Apogod Project – A prog Bible

Ospiti di Mirella CatenaOverthewallgli Apogod Project Patrick Fisichella e Giovanni Puliafito – per parlare dell’album “A Prog Bible”.

Grazie di essere qui su Overthewall, vi chiedo subito come è iniziata la vostra carriera musicale?
Giovanni: Innanzitutto vi ringrazio per l’opportunità che ci avete dato, di presentare il nostro disco e di spiegarne la genesi e lo sviluppo. Sia io che Patrick abbiamo iniziato la nostra carriera da molto prima rispetto al concepimento di questo album e la formazione di questo duo. Ho iniziato all’età di nove 9 lo studio del pianoforte, conseguendo il Diploma in Conservatorio. A 18 anni ho iniziato anche a studiare Composizione sempre in Conservatorio, conseguendo anche il Diploma. Mi sono avvicinato al mondo della musica per film, studiando con il Maestro Luis Bacalov all’Accademia Chigiana di Siena. Sono attualmente Docente di Teoria Analisi e Composizione presso il Liceo Musicale di Messina, ho anche insegnato Composizione in Conservatorio sempre a Messina, la mia città. Da diversi anni mi occupo di composizione di colonne sonore, con diverse collaborazioni con produzioni indipendenti. Prodotti che hanno vinto concorsi, andati in onda su canali anche internazionali. Mi occupo anche di arrangiamenti per diversi generi musicali e quasi sempre in collaborazione con Patrick. Io e Patrick coltiviamo da oltre venti anni un’ amicizia fraterna, fatta di stima e affetto, che poi è scaturita anche nella nostra prima importante collaborazione, ApoGod Project – A Prog Bible.
Patrick: Mi unisco al “grazie” di Giovanni. Io ho iniziato studiando chitarra, prima da autodidatta e poi seguendo lezioni da privato ed in alcune delle scuole più note in giro per l’Italia. dal 1999 insegno chitarra per varie strutture ed istituzioni private e dal 2009 per i corsi Yamaha Music, per i quali sono esaminatore internazionale dal 2013. Da tre anni insegno chitarra e produzione audio anche per i corsi RSL Rockschool Of London. In ambito audio e registrazione la passione è nata da piccolissimo. Nel biennio 2001/02 ho conseguito il Diploma Tecnico Superiore come “Esperto in Tecnologie Multimediali” presso la facoltà di Ingegneria di Messina, con una tesi sull’audio digitale. Mi sono occupato negli anni di tanti spettacoli teatrali, anche di rilievo nazionale, per i quali ho curato la scrittura delle musiche, il sound design, la fonica e l’esecuzione dal vivo anche in tournée in giro per lo stivale. Ho prodotto album di artisti in ambito pop, rock, metal, orchestre sinfoniche, gruppi corali, spesso lavorando, come già lui anticipava, proprio insieme a Giovanni.

Siete autori di una delle più interessanti produzioni musicali degli ultimi anni, com’è nata l’idea del progetto Apogod?
Giovanni: L’idea nasce nel lontano 2003 da Patrick che è da sempre appassionato di storia delle religioni. Una sera mi disse che il suo desiderio era quello di musicare la storia più appassionante e cruenta di tutti i tempi: l’Antico Testamento. Iniziammo a parlarne ma purtroppo per tanti impegni a cui la vita ci sottopone, ritardammo la lavorazione dell’album per tanti anni fino al 2018. Quella sera del 4 luglio 2018, alla festa del mio compleanno, un nostro caro amico (Marco Giliberto, il nostro fotografo) ci disse: “Avete musicato tanta roba, scritto tanti brani per altri musicisti, avete tutto il necessario e tutte le potenzialità, perché non lavorate a qualcosa di completamente vostro”? Quella notte stessa iniziammo seriamente a lavorare a quella vecchia idea conservata nel cassetto. Dopo 4 anni, il 28 luglio 2022 lo abbiamo presentato ufficialmente, appoggiati dalla casa discografica Metalzone Italia che ci supporta egregiamente in questa nostra impresa.
Patrick: Aggiungo che l’idea è dovuta anche al fatto che Giovanni aveva già messo in musica all’inizio del 2000 (insieme all’amico chitarrista Giorgio Napolitani) la “Divina Commedia” ed aveva musicato anche molti passi dell'”Odissea” ( qualche anno dopo si sarebbe cimentato anche con l'”Eneide”). Io venivo da lunghe letture su Zarathustra ed il mazdeismo ed avevo preso spunto da alcuni passi dell’Avesta (libro sacro del mazdeismo) per comporre svariati brani. Mettere in musica i racconti sul dio di Abramo sarebbe stata la naturale prosecuzione…

Quali sono stati i tempi di realizzazione di A Prog Bible e come si è svolto il processo di composizione?
Giovanni: Il processo di scrittura è stato complesso e lungo 4 anni. Abbiamo iniziato delineando una struttura dell’album, formato da 10 brani, inizialmente strumentali, ma in corso d’opera abbiamo ritenuto di inserire un cantante in 5 brani. Abbiamo scritto tutto noi due, Patrick ha curato oltre alla composizione dei brani, i testi, le chitarre e i bassi che lui stesso ha registrato e tutta la produzione audio, nei suoi Gargamella’s Studios. Io oltre alla composizione, ho curato l tastiere, synth, tutte le orchestrazioni e la programmazione della batteria che poi abbiamo affidato al nostro batterista che ha registrato. Insieme io e Patrick abbiamo scritto le melodie vocali. Un processo lungo, impegnativo, ma anche emozionante, abbiamo creato la musica che a noi piace, con cui siamo cresciuti. Insieme ai miei studi classici in conservatorio, dall’età di circa 13 anni ho sempre ascoltato metal, con tutte le sue ramificazioni e sottogeneri. Ci siamo lasciati ispirare, emozionare ed anche turbare dalla lettura del testo stesso, immaginando la nostra musica come se fosse la colonna sonora di questa grande storia.
Patrick: Vorrei però puntualizzare che nel momento in cui ci accingevamo alla scrittura di un brano avevamo
già in mente l’argomento che avremmo trattato, tanto che quasi tutti i titoli che sarebbero poi diventati quelli definitivi erano già presenti e pronti anche a brani appena iniziati. Po la fase di editing, mix e master è stata un incubo. La massa strumentale era così imponente che sono dovuto scendere spesso a compromessi per tentare di far sentire ogni linea. In alcuni brani mi sono trovato a lavorare su oltre cento tracce.

L’opera vanta la partecipazione di musicisti che hanno contribuito alla sua realizzazione. Ci parlate di queste collaborazioni?
Giovanni: Con noi hanno collaborato numerosi musicisti, di cui siamo estremamente soddisfatti perché hanno sposato la nostra causa, appassionandosi fortemente a questo ambizioso progetto. Salvo Cappellano, ha cantato sui brani “Cyber Abraham and the Massacre of Sodom”, “Egyptian Plagues”, “Promised Land (A prayer of Moses)” e “The Divine Code”. Il “misterioso” Azathoth ha cantato invece “The Great Flood of Blood”. Salvo Pennisi ha registrato tutte le batterie, Silvia Bruccini ha realizzato i cori sul brano Promised Land, Francesco Aiello ha suonato le percussioni nell’intro di “Egyptian Plagues” e “Gabriels” ci ha regalato un bellissimo assolo nel brano “The Divine Code”. Tutti musicisti che hanno un passato musicale alle spalle di un certo rilievo, fra studi, collaborazioni ed esperienze sia live che incisioni. Alcuni di loro provengono anche da generi musicali diversi, come Silvia Bruccini, cantante jazz, pop, fusion e Francesco Aiello, specializzato in percussioni latine e ritmi sudamericani.


L’Artwork della copertina è stato affidato all’artista messinese Domenico Puzzolo, cosa rappresenta?
Giovanni: Domenico Puzzolo è un fantastico artista messinese, anche nostro caro amico. Quando iniziammo a scrivere i brani, ancora in fase embrionale, inviammo alcune demo insieme ad una spiegazione dell’album a Domenico, lasciandolo assolutamente libero di ispirarsi e rappresentare le sue idee ed emozioni. Dopo pochissimo tempo ci ha consegnato la copertina, realizzata a mano con la tecnica della china su un foglio formato A3 circa, ed il nostro logo. Eravamo entusiasti! La copertina rappresenta Salomè con la testa di San Giovanni, un’idea scaturita dall’artista che simboleggia le proprie emozioni derivate dalla narrazione, dalla nostra musica e (forse) un collegamento tra questo album ed una futura continuazione…
Patrick: Domenico è un grandissimo amico ed uno straordinario artista. Ci ha fatto un regalo dal valore incommensurabile per “A Prog Bible”!

