Black Rainbows – Magia cosmica

“Cosmic Ritual Supertrip” (Heavy Psych Sounds), nuovo album dei Black Rainbows, conferma la vena mutevole dei romani: una manciata di brani che, se non distrugge l’etichetta di stoner rock band affibbiata al terzetto, almeno ne allarga le maglie con canzoni che oggi più che mai giocano con le influenze heavy psych, garage e, soprattutto, space. Alla guida della navicella il cosmonauta Gabriele Fiori, personaggio che vive la musica a 360 gradi, andando a ricoprire ruoli diversi – musicista, discografico e promoter – che gli assicurano una visuale panoramica d’eccezione sull’attuale stato di salute del music biz. Per questo, la nostra intervista non si è limitata alla disamina dell’ultima fatica dei Black Rainbows, ma inevitabilmente ha acquisito un respiro ben più ampio.

Ciao Gabriele, ben ritrovato. Se non erro la nostra ultima chiacchierata risale al 2010, quanto è cambiato – se è cambiato – il sound dei Black Rainbows dai tempi del vostro secondo album?
Si è evoluto, anche se non troppo, abbiamo di continuo cercato di cambiare la nostra formula, rimanendo però sempre fedeli alle linee guida della heavy psichedelia, dello stoner e dello space rock, generi che sono le tre matrici che ci contraddistinguono. Lo facciamo senza voler inventare nulla di nuovo, ben consci di pagare il tributo al sound degli anni 60 e 70 di Hawkwind, MC5, The Stooges, al garage e allo stoner dei 90. In generale, credo che sia migliorato il nostro songwriting, la struttura delle canzoni è più lineare e diretta, consentendoci così di esprimerci in modo ottimale. Anche la produzione è migliorata rispetto alle nostre prime produzioni, sicuramente più amatoriali. I Black Rainbows hanno bisogno di alti livelli qualità per poter dare il meglio sia in studio che su un palco.

Credi che in “Cosmic Ritual Supertrip” ci sia una canzone che più di altre rappresenta il vostro sound attuale, raccogliendo in sé tutte queste caratteristiche che hai appena enunciato? Forse “Universal Phase”, brano da cui avete tratto un video?
No, non credo. Come ti dicevo, facciamo più cose e ci piace esplorare, per questo ritengo che siano necessarie più canzoni per riassumere il nostro stile odierno. “Universal Phase” a me piace molto, ma devo confessarti che molte volte partiamo in modo inconsapevole con la scrittura, magari da un riff, poi ci mettiamo la voce e gli arrangiamenti, così brani che magari a tavolino credevamo dei capolavori, poi si sono rivelati meno belli; song su cui in principio non puntavamo, alla fine sono diventate delle nostre hit. “Universal Phase” è più heavy doom, e mi piace molto, “Hypnotized by the Solenoid” è più psichedelica, mentre “At Midnight You Cry” è più catchy.

A me è particolarmente piaciuta una delle tracce che hai citato, “Hypnotized by the Solenoid”, che mi dici di questo brano?
Un pezzo lungo, ben strutturato e con parti diverse. Pur essendo psichedelico, abbiamo puntato su un sound molto pesante, cosa che a noi piace parecchio. Tornando al discorso di prima, questo è il tipico pezzo che abbiamo registrato senza sapere cosa avremmo tirato fuori, perché non ha la solita struttura strofa ritornello, ma contiene un sacco di parti improvvisate e verso la fine ci sono degli incastri di batteria molto interessanti. Ecco, l’avevamo lì in bozza e abbiamo detto lavoriamoci un po’ su, vediamo se regge. Alla fine abbiamo visto che reggeva.

Hai parlato di sound pesante anche nelle parti più psych, come ottieni il tuo suono di chitarra?
Più o meno la ricetta è sempre la stessa, uso un fuzz con un amplificatore pulito per enfatizzare al massimo la resa del pedale. Pur andando a distorcere parecchio, cerco di mantenere il tutto il più chiaro e definito possibile.

