Fabio Rossi – Under the sign of the Black Mark

Fabio Rossi ha colmato una lacuna non da poco con il suo nuovo libro “Bathory – La band che cambiò l’Heavy Metal” (Officina di Hank), un’opera dettagliata e ricca di aneddoti che farà la gioia di ogni vero fan della band di Quorthon.

Ciao Fabio, con “Bathory”, se non erro, sei arrivato a tre libri. Uno sul bluesman Rory Gallagher, uno su il trio prog per eccellenza E.L.P. e ora quello sui Bathory. Quello che appare subito lampante è la tua versatilità, figlia di un amore per l’amore musica senza inutili paletti di genere. Appunto, quando nasce questo amore?
Ciao Giuseppe, per essere precisi “Bathory – La band che cambiò l’Heavy Metal” è il mio quarto saggio musicale che segue cronologicamente “Quando il Rock divenne musica colta: Storia del Prog” del 2015, “Rory Gallagher – Il bluesman bianco con la camicia a quadri” del 2017 e “Emotion, Love & Power – L’epopea degli Emerson, Lake & Palmer” del 2019. In pratica, da quando ho iniziato a scrivere libri, ne ho pubblicato uno ogni due anni. Riguardo alla mia versatilità, essa è il frutto del viscerale amore che nutro per il Rock e l’Heavy Metal, una passione che ormai dura da quasi mezzo secolo e che, credo, continuerà per il resto della mia vita. Spazio nell’ascolto dai Beatles ai Cannibal Corpse senza alcun problema e questa propensione si riflette palesemente anche nel mio modo di scegliere le tematiche su cui scrivere. L’amore è esploso dirompente ai tempi del liceo, verso la metà degli anni settanta per essere precisi, quando durante i periodi di autogestione si ascoltavano gli album dei Led Zeppelin, Genesis, E.L.P., Pink Floyd ecc. ecc… e si leggeva Ciao 2001, l’internet dell’epoca come amo definirla io.

Mentre, quando hai iniziato a scrivere di musica?
Provenivo da un quinquennio, dal 2009 al 2014, di proficua collaborazione con il sito http://www.Metallized.it, ma non condividendo alcune scelte degli amministratori decisi di smettere. All’epoca stavo lavorando su un articolo sul Rock Progressivo che inopinatamente non fu mai pubblicato. Ho iniziato quasi per gioco ad ampliarlo e nel giro di poco tempo è diventato un vero e proprio libro. La Chinaski Edizioni, nota casa editrice di Genova – ora si chiama Officina di Hank -, ha creduto nelle mie potenzialità ed è così che è nato “Quando il Rock divenne musica colta: Storia del Prog”. Nel tempo è diventato nel tempo una sorta di “long seller”, più volte ristampato e uscito da poco in seconda edizione. Ci ho preso gusto e ho continuato a scrivere e pubblicare con Chinaski prima e Officina di Hank poi.   

Abbiamo detto della tua varietà di gusti, ma qual è l’elemento che unisce i tre protagonisti dei tuoi libri?
Ovviamente adoro gli E.L.P., Rory Gallagher e i Bathory. Avrei potuto affrontare argomenti diversi ma la cosa che mi sorprendeva di più è che nessuno in Italia si è preso mai la briga di raccontare le loro storie. Pare assurdo ma nemmeno sugli E.L.P. c’era un libro prima del mio! Come dico sempre, qualcuno doveva colmare il vuoto e l’ho fatto io. Certo non nego che mi piacerebbe scrivere sui Led Zeppelin, Genesis, Iron Maiden, Black Sabbath, alcune delle formazioni che prediligo, ma ci sono talmente tanti libri in giro che mi pare assolutamente inutile farlo. D’altra parte sono tanti gli artisti che meriterebbero un bel libro, ad esempio Traffic, Gentle Giant, Tommy Bolin, ed è lì che sesondo me uno scrittore dovrebbe puntare.

Quando hai deciso di scrivere un libro sui Bathory? O sarebbe più corretto dire, un libro su Quorthon? Che tipo di lavoro hai fatto per recuperare il materiale sullo svedese?
Dopo la pubblicazione del mio terzo libro, molti miei amici metallari si stavano letteralmente “incazzando”. In effetti, dopo aver visto dal vivo tutti i gruppi più importanti, aver lasciato un patrimonio nei negozi romani specializzati in vendita di LP e CD (Revolver e Disfunzioni Musicali in primis), acquistato una marea di riviste (ad esempio possiedo tutti i numeri di H/M), scritto di metal sul web per cinque anni, sembra davvero un po’ strano che non mi sia dedicato mai a quel genere. Così è nata l’idea del mio libro sui Bathory o, come dici tu, su Quorthon che poi è la stessa cosa. Dei quattro certamente il saggio sul combo svedese è stato il più difficile a causa dell’esiguità del materiale a disposizione. Ho consultato numerose riviste anche straniere, siti web, forum di discussione, gruppi Face book, fanzine e letto e tradotto una decina di saggi dedicati principalmente al Black Metal e alla cultura vichinga. Sui Bathory ho trovato un solo libro in lingue francese: insomma, un lavoraccio.  

La carriera degli svedesi può essere divisa in tre fasi: la prima black\thrash, la seconda epic\viking, poi c’è la terza, quella dopo l’apparente split post “Twilight of the Gods”, meno omogenea stilisticamente. I fan si dividono soprattutto in due fazioni, ognuno parteggia per una delle prime due: tu quale preferisci? Mentre della più discussa fase finale, in cui comprenderei anche i dischi solisti di Quorthon, cosa ne pensi? Più brutalmente, sarebbe stato meglio chiudere dopo “Twilight of the Gods”?
Come si evince dal titolo, ritengo Quorthon una delle figure più importanti per lo sviluppo dell’heavy metal. Ha gettato le basi di ben due generi musicali, ovvero il black e il viking metal. Tutta la produzione dei Bathory dal debut album a Twilight of the Gods è semplicemente immensa. Verso la metà degli anni novanta il genio decide di cambiare direzione e lo fa con una duplice scelta alquanto discutibile; vira verso il thrash con due album mediocri come Requiem e Octagon e pubblica due dischi solisti influenzati da altri generi tra cui il grunge (pure dai Beatles!). Fortunatamente ritorna al viking con l’ottimo Blood on Ice, anche se poi i fan dovranno attendere ben cinque anni per il disomogeneo Destroyer of Worlds che aveva la pretesa di accontentare tutti finendo per deludere. Grazie al cielo, anzi a Odino, la sua carriera si conclude con Nordland I e II, due capolavori assoluti nella storia del metal. Personalmente apprezzo molto alcuni brani solisti e qualcosa da Destroyer of Worlds, mentre proprio non riesco ad apprezzare il thrash bathoriano distante dalle vette che il genere ha saputo proporre grazie a Slayer, Kreator, Sepultura e via discorrendo. Rispondendo alla tua ultima domanda, direi di no vista l’altissima qualità di Blood on Ice, Nordland I e Nordland II.  

Quando si citano i nomi dei puristi del metal, quelli che non si sono mai svenduti alle mode, uno dei nomi che spunta spesso è proprio quello di Quorthon. Anche se autore di dischi poco brillanti, mai nessuno ha messo in dubbio la sua ortodossia. Però nel tuo libro citi delle interviste in cui dichiara che dopo la fase thrash stampa “Blood on Ice” per fare contenti i fan. Qualcosa del genere lo dichiara anche a riguardo di “ Destroyer of Worlds”, in cui non nasconde di aver voluto accontentare un po’ tutti. Poi ci sono i suoi brani solisti, molte volte lontani dal metal. Nel nostro giro, ci sono starti artisti messi sulla graticola per molto meno, eppure la reputazione dello svedese non è mai stata scalfita. Come la spiega quest’ adorazione totale e incondizionata dei fan?
Non amo molto l’ortodossia nella musica ed è giusto che un artista decida di spaziare nel corso della sua carriera, non ci trovo nulla di sbagliato. Il problema e che a volte le cose riescono e a volte no, ma anche essere ripetitivi finisce per essere un problema. Gli AC/DC fanno la stessa musica da sempre e alcuni dischi francamente li trovo deludenti, i Metallica provarono a cambiare piuttosto radicalmente con Load e Reload e non andò bene, insomma, per dirla con un proverbio, non tutte le ciambelle riescono con il buco. Riguardo Quorthon, se non avesse abbandonato il Black per abbracciare il Viking ci saremmo persi davvero tanto e, quindi, non lo critico per essere passato al thrash o alle composizioni più “soft” dei suoi dischi da solista. L’adorazione totale e incondizionata dei fan è dovuta anche all’aura di mistero che avvolge quest’enigmatico personaggio, una coltre di nebbia che esiste ancora oggi a distanza di tanto tempo dalla sua morte e che contribuisce ad accrescere a dismisura il suo mito.     