Siete già al lavoro su altre opere che riguardano gli Apogod? Qualche anticipazione per i nostri ascoltatori?
Giovanni: Gli Apogod Project avranno sicuramente un seguito. Io e Patrick stiamo già lavorando al nuovo disco, che non riguarderà la “Bibbia” (almeno per il momento), posso solo dire che sarà sempre ispirato da argomenti culturali e letterari.
Patrick: Shhh! Non dire troppo, non dire troppo che scema l’hype!

Dove i nostri ascoltatori possono seguirvi?
Giovanni: Potete seguirci sulla nostra pagina Facebook ed instagram e ascoltarci praticamente ovunque, Spotify, Youtube e tutti i social cercando ApoGod Project – A prog Bible.

Grazie di essere intervenuti su Overthewall!
Giovanni: Grazie a tutti voi!
Patrick: Grazie a te Mirella ed a tutti gli amici di Overthewall!

Ascolta qui l’audio completo dell’intervista andata in onda il giorno 23 Gennaio 2023.

Bruno Pitruzzella – Nuotando nell’aria

A tre anni dall’uscita del suo primo album, Bruno Pitruzzella pubblica “Respawning” (Autoprodotto, 2022). Dalle ovattate profondità marine presenti nel precedente lavoro, la chitarra acustica si estende ad atmosfere più elettronicamente astrali in questo EP, secondo volume della discografia del compositore palermitano. Scopriamone di più nella nostra intervista.   

Ascoltando Shift, prima traccia di “Respawning”, sembra di immergersi in un lavoro di musica elettronica. Come sei riuscito ad ottenere questi suoni usando esclusivamente la chitarra acustica?
“Shift” è stato il primo tra i nuovi brani a vedere la luce. L’idea di suono viene da lunghe sessioni di prove casalinghe con un multieffetto “nuovo” per me, l’HX Effects della line6, che ormai è parte imprescindibile del live set. Nello specifico qui è il frequency shifter a modificare il segnale della chitarra acustica, in modo da alterare totalmente anche l’altezza dei suoni oltre che il timbro; le note “suonate” non corrispondono più a quelle reali emesse dall’impianto e questo è stato di enorme stimolo per la creazione di qualcosa di nuovo. Poi loop station, delay e riverberi hanno fatto il resto.

Dalla seconda traccia emergono più chiaramente gli echi del tuo primo album, “Spawning”. In “Bees”, terza canzone in scaletta, è ancora più in primo piano la chitarra, accompagnata anche da violino, basso e mandolino. La melodia in particolare è molto accattivante, da dove è saltata fuori questa canzone?
“Bees” in origine era un pezzo per chitarra e violino che avevo scritto pensando nello specifico a Francesco Incandela, il bravissimo violinista che lo ha eseguito, con cui abbiamo condiviso il palco in svariate occasioni negli ultimi anni. Per cui la melodia è pensata proprio per uno strumento diverso, con maggiori possibilità espressivo/melodiche rispetto alla chitarra. Ma come spesso avviene tutto è nato dalla base, potremmo dire dal riff iniziale della chitarra, sempre accordata in modo alternativo, coi bassi più gravi rispetto all’accordatura standard. E poi la forma definitiva è stata il quartetto con basso elettrico (Luca La Russa) e mandolino (Martino Giordano), come fosse un quartetto di musica da camera. Il pezzo è registrato infatti “live” in studio, senza sovraincisioni (grazie anche all’abilità di Luca Rinaudo dello Zeit studio di Palermo).

Sulla copertina di “Respawning” c’è una fenice, rappresentata come la schermata iniziale di un videogioco del secolo scorso. Perché hai scelto questo simbolo e questa tecnica grafica?
L’artwork è ad opera del grafico Antonio Cusimano, che aveva curato anche le grafiche del primo album. Io mi sono limitato a spiegare il concetto di base e lui ha trovato questa forma finale con la fenice “pixellata”. L’idea di fondo rimanda proprio ai vecchi videogiochi 8 bit. Infatti il titolo dell’EP “Respawning” è tratto dal linguaggio videoludico e significa “resurrezione”, riapparizione di un personaggio, del “cattivo” o del protagonista, dopo la sua morte o distruzione. Chi ha qualche trascorso in compagnia delle gloriose console capirà cosa voglio dire… Ma in questo caso c’era un nesso anche col suono dell’EP, che come detto in precedenza è in certi casi più “elettronico”. La fenice incarna alla perfezione il concetto di rinascita e ha anche a che fare con la riapertura del progetto di solo chitarra dopo anni dal primo album, che si chiamava appunto solo “Spawning”.

Il video di Depicted, seconda traccia dell’EP, esalta la vocazione da colonna sonora del tuo stile. Infatti si tratta di un vero e proprio cortometraggio, realizzato con varie tecniche 3D da Basiricò Studio. L’idea della trama è tua oppure ti sei affidato alla fantasia degli autori?
Esatto, il video di “Depicted” si può definire cortometraggio a tutti gli effetti, ed è stato realizzato quasi del tutto con la tecnica di animazione dello stop motion. L’idea di trama è totalmente frutto della fantasia dei bravissimi creatori di Basaricò Studio, Nicolò Cuccì e Salvo Di Paola, ai quali mi sono totalmente affidato, direi di sì! E’ un “prodotto” cui siamo molto legati: ha avuto una gestazione lunghissima, è stato frutto di grandi sacrifici e impegno da parte di tutti e il risultato finale è stato molto soddisfacente. Ovviamente devo citare anche Gaia e Cecilia Picciotto e Silvia Salomone che hanno lavorato ai puppets e alle ambientazioni. Personalmente sono da sempre grande appassionato di animazione e la tecnica dello stop motion mi affascina moltissimo. Come hai detto bene tu, volevo anche che venisse fuori chiaramente questa vocazione da colonna sonora, destinazione ideale per questo tipo di musica, dal mio punto di vista.

Hai suonato tutte le tracce con un’accordatura diversa da quella più comune. Tecnicamente le corde a vuoto ripetono due volte, partendo dalla corda “più bassa”, le stesse tre note: re, sol, do, sol, do, re. Cosa ti permette di fare questa accordatura, che invece non potresti ottenere con quella standard (mi, la, re, sol, si, mi)?
Questa accordatura è quasi “aperta” in realtà, basta usare il solo indice della mano sinistra per trovarsi praticamente in do, maggiore o minore che sia. Per cui gravita fortemente su do, anche se il basso è un Re, e mi consente di avere delle linee melodiche sulle corde a vuoto che sarebbero altrimenti impossibili con accordatura standard. Un esempio è il brano “Salpa” del primo album, pressoché ineseguibile se non così.

Ah, ma ne avevamo già discusso… Rileggendo la nostra precedente intervista, mi avevi detto che con questa accordatura “vengono a mancare gli automatismi delle scale… Ma è proprio quello che serve per trovare soluzioni sempre nuove”. Nel frattempo hai assimilato questa accordatura e sei passato a sperimentarne altre?
La mancanza di punti di riferimento, soprattutto in relazione alle tipiche formule scalari su cui ci blocchiamo noi chitarristi, di fatto spalanca le porte all’immaginazione e alla sorpresa dal punto di vista creativo, improvvisativo e compositivo. Ovviamente il rovescio della medaglia è la difficoltà di suonare tutto così, perché bisogna re-imparare alcune cose. Sicuramente adesso mi sento più a mio agio rispetto a prima e gli automatismi iniziano a esserci ma non credo che dominerò mai totalmente questo schema. Per cui sì faccio qualche altro esperimento ma di base suono così per il momento. Ovviamente va sottolineato come non sia chissà quale nuova trovata usare le accordature alternative, lo si fa da secoli ovunque e spesso con risultati interessanti. Semplicemente questa si addiceva molto a quello che volevo fare e non ho mai più smesso di usarla. Mi è stata “insegnata” dal mio grande amico Giancarlo Romeo, che ha anche donato uno dei suoi pezzi per il primo album.

