David Shankle – Sulle corde del destino

David Shankle è uno dei più grandi maestri dello shred. Dopo l’incredibile parentesi con i Manowar nei primi ’90, con il suo debutto su “The Thriump of Steel”, in questi anni ha dedicato tutta la sua vita alla musica, aprendo anche una sua accademia. In questa intervista per Il Raglio del Mulo, David ci ha rivelato il suo punto di vista sulla musica di oggi, cosa si prova quando si suona per i Manowar e con quali band dell’odierna scena dell’heavy-power metal collabora.


Ciao David, benvenuto su Il Raglio del Mulo, come è iniziato il tuo percorso nella scena metal?
Mio padre mi ha fatto iniziare a suonare a otto anni. Ho smesso per un periodo ma ho ripreso da adolescente e da allora non ho più smesso. Dopo aver esplorato tutti gli stili musicali, il neoclassic power/progressive metal e la chitarra classica hanno catturato il mio cuore.

Hai mai pensato di abbandonare la musica?
No. La musica è la mia vita. Amo tutte le band in cui sono stato, quelle con cui ho collaborato come ospite con i miei assoli e il mio disco strumentale che sto pianificando per il prossimo futuro. Per quanto riguarda i Manowar, è stata un’esperienza meravigliosa e mi ha portato un disco d’oro/di platino e l’opportunità di suonare davanti a centinaia di migliaia di fan.

Cosa pensi della satura scena metal attuale, credi che sia più difficile vivere di musica ora che in passato?
Come si dice: le cose cambiano, cambiano sempre. Ma c’è posto per tutti, basta fare ciò che si ama, in cui si crede. Almeno per me, funziona così.

Secondo te, cos’è che non consente la crescita dell’underground?
Come dicevo prima, credo che tu debba lottare per i tuoi sogni e fare ciò che desideri, poi tutto andrà a posto da sé.

Internet oggi, con le piattaforme di musica digitale, secondo te è una benedizione o una maledizione?
È una benedizione. Le cose cambiano. È necessario seguire le nuove opportunità e lavorare all’interno del sistema per avere successo.

David, quanto materiale hai registrato in tutti questi anni anche in veste di ospite?
I Manowar erano una band meravigliosa, con “The Triumph of Steel” portarono a casa un disco di oro/platino; tre album con i DSG: “Ashes to Ashes”, “Hellborn” e “Still a Warrior”; un album con i Feanor, “Power of the Chosen One”; un album con i GraveReign, “Destination Aftermath”. Con i Wings of Destiny pubblicherò a breve nuova musica, mentre ho inciso 30 assoli come ospite su progetti di altri artisti. Farò uno strumentale in futuro. Tutto sarà disponibile sulle piattaforme digitali a breve.

Secondo te, una band emergente, qualunque sia lo stile del metal, può avere successo solo se ha una grande etichetta alle spalle o, al contrario, oggi ci sono più possibilità di farcela senza dover dipendere da una label?
Come artista, è sempre bello avere un’etichetta alle spalle, ma internet ha fornito a tutta la musica maggiori possibilità di essere ascoltata e ha offerto incredibili opportunità alle band emergenti.

Cosa pensi debba cambiare urgentemente nell’industria musicale?
Dobbiamo tornare a fare tour e suonare per i fan. Credo che ciò accadrà presto, e non vedo l’ora!

Cosa ti spinge a registrare metal?
L’amore per lo strumento e dei fan che mi chiedono poter ascoltare dei nuovi brani. Suonerò fino al giorno della mia morte e andrò in tournée finché non chiuderanno la mia bara… o anche più a lungo…

Nel 1992 uscì “The Triumph of Steel”, cosa ricordi di quel periodo con i Manowar?
Quello con i Manowar è stato un periodo meraviglioso della mia vita. Ho scritto metà di “The Triumph of Steel”, che è diventato oro/platino e mi ha aperto molte porte. Mi ha dato la possibilità di girare il mondo e suonare davanti a centinaia di migliaia di fan. Ciò ha portato al successo dei miei album come DSG e a tutto quello che sto facendo oggi.

Slowtorch – The machine has failed

Gli Slowtorch hanno affrontato l’impervia burrasca del lockdown, che ha stravolto i piani dei bolzanini, uscendone vincitori grazie a un album convincente come “The Machine Has Failed” (Electric Valley Records / Qabar Pr).

Benvenuto su Il Raglio del Mulo, Bruno. Il 29 è la data scelta per la pubblicazione del vostro terzo album. Avete dei ritmi lenti, però devo riconoscervi una certa puntualità. Tra il debutto “Adding Fuel to Fire” e “Serpente” sono andati via 7 anni, più o meno gli stessi che separano il secondo disco da “The Machine Has Failed”. A cosa sono dovuti questi lungi e cadenzati intervalli di pubblicazione?
Ciao Giuseppe, innanzitutto grazie per ospitarci su Il Raglio del Mulo! A dire il vero più o meno a metà strada tra “Adding Fuel To Fire” e “Serpente” è uscito l’EP “4-Barrel Retribution” via Riff Records. All’epoca il nostro cantante Matteo era appena entrato nel gruppo. Subito dopo l’uscita di “4BR” ci siamo messi al lavoro sui pezzi di “Serpente”. Tra “Serpente” e “The Machine Has Failed” invece c’è stato un cambio di line-up, il nostro bassista Karl ha lasciato il gruppo per ben tre anni prima di tornare con noi nel 2018. “The Machine Has Failed” da principio doveva uscire sotto forma di due EP. Abbiamo registrato la prima metà – il lato A del vinile –, poi c’è stata la pandemia che ha allungato i tempi, e infine la nostra etichetta Electric Valley Records ci ha chiesto di fare un full-length, al che siamo tornati in studio a registrare la seconda metà nel gennaio 2022.

Visto che parliamo del tempo che trascorre lento e inesorabile, quanto vi riconoscete oggi nelle persone che hanno composto il vostro disco d’esordio?
Sono l’unico rimasto nella band dai tempi in cui è stato scritto “Adding Fuel to Fire”. All’epoca ci abbiamo messo l’anima, ma certamente da quegli anni ad adesso siamo maturati parecchio come musicisti, e credo che si senta decisamente. Siamo riusciti a conservare l’immediatezza e l’impatto di una volta, ma come abilità musicali e songwriting abbiamo fatto dei passi avanti, anche perché a parte l’assenza di Karl – sostituito da Marco Comi dal 2015 al 2017 – abbiamo una formazione stabile dal 2012 con Matteo Meloni alla voce, Fabio Sforza alla batteria e Karl Sandner al basso. Attraverso i cambi di line-up anche il nostro stile ha subito le influenze personali dei nuovi “innesti”. Tutto sommato credo che sia possibile riconoscere negli anni una matrice Slowtorch invariata che si è adattata però all’evoluzione della band.

Qual è il brano più vecchio e quale quello più recente tra quelli finiti nella tracklist definitiva?
Se non sbaglio, il brano più vecchio dell’album dovrebbe essere “Man vs. Man”, il riff principale risale a cinque o sei anni fa. Il pezzo più recente dovrebbe essere “Sever The Hand”.

Qual è il significato del titolo, “The Machine Has Failed”?
Quando sono nati i primi testi ci siamo accorti che c’erano temi ricorrenti: in generale una certa dose di rabbia verso quelle che noi riteniamo storture della società e del tempo nel quale viviamo. “The Machine Has Failed” è un riferimento al sistema globale che governa le nostre vite, oramai insostenibile, inceppato, fallito.

