L’Omino e i Suoi Palmipedoni – Storie di caldaie e stantuffi!

Ospite di Mirella Catena a Zona Rock, Riccardo Pusateri de L’Omino e i suoi Palmipedoni, band autrice dell’EP Caldaie Stantuffi” (Frantic Mule).

Benvenuto a Riccardo de L’Omino e i suoi Palmipedoni. 
Ciao, il piacere è mio!

Per prima cosa ti chiedo: come mai hai scelto questo nome per la band?
L’Omino” è il soprannome che mi è stato appioppato fin dall’adolescenza, perciò mi è sembrato naturale proporlo alla band. Dario, il batterista, ha poi aggiunto “e i suoi Palmipedoni”.

Ci parli delle tue esperienze musicali?
Ho imparato a suonare la chitarra alle scuole medie e seguito corsi con lettura del pentagramma ed esibizioni in gruppi sinfonici, poi ho preso in mano un basso elettrico e cominciato a suonare i Nirvana!

Come vi formate e da chi è composta la line up attuale?
Ci siamo formati molto spontaneamente. All’inizio Dario alla batteria ed io al basso abbiamo suonato insieme per qualche mese, facevamo una sorta di doom metal. Parallelamente avevo iniziato a suonare alla chitarra le mie canzoni con Andrea alla tromba, sono stato contento quando Dario ha deciso di abbracciare questo progetto più cantautoriale. La line up attuale è la stessa degli inizi, ma in cinque anni si sono succeduti diversi altri amici musicisti.

“Caldaie Stantuffi” è l’EP pubblicato a giugno e che contiene tre brani, risalenti alla prima sessione di registrazione del nucleo fondante, riproposti ufficialmente con un nuovo mix a cinque anni dalla loro incisione. Ci parli di questa nuova uscita discografica?
Questa nuova uscita nasce dal tempo che il lockdown ci ha dato per guardare al nostro passato. I primi brani registrati da noi erano stati divulgati soltanto in una manciata di CD autoprodotti, a riascoltarli adesso ci ho trovato molti spunti interessanti. Le tre canzoni di questo EP le considero come un nuovo inizio per la band.

Vista la riapertura dei locali negli ultimi giorni, sono previste date per ascoltarvi dal vivo?
Qui a Palermo siamo in zona gialla da poche settimane appena, fortunatamente qualcosa già comincia a muoversi perché la città è molto attiva da questo punto di vista. Ancora non sappiamo dove e quando, ma speriamo di tornare a suonare dal vivo al più presto.

State già lavorando a qualcosa di nuovo?
Stiamo lavorando alle canzoni “nuove” lasciate in sospeso prima che scoppiasse la pandemia. Non abbiamo deciso se il prossimo lavoro sarà un EP o un album, ma qualcosa bolle in pentola.

Dove i nostri ascoltatori possono seguirvi?
Ci trovate su Facebook e Instagram per gli aggiornamenti, su YouTube per i video e su Bandcamp per le canzoni. Il nostro primo album “Escoriazioni”, uscito nel 2019 per Qanat Records, è anche su Spotify.

Grazie di essere stati qui con noi.
Grazie a voi, rock ‘n’ roll!

Ascolta qui l’audio completo dell’intervista andata in onda il giorno 12 giugno 2021

Tetramorphe Impure – Il cimitero delle speranze

I Tetramorphe Impure in tempi non sospetti, nel 2008, rilasciarono un primo demo totalmente devoto alle sonorità doom inglesi. Oggi la one man band torna con quello che originariamente doveva essere un EP di due brani, ma che col passare del tempo è diventata una sorta di compilation che raccoglie la coppia di pezzi inediti e quel primo demo. Con Damien abbiamo parlato di “Dead Hopes / The Last Chains” (Solitude Productions \ Grand Sounds), cogliendo l’occasione per fare il punto sulla carriera passata e futura del gruppo.

Benvenuto Damien, ti ringrazio per lo splendido viaggio nel doom anni 90 offertomi dai tuoi Tetramorphe Impure: quando hai deciso di dare vita a questo progetto e perché hai scelto proprio questo tipo di sonorità?
Mi fa molto piacere che tu abbia apprezzato quest’ultimo lavoro dei Tetramorphe Impure. Sono sempre stato un grande fan del doom/death metal. Mi ricordo ancora oggi quando da ragazzino per la prima volta mi avvicinai a questo genere: ascoltai album come “The Silent Enigma”, “Turn Loose the Swans”, “Hope Finally Die” e ne rimasi completamente folgorato. Da quel momento capii che quello che volevo veramente suonare era quello … Band come Decomposed, Disembowelment, Dusk, Evoken, Mournful Congregation, Esoteric hanno lasciato un grosso segno sul mio modo di fare musica e penso che questo si capisca subito ascoltando i Tetramorphe Impure. Molte atmosfere sono anche frutto di influenze più “dark” di band quali Dead Can Dance ( “Within the Realm of a Dying Sun” soprattutto ), Swans e Lycia.

La prima pubblicazione a nome Tetramorphe Impure è stato il demo “The Last Chains”, una sorta di fuoco di paglia perché poi il progetto poi si è fermato per svariati anni. Cosa mi racconti di quella pubblicazione e come spieghi il lungo stop successivo?
La fase iniziale della band non è stata delle più semplici. All’inizio i Tetramorphe Impure erano composti da tre persone per poi ritrovarmi da solo qualche mese dopo. Da quel momento mi sono occupato di tutto, anche delle registrazioni. Dopo il completamento della demo “The Last Chains” ho passato un periodo difficile, principalmente dovuto a problemi personali. Ma posso dirti che ora sono totalmente devoto ai Tetramorphe Impure e sono molto motivato nel portare avanti la band con nuove release.

Quei due brani, comunque andarono a finire in uno split album con i Black Oath, immagino che oggi abbia un bel valore per i collezionisti, no?
Sì esattamente, i due pezzi furono pubblicati nel 2010 nello split con i Black Oath, band italiana che rispetto molto. Uscì per Unholy Domain in sole 66 copie ! Devo essere onesto, non saprei dirti se nel giro degli anni abbia acquisito valore, dovrei fare una ricerca su Discogs per capire meglio.

Finalmente in questo 2021 sei tornato a pubblicare qualcosa, come consideri “Dead Hopes / The Last Chains”, un vero e proprio album o una sorta di raccolta?
È a tutti gli effetti una “compilation”. In realtà “Dead Hopes” era nato come EP, successivamente con la Solitude abbiamo deciso di includere anche i due pezzi del demo, considerando la tiratura limitata dello split risalente al 2010. Devo dire che sono soddisfatto di questa scelta, I pezzi di “The Last Chains” a mio avviso suonano ancora oggi molto validi ed avevano proprio bisogno di un maggiore risalto e valorizzazione.

Hai presentato tu l’idea alla Solitude Productions o ti hanno contattato loro?
Mandai io il materiale. La Solitude è stata una delle prime etichette che ho contattato dopo il completamento dei pezzi. A mio avviso stanno facendo un grande lavoro, sono una label molto operosa e composta da persone con una grande e sincera passione per il genere.

Come sono nati i due brani “Deception” e “Dead Hopes”?
Sono pezzi relativamente recenti, risalgono ad un anno fa circa e sono i primi due pezzi composti dopo molti anni di inattività. Alcune parti erano già state scritte nel 2009/2010 soprattutto per quanto riguarda il pezzo “Dead Hopes”. Non è stato semplice rincominciare dopo tutti questi anni, soprattutto se consideri che mi sono occupato anche delle registrazioni di tutti gli strumenti e del mix.

