Rawfoil – Evoluzione in atto

Attivi dal 2009, i Rawfoil tornano sulle scene con un singolo intitolato “Prowler” (Buil2Kill Records / Nadir Prmotion), trattasi della cover del celeberrimi brano degli Iron Maiden. Abbiamo colto l’occasione, per farci spiegare dal frontman, Francesco Ruvolo, quali siano i progetti della band nell’immediato futuro…

Francesco, davvero grazie per la tua disponibilità a questa intervista, ti do il benvenuto al Raglio del Mulo. Prima di parlare del vostro ultimo singolo, che ne diresti di far conoscere la band ai nostri lettori?
Ciao a tutti i lettori di Raglio Del Mulo e intanto grazie per lo spazio che ci dedicate! Leggo spesso le interviste che fate alle band e le trovo sempre interessanti! Comincio subito, i Rawfoil sono una thrash metal band nata nel 2009, dalla zona nord di Milano. Abbiamo cominciato suonando delle cover di vari artisti, per cercare di trovare il genere che più ci piaceva, e il thrash ha unito subito tutti. Dopo una lunga serie di concerti e di cambi di line up, siamo riusciti nel 2018 a pubblicare il nostro primo album “Evolution In Action” per Punishment 18 Records e all’inizio del 2020 un Ep chiamato “Tales From The Four Towers” uscito per Builtokill/Nadir Records. Entrambi i dischi sono piaciuti molto e sono parecchio seguiti dai nostri fans, cosa che ci rende veramente fieri di noi.

Quali sono i vostri ascolti abituali?
Sarà una risposta molto comune, ma ascoltiamo veramente di tutto! Ed è un nostro punto di forza, anche nella scelta e nella composizione della nostra musica. Per esempio Marco e Tommaso, rispettivamente batteria e chitarra, ascoltano un sacco di generi extreme, tra cui death, deathcore, grind e simili, e infatti queste influenze si sentono parecchio quando viene messa mano da loro nei nostri brani! Ruben e Lorenzo invece, ovvero chitarrista e bassista, variano tantissimo anche su altri generi, come il blues, la fusion e il jazz. Io personalmente apprezzo tantissimo quasi ogni genere, in questo specifico periodo passo volentieri dallo ska-punk al djent, al prog metal più moderno.

Come definiresti il vostro sound? E come è cambiato nel corso degli anni?
Ecco! Questa domanda è insidiosa veramente, perché non so mai come definire il nostro sound nella maniera più ottimale! Diciamo che negli anni ci siamo evoluti – perché invecchiati ci suona male – e abbiamo cercato di migliorare il nostro genere di riferimento, ovvero l’old school thrash metal, in un thrash più moderno, caratterizzato dall’unione di diversi stili. Per fare un esempio, un ascoltatore nei nostri lavori, può trovare spunti death metal, power metal, prog, ma anche riferimenti un po’ più nascosti ad altri generi come il nu metal o il metalcore. Siamo sempre in evoluzione, come indica il nostro primo album, e non è detto che nel prossimo album ci siano anche canzoni ben diverse dal nostro solito genere!

Quali sono le band che vi hanno influenzato maggiormente?
Sono praticamente infinite, direi che non ci sono delle band di riferimento particolari anche perché nella nostra storia abbiamo veramente preso spunto da praticamente ogni genere.
Ti faccio dei riferimenti precisi cosi da darti un idea. In una delle canzoni del prossimo album per esempio, ho preso spunto da alcune canzoni di Al Wilson, cantautore soul degli anni 60-70, mentre per altre ci siamo rifatti molto ai Revocation! Insomma il nostro background è molto vario e ci piace proprio che nei nostri pezzi non ci sia quasi mai un riferimento chiaro, ma un misto di suoni che lasciano all’ascoltatore la libertà di trovare delle affinità personali.

Chi è o chi sono i fautori del songwriting della band? Chi si occupa delle composizioni?
La cosa che ci piace di più nell’ultima line up che abbiamo, è che tutti mettono del loro, non solo nel proprio strumento ma anche negli altri! Questa cosa ci ha uniti parecchio e il risultato che sta venendo fuori spesso è molto più efficace rispetto al passato, dove invece alcuni componenti non mettevano mano o quasi nelle decisioni degli altri. Quando riascoltiamo quello che stiamo facendo ci rispecchiamo molto di più, e sono sicuro che questo metodo lo utilizzeremo anche per i prossimi lavori!

E dei testi che mi dici? Quali sono gli argomenti trattati?
Gli argomenti che trattiamo nei testi, li stabiliamo in base al disco o Ep che facciamo. Per esempio il primo album è un misto di emozioni, storie di vita vissuta e fatti reali successi nel mondo, mentre l’Ep è molto più goliardico, e racconta un immaginario che abbiamo scelto in cui quattro “eroi” vivono delle storie assurde che, oltre a far sorridere, raccontano comunque delle scene interessanti. Poi c’è “Thick Slices” invece che è un chiaro e voluto tributo allo chef Tony della famosa pubblicità dei coltelli Miracle Blade, che ha fatto e fa parte dell’infanzia di tutti quelli che si collegavano alla televisione di mattina!

Il vostro primo (e ad ora unico) full “Evolution In Action” è datato 2018, dopo “Prowler” e il precedente EP “Tales from theFour Towers” uscito nel 2020, state lavorando ad un nuovo album completo? Puoi darci qualche anticipazione sui vostri “movimenti”?
Sì, stiamo lavorando al prossimo album, che speriamo veda le luci proprio questo anno! Abbiamo già praticamente scritto tutti i pezzi e ora ci chiuderemo nella nostra sala prove per affinare il tutto, cosi da partire alla grande nella scelta dello studio di registrazione! Come anticipazione posso dirti che sarà un disco molto più maturo rispetto ai precedenti, e ci siamo messi in gioco parecchio!

Adesso tocchiamo un argomento caldo… quasi tabù, visti i recenti avvenimenti: avete parlato della possibilità di programmare concerti?
Nell’anno appena passato siamo riusciti a suonare qualche volta, divertendoci veramente tanto e dando l’occasione al nostro nuovo membro Tommaso, di fare i suoi primi live, avendo appena 18 anni doveva essere svezzato! Mentre per il primo periodo del 2022, abbiamo pensato di non prendere impegni live proprio per concentrarci a dovere sul lavoro dell’album nuovo! Quasi fatto apposta, anche perché personalmente non vedo la situazione ancora cosi rosea per dei concerti come si deve! Ma speriamo ovviamente che una volta pronti, i nostri live possano essere ancora meglio di prima!

Ho ascoltato il vostro ultimo singolo “Prowler”, che chiaramente tratta una cover degli Iron Maiden, l’ho trovata davvero notevole, eseguita con assoluta maestria. Da cosa nasce l’idea di fare uscire questo singolo?
Ti ringrazio e sono contento che ti sia piaciuta! L’idea nasce dal fatto che volevamo cimentarci in una cover, rendendola nostra, unendo ciò che sappiamo fare a ciò che di grande ha fatto una band come gli Iron Maiden! Siamo stati veramente entusiasti del risultato e lavorare su una cosa del genere ci è piaciuto tantissimo! Abbiamo scelto proprio “Prowler” perché, essendo il primo pezzo del primo album degli Iron, ci siamo immaginati che cosa pensava la gente quando ancora la band era conosciuta a pochi, e mettendo la puntina sul vinile, partiva proprio questa canzone! Ovviamente adoriamo questa band, e speriamo che questo nostro tributo sia gradito a tutti i nostri fans ed a tutti gli amanti degli Iron Maiden!

Time out, Francesco! Ti ringrazio molto per questa piacevole chiacchierata. A te la parola, concludi quest’intervista come vuoi!
Ringrazio tantissimo tutti voi e i lettori! Vi lascio dicendo a tutti che nonostante questi ultimi due anni siano stati un buco nero, con la musica si riesce a risalire da ogni caduta! Non precludetevi la possibilità di ascoltare nuova musica, di conoscere nuove persone e di realizzare sogni e speranze che si sono assopite in questo periodo! E mi raccomando… thrash on!

Aedy – I cantori degli dèi 

Ospiti di Mirella Catena su Overthewall gli Aedy, symphonic metal band di Aosta autrice dell’Ep “Agunor’s Heirs part 2”.