Possiamo definirlo, almeno concettualmente un disco distopico oppure si tratta di un album con i piedi ben piantati nella realtà attuale?
Alcuni brani hanno un’ambientazione distopica, ma vogliono descrivere con questo artificio un nostro comune sentire che è reale, attuale e profondamente radicato nella nostra quotidianità.

Nei vostri dischi l’aspetto lirico è fondamentale, che idea vi siete fatti dell’attenzione che i vostri fan danno ai testi? Noi italiani siamo portati per tradizione a rilegarli in second’ordine… Non riesco a valutare quanto sia importante questo aspetto per chi ci segue: solitamente i commenti che accompagnano la nostra musica riguardano di più l’impatto immediato che siamo in grado di trasmettere al pubblico, la nostra attitudine, il coinvolgimento che suscitiamo. Credo però che il messaggio contenuto nei nostri testi si stia facendo strada e credo che non sia un caso che avvenga ora più di prima. “The Machine Has Failed” invita di più alla riflessione rispetto alle produzioni precedenti.

In generale comporre su di voi ha più un effetto doloroso oppure catartico?
Per quanto possa essere lungo e faticoso è decisamente un processo catartico. La parte più faticosa è quella di sintesi fra le nostre quattro diverse personalità. Ognuno di noi interviene in fase di scrittura e anche quando i brani nascono con uno scheletro abbastanza definito devono passare attraverso questo processo di confronto prima di essere maturi.

Passiamo all’aspetto live, avete date in programma?
Si riparte! Di confermato al momento abbiamo due date in Austria in maggio e luglio, di cui la seconda come headliner, e una manciata di date in casa ovvero in Alto Adige, tra le quali spicca sicuramente il supporto a Phil Campbell & The Bastard Sons (ex chitarrista dei Motörhead), che avevamo già conosciuto in occasione di un live in Inghilterra nel 2019.

Avere la vostra base logistica a Bolzano, da questo punto di vista è un vantaggio o uno svantaggio, essendo probabilmente più vicini alle piazze che contano in Europa che in Italia?
Sicuramente è un vantaggio essere così vicini all’Austria e alla Germania, dove il nostro genere tradizionalmente trova più ascolto che in Italia. Infatti ci siamo sempre rivolti più all’estero che all’Italia, con svariati tour in Inghilterra, Germania e Austria negli anni.

Ufomammut – L’urlo della fenice

Loro nel 2020 ce l’avevano detto che si trattava di un arrivederci e non di un addio. All’indomani dell’abbandono dello storico batterista Vita, gli Ufomammut si sono presi una lunga pausa, un silenzio interrotto finalmente con il nuovo album “Fenice” (Neurot Recordings / All Noir) , il primo con Levre dietro le pelli…

Benvenuti ragazzi, nel gennaio del 2020 diffondevate un comunicato stampa nel quale annunciavate una pausa a tempo indeterminato all’indomani della fuoruscita dalla band di Vita. Quando avete capito che era il momento giusto per riprendere l’attività del gruppo?
Urlo: Poia ed io non abbiamo mai pensato di smettere. Avevamo bisogno di prenderci una pausa, di pensare, di capire i nostri errori e di ripartire dagli sbagli fatti. Anche Ciccio, il nostro sound guy non ha mai pensato per un attimo di chiudere con questa avventura. E Levre, amico e parte della famiglia da tanti anni, è stata la scelta ovvia per noi per continuare questo percorso.
Poia: fermarsi è stato inevitabile. E subito dopo è arrivata la pandemia. Ma la brace covava sotto la cenere…

Al momento della ripresa, è stato difficile togliersi di dosso la ruggine dovuta all’inattività?
Urlo: Un pochino. Ma ci è voluto poco per essere pronti e lucidati a nuovo!
Poia: difficile non direi. La memoria corporea aiuta, basta avere pazienza. Come andare in bicicletta, o nuotare… magari il fiato non c’è ancora ma i movimenti sono sempre quelli.

Da Vita a Levre, come è cambiato il vostro modo di lavorare in studio?
Urlo: L’approccio e la voglia di fare. Siamo tutti molto più focalizzati su quello che vogliamo dalla band.
Poia: Levre ha un background musicale differente rispetto a Vita. Abbiamo iniziato a suonare insieme qualche anno prima, in un progetto parallelo ad Ufomammut che non si è mai concretizzato, ma da subito abbiamo riscontrato una particolare alchimia. Chiedergli di continuare con noi il viaggio dì Ufomammut è stato perciò naturale. Il suo contributo alla composizione ha sicuramente modificato anche il nostro modo di lavorare.

“Fenice” è il titolo emblematico del vostro nuovo album. Siete rinati dalle vostre ceneri,  ma in questa nuova fase vi siete portarti dietro dei brani scritti prima della pausa oppure i pezzi finiti nella tracklist sono nati tutti dopo?
Urlo: “Fenice” è nato dall’arpeggio di chitarra e basso di “Metamorphoenix”. Poco alla volta si è espanso diventando un brano di 38 minuti: l’idea iniziale era quella di creare un brano per un EP, poi ci siamo lasciati prendere la mano… Avevamo un progetto con Levre da qualche anno, suonavamo già assieme e alcuni dei brani che avevamo scritto sono stati tenuti e ripresi, ma non per “Fenice”.

Il sound di “Fenice”,  almeno per me, “suona” di nuovo inizio o, meglio, di un ritorno ai vostri inizi. Forse una certa complessità e certe sovrastrutture presenti nei vostri ultimi dischi sono state messe da parte per un approccio più vicino a quello delle vostre origini. E’ una mia impressione o le cose stanno più o meno così?
Urlo: “Fenice” è tecnicamente più complicato dei dischi precedenti, ma molto più “psichedelico” e vicino alle nostre origini. Abbiamo voluto fare un disco senza porci generi, limiti, semplicemente suonare quello che sentivamo in quel momento della nostra vita. Il suono, il modo in cui è uscito “Fenice”, sono sicuramente nuovi e una rinascita dopo un periodo molto buio.
Poia: Non saprei se musicalmente sia un ritorno alle origini. Abbiamo però la consapevolezza di aver intrapreso una nuova esplorazione musicale, e questo ci riporta sicuramente a quelle sensazioni sperimentate più di vent’anni fa.

Forse meno di altri avete pagato lo scotto della pandemia, dato che nel vostro caso l’interruzione dell’attività live è stata più il frutto di una scelta personale che di un’imposizione dovuta alle circostanze nefaste che abbiamo vissuto nell’ultimo biennio. Se non erro da qualche giorno, però, siete tornati attivi anche con i concerti: dal vostro punto di vista privilegiato, là su un palco, avete riscontrato delle differenze sostanziali tra il prima e il dopo pandemia?
Urlo: Il desiderio di suonare è sicuramente più forte, iniziare una nuova avventura porta con sé emozioni diverse dal passato. Salire nuovamente su un palco è stato meraviglioso, vedere i sorrisi delle persone, le teste scuotersi, l’abbraccio del pubblico è stato bellissimo. Eppure è stato quasi come se due anni e mezzo fossero volati e avessero solo dato un grande e nuovo vigore al mio amore per la musica.
Poia: Ho notato da parte di tutti un desiderio bulimico di musica suonata, un’euforia condivisa da pubblico e musicisti. Siamo in tour in Europa (al momento in direzione Desert Fest Berlino) e ovunque ci sono band che suonano, tutti i giorni, e più show contemporaneamente nelle stesse città.

