Conan – Evidence of immortality

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Non lasciatevi ingannare dal guerriero morente raffigurato nella copertina del nuovo disco dei Conan, “Evidence of Immortality” (Napalm Records \ Allnoir). La band inglese è viva e vegeta e capace ancora una volta di randellare gli ascoltatori con pesanti dosi di “caveman battle doom”. 

Ciao Chris (Fielding), grazie per avermi concesso questa intervista. Avete registrato “Evidence of Immortality” durante l’emergenza Covid 19, la pandemia ha cambiata la vostra routine in studio?
Come è capitato per la maggior parte delle band, abbiamo trovato molto complicato ritrovarci per scrivere e suonare. Soprattutto perché Johnny, il nostro batterista, vive in Irlanda. Siamo una band che riesce più facilmente a tirar fuori del materiale quando ci scambiamo idee a vicenda in una stanza, quindi è stato un processo piuttosto frustrante inviarcele tramite e-mail. Dal nostro primo tentativo di iniziare il processo di scrittura nel dicembre 2019 fino a quando siamo entrati in studio per registrare due anni dopo, è sembrato che fosse passata un’eternità. Tuttavia, quando abbiamo effettivamente iniziato a registrare, il materiale è andato giù liscio rapidamente e spontaneamente, quindi da questo punto di vista ci è sembrato tutto normale.

Dopo aver pubblicato quattro album che vi hanno garantito una crescente notorietà, avete avvertito particolari pressioni durante la registrazione di “Evidence of Immortality”?
Non proprio, penso di parlare a nome di tutti i ragazzi quando dico che eravamo solo entusiasti di sfornare del nuovo materiale e poi suonarlo dal vivo on the road.

Quale pensi che possa essere per i vostri fan la cosa più sorprendente di “Evidence of Immortality”?
L’album suona sicuramente molto Conan, con una certa enfasi sulla parte heavy, tuttavia non ci piace negarci qualcosa di nuovo per consentire alla musica di progredire e non risultare stagnante. Che si tratti di aggiungere influenze grindcore oppure delle parti con synth.

L’album vede anche la partecipazione dell’ex membro Dave Perry in “Grief Sequence”, cosa hai provato a lavorare di nuovo con lui in studio?
È stato fantastico lavorare di nuovo con Dave. Ho avvertito che la traccia finale “Grief Sequence” avesse decisamente bisogno di sintetizzatori, abbiamo contattato Dave perché sapevamo che sarebbe stato perfetto ed è stato un bel ritorno all’EP split su cui ha suonato nel 2011. Il suo contributo è stato immenso e ha trasformato la traccia in qualcos’altro!

A cosa si riferisce il titolo “Evidence of Immortality”?
Si riferisce al fatto che anche se gli eroi muoiono nelle loro spoglie terrene, essi vivranno di nuovo per combattere un giorno nel subconscio dei guerrieri di domani.

Il soldato nella copertina disegnata da Tony Roberts non mi sembra proprio immortale…
Ah! Beh è già apparso sulle copertine, in momenti di trionfo oppure di sventura, di tutti i nostri album, quindi puoi essere sicuro che tornerà di nuovo.

Potresti dirmi cinque band che hanno dimostrato la propria immortalità?
Prima risposta ovvia e scontata: Black Sabbath! Led Zeppelin, Jimi Hendrix Experience, Nirvana, Iron Maiden.

Cosa ne pensi dello stato di salute dell’attuale scena doom metal?
Chiaramente c’è ancora un mercato vivo per queste sonorità, dato che stiamo suonando molto, anche se non credo che rientriamo perfettamente nella definizione che molti danno di doom. Ma se includi tutti i sottogeneri a cui viene associato, dallo stoner rock alla psichedelia fino all’avant garde, allora c’è ancora molto da fare.

Ultima domanda: quale pensi sia il miglior supporto fisico per la tua musica, CD o vinile?
Amo il vinile, è una sorta di ossessione per me: lo trovo un formato infinitamente frustrante e gratificante allo stesso tempo! Un disco dal suono eccezionale è una cosa che dà gioia, tuttavia uno che suona male è un incubo. È un formato con molte imperfezioni e limitazioni, tutte da considerare durante la registrazione, il missaggio e il mastering, oltre che, ovviamente, nel processo di produzione. Se fai tutto bene, dovresti avere un album dal suono eccezionale che sarà un piacere ascoltare. Aggiungi a ciò il bonus di una bella copertina. I CD suonano molto bene, ascolti alla perfezione tutto ciò che ci è registrato sopra, sono sicuramente molto più divertenti del semplice streaming.

Don’t be fooled by the dying warrior featured on the cover of Conan’s new record, “Evidence of Immortality” (Napalm Records \ Allnoir). The British band is alive and well and capable once again of bludgeoning listeners with heavy doses of “caveman battle doom”.

Hi Chris (Fielding), thanks for doing this interview. You released “Evidence of Immortality” during Covid 19 emergency, did the pandemic change your studio routine?
Like most bands, we found it very difficult to actually get together to write and jam. Especially as Johnny our drummer lives in Ireland. We’re a band that finds it easier to come up with material when we’re all bouncing ideas off each other in one room so it was quite a frustrating process of sending ideas over email. Since our first attempt at starting the writing process back in December 2019 until we actually got into the studio to record two years later it felt like a long time coming. However, when we actually began recording properly the material went down quickly and easily so in that respect it felt like normal.

After releasing four albums that have guaranteed you growing notoriety, did you feel any particular pressure during the recording of “Evidence of Immortality”?
Not really, I think I speak for all the guys when I say that we were just excited to get the new material down and then get to play it live on the road.

What do you think for your fans will be the most surprising thing about ““Evidence of Immortality”?
The album still sounds very much like a Conan album, with the emphasis on heavy – however we never like to feel that we can’t try something new to allow the music to progress and not feel stagnant. Whether that’s adding influences from grindcore to big synth sections.

The album also sees former band member Dave Perry perform on “Grief Sequence”, what did you feel to work with him in studio again?
It was fantastic to work with Dave again. I felt that the final track “Grief Sequence” was really crying out for synths, we approached Dave as we knew he’d be perfect and it was a nice nod to the split EP he played on back in 2011. His contribution was immense and just made the track into something else entirely!

What does the title “Evidence of Immortality” refer to?
It is a reference to whether our heroes ever really die, or whether they live on again to fight another day in the sub conscience of tomorrow’s warriors.

The soldier in the cover designed by Tony Roberts does not seem immortal to me…
Ha! Well he appears again and again in various states of triumph or doom across all our albums, so you can be sure he’ll be back again.

Could you tell me five bands that have proven their immortality?
Obvious and most boring answer first, but obviously: Black Sabbath! Led Zeppelin, Jimi Hendrix Experience, Nirvana, Iron Maiden.

What are your thoughts on the current state of doom metal?
Clearly there’s still a healthy market for it as we’re playing a lot, although I don’t really feel like we fit with a lot of what is seen as doom. But if you include all the associated sub genres like stoner rock to psychedelic to the more avant garde end then there is a lot still going for it.

Last, question: what do you think is the best physical medium for your music, CD or vinyl?
I love vinyl, it’s a bit of an obsession for me – I find the format endlessly frustrating and rewarding at the same time! A great sounding record is a thing of joy, however one that sounds bad is a nightmare. It’s a format with many imperfections and limitations, all of which need to be considered when recording, mixing and mastering the music, as well as obviously the manufacturing process. Get all that right and you should have a great sounding album that’ll be a pleasure to listen to. Add to that the bonus of a the artwork on a 12” sleeve. CD’s are fine, they sound like what you put on them, still more fun than simply streaming it.

Chaos Engine Research – Many faces of metal

ENGLISH VERSION BELOW: PLEASE, SCROLL DOWN!

La scena polacca si è fatta conoscere soprattutto per il death e black metal, però il movimento è popolato da entità altrettanto degne di nota, anche se con sonorità meno estreme. Di difficile catalogazione – groove metal? alternative metal? – il sound dei Chaos Engine Research, band che da poco ha il proprio secondo album, “Faces”, per la Metal Scrap Records.

Benvenuti ragazzi! Potreste presentare la tua band ai nostri lettori?
Ciao, noi siamo Chaos Engine Research da Czestochowa/Polonia. La band esiste dal 2007, quindi quest’anno celebriamo il nostro quindicesimo anniversario. Durante questo periodo, abbiamo registrato due album – “The Legend Written By An Anonymous Spirit Of Silence” e “Faces” – entrambi pubblicati per la Metal Scrap Records.

