetto al passato. Abbiamo parlato del loro ottimo esordio, “Into the Deep Black” (Blasphemous Records / Grand Sounds Promotion), con Dave e Giulio, rispettivamente voce\chitarra e tastiere.

Benvenuti ragazzi, non è un mistero che i Dark Redeemer nascono dalle ceneri degli Aleph. Quella avventura si era conclusa con queste parole “Questa scelta non nasce da divisioni tra di noi ma dalla consapevolezza di aver detto tutto quanto avevamo da raccontarvi”. I Dark Redeemer vi permettono di raccontare qualcosa che con gli Aleph non era possibile fare?
(Dave) Ciao a te! Beh, non è un mistero perché lo abbiamo esplicitato! Sentivamo di non avere più bisogno di strutture così progressive per esprimerci e abbiamo deciso di tirar fuori il lato più aggressivo e senza briglie della nostra musica, raccontando qualcosa che agli Aleph era precluso.

Come è nata la band e che aspettative avete?
(Dave) La band è nata dalla voglia di continuare a scrivere e suonare insieme, metterci alla prova su canzoni più dirette, che comunque conservano il nostro spirito. Ci aspettiamo, o meglio ci auguriamo, di suonare in giro un bel po’, visto che non accade dal 2018. Per il resto, questo ultimo anno e mezzo ci obbliga a stare un po’ a vedere come tutto potrà andare.

Il dover iniziare da zero con una nuova band immagino che vi abbia dato entusiasmo, ma come lo si mantiene vivo questo entusiasmo quando la novità passa ed iniziano ad arrivare i problemi e gli scazzi della vita ordinaria di una band underground?
(Giulio) Essendo noi quattro insieme, in un modo o nell’altro, da un mucchio di anni dovremmo avere una risposta… Io personalmente non ce l’ho! O almeno non una sola. Non basta l’amore per quello che fai, serve una grande capacità nell’immagazzinare entusiasmo anche dalle piccole e piccolissime soddisfazioni, un legame forte coi tuoi compagni, moltissima pazienza…

Come detto, i Dark Redemeer hanno sicuramente un approccio più diretto rispetto agli Aleph. Questo cambio di marcia è stato voluto o i brani sono venuti così inconsciamente?
(Dave) Abbiamo cercato intenzionalmente di rispettare questo approccio, ma una volta iniziato a lavorare sui brani abbiamo trovato la nostra solita fluidità.

Quando avete iniziato a lavorare sui primi pezzi dei Dark Redeemer?
(Dave) Tre di questi pezzi avrebbero dovuto essere sul quarto disco degli Aleph, quindi i primi embrioni risalgono al 2016-17; una volta deciso di seppellirli li abbiamo riarrangiati e resi totalmente Dark Redeemer.

Ho particolarmente apprezzato le tastiere di Giulio Gasperini perché su una base molto swedish old school mi hanno ricordato i primissimi Tiamat, che adoro, e perché contrariamente a quanto avviene spesso nel death, non hanno un suono freddo, ma sono quasi riconducibile alla scena horror\dark metal italiana. Come sono state sviluppate queste parti?
(Giulio) Ti ringrazio molto, hai colto il mio amore per suoni e arrangiamenti, diciamo horror, e l’intenzione con cui ho affrontato gli arrangiamenti. L’obiettivo era quello di conferire a brani già comunque “autosufficienti”, ulteriore colore, centellinando il più possibile gli interventi. Avere delle tastiere in una band che vuole suonare death metal vecchio stile poteva risultare una contraddizione, ma siamo stati credo bravi a trovare il giusto bilanciamento, sia a livello di partiture che di mix.

Il rapporto con la Blasphemous Records come è nato, avete avuto difficoltà a trovare un’etichetta?
(Giulio) Abbiamo avuto la fortuna di avere Simone come primissimo discografico ai tempi del debutto con gli Aleph nel 2006…. E quella di ritrovarlo nel 2021, questa volta con una label tutta sua, la Blasphemous appunto.

Il disco uscirà a settembre, avete già programmato delle date o preferite aspettare di capire come si evolverà la situazione sanitaria?
(Dave) Abbiamo appena annunciato il release party, di cui puoi trovare i riferimenti sulla nostra pagina Facebook. Per il resto abbiamo delle conversazioni aperte per concerti in giro per l’Italia. Dati i tempi, tutto è ancor più complicato di prima. Viviamo nel regno dell’assurdo e chi fa musica, professionalmente e no, vede benissimo come questa è considerata nel Paese dell’arte.

Secondo la vostra esperienza, paradossalmente in un Paese come l’Italia, in cui gli spazi e gli eventi dedicati al metal dal vivo sono pochi, il blocco dei concerti ha avuto sui gruppi un impatto minore rispetto ad altre nazioni in cui c’erano un maggior fermento e un numero superiore di show oppure ne usciremo ulteriormente impoveriti da questa pandemia?
(Dave) Cito Quèlo: “la seconda che hai detto”. E’ una mia impressione, ma credo che il disastro sia maggiore dove le strutture, l’organizzazione sono carenti, a prescindere dalla quantità precedente degli eventi ma spero di sbagliarmi.

Fleshtorture – Grotesque doctrine of perversity

ENGLISH VERSION BELOW: PLEASE, SCROLL DOWN!

I nicaraguegni Fleshtorture sono tornati con l’album più devastante e potente della loro carriera. “Grotesca Doctrina De La Perversidad (Grotesque Doctrine of Perversity)” (Brute! Producitions \ Imperative PR) è un nuovo inizio sotto la bandiera del death metal old school con testi in spagnolo!

Benvenuto Rene! I Fleshtorture sono sorti in Nicaragua nel 2004, come è nata la band?
Tutto è iniziato dalla necessità del bassista Hanry Cano di creare una nuova band, proveniva da una formazione alquanto instabile chiamata Necrocoprohaemorrhage che non aveva avuto una vita lunga e decise di iniziare un nuovo progetto, reclutando membri che, con la volontà di creare qualcosa di duraturo, diedero vita ai Fleshtorture. Nel corso del tempo hanno pubblicato il primo album autoprodotto nel 2008, “Physical and Mental Intensity by the Torture”, e poi nel 2011 “Stench of Humanity” per l’etichetta Brute Productions. Dopo tanti e continui cambi, gli unici tre membri stabili, Hanry Cano (basso), Rudy Wolf (batteria) e Xhugore (voce) decisero di ingaggiare due chitarristi della vecchia scuola, Lenin Galo e me. In quel momento, nel 2017, abbiamo deciso di rifondare la band.

Quando avete riformato i Fleshtorture nel 2017 quale era il vostro obiettivo da raggiungere?
Da quando ci siamo riformati nel 2017 ci siamo posti l’obiettivo di consolidarci come band più professionale, il nostro obiettivo è progredire in ogni lavoro che facciamo, migliorando la qualità delle nostre composizioni in modo tale che ogni album sia migliore del precedente. In questo ultimo lavoro, “Grotesca Doctrina de la Perversidad”, abbiamo scelto di passare dal brutal death metal al death metal old school, per la necessità di riconnetterci con le radici che ci hanno influenzato nei nostri primi giorni, con particolare riferimento alle prime band death metal della nostra città degli anni ’90.

Perché avete avuto bisogno di quattro anni per pubblicare il vostro primo album di questa nuova fase della carriera?
Per chiarezza: la band si è riformata alla fine del 2017, quindi è praticamente come se avessimo iniziato nel 2018, anno che abbiamo occupato per la produzione e la scrittura di nuove canzoni, tuttavia, nell’aprile di quell’anno sono iniziati una serie di problemi socio-politici nel nostro paese che hanno generato molta violenza ovunque, causando molta insicurezza, quindi abbiamo deciso di aspettare che passasse un po’ di tempo affinché la situazione migliorasse, ed è stato approssimativamente nel settembre di quell’anno che abbiamo ripreso il lavoro che avevamo lasciato in sospeso. A febbraio 2019 abbiamo registrato il demo promozionale della nostra canzone “Canibalismo Eclesiastico” che sarebbe stata la canzone principale del nuovo album; tuttavia, è stato pubblicato solo ad agosto dalla nostra etichetta discografica Brute Production. Nell’ottobre di quest’anno, abbiamo iniziato con la registrazione dell’album “Grotesca Doctrina de la Perversidad” ci sono voluti circa tre mesi, finendo il processo all’inizio del 2020. Dopodiché è iniziata la pandemia da coronavirus ha colpito in tutto il mondo. Ciò ha causato molti ritardi con la produzione dell’album, questo è stato il motivo principale per cui il nostro album è stato rilasciato nel 2021.

