Ecatonia – Il metallo del destino

L’avanzare del tempo è solo una questione di percezione. Può restare immobile per anni e poi riprendere la sua corsa inarrestabile, come se non ci fosse mai stata un’interruzione. Gli Ecatonia di L.O.W. questo lo sanno bene, dato che dopo un lungo stop di quasi un quarto di secolo, hanno ripreso in modo costante a sfornare album di qualità, l’ultimo dei quali si intitola “End time Doom”, a ritmo serrato.

Ciao L.O.W., prima di soffermarci sul nuovo EP, “End Time Doom”, farei un salto indietro nel tempo, neanche tanto piccolo, nel 1996, anno in cui esce il vostro demo “Solitude in Dark Day”. Come mai quell’opera non avuto un seguito immediato?
Saluti al Raglio! Allora, nel 1996 subito dopo la registrazione del demo ci siamo fermati causa la perdita del casolare in cui facevamo le prove, in un luogo davvero magico… The Old Graveyard, quindi abbiamo lasciato tutto in sospeso diciamo fino al 2019!

Appunto, nel 2019 si torna a parlare di voi con “Tales from the Old Graveyard”, cosa ti ha spinto a ripartire?
Appunto come già accennato abbiamo ripreso il discorso da dove si fermò all’epoca in quanto sono sempre ispirato da quel luogo in cui mi trovo spesso, di conseguenza ogni volta che imbraccio una delle mie chitarre mi esce qualcosa di suggestivo ed atmosferico che trasformo in sequenze di riff per la composizione di brani di uno stile metal che attualmente non suonano più in molti: una sorta di heavy doom death black molto old style appunto come suonavano gli album di fine anni ottanta e prima metà anni 90…

Da quel momento, tre EP in tre anni, un ritmo non facile da sostenere. Cosa alimenta costantemente la tua vena creativa?
Il fatto di ascoltare molto metal e prendere spesso la chitarra in mano, mettiamoci anche l’ispirazione dopo belle passeggiate boschive, radure, insomma a stretto contatto con la natura. Non sto molto in mezzo alla gente, non mi piace fare “assembramento” già di mio da sempre, preferisco la meditazione, la lettura etc etc…

Vista la tua prolificità, come mai hai deciso di pubblicare tre EP e non aspettare un po’ per tirar fuori un full length?
Perché la vita va morsa al momento, non sai mai cosa ti accadrà da un giorno all’altro. Personalmente, sono per il fai oggi quello che potresti fare domani…

Altra costante è la crescita della line up, nel 2019 eravate tu e Grindead, oggi troviamo una line up a quattro, dopo un periodo a tre. Credi di aver raggiunto la formazione perfetta o dobbiamo aspettarci altre novità in futuro?
Mi piace questa domanda anche perché sono entusiasta del fatto che siamo riusciti a “recuperare” Andrew il chitarrista originario della band e gli abbiamo proposto di partecipare con due assoli sull’album che era praticamente pronto e dove mancavano esclusivamente i soli. Mi sono studiato i punti dove sarebbe potuto essere vincente il suo intervento e così è stato, infatti il nuovo “End Time Doom” per noi è stato un gran passo a livello di miglioramento di suono, composizione e tutti i particolari che lo hanno arricchito. Vedremo se riusciremo a far tornare entrambi i chitarristi in pianta stabile, già mi sto attivando per del nuovo materiale e, a breve, inizieremo a organizzare il da farsi…

Torniamo alla partecipazione in veste di ospite il tuo vecchio compagno di scorribande Andrew: come è nata questa nuova collaborazione fra voi?
Ho ritenuto interessante e utile riportare anche un altro pezzo di storia della band nella formazione, in quanto lui è un buon chitarrista e, come me, è rimasto appassionato alla musica metal durante tutti questi anni…

Hai deciso di presentare in anteprima  “End Time Doom” sul canale Youtube del Museo Del Black Metal Italiano: come giudichi questa esperienza?
Roberto del Museo è una persona straordinaria, appassionato davvero di musica underground di band italiane. E’ stato un sodalizio alquanto naturale, anche perché siamo amici da tanti anni e abbiamo entrambi le idee chiare riguardo un determinato movimento musicale.

Rimanendo in tema, definiresti il vostro sound black metal?
Come dicevo prima e, come ci stanno facendo notare in tanti, pare che siamo riusciti a fondere al meglio le varie sfaccettature del metal che più ci piace ascoltare e suonare, quindi heavy, death, black appunto, doom, qualche sfuriata thrash. Diciamo che possiamo definire il nostro genere come The Metal of Doom.

Dobbiamo aspettarci un nuovo EP nel 2022 o ti prenderai una pausa?
Stiamo già pensando ad un altro EP per questo autunno/inverno, dipende un po’ da tante cose per la realizzazione, ma vedremo di mantenere una cadenza ciclica… Ciò non vuol dire che pubblicheremo a prescindere, se dobbiamo rilasciare un nuovo lavoro deve essere meglio o almeno pari al precedente. Insomma, non tanto per.

Morticula Rex – Riti autunnali

Abbiamo chiesto ad Alessandro Wehrmacht di condurci nel mondo magico e inquietante dei Morticula Rex, formazione che con il nuovo “Autumnal Rites” (Satanath Records), frutto di una lineup accresciuta, ha confermato la bontà del proprio pagan death\doom metal old school.

Ciao Alessandro, ti va di introdurci nei vostri “riti autunnali”? Come e quando è nato il nuovo disco?
Ciao Giuseppe, prima di ogni cosa ringrazio te e lo staff de “Il Raglio del Mulo” per lo spazio che ci state dedicando. Rispondo subito alla tua prima domanda sottolineando il gravoso sforzo messo in atto per fare quest’album di cui siamo orgogliosi ma che ha avuto diversi stop and go dovuti a questa situazione di merda nella quale, ahimè, tutti quanti ci ritroviamo. I nostri “Riti Autunnali” rappresentano, per quanto ci concerne, un periodo del nostro percorso che inevitabilmente si rifà all’avvicendarsi delle stagioni. Allegoricamente: se l’estate nelle nostre vite ha incamerato una fase di incubazione artistica e di accrescimento del background musicale, con l’autunno abbiamo dato vita alla nostra maturità stilistica e di intenti. Dal punto di vista culturale, e quindi del songwriting, il nostro approccio al paganesimo o neopaganesimo qual dir si voglia, resta saldamente ancorato a quel che sono gli archetipi classici della mitologia mediterranea e romantico-europea.

Il titolo è stato scelto per il suo contenuto evocativo o ha un collegamento diretto con la storia della vostra Sicilia?
Vorrei intanto puntualizzare che i Morticula Rex sono oramai un duo delle due isole (Sicilia e Sardegna), per cui i testi e le atmosfere all’interno del disco sono la risultante di queste due regioni pregne di antiche tradizioni e culti. Il titolo come già anticipato in precedenza, rappresenta un’età di cardine, e come ci suggeriscono gli antichi culti e pratiche magico-religiose, di cambiamento e rinascita attraverso la morte.

Resterei in tema DNA siciliano, anche se riconducibile al death\doom, il vostro genere da voi proposto è fortemente siciliano. Fa venire in mente realtà come i primi Sinoath, per esempio. Come vi spiegate questo suono particolarmente oscuro che arriva da una regione che molti associano al sole e al mare?
Non può che farci piacere essere associati a nomi di tale caratura. La Sicilia è solare quanto funerea, meravigliosa e al contempo atroce, e nel suo rincorrere la modernità, resta inevitabilmente legata alle sue tradizioni che spesso e volentieri richiamano il culto della morte e dei morti definendo così le atmosfere del nostro sound.

“Autumnal Rites”, il brano che da il titolo al disco è stato scelto anche come primo singolo, la ritieni la traccia più rappresentativa dell’album?
Come title-track abbiamo deciso di comune accordo con Aleksey, boss della Satanath Records, di fare uscire “Autumnal Rites” come premiere del disco, ma c’è da dire che nella sua interezza l’album non è un concept per come lo si intende in maniera tradizionale, piuttosto direi che ogni pezzo è una rappresentazione a se stante, un frammento che andrà a comporre quel mosaico di storie e miti che è “Autumnal Rites”.

Molto evocativa la copertina, che raffigura una città in fiamme mentre delle persone celebrano una sorta di rito pagano. Cosa rappresenta, una di vittoria degli spiriti ancestrali sulla civiltà moderna?
Evidentemente l’autore del dipinto ha metabolizzato bene il messaggio racchiuso nell’album e come ogni buon artista è stato capace di trasporre questo concetto. Quindi si, hai centrato il bersaglio.

Il primo album ha visto una formazione con un solo elemento, te. Oggi vi ripresentate come duo con l’ingresso Pavor Nocturnus: cosa ha aggiunto e cosa ha tolto la presenza di un secondo elemento in fase compositiva ed esecutiva?
Mauro Salaris aka Pavor Nocturnus, ha dato una bella impronta a questo nuovo disco, basti pensare che l’apporto del suo gusto e del suo stilema hanno determinato una parte del sound che nel precedente lavoro risultava più Bolt-Throweriano e comunque death/thrash con chiare tinte doomeggianti. Per cui direi che non ha assolutamente tolto nulla, ma anzi, ha arricchito e portato a nuovi livelli i Morticula Rex.

Ritieni che un domani la line-up possa essere allargata ad altri elementi, magari anche solo in sede live?
Assolutamente si! Già in Autumnal Rites compaiono a sprazzi le tastiere del talentuoso Francesco Milia che nel prossimo lavoro entrerà in formazione. Attualmente siamo alla ricerca di un batterista in carne ed ossa, fin ora le batterie sono state create e programmate da me e ci auguriamo che il nuovo elemento dietro le pelli possa portare la band dalla dimensione studio a quella live.