Vi andrebbe di spiegare il significato del nome della band?
Chaos Engine Research significa ricerca della verità, del suo senso o come preferisci chiamarlo. Questa ricerca si riflette nei testi, ma si applica anche alla musica che suoniamo: siamo ispirati da moltissime band e generi metal, quindi è difficile definire chiaramente il nostro stile. Siamo stati descritti come alternative metal o, più recentemente, come band death-groove metal, ma queste sono solo etichette e se qualcuno vuole raggiungere il nostro album, può scoprire che le canzoni sono notevolmente diverse l’una dall’altra . Questo è il nostro obiettivo: vogliamo sperimentare e trarre il meglio da diversi tipi di musica e, allo stesso tempo, cerchiamo di farlo in modo da sembrare coerente e concettuale.

Come è nato il vostro nuovo album, “Faces”?
Per quanto riguarda l’album “Faces”, è difficile credere quanto sia stata difficile la strada per portare a termine queste registrazioni. Innanzitutto, i cambi di formazione, soprattutto la partenza di Jack, e diversi mesi dedicati alla ricerca di un sostituto, che alla fine abbiamo abbandonato. Poi, una sessione di registrazione senza intoppi e la definizione dei termini con il nostro label manager- Anatoly della Metal Scrap. Proprio quando sembrava che fossimo sull’ultimo rettilineo – è arrivato ilCovid e la premiere è stata rimandata più volte. Infine, la guerra in Ucraina – e come sapete Metal Scrap è ucraina. In effetti, c’erano alcune voci che dicevano che c’era una specie di maleficio su questo album (ride). Ma finalmente è qui. Huuh… È stato un viaggio infernale.

Quali sono le principali differenze tra il vostro primo album, “The Legend Written By An Anonymous Spirit Of Silence”, e il nuovo “Faces”?
Dal nostro punto di vista, “Faces” è decisamente più maturo e più coeso nel suono e nell’arrangiamento. Nel primo album c’era più “follia” e secondo noi era un po’ più “irregolare” – questo è probabilmente è dipeso anche da una questione di esperienza. La seconda cosa è il cambio di direzione: prima il nostro marchio di fabbrica erano due frontman. Ora questa responsabilità ricade interamente su Darrior. Oltre a questo, c’è stato un cambiamento nel ruolo di batterista: Ivo era un musicista più esperto di Mati, anche più esperto di altri generi musicali. Mati ha dovuto lavorare molto durante le registrazioni: il livello era molto alto.

Ma come lo definireste il vostro suono? Alternative, groove o death metal?
Come abbiamo detto, è difficile definire chiaramente il nostro stile. Nella nostra musica, ascolterai influenze di Meshuggah o Gojira insieme a Deftones o Slipknot, e poi elementi di thrash metal e groove metal. Ci sono canzoni in cui puoi sentire le influenze davvero pesanti – penso che il fatto che Muzzy suoni contemporaneamente nella band grindcore Tranquillizer247 non sia privo di conseguenze su di noi, dato che molti riff escono dalla sua mano. I CER sono nati dalla passione per tutti i tipi di musica metal. Chitarre dall’accordatura heavy, batteria pesante e voce aggressiva: questa è la nostra linea.

Qual è il concept dell’album?
E anche qui bisogna fare riferimento al debutto. “The Legend…” era una storia chiusa – questo comportava alcune limitazioni, come l’ordine delle tracce predeterminato e immutabile. Volevamo che anche “Faces” fosse un album concettuale, ma grazie alla struttura – una sorta di raccolta di storie – abbiamo avuto più libertà sull’ordine delle tracce e quindi una maggiore capacità di controllare l’intensità, quando premere sull’acceleratore e quando prendere fiato.

Leggendo la tracklist ho subito notato una particolarità: perché tutti i titoli dei brani contengono una sola parola?
Di nuovo, un riferimento al debutto (ride). Si tratta di un giochino perverso – legato al nome follemente lungo del debutto. In “Faces” volevamo che tutto fosse corto e conciso. Abbiamo finito con l’intitolare ogni canzone, così come l’intero album, con una sola parola. Ogni traccia descrive un volto, il personaggio principale della propria storia.

Come è cambiato il vostro suono?
Per la seconda volta abbiamo lavorato con Przemek Wejmann, per rendere il nostro suono organico. Siamo tutti della vecchia scuola in questo senso – nel senso di chitarra, amplificatore e microfono. Non abbiamo utilizzato alcun trucco come Kemper di Fractal: tutto è analogico e radicale. Possiamo anche parlare di qualche ispirazione Mastodon.

Andrete in tour durante l’autunno?
Stiamo programmando un concerto-anteprima e alcuni concerti fuori durante l’autunno. Niente di spettacolare perché purtroppo abbiamo l’impressione che il mondo si stia ancora riprendendo dal Covid. Invitiamo tutti, soprattutto i giovani ascoltatori, a spegnere il computer e ad andare ai concerti delle band locali. Noi siamo aperto anche a proposte di altre band per suonare insieme.

The Polish scene has made itself known above all for death and black metal, but the movement is populated by equally noteworthy entities, albeit with less extreme sounds. Difficult to catalog – groove metal? alternative metal? – the sound of Chaos Engine Research, a band that has recently released the second album, “Faces”, for Metal Scrap Records.

Welcome guys! Could you introduce your band to our readers?
Hi. Chaos Engine Research here, from Czestochowa/Poland. The band has been around since 2007 – so this year we are celebrating our fifteenth anniversary. During this time, we recorded two albums – “The Legend Written By An Anonymous Spirit Of Silence” and “Faces” – both released by Metal Scrap Records.

Could you explain the meaning of the band name?
Chaos Engine Research means the search for the truth, for the meaning or however you would like to call it. This search has it’s reflection in the lyrics but it also applies to the music we play – we are inspired by a great many bands and metal genres, so it is hard to clearly define our style. We’ve been referred to as alternative metal or, more recently, as a death-groove metal band, but these are just labels, and if someone wants to reach for our album, they can discover that the songs are significantly different from each other. That was also the goal – we want to experiment and take the best out of different kinds of music, and at the same time, we try to make it sound coherent and conceptual.

How your new album, “Faces” was born?
As for the “Faces” album, it’s hard to believe how hard the road to finalizing this recording was. First, changes in the line-up and especially the departure of Jack, and several months devoted to the search for a replacement – which we eventually abandoned. Later, a smooth recording session and setting the terms with the publisher – Anatoly of Metal Scrap. Just when it seemed that we were on the last straight – the era of Covid arrived and the premiere was postponed several times. Finally, the war in Ukraine – and as you know Metal Scrap is from Ukraine. As a matter of fact, there were some voices that there was some kind of doom over this album (laughs). But it’s finally here. Huuh… It was a hell of a journey.

What are the main differences between your first album, “The Legend Written By An Anonymous Spirit Of Silence”, and the new one “Faces”?
From our perspective, “Faces” is definitely more mature material and more cohesive in sound and arrangement. On the first album, there was more “madness” and in our opinion it was a little more “uneven” – this is probably also a matter of experience. The second thing is the change of direction – earlier our trademark was two frontmen. Now this responsibility falls entirely on Darrior. In addition to this, there was a change in the position of drummer – Ivo was a more experienced musician than Mati, also more versed in other musical genres. Mati had to put a lot of work into this recording – the bar was set very high.

How do you define your actual sound? Alternative, Groove or Death Metal?
As we said – it’s hard to clearly define our style. In our music, You’ll hear influences of Meshuggah or Gojira alongside Deftones or Slipknot, and then elements of Thrash Metal and Groove Metal. There are songs where you can hear influences of really heavy playing – we think that the fact that Muzzy plays simultaneously in the Grindcore band Tranquillizer247 is also not without impact, as a lot of riffs come out of his hand. CER was born out of a passion to all kinds of Metal music. Heavy tuned guitars, strong drums and aggressive vocals – this is our direction.

What’s about the album concept?
And here again we must refer to the debut. “The Legend…” was a closed story – this entailed certain limitations, such as the order of the tracks being predetermined and unchangeable. We wanted “Faces” to be a conceptual album as well, but due to the structure – collection of the stories, we had more influence on the order of the tracks and thus more ability to control the intensity of when we want to push pedal to the metal and when there is a moment to take a breathe.

Reading the tracklist, I immediately noticed a peculiarity: why do all the song titles contain only one word?
Again, a reference to the debut (laughs). It was about perversity – in relation to the insanely long name of the debut (“The legend written by an anonymous spirit of silence”). On “Faces” we wanted short and succinct. We ended up with each song as well as the whole album titled with just one word. Each track describes one face – one main character of his own story.

