Di’Aul – Sortilegio macabro

I Di’Aul hanno lanciato il proprio sortilegio macabro scandendolo con i tempi gravi del doom. “Abracamacabra” (MooDDoom Records \ NeeCee Agency) è un nenia, che riprende la lezione dei Cathedral più psichedelici, in cui doom e sonorità acide e lisergiche si fondano alla perfezione.

Benvenuti, il vostro nuovo album, “Abracamacabra” è fuori da un mesetto, vi andrebbe di fare un primo bilancio dell’accoglienza ricevuta dai fan e dagli addetti ai lavori?
Ad esser sinceri siamo rimasti molto colpiti da tutte le recensioni positive e dai tanti complimenti ricevuti; abbiamo lavorato duro su questo disco e vedere tutti questi feedback positivi ci rende veramente felici!

Avete tirato fuori sino ad oggi, se non erro, due singoli con relativi video dall’album. Si tratta di “Thou Crawl”, brano d’apertura del disco, e della title-track. Come mai avete scelto di utilizzare questi due brani come biglietto da visita dell’intero lavoro?
“Thou Crawl” è quello che consideriamo il brano più di impatto del disco, motivo per cui abbiamo scelto di utilizzarlo come opener, quindi, per lo stesso motivo è diventato il primo singolo. “Abracamacabra” l’abbiamo scelta in quanto canzone più rappresentativa dell’intero lavoro, perché è molto evocativa, ha parti melodiche e parti pesanti ed è parecchio dinamica.

In un contesto in cui l’attività live è stata bloccata per un paio d’anni, quanto è importante il feedback positivo sui social, YouTube e sui siti specializzati per una band? E quanto di questo parlare di un disco si traduce in vendite e date live?
Bè, sicuramente avere feedback positivi sui social porta più seguito e più visibilità, però non sempre il riscontro con la “realtà” delle vendite e dei live va di pari passo… diciamo che, purtroppo, ma anche per fortuna, il confronto virtuale è divenuto primario in tutti gli ambiti artistici. Se da una parte si corre il rischio di non avere una reale percezione del prodotto e dell’artista che lo ha creato, dall’altra, come ci ha imposto la pandemia, è un ponte invisibile capace di avvicinare tutto il mondo. Bisogna solo capire come usarlo al meglio.

Non mi pare che la pandemia, almeno dal punto di vista delle release, vi abbia bloccato, avete mantenuto inalterati i vostri ritmi che via hanno visto pubblicare dal 2013 ad oggi una mezza dozzina di uscite. Come vi spiegate questa prolificità compositiva abbinata ad un’alta resa qualitativa?
Il nostro segreto sono le jam in sala prove: siamo fermamente convinti che l’improvvisazione aumenti il feeling e produca le migliori idee. Sono 10 anni che suoniamo insieme (4 anni con Rex alla batteria), siamo arrivati al punto di capirci anche senza guardarci. Poi abbiamo imparato a non svilire o sottovalutare mai le idee che ognuno di noi porta in sala, piuttosto le stravolgiamo, ma cerchiamo sempre di ricavarne qualcosa che ci piaccia.

Lo split LP con i Mos Generator (2020, Argonauta Records) ha visto il debutto su disco del vostro nuovo batterista, Andrea “Rex” Ornigotti” (Gunjack e Conviction). Quale novità ha portato il suo ingresso e quale ruolo ha avuto nella composizione di “Abracamacabra”?
Rex ha dato una reale svolta alla band: con il suo drumming è riuscito a dare maggiore groove ad ogni pezzo dei Di’Aul ed ha apportato un sacco di nuove idee. Inoltre, le sue capacità di grafico e la sua intraprendenza sul web, ci hanno permesso di migliorare il nostro modo di lavorare anche al di fuori della sala prove. In questo disco ovviamente ha partecipato alla scrittura di ogni brano e poi, grazie a lui, abbiamo avuto modo di conoscere Marco Barusso, con cui abbiamo registrato.

Possiamo considerare “Abracamacabra” un concept album?
E’ un concept album a tutti gli effetti, sono sette storie parallele che si incontrano in un finale cupo e penso che il tutto sia molto ben rappresentato dall’artwork, curato da Francesca Vecchio.

La settima domanda non può che essere sul numero 7. “Sette storie, sette personaggi, una madre”. Sette brani nella tracklist. Che significato ha per il disco e per voi il numero 7?
Al di là del significato che può avere il numero sette in molte culture o credi, basti dire che lo stesso Platone lo definiva “Anima Mundi”. E’ considerato il numero perfetto: per noi lo è stato nella scelta, in parte voluta ed in parte venuta per caso, delle tracce da inserire in questo lavoro.

Mi piace molto il mood dell’album, mi ha ricordato quello di alcune uscite dei miei amatissimi Cathedral, un mix di doom e suoni acidi di matrice anni 70. Quando siete entrati in studio avevate ben chiaro che sound avrebbe avuto il disco?
Innanzitutto grazie mille per il complimento, i Cathedral sono una delle nostre band preferite! Abbiamo lavorato parecchio suoi suoni e sulle frequenze fino ad arrivare ad un insieme che ci soddisfacesse appieno, poi abbiamo deciso di registrare come si faceva negli anni 70, cioè in presa diretta tutti nella stessa stanza (a parte la voce che è stata fatta separatamente) di modo da ottenere un mood più coerente con la nostra musica. Ne approfitteremmo per ringraziare Marco Barusso (Lacuna Coil, Coldplay, ecc…) che ha curato sia la parte di registrazione che quella di mixaggio.

Avete già ripreso l’attività live oppure state aspettando che le cose si rimettano definitivamente in carreggiata per promuovere dal vivo “Abracamacabra”?
Abbiamo ripreso da poco con un release party al The Old Jesse a Saronno, abbiamo già qualche data e stiamo lavorando sulle date future… è un periodo difficile per la musica live, ma siamo sicuri che si riuscirà a tornare alla normalità in breve tempo!

Messa – I pellegrini del doom

I Messa tornano con un disco clamoroso, il terzo della loro incredibile discografia. “Close” (Svart Records \ DNR Agency) proietta la band in una dimensione nuova che, ne siamo certi, regalerà una visibilità internazionale al gruppo.

Benvenuto Marco (Zanin), “Belfry” e “Feast for Water” hanno riscosso ottimi consensi, per questo in molti si aspettavano da voi l’ennesimo grande album: avete avvertito molta pressione durante le registrazioni di “Close”?
Grazie infinite, innanzitutto. La celebre “pressione” del terzo disco non l’abbiamo percepita più di tanto, e se c’era è stata subito soppiantata dall’entusiasmo di produrre nuovo materiale. Le registrazioni sono state un’esperienza unica.