Chiudo questa chiacchierata nello stesso modo in cui tu concludi il libro, con l’intervista a Baffo Jorg, personaggio mitico della scena romana, venuto a mancare qualche anno fa. Come è nata l’idea di questa appendice\tributo, che almeno apparentante potrebbe non apparire legata al tema del libro?
Avevo deciso da tempo che quando avrei scritto un libro sul metal l’avrei dedicato al mio amico Baffo Jorg e così è stato. Baffo è stata una figura importantissima che ha reso popolare l’heavy metal a Roma soprattutto grazie al suo locale, il mitico Frontiera, dove ho assistito a numerosi concerti frutto della sua non comune capacità organizzativa. So che non c’è una reale connessione con il tema del libro ma ho colto l’occasione per omaggiarlo. 

Flavio Adducci – Alle origini del nero

Si parla tanto di black metal, ma quasi mai delle sue origini. Di solito si citano i grandi nomi della scena norrena di metà anni 90, dimenticando tutto quello che c’è stato prima. A rendere giustizia ai padri del genere, c’ha pensato Flavio Adducci con il suo libro “Benvenuti all’Inferno!” pubblicato qualche mese fa dell’editore Officina di Hank.

Flavio, da qualche mese è fuori il tuo libro “Benvenuti all’Inferno!”, quando e perché hai deciso di rimetter mano al tuo ebook “Nel Segno del Marchio Nero” per rieditarlo con un nuovo titolo e contenuti più ricchi?
Ciao Giuseppe! Ho cominciato a rimetterci mano nel luglio dell’anno scorso, quando il mio editore, una volta conosciuto come Chinaski Edizioni ma ora come Officina di Hank, mi contattò dopo tanto tempo per chiedermi se volessimo riprovare a pubblicare il libro in versione fisica, dopo che i nostri rapporti erano cessati qualche anno prima per varie ragioni. Ovviamente, fui entusiasta di questo suo ritorno perché il mio sogno era proprio quello di veder stampato su carta il mio ebook, che avevo pubblicato il 24 marzo 2019, il giorno del mio trentesimo compleanno. Così, decidemmo di comune accordo di ridare al libro il suo vecchio titolo, cioè “Benvenuti all’Inferno!”. Inoltre, approfittando dell’occasione, ho apportato qualche modifica anche per correggere alcuni errori presenti nell’ebook, ho aggiunto due capitoli nuovi (quello sulla scena iberica e quello sul proto-speed/thrash metal) e ho inserito la stupenda prefazione scritta da Francesco Gallina, che proprio in questi giorni sta uscendo con la sua nuova fatica, “Dipinto sull’Acciaio”. Ed ecco che il libro non solo è finalmente uscito ma risulta avere adesso circa 40 pagine in più.

Da un certo momento in poi, prima metà degli anni ’90, si inizia a parlare di black metal riferendosi a qualcosa di diverso rispetto a quello che prima era per tutti il metallo nero. Oggigiorno la definizione più comune è proprio questa nata nell’ultima decade dello scorso secolo. Il tuo libro è qui a render giustizia a tutte quelle band che per prime, invece, sono state identificate come black. Una scelta coraggiosa la tua, perché vai quasi contro la percezione generale del metallaro odierno…
Sì, in effetti alcuni non credono affatto nell’esistenza della first wave of black metal perché affermano che gruppi come Venom o i primi Sodom non avessero musicalmente nulla in comune con quelli che vengono percepiti oggigiorno come black metal, come i Darkthrone o gli Immortal. Eppure, si potrebbe quasi dire che questi ultimi, i norvegesi, non abbiano inventato niente perché è stato proprio nella prima ondata che sono emerse formazioni come i Bathory di “Under the Sign of the Black Mark” o gli ungheresi Tormentor, le quali praticamente proponevano del vero black metal prima che questo genere fosse riconosciuto negli anni ‘90 come a sé stante. Il problema è che, quando si parla della prima ondata, si parla di qualcosa di indefinibile. Infatti, qui il punto non è esattamente un fatto di musica ma è più che altro un fatto di attitudine, di suonare nella maniera più sinistra e diabolica possibile cantando di Satana e di argomenti come l’occultismo, facendolo però non seguendo dei copioni musicali precisi. Ecco così che nel libro si trovano inseriti gli Slayer o i Mercyful Fate, due band diversissime fra loro che però, soprattutto nei primi tempi, venivano spesso definite proprio come black metal dalle riviste di settore e dalle fanzine dell’epoca. A dirla tutta, questo succedeva anche perché una larga parte del metal, specie quello estremo, era in via di costruzione, ragion per cui spesso non c’erano degli steccati definiti fra i generi. Quindi, ci si divertiva a inventare le più variopinte definizioni per dare un nome ai vari stili emergenti. Alcune di esse non avrebbero resistito alla prova del tempo mentre altre sì, fra cui “black metal”, che però negli anni avrebbe assunto un significato un po’ diverso da quello originario.

Questo rimescolamento delle etichette mi frastorna, non ti nascondo che quando dico power metal, ho in mente qualcosa di diverso rispetto a quella che è l’accezione odierna (la mia è un qualcosa che sta a metà strada fra il metal classico e il thrash). Ma potrei farti altri esempi, però mi soffermerei su un altro aspetto: i sottogeneri servivano, più che altro, in un momento storico in cui la musica veniva promossa attraverso le riviste per descrivere in modo veloce la proposta di una band. Ma oggi che l’ascolto è quasi immediato dopo la pubblicazione di un album, serve ancora parlare di black, death, power, ecc? Non credi che sia riduttiva come cosa?
Vero, anch’io sono più legato al power metal di cui parli, cioè quello degli anni ’80, durante i quali c’erano gruppi duri e violenti come i mitici Jag Panzer o i Liege Lord. Fra l’altro, potrebbe suonare strano ai cultori di ciò che oggigiorno viene inteso come power metal ma allora da questo genere potevano uscire fuori band dal sound molto oscuro e dalle tematiche ultra-sataniche come i Satan’s Host, che possono esser fatti rientrare tranquillamente nella first wave of black metal. Tornando alla tua domanda, per me ha ancora senso parlare di sottogeneri nel metal. Perché, prima di tutto, penso che abbiano ancora un forte appeal, tanto che negli ultimi anni sono nati canali YouTube dedicati esclusivamente a generi specifici; canali che vengono seguiti particolarmente da metallari che preferiscono degli stili precisi, come il thrash o il black metal, rispetto ad altri. Inoltre, credo che, con questo generale ritorno alla vecchia scuola che stiamo vivendo ormai da un po’ di tempo, si sia in un certo senso riscoperto il metal, le sue origini, e anche generi che erano stati dimenticati come lo speed metal, spesso confuso per il thrash metal, o definizioni come la stessa first wave of black metal. Grazie a tutto ciò, si può dire che si sia ridato lustro ai vari sottogeneri metal, rafforzandoli.

Torniamo al libro, mi parleresti delle fonti? Te lo chiedo, perché spesso sei andato oltre le solite, inserendo nelle tue pagine anche band che difficilmente vengono accostate al black…
Principalmente ho usato fonti come libri, fanzine, il monumentale Metal-Archives e, almeno nei primi tempi, anche YouTube, che già qualche anno fa, quando cominciai a scrivere il libro, era pieno di video che raccontavano la storia e l’evoluzione della first wave of black metal. Però sì, non sempre parlo di gruppi di fatto appartenenti alla prima ondata. Per esempio, nel capitolo statunitense si trovano band che non ne hanno mai fatto parte come i Manilla Road, e perfino i Saint Vitus, che non sono mai stati nemmeno lontanamente satanici vista la loro fede cristiana. Ma, in entrambi i casi, il sound è veramente molto oscuro e vicino, rispettivamente, ai Celtic Frost e, soprattutto durante le parti veloci, agli Hellhammer. A causa di queste somiglianze, ho pensato di inserirli, anche per far capire a tutti quanto il metal si stesse sempre più scurendo in quegli anni. Poi, qui e là nel libro si parla di hardcore punk. Questo è stato sia un atto d’amore verso quest’altro tipo di musica, a cui sono molto legato, e sia perché alcuni gruppi di questo genere presi in esame nel libro presentano delle caratteristiche musicali, vocali e/o di atmosfera capaci a mio avviso di richiamare il black metal. Non è un caso che band come gli inglesi Amebix vengano citate come influenze importanti da protagonisti della seconda ondata come i Darkthrone. Alcune formazioni di questo tipo le ho scoperte dopo aver pubblicato il libro, come gli statunitensi United Mutation, che mi hanno del tutto sorpreso perché nel 1983 se ne uscirono con un pezzo dal cantato agghiacciante come “Lice & Flies”. Ascoltare per credere!