Come presenti la tua musica dal vivo? Da solo o in gruppo? Sei fedele alle versioni in studio o preferisci arrangiare in modo diverso le composizioni?
Di solito il mio è un set solitario, un solo chitarra con multieffetti e loop station. In occasioni particolari eseguiamo per esempio “Bees” in quartetto così come nell’EP, ma ho un arrangiamento anche in solo che uso dal vivo. Per il resto ai concerti mi piace moltissimo improvvisare e spesso faccio pezzi creati per l’occasione o letteralmente composti “sul palco”, ma in realtà le versioni originali in studio sono state registrate “live”, nel senso che sono esecuzioni “filate” dall’inizio alla fine, coi loop creati in diretta. Abbiamo aggiunto giusto qualche raddoppio qua e là in fase di registrazione, ma la resa dal vivo è pressoché identica a quella della rec.

Stai già lavorando al prossimo capitolo della tua discografia?
Ci sono già tre o quattro pezzi nuovi che a volte eseguo live, ma non li sto ancora sistemando con l’obiettivo di entrare in studio. Sicuramente questo passaggio sarà inevitabile ma voglio maturare ancora qualcosa di diverso prima di una nuova produzione. Nel frattempo mi dedico ai live…

Flying Disk – Nel cuore della città

“In The Heart Of The City” è il nuovo EP dei Flying Disk, trio heavy rock piemontese già con due album all’attivo,“Circling Further Down” del 2014 e “Urgency” del 2018. Anticipato dai singoli “Connections” e “Wasted”, l’EP è uscito lo scorso 28 ottobre per quattro etichette indipendenti – la francese Araki Records, la statunitense Foribidden Place Rec, la svizzera Urgence Disk e l’italiana Karma Conspiracy – con il mastering del lavoro curato da Jonathan Nuñez dei mitici Torche. Il risultato sono quattro tracce di heavy rock con influenze stoner, punk, emo e alternative, cantate rigorosamente in inglese come nella migliore tradizione della band. A parlarcene sono gli stessi ragazzi:

Ciao ragazzi e benvenuti sul Raglio del Mulo, la vostra terza fatica discografica “In the Heart of City” è fuori ormai da qualche mese, com’è stata l’accoglienza di critica e pubblico?
Ciao, intanto grazie, il disco per ora sta andando bene, abbiamo fatto qualche mese fa un tour che ci ha portati a suonare in Francia, Germania, Svizzera, Milano, Roma e varie altre città, a fine gennaio ritorneremo in tour fino a questa estate!

Ho trovato il vostro suono abbastanza poliedrico, frutto di tante influenze – emo, punk, stoner – ma senza legarsi ad una etichetta precisa, come siete arrivati a questa sintesi nella vostra musica?
Siamo partiti nel 2010 facendo cover di gruppi punk, poi negli anni ci siamo appassionati alla scena locale della Canalese Noise (Cani Sciorrì, Dead Elephant, Ruggine) e tutti i gruppi da cui di conseguenza prendevano spunto. Per un po’ abbiamo cercato avvicinarci a quel suono, poi negli anni abbiamo trovato una nostra via più personale.

In che maniera siete entrati in contatto con Jonathan Nunez dei Torche che ha curato il mastering del disco?
Apprezziamo parecchio i lavori di Jonathan, lo abbiamo contattato tramite Instagram all’inizio, lui è stato super disponibile, ci abbiamo messo un attimo a scegliere il master definitivo ma alla fine è uscito veramente bomba.

Dallo studio ai concerti il passaggio non è dei più semplici, come state promuovendo in giro l’EP?
Da ormai più di dieci anni siamo tutti coinvolti nell’organizzazione di concerti e andiamo spesso a sentire le band di zona e non, abbiamo creato una rete di amicizie abbastanza forte per cui riusciamo sempre a suonare, chiaramente è difficile entrare in circuiti dove ci vogliono certe strutture alle spalle come agenzie, manager, label ecc. Sicuramente all’estero stiamo avendo più riscontro che in Italia questo purtroppo è risaputo tra tutte le band che hanno la possibilità di suonare fuori dal proprio paese.

Parlatemi dei testi, sono frutto di un lavoro di gruppo o del singolo?
I testi li scrivo io (Simone) e spesso mi faccio dare una mano a correggerli e migliorarli, siamo un gruppo di amici per cui spesso in studio ci confrontiamo e aiutiamo, cerco di rappresentare quello che vive un ragazzo in una provincia come Cuneo e di tutto quello che comporta, per quanto ci sia benessere c’è una rassegnazione preoccupante, non è
una città così facile in cui vivere soprattutto se hai passioni/sogni come la musica.

Per “In the Heart of City” vi siete affidati a quattro diverse etichette, in che maniera si è creata questa collaborazione allargata?
Per coprire i costi di stampa abbiamo dovuto tirare in ballo diverse realtà che si sono messe in gioco per mettere alla luce il vinile, ne abbiamo ancora qualche copia e siamo felici di come è uscito fuori, è un vero gioiellino.

Quali sono i vostri prossimi progetti?
Dopo questa estate ci metteremo al lavoro sul disco nuovo, che sarà un LP completo, nel frattempo faremo
ancora uscire fuori del materiale inedito e ci piacerebbe rielaborare delle canzoni in versione acustica.

Necrodeath – Gang fight

Gli stralci di violenza nati dalla mente di Anthony Burgess, e magistralmente riportati su celluloide da Stanley Kubrick, da più sessant’anni alimentano i nostri incubi metropolitani. I Necrodeath, che negli incubi ci sguazzano da sempre, non potevano esimersi dal rileggere a proprio modo “Arancia meccanica”, così hanno dato alle stampe un disco ruvido, violento e senza compromessi dall’emblematico titolo “Singin’ in the Pain” (Time to Kill Records \ Anubi Press). Peso e Flegias ci hanno raccontato l’ultima scorribanda della propria gang…

Bentrovati ragazzi, la nostra ultima chiacchierata risale ai tempi dell’EP “Neraka” nel 2020. Dopodiché avete pubblicato nel marzo del 2022 il primo singolo da “Singin’ in the Pain”, “Transformer Treatment / Come to the Sabbath”. Come mai è passato quasi un anno tra quell’uscita e l’album definitivo?
Peso: In effetti forse neanche noi ce ne siamo resi conto che è passato così tanto tempo, un po’ perché siamo una band libera e insieme alla nostra etichetta avevamo comunque deciso di far passare l’estate e un po’ perché ci sono stati dei problemi di copyright che abbiamo dovuto gestire e alla fine l’uscita è stata ridefinita per il 13 gennaio del 2023. Ora finalmente è on line e disponibile nelle versioni fisiche cd, vinile e cassetta.

Come è nata l’idea di scrivere un concept album dedicato a quel capolavoro che è “Arancia meccanica”?
Flegias: L’idea è nata da Peso, dopo un periodo in cui è andato in fissa con il film per parecchio tempo. Se l’è assimilato in tutte le sue sfumature e aveva chiaramente in testa la struttura dell’album. Quando ce l’ha proposto ne siamo rimasti tutti entusiasti. Come si fa a non amare quel film? Ovviamente l’argomento principale è la violenza che ben si sposa con il genere che suoniamo… tutto filava perfettamente.

Siete partiti dal libro o dal film per creare il canovaccio su cui si regge il disco?
Flegias: Dal film sicuramente.

Il dover seguire una linea tracciata da un altro autore, cambia il modo di lavorare in studio oppure alla fine la fase compositiva in sé trascenda da quella che è la trama?
Flegias: A parte alcuni spunti dettati dalla forma puramente lirica, ci siamo mossi liberamente come facciamo di solito. Il fatto che le tematiche riguardino questo o quell’altro argomento non influenza il nostro stile e la nostra musica.

Vi crea un po’ di ansia il sapere che là fuori ci sono fan sfegatati di “Arancia meccanica” pronti a vivisezionare il vostro album per certificarne l’adeguatezza all’opera originale?
Flegias: No. Ben vengano le critiche ma se riguardano l’argomento trattato soprassediamo. Come ti dicevo prima il concept è solo un pretesto per fare la nostra musica. L’ansia, se così vogliamo chiamarla, piuttosto può riguardare l’aspetto puramente musicale dell’intero album.

A proposito di tributi, anni fa siete stati voi oggetto di un tribute album, come avete trovato quelle reinterpretazioni dei vostri brani?
Flegias: Tutto è stato molto gratificante. Ci ha fatto sentire più importanti di quello che siamo e saremo eternamente grati a chi ci ha voluto omaggiare. Quando tu conosci alla perfezione i tuoi pezzi, pensi che possano esistere solo così, invece grazie a questo tributo ho aperto gli occhi a nuove chiavi di lettura dei Necrodeath.