Come hanno retto alle insidie del tempo, secondo te, i due classici “The Last Chains” e “Eternal Procession”?
Secondo me molto bene, nonostante siano passati tutti questi anni li sento ancora “miei” e molto attuali. Solitamente sono molto critico con le mie composizioni riascoltandole dopo tempo, ma in questo caso devo dire che sono pienamente soddisfatto.

Hai altro materiale inedito da sfruttare per un nuova uscita a breve?
Ho quasi finito di comporre il materiale per un prossimo full, al momento sono quattro pezzi per circa 40 minuti di musica. Ti posso anticipare che I nuovi pezzi presentano molte influenze death metal old school, soprattutto in vena Autopsy (“Mental Funeral” era) ed Asphyx. Per il resto ti puoi aspettare la solita pesantezza ed oscurità tipica dei TI.

Credi che in futuro la line-up della band potrà coinvolgere altra gente o preferisci mantenere la tua indipendenza?
Per il momento i Tetramorphe Impure rimarranno una one man band. Penso che sia la dimensione naturale per una creatura come questa. Di sicuro mi piacerebbe molto suonare dal vivo ma solo nei giusti contesti con band simili ai Tetramorphe Impure. Magari in futuro prenderò in considerazione l’idea di una formazione soltanto per i live.

Fulci – Voices from beyond

I Fulci non si fermano mai! Solo qualche mese fa abbiamo discusso con la band romana dell’ennesima edizione del secondo album, “Tropical Sun”, oggi ci ritroviamo a parlare con il chitarrista Domenico della ristampa dell’esordio, “Opening the Hell Gates” , e del nuovo disco “Exhumed Information” (Time To Kill Records \ Anubi Press) la cui uscita è prevista per la fine di luglio.

Ciao Domenico, non riuscite proprio a stare fermi con le mani nelle mani, come cantava qualcuno tempo fa! Tra una riedizione e l’altra di “Tropical Sun”, avete tirato fuori la ristampa del vostro esordio, “Opening the Hell Gates”, e annunciato l’uscita del nuovo “Exhumed Information”! Siete degli stacanovisti o più semplicemente questa iper-produzione è il frutto di una fortunata combinazione di eventi?
Ciao, piacere di ritrovarti. Diciamo che siamo sia stacanovisti che creativi. Abbiamo tante idee ma sempre poco tempo per svilupparle. Per fortuna abbiamo trovato come partner la Time To Kill che riesce a stare al passo con le nostre follie! Oltre a quello che hai già citato infatti abbiamo in serbo altre sorprese per questo 2021, sia musicali che cinematografiche.

Partirei dalla ristampa di “Opening the Hell Gates”: chi avuto l’idea di riproporlo? Rispetto all’edizione originale, quali sono le novità, se ci sono?
Dopo il successo di “Tropical Sun” abbiamo subito pensato di far uscire il primo disco su vinile (TIME TO KILL RECORDS) e cassetta (Maggot Stomp Records) perché all’epoca era uscito solo in CD su Despite The Sun Records. L’idea però era di arricchire l’edizione con un layout aggiornato e con delle bonus tracks. Siccome ultimamente ci siamo presi bene a suonare in chiave metal le colonne sonore dei film di Lucio, abbiamo provato a suonare uno dei temi di “Paura nella Città Dei Morti Viventi” del maestro Frizzi e l’abbiamo inserita nella ristampa. Inoltre potete trovare “Death By Metal” che è il singolo death/rap fatto con Metal Carter.

“Exhumed Information” è l’ennesimo tributo al maestro Fulci, questa volta vi siete concentrati su “Voices from Beyond”, film del 1991 tra i meno noti del regista italiano: come mai la scelta è caduta proprio su questa pellicola?
Credo che dopo aver dedicato i primi album a due filmoni cult (paura nella Città dei Morti Viventi e zombi 2) molti si aspettavano the Beyond o Quella villa accanto al cimitero. Invece abbiamo scelto di basare il concept del disco su “Voices From Beyond”. Siamo consapevoli che alcuni film di Fulci sono criticabili e di bassa qualità ma essendo noi devoti al maestro pensiamo che l’intera filmografia meriti rispetto. Abbiamo scelto Voci dal Profondo perché è stato uno dei primi film di Fulci che abbiamo visto. Inoltre la trama è ancora oggi originale. Anche le atmosfere folkloristiche del film sono interessanti. Ovviamente essendo un film a basso budget a tratti risulta molto trash ma anche per questo motivo ci ha ispirato!

Il disco si divide in due parti, per la seconda, quella dall’appeal più cinematografico, vi siete affidati ai Tv-Crimes, come è nata questa collaborazione?
Abbiamo sempre cercato di inserire influenze musicali diverse dal metal nei nostri album. Questa volta volevamo esagerare ma allo stesso tempo non volevamo che i Fulci diventassero un progetto di musica elettronica. Per questo motivo ci siamo affidati ai TV-CRIMES per il lato B del disco. Possiamo quasi definirlo un Split album ma in realtà l’intero album è stato scritto a “quattro mani”.


Il singolo “Glass” è frutto di questa collaborazione, siete partiti con questo singolo proprio per presentare il nuovo aspetto della vostra produzione?
Si, Glass e la opening track del lato B. Volevamo spiazzare l’audience pubblicando un pezzo totalmente fuori dai soliti schemi Fulci. È stato un gesto un po’ rischioso ma direi che ha funzionato.

Questo è il vostro album con il fascino più cinematografico, avete mai pensato di scrivere una colonna sonora, anche immaginaria, magari scevra da ogni contaminazione death?
Il lato B di Exhumed Information è esattamente la soundtrack di un film che ancora non esiste ed il sound è totalmente lontano dalle sonorità Death metal se non per il mood horror.

Vi andrebbe di consigliare delle colonne sonore classiche ai nostri lettori?
La lista sarebbe troppo lunga! Però ultimamente ho ascoltato la colonna sonora che i Coil avevano scritto per Hellraiser ma che non è stata mai usata perché giudicata poco commerciale. Ascoltare quel disco immaginando le scene del film è un trip che consiglio a tutti.

Forse è finalmente arrivato il momento di riprendere l’attività live, voi avete novità in questo senso?
Certo! Non vediamo l’ora! Stiamo organizzando il nostro secondo tour in USA per il 2022. Mentre dal 23 al 26 luglio 2021 saremo in tour in Italia per alcuni release parties dedicati a “Exhumed Information”. Ci vediamo on the road! Grazie per lo spazio concesso e un saluto a tutti i lettori. Fulci Lives.

Ago Tambone – Musica libera

Ospite di Mirella Catena ad Overthewall, Ago Tambone autore dell’album “Libera” 

Ciao Ago e benvenuto su Overthewall, tu hai iniziato ad interessarti di musica già da giovanissimo con pianoforte e tastiere ma ad un certo punto molli le tastiere per la chitarra. Ci racconti com’è avvenuto questo cambiamento?
E’ stato abbastanza semplice: l’approccio alle tastiere è avvenuto naturalmente, intorno ai cinque o sei anni, con le prime tastierine elettroniche, un po’ per gioco. Crescendo, ho “curiosato” più seriamente, studiando pianoforte classico e tastiere per due anni circa; però qualche tempo dopo, la curiosità si è spostata sulla chitarra (strumento che strimpellava mio padre, per accompagnarsi quando cantava). E così c’è stato un vero e proprio innamoramento per questo strumento, che mi ha spinto a studiare ed approfondire i suoni e le tecniche relative. Studio che naturalmente, si è esteso al basso e saltuariamente al mandolino… non tralasciando, ovviamente le tastiere.

