Desecrate – Tempi oscuri

I Desecrate hanno fatto una scelta bene precisa, quella di non pubblicare per il momento nessun album e dedicarsi al rilascio di singoli brani. L’ultimo di questi è stato “Obscure Times”, diffuso lo scorso maggio. In collaborazione con Metal Underground Music Machine (#MUMMunderground) abbiamo quindi deciso di approfittare della disponibilità del batterista Paolo Serboli per ripercorre tutte le tappe della lunga storia della band ligure, dai primi passi sino ad “Obscure Times”.

Ciao Paolo, nel 2020 i Desecrate hanno tagliato il traguardo dei 25 anni di vita, direi di ripercorrere insieme tutto il percorso. Come e quando nascono i Desecrate?
Ciao Giuseppe, grazie per lo spazio che ci concedi. Nell’ottobre del 1995 lessi su un giornale di annunci che una band thrash metal formatasi da tre o quattro mesi era alla ricerca di un batterista. Attirato dall’idea di cimentarmi in un genere che desideravo fare da tempo decisi di candidarmi. Il giorno del “provino” conobbi i membri fondatori che già allora portava il nome di Desecrate, Alessandro Paolini (basso) e Gabriele Giorgi (voce e chitarra). All’epoca i Desecrate erano una cover band, ma non era quella la strada che volevo e parlai ai ragazzi dell’idea di fare pezzi originali. Dopo sei mesi entrammo in studio per registrare il nostro primo demo tape “Tranquillity”, cinque pezzi di thrash death melodico che irruppero immediatamente sulla scena Genovese e che ci permisero di cominciare a ritagliare il nostro spazio suonando ovunque ce ne fosse l’occasione in lungo e in largo per l’Italia

Venite da Genova, un posto che a metà dei 90 aveva una scena metal molto competitiva con Sadist, Antropofagus, Detestor, Malignance e tanti altri. Che aria si respirava in città e c’era tra di voi una collaborazione di qualche tipo o vi muovevate come entità a sé stanti?
Quelli furono anni d’oro, come hai detto la scena era pregna di validissime band. Si andava a vedere i concerti, le sale erano sempre piene e ci si aiutava tantissimo tra gruppi scambiandosi nomi di locali e organizzando date insieme. Era davvero un epoca dove non si perdeva l’occasione di supportare la scena in qualunque modo possibile. Certo, non era tutto rose e fiori ma, davvero, c’era posto per tutti e c’era proprio il piacere di suonare e di supportarsi l’uno con l’altro.

Tra il 1995 e il 1998 registrate due demo, che ricordi hai di quel periodo?
“Tranquillity” fu il primo demo e fu un’esperienza emozionante per tutti. All’epoca non era come adesso, registrare dei pezzi in studio era qualcosa di importante. Uscire con una produzione (anche solo un demo tape) voleva dire cominciare ad affacciarsi sulla scena nazionale con delle recensioni sulle riviste specializzate, significava inviare del materiale fatto bene ai locali fuori città per poter prendere delle date e soprattutto i fan potevano avere la tua musica da sentire sullo stereo o nel walkman. Dopo “Tranquillity” qualche piccola etichetta indipendente cominciò a chiederci di partecipare a delle compilation, da lì venne l’idea di registrare alcuni pezzi inediti da poter offrire come “esclusiva” per questi lavori. Nacque così “Promo ‘98”. Praticamente una sorta di uscita per i soli addetti ai lavori ma che poi, in qualche modo, finì sul mercato facendo si che divenne una vera e propria release.

Sempre nel 1998 arriva il primo vero contratto discografico con la Mephisto Records, per la quale nel 1999 esce il vostro esordio “Moonshiny Tales (The Torment And The Rapture)”. Mi parleresti di questo disco?
Con grande piacere. Le cose andavano bene, la strada era tracciata, idee e riff per la composizione di pezzi nuovi erano in piena attività e dopo aver cambiato diversi chitarristi, la formazione si stabilizzò con l’arrivo di Francesco Scavo. In quel periodo la scena internazionale era più prolifica che mai, eravamo nel pieno delle uscite discografiche che fecero la storia e noi non ne eravamo certo immuni. Le influenze furono tantissime, ma un genere in particolare aveva attirato particolarmente la nostra attenzione: il melodic death metal che arrivava dai paesi nordici. Dark Tranquillity e In Flames in modo particolare ci avevano letteralmente travolti. “Moonshiny Tales” nacque sotto queste influenze ma non solo. Ognuno di noi aveva i propri riferimenti, i propri gusti e in quell’album ci finirono tutti. L’idea di fare un album di esordio era la naturale evoluzione delle cose e a prescindere se sarebbe stato autoprodotto o no, la nostra idea era quella di mettere su disco i nostri pezzi. Fortunatamente in quel periodo la nostra sala prove era presso il Jam Studio di Genova, con i proprietari eravamo in ottimi rapporti e così ci proposero di occuparsi della produzione dell’album. Inutile negare che per noi fu una bellissima sorpresa e che accettammo immediatamente. A seguito di questa proposta, nacque anche l’idea del sottoscritto di fondare la Mephisto Recrods, un’etichetta indipendente che fece da supporto alla distribuzione non solo di “Moonshiny Tales”, ma anche delle produzioni future dei Jam Studio.

Nel 2001 però la band si scioglie, come mai?
La band stava procedendo come un rullo compressore per la promozione di “Moonshiny Tales” su tutti i fronti, sia live che riviste, recensioni, interviste ecc. Più si andava avanti e più aumentava la visibilità. Così cominciarono ad arrivare proposte ai singoli membri del gruppo da parte di altre band (qualcuna anche più conosciuta) di lasciare i Desecrate e entrare con loro. Senza entrare nei particolari, a qualcuno queste proposte piacquero e decise di andarsene, purtroppo non fu il solo. Deluso da tale decisione decisi di mettere fine al progetto proprio alla vigilia del nostro primo tour all’estero.

Ci vorrà un decennio per rivedere di nuovo attivi i Desecrate, cosa ti ha spinto a rimettere in piedi il progetto e com’era cambiata la scena musicale durante la vostra assenza?
Nel 2009, in maniera del tutto casuale incontrai Matteo Campora, tastierista e pianista appassionato di black metal. Mi propose di lavorare al suo progetto di fare del metal estremo caratterizzato, per quanto riguarda le tastiere, dal solo suono del pianoforte rendendolo protagonista al pari degli altri strumenti. L’idea mi piacque e ci mettemmo subito al lavoro. Del progetto fecero parte Alessio Reale alla chitarra e Dave Piredda al basso. Dopo qualche settimana di prove mi accorsi che i pezzi avevano qualcosa che poteva ricordare la strada lasciata ai tempi dei Desecrate, spinto dai ragazzi della band ricontattai Gabriele Giorgi e Francesco Scavo decidendo cosi di far rinascere la band. La scena musicale era cambiata parecchio, con l’avvento di internet è nata la possibilità di accedere in maniera più rapida e semplice a tutto. Pubblicare produzioni, recensioni, interviste, pagine web e social, contatti con i locali, tutto è stato molto più semplice e rapido. Indubbiamente un altro pianeta per chi, come noi, ne veniva dal decennio precedente. Tutto questo però ha un rovescio della medaglia. L’enorme calderone mondiale in cui si perdono decine di migliaia di band e artisti sparsi in tutto il mondo.

Il vostro secondo disco, “XIII, The Death” (Inverse Records), quali elementi conservava del vostro sound originario e quali invece sono state le novità stilistiche apportate?
“XIII, The Death” fu l’album che segnò il rientro dei Desecrate sulla scena in una nuova veste, formazione a sei elementi, brani che esplorano e si addentrano in più stili e la presenza importante del pianoforte. L’album è un concept ma ogni pezzo, stilisticamente parlando, è unico. Una laboratorio dove ci siamo lasciati andare senza porci limiti e dove la sperimentazione l’ha fatta da padrone.

L’attività finalmente riprende con una certa costanza, così dopo due anni, nel 2013, viene raggiunto l’accordo con la House of Ashes Prod. Questo connubio vi porta ad avere una buona attività live, ma ci vorranno altri due anni per vedere fuori il terzo disco, “Orpheus”, come mai?
Dopo la promozione di “XIII, The Death” ci mettemmo subito al lavoro su nuovi brani. Avevamo capito la direzione da prendere e, in maniera molto naturale, iniziammo il nuovo percorso senza però tralasciare mai l’attività live. La neonata House of Ashes si fece avanti e si mostrò molto interessata alla band tanto da proporci un contratto che difficilmente avremmo potuto rifiutare. Inoltre, la stessa HoA organizzò un minitour italiano con finale di supporto ai Dark Tranquillity nella loro data di Romagnano Sesia nel 2013. Dovevamo comunque scrivere i pezzi per il nuovo disco e vista la presenza di un etichetta che (per quel che ci riguarda) si dimostrava seria, ci impegnammo al massimo per comporre quanto di meglio potessimo fare. Dal momento che potevamo permetterci di utilizzare qualche ora in più in studio abbiamo cercato di sistemare anche i minimi particolari, per questo motivo e per questioni di marketing concordati con l’etichetta, l’album uscì nel Gennaio del 2015.

