Abyssian – Il suono della devozione

I nostrani Abyssian dopo cinque anni dal precedente “Nibiruan Chronicles” tornano sulle scene con il secondo “Godly”, uscito per l’italiana Revalve Records. Scopriamone un po’ i particolari con Roberto, chitarrista e frontman della band…

Ciao Roberto e ben trovato al Raglio del Mulo, ti andrebbe per prima cosa fare un po’ di luce su quella che è la storia della band?
Ciao Luca e bentrovati tutti. Dunque, gli Abyssian nascono almeno come idea generale nel 2010, quando dopo un lungo periodo di assenza dalla scena musicale (parliamo del 1995 come ultima uscita discografica con la mia prima band, i Sinoath) ho sentito che era arrivato il momento di riprendere con qualcosa, da qualche parte. Lo spunto me lo diedero le mie letture del periodo, su argomenti come l’archeo-astronomia, le civiltà sommerse, le teorie sull’esistenza o meno di Atlantide, gli antichi alieni e argomenti simili. Gli Abyssian nascevano inizialmente come one man band, ma ben presto mi resi conto che per poter mettere tutto in pratica più facilmente, avevo bisogno di qualcuno con cui condividere e fissare idee e spunti. Così contattai Francesco (attivo anche con il suo progetto solista Svirnath) che tuttora si occupa della chitarra ritmica, delle partiture di tastiere e batteria elettronica. Nel 2014 realizzammo l’Ep The Realm of Commorion. Nel frattempo la formazione si allargò e si stabilizzò, includendo anche Vincenzo al basso e Riccardo alla batteria e nel 2016 per la Violet Nebula uscì il primo album “Nibiruan Chronicles”. Avere una formazione completa, fu davvero una cosa molto importante soprattutto per i live. Circa un anno dopo l’uscita del primo album, Riccardo venne sostituito da Daniele (ex Holy Martyr, e tuttora anche in forze nei Drakkar) col quale abbiamo poi lavorato a “Godly”, il secondo album uscito da poco in versione digitale per la Revalve Records, e previsto adesso in formato fisico sempre per la Violet Nebula.

Siete sulle scene da più di dieci anni che non sono pochi, ciò nonostante vorrei chiederti se prima degli Abyssian avete avuto delle precedenti esperienze musicali… Qual è il vostro “background”?
Come già detto, prima degli Abyssian, dal 1988 fino al 1995 ho fatto parte dei Sinoath, progetto musicale che è passato da un iniziale black/death a un death/doom, e poi a una sorta di dark/metal. Le mie esperienze musicali hanno quasi sempre rispecchiato ciò che ascoltavo all’epoca (e che tuttora ascolto), era il periodo dell’avvento del gothic/doom inglese, del death americano e svedese, e del black scandinavo, per cui quelle sonorità vissute come anteprime assolute, non potevano non influenzare le mie composizioni. Successivamente ho allargato gli ascolti anche ad altri ambiti come l’elettronica fredda o più calda, al jazz, l’ambient, la musica etnica, o al dark. E’ chiaro quindi, che la natura successiva dei brani sia stata contaminata dalle inclusioni più recenti. Essendo il più “anziano” della band, che io ricordi, sia Vincenzo che Francesco Abyssian a parte, al di là delle feste del liceo non hanno suonato (ride) mentre Daniele come già accennato, ha avuto diverse partecipazioni sulla scena più epic e power metal. Adoro il suo stile, tecnico ma al contempo granitico…

Quali sono le band che hanno da sempre ispirato le vostre composizioni?
Diverse e davvero tante. Alcune hanno avuto un’influenza più marcata sul sound, mentre altre ci vivono dentro attraverso qualche richiamo. Pink Floyd, Cure, Sisters of Mercy, tutto il Gothic/Doom inglese, i Type O Negative, i Beatles, Candlemass, Mercyful Fate, Dead Can Dance, Massive Attack, Depeche Mode, Radiohead, Aphex Twin, Bjork, la musica brasiliana, i Death. Potrei continuare davvero per molto tempo ancora…

Come pensi sia cambiato il vostro songwriting in questi anni? Quali sono secondo te le principali differenze tra il nuovo “Godly” e il precedente “Nibiruan Chronicles”?
Le differenze tra “Nibiruan Chronicles” e il recente “Godly”, si trovano soprattutto nel concetto e nell’intento. “Nibiruan” è una sorta di concept, un “documentario di viaggio” dei nostri ipotetici antenati dal Pianeta X (Nibiru appunto) a Tiamat, cioè l’attuale Terra. E’ pieno di gesta, luoghi, azioni e momenti storici ben precisi, come nel caso del brano “Zep Tepi,” cioè del Primo Tempo egizio, dove si presuppone siano vissuti gli Dei, o di No place for the heart, dove gli Anunnaki si ribellano alla schiavitù dei loro padroni Nephilim, e organizzano una rivolta. E ha una copertina “archeologica”. “Godly” è già dal titolo, qualcosa di più spirituale e devozionale. Inoltre segna un ipotetico proseguo del Culto Atavico e ancestrale, fin dentro al DNA di quello pre-Cristiano. La copertina questa volta, presenta un Angelo/Rettile. E’ la celebrazione del Dio Squamoso o Piumato, che ritrovi anche nei culti mesoamericani con Quetzalcoatl o in quelli nipponici dei misteriosi Jomon, nella versione indiana con Naga, o in quella egizia con Ankh-neteru. E’ interessante notare come tutte queste antiche civiltà celebrino lo stesso Dio e le sue stesse gesta, chiamandolo con nomi differenti. Tutti affermano che un giorno discese un Essere Superiore e fiammeggiante dal cielo, li istruì e decise poi stabilire il suo regno sulla Terra. In alcune varianti, di andare a risiedere poi nelle profondità marine, tornando di tanto in tanto per gestire correttamente l’operato degli uomini. Oannes, nella sua nomenclatura babilonese o Dagon in ebraico, era un Essere saggio, colto e giusto e non pretendeva nessuna Chiesa, né tributi. Lo so, ricorda abbastanza anche Cristo.

Immagino che anche il nome Abyssian tragga ispirazione dalle stesse tematiche, no?
Abyssian è un po’ una licenza poetica di “Abitante degli abissi”. Un Abissiano. Può anche avere l’identità di Oannes di cui ti ho già detto, ma può riallacciarsi perché no, a qualsiasi altra creazione. Anche immaginaria. Mi affascinava l’idea di questa identità abissale, terribile o meno. Ci puoi trovare tanto Lovecraft dentro, ma anche qualcosa di molto più impalpabile, tanto che Abyssian è anche un sinonimo inglese di Depression. Sono le profondità abissali, ma anche mentali.

Da cosa sono caratterizzati i vostri processi di composizione? Chi di voi partecipa alla fase di songwriting?
Beh, questo si riallaccia un po’ a tutto quello che ho descritto. Il mondo Abyssian è in buona sostanza qualcosa che, prima raggruppa spunti, idee, frasi, motivi, partiture ecc., poi elabora tutto, privilegiando sempre il tentativo di rendere ogni cosa più omogenea e immediata possibile. E, a volte, date le numerose influenze da cui provengono questi elementi, non risulta sempre un processo facile. Mi ritengo uno assolutamente innamorato della semplicità, fatta però di sintesi intelligente e cuore. Odio i fronzoli e in generale, le cose ostentate e inutilmente complicate. Io mi occupo del songwriting e della forma in generale, successivamente i brani vengono rifiniti insieme.

Come nascono i tuoi testi?
I testi, sono un po’ il nero su bianco di tutte quelle visioni che provo a formulare nella mia mente. Viaggi cosmici, scontri, luoghi mistici, mondi sotterranei o appartenenti alla sfera celeste, e così via. Ce ne sono di più solidi ed esteriori, altri invece più introspettivi e basati sul sentimento dell’animo, sui pensieri, sulla rabbia o sulla devozione. Certe liriche sono quasi la descrizione più pedissequa di eventi, momenti e individui reali e non; altre hanno una natura totalmente astratta, e di solito al genere di testo ne corrisponde anche l’intensità del brano.

Come definiresti il sound degli Abyssian?
Come flusso piuttosto intenso. Un Ambiente dove vuoi essere disposto ad entrare e uscire senza fretta. La natura di Abyssian in fondo è molto semplice, ma tuttavia ha bisogno di diversi ascolti e di una buona predisposizione per essere colta in pieno e nel complessivo. Ti arriva dopo. Alla fine.

Forse non è il momento più idoneo visto tutto quello che stiamo vivendo, ma state prendendo in considerazione l’eventualità di proporre i vostri nuovi brani dal vivo?
Ovvio che si… In realtà non vediamo l’ora (ride). C’è anche la setlist pronta. Questo dannato Covid ci ha tolto il momento migliore che si possa vivere dopo l’uscita dell’album, quello della condivisione con il pubblico. Vedere come chi ha ascoltato a casa i brani, li accolga davanti al palco. E’ qualcosa di magico. Impagabile. E’ lo scopo maggiore della musica. Nel nostro caso anzi, ti dirò che questa pandemia si è piazzata esattamente in mezzo al periodo delle registrazioni di “Godly, ritardandone maledettamente i tempi. E una volta pronto, ne abbiamo anche voluto tenere in stand by l’uscita, sperando che l’anno dopo fosse tutto risolto e poter agganciare l’uscita dell’album ai live. Ma purtroppo non è servito a nulla…

Ok Roberto, l’intervista è giunta ai titoli di coda, ti ringrazio nuovamente per la chiacchierata e auguro a te e agli Abyssian le migliori fortune, concludi pure come vuoi!
Ringrazio tanto te Luca, per la bella chiacchierata e la redazione del Raglio del Mulo per la disponibilità e l’attenzione verso di noi. Raccomanderei a tutti l’acquisto di “Godly”, che sebbene già in ascolto su tutte le piattaforme digitali, a brevissimo sarà disponibile anche in formato fisico, magari proprio mentre scrivo queste righe. Ma non lo farò… Mi verrebbe quindi da augurare le migliori fortune a tutto il panorama italiano underground, che è davvero un sottobosco stracolmo di chicche tutte da scoprire e invitare tutti, una volta finito tutto questo schifo, a farsi grandi scorpacciate di live perché ce n’è davvero bisogno, per il pubblico e per la musica di settore in generale. Abbiamo davvero tutti bisogno di salvarci con la musica. Adesso più che mai.

Rise to Zero – Celestial burial

VERSIÓN EN ESPAÑOL ABAJO: POR FAVOR, DESPLÁCESE HACIA ABAJO!

I messicani Rise to Zero sono pronti ad affacciarsi sulla scena extreme melodic metal con un nuovo EP nel 2021. In questa intervista per Il Raglio Del Mulo, Aldo, Ivan e Mike ci hanno parlato dei dettagli della loro nuova formazione, del loro impegno in ambito artistico e soprattutto di come stanno affrontando questo 2021 contraddistinto dalla crisi sanitaria che sta devastando il mondo. Ma l’arte ha dimostrato di essere il baluardo più forte di cui dispone oggi l’umanità.

Benvenuti su Il Raglio Del Mulo, grazie mille per la vostra disponibilità, ragazzi. Come sono nati i Rise to Zero? E perché avete deciso di dare questo nome alla band?
Aldo – Ciao, grazie mille per il tuo supporto e per questa intervista, i Rise to Zero si sono formati nel 2007 e a quel tempo avevamo diverse idee per il nome della band, anche se eravamo solo due persone, volevamo dare un’identità al progetto, fino a quando un amico ci ha suggerito il nome Rise to Zero, ci è piaciuto e il nome è rimasto. In realtà l’idea inziale della band era solo quella di comporre, registrare alcune canzoni e condividerle, era / è il nostro hobby. Nel tempo ci siamo resi conto che avevamo abbastanza canzoni per pubblicare un album e così che è nato “Falling Sky” del 2013, con 10 canzoni e 1 cover. Abbiamo fatto il nostro primo spettacolo e gli attuali Rise hanno iniziato a prendere forma, poi abbiamo pubblicato il nostro EP intitolato “Worms” che è uscito nel 2016 e contiene 3 canzoni, fino a giungere al 2020 con il nostro più recente “Jhator”.
Mike – Ciao, apprezziamo profondamente il tuo supporto e interesse per il nostro lavoro, come dice Aldo, la band è nata solo come pretesto per stare insieme e per uscire ma nel tempo ha preso forma un sound che abbiamo iniziato ad apprezzare È stato allora che abbiamo deciso di registrare il nostro primo album e abbiamo iniziato a prendere il progetto più seriamente.