Come è stato lavorare con con Tony Dolan dei Venom Inc. e con Eric Forrest degli E-Force\Voivod?
Flegias: Grandioso! Hanno fatto un egregio lavoro che è andato oltre qualsiasi aspettativa. Tony lo avevamo già collaudato con il nostro singolo “Headhunting”, insieme a Mantas ma qui avevamo bisogno delle sue doti di attore ed è stato veramente formidabile. Con Eric invece avevamo già avuto modo di sentirlo sia in sede live che sul CD tributo poc’anzi menzionato; ha una voce formidabile che mi fa provare non poca invidia ah ah ah…

Copertina censurata: vostra scelta per evitare guai oppure vi è stata imposta?
Peso: La copertina censurata è stata una nostra scelta più che altro per rendere omaggio a Kubrick che ha dovuto subire la censura forzata in Inghilterra per oltre 20 anni del film. Da un altro punto di vista quando abbiamo proposto l’idea alla Time to Kill, hanno accettato volentieri, anche perché forse la cover vera è un po’ forte… anche se a mio avviso è molto ironica in realtà, ma qualche distributore avrebbe potuto storcere il naso.

Siete pronti a portare il disco dal vivo? Lo proporrete nella sua interezza o solo dei brani?
Peso: Non lo so, ci stiamo pensando. Devo dire che non possiamo tralasciare certi pezzi di “Into the Macabre” o di “Fragments of Insanity”, senza contare anche l’importanza che ha per noi “Mater of All Evil”, l’album della reunion con l’ingresso di Flegias nella band. Con oltre 100 canzoni scritte in questi quasi 40 anni la scaletta è sempre dura da decidere, ma alla fine sappiamo che non potremmo mai rinunciare a pezzi come “Mater Tenebrarum”, per farti un esempio…

Godwatt – Il terzo rintocco

I Godwatt ci hanno messo un po’ – a causa di fattori interni, cambio di line-up, ed esterni, restrizioni covid in primis – per tornare tra noi. Ma quando l’hanno, l’hanno fatto a modo loro, con una vagonata di riff pensanti e oscuri. E’ toccato a Moris Fosco il compito di presentarci il nuovo album “Vol III” (Time to Kill Records \ Anubi Press).

Benvenuto Moris, ai tempi della pubblicazione di “Necropolis”, vi chiesi da quale lavoro dovessimo iniziare a contare i vostri dischi, dato che in precedenza vi chiamavate Godwatt Redemption e avevate testi inglese, e tu mi rispondesti: “I nostri album dobbiamo contarli dal demo precedente a “The Hard Ride…””. Come mi spieghi, allora, quel “Vol. III” che dà il nome alla vostra ultima fatica?
Intanto grazie per averci di nuovo cercato per questa intervista! “Vol. III” indica semplicemente il terzo lavoro ufficiale della band uscito per una label, poiché tutti i dischi precedenti a “L’ultimo sole” del 2015 sono autoprodotti.

Mi pare che in generale “Vol. III” riprenda una certa oscurità che in parte avevate “diluito” in “Necropolis”, è così?
Sinceramente io trovo molto oscuri, anche se in maniera diversa, tutti i nostri ultimi tre dischi soprattutto se paragonati ai nostri primi lavori autoprodotti dove forse l’impronta stoner era un po’ più marcata. Devo ammettere inoltre, che ogni nostro disco, anche se può essere considerato stoner doom come genere, abbia caratteristiche diverse l’uno dall’altro, sia per la composizione che per la produzione in generale. Ogni disco ha un suono, una sua caratteristica, un suo groove, anche se l’impronta Godwatt si riconosce comunque.

Il vostro terzetto non è mai cambiato, almeno sino ai giorni successivi alla pubblicazione di “Necropolis”. Come sono andate le cose?
Purtroppo è proprio così poiché nel 2018, dopo pochi mesi dall’uscita di “Necropolis”, il nostro batterista storico Andrea Vozza per motivi diversi decise di lasciare la band. All’inizio non fu facile, dopo circa 12 anni di convivenza, cercare un altro batterista, sia perché eravamo e siamo ancora grandi amici e sia perché avevamo ormai un’intesa collaudatissima da anni sul palco. Questa cosa non ci permise di promuovere nella maniera idonea il disco poiché dovemmo fermarci e cercare un nuovo batterista. Dopo qualche avvicendamento, comunque, nel settembre del 2019, quindi circa un anno dopo, abbiamo ritrovato la quadratura del cerchio con l’ingresso in pianta stabile di Jacopo Granieri. Anche se proveniente da ascolti e esperienze diverse, nel giro di poco tempo è riuscito ad entrare nei meccanismi della band, tanto che pochi mesi dopo, ci siamo catapultati in studio per iniziare le registrazioni di “Vol. III”.

Il disco si apre con “Signora morte”, che se non erro è stato anche il primo singolo estratto da “Vol. III”, credi che sia il brano che oggi vi rappresenti al meglio?
Sicuramente è uno dei brani del nuovo album che noi preferiamo suonare dal vivo e comunque credo ci rappresenti anche bene, dato che ha una parte heavy iniziale e una parte stoner-doom finale che in definitiva sono un po’ le nostre caratteristiche principali.

Tra le vostre due ultime pubblicazioni sono scoppiate una pandemia e una guerra sul territorio Europeo. Nei vostri testi avete sempre trattato temi come la morte e la disperazione, ma questi anni particolarmente ricchi di eventi nefasti hanno in qualche modo cambiato la vostra percezione della morte?
Di sicuro non hanno portato gioia e solarità nei nostri testi… Anche se devo ammettere che non mi hanno influenzato più di tanto, dato che avrei comunque parlato di certe tematiche perché penso che si adattino alla perfezione alla nostra musica, che di base è negativa e oscura.

Restando in tema pandemia e guerra in Ucraina, i costi dei tour sono notevolmente aumentati in questi anni: quanto è dura per un gruppo come il vostro organizzare oggi delle date?
Sicuramente questi eventi catastrofici non ci aiutano affatto e organizzare date è diventato veramente difficile dato che le spese per i gestori/organizzatori sono aumentate a dismisura e quindi di conseguenza chiamare una band, specialmente se proveniente da lontano, diventa una spesa non sempre sostenibile. Speriamo comunque di poter riuscire a suonare il più possibile, come spiegavo precedentemente abbiamo avuto periodi di stop forzato per cercare un batterista prima e, come tutti, le restrizioni per covid successivamente.

Nonostante questi fattori critici, avete dei concerti in programma?
A Marzo suoneremo al Roma Caput Doom Fest, abbiamo una data a Latina ad Aprile e una in Puglia da confermare. Stiamo comunque lavorando per organizzarne altre.

Avete già proposto i nuovi brani dal vivo e quali sono stati i riscontri?
Si abbiamo realizzato un release party suonando tutto “Vol. III “ed è stato accolto alla grande dal pubblico anche, se un paio di brani venivano eseguiti dal vivo già da un po’ di tempo. In generale, dalle recensioni, come anche dai social, sembra che il disco stia piacendo molto e non vediamo l’ora di farlo ascoltare il più possibile.

In chiusura vorrei tornare nuovamente alla nostra intervista del 2018: in quell’occasione mi parlaste di un brano escluso da “Necropolis” per la sua lunghezza e che nelle vostre intenzioni sarebbe dovuto poi andare a finire in un futuro EP. Che fine ha fatto quel pezzo? Avete ancora intenzione di fare un EP?
Che memoria! Quel pezzo è rimasto purtroppo nel cassetto… almeno per ora! È stato registrato con il vecchio batterista e aveva una produzione diversa da quella di “Vol. III”, quindi sarebbe da registrare nuovamente magari per una prossima uscita.

Cancervo – La montagna sacra

Un paio d’anni fa ha fatto la propria comparsa nella scena doom nostrana una nuova e interessante creatura. I lombardi Cancervo, nel giro di due dischi, sono stati capaci non solo di attirare le attenzioni degli amanti delle sonorità più fumose e lisergiche, ma anche di variare il proprio sound da un doom\stoner strumentale dal taglio psichedelico a un doom più tradizionale con voce e rimandi alla scuola italica . “II” (Electric Valley Records \ Qabar Pr) è fuori da qualche giorno, ne abbiamo discusso con il bassista\cantante Luca.