Il nome del gruppo si ispira agli aedi, i cantori dell’antica tradizione greca. Come nasce l’idea della band e perché avete scelto questo moniker?
Emi: L’idea di fondare gli Aedy arriva già nel 2004, quando assieme a Molly si muovevano i primi passi nell’underground di Aosta (all’epoca molto ricco di band rock e metal). Diciamo però che il vero giorno di svolta fu il 1° marzo 2008 quando proposi a Molly di mettere in piedi un progetto di concept music basato proprio sulla saga che stavo scrivendo. Così la scelta del nome è ricaduta quasi immediatamente su Aedy, (aedi) appunto i cantori itineranti della GreciaaArcaica, i quali accompagnati dalla musica narravano le gesta di dèi ed eroi… noi raccontiamo le gesta di dèi ed eroi di una nostra saga fantasy e, quando tornerà possibile realizzare liberamente concerti dal vivo, torneremo a viaggiare portando ovunque potremo la nostra musica e le nostre storie.

Il fantasy è il tema che proponete nelle vostre composizioni musicali, quali sono gli elementi che vi ispirano maggiormente?
Kate: Piccola premessa: tutti i pezzi della band si basano sulla Saga di Ubnor, il romanzo fantasy scritto da Emiliano, il nostro batterista. Detto questo, ci ispiriamo al fantasy soprattutto al livello di personaggi e di contesto (tra i personaggi che vengono presentati nel libro, ad esempio, troviamo draghi, maghi, gnomi, stregoni…). Nell’Ep che abbiamo pubblicato a dicembre, ad esempio, “Emerald Eyes” e “Tail of Fire” sono dedicati a due dei draghi figli di Agunor, Ërdal (drago dei venti) e Mildal (drago del fuoco). Abbiamo poi “Agunor’s Sons Revenge”, che parla della rivincita dei draghi figli di Agunor (padre dei draghi) contro le draghesse nere nelle pianure di Rodröm… “Il Canto”, invece, è una ballad un po’ particolare, si tratta di una filastrocca che parla delle origini degli gnomi della foresta di Koro, ed è la nostra prima canzone in italiano.

Nel 2020 fa ingresso nella band Emiday, cantante di impronta lirica, quali innovazioni significative ha portato agli Aedy ?
Molly: Allora, prima che arrivasse Emiday c’era ancora il vecchio bassista che provava a mettere una linea vocale sui pezzi, ma non era semplice cantare e suonare allo stesso tempo… Così io dissi “aspettiamo ancora due settimane e poi se non troviamo nessuno ci mettiamo a fare brutal death metal così risolviamo il problema della linea melodica” e esattamente due giorni dopo è sbucata fuori Emiday. Lei ci ha dato quello che cercavamo da tempo, melodia e potenza e naturalmente i brani sono stati adattati al suo timbro vocale.

Il 4 dicembre 2021 pubblicate il nuovo Ep legato alla saga fantasy di Ubnor. Ci parlate di questo nuovo lavoro discografico?
Emiday: In realtà questo progetto ha avuto inizio prima de mio arrivo nella band infatti due dei brani dell’ex erano atti imbastiti con il mio arrivo ho contribuito con la linea vocale mentre gli altri due, a parte le musiche anch’esse composte prima de mio arrivo, testi e linea vocale fatti dopo il mio arrivo. Direi che siamo felici di essere riusciti a pubblicare questo sudato Ep anche a causa della pandemia che ci ha visti purtroppo limitato per le registrazioni ma siamo soddisfatti infatti siamo riusciti anche a girare il video di “Emerald Eyes” e in previsione ci sarà un secondo video sempre di un brano dell’Ep. Inoltre stiamo già lavorando al nuovo album…

Dove i nostri ascoltatori possono seguirvi sul web?
Possono seguirci come Aedy su Facebook, aedy_metal su Instagram, attraverso il nostro canale YouTube Aedy Official, su Spotify – e tutte le altre piattaforme digitali – come Aedy.

Ascolta qui l’audio completo dell’intervista andata in onda il giorno 17 gennaio 2021.

Del Norte – Lo/Fi for life

Da poco fuori con il primo full length autoprodotto, i Del Norte sono tra le proposte più interessanti nell’ambito della scena indipendente tricolore. Alternative noise rock di matrice 90’s che trae ispirazione dai riffoni di Nirvana e Dinosaur Jr e dalle melodie di Wavves, con un forte accento sulla componente fuzz e lo-fi. “I Was Badger Than This” è il titolo del loro esordio sulla lunga distanza presentato dalla Doppio Clic Promotions.

Benvenuti su Il Raglio Del Mulo ragazzi, ho molto apprezzato il vostro primo album “I Was Badger Than This” che ho trovato molto in controtendenza rispetto alla maggior parte della roba che si sente in giro, mi raccontate come nasce il sound dei Del Norte?
Ci fa molto piacere! In verità la band parte come power trio con un’attitudine noise / lo-fi abbastanza classica, quindi un sound derivativo che si ispirava comunque a band più recenti, come gli Wavves. Gabba, prima di ogni prova,  ha sempre proposto un sacco di idee di pezzi registrandoli direttamente in casa, con questi suoni lo-fi potenti e sporchi, ma con quel tocco di digitale che li rendeva più eterei. Andando avanti a provarli e suonarli ci siamo accorti che quel sound casalingo ci piaceva un sacco e funzionava veramente con le nostre orecchie, quindi abbiamo deciso di produrre un disco che potesse dare le stesse nostre sensazioni, e ci volevano proprio quei suoni.

Dalle note stampa leggo che avete scelto di registrare tutto da soli –  a parte la batteria – scegliendo volutamente un suono lo/fi ma soprattutto digitale, cosa è cambiato rispetto al vostro Ep del 2017?
Per il primo EP l’intenzione era proprio quella di tirare fuori un suono che ricordasse lo stile grezzo dei Dinosaur Jr e Sebadoh ed è stato un approccio quasi totalmente analogico, dai microfoni vecchi di 50-60 anni al passaggio finale su bobina; per quanto riuscito però mancava qualcosa di più originale, e ispirandoci appunto alle “registrazioni casalinghe” abbiamo fatto le prese di chitarra e basso direttamente da pedaliera a scheda audio, andando a miscelare effetti per renderli più vicini possibile alla nostra idea; le batterie avevano necessità di avere delle prese pulite e fatte bene, ritoccando i suoni eventualmente dopo, da qui la scelta di registrarla in studio, scelta opposta delle voci che sono state letteralmente registrate con il microfono integrato del mcbook (ci piaceva troppo). Per non fare un disastro nelle fasi più delicate ci siamo affidati alle mani e orecchie di Michele Conti al mix e mastering che, capendo da principio la nostra idea, è riuscito a  perfezionare il tutto con la sua esperienza, come la scelta del chitarrone mono al posto della classica doppia presa in stereo, che ha dato una grinta unica al posto del solito suono prodotto “a puntino”.

Le vostre influenze pescano soprattutto da un certo noise/rock figlio dei Dinosaur Jr e dei Nirvana più deviati, ma avete anche altre influenze che non si percepiscono dall’ascolto del disco?
Per non fare appunto i “soliti nomi” possiamo citare sicuramente i primi Flaming Lips (pre-Soft Bullettin), Motorpsycho, Pixies, Verdena, Weezer, Grandaddy, American Football, Camper Van Beethoven, Fugazi, Beastie Boys, John Frusciante, e il nostro preferito: Jimi Hendrix.

Ci sono delle band con cui sentite di avere uno spirito affine?
Per attitudine e stile sicuramente ci siamo molto vicini ai Pavement come gruppo storico, mentre per citare un gruppo più contemporaneo potremmo dire gli Wavves; come gruppo italiano invece i nostri concittadini Soria, che salutiamo!

Il vostro album è disponibile in digitale su Bandcamp e lo avete stampato in musicassetta, una formato che ultimamente sta riprendendo piede, mi volete parlare del perché di questa scelta?
Abbiamo notato che quasi tutti avevano ascoltato l’EP da supporti digitali, scaricato in mp3, da Spotify o da Youtube, anche chi lo possedeva già fisicamente, e, al posto di stampare le solite centinaia di copie masterglass in CD, abbiamo preferito dare un supporto più particolare e caratteristico per il nuovo album. Visti i costi e tempi assurdi per i vinili ci siamo buttati solamente sulle cassette, per rimanere anche più coerenti al periodo storico a cui ci ispiriamo; e poi a dirla tutta l’idea di mettere una produzione così digitale su nastro ci faceva ridere.

Come si vive a Pesaro? A parte il periodo difficile per la musica dal vivo, riuscite ad esibirvi dal vivo con frequenza? 
La cosa assurda della nostra zona è che, per una scena così prolifica, la proposta live nei locali è veramente limitata, specialmente in inverno; per fortuna in estate ci sono diverse iniziative che offrono anche tanta qualità. Purtroppo  sono scomparse diverse bellissime realtà, anche ben strutturate, ben prima del 2020, dovendo fare i conti con tutte quelle che sono le difficoltà del caso (sempre maggiori).  Noi “pesiamo” parecchio le date, anche troppo, ed’è sicuramente ora che torniamo a fare casino sui palchi più spesso.