“Close” è sicuramente uno degli album più belli che io abbia ascoltato negli ultimi mesi, voi cosa avete provato quando avete sentito per la prima volta il disco finito?
Penso sia difficile dare dei giudizi oggettivi mentre produci del materiale che hai creato tu stesso. Diciamo che le vibrazioni giuste le abbiamo percepite già dalle prime take che abbiamo fatto in studio.

Mentre lavoravate all’album avevate la percezione di quello che stavate facendo oppure in quel momento eravate così presi dai singoli brani da non avere una visione d’insieme?
“Close” ha avuto uno sviluppo lento ma costante. Abbiamo studiato tutti e quattro una totale visione d’insieme del disco prima di andare in studio, ed è stato fondamentale. Durante le fasi di registrazione però è bello sperimentare ed interpretare la direzione presa in fase di pre-produzione.

Come sono nate le canzoni? Quanto siete stati influenzati dai bruschi cambiamenti che le nostre vite hanno subito negli ultimi anni?
I pezzi sono il frutto di due anni di lavoro e di vita. Alcuni pezzi hanno ormai più di due anni, altri li abbiamo composti durante la fase di lockdown più intenso. “Dark Horse” è addirittura stata composta solamente due settimane prima di entrare in studio. Il periodo storico ha decisamente influenzato la composizione e l’arrangiamento di “Close”. Il nostro obiettivo era quello di far viaggiare l’ascoltatore con i brani.

“Close” mi pare un disco aperto alle più svariate influenze, oggi vi considerate ancora una doom band o questa etichetta vi va stretta?
L’unica etichetta che non gradiamo ma che spesso ci affibbiano, è “Female Fronted”. Inutile dire che la troviamo decisamente fastidiosa…

Già che ho tirato in ballo il titolo, “Close”, me lo spiegate?
“Close” è un titolo che la cantante Sara ha proposto molto tempo prima delle registrazioni del disco. Ce ne siamo innamorati da subito, e crediamo che possa essere un termine chiave per comprendere la musica nei suoi aspetti più ermetici e sensoriali.

Guardando le tre copertine dei vostri album direi che quella di “Belfry” trasmette una sensazione di staticità, di tempo immobile, mentre “Feast for Water” e “Close” di movimento. E’ una mia interpretazione strampalate di quelle immagini oppure c’è qualcosa di vero in quello che dico e che può in qualche modo essere riconducibile una vostra percezione differente della musica negli anni?
E’ una lettura interessante. Sinceramente non abbiamo mai fatto caso ad un overview in questo senso.

Avete pubblicato con etichette differenti – Aural Music, Ripple Music – per approdare oggi alla Svart. Però siete partiti autoproducendovi, alla luce delle vostre esperienze quanto conta per una band avere una casa discografica alle spalle?
Chiaramente avere una label al tuo fianco può dare un notevole aiuto alla band, su questo non ci sono dubbi. Ci deve però essere molta passione – e da entrambe le parti. Se l’etichetta non è appassionata al gruppo (paradossalmente) può fare più danni che altro. Noi siamo sempre stati fortunati e abbiamo sempre trovato collaboratori vivamente interessati al nostro progetto.

Quando pareva che ci fossimo messi alle spalle la pandemia, ecco che sull’Europa tornano i venti di guerra: partirete in tour oppure preferite aspettare un po’ e capire come si evolveranno le cose a livello internazionale?
Oltre alle prime date Italiane di Marzo, il nostro tour Europeo partirà il 15 di Aprile dalla Slovenia per poi proseguire in Austria, Germania, Francia, Belgio, Danimarca, Polonia e Repubblica Ceca. Chiaramente staremo a vedere gli sviluppi di questa situazione.

Vito Marchese – The witness marks

I Novembers Doom sono una delle più importanti band doom statunitensi. Nati a Chicago nel 1992, fino ad oggi hanno realizzato 11 album nell’arco di una carriera incredibile. Vito Marchese, chitarrista di questa fantastica band, ci ha parlato della sua musica, dei Novembers Doom e dell’odierna industria musicale metal…

Ciao Vito, benvenuto su Il Raglio del Mulo, è un piacere di averti qui. Come è iniziata la tua avventura nel metal?
Ciao, Luis e Il Raglio del Mulo. Grazie per avermi fatto questa intervista! Mi sono avvicinato alla musica rock per la prima volta quando avevo circa 9 o 10 anni e ho sentito i Rush. Lì è iniziato il mio viaggio musicale, poco dopo ho scoperto il “Black Album” dei Metallica, questo mi ha fatto venire voglia di suonare la chitarra. Ho iniziato a imparare ogni riff dei Metallica che potevo e ho passato ore e ore al giorno a esercitarmi. Un paio di anni incontravo la scena rock/grunge alternativa degli anni ’90, cosa che ha portato nuovi elementi nel mio modo di suonare. Poi ho sentito il metal estremo per la prima e da quel momento i miei gusti musicali hanno continuato a diventare sempre più pesanti. Stavo cercando di imparare il più possibile da tutti i tipi di rock e metal. All’età di 20 anni, mi è stato chiesto di fare un provino per i Novembers Doom, il che è stato piuttosto pazzesco. Ero un grande fan della band, quindi è stato un grande shock per me.

Com’è fare metal in Europa, cosa significa far parte di una grande band come Novembers Doom?
Esibirmi dal vivo in Europa era un mio sogno e sono così contento di averlo potuto fare con i Novembers Doom. I fan europei sono fantastici e ci danno sempre il benvenuto ovunque andiamo. Alcuni dei miei ricordi ed esperienze preferite della mia vita sono legati ai tour in Europa.

Hai mai pensato di mollare tutto per tornare a una vita normale?
Non credo che smetterò mai di fare musica per tornare a una vita “normale”, anche perché la mia vita è comunque abbastanza “normale”! Sono semplicemente fortunato perché a volte posso andare a suonare concerti incredibili in diverse parti del mondo.

Quali sono i principali problemi che devono affrontare le band all’interno della ormai satura scena metal?
Penso che il problema principale che le band devono affrontare ora sia cercare di convincere la gente a prestare loro attenzione. Ci sono così tante band e musicisti che cercano di farti ascoltare la loro musica o guardare i loro video che a volte può essere davvero troppo: è difficile far emergere la tua band dal resto! Un altro problema è che le persone tendono ad avere una bassa soglia di attenzione, ciò significa che potrebbero ascoltarti per una settimana e poi dimenticarti e magari passare alla cosa successiva. Fortunatamente per noi, i Novembers Doom hanno una fedele fanbase che ci ha supportato nel corso degli anni.