Ancora una volta hai scritto tu sia musica che liriche. Ma il lavoro in studio come avviene, assegni le parti ai tuoi compagni che le eseguono o comunque le tue idee vengono rielaborate prima di essere incise?
Quasi ogni giorno scrivo, butto lì uno o più riff, e da queste cellule parte un’opera di costruzione più strutturata. Cerco di portare in sala qualcosa che abbia già una sua forma, così che da poterla presentare agli altri in modo più comprensibile. Poi parte un lavoro di squadra, una sorta di gioco in cui aggiungi e togli parti – strofe, ritornelli, intro, finale lungo o corto – registrando qualsiasi cosa anche in modo amatoriale col telefono. Ascoltiamo il risultato e individuiamo l’ossatura definitiva del brano. Per quanto concerne i testi, parto con qualche improvvisazione melodica, aggiungendo qualche parola sino al testo definitivo.

Prima parlavi della necessità di avere il suono giusto per voi sia in studio che dal vivo: il disco è stato registrato presso i Forward Studios di Roma, credi che ormai il gap con le sale di registrazione europee e statunitensi sia stato colmato dall’Italia?
Sì, decisamente. La registrazione è una fotografia, un qualcosa di magico che avviene in una determinata cornice. Quindi è una concatenazione di elementi diversi, che vanno dai musicisti, ai microfoni sino al banco e alle fasi di missaggio. Come qualsiasi cosa, ne puoi trovare di buone da noi, negli USA, in Francia e in Svizzera, come puoi beccare delle cagate clamorose ovunque. Oggi non c’è bisogno necessariamente di andare all’estero per avere un buon lavoro, bisogna solo fare attenzione a chi ci è dietro e a chi ci mette mano.

Al d là del gap colmato, però sbaglio se dico che la vostra è più una dimensione internazionale che nazionale?
Dipende da cosa intenti per dimensione, per esempio il nostro tipo di stoner in Italia non va tantissimo, mentre fanno numeri più alti cose bene più articolate tipo Melvins et similia. La “banalità”, banalità tra virgolettissime, dello stoner non tira, anche perché da noi non ci sono strutture, audience e magazine per certi suoni. Manca anche la cultura di come si va ai concerti, mi riferisco sopratutto gli orari e alla fruizione dei servizi, per esempio in Germania un tedesco medio va al bar e si beve 46 birre oppure compra più volentieri un vinile, senza fare particolari problemi. Poi ci sono situazioni pessime anche all’estero, per esempio in Scandinavia non andiamo mai a suonare. Però da noi non è tutto da buttare, qualcosa si muove, con la mia agenzia riesco a piazzare delle date underground più facilmente in Italia che in Paesi più blasonati.

Nel vostro sound da un certo momento in poi mi è apparsa evidente l’influenza dei Monster Magnet, in qualche modo il Supertrip citato nel titolo del vostro “Cosmic Ritual Supertrip” è una sorta di tributo al loro “Powertrip”?
Sono una delle nostre maggiori influenze con Fu Machu, Motorpsycho, Nebula e Kyuss. No, in realtà a me ricorda più un titolo degli Hawkwind. Alla base di questo disco ci sta proprio la volontà di fondere musica dei 60, stoner e psichedelia. Lo noti anche dalla copertina, con quelle strisce space e il teschio heavy, che a me piace molto. Però non posso negare l’influenza dei Monster Magnet.