Raccontatemi uno degli aneddoti più curiosi che vi è capitato suonando in giro come band.
Questa è sicuramente la più divertente, anche se non è qualcosa di cui andare troppo fieri: eravamo primi in scaletta nel palco secondario di un festival e abbiamo iniziato come da programma a suonare in pieno pomeriggio; intanto nel main stage c’erano ancora Blixa Bargeld e Teho Teardo che non avevano finito i suoni della loro sezione archi, erano molto arrabbiati, e volevano le nostre teste.

Per il futuro avete intenzione di mantenere la vostra etica del Do it Yourself o magari farvi affiancare da qualche etichetta?
Mettiamola così: siamo felicemente single ma se qualcuno si mostra interessato possiamo uscire e vedere come va!


Leta – Urla dal rogo

I Leta nascono nel 2016 per volontà di un manipolo di artisti salentini già attivi in passato in altre realtà (Muffx, Hopesend, Impero delle Ombre, Witchfield, Ghost of Mary, Burning Seas, Serial Vice). Ci son voluti ben cinque anni per ascoltare l’esordio discografico “Condemned to Flames”, album che riprende la tradizione doom italica e l’arricchisce con spunti, blues, prog e psichedelici. Abbiamo chiesto ad Ilario Suppressa di presentarci questa nuova creatura…

Ciao Ilario, prima di passare alla disamina del vostro album d’esordio, “Condemned to Flames”, ti andrebbe di ripercorre le fasi della storia dei Leta precedenti alla pubblicazione del disco?
Ciao a tutti i seguaci di Il Raglio del Mulo… oggi il mulo che raglia sono io! I Leta nascono da un incontro in sala prove con due vecchi amici con cui pur condividendo tanti concerti, viaggi, sbronze ed altro, non avevo mai suonato. Fu il bassista Gabriele Tarantino a chiamarmi dicendomi che doveva incontrarsi con il batterista Damiano Rielli in sala prove per divertirsi un po’ e dopo un seducente “dai vieni anche tu” mi sono unito alla compagnia. Gabriele all’epoca non aveva una band a differenza di me e Damiano già impegnati con altri progetti, ma aveva molte idee, e ce le ha proposte subito, e da quella che doveva essere poco più di una jam session uscimmo già con un paio di brani, da lì in poi si è creata una certa intesa tra noi, sia sul sound che sulle tematiche horror, tanto che il moniker Leta è venuto fuori riprendendo una vecchia “leggenda” delle nostre parti, ed abbiamo cominciato a comporre mentre cercavamo un cantante. A chiudere la formazione arrivò Lorenzo Latino (voce e chitarra dei thrasher salentini Speadfreak), a lui piaceva l’idea di cimentarsi in qualcosa che amava ma che non aveva mai cantato, e ci siamo subito trovati! Con lui alcuni brani hanno preso davvero forma, e ha contribuito con diversi testi, ma purtroppo dopo pochi mesi fu costretto a lasciare la band. Ci siamo rimessi alla ricerca di un vocalist mentre continuavamo a comporre e finalmente abbiamo trovato la persona giusta: Giacomo Albanese, già voce dei Serial Vice (heavy metal). Con lui abbiamo finito di comporre i brani del nostro primo album, che purtroppo ha tardato più del dovuto ad uscire a causa dei vari blocchi dovuti al covid, i concerti su tutti! Per una band underground qualsiasi sappiamo già che è difficile, per una band al primo album senza poter fare quei pochi concerti che riusciamo a fare lo è di più, ma finalmente “Condemned to Flames” è uscito.

Da un punto di vista musicale vi rifate alla scuola doom italiana, capeggiata da Paul Chain e ben rappresentata da due band nelle quali hai suonato, come Impero delle Ombre e Witchfield. Nei momenti più epici mi avete anche ricordato i Doomsword, per esempio. Allora ti chiedo, perché avete scelto proprio il doom come genere e come mai proprio il filone riconducibile alla scuola italiana?
Per quanto riguarda il doom è quello che volevamo fare fin dal primo incontro: io e Damiano suonavamo già con altri gruppi di tutt’altro genere, ma era qualcosa che volevamo fare, e Gabriele che da sempre è un appassionato del genere è stato l’anello di congiunzione! Personalmente avendo già suonato in passato con L’Impero delle Ombre, ed avendo partecipato al primo album dei THC Witchfield, quel genere era qualcosa già ben radicato in me, quindi il tutto è stato abbastanza naturale. Riguardo la nostra riconducibilità alla scuola italiana credo che derivi semplicemente dai nostri ascolti e dal nostro background, anche se non ci siamo mai prefissati di somigliare a qualcosa o qualcuno in particolare.

Non mancano nel disco neanche capatine in ambito blues, psichedelia e progressive. Queste influenze, in che modo arricchiscono la matrice doom del vostro sound?
Sono influenze anch’esse sicuramente riconducibili ai nostri ascolti, che ovviamente non si fermano ai grandi del dark sound italico, ma toccano ovviamente anche i grandi classici del rock degli anni 70, quindi blues, psichedelia e progressive sono spuntati da soli nei nostri brani, sinceramente non saprei se, come o cosa arricchiscono, suoniamo ciò che ci piace… come ho detto prima, il tutto è stato abbastanza naturale.

Non mancano i richiami, ovviamente, ai Black Sabbath, possiamo considerare “Liquid Specter” la vostra “Planet Caravan”?
I richiami ai Black Sabbath credo che siano in tutto il nostro disco, come in tutto ciò che ho sempre suonato, anche nei generi più disparati, i Black Sabbath sono i Black Sabbath, non lo scopro certo io, comunque l’accostamento non può che onorarci. La musica di “Liquid Specter” è di Gabriele, ma già dal primo ascolto jammando in casa con strumenti acustici io l’ho immaginata suonata come “Planet Caravan”, poi in sala prove ha preso anche altre direzioni e ne è venuto fuori un brano forse un po’ fuori dai canoni del doom, ma che comunque ha un evidente legame col nostro sound.

Avete optato in generale sulla lingue inglese, anche se poi in “Nessun’alba”, per esempio, avete utilizzato l’italiano. Questo brano resterà un caso isolato o credi che in futuro il nostro idioma potrà trovare più spazio nei vostri brani?
Sull’uso della lingua in realtà all’interno della band ci sono due scuole di pensiero opposte, “Nessun’alba” l’ho scritta io quindi è palese la mia posizione, ma in realtà nella band ognuno porta il suo contributo e le proprie idee molto liberamente, e altrettanto  liberamente vengono fuori, non abbiamo ancora una regola fissa in proposito, ma sicuramente questo brano non sarà un caso isolato.

L’uso della lingua mi porta direttamente a chiederti: di che cosa parlano i vostri testi?
I testi sono di matrice horror, e anche se non si può parlare di un vero e proprio concept, in “Condemned to Flames” molte liriche sono collegate tra loro, e raccontano di Leta… o del suo fantasma.

In particolare, a cosa fa riferimento il nome della band?
Appunto, Leta è il nome della protagonista di una vecchia storia di Mesagne (BR), paese in cui vive il nostro batterista Damiano. Si narra che Leta, di famiglia nobile, era innamorata di un giovane di un ceto sociale più basso, e come in tante storie che narrano di amori impossibili, ceti sociali opposti e famiglie avverse, i fratelli di lei per punire l’affronto finirono col bruciare la giovane in un forno, e da allora il fantasma di Leta si aggira nei paraggi. La storia ci ha affascinato, foneticamente ci piaceva, quindi abbiamo deciso che quello sarebbe stato il nome della band.

Sul disco compaiono diversi ospiti, ti andrebbe di presentarli?
Con molto piacere, sono tutti grandi musicisti e grandi amici! Il singolo “Whispers in the Darkness” già pubblicato su Youtube è l’unico brano del disco in cui non appaiono ospiti: su “Reality” c’è il percussionista Tiberio Pati che suona su una parte del brano decisamente psichedelica nel suo tribalismo, poi in “My Moon” ci sono i fratelli Cardellino de L’Impero delle Ombre, John con l’interpretazione della parte centrale del brano, e Andrea con un solo di chitarra in chiusura. Nella title track c’è il contributo di Daniele Rini (Ghost of Mary, Maysnow ed altri progetti) con le sue scream vocals nel ritornello, ed anche un bellissimo solo di organo ad opera di Gabriele “Leslie” Saracino, un amante delle sonorità seventies che milita in diverse cover band di Deep Purple, Doors e roba “coetanea”. In “Nessun’alba” c’è il solo finale di chitarra suonato da Mirco Minosa, il chitarrista della prima formazione degli Hopesend, la mia thrash metal band: questo brano è nato proprio da una mia visione di un riff che fece Mirco in sala prove ai tempi degli Hopesend, quindi ho pensato subito a lui per far chiudere il cerchio. Nella conclusiva “Liquid Specter” compaiono ancora Tiberio Pati alle percussioni che accompagna delicatamente il brano, e Gabriele “Leslie” con tastiere e synth che da quel tocco di psichedelia pura, per poi arrivare nel solo finale dato dalla suadente chitarra di Luigi Bruno (Muffx) che chiude l’album.