Dovendo mettere dei paletti cronologici, più o meno quando nasce e muore la prima ondata?
Allora, l’inizio della first wave of black metal è da far risalire al 1981, quando i Venom, i fondatori assoluti del movimento, pubblicarono “Welcome to Hell”. Con questo disco la band inglese immortalò per i posteri un metal satanico e blasfemo a cui i nostri diedero una definizione l’anno dopo col secondo album, “Black Metal”, col quale si fondò di fatto tutto un genere musicale che però sarebbe diventato tale solo negli anni ’90. Invece, la fine della prima ondata è da collocarsi idealmente nel 1991, quando Euronymous, leader e chitarrista dei Mayhem, aprì a Oslo il negozio di dischi Helvete, che in norvegese significa “Inferno”. Fu proprio da qui che il black metal divenne finalmente un genere musicale con caratteristiche ben distinte. Ciò praticamente grazie a Euronymous, che spinse molti dei suoi amici, dai Darkthrone a Burzum, ad abbandonare il death metal, definito ormai da lui come un genere commerciale e innocuo, per darsi al black metal, che però a questo punto non fu più concepito soltanto come musica ma anche come una pericolosa ideologia rivoluzionaria votata a Satana e al caos.

Quale è stato il passaggio più complicato da mettere su carta?
Più che altro, ho trovato molto complicato mettere la parola FINE al libro. Infatti, devi non solo considerare che io ho una grande passione per la scrittura che coltivo praticamente da una vita, ma anche che ho scelto come tema qualcosa di indefinibile come la first wave of black metal. Inoltre, a un certo punto delle mie ricerche, ho scoperto che il sito The Corroseum contiene un’enorme sezione dedicata alle fanzine metal degli anni ’80, cioè una vera e propria miniera di informazioni se si vuole scrivere un libro di questo tipo. Solo che, a causa di tutto ciò, ho rischiato sul serio di rendere virtualmente infinita la stesura di “Benvenuti all’Inferno!”! Ma poi, un bel giorno, conscio di aver scritto tutto il possibile, mi sono ritenuto finalmente soddisfatto del lavoro. E così quella che è uscita è la versione definitiva di un libro che ho iniziato a scrivere, se non erro, nell’ormai lontano ottobre 2015.

Hai arricchito il libro con delle interviste ai protagonisti di quella epopea, cosa hai provato ad ascoltare direttamente dalla voce dei protagonisti come sono andate le cose?
Non nascondo che ho provato un po’ di emozione, specialmente quando intervistai al telefono Peso dei Necrodeath. Così, oltre ogni mia più rosea aspettativa, ho avuto l’onore di parlare direttamente con uno dei pionieri del metal estremo in Italia. Per di più, quella è stata la prima intervista telefonica in assoluto che ho fatto in vita mia, ergo l’emozione fu amplificata anche da questo dettaglio. Infatti, prima di allora intervistavo solo per mail o, al massimo, in chat, quindi quell’intervista telefonica fu per me una novità totale. Fra l’altro, nel 2018, quindi due anni dopo aver chiacchierato con Peso, lo vidi all’opera con i Necrodeath quando vennero a suonare a Roma, in una serata che ricordo con grande piacere e di cui feci un live report uscito per la mia webzine Timpani allo Spiedo. Una foto di quel concerto l’ho inserita proprio nel libro. Ma ho avuto anche l’onore di intervistare, tramite mail, non solo altri pionieri del metal estremo italiano come gli Schizo attraverso le parole di S.B. Reder, ma anche i brasiliani Holocausto, che mi hanno risposto perfino con tutta la formazione che registrò il seminale “Campo de Exterminio”. In entrambi i casi, sono state svelate molte cose interessanti. Per esempio, S.B. Reder ha raccontato un sacco di aneddoti, chiarendo fra l’altro la deriva pseudo-nazista che la band ebbe nei primissimi tempi mentre gli Holocausto hanno parlato, anche della particolarissima situazione socio-politica di un Brasile che, in quegli anni, stava uscendo da una dittatura militare.

I fatti criminosi accaduti in Norvegia, è inutile negarlo, hanno dato una spinta notevole alle band della seconda ondata, tanto che il black metal paradossalmente è diventato un genere, se non commerciale, commerciabile. Invece, quale è stata la molla che ha permesso alla prima ondata di arrivare in ogni angolo del globo in un momento storico in cui i mezzi di comunicazione e di diffusione della musica erano ancora farraginosi?
Sicuramente una grande passione per il metal. Stiamo parlando di un tempo in cui non c’era Internet, in cui non c’era modo di ascoltare in anteprima nessun disco, e quindi i metallari, rispetto a oggi, dovevano “faticare” molto di più per coltivare la propria passione. Così, coloro che si aggiornavano continuamente sulla scena internazionale, fra le altre cose, leggevano fanzine e facevano tape-trading con gente magari proveniente dall’altro capo del mondo, arrivando in questo modo a scoprire anche band molto interessanti. In pratica, si può dire che proprio quei mezzi di comunicazione e di diffusione “farraginosi” abbiano contribuito notevolmente a sviluppare una passione musicale incredibile. Inoltre, penso che attirassero parecchio le tematiche sataniche/occulte, che soprattutto all’epoca, prima di essere in un certo senso “normalizzate” negli anni 2000, avevano il classico fascino del proibito per dei metallari che spesso e volentieri erano degli impressionabili adolescenti. Infatti, a partire specialmente dal 1983 e grazie a gruppi come Slayer, Mercyful Fate, Acid e altri, i temi satanici divennero una moda. Solo che lo divennero così tanto che, già sul finire degli anni ’80, si considerava il black metal come un genere obsoleto, nonostante ancora non esistesse come vero e proprio genere musicale.

Ti va di buttar giù una discografia essenziale?
Certamente! In ordine cronologico e prendendo un solo disco per band, menzionerei:
Venom – “Welcome to Hell” (1981)
Hellhammer – “Satanic Rites” (1983)
Mercyful Fate – “Don’t Break the Oath” (1984)
Slayer – “Hell Awaits” (1985)
Celtic Frost – “To Mega Therion” (1985)
Sodom – “In the Sign of Evil” (1985)
Bathory – “Under the Sign of the Black Mark” (1987)
Mayhem – “Deathcrush” (1987)
Sarcófago – “I.N.R.I.” (1987)
Tormentor – “Anno Domini” (1989)
Salem – “Millions Slaughtered” (1990)
Blasphemy “Fallen Angel of Doom…” (1990)
Master’s Hammer – “Ritual” (1991)

In conclusione, cosa bolle nel tuo pentolone oscuro?
Sta bollendo un nuovo libro a cui sto lavorando da metà novembre. Non so se e quando lo finirò ma mi sta impegnando parecchio. L’argomento è top secret ma, per il momento, sappiate solo che non riguarda il black metal. Inoltre, sappiate anche che è prossimamente in uscita, per il mio editore Officina di Hank, “Bathory – La band che cambiò l’heavy metal”, nuova opera del mio amico Fabio Rossi incentrata, appunto, sui Bathory e sul suo mastermind Quorthon, e per la quale ho scritto la prefazione. Ora, nel caso siate interessati a seguirmi, vi lascio i seguenti link:
FaceBook: https://www.facebook.com/flavio.adducci/
Instagram: https://www.instagram.com/xpositivityxeaterx/
Timpani allo Spiedo (la mia webzine): https://timpaniallospiedo.blogspot.com
xSenselessxPositivityx (il mio progetto noisegrind): https://xsenselessxpositivityx.bandcamp.com/
Ciao e grazie, Giuseppe, per questa bellissima intervista! E complimenti per il tuo libro “Icons of Death”, che sto leggendo, anzi, divorando in questi ultimi giorni!

Paolo Merenda – Briciole punk

Paolo Merenda è un artista versatile: salta dalla musica alla scrittura con naturalezza e coerenza. Ma non solo, la sua vena camaleontica viene confermata dalla miriade di band, stilisticamente differenti, in cui è coinvolto e dalla notevole produzione letteraria che va dalla saggistica alla narrativa per bambini. Se c’è un’opera, però, che in qualche modo riesce a catturare entrambe le versioni di Paolo (musicista e scrittore) è “Break – Confessionale Punk” (Gonzo Editore), volumetto che al proprio interno contiene 50+1 mini-racconti e un CD.