Potresti presentarci il vostro nuovo album, “Grotesca doctrina de la perversidad”?
Bene, il nostro nuovo album “Grotesca Doctrina de la Perversidad” è uscito il 17 aprile 2021 sotto l’etichetta Brute Productions. Questo album dura 37 minuti durante i quali i potrete deliziarvi con un sound death metal old school, con testi bizzarri che sputano odio verso le religioni, che non sono altro che un metodo di indottrinamento. Mixato e masterizzato negli Stati Uniti da Chris Wisco, un tecnico del suono con una lunga storia fatta di lavori con gruppi quali Jungle Rot, Broken Hope, Disgorge, Gorgasm, Fleshgrind, Origin, Morta Skuld. L’artwork è stato creato dall’artista John Quevedo Janssens, che svela subito i contenuti dell’album, dandoti un’idea delle cose grottesche che stai per ascoltare.

Come mai avete preferito lo spagnolo per i nuovi pezzi?
Gli album precedenti non avevano testi nelle canzoni, è una caratteristica del genere brutal death metal, ma dal momento in cui abbiamo deciso di suonare death metal, sapevamo che era essenziale crearne e abbiamo sentito il bisogno di farlo nella nostra lingua. Siamo consapevoli che l’inglese è la lingua internazionale, ma vogliamo cambiare quel modo di pensare ed esprimerci nella lingua egemone nel nostro continente.

Da dove viene il vostro odio per le religioni?
La maggior parte dei nostri testi parla di blasfemia e di odio verso tutte le religioni, che sono state create dall’uomo per controllare le masse. Alcune persone ottengono molti benefici e potere da tutti ciò, umiliano e infliggono sofferenza a coloro i quali non si attengono ai loro comandi che si basano su delle leggi che hanno creato loro per favorire il loro indottrinamento. Dietro tutto questo c’è una mafia dove regna il vero terrore, la pedofilia, il sadomasochismo, la lussuria, il riciclaggio di denaro e molte altre cose causate da questo tipo di persone che si travestono da pecore per catturare la loro preda indifesa.

Qual è lo stato di salute della scena metal nicaraguense oggi, soprattutto dopo la pandemia?
Anche se nel nostro Paese, il Nicaragua, la pandemia non ha fatto scempio con la stessa intensità di altri Paesi europei, ad esempio, non significa che stiamo bene, l’intera economia mondiale è crollata, scena metal inclusa. Nonostante nel nostro Paese di recente siano ripresi alcuni spettacoli metal, l’affluenza dei fan è stata molto bassa, non tutti vogliono rischiare e contagiarsi partecipando a qualsiasi evento dove c’è un assembramento di persone. Crediamo che questa situazione andrà avanti così per molto tempo, ma siamo convinti anche che la salute sia la cosa più importante, quindi aspettiamo che tutto passi.

Quali sono stati i maggiori ostacoli geografici che avete dovuto superare per arrivare dove siete ora?
Nel nostro paese ci sono molti ostacoli, è molto difficile per una band andare avanti, non importa quanto tu sia bravo, non ci sono molti meccanismi che ci aiutano a realizzare i nostri obiettivi, devi fare tutto da solo.
Non abbiamo il supporto delle aziende private, men che meno il supporto del governo, a meno che non li sostenga nella loro sporcizia politica. Aggiungi a questo l’invidia e la gelosia di altre band, che fanno cose per farti del male, è qualcosa di triste ma vero. Abbiamo fatto strada grazie al nostro impegno e alla nostra dedizione, oltre all’impulso che ci ha dato la nostra etichetta discografica, ma per raggiungere questo livello e avere un label, abbiamo dovuto dedicare molto tempo e lavorare sodo. Inoltre, penso che siamo stati molto fortunati, se non fosse così, non saremmo stati intervistati in questo momento…

Mi consiglieresti alcune band nicaraguensi che ti piacciono?
Certo, abbiamo grandi band in Nicaragua. Ti consigliamo: i Necrosis (thrash/heavy metal) sono una delle band più vecchie del nostro paese. Hanno un album in studio intitolato “XX”. Schizoid (thrash metal) con i loro album “Asylum” e “Evil Incarnate”. Nefilin (thrash death) con l’album “Cataclismo Social”. Gorepoflesh (brutal death) e il loro album “Gore Fuckin Corpse”, una band della nostra città, e che ha firmato come noi per l’etichetta Brute Productions. I Corpus Mors (grind death) con il loro album “Abominables Espectros del Morbido y Sadico Placer” sono un’altra band della nostra città. Lucifuge Rofocale (black metal) e il loro album “Demonic Transfixion”. Aversia (black metal) una band relativamente nuova ma i cui membri provengono da realtà con una lunga storia del nostro metal. Hanno tre, EP “Dios Adverso”, “Instinto Profano” e “Malevola Reverencia”. I Servant of Morgoth (black metal) sono una nuova band e le loro canzoni sono ispirate a J.R.R. Tolkien e alle sue storie più oscure sulla Terra di Mezzo. Hanno due singoli “Servant of Morgoth” e “Dol Guldur” e presto pubblicheranno il loro primo demo omonimo.

Nicaragua’s Fleshtorture have returned with the most devastatingly powerful album of their career. “Grotesca Doctrina De La Perversidad (Grotesque Doctrine of Perversity)” (Brute! Producitions \ Imperative PR) is a new beginning under the flag od old school death metal with Spanish lyrics!

Welcome Rene! Fleshtorture started in Nicaragua in2004, how did that influence the band?
It all started with the need for bassist Hanry Cano to create a new band, he came from a somewhat unstable band called Necrocoprohaemorrhage that did not have a useful life and decides to start a new project, recruiting new members who, inspired by making a solid band, create to Fleshtorture. Over time they released their first self-produced album in 2008 “Physical and Mental Intensity by the Torture” and then in 2011 they released their album “Stench of Humanity” under Brute Productions label. After many constant changes, the only three stable members, Hanry Cano (Bass), Rudy Wolf (drums) and Xhugore (vocals) decide to hire two forgotten guitarists of the old school, this is where Lenin Galo and I, Rene Schock joined the band and influenced by the old school of death metal we decided to re-establish the band in 2017.

When 2017 Fleshtorture has been reformed which was your goal to reach?
Since we reformed in 2017 we have set ourselves the goal of consolidating ourselves as a more professional band, our goal is to progress in each work we do, improving the quality of our compositions and that each album is better than previous one. In this last album “Grotesca Doctrina de la Perversidad” we have chosen to change from brutal death metal to death metal old school, due to need to reconnect with roots that have influenced us in our beginnings, referring to first death metal bands on our city in the 90s

Why did you need four years to release your first album of this new phase of your career?
To clarify, the band was reformed at the end of 2017, so it is practically as if we started in 2018, year we occupy for production and practice of new songs, however, in April of this year a series of socio-political problems began in our country that they generated a lot of violence everywhere, causing a lot of insecurity, so we decided to wait for a few time to pass until the situation improved, and it was approximately in September of that year, that we resumed the work that we had left pending. In February 2019, we recorded the promotional demo of our song “Canibalismo Eclesiastico” which would be the main song of the new album; however, it was released until August by our record label Brute Production. In October of this year, we started with the recording of album “Grotesca Doctrina de la Perversidad” we took about three months, finishing the process at the beginning of 2020. After this began the coronavirus pandemic, that affected us worldwide. This caused many delays with the production of album that was the main reason why our album was released in this year 2021.

Could you to introduce your new album, “Grotesca doctrina de la perversidad”?
Well, we present to you our new album “Grotesca Doctrina de la Perversidad” released on April 17, 2021 under Brute Productions label. This album consists of 37 minutes where you can delight in their old school death metal sound, with bizarre lyrics that spit hatred towards religions that are nothing more than a method of indoctrination. Mixed and mastered in United States by Chris Wisco, a sound engineer with a long history of works for bands like Jungle Rot, Broken Hope, Disgorge, Gorgasm, Fleshgrind, Origin, Morta Skuld among many more bands, and artwork produced by artist John Quevedo Janssens, who gives him to album a plus, showing you the i an idea of ​​how grotesque you are about to hear.