Come è riuscita la band ad emergere questi anni in campo melodic black-death e come è possibile competere con altre realtà estere dall’ottimo livello compositivo?
Aldo – A dire il vero abbiamo sempre cercato in qualche modo di non farci così coinvolgere dalla “scena” oltre al fatto che all’inizio la band era propensa ad un genere più core metal che melodic death, comunque quell’isolamento ci ha fatto evolvere musicalmente e non abbiamo un’idea pre-impostata di come dovremmo suonare, o per chi dovremmo suonare, componiamo solo ciò che ci piace, ciò che al momento sentiamo essere qualcosa di buono da mostrare in pubblico. Ora con il nostro nuovo album “Jhator”, ci sentiamo molto a nostro agio con quello stile black metal, senza perdere l’essenza melodica, e ci sentiamo molto onorati che il nostro album venga ascoltato anche in altre parti del mondo e che stia raggiungendo a poco a poco nuovi livelli.
Mike – Qui in Messico la scena metal è molto viziata, piena di clientelismo e favoritismi, per lo stesso motivo abbiamo cercato di non lasciarci coinvolgere troppo dall’usanza del lusingare qualcuno per poter ottenere un posto nella scena, quindi è un po’ complicato, ma speriamo di poter competere creando materiale migliore che piaccia alla gente. Personalmente, penso che abbiamo molta strada da fare per competere con le band dentro e fuori il nostro paese, ma siamo orgogliosi che la nostra musica arrivi al di fuori del Messico.

Di cosa parlano i testi dei Rise To Zero e cosa cercate di evocare nelle vostre canzoni?
Aldo – I testi di Rise to Zero fin dall’inizio sono stati inclini alla depressione, all’anti religione e, situazioni personali, attualmente con “Jhator” abbiamo voluto esplorare cose un po’ più elaborate, dare ancora più profondità alla parte lirica, prendendo come tema base la “sepoltura celeste”, la pratica buddista tibetana che prevede che i loro morti non vengano seppelliti, ma vengano dati in pasto ai rapaci, poiché ritengono che il corpo sia solo un contenitore per l’anima e quando qualcuno muore deve tornare agli elementi naturali, inoltre i tibetani credono nella reincarnazione, per noi è un modo per rinascere musicalmente e filosoficamente.
Mike – In questo campo non ho molta voce in capitolo, normalmente il responsabile dei testi è Aldo.

Cosa ne pensi della scena rock metal sudamericana rispetto a quella di altri continenti? In termini di cooperazione tra le band, di possibilità commerciali, di capacità tecniche e musicali e di opportunità.
Aldo – È divertente, perché noi abbiamo ricevuto più sostegno da altri paesi che dal nostro, in Messico ci sono troppe band, di tanti stili, però c’è una specie di circolo molto chiuso in cui se non hai conoscenze, non c’è un supporto, non è una questione di essere una band pessima o la migliore. A livello sudamericano ho notato che i fan sono più ricettivi nei confronti di realtà provenienti da altri luoghi, forniscono più supporto, penso che se ci fosse più unità e meno “circoli” saremmo a un livello molto più alto.
Mike – Come ho detto prima, in Messico la scena è imperfetta, e personalmente non conosco le dinamiche in Sud America, ma ho notato che abbiamo più sostegno dall’estero che dal nostro paese, suppongo che abbiamo una lunga strada da fare per avere una scena competitiva e nella quale tutti abbiano l’opportunità di crescere e fare musica migliore. In termini di musica, penso che ci siano band di altissimo livello e di talento che non hanno nulla da temere dal confronto con le band europee, penso anche che abbiamo molta strada da fare per essere competitivi, è necessaria più coesione per essere in grado di sviluppare al meglio questo aspetto.
Ivan – Considero la scena in Sud America unica, sempre piena di energia, ho avuto l’opportunità di fare un tour con la mia ex band nel 2015 attraverso diversi paesi del Centro e Sud America e sono rimasto sorpreso dalla coesione delle band. Invece in Messico il pubblico è completamente disinteressato. Personalmente ho bisogno di tornare a sentire quell’atmosfera e spero che presto calpesteremo terre straniere con i Rise To Zero.

Secondo voi, internet, le varie piattaforme, i social network hanno aiutato o diluito l’essenza di Extreme Music?
Aldo – Ritengo che internet, i social e le piattaforme digitali abbiano aiutato molto la scena metal estrema, visto che è più facile raggiungere luoghi diversi, cosa che prima era quasi impossibile, ad esempio, ora è molto più facile cercare promoter stranieri, basta inviare loro un’e-mail, oppure cercare un indirizzo e quindi inviare un presskit, una demo, un disco, ci sono modi più semplici per promuovere una band, così come fare amicizia con altre persone di che ascoltano generi musicali diversi e vivono altrove.
Mike – I vantaggi di internet sono innumerevoli, ora con pochi click puoi ascoltare musica di paesi di cui non avevi idea che esistessero, puoi interagire con altre band. È più facile condividere materiale, idee, persino creare progetti con la partecipazione di musicisti provenienti da diverse parti del mondo, ma questo significa anche che, secondo la mia percezione, la qualità di alcune uscite è scarsa, perché puoi pagare per caricare il tuo materiale su piattaforme che non richiedono dei requisiti minimi di qualità.

Potete parlarci del vostro secondo album, “Jhator”, uscito l’anno scorso: come è nata l’idea e come è andato il processo di registrazione e come è stato accolto?
Aldo – L’idea di pubblicare un secondo album era da un po’ sul tavolo, ci è voluto del tempo per finirlo perché abbiamo impiegato molto nel processo di composizione, abbiamo rimosso canzoni, arrangiato altre, ecc. Per quanto riguarda la registrazione, la pandemia ci ha aiutato in qualche modo, dato che siamo rimati rinchiusi per molto tempo e senza un’etichetta che ci facesse pressioni.
Mike – “Jhator” è una parte di noi, per questo album abbiamo cambiato tutti i processi, dalla composizione, al modo di promuovere il materiale. Il tempo di composizione è stato molto più lungo ed eravamo consapevoli del suono che volevamo ottenere, ci siamo avventurati nella composizione di arrangiamenti orchestrali e atmosfere, e abbiamo registrato in remoto chitarre, basso, sequenze e voci, ognuno a casa. Anche il missaggio e il mastering sono avvenuti in remoto nel nostro home studio. La pandemia ci ha dato l’opportunità di concentrarci quasi al 100% su “Jhator”.

Credete che questo anno difficile che abbiamo trascorso abbia dimostrato che l’arte è essenziale per la vita delle persone? Ancora di più la musica?
Aldo – Considero la musica essenziale nel mondo, ho visto diverse band che continuano a lavorare su nuovi progetti, o che sono in difficoltà con le entrate visto che è ciò che permette loro di vivere, almeno noi che abbiamo un lavoro a parte la musica. Avere un progetto come i Rise to Zero, ci aiuta ad esprimere tutto ciò che non riusciremmo a trasmettere altrimenti, e forse ci renderebbe persone frustrate e amareggiate.
Mike – Certo! Credo che la musica sia fondamentale nella vita delle persone, e di più in questi momenti in cui l’umore è a terra, e si avverte una sensazione di angoscia e depressione, la musica aiuta a fare una pausa e a riuscire a farla franca, almeno per un po’, della complicata situazione in cui viviamo adesso.

Quali sono i vostri obiettivi a medio e lungo termine ora che il loro secondo album è alle spalle e state pianificando l’uscita di un Ep con un nuovo cantante?
Aldo – Vogliamo continuare a crescere musicalmente ed esplorare ancora di più le nostre capacità, cercando di pubblicare sempre un album migliore del precedente, ora con Ivan come nuovo cantante sappiamo che il suono dei Rise avrà una svolta per il meglio.
Mike – Migliorare, fare solo musica migliore, album dopo album. A medio termine penso che lanceremo il nostro EP e forse del nuovo materiale entro la fine dell’anno, e a lungo termine spero personalmente che potremo portare la nostra proposta in molti paesi in tutto il mondo.
Ivan – Abbiamo un nuovo Ep in lavorazione, in pratica una nuova era per Rise to Zero in cui vogliamo lasciare il segno, siamo appassionati di musica e vogliamo portarla in ogni angolo del pianeta. È semplice, non smetteremo mai di farlo, quindi aspettati molto di più dai Rise To Zero.

Quali sono secondo voi le cose che rendono molto difficile per l’underground progredire e garantire una migliore vetrina alle band?
Aldo – Penso che la risposta sia semplice, il problema per il quale la musica underground non progredisce affatto, almeno in Messico, è dovuto alle band stesse, il supporto arriva con la maschera dell’ipocrisia, io ti appoggio ma devo ricevere qualcosa in cambio, o come ho detto prima, si supportano a vicenda solo tra conoscenti e sono sempre le stesse band che vedi su tutti i poster o quelle che sono sempre nominate in rete.
Mike – L’atteggiamento delle band nei confronti di altre band (almeno in Messico): se non sei un mio conoscente, non esisti e non sarai considerato. Gruppi che esistono da 20 anni tolgono spazio alle nuove band, che forse hanno molto più talento.

Qual è la difficolta maggiore che si incontra nel mondo della musica e cosa sareste disposti a fare per portare Rise to Zero in un altro Paese?
Aldo – almeno per me penso che la cosa più difficile sia non riuscire a vivere al 100% solo di musica, dato che il nostro stile musicale non è molto commerciale, e devo avere un lavoro al di fuori della musica per poter sostenere me stesso e nella stessa modo rinnovare l’attrezzatura di cui ho bisogno per continuare a comporre e registrare. E ovviamente abbiamo la volontà di andare in altri paesi per mostrare le nostre capacità.
Mike – come dice Aldo, non potersi dedicare al 100% a questo progetto e che non si possa vivere di questo, ma questo non ci pesa! E penso che sia necessario tentare la fortuna in altri paesi, portando la nostra proposta musicale ovunque.
Ivan – A mio parere personale, la cosa più difficile nell’ambiente metal messicano, è che la maggior parte delle persone hanno un retaggio cristiano / cattolico che li fa stare sempre in attesa di censurare e segnalare a coloro che non la pensano come loro, il che porta alla scarsità di spettacoli e quindi al mancato supporto da parte delle grandi società di produzione all’interno del paese.

Desde Tierras Mexicanas, con un segundo material actualmente bajo el brazo y en proceso de lanzar este 2021 un Nuevo EP esta banda ha demostrado lo que es sentir pasion y compromiso con el arte que uno desarrolla, poseedores de un excelente Melodic Black-Death Metal, Rize to Zero es una banda que actualmente decide mostarse ante el panorama mundial dentro del Genero del Extreme Melodic Metal, en esta entrevista para Il Raglio Del Mulo (Aldo, Ivan y Mike) nos estaran hablando de los pormenores de su nueva formacion, su compromiso con su arte y por sobre todo como encaran este 2021 aun con esta crisis sanitaria que asola al mundo, pero el arte ha demostrado ser el bastion mas fuerte el cual hoy dia posee la humanidad.