Altro particolare che distingue “Autumnal Rites” dal precedente “Grotesque Glory” è la presenza di un’etichetta alle vostre spalle. La scelta di abbandonare l’autoproduzione per affidarvi alla Satanath Records (in collaborazione con la Immortal Souls Productions) nasce dalla convinzione che l’autopromozione, nonostante i mezzi tecnologici odierni, porti a risultati inferiori rispetto a quelli ottenibili con una label?
“Grotesque Glory” non è un’autoproduzione, ma seppur con qualche iniziale inconveniente, è stato prodotto dalla Immortal Souls Productions di Juro Harin (Slovacchia). Puntualizzato ciò, devo dirti con estrema onestà che l’autoproduzione rimane uno degli strumenti più liberi che un artista/band ha a sua disposizione e credo fermamente che nel nuovo Evo continuerà ad essere uno dei maggiori strumenti attraverso i quali la musica potrà continuare a sopravvivere nonostante i diktat delle grandi e delle piccole label che in buona parte oggi hanno la sfacciataggine di chiedere un lauto compenso in cambio di promozioni, visibilità, merch e cazzate varie. Credo comunque che in tutto questo mare di merda, ci siano ancora delle realtà dove il sottobosco musicale del quale noi facciamo parte, riesca ancora ad avere la capacità e l’onere di portare avanti tutta quella miriade di scene che altrimenti non avrebbero la possibilità di essere fruibili ai più. Onore e Gloria a tutti coloro che si spendono e credono in ciò!

Credo che sia troppo presto per parlare di un nuovo album, ma come immaginate il vostro futuro, con un sound fedele a se stesso oppure arricchito da nuove influenze?
In tutta onestà, devo confessarti che stiamo già lavorando a nuovi brani che andranno a comporre il prossimo disco ed essendo cresciuti di numero, siamo armati fino ai denti! Per quel che riguarda il nostro sound, posso dirti citando uno dei miei illustrissimi conterranei, che “il mio stile è vecchio come la casa di Tiziano a Pieve di Cadore”, per cui resteremo “Fedeli alla Linea”.

Shamael – La malinconia degli angeli

Le personalità multiple di Raffaele Galasso hanno trovato un’ulteriore valvola di sfogo, che si va ad aggiungere a quelle rappresentate da Gardenjia e Nightcrush, nel nuovo progetto Shamael. Il risultato è “Melancholie der Engel” (Negre planY \ Blood Fire Death), un disco ricco di struggente malinconia.

Benvenuto Raffaele, dal 15 aprile è disponibile l’album d’esordio dei tuoi Shamael. Per te che hai già una cospicua discografia alle spalle con i Gardenjia, cosa rappresenta questo nuovo inizio?
Grazie a voi per l’apprezzato invito. Io non vedo il progetto Shamael come un nuovo inizio, piuttosto è un altro mezzo con il quale poter esprimere una passione, quella per il doom, che ho sempre avuto. Era solo una questione di tempo prima che creassi qualcosa per soddisfare questo desiderio.

Ma Shamael cosa hanno aggiunto al tuo percorso artistico e cosa ti hanno permesso di esplorare rispetto a quanto già fatto con i Gardenjia?
Come dicevo, attraverso Shamael, posso coltivare ed esprimere la mia personale visione del doom metal, cosa che non potevo fare con i Gardenjia, essendo un progetto orientato verso altre sonorità e territori. Posso quindi comporre musica per affrontare l’influenza di certe band, come i My Dying Bride e tantissime altre, che ha contribuito a formare il mio percorso musicale, essendo praticamente cresciuto con il doom degli anni 90, ed allo stesso tempo rielaborare tutto questo con il mio stile, cercando nel contempo di creare paesaggi musicali moderni all’interno del genere.

“Melancholie der Engel” è anche il titolo di un film horror tedesco del 2019, in toto o in parte ti sei ispirato a questa pellicola?
Certo. L’influenza è stata però puramente formale, nel senso che non ci sono riferimenti diretti alla pellicola quanto piuttosto all’idea che può essere rintracciata visionando la filmografia di Marian Dora. Prima di tutto mi ha colpito come un titolo così bello potesse essere usato per un film così feroce. Questa dualità di intenti mi ha sempre affascinato, è l’equivalente filmico (quasi) di Nietzsche o Bataille. Ricercare la purezza e la bellezza in un estremo atto di violenza. Il doom genera una epica e disperata bellezza anche se è generato da sentimenti neri come la depressione, il nichilismo e l’antisocialità.

Sin dalla copertina il disco traspira dolore, l’averlo composto per te ha amplificato in qualche modo la tua sofferenza oppure ti è servito come valvola di sfogo?
L’atto artistico è sempre anche un atto di sfogo, fin dai suoi livelli più superficiali. La creazione è sempre soggetta a molteplici interpretazioni, anche a livello personale. Il nostro giudizio su una nostra opera può cambiare nel tempo a causa di molteplici fattori. In questo caso particolare, il mio disco vuole essere una celebrazione del dolore e della sofferenza, come catarsi, come atto di crescita, come monito delle nostre origini e del nostro destino. Non parlerei di amplificare. Esiste un legame perverso che unisce l’artista alla sua opera, anche e forse soprattutto quando quest’ultima scorre in territori difficili da percorrere, come la tristezza ed il dolore. Il piacere che si prova e vedere o ad ascoltare la propria creazione, che è il risultato di queste sensazioni, è un piacere assoluto difficile da spiegare.

La scrittura dell’opera è avvenuta in un arco temporale ridotto o lungo?
Scrivo sempre i miei album in tempi ridotti, ciò che porta via molto tempo sono gli altri aspetti della produzione come missaggio, mastering, artwork, dato che faccio tutto da solo. “Melancholie der Engel” in particolare è stato scritto e registrato in due settimane.

Il disco è quasi un crescendo, ho notato che il minutaggio dei singoli brani sale man mano sino alla traccia conclusiva. Casualità o cosa voluta in modo conscio o inconscio?
La tracklist del disco è esattamente nell’ordine di composizione dei pezzi. Non ho prestato attenzione al minutaggio, quindi direi che sia stata una cosa inconscia

Anche in passato hai mostrato una predilezione per il lavoro in solitaria, posso chiederti come mai non ami lavorare in gruppo?
In realtà i Gardenjia erano una band a tutti gli effetti. Purtroppo le miserie della vita, dell’ego, hanno trasformato il progetto in una “one-man band”. Ma non odio il lavorare in gruppo, conosco molto bene le dinamiche di una band, il rapporto di odio e amore che si sviluppa tra i musicisti, sono sensazioni uniche destinate a privilegiati. Come per ogni cosa ci sono i pro ed i contro. Da solo posso dare sfogo a tutta la mia creatività, essendo una persona molto produttiva senza avere come ostacolo i rapporti interpersonali o le specifiche necessità di eventuali compagni di viaggio.

“Melancholie der Engel” resterà un capitolo unico o risentiremo in futuro gli Shamael?
Non creerei mai un progetto solo per fare un album, se lo faccio è perché voglio sviluppare un percorso a lungo termine, “Melancholie der Engel” è solo l’introduzione di un libro che avrà molti capitoli.

Hai da poco rilasciato un EP come Gardenjia, hai esordito con gli Shamael: ha altro in serbo il 2021 per te?
Sì, quest’anno sarà molto importante per me, durante la primavera uscirà per la Shunu Records, una etichetta italiana, il debutto dei Nightcrush (synthwave, doomgaze), un progetto per il quale io ed Alessandra (chitarre, synths)  abbiamo lavorato molto. Ho poi completato un EP per un nuovo progetto che farò uscire da indipendente nei prossimi giorni, Lux Aeterna. Poi penso che soddisferò il mio amore per band come Nadjia e The Angelic Process con la creazione di un nuovo progetto, più in là nel corso di quest’anno.

Abyssian – Il suono della devozione

I nostrani Abyssian dopo cinque anni dal precedente “Nibiruan Chronicles” tornano sulle scene con il secondo “Godly”, uscito per l’italiana Revalve Records. Scopriamone un po’ i particolari con Roberto, chitarrista e frontman della band…

Ciao Roberto e ben trovato al Raglio del Mulo, ti andrebbe per prima cosa fare un po’ di luce su quella che è la storia della band?
Ciao Luca e bentrovati tutti. Dunque, gli Abyssian nascono almeno come idea generale nel 2010, quando dopo un lungo periodo di assenza dalla scena musicale (parliamo del 1995 come ultima uscita discografica con la mia prima band, i Sinoath) ho sentito che era arrivato il momento di riprendere con qualcosa, da qualche parte. Lo spunto me lo diedero le mie letture del periodo, su argomenti come l’archeo-astronomia, le civiltà sommerse, le teorie sull’esistenza o meno di Atlantide, gli antichi alieni e argomenti simili. Gli Abyssian nascevano inizialmente come one man band, ma ben presto mi resi conto che per poter mettere tutto in pratica più facilmente, avevo bisogno di qualcuno con cui condividere e fissare idee e spunti. Così contattai Francesco (attivo anche con il suo progetto solista Svirnath) che tuttora si occupa della chitarra ritmica, delle partiture di tastiere e batteria elettronica. Nel 2014 realizzammo l’Ep The Realm of Commorion. Nel frattempo la formazione si allargò e si stabilizzò, includendo anche Vincenzo al basso e Riccardo alla batteria e nel 2016 per la Violet Nebula uscì il primo album “Nibiruan Chronicles”. Avere una formazione completa, fu davvero una cosa molto importante soprattutto per i live. Circa un anno dopo l’uscita del primo album, Riccardo venne sostituito da Daniele (ex Holy Martyr, e tuttora anche in forze nei Drakkar) col quale abbiamo poi lavorato a “Godly”, il secondo album uscito da poco in versione digitale per la Revalve Records, e previsto adesso in formato fisico sempre per la Violet Nebula.