Ricordo che anni fa mi ha definito il vostro migliore recensore, non ti chiedo se all’epoca lo dicessi a tutti, invece vorrei sapere: quanto conta una recensione nel 2020?
Se l’ho detto all’epoca è perché sicuramente ci credevo! Quanto conta una recensione oggi? Sicuramente molto meno del 2010, oggi ci sono tante possibilità che prima non c’erano. Il mercato è cambiato, basta un post fatto bene su un social media per sostituire tante parole. Purtroppo, tutto il comparto magazine e webzine soffre parecchio perché l’attenzione è sempre più bassa, è difficile che qualcuno si vada a leggere bene una recensione. Tutto è più istantaneo e veloce, c’è sempre meno tempo da dedicare a un disco. La fruizione è diventata più rapida, Spotify nel giro di un paio d’anni ha ammazzato il sistema. Prima c’era qualcuno che comprava il digitale per 9 euro, preferendolo al fisico, ma oggi con 9 euro al mese hai la discografia completa di chiunque. Noi band in compenso non riceviamo niente e subiamo questa situazione in modo passivo senza ribellarci. Tornando alla tua domanda, prima la recensione era un passaggio fondamentale, oggi meno, ma serve comunque e va fatta. Io con la mia etichetta spendo parecchio in promozione e cerco di fare arrivare i nostri dischi a tutti i media.

In questa dimensione nuova, con le vendite degli album quasi azzerate, qual è il parametro che sancisce se una band ha successo o meno?
Al momento le vendite non sono azzerate, però sono in continua discesa. Io non vendevo dischi nei 60, 70, 80, 90 e primi anni 2000, quindi non saprei, però ora se un disco è importante, qualche numero lo si raggiunge. Sicuramente possono essere un buon termometro i concerti e gli stream, ma non necessariamente. Probabilmente il posizionamento nei festival del gruppo è un segnale credibile, da là poi partono altre considerazioni sul come oggi i gruppi riescano in modo indipendente, tramite i propri canali, a vendere merch e dischi. Probabilmente qualcosa si è persa e qualcosa si è guadagnata altrove.

In te convivono tre figure – l’artista, il proprietario di etichetta e l’agente booking – che hanno subito evidentemente un forte danno dalle recente pandemia, ma quale delle tre esce peggio da questa esperienza?
L’artista ha preso un bello schiaffone, anche perché le ultime uscite importanti nella nostra scena – Elder, 1000Mods, Brant Bjork – hanno subito, oltre al danno economico, anche quello di immagine derivante da una minore esposizione. Per quanto concerne il booking, io lavoro in questo ambito ininterrottamente da non so più quanto tempo, quindi non ti nascondo che una pausa ci voleva. Difficilmente mi sarei fermato di mia volontà in modo così netto, ci ho perso qualcosa economicamente, ma in salute ci ho guadagnato. Sfera personale a parte, dal punto di vista tecnico il booking ne esce devastato, anche perché non si sa ancora quando potremo riprendere. In riferimento all’etichetta, devo ancora capire: i negozi di dischi stanno riaprendo ora, molti essendo rimasti a casa hanno fatto ordini on line, spostando le vendite su un altro canale. C’è tanta voglia di ripartire e sono convinto che nel giro di un anno chi il disco lo vuole, lo comprerà comunque. Forse da questo punto di vista, posso lamentarmi meno. Qualche spesa l’ho dovuta tagliare, il nostro album lo dovevamo promuovere accompagnando una band fantasmagorica in date da 2000 – 3000 persone e partecipando al Desert Fest. Quel programma ci aveva fatto stampare un numero maggiore di copie che altrimenti non avremmo fatto. Ricapitolando, booking in primis, poi artista e, infine, etichetta.

g.f.cassatella

Black Rainbows – La poesia del diavolo

Con la forza di una tempesta di sabbia, tornano sulle scene gli italianissimi Black Rainbows, autori, a mio avviso, di uno dei migliori album dell’anno in ambito stoner. Sentiamo cosa ha da dirci in proposito Gabriele Fiori, leader della band.

Ciao Gabriele, benvenuto su rawandwild.com!
Ciao a tutti.

Parto subito con una “leccata” in pieno stile: nella mia recensione vi ho citati come unici veri eredi dei Kyuss. Te la senti di smentirmi?
Ti ringrazio per l’immenso complimento, ma diciamo che siamo in tanti ad aver usufruito della lezione musicale dei Kyuss. Comunque sì, ci rifacciamo molto a loro sound, sembra evidente. Sicuramente non ci siamo inventati nulla e il nostro vuole essere un tributo a loro e a tutta quella musica che viene dagli anni 60-70. Magari in Italia siamo poche band a dividerci la scena e quindi questo ci lascia più spazio. Questo stile continua a fare proseliti, nonostante sia un genere mainstream. La scena al momento è più ricca che mai. Per rispondere più precisamente alla tua domanda, beh, magari ora come ora non lo siamo, ma speriamo un domani di diventarlo!