Inizia un periodo contraddistinto da clip, tour ma solo nell’aprile del 2019, con il video del singolo “In His Image” rilasciate materiale nuovo. Quel pezzo avrebbe dovuto fare da preambolo a un nuovo album oppure si trattava di un brano buono per rompere il silenzio intorno a voi?
Due anni dopo l’uscita di “Orpheus” e diverse date in giro per l’Europa, ci fu un vero e proprio terremoto all’interno della band. Dopo l’uscita nel 2015 del chitarrista Francesco Scavo (sostituito dal rientrante Alessio Reale) e la decisione di lasciare da parte di Dave Piredda (bassista e compositore) per dedicarsi alla famiglia e sostituito in pianta stabile da Oscar Morchio, anche lo storico cantante e fondatore Gabriele Giorgi, decide di lasciare il gruppo, in seguito a una serie di disaccordi e questa fu una mazzata colossale per il sottoscritto. Pensai anche di mettere la parola fine ai Desecrate ma, in quel momento, il resto della band si oppose convincendomi a proseguire. Intanto il tempo passava e anche Andrea Grillone (pianoforte) decide di lasciare il gruppo. Dopo qualche mese di ricerca finalmente entrano nei Desecrate Edoardo “Irmin” Iacono e Gabriele “Hide” Gilodi rispettivamente cantante e tastierista con i quali incidiamo immediatamente il singolo/video “In His Image”. Finalmente, dopo tanto tempo, potevamo dire di essere ritornati nuovamente sulla scena. La scelta di uscire con un solo singolo è dettata dalla decisione da parte di tutti noi, di non fare album. Motivo di tale decisione sta nel fatto che ci siamo resi conto che per avere una produzione che sia a livello delle uscite odierne si devono spendere davvero parecchi soldi i quali difficilmente rientrerebbero con la vendita. Abbiamo quindi deciso di concentrare le nostre risorse su singoli e video. Questo non significa che, se un domani torneranno ad esserci le possibilità, non usciremo più con un album ma solo che lo faremo quando ne varrà davvero la pena.

Arriviamo finalmente quasi ai giorni nostri, nel maggio del 2020 esce “Obscure Times”, il vostro nuovo singolo rilasciato nel pieno dell’emergenza Covid
“Obscure Times” segue la nostra linea di non fare album ma di uscire con un singolo alla volta. Eravamo in contatto con dei registi per la realizzazione del video ma, purtroppo, l’emergenza Covid ci ha dirottato verso un lyric per ovvi motivi.

I vostri piani per il 2021?
Abbiamo diversi brani fatti e finiti. Con il nuovo anno programmeremo l’entrata in studio e l’uscita del prossimo singolo in attesa che si possa uscire da questo incubo e ricominciare da dove avevamo interrotto.

Oceana – Le onde del passato

Il mare talvolta riporta a riva oggetti che paino arrivare dal passato. Le onde del tempo ci hanno donato in questi primi giorni del 2021 un progetto che ormai sembrava sepolto definitivamente, rilegato alle chiacchierate tra vecchi nostalgici della scena underground italiana dei primi anni 90. Gli Oceana emergono dalle schiume come Venere e lo fanno portando in dono un disco, “The Pattern” (Time To Kill Records \ Anubi Press), che si spera possa essere di buon auspicio per il 2021.

Ciao Massimiliano (Pagliuso, Novembre), cosa ti ha spinto a lasciare nel cassetto un progetto per un quarto di secolo per tirarlo fuori proprio nel pieno di una pandemia?
Innanzitutto, ciao e grazie per questa intervista! In realtà, non c’è stata nessuna scelta o decisione presa a tavolino dietro al nostro ritorno sulla scena: una sera di maggio, nel 2019, ho semplicemente chiesto a Sancho (il batterista, nonché mio migliore amico da 30 anni) se avesse voluto rimettere in piedi gli Oceana insieme a me e lui ha risposto di sì! Ovviamente, coinvolgere di nuovo Gianpaolo (l’altro chitarrista) è stato praticamente automatico.

Prima di soffermarci sul presente, ti andrebbe di tornare ai primi giorni degli Oceana: come nascono e con quali influenze?
Gli Oceana nascono nel 1993, anche se con un altro nome, e le nostre influenze di allora erano i Paradise Lost, gli Edge Of Sanity, i Nightingale, oltre a gruppi storici come Metallica, Megadeth, Dream Theater. Abbiamo sempre amato più di un genere e, nei nostri lettori CD dell’epoca, potevi trovare “Supremacy” degli Elegy, tanto quanto “Crimson” o “Purgatory Afterglow” degli Edge Of Sanity”. Come band, siamo nati durante il periodo del liceo, quando l’essere amici con interessi musicali comuni portava quasi sempre a creare una band, pur di potersi esprimere.

Credi che rispetto all’idea iniziale gli Oceana di oggi siano abbastanza fedeli o inevitabilmente hanno risentito del passare del tempo?
Siamo indubbiamente cambiati (spero migliorati!) nel songwriting: i primi pezzi del gruppo, periodo ’94/’96, erano sicuramente più doom e meno progressivi, mentre dal ’97 in poi abbiamo cominciato a sbizzarrirci di più con soluzioni meno convenzionali e più interessanti, sia armonicamente che melodicamente.

Cosa avete provato a lavorare nuovamente insieme? La formazione è pressoché la stessa dato che tu e Alessandro “Sancho” Marconcini avete fondato il gruppo e Gianpaolo Caprino si è unito a voi nel 1997.
Tornare a lavorare con Sancho e Gianpaolo è stato stupendo, essendo noi tre assolutamente complementari. Ci tengo a ricordare il rapporto di amicizia che ci lega da trent’anni: quando ti conosci così bene da tutti questi anni è impossibile avere sorprese in negativo. Posso dire che lavorare a “The Pattern” insieme, dopo un periodo di “fermo” di vent’anni, è stato addirittura terapeutico per noi: abbiamo potuto migliorare tante cose e tanti aspetti dei nostri caratteri, arrivando a “rimodellare” la band a 360 gradi, in più aspetti. Io ne sono particolarmente felice!

Siete ripartiti dai vecchi brani o avevi già dei pezzi nuovi?
L’idea era quella di riregistrare tutti i pezzi degli Oceana (la fase “demo/ep”, quella del mini CD “A Piece Of Infinity” mai uscito, la lunga suite “Atlantidea Part 1”) e aggiungere un’inedito ed una cover. Ovviamente, essendo “You Don’t Know” il nostro pezzo più recente (2019), lo abbiamo scelto come singolo e lo consideriamo un biglietto da visita perfetto per presentare i nuovi Oceana al mondo.

Avete mai avuto la tentazione di ristampare l’EP, magari come bonus per “The Pattern”?
L’idea c’è stata, ma non avrebbe avuto senso, dal momento che “The Pattern” contiene già i pezzi dell’EP.

La squadra che ha lavorato al disco “puzza” molto di Novembre, il tuo gruppo principale: hai collaborato con Giuseppe Orlando e Dan Swanö: come mai hai deciso di circondarti di amici e non magari di staccare completamente i due progetti?
La volontà di lavorare con Giuseppe per quanto riguarda la registrazione di voci e chitarre acustiche è stata una mia precisa scelta: il suo studio possiede una sala di ripresa che suona magnificamente (anche grazie al perfetto equilibrio tra zone “assorbenti” ed altre in porfido, “riflettenti”) e lo reputo il miglior producer per quanto riguarda la voce. Ci conosciamo da più di vent’anni e mi trovo bene a cantare solo con lui. Per quanto riguarda Dan, il discorso è ancora più semplice: è letteralmente il mio idolo, da sempre. Lo reputo il mixing engineer più pragmatico e smart che abbia mai visto in vita mia ed il suo essere sia produttore che musicista sopraffino ha reso possibile un missaggio estremamente intellegibile, anche nelle parti più complesse e con molti layers.

Il mondo è cambiato parecchio dalla prima metà degli novanta, come hanno influito questi stravolgimenti culturali e sociali sui testi?
Il mondo si è letteralmente trasformato in questi ultimi 20 anni e non nego di aver dovuto riadattare dei vecchi testi per poterli rendere al meglio nel 2021… Sicuramente il prossimo album avrà testi ancora più attuali ed inerenti a ciò che stiamo vivendo. Purtroppo non si può più far finta di niente e parlare solo di cavalieri o elfi…

Mentre la decisione di coverizzare “The Unforgiven” dei Metallica come è nata?
Beh, “The Unforgiven” è uno dei miei pezzi preferiti dei Metallica e l’idea di poterci mettere le mani mi ha sempre allettato: abbiamo cercato di renderla nostra senza stravolgerla troppo e spero che il risultato vi piaccia!

Credo di aver intercettato un tuo commento sui social in cui dicevi che la copertina di “The Pattern”, firmata da Travis Smith, è la più bella mai avuta su un tuo lavoro. Mi spiegheresti il significato dell’immagine?
Spiegare un’immagine è molto complicato, soprattutto quando si parla di “surreale” o di “metafisico”: diciamo che l’idea era quella di rappresentare un mondo in pieno declino, sommerso dal mare, dove dalle sue ceneri comincia a nascere un nuovo mondo, consapevole degli schemi ricorrenti e della virtualità/olograficità della nostra realtà. I sopravvissuti a questa fine del mondo li immagino sotto al torii giapponese che si vede in lontananza, raccolti in una nuova preghiera senza etichetta. Niente Cattolicesimo o Buddismo, o altro… solo pura e umana spiritualità. Nella speranza di un nuovo mondo più empatico.

