Netherblade – Reborn in thrash!

Danilo Sunna, batterista dei Netherblade, ci ha presentato “Reborn” (Dark Hammer Legion e Volcano Records), primo full length dei thrasher (anzi, no… capirete meglio leggendo) italiani.

Ciao ragazzi, immagino che siate belli carichi per il primo full length “Reborn”!
Sì, siamo assolutamente gasatissimi anche perché ci abbiamo lavorato tantissimo e non vediamo l’ora di far ascoltare a tutti la nostra ultima fatica!

Come mai un titolo come “Reborn”? Sembra quasi il nome di un disco di una band che torna da una lunga pausa se non da uno scioglimento.
La band è nata dalle ceneri di un altro progetto attivo dal 2011, i Blindeath. Dopo lo scioglimento ad inizio 2016, i restanti membri – io, Simone Aiello, e Luca Frisenna – decisero di accogliere Andrea Ledda e Riccardo Bona in formazione per poter ricominciare a scrivere e comporre musica nuova. Dal quel momento abbiamo lavorato a quello che doveva essere il nostro primo album “Annihilation Of Self”, purtroppo durante la fase in studio le cose non sono andate per il meglio, il fonico ed il managment che avevamo all’epoca era totalmente in contrasto con la visione che noi avevamo della band e non ci siamo sentiti di pubblicare quel lavoro. Disco che poi è stato riarrangiato e riregistrato, mixato e masterizzato da quello che è attualmente il nostro sesto membro attivo della band, Carlo Meroniche. Insieme a Max Iantorno, ci ha aiutato tantissimo nel percorso che ha portato poi alla pubblicazione di “Annihilation Of Self” sottoforma di Ep per la Vomit Arcanus Prod. nel 2018/2019. Da lì abbiamo cominciato a lavorare al nuovo album componendo canzone su canzone tutte le tracce che avrebbero fatto parte della nuova release. Una volta conclusa la composizione, ci sentivamo rinati, ricaricati, pronti per prendere a pugni chi non ha mai creduto in noi o chi non avrebbe puntato un centesimo su questo nuovo album e, permettetemelo, credo che ci siamo riusciti.

Haii accenanto che prima della registrazione del disco la line up ha subito alcuni cambi, tiva di parlarne in modo più approfondito?
Sì, come già accennato prima dopo la prima registrazione di “Annihilation Of Self” nel 2017 la band ha perso Riccardo Bona che ha voluto separarsi per motivi artistici, abbiamo continuato per buona parte del 2018 in quattro, per poi accogliere ad inizio 2019 Davide Zacco alla chitarra in pianta stabile. Dopo le registrazioni di “Reborn”, anche Luca Frisenna ha deciso di lasciare la band ed è stato sostituito da Fabio Vanotti, che è l’attuale bassista dei Netherblade.

A febbraio avete rilasciato il singolo “Senza Volto” che non appare nella tracklist definitiva di “Reborn”, come mai?
In realtà, “Senza Volto” doveva essere uno dei singoli speciali che avevamo in programma per il disco e infatti è contenuto come bonus track, ma solo per la prima tiratura: purtroppo per via del Covid-19 abbiamo dovuto ritardare l’uscita del disco e quindi molti piani sono andati a scombinarsi, tra questi anche quello di “Senza Volto”. Abbiamo deciso di inserire la traccia solo sul supporto fisico come bonus track e solo per la prima tiratura.

Quali sono i brani più rappresentativi del disco?
Personalmente, ritengo che ci siamo quattro brani che rappresentino in tutto e per tutto il nostro percorso, anche perché tutti e dieci sono stati composti in un lasso di tempo di due anni , lasso di tempo durante il quale molte situazioni sono cambiate e anche molti approcci da parte di ognuno di noi alla musica che facevamo son cambiati. Partirei da “Reborn”, perché sicuramente tutto il significato del disco ruota intorno a quel testo e perché musicalmente secondo me sono i Netherblade che stanno assestando ancora il tiro, quelli che hanno capito in che direzione vogliono andare. Poi metterei “Nothing Is Real”: il testo è un sunto delle sensazioni che io stesso ho provato tra il 2016 ed il 2018 riguardo a tutto quello che ci è successo e musicalmente sono i Netherblade che hanno capito qual è la direzione giusta per loro. “Wasted Genereation” invece è un pezzo che inizialmente era stato scritto quando ancora io, Simone e Luca militavamo nei Blindeath, è stato un po’ il canto del cigno di quella band, è un pezzo valido secondo me, che rappresenta il nostro passato e che ci ricorda da dove veniamo. Il testo è stato riscritto da Andrea per renderlo più in linea con le tematiche attuali della band, parla delle nuove generazioni e di come si stanno buttando via per colpa delle vecchie generazioni prima di loro. “Killing Spree” invece, canzone riguardante il terrorismo, è secondo me la nostra anima sperimentale. È una traccia dove non ci siamo posti limiti, nella quale abbiamo deciso di mettere qualsiasi cosa ci passasse per la testa musicalmente, infatti nella intro abbiamo strumenti classici, organi, e persino un bouzuki che Simone ha trovato lì in studio e, cazzeggiandoci sopra, ha deciso di inserire come lead nella intro… rendendo il tutto molto mediorientale.

Quale pensate che sia il vostro pubblico di riferimento?
Noi puntiamo al pubblico del metal “Mainstream”, se così si può dire. Le nostre ispirazioni principali sono: Metallica, Machine Head, Slayer, Exodus… ma abbiamo una forte ammirazione anche per tutta la corrente moderna del metal. Il bello di questa band è che ognuno porta le sue influenze all’interno di essa: Born of Osiris, Slipknot, As i Lay Dying, Pantera, Death, Angelus Apatrida, Havok, Savage Messiah… insomma, seppur il nostro sound e le nostre ispirazioni principali sono gruppi thrash, abbiamo tantissimi elementi che si discostano dalla versione classica del genere e che non ci facciamo problemi a inserire nel nostro sound. Se possiamo essere sinceri, l’etichetta di thrasher ci sta cominciando ad andare un pochettino stretta. Dover per forza costringere la propria ispirazione e la propria creatività dietro quattro paletti imposti da un’etichetta… sinceramente a noi non va.

Il disco esce per un’accoppiata di case discografiche, Dark Hammer Legion e Volcano Records, dobbiamo aspettarci dei formati diversi per ognuna di loro?
Assolutamente no, il disco verrà rilasciato in formato digitale su tutte le piattaforme ed in formato fisico. Le etichette sono due, ma è come se fossero un organismo unico.

Dal vivo pescherete anche dall’EP d’esordio?
Sinceramente parlando, forse sì, ma non assicuro. Siamo talmente gasati riguardo questo nuovo disco che vogliamo spararvelo tutto una canzone dopo l’altra!

Credo che l’Italia stia vivendo un ottimo periodo in ambito thrash, con un nugolo di band di altissimo livello. Voi che fate parte del movimento ritenete che si possa parlare di vera propria scena o si tratta di entità distinte che vivono e ragionano in proprio?
Parlando francamente, credo che una scena vera e propria non ci sia mai stata, ho sempre e solo visto gruppetti formati da molti musicisti supportarsi a vicenda per amicizia o convenienza. Sinceramente non ho mai visto una collaborazione vera e propria in Italia. Noi personalmente supportiamo molte band del nostro Paese. Amici e non, perché ci piace la loro musica e stimiamo le persone che ne fanno parte. Credo però che, salvo rari cas,i si parla sempre di entità distinte che ragionano e vivono in proprio.

Hellripper – Long live the loud!

ENGLISH VERSION BELOW: PLEASE, SCROLL DOWN!

Hellripper, nonostante l’età, è un tipo tosto. Sa quello che vuole e lo insegue con il piede sull’acceleratore. Il suo progetto omonimo non avrà nulla di innovativo, ma è fottutamente divertente ed entusiasmante, non ci meraviglia che la Peaceville Records abbia voluto “The Affair of the Poisons” nel proprio prestigioso catalogo…

Benvenuto Hellripper, speed metal rules! Grazie per questo fantastico album!
Grazie, lo speed metal regna sovrano! Sono contento che ti piaccia l’album!

“The Affair of the Poisons” è un titolo strano ed evocativo, cosa significa veramente?
È il titolo della canzone di apertura dell’album, a sua volta basato su una serie di eventi accaduti nella Francia del XVII secolo. Possessioni, stregoneria, sacrifici di bambini e avvelenamenti furono al centro di un’indagine su larga scala condotta durante il regno del Re Sole (Luigi XIV) dopo che un vasto complotto fu portato alla luce all’interno della corte di Versailles, prendendo di mira i membri dell’aristocrazia e il re se stesso al fine di ottenere potere e influenza; lo scandalo è esploso quando è stato rivelato che la favorita reale stessa stava partecipando a messe nere e aveva presumibilmente avvelenato un rivale più giovane per riconquistare il favore del re.

Immagino che i testi trattino in generale le stesse tematiche…
Oltre la traccia del titolo che ho citato, i testi dell’album ruotano attorno ai temi della stregoneria e dell’occulto principalmente. Alcune delle canzoni sono basate su eventi veri o leggende e altre sono solo storie di fantasia che mi sono venute in mente. “Beyond the Convent Walls” è basato sul cosiddetto “Loudun Possessions”, un altro evento di possessione e stregoneria avvenuto nella Francia del XVII secolo. “Vampire’s Grave” è basato sulla vera storia del Gorbals Vampire: negli anni ’50, centinaia di bambini andarono a caccia di questa creatura perché credevano che avesse mangiato un paio di scolari locali. Si diceva che il vampiro vagasse per la necropoli di Glasgow e uccidesse e divorasse i bambini con le sue grandi zanne di ferro.

Il primo singolo è “Spectre Of The Blood Moon Sabbath”, perché hai scelto questa
canzone?

Penso che la canzone sia stata una buona prima scelta come singolo in quanto è un po’ in linea con ciò per cui sono noti gli Hellripper. Ci sono alcuni buoni riff, una linea vocale accattivante e una bella parte mid-tempo, quindi c’è davvero un po’ di tutto.

L’inizio di “Vampire’s Grave” mi ricorda “Hit the Light” dei Metallica: è un piccolo omaggio ai -Four Horsemen?
Affatto. È interessante ciò che tu senti, ma “Vampire’s Grave” per la maggior parte è stato un piccolo “tributo” musicale ai Motorhead. Ho anche inserito un “All right!” all’inizio e il mio amico Joseph (che è un grande fan dei Motorhead) ha suonato il primo assolo di chitarra.

Sei nato nel 95, sono abbastanza vecchio da ricordare che all’epoca tutti dicono che lo speed \ thrash metal era morto! Come è nato il tuo amore per questi generi?
Sono sempre stato interessato alla musica, specialmente cose come il rock e il punk, ma mi sono appassionato al thrash metal (e al metal in generale) quando avevo circa 14 o 15 anni quando ho ascoltato per la prima volta i Metallica e i Megadeth. Questo era anche il periodo del “thrash revival” e del “NWOTHM”, quindi c’erano molte nuove band fantastiche che ho scoperto tramite YouTube. Gruppi come: Havok, Warbringer, Evile, Violator, Toxic Holocaust, Enforcer, Steelwing e così via sono diventati i miei preferiti.

Perché preferisci essere l’unico membro della band?
Preferisco tenere sotto controllo l’intero processo! È più facile e più divertente per me scrivere musica per conto mio e non ho bisogno di scendere a compromessi con altre persone, quindi è più appagante per me. Significa anche che non ho scadenze e non devo contare sugli orari di qualcun altro per scrivere / registrare / provare ecc. E mi permette di fare tutto da casa che è molto più pratico per me ed è meno costoso ovviamente!