Secondo te, cos’è che impedisce la crescita di una band underground?
Penso che l’underground sarà sempre l’underground, il che è sia una cosa negativa che una buona. È brutto perché le persone non presteranno sempre attenzione a cose che non sono nel mondo della musica mainstream, ecc, la cosa buona dell’underground è che fa sentire le persone e le band che ne fanno parte legate tra loro perché hanno qualcosa di speciale in comune. È molto difficile guadagnare facendo musica al giorno d’oggi, specialmente nell’underground. Non c’è neanche bisogno di tirare in ballo il Covid, che con i suoi blocchi ai tour, perché già da prima le persone molto raramente compravano musica. Tutto è sui siti di streaming, con pochi soldi che vanno agli artisti. Penso che le band debbano iniziare a cercare altre entrate, realizzando prodotti o offrendo servizi ai fan e ad altre band.

Le piattaforme, quindi, sono più una maledizione che una benedizione per le band?
Penso che avere accesso alle piattaforme di musica digitale sia al contempo una benedizione e una maledizione. È una benedizione perché ora è facile per le persone avere un posto dove ascoltare la musica, hai accesso praticamente a tutta la musica mai fatta sul tuo telefono o sul tuo computer. Lo svantaggio di tutto questo è che ora le persone sono portate a pensare di non aver bisogno di pagare per la musica o pensano di supportare sufficientemente band e artisti semplicemente ascoltando in streaming la loro musica. Questo aiuta, ma le entrate sono state drasticamente ridotte. Inoltre, ora che ogni band può diffondere la propria musica sulle piattaforme di streaming, non importa quanto sia buona o cattiva, è molto difficile farsi notare senza che tu sbatta costantemente il tuo nome in faccia alle persone.

Per quella che è la tua esperienza, una band underground può avere successo solo se ha una grande etichetta alle spalle o può farne a meno sfruttando al meglio i social?
Penso che questo dipenda dalla band. Puoi assolutamente farcela senza un’etichetta discografica, ma devi avere buone basi di marketing per poter raccogliere i soldi necessari per le registrazioni e per la pubblicità, ecc. Può essere molto difficile e opprimente dover pubblicare una miriade di post sui social media ogni giorno per mantenere alta l’attenzione sulla tua band. Senza dimenticare che devi preoccuparti, allo stesso tempo, di creare nuova musica. Avere un’etichetta discografica è fantastico perché c’è un team che può aiutarti a fare tutto mentre tu ti concentri solo sulla musica. Noi siamo fortunati ad avere la Prophecy Productions come nostra etichetta discografica, si prende molta cura di noi.

Cosa pensi che debba cambiare urgentemente nell’industria musicale?
Penso che ci siano molte cose che devono cambiare, ma non so se sarà possibile cambiarle a breve. Come ho detto prima, i siti di streaming hanno reso troppo facile per le persone pensare di non dover pagare per la musica. Questo ovviamente danneggia le band e la loro capacità di continuare a fare quello che stanno facendo. Cercare di usare i social media per convincere le persone a prestare attenzione alla tua band è super difficile. La maggior parte delle volte devi spendere soldi affinché i tuoi post raggiungano tutti i tuoi follower. E i social media non mostreranno le tue cose alle persone se stai cercando di convincerle a lasciare la loro piattaforma, pubblicare qualcosa con un link esterno dal quale le persone possono acquistare le tue cose è difficile. Magari qualcuno che ha miliardi di dollari ed è un grande fan della musica underground un giorno creerà una nuova piattaforma che aiuti le band a promuoversi gratuitamente, dove vendere prodotti fisici senza prendere alcun tipo di denaro per questo.

Torniamo alla tua carriera, a quali altri progetti, oltre ai Novembers Doom, hai contribuito?
Finora ho registrato sette a full con i Novembers Doom, ho fatto un album con i Divinity Compromised, attivi dal 2009, ma non sono più in quella band. Ho un progetto strumentale post-rock/metal chiamato The Kahless Clone e finora abbiamo fatto due EP. Ho registrato anche un paio di parti di chitarra come ospite in alcuni dischi, gli ultimi dei quali per i Myrkgand dal Brasile/Portogallo e i Dismal dal Paraguay.

Cosa ti spinge a fare metal?
Creare musica metal è qualcosa che mi viene naturale ogni volta che mi siedo con una chitarra in mano. Ovviamente scrivo anche cose che non sono metal, ma la maggior parte delle volte è metal. Posso trarre ispirazione dalle colonne sonore di film, da qualcosa che un’altra band ha scritto o semplicemente stando in una stanza e suonare con i membri della mia band. Mi dà molte più soddisfazioni scrivere metal che altri generi musicali.

Qual è il sogno che non hai ancora realizzato ma per il quale stai lavorando duramente?
In questo momento mi sto concentrando sull’avviamento della mia attività di libri di tablature per chitarra che ho chiamato Resistance HQ Publishing. Ho iniziato questa attività per i Novembers Doom, poi sono passato anche quelli di altre band. Il mio sogno è riuscire a rendere questo business abbastanza grande da poter scrivere libri per molti tipi diversi di band e artisti. La maggior parte del mio tempo lo dedico al lavoro e alla creazione di nuova musica.

Leta – Urla dal rogo

I Leta nascono nel 2016 per volontà di un manipolo di artisti salentini già attivi in passato in altre realtà (Muffx, Hopesend, Impero delle Ombre, Witchfield, Ghost of Mary, Burning Seas, Serial Vice). Ci son voluti ben cinque anni per ascoltare l’esordio discografico “Condemned to Flames”, album che riprende la tradizione doom italica e l’arricchisce con spunti, blues, prog e psichedelici. Abbiamo chiesto ad Ilario Suppressa di presentarci questa nuova creatura…