Il disco è uscito a fine dicembre, quali traguardi vi piacerebbe in questo 2022 grazie a “Condemned to Flames”?
Più che dei traguardi abbiamo degli obbiettivi: è in progetto un videoclip per il lancio del nostro secondo singolo, poi ovviamente continueremo con la composizione dei brani per il prossimo lavoro… e siamo già a buon punto. Forse l’unico traguardo che ci piacerebbe raggiungere nell’anno appena iniziato è quello di riuscire a portare il nostro disco dal vivo! Per noi la sede live è quella più importante, ed è quella che ci è mancata di più negli ultimi anni, sappiamo tutti perché speriamo davvero di tornare presto su un palco, poi il resto si vedrà!

Bjorn Englen – The bass of God

ENGLISH VERSION BELOW: PLEASE, SCROLL DOWN!

La storia di Bjorn Erik Englen è ricca di talento e grandi nomi. Dopo la sua partenza dalla Svezia, ha suonato il basso per i Quiet Riot, per il cantante di MSG e Survivor Robin McAuley, per Yngwie Malmsteen, Uli Jon Roth e Tony MacAlpine. Attualmente è il bassista di Soul Sign e Dio Returns / Dio Disciples.

Benvenuto Bjorn, hai iniziato la tua carriera musicale come batterista nel 1984, chi ti ha introdotto al basso?
Tutti sceglievano la chitarra o la batteria, ma io pensavo che il basso fosse il più figo, quindi ho puntato tutto su quello strumento e non me ne sono mai pentito. In realtà, nessun bassista in particolare mi ha spinto a iniziare, ero semplicemente attratto dallo strumento e dal suo suono.

Quando nel 1993 ti sei trasferito a Los Angeles, avevi già un contratto con i Quiet Riot o hai lasciato la Svezia senza una band?
Sono venuto qui da senza nulla di concreto. Mi sono alzato e partito. Penso che è quello va fatto quando hai un sogno, invece di aspettare il momento giusto o un ingaggio.

Perché nella primavera del 1995 hai deciso di tornare in Europa e di fondare i Soul Sign?
Non sono mai tornato in Europa, anche se ho fondato la band con il mio buon amico chitarrista svedese Magnus Andersson. Tutto è iniziato a Los Angeles.

Secondo la tua biografia, dal 2004 al 2006 l’esperienza che hai maturato con i Bleed, la band che includeva il cantante degli MSG/Survivor Robin McAuley, è stata un punto di svolta per la tua vita e carriera, perché?
Ho lavorato come turnista dal 1996 fino a quel momento. Sono felice di averlo fatto perché ho suonato tutti gli stili e sono cresciuto molto come musicista , ma ero esausto e avevo bisogno di ritrovare me stesso e la vera gioia di suonare. Lavorare con Robin, Dave (Bates) e gli altri è stato davvero tonificante e molto divertente. Ha riacceso la mia carriera e poco dopo, nel 2007, ho iniziato a suonare con Yngwie Malmsteen e, dopo una lunga pausa, ho ricominciato a lavorare con i Soul Sign quello stesso anno.

Ricordi la prima volta con Yngwie Malmsteen e com’è stato lavorare con lui dal 2007 al 2012?
Ero a uno dei suoi sound check nel 2005 quando mi è stato detto di prendere il basso e suonare. Abbiamo davvero fatto faville, invece il nostro primo spettacolo è stato senza provare al NAMM nel 2007. Mi sono divertito moltissimo a lavorare con lui e non ho mai avuto problemi

E che mi racconti di Uli Jon Roth e Tony MacAlpine?
Uli ha visto il mio primo spettacolo con Yngwie ed è rimasto colpito. Abbiamo continuato a incontrarci al NAMM un milione di volte nel 2009 e nel 2010, così mi ha chiesto di fare una jam al NAMM con lui. Da lì in poi ho suonato con lui fino al 2013. È fantastico suonare con lui. Nella band di Uli ho incontrato Mark Boals che ora è il cantante dei Soul Sign. Mark mi ha presentato Tony MacAlpine. Ho suonato con lui per 7 anni. Siamo ancora grandi amici e lo vedo abbastanza spesso. Nel 2011 sono stato contemporaneamente nelle band di Yngwie, Tony e Uli. Un sacco di canzoni e note da provare e ricordare!

Come sei arrivato ai Dio Disciples?
Conoscevo il chitarrista Craig Goldy da quasi 20 anni, e io e Ripper Owens eravamo insieme nella band di Yngwie. Nel corso degli anni avevo anche lavorato/parlato brevemente con alcuni degli altri membri, quindi quando stavano cercando un bassista mi hanno chiamato.

Cosa hai provato a suonare il basso ogni sera sullo stesso palco con l’ologramma di Ronnie James Dio?
È stato fantastico e un ottimo modo per i fan di vivere ancora la band con la voce di Ronnie. La sua voce proviene da registrazioni dal vivo, quindi si sente e suona alla grande. Il fatto che tutti gli altri siano stati nei Dio per 20 anni spiega come suoniamo. Penso che Ronnie ne sarebbe orgoglioso.

Il tour dei Dio Returns è stato controverso, alcuni fan dei Dio non hanno apprezzato questo tipo di operazione. Hanno detto che era solo una mossa commerciale. Qual è la tua idea su queste cattive opinioni?
Certamente NON è stata una mossa di commerciale. Wendy (Dio) ci ha speso una fortuna ed è stato tutto fatto con amore e con la volontà di mantenere viva la memoria di Ronnie. Se a qualcuno non piace l’idea, può semplicemente non comprare il biglietto. Le persone che sono venute l’hanno adorato e abbiamo riempito ogni luogo.

Dopo tutte queste fantastiche pagine del tuo passato, cosa hai in serbo il futuro per Bjorn Erik Englen?
Un nuovo disco dei Soul Sign nel 2022. Abbiamo una formazione fantastica e siamo tutti molto orgogliosi dell’album. Anche un grande disco con i Of Gods & Monsters e, si spera, un tour con i Dio Returns.

Alex Solca ©

The story of Bjorn Erik Englen is rich of talent and big names. Following his departure from Sweden, he played bass for Quiet Riot, MSG / Survivor singer Robin McAuley, Yngwie Malmsteen, Uli Jon Roth and Tony MacAlpine. He is currently the bass player for Soul Sign and Dio Returns / Dio Disciples.

Welcome Bjorn,  you started your  musical career as a drummer in 1984, who did introduce you to bass?
Everyone picked up the guitar or drums but I though bass was the coolest so that’s what I went for and never looked back. At first no particular bassist inspired me to start other than being attracted to the instrument and it’s sound.

When in 1993 you re-located to Los Angeles, did already had a deal with Quiet Riot or did you left Sweden without a band?
I came by myself without a gig. Just got up and left. Think that’s what you gotta do when you have a dream, as opposed to waiting for the right moment or a gig.

Why in the spring of 1995 did you decide to back in Europe and to found your own band Soul Sign?
I never moved back to Europe, although I started the band with my good friend Swedish guitarist Magnus Andersson. It was all started in Los Angeles.

According to your biography, from 2004 to 2006 the Bleed experience, the  band including MSG/Survivor vocalist Robin McAuley, was a turnaround point in your life and career, why?
I had worked as a session player from 1996 until then. I am grateful for that as I played all styles and really grew as a player, but I was burned out and needed to find myself and the true joy of playing again. Working with Robin, Dave (Bates) and the others was really refreshing and a lot of fun. It sparked my career again and shortly after in 2007 I started playing with Yngwie Malmsteen and also, after a long break, started working with Soul Sign again that same year.

Did you remember the first time with Yngwie Malmsteen and how was to work with him from 2007 to 2012?
I was at one of his sound checks back in 2005 when I was told to grab the bass and jam. We really clicked, and then my first show was without rehearsal at NAMM in 2007. I had a great time working with him and never once had an issue.

