Fabio Rossi – Under the sign of the Black Mark

Fabio Rossi ha colmato una lacuna non da poco con il suo nuovo libro “Bathory – La band che cambiò l’Heavy Metal” (Officina di Hank), un’opera dettagliata e ricca di aneddoti che farà la gioia di ogni vero fan della band di Quorthon.

Ciao Fabio, con “Bathory”, se non erro, sei arrivato a tre libri. Uno sul bluesman Rory Gallagher, uno su il trio prog per eccellenza E.L.P. e ora quello sui Bathory. Quello che appare subito lampante è la tua versatilità, figlia di un amore per l’amore musica senza inutili paletti di genere. Appunto, quando nasce questo amore?
Ciao Giuseppe, per essere precisi “Bathory – La band che cambiò l’Heavy Metal” è il mio quarto saggio musicale che segue cronologicamente “Quando il Rock divenne musica colta: Storia del Prog” del 2015, “Rory Gallagher – Il bluesman bianco con la camicia a quadri” del 2017 e “Emotion, Love & Power – L’epopea degli Emerson, Lake & Palmer” del 2019. In pratica, da quando ho iniziato a scrivere libri, ne ho pubblicato uno ogni due anni. Riguardo alla mia versatilità, essa è il frutto del viscerale amore che nutro per il Rock e l’Heavy Metal, una passione che ormai dura da quasi mezzo secolo e che, credo, continuerà per il resto della mia vita. Spazio nell’ascolto dai Beatles ai Cannibal Corpse senza alcun problema e questa propensione si riflette palesemente anche nel mio modo di scegliere le tematiche su cui scrivere. L’amore è esploso dirompente ai tempi del liceo, verso la metà degli anni settanta per essere precisi, quando durante i periodi di autogestione si ascoltavano gli album dei Led Zeppelin, Genesis, E.L.P., Pink Floyd ecc. ecc… e si leggeva Ciao 2001, l’internet dell’epoca come amo definirla io.

Mentre, quando hai iniziato a scrivere di musica?
Provenivo da un quinquennio, dal 2009 al 2014, di proficua collaborazione con il sito http://www.Metallized.it, ma non condividendo alcune scelte degli amministratori decisi di smettere. All’epoca stavo lavorando su un articolo sul Rock Progressivo che inopinatamente non fu mai pubblicato. Ho iniziato quasi per gioco ad ampliarlo e nel giro di poco tempo è diventato un vero e proprio libro. La Chinaski Edizioni, nota casa editrice di Genova – ora si chiama Officina di Hank -, ha creduto nelle mie potenzialità ed è così che è nato “Quando il Rock divenne musica colta: Storia del Prog”. Nel tempo è diventato nel tempo una sorta di “long seller”, più volte ristampato e uscito da poco in seconda edizione. Ci ho preso gusto e ho continuato a scrivere e pubblicare con Chinaski prima e Officina di Hank poi.   

Abbiamo detto della tua varietà di gusti, ma qual è l’elemento che unisce i tre protagonisti dei tuoi libri?
Ovviamente adoro gli E.L.P., Rory Gallagher e i Bathory. Avrei potuto affrontare argomenti diversi ma la cosa che mi sorprendeva di più è che nessuno in Italia si è preso mai la briga di raccontare le loro storie. Pare assurdo ma nemmeno sugli E.L.P. c’era un libro prima del mio! Come dico sempre, qualcuno doveva colmare il vuoto e l’ho fatto io. Certo non nego che mi piacerebbe scrivere sui Led Zeppelin, Genesis, Iron Maiden, Black Sabbath, alcune delle formazioni che prediligo, ma ci sono talmente tanti libri in giro che mi pare assolutamente inutile farlo. D’altra parte sono tanti gli artisti che meriterebbero un bel libro, ad esempio Traffic, Gentle Giant, Tommy Bolin, ed è lì che sesondo me uno scrittore dovrebbe puntare.

Quando hai deciso di scrivere un libro sui Bathory? O sarebbe più corretto dire, un libro su Quorthon? Che tipo di lavoro hai fatto per recuperare il materiale sullo svedese?
Dopo la pubblicazione del mio terzo libro, molti miei amici metallari si stavano letteralmente “incazzando”. In effetti, dopo aver visto dal vivo tutti i gruppi più importanti, aver lasciato un patrimonio nei negozi romani specializzati in vendita di LP e CD (Revolver e Disfunzioni Musicali in primis), acquistato una marea di riviste (ad esempio possiedo tutti i numeri di H/M), scritto di metal sul web per cinque anni, sembra davvero un po’ strano che non mi sia dedicato mai a quel genere. Così è nata l’idea del mio libro sui Bathory o, come dici tu, su Quorthon che poi è la stessa cosa. Dei quattro certamente il saggio sul combo svedese è stato il più difficile a causa dell’esiguità del materiale a disposizione. Ho consultato numerose riviste anche straniere, siti web, forum di discussione, gruppi Face book, fanzine e letto e tradotto una decina di saggi dedicati principalmente al Black Metal e alla cultura vichinga. Sui Bathory ho trovato un solo libro in lingue francese: insomma, un lavoraccio.  