Bienvenido al Il Raglio Del Mulo, muchas gracias por su tiempo para la entrevista chicos, como nace Rise to zero? Y porque decidieron Ponerle ese nombre a la banda ?
Aldo Hola muchas gracias por el apoyo y por esta entrevista, Rise to Zero se formó en el 2007 y en ese tiempo teníamos algunas ideas de nombre para la banda, aunque siempre fuimos dos personas queríamos darle identidad al proyecto, hasta que un amigo de aquel entonces sugirió el nombre de Rise to Zero, nos gustó y se quedó el nombre. Realmente la idea de la banda era solo componer, grabar algunas canciones y compartirlo, era/es nuestro hobby, con el tiempo nos dimos cuenta que teníamos varias canciones como para lanzar un disco y así fue como surgió Falling Sky’s del 2013, con 10 canciones y 1 Cover, tuvimos nuestro primer show y así comenzó más en forma lo que ahora es Rise, después lanzamos nuestro EP titulado Worms el cual salió en el año 2016 y cuenta con 3 canciones, hasta el año 2020 con nuestro mas reciente material Jhator.
Mike Hola y agradecemos profundamente su apoyo y el interés en nuestro trabajo, como dice Aldo, la banda nació como un proyecto solo como un pretexto para reunirnos a pasar el rato y con el tiempo fue tomando forma y un sonido que nos empezó a gustar, ahí fue cuando decidimos grabar nuestro primer disco, y empezamos a tomar el proyecto con más seriedad.

Como se ha manejado la banda a traves de estos años en el terreno del melodic black-Death metal? Y como se sienten competir contra bandas de afuera demostrando ustedes un gran nivel compositivo con este ultimo material lanzado.
Aldo para ser honesto siempre hemos tratado de alguna forma no involucrarnos tanto en la “escena” además de que al inicio la banda estaba inclinada a un género más al metal core y melodic death, sin embargo ese “aislamiento” que te mencionaba ha hecho que evolucionemos musicalmente y no tengamos una idea tatuada de cómo debemos sonar, o para quienes debemos sonar, solo componemos lo que nos gusta, lo que en el momento sentimos que es algo bueno para mostrar al público. Ahora con nuestro nuevo disco Jhator, nos sentimos muy cómodos con ese estilo black metal, sin perder la esencia melódica, y nos sentimos muy honrados de que nuestro álbum suene en otras partes del mundo y que este poco a poco alcanzando nuevos niveles.
Mike Aquí en México la escena del metal está muy viciada llena compadrazgos y favoritismo, por lo mismo, nosotros hemos intentado no involucrarnos mucho en esa dinámica de adular a alguien para poder conseguir un lugar en la escena, por lo tanto es un poco complicado, pero esperamos poder competir haciendo mejor material que le guste a la gente. En lo personal creo que nos falta mucho para competir con bandas dentro y fuera de nuestro país, pero nos enorgullece que nuestra música suene fuera de nuestro país.

De que tratan las letras de Rise To Zero, y a que situaciones o filosofia evocaban en sus canciones?
Aldo las letras de Rise to Zero desde el inicio han estado inclinadas a la depresión, anti religión y, situaciones personales, actualmente con Jhator quisimos explorar cosas un poco más elaboradas, darle aun más intención a la parte lírica, tomando como tema base el “Entierro Celestial” la práctica budista tibetana en la que a sus muertos no los entierran, los dan a las aves de presa, ya que creen que el cuerpo es solo un recipiente para el alma y al morir debe regresar a los elementos naturales, además de que los tibetanos creen en la reencarnación, para nosotros fue como esa forma de renacer musicalmente y filosóficamente.
Mike – En este tema yo no tengo mucha participación, normalmente el encargado de la lírica es Aldo.

Como ven el ambiente del rock metal a nivel Sudamericano con respecto a otros países o continentes? En cuanto a unidad de las bandas, comercialmente, técnicamente, musicalmente, y en cuanto a oportunidades para desarrollar el arte que uno gusta.
Aldo Es curioso, porque al menos nosotros hemos recibido más apoyo de otros países que del nuestro, en México hay demasiadas bandas, de muchos estilos, sin embargo hay una especie de círculo muy cerrado en el que si no tienes conocidos no hay apoyo, no importando ser una muy mala banda o la mejor. A nivel Sudamerica he notado que son más receptivos a otros géneros provenientes de otros lugares, brindan más apoyo, creo que si existiera más unidad y menos “círculos” estaríamos a un nivel mucho mas alto.
Mike Como comentaba anteriormente, en México la escena está viciada, y en lo personal desconozco la dinámica en Sudamérica, pero si he notado que tenemos más apoyo de fuera que en nuestro país, supongo que nos falta mucho para tener una escena competitiva y que todos tengamos la oportunidad de crecer y hacer mejor música. en cuanto a lo musical creo que existen bandas con un nivel extremadamente alto y talentosas que no le pedirían nada a cualquier banda europea y en lo comercial también creo que nos falta mucho para ser competitivos, se necesita más unión para poder desarrollar mejor este tema.
Ivan Considero que la escena en Sudamérica es única, siempre llenos de energía, tuve la oportunidad de hacer un tour con mi ex banda en 2015 por varios países de centro y Sudamérica y me sorprendió la unión de las bandas definitivamente es algo que no se ve en México. Y el público wow! Entregados totalmente. Personalmente necesito volver a sentir esa vibra y espero que pronto pisemos tierras extranjeras con Rise To Zero.

Hoy día en la Opinión de Ustedes, el internet, las plataformas, las redes sociales, han ayudado o han hecho diluir la esencia de la Música Extrema? entiéndase por calidad, Y en tu opinión que cosas estas herramientas han fortalecido pero también han debilitado.
Aldo considero que el internet, las redes y las plataformas digitales han ayudado mucho a la escena del metal extremo, ya que es más fácil llegar a diferentes lugares que antes era casi imposible, ejemplo, ahora es mucho más sencillo buscar promotores extranjeros, mandarles un mail, o buscar una dirección y así enviar un presskit, un demo, un disco, hay formas más amigables de dar promoción a una banda, así como hacer amistad con otras de diferentes géneros musicales y regiones.
Mike Las ventajas del internet son innumerables, ahora con unos cuantos clicks puedes escuchar música de países que no tenías ni idea que existieran, puedes interactuar con otras bandas. Es más fácil compartir material, ideas, inclusive crear proyectos con participación de músicos de diferentes partes del mundo, pero, también esto hace que según mi percepción, la calidad de algunos materiales sean pobres, con el simple hecho de pagar, puedes subir tu material a las plataformas que no solicitan más que los mínimos requisitos de calidad y eso merma un poco la calidad, pero, da más oportunidades a todos, entonces unas por otras.

Podrían hablarnos de su segundo disco “Jhator” del año pasado, cómo surgió la idea del disco, como fue el proceso de grabación y como fue la receptividad afuera con el material?
Aldo La idea de sacar un segundo disco siempre estuvo en la mesa, nos tardamos en finalizar el disco porque estuvimos mucho tiempo en el proceso de composición, quitábamos canciones, arreglábamos otras, etc. en cuestión de la grabación de alguna manera nos ayudo la pandemia, ya que estuvimos mucho tiempo encerrados y no teníamos alguna disquera que nos presionara o algo que nos dijera que teníamos cierto tiempo para finalizar.
Mike Jhator es un parte para nosotros, para este disco cambiamos todos los procesos, desde la composición, la forma de promocionar el material. El tiempo de composición fue mucho más extenso y éramos consientes del sonido que deseábamos conseguir, incursionamos en la composición de arreglos en orquesta y atmósferas, y grabamos todo de forma remota las guitarras, bajos, secuencias y voces, cada quien en su casa. Al igual la mezcla y la masterizaciónse hizo en nuestro home studio también vía remota. La pandemia nos dio la oportunidad de enfocarnos casi al 100% en jhator.

En este Difícil año que ha comenzado, ustedes creen que con esta situación de pandemia se demuestra que el arte es fundamental para la vida de las personas? Más aun la Música?
Aldo considero que es esencial la música en el mundo, he visto varias bandas que siguen trabajando en nuevos proyectos, o sacando lives para poder tener alguna ganancia ya que es su forma de vida, al menos para nosotros que tenemos un trabajo aparte de la música, el tener un proyecto como Rise to Zero, nos ayuda a expresar todo eso que de otra forma no sabríamos como, y quizá nos haría personas frustradas y amargadas.
MikeClaro! Creo que la música es fundamental en la vida de las personas, y más en estos momentos que el ánimo esta por los suelos, y se siente una sensación de angustia y depresión, la música ayuda a poder tener un respiro y poder alejarse al menos por un rato de la situación complicada en que vivimos ahora.

Cual son los objetivos ahora a mediano y largo plazo para la banda al coronar su segundo disco y ahora planeando el lanzamiento de un Ep con nuevo vocalista
Aldo queremos continuar creciendo musicalmente y explorando aún más en nuestras habilidades, tratando de siempre sacar un mejor disco que el anterior, ahora con Ivan como nuevo vocalista sabemos que el sonido de Rise tendrá un giro para bien, y esperemos sea del gusto de todos.
Mike Pues mejorar, simplemente hacer mejor música, disco tras disco. A mediano plazo creo que lanzar nuestro EPy quizás nuevo material para finales de año, y a largo plazo en lo personal espero que podamos llevar nuestra propuesta a muchos países alrededor del mundo.
Ivan – Tenemos un nuevo Ep en proceso, es una nueva era para Rise to Zero en la cual queremos dejar huella, nos apasiona la música y queremos llevarla hasta el último rincón del planeta. Es simple, no dejaremos de hacer esto jamás así que esperen mucho mucho mas de Rise To Zero.

Cuales son a su criterio las cosas que hacen muy difícil al underground progresar y tener una mejor vidriera y capacidad para que las bandas puedan progresar?
Aldo creo que la respuesta es sencilla jeje, el problema por el cual la música under no progresa del todo, al menos en México, es por las mismas bandas, el apoyo viene con la máscara de hipocresía, de te apoyo pero debo recibir algo a cambio, o como lo mencionaba antes, solo se apoyan entre conocidos y siempre son las mismas bandas las que ves en todos los carteles o las que siempre se nombran en las redes.
Mike la actitud de las bandas referente a otras bandas (al menos en México) si no eres mi conocido, no existes y no serás considerado, las bandas en México creen que por tener una agrupación y llevar 20 años existiendo son buenos, y esas bandas son las principales que meten el pie a las bandas nuevas, que quizás tengan mucho más talento.

Que es lo más duro para ustedes en su opinión Personal con respecto a la música, y En algún momento Rise to Zero estaría dispuesto a dar el paso de continuar en otro País?
Aldo al menos para mí creo que lo más duro es no poder vivir al 100% en esto, ya que nuestro estilo musical no es muy comercial, y debo de tener un trabajo fuera de la música para poder sustentarme y de la misma forma sustentar el equipo que necesito para seguir componiendo y grabando. Y claro que tenemos esa visión de salir a otros países y mostrar nuestras capacidades y lo que Rise to Zero puede dar.
Mike como dice Aldo, no poder dedicarle el 100% a este asunto, y no que solo no puedes vivir de él, sino que no nos genera básicamente un solo peso jajaja! Y sí creo que nos vemos probando suerte en otros países, llevando nuestra propuesta musical a todo lugar donde podamos.
Ivan En mi opinión personal lo más duro en el ambiente del Metal Mexicano en su mayoría formamos parte de una sociedad Cristiano/Católica que siempre está a la espera de censurar y señalar a quien no piensa igual que ellos lo que nos arrastra a la escasez de shows y por lo tanto al apoyo nulo por parte de productoras de gran tamaño dentro del país.

Big Niente – Luci nere

Big Niente” (Miacameretta Records \ Metaversus PR, 2021) è l’album d’esordio omonimo del progetto solista di Alessio Rinci, che mischia sonorità shoegaze e dream pop ad introspettivi testi in italiano. Ecco la nostra intervista.