Why do you prefer Spanish for your new song?
The previous albums lacked lyrics in their songs, it is a characteristic of the brutal death metal genre, but from the moment we decided to play death metal, we knew that it was essential to create lyrics for new songs and we felt need to create them in our language. We are aware that English is the international language, but we want to change that way of thinking and expressing ourselves in the language that predominates in our continent.

Where does come from your hate for religions?
Most of our lyrics speak blasphemy and hatred towards all religions in general, which were created by man to control the masses, in this way they obtain many benefits that make them feel powerful, humiliating and wishing the suffering to those who disregard their their mandates that are based on the laws they created to establish their indoctrination. Behind all this, there is a mafia where true terror reigns, pedophilia, sadomasochism, lust, money laundering and many more things caused by this kind of people who disguise themselves as sheep in order to catch their defenseless prey.

What is the state of health of the Nicaraguan metal scene today, especially after the pandemic?
Although in our country Nicaragua the pandemic has not wreaked havoc with the same intensity as in other European countries, for example, it does not mean that we are well, the entire world economy has gone down, and the metal scene is included. Although our country recently some metal shows have resumed, the attendance of fans has been very low, not everyone wants to take risks and get infected by attending any event where there is an agglomeration of people. We believe that this situation will happen like this for a long time, but we also believe that health is the most important thing for now, so we wait for everything to pass.

What have been the biggest  geographical obstacles you had to overcome to get where you are now?
In our country, there are plenty of obstacles, it is very difficult for a band to get ahead, No matter how good you are, there are not many mechanisms that help us to realize our goals, you have to do everything on your own. We do not have the private companies support, less the support of the government, unless you support them in their dirtiness politics. Add to this the envy and jealousy of other bands, who do things to harm you, it is something sad but true. We have come forward thanks to our own effort and dedication, in addition to the impulse that our record label has given us, but to achieve that stage and to be signed by a label, we had to spend a lot of time working hard. In addition, I think we have been very lucky, if it were not like that, we would not be being interviewed at this time…

Would you recommend some Nicaraguan bands you really enjoy?
Of course, we have great bands in Nicaragua. We recommend you: Necrosis (thrash/heavy metal) is one of oldest bands in our country. They have a studio album titled “XX”. Schizoid (thrash metal) with their albums “Asylum” and “Evil Incarnate”. Nefilin (thrash death) with “Cataclismo Social” album. Gorepoflesh (brutal death) and their album “Gore Fuckin Corpse”, a band from our city, and that signed like us by Brute Productions label. Corpus Mors (grind death) with their album “Abominables Espectros del Morbido y Sadico Placer” Is another band from our city. Lucifuge Rofocale (black metal), Cult long trajectory band, and their album “Demonic Transfixion”. Aversia (black metal) a relatively new band but whose members come from bands with a long history of our metal. They have three EPs “Dios Adverso”, “Instinto Profano” and “Malevola Reverencia”. Servant of Morgoth (black metal) is a new band and its songs are totally inspired by J.R.R. Tolkien’s darkest ideas about Middle Earth. They have two singles “Servant of Morgoth” and “Dol Guldur” and will soon be releasing their first self-titled demo.

Zora – Soul raptor

Ci siamo, i veterani deathster Zora sono giunti alla loro terza fatica intitolata “Soul Raptor”, prodotta e distribuita da Maxima Music Pro (ID), Wings of Destruction (RU) e Old Metal Rites (BR). Abbiamo fatto una chiacchierata con Tat0, bassista/cantante della band, il quale ci ha svelato alcune curiosità riguardo al collaudatissimo terzetto calabrese.

Ciao Tat0, innanzitutto ci tengo a ringraziarti per la tua disponibilità e ti do il benvenuto sul Raglio del Mulo! Che ne diresti, come prima cosa, di spiegare il significato che si cela dietro il nome della band? Come mai avete optato per questo moniker?
Ciao Luca! Grazie a voi per lo spazio che ci offrite, e che offrite all’underground nostrano, per noi è davvero un piacere scambiare due parole! Il nostro nome non deriva dal fumetto, non è la vampira ahahha, lo anticipo perché è una domanda che ci viene fatta spesso ovviamente, ed è sempre bello raccontare da cosa deriva in realtà. Zora era il pitbull del nostro primo grafico Fabio Bagalà, colui che ci ha disegnato anche il logo, un cane ferocissimo, ma allo stesso docilissimo e riconoscente nei confronti di Fabio, e questo perché era reduce di combattimenti clandestini che lo avevano ferito nel corpo e soprattutto nell’animo, rendendolo diffidente ed incazzato con tutto il mondo, tranne che appunto con Fabio, colui che lo trovò per strada traendolo in salvo. Data la sua storia, ed il motivo della sua rabbia, ci sembrò subito il nome perfetto per la band.

Siete dei veterani nel campo, ti andrebbe di fornirci qualche informazione in più sull’attuale formazione? Anche per ciò che concerne il vostro “passato”… Quale è il vostro background musicale?
Gli Zora sono attivi dal 2003, ed in questi anni abbiamo avuto diversi cambi di line-up; la formazione attuale, ormai stabile dal 2014, comprende me alla voce ed al basso, Glk Molè alle chitarre e Giampiero Serra alla batteria. Proveniamo tutti naturalmente da un background death, thrash e black metal, ed ognuno di noi ha anche altri progetti che vertono sempre e comunque sull’extreme metal.Iio e Glk facciamo parte anche dei Glacial Fear, ma abbiamo pure altri progetti separati come Antipathic, Defechate, Throne of Flesh, Unscriptural, Warification per me, e Bastardi e Lupercalia per GLK, ed anche Giampiero milita nei sardi Deathcrush, negli Infernal Goat, ha fatto parte dei Necromessiah ed è partecipe in altre band come session in studio.

Il vostro nuovo “Soul Raptor” è uscito a ben cinque anni di distanza dal precedente “Scream Your Hate”. Secondo te quali sono le maggiori differenze tra le due release? E in che maniera pensi si sia evoluto il vostro sound in tutti questi anni?
Beh, le differenze ci sono ed anche nette, la principale delle quali a parer mio è la voce, perché quando registrai “Scream Your Hate” era il primo disco che cantavo in vita mia, e lo feci in fretta e furia spinto dalla necessità di chiudere quel lavoro, in quanto il cantante di allora purtroppo mollò improvvisamente e durante le registrazioni del disco per scelte e motivi personali … da lì in poi ho avuto l’input e la possibilità di approfondire di più questo aspetto della voce, grazie a nuovi progetti che formammo soprattutto, quindi in “Soul Raptor” ho avuto meno difficoltà, anche se non mi ritengo affatto un cantante, di esercizio devo farne ancora ed anche tanto… Non è detto che un domani ri-registremo quel disco, “Scream Your Hate”, mi piacerebbe soprattutto al fine di dargli più giustizia, e di valorizzare di più l’ottimo lavoro che sia Gianluca che Giampiero hanno fatto in quell’album, tanto quanto in questo nuovo. Per quanto riguarda il sound io non credo sia variato molto, forse è più ispirato, questo si, anche perché è il frutto di una pandemia globale che ha portato ancora più a galla tutta la merda che aleggia nell’essere umano, e questa per noi è sempre stata la maggiore fonte di ispirazione.

Parlaci un po di “Soul Raptor”… Dove è stato registrato? A chi vi siete affidati per la buona riuscita dello stesso?
Beh, noi sin dal primo demo “Dismembered Human Race” del 2004, ci siamo sempre affidati a Glk Molè, il nostro chitarrista. Lui ha un’esperienza davvero ventennale nel settore, nonchè un proprio studio di registrazione, il SoundFarm Studio a Catanzaro; non siamo mai rimasti delusi dalle sue produzioni, e continueremo ad affidare sempre a lui i nostri lavori.

Entrando più nello specifico, in che modo prende forma un tipico brano degli Zora? Chi di voi prende parte alle composizioni?
Generalmente scrivo io i brani, o meglio, li strimpello con la chitarra cercando di far capire qualcosa, una volta fatto lo scheletro lo presento ai ragazzi ed ognuno ci mette del suo… nascono da soli e per caso, da un riff che ti si piazza in testa o da un pensiero che si trasforma in una melodia, poi il tutto prende forma in maniera naturale e senza troppe forzature o ricerca stilistica legata a durata o genere, l’istintività è l’unica componente trascinante.