Ciao Ilario, prima di passare alla disamina del vostro album d’esordio, “Condemned to Flames”, ti andrebbe di ripercorre le fasi della storia dei Leta precedenti alla pubblicazione del disco?
Ciao a tutti i seguaci di Il Raglio del Mulo… oggi il mulo che raglia sono io! I Leta nascono da un incontro in sala prove con due vecchi amici con cui pur condividendo tanti concerti, viaggi, sbronze ed altro, non avevo mai suonato. Fu il bassista Gabriele Tarantino a chiamarmi dicendomi che doveva incontrarsi con il batterista Damiano Rielli in sala prove per divertirsi un po’ e dopo un seducente “dai vieni anche tu” mi sono unito alla compagnia. Gabriele all’epoca non aveva una band a differenza di me e Damiano già impegnati con altri progetti, ma aveva molte idee, e ce le ha proposte subito, e da quella che doveva essere poco più di una jam session uscimmo già con un paio di brani, da lì in poi si è creata una certa intesa tra noi, sia sul sound che sulle tematiche horror, tanto che il moniker Leta è venuto fuori riprendendo una vecchia “leggenda” delle nostre parti, ed abbiamo cominciato a comporre mentre cercavamo un cantante. A chiudere la formazione arrivò Lorenzo Latino (voce e chitarra dei thrasher salentini Speadfreak), a lui piaceva l’idea di cimentarsi in qualcosa che amava ma che non aveva mai cantato, e ci siamo subito trovati! Con lui alcuni brani hanno preso davvero forma, e ha contribuito con diversi testi, ma purtroppo dopo pochi mesi fu costretto a lasciare la band. Ci siamo rimessi alla ricerca di un vocalist mentre continuavamo a comporre e finalmente abbiamo trovato la persona giusta: Giacomo Albanese, già voce dei Serial Vice (heavy metal). Con lui abbiamo finito di comporre i brani del nostro primo album, che purtroppo ha tardato più del dovuto ad uscire a causa dei vari blocchi dovuti al covid, i concerti su tutti! Per una band underground qualsiasi sappiamo già che è difficile, per una band al primo album senza poter fare quei pochi concerti che riusciamo a fare lo è di più, ma finalmente “Condemned to Flames” è uscito.

Da un punto di vista musicale vi rifate alla scuola doom italiana, capeggiata da Paul Chain e ben rappresentata da due band nelle quali hai suonato, come Impero delle Ombre e Witchfield. Nei momenti più epici mi avete anche ricordato i Doomsword, per esempio. Allora ti chiedo, perché avete scelto proprio il doom come genere e come mai proprio il filone riconducibile alla scuola italiana?
Per quanto riguarda il doom è quello che volevamo fare fin dal primo incontro: io e Damiano suonavamo già con altri gruppi di tutt’altro genere, ma era qualcosa che volevamo fare, e Gabriele che da sempre è un appassionato del genere è stato l’anello di congiunzione! Personalmente avendo già suonato in passato con L’Impero delle Ombre, ed avendo partecipato al primo album dei THC Witchfield, quel genere era qualcosa già ben radicato in me, quindi il tutto è stato abbastanza naturale. Riguardo la nostra riconducibilità alla scuola italiana credo che derivi semplicemente dai nostri ascolti e dal nostro background, anche se non ci siamo mai prefissati di somigliare a qualcosa o qualcuno in particolare.

Non mancano nel disco neanche capatine in ambito blues, psichedelia e progressive. Queste influenze, in che modo arricchiscono la matrice doom del vostro sound?
Sono influenze anch’esse sicuramente riconducibili ai nostri ascolti, che ovviamente non si fermano ai grandi del dark sound italico, ma toccano ovviamente anche i grandi classici del rock degli anni 70, quindi blues, psichedelia e progressive sono spuntati da soli nei nostri brani, sinceramente non saprei se, come o cosa arricchiscono, suoniamo ciò che ci piace… come ho detto prima, il tutto è stato abbastanza naturale.

Non mancano i richiami, ovviamente, ai Black Sabbath, possiamo considerare “Liquid Specter” la vostra “Planet Caravan”?
I richiami ai Black Sabbath credo che siano in tutto il nostro disco, come in tutto ciò che ho sempre suonato, anche nei generi più disparati, i Black Sabbath sono i Black Sabbath, non lo scopro certo io, comunque l’accostamento non può che onorarci. La musica di “Liquid Specter” è di Gabriele, ma già dal primo ascolto jammando in casa con strumenti acustici io l’ho immaginata suonata come “Planet Caravan”, poi in sala prove ha preso anche altre direzioni e ne è venuto fuori un brano forse un po’ fuori dai canoni del doom, ma che comunque ha un evidente legame col nostro sound.

Avete optato in generale sulla lingue inglese, anche se poi in “Nessun’alba”, per esempio, avete utilizzato l’italiano. Questo brano resterà un caso isolato o credi che in futuro il nostro idioma potrà trovare più spazio nei vostri brani?
Sull’uso della lingua in realtà all’interno della band ci sono due scuole di pensiero opposte, “Nessun’alba” l’ho scritta io quindi è palese la mia posizione, ma in realtà nella band ognuno porta il suo contributo e le proprie idee molto liberamente, e altrettanto  liberamente vengono fuori, non abbiamo ancora una regola fissa in proposito, ma sicuramente questo brano non sarà un caso isolato.

L’uso della lingua mi porta direttamente a chiederti: di che cosa parlano i vostri testi?
I testi sono di matrice horror, e anche se non si può parlare di un vero e proprio concept, in “Condemned to Flames” molte liriche sono collegate tra loro, e raccontano di Leta… o del suo fantasma.

In particolare, a cosa fa riferimento il nome della band?
Appunto, Leta è il nome della protagonista di una vecchia storia di Mesagne (BR), paese in cui vive il nostro batterista Damiano. Si narra che Leta, di famiglia nobile, era innamorata di un giovane di un ceto sociale più basso, e come in tante storie che narrano di amori impossibili, ceti sociali opposti e famiglie avverse, i fratelli di lei per punire l’affronto finirono col bruciare la giovane in un forno, e da allora il fantasma di Leta si aggira nei paraggi. La storia ci ha affascinato, foneticamente ci piaceva, quindi abbiamo deciso che quello sarebbe stato il nome della band.

Sul disco compaiono diversi ospiti, ti andrebbe di presentarli?
Con molto piacere, sono tutti grandi musicisti e grandi amici! Il singolo “Whispers in the Darkness” già pubblicato su Youtube è l’unico brano del disco in cui non appaiono ospiti: su “Reality” c’è il percussionista Tiberio Pati che suona su una parte del brano decisamente psichedelica nel suo tribalismo, poi in “My Moon” ci sono i fratelli Cardellino de L’Impero delle Ombre, John con l’interpretazione della parte centrale del brano, e Andrea con un solo di chitarra in chiusura. Nella title track c’è il contributo di Daniele Rini (Ghost of Mary, Maysnow ed altri progetti) con le sue scream vocals nel ritornello, ed anche un bellissimo solo di organo ad opera di Gabriele “Leslie” Saracino, un amante delle sonorità seventies che milita in diverse cover band di Deep Purple, Doors e roba “coetanea”. In “Nessun’alba” c’è il solo finale di chitarra suonato da Mirco Minosa, il chitarrista della prima formazione degli Hopesend, la mia thrash metal band: questo brano è nato proprio da una mia visione di un riff che fece Mirco in sala prove ai tempi degli Hopesend, quindi ho pensato subito a lui per far chiudere il cerchio. Nella conclusiva “Liquid Specter” compaiono ancora Tiberio Pati alle percussioni che accompagna delicatamente il brano, e Gabriele “Leslie” con tastiere e synth che da quel tocco di psichedelia pura, per poi arrivare nel solo finale dato dalla suadente chitarra di Luigi Bruno (Muffx) che chiude l’album.