Restrizioni a parte, se si dovesse riprendere con l’attività live, porterete in giro gli Oceana o nelle vostre intenzioni si tratta di una mera esperienza da studio?
Gli Oceana non sono assolutamente un progetto, ma una vera e propria band in piena attività: superata questa brutta storia chiamata Covid19, faremo di tutto per poter portare la nostra musica ovunque. Stiamo già provando da mesi e mesi per prepararci ai futuri live. Non vediamo l’ora di suonare dal vivo davanti ai nostri fans!

Homunculus Res – Elementi di fuoco

Per sonorità e percorso artistico gli Homunculus Res strizzano l’occhio agli anni ’60, “Andiamo in giro di notte e ci consumiamo nel fuoco” (AMS, 2020) è il quarto capitolo della loro tetralogia degli elementi. Ne abbiamo parlato con Dario D’Alessandro, autore di musica, testi e illustrazioni.

“Andiamo in giro di notte e ci consumiamo nel fuoco” è la traduzione del palindromo latino “In girum imus nocte et consumimur igni”. Un palindromo è una sequenza di caratteri che, letta al contrario, rimane invariata. Perché avete scelto questo titolo?
Il titolo lungo è ormai una tradizione per noi, un divertimento che allude un po’ a certa prosopopea prog, ma anche uno dei tanti modi che mettiamo in atto per stimolare la curiosità dell’ascoltatore. Il titolo in questione mi sembrava perfetto per i contenuti tematici che vertono su una critica al consumismo, ripreso pari pari dal situazionista Debord, lasciando intendere che da più di 50 anni ad oggi la nostra società occidentale, e ormai globale, non è cambiata, anzi è peggiorata dal punto di vista ecologico, economico e sociale. In più, noi amiamo giochetti come i palindromi, che abbiamo anche applicato musicalmente a brani come “χΦ“, nel nostro primo album, o in uno di questo nuovo (che perfidamente non rivelo).  

Fra gli innumerevoli riconoscimenti internazionali per il vostro nuovo album, c’è un complimento molto frequente: siete riusciti a rimanere fedeli ad un genere ben codificato, il prog della “scena di Canterbury”, rinnovandolo senza snaturarne lo stile. Come avete fatto?
Noi non volevamo impostare uno stile a tavolino, crearci un recinto, ispirarci solo a un movimento artistico. Volevamo solo divertirci e sperimentare forme, ritmi, melodie che avessero una certa complessità. In effetti volevamo fondare un gruppo “prog”, però i nostri ascolti non riguardano solo i classici del genere, tendenzialmente siamo orientati verso l’avant rock, il pop barocco, il rock in opposition, il soul, la bossa nova, il cantautorato e, sicuramente più di tutti, la scena di Canterbury, che è venuta prepotentemente fuori, forse anche per un nostro atteggiamento un po’ provocatorio e irriverente. Inoltre alcuni riferimenti sono voluti per via del nostro gusto per la citazione. Che la critica ci definisca canterburiani non ci dispiace affatto. Se, grazie anche a noi, quel discorso continua, ne siamo lieti.

Negli anni ’60 si aspettava che una band rilasciasse anche tre o quattro album, per testarne le potenzialità, prima di dare un giudizio definitivo. Col quarto disco avete confermato le ottime critiche ricevute già nei precedenti lavori, c’è stato un momento particolarmente significativo durante la lavorazione di questo album? 
Beh, forse la benedizione di Alex Maguire, ultimo tastierista della nostra band di culto Hatfield and the North, è stato un momento significativo per questo ultimo album. Ma anche in precedenza, grandi musicisti che amiamo ci hanno molto incoraggiati.

Come mai per promuovere il disco avete preferito un teaser con spezzoni di più tracce, anziché registrare il video di una sola canzone?
È una cosa che facciamo da diverso tempo, diamo un’impressione generale di qualcosa che comunque consideriamo un’opera unica, in cui ogni pezzo è solo una parte di un insieme.

Le vostre copertine presentano dipinti che spesso hanno riferimenti a tutte le canzoni dell’album. Nell’illustrazione per “Andiamo in giro di notte e ci consumiamo nel fuoco” una salamandra gigante domina la scena con, sullo sfondo, vulcani e tre autovetture. C’è un motivo per cui un solo soggetto è così preponderante stavolta?
Mi piaceva l’idea di un soggetto misterioso e beffardo su uno sfondo di desolazione post apocalittico. Non ci sono (più) uomini, ma solo qualche automobile abbandonata e fatiscente.

Il disco racconta una storia: dalla traccia 1 alla 5 regna il consumismo più sfrenato (“io mi sono fatto un cesso d’oro puro” si canta ne “Il Carrozzone”); dalla 6 alla 7 avviene una cesura fra un prima e un dopo nella storia; le tracce conclusive indicano la via verso un ordine nuovo, che però non sembra trovare proseliti. Questa è una storia senza lieto fine oppure la canzone “Non Dire No” non è ancora la fine della storia?
Non parlerei di storia vera e propria, piuttosto i primi pezzi, come fai notare, sono più espliciti riguardo al tema – o come dicono i progghettari: il concept – mentre nella seconda metà i significati si fanno più sottesi, è effettivamente una discesa verso meandri mentali. L’ultima canzone mette in scena contrasti, incomunicabilità, astio, quindi sicuramente non c’è un lieto fine; è anche vero che il finale sembra sospeso.

Dopo i primi tre album rilasciati per Altrock Productions, il quarto della vostra personale tetralogia è stato prodotto da AMS Records. Che significato ha per voi questo cambio di etichetta?
In realtà il nostro terzo disco è stato prodotto da Altrock e Ma.Ra.Cash. Purtroppo la Altrock ha dovuto fermare una storia davvero bella e ricca, era uno dei riferimenti mondiali per il progressive più sperimentale e avanguardistico. Spero che rimettano su l’etichetta o inizino un nuovo percorso. D’altro canto, avere la fiducia di un nome prestigioso come AMS è stata per noi una bella conferma: il nostro rock particolare ed eccentrico è stato accolto in un contesto più ampio.

Il 19 dicembre scorso avete suonato dal vivo per il festival online di musica prog “From chaos to future”, che è stato organizzato e trasmesso dal Giappone. Come è scaturita questa partecipazione e che emozioni vi ha dato?
Molto semplicemente ci è stato chiesto se volevamo partecipare e soprattutto se eravamo in grado di farlo nonostante le restrizioni da pandemia. Il progetto nasce proprio per offrire una serie di concerti live in streaming, ma la novità e la sfida stavano nel coordinare quattro gruppi da quattro parti del mondo contemporaneamente. È stato faticoso, abbiamo fatto le prove con la mascherina, in orari improbabili, sempre col timore che arrivasse un lockdown totale. Insomma un po’ di apprensione e anche voglia di rinunciare ci sono state. In compenso, tenendo conto che erano coinvolti anche fonici, tecnici video, collaboratori, locatari etc, la buona riuscita del concerto ci ha dato gioia e ripagato degli sforzi.

Cosa riserva a noi voraci ascoltatori il futuro degli Homunculus Res? 
Qualcosa bolle in pentola, solo che si va a rilento, come puoi ben immaginare.

Dread Sovereign – Alchemical warfare

ENGLISH VERSION BELOW: PLEASE, SCROLL DOWN!

I Dread Sovereign sono stati fondati a Dublino, in Irlanda, circa dieci anni fa dal cantante dei Primordial, Nemtheanga, per rendere tributo alla vecchie scuola doom, black ed heavy metal! È uscito da poco il nuovo album della band, il primo sotto Metal Blade, “Alchemical Warfare”, per ciò abbiamo deciso di fare una chiacchierata con il leader di questa oscura creatura.

Ciao Nemtheanga, “Alchemical Warfare” è un buon modo per iniziare il 2021 e dimenticare l’orribile 2020, ma durante la sessione di songwriting sei stato influenzato dalla pandemia?
Nah, abbiamo scritto e registrato l’album nel 2019 prima di questo casino, quindi l’album non ha nulla a che fare con l’emergenza. Il 2020 è stato davvero un anno da dimenticare, ma non parlare troppo presto, il 2021 potrebbe benissimo andare peggio: dobbiamo aspettare e vedere.

Questo è il tuo primo album per la Metal Blade, ti sei sentito sotto pressione durante la scrittura delle canzoni?
No per niente. La Van Records è fantastica e sono molto affezionato a loro, ma il nuovo album è più straight up metal, aveva più senso stare con Metal Blade. Niente di grave, sono entrambe fantastiche in modi diversi. Nessuna pressione, faccio sempre la stessa cosa.

Il titolo “Alchemical Warfare” mi fa pensare a qualcosa tipo guerra tra le aziende farmaceutiche per il vaccino e il suo business. Qual è il vero significato?
Ah no, l’alchimia è ciò che potremmo chiamare la scienza / ricerca magica / processo medievale per trasformare gli elementi di base in metalli preziosi, cosa che ossessionava gli ordini occulti ermetici durante il post-illuminismo in Europa. Argomento a cui sono molto interessato, come metafora rappresenta l’ideale dell’autorealizzazione, in quel momento ti ritrovi dentro una guerra!

I Dread Sovereign sono un tributo al doom della vecchia scuola, al black e all’heavy metal, ma pensi che il tuo sound sia cambiato rispetto al primo EP?
Beh, non è un tributo no… la band esiste di per sé, ma non avevo intenzione che fosse originale, non me potrebbe fregare di meno, ad essere onesto. E’ quello che è. Il suono è un po’ più uptempo, più NWOBHM, c’è dell’old school metal lì dentro… Nessun cambiamento enorme.