Questo è il tuo secondo full length, in precedenza hai pubblicato cinque split album: quale formato preferisci per la tua musica, split o full?
Dipende! Penso di preferire il formato full quando è fatto bene. Se hai un album in cui tutte le tracce si adattano e funzionano tra loro, allora è fantastico, ma a volte le versioni più brevi come EP o split sono un’opzione migliore per un paio di tracce che potrebbero essere abbastanza diverse tra loro o che non si adatterebbero a un album.

Come è cambiata la tua carriera dopo l’accordo con la Peaceville Records?
Penso che sia troppo presto per dirlo. Ha sicuramente portato un po’ più di attenzione sulla band, ma penso che una volta che l’album sarà pubblicato, avremo un riscontro migliore!

Hellripper, despite his age, is a coolguy. He knows what he wants and chases it with his foot on the accelerator. His eponymous project will not have anything innovative, but it’s fucking fun and exciting: no wonder Peaceville Records wanted “The Affair of the Poisons” in its prestigious catalog…

Welcome Hellripper, speed metal rules! Thanks for this great album!
Thank you, speed metal rules indeed! Glad you like the album!

“The Affair of the Poisons” is a strange and evocative title, what really means?
It’s the title of the opening song on the album, which itself is based on a series of events that occurred in 17th Century France. Possession, witchcraft, child sacrifice & poisonings were at the heart of a large-scale investigation conducted during the reign of the Sun King (Louis XIV) after an extensive plot was unearthed within the court of Versailles, targeting members of the aristocracy and the King himself in order to gain power and influence; the scandal exploded when it was revealed that the royal favourite herself was partaking in black masses and had allegedly poisoned a younger rival to win back the King’s favour.

I guess the lyrics deal with the same themes…
Aside from the title track that I mentioned, the album’s lyrics revolve around the themes of witchcraft and the occult primarily. Some of the songs are based on true events or legends and others are just fictional stories that I came up with. “Beyond the Convent Walls” is based on the “Loudun Possessions” – another event involving possession and witchcraft that occurred in 17th Century France. “Vampire’s Grave” is based on the true tale of the Gorbals Vampire: in the 1950’s, hundreds of children went hunting for this creature as they believed it had eaten a couple of local schoolchildren. The vampire was rumoured to roam around Glasgow Necropolis and kill and devour children with its large iron fangs.

The first single is “Spectres Of The Blood Moon Sabbath”, why did you chose this song?
I think the song was a good first choice as a single as it is kind of in the same vein as what Hellripper is known for. There are some good riffs on it, a catchy vocal line and a cool mid-tempo part, so there’s a bit of everything really.

The beginning of “Vampire’s Grave” remembers to me “Hit the Light” by Metallica: is this track a little tribute to the Four Horsemen?
Not at all. It’s interesting that you hear that, but ‘Vampire’s Grave’ for the most part was a little “tribute” to Motorhead musically. I even threw in an “Alright!” at the start and my friend Joseph (who is a massive Motorhead fan) plays the first guitar solo.

You are born in 95, I’m enough old to remember at the time everybody say speed \thrash metal was dead! How is born your love for speed and thrash metal?
I was always into music – especially stuff like rock and punk, but I got into thrash metal (and metal in general) when I was around 14 or 15 when I first heard Metallica and Megadeth. This was also around the time of the “thrash revival” and the “NWOTHM”, so there were a lot of great new bands that I discovered through YouTube. Bands like: Havok, Warbringer, Evile, Violator, Toxic Holocaust, Enforcer, Steelwing and so on became favourites of mine.

Why do you prefer to be the only member of the band?
I prefer the whole process really! It is easier and more fun for me to write music on my own and I don’t need to compromise with other people, so it’s more fulfilling for me. It also means I have no deadlines and do not need to count on anyone else’s schedules in order to write/record/rehearse etc., and it allows me to do everything from home which is a lot more convenient for me, and it’s less expensive of course!

This is your second full length, previously you released 5 split albums: which format do you prefer for your music, split or full?
It really depends! I think I prefer the full-length format when it’s done well. If you have an album where all the tracks fit together and work with each other then it’s great, but sometimes shorter releases like EPs or splits are a better option for a couple of tracks that may be quite different or wouldn’t fit in on an album.

How is changed your career after the deal with Peaceville Records?
I think it’s too early to say. It has certainly brought some more attention to the band, but I think once the album is released we’ll have a better idea!

Iron Angel – Smeraldi tedeschi

Gli Iron Angel sono tornati definitivamente. Nel 2018 “Hellbound” sorprese tutti per la bontà delle canzoni contenute, ma nessuno aveva la certezza che non si trattasse di un fuoco di paglia, di un regalo per i fan che attendevano il terzo disco dei tedeschi dal 1986. In realtà, dopo due anni possiamo affermare con certezza, non solo che quel lavoro non è stata una mossa effimera, ma che addirittura con “Emerald Eyes” gli Iron Angel hanno saputo fare meglio. Vero motore di questa seconda e felice stagione della vita dei thrasher crucchi è Mäx Behr, batterista e maggiore compositore del gruppo sotto contratto con la danese Mighty Music Records.

Benvenuto Max, mi verrebbe da dire “più thrash che mai!”. Sei il compositore principale di “Emerald Eyes”, sei stato ispirato da “Hellish Crossfire” durante la scrittura delle canzoni?
Be’, immagino di sì, ma lo eravamo davvero tutti. Conosciamo il significato di quell’album e quanto la gente lo ami, quindi era chiaro per noi il desiderio di riconnetterci un po’ con il passato. Però allo stesso tempo volevamo portare avanti le cose e non creare un “Hellish Crossfire Pt. II ”, ma bensì un album che fonde il vecchio e il nuovo.

Sei un batterista, ma immagino che tu abbia iniziato a scrivere le nuove canzoni da un riff di chitarra, giusto?
Sì, sono il batterista, ma faccio molto di più che suonare la batteria e quando si tratta di scrivere canzoni, per me, spesso il tutto inizia con un riff o una melodia che si sviluppa dalla chitarra. Stranamente, tendo a pensare alle parti di batteria solo alla fine, questo assicura anche che non stia esagerando o abusando per mettermi in mostra in una canzone.

Fuori Michael Meyer, dentro Nino Helfrich: come questo avvicendamento ha influenzato il sound finale?
Secondo me ha fatto una grande differenza. Nino è un grande musicista, esperto e con molte doti, questo ci ha permesso di raggiungere un nuovo step. Non voglio parlare male di Mitsch, ma in passato non ha mai suonato allo stesso livello di Nino: sicuramente non avremmo fatto un album come questo con lui! Il suo modo di suonare, inoltre, è peggiorato nel tempo, sebbene non sia quella la ragione della sua esclusione. Quindi, tutto sommato, Nino è sicuramente una figura chiave quando si parla di “Emerald Eyes”.

Che tipo di leader è Dirk, ti ​​ha lasciato libero di scrivere le nuove canzoni?
Haha, non è affatto un leader, anche se a tutti piace crederlo dal momento che è il frontman e l’ultimo membro originale, ma la realtà è che gli Iron Angel sono una democrazia. Stando a Dirk, lo sono sempre stati, anche negli anni ’80 e voleva mantenere la stessa situazione, il che è fantastico. In termini di canzoni, tutti possono offrire le loro idee, ma ciò che usiamo e ciò che viene escluso è sempre il frutto della decisione della band. Se fosse stato solo per Dirk, non avremmo ottenuto un disco speed metal, dato che all’inizio ne voleva fare uno più orientato al rock, ma fortunatamente siamo una democrazia e quell’idea è stata rapidamente cassata.

Hai fatto riferimento alla volontà di Dirk di lasciare la band in un regime di democrazia come negli ’80, ma in generale lui è perso nel passato o è concentrato sul presente della band?
Hmmm, direi nessuna delle due situazioni. Ha decisamente superato molte delle convinzioni di quei tempi – anche perché devi tenere a mente che aveva solo 18 anni quando ha fatto “Hellish Crossfire” – ma ha anche difficoltà a stare al passo con tutto quello che sta avvenendo oggi. Non lo biasimo, posso solo immaginare come deve essere per lui. Alla fine è decisamente superfluo dire che non è affatto un grande pianificatore od organizzatore, ma questo non è mai stato il suo ruolo negli Iron Angel.

L’album inizia con la violenta “Sacred Slaughter”, una delle mie canzoni preferite, perché siete così arrabbiati?
Grazie, quella è in realtà la prima canzone che ho scritto per il gruppo nel giugno 2018 ed è il modo in cui immaginavo lo sviluppo che la band avrebbe dovuto intraprendere da quel punto in poi. Ritengo che il nostro precedente disco, “Hellbound”, sebbene sia un bel lavoro, sia carente di quel del morso che aveva il nostro album di debutto, per questo volevo aumentare di nuovo il “thrashiness” della nostra musica, ma anche mostrare più segni di maturità e complessità. Ricordo che a Dirk la canzone all’inizio non piaceva molto, ma una volta che ha iniziato a cantarla in studio, è diventata anche una delle sue preferite.

La title track è la canzone più rappresentativa dell’album?
Hmmm, bella domanda… Penso che la title track illustri una cosa meglio di qualsiasi altra canzone dell’album: il collegamento tra questo disco ed “Hellish Crossfie”. A parte la sua sezione centrale, sembra una traccia che non avrebbe sfigurato sul nostro debutto. Da questo punto di vista, si collega bene alla tua prima domanda, perché ho notato, soldo dopo, che gli accordi che compongono il riff principale sono gli stessi di “Sinner 666”, anche se in un ordine e una struttura ritmica differente. Potresti farmi l’appunto che quegli accordi sono la base di molte canzoni del genere, ma questo non esclude la causalità.

Sei nella band dal 2016, hai capito perché gli Iron Agel non sono così famosi come Destruction, Kreator o Sodom, le altre band con cui hanno iniziato?
In realtà, sono entrato a far parte della band nel 2017 (02.04.2017 per la precisione), le due ragioni principali sembrano essere il cambiamento di suono e stile con “Winds of War” (con il parziale abbandono del thrash) e l’immediata successiva divisione della band.

Ti piacerebbe ri-registrare i primi due album con questa formazione?
Non credo che sia necessario o che sia una buona idea in generale. I fan adorano gli album per quello che sono e questo è un bene. Sarebbe un po’ una mossa infame solo per far soldi, far ricomprare alle persone un album che già possiedono. Penso anche che non migliorerebbe i dischi originari. Molte band hanno già ri-registrato i loro album classici e suonano per lo più come spazzatura omologata al presente e senza tutta la magia che ha reso quei dischi così speciali. Quindi no, non lo faremo.

Qual è il tuo album preferito degli Iron Angel
Domanda difficile… Ovviamente sono un po’ di parte, ma in termini di songwriting e performance, sicuramente il nuovo “Emerald Eyes”, ma quando si parla di oscurità e intensità, preferisco ancora “Hellish Crossfire”.

Tulkas – L’uragano messicano

Da quel calderone incandescente che è la scena messicana sono spuntati fuori i thrasher Tulkas. Fautori di una piccola rivoluzione stilistica, i centroamericani si riprestano sulle scene con EP di transazione che porta la band dalle più canoniche sonorità ottantiane alle ultime derive del thrash. Abbiamo contattato il cantante Javier Trapero per discutere di “The Beginning Of The End”.

Benvenuto Javer su Il Raglio del Mulo, potresti presentare la tua band ai lettori italiani?
Ciao! Siamo Tulkas, una band messicana della New Wave of Thrash Metal, suoniamo dal 2010, abbiamo pubblicato due album e due EP finora. Abbiamo suonato nei più grandi festival del nostro paese (Hell & Heaven e Knotfest tra gli altri), fatto un paio di tour in tutto il Messico e lo abbiamo rappresentato alla Wacken Metal Battle al Wacken Open Air 2016.