Nel 2008, in occasione della pubblicazione di “Idolum”, vi chiesi se ritenete gli Ufomammut più una band da studio o da palco, voi mi rispondeste così: “Entrambe le cose anche se ognuno di noi la pensa in modo differente. Per Vita il palco è quello che ci da maggior possibilità di trasformare la musica in un branco di mammut impazziti, mentre per Poia ed Urlo la parte più interessante dell’essere Ufomammut è la possibilità di sperimentare e creare in studio. Sono due esperienze distinte. La differenza principale è che in studio siamo anche spettatori.” Le cose sono cambiate o la pensate ancora così?
Urlo: la penso ancora così, anche se suonare live è un modo per capire se quello che hai creato abbia un valore emotivo oppure no. Vedere le persone apprezzare ciò che fai è sempre emozionante.
Poia: Ho capito col tempo che i due aspetti sono inscindibili e complementari. “Fenice” suonato dal vivo si sta evolvendo. Ciò che abbiamo creato in studio con grande dedizione e soddisfazione, acquisisce una consapevolezza e cambia grazie allo scambio con il pubblico. Ufomammut è in equilibrio tra creazione e performance: semplificando, tra Ufo e Mammut!

Nel 2019 avete pubblicato il cofanetto celebrativo “XX” , cosa avete pensato quando avete visto per la prima volta tutta la vostra storia discografica racchiusa in un singolo box?
Urlo: Che ero vecchio…
Poia: Haha! Esattamente! A ripensarci, stavamo già archiviando una parte della nostra esistenza come band.

“XX” è il sigillo sul vostro passato, “Fenice” è il vostro presente, invece il vostro futuro oggi come lo immaginate?
Urlo: Non saprei, nessuno di noi è in grado di leggere il futuro. Sicuramente spero che questa avventura continui e ci dia ancora tante soddisfazioni. Sarebbe già abbastanza.
Poia: Il viaggio è sempre la parte più interessante, attraversare mondi, cambiare e anche ritornare. La meta non si scorge ancora.

Angel of Anger – L’angelo della rabbia

Ciao Andred! Ci racconti la genesi della band?
Salve, è un piacere essere ospite di Overthewall. La band nasce per mio volere a Novembre del 2003, nel corso del 2004 ho fatto diverse audizioni completando la prima formazione con me alla voce, Lord Axl Mato (Cantante dei Winged) alla chitarra ritmica, lo Spezz al basso, Animal alla batteria e Los alla chitarra solista, così è iniziato il nostro percorso. Abbiamo composto diverse song e nel dicembre del 2005 abbiamo fatto il nostro primo concerto. Da allora e nel corso degli anni abbiamo calcato molti palchi importanti della scena Metal Italiana. Fine 2007 abbiamo realizzato il nostro primo video ufficiale tratto dalla song “Wake up Spirits”. Nel 2008 abbiamo dato alla luce il nostro primo CD dal titolo omonimo della band e presentato al Fabrik/Faster di Torino in occasione del concerto “In Nomine Lilith” con Cadaveria, in seguito siamo stati inclusi in una pubblicazione a cura di Carnifex Metal (U.S.A), per la partecipazione al libro “Metal Queens: Death Metal – Volume 1, Number 1” il quale viene distribuito in 5000 copie in tutto il mondo. C’è stata una grande promozione per l’album con molti consensi da tutti gli addetti ai lavori sulla scena internazionale, con molteplici live in compagnia di molti validi artisti della scena italiana e non, ad esempio Mortuary Drape, Necrodeath e un mini tour con i Deicide. In seguito abbiamo continuato a comporre, purtroppo ci sono stati gravi problemi per la line up che alla fine nel 2009 ci hanno portato a prendere una pausa, pausa molto lunga… Nel 2020 abbiamo deciso di continuare il progetto e infatti ora siamo di nuovo qui e più carichi che mai!

Oltre alla band tu gestisci la Ocularis Infernum Booking&Promotion e da poco avete prodotto una compilation che raccoglie diverse band, tutte molto interessanti. Qual è la caratteristica che accomuna le band partecipanti?
Esatto, sono il presidente dell’Associazione Ocularis Infernum, fondata sin dal 2002, associazione creata da musicisti per i musicisti espletando le stesse attività di un’agenzia ma con un approccio diverso. Abbiamo deciso in piena pandemia di offrire una possibilità alle band, che purtroppo dato il momento erano estremamente penalizzate non potendo esibirsi live e tutte le varie attività solite, per fornire un mezzo per fargli acquisire visibilità nonostante il periodo oscuro.
Il criterio di valutazione è stato basato sui generi più amati e curati dall’Associazione, ossia il black e il death metal, volendo includere tutte le varie sfumature in esse correlate. Effettivamente il connubio tra le band è ottimale! Abbiamo prodotto un gioiellino con 6 brani inediti su 14 che dà ampio spazio sulla scena italiana odierna e non, infatti ricordo che una delle band partecipanti sono i Forsaken Legion dalla Svizzera, band del nostro roster.

Quali sono state le difficoltà che hai riscontrato e quali invece le soddisfazioni che state ricevendo?
Le difficoltà sono state molteplici, dato che abbiamo dovuto infondere speranza e voglia di continuare anche in band che oramai non ne avevano più, tristemente in questo periodo molte band hanno deciso di non continuare il loro percorso; d’altro canto la soddisfazione più grande è stata questa, essere riusciti nel nostro intento e aver dato la possibilità a tante band di continuare il loro lavoro con una nuova prospettiva sul futuro. In seguito, con tutta la promozione svolta siamo lieti che le band partecipanti siano estremamente soddisfatte e ovviamente noi per aver raggiunto il nostro obiettivo.

Ci sarà la possibilità di un live che vi vedrà tutti su un palco?
In realtà stiamo organizzando una serie di live, itineranti per offrire ancora più spazio e visibilità delle band della compilation. Ma per ora non ci sbilanciamo su altri spoiler…

Nella compilation sono presenti sei brani inediti, di cui uno proprio della tua band. Ci parli di questo brano?
Effettivamente abbiamo creato una compilation che non fosse quella classica con tutti brani editi da tempo, ma dando la possibilità alle band di rimettersi in gioco con un nuovo singolo ed effettivamente è quello che è successo per la mia band, gli Angel of Anger. Questo brano, intitolato “Ars Moriendi”, esprime tutta la rabbia e l’angoscia di questo momento. E’ un brano che effettivamente aspettava di essere prodotto da anni, ma finalmente c’è stata la giusta occasione.

Dopo la pandemia che stenta ad andarsene e con una guerra in corso, come vedi il futuro della musica underground in Italia e nel mondo?
Bella domanda… Effettivamente la situazione è alquanto preoccupante, ma noi vogliamo ancora sognare e andare avanti… Se dovessimo pensare a tutto ciò che incombe credo che nessuno svolgerebbe più il suo lavoro, bisogna solo affidarsi al desiderio e alla speranza e ci auguriamo che tutto vada per il meglio per svolgere le nostre normali attività. Nel caso contrario… credo che ci sia ben poco da dire….