How does your sound change?
For a second time we worked with Przemek Wejmann, to make our sound organic. We are all old-school in this regard – in the sense of guitar, amp, cab and microphone. We didn’t use any simulation or modeling like Kemper of Fractal – everything is analog and rootsy. We can talk about some Mastodon inspiration in this theme.

Will you go on tour during the Autumn?
We are planning a premiere concert and a few away concerts during the autumn. Nothing spectacular because unfortunately we have the impression that the world is still recovering from Covid. We encourage everyone – especially young listeners – to turn off the compuer and go to the concerts of local bands. We are also open to propositions from other bands to play together.

Sigh – The cherry blossom

ENGLISH VERSION BELOW: PLEASE, SCROLL DOWN!

Probabilmente il Giappone non è stato mai così protagonista in un album dei Sigh come nel nuovo “Shiki” (Peaceville Records). La volontà di parlare di un tema quale la morte, ha rafforzato paradossalmente il legame tra Mirai Kawashima e il suo Paese natio.

Benvenuto Mirai, è appena uscito il tuo vostro nuovo album “Shiki”. Non ti nascondo che il primo approccio, quello visivo, mi ha riportato alla mente “Infedel Art”. Questa somiglianza tra le copertine è intenzionale? C’è qualche collegamento tra il vostro secondo full lenght e il nuovo album?
L’artwork di “Shiki” si basa su un poema tradizionale giapponese di 800-900 anni fa. Descrive la scena in cui un vecchio osserva i fiori di ciliegio spazzati via dal forte vento primaverile. Il fiore di ciliegio è davvero bello ma allo stesso tempo è il simbolo della fragilità poiché scompare in una settimana circa. Il vecchio identifica i petali nel vento con se stesso, che devrà morire abbastanza presto. Ho pensato che fosse molto intrigante che qualcuno 800-900 anni fa si sentisse esattamente come noi adesso. Tante cose si sono evolute in questi 800-900 anni, ma dobbiamo ancora avere paura della morte. Questo è uno dei temi dell’album. Quindi la somiglianza tra questo artwork e quello per “Infedel Art” non è intenzionale. Ovviamente l’ho notato quando l’artista mi ha inviato lo schizzo e ho pensato che potesse essere un buon riferimento a “Infedel Art”, ma non era qualcosa di pianificato in anticipo.

La parola “Shiki” ha vari significati in giapponese come quattro stagioni, tempo di morire. Perché hai voluto affrontare questi argomenti in questo momento della tua vita?
Sì, ha molti significati come tempo di morire, quattro stagioni, colori, cerimonia, direzione di un’orchestra, morale ecc., e i primi due sono i temi principali dell’album. Il motivo per cui ho scelto la morte come tema è che semplicemente ero letteralmente spaventato dalla morte quando ho scritto questo album. È stata la sensazione più grande che ho provato e volevo esprimerla nel modo più onesto e diretto possibile.

Pensi che ci sia un disco nella tua discografia che è particolarmente vicino nei contenuti a “Shiki”? Se si, quale?
In realtà il mio primo piano per “Shiki” era di fare un album sulla scia di “Scorn Defeat”. Avevo intenzione di renderlo più o meno primitivo. Tuttavia, con il passare del tempo, si stava rivelando abbastanza diverso come al solito, ma immagino che tu possa ancora sentirne alcuni rimandi. “Kuroi Kage” è la prima traccia che ho scritto per questo album, quindi probabilmente ha un sacco di riferimenti a “Scorn Defeat”.

Eri più libero al tuo debutto, quando non avevi fan da tenere in considerazione o oggi che hai guadagnato una tua credibilità artistica e una storia decennale alle spalle?
Sì, credo di sì. La maggior parte delle canzoni sono state scritte senza sapere che saremmo stati in grado di pubblicare un album. Una volta uscito un disco, diventa il tuo standard. Di solito pensi di dover superare i tuoi album precedenti e, a volte, questo ti lega. Alcune persone dicono che “Scorn Defeat” è il nostro miglior album e lo capisco. Ovviamente è l’album più primitivo da noi composto, ma ha un’atmosfera magica. Se lo registrassimo nuovamente con tecnica e tecnologie odierne, perderebbe sicuramente la sua magia.

Frédéric Leclercq (Kreator) e Mike Heller (Fear Factory \ Raven) compaiono nell’album. Quando lavori con musicisti occidentali, noti delle differenze rispetto a quando registri con degli orientali? Pensi che ci sia un approccio culturale diverso o la musica è un linguaggio universale?
No, non ho sentito alcuna differenza culturale. La differenza più grande è ovviamente che entrambi sono musicisti di gran lunga superiori. Ad essere onesto, ero abbastanza frustrato dai musicisti con limitazioni tecniche, ma questa volta non ho dovuto pensarci. Inoltre siamo stati in grado di parlare “musicalmente” se capisci cosa intendo. Ero completamente stufo di sentirmi dire che non potevano suonarlo, non capivano le scale ecc. a dire il vero… Questa volta è andato tutto molto bene. Apprezzo che Mike e Fred abbiano fatto parte dell’album.

Nel disco vengono utilizzati alcuni strumenti della tradizione musicale giapponese come Shakuhachi, Hichiriki, Shinobue, Shamisen, Taishōgoto, Shruti box. Quando hai imparato a suonarli? A scuola o dopo?
Ho iniziato con il Shakuhachi solo qualche anno fa. Suono il flauto e fondamentalmente se suoni il flauto, puoi suonare lo Shakuhachi. Lo stesso per lo Shinobue. E se suoni il piano / le tastiere, puoi suonare il Taishogoto.

Ai tempi di “Scorn Defeat” avresti mai pensato di utilizzare questi strumenti tradizionali nei tuoi dischi?
Per nulla. Anche se abbiamo usato alcune immagini giapponesi nei testi e nell’artwork, non volevo riferimenti alla musica giapponese nei Sigh perché non ne sapevo nulla. Ma quando sono cresciuto, ho iniziato ad ascoltare molta musica tradizionale, non quella ad alto volume però. Poi ho iniziato a suonare quegli strumenti tradizionali. Per “Shiki” volevo esprimere il mio più intimo sentimento di paura della morte, dovevo usare la mia lingua. E come ho detto, la copertina si basa su una poesia tradizionale giapponese. Tutto sommato, volevo renderlo un album molto giapponese con uno spirito giapponese. Questa è la ragione per cui ho usato molti strumenti tradizionali.

Lo scorso agosto vi siete esibiti al Brutal Assault, come hanno accolto le nuove canzoni i vostri fan?
Abbiamo suonato a “Mayonaka No Kaii” e “Shoujahitsumetsu” al Brutal Assault, e le reazioni sono state davvero buone. Ma sai quando suoni ai festival, la maggior parte del pubblico non ha molta familiarità con le tue canzoni, il che significa che non c’è differenza tra le nuove canzoni e quelle vecchie per loro.

Ci saranno altre date a supporto dell’album?
Suoneremo con gli Anaal Nathrakh a Londra il 14 dicembre. E a febbraio andremo in Australia e probabilmente a Singapore. Ci dovrebbero, poi, essere altre date.

Japan has probably never been so featured on a Sigh album as in the new “Shiki” (Peaceville Records). The desire to talk about a theme such as death paradoxically strengthened the bond between Mirai Kawashima and his native Country.

Welcome Mirai, your new album “Shiki” has just been released. I do not hide from you that the first approach, the visual one, brought to my mind “Infidel Art”. Is this similarity between the covers intentional? Is there any connection between your second full length and the new album?
The artwork for “Shiki” is based on a Japanese traditional poem from 800 – 900 years ago. It describes the scene where an old man watches the cherry blossoms being blown off by the strong Spring wind. The cherry blossom is really beautiful but at the same time it is the symbol of fragility as it goes away in a week or so. The old man identifies the petals in the wind with himself, who has to die quite soon. I thought it was very intriguing that somebody from 800 – 900 years ago felt exactly the same as we do now. So many things evolved over these 800 – 900 years but we still have to have a fear of death. That’s one of the themes of the album. So the similarity between this and that for “Infidel Art” is not intentional. Of course I noticed it when the artist sent me the sketch and I thought it could be a good reference to “Infidel Art”, but it wasn’t something planned beforehand.

The word “Shiki” itself has various meanings in Japanese such as four seasons, time to die. Why did you want to deal with these topics at this time in your life?
Yes, it has a lot of meanings such as time to die, four seasons, colors, ceremony, conducting an orchestra, morale etc., and the first 2 are the main themes for the album. The reason I chose death as a theme was simply I was full of a fear of death when I wrote this album. It was the biggest feeling I had, and I wanted to express it as honestly and straightforwardly as possible.