Ci sono stati dei chitarristi storici a cui ti sei inizialmente ispirato?
Non essendo io un chitarrista di formazione classica, ho avuto dei riferimenti chitarristici in artisti moderni, anche se amo il mondo della chitarra classica. Quindi nella mia formazione chitarristica, ci sono stati chitarristi – giusto per citarne alcuni – come Eric Clapton, Carlos Santana, Richie Blackmore, David Gilmour, Mark Knopfler, Pat Metheney, Van Halen, Yngwie Malmsteen, Kee Marcello, Richie Sambora, Gary Moore, George Benson… anche Chuck Berry! Ognuno di questi artisti, ha rappresentato un riferimento molto importante per me, tanto dal punto di vista tecnico, quanto e soprattutto, dal punto di vista compositivo.

Durante la tua carriera hai collaborato con diverse realtà musicali. Quali progetti musicali ti hanno coinvolto maggiormente?
Nel mio percorso artistico, ho avuto la possibilità di collaborare con diversi musicisti, di varie estrazioni. Questo aspetto è fondamentale per un musicista, poiché può imparare tanto da tanti generi differenti, oltre ad imparare come instaurare un buon rapporto umano e professionale con i propri colleghi. Devo dire che le collaborazioni che hanno lasciato il segno, sono quelle con i One Way Ticket nel 2004/2005, band rock barese capitanata da Morris Maremonti; nel 2009, c’è stata una bella parentesi in studio, per delle registrazioni di alcune parti di chitarra, con i Poeti del Quartiere, formazione rap barese, tuttora attiva. Vi consiglio di ascoltare i loro lavori; dal 2009 al 2012 invece, sono stato chitarrista e bassista per i Revo’, una formazione pop-rock italiana emergente, fondata insieme al cantautore Francesco Cacciapaglia. Una menzione a parte, merita una collaborazione del 2011 con Giuseppe Cionfoli, per la pubblicazione di un brano dedicato a Sarah Scazzi, appena quindicenne, che come tutti ricorderanno, perse la vita nel delitto di Avetrana, un caso che ebbe un enorme rilievo mediatico. Il brano, intitolato “Sarah”, nacque da un’idea di Giuseppe Cionfoli; naturalmente, io accettai subito, prendendo parte alla composizione e alle registrazioni.
E’ stato un atto di umanità, che dovrebbe farci riflettere.

Ad un certo punto inizi il tuo percorso da solista. Nel disco che presentiamo oggi, che ha come titolo “Libera”, suoni praticamente tutti gli strumenti, ed è stato mixato e masterizzato da te nel tuo studio di registrazione. Un lavoro oserei dire intimo e personale che racchiude sensazioni ed esperienze da te vissute. Ci parli di questo disco?
“Libera” nasce da mie esperienze e riflessioni, sulla quotidianità degli eventi della nostra vita. Già il titolo, vuole essere un’esortazione a sentirsi liberi di vivere la vita come si vuole e di fare le proprie scelte, senza essere vincolati da fenomeni di massa (“Libera”) Naturalmente, senza intaccare la libertà altrui. Il disco tratta anche di argomenti come l’indifferenza tra gli esseri umani, che ormai non è più un fenomeno isolato, dato che la gente si distacca sempre più dalla natura umana. Questo atteggiamento lo si vive soprattutto nelle grandi città per via della vita caotica e lo stress che tendiamo ad accumulare (“Indifferenti”). Di conseguenza, è nata la necessità di scrivere anche un brano sulla incomunicabilità tra la gente (“Una Sensazione”). Figurano altri brani che invece spaziano tra vari argomenti: Voglio spronare l’ascoltatore, a credere sempre nei propri desideri e a non mollare facilmente, poiché con la tenacia, spesso si raggiungono i risultati sperati (“Credici”); in effetti questa esortazione, si ispira a una parentesi autobiografica. O ancora, il bello del senso di libertà e di pace interiore che può dare il viaggiare per il mondo, in cosciente solitudine (“I Live On My Own”). Non è un aspetto da sottovalutare, direi… Nel percorso di “Libera”, ho voluto rendere omaggio a mio modo, a tutte le vittime degli attacchi dell’11 settembre 2001. Era un forte desiderio che ho provato praticamente dal momento che ho visto, così come tutto il mondo, le terribili immagini in televisione. Soprattutto, quello che mi ha colpito maggiormente, è stato vedere la gente che si lanciava nel vuoto. Mi è sembrato un modo per onorare in qualche modo, tutte le persone che hanno perso la vita, innocentemente (“The Falling Ones”). Non cito gli altri brani, per non svelare tutto l’album… che tra gli altri, contiene anche tre cover di brani molto famosi, ai quali sono legato. Il disco mi ha visto impegnato come autore dei testi, non tutti, per la verità, compositore e arrangiatore. Ho suonato tutti gli strumenti, ad accezione del pianoforte su “The Falling Ones”; ho curato tutta la parte delle riprese audio, editing, missaggio e mastering. Insomma, ho avuto un gran da fare! La soddisfazione maggiore, è stata aver avuto accanto, durante la lavorazione di buona parte del disco, altri artisti che hanno fatto la differenza. A loro sono molto grato.


“Libera” è stato pubblicato nel 2020, quando in realtà liberi non eravamo affatto a causa della pandemia. E’ stata una scelta casuale o voluta?
In effetti “Libera” è stato pubblicato verso la fine di gennaio 2020, il che fa intuire che era già pronto da fine 2019. Non c’è stato nessun riferimento alla pandemia, che ci ha privati di diverse libertà; anche perché l’opinione pubblica, è venuta realmente a conoscenza della gravità della situazione sanitaria mondiale un mese più tardi, con tutte le conseguenze che conosciamo bene. Però, direi che per estensione del concetto di libertà, accosterei il messaggio del mio disco alla forte necessità di tornare a vivere normalmente, nel più breve tempo possibile, come tutti auspichiamo!

C’è un brano del disco a cui sei particolarmente legato?
Sono legato, ovviamente, a tutti i brani. Se però parliamo di un legame particolarmente forte, direi che c’è un posto speciale per “Credici” (data l’ispirazione autobiografica) e “The Falling Ones”, per le ragione già citate.

Nel disco collaborano alcuni musicisti. Ne vogliamo citare qualcuno?
Al disco, hanno preso parte: Antonio Gridi, cantautore che ha scritto i testi e cantato in “Indifferenti” e “Renditi Libero” e ha preso parte ai cori di “I Live On My Own”; Monica Cimmarusti, cantautrice che ha cantato in “Indifferenti” e “Wrapped Around Your Finger” e ha preso parte ai cori in “I Live On My Own”; Massimiliano Morreale, cantautore e polistrumentista che ha cantato in “Comfortably Numb”; Francesco Cacciapaglia, cantautore e musicista che ha scritto il testo di “Cristalli Gelidi”; Pasqualino de Bari, cantautore e tastierista che ha scritto il testo di “I Live On My Own” ; Gianvito Liotine, pianista e tastierista che ha suonato il pianoforte in “The Falling Ones”. Detto ciò, abbiamo svelato anche due delle tre cover!. Vanessa Bisceglie per la fotografia; Andrea Tarquilio per la Cover-Artwork. A tutti loro, sono molto grato.