Se non erro il vostro moniker, Tulkas, è ispirato al Silmarillion di Tolkien?
Sì, sono un grande fan del mondo di Tolkien. Tulkas è una delle creature più potenti e terribili ma allo stesso tempo amichevoli e divertenti in quell’universo, sembrava perfetto per l’atmosfera che stavamo cercando di mettere insieme per la nostra musica.

“The Beginning Of The End” è uscito ad agosto, perché avete preferito un EP piuttosto che un album completo?
Abbiamo lavorato al materiale per questo EP negli ultimi 6-8 mesi e ci siamo resi conto che le quattro canzoni che abbiamo inserito nell’EP avevano un’energia notevole e unica quando suonate insieme, quindi ne abbiamo discusso e deciso di concentrarci solo su quelle tracce. Ma non preoccuparti, stiamo già lavorando al prossimo full length.

Quindi “The Beginning Of The End” è nato quasi per caso, almeno in questa forma?
Volevamo qualcosa di nuovo, qualcosa di fresco… Nei nostri primi due album abbiamo reso il nostro thrash metal un po’ old school con enormi influenze Exodus, Sodom, Death Angel ecc. E per questo nuovo EP volevamo qualcosa di molto più tecnico e aggressivo dal punto di vista musicale e più veloce e con una voce più arrabbiata.

Avete scelto questo titolo prima dell’emergenza Covid 19?
Sì, abbiamo scelto il titolo un paio di mesi prima, ma alla fine ha funzionato perfettamente!

Potresti descrivere nel dettaglio i contenuti delle quattro nuove canzoni?
Tutte loro sono piene di rabbia… Questo EP cerca di riflettere ciò con cui abbiamo a che fare nell’odierna società. Anche prima di questa enorme pandemia stavamo soffrendo disastri naturali, enormi ingiustizie sociali in tutto il mondo, crimine, povertà, tra le altre cose… Volevamo rappresentare i nostri sentimenti come membri di questa società malvagia, la nostra rabbia e le nostre paure.

Perché proprio una cover della canzone dei Metallica, da “And Justice for All”, “Shortest Straw”?
I Metallica hanno sempre avuto un’enorme influenza su tutti noi e volevamo rendere un tributo a (almeno per noi) a uno dei più grandi album thrash metal della storia. E scegliendo “Shortest Straw” perché, anche se non è una delle canzoni più popolari dell’album, pensiamo che sia sicuramente un un inno thrash.

Sinceramente nel vostro attuale sound non sento l’influenza dei Metallica, quali band hanno ispirato in particolare questo disco?
Abbiamo molte influenze, ma per questo EP le più grandi potrebbero essere state Lazarus AD, Havok, Suicidal Angels e Lost Society.

In passato vi siete già esibiti fuori dal Messico, mi racconti qualcosa?
Sì! Nel 2016 abbiamo vinto la Wacken Metal Battle in Messico e quell’anno siamo andati al Wacken Open Air per suonare al festival. Oltre a questo, abbiamo suonato a Berlino e anche in America Centrale quando siamo stati ospiti speciali dei Nervosa a Città del Guatemala.

Immagino che il W:O:A: sia stata la vostra più grande esperienza dal vivo, no?
Il Wacken Open Air è stato senza dubbio enorme evento per noi, partecipare al più grande festival metal del mondo è stato semplicemente fantastico. Anche aprire lo spettacolo nel 2016 dei Lamb of God qui in Messico è stato meraviglioso.

In chiusura vorrei sapere qualcosa sul movimento metal in Messico e in particolare della scena estrema…
La scena metal estrema in Messico è piuttosto grande e piuttosto viva, ci sono molte grandi band che realizzano ottimo materiale e vanno in tour in diversi paesi. Negli ultimi due anni il metal Messicano è cresciuto non solo numericamente ma anche qualitativamente, speriamo che le luci dei riflettori inizino a brillare anche sul nostro piccolo paese.

Onslaught – I bambini dell’Anticristo

Un orgoglioso Nige Rockett ci ha parlato del nuovo album dei suoi Onslaught, “Generation Antichrist” (AFM Records), senza dimenticare di reclamare il proprio ruolo di prime mover del movimento thrash internazionale. Siamo certi che gli inglesi con questa nuova opera sapranno conquistare nuovi fan anche tra le fila della generazione dell’Anticristo.

Benvenuto Nige, sei nella band dal primo demo, quindi nessuno come te può dirmi come si posizione il nuovo “Generation Antichrist” all’interno della discografia degli Onslaught…
Ciao grazie, come te la passi.? Spero che tu stia bene in questo strano momento. Sì, la nostra è sicuramente una lunga storia e il tempo è passato rapidamente: per me “Generation Antichrist” è proprio lì tra i nostri migliori “assalti”. Senza alcun dubbio è il mio album preferito, perché ha un feeling vecchia scuola ma con una brutalità moderna che è necessaria nella scena musicale di oggi. Siamo tornati alle nostre origini e alle nostre prime influenze, abbiamo addotto un approccio crudo e più semplicistico per il songwriting e in fase di registrazione ha funzionato tutto incredibilmente bene. Le persone stanno impazzendo per il nostro nuovo materiale e per come suona.

È questa la generazione dell’Anticristo citata nel titolo?
Sì, è sicuramente questa. Il cristianesimo sta perdendo potere e influenza in questa epoca moderna e credo tra 50 – 60 anni la religione come la intendiamo noi cesserà di esistere. Guardo i miei figli e i loro amici, non hanno alcun interesse per la religione, non hanno mai preso una bibbia, non hanno mai detto una preghiera, non sono istruiti a riguardo, per loro non significa nulla: sono la generazione dell’Anticristo.

Ti andrebbe di presentare i nuovi membri?
La lineup assalto del 2020 è Dave Garnett – Voce, Nige Rockett – Chitarra, Wayne Dorman – Chitarra, Jeff Williams – Basso e James Perry – Batteria. Colgo l’occasione per dare il benvenuto al nostro nuovo cantante “Dave Garnett” che ha ammirevolmente preso il posto lasciato libero in un momento delicato da Sy Keeler. Dave si è trovato con poco preavviso a dover registrare la voce per “Generation Antichrist” e ha fatto una performance incredibile, ha portato l’album a un livello di aggressività superiore, regalando nuova energia al suono degli Onslaught.

Effettivamente la sua voce mi ricorda quella di Chuck Billy, penso che dia alla vostra musica un tocco Testament, che ne pensi?
No, non la penso come te: gli Onslaught si sono formati qualche tempo prima dei Testament, e non ci lasciamo influenzare da band che hanno effettivamente seguito le nostre orme. Chuck è sicuramente un grande cantante e lo stesso vale per Dave, ma per me hanno stili diversi e a sé stanti, penso che Chuck sia più melodico mentre Dave ha un approccio molto più aggressivo.

A proposito di aggressività, il nuovo album è brutale e violento, dove trovi dopo 40 anni di carriera la forza di scrivere grandi canzoni thrash?
Grazie! Adoro creare musica aggressiva. Il mondo che ci circonda in questo momento certamente mi dà l’ispirazione per essere costantemente arrabbiato e la musica è il modo migliore per esprimere i miei sentimenti. Ogni anno sembra esserci un nuovo problema che dobbiamo affrontare nelle nostre vite. Più invecchio e più divento più arrabbiato, quindi gli Onslaught raggiungeranno livelli più alti di brutalità con i prossimi dischi.

“A Perfect Day to Die” è uscito come singolo nel 2019, ma nell’album la troviamo in una versione differente, come mai?
“A Perfect Day to Die” è stato il primo singolo ad essere pubblicato dal nuovo album e quella registrazione presentava la voce di Keeler, quindi quando Sy è andato via e Dave si è unito agli Onslaught, abbiamo semplicemente ri-registrato la voce per creare la nuova versione. Non potevamo avere due cantanti diversi sull’album, avrebbe reso il lavoro meno omogeneo. Dave ha veramente fatto un ottimo lavoro.

A chi ti riferisci quando parli di “Addicted to the Smell of Death”?
Questa canzone parla di un serial killer americano chiamato “H H Holmes”, si presume che abbia commesso 200 omicidi. Si dice che Holmes abbia prima scarnificato e poi sezionato le vittime, per poi bruciare i corpi in una fornace!

Direi di tornare ad avvenimenti più sereni, ricordi il tuo spettacolo a Bari del 2008?
Sì, certo! Credo di poter ricordare ogni singolo spettacolo in Italia, quello del 2008 si è tenuto al “Target Club”, se non erro. Bari è davvero un bel posto e ci piacerebbe molto tornare, ma credo che il Target sia chiuso ora. Magari c’è un nuovo locale che potrebbe ospitarci: ogni volta e ovunque in Italia accade sempre qualcosa di buono per Onslaught!

Reverber – La setta dei senza volto

Il movimento thrash tricolore, oggi come non mai, è particolarmente prolifero e ricco di uscite di qualità. Da quella fucina di talento che risponde al nome di Punishment 18 arriva una nuova release degna di nota, “Sect of Faceless”, opera che porta la firma dei Reverber, qui rappresentati da Marco Mitraja.

Ciao Marco,  ti andrebbe a un paio di mesi dalla sua uscita tirare un primo bilancio su “Sect of Faceless”, il vostro nuovo album?
“Sect of Faceless” è uscito in digitale in piena emergenza COVID-19, ma possiamo dire che forse è stato un vantaggio, poiché le persone e i fan erano in rete h24. Il riscontro è stato molto positivo, soprattutto all’estero, grazie alla diffusione su Spotify, Youtube e su le varie piattaforme! Riceviamo in continuazione feedback entusiasti e richieste per la copia fisica, ma purtroppo per quella ci sarà ancora da aspettare. Molti ci paragonano ai Kreator e alcuni addirittura ci indicano come i loro eredi… chissà!

Mi sono messo lì a cercare il mio brano preferito del disco, devo ammettere che l’album mi piace nella sua globalità, ma non ho una canzone che prediligo. Il suono è vario, ma comunque molto coerente e compatto. Il risultato è un lavoro di qualità media elevata da ascoltare tutto d’un fiato. Sei d’accordo con la mia  disamina?
Assolutamente sì, e ci fa molto piacere. Molti gruppi vorrebbero essere ricordati e apprezzati per le loro produzioni intere e non solo per la singola canzone. Insomma, se a qualcuno rimane in testa e apprezza anche il lato B, per noi è una vittoria, significa che siamo entrati in simbiosi con l’ascoltatore dall’inizio alla fine del viaggio.

Prima mi hai detto che per alcuni voi siete gli eredi dei Kreator, ma a me dall’ascolto dell’album appare chiaro che il vostro appartenere alla scena thrash va però inteso nel senso più generico del termine, perché non vi si può ricondurre direttamente a una determinata scuola. In un’epoca storica in cui si è o neri o bianchi, questo vostro essere al di sopra delle categorizzazioni nette è un vantaggio o uno svantaggio?
Crediamo che le categorizzazioni siano solo nella mente delle persone ormai e purtroppo ormai ci si fa condizionare facilmente quando si ascolta un album. Noi riconosciamo di appartenere a una delle macro categorie del metal, per carità, ma più per semplificare e spiegare di cosa si parla. Poi però se per qualcuno la voce non è “thrash” o la batteria è “troppo death” secondo noi si fossilizza su schemi mentali che non ti permettono di fare quello che dovresti quando ascolti un disco: godere della musica e delle sensazioni che ti regala. Ma noi non ci facciamo condizionare da questo, tanto qualsiasi cosa si suoni ci sarà sempre qualcuno pronto  a inquadrarti in un determinato sotto-sotto-sotto genere o paragonarti ad altre band. Noi suoniamo il nostro metal, se piace bene, se non piace, pazienza.