Dove i nostri ascoltatori possono seguire la tua band e acquistare la nuova compilation?
Allego i contatti degli Angel of Anger, della nostra Associazione e del nostro distributore ufficiale, ossia la Wine&Fog che si occupa della distribuzione fisica sia dei CD degli Angel of Anger che della compilation “A Time of Sorrow”, nonché della Nadir Music che si occupa della distribuzione digitale.

Angel Of Anger
https://www.facebook.com/AngelofAngerBand

Ocularis Infernum Booking&Promotion
https://www.facebook.com/OcularisInfernumBookingandPromotion

Wine&Fog Distro
https://www.facebook.com/Wine-and-Fog-Distro-107829211124278

Nadir Music
https://www.facebook.com/nadirmusicstudios/

Grazie di essere stata con noi!
E’ stato un piacere e ci sentiremo sicuramente per i prossimi aggiornamenti sia per gli Angel Of Anger che per tutti gli eventi e produzioni dell’Ocularis Infernum!

Ascolta qui l’audio completo dell’intervista andata in onda il giorno 4 aprile 2022.

Alex Nunziati – Il divoratore di anime

In Alex Nunziati convivono una moltitudine di personalità artistiche. In passato lo abbiamo visto all’opera con Malamorte, Theatres des Vampires, Cain, Lord Vampyr, Nailed God e Shadowsreign, per questo fa un certo effetto ascoltare un disco, “Il divoratore di anime” (Moribund Records), con in bella mostra non un nom de plume, ma il suo vero nome…

Bentrovato su Il Raglio del Mulo, Alex. Profeticamente avevo intitolato la nostra precedente intervista, uscita in occasione della pubblicazione ufficiale in formato fisico di “God Needs Evil” dei tuoi Malamorte, “Il divoratore di anime”. Oggi ci ritroviamo per parlare de “Il Mangiatore di Peccati”, il tuo debutto con il progetto a tuo nome! Come mai hai scelto di far partire questa tua nuova avventura utilizzando il tuo nome e non un moniker particolare?
Dopo tanti anni volevo prendermi la soddisfazione di avere qualcosa con il mio nome, soprattutto alla soglia dei 50 anni

Il fatto che questo disco esca come Alex Nunziati in qualche modo lo rende più intimo e personale rispetto a quanto da te pubblicato in precedenza?
Principalmente parlerei di libertà, intesa come libertà compositiva, senza vincoli, ne sul modo di cantare, sul genere e ne sugli argomenti trattati. Questa in generale è stata sempre una mia caratteristica, ho fatto sempre quello che sentivo in quel momento. Per questo progetto ho mantenuto la componente heavy già presente nei Malamorte, ma ho usato un cantato differente e ho dato al tutto una connotazione tra horror e grottesco.

Ti sei preso dei rischi in fase di songwriting che magari in passato con i tuoi altri progetti non ti sei mai preso?
Più che di rischi, come ti dicevo, mi prendo la libertà di fare la musica che voglio, l’ossessione di tante band e musicisti di dover per forza compiacere il pubblico o i giornalisti, non fa parte del mio modo di intendere la musica. Quello che faccio deve piacere a me principalmente, altrimenti non avrebbe senso.

Grandiosa la copertina firmata da Adi Dechristianize, il soggetto è una tua idea o è tutta farina del suo sacco?
Il soggetto è una mia idea, gli ho mandato qualche spunto, tipo qualche locandina di horror/gialli degli anni 70 e come sempre non mi ha deluso. Ci tengo a precisare che la cover rispecchia il mood generale, ma non il titolo che è in realtà legato ad una figura realmente esistita, soprattutto in alcuni paesi del nord europa, che tramite un rituale, si pensava potesse cancellare i peccati di un defunto.

L’immagine ricorda i vecchi manifesti dei film horror. Quanto del tuo immaginifico cinematografico hai riversato in questo album?
Sia mentre scrivevo i testi, che in realtà sono piccole storie horror, che quando ho registrato l’album, ho cercato di farmi trasportare da quelle sensazioni che si provano vedendo un film horror o un film grottesco.

Il disco si rifà a certo heavy metal classico, di scuola Death SS e Mercyful Fate, band che immagino che rientrino nei tuoi gusti da sempre. Mentre gruppi più recenti, come i Ghost, ti hanno influenzato in qualche modo?
Sicuramente le prime due band che hai citato rientrano in questo discorso e, anche involontariamente, si sentono delle influenze nelle composizioni. I Ghost in parte mi hanno influenzato per quanto riguarda l’ultimo Malamorte, ma il nuovo album che è già pronto e sta per uscire, sarà molto heavy e thrash e quindi sono tornato al vecchio stile, diciamo che è stato un esperimento.

Da quando hai iniziato con la tua carriera musicale con i Theatres des Vampires i tuoi gusti sono rimasti gli stessi oppure hai allargato i tuoi ascolti?
Partiamo dal principio che io amo la musica in generale e non mi sono mai posto vincoli. Ascolto di tutto dai Skeletal Remains, ai Gorephobia, i Cult of Fire, poi posso passare benissimo a i Kiss, per poi ascoltare i Varathron e poi i Grave Digger. Poi io vado molto a periodi, di recente ascolto prevalentemente heavy e thrash old school.

Questa progetto resterà una tua creatura da studio o pensi di portarlo anche dal vivo?
Questo ancora non so, queste scelte vengono spesso influenzate dal riscontro che ha l’album, vedremo.

In conclusione ti chiedo: dopo tanti anni di carriera e dischi pubblicati, quali sono le tue aspettative legate a questo nuovo inizio?
Guarda per me è già stata una soddisfazione aver realizzato questo mio progetto grazie ad Odin della Moribund Records, che continua a credere in me. Vivo le cose sul momento. So che l’album sta andando bene e questo non può che farmi felice, ma come sempre guardo avanti. Sta per uscire il nuovo Malamorte, che per me è il migliore che ho fatto, stiamo riprendendo l’attività con i Lord Vampyr, quindi come vedi non ci si arrende.

Feralia – Il gioco degli opposti

I Feralia giocano al raddoppio. Se il lockdown ha minato la stabilità di parecchi gruppi, portandone alcuni allo scioglimento. La black metal band italiana, invece, ha sfrutto il blocco per tirar fuori un disco doppio, o forse meglio duplice, “Under Stige / Over Dianam” (Time to Kill Records \ Anubi Press), capace di far uscire fuori sonorità e sensibilità opposte .

Benvenuti, dal 28 Aprile è disponibile il vostro nuovo album “Under Stige / Over Dianam”. Dobbiamo consideralo un singolo disco oppure due lavori ben distinti?
Erymanthon: Ave e grazie. Si tratta assolutamente di un lavoro che va considerato come un tutt’uno, in quanto, pur essendo nato un po’ per caso come ti spiegheremo più avanti, va a formare un gioco di contrasti incentrato su queste due “anime” diverse, una violenta, oscura, feroce, maschile, ed un’altra più ritualistica, delicata, sognante e femminea, due anime opposte, non in lotta tra loro ma complementari, che donano al lavoro complessivo una dimensione in più. Nonostante questo, è assolutamente possibile ascoltare i due “capitoli” in maniera indipendente, senza che il loro valore individuale ne risenta.