Do you think there is a record in your discography that is particularly close in content to “Shiki”? If so, which one?
Actually my first plan for “Shiki” was to make an album in the vein of “Scorn Defeat”. I was planning to make it pretty much a primitive one. However, as the time went by, it was turning out to be quite different as usual, but I guess you can still hear its remnants. “Kuroi Kage” is the first track I wrote for this album, so it must have a lot of “Scorn Defeat” feel in it.

Were you freer at your debut, when you didn’t have fans to account for or today you have gained your artistic credibility and a decade-long history behind you?
Yes, I guess so. The most of the songs on it were written without knowing we’d be able to release an album. Once you have an album out, it becomes your standard. You usually think you have to top you previous albums, and sometimes it binds you. Some people say “Scorn Defeat” is our best album and I understand that. Obviously it’s the most primitive album by us, but it’s got some magic atmosphere. Even if we re-recorded it with today’s technique and technology, it’d just lose the magic.

Frédéric Leclercq (Kreator) and Mike Heller (Fear Factory \ Raven) appear on the album. When you work with Western musicians, do you notice any differences compared to when you record with Easterners? Do you think there is a different cultural approach or is music a universal language?
No, I didn’t feel any cultural difference. The biggest difference is obviously they both are by far superior musicians. To be honest I was pretty much frustrated with musicians with technical limitations, but this time I didn’t have to think about it. Also we were able to ‘musically’ talk if you know what I mean. I was totally sick of being told that they couldn’t play this, they didn’t understand scales etc. to be honest… This time everything went really smoothly. I do appreciate that Mike and Fred were a part of the album.

In the album you use some instruments of the Japanese musical tradition such as Shakuhachi, Hichiriki, Shinobue, Shamisen, Taishōgoto, Shruti box. When did you learn to play them? At school or after?
I just started playing Shakuhachi about a few years ago. I play flute and basically if you play flute, you can play Shakuhachi. The same for Shinobue. And if you play piano / keyboards, you can play Taishogoto.

At the time of “Scorn Defeat” would you have ever thought that you would use these traditional instruments in your records?
Not at all. Though we used some Japanese images in the lyrics and the artwork, I didn’t want to take in Japanese music in Sigh as I knew nothing about it. But as I got older, I started listening to lots of Japanese traditional music, not the high-blow one though. Then I started playing those traditional instruments. For “Shiki”, I wanted to express my naked feeling about a fear of death, I had to use my own language. And as I said, the artwork is based on a Japanese traditional poem. All in all, I wanted to make it a very Japanese album with a Japanese spirit. There is a good reason that I used a lot of traditional instruments for this one.

Last August you performed at Brutal Assault, how did your fans welcome the new songs?
We played ‘Mayonaka No Kaii’ and ‘Shoujahitsumetsu’ at Brutal Assault, and the reactions were really good. But you know when you play at festivals, most of the audience are not too familiar with your songs, which means there’s no difference between the new songs and the old ones for them.

Will there be other dates to support the album?
We will play with Anaal Nathrakh in London on December 14th. And we’ll go to Australia and probably Singapore in February. There should be more dates for sure.

Perpetual Fire – Never fall

Steve Volta, pur se sommerso da impegni, come da lui raccontatoci, riesce sempre a trovare del tempo per i suoi Perpetual Fire. Ai fan non resta quindi che pazientare, perché poi quando il disco arriva, la musica di qualità è garantita, come nel caso dell’ultima fatica “Virtual Eyes” (Wanikiya Record).

Benvenuto Steve, il vostro quarto album, “Virtual Eyes”, è ormai uscito da qualche mese, hai già fatto un primo bilancio o preferisci aspettare ancora un po’ prima di esprimere un giudizio definitivo sul disco?
Ciao Giuseppe! Un primo bilancio è stato sicuramente fatto e direi che è piuttosto positivo, nel senso che per come “Virtual Eyes” è stato accolto da pubblico e stampa siamo rimasti molto soddisfatti e ci ha dato la conferma di aver fatto un buon lavoro. Un grande sostegno ci è stato fornito dalla nostra label Wanikiya Record di Mr. Jack, che si è buttato anima e corpo nel pubblicizzare il nostro nuovo album!

A proposito, quanto è difficile per te dover ricoprire il doppio ruolo di autore e produttore di un disco? Riesci a mantenere un certo distacco tra i due ruoli?
Questa è un’ottima domanda che non mi era ancora stata posta e ti rispondo con piacere! E’ veramente difficile, ti assicuro… Sicuramente il dover produrre le proprie creazione musicali ti porta a rallentare tutto il processo di lavorazione. Questo perché basta poco per perdere il focus della situazione con la conseguenza di disperdere tanto tempo ed energie. Con gli anni ho capito che non bisogna accanirsi troppo su determinati suoni o regolazioni particolari ma è sempre meglio lasciare le cose semplici e scorrevoli e soprattutto staccarsi dal lavoro per qualche giorno in modo da non perdere la lucidità. Quando produco musica di altri invece è un’altra cosa: molto più semplice e veloce direi!

Tra il vostro esordio, “Endless World”, e il suo successore, “Invisible”, ci sono solo tre anni di distanza. Poi abbiamo dovuto aspettare otto anni per ascoltare il terzo capitolo, “Bleeding Hands” e altri cinque per il quarto disco “Virtual Eyes”. Queste attese più lunghe sono dovute a fattori endogeni, per esempio tuoi impegni personali, oppure a fattori esterni dipendenti dal mutamento del mercato musicale?
Tutta colpa mia e me ne assumo la piena responsabilità! Io vivo di musica e ovviamente questo richiede molto impegno e molto tempo va dedicato ai live e all’insegnamento, per cui, purtroppo, i Perpetual Fire hanno risentito molto di tutto ciò. Aggiungerei poi che non esiste solo la musica nella vita… ci sono stati accadimenti extra musicali che hanno influito in maniera negativa sulla nostra band con una conseguente perdita di tempo, così come i vari cambi di line up che abbiamo avuto durante gli anni. Per fortuna dal 2017 abbiamo raggiunto una buona stabilità e speriamo di arrivare al pensionamento con questa formazione!

Prima di entrare nei dettagli di “Virtual Eyes”, ti andrebbe di presentare gli altri componenti della band che hanno contribuito al disco?
Assolutamente sì! Alla voce abbiamo Roby Beccalli, il socio fondatore dei Perpetual Fire nel lontano 2002. Al basso Mark Zampetti, anche lui con noi dal 2003 o 2004… non ricordo. Alla tastiere Mauro Maffioli con noi dal 2017 e alla batteria Sergio ‘Serz’ Gasparini una vera macchina da guerra, con noi dal 2018. E’ un’ottima formazione, tutti grandi musicisti con i quali bere birra, scherzare e ovviamente dividere il palco!

Il disco presenta un ventaglio espressivo molto ricco. Quando scrivi ti imponi questa varietà stilistica oppure è un risultato che viene fuori in modo spontaneo?
L’unica imposizione è quella di non avere brani troppo simili tra di loro, anche se poi mi viene abbastanza semplice cercare di tirare fuori le varie anime della band. Noi non siamo solamente una power metal band ma preferiamo spaziare tra varie influenze anche se sappiamo benissimo che forse questa attitudine ci ha un po’ penalizzato a livello di riscontro di pubblico, soprattutto nel periodo del primo album “Endless World” e del terzo “Bleeding Hands”. Forse con questo nuovo “Virtual Eyes” siamo riusciti a bilanciare meglio tutto ciò.

Quale è stato il pezzo che ti ha dato più filo da torcere durante la sua registrazione?
Diciamo che su questo album non c’è nulla di particolarmente tecnico, però ricordo che “Trust Yourself” ha avuto bisogno di un po’ di extra concentrazione! Poi qualche assolo qua e là ha avuto bisogno di una certa cura. Diciamo che a livello squisitamente tecnico, l’album precedente, “Bleeding Hands”, mi diede maggiori grattacapi!

Da chitarrista preferisci un pezzo strumentale come “Sirio” oppure uno più canonico con la voce?
Io ho sempre suonato all’interno di band con cantanti, ovvio che da chitarrista una parte di me ambisce al brano strumentale! In effetti nel lontano 2011 avevo in cantiere di partire con la carriera solista, purtroppo proprio in quel periodo ho iniziato ad avere grossi problemi alla mano sinistra che hanno bloccato tutto. Anche se la situazione non si è sistemata, vorrei però realizzare questo progetto entro il prossimo anno. Stiamo a vedere come si evolve la faccenda… ho già molti brani abbozzati, in realtà ho materiale per un paio di album… eheheh Spero di trovarmi nelle condizioni che mi permettano finalmente di realizzare questo piccolo sogno nel cassetto.