Siete sulle scene da più di dieci anni che non sono pochi, ciò nonostante vorrei chiederti se prima degli Abyssian avete avuto delle precedenti esperienze musicali… Qual è il vostro “background”?
Come già detto, prima degli Abyssian, dal 1988 fino al 1995 ho fatto parte dei Sinoath, progetto musicale che è passato da un iniziale black/death a un death/doom, e poi a una sorta di dark/metal. Le mie esperienze musicali hanno quasi sempre rispecchiato ciò che ascoltavo all’epoca (e che tuttora ascolto), era il periodo dell’avvento del gothic/doom inglese, del death americano e svedese, e del black scandinavo, per cui quelle sonorità vissute come anteprime assolute, non potevano non influenzare le mie composizioni. Successivamente ho allargato gli ascolti anche ad altri ambiti come l’elettronica fredda o più calda, al jazz, l’ambient, la musica etnica, o al dark. E’ chiaro quindi, che la natura successiva dei brani sia stata contaminata dalle inclusioni più recenti. Essendo il più “anziano” della band, che io ricordi, sia Vincenzo che Francesco Abyssian a parte, al di là delle feste del liceo non hanno suonato (ride) mentre Daniele come già accennato, ha avuto diverse partecipazioni sulla scena più epic e power metal. Adoro il suo stile, tecnico ma al contempo granitico…

Quali sono le band che hanno da sempre ispirato le vostre composizioni?
Diverse e davvero tante. Alcune hanno avuto un’influenza più marcata sul sound, mentre altre ci vivono dentro attraverso qualche richiamo. Pink Floyd, Cure, Sisters of Mercy, tutto il Gothic/Doom inglese, i Type O Negative, i Beatles, Candlemass, Mercyful Fate, Dead Can Dance, Massive Attack, Depeche Mode, Radiohead, Aphex Twin, Bjork, la musica brasiliana, i Death. Potrei continuare davvero per molto tempo ancora…

Come pensi sia cambiato il vostro songwriting in questi anni? Quali sono secondo te le principali differenze tra il nuovo “Godly” e il precedente “Nibiruan Chronicles”?
Le differenze tra “Nibiruan Chronicles” e il recente “Godly”, si trovano soprattutto nel concetto e nell’intento. “Nibiruan” è una sorta di concept, un “documentario di viaggio” dei nostri ipotetici antenati dal Pianeta X (Nibiru appunto) a Tiamat, cioè l’attuale Terra. E’ pieno di gesta, luoghi, azioni e momenti storici ben precisi, come nel caso del brano “Zep Tepi,” cioè del Primo Tempo egizio, dove si presuppone siano vissuti gli Dei, o di No place for the heart, dove gli Anunnaki si ribellano alla schiavitù dei loro padroni Nephilim, e organizzano una rivolta. E ha una copertina “archeologica”. “Godly” è già dal titolo, qualcosa di più spirituale e devozionale. Inoltre segna un ipotetico proseguo del Culto Atavico e ancestrale, fin dentro al DNA di quello pre-Cristiano. La copertina questa volta, presenta un Angelo/Rettile. E’ la celebrazione del Dio Squamoso o Piumato, che ritrovi anche nei culti mesoamericani con Quetzalcoatl o in quelli nipponici dei misteriosi Jomon, nella versione indiana con Naga, o in quella egizia con Ankh-neteru. E’ interessante notare come tutte queste antiche civiltà celebrino lo stesso Dio e le sue stesse gesta, chiamandolo con nomi differenti. Tutti affermano che un giorno discese un Essere Superiore e fiammeggiante dal cielo, li istruì e decise poi stabilire il suo regno sulla Terra. In alcune varianti, di andare a risiedere poi nelle profondità marine, tornando di tanto in tanto per gestire correttamente l’operato degli uomini. Oannes, nella sua nomenclatura babilonese o Dagon in ebraico, era un Essere saggio, colto e giusto e non pretendeva nessuna Chiesa, né tributi. Lo so, ricorda abbastanza anche Cristo.

Immagino che anche il nome Abyssian tragga ispirazione dalle stesse tematiche, no?
Abyssian è un po’ una licenza poetica di “Abitante degli abissi”. Un Abissiano. Può anche avere l’identità di Oannes di cui ti ho già detto, ma può riallacciarsi perché no, a qualsiasi altra creazione. Anche immaginaria. Mi affascinava l’idea di questa identità abissale, terribile o meno. Ci puoi trovare tanto Lovecraft dentro, ma anche qualcosa di molto più impalpabile, tanto che Abyssian è anche un sinonimo inglese di Depression. Sono le profondità abissali, ma anche mentali.

Da cosa sono caratterizzati i vostri processi di composizione? Chi di voi partecipa alla fase di songwriting?
Beh, questo si riallaccia un po’ a tutto quello che ho descritto. Il mondo Abyssian è in buona sostanza qualcosa che, prima raggruppa spunti, idee, frasi, motivi, partiture ecc., poi elabora tutto, privilegiando sempre il tentativo di rendere ogni cosa più omogenea e immediata possibile. E, a volte, date le numerose influenze da cui provengono questi elementi, non risulta sempre un processo facile. Mi ritengo uno assolutamente innamorato della semplicità, fatta però di sintesi intelligente e cuore. Odio i fronzoli e in generale, le cose ostentate e inutilmente complicate. Io mi occupo del songwriting e della forma in generale, successivamente i brani vengono rifiniti insieme.

Come nascono i tuoi testi?
I testi, sono un po’ il nero su bianco di tutte quelle visioni che provo a formulare nella mia mente. Viaggi cosmici, scontri, luoghi mistici, mondi sotterranei o appartenenti alla sfera celeste, e così via. Ce ne sono di più solidi ed esteriori, altri invece più introspettivi e basati sul sentimento dell’animo, sui pensieri, sulla rabbia o sulla devozione. Certe liriche sono quasi la descrizione più pedissequa di eventi, momenti e individui reali e non; altre hanno una natura totalmente astratta, e di solito al genere di testo ne corrisponde anche l’intensità del brano.

Come definiresti il sound degli Abyssian?
Come flusso piuttosto intenso. Un Ambiente dove vuoi essere disposto ad entrare e uscire senza fretta. La natura di Abyssian in fondo è molto semplice, ma tuttavia ha bisogno di diversi ascolti e di una buona predisposizione per essere colta in pieno e nel complessivo. Ti arriva dopo. Alla fine.

Forse non è il momento più idoneo visto tutto quello che stiamo vivendo, ma state prendendo in considerazione l’eventualità di proporre i vostri nuovi brani dal vivo?
Ovvio che si… In realtà non vediamo l’ora (ride). C’è anche la setlist pronta. Questo dannato Covid ci ha tolto il momento migliore che si possa vivere dopo l’uscita dell’album, quello della condivisione con il pubblico. Vedere come chi ha ascoltato a casa i brani, li accolga davanti al palco. E’ qualcosa di magico. Impagabile. E’ lo scopo maggiore della musica. Nel nostro caso anzi, ti dirò che questa pandemia si è piazzata esattamente in mezzo al periodo delle registrazioni di “Godly, ritardandone maledettamente i tempi. E una volta pronto, ne abbiamo anche voluto tenere in stand by l’uscita, sperando che l’anno dopo fosse tutto risolto e poter agganciare l’uscita dell’album ai live. Ma purtroppo non è servito a nulla…

Ok Roberto, l’intervista è giunta ai titoli di coda, ti ringrazio nuovamente per la chiacchierata e auguro a te e agli Abyssian le migliori fortune, concludi pure come vuoi!
Ringrazio tanto te Luca, per la bella chiacchierata e la redazione del Raglio del Mulo per la disponibilità e l’attenzione verso di noi. Raccomanderei a tutti l’acquisto di “Godly”, che sebbene già in ascolto su tutte le piattaforme digitali, a brevissimo sarà disponibile anche in formato fisico, magari proprio mentre scrivo queste righe. Ma non lo farò… Mi verrebbe quindi da augurare le migliori fortune a tutto il panorama italiano underground, che è davvero un sottobosco stracolmo di chicche tutte da scoprire e invitare tutti, una volta finito tutto questo schifo, a farsi grandi scorpacciate di live perché ce n’è davvero bisogno, per il pubblico e per la musica di settore in generale. Abbiamo davvero tutti bisogno di salvarci con la musica. Adesso più che mai.

1782 – La stagione delle streghe

L’Italia continua sfornare band doom di altissimo livello, come nel caso dei 1782. I sardi, però, hanno deciso di percorrere una strada che si distacca dalla classica scuola tricolore per abbracciare sonorità di più ampio respiro, come testimoniato da “From the Graveyard” (Heavy Psych Sounds).

Benvenuti su Il Raglio, di solito tutti mi chiedono come io abbia chiamato il mio sito Il Raglio del Mulo, immagino che il vostro nome susciti altrettanta curiosità : mi spieghereste come mai avete scelto 1782?
Gabriele (batteria): Ciao Giuseppe, 1782 è l’anno in cui è stata giustiziata l’ultima strega in Europa, Anna Göldi, esattamente il 13 Giugno a Glarona in Svizzera. Dato le tematiche che trattiamo e il genere che facciamo era il nome perfetto per la band!