Il disco è uscito a fine dicembre, quali traguardi vi piacerebbe in questo 2022 grazie a “Condemned to Flames”?
Più che dei traguardi abbiamo degli obbiettivi: è in progetto un videoclip per il lancio del nostro secondo singolo, poi ovviamente continueremo con la composizione dei brani per il prossimo lavoro… e siamo già a buon punto. Forse l’unico traguardo che ci piacerebbe raggiungere nell’anno appena iniziato è quello di riuscire a portare il nostro disco dal vivo! Per noi la sede live è quella più importante, ed è quella che ci è mancata di più negli ultimi anni, sappiamo tutti perché speriamo davvero di tornare presto su un palco, poi il resto si vedrà!

Tenebra – Tutto è sacro

Seguiamo sempre con interesse i Tenebra, così a qualche mese di distanza dalla nostra precedente intervista, abbiamo ricontattato la band in occasione della pubblicazione del nuovo EP “What We Do Is Sacred” (New Heavy Sounds \ Metaversus PR).

Ciao ragazzi, un annetto fa ci siamo sentiti perché eravate pronti ad atterrare in Cina con la versione in cassetta “Gen Nero”, come è andata?
Silvia: Duo, il ragazzo che gestisce SloomWeep Productions, l’etichetta che ha realizzato la cassetta, dice molto bene! Sostiene che abbiamo dei fan in Cina. Effettivamente abbiamo anche fatto un’intervista per una fanzine locale, ma onestamente, chi lo sa? Noi vogliamo pensare di essere la next big thing del mercato discografico cinese!

“Gen Nero”, ha avuto una genesi molto veloce, se non erro tre giorni, per “What We Do Is Sacred” quanto ci avete impiagato?
Emilio: Essendo un EP, che peraltro contiene un anticipazione dal disco nuovo, ci abbiamo impiegato davvero pochissimo. Abbiamo registrato i due pezzi che rimanevano in un pomeriggio (come per il disco ho curato io stesso le sessioni) e li abbiamo mixati con Bruno Germano in una mattinata. In tutto, dalla prima nota suonata, all’avere i CD in mano sarà passato un mesetto. Super rapido!

Entriamo nel dettaglio, la prima traccia è “Cracked Path”,  un estratto dall’LP che uscirà nel 2022. Avete altri brani pronti dal prossimo disco e perché avete scelto proprio questa canzone per un’anteprima?
Claudio: È stata una decisione presa insieme ai tipi della nostra nuova etichetta, New Heavy Sounds. È uno dei brani più lineari e melodici del nuovo disco, ci è sembrata a tutti una scelta razionale come anticipazione del disco. Come accennava Emilio prima il disco è pronto da molto tempo, il problema principale è stato il fatto che la pandemia ha generato enormi ritardi per quello che riguarda la stampa dei vinili e quindi abbiamo dovuto posticipare l’uscita del nuovo full-lenght. Anche per questo abbiamo deciso di stemperare l’attesa facendo uscire un EP rapidamente in formato CD e digitale.

Nel 2022 ritroveremo  “Cracked Path”  in questa versione oppure ne comparirà una diversa nella tracklist definitiva?
Mesca: la versione dell’EP è un po’ editata per renderla più gestibile per farne un videoclip. Su disco sarà più lunga.

“Hard Luck” è un altro inedito, resterà una chicca presente solo in questo EP o in futuro verrà riproposta?
Emilio: “Hard Luck” è un pezzo di cui avevamo solo una parziale intelaiatura quando l’abbiamo registrata, si è sviluppata molto in studio. Per dire, non avevo mai sentito la linea vocale definitiva di Silvia e ho costruito molte parti di chitarra dopo essermela studiata un poco. È stata un po’ un esperimento di cui siamo molto soddisfatti. Sicuramente la proporremo dal vivo in futuro.

“What We Do Is Sacred” si chiude con la cover di “Primitive Man degli inglesi Jerusalem, come mai avete scelto questo brano?
Silvia: Io sono una fan dei Jerusalem da sempre e adoro quella canzone. Poi è capitato che quando abbiamo suonato a Parma con i Duel fosse presente Claudio Sorge, firma storica e fondatore di Rumore. Chiacchierando con lui, (che è un mito di adolescenza di Emilio), ci ha proprio detto “dovreste registrare una cover, “Primitive Man” dei Jerusalem sarebbe perfetta!” A quel punto i giochi erano fatti: l’abbiamo provata e riarrangiata nella parte centrale, poi l’abbiamo registrata. È piaciuta anche a Paul Dean, bassista dei Jerusalem e autore del brano. Ne uscirà un video, spero verso Natale.

La l’assolo di flauto in questa canzone è di Giorgio Trombino (Assumption, Becerus, Bottomless, Dolore), come è nata questa collaborazione?
Claudio: Io suono il basso anche negli Assumption e Giorgio è un caro amico sia mio che di Marco Gargiulo (che con Metaversus ci cura le PR e che consideriamo un quinto membro del gruppo a tutti gli effetti). Già nel disco avevamo avuto bisogno di un sax per un pezzo e ci siamo rivolti a Giorgio che è un polistrumentista eccezionale, suona divinamente qualsiasi cosa gli si dia in mano! Quindi, quando ci è balenata l’idea di avere un flauto traverso per l’assolo di “Primitive” abbiamo chiamato subito lui.

Restando in Inghilterra, avete firmato con la New Heavy Sounds, dopo aver prodotto “Gen Nero”. Ora che avete un’etichetta alle spalle, notate sostanziali differenze e vantaggi rispetto all’autoproduzione?
Mesca: Beh, intanto non dobbiamo stamparci più i dischi da soli! Poi Ged e Paul, i ragazzi dell’etichetta, sono davvero entusiasti della band e sono sicuro che con il full-lenght faranno un gran lavoro. Sono una label solida che ha fatto dei gran bei dischi, come quelli dei Black Moth!