A cosa fa riferimento il titolo del disco?
Quando ho scritto il testo della canzone che dà anche il titolo all’album, pensavo al fatto di come spesso la tecnologia viene utilizzata in maniera negativa. Mi sono immaginato un futuro distopico, dove gli esseri umani vedono il mondo attraverso questi occhi virtuali e si trasformano in macchine. Sì, mi piacciono i film di fantascienza! Comunque sono assolutamente pro scienza, il tema del testo è proprio il suo utilizzo errato.

Hai avuto modo di presentare i nuovi brani dal vivo e come sono stati accolti dal pubblico?
Certamente! Quest’estate siamo riusciti a tornare sul palco, è stata una gioia immensa e ci ha stupito in positivo l’accoglienza che il pubblico ci ha riservato. I nuovi brani che abbiamo inserito nella scaletta si sono rivelati di grande impatto anche dal vivo e non vediamo l’ora di ripartire per altri concerti!

Kaledon – Back to the gates of the realm

Nel 2010 Alex Mele aveva messo fine alla lunga saga, ben sei capitoli, “Legend of the Forgotten Reign”. In realtà, i Kaledon non si sono mai allontanati dal regno, ma hanno preferito dedicarsi all’approfondimento, con i successivi tre album, di alcuni dei protagonisti di quelle vicende. Quando a sorpresa ci siamo ritrovati tra le mani il settimo capitolo “Legend of the Forgotten Reign – Chapter VII: Evil Awakens” (Beyond the Storm Productions \ Metal Message Global), in uscita per fine settembre, abbiamo deciso di contattare il chitarrista e leader della band.

Ciao Alex, nel 2010 avresti mai scommesso che dopo una dozzina d’anni avresti pubblicato il settimo capitolo della saga “Legend of the Forgotten Reign”?
Ciao, onestamente no! Dopo il capitolo sei del 2010 avevo deciso di rimanere all’interno della saga, ma facendo solo uscite dedicate ai vari personaggi come abbiamo fatto con Altor, Antillius e Carnagus. Quindi, stesso “universo”, stessi fatti, ma raccontati da punti di vista diversi, ovvero quelli dei personaggi.

E’ stata una cosa programmata oppure ti sei ritrovato a scrivere e solo dopo ti sei reso conto che il materiale composto andava bene per il settimo capitolo?
Diciamo che ho deciso di aggiungere una trilogia sequel e quindi è stato programmato! In teoria seguiranno Chapter 8 e 9.

Anche se la saga è rimasta ferma per una dozzina d’anni, la band no. Avete tirato fuori altri tre dischi – “Altor: The King’s Blacksmith”, “Antillius: The King of the Light” e “Carnagus: Emperor of the Darkness” – tra il 2013 e il 2017. C’è una qualcosa del vostro sound che in quelle tre opere è andata persa e che hai ritrovato ora nel capitolo sette?
Sì appunto, come ti dicevo prima, quei tre album sono sempre basati sulla Legend Of The Forgotten Reign Saga quindi grosso modo non ci siamo persi nulla! Anzi, abbiamo guadagnato il sound più aggressivo che ci portiamo dietro da Carnagus. Credo che ormai sia lo standard della band! Dico credo perché non ci sono certezze nella musica. Magari tra un anno scriverò un album vecchio stile, chi può dirlo?!

Viceversa, qual è quell’elemento stilistico che hai introdotto per la prima volta in quel trittico e che ora ti sei portato nel ciclo “Legend of the Forgotten Reign”?
Ecco, ti ho preceduto nella risposta precedente! Diciamo che per essere più preciso, ho iniziato a suonare chitarre a sette corde durante le fasi di songwriting di Carnagus… quindi all’incirca nel 2016. Questo ha per forza di cose fatto “appesantire” il sound delle chitarre, e di conseguenza tutto il resto. Per adesso mi trovo molto a mio agio con queste sonorità, e trovo che siano sicuramente una ventata d’aria fresca in un panorama davvero molto affollato.

Dato che è passato qualche anno, ti andrebbe di fare un veloce riassunto delle vicende narrate nei primi sei capitoli?
Carnagus ferito da Antillius, in punto di morte stringe un patto col il malvagio Azrael che lo trasforma in un demone non morto. Da quel momento in poi passa la sua esistenza a cercare di distruggere tutto quello che Antillius ha fatto. La storia è molto lunga da raccontare in questa sede, ma questo è proprio alla base della trama. Il sesto Capitolo termina con la presunta morte di Mozul, creatura generata da Azrael ma… scopriremo che in realtà non è andata proprio così…

Invece, in questo settimo capitolo cosa accade?
Mozul aveva mandato un suo clone in battaglia e quindi quello ucciso nella battaglia finale di Chapter 6 non era lui! Quindi nel capitolo sette vedremo il ritorno di Mozul e del suo nuovo esercito contro il già super devastato regno di Kaledon.

Credi che il successo di alcune serie televisive, Game of Thrones su tutte, possa aver originato un nuovo interesse per la fantasy con conseguenti effetti positivi per una band come la vostra?
Secondo me sì! C’è stato anche un bel ritorno alle sonorità power metal quindi questo non può che rendermi felice.

Dal vivo come ricostruirete le vicende narrate nei sette dischi non potendo contare di un tempo illimitato per poter proporre per intero l’opera?
Ci sono dei brani fondamentali per la continuity della storia, e ovviamente sono quasi tutti i singoli che abbiamo rilasciato nel corso della nostra carriera. Diciamo che quei brani non mancano mai, e di contorno ci aggiungiamo i brani del momento e/o quelli che più riteniamo validi per quella situazione specifica.

In conclusione, hai già dell’idee per un futuribile capitolo otto o preferiresti lavorare su un album a sé stante?
Come ti accennavo prima ho deciso di aggiungere tre capitoli alla Legend Of The Forgotten Reign Saga, quindi si, ci saranno Chapter 8 e 9! Non so quando e in che forma, ma ci saranno.

Le Zoccole Misteriose – Oltre la siepe dell’underground

“Oltre la siepe” è il nuovo EP de Le Zoccole Misteriose, band di culto della scena underground abruzzese attiva dagli anni ’90 e tornata sulle scene con una formazione rinnovata. Interamente dedicata alla figura di Giacomo Leopardi, la quarta fatica discografica presenta una band che dal punk degli esordi si è evoluta in una incendiaria miscela di stoner rock, hardcore e blues luciferino. Il tutto è accompagnato dai testi secchi, scarni e d’impatto di Raffaele De Gregorio, unico superstite della formazione originale.

Ciao ragazzi, benvenuti su Il Raglio del Mulo. La vostra band è tra le più longeve del panorama punk underground italiano, com’è cambiata la scena intorno a voi? Ne siete influenzati o avete sempre pensato a voi stessi e al vostro percorso?
Una volta c’erano molte band anche da queste parti, c’erano anche più spazi per suonare. Attualmente, invece, non c’è quasi nulla. Comunque per vari problemi lavorativi, non abbiamo viaggiato molto o almeno non quanto avremmo voluto, quindi non abbiamo avuto molti contatti con la scena italiana.

Le Zoccole Misteriose nascono come punk band con testi ironici in italiano, nella vostra ultima release però ci sono svariate contaminazioni con doom, blues, stoner, sax impazziti e quant’altro, ci volete parlare un po’ di come sono nati i nuovi brani?
I brani sono nati naturalmente unendo il sound di musicisti molto diversi tra loro, ma che per riuscire a coesistere musicalmente hanno comunque qualcosa in comune.

“Oltre la Siepe” è dedicato alla figura di Giacomo Leopardi, come mai questa scelta?
Personalmente sono sempre stato affascinato dal pessimismo e dalla figura di Leopardi e forse mi ci sono anche un pochino riconosciuto. Comunque, mi sono chiesto come avrebbe reagito Giacomo, in virtù del suo pensiero, di fronte alla società contemporanea e, francamente, credo proprio che sarebbe impazzito: ed è questo il senso dell’album

Come nascono i testi delle vostre canzoni? 
A volte mi vengono in mente frasi che hanno un significato e che mi sembra suonino bene, ed infatti mi rimangono in testa per giorni. Poi in sala prove cerco di arricchirle con pensieri attinenti: in realtà, non li scrivo quasi mai su carta

Nel corso del tempo la line-up de Le Zoccole Misteriose è cambiata svariate volte, in che maniera i nuovi membri hanno contribuito al rinnovamento del sound?
Ogni musicista che ha suonato con noi ci ha messo del suo ed ha lasciato la sua influenza, ho sempre pensato che un musicista debba avere la massima libertà creativa, altrimenti che sfizio ci sarebbe?