La realizzazione dell’album è stata piuttosto veloce, hai scritto e arrangiato tutto in quattro mesi. Questo periodo di tempo ha compreso anche il lavoro in studio?
Allora in realtà per due canzoni (“Strade” e “Zero Kelvin”) avevo una demo abbastanza definita anche a livello di testo già dal 2019, mentre gli altri brani sono stati creati tutti durante il lockdown. Il processo creativo si è sviluppato prima in casa, tra marzo e giugno, e in seguito, una volta definito il tutto, siamo andati in studio (VDSS Studio) per 3 giorni di full immersion ad inizio agosto a incidere.

La lavorazione al disco è coincisa temporalmente con il primo lockdown, quando si stava chiusi in casa mentre fuori la primavera riscaldava le città vuote. Le sonorità cupe dell’album sono in qualche modo figlie di questa esperienza?In parte si, soprattutto per brani come “Nocturna”, “Disappear” e “Luce Nera”. Anche se comunque queste sonorità le avevo iniziate a sperimentare già da prima. Quel periodo (che tra l’altro non è ancora finito) mi ha influenzato e ispirato parecchio per la stesura dei testi.

I testi in italiano danno una marcia più agli arrangiamenti dal sound internazionale. Ho letto che in queste canzoni “è la voce ad accompagnare la musica, e non il contrario”, questo significa che prima hai definito le musiche e poi ci hai cantato sopra, magari improvvisando al microfono in flusso di coscienza? Oppure sei entrato in studio con i testi ben strutturati?
Per tutti i brani dell’album la musica è nata prima del testo, e diciamo che al 99% il mio modus operandi è questo. Di solito una volta che ho una base abbastanza definita inizio a scrivere una linea melodica partendo da alcune frasi e poi costruendo intorno. Mentre per “Zero Kelvin” è andata esattamente come hai detto: ho acceso il microfono senza avere idea di cosa dire (avevo anche un po’ fumato…) e ho iniziato a cantare, il testo che potete ascoltare nella versione finale è al 100% frutto di quella take (ovviamente poi registrata meglio in studio).

Il video di “Strade”, primo singolo del disco, mostra in loop il traffico veicolare di una città. Perché non hai scelto di presentare la canzone con un montaggio video più articolato?
Il minimalismo è stata una scelta estetica precisa. Non avendo tanto budget da investire abbiamo preferito fare una cosa semplice ma che rispettasse il mood e lo stile del brano e del progetto, lasciando quasi tutto alla fantasia dell’ascoltatore, piuttosto che girare un video “vero” ma magari fuori contesto. Questo progetto ha un’identità parecchio definita della quale sono molto geloso e protettivo.

Nella copertina dell’album una larga cornice nera inquadra un piccolo fumatore e una gallina al suo fianco. Da dove è nata l’idea di utilizzare questa immagine?
Sono un grande fan delle immagini creepy, e mentre lavoravo all’artwork dell’album mi sono imbattuto in questa foto trovata su internet, è una foto risalente ai primi anni del ‘900, intitolata “Smoking boy with chicken”, e da quanto ho capito è un vero autoritratto di questo ragazzino col suo pollo. L’ho trovata perfetta, era surreale e nostalgica, disturbante e divertente allo stesso tempo, un po’ come questo album.

Miacameretta Records, etichetta indipendente votata al suono fuzzy, a produrre. Come vi siete conosciuti e come avete lavorato insieme?
Ci siamo conosciuti ai tempi dei Teca (la mia vecchia band) poiché uno dei fondatori dell’etichetta (Filippo Strang) era diventato il nostro producer. È nato un rapporto di profonda amicizia e stima reciproca ed è stato automatico continuare a lavorare insieme anche per questo progetto.

L’assolo strumentale di “Nocturna”, brano conclusivo del disco, riecheggia in testa a lungo dopo la conclusione dell’album. Perché soltanto sette tracce per questo esordio?
Avevo molti altri brani pronti oltre i sette presenti sul disco, ma ci tenevo a far uscire un album coerente, quasi come fosse un concept. Less is More. Nella coda di “Nocturna” ho voluto creare questa marcia di addio che si è rivelata perfetta come chiusura del disco.

Con te hanno registrato in studio anche Marco Montesi e Francesco Fraschetti, rispettivamente batteria e basso del gruppo Teca, in cui suonate tutti e tre insieme dal 2017. Davide Tamburini ha contribuito a synth e chitarra. Avete continuato a suonare queste canzoni anche dopo la registrazione del disco o si è trattato di un’esperienza circoscritta, finora, alle mura del VVDS Studio?
Con Marco e Francesco suoniamo insieme da una vita, praticamente da sempre, mi resta difficile pensare alla musica senza di loro e, impegni di vita permettendo, mi piacerebbe averli sempre presenti al mio fianco. Davide invece è una fantastica new entry, data la differenza di età (lui 23 noi ultratrentenni) mi piace definirlo il nostro John Frusciante.  Purtroppo con queste zone colorate e coprifuochi vari è davvero difficile incontrarci in sala prove ma stiamo comunque continuando a lavorare insieme per riuscire a portare questo progetto live quando sarà possibile.

Progetti futuri a nome Big Niente?
A breve faremo uscire un EP di remix fatto in collaborazione con alcuni bravissimi dj e producer italiani. Poi sto scrivendo i brani per un secondo disco, e mi piacerebbe molto anche lavorare con le colonne sonore di film e serie tv. Per quanto riguarda i live al momento purtroppo è tutto fermo e non sappiamo quando si potrà iniziare a programmare sul serio dei concerti, ma cercheremo di usare questo tempo come opportunità per portare dal vivo il miglior set possibile.

Twang – Il tempo dell’inverso

Ospiti di Mirella Catena ad Overthewall i Twang, autori dell’album “Il tempo dell’inverso”.

“Il tempo dell’inverso” è il primo full length dei nostri ospiti di oggi, i Twang, cinque giovani musicisti torinesi, con un bagaglio musicale abbastanza importante e soprattutto interessante. Benvenuti!
Grazie mille, Mirella. Ciao a tutti!

Abbiamo la line up al completo! Volete presentarvi ai nostri ascoltatori?
Bartolomeo Audisio: Ciao, io sono Bart e suono chitarra e flauto, e alle volte seconde voci.
Federico Mao: Io sono Fede, sono chitarrista e corista.
Moreno Bevacqua: Io sono Morris, bassista e seconda voce.
Simone Bevacqua: Ciao, io sono Simo, voce solista e chitarra ritmica.
Luca Di Nunno: Ciao, io sono Luca e suono la batteria, e a volte chitarra acustica e voce.

Quali sono le vostre esperienze musicali prima di formare la band?
Bart: Beh, siamo tutti abbastanza giovani (in scala, nati dal 1994 al 1998) ma fortunatamente siamo riusciti tutti a collezionare un bel po’ di esperienze importanti. Io per esempio studio musica praticamente dai sei anni, mi sono laureato al conservatorio nel 2015 e tuttora continuo gli studi classici. Attualmente, oltre che con i Twang, suono nella formazione Duo Volgaris.
Fede: A 14 anni ho cominciato a calcare vari palchi di Torino (come Spazio211 e Cap10100) grazie alla scuola “The House Of Rock”, frequentata anche da Simo e Morris. Di questi tempi, suono il basso con le band Zagara e Moonlogue.
Morris & Simo: Siamo ovviamente cresciuti insieme in tutti i modi possibili, attraverso la succitata House Of Rock (con i maestri Roberto Bovolenta e Chiara Maritano) e con il nostro primissimo progetto, i 9000dol, con il quale abbiamo suonato anche all’Hiroshima e al Fortissimo Festival.
Luca: Io ho cominciato a studiare batteria jazz da bambino , con mio padre Cesare come insegnante …

Un figlio d’arte, praticamente !
Luca : Diciamo di sì. Ai tempi del liceo suonavo con una band psichedelica, i Crode, e con i Crawling Waves. Poi per un po’ sono rimasto sgruppato, finché non ho incontrato casualmente il vecchio Simo, alla fine del 2015…

Come avete scelto il nome della band? Il nome Twang è legato a qualche aneddoto particolare?
Fede: E’ una storia abbastanza buffa, perché l’abbiamo scelto praticamente a caso, puntando letteralmente il dito su un vocabolo random in un dizionario inglese; fortunatamente, però, è legato a molti elementi che ci caratterizzano. Di per sé è un’onomatopea, può ricordare il suono di una corda di chitarra che si spezza, o il carattere tipico di una Fender Telecaster (posseduta da tutti e tre i chitarristi del gruppo, ma sono dettagli). Inoltre è un nome abbastanza facile da ricordare, e ci si può giocare in mille modi.

Dalla vostra bio ho appreso che l’idea della band nasce verso la fine del 2015, durante un concerto dei Blues Brothers, come sono andate le cose?
Simo: Io, Bart e Luca abbiamo frequentato lo stesso liceo artistico, e certamente andavamo d’accordo, ma non è che non fossimo proprio amici. Così sono rimasto alquanto stupito quando Bart mi ha chiamato, nel Maggio del 2015, dicendomi “Weiiiii Simo, ti va di incontrarci al concerto dei Blues Brothers stasera in Piazza San Carlo? Devo farti una proposta!” “C’è un concerto dei Blues Brothers stasera???”… Poche ore appresso, durante la jam di “Sweet Home Chicago”, Bart ha offerto a me e al mio inseparabile fratello di creare un gruppo di matrice Blues Rock, giusto per cercare un po’ di palchi, senza paranoie, e magari con una Voce Femminile… Sarebbe stato bello, ma nulla di più lontano da quel che poi i Twang sono diventati. Qualche mese dopo il concerto abbiamo cominciato a provare in power trio, con me alla batteria, e alla fine del 2015 la formazione era esattamente quella che oggi si sente ne “Il Tempo Dell’Inverso”.

Alla fine, a quanto pare, è rimasta una formazione prettamente maschile.
Inutile dire che la voce femminile non l’abbiamo trovata, si sono dovuti accontentare di me come cantante! Però nell’album le voci femminili ci sono eccome, nei brani “Esilio” e “Il Pirata”.

Il vostro esordio avviene con un EP che avete auto-prodotto nel 2017 e che vi ha dato parecchie soddisfazioni e nello stesso anno, con il singolo “La legge del più forte”, siete i vincitori del premio Miglior Band del concorso nazionale “Senza Etichetta”, presieduto da Mogol. Com’è stata la vostra reazione a queste importanti conferme?
Luca: Sicuro, registrarlo autonomamente in garage da Bart (e con mezzi di fortuna) è stata un esperienza meravigliosa, considerando i risultati poi ottenuti da “Nulla Si Può Controllare”. Ma la vittoria a Senza Etichetta è stata una sorpresa meravigliosa, soprattutto il momento in cui il Maestro Mogol ci ha preso da parte, sul palco, appena dopo l’annuncio : praticamente, per cinque minuti il pubblico non ha sentito altro che silenzio, mentre Mogol ci spiegava cosa andava e non andava nel testo del brano, metodo di scrittura ecc…

Avrete fatto sicuramente tesoro delle sue parole nei vostri lavori seguenti.
Luca: Assolutamente sì!

Parliamo del nuovo album, “Il tempo dell’inverso”. Quant’è durata la gestazione e dove è stato realizzato?
Morris: Rispetto a “Nulla si può Controllare”, il processo di produzione è stato un salto di qualità assurdo, a partire dallo studio di registrazione. L’abbiamo realizzato da capo a piede agli Imagina Production di Torino con il produttore Alessandro Ciola, che in seguito ha avuto l’idea di portarci in Inghilterra per mixare i due singoli (“Attacco” e “Il Tempo dell’Inverso”). Abbiamo mixato i brani ai Real World Studios di Peter Gabriel, una specie di oasi paradisiaca nel mezzo della campagna inglese, un’esperienza di vita senza pari. Inoltre, completamente a sorpresa, Alessandro ha organizzato una sessione di mastering agli Abbey Road Studios, che non hanno certo bisogno di presentazione.