Restrizioni permettendo, sono previsti dei live per promuovere il disco?
Al momento, non è previsto nessun live, poiché sto lavorando all’ultima fase del mio nuovo disco, che per ora è pubblicato solo online, su varie piattaforme musicali. Magari, quando si tornerà alla normalità, riprenderò con i concerti… che ci mancano tanto!

Puoi dare delle indicazioni ai nostri ascoltatori per seguirti sul web?
Per chi fosse interessato all’ascolto e/o all’acquisto, i miei lavori, si possono trovare su: Bandcamp, Facebook, Youtube, Spotify e Apple Music.

Grazie di essere stato con noi su Overthewall. Ti lascio l’ultima parola
Grazie a te, Mirella e a tutto lo staff di Overthewall, per avermi invitato. E’ stato un vero piacere essere vostro ospite! Colgo l’occasione per ringraziare chi come voi, si impegna quotidianamente a far conoscere la musica “non convenzionale”. Siete grandi! Un saluto a tutti gli ascoltatori, con l’auspicio di tornare a vedere tanta musica dal vivo, nel più breve tempo possibile. Soprattutto di poter ascoltare tanta musica di grande qualità… ne abbiamo bisogno. A presto!

Ascolta qui l’audio completo dell’intervista andata in onda il giorno 31 Maggio 2021

Xenos – L’alba di Ares

I thrashers siciliani Xenos sembrano in un periodo di forma smagliante e, a un solo anno di distanza dall’uscita di “Filthgrinder”, sono pronti a tornare sulle scene con “The Dawn Of Ares” (Iron Shield Records). Scopriamone qualcosa di più con il bassista/cantante Ignazio Nicastro.

Ciao Ignazio, ti do il mio benvenuto su Il Raglio del Mulo e ti ringrazio per la tua disponibilità. Per prima cosa ti chiederei di raccontarci un po’ di come e quando è nata la band…
Gli Xenos nascono nei primi mesi del 2019 ma, onestamente, l’idea di dar vita ad una band parallela agli Eversin mi balenava in mente da un po’. Sentivo la necessità di tornare a suonare ciò che mi ha spinto ad imbracciare il basso, di tornare a suonare thrash metal nella sua forma più classica. Io sono cresciuto con Slayer, Megadeth, Annihilator, Testament, Xentrix ed è questo il genere di musica che mi dà emozioni.
Quindi ho deciso di sviluppare più approfonditamente certe idee, certi riff, certe linee vocali e, con l’aiuto di Giuseppe e Danilo, ho registrato dei demo. Ci siamo accorti che i brani funzionavano alla grande e quindi abbiamo deciso di comune accordo che sarebbe stato il caso di portare avanti un discorso musicale più concreto. I brani che compongono “Filthgrinder” sono stati composti ed ultimati tra marzo ed aprile 2019 e già a giugno avevamo ultimato le registrazioni.

Nonostante gli Xenos siano una band giovane, ognuno di voi ha delle precedenti esperienze musicali, puoi brevemente illustrare i vostri “trascorsi” in tal senso?
Ho iniziato a suonare a 14 anni, il primo demo lo registrai nel 1997 quando suonavo in una band black metal che avevo fondato. Successivamente formai i Fvoco Fatvo poi divenuti Eversin, con il quali ho pubblicato quattro dischi e suonato su alcuni dei più grossi palchi europei avendo la possibilità di stare fianco a fianco con band come Maiden, Slayer, Megadeth, Annihilator e tanti altri. Gli Xenos sono un po’ la summa di tutte queste mie esperienze fatte nel corso degli anni. Peppe è un musicista della scena Metal di Palermo, ha suonato con diverse band prima di entrare negli Xenos e vanta un’ottima esperienza dal vivo oltre ad essere un chitarrista a dir poco portentoso. Non nascondo che molto del successo degli Xenos è merito suo. Danilo è con me dal 2013, anche lui ha diverse esperienze pregresse in varie band metal siciliane ed è un batterista eccezionale, violento ma al contempo dotato di una tecnica perfetta. Un vero metronomo umano.

Come “Filthgrinder” anche la nuova release “The Dawn Of Ares” uscirà per la tedesca Iron Shield Records, la quale punta molto su di voi. Ci potresti riassumere brevemente in che modo e in che circostanze è nato il loro interesse per gli Xenos?
A dire il vero “Filthgrinder” è uscito per la Club Inferno Ent. e non per Iron Shield, eheheh. Con la Iron Shield i contatti sono iniziati subito dopo la pubblicazione di “Filthgrinder”, diciamo che ci siamo piaciuti fin da subito.

Il vostro sound è chiaramente ed inequivocabilmente di matrice thrash metal, quali sono le band che fungono da “muse ispiratrici” per gli Xenos?
Per quanto mi riguarda Megadeth, Annihilator e Slayer saranno sempre continue fonti di ispirazione. Ovviamente band come Metallica, Testament, Xentrix, Kreator e Coroner sono stati e sono tutt’ora fondamentali per noi.

“The Dawn Of Ares” uscirà ad appena un anno di distanza dal precedente ed ottimo “Filthgrinder”, possiamo ben dire che avete al meglio approfittato di questo anno di lockdown?
Uhm, sicuramente l’attuale e merdosissima situazione, costringendoci a casa, ha agevolato la composizione del nuovo disco ma, onestamente, non penso che in assenza di essa i tempi si sarebbero allungati di tanto. Compongo e registro continuamente, praticamente ogni giorno.

“Filthgrinder” ha una produzione davvero eccellente, chiara e potente… A chi vi siete affidati per la buona riuscita?
Grazie mille per il complimento. Quel suono ruvido, sporco e potente per me è sta alla base del successo di “Filthgrinder” ed è esattamente ciò che volevamo. Il mixing è stato curato da me e da Francesco La Spina, tecnico del suono che si è occupato degli ultimi due dischi degli Eversin.

Per ciò che concerne il songwriting chi di voi è il maggiore compositore?
Compongo e registro tutte le strutture dei brani poi le invio a Peppe e Danilo. Gli arrangiamenti vengono poi man mano studiati da tutti. Peppe, in questo frangente, svolge un ruolo fondamentale.

Per quanto riguarda i testi vorrei chiederti quali sono i temi che trattate di solito…
Ho un modo di scrivere molto “classico”, in fondo mi basta aprire la finestra la mattina per trovare qualcosa che mi faccia girare le palle. Guardando i TG, tutta la merda che succede in questo mondo malato è continua fonte di ispirazione per scrivere un buon testo. Guerra, inquinamento, pandemia, animali in estinzione…

Curiosando nelle note della vostra biografia ho notato che, per ciò che concerne la nuova release, vi siete avvalsi della collaborazione di Josh Christian dei Toxik e Tony Dolan dei Venom Inc. Com’è stato lavorare con loro? Svelaci qualche curiosità al riguardo…
Beh, sono dei professionisti di fama mondiale, poter lavorare con gente di questo calibro è comunque una cosa straordinaria. Conosco Tony Dolan da tanto ormai, è uno dei miei cantanti preferiti, la sua voce ruvida, spigolosa e catramosa è davvero fenomenale. Ho chiesto al nostro tour manager di fare da tramite dato che, da quanto ne so, è da un po’ che Tony non fa il guest. Fortunatamente, una volta ascoltato il brano, ha subito accettato ed il risultato è devastante. Per quanto riguarda Josh Christian, beh, è un chitarrista straordinario ed i dischi dei Toxic ne sono la prova. L’ho contattato io stesso via Facebook, e dopo un po’, ha accettato. Era molto impegnato con la sua band, quindi la cosa ha richiesto del tempo. Alla fine, anche in questo caso, il risultato è stato incredibile.