Ciao Paolo,se non erro ci siamo sentiti l’ultima volta ai tempi del tuo esordio come autore per bambini con lo pseudonimo Paul Snack, come è andata l’esperienza “Il magico videogame”?
Ciao! Sì, in effetti non pubblicavo carta da parecchio tempo. Sono stato impegnato fra problemi lavorativi e familiari, per cui ho preferito impiegare il poco tempo libero dell’ultimo quinquennio principalmente suonando. Ho pubblicato infatti parecchio materiale musicale, a differenza di quello cartaceo. Quel libretto alle fiere vende bene, parliamo sempre di piccoli numeri e di microeditoria. Non essendo un racconto “rassicurante” non è facile per una insegnante proporlo come lettura facoltativa, ne parlavo proprio pochi giorni fa con una persona del mestiere. Purtroppo la tendenza dei genitori è un po’ quella del padre di Siddharta…

Darai un seguito alla tua produzione per bambini?
E’ un mercato molto difficile. La maggior parte dei libri che escono per editori specializzati sono realizzati “su commissione” dagli autori e si punta sulla produzione seriale dal successo di Geronimo Stilton. Ma io non voglio piacere a tutti e mi guadagno da vivere diversamente, per cui non sono disposto ad accettare troppi compromessi. In conclusione: per ora non ho più pubblicato libri per bambini. Se capiterà, con la giusta motivazione e il giusto editore, però potrei farlo (ho ancora materiale nel mio hard disk).

Da poco è uscito il tuo nuovo libro, “Break – Confessionale Punk”, contenente 51 micro-racconti. Come è nata questa raccolta?
Il “micro-racconto” è una idea che mi frulla in testa da anni. Volevo qualcosa che stesse nello spazio di un biglietto da visita (deformazione professionale) che però fosse di senso compiuto (non aforismi, poesie etc…). Sul sito di “Inchiostro Sprecato”, un progetto letterario autoprodotto che ho ideato insieme ad altri amici del giro punk, abbiamo creato uno spazio per i “Racconti da visita”, alcuni scritti da autori noti. Dopodiché ho cominciato a lavorare ad una mia raccolta di storie, partendo dalla prima uscita sul nostro facebook. Ho proposto l’idea a Gonzo (che ho conosciuto grazie all’amico Vincenzo Trama, a cui è dedicato l’ultimo racconto) quando ancora era in fase embrionale (pensavo nessun editore mi prendesse sul serio), dopodiché abbiamo lavorato per definire e sistemare il tutto. Ci abbiamo lavorato per un annetto, il libro sarebbe dovuto uscire per la Fiera di Torino del 2020, poco prima del mio 40esimo compleanno, ma causa pandemia siamo arrivati a gennaio 2021. Ci tengo a menzionare il lavoro molto professionale di Gonzo, sia a livello di grafica/ ideazione che a livello contrattuale.

I racconti sono tutti inediti e scritti appositamente per questo libro o parte del materiale proviene dal tuo archivio?
Avevo da parte circa 65 racconti, di cui ne abbiamo selezionati 51. Alcuni sono “reprise” – avrai riconosciuto in “L’artigiano” l’ossatura del plot narrativo di “Magico Videogame” – ma perlopiù si tratta di storie scritte apposta per la raccolta e con la stessa tecnica (750 battute spazi inclusi, divise in 3 paragrafi).

Leggendo queste 51 schegge ho sempre avvertito una sensazione di tristezza, quasi di rassegnazione, anche nei momenti più spensierati. Si tratta di una mia impressione o è effettivamente così?
Hai perfettamente ragione. Penso che sia radicata in me ormai questa sorta di malinconia perenne. Anche quando scrivo un pezzo non mi esce mai “fun-fun-fun”. Penso che un po’ derivi dal mio essere “mandrogno” per cui esperienza e background hanno influito sul mio carattere. Inoltre quando ricordo l’adolescenza penso a qualcosa di magico e che non tornerà (anche se in realtà le problematiche erano parecchie). Credo che un po’ della causa sia la nostra memoria selettiva, che tende a ricordare soltanto i momenti piacevoli, ma parte di questo atteggiamento deriva anche dal fatto che ben pochi adulti vivano spensierati come bambini. A me è sempre piaciuto scherzare, prendere e farsi prendere in giro, ma lo humour non è per tutti. Il “mandrogno” poi usa spesso uno humour cinico, secondo me vicino a quello inglese. Anche per questo probabilmente il mio autore preferito rimarrà sempre Dahl. E forse sempre per questo motivo “Break” come il “Magico Videogame” non sono libri per tutti. Ma d’altronde non voglio piacere a tutti e, come già dicevo, non devo pagarci il mutuo con i libri.

Siamo abituati ad immaginare il punk come un movimento, per quanto di periferia, legato alle grandi città. Ma c’è anche un punk di provincia, e tu ne sei il cantore. Mi daresti la definizione di punk di provincia? In cosa si differenzia da quello metropolitano?
Beh, non oserei definirmi il “cantore” del punk di provincia. Prima di me libri come “La città è quieta” di Carlo Cannella hanno avuto molto più successo e molti altri autori sono più conosciuti di me. Detto ciò, per definire il punk di provincia bisognerebbe definire prima il punk, che secondo me non me non è granché definibile. Posso dire soltanto che io amo la provincia e, da qualche anno, la vita di campagna. Da noi puoi vivere in mezzo a un bosco ed essere comunque a 5 km. dal centro storico e questo trovo sia un punto a favore della provincia. Inoltre il costo della vita ad Alessandria è decisamente basso, anche se abbiamo diversi punti negativi: l’alto tasso di inquinamento, il degrado in cui la città è decaduta negli ultimi anni e la delinquenza legata al mercato dello spaccio e della prostituzione. Posso aggiungere soltanto che fare musica alternativa in provincia è sempre stato difficile, mancano spazi, non c’è una “scena” alternativa etc… poi in un periodo come questo mi sembra ormai fantascienza parlare di live. Comunque sia parecchie band di Alessandria, di diversi generi, sono riuscite ad affermarsi all’estero pur essendo ben poco considerate in città.

Alla luce della tua definizione di punk di provincia, quanto c’è di autobiografico in “Break”?
C’è sempre molto di autobiografico in quello che scrivo. A volte esagero i toni come nella tradizione dei “tall tales”, ma principalmente parlo di esperienze vissute: sia per essere più credibile, ma anche perché diversamente non saprei come fare. Ho sempre avuto ben poca fantasia, fin da bambino vedevo altri creare con l’immaginazione fantastiche storie e disegni: a me non usciva mai nulla. Sarà anche per questo che sono ancora legato ai fumetti, molto presenti in “Break”. Il disegno mi ha sempre affascinato, trovo che sia una forma d’arte molto elevata, ma sono totalmente negato.

Il libro contiene anche un CD, di che si tratta?
Ho pensato al “bonus cd” principalmente per dare un valore aggiunto al libro “magro” di pagine. Ci tenevo poi a fare uscire queste tracce (originariamente pensate per il mio progetto A.S.E.) che non si sono concretizzate su disco a causa di problemi della line-up. Ultimamente ho ascoltato parecchie “One-man-band” ed è nata così l’idea di rivisitare le tracce in una versione più grezza e suonabile da solo. Ho registrato in un paio d’ore, in presa diretta, suonando con gli arti inferiori charleston e cassa, mentre con i superiori cercavo di fare del mio meglio per andare a tempo con la Telecaster, aiutato anche da un fuzz in alcune parti. I temi delle canzoni sono poi in linea con i racconti, per cui penso che il cd sia un complemento ideale. Gonzo anche in questo caso si è dimostrato subito disponibile ed ha pensato bene di creare un allegato “artigianale” in puro stile d.i.y. masterizzando e incollando uno ad uno i cd sul retro del libro.

Già che stiamo parlando di musica, c’è qualcosa che bolle in pentola su quel versante?
Come One-man-band avrei voluto suonare per strada e nelle librerie a supporto di “Break” (ovviamente causa pandemia non l’ho ancora fatto), dopodiché sto continuando a suonare punk con il progetto “Bag of Snacks”. Il primo 12” è uscito durante il lockdown di aprile 2020 co-prodotto da diverse realtà italiane ed una americana. In queste ultime settimane invece ho iniziato a provare con un quartetto country/folk/blues (2 acustiche, contrabbasso e percussioni). Sono appassionato di musica e cultura country ormai da 20 anni, per cui trovo sia una esperienza entusiasmante. Con loro stiamo rivisitando alcuni brani del cd allegato a “Break” in aggiunta ad inediti e cover, sperando un giorno di suonare live.