Siete noti nel sottobosco per le vostre incendiarie esibizioni dal vivo, vi vedremo in giro nei prossimi mesi?
Sinceramente lo spero tanto, suonare nei live è l’unica situazione in cui mi sento veramente libero.

L’Abruzzo è una regione che ha sempre prodotto notevoli e interessanti band underground tra i generi più disparati, c’è qualcuna di esse con cui avete condiviso il palco o con cui c’è una particolare comunione d’intenti?
Sicuramente Le Scimmie – che sono il duo stoner del nostro chitarrista Angelo Mirolli, detto Xunah – e sono veramente una grande band.

In Puglia c’è un festival “In Riva al Punk” che negli ultimi anni sta avendo notevole riscontro sia di pubblico che di band partecipanti, siete mai venuti dalle nostre parti? Riuscite ad esibirvi con regolarità in questo tipo di festival a tema?
Purtroppo non conosciamo questo festival ,ma comunque cerchiamo di esibirci il più possibile.

Avete in programma di far passare molto tempo fino al prossimo disco o siete già attivi su nuovi brani con la nuova line up?
Pensiamo di rimetterci a lavorare in sala prove in autunno per scrivere nuovi pezzi.

Non deve essere semplice mantenere una certa ironia e allo stesso tempo essere presi sul serio, in Italia non ci sono tantissime band che propongono ancora questo tipo di rock, allo stesso tempo abbiamo l’esempio degli Skiantos che sono un monumento alla quale anche uno come Iggy Pop ne ha ricordato la grandezza, quali sono le vostre influenze?
Le influenze sono tante e variano per ogni elemento del gruppo, cerchiamo di miscelare assieme e di farci uscire qualcosa che ci convince: queste sono Le Zoccole Misterose.

Night Attack – Riding the whirlwinds

ENGLISH VERSION BELOW: PLEASE, SCROLL DOWN!

I Night Attack sono la nuova band fondata da Charles Lucia, meglio noto come Verigo (Vesterian and Ancestral Blood). Dopo aver firmato un contratto con la Metal Scrap Records, la compagine ha pubblicato l’EP di debutto “The Initiation”, un vero e proprio “attacco notturno” di aggressive blackned death thrash!

Benvenuto Verigo, potresti presentare la tua band ai nostri lettori?
Siamo i Night Attack da Charlotte, North Carolina. La nostra prima formazione risale al 2016, composta principalmente da amici della mia gioventù. Dopodiché, è diventato difficile scovare membri che potessero suonare abbastanza velocemente del metal old school. Trovare musicisti affidabili è sempre stato un grosso problema in NC. A volte, in passato, mi sono ritrovato a lavorare con le persone sbagliate solo perché erano le uniche disponibili in città. Alla fine ho deciso di registrare tutto il materiale da solo. Ho trovato il batterista Jake Anantha per caso e sono contento, abbiamo dato il via insieme alle registrazioni di “The Initiation”. Tutte le canzoni le ho scritte principalmente in tre giorni nel 2015, durante una baldoria mattutina a base di caffè. Sono molto contento della nostra attuale formazione.

Come descrivi il vostro suono?
Lo definisco aggressive blackened death thrash in stile fine anni ’80 per distinguerci dal thrash metal più popolare e moderno di oggi, che io etichetto come party-thrash con voci fastidiose. Il moniker definisce anche il modo in cui ci approcciamo alla nostra musica, cioè in uno stile più tradizionale e con un atteggiamento serioso e cupo. Ho sempre pensato che tra la metà e la fine degli anni ’80 il thrash è diventato decisamente troppo buono. Tuttavia, non fraintendermi, ci piace fare festa a base di thrash e ci piace ascoltare alcune di queste band, ma musicalmente non è ciò che vogliamo esprimere. Andrò sempre a casa e metterò sul piatto “Coma of Souls” dei Kreator. Non siamo qui per seguire nessuna moda dettata dalle band moderne oggi o per reinventare il thrash degli anni ’80. Vogliamo solo rivivere i vecchi tempi del metal con personalità, attitudine, visione e una certa vena oscura. Questa è la musica che volevo suonare durante la mia adolescenza, ma in quel momento ho pensato che fosse una cosa vetusta, una cosa ormai passata. Parlo di un’epoca in cui il thrash di fine anni ’80 si stava spostando verso il death metal o l’hardcore punk. Le persone della vecchia scuola sanno di cosa sto parlando.

Potresti presentare il vostro EP di debutto, “The Initiation”?
“The Initiation” contiene metal estremo, tecnico e oscuro, influenzato da visioni occulte e teatralità vampiresca, ricco di sfumature blackned death metal e parti aggressive di war metal. Uno stile musicale che credo possa essere ben accolto dai thrasher e dai metallari in genere inclusi quelli che ascoltano black metal, punk, persino goth e hardcore.

Quali obiettivi vorreste raggiungere con questo album?
Intendiamo portare il metal old school a un pubblico più ampio con un approccio artistico, fantasioso e ortodosso.

Dai una valenza politica ai tuoi testi?
I Night Attack non provano alcun interesse per la politica.

Che mi dici della copertina?
La copertina dell’album è stata ideata da me e da un mio amico. Siamo entrambi molto interessati alle leggende occulte e oscure.

Avete realizzato in collaborazione con Metal Scrap Records il vostro EP di debutto, sei soddisfatto del lavoro svolto dalla vostra etichetta?
Sono molto contento del lavoro e dell’impegno della nostra etichetta. Sono sempre sul pezzo e ci hanno aiutato molto.

Promuoverete sul palco il nuovo EP?
Sì, ci siamo appena esibiti nel nostro primo live e abbiamo ricevuto reazioni positive dal pubblico. Da quello che abbiamo visto, la nostra musica è decisamente per headbanger e mosher!

È tutto!
Grazie, CD e merchandising sono disponibili all’indirizzo Nightattack.bandcamp.com e
www.facebook.com/nightattackband

Night Attack is the new band founded by Charles Lucia, better known as Verigo (Vesterian and Ancestral Blood). After signing a deal with Metal Scrap Records, the band released the debut EP “The Initiation”, a real “nocturnal attack” of aggressive blackened death thrash!

Welcome Verigo, could you introduce your band to our readers?
We are Night Attack from Charlotte NC. Our first line up was established in 2016 which mostly consistent of guys from my youth. After that, it became difficult to find members that could play fast enough and into the old school metal. Finding reliable musicians, as always been a big problem in NC. Sometimes in the past we end up working with people we shouldn’t had just because he is the only guy in town. Eventually I decided to record all of the material myself. I found drummer Jake Anantha by chance and glad. We gave birth to the recording of Night Attack’s, “The Initiation”. All songs I mostly wrote in three days back in 2015 on a morning coffee thrash spree. Ha. I am very happy with our 2022 line up.

How do you describe your sound?
We call it late 80s aggressive blackened death thrash to separate us from todays more popular and modernized thrash metal. Those are the more party style thrash with annoying to me vocals. The title also defines how we approach our music, which is in a more traditional style and with a serious attitude and dark. I did feel in the mid and late 80s all thrash started to get really good. However, don’t get us wrong, We like to party and thrash and we enjoy listening to some of these bands, but it’s not musically what we feel to express. I will always go home and play Kreator’s “Coma of Souls”. We are not here to follow any trend of modern bands today. Or to reinvent the 80s thrash. Only to bring back the old days of metal with our own redevelopment, attitude, representation and a darker shade of style. This is the music I wanted to play in my early teens. But I thought it was overdue and a thing of the past at that time. A time when the end of 80s thrash was moving towards death metal or hardcore punk. Old school people know what I’m talking about.

Could you to introduce your debut EP, “The Initiation”?
“The Initiation” brings dark, upbeat extreme technical metal based on occultic views and vampirism done with a theatrical twist into imaginative thought and with a blackened death and war metal aggressions. The musical style I believe can be accepted by thrashers, and metal heads of all genres including black metal, punk, even goth, and hardcore.

What goals would you like to achieve with this album?
We intend to bring old school metal to a wider audience with a artistic and imaginative and old world approach.

Do you give a political meaning to your lyrics?
Night Attack has no connection with politics.

What’s about the cover artwork?
The album cover was represented by myself and a friend of mine. We are both equally deep into the occult and dark legends.