Come cambia il tuo approccio vocale dai Primordial ai Dread Sovereign?
Beh, è ​​sempre la mia voce, quindi non ci possono essere tante differenze, ma nei DS sono più libero di cantare con gli alti, più metal, uso dell’idee interpretative diverse che non si adattano ai Primordial. Nei DS la voce anche è un po’ più in second’ordine rispetto alla musica.

È nato prima il tuo amore per il basso o per la voce? Ed è difficile per te cantare e suonare il basso insieme sul palco?
Ah, non sono un vero proprio musicista con un talento naturale, quindi entrambe le cose sono state dei ruoli che ho intrapreso, ma mi accontento delle abilità che ho. Li amo entrambi per motivi diversi. Comporre per i DS alla chitarra è molto diverso, non sono affatto un grande chitarrista, ma so quello che voglio. E’ stato difficile senza dubbio, ma è diventato più facile con il passare degli spettacoli…

I Dread Sovereing sono una band orientata al basso o durante la composizione delle canzoni tutti i membri sono liberi di creare qualcosa?
Chiunque è libero di contribuire con qualsiasi cosa! Tendo ad accentrare forse duo/tre cose nella musica, ma Bones scrive anche canzoni. E’ tutto là fuori …

Quanto è divertente per te scrivere un testo per Dread Sovereign?
Divertente? Non è per nulla è divertente (ridendo). E’ diverso dai Primordial, nei DS non ho il peso storico culturale, sono libero di essere influenzato da qualsiasi cosa, è tutto scritto in uno stile horror occulto, fatti storici intrecciati tra sogno e incubo!

Quali canzoni di “Alchemical Warfare” suonerai dal vivo quando sarete in grado di andare in tour?
Chissà, credo che che attraverseremo quel ponte quando arriverà il momento in cui potremo farlo.

Dread Sovereign was formed in Dublin, Ireland about a decade ago by Primordial vocalist, Nemtheanga, to give praise to filthy cult old doom, black and heavy metal! The new album of the band, the first under Metal Blade, “Alchemical Warfare” is now out, so we decided to have a chat with the leader of this obscure creature.

Hi Nemtheanga, “Alchemical Warfare” is a good way to start 2021 and forget the horrible 2020, but the during the songwrting session was you influenced by pandemic?
Nah, we wrote and recorded the album in 2019 before this mess so the record has nothing to do with the pandemic. 2020 has indeed been a year to forget but dont speak too soon 2021 might very well be worse. We have to wait and see.

This is your first album under Metal Blade, did you feel under pressure during the songwriting process?
No not at all. Van Records is awesome and much love to them, but the new album is more straight up metal, made more sense to be with Metal Blade. No big deal. They are both great in different ways. No pressurs, I always do the same thing.

The title “Alchemical Warfare” minds me something about war between pharmaceutical companies for the vaccine and its business. Which is the real meaning?
Ah no, alchemy is what we could call the medieval science/magical search/process for turning base elements into precious metals that obsessed hermetical occult orders in the post Europe enlightenment. Which I am very interested in, as a metaphor it represents the ideal of self actualization. Finding yourself within that is the war right now!

Dread Sovereign are a tribute to old school doom, black and heavy metal, but do you think your sound is changed from the first EP?
Well not a tribute no. The band exists in it’s own right, but i had no intention for it to be original, I could care less to be honest. It is whats it is. the sound is a bit more uptempo, more NWOBHM and old metal in there… no huge change.

How does change your vocal approach from Primordial to Dread Sovereign?
Well, is still my voice so there can only be that many differences, but in DS I am freer to sing higher, more metal, use different random ideas that don’t fit into Primordial. In DS also the vocals are set back a bit more into the music.

Was born first your love for bass or for vocal? And is difficult for you to sing and play bass together on stage?
Ah, I am not really a natural musician so they both have been a task, but you make do with the tools you have. I love them both for different reasons. Composing for DS on guitar is very different, I’m not a great guitar player by any means, but I know what I want. It was hard no doubt but got easier as the shows went by…

Are Dread Sovereing a bass oriented band or during the songwriting all the member are free to create something?
Eveyrone is free to contribute anything! I tend to do maybe 2/3rd of the music but Bones writes songs as well. It’s all out there…..

How funny is for you to write a lyric for Dread Sovereign?
Funny? nothing is funny (laughs) ah it’s different to Primordial, DS doesnt have the cultural historical weight. I am free to be influenced by anything in DS, but all written in this style of occult horror, historical facts woven into dream and nightmare!

Which songs form “Alchemical Warfare” will you play live when you’ll be able to touring?
Who knows, I guess we cross that bridge when we can come to it.

Enrico Santacatterina – Welcome to the Funkodrome

Ospite di Me&Blues, la trasmissione condotta da Gianfranco PiriaEnrico Santacatterina.

Ascolta l’audio-intervista:

Enrico Santacatterina nasce a Padova nel Giugno 1962,  inizia a suonare a sei anni, opera nel settore musicale dall’83 sia in qualità di strumentista che di arrangiatore e può contare diverse collaborazioni Italiane ed Internazionali. Inizia la sua carriera discografica  con il suo gruppo FARD, pubblicando diversi singoli di successo con le case discografiche EMI e CGD, fra tutti “Chiamami da Tokyo” e “Hello DeeJay” sono quelli che negli anni ottanta raggiungono la maggiore popolarità anche grazie a numerose apparizioni televisive: Festivalbar, DeeJay Television, Discoring, Videomusic, per citarne alcune. Contemporaneamente svolge una intensa attività di session man e turnista che, alla fine degli anni ottanta lo ha visto ospite in centinaia di incisioni spaziando dalla musica dance al rock al blues.

Numerosi artisti jazz italiani con cui ha collaborato: Enrico Rava, Roberto Gatto, Maurizio Giammarco, Franco D’Andrea, Umberto Fiorentino, Nico Stufano, Francesco Bruno, Enrico Pierannunzi, Romano Mussolini, nonché artisti internazionali come Dizzy Gillespie, Dee Dee Bridgewater, Paul Bley, Lee Konitz, Richie Havens, Richard Galliano, London Community Gospel Choir, Crystal White, Lena Philipsson e molti altri. Anche se non propriamente un musicista jazz ha partecipato con la sua acclamata band “Bass Revolution” alle edizioni ’89 e ’90 del festival di fama mondiale “Umbria Jazz”.

Diverse sono anche le collaborazioni nel panorama della musica Pop con artisti come Mia Martini, Tullio De Piscopo, Rossana Casale, Pooh, Mango, Gegè Telesforo, Oro, scalando le vette delle classifiche scandinave con la band svedese Arvingarna. Nel 2010 ha iniziato la collaborazione con il chitarrista Roby Facini, sfociata nella nuova band di Riccardo Fogli e nel progetto “Venice Band” specificamente creato per il mercato Russo e dei paesi dell’est.

Fin dall’inizio della sua carriera ha collaborato con diversi produttori o distributori di strumenti musicali, supportando nomi prestigiosi quali Gibson, Epiphone, Ibanez, Alembic, Steinberger, Fernandez, Manne, Hagstrom, Marshall, Mesa Boogie, Engl, Laney, Line 6, XOX, Hughes&Kettner. Attualmente usa chitarre Sterling by MusicMan ed amplificatori Laney e dal 2014 ha siglato un nuovo accordo come endorser ufficiale SHURE. Per queste aziende svolge una intensa attività di “demo” e “clinics” suonando al fianco di personaggi quali Billy Sheehan, Earl Slick, Shane Gibson, Stevie Salas, Femy Demovo, Tony Liotta. 

Negli ultimi anni ha tenuto conferenze e masterclass presso la New York University di Abu Dhabi.

Mr. Bison – Verso il mare e oltre

Raggiunto il traguardo del quarto album – “Seaward (Subsound Records) uscito ad Ottobre 2020 – i Mr. Bison impreziosiscono il loro caratteristico groove heavy psych blues con le sfumature del progressive rock e del concept album. Ne abbiamo parlato con Matteo Barsacchi, chitarra e voce del trio toscano.

Ciao Matteo, complimenti per il vostro nuovo album “Seaward”, da dove è scaturita l’idea di pubblicare un concept?
In questi ultimi anni ci siamo riappassionati agli anni 70 che avevamo lasciato un po’ in standby, soprattutto al prog rock 70, mostri sacri come King Crimson, Pink Floyd ma anche band un po’ meno conosciute come Captain Beyond e Nektar. In quegli anni molti album nascevano come concept , vedi capolavori come “Dark Side of the Moon” dei Pink Floyd o “Thick as a Brick” dei Jethro Tull, certamente lontano da noi paragonarci a band di questo livello, prendendo però in considerazione il fatto di creare un concept, anche se con una iniziale perplessità sul risultato, una volta individuato il tema, un giusto artwork e qualche buona pre-produzione in studio, tutto è andato in maniera molto naturale, con il risultato finale di “Seaward”.

Holy Oak” è stato un album importante e molto apprezzato dalla critica, è stato difficile dare un seguito ad un lavoro di tale portata? “Holy Oak” è stato il passaggio dalle influenze Hard Blues di “We’ll Be Brief” e “Asteroid”, caratterizzate da composizioni dirette con molto Groove, a “Seaward” che fondamentalmente avevamo già in mente. Con “Holy Oak” abbiamo inserito molta psichedelica lasciando sempre una buona dose di tiro hard kock, mentre in “Seaward” abbiamo inserito molto progressive. Sarebbe stato un passaggio troppo netto senza un terzo album in stile “Holy Oak”. Siamo una band in continua evoluzione e stiamo già sperimentando cose nuove con ulteriori aggiunte di stili.