La carriera degli svedesi può essere divisa in tre fasi: la prima black\thrash, la seconda epic\viking, poi c’è la terza, quella dopo l’apparente split post “Twilight of the Gods”, meno omogenea stilisticamente. I fan si dividono soprattutto in due fazioni, ognuno parteggia per una delle prime due: tu quale preferisci? Mentre della più discussa fase finale, in cui comprenderei anche i dischi solisti di Quorthon, cosa ne pensi? Più brutalmente, sarebbe stato meglio chiudere dopo “Twilight of the Gods”?
Come si evince dal titolo, ritengo Quorthon una delle figure più importanti per lo sviluppo dell’heavy metal. Ha gettato le basi di ben due generi musicali, ovvero il black e il viking metal. Tutta la produzione dei Bathory dal debut album a Twilight of the Gods è semplicemente immensa. Verso la metà degli anni novanta il genio decide di cambiare direzione e lo fa con una duplice scelta alquanto discutibile; vira verso il thrash con due album mediocri come Requiem e Octagon e pubblica due dischi solisti influenzati da altri generi tra cui il grunge (pure dai Beatles!). Fortunatamente ritorna al viking con l’ottimo Blood on Ice, anche se poi i fan dovranno attendere ben cinque anni per il disomogeneo Destroyer of Worlds che aveva la pretesa di accontentare tutti finendo per deludere. Grazie al cielo, anzi a Odino, la sua carriera si conclude con Nordland I e II, due capolavori assoluti nella storia del metal. Personalmente apprezzo molto alcuni brani solisti e qualcosa da Destroyer of Worlds, mentre proprio non riesco ad apprezzare il thrash bathoriano distante dalle vette che il genere ha saputo proporre grazie a Slayer, Kreator, Sepultura e via discorrendo. Rispondendo alla tua ultima domanda, direi di no vista l’altissima qualità di Blood on Ice, Nordland I e Nordland II.  

Quando si citano i nomi dei puristi del metal, quelli che non si sono mai svenduti alle mode, uno dei nomi che spunta spesso è proprio quello di Quorthon. Anche se autore di dischi poco brillanti, mai nessuno ha messo in dubbio la sua ortodossia. Però nel tuo libro citi delle interviste in cui dichiara che dopo la fase thrash stampa “Blood on Ice” per fare contenti i fan. Qualcosa del genere lo dichiara anche a riguardo di “ Destroyer of Worlds”, in cui non nasconde di aver voluto accontentare un po’ tutti. Poi ci sono i suoi brani solisti, molte volte lontani dal metal. Nel nostro giro, ci sono starti artisti messi sulla graticola per molto meno, eppure la reputazione dello svedese non è mai stata scalfita. Come la spiega quest’ adorazione totale e incondizionata dei fan?
Non amo molto l’ortodossia nella musica ed è giusto che un artista decida di spaziare nel corso della sua carriera, non ci trovo nulla di sbagliato. Il problema e che a volte le cose riescono e a volte no, ma anche essere ripetitivi finisce per essere un problema. Gli AC/DC fanno la stessa musica da sempre e alcuni dischi francamente li trovo deludenti, i Metallica provarono a cambiare piuttosto radicalmente con Load e Reload e non andò bene, insomma, per dirla con un proverbio, non tutte le ciambelle riescono con il buco. Riguardo Quorthon, se non avesse abbandonato il Black per abbracciare il Viking ci saremmo persi davvero tanto e, quindi, non lo critico per essere passato al thrash o alle composizioni più “soft” dei suoi dischi da solista. L’adorazione totale e incondizionata dei fan è dovuta anche all’aura di mistero che avvolge quest’enigmatico personaggio, una coltre di nebbia che esiste ancora oggi a distanza di tanto tempo dalla sua morte e che contribuisce ad accrescere a dismisura il suo mito.     

Chiudo questa chiacchierata nello stesso modo in cui tu concludi il libro, con l’intervista a Baffo Jorg, personaggio mitico della scena romana, venuto a mancare qualche anno fa. Come è nata l’idea di questa appendice\tributo, che almeno apparentante potrebbe non apparire legata al tema del libro?
Avevo deciso da tempo che quando avrei scritto un libro sul metal l’avrei dedicato al mio amico Baffo Jorg e così è stato. Baffo è stata una figura importantissima che ha reso popolare l’heavy metal a Roma soprattutto grazie al suo locale, il mitico Frontiera, dove ho assistito a numerosi concerti frutto della sua non comune capacità organizzativa. So che non c’è una reale connessione con il tema del libro ma ho colto l’occasione per omaggiarlo. 

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