Insomma, il vostro produttore sembra esservi molto affezionato , deve essere rimasto particolarmente colpito da voi.
Morris: Sì, Ale è stato fondamentale per la buona riuscita di questo LP, siamo davvero felici di averlo incontrato. Comunque, nel complesso la lavorazione dell’album è durata all’incirca un anno, anche perché Fred viveva a Londra e Bart ad Amsterdam, ma ne è decisamente valsa la pena.

Il cantato in italiano per alcuni è uno scoglio che impedisce lo sdoganamento delle band, voi, invece, ne avete fatto un punto di forza. Perché questa scelta, quanto mai azzeccata?
Simo: In verità, un tentativo di scrittura in inglese è stato fatto, durante i primi esperimenti di composizione, ma nessuno era propriamente convinto dei risultati. Sentivamo il bisogno di esprimerci nella nostra lingua, ed è complice anche il fatto di aver sempre scritto in inglese nei nostri primi progetti. La difficoltà più grande è sempre il rischio di sovraccaricare i versi, cadendo in un territorio quasi “rap” che assolutamente non ci appartiene, ma basta resistere alla tentazione e vengono fuori dei cantati più che soddisfacenti. A questo proposito, è difficile che un testo venga redatto da capo a coda solo da uno di noi. Io e Luca siamo i parolieri più prolifici, ma il lavoro collettivo è sempre più ricercato e necessario. Ad esempio il brano “Caverna”, contenuto in ITDI, è stato composto interamente a sei mani, idem “Attacco”. Inoltre, personalmente, io mi sentirei a disagio a cantare un pensiero che non sia rappresentativo di tutti e cinque.

Quanto la pandemia ha bloccato i vostri progetti? Cosa state preparando per i prossimi mesi?
Fede: Abbiamo dovuto riorganizzare completamente la pubblicazione dell’album, ma la cosa che più ci è mancata e che ci manca tuttora è la possibilità di suonare dal vivo. E’ quello che tutti i musicisti aspettano di poter fare di nuovo, non vediamo l’ora e ci stiamo preparando per questo. Ci stiamo poi ingegnando per stampare le copie fisiche dell’album “Il Tempo dell’Inverso” (uscito il 2 Aprile su tutti gli store digitali). Inoltre, stiamo preparando il videoclip del singolo “Il Pirata”, e siamo finalisti regionali di Sanremo Rock 34.

Dove i nostri ascoltatori possono seguirvi?
Bart: Penso di poter dire tranquillamente “visitate il nostro sito web“, ma anche Facebook, abbiamo una pagina Instagram che sta crescendo con rapidità, i vari store digitali come Spotify e iTunes, e ovviamente Youtube per tutti i nostri video.

Grazie di essere stati con noi. Vi lascio l’ultima parola!
E’ stato un piacere essere ospiti di Overthewall, prendetevi tempo per godervi “Il Tempo dell’Inverso” (il pessimo battutista è Simo) , e mille grazie a Mirella !!!

Ascolta qui l’audio completo dell’intervista andata in onda il giorno 5 aprile 2021:

Drovag – Toxin

Drovag è un progetto one-man band di Alessandro Vagnoni – già polistrumentista in Bologna Violenta, Ronin, Bushi e tanti altri – fautore di un’originale mix di synth pop, trip-hop e new wave. Dopo l’esordio del 2018 – e suonando contemporaneamente tutti gli strumenti dalla batteria ai sintetizzatori, chitarre, voce e backing vocals – è da pochi giorni uscito il suo secondo album “Toxin” (All Will Be Well Records \ Doppio Clic Promotions) registrato durante il lockdown del 2020.

Ciao Alessandro e benvenuto su Il Raglio del Mulo. È appena uscito “Toxin”, il tuo secondo album, che tipo di percorso c’è stato tra le due release?
Direi che il processo compositivo è stato totalmente opposto a quello del primo disco, nel quale la scrittura dei brani è coincisa con il provare a suonare più strumenti contemporaneamente e cercare di non avvitarmi su di una semplice e sterile esecuzione; provare quindi a costruire delle canzoni vere e proprie. All’inizio è stata un’esplorazione delle potenzialità che questo progetto one-man-band poteva avere in sé. Con questo secondo disco invece ho provato a scrivere e registrare tutti gli strumenti non badando a ciò che e come avrei dovuto suonare “dal vivo”. Da questo differente approccio sono nate delle canzoni meno astratte, più pop insomma.

Ho letto che hai utilizzato alcuni brani del tuo passato musicale, com’è stato recuperare vecchie canzoni non complete e in un certo senso renderle attuali? Si trattava solo di testi o anche di musiche a cui avevi iniziato a lavorare?
In effetti la genesi di questi brani è scaturita (in buona parte) da vecchi file di lavorazione che io e un mio amico e collaboratore di lunga data (Manuel Coccia) avevamo iniziato a comporre due decadi fa e che poi non hanno mai visto la luce, vuoi per l’immaturità compositiva che avevamo nei nostri primi vent’anni, vuoi perché eravamo presi da esperienze musicali di altro genere. Ad ogni modo ho pensato di recuperare piccoli spunti da ognuna di queste idee (a volte solo abbozzi di canzoni), dando loro una forma compiuta all’interno di una direzione musicale che ora mi è più chiara. Ma non mi sono dato regole: ogni canzone è nata da loop di arpeggiatori, riff di chitarra o melodie vocali o da parti di testo particolarmente evocativi. Tutto quello che c’era di buono è stato salvato e riarrangiato.

Spesso i lavori solisti dei batteristi sono caratterizzati da virtuosismi e da un certo tipo di approccio strumentale, per te invece sono fondamentali le canzoni, ma quanto é difficile fare tutto da soli? Dalla voce ai synth – tranne la titletrack “Toxin” dove troviamo il sax dell’unico ospite Sergio Pomante – è tutta opera tua, ma dal vivo suoni tutto in maniera contestuale o c’è qualcosa di pre-registrato?
Concordo con te. Spesso i dischi composti dai batteristi “di riferimento” (i cosiddetti virtuosi) sono per me inascoltabili. Per questo tipo di musicisti realizzare un disco è un pretesto per metterci dentro le loro abilità strumentali. Poi ci sono i dischi di band nei quali ognuno dei componenti è un maestro del proprio strumento e lì raggiungiamo vette di cattivo gusto, per quanto mi riguarda. Il fatto è che io, pur suonando principalmente la batteria, non mi sono mai sentito un batterista puro. Ho sempre avuto sin da bambino la necessità di vedere il mio strumento al servizio di canzoni, di musica che va dritta al cuore delle persone, che cerca di stimolare dei gangli emotivi. Per questo negli anni ho avuto il bisogno di imparare a suonare altri strumenti. In questo progetto in particolare, una cosa è stata la sfida più importante (al di là di suonare batteria, tastiera e lanciare loop in tempo reale): cantare… e ho dovuto cercare un modo che fosse adeguato alle mie capacità limitate. Per quel che riguarda l’esecuzione dal vivo, essenzialmente suono tutto in tempo reale a parte il basso, armonizzazioni vocali e qualche synth di supporto che utilizzo come backing tracks.

Il sound del tuo album mi ha ricordato per certi versi il periodo “new wave” dei King Crimson di “Discipline”, quali sono stati i tuoi artisti di riferimento in questo progetto?
Pensa che i KC di “Discipline” sono quelli che mi piacciono meno… In realtà, pur essendo un estimatore di quel pop sofisticato che negli ’80 e primi ’90 individuo in gruppi come Tears For Fears, Pet Shop Boys, Japan, Depeche Mode, The Cure e altri, non mi sono mai chiesto da cosa derivasse l’approccio musicale che mi porta a scrivere questo tipo di musica. Anzi ti direi che i miei idoli di riferimento sono i Primus, i Tool, i Death, i Meshuggah… tutta roba che non c’entra niente con la musica di Drovag. Ma sicuramente i Beatles sono il mio nume tutelare da sempre.

Cosa stai ascoltando in questo periodo?
Non ascolto molta musica ahimè. Questo perché sono costantemente impegnato o ad ascoltare quella che compongo coi miei vari progetti e quella degli artisti per cui lavoro come batterista session in studio. Ultimamente però mi sono ascoltato l’ultimo disco di Tigran Hamasyan, Comet Is Coming, Ghost, Sonido Gallo Negro, Ondatropica e un vecchio disco di Fred Frith che si chiama “Up Beat”, composto per quartetto di chitarre elettriche.

Da tempo lavori in diversi progetti – da Bologna Violenta ai Ronin per citarne solo alcuni – tutte band che dal vivo hanno sempre suonato tantissimo, come riuscite a portare avanti questi progetti in questo periodo così difficile?
Questo avrebbe potuto essere un problema (e comunque non lo è mai stato) se non ci fosse lo stop forzato delle attività concertistiche. Io e gli altri musicisti coinvolti nei progetti che citi facciamo questo di lavoro e quindi cerchiamo di organizzarci meglio che si può. Ora invece il problema non si pone neanche, visto che siamo fermi. Ad ogni modo continuiamo costantemente a sentirci e a breve forse si materializzerà qualcosa all’orizzonte.


Appena possibile ti vedremo live con Drovag? Hai intenzione di portare il disco in giro?
Beh spero proprio di sì. Infatti ho già iniziato a prepararmi per eseguire brani presi da tutti e due i dischi che con Drovag ho fatto uscire, selezionando quello che meglio si presta per la dimensione live e quello che “riesco” a suonare, per la verità… Io sono quasi pronto, vediamo se si riuscirà a fare concerti, se qualcuno mi chiamerà a suonare e soprattutto se vedrò davanti a me non più la solita quindicina di persone intenta per lo più a farsi i cazzi propri durante un concerto.

Tra le tue tante attività nel periodo pandemico hai pubblicato anche un libro di ritratti “Asintomatici”, un’iniziativa molto interessante, ce ne vuoi parlare? Avrà un seguito?
Quella della pittura comunque è una mia seconda pelle, essendomi diplomato all’Accademia di Belle Arti di Perugia molti anni fa. Dopo un lungo periodo di inattività e con prospettive di guadagno azzerate (concerti e tour saltati di colpo) ho risfoderato pennello e tempere acriliche e ho iniziato ad eseguire caricature, invitando chiunque su Facebook e Instagram ad aderire alla realizzazione di un libro di 100 ritratti dal titolo “Asintomatici” (sold out). Sto ancora continuando a dipingere e a vendere su commissione (sono a quota 350 ritratti circa) e, devo essere sincero, non mi aspettavo tutta questa partecipazione che continua ad esserci.

1782 – La stagione delle streghe

L’Italia continua sfornare band doom di altissimo livello, come nel caso dei 1782. I sardi, però, hanno deciso di percorrere una strada che si distacca dalla classica scuola tricolore per abbracciare sonorità di più ampio respiro, come testimoniato da “From the Graveyard” (Heavy Psych Sounds).

Benvenuti su Il Raglio, di solito tutti mi chiedono come io abbia chiamato il mio sito Il Raglio del Mulo, immagino che il vostro nome susciti altrettanta curiosità : mi spieghereste come mai avete scelto 1782?
Gabriele (batteria): Ciao Giuseppe, 1782 è l’anno in cui è stata giustiziata l’ultima strega in Europa, Anna Göldi, esattamente il 13 Giugno a Glarona in Svizzera. Dato le tematiche che trattiamo e il genere che facciamo era il nome perfetto per la band!

Mi è parso di capire, leggendo le note promozionali, che le tracce contenute in “From the Graveyard” abbiano avuto una genesi molto veloce, giusto?
Gabriele: Al contrario, abbiamo avuto il tempo dalla nostra parte, a causa del lockdown ci siamo ritrovati in una situazione molto tranquilla per comporre, arrangiare e registrare l’album nel migliore dei modi. Addirittura alcuni brani erano già pronti da fine 2019.