Allo stesso modo vorrei chiederti qualche curiosità sui testi, quali sono gli argomenti trattati?
I testi degli Zora non hanno tematiche politiche o religiose, sono denunce sociali e sfoghi nei confronti di tutto ciò che opprime ed imbastardisce la razza umana, e ciò che la imbastardisce ed opprime è essa stessa… Il nostro motto è sempre stato Scream Your Hate, ed è esattamente su questo che verte la nostra musica ed il nostro messaggio, non bisogna mai tenersi nulla dentro, bisogna sempre urlarlo e con forza, possa piacere o meno, non è questo ciò che conta, ma il sentirsi appagati con sé stessi.

Secondo te in tutti questi anni, come si è evoluto il movimento underground in Italia e come reputi la scena nazionale in ambito estremo?
Io credo che in Italia di band valide ce ne sono e non poche, ma quello che manca è il reale sostegno reciproco, così come il reale interesse verso le produzioni altrui. Ci si relaziona solo per secondi fini, che potrebbero essere una data live, un aiutino con qualche label o agenzia, e tutto ciò che possa portare acqua la proprio mulino. Non è così che funziona una scena, per questo a mio parere in Italia non esiste una vera scena, ma tante singole realtà, difatti man mano negli anni si è praticamente fermato tutto, a cominciare dalla scarsa affluenza ai concerti, dal momento che si a vedere solo gli amici o si smuove il culo giusto per andare ad accaparrare qualche serata per la propria band, cosa che ha portato ovviamente alla chiusura progressiva di molti locali, o al cambio di offerta musicale degli stessi, lasciando uno spazio marginale o nullo al metal visto che non conviene farlo; ricordiamoci che un locale è in primis un’attività commerciale, non possiamo prendercela con loro se preferiscono fare karaoke, ma con noi stessi. Ovviamente non dico né tanto meno sostengo la tesi del “bisogna andare ad ogni serata metal perché bisogna supportare il genere”, questa per quanto mi riguarda è una bella stronzata, non dobbiamo mica timbrare un cartellino di ingresso, ma da qui a non andare mai a nessuna serata ce ne passa…

Quali sono le band che stilisticamente vi hanno influenzato?
Personalmente non poso fare a meno di citare i Cannibal Corpse, così come Bolt Thrower, Obituary, Deicide, Suffocation, Deeds of flesh, Dying Fetus… ma anche Throwdown, Downset, Suicidial Tendencies, Slayer… insomma band che ho ascoltato da sempre e che, volente o nolente, mi hanno condizionato dandomi un imprintig.

Eccoci alla fatidica domanda: “E adesso?” Avete dato alle stampe il vostro terzo album, pensate di esibirvi live quanto prima per promuoverlo? Anche e soprattutto in considerazione sia del periodo che stiamo vivendo, sia del fatto che in questi giorni i contaggi da Covid-19 stiano di nuovo aumentando e che la nuova variante del virus risulti più invasiva di quanto non lo siano state le precedenti…
Siamo soddisfattissimi di questa pubblicazione e adesso stiamo già pensando alla prossima, che molto probabilmente sarà uno split con band italiane a noi molto care e con le quali siamo legati da tempo (non faccio i nomi perché la cosa è ancora in stato embrionale). Per quanto riguarda i live noi in realtà non ne facciamo da ben prima la pandemia, sia per motivi logistici (viviamo molto distanti tra noi) e sia perché la situazione odierna personalmente mi ha fatto passare la voglia di fare live, e non parlo di emergenza sanitaria, ma della continua recita nella quale devi calarti per ottenere qualche concertino del cazzo: compromessi, finte amicizie, locali mancanti e quindi strutture inadeguate. Di certo non pretendiamo palchi e locali super attrezzai, anche perché per ciò che suoniamo non ce n’è bisogno, anzi noi amiamo suonare per lo più nei centri sociali, ma neanche posti improvvisati e con band con le quali non abbiamo nulla da condividere… Sono cambiati troppi fattori, divertitevi voi.

Siamo giunti al termine Tat0, ti rinnovo i ringraziamenti per questa intervista e auguro a te e alla band un grandissimo in bocca al lupo, concludi pure come vuoi!
Grazie ancora a te Luca, per le belle e stimolanti domande e per lo spazio che ci hai offerto, viva il lupo e rimaniamo sempre in contatto, se qualcuno volesse ascoltare qualcosa di nostro può farlo al nostro canale bandcamp zora.bandcamp.com. Sempre estremi e Scream Your Hate!

Thyrfing – The black wolf is back!

ENGLISH VERSION BELOW: PLEASE, SCROLL DOWN!

I Thyrfing sono tornati a otto anni di distanza dalla pubblicazione del loro acclamato album “De ödeslösa”. “Vanagandr” (Despotz Records) – un nome alternativo del lupo mitologico conosciuto dai più come Fenrir – è il primo album senza il membro fondatore Peter Löf, ma la qualità di la musica proposta dagli svedesi ha mantenuto i consueti livelli di eccellenza. 

Benvenuto Patrik (Lindgren, chitarra) il vostro album numero otto, “Vanagandr”, uscirà alla fine di agosto. È passato molto tempo da quando hai registrato il demo “Solen Svartnar” nel 1995. Guardando indietro, come ci si sente ad aver compiuto quasi 25 anni di carriera facendo quello che si ama?
Grazie! Devo dire che in effetti è fantastico. Anche se non siamo sempre stati completamente attivi e impegnati al 100% per tutto il tempo, la band è sempre stata viva in qualche modo, e se non altro ha fatto qualche spettacolo ogni anno. Questo pur mantenendo l’idea e il concetto di base, pur perfezionandosi e progredendo sempre nel rispetto della stessa linea in tutti questi anni. Non credo che siano tante le band che riescono a farlo, quindi sì, direi che ne sono orgoglioso.

Cosa è rimasto intatto dello spirito iniziale della band nel nuovo album “Vanagandr”?
In realtà, direi quasi tutto. Ovviamente potremmo aver perso un po’ dell'”entusiasmo giovanile” e della mancanza di “barriere mentali” che accompagna la tua adolescenza… ma per le idee più basilari della musica e del concept direi che per la maggior parte è ancora tutto qui, anche se abbiamo imparato molto e affinato molte cose lungo la strada.

Questo è il vostro primo album in otto anni, la pandemia e l’assenza di spettacoli quanto hanno influenzato la vostra volontà di pubblicare un nuovo album?
Non direi che ha avuto un grande impatto ad essere onesti. Forse avremmo potuto pubblicarlo durante questa primavera se le cose fossero state “normali”, ma non ha fatto molta differenza per i tempi. Quando finalmente abbiamo messo insieme tutte le canzoni dopo molti lunghi anni era gennaio/febbraio 2020, cioè il momento in cui le cose hanno cominciato ad accadere riguardo alla pandemia… Comunque i piani che avevamo preparato per la produzione potevano procedere senza problemi, quindi sì… da quel momento le cose sono andate secondo i piani.

Quanto è importante per andare in tour per i Thyrfing? Solo pochi mesi fa gli Anathema hanno annunciato la loro fine a causa della difficile situazione economica dovuta alla pandemia di Covid 19.
Non è così importante, e in realtà non stiamo facendo molti tour, principalmente ci dedichiamo a festival e spettacoli selezionati. Fortunatamente, per i Thyrfing non è qualcosa su cui facciamo affidamento da un punto di vista finanziario, quindi possiamo praticamente andare avanti e fare quello che vogliamo, ogni volta che vogliamo… Ovviamente è triste sentire che ci siano band che si sciolgono solo per questo motivo.

Dai tempi dell’album “De ödeslösa” la formazione non è stata mai cambiata, se si esclude l’uscita del membro fondatore Peter Löf. Quanto è stato importante per te lavorare con lo stesso team del precedente full lenght?
Penso che sia una buona cosa finché c’è una buona atmosfera e cooperazione tra tutti. Oltre a fare l’album “De ödeslösa”, abbiamo anche fatto alcuni show in questi anni, quindi direi che ora ci sentiamo una realtà molto solida. E probabilmente, lavorare con gente che ha già prodotto con me un album, ha aiutato a far andare le cose.