Nel vostro lavoro ci sono molte influenze che vanno dal folk al prog oltre a naturalmente l’heavy psych, da dove traete ispirazione?
La maggiore ispirazione sono ovviamente gli anni 70, come ho detto nella prima domanda, mostri sacri come King Crimson e Pink Floyd, Black Sabbath, ma anche band meno note come Captain Beyond e Nektar…. Per quanto riguarda le band di nuova generazione siamo molto ispirati da band come Elder e Motorpsycho.

Siete un trio come ce ne sono tanti nella scena heavy psych blues ma con due chitarre e senza basso, la band è nata già con questo assetto o stato qualcosa che è avvenuta con il tempo?
Agli esordi la formazione era composta da chitarra, basso e batteria, dopo pochi mesi integrammo un secondo chitarrista ma il bassista causa impegni lasciò il progetto. Io cominciai a sperimentare soluzioni sonore per fare a meno del basso, utilizzando octaver e accordature più basse, e proseguimmo così. Questa nuova soluzione ebbe un grande riscontro live ed il sound che ne usciva ci piaceva molto, quindi decidemmo di proseguire così. Negli anni ovviamente lo sviluppo e la sperimentazione sonora ci ha portato alla soluzione tecnica attuale molto più complessa ma davvero molto interessante, ossia l’utilizzo di doppio amplificatore chitarra/basso pilotati da una centralina artigianale che riesce a trasformare all’occorrenza con un click le chitarre in basso/hammond/mellotron.

Il nuovo album ha degli arrangiamenti molto ricchi, dal vivo come lo presenterete? Non deve essere facile – e lo dico da musicista – riproporre dal vivo un lavoro del genere.
Collegandomi alla domanda precedente, per quanto riguarda l’aspetto live, restiamo abbastanza fedeli al disco, con le nostre pedaliere riusciamo a gestire basso, hammond e mellotron, in più il batterista riesce a suonare live dei droni/pad che abbiamo prodotto precedentemente ed inserito come sampler da suonare.

Non sarò probabilmente il primo a dirlo ma, trovo il vostro lavoro molto vicino alle atmosfere degli ultimi Motorpsycho (che personalmente adoro): cosa ne pensate?
Beh, a mio parere i Motorpsycho sono la band di nuova generazione migliore del genere, hanno un songwriting complessissimo ma raffinato e reso di semplice ascolto dalla maestria tecnica che hanno. L’ultimo album è clamoroso, sperando non passi come messaggio polemico, mi sembra curioso che in moltissime classifiche di settore dei migliori album 2020 non siano stati neanche nominati. “The All Is One” è un capolavoro, fra l’altro ultimo capitolo di una trilogia sublime, “The Tower” e “Crucible” sono anch’essi album incredibili. E’ certo che band di questo tipo hanno bisogno di un ascolto attento e ripetuto per coglierne la grandezza. Lungi da me paragonarci a loro ma sicuramente anche la nostra musica ha bisogno di un ascolto ben focalizzato, non è musica diretta, “Seaward” è un concept album basato su un argomento ben preciso, sicuramente un ascolto consapevole sul tema e sull’artwork renderebbe l’ ascolto più’ coinvolgente.

Ci sono altre band della scena italiana che apprezzate o con cui avete in qualche modo legato magari on the road?
In Italia ci sono moltissime band meravigliose, il livello è molto alto nella scena heavy psych stoner e prog; nello stile più stoner sicuramente, Black Rainbows, e Black Rlephant, nella psichedelia direi Giobia e da Captain Trips, nell’heavy psych citerei Humulus, Tuna de Tierra e Lee Van Cleef, nel doom e post rock/metal direi Messa e Vesta…. Ma sono stato molto breve, ci sono davvero moltissime band di alto livello che non sanno muoversi bene che purtroppo non hanno grande riscontro mediatico e quindi trovano pochi spazi qui in Italia e all’estero.

Cosa ne pensate dei concerti in streaming? Può essere un’opportunità o è solo un “palliativo” a causa della situazione attuale?
Faccio davvero molta fatica ad accettare il concerto in streaming, per adesso non abbiamo ancora ceduto al farlo e spero che questa situazione riparta il prima possibile. Abbiamo avuto la fortuna di fare un release ad ottobre con pubblico seduto e distanziato, sicuramente non è lo stesso dello stare in piedi fronte palco, ma credo che sia un ottima soluzione per far ripartire pian piano le cose e soprattutto per sostenere tutto il settore, club, tecnici e musicisti.

Avete altri progetti musicali oltre ai Mr. Bison o vi dedicate esclusivamente a questa band?
Ognuno di noi ha altre cose, è importante avere side project per liberare e sviluppare tutte le idee che possono essere meno idonee ad un unico progetto.

Grazie per la disponibilità e speriamo di potervi vedere “dal vivo” il prima possibile
Ringraziamo tutto lo staff del Raglio del Mulo per questa intervista, ringraziamo inoltre tutti gli addetti al settore promozione, webzine, magazine, uffici stampa, blogger per il loro tempo prezioso alla divulgazione del meraviglioso underground Italiano.

The Bastard Within – Better grinders than friends!

I grinder nostrani The Bastard Within fanno il loro debutto sulle scene con “Better Dead Than Friends” (Immortal Souls Productions), un concentrato di violenza sonora che non mancherà di annichilire il “malcapitato” ascoltatore. Abbiamo fatto una chiacchierata con il bassista Davide Stura, davvero molto cordiale e disponibile!

Ciao Davide, e grazie per la tua diponibilità a quest’intervista, che ne diresti di iniziare a parlare di quando e come è nata la band?
Ciao Luca. Grazie a te per il tuo interessamento verso i The Bastard Within. Dunque, i The Bastard Within sono: Sid alla voce; Gianluca Sulpizio alle chitarre; il sottoscritto al basso e Kevin Talley alla batteria. La band ha preso vita nel febbraio 2015. A quei tempi ero ancora molto impegnato con gli Any Face, gruppo di metal estremo che ho fondato nel 2000. Le mie influenze in quel gruppo sono sempre state le più estreme e in quel momento non avevano più molto spazio. Inoltre era nell’aria la nostra imminente fine e quindi ho deciso di creare un side project grindcore, visto che da quando ho scoperto la musica estrema, ormai più di 30 anni fa, è il mio genere preferito e non avevo mai avuto modo di suonarlo. Sarebbe dovuto essere soltanto uno sfogo. Un divertimento. Suonare grind, incidere qualcosa senza troppe pretese e fine. Dopo un mese circa ho contattato Gianluca: lo conoscevo da molti anni e ho sempre ammirato il suo lavoro con i Conviction: band da cui tra l’altro, oltre che dai Node, arriva anche Sid. Pensavo che a livello musicale per quello che avevo in mente di fare fosse la persona giusta, e non ho sbagliato. Il suo arrivo ha decretato la fine del funny side project e ha fatto nascere la band vera e propria, nome incluso. Le intenzioni sono diventate serie: abbiamo composto e provato tanto; abbiamo avuto qualche significativo cambio di formazione e alla fine tutto questo ci ha portati a “Better Dead Than Friends”.

Vorrei chiederti innanzitutto quali siano i motivi riguardanti la scelta del nome della band e il titolo (direi abbastanza esplicito e provocatorio) dell’album…
Come ogni gruppo appena formato cercavamo un nome da dare alla band. Sono uscite mille idee: alcune interessanti ed altre orrende. Gianluca è saltato fuori con The Bastard Within e lo abbiamo trovato appropriato. Tutti, chi più e chi meno, abbiamo un “bastardo dentro”: noi diamo voce al nostro. Anche il titolo dell’album ha una genesi molto semplice. Una sera durante una pausa dalle prove Gianluca ed io ci stavamo raccontando reciproche esperienze passate, in ambito musicale e non, con personaggi che ancora oggi preferiremmo dimenticare. Meglio morire piuttosto che essere loro amici. Gianluca si è reso conto che l’argomento era perfetto per una canzone e per il titolo del nostro album. Tutto qui: tutto molto casuale ma perfetto per noi.

Come mai avete deciso di “partire” subito in quarta con la pubblicazione del full, piuttosto che esordire prima con un EP ad esempio? E’ stata una scelta spontanea oppure una soluzione ponderata?
Se la memoria non mi inganna, la verità è che non abbiamo mai preso in considerazione l’idea di incidere demo o EP: non ci abbiamo mai neanche pensato. Si componeva, si provava e si sceglievano le canzoni migliori per l’album: si è sempre parlato solo di album e mai di qualcosa di diverso.

Come band, posso chiedervi quali sono le vostre “muse ispiratrici” a livello di composizione?
La risposta più semplice e più vera è che tutti noi adoriamo il grindcore. Dai grandi nomi come, ad esempio, Napalm Death, Brutal Truth e Nasum a band decisamente underground. Mentre componevamo “Better Dead Than Friends” si è palesato il fatto che oltre al grind, Gianluca fosse quello con le influenze derivate dall’ HC e dal thrash più marcate, mentre io quello più influenzato dal death metal. Nei nuovi brani questa distinzione tra noi si è diluita parecchio: probabilmente ci siamo influenzati a vicenda. Sid… Sid è estremo. Punto. Noi cerchiamo di dare la nostra interpretazione del genere in maniera onesta e personale. Se un riff  può lontanamente ricordare una delle band che amiamo per noi non è un problema: se la cosa è stata inconscia la viviamo come un giusto tributo a un gruppo che ammiriamo. Sicuramente non vogliamo copiare e non copiamo nessuno.