Di certo siete diretti e schietti nei vostri testi, non vi tirate indietro quando c’è da puntare il dito contro le storture della società…
Siamo sempre stati dell’idea che la musica sia un veicolo molto potente per criticare le brutture del sistema e della società, in quanto la musica è un forma d’arte critica per eccellenza e il metal un genere di rottura. Certo, la cornice rimane quella dell’horror e delle immagini forti, ma non sono mai fine a se stesse e servono come metafora di un società ormai al collasso, un pericolosissima giungla darwiniana dove le garanzie regalate dalle battaglie del passato sono ormai dimenticate.

Ve lo chiedo da vecchio lettore di Dylan Dog, “Channel 666” ha a che fare con l’albo “Canale 666” uscito, se non erro, negli anni 90?
Ci hai beccato! Sì l’ispirazione del titolo è presa proprio dal numero 15 di Dylan Dog (1991), di cui Marco Mitraja è appassionato e collezionista. L’intento era scrivere un brano che contenesse una forte demonizzazione dei mass media che nascono come intrattenimento per poi diventare il verbo dei poteri forti. Quale titolo migliore di quello?

Chi c’è dietro la “setta dei senza volto”?
La setta dei senza volto è solamente un fantasma inventato inconsciamente dalle persone per venir meno alle proprie responsabilità sociali. È comodissimo dire “tanto comandano loro” è “inutile votare”, “tanto fanno a porte chiuse”. I responsabili della catastrofe che stiamo vivendo non sono guru occulti di una setta mondiale, ma sono soggetti del passato o del presente che si trovano tranquillamente in ogni libro di storia o di macroeconomia. E allora ecco che la setta dei senza faccia non esiste, ma esistono banchieri, politici, economisti e think tank che hanno agito alla luce del giorno in base a un mainstream economico ben delineato, con le sue regole e i suoi dogmi: austerità, economia dello shock, cover operation. Come è scritto nella parte finale di “Sect of Faceless”: “They are just men in black/They are just ink on white”.

Riguardando indietro ai tempi del vostro esordio, in cosa siete migliorati e cosa avete perso cammin facendo che forse andrebbe recuperato?
Siamo sicuramente migliorati nella stesura dei brani e ognuno è migliorato personalmente a livello tecnico. La simbiosi del gruppo si è consolidata, grazie anche a un rapporto d’amicizia sempre più solido. Ma soprattutto abbiamo studiato più possibile il funzionamento del mercato della musica e del marketing musicale/digitale, delle piattaforme streaming e dei social network, che ormai nel 2020 sarebbe poco intelligente ignorare. Purtroppo per seguire molte di queste cose “burocratiche” molte volte dimentichiamo la spensieratezza di suonare per suonare e molte volte non si ha la concentrazione necessaria per scrivere musica. Non siamo più negli anni Ottanta, non esiste nessuno che lo fa per te, bisogna rimboccarsi le maniche, sapevamo già che più si va avanti più la strada è tortuosa. Nonostante questo stiamo lavorando su alcuni nuovi brani, visto che le possibilità di suonare live sono pari a zero… chi si ferma è perduto!

Rimanendo in tema di recupero, il disco si chiude con la cover di “Angel Witch”, pezzo dell’omonimo gruppo inglese. Ritengo i britannici forse una delle prime proto-thrash band della storia, non a caso vengono citati dai Metallica tra le loro muse ispiratrici. Cosa si prova a confrontarsi con un classico del genere e quali sono rischi di un’operazione simile?
Confrontarsi con i classici è sempre un’esperienza particolare, si mettono le mani in pasta in capolavori del passato che sono perfetti così come sono. Ma quanto è bello sentire suonare una canzone storica con i suoni e l’attitudine della tua creatura, con la tua interpretazione? È fantastico secondo noi. I rischi di un’operazione simili sono riassunti nel pericolo di offrire una versione troppo boriosa che possa far pensare all’ascoltatore che non si tratti di un tributo, ma di una sfida alla band e alla canzone originale. Ma nel nostro caso è un semplice tributo a un gruppo che ha fatto la storia dell’hard rock e del metal, scegliendo una canzone che ci piace particolarmente, tutto qui.

Avete puntato su due video, andando a fare scelte completamente opposte: da un lato la title track e dall’altro proprio la cover dei britannici: come mai siete passati dal brano che dal il titolo al disco a uno che invece è farina del sacco altrui?
Avevamo programmato con il nostro ex videomaker almeno altri tre video, sempre dell’album “Sect of Faceless”, mentre per Angel Witch non era previsto nulla. Purtroppo la nostra collaborazione è giunta al termine subito dopo la consegna del videoclip di “Sect of Faceless” e si è bloccato tutto. Pur volendo, non potevamo rivolgerci ad altri a causa dell’emergenza COVID. Allora abbiamo pensato di far sviluppare un video lyric di Angel Witch (montabile durante il lockdown) in modo da tenere basso il budget e avere comunque una video da poter utilizzare come pubblicità all’album in uscita, visto che le cover attraggono molti curiosi. A breve inizieremo le riprese di un altro video, non sono mai troppi oggigiorno!

Siete parte della scuderia Punishment 18, un’etichetta che sin dal proprio nome rende tributo al thrash, in particolare a quello dei Megadeth. Quanto conta lavorare con una label che è guidata da persone che hanno i vostri stessi gusti?
Crediamo sia fondamentale, vediamo molte band che si affidano a una casa discografica qualsiasi pur di averne una e pensiamo che questo sia un errore. All’etichetta deve piacere chi sei e quello che fai, è l’unico modo per percorrere insieme la strada verso il successo.

Vi andrebbe di citare altre realtà meritevoli del panorama italiano?
Come saprai ce ne sono moltissime, ma negli ultimi anni pensiamo che siano i Red Riot una delle migliori realtà italiane. Musicalmente possono sembrare distanti da noi, ma l’attitudine alla musica è la stessa e pensiamo possano dare veramente tanto al panorama metal italiano e internazionale. Te li consigliamo vivamente!

RawFoil – Materiale grezzo

Il nuovo EP dei RawFoil, “Tales from the Four Towers” (Buil2Kill Records), non è solo una cascata di riff, ma anche un vero e proprio tsunami di ironia. Un’onda distruttrice che mette a serio rischio le seriose fondamenta su cui si regge la scena metallica italiana.

Ciao Francesco (Ruvolo, voce), un paio di anni fa avete pubblicato il vostro esordio “Evolution in Action”, oggi tornate con un EP: possiamo considerare “Tales from the Four Towers” il frutto dell’evoluzione in atto che dava il titolo titolo del vostro primo album?
Intanto, grazie mille per questa intervista e per lo spazio che ci dedichi! Guarda, secondo noi sì! Dove per evoluzione intendiamo una crescita come band, una leggera variazione nello stile e una voglia crescente di osare e di provare cose nuove con i prossimi lavori. Avendo atteso tanto tempo a far uscire il primo album, ci è sembrato giusto tornare con del nuovo materiale così da testare le canzoni contenute in questo EP, interamente fatte dalla nuova formazione. Un modo per avere in mano un esempio di cosa potevamo realmente fare, lavorando sui nuovi pezzi con molta più sicurezza.

Infatti, mi domandavo: come mai avete scelto di pubblicare un lavoro di solo quattro brani e non di attendere di avere qualche pezzo in più per incidere un vero e proprio album?
Giusta domanda! Questo EP possiamo considerarlo in realtà un concept. Abbiamo raccolto quattro storie particolari e le abbiamo volute appositamente scindere da un album cosi da aumentarne l’importanza! Poi data la natura “ironica” delle tracce, abbiamo preferito mantenere il tutto in un unico EP, sia per i contenuti musicali, sia per quelli visivi. Copertina, foto e booklet sono stati studiati appositamente attorno a questi brani.

Come si è arrivati dal culto della personalità decantata alcuni decadi fa dai Living Colour al culto dell’ignoranza che dà il titolo a un vostro brano?
Ottima la citazione dei Living Colour, che adoro! Ti dirò la verità, “Cult Of The Ignorance” nasce da un progetto “parallelo” che si era creato nel 2014 ma mai concretizzato. Ci è sembrato giusto omaggiare quella fase! Parlando della traccia in sé, il culto dell’ignoranza deriva dal bisogno di raccogliere le situazioni di disagio e di ignoranza, appunto, che abbiamo vissuto o visto, e nell’immaginario dell’EP ci sembrava un ottimo legante tra le varie canzoni. Oltretutto, non credi che suoni molto bene “Culto dell’Ignoranza” se paragonato alle varie religioni e credi già esistenti?!

I Rawfoil propongono un thrash metal dall’alto contenuto ironico, da questo punto di vista il nuovo EP non fa una piega: in una scena seriosa come quella metal italiana, non credete che la cosa possa essere controproducente?
Secondo me no. Magari, se ne fosse esistita una, forse sarebbe stata la scena a doversi prendere meno sul serio. Noto sempre di più che le persone, o le stesse band, tendono a vedere il metal come una situazione già ben definita per inneggiare agli stereotipi che lo hanno reso grandioso, come la rabbia, la voglia di ribellione, il bisogno di distaccarsi dall’auto-conformismo e tanti altri elementi. Senza considerare, poi, che il metal è e può essere intelligente, divertente e tutt’altro che banale! Potrei citare un sacco di band che fanno dell’ironia e del divertimento il loro punto forte (vedi i Tankard su tutti). Non intendo che un gruppo debba per forza scherzare, (anche perché l’80% dei pezzi del nostro primo album, come del nuovo, parlano di tematiche serie e personali) ma pensiamo che il divertimento nel suonare i propri pezzi debba essere presente!


Venite da una zona di Italia particolarmente colpita dal Covid-19, pensate che in futuro questa esperienza possa condizionare il vostro songwriting?
Il nostro songwriting non è mai stato condizionato da un particolare momento o da una situazione quindi anche in questo caso non pensiamo ci siano differenze. Sicuramente speriamo che venga condizionato il modo di pensare delle persone che seguono il nostro genere ed in particolare la musica emergente. Avendo visto quanto disagio e quanti problemi ha creato questa situazione, pensiamo che ci sia bisogno di più coesione e di più consensi anche per noi piccole realtà. Discorso che ovviamente vale anche per quei locali piccoli/medi che alla fine rendono possibile il potersi esibire.

Torniamo a cose più terrene: cosa diavolo sono le code le che escono fuori dalle quattro torri?Questa è una domanda interessante! In pochi riescono a trovare i dettagli nelle illustrazioni che le band tirano fuori! Infatti, è proprio un dettaglio che nemmeno io ho colto! Quali code?? AHAHAHAH penso tu intenda le “dita” della mano del KING (la ovvia rappresentazione violenta di Giovanni Rana, in alto a destra per intenderci) che ci si appoggia sovrastando le quattro torri! Se non intendevi quelle non saprei proprio e nel caso ne possiamo parlare!

Deliri da scribacchino, lasciamo stare! Se non erro la cover del disco è di Roberto Toderico, il disegno è una vostra idea o avete lasciato carta bianca all’illustratore?
Esatto, per l’illustrazione ci siamo affidati di nuovo a TODD! Dato l’ottimo lavoro del primo album siamo andati a colpo sicuro di nuovo, questa volta però avevamo più o meno un idea sia dei personaggi (che sono raffigurati esattamente come quelli veri da cui abbiamo preso ispirazione per le tracce) sia della posizione. Poi il Maestro ci ha messo ovviamente il suo tocco!

Musicalmente proponete un classico thrash, come è nato il vostro amore per questo genere?Siamo partiti senza avere uno stampo definito, ma con l’andare del tempo ci siamo resi conto che ciò che volevamo suonare era un genere diretto e veloce, che, però, potesse includere anche varie sfaccettature ed essere plasmato senza venire snaturato. La cosa che ci piace di più è spaziare attorno ad altri generi. Sperimentare e provare cose nuove o cimentarci in qualcosa di più difficile del classico riffone thrash. Ognuno di noi, a parte il thrash in comune, ascolta o suona anche generi completamente diversi e ciò rende possibile l’aggiunta di qualcosa di nuovo. Insomma, ci piace complicarci la vita, e già da questo EP la differenza si può sentire!