Trevor – Racconti di sangue

Quante volte un’opera letteraria è diventata uno spunto per un album se non il concept su cui costruire l’intero platter? Ma se provassimo a ribaltare questo iter creativo, probabilmente otterremo qualcosa di molto simile ad “Assetati di sangue. 45 serial killer allo specchio” (Shatter Edizioni), l’esordio come scrittore di Trevor. Perché, alla fine, Trevor queste storie le ha sempre raccontate nei Sadist sin dai tempi di “Crust”, ora le ha semplicemente messe su carta, ottenendone un’agghiacciante parata di personaggi che non vorremmo mai incontrare, soprattutto quando incrociamo il nostro sguardo nello specchio…

Ciao Trevor, l’avresti mai detto che un giorno ti saresti ritrovato a rispondere a delle interviste non nei panni di cantante ma in quelli di scrittore?
Sono una persona che ama porsi degli obiettivi, mi piace inseguire i sogni e quello di scrivere un libro era uno di questi. Da sempre mi occupo delle liriche Sadist, mi piace molto buttare giù idee, sono un fiume in piena, per questo motivo mi sono appassionato molto nella scrittura di “Assetati di Sangue”.

Fermo restando che lo scrivere un libro e buttar giù il testo di una canzone sono attività differenti con finalità diverse, credi che ci siano dei punti in comune tra i due iter?
Hai detto bene si tratta di attività differenti, ma certamente con alcuni punti in comune. Penso che avere una buona immaginazione e memoria fotografica sia molto importante per entrambe. Come credo hai avuto modo di vedere, al termine di ogni capitolo segue una sorta di poesia, qualcosa che ha avvicinato le liriche musicali alla fatica letteraria.

In fin dei conti, queste tematiche le hai trattate anche in alcuni dei tuoi testi, ma cosa ti ha spinto ad approfondire il  discorso scrivendo addirittura un libro?
Con Sadist ho scritto diverse liriche sul tema dei serial killer, vedi “Christmas Beat”, “Evil Birds”, “I Want it” e altre. Senza considerare che nel 2003 con il side project The Famili ho scritto un concept album sui serial killer.

Quando è nato il tuo interesse per questo argomento così delicato?
E’ un argomento di cui mi occupo da circa 30 anni, uno strano interesse, che se da una parte spaventa, dall’altra entra di prepotenza a far parte del fascino del male, come gli horror movies. Tuttavia è sbagliato mitizzare questi personaggi deviati, non bisogna mai dimenticare che sono persone malvagie, che hanno ucciso tanti innocenti. Quando si parla di serial killer bisogna farlo sempre nel rispetto delle vittime e delle loro famiglie.

Come ti spieghi  il fascino sprigionato da questi criminali? C’è gente che addirittura ne ha fatto degli eroi…
La cronaca nera non è un mistero attrae molto, per anni e ancora oggi fa la fortuna dei quotidiani e non solo. Negli ultimi anni sono molte le rubriche televisive che trattano argomenti forti e questo è assolutamente indicativo. Trovare affascinante un serial killer è qualcosa di contorto. Credo nasca nelle persone, specie nelle donne, quasi una sorta di sfida, che va ad alimentare il fascino, è come se volessero sfidare la morte. Sono molti gli assassini seriali che hanno collezionato in carcere lettere con dichiarazioni d’amore e addirittura in alcuni casi hanno persino trovato moglie. E’ strana la mente umana!

Dal punto di vista operativo, come hai proceduto alla scelta dei nomi da trattare?
Avevo obiettivi ben precisi sulla scelta dei nomi. La mia intenzione era da una parte dimostrare che questa vera e propria piaga sociale è da sempre sparsa a macchia d’olio, dall’altra portare a conoscenza il lettore del fatto che geograficamente parlando non c’è posto al mondo, dove tu possa ritenerti davvero al sicuro.

Siamo tutti portati a pensare che il fenomeno dei serial killer sia abbastanza recente, invece tu sei partito da un passato remoto…
Il fenomeno dei serial killer non è da attribuire a un periodo storico ben preciso, la storia ci racconta che gli omicidi seriali e la deviazione nell’uomo esistono dalla notte dei tempi. Nonostante il racconto di Thomas Harris alias “Il Silenzio degli Innocenti” ha contribuito e non poco alla notorietà del pluriomicida. Tuttavia la realtà è un’altra, con “Assetati di Sangue” avrete la conferma di quanto detto, ci sposteremo dagli Stai Uniti all’Europa, dalla Russia all’Australia, dall’Africa al Giappone, in un ordine cronologico ben preciso, partendo dal 1400 ai giorni d’oggi.

Quindi oltra al cliché temporale ne hai abbattuto anche uno geografico, il fenomeno non è limitato agli Stati Uniti ma è diffuso un po’ ovunque, quindi le situazioni ambientali che portano a sviluppare determinati istinti non sono univoche?
Proprio così, è sbagliato pensare che questo fenomeno abbia messo radici solo negli States. Il termine serial killer è stato coniato dall’FBI a inizio anni settanta proprio negli Stati Uniti d’America, tutto vero. Tuttavia questi tristi racconti di spaccato sociale e di disagio sono da sempre teatro di orrore in ogni angolo del mondo. Innata propensione a uccidere, infliggere male, narcisimo, onnipotenza, infanzie turbolente, genitori assenti o violenti, madri autoritarie, hanno contribuito a generare la parte più feroce e perversa dell’essere umano.

Uno degli elementi che mi ha fatto più riflettere è quanto sia sottile il confine tra “loro” e “noi”: soprattutto nei capitoli che trattano i periodi storici più remoti, quindi quelli con impianti legislativi più deboli e una minore coscienza sociale, la popolazione ha reagito in modo altrettanto violento quando si è scoperta l’identità dell’assassino. Secondo te, dentro di noi c’è comunque un animale che oggi viene tenuto a freno solo dalle leggi o dalle convenzioni sociali ma che in assenza di queste  probabilmente lascerebbe esplodere  il proprio lato più sanguinario?
Giusta riflessione. In realtà ho pensato a questo diverse volte e la cosa non ti nascondo che mi suscita ansia. E’ davvero spaventoso, la linea tra pensare e agire è sottile. Quante volte i vicini di casa intervistati dopo un brutale omicidio rispondono “era una brava persona, non avremmo mai pensato che…. “. L’istinto criminale da sempre è dentro di noi, anche se: convenzione sociale, repressione degli impulsi primordiali, crescita culturale, fortunatamente ci ordinano di agire pragmaticamente e allontanare i cattivi pensieri.

In chiusura, ti chiederei di nominare due album, uno tuo e l’altro di una band che a te piace, che potrebbero rappresentare l’ideale colonna sonora del tuo libro…
Non ho assolutamente dubbi. “Crust” dei Sadist è l’album che rappresenta maggiormente: violenza sonora, claustrofobia, soffocamento, quanto all’altra band ti direi gli Slayer di “Divine Intervention”, una colonna sonora perfetta per “Assetati di Sangue”!

Massimo Salari – Script for a jester’s tear

Ospite di Mirella Catena ad Overthewall il critico musicale Massimo Salari per parlare del suo nuovo libro “Neo Prog. Storia e discografia essenziale” (Arcana Edizioni).

Il progressive rock negli anni Settanta ha vissuto il massimo del suo splendore, salvo conoscere un importante stop nel 1978. Il prog fan che ha amato questa musica così articolata e ricca di emozioni si trova improvvisamente circondato da punk, musica da discoteca e new wave, non proprio il suo habitat emozionale. Ci pensa il neo prog a ridargli forti emozioni nei primi anni Ottanta, con tanti dischi di successo. Questo libro enciclopedico narra la storia del neo prog, e porta a conoscenza dei gruppi più significativi suddivisi per nazioni. Gli approfondimenti, con analisi delle discografie relative, sono un passaggio essenziale che rende la lettura un viatico per la curiosità. Marillion, IQ, Pendragon, sono solo tre dei nomi che hanno fatto la storia di questo nuovo genere, e il libro propone un’immersione anche nei testi e nella loro musica. Non mancano incursioni sulle nuove leve come Arena e Spock’s Beard. E la storia continua con estremo piacere sino ai nostri giorni. Un libro esaustivo, unico nel suo genere. Prefazione di Loris Furlan.

Ascolta qui l’audio completo dell’intervista andata in onda il giorno 11 gennaio 2020:

Antonio Pannullo – Le talpe sono fra noi

Tempo fa avevo avuto il piacere di recensire e intervistare Antonio Pannullo, il creatore delle irriverenti talpe protagoniste della saga di Blacky Mole. A distanza di anni lo ritrovo nuovamente alle prese con la sua creatura più irriverente e con una nuova opera che trae ispirazione da Sid Vicious. Ancora una volta ho avuto modo di apprezzare i suoi disegni e l sua ironia in “Blacky Mole – Storie Brevi” (EFedizioni comics), mentre “SID – To Hell and Back (Reika manga/EFedizioni)” mi ha fatto conoscere un Pannulo diverso dal punto di vista tecnico e narrativo.