Quando avete iniziato a lavorare sui brani avevate già un’idea di massima sul risultato finale oppure questa duplice anima è nata per caso?
Erymanthon: L’idea iniziale era in realtà quella di registrare “Under Stige” nella prima metà del 2020, poco dopo il mio ingresso nella band, e farlo uscire a lavoro ultimato. Poi però è arrivato il lockdown e ci siamo trovati costretti in casa nostra, perciò i lavori di registrazione di “Under Stige” sono stati inevitabilmente rimandati. In quella situazione così assurda di costrizione ed isolamento, però, da un’idea del nostro chitarrista Raijinous abbiamo deciso di dare sfogo alle nostre emozioni ed al nostro estro creativo, registrando l’EP acustico adoperando ognuno la strumentazione di cui disponeva a casa propria, ed inviando poi le tracce a L’Ossario Studio per il missaggio. Abbiamo dedicato l’EP a Diana, Dea della natura selvaggia nell’Antica Roma, come tributo ed espressione del nostro sentimento di rispetto verso Madre Natura.

Quali sono le differenze sostanziali tra questi due dischi?
Krhura: Sono opposti. “Under Stige” è un viaggio notturno, mortifero, maschile e musicalmente è black metal. “Over Dianam” è più solare, melodico, femminile. Qui non ci sono batterie, scream e chitarre elettriche, ma un viaggio dai connotati folk.

Per un’esperienza migliore va ascoltato prima “Under Stige “ oppure si può partire indifferentemente da uno dei due?
Erymanthon: Nella versione digitale del lavoro abbiamo posizionato “Under Stige” in apertura ed “Over Dianam” in chiusura, questo è l’ordine che noi avevamo pensato, tuttavia credo che si possano assolutamente ascoltare i due capitoli in ordine “opposto” e ricevere da ciò un impatto diverso… scegliere se scendere prima nell’abisso con “Under Stige” e poi riemergere con “Over Dianam”, oppure percorrere il cammino opposto… non vogliamo che la nostra musica sia “dogmatica”.

La vostra è una band relativamente giovane, siete nati nel 2018 e avete esordito nel 2020 con “Helios Manifesto”, non temete che un’uscita così ambiziosa possa rappresentare un azzardo?
Erymanthon: Forse potrebbe risultare così. Quello che però ci teniamo a sottolineare è che la nostra musica non è incentrata sul cercare la miglior “trovata commerciale” per essere sicuri di vendere copie o assicurarci il favore del pubblico. L’unica cosa che ci interessa è esprimere noi stessi e la nostra essenza in un processo di catarsi attraverso la nostra musica, ed il binomio “Under Stige – Over Dianam” è quello che meglio riesce nell’intento in questo momento, perciò è stato per noi un processo assolutamente naturale.

Nel nuovo album troviamo alla voce Erymanthon Seth (Apocalypse) e il batterista P. (Noise Trail Immersion, O), quale è stato l’apporto di questi due nuovi membri?
Krhura: Il nuovo batterista P. in realtà è entrato nella band poco dopo la fine delle registrazioni del disco. Stiamo però scrivendo già materiale nuovo e devo dire che si sta integrando benissimo, oltre a portare la sua influenza all’ interno della band. Erymanthon invece è entrato a metà registrazioni per cui il suo apporto è stato molto valido ma limitato per questioni logistiche, mentre per la stesura il nuovo materiale il suo apporto è stato incisivo fin da subito, abbiamo un compositore in più nella band.

Nel disco ci sono anche ospiti di rilievo, vi andrebbe di presentarli?
Krhura: Certo, anche i due ospiti fanno parte di questo gioco di opposti di cui parlavo prima. Agghiastru è presente nella prima traccia di “Under Stige”, suona diversi strumenti tradizionali e recita dei versi. Il suo “riferimento” è l’Italia, il sud, il fuoco, le nostre origini. Il giro di accordi della canzone ha un sapore vagamente mediterraneo per cui ci è sembrata una scelta sensata e naturale chiedere a lui. Håvard Jørgensen (ex Ulver/Satyricon e ora coi Dold Vorde Ens Navn) suona la chitarra acustica ed ebow su “The Altar and the Deer”, un brano di “Over Dianam”. Il suo “riferimento” è il nord, il ghiaccio, le nostre influenze musicali. .

Avete già scelto quali brani estrarre da “Under Stige / Over Dianam” in occasione dei vostri live?
Erymanthon: Nei concerti fatti finora, abbiamo suonato “Under Stige” per intero, ad eccezione delle tracce “Laudatio Funebris” (di cui abbiamo solo usato un frammento come intro) e “Terminalia”. Abbiamo poi inserito il brano “Over Dianam” a metà scaletta, e “Conception”, un brano del nostro precedente lavoro “Helios Manifesto”.

In conclusione, come immaginate il vostro prossimo disco, più simile a “Under Stige “ o a “Over Dianam”?
Erymanthon: Finora abbiamo tirato giù alcune bozze (ancora molto grezze) in stile decisamente black metal. Tuttavia, ricordo che anche “Under Stige” doveva essere inizialmente un disco interamente black metal… perciò, attualmente non ci sentiamo di anticipare nulla. Le vie del Destino sono infinite…

Brutality – Sempiternity

ENGLISH VERSION BELOW: PLEASE, SCROLL DOWN!

I Brutality sono giunti al canto del cigno? Forse sì, forse no… Nemmeno Scott Reigel ci ha chiarito quale sia la vera natura di “Sempiternity” (Emanzipation Productions), il nuovo album che raccoglie brani inediti, nuove versioni di vecchie canzoni e tracce live.

Ciao Scott, che posto occupa il nuovo album “Sempiternity” nella vostra discografia? Dovremmo considerarlo una compilation, un album dal vivo o il vostro canto del cigno?
Per me è il nostro quinto album. Non la considero una compilation, un album dal vivo e per ora non siamo sicuri se questo sarà l’ultimo nostro disco che i nostri fan ascolteranno!

Che ruolo ha giocato Michael H. Andersen, l’A&R dell’Emanzipation Productions, nella realizzazione di questo disco?
Lavoriamo con Michael da diversi anni. Ha sempre voluto fare un album con noi. Dopo che ci siamo sciolti nel 2020, è venuto da noi e ci ha chiesto se c’era del materiale che potevamo pubblicare come possibile “Swan Song”. Così nato “Sempiternity”!

Le due nuove canzoni dell’album sono “Orchestrated Devastation” e “Fluent In Silence”, come sono nate queste tracce?
Abbiamo lavorato su queste tracce per anni per inserirle in un full-length. Queste due tracce erano le più complete e quelle che sentivamo che si adattavano al meglio a ciò che siamo oggi.

Quanto è difficile rimettere insieme una band dopo una lunga pausa, anche solo per registrare due nuove tracce?
Siamo tutti amici da oltre 30 anni, quindi non è stato difficile stare insieme e preparare queste canzoni in studio. Quando stiamo tutti insieme, la musica scorre semplicemente fuori di noi in modo spontaneo.

“Crushed” e “Artistic Butchery” sono state ri-registrati, fino ad ora erano disponibili solo su un EP limitato autoprodotto dalla band uscito nel 2018. Quali sono le differenze tra queste nuove versioni e le originali?
Le canzoni sono sostanzialmente le stesse tranne per il fatto che Ronnie Pamer ha suonato la batteria e Jay Fernandez si è occupato delle chitarre in entrambe le canzoni. Li abbiamo registrati per divertimento un fine settimana negli studios di Jarrett Pritchards su un registratore analogico da 2 pollici che aveva acquistato. Poi abbiamo deciso di pubblicarle in vinile per i nostri fan.