Come ti sei sentito a lavorare senza Peter per la prima volta nella storia della band?
Una cosa nuova, sì, e un po’ una sfida su come gestire le tastiere e l’orchestrazione. Peter era (è) un musicista e songwriter di grande talento e secondo me ha apportato alcune cose uniche, non solo ai Thyrfing, ma forse all’intero genere… Abbiamo provato a lavorare con alcune persone, ma non c’è mai stato veramente feeling al 100%. Alla fine la soluzione era proprio davanti a noi, quando Joakim ci ha proposto di farlo lui, abbiamo subito sentito che aveva colto nel segno.

La vostra nuova etichetta, Despotz Records, ha annunciato una nuova edizione dei vostri album classici “Thyrfing” (1998), “Valdr Galga” (1999), “Urkraft” (2000), “Vansinnesvisor” (2002) entro la fine del 2020. Ascolti spesso le tue vecchie uscite?
Oh, non spesso, almeno non così spesso, ad essere onesti. Ogni tanto riesco a godermi un singolo brano dei primi album, e alcuni di essi li suoniamo ancora dal vivo come “Storms of Asgard”, “Mjölner” e “Sweoland Conqueror”. Dei primi quattro, sicuramente mi piace di più “Vansinnesvisor”… Penso che sia lì che abbiamo trovato lo stile attuale sul quale costruiamo ancora oggi le nostre cose, e per molti aspetti penso che suoni ancora alla grande.

Queste nuove edizioni conterranno delle bonus track?
Vedremo come studieremo e rilasceremo le versioni fisiche… speriamo che ci siano degli extra, che siano audio, video o immagini… ma non affretteremo le cose per quelle riedizioni. Penso che sia meglio che attendere il tempo giusto prima che escano di nuovo. Direi che probabilmente non accadrà fino all’inizio del 2022.

Quali brani del nuovo album eseguirte sul palco durante il prossimo tour?
Questa è una buona domanda… ad essere onesti non abbiamo ancora deciso e non ci abbiamo pensato su molto. Naturalmente i singoli brani (“Döp dem i eld”, “Jordafärd”, “Järnhand”) sarebbero scelte ovvie per i primi spettacoli, ma non lo so… dobbiamo vedere cosa rende al meglio e cosa scegliere di provare dal vivo quando inizieremo a testare le canzoni per preparare le scalette.

Thyrfing are back eight years after their acclaimed album “De ödeslösa” .”Vanagandr” (Despotz Records) – an alternative name for the wolf creature known as the more familiar Fenrir – is the first album without founding member Peter Löf, but the quality of the music proposed by the Swedes has kept the usual levels of excellence.

Welcome Patrik (Lindgren, guitars), your album number eight, “Vanagandr”, will be released at the end of August. A lot of time has passed since you recorded the “Solen Svartnar” demo in 1995. Looking back, how does it feel to have accomplished almost 25 years of doing what you love?
Thank you! I must say it feels great actually. Even though we have not always been fully active and 100% busy all the time, the band has always been alive in some way, and if nothing else doing some shows each year. This while still maintaining the basic idea and concept of the band, while always refining and progressing within the same framework throughout all these years. I don’t think it’s every band who manages to do that, so yeah, would say I feel proud about it.

 What has remained intact of the initial spirit of the band on the new album “Vanagandr”?
Actually, I would say most of it. Of course we might miss some of the “youthful enthusiasm” and lack of “mental barriers” that comes with your teenage years… but for the most basic ideas of the music and concept I would say most if is still here, even though we have of course learned a lot and refined many things along the road.

This your first album in eight years, how much have the pandemic and the absence of shows influenced your will to release a new album?
I wouldn’t say it had much impact to be honest. Maybe we could have released it during this spring if things were as of “normal”, but it didn’t make that much difference for the timing. When we finally got all the songs together after many long years it was January/February 2020, i.e.. the time when things started to happen regarding the pandemic … However the plans we laid out for the production could proceed without any problems really, so yeah … from that point, things just went on according to plan.

How is important for Thyrfing touring? Just few months ago Anathema announced their hiatus due the difficult economic situation due the Covid 19 pandemic.
Not that important, and we are actually not making much touring at all, mainly festivals and selected shows. Luckily in this regard, Thyrfing is not something that we are dependable on from a financial point of view, so we can pretty much keep on going and do whatever we want, whenever we want … It is of course sad to hear old and long-running bands breaking up if it’s only for this reason.

From “De ödeslösa” album the line-up was not changed, just the founder member Peter Löf is out. How important was for you to work with the same team of the previous full length?
I think it’s a good thing as long as there is good atmosphere and co-operation between everybody. Apart from doing “De ödeslösa” album, we also did quite some shows in all the years between the albums, so I would say we feel like a very solid unit now. And probably it also helps keeping things smooth if everybody has been onboard before and have some experience in producing a Thyrfing album from before.

How did you feel to work without Peter for the first time in the history of the band?
It was a new thing, yeah, and a bit of a challenge on how we were going to handle the keyboards and orchestration. Peter was (is) a very talented musician and song-writer and in my opinion he brought in some unique things to this, not only for Thyrfing but maybe for the genre as a whole … We tried out working with a few people, but it never really felt 100%. In the end the solution was right in front of us, when Joakim decided to do it and we immediately felt that he hit the spot.

Your new label Despotz Records announced a new edition of your classic albums “Thyrfing” (1998), “Valdr Galga” (1999), “Urkraft” (2000), “Vansinnesvisor” (2002) by the end of the 2020. How often do you listen your old releases?
Oh, not that often to be honest. I can enjoy a single track from the earliest albums now and then, and some of them we still play live such as “Storms of Asgard”, “Mjölner” and “Sweoland Conqueror”. Out of the first four, I surely enjoy “Vansinnesvisor” the most … I think that’s where we found the current style that we still build things on today, and in many regards I think it still sounds great.

These new editions will contain bonus tracks?
We will see how we will package and release the physical releases … hopefully there will be some extras, may it be audio, video or visuals … but we will not rush things with those re-releases. I think it’s better we do something worthwhile once they get out again. I would say it probably won’t happen until early 2022.

Which songs from the new album will you perform on stage during the next tour?
That’s a good question … to be honest we haven’t decided or really thought about it that much yet. Naturally the single tracks (“Döp dem i eld”, “Jordafärd”, “Järnhand”) would be obvious choices for the first shows, but I don’t know … we need to see what feels best and what we think are going to work out live when we start to rehearse the songs and prepare the setlists.

Spasticus – Orrore reale

Gli Spasticus, death metal band di recente formazione, presentano “Horror Chaos Death” (Rotted Life / Unholy Domain / Necrolatry, 2021), il loro primo album. Ne abbiamo parlato con Jan, fondatore del gruppo, chitarrista e compositore.

Perché avete scelto “Horror Chaos Death” come titolo?
Il titolo “Horror Chaos Death” si riferisce all’ultimo anno e mezzo, alla pandemia in parte, ma anche agli effetti dell’isolamento che ne è conseguito, alle rivolte negli Stati Uniti dello scorso anno, all’attuale tremenda condizione della mia città natale in Sud Africa, ed infine alla sofferenza e all’orrore che caratterizza l’esistenza umana da sempre: volevamo un titolo semplice e diretto, che non fosse criptico circa il clima in cui la musica ed i testi sono stati scritti.

Questo mini album arriva a due anni dalla vostra prima produzione, il demo EP “Fuck Me Before I Die”. Entrambe le uscite hanno 5 tracce, come mai considerate il primo un EP e questo un album?
“Fuck Me Before I Fie” è stato il mio primo tentativo compositivo, prima uscita della prima band di cui faccio parte, ed è stato per lo più un esperimento davvero poco “pensato”, semplicemente scritti i pezzi e assemblate le parti abbiamo registrato alla meno peggio quanto venuto fuori dalle prove. Il risultato è stato superiore alle nostre aspettative ma si avverte che è un demo di per sé molto urgente ed “inconsapevole”, invece “Horror Chaos Death” è stato pianificato con molta più cura: sapevamo un po’ meglio cosa volevamo fare e in che direzione andare per ottenerlo, le canzoni sono più lunghe, complesse e strutturate in modo più definito e la produzione è più fedele. Questi fattori, uniti ad un durata maggiore rispetto al primo EP, ci fanno classificare “Horror Chaos Death” come un mini-album.