Ritenete di aver scritto il vostro materiale più pesante?
Marco (voce e chitarra): Assolutamente sì, i riff sono più potenti e pesanti rispetto ai brani del primo album e dello split album con gli Acid Mammoth. Abbiamo lavorato molto sui suoni di chitarra e basso, ci siamo impegnati molto anche nella produzione e il nostro fonico ha fatto un ottimo lavoro. Nonostante sia pesante, allo stesso tempo è “orecchiabile” e per questo siamo molto soddisfatti del risultato finale, è venuto fuori il lavoro che avevamo in mente.

Siete il classico power-trio, chitarra-basso-batteria. Questa formazione a tre è nata per scelta o è “capitata”?
Gabriele: La band nasce come duo, infatti il primo album è stato registrato in due. Dopo l’uscita del debut abbiamo iniziato a suonare live quindi abbiamo chiamato Francesco al basso ed è diventato subito un membro della band a tutti gli effetti.

Sentite mai la necessità di avere una seconda chitarra, magari dal vivo?
Gabriele: No, non ci abbiamo neanche mai pensato ahahahahah

Nel disco, ad arricchire il vostro sound, troviamo due ospiti, Nico Sechi (Hammond in “1782” and “Celestial Voices” in the debut album) e Alfredo Carboni: come sono nate queste collaborazioni?
Marco: Siamo amici da una vita, abbiamo suonato insieme in vecchi progetti musicali. Oltretutto Alfredo è anche il nostro fonico ed è lui che ci ha sopportato durante le registrazioni. Quello che hanno registrato nei nostri album lo hanno praticamente creato in fase di registrazione, Nico non aveva neanche ascoltato il brano intero, gli dicemmo di suonare un pezzo funebre, oscuro e triste e lui riuscì a farlo alla prima, è un grande musicista.

Il disco è stato registrato nel 2020, ma la sua uscita è prevista per la primavera del 2021, questo ritardo è dovuta alla pandemia o sono subentrati altri fattori?
Marco: Non c’é stato nessun ritardo, semplicemente è stata concordata con Heavy Psych Sounds Records l’uscita per Marzo.

Facciamo un passo indietro, come è andata l’esperienza “Doom Sessions Vol.2”, che vi ha visto coinvolti con gli Acid Mammoth?
Marco: Siamo molto contenti di “Doom Session Vol.2”! Quando Heavy Psych Sounds ci propose questo split, confermammo subito. Gli Acid Mammoth oltre ad essere una band davvero figa, sono delle persone fantastiche, ci piacerebbe fare un tour con loro una volta finita questa situazione.

In ambito doom, forse più che in altri generi, si può parlare di scuola italiana, voi come vi inserite all’interno di questa scena?
Marco: Non ci siamo mai ispirati alla scena italiana, all’interno della band ci sono influenze diverse che variano dal doom vecchia scuola come Pentagram, Black Sabbath, Candlemass allo Stoner Doom degli Electric Wizard, Sleep, Monolord etc. Abbiamo letto diversi articoli dove ci paragonavano a Paul Chain e Death SS ma personalmente non ci identifichiamo in quella determinata scena. Per farla breve, andiamo in studio senza pensare a nessuna band, buttiamo giù i riff e se ci piacciono ci costruiamo su il brano!

Solo – Breve guida alla solitudine

Giuseppe Galato, dopo l’esperienze maturate con GianO e The Bordello Rock ‘n’ Roll Band, ha iniziato un percorso in solitaria dal nome programmatico Solo. Dopo il lancio di un paio di singoli, e con l’album “The Importance of Words” previsto per inizio 2022, lo abbiamo contattato per saperne di più…

Ciao Giuseppe, dopo alcune esperienze in band tradizionali hai deciso di tornare a lavorare in proprio con il progetto Solo. Il nome sbandiera una volontà di autodeterminazione, di individualismo identitario. Cosa ti ha spinto verso questa scelta di lavorare da “solo”?
Ciao! In realtà, più che una scelta, il tutto è dovuto a una condizione, e cioè quella di non essere riuscito a trovare dei compagni di viaggio: quindi, eccomi qui, da solo!

Credi che il passare dal noi all’io possa anche farti pagare un prezzo in termini di ispirazione e completezza del songwriting?
Quello no: anche negli altri progetti che ho avuto (e continuo ad avere, in parallelo), scrivo e arrangio io i brani (e sono molto dittatoriale, su questo, sebbene sia aperto a suggerimenti). In linea di massima, quando scrivo una canzone ho già in mente come sarà la batteria, come sarà il basso: tutto.

Devo essere sincero, i due pezzi che ho sentito, effettivamente sono vari, “Stati emozionali” e “Don’t shoot the piano player (it’s all in your head)” si rifanno il primo al kraut rock, il secondo a un certo pop psichelico inglese, quasi in odore di primo glam. Credi che questa varietà di stili possa in una certa maniera minare le certezze dell’ascoltatore, che non sa come classificarti, oppure alla lunga possa rappresentare una carta vincente?
Di questi tempi, credo sia molto controproducente. Però non è che mi interessi molto: io faccio quello che mi sento di fare, senza pensare se piacerà o meno a un largo pubblico. Quello che faccio deve piacere, prima di tutto, a me; in seconda pianta, deve piacere a persone di cui ho una certa considerazione (che possono essere amici o addetti al settore che seguo e che stimo). Faccio musica per esprimermi, non per cercare consensi.

In virtù di quanto mi hai detto, come nascono i tuoi brani?
È una domanda a cui mi viene difficile rispondere, perché ho scritto un sacco di canzoni, e sono nate tutte in modi differenti. A volte dalla rabbia, a volte dalla tristezza; a volte per gioco, a volte in preda a stati alterati di coscienza: non ho un metodo preciso. Diciamo che la costante è che, prima di tutto, scrivo la musica, la melodia vocale, cantandoci in finto inglese, gibberish; successivamente, penso al testo (spesso, con non poche difficoltà): do molta più importanza alla musica che non al testo (altrimenti scriverei poesie, non canzoni).

I due brani che ho citato, comunque strizzano l’occhio a una stagione del rock passata, credi che il futuro della musica sia nelle proprie radici?
Non saprei, ma ciclicamente c’è sempre una sorta di “ritorno” al passato (vedi le sonorità anni ‘80, in voga attualmente, e ormai abusate dall’itpop). Con la vittoria dei Måneskin a Sanremo molti stanno gridando al ritorno del rock all’interno del mercato mainstream: non credo l’analisi sia veritiera, ma vedremo. I revival, comunque, non è che mi convincano più di tanto. Soprattutto, non mi convince mai il far diventare di massa un genere specifico, perché poi tutti si buttano a fare quello; e, fra tutti, molti prodotti saranno necessariamente scadenti (senza voler citare il già citato, abusato, itpop, sono un grande amante del progressive anni ’70, ma nella miriade di band nate in quegli anni la maggior parte, a mio avviso, erano mediocri). A mio avviso, si dovrebbe fare musica guardando a tutto ciò che c’è di interessante nel panorama presente e passato, senza i paraocchi, facendo ciò che più ti piace; e cercando di farlo non per avere consensi a tutti i costi, ma per il piacere di farlo, cercando una propria chiave espressiva personale, e non diventando la copia della copia della copia.

Mi parleresti in modo più dettagliato di questi due singoli?
“Stati emozionali” è un brano alquanto vecchio: lo scrissi i primi anni di università, quando seguivo i laboratori di musica elettronica (colta) con Giorgio Nottoli. Fui molto colpito, in particolare, da alcuni lavori di Karlheinz Stockhausen, soprattutto per quanto riguarda la creazione dei suoni a partire dalla loro più piccola componente, l’onda sinusoidale, il suono più semplice che esista. In natura, ogni suono che ascoltiamo è il “risultato” di una sommatoria di onde sinusoidali; oltre a ciò, nella percezione che abbiamo dei suoni buona parte la si deve all’inviluppo che un suono ha (quindi, come evolve questo suono nel tempo). Lavorando per sintesi additiva, e sfruttando dei generatori d’onda, si può arrivare a ricreare dei suoni complessi, così come il nostro cervello li conosce: è stato un lavoro prettamente di stampo matematico, perché in pratica devi stare lì ad inserire negli oscillatori le frequenze (in hertz) che vuoi andare ad utilizzare e, poi, miscelarle fra loro; quindi, se sai che il La centrale vibra a 440 Hz, inserisci nell’oscillatore il numero “440” e ti generi l’onda (che andrai, poi, a sommare ad altre onde di altre altezze, e a cui dovrai attribuire uno specifico inviluppo, in base al suono che ti interessa far uscire fuori). Il resto dei suoni, invece, l’ho realizzato sfruttando la sintesi sottrattiva, il processo inverso: partendo dal rumore bianco, che è la sommatoria di tutti i suoni che esistono in natura, possiamo andare a “tagliare” una specifica banda di frequenze sfruttando dei filtri passa banda, in modo da selezionare solo quello che ci interessa. Il brano è, naturalmente, non solo nella metodologia ma anche nello stile, ispirato a quei lavori (sebbene, a differenza di “Studie II”, dove Stockhausen tentava di creare un nuovo sistema tonale, io ho comunque lavorato all’interno del sistema temperato, che tutti conosciamo); quindi, da molti potrà non essere percepita come una “canzone”, come musica, ma un’accozzaglia di effetti sonori: ma io, seguendo John Cage, auguro a tutti “Happy new ears”. Come in “Stati emozionali”, anche “Dont’ shoot the piano player (it’s all in your head)” è pregna di effetti sonori, ma lì ho avuto un approccio più “fisico”, avendo sfruttato solo pedali per chitarra. Non si direbbe, ma tutti i suoni che sono nel brano sono chitarre, processate tramite vari effetti che vanno dai phaser al whammy, da risuonatori a delay mandati in auto-oscillazione, spesso miscelati fra loro per creare dei suoni peculiari. Per i nerd, ho utilizzato, nello specifico, un Dirty Robot, un PH-3, un Whammy, un Transmisser, un Fuzz Factory, un Regenerator, un Artec APW-7 e un Tape Eko (credo di non aver dimenticato nulla). Il brano prende spunto, come facevi notare tu, dalla psichedelia anglosassone della seconda metà degli anni ’60: avevo in mente principalmente i Rolling Stones di “Their Satanic Majesties Request”, ma naturalmente grande influenza l’hanno avuta anche i Pink Floyd di Syd Barrett e i Beatles; anche se l’idea di inserire dei suoni estranianti mi è venuta ascoltando “Mangiafuoco” di Edoardo Bennato! Ad ogni modo, la cosa che li accomuna è, di sicuro, una certa propensione verso la psichedelia. E il fatto che molto lavoro è stato fatto sulla spazializzazione, con i suoni che si muovono da un canale all’altro, in alcuni casi (in particolare su “Stati emozionali”) in binaurale, con la sensazione che ti avvolgano in maniera tridimensionale.

Mi par di capire che tu abbia l’intenzione per il momento di pubblicare solo dei singoli, il formato album secondo te è ormai superato nella realtà musicale odierna?
Da un lato la gente non ascolta quasi più album, ma si va di playlist; dall’altro, ci sono alcuni recensionisti e certa stampa che non danno spazio a nulla se non agli album (a meno che tu non sia un artista in qualche modo osannato; quindi, se sei uno sfigato come me, ti attacchi al proverbiale cazzo; è una logica che non concepisco, due pesi, due misure, in base alla fama: ma sorvoliamo). Comunque, l’album ci sarà, ho anche il titolo pronto (“The importance of words”), ma se ne parlerà l’anno prossimo. Per i prossimi mesi, se i miei progetti vanno come devono andare, uscirò con qualche altro singolo, cambiando ancora genere: ho tre brani quasi pronti, uno dream pop/dance, uno art rock (sulla falsariga dei Radiohead più chitarristici e i primi Muse) e uno più sullo shoegaze. Diversi fra loro, come generi, ma sempre con la costante dell’attitudine psichedelica.