Come nasce un vostro brano, chi di voi contribuisce al songwriting?
Gianluca ed io ci occupiamo della musica in egual misura. Io scrivo i miei brani e lui registra i suoi. Poi ci confrontiamo, scegliamo le cose migliori e le proviamo fino alla nausea. Sid si occupa dei testi. In “Better Dead Than Friends”: a parte uno o due testi di Gianluca; parti di alcune cose che io avevo scritto in precedenza; qualche nostro input su alcune tematiche da trattare e su qualche titolo e, in “Worthless Existence”, un piccolo contributo nel testo di Juri Bianchi, che è ospite in quel brano, è tutto lavoro suo. Tornando alla musica, Gianluca è stato responsabile dell’80% degli arrangiamenti. Il resto è stata opera mia e, in piccola parte, di Kevin Talley. Gli arrangiamenti vocali e tutto ciò che riguarda il cantato sono opera di Sid.

Per ciò che invece concerne i testi, quali sono gli argomenti trattati?
Ah, se c’è da dispensare odio, disprezzo e furore Sid è la persona giusta… ahahah! Scherzi a parte, le tematiche sono varie. E’ l’ottica piuttosto scura che accomuna i testi che scrive Sid. Parla di come le persone possano diventare schiave delle proprie manie. In un paio di brani il tema è il maltrattamento da parte del genere umano nei confronti della natura, tematica a me molto cara. Come detto prima, nella title track esprime il concetto che è meglio essere morti piuttosto che avere a che fare con personaggi di un certo tipo. In un altro brano Sid parla di quelle miserabili persone che per mettersi in luce hanno come unico mezzo quello di gettare merda sugli altri, modificando a proprio piacimento la realtà dei fatti per raggiungere il proprio scopo. In una canzone fa riferimento a quelle persone che passano la vita a lamentarsi. In un altra parla del fatto che spesso si paga qualsiasi cosa per vivere, che vivere non è, per poi morire senza aver veramente vissuto. Canta/urla del condizionamento dei mass media sulle persone in un pezzo. In un altro sottolinea quanto sia futile e vuoto il mondo dei social media, o almeno l’uso che generalmente se ne fa. Insomma, gli argomenti che tratta, quelli elencati ed altri, sono davvero tanti.

Una cosa che spicca immediatamente all’ascolto è la produzione, davvero molto potente! Dalle informazioni in mio possesso si evince che vi siete rivolti ad un nome di “spicco” del panorama estremo, puoi dirmi qualcosa a riguardo?
Dan Swanö è tra le persone più simpatiche, divertenti e disponibili che io abbia mai incontrato in questo ambiente. E’ andata in maniera molto semplice: stavamo valutando a chi mandare l’album per il mastering e ci siamo rivolti anche a lui. Il brano di prova che ci ha rimandato ci ha immediatamente convinti. Ci ha tenuti aggiornati sul suo lavoro ad ogni passo, dispensando anche ottimi consigli. Siamo molto soddisfatti di questa collaborazione. Così come siamo estremamente soddisfatti del lavoro svolto agli Ironape Studio di Vigevano da Federico Lino. Con lui abbiamo registrato voci, basso e chitarra e lui si è occupato del mixaggio. Kevin ha registrato le sue parti al  Brochacho Studios con  Orlando Villaseñor a San Antonio, in Texas. Sono tutte esperienze che mi piacerebbe ripetere in futuro.

Per ciò che concerne invece la collaborazione con altri musicisti cosa mi dici a riguardo?
Inizialmente quello fissato con le collaborazioni ero io: in seguito sono riuscito a contagiare i miei compagni. Collaborare con musicisti che si ammirano è qualcosa che secondo me da un tocco di freschezza al lavoro che si svolge. In particolar modo con i cantanti, perché voci diverse all’interno di un brano saltano subito all’orecchio e, almeno nel mio caso, attirano immediatamente l’attenzione. I nostri ospiti sono tutti nostri amici. La mia amicizia con Trevor e Juri è ventennale. Juri è anche stato il cantante dei miei Any Face nel periodo e per l’album migliore di quella band, almeno secondo me, ed è stato il primo cantante dei The Bastard Within prima dell’arrivo di Sid. Io e Jason Netherton ci siamo conosciuti circa quattro anni fa e da allora ci sentiamo frequentemente. Chiedere loro di dare il loro contributo al nostro album per me è stato molto naturale. Stefania Minervino e Mara Lisenko non le conoscevo. Sono state una sorpresa incredibile per me. Stefania è amica di lunga data di Gianluca e Sid. L’ho incontrata quando è venuta in studio a registrare le sue parti per “Varosha” ed è stato bello conoscerla. Mara è amica di Sid: molto gentile, disponibile, professionale ed estremamente brutale. Sono felice del contributo di tutti loro, oltre ad essere onorato della loro presenza sul nostro album.

Quali sono le vostre aspettative, in considerazione del periodo che stiamo attualmente vivendo? Avete in programma dei live per promuovere la vostra release? Cosa bolle in pentola?
Personalmente sono già contento così. Reputo “Better Dead Than Friends” e i The Bastard Within le cose migliori fatte e vissute fino ad ora nella mia “carriera musicale”. Suono quello che mi piace con persone che condividono la mia stessa passione per questa musica e per me, che in tutte le band in cui ho suonato in precedenza sono sempre dovuto scendere a compromessi enormi perché tutti si fosse più o meno soddisfatti, è stupendo. Poi, banalmente, a me la nostre canzoni piacciono davvero. Quindi la mia aspettativa e la mia speranza è che si vada avanti così. Tutto qui. Se poi arriverà altro, ben venga. Live: al di là della pandemia è un tematica complessa. Da questo punto di vista su Kevin, ovviamente e giustamente, non possiamo contare. Dovremmo trovare un batterista disposto a farlo. Ma se devo essere onesto in questo momento la sola idea di mettermi a cercarne uno, conoscerlo ed eventualmente provinarlo mi fa sentire esausto. Tra il 2015 e il 2018 ho passato due anni su tre a cercare quotidianamente un batterista e l’esperienza mi ha sfiancato. Certo, una parte di me desidera portare i The Bastard Within live: penso sarebbe divertente e gratificante sia per noi che per gli appassionati del genere che suoniamo. Ma gli ultimi due anni di concerti con la mia band precedente sono stati generalmente orribili; l’esperienza mi ha segnato e a distanza di tanto tempo non ho ancora smaltito le tossine. Per cui in questo momento rimango piuttosto combattuto sull’argomento. Ma questa è solo la mia posizione e le decisioni non spettano solo a me ma all’intera band. In ogni caso per ora vedo questa possibilità di difficile realizzazione. Il 2020 è stato un anno strano per chiunque. Noi, al di là delle situazioni note, abbiamo avuto a che fare anche con impegni e/o impedimenti personali che ci hanno assorbiti parecchio. Tutto questo non ci ha permesso di lavorare con le nostre solite modalità, ma non significa che la band si sia fermata. Io e Gianluca siamo stati molto prolifici in ambito compositivo e ancora non ci siamo fermati, anche se ognuno a casa propria. Abbiamo già parecchie nuove canzoni da scegliere e su cui lavorare. Lo scorso Giugno ne abbiamo registrata in studio qualcuna con Kevin, giusto per capire se la direzione presa fosse quella giusta per noi, e devo dire che siamo molto soddisfatti. Appena la situazione mondiale lo permetterà, ci prepareremo per quello che decideremo saranno i nostri passi futuri.

Siamo giunti alle battute finali, grazie ancora per questa bella chiacchierata, concludi pure come vuoi!
Questa è la domanda più difficile, ahahah! Oltre a ringraziarti di nuovo per la tua disponibilità, Luca, cosa posso dire? Abbiate cura di voi e del prossimo: rispettate il distanziamento sociale; non create assembramenti e usate quelle cazzo di mascherine o non ne usciremo più. Quando vi vedo in giro in branco senza protezione a parlarvi addosso mi fate solo incazzare e mi viene voglia di darvi fuoco. E magari prima o poi lo farò; e che cazzo! Se poi avete voglia di passare una mezz’oretta ad ascoltare un album grind, “Better Dead Than Friends” immagino possa fare per voi.

Crepuscolo – Cicatrici che raccontano storie

Dalla lontanata Russia è giunto in redazione “You Tomb”, l’ultimo album degli italiani Crepuscolo, pubblicato dalla Metal Scrap Records. Un lungo viaggio che proposto alla nostra attenzione un disco uscito nel 2019, ma ancora degno di attenzioni.

Benvenuto Umberto, “You Tomb” il vostro secondo album è uscito più di un anno e mezzo fa, siete ancora soddisfatti del contenuto di quel disco oppure oggi cambiereste qualcosa?
Innanzi tutto grazie mille per lo spazio che ci date per promuovere la nostra musica! Ti confermo che siamo soddisfattissimi, “YouTomb” è il nostro miglior lavoro, ci abbiamo messo tanta energia, tanto impegno sia fuori che dentro la sala prove. Abbiamo girato il video della title track e il 30 dicembre uscirà un altro video clip “My Scars Tell a Story”, questo a riprova che vogliamo dare ancora spazio al nostro ultimo lavoro.