“Fuck Me Before I Die” è stato registrato nel 2019, dopo pochi mesi dalla formazione della band, in un mondo più spensierato di quello attuale. Come è stato invece realizzare questo album?
Sul fronte degli impegni del gruppo non è stato tanto differente, in quanto in entrambe le due fasi siamo stati impossibilitati a fare concerti, e per un certo periodo persino a provare per via del cambio di line up e della quarantena. Nei tempi morti abbiamo potuto scrivere molto materiale nuovo e ogni qualvolta fosse possibile, arrangiare tutto alle prove. Anche le tematiche dei testi, come detto, sono influenzate in vari modi da questo periodo orribile, non solo dalla pandemia. La differenza grossa è stata poi registrare presso uno studio vero quale il Tone Deaf Studio, invece che in una camera da letto come per il demo, e lavorare al mixing e al master con Giorgio Trombino di Big Rock HomeStudio (oltre che chitarra e voce in molti gruppi validi quali Assumption e Bottomless), che ci ha aiutato a raggiungere il risultato che volevamo.

Quali sono state le vostre maggiori influenze musicali nella scrittura di “Horror Chaos Death”?
Personalmente cerchiamo di non pensare troppo ad altre band che ci appassionano quando scriviamo i pezzi, per evitare comparazioni ed avere un nostro percorso artistico in quanto Spasticus, e non come una band di death metal vecchia scuola definita in uno standard esatto. Poi è ovvio che, a livello di riff, le influenze dei nostri gruppi preferiti, o di quello che ascoltiamo nelle fasi di composizione, possono risultare più o meno evidenti. Ad esempio, nella fase di scrittura di “Horror Chaos Death” ascoltavo molti gruppi death e di tharsh spinto della prima ora quali Bolt Thrower, Asphyx, Sodom, i primi Hypocrisy, Massacre, Morbid Saint, Entombed e Dismember ed influenze perenni di tutti i membridegli Spasticus sono gli Slayer o i Napalm Death. Per quanto riguarda la voce, Anselmo ha uno stile molto primitivo e diretto e le sue influenze personali (non solo vocalmente) sono Chris Reifert, Lee Dorrian e Tom G. Warrior, però anche lì ognuno ha la sua gola e i suoi polmoni, eheh. Quanto alla batteria, Walter è uno speed freak acclarato, della tipologia che quando meno te l’aspetti si lancerà in sfuriate di blast beat e tupa tupa in piena pausa dalle prove, rendendo sordo chiunque nel raggio di chilometri.

C’è un brano che rappresenta meglio l’album?  Quali sono i temi trattati nei testi?
I testi sono basati per lo più sulla realtà, in modo più o meno serio, talvolta provocatorio. Dalla paranoia pandemica degli ultimi due anni alla rivoluzione armata (vedi le rivolte avvenute nello stesso periodo negli USA) e alla guerra. C’è anche spazio per una certa dose di umorismo morboso e sano gore vecchia scuola, ma per lo più le tematiche sono “serie”. Direi che la title track è, sia musicalmente che liricamente, il pezzo più rappresentativo del disco, in quanto racchiude un po’ tutto quanto detto sopra.

Tre diverse etichette a produrre su altrettanti supporti, su cassetta nelle versioni europea (Unholy Domain) e statunitense (Rotted Life) e su CD (Necrolatry). Come sono nate queste collaborazioni e come è stato lavorare insieme?
Eravamo già in contatto con Unholy Domain e Rotted Life dall’uscita di “Fuck Me Before I Die”, per cui avevano già dimostrato un certo interesse, mentre Necrolatry Records è stata tra le prime etichette a rispondere ai nostri promo di “Horror Chaos Death”. L’uscita è in parte ancora in corso perché la versione europea in cassetta e il CD stanno tardando ad uscire per motivi esterni a noi o alle etichette. A parte questo la promozione e distribuzione alla fine del processo di rilascio dovrebbero essere più che adeguate alle nostre esigenze. 

La copertina di “Horror Chaos Death” mi ricorda istintivamente quella di “Tomb of the Mutilated” dei Cannibal Corpse. Chi l’ha realizzata? È un riferimento voluto oppure casuale?
Non c’è stata una diretta influenza o ispirazione da “Tomb of the mutilated”, però apprezziamo il confronto, eheh; forse però qualcuno potrebbe notare una citazione o due da “Acts of the Unspeakable” degli Autopsy… Comunque la copertina è stata realizzata da Necromaniac Artwork, a cui abbiamo lasciato per lo più carta bianca, colori esclusi.

A causa della pandemia avete suonato dal vivo soltanto due volte nei due anni di vita del gruppo. La seconda volta è stata recentemente, il 26 giugno. Come è stato risalire su un palco dopo così tanto tempo?
Considerando che per me queste sono state le prime esperienze di musica dal vivo in toto, è stato un sollievo finalmente poter portare la musica degli Spasticus su un palco. Purtroppo sono saltati di nuovo diversi concerti che avevamo organizzato a Palermo e altrove, speriamo di rifarci da Settembre, quando dovremmo aprire per i Mentors qui a Palermo.

Quali sono i vostri progetti futuri?
Abbiamo recentemente finito di registrare i pezzi per uno split con un gruppo death metal italiano molto valido, a breve potremo fornire più informazioni in merito. Inoltre stiamo già lavorando al materiale per il primo full length, che pensiamo di chiudere almeno sul fronte compositivo entro quest’anno. Infine dall’autunno speriamo di poter finalmente organizzare delle date in altre zone d’Italia ed in Europa.

Ophidian I – Spiral to oblivion

ENGLISH VERSION BELOW: PLEASE, SCROLL DOWN!

Provenienti dalla fredda dall’Islanda, gli Ophidian I fin dai primi giorni di vita si sono fissati il chiaro obiettivo di raggiungere le vette più alte del metal tecnico in termini di perizia, arrangiamenti e suono. Dopo l’uscita del primo full-lenght, “Solvet Saeclum”, la band torna con la nuova opera “Desolate” (Season of Mist), probabilmente uno dei migliori album dell’anno.

Benvenuto Daniel (Máni Konráðsson – chitarra), come è nato il nome della tua band e quando avete deciso di creare il gruppo?
Grazie! La band è nata nel 2010 come pretesto per alcuni amici per stare insieme e festeggiare mentre si suonava death metal. Un’attrazione reciproca verso le band death metal tecniche come Necrophagist, Spawn of Possession e Psycroptic ci ha uniti. Una vera e propria riverenza per la musicalità e la qualità del materiale di quelle band è stata determinate. Non molto tempo dopo la formazione ha preso una pausa durante la quale noi membri abbiamo continuato a lavorare su altri progetti musicali nei quali siamo stati in grado di affinare ciascuno dei nostri tratti individuali. L’idea di creare musica tecnica non ha mai lasciato completamente le nostre teste e dopo alcuni anni ci siamo riuniti di nuovo e abbiamo discusso sull’opportunità di creare un po’ di musica insieme sotto la bandiera degli Ophidian I, ma questa volta ricominciando con un nuovo sound, materiale, metodologia e membri. Quindi sostanzialmente consideriamo questa attuale incarnazione come una vera e propria nuova band. Il nome era originariamente il titolo provvisorio per una canzone su cui stavamo lavorando. Il suo suono ci sembrava e ci sembra buono, quindi abbiamo deciso di usarlo anche per il gruppo.

Dopo un album per la SFC Records, è uscito il vostro debutto con la Season of Mist! Come è cambiata la vostra carriera dopo l’accordo con l’etichetta francese?
Lavorare con la Season of Mist è stato assolutamente vitale per portare l’album e la band al grande pubblico. Hanno una squadra fantastica che lavora con noi e non potremmo essere più felici. In questa epoca in cui ci sono tanti modi diversi per far promuovere la tua musica, può essere complicato emergere dalla massa. Avere un’etichetta come la Season of Mist aiuta moltissimo in questo senso. Hanno un talento innato per il business e sanno come gestirlo. Quanto al come è cambiata la nostra storia, per noi è stata una rivoluzione a 180°. Ci stavamo concentrando sulla creazione di “Desolate” e abbiamo pensato che la band richiedeva di essere presentata come una nuova realtà, quindi siamo partiti da zero in termini di marketing.