Stop dei concerti a parte, credi che Solo possa avere una dimensione live?
Proprio un paio di settimane prima del casino, ho portato i brani di questo mio progetto dal vivo, allo Shabby di Omignano Scalo, qui in Cilento, dove io abito. Non avendo una band, e non volendo semplicemente accompagnarmi con la chitarra ritmica, ho ricreato un set con tre amplificatori per chitarra; sfruttando vari switch ho mandato, così, il segnale della chitarra all’interno di tre catene di effetti: una più “classica” e “portante” (pulito/overdrive), e altre due che andavano a ricreare effetti psichedelici (naturalmente, con suoni differenti fra l’una e l’altra), in modo da dare l’impressione stessero suonando più persone, più strumenti. Il risultato è un’amalgama di suoni che arrivano da vari punti del set, in base a dove hai posizionato gli amplificatori: sarebbe bello microfonarli, mandandoli nell’impianto, e avere al mio fianco un tecnico che faccia muovere i suoni dal canale destro al sinistro e viceversa (ma mi sa che sto fantasticando troppo). Ad ogni modo è stata un’esperienza interessante (anche se, considerando che quando compongo mi concentro molto sulla sezione ritmica, la mancanza di basso e batteria mi dispiace molto: ma va bene così, per il momento). Quindi, sono decisamente pronto per i live!

Chiuderei l’intervista esplorando un altro lato del tuo Io artistico, quello di scrittore: che mi dici del tuo libro “Breve guida al suicidio”, pubblicato per la no EAP Edizioni La Gru? Nelle sue pagine troviamo esclusivamente Giuseppe Galato oppure fa capolino, inevitabilmente, anche Solo?
Nelle pagine di “Breve guida al suicidio” forse ritroviamo più Mr. B. Sapphire, che è uno degli altri miei alter ego, quando suono nella The Bordello Rock ‘n’ Roll Band, considerando che, sia in “Breve guida al suicidio”, sia nei brani della band, sfrutto più l’ironia e il sarcasmo, mentre in Solo (o nei M.i.B., altro progetto punk/grunge a cui sto lavorando e dove assumo l’identità di Ictus) faccio emergere maggiormente la mia vena malinconica o rabbiosa. Giuseppe Galato quasi non esiste.

Nanga Parbat – La montagna assassina

I Nanga Parbat hanno iniziato un cammino tanto personale quanto avvincente. La prima tappa di questa marcia è “Downfall and Torment” (Sliptrick Records), lavoro complesso, capace di ammaliare e stordire l’incauto esploratore che osa sfidare la Montagna Assassina…

Benvenuto Andrea (voce), dopo tre singoli è arrivato finalmente per voi il momento di dare alle stampe il vostro album di debutto, “Downfall and Torment”. Cosa significa avere fuori un disco, un segno tangibile dei vostri sforzi, soprattutto ora che non potete realizzarvi come artisti su un palco?
Per noi è un grandissimo traguardo, è stato un cammino lungo e faticoso, ed essere arrivati a questa meta ci riempie di orgoglio. Oggi viviamo un periodo di grande incertezza per tutto il panorama artistico ma grazie a “Downfall and Torment” stiamo riuscendo ad entrare nel cuore delle persone anche attraverso uno schermo. Sicuramente avremmo preferito un bel release party ed una serie di live promozionali in tutta la Penisola ma ci rendiamo conto che ci sono altre priorità al momento!

Tornerei ai tre singoli che hanno preceduto il disco, ho notato che nell’album questi pezzi vengono proposti di seguito e si trovano quasi al centro: ritenete che siano il cuore dell’opera e che da soli possano rappresentare al meglio il vostro stile?
La posizione dei tre singoli all’interno della tracklist è stata pressoché casuale, sicuramente i trebrani sono stati scelti poiché sono gli unici ad avere una struttura ed una durata più “canonica” e quindi più fruibile come singolo e come base per un video musicale. La seconda parte del disco invece è incentrata sui due brani più complessi e progressivi che sono “Curse of the Thaw” e la titletrack, quindi potremmo dire che i tre singoli sono sì dei brani chiave all’interno del disco ma non sufficienti da soli a rappresentare il genere e il messaggio dell’opera che rimane descritto dalla totalità delle nove tracce di “Downfall and Torment”.

Resterei sullo stile che proponete, il vostro approccio al death metal è molto complesso, con venature progressive, quasi in controtendenza rispetto alle uscite attuali che tendono a privilegiare sonorità più old school: non temete che questa scelta possa penalizzarvi?
La nostra non è stata una scelta di stile, abbiamo composto le canzoni senza sapere prima in che parte della tassonomia del death metal saremmo andati a finire. Non ci siamo dati regole o canoni, abbiamo semplicemente lavorato molto a lungo sugli arrangiamenti e sulla costruzione del concept del disco e questo è ciò che ne è uscito. Se questo possa penalizzarci è difficile a dirsi ma crediamo che “Downfall and Torment” sia un disco sufficientemente ricco da poter essere apprezzato sia dagli ascoltatori più moderni che da quelli più “old school”.

Altro fattore che dimostra come vi muoviate ai limiti e che non temiate di allontanarvi da quelli che sono i cliché del genere è la scelta del vostro nome: come mai avete deciso di chiamare il gruppo come un monte della catena dell’Himalaya e non con un prosaico nome più oscuro?
Come dicevamo appunto nella risposta precedente non abbiamo cercato di definire la musica secondo dei canoni ma piuttosto di far definire i canoni dalla nostra musica stessa. Proprio per questo motivo, il nome è stato scelto successivamente alla composizione del disco, avevamo bisogno di un nome che fosse particolare ma allo stesso tempo altisonante e richiamasse a qualcosa di ignoto e tenebroso. Il Nanga Parbat, la nona montagna più alta della Terra e una delle più mortali, soprannominata appunto la montagna assassina, un nome che si associa perfettamente alla nostra musica.

Nei testi, invece, quali tematiche trattate?
Nei testi cerchiamo di dare risalto alla potenza e all’indomabilità del mondo naturale. Spesso ci siamo trovati a narrare di ambienti estremi o di fenomeni atmosferici inarrestabili. Abbiamo fatto molte ricerche anche su diverse figure leggendarie e mitologiche come si può evincere dai brani “Tidal Blight” e “Demon in the Snow”. Il primo narra infatti del grande cetaceo bianco cacciato dal Capitano Ahab ed il secondo di una tigre fantasma che secondo alcune leggende abiterebbe la taiga russa. Nei nostri testi dunque amiamo inserire sia figure appartenenti al mondo animale che generalmente a quello naturale, cercando di infondere significati specifici a figure già molto evocative.

La copertina cosa rappresenta?
La copertina rappresenta le disfatte che si autoinfligge l’uomo per cupidigia, orgoglio e illusione di grandezza. Questo conflitto che l’uomo vive con se stesso e con il resto della sua specie si staglia sullo sfondo della natura. Quest’ultima si trova spesso colta nel fuoco che viene da entrambi gli schieramenti, relegata ad un ruolo secondario in tutte le vicende umane. La nostra copertina vuole riportare l’attenzione sul vero colpevole di tutto il male che ogni giorno si scatena sulla terra: l’uomo.

Nel disco compaiano numero si ospiti, vi andrebbe di presentarli?
Certamente! Per arricchire il lavoro abbiamo fatto contribuire alcuni nostri amici musicisti che hanno impreziosito l’opera. Edoardo Taddei: Giovanissimo Guitar Hero romano (Classe ‘99) che ha scritto e suonato l’assolo di “Through a Lake of Damnation”. Davide Straccione: Storico frontman degli Shores of Null e degli Zippo e mastermind del Frantic Fest, amico di vecchia data della nostra band ha cantato alcune strofe pulite della titletrack. Vittoria Nagni: Violinista classica, ex-Blodiga Skald, ha suonato le parti di violino solista sull’intro e su “Tidal Blight”. Fabiana Testa: Formidabile session woman blues e jazz sia elettrica che acustica, ha suonato l’intro acustica. Martin Vincent: Amico della band, inguaribile metallaro, ha vissuto molti anni in America ed ha quindi recitato la strofa di “Tidal Blight” estratta dal Moby Dick di Herman Melville. Francesco Ferrini: Dulcis in fundo, uno dei fondatori dei Fleshgod Apocalypse, orchestratore e arrangiatore di fama mondiale, ha lavorato alla produzione delle orchestre insieme al nostro Edoardo.

Alla luce del grande lavoro fatto in studio, quando potrete tornare ad esibirvi dal vivo, sottoporrete i brani a un riarrangiamento o li proporrete in modo fedele sul palco?
L’obiettivo è sicuramente quello di proporre i brani nel modo più fedele ed autentico possibile, siamo convinti che tutto ciò che è stato proposto nel disco sarà ugualmente fruibile e godibile anche in un contesto live. Resta da decidere l’effettiva setlist per i futuri live ma stiamo già lavorando in questa direzione per rendere le nostre performance non solo energetiche ma anche iconiche e fluide. Vogliamo portare un grande show e stiamo già escogitando vari sistemi per farlo ma per questo dovrete aspettare ancora un po’!

La prossima cima da scalare?
Ovviamente, il prossimo disco che stiamo già componendo! Il mondo della musica dal vivo è ancora troppo incerto per pensare ai palchi mentre invece un momento come questo è perfetto per ricominciare a comporre nuova musica.

Artemisia – Derealizzazione sintomatica

Ospite di Mirella Catena ad Overthewall Vito Flebus degli Artemisia, band autrice dell’album “Derealizzazione Sintomatica” (Onde Roar).

Gli Artemisia sono una splendida realtà musicale tutta italiana, con noi uno dei fondatori della band, diamo il benvenuto a Vito Flebus! Qual è stata l’idea iniziale di questo progetto musicale e avete iniziato subito a creare brani inediti?
Ciao, l’idea venne a me ed Anna Ballarin, la cantante, che reduci da esperienze musicali poco soddisfacenti cercavamo qualche cosa che ci gratificasse a livello artistico, e da subito il connubio tra i riff di chitarra molto sanguigni e potenti in contrapposizione alla sua vocalità, ci sembrò molto vicino a quello che cercavamo dalla musica.

Come nasce un brano degli ArtemisiA e chi è l’autore dei testi?
Il tutto parte dai miei riff, li faccio ascoltare ad Anna ed in base alle emozioni che percepisce ci pennella su un testo. Poi, con i ragazzi, ne discutiamo e cerchiamo di dargli una colorazione consona in modo che suoni ArtemisiA al 100%.

Citiamo la line up completa?
Certamente, Anna Ballarin alla voce, Elettra Medessi cori, Vito Flebus chitarra, Ivano Bello basso e Gus alla batteria.

Il 22 Gennaio 2021 è uscito in formato fisico e digitale “Derealizzazione Sintomatica”, il vostro nuovo album in studio. Ci parli di questo nuovo lavoro discografico?
La derealizzazione è un sintomo dissociativo consistente nella sensazione di percepire in maniera distorta il mondo esterno. Abbiamo scelto questo titolo perché, oltre a piacerci come “suonava”, racchiudeva in sé il senso di quello che con le canzoni volevamo comunicare. Un concept album che va a chiudere la trilogia iniziata con “Stati alterati di Coscienza” e “Rito Apotropaico”, dove si va alla ricerca delle paure e fobie dell’essere umano. Nel brano ” Fata Verde” compare come ospite Omar Pedrini che va ad impreziosire con un feat questo brano.

Il singolo estratto dall’album  “Ombre della Mente” è anche un videoclip. Dove sono state fatte le riprese?Le riprese sono state girate e dirette dal regista Marco Iacobelli, con l’assistenza di Diego Caponetto. Il video si snoda tra scenografie claustrofobiche e psicotiche e ampi spazi verdi di completa rinascita psicofisica. Il tutto è stato girato in location importanti: il Palazzo Steffaneo Roncato a Crauglio (UD), le Mura e le carceri napoleoniche della Fortezza di Palmanova (Ud) ed un ex manicomio. L’attrice protagonista è la cantante della band Anna Ballarin. La riconciliazione con la vita, fa sperare ad un futuro con colori brillanti come le menti aperte e coraggiose degli artisti.