And what’s about Uli Jon Roth and Tony MacAlpine?
Uli watched my first show with Yngwie and was impressed. We kept running into each other at NAMM a million times in 2009 and in 2010 he asked me to do a NAMM jam with him. From there on I played with him until 2013. He is a blast to play with. In Uli’s band I met Mark Boals who is now the singer in Soul Sign. Mark introduced me to Tony MacAlpine. I played with him for 7 years. We are still great friends and I see him quite often. In 2011 I was concurrently in Yngwie’s, Tony’s and Uli’s band. Lots of songs and notes to rehearse and remember, LOL.

How did you reach Dio Disciples?
I had known the guitarist Craig Goldy for nearly 20 years, and Ripper Owens and I were in Yngwie’s band together. I had also briefly worked/spoken to some of the other members through the years, so when they were looking for a bassist they asked me.

What did you feel to play your bass every night on the same stage with Ronnie James Dio hologram?
It’s awesome and a great way for the fans to still experience the band with Ronnie’s vocals. His vocals are from live recordings so it feels and sounds great. The fact that all the others were in Dio for 20 years shows in how we sound. I think Ronnie would be proud.

The Dio Returns tour was controversial, some Dio fan didn’t appreciate this kind of operation. They said was just a business move. Which is your idea about these bad opinions?
It certainly was NOT a business move. Wendy (Dio) spent a fortune on it and it was all done with love and to keep Ronnie’s memory alive. If someone doesn’t like the idea, then don’t buy a ticket. The people who came loved it and we packed every venue.

After all these great pages from your past, what’s next for Bjorn Erik Englen?

A new Soul Sign record in 2022. We have a great line up and are all very proud of the album. Also a great record with Of Gods & Monsters, and hopefully a Dio Returns tour.

Luca Di Gennaro – Il secondo avvento

Luca Di Gennaro ha legato il proprio nome a quello dei progster nostrani Soul Secret e ha collaborato con svariate band – Subsignal, Seven Steps To The Green Door e TDW – durante tutto l’arco della propria carriera. Dopo questo cammino, che è stato particolarmente formativo, ha deciso di compiere il fatidico passo dell’album solista, rilasciando nei primissimi giorni del 2022 per la finlandese Lion Music Records il lavoro autografo “The 2nd Coming”.

Ciao Luca, dopo diversi album con svariate band arrivi al tuo esordio solista con “The 2nd Coming”. Cosa ti ha spinto a questo passo?
Ciao Giuseppe e grazie innanzitutto per lo spazio dedicatomi. Mi è sempre piaciuto scrivere musica: lo trovo stimolante, divertente e gratificante. L’idea di creare un disco solista risale quasi all’inizio del mio percorso musicale, ma la spinta a pubblicarne uno – e quindi a formalizzare il progetto – è stata del mio amico Davide Guidone, manager della mia band Soul Secret. Composi “Chasing Next” e gliela feci sentire. Lui mi chiese quanti brani di questo tipo avessi a disposizione ed io risposi che al momento era l’unico. La sua risposta fu: “Fanne altri 6 o 7 e li pubblichiamo”. Aggiungici il fatto che amo le sfide, ed ecco qui “The 2nd Coming”.

I brani che sono entrati nel disco provengono da registrazioni e bozze precedenti, accumulate negli anni, o sono abbastanza recenti?
Sono quasi tutti brani i cui primi provini risalgono al 2008/2009. Quello di “Into the Rainfall” risale a qualche anno prima, non ricordo di preciso ma forse addirittura ai primi anni del 2000. Il perché ci siano voluti anni e anni è presto detto: volevo occuparmi personalmente dell’intera catena di produzione del disco ed inizialmente tutto suonava come una demo. Capii che per acquisire le competenze che mi permettessero di far suonare i brani così come desideravo ci sarebbero voluti tempo ed esperienza. Ho quindi studiato passo dopo passo tutti gli aspetti che ritenevo opportuni, come ad esempio missaggio e mastering, ed ho immagazzinato svariate esperienze durante questi anni, tra cui la collaborazione con Moog Music, i lavori con band straniere, la produzione di 5 dischi della mia band e di colonne sonore per videogiochi. Oltretutto, la musica non è il mio lavoro principale ma la mia più grande passione, quindi i tempi sono stati più lunghi. Alcuni brani hanno subìto modifiche anche importanti nel corso degli anni e, alla fine, solo oggi li sento così come volevo all’inizio. È stato un percorso lungo e soddisfacente che mi ha arricchito moltissimo.

Come cambia il tuo modo di comporre ed eseguire i brani quando lavori “in proprio” e quando lo fai in una band?
Nella scrittura solista si ha il vantaggio principale di avere una sola linea guida dettata dal proprio gusto, dovendo avere a che fare soltanto con la persona che dovremmo conoscere meglio e cioè noi stessi. Ovviamente hai più libertà ma anche più responsabilità perché tutto è sulle tue spalle. Nella scrittura di gruppo, invece, interagisci con altre persone che hanno le loro ispirazioni, i loro momenti e le loro convinzioni. Se tutti questi venti soffiano nella stessa direzione, il prodotto finale è più ricco, e l’ascolto critico di più persone aiuta la scrematura.

Quali musicisti hanno collaborato con te nel disco?
Li cito in ordine di apparizione. Alfonso Mocerino, batterista fenomenale dei Temperance e Starbynary, ha registrato tutte le parti di batteria acustica in sei degli otto brani. Sapevo che affidargli il compito sarebbe stata una mossa vincente, conoscendolo da tanti anni, ma non potevo immaginare che addirittura avrebbe fatto tutto in due giorni! Un vero professionista. David Wise, straordinario compositore inglese di fama mondiale per i suoi contributi nell’ambito dei videogiochi (Donkey Kong Country, Starfox Adventure, Battletoads etc.), ha registrato un assolo di sassofono contralto sul brano “Into the Rainfall”. Ogni volta che lo ascolto ho la pelle d’oca, pensando a quanto la sua musica abbia influenzato i miei gusti ed il mio stile. Nella title-track del disco sono presenti tre fantastici assoli di chitarra da parte di Maria Barbieri, chitarrista eccezionale che vanta citazioni da parte di capisaldi del genere come Robert Fripp, Franco Mussida e Steven Wilson, Stefano Festinese, chitarrista dei The A-renella Team e mio grandissimo amico, e Frank Cavezza, chitarrista dei Soul Secret, compagno di avventura e musicista di primissimo livello.

Facciamo un gioco: immaginando, un secondo disco solista e potendo contare su un budget illimitato, quali musicisti ti piacerebbe avere sul tuo album?
Devo necessariamente aggiungere una regola al gioco: escludo dalla lista i musicisti con cui suono attualmente nei Soul Secret perché sono tra i miei preferiti in assoluto e le risposte sarebbero troppo ovvie (ride, ndr)! Detto questo, vediamo… alla batteria chiamerei Gavin Harrison, al basso Tony Levin, alla chitarra Marco Sfogli, alla voce Russel Allen e, ovviamente, l’intera Orchestra Sinfonica di Londra!

Domanda a bruciapelo: ti consideri un virtuoso?
No, perché lo considero un punto di arrivo. Ho ancora un’infinità di cose da scoprire e imparare. Al momento, possedere la tecnica per eseguire ciò che di volta in volta ho in mente e canalizzare il resto delle forze nella creatività e nella scoperta di nuova musica è ciò a cui mi sto dedicando.

Il disco è molto vario, questo risultato è una scelta voluta o è il frutto dell’istinto?
Frutto dell’istinto, in quanto mi piace suonare ed ascoltare di tutto. Come dicevo prima parlando di David Wise, i videogiochi hanno avuto una grande influenza sui miei gusti musicali. Quelle colonne sonore contengono davvero di tutto, poiché devono adattarsi a miriadi di situazioni diverse, e questa ricchezza di ascolto nella mia “adolescenza musicale” mi ha permesso l’ascolto dei generi più disparati senza alcun pregiudizio.

Mi incuriosisce il titolo “The 2nd Coming”, lascia più pensare a un secondo disco che a un esordio (anche se da solista). Mi spiegheresti questa scelta?
Il titolo fa riferimento al mio approccio alla musica. A casa c’erano vari strumenti musicali ed un giorno per scherzo imbracciai la chitarra classica. I miei genitori mi incoraggiarono a prendere lezioni, che però non portarono a risultati immediati. Mi avvicinai allora al pianoforte, ma persi l’interesse dopo un anno. Con il senno di poi ho capito che queste due esperienze erano dei semi giusti che non attecchivano perché il terreno era sbagliato. Fu quando un amico del liceo mi prestò un album strumentale prog metal che ebbi la rivelazione: ecco dove mi sarebbe piaciuto applicare tutte quelle conoscenze acquisite! Ripresi lezioni di pianoforte e mi interessai da autodidatta allo studio degli altri strumenti. Il mio ingresso nel mondo della musica è quindi riconducibile ad un primo tentativo blando e poi ad un “secondo avvento”: la chitarra e poi il pianoforte, la musica classica e poi la musica rock. La copertina del disco e la title-track giocano su metafore attinenti a questa storia personale.