Dal punto di vista live si sta muovendo qualcosa?
Silvia: Abbiamo appena finito un mini tour di cinque date e devo dire che sono andate tutte molto bene. Piano piano il pubblico aumenta e anche l’entusiasmo che percepiamo dalla platea durante i live. Io penso che la dimensione live sia quella naturale per i Tenebra, anche per questo registriamo i nostri dischi in diretta senza editing. Questo dovrebbe essere lo spirito del rock and roll: what you see is what you get.

The Ossuary – Voci dell’Oltretomba

I The Ossuary tornano dal loro personale Oltretomba con album, “Oltretomba” (Supreme Chaos Records), che, stando alle parole del sempre disponibilissimo Max Marzocca, si avvicina più che mai al sound che i pugliesi avevano in mente al momento della creazione della band.

Ciao Max, c’è voluto un po’, ma finalmente è arrivato il momento di “Oltretomba”, il vostro terzo disco la cui data di pubblicazione è slittata più volte. Da cosa sono dipesi questi ritardi?I I ritardi sono dipesi principalmente dalla pubblicazione della versione in vinile che, come credo tu sappia, al momento è il formato fisico più venduto a causa di un aumento notevole delle richieste da parte del pubblico. Da qualche anno a questa parte l’industria musicale si è buttata a capofitto su questo formato fisico con la conseguenza che le major hanno assunto il controllo della produzione creando ovviamente un sacco di problemi alle piccole label. La release date del disco era annunciata inizialmente per il 28 Maggio, poi è slittata alla fine di settembre, ora è finalmente fuori da circa due settimane e di questo chiaramente non posso che esserne contento visto che ha dato un senso a questi ultimi due anni davvero difficili.

Questi slittamenti hanno portato alla pubblicazione di “Oltretomba” in periodo in cui l’attività live pare possa riprendere finalmente con una certa continuità e con numeri di presenze ben più corposi. Quanto è importante quando si ha un disco fuori poter girare per promuoverlo?
Al momento la promozione da parte della nostra label va avanti col contagocce, inoltre la gente è parecchio distratta da altre cose sui social quindi manca lo stimolo di andarsi a leggere una recensione o un’ intervista su una webzine, o a recarsi in edicola per comprare una rivista. Tutto sembra muoversi più lentamente del solito quindi è importante ora fare dei concerti per poter promuovere un disco adeguatamente. Gli Ossuary non suonano dal vivo dal primo febbraio 2020, sono passati quasi due anni dall’ultimo concerto ma da qualche giorno abbiamo annunciato il nostro ritorno a Dicembre con 6 date nel Sud Italia, giusto per ripartire. C’è stato un minimo di richiesta da parte dei promoter e ora speriamo che la gente abbia avvero voglia di muoversi per andare a vedere musica dal vivo. Nonostante l’assenza di due anni dai palchi a causa del Covid abbiamo un pubblico fedele che si è rafforzato acquistando i vecchi dischi e il merchandising e dimostrando supporto nei confronti della band quindi tornare on the road è diventato di importanza primaria. Speriamo solo che le cose migliorino definitivamente il prossimo anno.

“Oltretomba” è il fatidico terzo album, quello che nella tradizione del rock dovrebbe sancire la definitiva maturazione di una band: credi che effettivamente sia il vostro apice compositivo questo lavoro oppure non si distacca molto dai precedenti dal punto di vista del valore qualitativo?
Per me è l’ideale prosecuzione dei due album precedenti. Alla fine suoniamo sempre la stessa musica solo che cerchiamo di farlo nel modo migliore e allo stesso tempo cerchiamo di espandere il nostro vocabolario a disposizione allargandoci in altri territori. Motivo per cui in questo album i synth e le chitarre acustiche sono diventi parti fondamentali degli arrangiamenti di alcuni brani allargando la gamma di soluzioni. Almeno per quello che mi riguarda, quando scrivo non penso molto a quello che vorrei fare, vado d’istinto cercando però di utilizzare mezzi diversi per esprimermi perché mi stanco presto delle cose e voglio sempre fare qualcosa di diverso e che mi stimoli.

Se dovessi indicarmi alcune peculiarità di “Oltretomba” che lo distinguono dai primi due lavori, quali sarebbero?
Probabilmente è un album più oscuro, più prog e psichedelico, e soprattutto più lungo. Siamo soddisfatti di come sia venuto fuori, forse è la cosa che maggiormente si avvicina a quello che avevamo in mente agli inizi della band.

Siete usciti allo scoperto con il primo singolo “Serpent Magic”, probabilmente il brano più lisergico e allucinato che avete mai composto: come è nata questa canzone?
“Serpent Magic” è tra gli ultimi tre brani che abbiamo tirato fuori in ordine cronologico. Si trattava di un riff che avevamo scartato quando anni fa abbiamo scritto il primissimo materiale della band, lo abbiamo modificato in modo tale che suonasse pesante ed ossessivo. Il phaser sulla chitarra, gli arrangiamenti tribali di batteria e le divagazioni di basso in apertura e chiusura hanno fatto il resto. E’ un brano che mi piace particolarmente, per quello che mi riguarda è perfetto per quanto riguarda struttura, riff, mood lisergico e liriche. Anche il video è venuto fuori molto bene nonostante il budget ultra risicato.

Dopo “Devils In The Night Sky” avete pubblicato addirittura un terzo singolo di nome “Ratking”, canzone accompagnata dalle splendide illustrazioni di Costin Chioreanu, che in passato ha lavorato con nomi del calibro di Opeth, Katatonia, Ghost, Mayhem, Diamond Head, Corrosion Of Conformity, Voivod, Carcass e atri. Chi vi ha messo in contatto con questo incredibile artista?
Conosco Costin personalmente. Ci siamo beccati qualche anno fa in Olanda al Graveland Fest. Era l’ultima data del tour con Marduk e quel giorno dovevo lavorare anche per Immolation quando ad un certo punto ricevo una telefonata dai ragazzi degli Entombed – anche loro presenti nel bill del festival – che mi chiedevano se potevo dargli una mano a fornirgli la backline perché avrebbero dovuto girare un video prima del loro live set. Costin era lì con la band per filmare il tutto quindi abbiamo lavorato insieme. Per me è stata una giornata di lavoro intensa con tre band importanti da seguire ma alla fine io e Costin abbiamo lavorato bene insieme e siamo diventati amici, quindi sapendo che a lui piacevano gli Ossuary quando si è presentata l’occasione l’ho contattato per la realizzazione del video di “Ratking”. E’ un lavoro eccezionale, Costin lavora con un sacco di artisti importanti e spero di continuare questa collaborazione con lui perché adoro il suo stile che si integra alla grande con il concept della band. Ho davvero un bel ricordo di quella giornata, erano tutti ubriachi tranne me che dovevo lavorare come un mulo, il classico gran finale alla fine di un mese di tour. E’ stata anche l’ultima volta che ho visto LG degli Entombed. E’ stata una vera mazzata per me apprendere della sua dipartita e ancora mi risulta difficile realizzare che non c’è più. Ci eravamo sentiti l’ultima volta per il mio compleanno lo scorso anno. Scusami la divagazione ma LG era uno delle persone migliori che io abbia mai incontrato nel music business. Long live LG!