Benvenuto Luca, anche se potete contare già due album nella vostra discografia, la band è di recente formazione, per questo ti chiederei di ripercorre velocemente la vostra storia a vantaggio di chi ancora non vi conoscesse…
Ciao, nasciamo come Cancervo ad inizio 2020, dopo qualche cover per trovare il giusto feeling, proviamo ad inviare il nostro primo brano (“Darco”) ad Electric Valley Records. Sorprendentemente il pezzo piace e ci accordiamo per l’uscita di “I” che vede la luce a febbraio 2021. Persuasi dal buon feedback ricevuto per il nostro LP d’esordio, concordiamo, sempre con Electric Valley Records, l’uscita del nostro secondo album “II” per Gennaio 2023.

Un elemento che colpisce immediatamente è il vostro nome, ti andrebbe si piegarne il significato?
Il nome proviene dalla montagna che domina la nostra valle. In passato i suoi boschi venivano incendiati per rigenerare i pascoli per gli anni a venire. Questo ci ha dato l’ispirazione per “prendere in prestito” il nome e scrivere il nostro primo singolo.

Alla luce di ciò, quanto la natura che vi circonda vi influenza al momento della composizione dei vostri brani?
Tanto. Conosciamo i nostri territori e le loro leggende, esploriamo e cerchiamo inspirazione in tutto questo. Una volta immersi in una di queste storie cerchiamo di metterla in musica preservando quelle emozioni.

Tra la pubblicazione di “I” e “II” è passato relativamente poco tempo, c’è qualcosa che non è stato utilizzato nel primo disco che poi è andato a finire nel secondo?
Assolutamente no. Anzi “I” è stato completato con la nostra versione di una delle cover che all’epoca proponevamo live (“Swlabr”). Forse proprio questa canzone ha segnato lo spartiacque per giungere poi al secondo album.

Come dicevo, tra i due dischi non è che ci passi molto tempo, eppure “I” mi sembra più orientato sullo stoner\doom, mentre “II” in molti frangenti mi pare più vicino alla tradizione doom italiana: sei d’accordo con me?
Pienamente d’accordo, il primo album è fortemente influenzato dal prog-rock inglese degli anni ‘60/’70, Cream e King Crimson in testa. Nel secondo invece non sappiamo bene quale sia stata la nostra fonte d’ispirazione, diciamo che forse siamo stati meno influenzati e abbiamo trovato il nostro sound e la nostra via..

Altra novità importante in “II” è il ruolo della voce, del tutto assente sull’esordio e invece presente su questo disco: a cosa è dovuto questo cambio stilistico?
Un caro amico ci disse “se non avete nulla da dire (cantare) meglio non dire nulla”. Sacrosanta verità! Non abbiamo mai voluto autoimporci la presenza o no della voce. Nel primo album siam riusciti ad esprimere tutto con la sola musica, mentre in ”II” è stata essenziale per dar forma a certe sfumature.

Ho fatto un giro su Bandcamp e ho scoperto che l’edizione in vinile del vostro esordio è esaurita in tutte le sue varianti fisiche. Sono previste delle ristampe, magari per la prima volta in CD, dato che in precedenza lo avete pubblicato solo in digitale e vinile?
A grande sorpresa è andato completamente sold-out ed il secondo lavoro è arrivato subito senza farci pensare ad un’eventuale ristampa. Ad oggi la escludiamo, ma mai dire mai…

Invece, “II” in quali formati uscirà?
Anche “II” è previsto in digital e vinile, ma con una tiratura di 500 pezzi.

Dalla vostra pagina FaceBook ho appreso che nel mese di marzo farete alcuni concerti all’estero e in Italia, possiamo aspettarci altre date?
Stiamo lavorando ad altre date della tournee europea che ci occuperà metà mese di Marzo. In parallelo stiamo finalizzando un evento per il mese di Febbraio, in compagnia degli amici Humulus e di una nota band tedesca, ed uno per il mese di Aprile ancora tutta da imbastire. Per l’estate c’è ancora tanta indecisione, “III” sta prendendo forma e la voglia di pubblicarlo ad inizio 2023 è forte…

The Ossuary – Devils in the night sky

Venerdì, 23 dicembre, all’Extreme Academy di Bari si terrà il concerto degli The Ossuary, una delle realtà più importanti che la nostra città abbia partorito in ambito musicale prettamente metal. Gli Ossuary, giunti al loro terzo lavoro discografico, “Oltretomba”, ottengo sin dai loro esordi ottimi riscontri anche a livello internazionale, proponendo un personalissimo heavy occult rock, come loro stessi definiscono il loro sound. Abbiamo intervistato il loro batterista, Max Marzocca, già noto agli appassionati del genere, per la sua lunga militanza nella band altrettanto storica, i Natron.

Max, con gli Ossuary siete arrivati al terzo album, quali sono le differenze che avete trovato nel modo di concepire questo lavoro rispetto ai due precedenti?
Abbiamo diretto il nostro sound “doom and gloom” ulteriormente verso territori psichedelici ma il processo compositivo è rimasto sempre lo stesso. Per “Oltretomba” è cambiato il modo di registrare un album, stavolta abbiamo deciso di incidere tutti gli strumenti separatamente per avere un risultato più definito e per questo ci siamo presi più tempo rispetto ai due dischi precedenti.

Ci sono stati cambi di formazione recentemente?
All’inizio dell’estate del 2021 ci siamo separati da Dario e Domenico che hanno deciso di intraprendere altri percorsi personali e musicali. Alex era il nostro chitarrista session e video maker con cui collaboriamo sin dal 2017 ed ora è in pianta stabile da giugno 2021. Dal vivo abbiamo ripreso a suonare con un bassista session, dopodiché Francesco si è unito a noi ad agosto di quest’anno.

State portando il vostro tour in diverse città in tutta Italia, ci sono secondo te, delle città più “ricettive” dal punto di vista musicale o il pubblico metal o rock generalmente ha lo stesso tipo di impatto ovunque?
Il feedback verso la nostra musica in genere è sempre uguale, abbiamo un manipolo di follower un po’ dappertutto nelle principali città in Italia e all’estero, poi molto dipende dal lavoro di promozione delle serate. Se i promoter lavorano bene allora ci sono buone possibilità che la gente venga a vederci dal vivo. Ad ogni modo non vediamo l’ora di tornare ad esibirci nella nostra città dove non suoniamo dalla fine del 2019.

Tu suoni metal da tantissimi anni, nota la tua carriera con i Natron, è ancora difficile suonare questo genere in Italia?
Per quanto possa essere appetibile ad una fascia di pubblico più ampia rispetto a quella dei Natron, gli Ossuary sono comunque una band che suona un genere di nicchia. Questo significa che avremo sempre difficoltà qui in Italia dove l’interesse verso un certo tipo di sonorità è un fenomeno relegato all’ underground. Non abbiamo accesso ad un circuito che ci permetta di suonare in club più grossi o di ricevere supporto dalle strutture preposte al supporto della cultura e della musica. Così come per Natron, gli Ossuary sono degli outsider che hanno feedback maggiore fuori dai confini patrii, la nostra casa discografica è tedesca, il nostro distributore è internazionale e la maggior parte del pubblico che ci segue è in U.S.A e in Europa. La pandemia e la crisi economica hanno avuto un impatto pesante sull’economia e di conseguenza su tutto il settore dell’industria discografica e della musica dal vivo, quindi ovunque è diventato difficile portare in giro la propria musica. Noi comunque ci riteniamo sodisfatti di aver suonato nell’arco di circa un anno diciotto concerti in giro per l’Italia.

Che tipo di set ci aspetteremo il 23?
Sarà il nostro show speciale di fine anno! La setlist sarà la stessa che portiamo dal vivo da un po’ di tempo: tutto “Oltretomba” e un paio di brani per ognuno dei due dischi precedenti ma avremo come ospiti sul palco le Scarlet Mandrake, un trio di danzatrici di tribal fusion di Bari che per l’occasione allestiranno uno show teatrale in tema con le nostre sonorità e danzeranno durante il nostro live set. In più avremo l’onore di ospitare gli amici Grendel, la storica prima heavy metal band di Bari fondata verso la fine degli anni ’70”.