Hai intenzione di proporre questi brani dal vivo o resta un progetto da studio?
Non ci ho ancora pensato, sicuramente dipenderà dall’interesse che ci sarà attorno al disco. Di sicuro posso dirti che i brani non sono stati pensati per un’esecuzione fedele dal vivo e ci sono talmente tante tastiere in contemporanea che la gente chiamata a suonare sul palco sarebbe davvero troppa (ride, ndr). Vedremo! Spero innanzitutto di poter tornare sul palco quanto prima: come diceva il mio maestro di pianoforte, “suonare significa suonare dal vivo”.

Carlo Masu e Le Ossa – La resa dei conti

Tra le cose più belle ascoltate lo scorso anno c’è l’esordio di Carlo Masu e Le Ossa, “Ombre di un Corpo Estraneo” (Seltz Recordz, ViceVersa Records, Bare Bones Productions, Metaversus Pr). Si tratta del progetto (semi) solista di Carlo Masu, celebre per la sua militanza dei CUT, che in una dozzina di tracce si mette nudo per mostrare muscoli, ossa e anima.

Ciao Carlo, le note promozionali partono con una citazione da “Q” di Luther Blisset: “Qualcosa che aspetta da vent’anni. Quando i muscoli cominciano a irrigidirsi e le ossa fanno male, i conti rimasti aperti diventano più importanti delle battaglie e delle strategie”.  Quali sono i tuoi muscoli irrigiditi e le tue ossa doloranti che ti hanno spinto all’azione?
Innanzitutto vorrei precisare che la frase estrapolata da “Q”, un libro che adoro, è decontestualizzata ma descrive magnificamente quello che mi ha spinto a portare a termine questo disco. I semi di quanto è stato trasposto su disco sono stati piantati più di venti anni fa. Il tempo e le esperienze hanno fatto perdere di tonicità sia alle energie fisiche che alla capacità di adattamento emotivo alla contemporaneità, per cui fanculo la battaglia del voler essere a passo coi tempi e fanculo a tutte le strategie che stanno dietro alla comunicazione ipertrofica di questa contemporaneità. Per rispondere alla tua domanda, i muscoli irrigiditi sono quelli dello scatto in avanti e le ossa che fanno male sono le sedimentazioni che questi appunti sonori e scritti hanno lasciato nella mia anima senza trovare uno sfogo fino al momento della produzione di questo disco.

Ragionando per inverso, si potrebbe anche evincere che le tue uscite con i CUT siano state delle battaglie approcciate in modo strategico: è così? E perché hai deciso di cambiare metodo per il tuo esordio da solista?
I CUT sono nati per pura passione. Nei primi anni siamo stati parecchio impegnati nella strategia per affrontare le battaglie che la nostra provincia dell’Impero ci imponeva. Abbiamo dato vita ad un’etichetta, Gamma Pop, che aveva l’intento di essere un’alleanza per affrontare al meglio le battaglie che ogni gruppo coinvolto avrebbe trovato nel suo percorso. Per qualche anno riuscimmo a fare questo in Italia, il rammarico più grande è stato non riuscire a fare sistema con altre realtà italiane nostre sorelle nel superare la dimensione prettamente nazionale. Dopo quell’esperienza abbiamo lasciato, solamente, che la nostra passione e l’etica dell’impegno verso ciò che facciamo ci guidassero e ci portassero avanti, consentendoci di continuare a godere ogni volta che abbiamo la possibilità di coinvolgere il pubblico nei nostri concerti. Da questo punto di vista, non penso di avere cambiato metodo di “approccio alla battaglia”, fondamentalmente non mi interessa molto di vincere o non perdere. Mi interessa riuscire a vuotare il sacco delle mie passioni e delle mie tensioni interiori ogni volta che affronto la materia musica e quando per qualche motivo questo non avviene mi assale una sensazione amara di frustrazione.

Ma possiamo parlare di Carlo Masu e Le Ossa come un progetto solista o si tratta di una vera e propria band?
Inizialmente diedi al progetto un nome da band con un rimando al mio cognome, ma non mi sembrava adeguato. Ho pensato, così, all’immagine delle ossa che sorreggono quell’ammasso di muscoli, nervi, sangue e bile che sono i nostri corpi. Per questo disco ho tenuto il mio nome perché sia il materiale sonoro che l’immaginario di riferimento sono quasi interamente proposti o sviluppati da me. Ma se questo progetto, come mi auguro, andrà avanti, a quel punto potrebbe mutare forma e diventare maggiormente corale e quindi, come avviene in natura, l’individuo si dissolve e rimangono solo Le Ossa.

Ci presenteresti Le Ossa?
Più che volentieri… Inizio da Mariagiulia Degli Amori, non solo per galanteria ma per l’apporto decisivo che ha dato nel suo discreto evidenziare dei difetti di forma e nel restituire, con la sua sconfinata musicalità, tutta quella gamma di colori di cui avevo bisogno nel realizzare il disco. Ha suonato le percussioni e cantato nella Mandria, la band che accompagna Iosonouncane in IRA e avrebbe dovuto suonare anche nei concerti che dovevano accompagnare l’uscita del disco se non si fosse messa di mezzo una pandemia mondiale. Avevo bisogno di un batterista che si mettesse a disposizione nel produrre un drumming percussivo ma minimale e così ho coinvolto Stefano Orzes che ha assolto in maniera eccelsa a questo compito. Per un batterista non è semplice trattenere la fisicità che lo strumento richiama, ma Stefano ha avuto molta pazienza e mi ha aiutato a dare ordine alle mie idee ritmiche spesso naif. D’altronde, le sue esperienze con Eveline, The Crazy Crazy World Of Mr. Rubik e le sue capacità di mettersi a disposizione per tanti altri progetti musicali lo hanno reso materiale solido ma duttile. Peppe Randazzo è una di quelle persone che, nel momento in cui è coinvolto in qualsiasi cosa, che sia una conversazione o la progettazione di un programma di ricerca sperimentale per l’educazione delle nuove generazioni del pianeta, non si risparmia nell’amalgamare il gruppo e dare solidità al contesto, tutto ciò di cui avevo bisogno quando in fase di arrangiamento ci siamo accorti che avremmo avuto la necessità di un basso. Basso che suona egregiamente negli Entrofobesse da svariati anni.

Ho anche letto che il tema dell’album gira attorno al concetto “Ogni uomo uccide ciò che ama” (Oscar Wilde). Come dobbiamo interpretare questa frase, come sacrificio propiziatorio (mi viene in mente Abramo) o necessità figlia di un raptus?
Penso sia della condizione umana vivere un rapporto ambivalente con tutto ciò che ci nutre, sia dal punto fisico che spirituale e così l’amore che ci muove e per il quale ci arrabattiamo, diventa anche ciò che uccide il nostro egocentrismo (accezione positiva) o che siamo pronti ad uccidere per soddisfare la nostra voglia di potere e di controllo (accezione negativa). Inoltre, non nascondo il ruolo centrale avuto dall’album Each Man Kills The Things He Loves di Gavin Friday nella realizzazione di Ombre di Un Corpo Estraneo. Naturalmente, non voglio minimamente paragonarli ma la sua fonte d’ispirazione sfocia nel ritornello di On Air, dove la frase di Wilde viene citata come già era stata citata dall’ex Virgin Prunes nel suo disco solista.

Abbiamo parlato di cosa ti ha spinto a creare questo disco, ma i pezzi, dal punto di vista procedurale, come sono nati?
E’ stato un processo molto lento e disarticolato. Gran parte del materiale affonda le sue radici nei miei primi anni di università a Bologna, quindi la prima metà degli anni novanta. Poi li avevo abbandonati alle correnti dei destini temporali. Un anno dopo la separazione dalla mia ex compagna e madre dei miei due figli, ho pensato di digitalizzare quegli appunti sparsi in varie cassette, rendendomi conto che mi parlavano e parlavano di me ancora in maniera più vera e coerente di allora e quindi ho pensato fosse giunto il momento di “rendergli giustizia”, sistemandoli, sottraendo ed aggiungendo, dandogli una veste coerente e più a fuoco, facendomi aiutare dai musicisti con cui ho registrato il materiale e da Bruno Germano che ha prodotto il tutto in modo egregio, rendendo questo “disordinato taccuino” un’esposizione di anime agitate.