Ti va di presentarci “Carmina Diabolo”?
“Carmina Diabolo” è il nostro nuovo lavoro, edito da Longfellow Deeds Records in cd e doppio vinile rosso, con un fantastico artwork firmato da Angryblue, grande illustratore americano. Rispetto al precedente album, “Twilight In The Desert”, che è nato in studio e non è mai stato provato live, per “Carmina” abbiamo cominciato a suonare i pezzi sul serio, con Daniele alla batteria e con Marco al basso, facendo decine e decine di concerti. Abbiamo eseguito i brani che sarebbero stati poi registrati, in modo da sapere come funzionavano e avere così un’idea più precisa di come sarebbero venuti in studio. Abbiamo aspettato il momento esatto affinché ci fossero i brani giusti per riempire l’intero album. Di canzoni ne avevamo parecchie, e così abbiamo potuto scegliere le migliori. L’album è composto da 10 tracce e il running time è di 45 minuti.

Cosa significa il titolo?
Il titolo in latino vuol dire “canzoni per il diavolo” . In ogni disco mi piace affrontare un tema diverso: in “Twilight” c’era il deserto a farla da padrone; qui ci siamo voluti spingere in argomenti più accattivanti come il diavolo. Nulla di esoterico, intendiamoci, volevamo solo usare questa figura come tematica per l’album. L’artwork esprimere in pieno quest’idea!

Pur essendo rimasto colpito alla grande dal vostro esordio, devo ammettere che questo secondo capitolo è superiore in tutto. Quali credi che siano le maggiori differenza fra i due album?
Come ti dicevo precedentemente, questo disco è nato da ore di jam. Provando e riprovando, portandolo in tour, e vedendo un po’ le reazioni del pubblico ai vari brani. La produzione in questo caso è di qualità estremamente superiore. Ho sempre registrato personalmente i dischi che ho fatto, questa volta pero è stata dedicata molta più attenzione ai particolari, solo per il suono di chitarra sono stato una settimana chiuso in studio a cambiare amplificatori, spostare i microfoni per avere quello che cercavo. Alla fine sono stato molto soddisfatto. Per la batteria anche, sono andato fino a Fiuggi da un amico per farmi prestare uno strumento con delle dimensioni enormi! In “Carmina” credo che i pezzi siano più tirati, e a livello compositivo più definiti e leggibili e diretti anche a un primissimo ascolto.

Il mio curriculum di amante dello stoner rock dovrebbe permettermi di affermare, senza mettere a repentaglio la mia incolumità fisica, che talvolta il limite di questo genere è l’eccessiva somiglianza dei brani contenuti all’interno di uno stesso album. Voi come siete riusciti a scongiurare questo rischio?
Aspettando quasi tre anni dall’uscita del precedente disco, in modo da avere più materiale possibile tra cui scegliere e avere la capacita di accostare i brani giusti tra loro. Una delle mie band preferite sono i Motorpsycho, un’entità talmente poliedrica da poter passare dall’heavy psychedelia al rock ‘n’ roll, mentendo un proprio stile. Sono d’accordo con quello che affermi a proposito di questo genere, a volte ha un grande limite. Trovi delle band meravigliose, che però si perdono con pezzi tutti troppo simili tra loro, e ascoltando un live o un disco dopo quattro brani fai fatica a seguirli perché sai già come sarà il pezzo successivo. Non ti stupiscono mai variando un po’ qua e là in modo da farti recuperare un po’ di attenzione nell’ascolto. Comunque, cerchiamo proprio a tavolino di scongiurare questa cosa. Suonando da parecchio, capisci che il pubblico vuole essere stimolato il più possibile. Se gli appiattisci l’ascolto, non ti da più fiducia! Noi abbiamo appena inserito due brani nel live show, uno di Eddie Cochran, “C’mon Eeverybody”, del 1958 e un pezzo dei mitici MC5, proprio per smuovere un po’ il set.