E proprio la voce dei baresi Grendel, Gennaro Verni, ci racconta:
La band nasce nel 1980, ma è nel 1981 che prende forma con Vito Milella alla chitarra, Oliviero Spinelli al basso, Gaetano Pierno alla batteria, sostituito da Onofrio Mantuano in seguito al suo abbandono per motivi di studio, e me alla voce. A cavallo tra il 1981-1982 i Grendel si sono esibititi in circoli culturali baresi e della provincia e proprio dopo in un’esibizione a Capurso, nel cinema cittadino, la band si sciolse e io con Vito Milella insieme ai fratelli Bruno di Castellaneta formiamo gli Hellbound band che ha partecipato all’Italian Massacre nel 1983, evento che viene considerato il come il primo festival metal italiano. La nuova formazione dei Grendel vede solo me alla voce della formazione originale, gli altri due purtroppo non sono più tra noi, e si completa con Angelo Errico alla batteria, Michele Langiulli (Mitch Allen) alla chitarra, Gino Gentile (Ataniel) al basso. Proprio grazie al lavoro incredibile di Langiulli che da una registrazione telefonica ritrovata su una cassetta dispersa è riuscito a rievocare i pezzi di quel repertorio inedito in pieno stile metal anni 80, e nel risuonare questo repertorio sembra quasi che si materializzino sia Oliviero che Vito. L’invito degli Ossuary ad aprire l’ultima data del loro incredibile tour finale del 2022 è una specie di magia e rende tutto eccezionale.

INTERVISTA ORIGINARIAMENTE PUBBLICATA SU “IL QUOTIDIANO DI BARI” IL 21 DICEMBRE 2022

Ahab – 20000 leagues under the sea

ENGLISH VERSION BELOW: PLEASE, SCROLL DOWN!

Forse era scritto nelle stelle che prima o poi gli Ahab e il capolavoro di Jules Verne “20000 leghe sotto i mari” si sarebbero incontrati. “The Coral Tombs” (Napalm Records \ All Noir) è l’ennesimo grandioso incubo marino partorito dalla band tedesca, ne abbiamo discusso con il batterista Cornelius.

Ciao Cornelius, dopo il vostro precedente acclamatissimo album “The Boats Of The Glenn Carrig”, avete impiegato otto anni per pubblicare un nuovo disco. Avete sentito il peso della responsabilità di garantire un grande successore al vostro quarto album?
Assolutamente! All’inizio sembra sempre un peso. Registriamo e pubblichiamo solo musica di cui siamo convinti al 100%. I nostri album sono sempre il meglio che siamo in grado di offrire in quel preciso momento. Quindi quando pubblichiamo qualcosa, mi capita sempre di pensare “come mai faremo a incidere di nuovo un album che sia figo come questo?”. Avverto una responsabilità nei nostri confronti, in primis. Avere una band perde ogni significato non appena smetti di sfidare te stesso. E sfidarci significa scrivere canzoni che ci piacciono, in primo luogo. Che siano passati otto anni questa volta non ha cambiato tutto questo, almeno fino alla data in cui abbiamo seriamente iniziato a scrivere le nuove canzoni di “The Coral Tombs”.


“The Coral Tombs” è ispirato al capolavoro di Jules Verne “20000 leghe sotto i mari”, era scritto nelle stelle che prima o poi la vostra musica e questo capolavoro letterario si sarebbero incontrati, sei d’accordo con me?
Beh, sì, haha… Anche seo libro è in circolazione da un bel po’ di tempo, tutti noi siamo stati affascinati dal film Disney nella nostra infanzia. Ma la storia non sembrava dare spazio a riff distorti e a grugniti death metal. Questa opinione è cambia quando abbiamo letto il libro. Quindi, ancora una volta, abbiamo avuto la la prova che la lettura aiuta.

Durante i tuoi tour passati, hai mai visitato Les Machines de l’île a Nantes, l’isola dove alcuni artisti hanno costruito le fantastiche macchine di Verne?
Hmmmm, aspetta…. Nel nostro tour con Mammoth Storm e High Fighter siamomstati a Nantes. Ho dovuto mandare un messaggio agli altri membri della band per scoprirlo. Secondo loro, Chris e Stephan ci sono andati. Daniel ed io eravamo ovviamente ubriachi… Ma non ho prove certe, posso solo fare affidamento su quello che mi è stato detto, haha!

Un giochetto veloce veloce: Melville o Verne?
Melville!

Cosa è arrivato prima, il tuo amore per la letteratura o per la musica?
Questa è in realtà un’ottima domanda. Ricordo che nella mia infanzia ho letteralmente divorato libri. Ma la musica è sempre esistita, quindi davvero non posso dirlo. Ma entrambe sono state con me sin dalla prima infanzia, questo è certo!

Dal punto di vista musicale questo è forse il tuo album più vario ma anche il più estremo…
Penso di sì, sì. È un po’ presto per parlare dell’album nella sua interezza, perché non ne ho ancora una visione personale. Ma pensando a quello che abbiamo fatto musicalmente, immagino che sia, in effetti, il più vero.

Come sono nate le collaborazioni con Chris Noir di Ultha e Greg Chandler di Esoteric?
Stavamo cercando una voce che offrisse un netto contrasto con quella profonda di Daniel per l’intro. Poiché ci piacciono le urla assolutamente disperate di Chris, gli abbiamo semplicemente chiesto se gli sarebbe piaciuto contribuire al nostro album. Greg Chandler è un amico di lunga data degli Achab. Gli Esoteric hanno avuto una grande influenza sugli Achab, specialmente durante il periodo della fondazione. Quindi era solo una questione di tempo prima che accadesse un qualcosa di simile a questa collaborazione.

Durante il tour di quattro date di novembre, avete suonato le nuove canzoni? Come hanno reagito i vostri fan?
Sì, abbiamo suonato “Colossus of the Liquid Graves” e “Mobilis in Mobili”. Alla gente pare che siano piaciute molto. In generale posso dire che ci sono alcune canzoni nel nuovo disco che sembrano funzionare molto bene sul palco.

Quali sono i vostri prossimi appuntamenti dal vivo?
Il 14 gennaio terremo il release party di “The Coral Tombs” in una chiesa a Braunschweig, in Germania. Abbiamo alcune date confermate e altre che sono in contrattazione, proprio ora. Ad essere onesti, ho dimenticato quali sono confermate e quali no. Quindi immagino che sia più facile per voi controllare sulla nostra homepage ahab-doom.de, haha…

Perhaps it was written in the stars that sooner or later Ahab and Jules Verne’s masterpiece “20,000 Leagues Under the Sea” would meet. “The Coral Tombs” (Napalm Records \ All Noir) is yet another great marine nightmare born from the German band, we discussed about it with the drummer Cornelius.

Hi Cornelius, after your much acclaimed album “The Boats Of The Glenn Carrig”, you needed eight years, to release a new record. Did you feel the weight of responsibility to grant a great follow up to your fourth album?
Absolutely! It always feels like a weight at first. We only record and release music we are 100% convinced by. Our albums always are the best what we are able to deliver at this very point in time. So when we release something it´s always the same that I think “how are we ever gonna make an album again that is as cool as this one?”. I feel a responsibility for ourselves, in the first place. Having a band loses its point as soon, as you stop challenging yourselves. And challenging means writing songs we like ourselves, in the first place. That it has been eight years this time didn’t change, until the date when we seriously started writing new songs for “the Coral Tombs”.

“The Coral Tombs” is inspired by Jules Verne’s masterpiece “20000 Leagues Under The Sea”, It was written in the stars that sooner or later your music and this literary masterpiece would meet, do you agree with me?
Well, yes, haha… This book has been around for quite some time, actually. All of us have been fascinated by the Disney movie in our childhoods. But the story never seemed to give room for heavily distorted riffs and death metal grunts. This changed, when we read the book. So, again, there is proof that reading helps, in fact.

During your past tours, have you ever visited Les Machines de l’île in Nantes, the island where some artists built Verne’s fantastic machines?
Hmmmm, wait… On our tour with Mammoth Storm and High Fighter we were in Nantes. …I just had to text my bandmember to find out. According to them, Chris and Stephan were there. Daniel and me were drunk obviously… But I have no proof here, I have to rely on what I was told, haha!

Just a little game: Melville or Verne?
Melville!

Did your love for literature or music come first?
This is actually a very good question. I remember that I literally swallowed books in my childhood. But music always had been around, so I really can´t tell. But both of them have been with me since early childhood, that´s for sure!

From a musical point of view this is perhaps your most varied album but also the most extreme…
I think so, yes. It is a little bit early to talk about the album in its entireness, because I don´t have the personal distance to it, yet. But thinking of what we did here musically, I guess it is, in fact, the most veried one.