Ricordo che a metà anni 90 tutti davano per spacciato il thrash, invece oggi riscuote nuovamente tanto interesse: come vi spiegate il ritorno in auge di queste sonorità?
È un po come le mode, cosi come ogni tanto tornano in vita i panta a zampa, torna anche la musica!
Penso che ci siano state delle evoluzioni un po’ in tutti i generi che hanno messo in ombra quelli già esistenti, e per le persone abituate ad un determinato stile, sentirne uno leggermente diverso è stato un bel colpo! Sicuramente il fatto che tante band thrash degli anni 80 continuino a tirare fuori album, per la maggior parte molto buoni, è uno dei motivi per cui questo genere non mollerà tanto facilmente la presa! Un ottimo seppur triste motivo è l’abbandono di alcune band storiche, vedi gli Slayer. Basta che dicano che si sciolgono e riempiono il Forum di Assago anche tutti i sabati sera! Chiudo dicendo che il fattore “nostalgia” in questo genere sia fondamentale.

Esiste una scena thrash in italiana o ci troviamo innanzi a delle entità che si muovono individualmente?
Non mi sembra corretto parlare solo di scena thrash, io penso che ci sia una scena metal in italia che non ha nulla da invidiare a quelle straniere tanto acclamate, in termini di band, pubblico e addetti ai lavori. Noi stessi spesso abbiamo suonato con gruppi che non hanno nulla a che fare con il nostro genere e la cosa ci è piaciuta molto! Quello che per ora manca, o è comunque limitatissima, è la curiosità. Curiosità nello scoprire nuove band, nell’andarle a vedere In ambito live cosi da scoprire magari uno spettacolo inaspettato, curiosità anche solo nel conoscere gente nuova in luoghi come locali, concerti o eventi, e questo ci dispiace molto.

Destruction – Live to thrash

In questa prima strana parte del 2020 non sono mancate di certo le sorprese. Per lo più negative, ma le buone notizie non ogni tanto arrivano, come quella del nuovo disco live dei Destruction. I tedeschi, pur vantando una copiosa discografia in studio, nei primi quarantanni della propria carriera hanno centellinato i dischi dal vivo. Spinti dalla forzata inattività e grazie al fortunato ritrovamento delle ottime registrazioni dello show tenuto al Partysan lo scorso anno, i crucchi non hanno resistito alla tentazione di fare un dono ai fan e a se stessi. “Born to Trash” (Nuclear Blast) è qui e ce ne parla, ovviamente, il mastodontico Schmier.

Ciao Schmier, avete pubblicato da poco “Born to Thrash”, quasi a sorpresa direi. Che valore assume oggi, alla luce del blocco degli eventi a causa del Covid-19, un disco dal vivo?
È il suono della vita, per noi è una maniera per restare in contatto con i nostri fan in un periodo di blocco forzato. Inoltre, ci permette di sopravvivere in un momento delicato per l’industria discografica.

Facciamo un passo indietro, ricordi il tuo primo concerto?
Il mio primo concerto? Certo! È come la prima volta in cui fai sesso, non puoi dimenticarlo: è stato con i Destruction!

Scusami, mi riferivo al tuo primo concerto da spettatore, poi ci arriveremo a quello da musicista...
Allora, il primo concerto a cui ho assistito è stato dei Police, nel 1980.

Chi l’avrebbe mai detto! Io li adoro, tu li ascolti ancora?
Certo, sono stati dei favolosi songwriter. Erano in grado di scrivere grandi canzoni non banali e dalla presa immediata. Avevano una fantasia compositiva senza pari. Quel concerto mi è rimasto molto impresso, il locale era strapieno, stavamo tutti stretti e c’era un’atmosfera fantastica. Poi dopo ho visto un sacco di roba hard, tipo i fantastici Rainbow, ma nulla a confronto della band di Sting: loro sono stati varamene unici!

Ora è arrivato il momento di parlare del tuo primo concerto con i Destruction, cosa ricordi di quell’occasione? Magari è stato come la prima volta in cui fai sesso, perché ci hai fatto anche del sesso dopo!
Ahahah, no, ti assicuro che non ho fatto sesso quel giorno! Però è stato fantastico, perché abbiamo incontrato per la prima volta altri gruppi metal e abbiamo conosciuto i Kreator e la band di supporto erano i Sodom. Un evento fantastico per tutti i ragazzi tedeschi che amavano determinate sonorità.

Siete giunti con “Born to Thrash” al vostro quarto live in circa quaranta anni di carriera, il che mi fa pensare che centelliniate questo tipo di uscite per fotografare solo i momenti salienti della vostra storia. Cosa volevate immortalare con questa uscita?
Volevamo dare ai fan un’istantanea della nostra nuova fase con due chitarre e un nuovo batterista, Randy Black. Siamo molto contenti dei nuovi brani e della resa dei classici, quindi abbiamo voluto che questa nuova dimensione del nostro suono arrivasse a quanta più gente possibile, anche a chi non c’era al Partysan. Purtroppo, il blocco non ci ha permesso di girare, quindi questo è un buon compromesso.

Io vi ho ascoltato dal vivo più volte, sempre con la line up a tre: un muro di suono impressionante. Ma tu preferisci andare su un palco con il classico terzetto o trovi più appagante questa nuova formazione?
Ti ringrazio per i complimenti. Sinceramente, mi soddisfa più l’attuale situazione, perché la presenza di due chitarre ci da una maggiore libertà di espressione e varietà. Più potenza, più dinamicità, più armonia, tutto questo prima non riuscivamo ad ottenerlo on stage. Io credo che l’heavy metal sia un genere che richieda due chitarre, per molti anni ci siamo mossi con una perché ci andava bene così, ma oggi va meglio.

Immagino che, prima di partire per un tour, non sia facilissimo per voi scegliere quali canzoni inserire in scaletta. Inoltre, mi domando se la set list cambia a seconda della serata o resta immutata in tutte le tappe.
Innanzi tutto, cerchiamo di fare una scelta ben bilanciata tra vecchio e nuovo. Ci basiamo molto sull’esperienza, cerchiamo di capire cosa possa funzionare del repertorio più recente e cosa invece ha già dimostrato una buona resa dal vivo. Poi non possiamo scontentare i nostri fan, quindi ci mettiamo i nostri classicissimi, il loro parere conta come quello dei singoli membri del gruppo quando c’è da prendere una decisione. L’accoglienza dell’audience è sempre un ottimo termometro per misurare la riuscita di un pezzo dal vivo. Per quanto concerne i cambi, di solito l’ossatura è la stessa, ma nel finale possiamo aggiungere un pezzo che viene richiesto a gran voce dal pubblico durante il bis. Ci capita spesso di chiederlo noi “cosa volete sentire questa sera?”. E sta sicuro che in ogni tappa ci arriva una richiesta differente.

L’essere passati da tre a quattro incide in qualche modo sulla scelta?
Certamente, la line up a quattro ci consente di suonare qualsiasi cosa, mentre a tre dovevamo ogni tanto rinunciare a qualcosa.

Ma in tutta sincerità, oggi quanto è importante avere un album fuori prima di partire per un tour? Alla fine i fan vogliono sentire i soliti cavalli di battaglia, o no? Magari in passato, invece, si andava a un concerto solo per poter ascoltare i nuovi singoli.
Noi attualmente ne inseriamo quattro, ma in generale credo che dipenda da come va il disco. Se va bene, è probabile che il pubblico abbia un maggiore interesse per i brani nuovi. Certo, chi ha chiesto ai fan on line quali canzoni volessero sentire durante il tour, ha sempre ricevuto titoli classici. Per questo, come ti dicevo prima, al momento della scelta siamo noi che dobbiamo capire qual è il giusto bilanciamento. Il nostro ultimo disco, “Born to Perish”, credo che abbia facilitato le cose perché contiene ottime live song.

Qual è il brano che maggiormente ami suonare dal vivo e quale quello che odi eseguire su un palco?
Ti assicuro che se non amo suonare un brano, non lo faccio. Anche se i fan me lo richiedono, io evito. La musica è una passione, non si può ottenere un buon risultato proponendo qualcosa controvoglia. Per questo, ti rispondo che non ce n’è uno. Per quanto concerne quello che invece mi piace eseguire, nonostante siano passati tanti anni, è “Curse the Gods”.

Il nuovo album è uscito in digitale, CD e vinile, non in DVD o Blue Ray: a cosa è dovuta questa scelta?
Perché è avvenuto tutto in modo casuale, non avevamo programmato di pubblicare un live. Abbiamo sentito la resa sonora della registrazione audio della nostra esibizione al Partysan e abbiamo capito che avevamo in mano dell’ottimo materiale, nonostante non avessimo preparato il tutto per un prodotto professionale. La stessa cosa non si può fare per le riprese video, richiede una preparazione studiata a tavolino, che comporta anche una serie di costi aggiuntivi. Siamo stati fortunati ad avere quei nastri durante il lockdown, così abbiamo potuto pubblicare un disco nonostante non lo avessimo in programma.

Ammetto di non amare molto DVD e Blue Ray, ne ho varamene pochissimi, trovo dannatamente difficile guardare un concerto davanti a un monitor. A te, invece, piacciono questo tipo di prodotti?
Preferisci un porno o fare sesso? Siamo più o meno allo stesso livello, vedere un film ci può stare ma è molto più divertente farlo veramente. Può capitare che io guardi un concerto a casa, ma preferisco l’energia che c’è dal vivo, le vibrazioni che passano dalla band al pubblico e viceversa.

Te lo chiedo perché ultimamente, anche se per motivi contingenti, sta crescendo il numero di concerti in streaming. Oggi c’è anche chi si fa pagare biglietti virtuali per concerti virtuali. Ecco, se devo spendere il mio denaro, preferisco andarci fisicamente in un posto.
La penso come te, anche a me non piacciono. Trasmettere un concerto durante il blocco dell’attività non è una cosa che farei per i Destruction. Capisco che alcune band lo debbano fare per sopravvivere a questa crisi, cercando di mettere qualche cosa in tasca. Non mi attirano, parlo da spettatore, per i motivi che ti dicevo prima: non è un vero concerto, perché un evento dal vivo non è solo musica ma è anche tutta una serie di sfumature che danno un valore aggiunto alla musica stessa.

Immagino che in questi anni abbiate avuto esperienze esaltanti e altre negative durante i tour. Di voi ho apprezzato soprattutto il fatto che non disdegnate come molti – per lo più per motivi economici e gestionali – il sud Italia. Io vi ho visto almeno tre volte dalle mie parte, a memoria: Castel Volturno, Bari e Stornarella. Però ricordo che ci sono stati dei problemi in occasione della vostra partecipazione a un’edizione dell’Agglitnation Festival e, soprattutto, nel 2017 per la data, poi saltata il giorno stesso, di Foggia con le Nervosa. Vuoi fare un po’ chiarezza?
Sono cose che accadano quando le circostanze non vanno come diciamo noi. Siamo dei professionisti, chiediamo il rispetto di determinati standard, quelli poi previsti dai contratti che firmiamo. Nel caso di Foggia non c’erano le condizioni tecniche per poterci esibire. Capiamo il disagio dei nostri fan che hanno scoperto il giorno stesso che il concerto non si sarebbe tenuto, però quella gente aveva speso o avrebbe speso del denaro per vedere uno show con un suono perfetto. In questi anni ci è capitato di dover cancellare altri show, perché in alcuni casi i promoter per massimizzare i profitti risparmiano sull’equipaggiamento tecnico. Siamo arrivati a Foggia dopo due giorni di viaggio dalla Bulgaria, abbiamo trovato un palco molto piccolo e un’impianto non sufficiente. Non avevamo alternative alla cancellazione. Per il momento preferiamo pensare al futuro, qualcosa in Germania e Svizzera si sta muovendo. In Italia dovremmo scendere verso fine Novembre o a Dicembre. Non grandi situazioni, per quelle secondo me bisognerà aspettare il 2021.