Bentrovato Antonio, la nostra precedente intervista risale al 2014, vorrei iniziare proprio da là. Alla mia domanda sullo stato del fumetto mi rispondesti così: “Credo che attualmente sia comatoso e privo di idee originali come in Francia, in Giappone e alcune buone cose americane”.  Hai cambiato idea in questi sei anni?
No. Il mio punto di vista non cambia anche se molti, con dati alla mano e più ferrati sull’argomento, possono tranquillamente affermare l’esatto contrario

Oggetto di quella intervista fu il tuo fumetto autoprodotto “Blacky Sabbath – Iron Man”. Ti andrebbe di presentare Blacky Mole ai nostri lettori?
Blacky è una talpina mutante, irascibile, ironica, irritante, direi incredibile, che, tra realismo contemporaneo e situazioni storiche da saga nordica, prende in giro l’estremismo della musica “dura” e i supereroi americani. Blacky Mole, che nel linguaggio anglosassone indica quei nei scuri sulla nostra pelle che non sono portatori di cose sane, è una metafora della malvagità insita dentro di noi e che spesso emerge.

Oggi ritroviamo le tue talpe alle prese con nuove avventure nel volumetto “Blacky Mole – Storie Brevi” (EFedizioni comics), puoi brevemente fare una panoramica sulle tre storie presenti?
E’ un albetto di tre storie che possono essere tacciate di blasfemia se non si è a conoscenza del sarcasmo delle talpine verso la musica black metal ed estrema in generale. “Conversione” ci riporta nei gelidi territori scandinavi dove i vichinghi subiscono l’iniziazione al credo cristiano con risultati a volte maldestri. Nella modernità le band black metal in generale, e Burzum in particolare, hanno considerato la suddetta conversione un’aggressione al loro paganesimo spirituale. Pertanto tali band spesso hanno  combattuto la religione cristiana con gesti estremi. “Sacro Sangue” è una critica alla spettacolarizzazione del culto del sangue di San Gennaro. “Olaff Il Bruciato” è un racconto ispirato al romanzo “La Camicia di Ghaiccio” di William T. Vollmann, libro che è il primo dei “Sette sogni” dedicati al mito della fondazione americana. Il protagonista è Amortortak, temutissimo spirito nero della mitologia norrena, dal tocco mortale.

Io ho notato non pochi riferimenti alla  serie “Vikings”,  quali sono le fonti di ispirazione per una tua opera?
Mi fa molto piacere che sottolinei questo aspetto delle mie talpe. I Normanni hanno dato vita al paese di origine dei mie avi (Mercato San Severino) dove Troisio, fedelissimo di Roberto detto “Il Guiscardo”, decise di insediarsi costruendo un castello ancora esistente (e che nei secoli è divenuto una dei più grandi d’Europa). Roberto d’Altavilla da Salerno iniziò la  conquista dell’intero sud della Penisola. I Sanseverino,  eredi di Troisio, furono una famiglia di guerrieri chiamati da diverse nobili famiglie italiane a combattere anche contro i re. Questo ti fa capire da dove nasce il mio interesse verso gli uomini del Nord.

Come si è evoluto il tuo personaggio in questi anni?
Stilisticamente è rimasto invariato. Ha solo ampliato il suo raggio d’azione, attingendo a generi musicali meno estremi, per trovare nuove situazioni goliardiche.

“Blacky Sabbath – Iron Man” lo hai autoprodotto, invece  “Blacky Mole – Storie Brevi” esce per EFedizioni comics: come è cambiato il tuo lavoro alla luce di questo contratto?
Con la EF sono usciti due graphic novel “Blacky Mole in Rattus Norvegicus” e “Blacky Sabbath.” Quello che cambia è che l’editore e, oramai, amico Fedele Vinci, si occupa costantemente della reperibilità dei prodotti che ora possono essere ordinati anche online dai siti della grande  distribuzione (Feltrinelli, Ibs, Libraccio…) e non devo personalmente andare nelle librerie a chiedere se c’è la possibilità di poter vendere e presentare i miei fumetti

Dell’altra tua opera, “SID – To Hell and Back (Reika manga/EFedizioni)”, invece che mi racconti?
La storia è un noir fantascientifico con protagonista il fu bassista dei Sex Pistols. Ha come focus  una nuova esistenza che si può ottenere scaricandola in una propria copia nu-organica. Questo è il pensiero del transumanesimo portato avanti dalla comunità scientifica che preme sull’evoluzione dell’umanità. I filosofi , però, si pongono un dubbio: e se qualcuno decide di riportare indietro una personalità moralmente scorretta e pericolosa? Le copie dovranno avere una propria coscienza e autonomia da sviluppare o si potrà intervenire sul codice ed eliminare problematiche della personalità e quindi minare l’autenticità della copia stessa? E se uno lo facesse illegalmente quali sarebbero le conseguenze?

Direi che lo spirito delle due pubblicazioni è differente, sicuramente “SID” ha un approccio molto più pessimista, mentre “Blacky” uno spirito più ironico. La tua visione della vita a quale delle due opere è più affine?
Sicuramente sono i due volti del mio carattere che va dal silenzioso e malinconico all’euforico  e sarcastico

Tecnicamente quali differenze ci sono nella narrazione dal punto di vista grafico?
Le talpe si ispirano alle mitiche Sturmtruppen del leggendario Bonvi mentre SID è il modo grafico che più mi rappresenta ovvero l’iperrealismo unito ad una smodata ricerca di reference come immagini che solitamente sono lavori dei miei artisti preferiti

Il filo rosso che unisce le due pubblicazioni è la musica, quanto è complicato trasformare in disegni le immagini mentali prodotte dalle canzoni che più ami?
È un lavoro molto complesso perché fare dell’ironia su testi di canzoni dove la morte,  la distruzione e l’oscurità regnano sovrani non è facile. Far sorridere con delle semplici figure antropomorfe molti metalhead che prendono sul serio questi argomenti è dura. Come è difficoltoso convincere un editore che le vignette delle talpe non sono blasfeme, specialmente quando non si è addentro alla musica estrema e considerando che il lavoro può essere letto da ragazzini. Spesso le cose si complicano e raggiungere dei compromessi è complicato.

Steve Sylvester \ Gianni Della Cioppa – “Il negromante del rock. Le origini dei Death SS”