Che peso dai a ciò che i fan e i critici dicono delle vostre uscite?
Non presto molta attenzione a queste cose. È bello ricevere attenzione e recensioni, ma non le leggo. Sono fiducioso nella musica che facciamo e non sento il bisogno né di gratificazioni né di suggerimenti. Detto questo, è fantastico vedere il nome della band apparire dappertutto, quindi direi che è questa la nostra misura del successo; vedere il nome della band in vari posti e chat.

L’ etichetta descrive il vostro album con queste parole: “”Desolate” piacerà a tutti coloro che cercano il massimo della musicalità militante su tutti i fronti”. Sei d’accordo?
Sì, sosterrei questa affermazione al 100%. Gran parte del nostro suono si basa sulle capacità tecniche e sull’esecuzione corretta di ciascun membro, quindi per coloro che sono attratti da quegli attributi nelle loro scelte musicali, direi che gli Ophidian soddisfano sicuramente questa richiesta.

Avete un un approccio molto tecnico. Quante ore dedicate ogni giorno allo studio dei vostri strumenti?
Dipende su cosa stiamo lavorando e da cosa abbiamo in mente. Prima di registrare “Desolate” ci siamo incontrati il ​​più spesso possibile. Circa 3-4 volte a settimana. Prima degli spettacoli di solito provavamo nei giorni precedenti. In questo momento stiamo solo provando ogni tanto per tenerci in forma (e quando il COVID ce lo permette). Per quanto riguarda la routine di pratica di ognuno di noi nella band, suppongo che siano tutte abbastanza diverse. Per quanto mi riguarda, suono spesso la chitarra durante il giorno, ma non per molto tempo (10-15 minuti in genere). Probabilmente consiglierei a tutti un approccio simile poiché passare molte ore con lo strumento in mano non porta altro che problemi.


La vostra musica è complessa, ma le nuove canzoni durano tutte meno di 5 minuti. Corto è meglio? Come riuscite a racchiudere così tanta abilità in una canzone breve?
È stato piuttosto complicato, ma è sicuramente qualcosa su cui abbiamo deciso consapevolmente di puntare. Volevamo portare un elemento molto tradizionale all’aspetto del songwriting e provare ad applicare motivi e metodi usati nella musica tradizionale/pop/rock per creare le canzoni. Quindi generalmente abbiamo iniziato con una struttura di accordi o hook che poi avremmo sviluppato. Questo in genere ha reso le canzoni più concise in quanto non stavamo accumulando un mucchio di riff casuali che non si adattavano alla canzone. Dopo aver ascoltato alcune tracce, usando questo metodo, ci siamo sentiti molto a nostro agio a lavorare in questo modo. Abbiamo anche deciso di utilizzare l’aspetto tecnico per cercare di portare avanti le nostre aspirazioni per le strutture delle canzoni tradizionali e rendere le caratteristiche orecchiabili e ancora più accattivanti. È stato molto bello farlo perché ci sembrava di aprire un nuovo orizzonte ed essere in grado di applicare direttamente idee e motivi di altri generi: era un mio obiettivo personale che è stato fantastico raggiungere.

Quanto tempo impiegate di solito per scrivere un album?
Dipende da come si incastrano le cose. C’erano canzoni che sono state scritte in una seduta e ce ne sono state altre che abbiamo lasciato cuocere a fuoco lento per alcune settimane. Direi che l’intero processo ci ha richiesto circa 6 mesi probabilmente perché abbiamo fatto demo pre-prodotti prima di provare e rifinire il tutto accordando le canzoni e poi tornando indietro per una demo definitiva. Dopo essere andati avanti e indietro in questo modo un paio di volte per ogni canzone, eravamo pronti per andare in studio.

Amo l’artwork di “Desolate” di Eliran Kantor, mi ricorda le vecchie copertine degli album degli Yes. Di chi è stata l’idea?
Abbiamo portato l’idea a Eliran e lui ha sviluppato alcuni suoi spunti che solo la sua maestria poteva tramutare in realtà. La comunità metal è super fortunata ad avere un grande artista come Eliran che opera tra le sue fila. È davvero di un altro livello. Volevamo che l’artwork rappresentasse il mondo in cui sono ambientate le canzoni. Un mondo simile a quello da cui veniamo (Islanda) ma pur sempre una variante molto diversa, dura e lontana. Eliran ha ottenuto questo effetto quasi esattamente come l’avevamo immaginato.

Avete testato, prima del lockdown, la vostre nuove canzoni sul palco?
Sì, c’erano alcune canzoni, non tutte, che siamo stati in grado di testare e sentire dal vivo. È stato molto bello farlo, dato che l’intero concetto di essere e lavorare in una band ruota attorno alla performance dal vivo. Sono brani fantastici da suonare, difficili ma davvero divertenti!

Come cambia il vostro sound sul palco?
È abbastanza simile all’album, a parte forse gli strati di chitarra. Durante la registrazione dell’album abbiamo deciso di armonizzare molti degli assoli e le chitarre ritmiche, e alcune volte nello stesso momento. Quindi, dal momento che non abbiamo quattro chitarristi nella band, questi effetti non saranno presenti. Tuttavia, le canzoni sono state tutte provate senza le armonie extra, quindi siamo molto contenti anche del suono senza di esse.

Emerging from Iceland, Ophidian I from the first days had clear goal of reaching the apex of technical metal in terms of proficiency, arrangements and sound. After the release of the first full-length, “Solvet Saeclum”, the band is back with the new opus “Desolate” (Season of Mist), probably one of the top album of the year.

Welcome (Máni Konráðsson – guitars), what’s the story behind your band name and its formation?
Thank you!  The band was initially formed in 2010 as an excuse for some friends to get together and party while playing death metal. A mutual attraction towards technical death metal bands such as Necrophagist, Spawn of Possession and Psycroptic brought us together. A reverence for the musicianship and the quality of the material from the aforementioned bands felt very appealing and we all shared that delight. Not long after the band took an hiatus where the members continued to work on other musical projects where we were able to hone in on each of our individual traits. The idea to create technical music never quite left our heads and after some years had passed we got together again and discussed creating some music together under the Ophidian I banner, but this time start anew with a new sound, material, methodology and members. So we essentially view this current iteration of the band as a new band basically. The band name was originally a working title for a song we were working on. The sound of the name felt and looked good to us, so we decided to use it as a band name.

After one album for SFC Records, your debut under Season of Mist  is out! How is changed your career after the deal with the French label?
Working with Season of Mist has been absolutely vital in bringing the album and band to the masses. They have a fantastic team working with us which we couldn’t be happier to be paired with. In this day and age where there are multiple ways of getting your music out there it can be hard to cut through the noise. Having a label such as Season of Mist helps tremendously in that regard. They have an inherent knack for the business and how to operate it. As for how it has changed, it’s a complete 180° for us. We were just focusing on creating ‘Desolate’ and figured the band ought to be introduced as a new one so we started from scratch in terms of a marketing standpoint.

How do you measure the importance of what the fans and critics say about your releases?
I don’t pay attention to it all. It’s great to get attention and reviews, but I don’t read them. I’m confident in the music we make and don’t feel the need for either gratification or suggestions. That being said it’s awesome to see the band name pop-up all over, so I’d say that’s our measure of success; seeing the band name at various places and conversations.

Your label describes your new album with these words: ““Desolate” will appeal to all those who seek peak militant musicianship on all fronts”. Are you agree?
Yes I would back that statement 100%. A big portion of our sound relies on technical abilities and proper executions from each member, so for those that are drawn to those attributes in their musical choices I’d say Ophidian I definitely fulfils that demand.

You have a quite technical level.  How many hours do you spend daily to work on your instruments?
That very much depends on what we’re working towards and what we have coming up. Before recording ‘Desolate’ we got together as often as we could. About 3-4 times a week. Before shows we’d usually rehearse in the days leading up to it. Right now we’re just rehearsing every now and then to keep us in shape (and as COVID allows us). As for the practice routine of each of us in the band, I suppose they are all quite different. Speaking for myself I play the guitar often during the day, but not for very long at a time (10-15 minutes generally). I’d probably recommend a similar approach to others as spending many hours with the instrument in hand brings nothing but problems.