Purtroppo la pandemia ha stoppato totalmente i live e i concerti dal vivo. Cosa pensi di questa situazione che si è venuta a creare per gli artisti?
Per un gruppo come il nostro dove la dimensione live è un elemento naturale, questa situazione potremmo definire irreale per quanto terribilmente reale sia, è quasi insostenibile. In più la voglia di suonare dal vivo le nuove canzoni rende la cosa ancora più dolorosa. Ci auguriamo si torni presto ad una condizione di normalità, ed un pensiero va a tutti gli operatori del settore.

Dopo la pubblicazione dell’album seguiranno altre novità che riguardano la band?
Bella domanda… Visto il periodo che stiamo vivendo è alquanto difficile fare progetti live e quindi abbiamo pensato ad un altro videoclip.

Dai ai nostri ascoltatori i riferimenti per seguirvi sul web?
Certamente : facebook: https://www.facebook.com/artemisiaband; sito: https://www.artemisiaband.it/;      instagram: https://www.instagram.com/artemisia_band/?hl=it; twitter: https://twitter.com/ArtemisiABand;       youtube: https://www.youtube.com/channel/UC3ZL-nwtIBLfORiAGvFT6gA; spotify: https://open.spotify.com/artist/6xwBpJqmj1qmdsiQnqIMKC?si=c3kLXM3eRHesutH291Hhag&nd=1

Grazie di essere intervenuto in trasmissione!
Grazie a voi per la bella intervista, e complimenti per quello che fate per la musica.

Ascolta qui l’audio completo dell’intervista andata in onda il giorno 15 febbraio 2021:

Morgurth – Crepe nel silenzio

I blackster Morgurth nel 2020 hanno rilasciato il proprio album d’esordio autoprodotto “…and Then There Shall Be Silence”. Su imbeccata dell’Associazione Ocularis Infernum, abbiamo contatto Narthang, l’anima oscura della one-man band.

Benvenuto su Il Raglio del Mulo, Narthang, i Morgurth nascono qualche anno fa mentre militavi nella symphonic metal band Neophobia. Come sei arrivato alle decisione di creare un gruppo tutto tuo con sonorità completamente diverse da quelle della compagine in cui militavi?
Ciao a tutti voi de “Il Raglio del Mulo”, grazie dell’occasione e per l’intervista, ne approfitto per ringraziare, ovviamente, anche Ocularis Infernum e Andred per aver organizzato il tutto. Sì, Morgurth nasce come quando ancora ero chitarrista e voce growl dei Neophobia, ma, col passare dei mesi, il progetto è cresciuto ed ha acquisito sempre più importanza. Ovviamente, Morgurth è un progetto appartenente a tutt’altro genere: i Neo fanno symphonic metal, mentre Morgurth è black metal con evidenti influenze atmospheric. I Neo sono un gruppo che ho contribuito a fondare quasi 9 anni fa, insieme ad un gruppo di amici, ma Morgurth è l’essenza della musica che mi appassiona maggiormente: un black metal freddo, potente e violento. Il progetto ha avuto un processo di sviluppo graduale, con la composizione dei primi brani, fino alla realizzazione delle canzoni che fanno parte del primo album, nati dal bisogno di creare qualcosa che provenisse unicamente dalle mie attitudini compositive, senza l’interferenza di influenze altrui.

Cosa ti sei portato dietro in questo nuovo progetto del tuo retaggio con i Neophobia, non solo in ambito di esperienze maturate ma anche di sonorità?
A dir la verità: nulla. C’è stato un cambiamento radicale in tutto quello che riguarda il processo creativo e l’evidente differenza di stile e di genere hanno contribuito per la maggior parte al cambiamento, oltre al fatto che ogni decisione presa relativamente ad ogni singolo aspetto della stesura dei brani, piuttosto che alla realizzazione degli artwork, scaturisce esclusivamente dalla mia creatività. Anche lo stile canoro è totalmente variato. Mi sento di affermare che mi sono lasciato alle spalle tutto ciò che c’era prima di Morgurth, dal punto di vista musicale, e che, come artista metal, sono rinato proprio con questo mio progetto.

Il nome della band, Morgurth, prende ispirazione dall’immaginifico tolkieniano, come ti spieghi questa fascinazione per lo scrittore inglese subita da te e da tanti altri metallari, sopratutto in ambito estremo?
Tutto è cominciato quando ancora ero piccolo, vedendo per la prima volta il film de “Il Signore degli Anelli”, che uscì nelle sale italiane quando io avevo solo 11 anni. Di lì a poco, l’interesse e la conseguente passione relative alle opere di Tolkien crebbe sempre di più: cominciai a leggere i libri e ad ascoltare anche musica attinente ai suoi romanzi e racconti. La scelta del nome è una sorta di tributo allo scrittore, che è stato, ed è ancora oggi, una delle maggiori fonti di ispirazione per me e per la mia musica, sebbene i miei testi non trattino mai delle opere tolkeniane, eccezion fatta per il singolo “Misty Mountains Cold”, che ho rilasciato ad ottobre 2020, il quale è anch’esso un tributo a Tokien ed alla musica di Howard Shore. Mi piace pensare che i musicisti, metal e non, che si ispirano ai romanzi tolkeniani, si siano avvicinati a tali opere tramite un percorso simile al mio. Il fatto che, soprattutto nel mondo del metal, si possano trovare facilmente band e lavori ispirati da questi romanzi, è dovuto, molto probabilmente, al fatto che si tratta del genere musicale che più si avvicina alle atmosfere ed alle ambientazioni dei romanzi fantasy, ovviamente insieme alla musica classica.

I Morgurth hanno approccio alquanto tradizionalista al black, questa scelta è frutto di una decisione integralista, che porta a prescindere al rifiuto delle contaminazioni, oppure perché semplicemente oggi ti trovi più a tuo agio con questi suoni e non escludi che in futuro possano esserci evoluzioni differenti della tua proposta?
Per quanto riguarda il primo lavoro di Morgurth, l’idea è stata chiara sin dalle prime composizioni: doveva essere un album di canzoni aventi, come principali caratteristiche, riff violenti di chitarra con linee di batteria veloci e di impatto, oltre ad un sound “freddo” ed a linee vocali esasperate. Il tutto per poter creare un’atmosfera che trasportasse l’ascoltatore in un mondo selvaggio e glaciale, che si possa identificare con le ambientazioni del nord Europa, comprendenti i fiordi, il mare, le montagne, i laghi, le foreste, paesaggi innevati e così via. Per questo lavoro non mi sono posto l’obiettivo di escludere od includere influenze provenienti da altri generi; piuttosto, si tratta semplicemente di ciò che, in modo naturale, dalla mia mente è stato trasmesso alle corde della chitarra: si tratta di sei canzoni prive di ogni influenza che potesse eventualmente derivare dall’esterno e questo vale anche per la produzione. Il secondo album, che rilascerò tra qualche mese, comprenderà sonorità un po’ diverse, rispetto a quelle del primo, ma il processo creativo è rimasto invariato.

Il primo frutto di questa nuova avventure è “…and then there shall be Silence”, un disco che non è un concept album, ma che vede almeno tre brani, quelli posti in apertura (“Cold and Darkness” “Old Dark World” “Land of the Cold and the Perennial Night”), legati tra loro tematicamente: ti andrebbe di parlarne?
Il tema ricorrente è quello della rigidezza dell’inverno e questi tre brani sono legati tra loro principalmente da questo aspetto. “Cold and Darkness”, “Old Dark World”, e “Land of the Cold and the Perennial Night” sono i tre inni alla magnificenza delle natura, che può rivelarsi bellissima, ma allo stesso tempo spietata e pericolosa, talvolta mortale; infatti, i testi descrivono paesaggi nordici dove l’Inverno sembra non avere mai fine e l’oscurità delle sue lunghe notti ricopre ogni cosa.

Delle altre tre tracce che mi dici?
Anche per le altre tre canzoni contenute nell’album, il tema principale fa riferimento principalmente all’inverno ed all’ostilità dell’affascinante e spietata natura delle terre nordiche. “Ritual” descrive antiche tradizioni pagane, per le quali si praticavano sacrifici rituali, talvolta umani, caratteristica di antiche popolazioni che dimoravano nel nord Europa. Sia il testo che la musica creano un’atmosfera di tensione, a tratti di orrore e spirituale. Anche qui ci si ritrova immersi in un’ambientazione fredda e selvaggia. “Last breath” descrive il momento della morte di un uomo esiliato, che vanga senza meta in un ambiente freddo e ostile; allo stremo delle forze avverte diverse sensazioni, preludio della morte. La descrizione di ciò che prova è il tema centrale del brano: un misto di disperazione, rassegnazione e timore, ma allo stesso tempo di sollievo, conforto e liberazione. Infine, troviamo “The Dream”. Come suggerisce il titolo, si tratta di un brano che mi ha ispirato un mio sogno ricorrente, in cui mi trovo in balia delle correnti in mare aperto. In lontananza, riesco a scorgere una scogliera avvolta dalla nebbia e un debole Sole che volge ormai verso il tramonto. Nonostante gli innumerevoli sforzi per non annegare, gradualmente inizio a sprofondare ed a scendere sempre di più verso il fondale marino, realizzando che, però, riesco a respirare. Una sensazione di conforto, quindi, mi avvolge fino a quando mi rendo conto che la vita mi ha ormai abbandonato. Presa coscienza di ciò, un senso di pace mi pervade e lentamente mi lascio andare, giù nelle profondità, finché l’oscurità più completa mi avvolge.

I  Morgurth sono una one-man band, ma per la realizzazione del disco hai collaborato con qualcuno o hai fatto tutto da solo?
La ragione principale per cui ho deciso di creare Morgurth è derivata proprio dalla necessità di comporre brani facendo affidamento unicamente sulla mia personale creatività, senza nessun tipo di influenza esterna da parte di terzi; ma questo vale non solo per la musica, bensì anche per i testi e per la scelta dell’artwork. Si tratta di un lavoro partorito esclusivamente dalla mia mente, fatta eccezione solamente per il logo della band, creato, dietro mie precise indicazioni, da parte della inglese “Thaumaturge Artworks”.

Quando ci sarà la possibilità di esibirti dal vivo collaborerai con degli altri musicisti, li hai già individuati?
Per i live shows mi affiderò ad amici musicisti fidati che conosco da tanti anni e con cui ho collaborato in numerose occasioni; questo per quanto riguarda la batteria, il basso e la chitarra ritmica, mentre io ricoprirò il ruolo di cantante e chitarrista solista.

Ti sei occupato anche dell’aspetto grafico del disco, come nasce la copertina?
La coverart dell’album l’ho ottenuta da una fotografia che ho scattato qualche anno fa mentre ero in vacanza in montagna in una località vicino a Molveno (TN). Mi trovavo in una foresta alle prime luci del giorno e la copertina ritrae degli alberi innevati con il sole che sorge sullo sfondo. Ho pensato che fosse lo scenario ideale per cui l’ascoltatore, vedendo la copertina, potesse facilmente intuire le tematiche dei brani ed, eventualmente, il genere di musica che propongo.

In conclusione, come giudichi l’attuale scena black tricolore?
Penso che ci siano diverse realtà Black Metal molto valide, in Italia. Solo nel 2020 sono stati realizzati ottimi album da parte di bands sia emergenti che affermate, pertanto mi sento di giudicare la scena Black italiana come una delle più talentuose attualmente in circolazione e spero che, una volta usciti dall’incubo del Covid, si possa riprendere le attività live con ancor più entusiasmo e coinvolgimento di prima.