You realized in cooperation with Metal Scrap Records your debut EP, are you satisfied with the work done by your label?
I’m very happy with the work and dedicated effort we are getting from our label. They definitely keeps on their toes and have helped us out greatly.

Will you promote on stage the new EP?
Yes, we just performed our first show and got great positive crowd reactions. From what we witnessed, the music is definitely for headbangers and moshers.

That’s all, thanks!
Thanks you, CDs and merch can be found at Nightattack.bandcamp.com and www.facebook.com/nightattackband

Hierophant – Mortem aeternam

Probabilmente gli Hierophant c’hanno impiegato più del previsto per dare un successore a “Mass Grave”, però dalle parole di Fabio Carretti appare subito chiaro che l’attesa non è stata vana, i ravennati, infatti, sono pienamente soddisfatti di “Death Siege” (Season of Mist). E noi non possiamo che condividere questa opinione…

Benvenuto Fabio, “Death Siege”, il vostro quinto full-length uscirà il 26 agosto. Ho letto una dichiarazione di Lorenzo che dice che si tratta del miglior disco degli Hierophant. Cos’ha di più questo disco rispetto ai suoi predecessori?
Ciao Giuseppe. Che dire, non posso che essere d’accordo con Lorenzo: “Death Siege” è il frutto di un’evoluzione durata anni, ed è esattamente il disco che avevamo in testa e volevamo fare da tempo. Se gli ultimi due anni non fossero stati così, sarebbe arrivato molto prima.

Quando avete iniziato a lavorare sui brani avevate già un’idea di massima sul risultato finale?
Assolutamente sì, siamo partiti da un mood (total chaos), che ci ha guidati durante la stesura dei brani. Ad oggi, dopo mesi e mesi di ascolti, personalmente non cambierei una virgola.

In qualche modo avete cambiato il vostro modo comporre e registrare in questa occasione?
Nostro malgrado, sì. Il piano era di metterci a testa bassa sul disco nuovo a inizio 2020, per farlo uscire idealmente appena dopo l’estate ed iniziare la promozione con tour invernali e fest estivi dell’anno successivo, ma ovviamente non è stato possibile. La scrittura dei pezzi è avvenuta al 100% da remoto, ci siamo dovuti far andare bene un qualcosa che non ci appartiene, ma se non c’è soluzione non c’è neanche problema. Il disco andava fatto, e così è stato.

L’EP “Spawned Abortions” in qualche modo vi è servito come “palestra” per “Death Siege”?
Beh sì, ricollegandomi al discorso delle tempistiche fatto sopra, già nel 2018 – anno di uscita del 7″ “Spawned Abortions” – era molto chiaro dove eravamo diretti. Credo che “Death Siege” sia un’evoluzione molto naturale di quello che il sopracitato singolo aveva preannunciato.

Gli avvenimenti nefasti in questi ultimi anni non sono mancati, la pandemia e il ritorno della guerra sul territorio europeo sono solo alcuni degli aspetti che hanno condizionato la nostra vita ultimamente. A livello lirico queste vicissitudini vi hanno influenzato in qualche modo?
Avendo scritto io tutti i testi, credo di poterti rispondere in modo piuttosto esaustivo: no, in nessun modo. Volevamo trasmettere questo tipo di emozioni anche prima, anche perché il disco è pronto già da diverso tempo. Sicuramente gli ultimi due anni non ci hanno fatto cambiare idea, anzi.

Mi pare che in questa occasione avete scelto un approccio grafico differente, almeno per la copertina. Chi è l’autore della cover e cosa significa?
Corretto. Abbiamo voluto dare un taglio più evocativo ed oscuro agli artwork che accompagneranno tutto il periodo di “Death Siege”. L’autore è Abomination Hammer (IG: @abomination.malleo) e in realtà non c’è tanto da dire sul processo creativo dietro all’artwork; chiunque abbia lavorato con degli artisti di talento potrà confermati che il modo migliore per ottenere un risultato eccelso sia comunicare un mood, stabilire qualche idea a grandi linee, e lasciare piena libertà.

Il vostro precedente album, “Mass Grave”, è uscito per Season of Mist, il passaggio a una grande etichetta ha in qualche modo favorito la vostra crescita e la vostra notorietà?
Molte persone hanno un’idea piuttosto sbagliata e lontana dalla realtà riguardo le case discografiche. La label si occupa della produzione, promozione e distribuzione del disco; tutto quello che viene dopo come ad esempio tour, festival o qualsiasi tipo di altra attività relativa alla band è responsabilità di quest’ultima.

Al di là della presenza di un etichetta più o meno influente alle spalle, quanto conta poter girare per poter promuovere un disco e quanto i blocchi dovuti alla pandemia vi hanno danneggiato da questo punto di vista?
Suonare nelle giuste situazioni è l’unica cosa che realmente conta, e non poterlo fare per due anni è stato a dir poco devastante. Come dicevo nella domanda precedente, l’etichetta è piuttosto ininfluente al fine di trovare buoni ingaggi, ma è un discorso generale e ovviamente non legato alla nostra situazione nel dettaglio. Season of Mist sta lavorando molto bene su “Death Siege”, siamo contenti di come stiano andando le cose per ora.

Quali brani di “Death Siege” proporrete dal vivo nelle prossime date?
Se il tempo del set lo permetterà, tutti.




Guineapig – I parassiti del goregrind

I Guineapig sono tornati per riprendere l’attacco batteriologico iniziato con il precedente album in studio, “Bacteria”, uscito nel 2014. “Parasite” (Spikerot Records) è un portatore (mal)sano di germi goregrind, una vera è propria bomba virulenta dalla quale è impossibile difendersi…

Ciao ragazzi, “Parasite” è il vostro secondo album è finalmente uscito: quanto il risultato finale si avvicina all’idea che avevate del vostro ritorno discografico prima che iniziaste a scriverlo?Fra: Dopo otto anni dal nostro primo disco l’idea era quella di scrivere un album che avesse sicuramente alcune delle caratteristiche del suo predecessore ma che contenesse anche degli elementi nuovi, freschi per il genere di appartenenza, sia per quanto concerne il songwriting che la produzione. Sono passati diversi anni e noi siamo persone diverse, con una vita diversa e con ascolti diversi quindi non potevamo riproporre la stessa cosa del passato, non avrebbe rispecchiato chi siamo adesso. Secondo me ogni disco di una band deve sempre un po’ raccontare lo stato attuale dei componenti. I cloni hanno poco senso di esistere.

Allargando la visuale, invece, quanto i Guineapig di oggi si avvicinano all’ideale di band che avevate al momento della vostra creazione?
Fra: Guineapig nasce come un mio progetto solista, al tempo non avevo nessun obiettivo preciso ma soltanto quello di divertirmi e cercare di fare qualcosa di diverso da quello che già facevo. Poi però mi sono detto, perché non coinvolgere anche altre persone e portarlo dal vivo? E da lì a poco è nato il gruppo vero e proprio. Abbiamo sin da subito cercato di dare un’importa professionale al progetto, nonostante il goregrind sia un genere caratterizzato da band dall’approccio comico e spensierato. La nostra idea era quella di differenziarci dalle altre band del genere, cercando di avere un orientamento più serio sia per quanto concerne la musica che le tematiche. Ma questo soltanto sul palco perché poi sostanzialmente siamo tre cazzoni e ci divertiamo a dire e fare stronzate!

Rimanendo in ambito di creazione, come mai per creare questo album ci sono voluti ben otto anni?
Fra: Perché siamo una band di pigroni! E anche perché abbiamo avuto la fortuna di suonare molto dal vivo dopo l’uscita del nostro primo disco.

Il vostro modo di comporre è mutato in questo lungo lasso di tempo?
Fra: Assolutamente sì. All’inizio l’attenzione al dettaglio non era maniacale come ora. Buttavamo giù un pezzo e se funzionava era buono così. Per quanto riguarda questo disco invece i pezzi sono cambiati e ricambiati nel tempo, nella struttura e con l’aggiunta di diversi elementi. Abbiamo cercato di rendere sia il riffing che il lavoro di batteria più vario e dinamico. Ad un ascolto superficiale questa cosa forse non emerge tanto ma con un ascolto più attento si possono apprezzare le diverse sfumature che abbiamo voluto inserire. E’ stato sicuramente un disco “faticoso” da questo punto di vista ma siamo assolutamente soddisfatti del risultato.