Immagino che, una volta uscito il nuovo “The Dawn Of Ares”, prenderete in seria considerazione la possibilità di tornare a suonare live, giusto? A maggior ragione del fatto che il tutto sembra si stia per rimettere in moto…
Poter tornare su un fottutissimo palco è in assoluto la cosa che più oggi desideriamo e stiamo facendo del nostro meglio affinché questo possa accadere già per fine anno.

Ignazio, l’intervista è giunta al termine, non mi resta che fare a te e alla band i miei più sinceri complimenti ed auguri per il futuro. Concludi come vuoi!
Grazie mille per il supporto, sono felice che abbiate apprezzato “Filthgrinder”, sono certo che rimarrete incantati da “st”. Prova ad immaginare un “Filthgrinder” 100000 volte più potente, più tecnico e più cattivo…

Sabbatonero – Cuori di ferro

Durante il lockdown generale del 2020 siamo stati sommersi dalla retorica del “ne usciremo migliori”. Dopo più di un anno non solo non possiamo affermare di esserne usciti, ma tanto meno possiamo definirci migliori. Però qualcosa di buono ce lo portiamo dietro, come il progetto Sabbatonero, un nugolo di musicisti guidato da Tony ‘Demolition Man’ Dolan e Francesco Conte, che ha deciso di mettere a disposizione il proprio tempo per creare una compilation di tributo ai Black Sabbath, “L’Uomo di Ferro (A Tribute to Black Sabbath)” (Time to Kill Records \ Anubi Press), per raccogliere dei fondi da donare all’ospedale Spallanzani di Roma, struttura in prima linea nella lotta al Covid.

Ciao Francesco, l’idea di Sabbatonero è venuta a te o Tony?
Ciao a tutti voi, l’idea è venuta ad entrambi nel momento in cui stavamo registrando per divertimento la cover di “Hole In the Sky” durante il primo lockdown del 2020 per fare uno dei classici video che si sono visti nel periodo della quarantena. Ci siamo detti, non male pero questa versione, dovremmo farne altre… e da li è partito tutto!

A chi andranno i fondi raccolti?
Tutto quello che verra raccolto dalle versioni in vinile, CD, cassette e digitale, andrà allo Spallanzani di Roma per cure e ricerca.

Ciao Francesco, l’idea di Sabbatonero è venuta a te o Tony?
Ciao a tutti voi, l’idea è venuta ad entrambi nel momento in cui stavamo registrando per divertimento la cover di “Hole In the Sky”, durante il primo lockdown del 2020, per fare uno dei classici video che si sono visti nel periodo della quarantena. Ci siamo detti, non male pero questa versione, dovremmo farne altre… e da li è partito tutto!

Come è nata la collaborazione con la Time To Kill Records?
Con Enrico siamo amici da tanto tempo, ne abbiamo parlato e si è offerto di aiutarci facendo un lavoro fantastico. Ha un bel gruppo di persone appassionate all intento dell etichetta. Stanno facendo un bel lavoro in generale producendo dischi di ottimo livello. Ci sembrava la scelta migliore anche per controllare insieme i fondi per le donazione, cosa che non sarebbe stata possibile facilmente con altre etichette.

Come mai avete scelto proprio i Black Sabbath?
Per quel che riguarda tutti noi, crediamo sia la band più importate nella storia dell’hard rock ed heavy metal ma non solo, sicuramente è la band che ci accomuna più di ogni altra. Quella che ha cambiato del tutto il modo di fare rock alla fine degli anni 60, se pensiamo da quel momento il linguaggio del rock è cambiato del tutto ed è rimasto lo stesso fino ai giorni nostri.

Potesti riepilogare i nomi coinvolti nel progetto?
Oddio sono davvero tanti! Dovrei fare un copia incolla per non dimenticare nessuno! La hacking band che suona tutti i brani siamo io, Tony Dolan al basso e Filippo Marcheggiano del Banco del Mutuo Soccorso alla chitarra. Riccardo Spilli del Balletto di Bronzo alla batteria per sei brani, poi ci sono:

Rasmus Bom Anderson (Diamond Head) – Vocals on “Symptom of the Universe”
Steve Sylvester (Death SS) – Vocals on “Sabbath Bloody Sabbath”
Tony ‘Demolition’ Dolan (Venom Inc) – vocals on “N.I.B.”
Maksymina Kuzianik (Scarceration) & Mayara Puertas (Torture Squad) – Vocal duet on “Killing Yourself To Live”
Tony D’Alessio (Banco Del Mutuo Soccorso) – Vocals on “Heaven & Hell”
Fleigas (Necrodeath) – Vocals on “Paranoid”
John Gallagher (Raven) – Vocals on “Children of the Grave”
Simone Salvatori (Spiritual Front) – Vocals on “A National Acrobat”
Andrea Zanetti (Monumentum) – Vocals on “Hole in the Sky”
James Rivera (Helstar) – Vocals on “War Pigs”

Marty Friedman – “Symptom of the Universe”
Mantas (Venom Inc) – “Sabbath Bloody Sabbath”
Terence Hobbs (Suffocation) – “N.I.B.”
Prika Amaral (Nervosa) – “Killing Yourself To Live”
Ken Andrews (Obituary) – “Heaven & Hell”
Sonia Nusselder (Crypta/Cobra Spell/ex-Burning Witches) – “Paranoid”
Russ Tippins (Satan) – “Children of the Grave”
Atilla Voros (Leander Rising, ex-Tyr/Nevermore – “A National Acrobat”
Wiley Arnet (Sacred Reich) – “Hole In the Sky”
James Murphy (ex Death/Agent Steel/Obituary) – “War Pigs”

Snowy Shaw (Dream Evil/Mercyful Fate, etc) – Drums on “Sabbath Bloody Sabbath”
Mark Jackson (Acid Reign ex-M:Pire of Evil) – Drums on “War Pigs”
Dario Casabona (Schizo) – Drums on “Hole in the Sky”
Keyboard guests:
Freddy Delirio (Death SS) – “Sabbath Bloody Sabbath”
Heric Fittipaldi (Scenario) – “Heaven & Hell”

Quale è stata la prima reazione degli artisti alla vostra proposta?
C’è stato da subito grande entusiasmo e voglia di collaborare, credo sia stato un bellissimo messaggio da parte della comunità metal internazionale. Ci siamo ritrovati tutti insieme a fare qualcosa di bello e utile in un anno molto difficile.

La scelta dei brani e degli interpreti di ognuno è stata fatta da te e Tony oppure avete lasciato ampia libertà?
Per la scelta dei brani ci siamo orientati più o meno sui grandi classici, anche se è difficile a dirsi, per quel che mi riguarda ogni pezzo dei Sabbath è un grande classico, quindi, come dire: abbiamo tirato la monetina! Tony è stato quello che, grazie alla sua esperienza e alle sue amicizie, ha contattato la maggior parte degli ospiti presenti.

Qual è la maggior soddisfazione che ti sei tolto con “L’Uomo di Ferro (A Tribute to Black Sabbath)”?
Ce ne sono diverse, sicuramente quella di condividere musica e confrontarmi con i miei idoli di gioventù e non solo. Poi il fatto che Geezer Butler abbia condiviso e commentato in maniera positiva la nostra cover di “Symptom of the Universe”, quello credo sia impagabile!