Mi è parso di capire, leggendo le note promozionali, che le tracce contenute in “From the Graveyard” abbiano avuto una genesi molto veloce, giusto?
Gabriele: Al contrario, abbiamo avuto il tempo dalla nostra parte, a causa del lockdown ci siamo ritrovati in una situazione molto tranquilla per comporre, arrangiare e registrare l’album nel migliore dei modi. Addirittura alcuni brani erano già pronti da fine 2019.

Ritenete di aver scritto il vostro materiale più pesante?
Marco (voce e chitarra): Assolutamente sì, i riff sono più potenti e pesanti rispetto ai brani del primo album e dello split album con gli Acid Mammoth. Abbiamo lavorato molto sui suoni di chitarra e basso, ci siamo impegnati molto anche nella produzione e il nostro fonico ha fatto un ottimo lavoro. Nonostante sia pesante, allo stesso tempo è “orecchiabile” e per questo siamo molto soddisfatti del risultato finale, è venuto fuori il lavoro che avevamo in mente.

Siete il classico power-trio, chitarra-basso-batteria. Questa formazione a tre è nata per scelta o è “capitata”?
Gabriele: La band nasce come duo, infatti il primo album è stato registrato in due. Dopo l’uscita del debut abbiamo iniziato a suonare live quindi abbiamo chiamato Francesco al basso ed è diventato subito un membro della band a tutti gli effetti.

Sentite mai la necessità di avere una seconda chitarra, magari dal vivo?
Gabriele: No, non ci abbiamo neanche mai pensato ahahahahah

Nel disco, ad arricchire il vostro sound, troviamo due ospiti, Nico Sechi (Hammond in “1782” and “Celestial Voices” in the debut album) e Alfredo Carboni: come sono nate queste collaborazioni?
Marco: Siamo amici da una vita, abbiamo suonato insieme in vecchi progetti musicali. Oltretutto Alfredo è anche il nostro fonico ed è lui che ci ha sopportato durante le registrazioni. Quello che hanno registrato nei nostri album lo hanno praticamente creato in fase di registrazione, Nico non aveva neanche ascoltato il brano intero, gli dicemmo di suonare un pezzo funebre, oscuro e triste e lui riuscì a farlo alla prima, è un grande musicista.

Il disco è stato registrato nel 2020, ma la sua uscita è prevista per la primavera del 2021, questo ritardo è dovuta alla pandemia o sono subentrati altri fattori?
Marco: Non c’é stato nessun ritardo, semplicemente è stata concordata con Heavy Psych Sounds Records l’uscita per Marzo.

Facciamo un passo indietro, come è andata l’esperienza “Doom Sessions Vol.2”, che vi ha visto coinvolti con gli Acid Mammoth?
Marco: Siamo molto contenti di “Doom Session Vol.2”! Quando Heavy Psych Sounds ci propose questo split, confermammo subito. Gli Acid Mammoth oltre ad essere una band davvero figa, sono delle persone fantastiche, ci piacerebbe fare un tour con loro una volta finita questa situazione.

In ambito doom, forse più che in altri generi, si può parlare di scuola italiana, voi come vi inserite all’interno di questa scena?
Marco: Non ci siamo mai ispirati alla scena italiana, all’interno della band ci sono influenze diverse che variano dal doom vecchia scuola come Pentagram, Black Sabbath, Candlemass allo Stoner Doom degli Electric Wizard, Sleep, Monolord etc. Abbiamo letto diversi articoli dove ci paragonavano a Paul Chain e Death SS ma personalmente non ci identifichiamo in quella determinata scena. Per farla breve, andiamo in studio senza pensare a nessuna band, buttiamo giù i riff e se ci piacciono ci costruiamo su il brano!

Cornea – Il suono di quello che non vedi

I Cornea sono un power trio proveniente da Padova dedito a sonorità ipnotiche, pesanti, decadenti ma allo stesso tempo oniriche ed introspettive. I sei brani che compongono l’album d’esordio “Apart” (2020 Jetglow Recordings / Doppio Clic Promotions) – tra chitarre shoegaze immerse nel riverbero e la pesantezza atmosferica tipica del doom – sintetizzano e fotografano il percorso artistico di una band in costante evoluzione. Ne abbiamo parlato con Nicola Mel, chitarrista e grafico della band.

Ciao Nicola e benvenuto su Il Raglio del Mulo. Parlami della genesi della band, provenite tutti da altri act con un passato discografico – Owl of Minerva e Dotzauer – ma come nasce il progetto Cornea?
Ciao Paolo, innanzi tutto grazie per questa intervista, speriamo possa contribuire alla diffusione del progetto Cornea! La band nasce nell’estate del 2015 da un mio desiderio di esplorare un genere più libero e slegato dai soliti cliché del rock, che mi permettesse di sperimentare e creare una musica più intimista, avvolgente, che ti prenda per mano accompagnandoti in un viaggio che mi piace definire “personale”. Ho sempre vissuto la musica come una colonna sonora di immagini e film nella mia testa, e con questo progetto volevo rendere bene l’idea creando un sound più “cinematico” che possa fare da colonna sonora alla vita dell’ascoltatore, o rimandarlo a particolari eventi vissuti in passato. Abbiamo passato non poche disavventure per definire una line up solida e soprattutto per fornire all’ascoltatore un prodotto pensato e sentito, che non fosse l’ennesimo disco post rock, e dopo quattro anni e più eccoci qui.

“Apart” il vostro disco d’esordio è uscito in piena pandemia mondiale, è stata una scelta obbligata o ben ponderata?
“Apart” era pronto per la sua uscita, sebbene con delle differenze e arrangiamenti diversi, alla fine del 2017. Purtroppo però abbiamo avuto la “sfortuna” dell’uscita di due membri dalla band (seconda chitarra e basso) poco prima della release, quindi abbiamo fermato tutto… non ce la sentivamo di far uscire un prodotto che non avrebbe rispecchiato la band dal vivo, non ci abbiamo visto un senso. Abbiamo passato tutto il 2018 alla ricerca di altri componenti, riarrangiato i pezzi per farli funzionare al minimo, cercando solo membri essenziali per tornare operativi e facendo un uso più pesante dei synth. Non ci andava di gettare “Apart” nel dimenticatoio (non si chiamava nemmeno così all’epoca, ma semplicemente “Cornea”) avevamo lavorato tanto a quei brani e sentivamo che significavano qualcosa per noi. Nel 2019 abbiamo completato la line up trovando Sebastiano al basso, è scoccata la scintilla per entrambe le parti, abbiamo lavorato con lui per integrarlo il più possibile nella band con il materiale già presente, lasciandogli spazio creativo senza obbligarlo a replicare le parti di basso precedentemente scritte, e in fine abbiamo registrato nuovamente tutto nella sua nuova forma… così è nato “Apart”. Poi è arrivata la pandemia di Covid19, il lockdown e tutto il resto… l’ennesimo ostacolo… ma non ci siamo fatti abbattere, è un disco che fa viaggiare e la gente era costretta in casa, l’abbiamo sentita come una vocazione, “Apart” doveva uscire… per liberare le persone, almeno virtualmente.

La vostra musica genera un flusso costante di emozioni, da cosa traete ispirazione? Quali sono le vostre band di riferimento?
Difficile dirlo. L’ispirazione viene dalle emozioni stesse, a volte da film mentali, come una febbre da smaltire, un demone da esorcizzare mettendo tutto quello che proviamo in musica. Stiamo anche ore a jammare insieme, cercando di andare in dimensioni alternative per poter portare indietro qualcosa per l’ascoltatore, siamo come tre sciamani. A livello di band non ci ispiriamo a nessuno direttamente anche se le influenze sono spesso chiare, ci paragonano ai classici God Is An Astronaut e This Will Destroy You, ma sebbene amiamo le suddette band, le nostre radici sono sicuramente nel rock psichedelico, Pink Floyd su tutti, ma anche Black Sabbath, Cure, Isis… il doom metal e lo shoegaze sono ingredienti che ci piace mescolare insieme per creare il nostro linguaggio, ma non siamo ne uno ne l’altro. A livello personale ognuno di noi ha influenze diverse.

Mostrare ciò che non si può vedere con gli occhi attraverso la musica è il vostro fine. Nella musica strumentale – soprattutto dal vivo – spesso per essere vissuta a pieno ci si serve di visual & di immagini, voi ci avete mai pensato?
Concordo con te, ma non è facile. In Italia le strutture e le situazioni dove le band emergenti possono esibirsi non hanno quasi mai la pazienza e la volontà di permettere alle band di preparare scenografia, luci e tutto il resto, spesso sono situazioni standard. In passato (ahimè quando si potevano ancora fare concerti) abbiamo giocato molto con luci sincronizzate e tanto fumo, ma spesso trovavamo resistenza da parte delle venue, solitamente vige l’idea di “sali, suona, scendi e non rompere le scatole”. Ci piace molto lavorare con i video, e ci stiamo attrezzando per offrire show sempre più immersivi, ma bisogna cercare di tenere il tutto molto “smart” e soprattutto trasportabile.

Il format power trio ha sempre avuto infinite possibilità, ultimamente sia in ambito stoner rock che post/rock e metal c’è un rifiorire di questo tipo di assetto, la vostra è stata una scelta casuale o magari logistica?
Come ti dicevo prima inizialmente eravamo in quattro, poi contro la nostra volontà siamo rimasti in due e al momento della ridefinizione della line up abbiamo voluto tenere le cose al minimo, l’essenziale diciamo. Con la formula del power trio sentiamo che ogni strumento ha il suo spazio e può portare un contributo più ampio, potendosi esprimere liberamente senza saturare oltremodo i brani. C’è più ordine… è anche più difficile però!