Il mio amore per i Death SS nasce da un errore, anzi da un fraintendimento. Mi sono avvicinato al metal nei primi anni novanta, epoca d’oro del death metal. Le informazioni ai tempi non erano a portata di click, dovevi cercartele oppure affidarti al passaparola. Ricordo come io e i miei amici pescassimo i gruppi dalle liste dei ringraziamenti contenute nei cd. Così scoprivamo band del calibro di Sepultura, Obituary, Morbid Angel, Atheist, Gorguts e Death. Da Death a Death SS il passo è brave. Quando vidi in una vetrina del negozio di dischi di mio padre un cd di una band chiamata Sylvester’s Death, pensai che fosse la risposta italiana ai grandi nomi citati prima. Invece mi si aprì un universo. Era il “Cursed Concert” (Contempo distribuzione EMI Music), e da quel momento sono diventato un collezionista della band di SS. Il mio primo incontro con il Negromante è invece avvenuto poco prima di un’esibizione di Steve e soci in quel di Lucera (epoca “Panic”), ricordo ancora come riuscii, evitando i controlli della security, a entrare nel camerino della band. Steve in quel momento stava phonando Emil Bandera (all’epoca chitarrista dei Death SS), un’altra persona si sarebbe incazzata, invece lui accettò ben volentieri di autografare i miei cd e di posare con me per una foto. Negli anni ho avuto altre conferme della gentilezza e disponibilità del Vampiro, sia in occasione di una mia intervista in concomitanza con la pubblicazione dell’esordio dei Sancta Santorum, sia quando gli proposi una lunga serie di domande sullo Steve Sylvester al di fuori dei Death SS. Per mille ragioni il progetto non andò in porto, però conservo ancora quello scambio epistolare.
Fatta questa premessa, diventa chiaro come per me sia stato un passo obbligatorio leggere Il negromante del rock, la autobiografia del pesarese scritta in collaborazione con quel mammasantissima del giornalismo metal che risponde al nome di Gianni Della Cioppa. Le prefazioni illustri, firmate da Carlo Lucarelli e Marco dei Manetti Bros., evidenziano come io non sia stato l’unico a cedere al fascino del Vampiro. Se la storia dei Death SS è quella di Steve Sylvester, la storia di Steve Sylvester non è quella dei Death SS. Il volume raccoglie i primi anni della band, quelli che vanno dal momento in cui Steve ha l’idea di mettere su un gruppo sino al temporaneo stop, prima del ritorno definitivo. Però se c’è un momento in cui la storia di Steve Sylvester è quella dei Death SS sono un tutt’uno, probabilmente è quello narrato in questa opera edita dalla Crac di Marco Refe.
Volendo, possiamo definire Il negromante un romanzo di formazione, che ha come protagonista il giovane Stefano Silvestri, morto per dar vita a Steve Sylvester, che compie un cammino spirituale e musicale.
La passione per l’occulto ereditata dal bisnonno, l’acquisito compulsivo di fumetti horror, i pomeriggi al cinema per gustarsi i capolavori della Hammer, l’incontro con il glam rock prima e il punk dopo. Tutto questo ha creato l’immaginifico su cui SS ha costruito il proprio gruppo.
Sono anni in cui i Death SS sono un duo formato da Sylvester e Paul Chain, anni in cui è difficile trovare dei compagni di avventura che abbiano lo spirito (o spiritualità giusta) per unirsi alla band.
Intorno al gruppo sono nate delle leggende, questo libro chiarisce quante di queste siano vere e quante false. Conferma una volta per tutte il significato del nome della band, narra di come Steve e Paul si siano incontrati, di come il loro cammino artistico sia interrotto. Viviseziona le passioni del protagonista, i momenti cruciali della crescita e gli incontri fondamentali.
Grandiose le parti in cui vengono descritte le prime e rare esibizioni live. Come quella nella natia Pesaro, oppure una in cui a farne le spese sono stati dei giovanissimi Gigi e Andrea…
Non manca anche l’autocritica, un esempio su tutti è il pentimento per aver commesso della crudeltà sugli animali.
Questo e molto altro scoprirete in quella che possiamo definire la prima parte del volume. Nella seconda troverete una serie di interviste rilasciate dai membri della formazione originale alla fanzine del Cursed Coven, il fan club ufficiale. Le vicende narrate sono le stesse, interessante vedere come in alcuni casi le opinioni divergano da quelle espresse da Steve. Ai limiti della follia la non-intervista a colui che un tempo è stato Paul Chain. L’ideale terza parte è composta da tre fumetti che narrano la genesi e altre fasi della storia della band. Due sono stati disegnati dal singer in periodi diversi della propria vita, uno è invece è un adattamento di alcune strisce degli anni 70. Ricca è la gamma di foto e illustrazioni a corredo dell’opera, indispensabile è l’appendice contenente tutta la discografia firmata SS, con e senza i Death SS. Un’opera di inestimabile valore, consigliata non solo ai fan, ma a tutti coloro i quali si muovono nella scena metallica italiana.

Intervista a Steve Sylvester

Ciao Steve, bentornato su rawandwild.com. Da qualche mese hai pubblicato la tua biografia, quando hai capito che era arrivato il momento giusto per un’operazione del genere?
In effetti avevo da tempo questa idea. Avevo anche in più riprese provato a realizzarla, ma per vari motivi ancora sentivo che non era il momento giusto. Il momento è invece arrivato a metà dello scorso anno, quando fui contattato quasi contemporaneamente da Gianni Della Cioppa e Marco Refe, due persone con le quali sono entrato subito in sintonia.

Il libro parla essenzialmente del lasso di tempo che va dalla tua infanzia sino allo scioglimento momentaneo dei Death SS, come mai hai deciso di circoscrivere la narrazione a quel periodo?
Perché non era mia intenzione scrivere una sterile biografia della mia band, ma piuttosto raccontare una storia, quella che più di 30 anni fa, in un particolare periodo storico, ha portato un adolescente di una tranquilla provincia italiana a creare un qualcosa di nuovo e “trasgressivo”, che ha finito per segnare la sua esistenza e a dare il via ad un particolare movimento musicale underground.

Io ho sempre avuto una mia idea su i Death SS e l’essere italiani. Molti pensano che se non foste stati italiani, oggi sareste delle star a livello internazionale. Secondo me non è così, i Death SS sono il frutto della tradizione culturale nostrana e poi, soprattutto nel periodo trattato nel libro, avete espresso una fantasia frutto della capacità di arrangiarsi, che è tipica di noi italiani. Mi riferisco ai costumi disegnati da te, alle scenografie artigianali, ai culturisti mascherati, cose che mi hanno ricordato la capacità di ottenere il tanto dal poco di alcuni registi come Fulci e Bava. Quindi, secondo me, se non foste stati italiani, sareste stati altro, ma non i Death SS. Che ne pensi?
La tua è un’interessante constatazione! Sono sicuramente d’accordo. Comunque penso sia inutile stare a sindacare sulle decisioni del fato. Probabilmente se siamo nati in Italia ci sarà stato un recondito motivo e a me va bene così. Se non altro, nel mio piccolo, ho contribuito a lanciare un sasso nello stagno del nostro panorama musicale…

La storia dei Death SS è quella di Steve Sylvester, ma quella di Steve Sylvester non è la storia dei Death SS. Ma se c’è un momento in cui la tua vita e quella della band sono state un tutt’uno, è proprio il periodo del Primo Sigillo. Sbaglio?
Dipende da cosa intendi.. I Death SS sono la “mia” band e quindi rispecchiano i miei gusti e la mia personalità. L’evoluzione della band ha sempre seguito la mia evoluzione personale come un tutt’uno inscindibile. Il primo sigillo è sicuramente quello dove la mia vita personale e l’orientamento della band sono state sempre palesemente in completa sintonia, appunto perché è stato l’inizio di tutto. Poi sicuramente con il passare degli anni sono emersi altri aspetti, ho fatto altre esperienze ed esplorato altre situazioni, ma si è sempre trattato di altre facce della stessa medaglia. Quando mi sono cimentato in situazioni “spiritualmente” diverse dai Death SS ho semplicemente chiamato quei progetti con un altro nome…

Uno dei luoghi comuni è quello secondo il quale la passione per l’occulto è dovuta a un’infanzia difficile. Tu nelle prime pagine metti subito in chiaro come la tua fanciullezza sia stata felice e spensierata Però il sangue non mente, e un retaggio famigliare nel tuo percorso spirituale c’è, mi riferisco ovviamente al tuo bisnonno Tomasin, fonte da cui attingere informazioni preziose e passepartout nel mondo dell’esoterismo italiano…
Sicuramente “buon sangue non mente”!

Altro luogo comune che hai demolito in questi anni, è quello del metallaro stupido e becero. Nelle tue apparizioni televisive, io ne ricordo una da Red Ronnie, hai sempre dimostrato una calma e una padronanza di linguaggio superiore alla media. Qual è il tuo rapporto con la tv?
Da parte mia sarebbe anche buono, se solo facessero della TV di qualità. Di solito vengo chiamato in causa ogni qual volta in Italia succede qualche “fatto satanico”, vedi la faccenda delle Bestie di Satana e casi simili. Anche recentemente ero stato chiamato per intervenire da opinionista in una puntata del Chiambretti Show, (per la vicenda dei nuovi esorcisti nominati nel nostro Paese) su Italia Uno, ma poi, più o meno regolarmente, la mia presenza salta all’ultimo minuto. Forse non mi trovano abbastanza stupido…

Nella tua biografia evidenzi il tuo rapporto maniacale con i fumetti. Inoltre, hai una vastissima biblioteca esoterica. Il nome Death SS è ispirato a un famoso carme di Manzoni, In morte di Carlo Imbonati. Quali sono le tue letture abituali?
Leggo praticamente di tutto, senza particolari pregiudizi. Sicuramente nel mio tempo libero preferisco addormentarmi con un libro in mano piuttosto che davanti la televisione…

Film della Hammer, Glam e punk. Questi sono alcuni degli elementi che ti hanno influenzato quando hai creato la band. Se potessimo azzerare tutto e iniziare oggi per la prima volta il tuo cammino musicale, quali sarebbero le tue fonti di ispirazione?
Probabilmente le stesse! Anche ora, pur non essendo un “nostalgico”, continuo a collezionare vecchi vinili e fumetti e a guardare con gli amici riedizioni su DVD di vecchi film dell’orrore, la maggior parte sicuramente già visti e stravisti… Comunque penso che se fossi un adolescente oggi, e dovessi iniziare un’attività musicale, probabilmente avrebbe ben poco a che vedere con i Death SS che, come si evince benissimo dal mio libro, sono il frutto di una particolare epoca storica, lontana ed irripetibile.