Le ultime quattro tracce (“These Walls Shall Be Your Grave”, “Cries Of The Forsaken”, “Cryptorium” e “48 To 52”) sono state registrate dal vivo al Maryland Deathfest nel maggio 2019. Perché avete scelto queste quattro canzoni?
Il nostro set quella sera aveva una durata limitata, quindi abbiamo usato le tracce che ritenevamo suonassero al meglio. Ci sono ancora alcune registrazioni di quella notte, ma avevamo già deciso di usare delle versioni ri-registrate per questo album. Forse in futuro le pubblicheremo per farle ascoltare ai fan.

Che ricordi hai del concerto in cui sono stati registrati?
È stato un grande spettacolo con molti fan e feedback positivi. Probabilmente una delle nostre migliori esibizioni dal vivo nella nostra carriera di oltre 30 anni! Presentavamo una formazione particolarmente sul palco quella notte. Penso che i fan lo avvertiranno nell’album quando lo ascolteranno!

Senza i Brutality, pensi di unirti a un altro progetto o di fondare una nuova band?
In realtà sto lavorando a un progetto parallelo che per ora si chiama Primal Drift e ho intenzione di pubblicare un album completo nel 2023. Aggiornerò i fan man mano che le cose andranno avanti!

Grazie per l’intervista, vuoi salutare i fan di Brutality con un addio o un arrivederci?
Vorremmo ringraziare tutti i nostri fan in tutto il mondo che sono rimasti con noi durante i nostri alti e bassi. Abbiamo i fan più devoti del metal! Stay Brtual!

Have Brutality come to swan song? Maybe yes, maybe not … Not even Scott Reigel has clarified the true nature of “Sempiternity” (Emanzipation Productions), the new album that collects unreleased titles, new versions of past songs and live tracks.

Hi Scott, what place does the new album “Sempiternity” occupy in your discography? Should we consider it a compilation, a live album or a swansong?
Well for me it is our 5th album. I don’t consider it a compilation, live album and for now we are not sure if this is the last our fans will hear from us!

What role did Michael H. Andersen, Emanzipation Productions A&R, play in the making of this record?
We have been working with Michael for several years. He always wanted to do a album with us. After we disbanded in 2020 he came to us and asked if there was any material we had we could we release as a possible Swan Song. “Sempiternity” was born!!!

The two new songs on the album are “Orchestrated Devastation” and “Fluent In Silence”, how are born these tracks?
We had been working on these tracks for years for a full length album. These 2 tracks were the most complete and the ones that we felt and best fit who we are today.

How hard is it to put a band back together after a long hiatus, even if just to record two new tracks?
We all have been friends for over 30 years so it wasn’t hard to get together and get these songs ready for the studio. When we are all together the music simply flows out of us organically.

Crushed” and “Artistic Butchery” were re-recorded in 2018, and only available until now in a limited 7” EP self-released by the band. What are the differences between these new versions and the originals?
The songs are basically the same except Ronnie Pamer is on drums and Jay Fernandez is on guitar playing all the parts on both songs. We recorded them for fun one weekend at Jarrett Pritchards studio on a 2in analog tape machine he had purchased. Then we decided to release it on vinyl for our fans.

The last four tracks (“These Walls Shall Be Your Grave”, “Cries Of The Forsaken”, “Cryptorium” and “48 To 52”) were recorded live at the Maryland Deathfest in May 2019. Why did you choose these four tracks?
Our set that night was only a certain of time length so we used the tracks we felt sounded the best that night. There are a few more tracks from that night but we were already using them from the re-recorded songs we were putting on this album. Perhaps in the future we will release them for fans to hear.

What memories do you have of the concert in which they were recorded?
It was a great show with lots of fans and positive feed back. Probably one of our best live performances in our 30 career! This line up was ferocious on stage that night. I think fans will hear that on the album when they listen to it!

Without Brutality, do you think you merge another project or join a new band?
I’m actually working on a side project now called Primal Drift and plan on releasing a full length album 2023. I will be updating fans as it progresses!

Thanks for the interview, do you want to greet Brutality fans with a farewell or a goodbye?
We would like to thank all of our fans world wide that have stuck with us through all our ups and downs. We have the most dedicated fans in metal! Stay Brutal!

Comfy Pigs – Maiali annoiati

Sabato 28 maggio presso la Club House degli Indian Bikers di Matera si esibiranno i Comfy Pigs, band che propone delle sonorità che vanno dal post punk, noise pop al garage punk. Per l’occasione abbiamo intervistato Ivan Piepoli, cantante e chitarrista della band e il batterista Vanni Sardiello.

Avete pubblicato un paio di anni fa un 45 giri, state progettando un album intero?
Ivan: Abbiamo pubblicato il nostro singolo d’esordio, “Bored” sul finire del 2019, poco prima dei fatti noti legati alla pandemia, purtroppo le copie fisiche del disco riuscimmo ad averle solo dopo il primo lockdown, nell’estate del 2020. Questo ovviamente ha inciso negativamente sulla promozione dello stesso. Oggi, che la situazione sembra migliorata, abbiamo iniziato a registrare le tracce del nostro primo album. Attualmente abbiamo approntato tutta la parte strumentale dell’intero repertorio, successivamente ci dedicheremo alla registrazione delle voci e al missaggio. Parallelamente ci stiamo guardando attorno per riuscire a trovare un contatto con qualche etichetta discografica che ci aiuti nella pubblicazione e distribuzione del nostro lavoro.
Vanni: Sì, abbiamo registrato 17 brani scritti in questi tre anni di attività, brani dalle molteplici influenze ma che comunque si spera abbiano il nostro marchio di fabbrica. Siamo in continua evoluzione sonora, immagino che si possano sentire delle notevoli di differenza a livello di scrittura e di arrangiamento tra le nostre prime cose e le ultime scritte. Al momento mancano solo da registrare le parti vocali, non abbiamo ancora idea di quando potrà uscire su vinile, e di sicuro faremo una cernita di tutto il registrato, per tornare a fare i dischi come si faceva una volta, 45 minuti massimo, in modo tale da poterlo duplicare agevolmente su una audiocassetta da 45 minuti, del resto siamo o no figli degli anni 80/90?

Ci sono voci di cambiamento/ampliamento line-up? Qualche anticipazione?
Ivan: Sì, dopo 3 anni di attività ho deciso di allargare l’organico della band ad un quarto elemento che mi sostituisca addirittura nel ruolo di cantante e chitarrista, in modo tale da potermi dedicare prevalentemente alla parte compositiva e strumentale, suonando sia la chitarra che il synth, una delle novità assolute per i Comfy Pigs, e che stravolga prepotentemente l’impatto scenico della band durante i live, ed il sound generale del nostro progetto musicale. Gli altri della band hanno accettato la mia proposta con grande entusiasmo, e insieme abbiamo cercato la soluzione più consona al nostro modus operandi. Ad oggi abbiamo provinato qualche “candidato”, ma il risultato per ora rimane “top secret”. Di sicuro entro l’anno i Comfy Pigs vivranno una nuova vita artistica.
Vanni: Abbiamo pensato e ripensato ad una soluzione possibile per un ampliamento della line-up, in particolare per un’esigenza primaria di avere un frontman con una forte presenza scenica, con una voce particolare e che potesse lasciare libero Ivan di potersi concentrare sulle chitarre, soprattutto live. Stiamo facendo delle audizioni attualmente, ma forse abbiamo già trovato la persona che può fare al caso nostro. Ma è ancora tutto volutamente “top Secret”, penso che se tutto andrà come immaginiamo, potremmo essere pronti per suonare dal vivo con la nuova formazione a partire da settembre.