Oltra ai 3 brani citati, quali sono gli altri che potrebbero essere i più rappresentativi di “Oltretomba”?
E’ una domanda difficile, al momento potrei dirti che forse in “Orbits” , “Crucifer” e “Oltretomba” c’è un po’ tutto il nostro sound e il nostro concept ma magari tra qualche tempo potrei pensarla diversamente. Oggi comunque ascolto l’album tutto di un fiato dall’inizio fino alla fine e credo che ad un anno dalla sua realizzazione sia un buon segno.

Video e musica diffusa nelle playlist stanno diventando uno strumento sempre più comune di promozione, ma ne cosa pensi della musica liquida?
Come hai detto tu, da un punto di vista della promozione sono un ottimo mezzo ma non aiutano le band da un punto di vista finanziario. Le royalties che ricevi dalle vendite della musica liquida sono ridicole quindi preferisco i supporti fisici, anche per una ragione affettiva. Sono cresciuto negli anni 70 e 80, quella era l’era del vinile, quando è uscito il CD a metà degli anni 80 non mi ha mai entusiasmato molto, non l’ho mai sopportato realmente.

Al di là della musica liquida, “Oltretomba” è disponibile in un formato limitato in una scatola di legno, ti va di descrivere questa confezione particolare?
Oltre alle normali copie in vinile, CD e cassetta “Oltretomba” riceverà anche la versione boxset limitata. Si tratta uno slipcase di legno con il logo e parte della copertina incise sul fronte, contiene una versione splatter esclusiva dell’album, il digipack del CD, la cassetta e una spilletta in metallo col logo della band ed è limitato a 100 copie. Il box in questione viene prodotto e assemblato in un’azienda artigianale da persone disabili, il che significa che con l’acquisto di questa versione si supporta un progetto sociale dando lavoro a queste persone. Tutto il ricavato – tolte le spese di spedizione ed i costi di produzione – andrà devoluto alla fondazione disabili “Ledder Werkstätten” di Tecklenburg Ledde in Germania. Spero di averne qualche copia al più presto!

In conclusione, ti chiederei cosa c’è dopo l’Oltretomba per i The Ossuary?
La rinascita. Nulla si distrugge completamente, o almeno credo le cose stiano in questo modo… al di là della mera metafora si dovrebbe sempre rinascere dalle proprie ceneri e ricominciare di nuovo.

A Pale Horse Named Death – Infernum in Terra

ENGLISH VERSION BELOW: PLEASE, SCROLL DOWN!

Gli A Pale Horse Named Death, la doom metal band guidata dal fondatore dei Type O Negative e membro dei Life of Agony Sal Abruscato, hanno pubblicato il loro nuovo album “Infernum in Terra” (Long Branch Records / SPV / All Noir). Probabilmente il loro disco più pesante e oscuro di sempre.

Ciao Sal, qualche settimana fa ho intervistato Tony J Listavich (Transport League) e abbiamo parlato il tuo featuring sul brano “March, Kiss, Die” e mi ha detto: “Abbiamo fatto un tour di supporto agli APHND nel 2019, e io e Sal siamo rimasti in contatto come buoni amici. Gli ho chiesto se era interessato a fare delel guest vocalsi, e il resto è storia, il risultato è stato ottimo”. Cosa pensi di quel brano?
Mi è piaciuto lavorare con Tony è un amico meraviglioso e mi piacciono i suoi Transport League quindi è stato molto facile per me studiare qualcosa per la sua canzone perché l’ho trovata immediatamente fosse molto buona!

Immagino che tu abbia registrato quella canzone durante una pausa dalle sessioni di registrazione del tuo vostro album “Infernum in Terra”. Quanto è importante per un artista, mantenere viva la propria vena artistica disconnettendosi ogni tanto dalla sua attività principale?
Ho registrato la voce molto prima di iniziare “Infernum”. Credo che tu non possa sbatterti troppo lavorando sulla musica, devi prenderti del tempo per lasciare che le cose accadano in modo naturale. Mentre lavoravo alla musica per “Infernum” nel 2020 sono letteralmente sparito per tutta l’estate per quasi quattro mesi prima di sedermi e rimettermi a scrivere.

“Infernum in Terra” è nato durante la pandemia, quanto ha influito questo fattore sul suono dell’album e sul suo titolo?
La pandemia mi ha sicuramente mi ha permesso di avere il tempo necessario per scrivere scrivere con i miei ritmi, le preoccupazioni e le morti avvenute hanno influenzato un po’ la resa finale ma a dire il vero avevo già un piano in atto per ogni eventualità.

Probabilmente “Infernum in Terra” contiene alcuni dei riff più pesanti degli APHND, sei d’accordo con me?
Sì, sono d’accordo, è decisamente un disco molto oscuro, pesante e grintoso. Sono molto contento di come l’atmosfera si sia sviluppata dando la giusta pesantezza al suono.

Sei arrivato al quarto album, pensi di aver trovato il vostro sound definitivo o è possibile per una band crescere e cambiare anche dopo tanti anni di carriera?
Considero la musica come il vino, ritengo che migliori con l’età e l’esperienza. Io senti che è importante evolvere un po’ alla volta mantenendo al contempo il suono e lo stile delle tue radici.

Hai pubblicato quattro album e un EP, ma le persone menzionano ancora i Type 0 Negative quando parlano di te voi, ti dà fastidio o va bene?
Sì, ma mi va bene perché non puoi cancellare il passato e sono molto orgoglioso di aver fatto parte dei Type O Negative. Anche se non cerco intenzionalmente di suonare o scrivere in quel modo, a volte la mia storia e le mie radici vengono fuori nella mia musica.

La prima cosa che salta all’occhio, guardando la bellissima nuova copertina, è l’assenza del cavallo mortoo in primo piano. Perché questa volta hai preferito non metterlo al centro dell’azione?
Beh, abbiamo avuto un’effige di cavallo negli ultimi tre album, ho sentito che era tempo di evolversi e cambiarlo un po’. Abbiamo anche lavorato con un nuovo artista Kelvin Doran dei Serpent Tusk Studios. In questo album abbiamo realizzato un’impresa incredibile. È la copertina di un mio album che preferisco.