Purtroppo, questo non è il migliore dei mondi, pensi che in futuro potresti ripetere un’esperienza del genere a favore di un’altra categoria di persone? E se sì, a quale band ti piacerebbe rendere tributo?
Non saprei cosa risponderti, è stato un lavoro bello ed emozionate ma anche molto faticoso:, 10 mesi di lavoro fatto senza raccogliere profitto non credo sia una cosa ripetibile. Ma mai dire mai, di band ce ne sono tantissime ma credo che sia anche bello pensare a questa cosa come unica.

Turangalila – Tra liquidi e spigoli

I pugliesi Turangalila, al loro esordio con “Cargo Cult” – uscito il 14 maggio per la Private Room Records / Doppio Clic Promotions – sono una delle realtà musicali più interessanti della nuova scena heavy-psych/post-rock tricolore. Sette tracce che meritano un ascolto approfondito per un sound che riporta a band come Godspeed You! Black Emperor, Neurosis, Flaming Lips. Un debutto decisamente di spessore ed una libertà compositiva che lascia presagire un futuro luminoso e intrigante.

Ciao ragazzi e benvenuti su Il Raglio Del Mulo, il vostro esordio è uscito in tempi relativamente brevi e con già diverse esperienze alle spalle, come siete arrivati ai sette brani che compongono “Cargo Cult”?
Ciao Paolo, ti ringraziamo di ospitarci su Il Raglio del Mulo per parlare del nostro disco d’esordio. Potrebbe sembrare prematuro pubblicare un disco d’esordio dopo due soli anni di attività, infatti i nostri progetti per il 2020 erano altri inizialmente. Nel momento in cui ci siamo visti costretti a rinunciare per un tempo indefinito all’attività live e alla composizione abbiamo deciso di dedicarci totalmente alla produzione del disco.

Leggo nella cartella stampa che avete sonorizzato una pietra miliare del cinema muto “Il Gabinetto del Dottor Caligari”, com’è stato cimentarsi – e la vostra musica si presta perfettamente a questo tipo di esperimenti – con il mondo delle sonorizzazioni che è diventato quasi un genere a sé stante?
Nell’estate del 2019 ci è stata data la possibilità di prendere parte assieme ad artisti dediti a questi esperimenti, come Caterina Palazzi/Zaleska, a una maratona di sonorizzazioni dal vivo di capolavori del cinema muto all’interno del Distorsioni Sonore Festival. Abbiamo colto l’occasione per affrontare il capolavoro espressionista per eccellenza. E’ stata un’esperienza che ci ha aiutato molto a dare varietà al metodo compositivo, a uscire dagli schemi e migliorarci ad esempio sull’organizzazione temporale di lunghi flussi sonori cangianti.

Le vostre composizioni alternano momenti strumentali ad altri quasi “sinfonici” se mi passate il termine, in che maniera coniugate queste differenti anime nella band?
Il processo di composizione e arrangiamento è molto fluido e naturale, raramente ben ragionato. Tutto il lavoro è comunitario e mette insieme naturalmente i gusti e le capacità musicali di ognuno di noi. Quando realizziamo musica cerchiamo innanzitutto di offrire un immaginario sonoro senza pregiudizi su un determinato stile e di sfruttare al massimo il potenziale espressivo della musica.


Vi ponete esattamente nel mezzo tra il post-rock/metal più ragionato e l’heavy psych che è un genere più groovy, siete consapevoli che spesso l’essere poco catalogabili – e quindi molto personali – può essere un’arma a doppio taglio?
Ne siamo consapevoli, ma la nostra ricerca si pone come obiettivi sfuggire il più possibile a una facile catalogazione e indagare la musica tutta come linguaggio universale della comunicazione astratta, pur partendo da un organico tipicamente “rock” cercando di trarre ispirazioni dalle più disparate esperienze musicali, dal post rock, al noise, al doom passando per la musica contemporanea, il math, il prog, senza porci il pregiudizio di chiuderci in un particolare genere.

I vostri titoli – il nome stesso della band in sanscrito – e le parti testuali sono ricche di citazioni
molto ricercate, chi di voi si occupa di questi aspetti?

Il nome è un tributo alla carica mistico-visionaria delle composizioni di Olivier Messiaen. Riguardo
l’immaginario e le citazioni presenti nel disco abbiamo costruito un concept attorno a un input dato
dal nostro batterista Giovanni, il quale ha anche realizzato le fotografie usate per il singolo di Tone
le Rec e il disco. Per chi non lo sapesse i cargo cult sono delle “religioni” spontanee, nate durante
la seconda guerra mondiale, tra gli aborigeni che abitavano alcune sperdute isolette nell’Oceano Pacifico. L’esercito americano, in quegli anni, occupava queste isolette per usarle come base logistica, e gli abitanti, che non avevano mai visto un aereo, né una nave mercantile (“cargo”), né tantomeno un uomo bianco, pensarono che quelle entità fossero delle divinità e cominciarono ad adorarli, anche perché questi “dei” davano loro ogni tanto provviste e indumenti, mentre nel frattempo violentavano l’ecosistema dei loro luoghi e massacravano altri popoli. La solita storia dell’occidente che prima ti bombarda e poi ti dà un cerotto. Questa storia dei cargo cult ci aveva colpito e ce l’avevamo in testa da molto. Poi, nella nostra analisi, e nei testi, in realtà partiamo da lì per poi analizzare tutte le altri fedi, o meglio: l’irrazionalità che è alla base, prerogativa necessaria per ogni fede. Credere è sempre, in qualche misura, non pensare e affidarsi all’ignoto. E questa non è necessariamente una cosa brutta o sbagliata. Anzi, evviva l’irrazionalità, evviva il lato illogico
di ognuno di noi. La genuinità infantile dell’atto involontario di credere in qualcosa è bellissima e
poetica. “Cargo Cult” parla di questo.

Che cosa state ascoltando in questo periodo, quali sono le vostre maggiori influenze?
Quest’anno abbiamo quasi tutti noi ascoltato e adorato le nuove uscite di progetti quali Black Country, New Road, Pom Poko, Big Brave, GY!BE, Black Midi e Parannoul.


Cosa offre Bari e la Puglia in genere ad una band come la vostra?
Purtroppo molto poco. Negli ultimi anni qualcosa è migliorato, ma ci sono tante realtà fondamentali per band come la nostra che sono sparite, o stanno sparendo. Per fortuna ci sono tante piccole nicchie sparse da scoprire, con le quali interagire e cercare di far rete.


Augurandoci di vedervi dal vivo il prima possibile, che progetti avete nell’immediato?
Al momento siamo felicissimi di tornare a suonare dal vivo il 12 Giugno a Bari con i nostri amici Zolfo. Ci auguriamo possa essere la prima di tante altre date per promuovere il nostro album e, magari, testare alcuni dei nuovi brani ai quali stiamo lavorando. C’è anche un video in preparazione al momento. Si tratta di un cortometraggio di 20 minuti costruito sulla suite finale del disco (“Cargo Cult”, “Cargo Cult Coda” e “Die Anderen”) che approfondisce l’immaginario del concept. Molto presto sarà pronto!

Satyrus – lI rituale del satiro

Nonostante la sfiga di aver esordito quasi a ridosso del blocco dei live, i siciliani Satyrus non si sono abbattuti. Oggi “Rites” può godere finalmente della visibilità che merita grazie alla nuova edizione, questa volta fisica, patrocinata da Argonauta Records.

