Damnation Gallery – Enter the fog

La nebbia ha sempre suscitato grandi e contrastanti emozioni nell’uomo: curiosità, paura, senso di isolamento e straniamento. Con “Enter the Fog” (Black Tears Label) i Damnation Gallery hanno sfruttato questo archetipo per descrivere situazioni di abbandono, dolore e senso di perdizione, senza però dimenticare che in fondo alla “galleria” c’è una possibilità di rinascita e redenzione anche per i dannati.

Benvenuti, con “Enter the Fog” avete realizzato il vostro terzo disco, risultato che ha sempre un valore simbolico. Rispetto all’idea di band che avevate al momento della nascita dei Damnation Gallery, “Enter the Fog” quanto è vicino a quello che desideravate in qui primi giorni?
Lord of Plague: Ogni album ha un suo significato e soprattutto i pezzi sono composti in maniera diversa, a seconda dei sentimenti e del periodo che stiamo vivendo in quel momento. Cerchiamo di sentire come un pezzo possa esprimere al meglio noi stessi e diventare nostro a tutti gli effetti, senza dargli per forza una direzione per seguire un genere. Possiamo dire che noi cresciamo insieme alla nostra musica.

Siete partiti con un’idea di sound che comprendesse al proprio interno più genere, direi che dall’ascolto dell’album questo appare evidente. Non temete, però, che il non potervi catalogare in modo netto e preciso in una nicchia possa essere controproducente presso un’audience sempre più chiusa nelle proprio segmento stilistico di ascolti?
Low: Sinceramente siamo consci di un rischio di questo tipo ma non crediamo che possa accadere, sarebbe come sottovalutare chi ci ascolta e non ci permetteremmo mai. La realtà è che ognuno di noi ha tantissime influenze musicali diverse e, dato che tutti partecipiamo attivamente alla composizione in maniera molto democratica, senza che nessuno tenti di impuntarsi e far prevalere il proprio stile, non facciamo altro che assemblare tutti i nostri gusti fino a trovare un buon lavoro che soddisfi tutti. Inoltre, suonare sempre la stessa cosa alla lunga diventa noioso, non trovi?
Scarlet: Aggiungo che quando componiamo non cerchiamo soltanto un equilibrio tra i nostri gusti e influenze, ma anche tra i nostri sentimenti e mood del momento. E’ un modo di fare musica e contemporaneamente conoscerci nel nostro profondo e crescere insieme oltre che come band anche come persone. È come imparare costantemente gli uni dagli altri. La nostra miglior soddisfazione e anche il nostro obiettivo è che chi ci ascolta non senta “ soltanto” musica o un genere musicale, ma anche tutto ciò che siamo e che cerchiamo di esprimere di noi.

Altra scelta cardine è stata quella di interessarvi a tematiche horror. Alla luce degli ultimi anni, che hanno stravolto la vita di tutti, come è cambiato la vostra percezione dell’orrore e come questi fatti hanno influito sulla band?
Lord of Plague: Spesso e volentieri le tematiche horror vedono protagonisti demoni, possessioni, morte, sangue, ecc… però per quanto ci riguarda basta semplicemente guardare dentro noi stessi per trovare ansia, paranoia, malattia, cattiveria e tutti i sentimenti negativi che fanno parte di ogni essere umano. Sentimenti che si annidano, vengono covati e infine si schiudono anche per i più insignificanti motivi. E quando si arriva a quel punto, quando si sente che qualcosa è cambiato, si fa fatica a riconoscersi in quello che ai nostri occhi è diventato un mostro.
Scarlet: Questo è ciò che noi intendiamo con il vero “orrore”. Abbiamo voluto metterlo nella nostra musica cercando di farne qualcosa di costruttivo, accettando anche quella parte di noi che è socialmente sbagliata e di cui nessuno parla mai.