How did the collaborations with Chris Noir of Ultha and Greg Chandler of Esoteric come about?
We were looking for voice that delivers a harsh contrast to Daniel deep voice for the intro. For we like Chris´ utterly desperate screams we just asked him if he´d like to contribute to our album. Greg Chandler has been a long term friend of Ahab. Esoteric have been a major influence on Ahab, especially during the founding time. So it was just a matter of time until something like this collaboration would happen.

During the November four dates tour, did you play the new songs? How did your fans react?
Yes, we played “Colossus of the Liquid Graves” and “Mobilis in Mobili”. People seemed to like them very much. Generally I can say that there are quite some songs on the new record wich seem to work very well on stage.

What’s about your next live dates?
On January, 14th will play a release show for “the Coral Tombs” in a church in Braunschweig, Germany.We have a few confirmed dates and some more that are being discussed, right now. To be honest, I somehow lost, wich ones are confirmed and wich arent´. So I guess, it´s easiest to check our homepage ahab-doom.de, haha…

Mater A Clivis Imperat – Memorie dal luogo atroce

Italiani popolo di santi, poeti e navigatori… ma non solo. Se c’è un qualcosa che sappiamo fare meglio degli altri, anzi direi meglio di tutti, è quel sound che unisce magistralmente progressive rock e sonorità oscure. Lo abbiamo fatto in passato con Jacula, Goblin, Devid Doll, lo facciamo ancora, senza paura di confronti con i nomi citati, con Il Segno del Comando, L’Impero delle Ombre e i più recenti Mater A Clivis Imperat. Capeggiata da Samael von Martin (Evol\Death Dies), questa misteriosa orchestra ha tirato fuori una delle cose più belle del 2022, quel “Atrox Locus” (Black Widow Records) che ha attirato da subito le attenzioni degli amanti di certe sonorità…

Benvenuto Samael, i Mater A Clivis Imperat, pur essendo nati non molti anni fa, hanno alle spalle una storia iniziata molto prima, quasi che una forza misteriosa, attraverso vari progetti, ti abbia poi portato a comporre “Atrox Locus”. Ti va di ripercorre le tappe principali di questa epopea?
I Mater a Clivis Imperat si formano grazie alla mia passione per la musica progressive italiana anni 70 di band quali Goblin, Jacula, Biglietto per L’Inferno e dei compositori Ennio Morricone e Fabio Frizzi. I Mater a Clivis Imperat sentono anche una forte influenza dei loro conterranei veneti Devil Doll, dei quali sono grandi estimatori. Il concetto dell’opera è stata abbozzata più di 10 anni fa, nel lontano 2008, ma poi accantonata a causa degli impegni con le band che tra incisioni e concerti, mi hanno lasciato poco tempo per la lavorazione conclusiva. Proprio mentre sostituivo temporaneamente il chitarrista dei Deusdiva, una hard rock band padovana, nel 2011, vengo a contatto con la cantante Isabella che decide di prestare la voce per portare a termine il progetto, che si intitolerà “Atrox Locus”. In origine ispirata a temi dell’orrore ma nel corso degli anni, sviluppata in maniera esoterica. Nel periodo di marzo – aprile 2020 ho lavorato a capofitto per terminare le composizioni e per farlo mi sono avvalso, oltre che della voce di Isabella, anche della Soprano Elisa Di Marte, dell’organista Milanese Alessio Saglia e di una sua collega Natalia Brankovic al pianoforte, con la quale lavora in ambiente sanitario. Dopo l’estate 2020, con tutto il materiale musicale mi recato agli Giane Studio di Padova per registrare la voce principale, i canti gregoriani e per mixare. Le musiche assumono un connotato sempre più occulto, nonostante le composizioni non siano per forza sempre oscure, rivelando un qualcosa di macabro, costantemente. Le influenze musicali oltre a provenire dall’ambito italiano, sono frutto della passione per la musica dei Black Sabbath, dei Coven, dei Black Widow e molti altri. Le liriche trattano di antichi racconti popolari detti anche “Racconti del filò” e narrano di leggende e superstizioni ancorate nelle magiche terre dei colli Euganei il tutto visto attraverso gli occhi della band.

Ti andrebbe di presentare, in maniera più approfondita, la formazione che ha inciso il disco?
Il disco è stato da me composto, pensato e mi sono occupato delle parti di chitarra, basso alcune tastiere e vari effetti, Hanno collaborato alla sua realizzazione Tomas Contarato, Isabella, Natalija Brankovic e Alessio Saglia. Tomas è un batterista preparato versatile nei vari generi musicali. Isabella, oltre ad essere una cantante strepitosa, ha una sensualità nel parlato che fa venire i brividi. E’ stata la cantante dei Deusdiva e dei Kolossal. Natalija Brankovic si è occupata del pianoforte ed è un personaggio particolarmente oscuro e stravagante. Alessio un ottimo tastierista, attualmente suona con Maurizio Vandelli. Come special guest si è occupata del cantato lirico Elisa Di Marte, noto soprano delle mia terre e molto dotata.

E’ pure vero che tu sei la mente principale, ma quale contributo hanno dato i diversi membri alla composizione dell’opera?
Inutile dire che anche involontariamente, ognuno dei membri ha contribuito alla realizzazione del lavoro mettendoci del proprio. In “Atrox Locus” ho richiesto le esecuzioni o scritto le partiture in maniera dettagliata ma nel prossimo lavoro ho lasciato loro un maggior campo di espressione tanto da aver fatto crescere ed arricchire l’opera che vedrà la luce il 31 ottobre 2023. Il lavoro di Alessio è notevole come lo sarà per il nuovo chitarrista piemontese che ha collaborato al disco. Tutto è al proprio posto e il nuovo lavoro vedrà la presenza di ospiti famosi nel campo del progressive italiano.

Possiamo considerare “Atrox Locus” un canonico concept album oppure si tratta di brani a se stanti ma legati da un filo comune?
“Atrox Locus” è entrambe le cose: ovvero un concept album ma non in modo convenzionale. Quindi, come dici tu, si parla di brani a se stanti ma legati da un filo conduttore. Le liriche narrano delle leggende popolari dei colli Euganei viste attraverso gli occhi di tre streghe (allegorie della natura) mentre di collina in collina viaggiano attraverso ville storiche in rovina fino ad approdare al monastero del monte Venda per adorare l’oscura Madre che domina dalle colline, il tutto tra leggende e folklore padovano. Per quest’opera mi sono ispirato si alle fole esoteriche delle mie campagne ma anche ai racconti del filò che si svolgevano nelle stalle fino ai primi anni 80, periodo nel quale mi trasferii dalla città alla periferia.

Musicalmente avevi già un’idea del disco? Sapevi che avrebbe giocato con le influenze di Jacula, Requiem, Goblin e dei maestri della tradizione cinematografica italiana?
Musicalmente come ho detto prima, il progetto nasce nel 2008 e naturalmente le influenze sono sempre le stesse che mi accompagnano dai tempi degli Evol… Diciamo che con questi ultimi masticavo pane, Celtic Frost e Goblin, mentre per quanto riguarda i Mater a Clivis Imperat ho dato sfogo alla mia passione musicale che tanto amo ovvero il progressivo italiano horror anni 70. Sono cresciuto con colonne sonore come “Profondo rosso”, “L’uccello dalle piume di cristallo”, “Quattro mosche di velluto grigio” dal quale ho assimilato lo stile di batteria oltre ad ispirarmi al lavoro di Agostino Marangolo, “L’aldilà” di Fabio Frizzi”, di non poca importanza “Lucifer’s rising” di Bobby Beausoleil, senza tralasciare tutta l’opera di Antonio Bartoccetti. Il mio lavoro è abbastanza contaminato dalle influenze degli artisti appena nominati anche se in verità ho creato un sound piuttosto personale che verrà sviluppato maggiormente nel prossimo lavoro. Per quanto riguarda i registi che hanno ispirato almeno in parte “Atrox Locus” posso citare senza ombra di dubbio Dario Argento, Lucio Fulci, Alberto De Martino, Sergio Martino e molti altri…

I Mater A Clivis Imperat appaino molto distanti da quanto fatto da te con alcune tue band procedenti (Evol e Death Dies), ma secondo te c’è qualcosa che accomuna questa creatura alle altre ben più estreme?
No non direi… Qualcuno ancora accomuna i Mater con gli Evol ma nulla di più sbagliato. Se l’opera l’avessi stampata con un altro nome invece che Samael Von Martin, nessuno avrebbe accostato le due band. I Mater a Clivis Imperat sono totalmente distanti dal mondo metal o black metal, non c’entrano in nessun modo. Se devo trovare per forza una similitudine che non sia nel prog italiano, li vedrei più simili ai Nox Arcana, nonostante la differenza di stile o di strumenti musicali. Non so se mi spiego. Se invece intendi la passione per l’occulto, l’esoterismo nonché le tradizioni popolari e folcloristiche posso dire che, essendo un mio interesse costante, tutti i miei progetti sono accomunati da questo. Ma musicalmente non ci troverai nessuna somiglianza, ho stravolto il mio stile musicale e abbandonato certi gusti per l’estremo nel realizzare “Atrox Locus”.