Rimanendo in ambito influenze, una delle band a cui in passato hai reso tributo sono i Black Widow. Hai sentito il loro nuovo album? Cosa ne pensi?
Sì, Clive me ne regalò una copia in anteprima un po’ di tempo fa… Devo dire che “Sleeping with Demons” è un ottimo album, sicuramente molto diverso da “Sacrifice” o “B.W.”, ma dotato di una sua identità antica e moderna allo stesso tempo. Si sente che Clive ci ha messo dentro anche un po’ dei suoi Agony Bag, assieme a molti altri elementi inediti nell’originario sound dei Black Widow degli anni ’70.

Musica (Death SS, Opus Dei-W.O.G.U.E., Sancta Sanctorum, collaborazioni varie), cinema (Coliandro più altre recenti apparizioni in alcuni film), letteratura (autobiografia), disegno (i fumetti che appaiono in coda al libro). Qual è la prossima forma d’arte in cui ti cimenterai?
Ma, al momento mi fermerei qui.. Mi sto già dando abbastanza da fare, non trovi?

All’interno del Negromante troviamo una serie di interviste rilasciate dagli ex membri della prima incarnazione della band alla fanzine ufficiale del Cursed Coven. Cosa ne pensi del lavoro svolto dai ragazzi del tuo fan club?
Penso che il loro lavoro sia una parte essenziale ed importantissima per la vita stessa della band. Sono loro che fungono da tramite tra i Death SS e il loro pubblico, tenendolo costantemente informato e raccogliendone pareri, critiche e consigli, in modo che la band possa cercare sempre di accontentarlo.

Un’ultima curiosità: c’è qualcuno che ti chiama ancora Stefano?
Direi di no… Le persone che mi conoscono e mi frequentano mi chiamano da sempre “STEVE”.
Anche mia madre mi chiama così.

Intervista a Gianni Della Cioppa

Ciao Gianni, benvenuto su rawandwild.com. Da qualche mese hai pubblicato la biografia di Steve Sylvester, come è stata accolta da pubblico e critica?

Ciao a te e grazie per l’ospitalità. Sembra che le cose vadano molto bene, il libro sta piacendo molto e finalmente incuriosisce anche un pubblico non necessariamente settoriale, che è uno degli obiettivi che ci eravamo dati al momento della pubblicazione. E direi che anche la critica ha dimostrato di apprezzare.

Come è stato lavorare a stretto contatto con Steve?
Emozionante. Steve è una persona di grande cultura e sensibilità. Non sono parole fatte e scontate, ti confesso che è impossibile non subire il suo fascino, ha un magnetismo potente, Ma più di ogni cosa mi ha colpito la sua umiltà.

Il libro è pieno zeppo di aneddoti bizzarri, ti è mai capitato di pensare “forse Steve qui sta esagerando”?
No al contrario, se posso essere sincero fino in fondo ho avuto invece la sensazione che in qualche caso Steve abbia tirato leggermente il freno, per salvaguardare forse non sé stesso, ma altre persone coinvolte in alcuni episodi.

Il libro è composto idealmente da tre parti: la prima quella biografia, la seconda raccoglie una serie di interviste tratte dalla fanzine ufficiale del Cursed Coven, la terza contiene alcuni fumetti disegnati dallo stesso Sylvester. A queste sezioni vanno aggiunte le introduzioni illustri di Carlo Lucarelli e Marco Manetti, una ricca discografia e tutta una serie di immagini. Quanto è stato difficile mettere su un’opera cosi dettagliata?
Difficile non direi, ma certamente complicato, ma come ben sai Steve è un’artista che non si accontenta della banalità, quindi non poteva certo venir fuori un libro classico, doveva essere inevitabilmente qualcosa di unico, come tutto quello che lo riguarda. Fortunatamente questa sua esigenza si è sposata perfettamente con la volontà di Marco Refe l’editore, un vero professionista, pieno di inventiva ed energia. Quindi lavorando insieme per un unico obiettivo, tutto diventa possibile. In effetti siamo molto soddisfatti del risultato finale ed anche il pubblico ha dimostrato di gradire.

Leggere la prefazione di Carlo Lucarelli m’ha fatto uno strano effetto: uno dei personaggi più noti della televisione (di qualità) italiana sdogana il metal, e lo fa parlando di una delle personalità più oscure dell’underground italico. Questa cosa l’ho trovata fantastica! Come siete entrati in contatto con Lucarelli?
Il coinvolgimento di Carlo Lucarelli (che comunque conosceva bene la musica e l’arte di Steve Sylvester), è stata possibile grazie alla mediazione di Marco Manetti dei Manetti Bros, che ha scritto un’altra prefazione del libro, in quanto grande ammiratore dei Death SS. Credo che conoscere Carlo Lucarelli nelle vesti di appassionati di musica metal, sia la dimostrazione di quanto la percezione di quello che vediamo in uno schermo e la realtà, possano essere lontani. In fondo di Lucarelli noi conosciamo quello che la televisione o lui stesso hanno voluto farci vedere, niente di più. E per qualche strana ragione noi abbiamo messo un filtro, convinti di conoscere le sue preferenze, abbiamo delineato una persona sulle base delle nostre convinzioni e convenzioni. E invece tutti noi abbiamo molto di più di quello che gli altri riescono a intravedere. Comunque sapere che Carlo ama la musica metal resta una grande soddisfazione!

La parte biografia raccoglie gli anni del cosiddetto Primo Sigillo, pensi che in futuro vedremo nelle librerie anche la cronaca degli altri sei?
Tutto è possibile, ma credo che per ora Steve ci tenesse a rivelare un passato mai rivelato fino in fondo, mentre i sigilli successivi sono raccontati in tante interviste, anche se posso immaginare che molto altro ci sia da svelare anche di questo più lungo periodo. Magari in futuro. Anche se poi sarà Steve a decidere tempi e collaboratori. Io ritengo di essere un privilegiato per aver condiviso con lui questa esperienza.

Dammi due nomi di personaggi, uno italiano e uno straniero, di cui ti piacerebbe scrivere una biografia…
Considerando che per l’italiano ci sono riuscito: Steve Sylvester ovviamente, passo al personaggio straniero e anche qui non ho dubbi, Glenn Hughes.

Steve è una sorta di coscienza della scena metal nostrana, ha vissuto i primi anni del movimento ed è ancora attivo con mille progetti. Quello che propone oggi, se da un punto di vista filosofico continua il cammino intrapreso con la sua prima band, da quello musicale in alcuni casi è molto diverso, vedi gli ultimi album dei Death SS o quelli pubblicati a nome Opus Dei\W.O.G.U.E.. Credi che questa maturazione di Steve sia lo specchio dell’evolversi della scena metal italica?
L’Italia metal si muove, come tutte le scene musicali, in tante direzioni. Credo che le mutazioni di Steve siano invece le scelte consapevoli di un’artista mai domo, che ha percorso strade imprevedibili e mai di comodo, spinto solo dal desiderio di stupire e appagare innanzitutto sé stesso.

Io e te siamo in questo ambiente da parecchi anni (tu però sei più “vecchio” di me…), io mi sono fatto un’idea della scena musicale post-Napster: ci sono più ascoltatori metal e meno metallari. Sei d’accordo con me?
Capisco cosa vuoi dire e condivido, ma noi abbiamo solo avuto la fortuna di vivere un periodo diverso, dove tutto stava nascendo, non siamo stati più bravi, ma solo più fortunati. Siamo tra quelli che hanno aperto il varco del filo spinato e dal quale sono poi passati in tanti e speriamo tanti altri passeranno. Dobbiamo essere orgogliosi, ma allo stesso tempo consapevoli che sono periodi diversi, e oggi ascoltare metal è solo una scelta tra tante e non una decisione presa contro tutto e tutti. A me va bene così, più la musica di qualità si espande e più il movimento ci guadagna.

Ti ringrazio per la piacevole chiacchierata e lascio a te il finale…
Sarò banale, ma voglio “semplicemente” ringraziare te per questa opportunità, i lettori che continuano a riempirci di affetto e partecipazione, l’editore Marco Refe per la fiducia e soprattutto Steve Sylvester per avermi svelato in anteprima la parte oscura della luna.

Intervista originariamente pubblicata su www.rawandwild.com nel 2008 in occasione dell’uscita de “Il negromante del rock. Le origini dei Death SS” (Steve Sylvester e Gianni Della Cioppa, Crac Edizioni, 2011).
http://www.rawandwild.com/testimonies/2012/deathss_leorigini.php