I riferimenti letterari di cui abbiamo parlato in precedenza li hai colti dopo aver ascoltato il lavoro finito o erano già ben presenti nella tua mente prima di iniziare?
Per quanto riguarda la frase tratta da “Q”, il suo utilizzo l’ho pensato a posteriori, in quanto esemplificativo del motivo che mi aveva spinto a rielaborare il materiale accumulato in precedenza. La frase di Wilde, invece, descrive bene le tematiche che ricorrono più frequentemente nei testi del disco.

Ciò che traspira durate l’ascolto è una sensazione di intimità, di qualcosa che è diretta espressione del tuo più profondo. Non ti dà fastidio, o qualcosa del genere, sapere che lì fuori c’è gente che scruta questo tuo lato più nascosto?
Effettivamente questa è la parte più difficile da affrontare rispetto ai concerti con i CUT. In questo caso mi sento nudo e fragile ma fondamentalmente, noi che abbiamo questa necessità irrefrenabile di fare musica e farla per un pubblico, stampando dischi e suonando live, lo facciamo per soddisfare anche una più o meno sana necessità di esibizionismo narcisista. A volte riusciamo a controllarlo e a volte prende il sopravvento e allora sono dolori. Senso di onnipotenza e senso di inadeguatezza sono due estremi che ti possono stritolare….spero di uscirne vivo!

Carlo Masu e Le Ossa avranno anche un futuro fuori dalle quattro pareti di uno studio?
Spero proprio di si! Malgrado il periodo di allucinazione negativa che stiamo vivendo, ci piacerebbe portare in giro questo disco e, magari, anche qualche idea nuova su cui stiamo lavorando. Per cui seguiteci sui nostri canali social, contattateci per suonare nel vostro locale preferito scrivendo alla mail barebonesbooking@gmail.com oppure, se avete un’agenzia che organizza concerti e pensate che possa essere il momento di promuovere degli adolescenti adulti, contattateci!

BlackViolence – Violenza nera!

Su Overthewall ospite di Mirella Catena il trio italiano BlackViolence, da poco fuori con il nuovo album “Extinction Control” (Wormholedeath).

Il genere che proponete è un mix tra il thrash metal europeo più potente e l’industrial americano. Quali credete siano le band che vi hanno più influenzato nel vostro percorso musicale?
Rafé: Per me Marilyn Manson.
John: Per me se parliamo di metal/industrial Rammstein, se rimaniamo sull’hard rock Motley Crue.
Anthony: Jimi Hendrix per quanto riguarda il passato; se parliamo di un discorso più moderno i Rammstein.

Dal 2017 ad oggi avete pubblicato un MCD e due album dimostrando di essere una band con un’elevatissima vitalità compositiva, qual è il segreto, se si può svelare, per poter raggiungere tali risultati in così poco tempo?
Beh, noi abbiamo un modo particolare di comporre: il vino non manca mai! ahah. Diciamo che per noi è una fortuna essere uniti sia nelle decisioni sia sul dal farsi in generale. Gran parte delle composizioni le dobbiamo ad Anthony il nostro genio del male.

In “Traum (Nein)” vi siete avvalsi della collaborazione di un grande artista come NeroArgento e in “Lucifer’s Way” addirittura di Derek Sherinian, probabilmente uno dei migliori tastieristi e pianisti esistenti nel panorama rock-heavy attuale. Da dove nasce l’esigenza di queste collaborazioni?
Rafé: Allora diciamo che non è stata tanto una questione di esigenza; qualche anno fa ho conosciuto NeroArgento sul set di un video di Rovazzi (genere totalmente offside). Da lì a poco abbiamo scoperto di esserci già visti in un precedente concerto dei BlackViolence; ci siamo trovati subito in sintonia quindi non è stato poi così difficile capire che sarebbe finito a curare gran parte del lato sonoro dell’album. Per quanto riguarda Derek è stato un caso o fortuna.
Ricordo che un pomeriggio ero tranquillo a casa quando noto negli spam di Instagram un messaggio di un nome familiare. Il pomeriggio arrivato in studio decido di far leggere il messaggio a John che ha avuto una reazione che mi ha confermato tutto.

“Bloody Bride”, singolo di lancio del nuovo album “Extinction Control”, è accompagnato da un video-clip molto particolare dove amore e morte vivono in un connubio quasi indissolubile. Chi è l’autore della sceneggiatura e perché avete deciso di affrontare questa tematica?
Questo brano è un po’ il nostro cavallo di battaglia, oltre che essere il brano che divide l’album a metà. Non è stato difficile stendere una sceneggiatura poiché noi a differenza di altre band quasi sempre ci facciamo prima un’idea visiva che musicale. In questo video abbiamo avuto anche il piacere di collaborare con @TwistedEye.photography (Caitlin Stokes) per le riprese della storia.

Il vostro nuovo album verrà pubblicato dalla Wormholedeath, etichetta discografica che abbina una strategia di presentazione sul mercato internazionale di bands non sicuramente mainstream, quindi underground, con un apparato promozionale e di distribuzione che garantisce una diffusione del prodotto in tutto il mondo. Come siete entrati in contatto con una realtà cosi stimolante e professionale?
Qui torna in gioco NeroArgento in quanto noi avevamo già avuto delle proposte interessanti da varie etichette; un pomeriggio d’estate poco prima di prendere una decisione mi consiglia di contattare quest’etichetta nonostante lui non avesse avuto esperienze “lavorative” con la WormHoleDeath. Da lì a poco ho ricevuto una risposta, poi successivamente una chiacchierata con Carlo ed ora eccoci qui.

Diamo i vostri contatti sul web a chi ci ascolta da casa?
Potete trovarci su Facebook, YouTube e Instagram. Probabilmente a breve anche su Bandcamp dove pubblicheremo special tracks.

A voi l’ultima parola!
Stay tuned, stay in touch, We are BlackViolence!

Ascolta qui l’audio completo dell’intervista andata in onda il giorno 6 Dicembre 2021.

Forbidden Omen – Slavic death metal

ENGLISH VERSION BELOW: PLEASE, SCROLL DOWN!

I Forbidden Omen sono una band metal polacca che si è formata alla fine del 2016 a Cracovia. Questi ragazzi hanno definiscono il loro sound “slavic death metal” e hanno pubblicato il loro album di debutto “Ancestral Rituals” (Szataniec \ Solid Rock Pr) lo scorso novembre.

Benvenuti ragazzi, potreste presentare la vostra band ai nostri lettori?
Siamo i Forbidden Omen, una slavic death metal band proveniente da Cracovia, Polonia. Abbiamo iniziato alla fine del 2016 con la partecipazione all’Emergenza Festival dove abbiamo raggiunto le semifinali. La band è stata riattivata nel 2019. Abbiamo suonato con Kat & Roman Kostrzewski e abbiamo partecipato al tour “Bratnia Krew” con i Velesar.

Descrivete la vostra musica come “Slavic Death Metal”: potreste definirne i contenuti?Krzysztof: È un miscuglio tre le nostre credenze ancestrali e la musica death metal aggressiva prodotta coi nostri strumenti.
Piotr: Il cuore della nostra musica è il death metal, ricco di energia slava e i nostri testi sono ispirati alla mitologia slava.

Date un significato politico a questa descrizione o è semplicemente un omaggio alle vostre origini?
Krzysztof: Niente politica. Disprezziamo ogni tipo di merda politica.
Jarosław: Abbiamo deciso di fare questo tipo di musica perché ci sono molti generi nordici ma la variante slava è ancora un territorio inesplorato, ci aiuta anche ad attirare persone interessate alla nostra cultura ormai quasi dimenticata.
Piotr: Non ci interessano la politica o le religioni. È un tributo alle nostre origini, alla nostra cultura e alla nostra mitologia dimenticate.

La Polonia è rinomata per la sua scena blackned death metal, ma il vostro sound è rigorosamente death metal. Perché avete scelto di non concentrarvi sul sound che più caratterizza le band polacche oggi?
Krzysztof: Perché dovremmo seguire le mode? La nostra musica descrive la nostra individualità e il nostro atteggiamento nei confronti del mondo: abbiamo scelto il death metal come nostro modo di esprimerci, ma questa è solo un’etichetta. Nella nostra musica puoi ascoltare riff thrash, riff heavy, influenze power metal e tutte le altre sfumature del metal. Ascolta le nostre canzoni con attenzione.
Jarosław: Penso che sia meglio trovare un nostro stile e concentrarci sul come migliorarlo così un giorno le persone riconosceranno il sound dei Forbidden Omen.
Piotr: Stiamo creando il nostro stile musicale con melodia e riff potenti. Non vogliamo essere “un’altra band come…”.