Credo che un approfondimento lo meriti anche la stupenda copertina…
Avevo bisogno di dare un vestito al progetto. Non ho voluto puerili inneggi a varie divinità o espliciti riguardi nei confronti di chissà chi, ho solo sempre avuto stima per i lavori di Enzo Sciotti con il quale sono cresciuto (da amante dei film in generale, horror o meno…) fin da piccolo e mi sono chiesto: chissà se risponderà alle mie mail o se sarà interessato alla cosa… Per me è uno dei migliori illustratori di sempre, tanto che all’inizio lo ricordo anche come l’esecutore di alcune copertine magnifiche dei fumetti horror erotici anni 70. L’opera che Enzo ha creato per noi si discosta dal solito pandemonio di immagini, “Atrox Locus” sembra la locandina di una colonna sonora di un film mai realizzato. Ed è quello che è, come opera nella sua interezza. Enzo ha ascoltato attentamente le mie spiegazioni e con il suo magico colpo di Maestro, ha riassunto tutte le mie visioni in maniera semplice ed esaustiva. Mi è dispiaciuto moltissimo per la sua dipartita, era una cara persona abile e umile come pochi. Ricordo ancora un sacco le lunghe conversazioni sul mondo del cinema e sulla musica attuale. Il suo strumento preferito era il violino così ho scelto di rappresentarlo assieme all’ idea del Maestro come metafora e per quanto riguarda le tre streghe, come accennato prima, sono allegorie delle terre venete.

Porterete dal vivo il disco?
Ho già avuto richieste per la cosa ma per ora non ci penso minimamente. Sto lavorando al seguito di “Atrox Locus” e pure ad una piccola operetta che verrà inclusa nella versione limitata, ho appena realizzato il video clip del singolo, edito per Black Window Records, “Chori Tragici”, Quindi il tempo non è abbastanza per fare questo passo. Non nego che in futuro qualcosa possa accadere, ma per il momento preferisco concentrarmi sul lavoro in studio.

In chiusura, come dobbiamo considerare i Mater A Clivis Imperat un progetto estemporanea oppure una vera e propria band che pubblicherà album con una certa costanza?
I Mater A Clivsi Imperat sono un’orchestra a tutti gli effetti, e mi darò da fare per realizzare e mettere in musica le visioni che mi ossessionano quanto possibile. Oltre ad “Atrox Locus” esiste un sette pollici picture inedito ed estremamente limitato, oltre al nuovo lavoro che è già praticamente pronto e vedrà la collaborazione di Elisa Montaldo, Flavio “Nequam” Porrati, Domenico Lotito, Simon Ferètro oltre che alla formazione citata in precedenza. Il lavoro sarà molto più personale, anche se influenzato dai maestri di cui ho parlato. La copertina verrà affidata ad un altro famoso illustratore italiano. Detto questo, vi ringrazio, per acquistare il disco scrivete a blackwidow@blackwidow.it.

Demonio – La musica del demonio

La musica dei Demonio, dopo gli ottimi riscontri ricevuti su Bandcamp in versione digitale, sta per essere pubblicata da Helter Skelter Productions / Regain Records in formato CD e cassetta. Un’occasione ghiotta per chi ha avuto modo di apprezzare “Electric Voodoo” e “Black Dawn” di accaparrarsi in un colpo solo entrambe le uscite, grazie alla compilation “Electric Voodoo of the Black Dawn”.

Benvenuto Matteo, direi di iniziare dalla fine: dal 24 dicembre sarà disponibile “Electric Voodoo of the Black Dawn” per la Helter Skelter Productions / Regain Records in formato CD e cassetta. Questa compilation, se possiamo definirla così, raccoglie “Electric Voodoo” e “Black Dawn”, rispettivamente il vostro album del 2021 e l’Ep del 2022, inizialmente usciti solo in formato digitale. La vostra musica quanto ha bisogno di un supporto fisico per essere goduta al meglio?
Ciao e grazie per questa intervista, ci fa molto piacere. Direi che non solo la nostra musica ma tutta la musica avrebbe sempre bisogno di un supporto fisico per essere goduta appieno! L’esperienza di ascoltare musica in vinile resta difficilmente superabile nella mia umile opinione. Parlando di vinili, abbiamo da poco ricevuto il vinile test press da parte della DHU Records, l’etichetta olandese che sta per rilasciare a breve sia l’album “Electric Voodoo” che il mini album “Black Dawn” proprio in vinile e per noi è stato davvero super figo poter alla fine ascoltare la nostra musica per la prima volta con il giradischi!

Da amanti del vintage siete più eccitati dell’idea di avere fuori un CD o una Cassetta a vostro nome?
In realtà non mi sento di sminuire nessun supporto fisico, anche il CD ha la sua dignità e personalmente ne ho collezionati tanti quando ero più giovane, anche se poi mi sono dedicato molto di più alle cassette oltre che ai vinili, dal momento che a un certo punto è iniziato un revival, più che giusto a mio parere, dell’analogico. Il fatto che il CD non abbia alcun problema di spazio per i brani resta di sicuro il suo punto forte e questo ci permette di avere una versione veramente bella del nostro materiale rilasciato in un pezzo unico dalla Regain Records – Helter Skelter Productions. Insomma tutti i formati sono validi fintantoché si supportano le band che più ci piacciono!

Dimmi aualcosa in più della versione in vinile…
Sì, come detto sopra verso fine dicembre dalla DHU Records dovrebbero partire i preordini dei vinili, quindi occhio che con le edizioni limitate non si sa mai quanto durino, eheh. Tra l’altro sarà in una fighissima edizione “sawblade” cioè con i bordi stile lama circolare.. e ho detto tutto!!

Come erano andati entrambi i lavori in digitale e cosa vi aspettate da queste pubblicazioni in formato fisico?
Erano stati pubblicati solo sul nostro Bandcamp per farli girare un po’ a name your price e a qualcuno sembrano essere piaciuti, qualcuno probabilmente è stato colpito dalle copertine eccessive innanzitutto ma poi la musica pure ha ricevuto degli apprezzamenti! Dalla pubblicazione in fisico non sappiamo cosa aspettarci ma abbiamo avuto dei messaggi da persone che già non vedono l’ora di ricevere il disco. Yeah!

Come è nata la collaborazione con la Helter Skelter Productions / Regain Records?
Amici in comune ci hanno messo in contatto e Per ha detto subito di essere interessato a rilasciare la musica del Demonio in CD e cassetta il che ci ha fatto un estremo piacere.

Tra le due uscite ci sono pochi mesi di differenza, “Electric Voodoo” e “Black Dawn” sono il frutto della stessa sessione di registrazione?
No, “Electric Voodoo’’ era stato registrato tra ottobre e novembre 2021, mentre i tre brani di “Black Dawn’’ soni stati registrati tra aprile e maggio 2022 quindi svariati mesi dopo!

Siete già a lavoro sui nuovi brani e, se sì, in che direzione vanno?
Al momento siamo fermi nello scrivere nuovi pezzi ma vorremmo continuare sulla linea delle tracce di “Black Dawn’’ e andare in territori sempre più psychedelic rock, questa in linea di massima sarebbe l’idea.. difficile dire quando succederà.

Al di là dell’attività da studio, come siete messi con quella live?
Per il momento non abbiamo attività live in programma, anche perché abbiamo avuto un po’ di modifiche nella vita personale di alcuni di noi che ci hanno portato a essere più distanti per motivi vari di lavori e famiglia ecc. quindi già fare prove adesso è diventato ben più incasinato.. ma mai dire mai!

A te la chiusura…
Grazie per l’intervista e ascoltate “Electric Voodoo Of The Black Dawn’’ sulla pagina
https://regainrecords.bandcamp.com/album/electric-voodoo-of-the-black-dawn !!!