Ma in generale ti piace suonare in Italia?
Certo, abbiamo fatto degli show fantastici con un pubblico sempre molto caloroso. Ci torniamo spesso e volentieri quando è possibile.

Vorrei fare nuovamente un passo indietro nel tempo, in particolare al vostro tour con i Candlemass, il The HellBoundz Of Doom And Thrash Tour (2005). Come è andata? Ricordo che avete anche duettato Messiah Marcolin. Non nascondo un certo rammarico per non aver avuto l’occasione di avervi visto condividere il palco.
Grandissima esperienza, io poi sono un grande fan dei Candlemass, sopratutto del periodo con Marcolin alla voce. L’accoglienza da parte del pubblico è stata generalmente buona, anche se in alcuni posti forse i fan del doom degli svedesi hanno disertato perché non apprezzavano il nostro thrash. Per me era una grande accoppiata, Messiah ha una delle voci più belle e particolari del panorama metal. Io aspetto sempre con trepidazione i suoi dischi, mi ha proposto anche di partecipare al suo solo album, peccato che poi l’operazione non sia mai andata in porto. Però noi abbiamo avuto lui nella nostra “The Alliance of Hellhoundz”.

Mi hai racconto a inizio intervista come il vostro primo concerto abbia in qualche modo coinvolto anche Kreator e Sodom. Quando le cose si saranno sistemate, credi che potremmo mai assistere a un Big 4 del thrash tedesco?
Lo spero, ma non è affatto facile perché parliamo di band che hanno sempre un calendario fitto di eventi, coordinarci non sarebbe semplice. Noi Destruction abbiamo detto a Mille dei Kreator e Tom dei Sodom che saremo pronti a partire quando ce ne sarà l’occasione. Credo che sia solo una questione di tempo, ma prima o poi si farà, perché la gente ce lo chiede.

Mi pare di capire che più che colleghi siate degli amici, da persona che che li conosce sin dai loro primi passi artistici che ne pensi delle loro ultime uscite?
Certo, sono degli amici, oltre che partner in affari, dato che agiamo nella stessa scena. Li seguo sempre con interesse. Ultimamente stanno uscendo un sacco di grandi dischi thrash, non parlo necessariamente di prodotti made in Germany, ma anche di roba che arriva dal Nord America. Nonostante un periodo non felice per la musica, credo che vengano pubblicati degli ottimi dischi.

Ora è arrivato il momento di dirmi quali sono i tuoi live album preferiti…
Ce ne sono tanti: “Unleashed in the East” dei Judas Priest, “Exit… Stage Left” dei Rush, “Live After Death” degli Iron Maiden, “If You Want Blood You’ve Got It” degli AC/DC e “Deacade of Aggression” degli Slayer.

Posso aggiungerne uno io? Forse il mio preferito di sempre, proprio di una band tedesca: “Tokyo Tapes” degli Scorpions…
Certamente, è un grandissimo disco, forse quello che ho ascoltato di più da giovane!

L’ultima domanda è quella di rito, si sa qualcosa del prossimo album?
Al momento non è previsto nessun disco nuovo, la situazione sanitaria è quella che è. Ci è capitato questo live e lo abbiamo tirato fuori, ma non possiamo pianificare nulla per quanto concerne un lavoro in studio. Molti gruppi con un disco già pronto stanno rimandando la data di uscita, ora non ha senso con i tour bloccati. L’anno prossimo saremo invece sommersi da nuove pubblicazioni, quindi preferiamo aspettare fine 2021, se non il 2022, per tirare fuori il nostro prossimo album.

Necrofili – L’immacolata decomposizione

Al di là della retorica sul quanto sia importante avere un sound personale, quanto l’essere poco inquadrabili può essere un vantaggio? Stando ai Necrofili, l’originalità è un’arma a doppio taglio che può portare in egual misura consensi e critiche negative. Ciò che conta, però, è andare dritti per la propria strada, magari anche senza particolari vincoli artistici. Da questo punto di vista il nuovo EP “Immaculate Preconception” è un esempio da manuale.

Ciao Carlo (Pelliccia, voce e chitarra), da qualche tempo è uscito “Immaculate Preconception”, il vostro ultimo EP. Ti chiederei di stilare un primo bilancio sull’accoglienza ricevuta dal disco.
L’accoglienza di “Immaculate Preconception” ci ha piacevolmente sorpreso. La critica, nella maggior parte dei casi, lo ha premiato con recensioni veramente molto positive, sia sulle riviste e webzine più generaliste e gettonate, sia su quelle che si concentrano in maniera specifica sull’underground. L’accoglienza del pubblico è stata altrettanto buona: abbiamo già ristampato una volta la versione CD per esaurimento della prima tiratura, e al momento anche il secondo lotto è agli sgoccioli. Tutto questo ha un po’ innalzato la nostra visibilità nel circuito underground, e ci ha dato la possibilità di fare diverse date dal vivo in contesti differenti dal solito, compresa la possibilità di esibirci in apertura per gruppi storici come Distruzione, Assassin e Benediction. Insomma, finché non è arrivato il Covid a guastare la festa, devo dire che ci siamo divertiti nel corso dell’ultimo anno.

Avete scelto la strada dell’autoproduzione, è stata una decisione presa da subito o è figlia della difficoltà di trovare un contratto soddisfacente?
“Immaculate Preconception” è nato direttamente come un’autoproduzione, così come è accaduto anche per il suo predecessore “The End Of Everything”. Per questi due lavori non abbiamo neanche provato a cercare un’etichetta che li producesse. Lo abbiamo fatto in passato, ormai più di dieci anni fa, quando abbiamo registrato un demo (“Promo 2008”) e lo abbiamo fatto girare per etichette sperando di ricevere una proposta per il nostro successivo full-length. Ma è stato un completo buco nell’acqua, non abbiamo ricevuto nessuna proposta vera e propria, solo offerte da parte delle agenzie di promozione. Da quel momento in poi ci siamo orientati sempre ed automaticamente sull’autoproduzione e sull’autopromozione, evolvendo gradualmente ciò che avevamo imparato a fare per i primi demo. In fondo, ci piace l’autoproduzione: ci prendiamo i nostri tempi ed abbiamo libertà assoluta. Non solo i nostri lavori sono “autoprodotti” nel senso di “autofinanziati”, ma sono anche materialmente registrati, mixati e masterizzati da noi stessi nella nostra sala prove, senza avvalersi di uno studio professionale. Anche se i risultati che siamo in grado di raggiungere sono ormai di buon livello, sappiamo bene che, sia per mezzi sia per competenze, non siamo in grado di rivaleggiare con la pulizia e l’impatto sonoro delle produzioni mainstream, e spesso neanche con quelle di quei gruppi underground che scelgono di spendere soldi in uno studio professionale. Da un certo punto di vista, quindi, soffriamo questa condizione, ma dall’altra vantiamo di avere un suono realmente nostro. Vedi: quando il budget da investire non è molto, e credimi che questo è sia il caso delle produzioni autofinanziate sia di quelle spesate da una piccola etichetta, puoi accedere ad uno studio professionale solo per poche ore di lavoro. Non hai il tempo di creare un tuo sound, ti prendi il suono standard che quello studio fornisce per il tuo genere di riferimento. Insomma, alla fine il tuo disco suona bene, ma uguale a mille altri.

Avete una quindicina di anni di carriera alle spalle, che consiglio vi sentite di dare alle giovani leve che oggi si affacciano oggi nel mercato musicale?
Non so se una giovane leva abbia voglia di ascoltare i consigli di un quarantenne che fa metal da una vita senza aver mai raggiunto alcuna fama rilevante. Forse un ventenne ha più voglia di sfondare, di diventare qualcuno, ed è giusto così. Ho pochi consigli pratici su cosa fare e cosa non fare. L’unico che mi sento di dare, pertanto, è sull’approccio da tenere: inseguite il vostro sogno e rifuggite la mediocrità, ma state attenti a non nutrire mai invidie, ed evitate di montarvi la testa per ogni più piccolo riconoscimento ottenuto, o correrete il rischio di avvelenare le vostre vite e sminuire la vostra passione. Al contrario, fate in modo che il divertimento sia sempre superiore allo stress da fallimento, e che la passione per la musica non venga a spegnersi nel momento in cui fama e riconoscimenti non dovessero arrivare. Tenete presente che non essere famosi non implica essere mediocri. Viviamo in un sistema che ci spinge a cercare il consenso degli altri, per questo crediamo inconsciamente che la realizzazione personale si misuri con il numero dei like, dei follower, delle visualizzazioni, della gente sotto il palco e di quella che fa la fila per una foto o un autografo. Quando questi riconoscimenti non arrivano, ci si sente dei mediocri e ci si deprime. Non cascateci: è una truffa di questa società. Basta ragionarci un attimo per capirlo. Il sistema della fama non può che essere fatto a piramide: pochi famosi al vertice, sorretti da un’ampia base di non noti, senza i quali i famosi non esisterebbero neanche. Miliardi di persone alla base, e poche migliaia, al più qualche milione, al vertice. La statistica vi è contro, mi dispiace. Ci spelliamo le mani per applaudire quei tizi famosi che rincoglioniscono gli adolescenti con messaggi come “credete in voi e sarete famosi”. No, è sbagliato: così stanno solo cucinando un’altra generazione di depressi. Noi diciamo invece: credete in voi, fate quel che vi piace fare, divertitevi e non fatevi condizionare. Basta.

Quando mi avete contattato per l’intervista, vi siete descritti come death metal band, ma alla luce di quello che ho potuto ascoltare su “Immaculate Preconception”, direi che il vostro sound è più vicino a quello di horror band come Death SS (periodo “Heavy Demons”) e Blood Thirsty Demons. Trovo degli elementi thrash, il cantato è più simile allo scream che al growl, e una forte influenza della tradizione heavy italica. Credi che l’etichetta di death metal band calzi ancora bene con quello che suonate oggi?
Boh, forse si, forse no. Mi sa che hai ragione. Tendenzialmente, per sintesi, ci definiamo “death/thrash metal” nelle locandine, per dare un’idea a chi non ci conosce. In fondo veniamo da lì, attingiamo a piene mani da Slayer, Carcass, Death, Obituary e simili, le nostre origini stanno là. Diciamo che il mix di partenza è 50% death, 50% thrash. Poi abbiamo altre influenze, ognuno di noi le sue particolari, quindi chi è più melodico, chi più black, chi più grind, e così via. Mettiamo tutto nel frullatore, e ci teniamo quel che viene fuori. Mi fa piacere che tu ci abbia sentito una vena da horror band, perché quella mi sa che è una cosa che ci ho messo dentro io, che apprezzo il genere. Credo che a questa non completa aderenza ad un sotto-genere specifico contribuisca anche il discorso che facevo prima circa i suoni delle autoproduzioni, in contrapposizione a quelli delle produzioni standardizzate, che sono più nettamente suddivise per generi. Forse dovremmo usare una più generica etichetta “Extreme Metal”, così vaffanculo al problema, però quando dobbiamo mandare i dischi per le recensioni e le interviste a volte ci sono percorsi obbligati e redazioni diverse a seconda del genere, per cui una per il death, una per il black, una per l’heavy, e così via. In questi casi, mandiamo tutto su “death”, perché è l’influenza più forte. Circa il nostro equilibrismo tra gli stili, a volte ci è stato detto che siamo una merda, perché non siamo né carne né pesce, altre volte che siamo interessanti proprio perché non del tutto inquadrabili, e quindi in un certo modo originali. In verità è semplicemente quello che dicevo prima: mettiamo nel frullatore quello che ci va di fare, e non ci facciamo condizionare molto da pensieri di etichettatura del genere.