Potreste presentarci il vostro album di debutto, “Ancestral Rituals”?
Jarosław: Il nostro primo album, “Ancestral Rituals”, parla di guerrieri coraggiosi, miti (Re Ashen), tributo agli antichi dei (Svarog, Veles) e alle grandi band.
Piotr: “Ancestral Rituals” è un’introduzione al mondo slavo. Contiene informazioni su divinità slave, guerrieri e leggende con una colonna sonora di musica brutale.

Quali obiettivi vorreste raggiungere con questo album?
Krzysztof: Raccogliere quanti più ascoltatori possibile e suonare il più possibile – in festival, concerti e su palchi diversi.
Jarosław: Suonare il più possibile, mangiare insieme durante il viaggio, vivere grandi avventure e semplicemente goderci la vita di band con persone che urlano per noi (ma non per quello che sembriamo!).

Che mi dite della fantastica copertina?
Krzysztof: L’autore è DK13Design – un ragazzo con incredibili capacità di disegno e buoni spunti quando si tratta di demoni, maghi, bestie e vergini!

Avete realizzato in collaborazione con la Szataniec Records il vostro album di debutto, siete soddisfatti del lavoro svolto dalla vostra etichetta?
Non possiamo rispondere a questa domanda in questo momento poiché non è passato molto tempo, ma probabilmente sì.

Promuoverete sul palco il nuovo album?
Krzysztof: Sì.
Piotr: Sì.
Jarosław: No, faremo molto di più. Suoneremo con i nostri cuori ardenti per una folla incredibile sotto il palco, per questo spero che non perderai l’occasione di vederci dal vivo.

Forbidden Omen is a Polish metal band which was established at the end of 2016 in Krakow. This guys definied their sound “slavic death metal” and released their debut album “Ancestral Rituals” (Szataniec \ Solid Rock Pr) last november.

Welcome guys, could you introduce your band to our readers?
We are Forbidden Omen – slavic death metal band from Krakow, Poland. We started at the end of 2016 with the Emergenza Festival where we reached the semi-finals. Band was reactivated in 2019. We played with “Kat & Roman Kostrzewski” and participated in the “Bratnia Krew” tour with the “Velesar” band.

You describe your music as “Slavic Death Metal”: could you define “Slavic Death Metal”? Krzysztof: It is a mixture made of our ancestral beliefs with aggressive death metal music made with a little help of our instruments.
Piotr:  Core of our music is death metal with Slavic energy and our lyrics are inspired by Slavic mythology.

Do you give a political meaning to this description or is just a tribute to your origin?
Krzysztof: No politics involved. We despise every type of political shit.
Jarosław: We decided to do this kind of music because there is a lot more nordic kinds but slavic is still new, it also helps us to gather people interested in our old, almost forgotten culture.
Piotr: We don’t care about politics or religions. It’s a tribute to our origins and our forgotten culture and mythology.

Poland is renowned for its blackened death metal  scene globally, but your sound is strictly death metal. Why did you choose not to focus on the sound that most characterizes Polish bands today?
Krzysztof: Why should we go with the flow? Our music describes our individuality and our attitude to the world – we choose death metal as our way of expression but this is just a label. In our music you can hear thrash riffs, heavy riffs, power metal licks and all other metal gener stuff. Just listen to our songs carefully.
Jarosław: I think it’s better to find our own style and focus on improving it so one day people will know how Forbidden Omen sounds like.
Piotr: We are creating our own music style with melody and powerful riffs. We don’t want to be “another band like…”.

Could you introduce your debut  album, “Ancestral Rituals”?
Jarosław: Our first album, “Ancestral Rituals”, is about brave warriors, myths (Ashen King), tribute to old gods (Svarog, Veles) and fellowship of a great band.
Piotr: “Ancestral Rituals” is an introduction to Slavic world.  It contains information about Slavic gods, warriors and legends with brutal music.

What goals would you like to achieve with this album?
Krzysztof: Gather as many listeners as we can and play as much as possible – on festivals, different gigs and on different stages.
Jarosław: Play as much as we can, eat together during road trip, have great adventures and simply enjoy the life of a band with people screaming for us (but not because of how we look like!).

What’s about the amazing cover artwork?
Krzysztof: The guy responsible for the artwork is DK13Design – this guy has amazing drawing skills and good feelings when it comes to demons, wizards, beasts and virgins.

You realized in cooperation with Szataniec Records your debut album, are you satisfied with the work done by your label?
Can’t answer this question right now since not much time has passed but probably yes.

Will you promote on stage the new album?
Krzysztof: Yes.
Piotr: Yes.
Jarosław: Nah, we will do much more. Play it with our burning hearts for an amazing crowd under the scene so we hope that you won’t miss a chance to see us live.

Exhaustion – The long cold death embrace

Un paio d’anni fa, mentre i Nero or the Fall of Rome rispondevano alle mie domande sul loro nuovo album, nella mente di Elia Mirandola probabilmente già maturava qualcosa di nuovo e diverso. Quegli spunti oggi sono diventati le cinque tracce che compongono “Cold Death Embrace” (Naturmacht Productions), l’esordio degli Exhaustion.

Benvenuto su Il Raglio, Elia. Nel settembre del 2020 intervistavo Federico in qualità di portavoce dei Nero or the Fall of Rome. Ora ritrovo tre dei membri di quella band, tra cui ovviamente te, alle prese con un nuovo progetto, Exhaustion. Quando ci siamo sentiti mesi fa eravate già a lavoro sui brani di questa nuova entità o è nato tutto dopo?
Ciao a tutti! Exhaustion è un progetto totalmente mio. Sono canzoni che che ho scritto interamente negli ultimi due anni, seguendo le mie ispirazioni musicali più personali. Giunto il momento di concretizzare il tutto, ho proposto a Federico e Luca di aggregarsi.

Quali sono le maggiori differenze tra i due progetti?
La differenza principale ovviamente è nel genere in sé. Mentre con i Nero abbiamo ricercato atmosfere epiche ed evocative, con gli Exhaustion entrano in gioco velocità, riff schietti e arrangiamenti diretti. Il filo conduttore lo ritroviamo nello spirito del progetto: si tratta di musica personale, che mira all’underground e rende omaggio ai grandi del metal estremo.

Le influenze di questa nuova band quali suono? La copertina riporta ai Bathory dell’epoca viking, per esempio…
Thrash tedesco, Celtic Frost e Darkthrone. L’ep, come dicevo, è un tributo personale ai grandi del metal estremo. Non poteva mancare quindi un tributo ai Bathory, convogliato nella copertina e non solo. Sarà interessante poi vedere cosa coglieranno gli ascoltatori in ogni canzone.

Già che siamo in vena di paragoni, voi tre avete già collaborato anche Riul Doamnei. Dopo tutti questi anni la fase compositiva va avanti quasi in modo automatico o ci sono ancora dei confronti accesi tra di voi?
La musica degli Exhaustion è composta interamente da me. La fase di preparazione allo studio con Fede e Luca porta poi dettagli e musicalità aggiuntivi. Dati gli anni di esperienza, il processo si rivela sempre costruttivo e senza particolari tensioni. La nostra priorità è fare quella che per noi sia buona musica. L’ego conta poco.

Partire con una fanbase garantita da progetti già esistenti può rappresentare un fattore positivo oppure di rischio, dato che inevitabilmente ci saranno paragoni con quanto fatto prima?
Vista la natura differente del progetto, un paragone trova il tempo che trova. Se consideriamo Nero e Riul, si tratta di tre progetti con caratteristiche ben definite e differenti.

Come mai hai optato per un EP di 5 brani e non per un disco completo, magari da rilasciare tra qualche mese?
Le canzoni erano complete da molto tempo, quindi ho deciso di portarle in studio senza aspettare ulteriormente. Idee per un futuro album sono già in cantiere.

I brani sono molto veloci e concisi, immagino con un’ottima resa live. Siete riusciti tra uno stop e l’altro a proporli dal vivo?
Attualmente il progetto è solo in studio, sia per scelta che per la precaria situazione live.

I testi invece di che parlano?
Per i testi mi sono fatto ispirare dalla musica stessa, ogni canzone è a sé stante. Saranno gli ascoltatori a cogliere influenze e riferimenti.

Anche per gli Exhaustion vi siete affidati alla Naturmacht Productions, presumo che siate pienamente soddisfatti del lavoro svolto per i Nero…
Robert ha apprezzato molto la musica proposta e ha accettato di pubblicarla praticamente al primo ascolto. Siamo reciprocamente contenti del lavoro che stiamo svolgendo con i Nero e siamo sicuri che questa collaborazione durerà a lungo.