La grafica di copertina è favolosa, chi ve l’ha curata?
Ti ringrazio, l’ho creata io tramite A Spring Of Murder, il mio nickname per i miei lavori d’illustrazione. Il filo conduttore che domina “Apart” è la separazione, molte canzoni sono state scritte per esorcizzare adii, sentimenti di esclusione, dolore… ma tutto è così selvaggio, a tratti tribale, primordiale. A due creature innocenti viene impedito di stare insieme, tutto si separa, anche la carne, la vita, la corona separa il popolo, mentre la natura ci guarda silenziosa. Ogni cosa ha un significato, magari anche solo personale, però penso di essere riuscito a convogliare un sentimento di dolore e rinascita, la presenza dei fiori ha un motivo, nel folklore i ciclamini erano visti come una protezione dai malefici, tutto rifiorisce.

Ho notato nella vostra pagina Facebook un minitrailer dell’album, avete intenzione di pubblicare un videoclip prossimamente?
Ci piacerebbe molto. Stiamo creando tanti trailer e mini video, sfruttiamo l’inattività live per creare più contenuti possibile. Sui nostri social potete vedere delle “video pills” che stiamo creando per ogni brano del disco, immagini che aiutino a convogliare emozioni e stati d’animo parallelamente ai brani di “Apart”. Ci piacerebbe creare anche un video ufficiale di una canzone, stiamo ancora pensando se farlo con “Apart” o aspettare il nuovo materiale (in scrittura), vogliamo farlo bene evitando video banali, la pandemia non ci ha permesso di farlo in contemporanea con l’uscita del disco.

Sperando di potervi vedere presto dal vivo – immagino che il vostro show fosse pronto da tempo – avete pensato di proporre un live in streaming? Che ne pensate di questa modalità che sta prendendo piede?
Anche noi speriamo di tornare a suonare live al più presto, non vediamo l’ora che questa situazione di blocco finisca, tantissimi locali stanno chiudendo e tantissimi artisti rimangono congelati senza un’audience reale, è molto grave e deve finire al più presto. Per quanto riguarda live in streaming, ci abbiamo pensato e sarebbe molto bello organizzare qualcosa, non siamo molto pratici delle piattaforme streaming, siamo una band indipendente e facciamo praticamente tutto da soli. Per quanto riguarda le esibizioni live “alternative” mi piacerebbe cogliere l’occasione per promuovere il nostro ultimo progetto “The October Tapes”, ovvero un paio di canzoni registrate live in studio, sia audio che video. Il primo brano è già online da pochi giorni, in premiere sul canale di Where Post Rock Dwells, si intitola “Pink” ed è un brano inedito non presente in “Apart”. Siete tutti invitati a guardarlo, fateci sapere cosa ne pensate!


Silvered – L’ora delle streghe

Ancora un album d’altissima qualità proveniente dall’Italia. I Silvered con “Six Hours” (BadMoonMan Music / Solitude Productions) ci dimostrano che il Salento non è solo la terra de “lu sule, lu mare, lu ientu”.

Ciao Daniele, avevamo lasciato i tuoi Silvered alle prese con l’album di debutto “Grave of Deception”, li ritroviamo oggi, dopo ben nove anni di attesa, con il secondo disco, “Six Hours”: cosa è successo in questo lungo lasso di tempo?
Ciao a voi, una vita intera direi! Come potrete immaginare ne succedono di cose in così tanti anni. In primis si cresce come persone e si maturano esperienze, musicali e non, si ascolta nuova musica, si leggono nuovi libri. Vicende personali e interpersonali hanno segnato la storia della band, che in un modo o nell’altro non ha mai mollato e si ritrova oggi ad avere un ruolo di tutto rispetto nell’underground metal mondiale.

Line up rivoluzionata, con te unico reduce dal disco precedente: cosa ti ha portato a un rivoluzionamento così profondo della formazione?
Fondai la band nel 2007 con un’idea ben precisa riguardo alla musica e agli obiettivi, ovvero quella di suonare un genere che in Italia e all’estero era abbastanza nuovo, unendo il death metal melodico con il progressive metal e il rock acustico. Agli esordi trovai una buona sinergia con gli ex membri, sia a livello umano che prettamente musicale. Nel periodo di lavorazione del primo album “Grave of Deception” gli equilibri all’interno della band iniziarono però a deteriorarsi sino alla inevitabile spaccatura avvenuta verso la fine del 2011. L’ ingresso dei fratelli Giuseppe (chitarra) e Carlo Ferilli (batteria) diede poi nuova linfa vitale alla band che proseguì coi live e con le prime nuove composizioni. Il gruppo cambiò ulteriormente pelle in seguito alla separazione “pacifica” da Stefano De Laurenzi (tastiere, 2007-2015) e Frank Bursomanno (basso, 2008-2017), come da Roberto Vergallo qualche anno prima (chitarra, 2008-2010 – dal 2017 chitarrista e compositore nella mia attuale rock band Maysnow). Lorenzo Valentino (dal 2015) e Simone Iacobelli (dal 2018) completano oggi la line up.

Quanto hanno inciso i nuovi in fase di scrittura?
Hanno inciso in maniera vitale direi, realizzando tutte le musiche e registrando poi tutti gli strumenti, i primis i fratelli Ferilli, che proprio intorno al 2015 (non ricordo esattamente l’anno) mi convinsero anche a non mollare il progetto, assicurandomi che avremmo potuto realizzare un album straordinario. Cosa che è avvenuta davvero!

Aspettare nove anni per pubblicare un disco e ritrovarsi nel pieno del lockdown non deve essere una cosa facile da digerire, quanto vi sta penalizzando questa situazione in fase di promozione del disco?
Il nostro album non avrebbe potuto avere un’uscita più azzeccata! A parte gli scherzi, dopo appunto così tanti anni, mille peripezie, contrattempi e difficoltà varie che solo una band underground conosce, la soddisfazione risulta doppia, addirittura tripla col fattore pandemia. “Six Hours” per ovvi motivi non ha ancora avuto la promozione che forse merita, ma nonostante tutto è abbastanza conosciuto nel mondo underground, grazie alla BadMoonMan Music e all’etichetta madre Solitude Productions, label esperta in ambito doom metal. La mancanza di live poi non gioca a nostro favore, ci è al momento negato il modo migliore per diffondere la nostra musica, ma ritorneremo non appena possibile sul palco e sarà incredibilmete bello.

Il vostro primo album è stata un’autoproduzione, il nuovo invece è uscito, come dicevi prima, per BadMoodMan Music: noti delle differenze in termini di attenzioni da parte dei media e del pubblico?
In effetti si, “Grave of Deception” (datato 2012) non fu accompagnato da nessuna promozione, se non quella legata ai concerti stessi. Oggi le cose sono molto diverse, come ti anticipavo prima, con BadMoonMan Music/Solitude Productions la visibilità è cambiata radicalmente. Continuano ad arrivarci recensioni e feedback positivi da parte del pubblico, su youtube le visualizzazioni dell’album superano le 50 mila e questo non può che renderci orgogliosi.

Trovo che una delle influenze più evidenti sia quella dei Novembre, credi che la comune provenienza geografica, entrambe le band provenienti dal Mezzogiorno d’Italia (anche se la band di Carmelo è ormai di base a Roma da una vita), vi abbia influenzato in qualche modo nella vostra ricerca sonora tanto da arrivare a soluzioni sonore affini?
Non so se sia questione di provenienza geografica, è più dovuto forse ai gusti personali e al bagaglio musicale che ci portiamo dietro. Sicuramente c’è un sentire comune, con le dovute differenze stilistiche.

Quali tematiche tratti nel disco e cosa si cela dietro il titolo “Six Hours”?
Il concept dell’album è incentrato sulla stregoneria. Ho scritto una storia prendendo spunto da diverse testimonianze reali riportate in alcuni documenti che ho visionato e studiato durante la mia tesi di laurea intitolata “Inquisizione e stregoneria nella terra d’Otranto di antico regime”. Il “Salento magico” ha fatto quindi da ambientazione per le vicende di una ex-suora che, nel tormento e nella disperazione, stipula un patto col diavolo. Le canzoni narrano le ultime sei ore di vita della protagonista.

Il vostro nome si ispira all’opera di Lovercraft, pensi che alla luce della vostra evoluzione, che vi ha portato a un disco come “Six Hours”, ci sia ancora un’affinità concettuale con l’autore di Providence?
Assolutamente sì, da amante della letteratura weird e del Maestro HP Lovecraft posso affermare che entrambi gli album hanno attinenza, il primo con venature più fantasy/horror, il seconto più dark horror. Anche l’autore di Providence scrisse racconti a tema stregonesco e col diavolo i protagonista.

Sono pugliese come voi, ritengo che prima del lockdown, almeno qui nella zona di Bari, le cose dal vivo andassero meno peggio che in altre partidel Meridione. Anche da voi in Salento qualcosa di interessante, grazie a locali come l’Istanbul Cafè o ai festival estivi, si muoveva. Quale scenario si prospetta alla fine della pandemia? Ritieni che si potrà ripartire da là dove c’eravamo fermati o sarà dura rialzarsi?
Credo che alla fine di questo incubo non si tornerà alla vita come noi la ricordiamo, nel senso che avremo sempre a che fare con norme sanitarie e provvedimenti speciali soprattutto per i luoghi chiusi e in ambito spettacoli rivolti al pubblico. Ciò però farà da contraltare ad una voglia irrefrenabile di aggregazione e di musica dal vivo. Paradossalmente questo stop forzato potrebbe portare nuova linfa vitale a tutto il movimento musicale e quindi, lo spero davvero, anche a quello metal.

Funeral of Souls – Argentine requiem

VERSIÓN EN ESPAÑOL ABAJO: POR FAVOR, DESPLÁCESE HACIA ABAJO!