Tra i brani presenti sull’EP ho particolarmente apprezzato “Campo de’ Fiori”, che mi dici di questa canzone e credi che in qualche modo possa anticipare il vostro futuro sound?
“Campo de’ Fiori”, per i Necrofili, è un po’ tradizione, un po’ futuro. Ci sono molti elementi del nostro sound “classico”, ed anche il cantato in italiano è qualcosa che abbiamo già sperimentato un paio di volte in precedenza. Ci sono però elementi sui quali ci siamo gradualmente spostati nel corso del tempo, come una maggiore strutturazione ed una minore presenza di forme fisse strofa-ritornello. Quel rallentato sul finale, che diventa quasi doom, non lo avevamo mai fatto prima. E’ stata un’idea di Marco, il batterista, che ha rallentato all’inverosimile un riff che altrimenti sarebbe stato più in linea con tutto il resto della canzone e del disco, creando un’atmosfera di oppressione che per noi era inedita. Abbiamo poi adeguato di conseguenza gli arrangiamenti degli altri strumenti ed il testo della parte finale, per andare dietro quella sensazione, ed infine Alessandro ci ha messo sopra un solo di chitarra che mi piace tantissimo, che completa veramente bene quella parte. Abbiamo scoperto anche che, per noi, suonare ultra-veloci non è un problema, ma suonare così lenti è difficilissimo! Alcuni di questi elementi posso dire per certo che sono consolidati, perché fanno capolino anche nelle tracce che abbiamo scritto sinora per il prossimo lavoro, insieme con alcuni altri elementi nuovi per noi.

Cosa significa il titolo del disco? Non ti nascondo che ci sto rimuginando su da un po’.
E’ un gioco di parole, che funziona in inglese, ma non in italiano. “Immaculate Preconception”, significa “preconcetto immacolato” o “pregiudizio immacolato”, e suona estremamente simile a “Immaculate Conception”, che è l’Immacolata Concezione del dogma cattolico che vuole che la Madonna sia nata priva del peccato originale. In italiano il gioco di parole non funziona, perché diciamo “preconcetto” o “pregiudizio”, e non “preconcezione”. Riguarda tutti quei pregiudizi che ci portiamo dentro inconsciamente, per via della formazione ricevuta da bambini, che ha generato una scala di valori che non abbiamo mai neanche pensato di poter mettere in discussione. Ecco perché questo pregiudizio è immacolato: non ne abbiamo alcuna colpa, se non quella di non esserci mai fermati un attimo a pensarci, che è quello che invitiamo a fare in alcuni brani del disco come “Infaithcted” e proprio “Campo de’ Fiori”. La religione è una delle principali fonti di pregiudizi immacolati. Qui in Italia abbiamo tutti ricevuto una formazione cattolica, in maniera diretta o indiretta, che ha contribuito a formare il nostro modo di vedere le cose come individui e come comunità. Anche là dove i percorsi di fede si sono interrotti, le forme più profonde di quel modo di pensare sono rimaste radicate nella testa delle persone. Non tutti riescono a riconoscerle e a domare gli istinti che ne scaturiscono, e questo è un grosso freno verso il progresso, verso l’accettazione di chi la pensa diversamente e verso la realizzazione di noi stessi. Quello che vogliamo dire, comunque, è che questo non vale solo per la religione cattolica, che per noi è sempre bersaglio facile, e ancora più in generale, non vale solo per la religione, ma vale per ogni tipo di credo e valore con il quale siamo cresciuti.


Sicuramente di impatto la copertina, chi è l’autore?
Claudia Ianniciello, che ha fatto davvero un lavoro incredibile nel rendere il concetto del pregiudizio immacolato. Visto che il gioco di parole del titolo è con l’Immacolata Concezione della religione cattolica, l’idea è stata quella di distorcere una Madonna in Trono, un soggetto tipico dell’arte sacra medievale. Di solito le Madonne in Trono sono raffigurate con il bambino in braccio, sono circondate dai santi, ed abbondano di toni dorati per esaltare la santità della scena. Claudia ha mantenuto l’oro, ma ha scurito tutto il resto, ha trasfigurato la Madonna dandone una versione blasfema e tutt’altro che immacolata, ha trasformato il bambino in una larva ed i santi intorno alla Madonna… siamo noi quattro! Siamo stati veramente contenti di questa copertina. Se volete vedere altri lavori di Claudia, che solitamente lavora come illustratrice per il mondo dell’editoria e dei fumetti, il suo portfolio è qui: https://www.artstation.com/claudiasg

In considerazione della breve durata dell’opera, l’avete proposta per intero dal vivo?
Sì, in alcune occasioni l’abbiamo fatto. Dipende dalla situazione, se abbiamo un’ora abbondante di esibizione a disposizione, allora una mezz’ora la dedichiamo ad “Immaculate Preconception”, eseguendolo tutto di fila così come è su disco, con tanto di intro e tutto. In altre situazioni, dove abbiamo minor tempo a disposizione, ne prendiamo solo alcuni estratti e li diluiamo nel resto della scaletta. Comunque “Infaithcted”, “Campo de’ Fiori” e “The Shapeless Thing” sono diventate presenze stabili nella scaletta dell’ultimo anno.

Come strutturate un’esibizione?
Dipende molto dal tempo a disposizione e dal contesto dell’esibizione. Se siamo headliner e giochiamo in casa, allora possiamo suonare un’ora e mezza davanti ad un pubblico che ci conosce. In questo caso ci lasciamo proprio andare. Come si diceva prima, facciamo “Immaculate Preconception” per intero, facciamo quasi per intero anche il precedente “The End Of Everything”, facciamo ascoltare qualcosa di più vecchio, facciamo ascoltare anche qualche anteprima del prossimo lavoro, e spesso troviamo tempo anche per un divertissement come la nostra personalissima versione de “Il Mondo” di Jimmy Fontana… Se suoniamo una mezz’ora in apertura per una band di calibro, e magari siamo anche in trasferta, abbiamo la matematica certezza che quasi nessuno in sala conoscerà i nostri brani, ed allora ci concentriamo nel tentativo di divertire e scaldare il pubblico, che è il nostro compito principale in queste situazioni. Lo facciamo scegliendo i pezzi di maggiore impatto, che allo stesso tempo siano anche rappresentativi della nostra esperienza, per farci conoscere e per incuriosire il pubblico. Poi ci sono molte sfumature tra questi due scenari agli antipodi, ad esempio quando si suona tre quarti d’ora in trasferta dividendo la serata con un’altra band underground, ed in questo caso si fa un misto delle due cose: pezzi di impatto per farsi conoscere, ma con anche la possibilità di aprire una parentesi più particolare nel corso dell’esibizione. Ad ogni modo ci sono alcuni brani che suoniamo praticamente sempre, come “War!” in apertura e “Signore del Tempo” in chiusura, e come dicevo prima anche una manciata di brani di “Immaculate Preconception” sono diventati presenza fissa in scaletta.

g.f.cassatella – Photo by Serena De Santis

Vader – Please, let me scream in solitude

La macchina dei Vader è inarrestabile, sforna dischi e macina chilometri da quasi quarant’anni senza fermarsi un attimo. Se per interrompere l’attività live è stata necessaria una pandemia, il Covid-19 non ha potuto stoppare il lavoro in studio, così ancora una volta ci ritroviamo tra le mani un nuovo album dei polacchi. “Solitude In Madness” è un ideale ponte di congiunzione tra il passato remoto del gruppo e la contemporaneità, capace di riprendere quelle sonorità thrash che hanno caratterizzato i primi demo della compagine capeggiata da Piotr Wiwczarek per riproporle in una veste più fresca. Ed è proprio con il disponibilissimo Peter che abbiamo fatto un lungo excursus su tutta la carriera dei Vader, partendo dai giorni della Cortina di Ferro.

Ciao Piotr, devo ammettere che sono fiero di essere qui con una vera leggenda del death metal europeo. Vorrei sapere come vivi questo tuo status e se questo ruolo ti fa sentire in qualche modo responsabile nei confronti delle giovani leve che si affacciano nel mondo della musica estrema. 
Non posso essere che essere orgoglio se qualcuno considera me e i Vader una fonte di ispirazione per la musica delle nuove generazioni. Anche noi avevamo i nostri idoli – Black Sabbath, Judas Priest, Slayer – siamo stati prima dei fan, poi siamo diventati dei musicisti. 

Probabilmente la Polonia oggigiorno ha una delle migliori, se non la migliore, scena estrema al mondo con gruppi di livello come Vader, Behemoth, Decapitated, Mgła e Batushka. Il cammino per arrivare a questa eccellenza è stato lungo e faticoso e tu lo hai percorso tutto, partendo dagli anni difficili sotto il regime comunista. Quant’era complicato fare musica metal al di là del Muro di Berlino? 
Non c’era una scena musicale, metal men che mai, durante gli anni della Cortina di Ferro! Siamo stati dei pionieri, ma non eravamo soli, c’erano un mucchio di ragazzi che avevano voglia di incontrarsi per fare musica metal. Niente era importante quanto il metal per noi! Negli anni 80 la Polonia era veramente noiosa, per i nostri atteggiamenti venivamo considerati dei ribelli dai nostri nonni e genitori. Indossavamo giacche di pelle e ascoltavamo musica rumorosa, non avevamo il supporto dei media e comprare degli strumenti era veramente costo. Per questo il più delle volte eravamo costretti ad arrangiarci creando da soli la nostra strumentazione in modo amatoriale. C’è voluta una grande passione e una forte determinazione, però questi sforzi ci permettevano di estraniarci dal contesto grigio in cui vivevamo. Il regime ci guardava con occhio attento, i nostri testi erano sotto la lente di ingrandimento perché non potevamo trattare argomenti politici, ma solo roba d’orrorore o fantasy, ciò cose che al governo non interessavano. 

In questa situazione non proprio semplice come è nato il tuo amore per una musica così estrema come il death metal?
Una cosa naturale, come per tutti gli altri ragazzi che vivevano nel resto del mondo: ad un certo punto abbiamo avvertito la necessità di suonare in modo più aggressivo e violento. Volevamo andare oltre la proposte dei gruppi classici del mondo occidentale – Iron Maiden, Saxon, Accept – e continuare quello che avevano già iniziato Kreator e Slayer. I loro album ci aveano mostrato che si poteva essere ancora più pesanti e noi abbiamo accettato la sfida. Volevamo essere i più veloci, tutti cercavano un batterista che fosse capace suonare al limite delle capacità umane, era una gara a chi a riusciva ad essere il più brutale! Se sentivamo qualcuno che aveva alzato l’asticella, noi lo dovevamo superare! Eravamo in competizione tra noi e questo ci influenzava, ci faceva crescere, perché tutti volevano essere i migliori alla fine di quella corsa mortale! 

Credo che in qualche modo il nuovo “Solitude In Madness” vada proprio a riprendere lo spirito e le sonorità di quei giorni, rappresentando una sorta di ritorno a quelle radici thrash riscontrabili nei lavori di Slayer e Kreator di cui parlavi prima, non credi?
Sì e no, nel senso che per noi il confine tra death e thrash non è poi così marcato. Capisco la necessità di dover dare delle etichette, ma quando imbracciamo i nostri strumenti noi suoniamo semplicemente metal estremo. Ricordo che ai nostri inizi venivamo definiti thrash\black metal, poi siamo diventati una death metal band per l’opinione pubblica, perché quando abbiamo inciso il primo disco quello era il genere più trendy. Ma noi volevamo semplicemente suonare in modo più estremo e aggressivo, come ti raccontavo prima. Se tu mi dici che i Vader suonano thrash, io ti dico che hai ragione; se tu mi dici che i Vader suonano black, io ti dico che hai ragione; se tu mi dici che i Vader suonano death, io ti dico che hai ragione. Perché noi vogliamo solo suonare metal nel modo più pesante possibile. Però posso capire perché ritieni che questo disco suoni più thrash rispetto ai suoi predecessori, credo che dipenda dalla scelta che abbiamo fatto di recarci presso i Grindstone Studios di Scott Atkins, questo ha portato a un risultato diverso rispetto a quello degli ultimi quindici anni. 