Parte della promozione del disco, immagino, sia andata in fumo a causa dell’emergenza Covid 19, in termini artistici e, perché no , economici che danno avete subito da questa situazione?
Come tutti, ovviamente, abbiamo risentito in maniera drammatica di questa situazione tremenda. La pandemia ci ha bloccato tutto, ci ha chiusi in casa, impedito di fare le prove, suonare live, vederci… E’ stato un peccato perché appena uscito “YouTomb” siamo partiti in tour in Repubblica Ceca, al ritorno abbiamo suonato in vari club, tutto sembrava andare per il meglio. Poi è successo l’inimmaginabile ed eccoci qua. Però non ci siamo dati per persi, quando si è potuto ci siamo rivisti in sala prove e abbiamo scritto i pezzi per il prossimo anno: a metà gennaio (Covid permettendo) entreremo in studio di registrazione per lavorare sulle linee di batteria.

La canzone che dà il titolo al disco puntava il dito contro chi preferiva stare comodo sul divano piuttosto che andare a vedere un concerto dal vivo. Credete che l’attuale situazione abbia fatto peggiorare questo fenomeno, impigrendo ancor di più il pubblico, o abbia creato una fame di live tale che alla ripresa potrebbe portare la gente a snobbare meno i concerti?
Gran bella domanda! Sinceramente spero che il lockdown abbiamo messo quella fame incontrollabile di musica dal vivo, di fare festa ai concerti, incontrare gli amici, bere insieme, ascoltare musica live. La nostra paura è che, come abbiamo potuto vedere, grazie anche alla tecnologia che oggi permette tutto, molte band hanno dato vita a concerti in streaming, che se da una parte è una cosa eccezionale perché puoi suonare in un locale con il pubblico vero e in più puoi raggiungere gente in ogni dove, dall’altra c’è il rischio che la gente, già pigra per natura, non si schiodi dal divano. Sinceramente è una cosa che temiamo molto. Noi siamo old school, ci piace il calore del pubblico, sudare, suonare, bere insieme a chi ci viene a sentire, è fondamentale scambiarsi pareri, consigli. “YouTomb” è un urlo di rabbia contro tutti quelli che si sono rammolliti, che credono che il computer possa sostituire l’adrenalina del palco, sia dal punto di vista di chi suona ma anche di chi va ai concerti. Purtroppo suonare underground vuol dire scontrarsi contro questa stupida mentalità di va ai concerti solo dei grandi nomi. Degli altri se ne fottono allegramente.

L’album si conclude con una canzone ispirata alla poesia “Memento” di Igino Ugo Tarchetti, scelta abbastanza particolare in ambito estremo: come è nata l’idea?
E’ venuta per caso, la moglie del chitarrista ci ha fatto leggere alcuni versi del poeta, noi siamo sempre alla ricerca di qualcosa di diverso, sempre “vecchia scuola”, ma che comunque abbia quel quid in più che ci intriga. Leggendo i versi di Tarchetti, li abbiamo fatti nostri – anche perché sono abbastanza ermetici ma anche oscuri – ci abbiamo costruito una canzone che secondo noi esprime bene il malessere del poeta.

Dal punto di vista musicale vi ispirate alla scena svedese dei primi anni 90, con una predilezione per il sound di Stoccolma, anche se non mancano i momenti melodici. Come mai vi rifate a certi stilemi classici?
Franz (basso e voce) e Umberto (chitarra) sono dei giovani ultra quarantenni, vengono dalla generazione degli Entombed, Dismember, Carcass, At The Gates, e non poteva essere diversamente. Abbiamo cercato però di non limitarci e infatti Lorenzo alla batteria ci mette del suo, essendo più giovane, ha altre influenze un po’ più moderne, si ispira comunque al drumming di Dave Lombardo, Behemoth, Slipknot ecc. Abbiamo raggiunto un ottimo amalgama fatto di suoni swedish e batteria più orientata verso partiture e lick un po’ più moderni.

Qual è il vostro rapporto con la melodia?
Noi la ricerchiamo sempre la melodia, siamo convinti che una chitarra e un basso distorti e la batteria che spinge come una forsennata possano fare melodia. Ci piacciono molto arpeggi, sonorità melodiche, ad esempio in “Memento” c’è un solo di chitarra classica spagnoleggiante. Ci affascina l’idea di riuscire a far stare una bella melodia insieme a sfuriate death metal!

Spulciando la vostra discografia sono rimasto incuriosito dal titolo dell’EP “Izzatso”. Ho fatto una ricerca su Google per scoprire il significato di questa parola e mi ha apparso un parrucchiere di Kuala Lumpur. Senza nulla togliere alla nobile arte dell’acconciatura malesiana, immagino che voi sabbiate dato un altro significato a quel termine, mi spieghereste quale?
Izzatso? è lo slang cockeny (una sorta di dialetto londinese) che sta per “Is that so?”. Anche i testi per noi sono molto importanti, pur sapendo che in Italia si parla poco inglese e il growl non è di facile comprensione, siamo convinti che una buona canzone possa diventare ottima se ha un bel testo. Il testo oltre a trasmettere i nostri sentimenti, quello che pensiamo, chi siamo, serve anche per creare qualcosa di magico con la parte musicale della canzone. “Izzatso?” Parla di un tema che ci sta molto a cuore quello dell’inquinamento, stiamo distruggendo ciò che abbiamo di più importante: la nostra casa che è la terra.

Sinora ci siamo soffermarti sul passato, il futuro cosa ha in serbo per voi? Avete già dei brani pronti?
Come detto prima il Covid 19 non ci ha fermato. Abbiamo lavorato su una quindicina di pezzi nuovi e tra questi abbiamo scelto quelli che faranno parte del nuovo album dei Crepuscolo. Abbiamo utilizzato questa pausa forzata per registrare una pre-produzione delle song che ci sono piaciute di più e a metà gennaio inizieremo la registrazione della batteria. Siamo molto eccitati e motivati, registrare un nuovo album è sempre un’esperienza emozionante, vedere concretizzarsi le nostre idee ci ripaga degli sforzi e delle energia impiegate! Non vediamo l’ora che esca il nuovo lavoro, ma comunque non sarà prima di ottobre/novembre prossimi. Nel frattempo ci impegneremo per tornare live appena ce lo consentiranno. Torneremo più incazzati che mai! E sicuramente motivatissimi perché non abbiamo mai smesso di essere Crepuscolo anche chiusi in casa!

In qualche modo i nuovi brani risentiranno della stranezza dei giorni che stiamo vivendo?
Beh ovviamente sì, saranno brani più duri, più intimisti proprio perché abbiamo dovuto imparare a vivere in maniera totalmente diversa. Ci siamo scoperti diversi, più deboli, ma anche più consapevoli che da soli non possiamo nulla, mentre insieme si può sconfiggere un bastardo subdolo come questo cazzo di virus.

E’ tutto, grazie
Grazie a voi per la possibilità che ci date di farci conoscere e far sapere a tutti i metalhead che credono ancora nel metal vero, suonato, urlato, sudato e bevuto che la nostra musica – il metal – continuerà ad esistere solo se ci saranno le persone che vanno ai concerti. Stay metal and make a fucking loud growl!

Deadform – Un incubo industrial blues

I Deadform sono un duo Industrial composto da Peter Bell ai synth e Dead Kryx – Cristian Di Natale già noto come “Murthum”, membro fondatore ed anima dei Mortifier una delle prime band black metal italiane – alle chitarre. Hanno da pochissimo pubblicato il loro Ep d’esordio “Tales of Darkforms” su Bandcamp.

Ciao Peter, benvenuto sulle pagine de Il Raglio del Mulo! Come nasce il progetto “Deadform”?
Conosco Kryx da molto tempo, eravamo adolescenti. Nel piccolo paese rurale dove siamo nati chi ascoltava determinati generi musicali era considerato un alieno e quindi tra alieni ci conoscevamo tutti e ci scambiavamo cassette, dischi ed esperienze di viaggi impossibili no budget… facevamo migliaia di chilometri insieme per vedere le nostre band preferite. Deadform nasce da questo spirito ritrovato dopo alcune free session da un amico comune. Il mio modo alternativo di suonare i synth insieme alla sua macchina da riff ha trovato da subito un’intesa sonora. Insieme abbiamo pensato ad progetto che potesse unire power electronics, techno e metal sperimentando una nuova miscela esplosiva. Non ci siamo mai annoiati e ogni traccia ci spronava a lavorare sulla successiva .

E’ stato difficile unire la tua anima elettronica a quella più propriamente black metal di Dead Kryx?
Le influenze black metal si percepiscono specialmente nella prima traccia “Darkforms” ma non avendo un cantante, e in quel momento neanche un batterista, dopo un po’ di session insieme l’idea di proporre musica solo strumentale è stata naturale, poi l’entusiasmo ha fatto il resto.

In che maniera vi approcciate alla composizione dei brani?
Tutte le tracce sono state abbozzate insieme. Alcune volte ho sviluppato più una mia idea al synth o alla drum machine, altre volte siamo partiti da una parte di chitarra e via via in questo modo abbiamo rifinito le tracce. Solo quattro al momento per un Ep ma siamo già pronti a pubblicarne altre, come prima uscita può bastare.