Provenienti dall’Argentina e formati a metà del 2017, orgogliosi di portare in alto la bandiera del gothic doom metal, uno stile che è abbastanza raro nel loro Paese natale, i Funeral Of Souls sono una band guidata da Luis Panteon che in questo intervista per Il Raglio Del Mulo ci ha parlato della sua arte, della sua musica e dei suoi progetti.

Benvenuto su Il Raglio Del Mulo, grazie mille per il tempo dedicatoci. Come sono nati i Funeral of Souls? E perché hai deciso di suonare gothic doom metal?
Ciao, come stai? I Funeral of Souls sono nati ufficialmente nel 2017, dopo la separazione, causata dalla differenza di vedute, di una band che esisteva precedentemente. Insieme a Selva Anzorena e Gonzalo Lugosi abbiamo messo insieme questo progetto che ancora oggi va bene. Quando ci siamo riuniti per provare non avevamo pensato a quale stile suonare, il gothic doom metal è arrivato mentre le prove si susseguivano e stavamo componendo nuove canzoni, ci piaceva e gli abbiamo dato una possibilità.

Essendo una delle poche band a fare gothic doom metal in Argentina, vi sentiti in qualche modo responsabilizzati?
Sì, in Argentina non ci sono molte band di questo genere musicale, sappiamo che è difficile, ogni giorno lottiamo sui social affinché ci ascoltino e ci diano spazio, per fortuna non posso lamentarmi perché abbiamo tante radio vicine da cui riceviamo sostegno, così come gli amici che condividono la nostra musica sui loro social. Questo ci aiuta a continuare con forza senza arrenderci.

Di cosa parlano i testi dei Funeral of Souls e cosa volete evocare con le vostre canzoni?
In generale i testi sono scritti dalla nostra cantante Selva Anzorena, che ha assoluta libertà di comporre, nel nostro Ep del 2017 e nel nostro album del 2019 i suoi testi parlavano di amore e odio, leggende metropolitane, demoni, angeli, dei, solitudine, ecc. Sono testi interessanti che vi invito ad ascoltare e leggere.

Come vedi l’ambiente rock metal a sudamericano rispetto a quello di altri paesi o continenti? In termini di coesione tra le band, commercialmente, tecnicamente, musicalmente e in termini di opportunità di diffusione della propria arte.
Sappiamo molto bene che in Sud America ci sono band di livello incredibile, molti credono che l’Europa o gli Stati Uniti abbiano le migliori, ma non penso che sia così. Queste band hanno un grande supporto pubblicitario e finanziario, ma se avessimo tutto questo qui non avremmo nulla da invidiare. Vai su facebook, cerca, troverai tante band che ti sorprenderanno.

Oggi, secondo te, Internet, piattaforme, social network hanno aiutato o sminuito l’essenza del metal estremo?
Non ho dubbi che Internet e i social network abbiano aiutato molto a rendere la musica emergente indipendente ascoltata in tutto il mondo ma ha anche il suo lato negativo, i dischi non vengono più venduti. Questo non ha aiutato molto economicamente le band emergenti, a nessuno importa se il metal vende un milione di dischi in più o in meno, ma a noi interessa vendere anche solo 100 dischi per poter pagare le spese e in questo la musica digitale non ci aiuta.

Puoi parlarci del vostro album “Requiem” uscito l’anno scorso? Come è nata l’idea, quale è stato il processo di registrazione e com’è stata la risposta del pubblico?
Il nostro primo album “Requiem” è stato speciale, penso che tutti quelli che suonano in una band si facciano scappare una lacrima quando possono registrare e pubblicare il proprio materiale in formato fisico. Comporre per due anni, registrarlo e montarlo è una di quelle esperienze che ci ha riempito l’anima. Tutto questo è avvenuto quando abbiamo scritto sette nuove canzoni e abbiamo deciso di registrarle, aggiungendo tre canzoni dall’EP precedentemente registrate nello stesso studio.
Con tutto questo materiale abbiamo pensato che fosse una buona idea pubblicarlo fisicamente, dato che non riuscivamo a trovare un’etichetta, lo abbiamo realizzato in modo indipendente e lo abbiamo promosso in prima persona, un’esperienza, come ho detto prima, molto soddisfacente e gratificante. Molte radio ci hanno trasmesso, paesi come il Giappone ci hanno chiesto dischi, amici dalla Scozia, Ucraina, Italia, Francia, Portogallo, Stati Uniti, Guatemala, Cile, Brasile, ecc… si sono congratulati con noi e hanno chiesto i nostri dischi. Un grande saluto a tutti loro.

Dopo questo difficile 2020, pensi che questa pandemia abbia dimostrato che l’arte è essenziale per la vita delle persone? Ancor di più la musica?
Penso che quest’anno sia stato diverso da tutto, abbiamo avuto più tempo per riflettere, per essere uniti… Nel mio caso mi ha aiutato a finire di comporre nuove canzoni ma forse questa pandemia ha aiutato molte persone ad ascoltare musica e cercare di capire un po’ questa particolare arte. Con la depressione derivante da un anno con poco lavoro, molte persone si sono rivolte per un aiuto alla musica. Se è bastato non lo so… spero di sì, la musica nella vita delle persone è fondamentale.

Quali sono gli obiettivi a medio e lungo termine per la band ora che la vostra prima fatica è fuori?
Abbiamo finito di registrare due nuove canzoni per un album. Siamo stati invitati a partecipare a un disco, per un’etichetta discografica boliviana, che ospita l’Argentina insieme ad altri tre paesi, questo ci dà grande gioia, non vediamo l’ora di avere tutto pronto.

Secondo te, quali sono i fattori nell’underground che rendono molto difficile progredire e dare una migliore vetrina alle band?
Indubbiamente la gelosia, l’invidia e l’ego delle band, non c’è unione in questo ambiente, abbiamo bisogno di stare insieme per tirare tutti dalla stessa parte. È quello che proclamo da tempo, dobbiamo esserne consapevoli. Questo e anche i governi che non aiutano da questa parte del continente, non supportano le band metal, qualunque sia il loro sottogenere, è tutto autogestito, tutto indipendente…

Qual è la difficoltà maggiore nel mondo della musica secondo te? I Funeral of Souls sarebbero disposti a spostarsi in un’altra nazione per avere maggiore visibilità?
Penso che la cosa più difficile sia dover investire i soldi per tutto… mantenere l’attrezzatura, viaggiare, affittare locali per suonare dal vivo, pagare i promotor, dobbiamo pagare tutto in Argentina, l’ambiente è solo spazzatura, non abbiamo supporto economico. Indubbiamente andremmo in un altro paese se ci fossero le condizioni per vivere di musica, sarebbe un sogno poterlo fare, se non ti danno opportunità nella tua terra, devi cercare altri orizzonti, ne abbiamo già parlato e abbiamo raggiunto questa decisione.

https://funeralofsouls.bandcamp.com/releases
https://open.spotify.com/album/1KDZJAtCROaQZnUgeSBz53?fbclid=IwAR0pG1hZc409c8_cXUV9dvt3R6W-JkA7xojDYvHhDV6OW3k4ObwWAFs4krY
https://www.facebook.com/FuneralofSouls

Provenientes de Argentina y formado a mediados del 2017, orgullosos de llevar en alto la bandera del Gothic Doom metal, un estilo por demas bastante escaso en el horizonte del Pais donde proceden, Funeral Of Souls es una banda capitaneado por Luis Panteon el cual en esta entrevista Para Il Raglio Del Mulo nos estara hablando sobre su arte, vision de la musica, planes para la banda y que sentimientos les ahonda al saber que son de los pocos exponentes de su Pais en desarrollar y realizar Gothic Doom metal y que panorama ha traido esta pandemia a nivel global a todas las personas y si realmente se confirma que sin arte el hombre podria subsistir en su soledad.

Bienvenido al Il Raglio Del Mulo, muchas gracias por su tiempo para la entrevista chicos, como nace Funeral of Souls? Y porque decidieron hacer el estilo de gothic doom Metal?
Hola como estan, Funeral of Souls nace en 2017 de forma oficial, somos la separacion de una banda que existia anteriormente y que por diferencias nos separamos. Junto a Selva Anzorena, Gonzalo Lugosi y Luis Panteon armamos este proyecto que hoy en dia sigue en pie con mucha fuerza. Cuando nos juntamos para ensayar no habiamos pensado que estilo tocar, simplemente nacio hacer gothic doom metal a medida que Pasaban los ensayos e ibamos componiendo canciones nuevas, nos gusto y le dimos una oportunidad.

Al ser una de las pocas bandas en hacer gothic doom metal en Argentina como se siente tener ese peso diriamos encima de llevar en alto por todas parte un estilo que en el Pais donde ustedes provienen no es muy realizado.
Si, en argentina no hay muchas bandas de este genero musical, sabemos que es dificil, dia a dia peleamos en las redes sociales para que nos escuchen y nos den un espacio, por suerte no me puedo quejar por que tenemos muchas radios amigas que nos dan su apoyo, al igual que amigos que comparten nuestra musica en sus redes. Esto ayuda a que sigamos con fuerza sin bajar nuestros brazos.

De que tratan las letras de Funeral of Souls, y a que situaciones o filosofia evocaban en sus canciones?
En general las letras son escritas por nuestra cantante Selva Anzorena, la cual tiene libertad absoluta para escribir, en nuetro Ep del año 2017 y en nuestro disco independiente del año 2019 sus letras trataban sobre amor y odio, leyendas urbanas, demonios, angeles, dioses, soledad, etc. Son letras interesantes que invito a escuchar y leer.