Infatti, anche io in sede di recensione ho evidenziato come il lavoro di Scott mi abbia particolarmente soddisfatto, inoltre ho gradito particolarmente i solos…
Sì, le chitarre sono più pulite, la batteria è più lineare, inoltre credo di aver cambiato anche il mio modo di cantare in questo album, più vicino allo scream che al growl. Anche a livello tecnico Spider ha semplificato parecchio le sue parti di chitarra, puntato maggiormente sulla melodia. Tutti questi fattori insieme possono indurre a pensare che questo disco sia più thrash del solito. 

Ultimamente ho ripreso ad ascoltare un sacco di roba death, me ne ero allontano perché negli ultimi 10-15 anni non ho apprezzato particolarmente la deriva tecnica del genere e le produzioni iper-bombastic. Si era passati da quella gara di estremismo, di cui parlavi tu, a una di tecnicismo. Questa competizione a mio avviso aveva fatto perdere al genere il suo spirito primordiale.Oggi invece assisto a un ridimensionamento del fattore tecnico a favore del feeling più o scuro e malvagio. Non parlo necessariamente del ritorno della old school, ma a una minore attenzione generale ai fattori tecnici, tendenza che tutto sommato rende più interessanti e meno plastificate le ultime uscite… 
Se ti riferisci a noi Vader, ti devo dire che non ci siamo mai focalizzati più di tanto sugli aspetti tecnici, anche se poi come musicisti abbiamo cercato sempre di suonare nel migliore modo possibile, mantenendo un certo equilibrio tra capacità e feeling. Certo con questo disco abbiamo puntato sul fattore velocità, come facevamo nella nostra prima decade di vita, ma non so se questo sia un trend del momento o meno. 

Avete pubblicato da poco il secondo singolo, “Into The Obliveon”, credi che sia un brano particolarmente rappresentativo dell’intero disco? 
Non molto, penso che lo sia più “Shock And Awe”, il primo singolo, perché è il brano posto in apertura e contiene l’aggressività e la velocità che sono i caratteri portanti del disco. Invece ”Into The Obliveon” è meno intensa e l’abbiamo scelta per farne un videoclip, non ne facevamo uno varamene da tento tempo perché sono costosi e molte volte le TV neanche li passano, sopratutto qui in Polonia. Questa volta ne abbiamo discusso con la Nuclear Blast e abbiamo deciso di farne uno, niente di particolare, non si tratta di una di quelle clip che sembrano dei film, è molto semplice e si regge più che altro sulla nostra musica e su questa nebbia che avvolge tutto che ben si sposa con le sonorità di “Into The Obliveon”. Abbiamo fatto tutto in dieci ore, per questo ne è uscita fuori una cosa semplice ma efficace per la promozione del disco e sufficiente per dare un’idea dell’atmosfera che si respira durante i nostri show. Se ci soffermiamo sul pezzo, posso dirti che questo singolo rappresenta più che altro un’attualizzazione de vecchi Vader. 

Quando ho visto per la prima volta la copertina di “Solitude In Madness” ho notato delle similitudini con quella di Killing the Dragon di Dio, non so ce l’hai presente. Stessa gamma cromatica, nel suo c’è un drago, mentre nel vostro un demone…
In quella di Dio c’è un drago, nella nostra vedi il diavolo, entrambe fanno leva evidentemente sulla tua immaginazione. Una buona copertina deve fare questo, non abbiamo dato un topic all’autore, solo la nostra musica e i testi. Siamo contenti del risultato, credo che sia molto evocativo, con quel demone e le streghe. Almeno, questo è quello che ci vedo io, ma sperò che a ognuno ispiri qualcosa di diverso.  Wes Benscoter ha lavorato con tante band e con noi in occasione di De Profundis. Ci siamo ritrovati su internet e gli ho proposto di tornare a collaborare con noi, credo che rispecchi a pieno il mood del disco, con quel suo essere al contempo old school e moderno. Se tu ci pensi, puoi dare a questo lavoro un’interpretazione classica e vederci la Notte di Valspurga, con le streghe che ballano intorno al diavolo, oppure una chiave di lettura più attuale con il demone che rappresenta il maledetto virus che oggi è inevitabilmente al centro dei nostri pensieri. 

Negli ultimi anni il trend delle band della vostra dimensione è quello di rilasciare un disco ogni quattro o cinque anni, immagino per una questione di costi e di scarse vendite. Voi andate controcorrente, più o meno ogni paio d’anni buttate fuori qualcosa, a cosa dobbiamo questa strategia in controtendenza? 
Non so dirtelo, per noi è una cosa naturale scrivere mente siamo impegnati nei tour, altri magari scindono i due momenti. Per noi è veramente semplice raccogliere le idee ed entrare in studio per registrarle, ti dirò di più: questo disco sarebbe dovuto uscire anche prima! Eravamo già pronti per le registrazioni alla fine del 2018, ma poi sono subentrati tutta una serie di fattori che hanno dilatato i tempi. Per esempio, abbiamo deciso di cambiare studio e produttore, questo ci ha fatto attendere un bel po’. Quando si è liberato eravamo già a maggio, la stagione dei concerti stava per iniziare e a quel punto non potevamo noi perché ormai le date erano state programmate da un pezzo ed era impossibile cancellarle. Alla fine della tournée finalmente ci siamo dedicati alle record session, abbiamo finito il disco e l’abbiamo mandato alla Nuclear Blast, che però non poteva promuoverlo perché era già piena di uscite. Come vedi, ritardi su ritardi ci hanno condotto alla pubblicazione in questo periodo un po’ strano, che non prevede la possibilità di date di supporto. Voglio pensare positivo, questa lunga pausa lontano dai palchi permetterà ai nostri fan di familiarizzare con le nuove tracce. 

Il titolo “Solitude In Madness” mi sembra molto adeguato a questa fase storica… 
Ancora una volta, come per i testi e per la copertina, preferiamo che siano i fan a dare la propria interpretazione. Detto questo, sì, calza a pennello con la vita in quarantena, quando ho estratto questo titolo dal testo di “Bones”, l’ultima traccia del disco, le varie nazioni non avevano ancora decretato il lockdown. Secondo la mia chiave di lettura solitude sta per isolamento, mentre madness sintetizza il mondo attuale: molta gente si sente sola in questo mondo e molta altra gente, invece, vuole isolarsi dal resto del modo. Probabilmente queste due situazioni, per quanto differenti, vengono amplificate oggi dalla pandemia.

Effettivamente in Italia non stiamo vivendo un gran momento… 
Certo, e capisco anche che per il vostro modo di intendere la vita, portato alla socievolezza e al contatto umano, questa situazione venga percepita anche peggio rispetto a quanto accade da noi. Ma l’isolamento forzato è l’unica strada per tornare alla normalità e sono certo che voi italiani sarete tra i primi a trovare la soluzione a questo problema e a uscirne vincitori. Però ci vuole un forte senso di responsabilità e disciplina. 

In realtà, qui a Bari la gente ha iniziato a fare un po’ il cazzo che gli pare dopo che sono circolate le prime indiscrezioni sull’allentamento delle misure di quarantena.
Questo non è giusto, anzi è sbagliato, bisogna avere pazienza. Sono stato a Bari, ricordo che era estate e siamo usciti nel pomeriggio: non c’era nessuno in giro! Abbiamo avuto l’impressione che fosse una città fantasma, ma è bastato il calare delle tenebre per essere sommersi dal calore e dall’entusiasmo della gente. Allora, abbiamo capito che da voi in estate si vive sopratutto durante la notte! 

In questi anni come è cambiato il tuo approccio alla scrittura dei testi? 
Dal punto di vista formale non molto, ho sempre preferito scrivere delle storie che si reggessero su un forte apparato simbolico da lasciare alla libera interpretazione dell’ascoltatore. Sotto un punto di vista più sostanziale, quando ho buttato giù le prime liriche dei Vader ero un teenager più arrabbiato e selvaggio, non conoscevo molto del mondo e avevo una visione della realtà sicuramente più limitata. Volevo solo gridare! Anche oggi voglio solo urlare, però ho un approccio più profondo basato su un bagaglio di esperienze ben più corposo. La vita di ogni giorno è la mia grande fonte di ispirazione, quello che ascolti sono frammenti della mia vita. 

Ormai siamo al quinto album con la stessa line up, da un punto di vista creativo ritieni che sia più stimolante lavorare con gente differente o avere un team ben stabile? 
Sicuramente lavorare con la stessa gente per più dischi, una migliore intesa stimola maggiormente la creatività, perché le cose vanno a posto da sole. Sai già anticipare le mosse degli altri e gli altri capiscono al volo cosa vuoi da loro. Il risultato finale è certamente più omogeneo e qualitativamente superiore. Abbiamo tutti delle personalità differenti, ma lo stare insieme da tanto comunque ci permette di essere affinatiti nella nostre diversità. 

Per una macchia da guerra come la vostra la fase in studio è solo una componente, forse neanche quella principale, del lavoro: quanto è importante la dimensione live per un musicista nello showbiz moderno?
E’ tutto, è il motivo per cui esistiamo. L’attività in studio è finalizzata ad aver nuove canzoni da proporre dal vivo. Noi siamo degli animali da palcoscenico, quello è il nostro habitat naturale. Se siamo passati indenni al trascorre del tempo e siamo ancora qui, lo dobbiamo alla costante attività dal vivo, per questo non vediamo l’ora di poter tornare a girare senza problemi. Ci stiamo preparando per rimetterci in modo, le prime date sono state schedulate per settembre. Probabilmente è una stima ottimistica, ma non vogliamo farci trovare impreparati se le cose dovessero volgere al meglio in pochi mesi. 

Potrebbero essere i concerti in streaming una buona palestra per restare in forma? 
Il metal è un genere che va suonato tra la gente, perché vive dell’energia del pubblico. Capisco che in una situazione di isolamento la tecnologia fornisce degli strumenti che possono permettere soluzioni alternative allo stare su un palco vero e proprio, ma non mi entusiasma come soluzione. Preferisco comunque essere sommerso dalla urla del mio pubblico! 

L’ultima domanda: abbiamo percorso varie fasi della carriera dei Vader, dagli esordi sotto il comunismo sino al nuovo “Solitude In Madness”, ti andrebbe di sintetizzare questa lunga epopea con tre dischi che rappresentano tre diverse stagione della vostra storia? 
Mica facile! Il trittico “De Profundis” – “Future of the Past” – “Black to the Blind” (1995-1997), pubblicato in pochi mesi, lo considero una sorta di opera unica. In quel momento è nato il Vader sound, finalmente ci siamo staccati dalle influenze dei nostri miti e abbiamo raggiunto uno stile riconoscibile, sia musicalmente che vocalmente. Poi passerei a “Litany” (2000) il disco della maturità e del successo internazionale, abbiamo raccolto quanto seminato sino a quel momento. La gara di brutalità di cui parlavo all’inizio nel 2000 era all’apice e credo che ne siamo usciti bene! Già con il successivo “Revelations” (2002) abbiamo cambiato stile con canzoni più lente, abbiamo diminuito i blast beat, volevamo essere violenti ma non necessariamente veloci, perché la velocità non è l’unica strada da percorre se si vuole essere estremi. Questa consapevolezza ha allargato di parecchio la nostra gamma stilistica facendoci esprimere in più modi. Infine, “Solitude In Madness”, è una sorta di ritorno al passato, permette ai nuovi fan di conoscere le nostre radici e ai vecchi supporter di ritrovare quelle sonorità che durante il percorso sono andate perse: “Solitude In Madness” è la chiusura del cerchio aperto una quarantina di anni fa. 

g.f.cassatella