Il disco è stato registrato ai Kick Recording Studio di Roma, in qualche modo Marco Mastrobuono, dall’alto della sua esperienza, vi ha indirizzato su scelte che da soli non avreste fatto?
Fra: Senza dubbio. Marco ci ha spinto a sperimentare ancora di più di quello che avevamo in progetto di fare. Eravamo un po’ timorosi all’inizio, i fan del Grindcore e del metal estremo in generale sono solitamente restii alle sperimentazioni. Abbiamo voluto inserire degli elementi che non sono tipici del genere ma che hanno contribuito a rendere il tutto ancora più originale e personale.

Introducendo il primo singolo, “Taxidermia”, avete dichiarato: “E’ un brano veloce e diretto con i tipici elementi dei Guineapig, come breakdown e mid-tempo, ma anche con parti più fresche, presenti in tutto il nuovo album”. Cosa sono queste “parti più fresche” di cui parlate?
Alessio: Il primo singolo in realtà è stato “Mermaid In A Manhole”. Scegliemmo questo pezzo proprio perché diverso dal resto delle tracce e aveva diverse parti “nuove” che abbiamo inserito in “Parasite”. “Taxidermia” è stato scelto come secondo singolo proprio perché diretto è più canonico, se vogliamo, ma che alla fine, pur essendo un tipico brano “Guineapig”, possiede anch’esso novità introdotte su questo disco quali cambi di riff e tempo repentini, controtempi di batteria e via dicendo. Anche se le vere novità potrete trovarle su pezzi più articolati quali “Zatypota” e “Deformed Doppelgänger”, dove gli ascoltatori più attenti potranno trovare addirittura influenze Djent, oltre al Death/Grind.

A livello concettuale, invece, avete introdotto delle novità nei testi?
Alessio: Il filo conduttore di tutto il disco è la trasformazione. Diciamo che tutto ruota intorno a quello, oltre ai tipici testi su malattie genetiche, deformazioni e parassiti simpatici (come il Candiru – correte a leggere il testo di “Urethra Candiru Terror” –, che pur essendo un invertebrato, si comporta come tale). Chiaramente da cinefili quali siamo, non mancano i vari riferimenti alle pellicole più becere dell’underground horror ed estremo in generale.

Il disco è uscito in più edizioni, vi andrebbe di presentarle ai nostri lettori?
Gina: Intanto ringraziamo i ragazzi di Spikerot Records che hanno fatto un ottimo lavoro, gliene siamo davvero grati. Ci hanno permesso di dare totale sfogo alle nostre idee per la produzione di questo album. Il disco si presenta in formato LP disponibile in due versioni (Black e Ultra Clear) ed in versione cd digipak, oltre a vari bundle. All’interno dell’album troverete un ampio booklet di 16 pagine, contenente i testi e le fantastiche illustrazioni del Maestro Timpanaro che ha fatto davvero un ottimo lavoro.

Prossime mosse dal vivo?
Gina: Dopo questi due interminabili anni di pandemia, finalmente qualche spiraglio di luce comincia ad illuminare i tanto attesi palchi che ci sono mancati da morire. Saremo impegnati come prima data al nostrano Frantic Fest a Francavilla al Mare il 19 agosto, poi un’altra chicca da annunciare a settembre, sempre in Italia, mentre a novembre partiremo per il tanto atteso tour in Europa con i fratelli Gutalax e Spasm, toccando anche Milano come penultima data. Per le altre date, ovviamente seguiteci sulle nostre pagine social!

Madvice – Under the burning sky

Questa volta la nostra collaborazione con Metal Underground Music Machine ci ha fatto incontrare i Madvice, autori di recente del secondo album della loro carriera, “Under the Burning Sky” (Nova Era Records).

Benvenuti, vi ho scoperto qualche anno fa in occasione del vostro esordio discografico, “Everything Comes to an End”. Come è stato accolto quel disco da addetti ai lavori e ascoltatori?
Asator: Il nostro “Everything Comes to an End” ha ricevuto molti apprezzamenti da parte dei recensori (recensioni tutte molto positive tranne una). Abbiamo avuto anche un buon incremento di numero di fan, segno che il disco è stato apprezzato anche dal pubblico.
Devo dire che, durante i live di promozione dell’album, abbiamo avuto sempre ottimi riscontri.

Mentre, voi siete ancora soddisfatti di quel disco?
Maddalena: Come tutti i dischi “precedenti” e, soprattutto, come tutti i primi dischi, ci sarebbero mille cose che non faresti più, o che faresti in un altro modo, o che avresti voluto suonare meglio, o che avresti voluto produrre meglio. Ma poi ti rituffi nel contesto e nel periodo nel quale hai fatto quel disco, e ti convinci che non avresti potuto far meglio, semplicemente perché in quel momento era così che doveva venir fuori, per tutta una serie di motivi. Abbiamo voluto fortemente quel disco, nonostante le nostre disillusioni musicali e la stanchezza nei confronti delle attuali dinamiche del mondo underground, contornate da una serie di difficoltà nel portarlo a termine, vogliamo particolarmente bene ad “Everything Comes to an End” e sì, ne siamo ancora molto soddisfatti!

Quanto siete cambiati voi come persone in questi anni, non proprio semplici, e quanto questo ha influito sulla band?
Maddalena: Purtroppo, situazioni come quella che abbiamo vissuto e che ancora stiamo in parte vivendo, non possono non lasciare tracce negative. Volendo rimanere in tema musicale, tanti gruppi non hanno resistito e si sono sbriciolati, ma fortunatamente noi siamo riusciti a non farci scalfire troppo da questa cosa, e abbiamo portato avanti lo stesso i nostri programmi, seppur con ovvio ritardo. Non aveva senso pubblicare un disco quando si aveva la certezza di non poter suonare dal vivo, e quindi abbiamo aspettato pazientemente.

“Under the Burning Sky” è il titolo scelto per il vostro ritorno: che significato date a queste parole?
Asator: “Under the Burning Sky” è un album incentrato sulla ribellione di Lucifero e sul fallimento della razza umana e la sua conseguente estinzione. Il cielo che arde è il preludio della guerra per detronizzare Dio e annientare la sua creazione preferita. L’uomo è visto come un parassita di madre Terra, per questo deve sparire.

Come sono nati i nuovi brani?
Asator: Le idee principali vengono da Maddalena, che è in tutto e per tutto la nostra mastermind. Oltre a scrivere i riff portanti, pensa già ad una struttura e ha sempre ben chiaro come deve suonare il pezzo. Generalmente ci propone già una base strumentale strutturata e comprensiva di batteria, per darci un’idea di ciò che ha in mente. Dopodiché io mi occupo delle voci e delle lyric e ognuno pensa all’arrangiamento del proprio strumento.

La copertina, disegnata da Toderico, ha dei toni molto oscuri, quasi in contrasto con il bianco dominate del predecessore. Ha un significato particolare questa scelta oppure avete lasciato libera scelta a Roberto?
Asator: Quando è stato il momento di pensare a una copertina, mi sono fatto una bella chiacchierata con Roberto per spiegargli di cosa parlavano le lyric e per fargli capire l’atmosfera che volevamo ottenere. Tutto il resto è farina del suo sacco, noi gli abbiamo dato carta bianca e lui non ci ha deluso!

“Quelli uguali non contano” salta all’occhio nella tracklist per il titolo in italiano, che mi dite di questo brano?
Maddalena: “La lunghezza effettiva della vita è data dal numero di giorni diversi che un individuo riesce a vivere. Quelli uguali non contano”, citazione dell’immenso Luciano De Crescenzo. Cercavamo un titolo insolito, per un brano insolito; quel pezzo è uno strumentale di circa due minuti partorito da Raffaele (Lanzuise, bassista), e proprio a lui è venuta l’idea di omaggiare De Crescenzo dedicandogli il titolo.

Ci sono dei pezzi che avete escluso, invece, dalla tracklist definitiva?
Maddalena: No, nella nostra fase compositiva, ad un certo punto, abbiamo deciso di fermarci e di concentrarci sulla produzione vera e propria dei pezzi. Abbiamo pensato che fosse meglio fare un disco più breve, più leggero e digeribile (termini poco adatti ad un disco death metal, ma rendono l’idea). Meglio lasciare l’ascoltatore con la voglia di averne ancora un po’ che rischiare una ridondanza.

Promuoverete il disco dal vivo?
Asator: In realtà abbiamo già iniziato a promuovere il disco suonando dal vivo. Non abbiamo la palla di cristallo e non possiamo sapere cosa succederà nel prossimo futuro tra guerra e pandemia, quello che posso dirti è che, situazione mondiale permettendo, abbiamo intenzione di fare tutti i concerti che possiamo nei prossimi mesi!