Como ven el ambiente del rock metal a nivel Sudamericano con respecto a otros países o continentes? En cuanto a unidad de las bandas, comercialmente, técnicamente, musicalmente, y en cuanto a oportunidades para desarrollar el arte que uno gusta.
Nosotros sabemos muy bien que en Sudamérica hay bandas de un nivell increible, muchos creen que Europa o Usa, tienen las mejores bandas y no creo que sea asi. Si, es verdad que tienen un gran apoyo publicitario y economico encima esas bandas, pero si tuvieramos todo eso aqui no tendriamos nada que envidiarles. Entren a facebook, busquen, van a encontrar muchas bandas que los va a sorprender.

Hoy día en la Opinión de Ustedes, el internet, las plataformas, las redes sociales, han ayudado o han hecho diluir la esencia de la Música Extrema? entiéndase por calidad, Y en tu opinión que cosas estas herramientas han fortalecido pero también han debilitado.
No tengo dudas que internet y las redes sociales ayudaron mucho a que la musica independiente – emergente se escuche en todo el mundo pero tambien tiene su lado malo, ya no se venden discos, esto ayudaba mucho a las bandas emergentes de forma economica, a nadie le importa si metalica vende un millon mas o menos de discos, pero a nosotros si nos importa vender aunque sea 100 discos para poder solventar nuestros gastos y en eso…. la musica digital no nos ayuda.

Podrían hablarnos de su primer disco “Réquiem” del año pasado, cómo surgió la idea del disco, como fue el proceso de grabación y como fue la receptividad afuera con el material?
Nuestro primer disco Réquiem fue especial, creo que todos los que tocamos en una banda se nos cae una lagrima cuando podemos grabar y sacar nuestro material en formato fisico. Componer durante 2 años , grabar y editarlo es una de esas experiencias que nos llena el alma. Todo esto surgio cuando compusimos 7 canciones nuevas y decidimos grabarlas, agregando 3 canciones del EP anteriormente grabado en el mismo estudio. Con todo esto creimos que fue buena idea sacarlo de forma fisica, al no encontrar sello lo sacamos de forma independiente y lo presentamos con bandas amigas, una experiencia como dije antes, muy satisfactoria y gratificante. Muchas radios amigas nos difundieron, paises como Japon nos pidieron discos , amigos de Escocia, Ucrania, Italia, Francia, Portugal, Usa, Guatemala, Chile, Brasil, etc….. nos felicitaron y solicitaron nuestros discos. Saludo grande para todos ellos.

En este Difícil 2020, ustedes creen que con esta pandemia se demuestra que el arte es fundamental para la vida de las personas? Más aun la Música?
Creo que este año fue diferente a todo, tuvimos más tiempo para reflexionar, para estar unidos… En mi caso me sirvio para terminar de componer nuevas canciones pero a mucha gente quizas le sirvio esta pandemia para escuchar musica y tratar de entender un poco mas sobre este arte tan particular, con depresion por un año con poco trabajo mucha gente se volco a escuchar mas musica, no lo se… ojala asi sea, la musica en la vida de las personas es fundammental.

Cual son los objetivos ahora a mediano y largo plazo para la banda al ya concretar el primer material discográfico?
Terminamos de grabar 2 canciones nuevas para un album al que fuimos invitados, tenemos el placer de participar en un disco representando a Argentina junto a 3 paises mas, se imaginan que nos da mucha alegria esto, la idea es que este album salgo bajo un sello discografico boliviano, esperamos con ansia tener todo listo.

Cuales son a su criterio las cosas que hacen muy difícil al underground progresar y tener una mejor vidriera y capacidad para que las bandas puedan progresar?
Sin dudas los celos, la envidia y egos de las bandas, no tenemos union en este ambiente, necesitamos estar juntos para tirar todos para el mismo lado. Es lo que vengo pregonando hace tiempo, tomemos conciencia. Esto y tambien los goviernos que no ayudan en este lado del continente, no apoyan a las bandas de metal sea del subgenero que sea, es todo a pulmon, todo independiente…..

Que es lo más duro para ustedes en su opinión Personal con respecto a la música, y En algún momento Funeral of Souls estaría dispuesto a dar el paso de continuar en otro País?
Creo que lo mas dificil es tener que estar poniendo dinero para todo… mantener nuestros equipos, viajar, alquilar los lugares para tocar en vivo, pagar promotores, tenemos que pagar para todo en Argentina, esta muy basureado el ambiente, no tenemos apoyo economico. Sin dudas que iriamos a otro pais si estuvieran dadas las condisiones para vivir de la musica, seria un sueño poder hacerlo, sino te dan oportunidades en tu tierra, tenes que buscar otros horizontes, ya lo charlamos y llegamos a esta desicion. Muchas gracias queridos amigos por entrevistarnos y apoyar nuestra musica, les dejamos nuestras redes para que nos escuchen y sepan mas de nosotros.

https://funeralofsouls.bandcamp.com/releases
https://open.spotify.com/album/1KDZJAtCROaQZnUgeSBz53?fbclid=IwAR0pG1hZc409c8_cXUV9dvt3R6W-JkA7xojDYvHhDV6OW3k4ObwWAFs4krY
https://www.facebook.com/FuneralofSouls

Oceana – Le onde del passato

Il mare talvolta riporta a riva oggetti che paino arrivare dal passato. Le onde del tempo ci hanno donato in questi primi giorni del 2021 un progetto che ormai sembrava sepolto definitivamente, rilegato alle chiacchierate tra vecchi nostalgici della scena underground italiana dei primi anni 90. Gli Oceana emergono dalle schiume come Venere e lo fanno portando in dono un disco, “The Pattern” (Time To Kill Records \ Anubi Press), che si spera possa essere di buon auspicio per il 2021.

Ciao Massimiliano (Pagliuso, Novembre), cosa ti ha spinto a lasciare nel cassetto un progetto per un quarto di secolo per tirarlo fuori proprio nel pieno di una pandemia?
Innanzitutto, ciao e grazie per questa intervista! In realtà, non c’è stata nessuna scelta o decisione presa a tavolino dietro al nostro ritorno sulla scena: una sera di maggio, nel 2019, ho semplicemente chiesto a Sancho (il batterista, nonché mio migliore amico da 30 anni) se avesse voluto rimettere in piedi gli Oceana insieme a me e lui ha risposto di sì! Ovviamente, coinvolgere di nuovo Gianpaolo (l’altro chitarrista) è stato praticamente automatico.

Prima di soffermarci sul presente, ti andrebbe di tornare ai primi giorni degli Oceana: come nascono e con quali influenze?
Gli Oceana nascono nel 1993, anche se con un altro nome, e le nostre influenze di allora erano i Paradise Lost, gli Edge Of Sanity, i Nightingale, oltre a gruppi storici come Metallica, Megadeth, Dream Theater. Abbiamo sempre amato più di un genere e, nei nostri lettori CD dell’epoca, potevi trovare “Supremacy” degli Elegy, tanto quanto “Crimson” o “Purgatory Afterglow” degli Edge Of Sanity”. Come band, siamo nati durante il periodo del liceo, quando l’essere amici con interessi musicali comuni portava quasi sempre a creare una band, pur di potersi esprimere.

Credi che rispetto all’idea iniziale gli Oceana di oggi siano abbastanza fedeli o inevitabilmente hanno risentito del passare del tempo?
Siamo indubbiamente cambiati (spero migliorati!) nel songwriting: i primi pezzi del gruppo, periodo ’94/’96, erano sicuramente più doom e meno progressivi, mentre dal ’97 in poi abbiamo cominciato a sbizzarrirci di più con soluzioni meno convenzionali e più interessanti, sia armonicamente che melodicamente.

Cosa avete provato a lavorare nuovamente insieme? La formazione è pressoché la stessa dato che tu e Alessandro “Sancho” Marconcini avete fondato il gruppo e Gianpaolo Caprino si è unito a voi nel 1997.
Tornare a lavorare con Sancho e Gianpaolo è stato stupendo, essendo noi tre assolutamente complementari. Ci tengo a ricordare il rapporto di amicizia che ci lega da trent’anni: quando ti conosci così bene da tutti questi anni è impossibile avere sorprese in negativo. Posso dire che lavorare a “The Pattern” insieme, dopo un periodo di “fermo” di vent’anni, è stato addirittura terapeutico per noi: abbiamo potuto migliorare tante cose e tanti aspetti dei nostri caratteri, arrivando a “rimodellare” la band a 360 gradi, in più aspetti. Io ne sono particolarmente felice!

Siete ripartiti dai vecchi brani o avevi già dei pezzi nuovi?
L’idea era quella di riregistrare tutti i pezzi degli Oceana (la fase “demo/ep”, quella del mini CD “A Piece Of Infinity” mai uscito, la lunga suite “Atlantidea Part 1”) e aggiungere un’inedito ed una cover. Ovviamente, essendo “You Don’t Know” il nostro pezzo più recente (2019), lo abbiamo scelto come singolo e lo consideriamo un biglietto da visita perfetto per presentare i nuovi Oceana al mondo.

Avete mai avuto la tentazione di ristampare l’EP, magari come bonus per “The Pattern”?
L’idea c’è stata, ma non avrebbe avuto senso, dal momento che “The Pattern” contiene già i pezzi dell’EP.

La squadra che ha lavorato al disco “puzza” molto di Novembre, il tuo gruppo principale: hai collaborato con Giuseppe Orlando e Dan Swanö: come mai hai deciso di circondarti di amici e non magari di staccare completamente i due progetti?
La volontà di lavorare con Giuseppe per quanto riguarda la registrazione di voci e chitarre acustiche è stata una mia precisa scelta: il suo studio possiede una sala di ripresa che suona magnificamente (anche grazie al perfetto equilibrio tra zone “assorbenti” ed altre in porfido, “riflettenti”) e lo reputo il miglior producer per quanto riguarda la voce. Ci conosciamo da più di vent’anni e mi trovo bene a cantare solo con lui. Per quanto riguarda Dan, il discorso è ancora più semplice: è letteralmente il mio idolo, da sempre. Lo reputo il mixing engineer più pragmatico e smart che abbia mai visto in vita mia ed il suo essere sia produttore che musicista sopraffino ha reso possibile un missaggio estremamente intellegibile, anche nelle parti più complesse e con molti layers.

