The Healing Process – Theme and variations

Prende ispirazione dal passato, dalla musica classica, il nuovo album del duo thrash italico The Healing Process: “Theme and Variations” mostra che quando ci sono le idee, anche con mezzi ridotti, possono essere realizzati ottimi lavori.

Benvenuti su Il Raglio del Mulo, con “Theme and Variations” , il vostro secondo album proponete una sola traccia in 9 movimenti: come è nata questa idea ambiziosa?
Carlo B.: Grazie e un saluto a tutti i lettori de Il Raglio del Mulo. L’idea del tema e variazioni è presa in prestito dalla musica classica, che è una delle mie influenze. Praticamente da un tema iniziale si sviluppano plurime variazioni, che hanno sempre una qualche attinenza con il tema da cui scaturiscono. Ad esempio il più famoso tema e variazioni nel mondo della chitarra classica è l’op. 9 di Fernando Sor, ma è una formula comune in questo campo, che io ho voluto trasporre nel thrash metal, genere in cui in realtà questo modo di procedere è già implicitamente presente. Pensiamo infatti a tutte le variazioni sullo stesso riff (in questo caso di ritmo più che di note) presenti nei pezzi thrash. Perciò l’associazione tra i due generi mi è sempre parsa abbastanza evidente, ma solo sotto questo aspetto. Infatti, quello che a mio parere accomuna davvero metal e classica è proprio questo, la progressione per “tema e variazioni”, e non la scelta delle note in sé (anche se poi tutta la corrente del metal neoclassico prende proprio in prestito le note e le scale dalla musica classica, ma questo non riguarda il nostro progetto!). Quindi vorrei tranquillizzare lettori e ascoltatori: non ci saranno assoli di violino o di clarinetto. Si tratta di un album thrash al 100% dove l’influenza della musica classica è percepibile solo nella sua strutturazione.

Non avete mai nascosto che per The Healing Process disponete di un budget ridotto, cosa che credo abbia reso la realizzazione di un album così complesso ancora più difficile. Come avete lavorato tecnicamente sui pezzi per ottenere il risultato voluto con l’ausilio di mezzi ridotti?
Carlo B.: La genesi dei pezzi è stata abbastanza comune, le tracce sono figlie di jam solitarie o in gruppo (cioè noi due) da cui sono nati riff che poi sono stati trasformati in canzoni. Anche se ovviamente non è stato così semplice come potrebbe trasparire da questa descrizione! I problemi relativi al budget ridotto emergono quando poi si ha l’ambizione di pubblicare questi pezzi in una forma che sia quantomeno decente, quindi in sostanza a livello di produzione. È vero che oggi la produzione si è “democraticizzata” e che potenzialmente chiunque disponga di una scheda audio, di un programma di registrazione e di un emulatore di amplificatori può far uscire un album. Io infatti ho voluto sfruttare appieno le potenzialità di queste nuove tecnologie, talvolta ingiustamente snobbate dai puristi, per poter dire la mia. Se vogliamo, questo modo di fare è il low-cost del XXI secolo e lo vedo affine alle produzioni caserecce delle prime band thrash degli anni ’80, anche se con difficoltà diverse. Il problema è che le cose non sono così semplici. L’uso di questi mezzi non è scontato, ci vogliono delle competenze e il percorso è pieno di ostacoli. Io ho acquisito queste competenze sul campo, durante la produzione di questo album e di quello precedente e alla fine sono riuscito a farli uscire in una forma, appunto, “quantomeno decente”. Non sono certo un produttore e non è un caso se la figura del produttore esiste ancora ed esisterà per sempre, sono solo un musicista che per ragioni di necessità si è trovato a dover produrre il proprio album. Sono consapevole del fatto che ci sono degli errori a livello di produzione, ma ho anche pensato che se c’è un genere in cui la produzione grezza e fatta in casa può avere ancora un senso e un valore, quello è proprio il thrash metal. Questo mi ha dato la spinta per andare avanti e per portare a termine un lavoro mastodontico e lunghissimo.

La scelta DIY non è solo figlia di una necessità, ma è anche un percorso fatto con consapevolezza. Come mai ancora una volta avete deciso di non proporre l’album a un’etichetta?
Carlo B.: Questa è un’ottima domanda. In effetti la scelta dell’autoproduzione è figlia soprattutto di una necessità, ma non è limitata a quello. Sempre sulla scia della “democraticizzazione” del processo di produzione, ho voluto sfruttare appieno anche le possibilità di autopubbliccazione offerte. Così abbiamo deciso di pubblicare la nostra musica solo su Bandcamp, piattaforma che consente di vendere in autonomia non solo la propria musica, ma anche il proprio merchandising, garantendo agli artisti una fetta adeguata del compenso. Questa è un’epoca in cui la musica è sempre più gratuita, disponibile ovunque, immediatamente e senza limiti. Pur essendo cresciuto in questo sistema, trovo che tale modo di fare svaluti enormemente il “prodotto” (che brutta parola!). Così abbiamo tralasciato le principali piattaforme di streaming per concentrarci su una piattaforma più di nicchia, che forse non ci darà la stessa visibilità delle altre, ma che sicuramente è più in linea con il nostro progetto. Sinceramente, non so quale etichetta ci avrebbe supportato in questa scelta, considerando che anche le più blasonate ormai caricano l’intero album su YouTube il giorno della data di uscita e si vantano che “questo è il futuro” (fatto realmente accaduto). Perciò, per evitare brutte sorprese alla fine abbiamo deciso che per il momento avremmo preferito mantenere il totale controllo sulle nostre pubblicazioni. Forse un giorno troverete la nostra musica dappertutto e i nostri CD al supermercato, ma per ora, visto che non abbiamo nulla da perdere e non dobbiamo rendere conto a nessuno, vogliamo provare a seguire la nostra strada.