Nel marzo del 2020, in pratica agli albori dell’emergenza sanitaria, esordivate con l’album autoprodotto “Rites”: cosa avete provato in quel momento d’innanzi all’impossibilità di poter promuovere alla giusta maniera il vostro disco?
Abbiamo completato le registrazioni di “Rites” a fine Gennaio 2020 e le restrizioni dovute alla pandemia in pratica sono cominciate a Febbraio, abbiamo subito pensato: “Minchia! Stavolta abbiamo veramente esagerato col divulgare la morte!” nell’impossibilità di proporre il nostro lavoro live, ci siamo quindi dedicati alla promozione on line, da qui la decisione di far uscire il disco immediatamente in versione digitale.

Con il senno di poi, avreste preferito tenere il disco nel cassetto in attesa di tempi migliori oppure tutto sommato è stato giusto farlo uscire in quel momento?
Come detto prima, ci è sembrato giusto così, visto il particolare momento storico, scelta rivelatasi abbastanza proficua per fortuna.

Oggi “Rites” ha una seconda occasione grazie all’Argonauta Records, avete contattato voi l’etichetta o vi ha cercato lei dopo aver ascoltato l’esordio?
Abbiamo avuto contatti con varie etichette, Argonauta è stata la più convincente.

Questa nuova edizione contiene delle novità rispetto alla precedente?
Beh, adesso è allo stato solido!

Cosa vi aspettate da questa “seconda vita” del disco?
Ora anche chi ama il supporto fisico potrà ascoltare il disco in maniera classica come è giusto che sia, grazie alla rete di distribuzione di Argonauta ci sarà una diffusione più capillare. Contiamo a breve di proporre “Rites” anche in vinile.

Il disco contiene una forma abbastanza pura di doom, quasi scevra dalle contaminazioni stoner che oggi giorno sono quasi una componente fissa: come mai questa scelta così ortodossa?
Riteniamo sia giusto che l’ascoltatore dia la propria interpretazione del nostro songwriting per quello che è la sensazione che prova ascoltandoci. Quando abbiamo cominciato a suonare con questo progetto ci eravamo prefissati di fare doom, ovviamente ognuno di noi aveva alle spalle altre esperienze, i riferimenti principali sono stati i classici come i Black Sabbath o i Candlemass, ma alla fine il nostro sound proprio come detto prima non può non essere influenzato da quanto fatto da tutti noi in precedenza. Quindi sì, doom classico ma c’è anche molto altro.                                                                                              

Cosa ne pesate dell’attuale scena doom? Probabilmente il genere non ha avuto così tanta visibilità come in questi ultimi anni.
Grazie all’etere anche il doom sta avendo grande visibilità, ci sono tante band che ci piacciono e anche l’Italia sta dando il proprio contributo. A tal proposito potremmo citare gli amici Assumption o i Messa.

Il contratto con l’Argonauta si conclude con questa pubblicazione oppure sono previsti altri album, magari a breve?
Stiamo già lavorando ai brani del nuovo album.

Siete tutti impegnati in altri progetti, questo limiterà l’attività live dei Satyrus, qualora, come sembra, si possa presto tornare a fare concerti?
Satyrus è il nostro progetto principale.

Desaster – Churches without saints

Dal 1989 i tedeschi Desaster hanno prodotto diversi grandi album di metal estremo. Dal 4 giugno 2021 hanno aperto la loro chiesa empia a tutti i loro fan, e così abbiamo deciso di parlare del nuovo album, “Churches Without Saints” (Metal Blade Records), con il cantante Sataniac.

Benvenuto Satainac, i Desaster sono nati nel 1988, qual è la formula per sopravvivere nel mondo della musica per 30-35 anni?
Ciao Giuseppe, i Desaster non fanno parte del vero big music biz, ma penso che la cosa più importante per sopravvivere a lungo come band è non prendersi troppo sul serio. E ovviamente amiamo quello che facciamo.

“Churches Without Saints” è il tuo sesto full-length con i Desaster, sei soddisfatto di questo ritorno sulle scene?
Non eravamo andati via, quindi non è un ritorno, ma io sono e siamo molto contenti del nuovo album. Soprattutto che abbiamo arruolato un batterista che si adatta perfettamente ai Desaster. Musicalmente e caratterialmente…

Come è cambiato il tuo ruolo nella band dal tuo album di debutto sino a “Churches Without Saints”?
Non credo che il mio ruolo sia cambiato dai tempi di “Divine Blasphemies”, scrivo i testi e mi occupo della voce, questo è quello che faccio da quando sono entrato nella band nel 2001!

Dai tempi di “Satan’s Soldiers Syndicate”, impiegate quattro \ cinque anni per pubblicare un nuovo album: come potresti spiegare questo lungo periodo di gestazione?
Invecchiamo e ovviamente ci sono sempre altre priorità oltre ai Desaster. Famiglia, lavoro, ecc. E infatti non avverto il bisogno di avere un nuovo album dei Desaster ogni anno.

Potresti presentarci il tuo nuovo batterista, Hont?
Sì, Hont è un mio buon amico e sicuramente un maniaco del metal. Abbiamo anche suonato insieme in una band chiamata Divine Genocide. Dopo la divisione dei Divine Genocide sono andato a finire nei Desaster e abbiamo perso i contatti per un po’. Ora, sembra essere il batterista perfetto per noi, perché è un maniaco del metal e una persona molto calma e amichevole.

Cosa significa veramente il titolo “Churches Without Saints”?
Basta dare uno sguardo all’ipocrisia dell’Homo Sapiens e cosa ne è stato di lui dopo che ha iniziato a seguire le religioni. Ci sono cose migliori nella vita. Bisogna fermare la follia!

Abbiamo davvero bisogno di santi?
Non ci sono santi da nessuna parte, quindi possiamo avere bisogno di ciò che non esiste. È una specie di gioco di ruolo, una favola…

La mia canzone preferita dell’album è “Exile Is Imminent”, come è nata questa traccia e qual è la tua canzone preferita?
Questa è stata realizzata mentre scriviamo tutte le canzoni. Jammiamo sui riff che Infernal presenta e proviamo a renderli una vera canzone. A volte ne usciamo vittoriosi, altre volte potrebbe essere migliore. Hahaha… Ho tre o quattro canzoni preferite: “Exile is Imminent”, “Learn To Love The Void”, “Endless Awakening” e la title track.

Qual è la situazione attuale per quanto riguarda i concerti in Germania? Ti aspetti una rapida ripresa dell’attività dal vivo?
Non ci sono piani concreti per un ritorno ai live nei prossimi mesi. Spero che questa situazione Covid finisca presto, così possiamo tornare di nuovo sul palco!

Since 1989 the German band Desaster has produced several great extreme metal albums. From 4 June 2021 they opened their unholy church to all their fans, and so we decided to talk about the new album, “Churches Without Saints” (Metal Blade Records), with the singer Sataniac.

Welcome Satainac, Desaster are born in 1988, what is the formula to survive in the music biz 30-35 years?
Hi Giuseppe, ok Desaster is not really a part of the real big music biz, but I think the most important thing to survive a long time as a band is that we don’t take ourselves too serious. And of course we love what we do.

“Churches Without Saints” is your sixth full-length with Desaster, are you satisfied with this come back?
We weren’t gone, so this is no come back, but I’m and we are very happy with the new album. Especially that we fund a drummer that fits perfect to Desaster. Musically and personally…

How is changed your role in the band from your debut album to “Churches Without Saints” ?
I don’t think that my role has changed since Divine Blasphemies, I write the lyrics and doing vocals, that’s what I do since I entered the band in 2001!

From”Satan’s Soldiers Syndicate” times, you need four\five years to release a new album: how could you explain this long gestation period?
We grow older and of course there are always other priorities next to Desaster. Family, work, etc. And in fact I don’t need a new Desaster album every year.