Il mondo è cambiato parecchio dalla prima metà degli novanta, come hanno influito questi stravolgimenti culturali e sociali sui testi?
Il mondo si è letteralmente trasformato in questi ultimi 20 anni e non nego di aver dovuto riadattare dei vecchi testi per poterli rendere al meglio nel 2021… Sicuramente il prossimo album avrà testi ancora più attuali ed inerenti a ciò che stiamo vivendo. Purtroppo non si può più far finta di niente e parlare solo di cavalieri o elfi…

Mentre la decisione di coverizzare “The Unforgiven” dei Metallica come è nata?
Beh, “The Unforgiven” è uno dei miei pezzi preferiti dei Metallica e l’idea di poterci mettere le mani mi ha sempre allettato: abbiamo cercato di renderla nostra senza stravolgerla troppo e spero che il risultato vi piaccia!

Credo di aver intercettato un tuo commento sui social in cui dicevi che la copertina di “The Pattern”, firmata da Travis Smith, è la più bella mai avuta su un tuo lavoro. Mi spiegheresti il significato dell’immagine?
Spiegare un’immagine è molto complicato, soprattutto quando si parla di “surreale” o di “metafisico”: diciamo che l’idea era quella di rappresentare un mondo in pieno declino, sommerso dal mare, dove dalle sue ceneri comincia a nascere un nuovo mondo, consapevole degli schemi ricorrenti e della virtualità/olograficità della nostra realtà. I sopravvissuti a questa fine del mondo li immagino sotto al torii giapponese che si vede in lontananza, raccolti in una nuova preghiera senza etichetta. Niente Cattolicesimo o Buddismo, o altro… solo pura e umana spiritualità. Nella speranza di un nuovo mondo più empatico.

Restrizioni a parte, se si dovesse riprendere con l’attività live, porterete in giro gli Oceana o nelle vostre intenzioni si tratta di una mera esperienza da studio?
Gli Oceana non sono assolutamente un progetto, ma una vera e propria band in piena attività: superata questa brutta storia chiamata Covid19, faremo di tutto per poter portare la nostra musica ovunque. Stiamo già provando da mesi e mesi per prepararci ai futuri live. Non vediamo l’ora di suonare dal vivo davanti ai nostri fans!

Dread Sovereign – Alchemical warfare

ENGLISH VERSION BELOW: PLEASE, SCROLL DOWN!

I Dread Sovereign sono stati fondati a Dublino, in Irlanda, circa dieci anni fa dal cantante dei Primordial, Nemtheanga, per rendere tributo alla vecchie scuola doom, black ed heavy metal! È uscito da poco il nuovo album della band, il primo sotto Metal Blade, “Alchemical Warfare”, per ciò abbiamo deciso di fare una chiacchierata con il leader di questa oscura creatura.

Ciao Nemtheanga, “Alchemical Warfare” è un buon modo per iniziare il 2021 e dimenticare l’orribile 2020, ma durante la sessione di songwriting sei stato influenzato dalla pandemia?
Nah, abbiamo scritto e registrato l’album nel 2019 prima di questo casino, quindi l’album non ha nulla a che fare con l’emergenza. Il 2020 è stato davvero un anno da dimenticare, ma non parlare troppo presto, il 2021 potrebbe benissimo andare peggio: dobbiamo aspettare e vedere.

Questo è il tuo primo album per la Metal Blade, ti sei sentito sotto pressione durante la scrittura delle canzoni?
No per niente. La Van Records è fantastica e sono molto affezionato a loro, ma il nuovo album è più straight up metal, aveva più senso stare con Metal Blade. Niente di grave, sono entrambe fantastiche in modi diversi. Nessuna pressione, faccio sempre la stessa cosa.

Il titolo “Alchemical Warfare” mi fa pensare a qualcosa tipo guerra tra le aziende farmaceutiche per il vaccino e il suo business. Qual è il vero significato?
Ah no, l’alchimia è ciò che potremmo chiamare la scienza / ricerca magica / processo medievale per trasformare gli elementi di base in metalli preziosi, cosa che ossessionava gli ordini occulti ermetici durante il post-illuminismo in Europa. Argomento a cui sono molto interessato, come metafora rappresenta l’ideale dell’autorealizzazione, in quel momento ti ritrovi dentro una guerra!

I Dread Sovereign sono un tributo al doom della vecchia scuola, al black e all’heavy metal, ma pensi che il tuo sound sia cambiato rispetto al primo EP?
Beh, non è un tributo no… la band esiste di per sé, ma non avevo intenzione che fosse originale, non me potrebbe fregare di meno, ad essere onesto. E’ quello che è. Il suono è un po’ più uptempo, più NWOBHM, c’è dell’old school metal lì dentro… Nessun cambiamento enorme.

Come cambia il tuo approccio vocale dai Primordial ai Dread Sovereign?
Beh, è ​​sempre la mia voce, quindi non ci possono essere tante differenze, ma nei DS sono più libero di cantare con gli alti, più metal, uso dell’idee interpretative diverse che non si adattano ai Primordial. Nei DS la voce anche è un po’ più in second’ordine rispetto alla musica.

È nato prima il tuo amore per il basso o per la voce? Ed è difficile per te cantare e suonare il basso insieme sul palco?
Ah, non sono un vero proprio musicista con un talento naturale, quindi entrambe le cose sono state dei ruoli che ho intrapreso, ma mi accontento delle abilità che ho. Li amo entrambi per motivi diversi. Comporre per i DS alla chitarra è molto diverso, non sono affatto un grande chitarrista, ma so quello che voglio. E’ stato difficile senza dubbio, ma è diventato più facile con il passare degli spettacoli…

I Dread Sovereing sono una band orientata al basso o durante la composizione delle canzoni tutti i membri sono liberi di creare qualcosa?
Chiunque è libero di contribuire con qualsiasi cosa! Tendo ad accentrare forse duo/tre cose nella musica, ma Bones scrive anche canzoni. E’ tutto là fuori …

Quanto è divertente per te scrivere un testo per Dread Sovereign?
Divertente? Non è per nulla è divertente (ridendo). E’ diverso dai Primordial, nei DS non ho il peso storico culturale, sono libero di essere influenzato da qualsiasi cosa, è tutto scritto in uno stile horror occulto, fatti storici intrecciati tra sogno e incubo!

Quali canzoni di “Alchemical Warfare” suonerai dal vivo quando sarete in grado di andare in tour?
Chissà, credo che che attraverseremo quel ponte quando arriverà il momento in cui potremo farlo.

Dread Sovereign was formed in Dublin, Ireland about a decade ago by Primordial vocalist, Nemtheanga, to give praise to filthy cult old doom, black and heavy metal! The new album of the band, the first under Metal Blade, “Alchemical Warfare” is now out, so we decided to have a chat with the leader of this obscure creature.

Hi Nemtheanga, “Alchemical Warfare” is a good way to start 2021 and forget the horrible 2020, but the during the songwrting session was you influenced by pandemic?
Nah, we wrote and recorded the album in 2019 before this mess so the record has nothing to do with the pandemic. 2020 has indeed been a year to forget but dont speak too soon 2021 might very well be worse. We have to wait and see.

This is your first album under Metal Blade, did you feel under pressure during the songwriting process?
No not at all. Van Records is awesome and much love to them, but the new album is more straight up metal, made more sense to be with Metal Blade. No big deal. They are both great in different ways. No pressurs, I always do the same thing.

The title “Alchemical Warfare” minds me something about war between pharmaceutical companies for the vaccine and its business. Which is the real meaning?
Ah no, alchemy is what we could call the medieval science/magical search/process for turning base elements into precious metals that obsessed hermetical occult orders in the post Europe enlightenment. Which I am very interested in, as a metaphor it represents the ideal of self actualization. Finding yourself within that is the war right now!

Dread Sovereign are a tribute to old school doom, black and heavy metal, but do you think your sound is changed from the first EP?
Well not a tribute no. The band exists in it’s own right, but i had no intention for it to be original, I could care less to be honest. It is whats it is. the sound is a bit more uptempo, more NWOBHM and old metal in there… no huge change.

How does change your vocal approach from Primordial to Dread Sovereign?
Well, is still my voice so there can only be that many differences, but in DS I am freer to sing higher, more metal, use different random ideas that don’t fit into Primordial. In DS also the vocals are set back a bit more into the music.

Was born first your love for bass or for vocal? And is difficult for you to sing and play bass together on stage?
Ah, I am not really a natural musician so they both have been a task, but you make do with the tools you have. I love them both for different reasons. Composing for DS on guitar is very different, I’m not a great guitar player by any means, but I know what I want. It was hard no doubt but got easier as the shows went by…

Are Dread Sovereing a bass oriented band or during the songwriting all the member are free to create something?
Eveyrone is free to contribute anything! I tend to do maybe 2/3rd of the music but Bones writes songs as well. It’s all out there…..

How funny is for you to write a lyric for Dread Sovereign?
Funny? nothing is funny (laughs) ah it’s different to Primordial, DS doesnt have the cultural historical weight. I am free to be influenced by anything in DS, but all written in this style of occult horror, historical facts woven into dream and nightmare!

Which songs form “Alchemical Warfare” will you play live when you’ll be able to touring?
Who knows, I guess we cross that bridge when we can come to it.