Torniamo sui contenuti, come descrivereste la vostra musica attuale, cosa distingue il nuovo album dal suo predecessore?
Carlo B.: Direi che ne è una naturale evoluzione. Da un lato ci siamo spinti in territori ancor più tecnici (senza mai sfociare nell’autocontemplazione… spero), dall’altro non abbiamo voluto tralasciare passaggi più semplici e più punk, talvolta hardcore punk, senza disdegnare transizioni melodiche e di più ampio respiro. L’intento era di puntare più in alto, volevamo provare a perfezionare questo stile prima di, eventualmente, in futuro (forse, chissà), passare a un sound più diretto e meno “convoluto”, anche se bisogna dire che noi stiamo sempre molto attenti a che il tecnicismo sia al servizio della canzone e non viceversa.
Enrico M.: Personalmente mi sono divertito tantissimo a dare fondamenta ritmiche a brani cantati in italiano, altra scelta spesso snobbata ma che invece, soprattutto nei frangenti più hardcore/punk che citava prima anche Carlo, funziona davvero molto bene. Aver suonato insieme per 4 anni, seppur con mille difficoltà e vivendo in due città diverse, ha certamente dato più coesione ad alcuni passaggi all’interno dell’album. Curiamo molto ogni singolo aspetto dell’esecuzione, cercando di risultare musicali nelle nostre scelte piuttosto che tecnici “tanto per”. Descriverei la nostra musica come un thrash metal fresco e vario: chi ancora ama questo genere, e dovremmo essere in tanti, e non si è fermato ai soli Megadeth e Metallica, troverà certamente qualcosa di interessante nella nostra musica.

Altra costante è la formazione, anche questa volta non avete voluto allargare i ranghi ad altri musicisti, come mai?
Carlo B.: La mia idea di band ha un assetto alla Death, dove ci sono uno o due membri fissi e gli altri che vengono impiegati appositamente per i live ed eventualmente anche per le registrazioni in studio. Peccato che da queste parti non ci sia l’abbondanza di musicisti metal che c’era in Florida nei primi anni ’90… e quindi eccoci qua ancora in due! Comunque stiamo lavorando anche a questo, vogliamo cominciare a far ruotare attorno al nostro progetto sempre più persone per avere a disposizione un parterre di musicisti che possano tornare utili in un’ottica live ma eventualmente anche di registrazioni. Sinceramente non credo che riuscirei ad avere una band con quattro o cinque componenti fissi; ho iniziato suonando uno strumento solista, la chitarra classica, e l’impronta del musicista solista (e solitario) mi è rimasta. Il fatto di essere riuscito a costruire quest’intesa con Enrico per me ha già del miracoloso, considerando anche che per me la musica è un’esperienza molto personale. Ma d’altronde non si può avere una band senza musicisti!

Il fatto che sia una sola lunga canzone suddivisa in nove tracce fa pensare che siamo innanzi a un concept, è così?
Carlo B.: Diciamo che la struttura a tema e variazioni era un po’ il concept album del XIX secolo, quindi in un certo senso sì. Ma nell’accezione moderna del termine, non proprio: a livello di testi, non c’è una vera storia che si svolge attraverso le varie tracce, anche se un tema comune effettivamente esiste e potremmo definirlo così: “tutto il marcio dell’età contemporanea”.
Enrico M.: Se nel primo album le tematiche erano più legate a quanto può accadere “all’interno” di un essere umano, qui lo sguardo è rivolto verso “l’esterno”, che possiamo considerare il “theme”, e le “variations” sono i vari aspetti del marcio che c’è intorno a noi, sviscerati all’interno dei brani: inquinamento, ipocrisia, condizionamento sociale… avanti il prossimo!