Your music is complex, but the new songs are all under 5 minutes long. Short is better? How do you manage to pack so much skill in a short song?
That was quite tricky but definitely something we made a conscious decision to opt for. We wanted to bring a very traditional element to the songwriting aspect and try to apply motifs and methods used in tradition/pop/rock music to create the songs. So we generally started with a chord structure or a hook we’d then work our way from. This generally made the songs more concise as we weren’t cramming a bunch of random riffs together that don’t fit the song. After we’d gone through a few songs using this method we became very comfortable working like this. We also decided to use the technical aspect to try and further our aspirations for traditional song structures and make the catchy features even more catchy. This felt super good to do as it felt like paving new ground and to be able to directly apply ideas and motifs from other genres was a personal goal of mine that was awesome to achieve.

How long does it usually take you to write an album?
That depends on how well in-the-zone we get. There were songs that were written in a sitting and there were others that we let simmer over a few weeks. I’d say the whole process took us about 6 months probably as we did pre-produced demos before rehearsing and fine-tuning the songs and then went back in for a revised demo. After going back and forth like this a few times for each song we then were ready to head to the studio.

I love “Desolate” artwork by Eliran Kantor, reminds the old covers of Yes albums. Whose idea was it?
We brought the idea to Eliran and he applied some ideas of his own and then brought them to life only him and his mastery could. The metal community is super lucky to have a great artist like Eliran operating within its ranks. He is truly in a league of his own. We wanted the artwork to represent the world in which the songs are set. A world that’s similar to the one we hail from (Iceland) but still a very different, harsh and distant variant. Eliran achieved that almost exactly as we envisioned.

Did you check, before the lockdown, your new song on stage?
Yes, there were a few songs, not all of them, that we were able to test and feel out a bit in a live setting. That felt very good to do as the whole concept of being and working in a band revolves around the live performance. They are awesome to play, really hard but really fun!

How does your sound change on stage?
It’s pretty similar to the album, apart from maybe the guitar layers. During the recording of the album we opted to harmonize many of the solos and the rhythm guitars, and some at the same time. So since we don’t have four guitar players in the band those won’t be present. However, the songs were all rehearsed without the extra harmonies so we are very happy with the sound without them as well.

Crescent – Slaves to the power of death

ENGLISH VERSION BELOW: PLEASE, SCROLL DOWN!

Se state cercando qualcosa di esotico ed estremo, forse i Crescent sono la band che fa per voi. I Crescent sono la prima band death metal egiziana con testi ispirati alla storia egizia e strumenti tradizionali. Il loro nuovo grande album, “Carving the Fires of Akhet”, è uscito da poco per la Listenable Records.

Benvenuto Youssef! Il vostro album precedente ha dato alla vostra band visibilità internazionale, quanto è stato difficile per voi registrare un grande successore per “The Order of Amenti“?
Niente di particolarmente difficile, semplicemente abbiamo iniziato a registrare quando il mondo è stato colpito dalla pandemia e questo non ci ha solamente ritardato, ma ci ha anche ostacolato durante gli spostamenti soprattutto verso lo studio, soprattutto per andare a registrare le parti vocali.

“Carving the Fires of Akhet” è un concept album?
Sì e no. C’è un concept generale che gira attorno alla figura della divinità (Akhet) e lega con un filo i molteplici aspetti che vengono trattati nell’album. Vi consiglio di leggere e assimilare i testi, non vogliamo rovinare l’esperienza a coloro che ci tengono abbastanza da farlo.

Invece, dell’artwork realizzato da KhaosDiktator che mi dici?
Si basa su una reliquia che ha più di 5000 anni ed è la Narmer Palette. Abbiamo deciso di dargli vita, prendendoci delle libertà, ben consci della sua importanza, per adattarla alla contenuta nei tesi.

La pausa tra le vostre ultime due uscite ha segnato la separazione con il vostro storico bassista Moanis Salem e del co-fondatore Amr Mokhtar per motivi personali. Come hanno influito queste due defezioni sul vostro sound?
Non è andata proprio così, Amr ha inciso le linee i batteria prima di lasciare la band e Julian ha giusto impreziosito il tutto aggiungendo le sue idee e il suo tocco. Il nostro compositore principale, Ismaeel, è ancora nella band, quindi nessun cambiamento sostanziale.

Potresti presentare i nuovi membri Stefan Dietz (basso) e Julian Dietrich (batteria)?
Stefan è un nostro buon amico, con il quale condividiamo più o meno gli stessi gusti musicali. Ha 25 anni di esperienza come musicista ed è il chitarrista di Nocte Obducta, Slidhr e Horresque. Inoltre, è stato un live sessionist per Melechesh e attualmente Schammasch. Julian è il nostro membro più giovane e diciamo solo che è un batterista prodigio e il suo lavoro sull’album certifica le sue abilità.


Come si sono ambientati questi due musicisti tedeschi in una band con radici e influenze egiziane?
In fin dei conti, si tratta di una band blackened death metal, quindi abbiamo parlato principalmente la stessa lingua.

Cosa ne pensi delle band non egiziane con un suono influenzato dall’Egitto come i Nile?
Ammetto che non ci pensiamo molto. Ognuno può fare quello che vuole. Per quanto ci riguarda, rispettiamo queste band e i loro successi, ma se dobbiamo fare riferimento a qualcosa di ispirazione egiziana, allora sono gli Iron Maiden di “Powerslave”.

Qual è lo stato di salute della scena metal egiziana oggi, soprattutto dopo la pandemia?
Ce la siamo vista brutta per un po’; sono passati anni senza un vero concerto metal. La scena non sta crescendo, se si esclude il semplice ottenere nuovi follower più giovani ogni giorno. Non possiamo davvero definirla una scena in primo luogo a causa della mancanza di così tanti aspetti che praticamente non esistono nemmeno, ad esempio non c’è quasi nessuna copertura mediatica, nessuna etichetta discografica o riviste. I giovani metallari supportaano a malapena le band locali.

Ci consiglieresti delle band egiziane che ti piacciono davvero?
Osiride e Ahl Sina.

If you are looking for something exotic and extreme, maybe Crescent is the band for you. Crescent is Egypt first death metal band with authentic Egyptian historical lyrical theme and instruments. Their new great album, “Carving the Fires of Akhet”, is out now for Listenable Records.

Welcome Youssef! Your previous album gave to your band international visibility, how difficult was for you to record a great successor to “The Order of Amenti“?
Nothing particularly difficult, simply that we started recording when the world was hit by the pandemic and it didn’t simply delay us, only hindered us at some times with our movement especially to go to the studio to record the vocal parts.

Is “Carving the Fires of Akhet” a concept album?
Yes and no. There’s an overarching concept that deals with the prevailing divinity (Akhet) given the thread of multiple aspects that are dealt with in the album. Reading and digesting the lyrics is recommended, we do not want to spoil that for those who care enough to do it.

What’s about the artwork was done by KhaosDiktator?
It is based on a relic that is over 5000 years old and that is the Narmer Palette. We decided to bring it to life, while taking some liberties, knowing its importance to us, history and how it serves the lyrical themes.

The pause between your last two releases marked the departure of longtime bassist Moanis Salem and co-founder Amr Mokhtar due to personal reasons. How did change your music these two splits?
It didn’t, Amr actually composed the drums before he left the band and Julian implemented his ideas while adding his touch. Our main composer, Ismaeel, is still in the band so no change here.

Could you introduce your new members Stefan Dietz (bass guitar) andJulian Dietrich (drums)?
Stefan is a good friend of ours, with whom we share pretty much the same taste in music. He has 25 years of experience as a musician and is the guitarist of Nocte Obducta, Slidhr and Horresque. Additionally, he was a live sessionist for Melechesh and currently Schammasch. Julian is our youngest member and let’s just say he’s a drumming prodigy and his work on the album attests to his skills.

How did these two German musicians settle into a band with Egyptian roots and influences?
At the end of the day it is a Blackened Death Metal band, so we spoke mainly the same language.

What do you think about no-Egyptian bands with an Egyptian influenced sound like Nile?
We have to say that we do not think much about them. Everyone can do whatever they want. As far as we are concerned, we respect these bands and their achievements but if we have to refer to something Egypt-inspired then it’s Iron Maiden’s “Powerslave”.

What is the state of health of the Egyptian metal scene today, especially after the pandemic?
It has been quite bad for a while; it has been years now without a real metal show. The scene is hardly growing beyond simply getting new younger followers every day. We can’t really call it a scene in the first place due to the lack of so many aspects that basically don’t even exist, for example there is barely any media coverage, no record labels or magazines. Young Metalheads who would also barely support local bands.

Would you recommend some Egyptian bands you really enjoy?
Osiris and Ahl Sina.