Could you to introduce your new drummer, Hont?
Yes, Hont is a good friend of mine and a metal maniac for sure. We also played together in a band called Divine Genocide. After the split of Divine Genocide I went to Desaster and we lost the contact for a while. Now, he seems to be the perfect drummer for us, because he is a metal manic and a very calm and friendly person.

What really means the title “Churches Without Saints”?
Have a look on the hypocritical Homo Sapiens, and what has become of them following religions. There are better things in life. Stop the madness!

Do we really need saints?
There aren’t saints anywhere, so in case we can’t need what don’t exists. It’s a kind of roleplay, a fairytale… 

My favorite song on the album are “Exile Is Imminent”, how is born this track and what’s your favorite song?
This one was written as we write all songs. We jam the riffs that Infernal presents and try to make them a real song. Sometimes we are victorious, other times it could be better. Hahaha… I have three or four favorite songs: “Exile is Imminent”, “Learn To Love The Void”, “Endless Awakening” and the title track.

What is the current situation with regard to the gigs in Germany? Do you expect a fast resumption of live activity?
There are no concrete plans for a live comeback in the next months. I hope this Covid-situation will end soon, so that we can enter the stage again!

Nexus Opera – La Grande Guerra

Questa volta la collaborazione con Metal Underground Music Machine mi ha permesso di conoscere i Nexus Opera, ragazzi che hanno saputo sposare la propria passione per la musica con quella per la storia. Dopo una panoramica, ci siamo soffermati con il chitarrista Marco Giordanella sull’ultimo album del suo gruppo, La Guera Granda (The Great Call To Arms)” (Revalve Records), ritrovandoci così in una trincea della nefasta Grande Guerra.

Benvenuti ragazzi, prima di passare alla disamina del vostro recente album, “La Guera Granda (The Great Call To Arms)”, mi soffermerei sul vostro amore per la storia, come è nato? E perché soprattutto per le due guerre mondiali?
La risposta è facile. E’ il nostro cantante Davide ad essere un super appassionato. Quando entrò nel gruppo, poco dopo la formazione, prese ispirazione dalle poche musiche composte elaborando i testi ed inserendo le sue storie preferite. Poi pian piano completammo il nostro primo lavoro con nove storie tratte dagli eventi della Seconda Guerra. Invece, quando iniziammo a scrivere il nostro secondo album eravamo proprio nel Centenario degli eventi inerenti l’ingresso dell’Italia nella Grande Guerra ed è stato facile, conseguentemente, trovare ispirazione. Nasce così “La Guera Granda” dove raccontiamo episodi del primo conflitto tutti incentrati, però, sullo scontro italo-austriaco.

Motorhead, Sabaton, Marduk, giusto per citare alcune band che hanno subito la vostra stessa fascinazione per la guerra. Generi diversi, ma evidentemente non c’è una formula fissa per parlare di certi argomenti: voi perché avere scelto proprio il power?
Sicuramente siamo influenzati dagli anni 90, anche se poi ascoltiamo di tutto infatti la nostra musica non è completamente in linea con il power. Abbiamo spesso aggiunto stili diversi alle nostre track includendo, anche, qualche contaminazione che noi riteniamo a volte folk o tradizional-popolare. D’altra parte è anche vero che questo power è il genere che ci viene più spontaneo suonare vuoi anche per la presenza della tastiera.

Passiamo invece alla vostra di storia, l’esordio, “Tales from WWII”, ve lo siete autoprodotti, che mi dite di quel disco? Siete ancora soddisfatti?
Non si è mai soddisfatti. Ed è sempre uno stimolo per migliorarsi ma è pur sempre il nostro primo disco. Ne siamo fieri. Avevamo ( ed abbiamo) fondi limitati e abbiamo dato il nostro massimo per rendere il lavoro interessante. Ringraziamo ancora chi ci ha aiutato nella registrazione e mastering del prodotto. Così come un saluto e un grazie a chi, a suo tempo, ne ha tessuto lodi e/o critiche. Ci sono canzoni di quel disco che sono divenuti i nostri cavalli di battaglia e che riproporremo live quando sarà possibile, come “Laconia”, “Katyn” ed “End of War”.

E’ arrivato il momento di parlare de “La Guera Granda”, quando avete iniziato a scriverne i brani?
Come detto, è avvenuto quasi subito dopo l’uscita di “Tales From WWII”, visto che ci trovavamo nel 2015, a 100 anni dall’ingresso in guerra dell’allora Regno d’Italia. Purtroppo la fase di scrittura ci ha preso molto tempo sia per la nostra proverbiale lentezza ma anche a causa di un doppio cambio di lineup al basso. Il completamento dei pezzi è arrivato nel 2018 e a metà del 2019 eravamo in sala di registrazione, il disco poteva essere pronto per i primi del 2020 ma poi è successo quello che sappiamo tutti.

Avevate ben chiaro il concept del disco prima di buttar giù i primi riff?
Per il secondo album decisamente sì. Sapevamo dove saremmo atterrati. E questo anche se di solito nascono prima le melodie dei testi. Ma il desiderio era proprio quello di dedicare l’intero album a storie e protagonisti italiani del primo conflitto mondiale. 

Vi siete avvalsi della consulenza storica di qualcuno al di fuori della band?
Non in particolare. O se per consulenza si vuole intendere letture di libri, articoli, o quant’altro allora sì. Davide è sempre alla ricerca di cose del genere su tutte le  pubblicazioni che siano libri o anche fumetti a volte. Infatti, rivelazione, il titolo dell’album deriva proprio da una pubblicazione a fumetti di una storia inventata ma plausibile di soldati italiani durante gli ultimi giorni della Strafexpedition. 

Raccontate un pezzo della nostra storia patria, avete optato per un titolo in “italiano”, però alla fine avete preferito per i testi l’inglese alla vostra lingua natale, come mai?
Il titolo è espresso più in forma dialettale, diciamo. Comunque, l’italiano e una bella lingua ma l’inglese riesce ad espandere la musica in maniera globale. Inoltre non è semplice adattare l’italiano a questo tipo di musica.  È vero, c’è qualche esempio ma si è trattato per lo più di canzoni isolate come fu per la ballad dei Rhapsody. Rimaniamo convinti che la lingua giusta per questo genere sia l’inglese e questo senza nulla togliere alla nostra lingua madre.

Ho visto il video tratto dal brano “The Mine”, vi faccio i complimenti perché curato nei minimi particolari. Chi se ne è occupato?
Abbiamo passato settimane se non mesi a trovare idee per il video. E non ci siamo riusciti. Il merito va tutto a i ragazzi di Kinorama che, una volta ascoltato il pezzo, letto il testo e la nostra bozza hanno approfondito l’evento narrato e hanno avuto la loro idea e la loro interpretazione della storia. Il tutto ci ha letteralmente stregato e credo che scelta migliore non potevano fare perché hanno realizzato uno dei nostri sogni e ancora oggi, quando vediamo il video, orgoglio e brividi prendono il sopravvento. Ancora un grazie a loro. Li consigliamo a tutti!

In questi giorni pare che qualcosa si stia muovendo per la musica dal vivo, voi avete già dei programmi o è ancora troppo presto per poter parlare di un ritorno alla piena attività concertistica?
Non vediamo l’ora di tornare a suonare. Ormai tra l’impegno per la registrazione e il blocco causato dalla pandemia sono passati due anni. Abbiamo sicuramente in progetto un release party per promuovere il disco e stiamo vagliando alcune proposte per live estivi . Troverete tutto sulle nostre pagine social. Non appena avremo news sarete subito informati!