L’industrial è un genere che ha avuto la sua maggiore notorietà negli anni ’90, cosa può ancora caratterizzarlo nel 2021 secondo voi ?
L’industrial era il genere a cui ci sentivamo più vicini pur essendo naturalmente molto lontani dalla Wax Trax di Chicago. Certamente amiamo band come NIN, Skinny Puppy, Ministry, Front 242 tanto per citarne alcuni. Crediamo che il rock oggi per vivere abbia sempre più bisogno della sintesi elettronica e l’industrial è secondo noi il genere che più di tutti può incubare l’anima del blues con i ritmi industriali della dance music. Il mondo della musica è infinito ed è la massima espressione dell’uomo su questo pianeta.

Il vostro Ep “Tales of Darkforms” è una sorta di viaggio sonoro che ben si presta a un immaginario apocalittico, avete intenzione di pubblicare altri videoclip oltre quello già edito di “Convulsex”?
Ci stiamo lavorando… il video di “Convulsex” è stata una sfida, in effetti pensavamo quanti videogiochi devono il loro successo alla musica?

Vista l’attuale stasi della musica dal vivo, che ne pensate delle esibizioni in streaming? Avete mai pensato a qualcosa del genere?
Adesso abbiamo un batterista e, virus permettendo, stiamo cercando di preparare un set dal vivo. In merito alle esibizioni in streaming bisognerebbe inventarsi qualcosa di più che suonare davanti ad una camera fissa, ci vorrebbe uno show.

Come Mutaform Records, hai pubblicato diverse produzioni, quanto il contesto del Sud ed in particolare della Valle D’Itria influisce sulle tue produzioni ?
Una delle cose più stimolanti che abbiamo da queste parti è il poter passare dal nulla più assoluto – un paesaggio rurale o un parco marino – ad un posto dove si suona si balla e ci si diverte senza traffico, con tantissimo spazio a disposizione. La vita all’aperto, un po’ di sport e l’osservazione… tutte queste cose aiutano molto e stimolano l’orecchio nella creazione di nuove tessiture sonore .

Quali progetti avete per il futuro musicale post-pandemico?
Stiamo lavorando ad una versione live dei Deadform con un giovane batterista e ad altre nuove tracce.

Luca Worm – Ora!

Luca Worm – ai più noto per il suo militare negli Animatronic, di cui è fondatore insieme a Luca Ferrari dei Verdena – ha regalato uno degli ultimi colpi di coda musicali del 2020: il suo primo album solista “Now” (C’mon Artax!) propone il chitarrista in una nuova vesta più anarchica e in alcuni frangenti anche nel ruolo di cantante.

Ciao Luca, cosa ti ha spinto a metterti in “proprio”, rilasciando il tuo esordio da solista proprio in questo funesto 2020?
Ciao Giuseppe! Ho deciso di rilasciare “Now” in questo 2020 perché semplicemente sentivo l’esigenza di “lasciarlo andare”. Per me questo album segna la fine del decennio, la fine dei miei vent’anni; non avrebbe la stessa importanza e lo stesso peso se fosse stato pubblicato 20 giorni dopo. Il mettermi in “proprio” è stata una mia esigenza di circa tre/quattro anni fa ed è sempre rimasta nella rosa dei progetti in cui lavoro e per i quali lavoro.

Qual è l’aspetto della tua musica che hai potuto approfondire in questo album e che per un motivo o per un altro non sei mai riuscito ad analizzare nelle tue esperienze precedenti?
In questo album sono stato totalmente libero in fase di scrittura quindi ho sfruttato tutto ciò che era nel mio bagaglio in quel momento senza pormi alcun freno. Ciò mi ha permesso poi di fare un’analisi tecnica ed una dettagliata auto-critica spunto di crescita su tutti i fronti. Altra nota importante: ho potuto scegliere in totale autonomia come lavorare alla promozione del disco, nei progetti precedenti era una scelta di gruppo e, ahimè, spesso motivo di scontro.

Ora ribalto la domanda, c’è qualcosa degli Animatronic che hai eliminato volutamente in questo disco proprio per sancire la tua libertà compositiva?
Assolutamente no! Abbiamo inciso questo disco tra Dicembre 2018 e Marzo 2019; gli Animatronic nascono nel Gennaio 2018, “Now” era già quasi tutto scritto. Non sarebbe comunque un problema se decidessi domani di entrare in studio per un secondo album solista, lo stile dei due progetti è totalmente diverso: il tocco sullo strumento rimane in entrambi, inevitabile fortunatamente…

Il titolo, “Now”, dà l’idea di un’istantanea, di un momento catturato. Ma è andata davvero così, i brani sono nati di getto o le idee le hai raccolte, in modo conscio o inconscio, nel corso di più anni?
“Now” è il tempo che ci sfugge di mano: ieri avevi 18 anni, oggi 30! Ti fermi, cosa a cui non sei abituato nella frenesia quotidiana, ti guardi alle spalle e cogli il modo di arrivare ad un traguardo futuro in modo più efficace ed in minor tempo. Le idee per i brani cantati le ho raccolte in modo inconscio nel corso degli anni, mentre i sette brani strumentali li ho scritti di getto nell’arco di tre mesi.

Un passaggio delle note promozionali che mi ha colpito è questo: “Non saremo mai felici nella nostra ricerca trascendentale”. Questo approccio eccessivamente critico, direi quasi nichilista, non può portare alla lunga alla frustrazione? Estremizzando il concetto, se la tua ricerca trascendentale avviene attraverso la musica, potrei anche pensare che tu oggi non sia già più soddisfatto di “Now” e che tu sia concentrato sul suo successore…
E’ inevitabile per il mio essere non pensare al mondo attuale come un mondo non in decadenza. Nonostante ciò mi sforzo di credere in una rinascita futura che in qualche modo riporti alla luce i valori umani, quelli che non si legano ad una sola cultura, ad una religione o alle istituzioni. Crescendo ho sviluppato una visione sempre più “animista” dell’universo. Tornando alla musica: il mio approccio critico è volto principalmente al miglioramento, non sentirsi mai arrivati per continuare ad apprendere. L’unico fattore che potrebbe trascinarmi nella frustrazione sarebbe il rendermi conto di aver perso l’umiltà, per il resto preferisco rimanere un eterno sognatore con i piedi per terra. Sono soddisfatto di “Now”, ha un’anima tutta sua, il suo successore sarà diverso.

Sempre in quel passaggio parli di trascendenza, questo concetto lo ritroviamo anche nella copertina del disco forse, che mi sembra un mandala. Quel è il tuo rapporto con la spiritualità e che in modo questa incide sulla tua musica.
Credo vi siano delle energie nell’aria che ci circonda, io ne traggo ispirazione per la stesura di qualche testo per canzone. Nella musica cerco di rievocare le sensazioni scaturite in me dall’attrazione che ho verso lo spiritismo ma non solo, parlo anche di esperienze reali e fatti accaduti, di sensazioni astratte intrinseche nell’animo umano. A livello musicale prediligo le tonalità minori in quanto più suscettibili e portatrici di un leggero velo di tristezza.

In questa avventura non sei solo, ti andrebbe di presentare i tuoi compagni?
Certamente! Mauro Ferretti, classe 1964, batterista dalla tenera età di 7 anni, nostalgico dell’hard rock e dell’heavy metal. Dal 1979 al 1986 suonò in una band che si chiamava Hallowed, negli anni a seguire ha collaborato con svariati artisti e musicisti del panorama underground. Musicista eclettico che trova il suo posto nell’universo solo in sella al suo strumento! Cristian Negrini, classe 1974, chitarrista e musicista di professione. Nel mio progetto si presta al basso, con il quale negli ultimi anni ha avuto modo di familiarizzare sviluppando una tecnica degna di nota! A mio avviso una persona vera, sincera e costante: un amico, come lo è anche Mauro!

Il disco è molto vario, con la tua chitarra esplori vari generi. La cosa ti riesce grazie alla tua padronanza tecnica. Qual è il campanellino d’allarme che ti avvisa quando stai eccedendo con la tecnica a scapito del feeling?
Suonando insieme ad altri musicisti si impara ad ascoltare gli altri strumenti in modo di suonare soprattutto “in funzione di”, ci può essere poi l’eccezione di “x” secondi in cui puoi dire e dare tutto. Finché si ha il quadro generale di ciò che si sta suonando e ciò che stanno suonando i tuoi compagni va tutto liscio, il campanello d’allarme per me è il momento in cui si tende a sbilanciare questo equilibrio, con il rischio di correre in solitaria per spazi non definiti, mettendo in difficoltà il resto della squadra. La tecnica deve essere al servizio della melodia, è bello trattarla come fosse una spezia… Sono un amante del peperoncino, non riesco a dosarlo (ridendo).

Il disco è per lo più strumentale, ma come ti vedi nelle veste di cantante?
Prediligo l’opzione strumentale in quanto sono provvisto di un’estensione molto più ampia rispetto alle mie discrete doti vocali. Mi sento uno strumentista, nonostante ciò nel mio percorso ho avuto l’ispirazione e l’occasione di scrivere canzoni con testi in italiano, che ho così inserito nel disco. Al microfono cerco di trasmettere la stessa energia che infondo con la chitarra, perché credo in ciò che scrivo, sforzandomi di mantenere alta la qualità di entrambi.

Sei pronto anche per affrontare il pubblico oppure questo esperimento non è destinato ad avere un’appendice live?
Sono pronto eccome! Non aspetto altro che affrontare il pubblico non appena si potrà riprendere con i live! Usciremo dal vivo con la speranza di suonare il più possibile!