Meravigliosa nella sua semplicità la copertina dell’album…
Sì semplice e costosa soprattutto! L’artwork è stato affidato ad Angryblue, illustratore americano che ci ha fatto aspettare 6 mesi per avere un paio di suoi disegni, ma credo ne sia valsa la pena, perché ha fatto un lavoro veramente eccellente. Con questa grafica poi sono stati fatti flyer, magliette e vario merchandise, quindi grafica sfruttata al massimo e comunque a pagare è stata l’etichetta… quindi ancora più contenti!

Parlami allora un po’ di questo merchandising…
E’ gia in vendita da tempo, insieme a Straight to Hell. Abbiamo fatto quest’edizione limitata di maglie ad alta fattura. Stampate in fronte e retro, con la migliore qualità di tessuto in commercio e stampa a 3 colori. Le immagini le potete trovare sul myspace della band.

Dal vivo come state messi?
Dal vivo quest’anno abbiamo suonato molto proprio per promuovere l’uscita del disco. In particolare, due diverse tournee: la prima in Germania di dieci date e un’altra in Svizzera e Austria di cinque. Beh che dire, un esperienza davvero bella, quasi un avventura sotto certi punti di vista. Siamo riusciti a caricare tutto su un piccolo van e siamo partiti pienissimi, full backline quindi con tutti gli strumenti, per andare incontro (in Germania) all’inverno più freddo e nevoso degli ultimi trent’anni! Lì abbiamo cominciato subito aprendo un concerto per i Nebula, in un locale molto bello nel centro della Germania, e in seguito abbiamo suonato anche con Vic du Monte e Alfredo Hernandez storici componenti dei Kyuss! Poi siamo stati in città come Amburgo, Berlino, Lipsia, Salisburgo, sempre in club molto gradevoli e soprattutto pieni di pubblico, anche in mezzo alla settimana. La cosa bella è che di gente ce ne è parecchia che esce, magari sul presto, infatti i concerti cominciano sempre prima delle 23! Tutte le persone seguono il concerto dall’inizio alla fine anche non sapendo chi sei, e facendo sentire sempre il loro supporto… abbiamo riscontrato questo anche nelle vendite del merchandise! Non c’è mai stato il minimo problema né con il pubblico né con i locali: il sound nei posti è stato sempre ottimo (al contrario della maggior parte dei posti in cui si suona in Italia!) e la gente in generale sempre molto disponibile e molto socievole… cosa che non sempre succede qui da noi. In Svizzera e Austria è successo più o meno lo stesso, siamo stati a suonare a Zurigo, Winterthur, Lucerna sempre ottimo pubblico e tanta birra! In Italia stiamo suonando un po’ ovunque, anche a Roma aprendo per gli Airbourne all’Alpheus, dove ci saranno state 800 persone, poi Dead Meadow, Fatso Jetson…

L’incidere per un’etichetta francese, credi che vi dia una maggiore visibilità all’estero?
Non è detto a priori…dipende da come uno lavora. Nel nostro caso ci ha detto bene. Lavorano al meglio e investono nella band, con un contratto per tre dischi e pagandoci artwork, il vinile doppio, che deve essere costato un occhio, e la promozione. Sicuramente tutto ciò stimola sia noi come band che l’etichetta a guardare più al mercato, non solo italiano ma anche internazionale, soprattutto in posti come Germania, Austria e Svizzera, dove il rock tira di più.

A te la chiusura…
SUPPORT YOUR LOCAL SCENE … comprateve il disco ..soprattutto il vinile costatoci sforzi sovrumani e più di un anno di lavoro! Rock on!

g.f.cassatella

Intervista originariamente pubblicata su www.rawandwild.com nel 2010 in occasione dell’uscita di “Carmina Diabolo”
http://www.rawandwild.com/interviews/2010/int_black_rainbows.php