E’ arrivato il momento di addentrarci nella nebbia, quando e come è nato il disco?
Low: “Enter the Fog” ha iniziato a prendere forma una volta finito il periodo del lockdown, appena abbiamo potuto ricominciare a vederci con regolarità. Questo perchè noi come band componiamo in sala prove in diretta e non ci è mai piaciuta l’idea di essere un gruppo che compone “ via mail”… non fa proprio per noi. Sicuramente il fatto che sia nato dopo uno stop forzato lo ha portato a essere un lavoro più diretto dei precedenti perchè c’era molta voglia di ripartire e di creare qualcosa senza troppi “ fronzoli”. Dobbiamo segnalare che dopo le registrazioni Lord Edgard ha lasciato la band a causa di insanabili divergenze sia personali che stilistiche, ovviamente condivise da tutti noi. Essere rimasti in quattro ci ha resi ancora più forti, uniti e compatti come non mai.

Qual è il brano che, secondo voi, è maggiormente rappresentativo dell’opera?
Low: Citerei due brani, il primo è “Fog” perché rappresenta il nostro lato più anthemico e “accessibile”, mentre il secondo è “Old Cemetry” che rappresenta invece il nostro aspetto più oscuro e malefico.

Mentre, qual è quello in cui avete osato di più?
Scarlet: Direi assolutamente “Erased”. E’ una ballad, uno stile molto lontano dalle nostre influenze che abbiamo tentato per la prima volta in questo brano. E’ un pezzo che ha per me un significato molto profondo, è un’ accettazione di un periodo molto brutto che ho vissuto e che dovevo “urlare lentamente”. Devo dire che che gli altri hanno perfettamente colto quell’espressione, creando insieme un brano di cui personalmente vado molto fiera.

Nelle note promozionali viene ribadito che questo disco non è un concept, ma mi pare di capire che comunque ci sia un filo che lega tutti i brani, è così?
Scarlet: Sì, esatto! Non è una cosa che costruiamo a tavolino o ricerchiamo a tutti i costi, però in tutti i nostri album, incluso ovviamente “Enter the Fog”, abbiamo notato che c’ è sempre un filo conduttore che lega i brani e la nostra espressione e ne abbiamo fatto un tratto distintivo. In “Black Stains” abbiamo dato risalto al tema del dualismo dell’essere umano, secondo il nostro significato di horror di cui abbiamo parlato prima; in “Broken Time” il tema ricorrente era l’incubo, il sogno come catalizzatore delle nostre paure e nel nostro ultimo lavoro invece parliamo di abbandono, del dolore e del senso di perdizione che ne consegue ma che porta poi a una lenta rinascita che ci trasforma in qualcosa di diverso, non necessariamente migliore ma sicuramente più forte.

Per la copertina avete deciso utilizzare un’immagine molto scarna, quasi old school, in controtendenza rispetto a quelle iper-patinate che vanno per la maggiore ora: come mai?
Low: Proprio a proposito di ciò che dici nella tua domanda, ho notato che ultimamente si guarda solo il “pacchetto”, la produzione iper-patinata e pompata e così via… Invece, occupandomi io degli artwork della band, noi abbiamo cercato di andare in direzione opposta andando a parare su una copertina volutamente scarna e old school, a suo modo un omaggio ai lavori estremi dei primi anni 90, quando una cosa apparentemente semplice e handmade odorava seriamente di male. Come in tutti i lavori precedenti, anche qui la copertina e il booklet hanno molte simbologie e riferimenti nascosti, ma quelli lasciamo che vengano notati solo dai più attenti.

Avete programmato delle date a supporto del disco?
Lord of Plague: Abbiamo fatto il nostro concerto di release di Enter the Fog a Genova, all’ Angelo Azzurro. Saremo a Imperia, al Babilonia, il 14 di gennaio e stiamo lavorando per altre date in giro per l’Italia che verranno via via comunicate sui nostri canali. Vi ricordiamo che potete trovarci, seguirci e ricevere informazioni e aggiornamenti su Facebook, Instagram, Youtube, Bandcamp, dove potete trovare il disco e tutto il nostro merch!