Fate riferimento alla musica classica, quindi vi chiederei se siete degli ascoltatori assidui di questo genere e in caso affermativo quali autori del passato vi hanno influenzato?
Carlo B.: In realtà non sono un ascoltatore assiduo, ma come dicevo ho iniziato la mia “carriera” (permettetemi le virgolette) musicale suonando la chitarra classica e tuttora la suono volentieri, anche se non di frequente come un tempo. Andavo a scuola di musica e l’impostazione era molto accademica e questo rigore non faceva proprio al caso mio, ma quegli anni mi hanno permesso di scoprire un sacco di ottimi autori e di musica stupefacente, con cui altrimenti non credo che sarei mai venuto a contatto. Tra i miei prediletti c’erano Johann Kaspar Mertz e Ferdinando Carulli, ma il mio preferito in assoluto era Niccolò Paganini, spesso associato al metal per la celebre esibizione dei virtuosistici Capricci n.5 e n.24 da parte di Jason Becker e poi di altri chitarristi. In effetti diversi Capricci suonano bene anche come pezzi “shred” degli anni 80 e non è un caso che Paganini sia un po’ considerato il più “metal” dei compositori classici (altro che Mozart). Ma non è per i virtuosismi che mi piaceva Paganini, quanto per la parte “ritmica” delle sue composizioni per chitarra solista, che a mio parere ha davvero elementi riconducibili al metal. Non ho mai condiviso l’impostazione rigorosa nell’insegnamento della musica classica né di qualunque altro tipo di musica. Gli stessi autori probabilmente non vivevano la musica a questo modo, ma erano degli estri talvolta mal tollerati dalla società. Di Paganini addirittura si diceva che avesse fatto un patto con il diavolo per ottenere le sue abilità! Insomma, il Marilyn Manson della sua epoca. Poi vedi gli studenti chini sui leggii a ripetere scale e arpeggi al metronomo per ore, per poi poter passare un esame che poi porta a un altro esame più difficile e via così finché la musica non diventa un nemico, un ostacolo da superare per raggiungere i propri obiettivi accademici. So che non tutti la vivono in questo modo, ma so anche che per molti è proprio così. Per me la musica è anche (ma ovviamente non solo) menefreghismo e approssimazione. E dispiace riscontrare sempre più “rigore” anche nel metal, che ormai sembra aderire meticolosamente a schemi prefissati e ben codificati solo perché potenzialmente validi da un punto di vista commerciale.
Enrico M.: fun fact per me è che mia sorella, di 5 anni più grande, ha studiato chitarra classica per tutta la vita, e condividere, seppur in minima parte, questo aspetto della mia vita con Carlo è tanto divertente quanto casuale. Molte delle cose a cui fa riferimento sopra le ho ascoltate da piccolo per ore mentre lei le suonava in casa (ma non saprei riconoscerne una dall’altra), e per quanto non possa minimamente pretendere che questo mi abbia influenzato nel mio suonare la batteria, sono certamente aspetti che sono legati alla mia vita fin dalla prima infanzia.

Oggi, con due album alle spalle, quanto vi sentite vicini all’obbiettivo che vi eravate preposti al momento della creazione della band?
Carlo B.: Sinceramente non so bene quale fosse l’obiettivo, tutt’ora non mi è chiaro qual è o forse non voglio definirlo per paura di fare la figura del fesso in caso non dovessi raggiungerlo! Comunque, sicuramente quello di tirar fuori due album era un obiettivo e sono veramente contento che lo abbiamo raggiunto, anche perché a un certo punto sono stato tentato di gettare la spugna. Credo che al nostro livello sia controproducente porsi degli obiettivi in termini di numeri o altro, gli unici obiettivi che mi pongo sono di natura musicale, ad esempio fare un album con determinate sonorità, canzoni che abbiano influenze di un determinato genere, collaborazioni con artisti. Ho varie idee in merito e credo che queste idee debbano essere la stella cometa di questo progetto più di qualunque altra cosa. I numeri e gli indici di prestazione lasciamoli pure sul posto di lavoro.
Enrico M.: Personalmente, l’obiettivo era pubblicare album (numero indefinito) del genere che ho adorato fin da piccolo – thrash metal, per chi fin qui fosse stato disattento eheh – e per fare questa cosa in questi quattro anni ci siamo impegnati non poco, vivendo in città diverse, con budget ridotto e tutto il resto del contesto che abbiamo già spiegato sopra. Il fatto che questi due album siano usciti, suonino bene e come li volevamo noi è un traguardo da non sottovalutare e che mi rende estremamente orgoglioso. Per cui sì, obiettivo raggiunto.

State già lavorando su un terzo lavoro oppure per il momento vi state dedicando agli altri vostri progetti?
Carlo B.: Ricollegandomi alla domanda precedente, creare nuova musica rimane il nostro principale obiettivo. Come abbiamo finito di incidere “Theme and Variations”, durante la lunga gestazione del prodotto finale abbiamo cominciato a provare nuovi riff che avevo scritto e a imbastire qualche scheletro di canzone. Forse mi piacerebbe che il prossimo lavoro fosse qualcosa di più agile, tipo un EP, e si potrebbe anche tentare la via della registrazione in studio, magari in presa diretta. Ma poi, come dicevamo, bisogna sempre fare i conti con il budget. Vedremo!

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