Che concerto ci aspetteremo sabato, quindi?
Ivan: Sabato a Matera ci esibiremo ancora nella nostra forma storica a tre, con me alla voce e alla chitarra, Danilo Villafranca al basso e Vanni Sardiello alla batteria. Avremo l’occasione di proporre tutti i nostri brani, compreso un inedito che suoneremo per la prima volta, e un paio di cover. Mi sembra strano pensare che questo live potrà essere l’ultimo per me come cantante della band.
Vanni: Il classico concerto infuocato dei Comfy Pigs, nella classica line- up power trio batteria basso chitarra, avendo molto tempo a disposizione, di sicuro non ci risparmieremo, probabilmente suoneremo anche un pezzo nuovissimo ed un paio di cover provate per l’occasione e che abbiamo decisamente Comfyzzato.

Come è nato il vostro gruppo? Avete alle spalle ognuno di voi un proprio background.
Ivan: La nostra band è nata dall’amicizia e la passione comune per la musica che lega me e Vanni Sardiello. Vanni veniva da un lungo periodo di stop artistico, io invece stavo accantonando la mia esperienza con i Baby Screams, tribute band dei Cure, per tornare a lavorare alla musica inedita, che non ho mai abbandonato. A noi poi si è aggiunto il bassista Danilo Villafranca, permettendoci di metter su un power trio di matrice post punk, genere che proprio in quel momento stava tornando fortemente in auge, grazie all’affermazione di band internazionali come Idles o Fontaines DC, per citarne alcune.
Vanni: I Comfy Pigs sono nati principalmente dall’amicizia tra me e Ivan e dal desiderio di suonare insieme qualcosa di inedito e che in qualche modo potesse far confluire tutto il nostro background di ascoltatori e musicisti. Danilo al basso è stata una scelta più che azzeccata perché ha portato dentro il nostro suono post-punk, quell’elemento più lercio tipico del garage punk. Per quanto mi riguarda, ero fermo con la batteria da circa dieci anni, completamente dedicato altresì al lavoro. Nel mio passato, le esperienze più importanti sono state i Veronika Voss all’inizio degli anni ’90 e poi i Lillayell a Pisa negli anni 2000, insieme a quello che contemporaneamente è diventato il batterista dei ben noti Zen Circus, che però nel nostro power trio si occupava di chitarre e voci.

Suonando da tanti anni, che differenze notate nella possibilità di suonare nei locali oggi rispetto a 20/30 anni fa? È più facile e/o quali sono le differenze invece?
Ivan: Dopo due anni di blocco forzato per la musica in generale, sembra che ci sia una grandissima voglia di live. Questo ci sta portando a vivere una “nuova era” in cui paradossalmente stiamo tornando a fare musica in tanti luoghi diversi, dalle sale concerto ai piccoli bar, dai club alle librerie, e la cosa bella è che ci sia una grande richiesta di musica inedita. Il panorama delle band emergenti è molto attivo e interessante, sarebbe sprecato non dare la possibilità a questi talenti di esibirsi davanti ad un pubblico per farsi conoscere ulteriormente. Per noi musicisti “di vecchia data” in parte è un bel ritorno al passato, quando si suonava live molto spesso e nei posti più disparati.
Vanni: Domanda complessa, difficile da risolvere nelle poche righe a disposizione. A rischio di essere scontato, la situazione è piuttosto complicata in quanto da troppi anni mancano i posti i cui gestori siano appassionati di musica e non solo commercianti il cui interesse è solo quello di vendere le birre per un pubblico generalista amante delle cover band. Sembra quasi si debbano elemosinare i concerti per i gruppi non allineati alla massa. Forse qualcosa sta cambiando ora che c’è molta fame di concerti, soprattutto dopo questi due maledetti anni di “quasi” stop. Ma siamo ben lontani dagli anni 80 e 90 in cui le situazioni venivano anche create in totale autogestione, pur di far suonare le band che meritavano di salire su un palco perché avevano qualcosa da dire. Vedremo…

INTERVISTA ORIGINARIAMENTE PUBBLICATA SU “IL QUOTIDIANO DI BARI” IL 25 MAGGIO 2022

Olaf Thorsen – Il re del cielo

Considerato un vero e proprio guitar hero in ambito power metal, grazie a una carriera caratterizzata dai dischi pubblicati, tra gli altri, con Vision Divine e Labyrinth, Olaf Thorsen ci ha dato il suo punto di vista sulla situazione attuale in ambito musicale, soffermandosi sui social media e sullo streaming musicale, e ci ha spiegato perché oggi è molto più difficile vivere di musica.

Ciao Olaf, benvenuto su Il Raglio del Mulo, è un piacere di averti qui. Come e quando ti sei affacciato nel mondo del metal?
Ciao e grazie per l’invito. Beh, immagino che la mia storia non sia poi così diversa da tante altre: ho iniziato con altri due amici, suonando in un garage quando ero un adolescente. Mi piaceva tanto l’idea di passare il mio tempo suonando musica e formando una band con una propria base operativa, con divano, strumenti, frigorifero pieno di birre e così via. Più suonavo e più sentivo di amare quello che stavo facendo, ed eccomi ancora qui!

Hai mai pensato di lasciare tutto e continuare con una vita normale?
Ho una vita normale, in realtà. Non mi sento una rockstar, qualcosa di simile a un eroe di Hollywood che puoi solo sperare di incontrare al cinema quando guardi un film. Esco, bevo una birra, partecipo ad altri concerti, ecc…

Cosa pensi dell’attuale scena metal mondiale, satura sotto ogni punto di vista? Ritieni che sia più difficile vivere oggi di musica rispetto al passato?
È decisamente molto più difficile al giorno d’oggi, ma il problema più grande è arrivato con internet e i social. Oggi, la storia non conta più, i nuovi “fan” non sanno nemmeno cosa stanno ascoltando e semplicemente non sanno da dove viene questa musica. Quindi può capitare, come mi è capitato, di leggere un commento sotto una nuova canzone di una band davvero grandiosa come i Fates Warning che diceva “bella canzone, ma suonano troppo come XXXX”, dove gli XXXX erano una band recente, formata solo da un qualche anno fa… è semplicemente pazzesco!

Secondo te, cos’è che non consente la crescita dell’underground? E’ possibile procurarsi una piccola entrata sufficiente a garantirsi la sussistenza, magari l’acquisto di attrezzature e partecipare a festival rinomati?
L’underground al giorno d’oggi è decisamente saturo di milioni di band che pubblicano miliardi di album e trilioni di video. Non c’è alcuna possibilità per gli ascoltatori nemmeno di notare una buona band, una buona canzone. Non fraintendetemi: tutti hanno il diritto di scrivere e pubblicare la propria musica, ma Internet ha semplificato tutto quando si tratta di fare i passi giusti al momento giusto e la tecnologia ha aiutato a far suonare bene, fin troppo bene, anche se a volte dal vivo non sei proprio così bravo. Aggiungi questo ai piccoli costi necessari per produrre un video decente e alla possibilità di promuoverlo investendo in pubblicità e capirai perché le cose stanno diventando piuttosto… confuse e difficili, soprattutto per una band di nuova fondazione.


Internet oggi e le piattaforme di musica digitale, secondo te, sono una benedizione o una maledizione?
Immagino di averti già risposto in qualche modo poco fa: penso che sia comunque una benedizione, perché ha sicuramente aperto nuove soluzioni per tutti!

Olaf, quanto materiale hai registrato negli anni e a quanti progetti hai collaborato oltre ai tuoi?
Non lo so davvero! Immagino sia facile contare i miei album con Labyrinth, Vision Divine e ora Shining Black, ma non riesco a contare ogni singola partecipazione che ho fatto, nel corso degli anni. Non è importante, comunque, quello che conta è che mi sono divertito!

Secondo te, una band emergente, qualunque sia il suo stile di metal, può avere successo solo se ha una grande etichetta alle palle o, al contrario, oggi è più semplice far conoscere la propria musica?
Una band emergente dovrebbe sempre, e sottolineo sempre, suonare la musica che gli piace, non importa il resto. Fallo professionalmente, ovviamente, ma fai ciò in cui credi e credi in ciò che fai. Questo è tutto, se hai del talento, prima o poi il successo arriverà.

Cosa pensi che debba cambiare urgentemente nell’industria musicale?
Non ne ho idea, non mi considero né un guru né un saggio. Immagino che noi musicisti dovremo adattarci ai tempi che stanno cambiando, come è sempre successo anche in passato.

Cosa spinge Olaf a registrare ancora dischi metal? Quanta passione ti spinge a dedicarti ancora alla chitarra?
Come ti dicevo, quando ero un adolescente mi divertivo molto a suonare in un garage con il mio amico, quindi non ho mai smesso di farlo e cerco ancora di mantenere tutto così, facendo quello che mi piace, quando mi piace e come piace a me.

Quali sono i tuoi prossimi progetti?
Abbiamo pubblicato “When All the Heroes Are Dead” un paio di anni fa e ora sto lavorando al nostro nuovo album. Non ho mai fatto cose perché devo, e sicuramente non mi affretterò a fare qualcosa solo perché qualcuno mi chiede di essere veloce. Se dovessi mai pubblicare della nuova musica, lo farò perché sarà quello il momento giusto per me.

Gengis Khan – La via del lupo

Nonostante un moniker che si rifà a un grande personaggio del passato, i Gengis Khan non stanno lì a rimuginare troppo sul proprio di passato, anzi preferiscono di disco in disco sperimentare nuove soluzioni. L’ultima uscita della band italiana, “Possessed by the Moon”, ha un approccio ben più melodico rispetto alle due precedenti uscite del gruppo, ma non per questo meno epico.

Benvenuto Frank, il vostro album di debutto si intitolava “Gengis Khan Was a Rocker”, sono passati nove anni da quella pubblicazione, ma non direi che l’imperatore mongolo abbia cambiato gusti musicali, stando a quanto contenuto nel vostro nuovo lavoro “Possessed by the Moon”!
Ciao e saluto tutti i lettori di Raglio del Mulo! Beh, direi di no, oserei dire quasi che i suoi gusti si sono un filo estremizzati rispetto al primo album che direi quasi era più un demo che un album. Ma è bello cosi al inizio.

Oltre ai gusti musicali, credi che in qualche modo ci sia una sorta di filo ispiratore che unisca la pianura mongola e la vostra pianura padana?
Per certe angolazioni potrebbe sì assomigliarci. Ma è lo spirito di chi ci abita che assomiglia, a mio parere, molto di più a quello del popolo mongolo per la tenacia di chi non si arrende mai.

Il protagonista del vostro nuovo album è il lupo, lo richiamate nel titolo, fa bella mostra di sé sulla copertina e nel nome del brano “Possessed by the Wolf”. Cosa rappresenta nell’album il lupo? E ha anche un valore simbolico nelle vostre vite?
Siamo stati ispirati dalla grande leggenda del lupo blu. Ho letto recentemente l’epopea del lupo blu della steppa di Homeric pubblicato da Rizzoli e questo mi ha ispirato nel creare un racconto mistico tra leggenda e realtà, con dettagli, tra le righe, che ritraggono anche situazioni di vita reale e quotidiana. Ma allo stesso tempo creano un concept tra “Possessed by the Wolf” e “Possessed by the Moon”. 

Hai dichiarato “Canzoni come “Possessed By The Wolf”, “The Wall Of Death” e la ballata “Eternal Flame” sorprenderanno i nostri ascoltatori. Ci sarà più melodia e le tastiere hanno un suono enorme!”. Avevate programmato questi cambiamenti oppure la mutazione è avvenuta in modo spontaneo?
La mia band metal preferita sono i Vanadium e ho sempre adorato le tastiere, semplicemente però non ho mai incontrato un tastierista con il quale legare. Con l’entrata in formazione di Lee Under tutto è cambiato, lui è colui che diede il nome alla band nel 2012, prima era il nostro merchandiser/roadie, da qualche anno a sta parte si è specializzato nelle tastiere e cosi non potevamo scegliere di meglio, visto che era già della famiglia. Devo dire che ha un ottimo talento nel leggere il ruolo adatto delle tastiere al interno dei nostri brani, siamo molto soddisfatti.

In qualche modo la scelta di Simone Mularoni ha inciso su questa nuova direzione?
No assolutamente, anzi lui ci preferiva senza. “Colder Than Heaven”, il nostro precedente album pubblicato dalla francese Steel Shark Records ne era completamente privo e tirava più sullo speed metal/thrash. Elementi che anche in questo album sono presenti, ma devo ammettere, in maniera nettamente ridotta.

Il pubblico metal non sempre è aperto ai cambiamenti, non temi che la cosa possa infastidire i vostri seguaci?
Sì, questo lo sappiamo bene, ma noi siamo quello che siamo, non amiamo troppo mantenere intatto il nostro sound da disco a disco. Spero che in futuro avremo modo e maniera di dimostrarlo sempre più frequentemente di modo che i fan si riescano ad abituare a questo standard evolutivo.

Da uno dei tre brani da te citati in quella dichiarazione, “Possessed by the Wolf”, è stato tratto un singolo con relativo video. Come è nata la clip?
Tutto è nato da una mia idea di sceneggiatura nel periodo natalizio, abbiamo cercato di far sì che il video potesse rispecchiare passo a passo il contenuto della canzone. Ci sono stati diversi attori che hanno partecipato e fu fantastico che, dopo i festeggiamenti vari, il giorno dopo ci eravamo contagiati tutti di Covid, con incluso un mal di testa da vino rosso: really heavy! 

Lo scorso 23 aprile al Sidro Club Savignano sul Rubicone avete presentato i nuovi brani, cosa avete provato a suonarli davanti al pubblico?
Direi che è stato fantastico, il locale era pieno ed eravamo emozionati, pensa che ho venduto un vinile di “Colder Than Heaven” ad un rapper di passaggio, non lo scorderò facilmente… ahah!

Avete altre date in programma?
Stiamo lavorando per cercare di riuscire a portare in Europa “Possessed by the Moon” dopo l’estate, tra autunno inverno. Ci manca molto il sapore della strada, tra pandemia e nascita della mia bambina nel 2018, è molto tempo che non calpesto i palchi oltre il confine  italiano. Per cui mi auguro che riusciremo nell’intento! Giuseppe,  ti ringrazio infinitamente per la bellissima intervista e mando un saluto a tutti i lettori! Keep the faith!