Il titolo dell’album “Infernum in Terra” è in latino, l’antica lingua di noi italiani. Fai hai ancora parenti qui in Italia e vieni spesso qui in vacanza?
Sì, ho una famiglia al nord e al sud, l’influenza dei miei antenati esce fuori nella mia arte di tanto in tanto e sono orgoglioso di essere italiano. Sonio stato a Milano nel 2019 a fare uno spettacolo ma per quanto riguarda le vacanze non paso da voi da molti anni.

Viaggiare in questi giorni non è facile, ma avete in programma un tour negli USA o qui in Europa?
È un po’ difficile da dire perché le cose cambiano spesso a causa della pandemia, sembra che le cose stiano peggiorando di nuovo. Speriamo che nell’estate del 2022 si possa fare alcuni spettacoli.

A Pale Horse Named Death, the doom metal band led by founding Type O Negative and Life of Agony member Sal Abruscato, have released their new album “Infernum in Terra” (Long Branch Records / SPV / All Noir). Probably their heaviest and darkest album ever.

Hi Sal, a few weeks ago I interviewed Tony J Listavich (Transport League) and we talked about your featuring on “March, Kiss, Die” and he said to me: “We toured as support to APHND in 2019, and me and Sal stayed in contact as good friends. I asked him if he would be interested in doing to guest vocals, and the rest is history, the outcome is great “. What do you think about that song?
I enjoyed being a part of it Tony is a wonderful friend and I like his band Transport League so it was very easy to come up with something with his song by him which I thought was very good!

I guess you recorded that song during a break from the recording sessions of your new album “Infernum In Terra”. How important is it for an artist, to keep alive the practical artistic vein, to disconnect from his main activity of him every now and then?
I recorded the vocals way before I started Infernum, I believe you can’t beat yourself up over working on music you must take time away to let it happen naturally. While I was working on the music for infernum in 2020 I literally walked away all summer for almost 4 months before I sat down and resumed writing.

“Infernum in Terra” was born during the pandemic, how much did this factor affect the sound of the album and its title?
The pandemic definitely helped with having time to do writing at my own pace, the worries and deaths that happened influenced the situation a little but to be honest I already had a plan in place either way.

Probably “Infernum in Terra” contains some of APHND’s heavier riffs, do you agree with me?
Yes, I agree it definitely is a very dark, heavy and gritty record. I am very pleased with how the vibe unfolded to be this heavy weight of sound.

You have arrived at the fourth album, do you think you have found your definitive sound or is it possible for a band to grow and change even after so many years of career?
I consider musicianship to be like wine, its suppose to get better with age and experience. I also do feel it is important to evolve a little at a time while retaining your root sound and style.

You’ve released four albums and one EP, but people still mention Type 0 Negative when they talk about you, does it bother you or is it okay?
Yes its ok because you cannot erase the past and I am very proud to have been part of Type O Negative. Although I do not try to intentionally sound or write that way but at times the history and roots come out in my music.

The first thing that catches the eye, looking at the beautiful new cover, is the absence of the dead horse in the foreground. Why did you prefer not to put it in the center of the action this time?
Well we had a form of a horse on the last 3 albums I felt it was time to evolve and change it up a bit. We also worked with a new artist Kelvin Doran of Serpent Tusk Studios. On this album which turned out to be an incredible endeavor. Its my favorite album cover to date.

The title of the album “Infernum in Terra” is in Latin, the ancient language of us Italians. Do you still have relatives here in Italy and do you often come here on vacation?
Yes I have family in the north and in the south, my ancestry shows in my art every now and then and I am proud to be Italian. I was in Milan in 2019 playing a show but as far as vacation I do not get to do it very much its been many years.

Traveling these days is not easy, but are you planning a tour in the USA or here in Europe?
Its a kind of hard to say because so much is always changing with the pandemic, seems like things are getting worse again. Maybe hopefully in summer of 2022 we can start some shows.

Knowledge Through Suffering (K.T.S.) – La dolorosa strada che porta alla conoscenza

La schizofrenia artistica di Umberto Poncina ha dato vita a una creatura dalle personalità multiple, tanto che si può parlare dei Knowledge Through Suffering e dei K.T.S. quasi fossero due band differenti. In occasione della pubblicazione del nuovo album, “Concealment” (Brucia Records \ Anubi Press), è stato lo stesso Umberto a parlarci di questa dualità.

Ciao Umberto, innanzi tutto come preferisci che venga chiamata la band, K.T.S. o Knowledge Through Suffering?
Ciao! Pur essendo di fatto indifferente, l’idea per una sorta di doppia identità nasce da alcune differenze di sound raggruppate sotto lo stesso nome, e la stessa considerazione vale anche per il doppio logo. Per ragioni di praticità l’acronimo è inoltre ovviamente più rapido e comodo da utilizzare.

Nel luglio del 2020 pubblicavi “Teeth and Claws”, tre brani per una decina di minuti in tutto. Oggi ti ripresenti con “Concealment”, un disco che contiene sempre tre canzoni ma il minutaggio è notevolmente salito, in pratica triplicato. Un cambio di attitudine o una cosa casuale frutto dell’ispirazione del momento?
Rimanendo vicini alla tua precedente domanda si tratta ancora una volta di un processo di espansione e mutamento del suono e dei mezzi con cui porto avanti la mia proposta musicale; non si è dunque verificato un cambio profondo, tantomeno casuale. Il nucleo concettuale rimane sempre fedele a sé stesso, essendo un progetto esclusivamente individuale – in altre parole, le uscite presentano e presenteranno sempre affinità compositive dovute al semplice fatto di avere in comune lo stesso autore. Tuttavia, esse presenteranno a loro volta notevoli differenze, come quelle che hai individuato.

Quali credi siano le caratteristiche della tua musica che possano innescare quel meccanismo di sofferenza che porta alla conoscenza?
Onestamente non credo di poter rispondere a questa domanda: la musica è come giustamente fai notare un mezzo, e l’unico soggetto che può in tal senso decretare l’utilità del mezzo non è il suo creatore, bensì colui che ne usufruisce. 

A questo punto non posso esimermi da chiederti una tua definizione di “conoscenza”…
Posto che chiaramente lo stesso termine assumerà significati diversi a seconda del contesto, per “conoscenza” possiamo intendere in maniera abbastanza neutra l’insieme di informazioni ricevute grazie all’esperienza e assimilate nella loro totalità da un’intelligenza in grado di potervi pervenire. La sofferenza, sia essa personale o altrui, rappresenta purtroppo in tal senso uno dei metodi esperienziali più utili e al contempo terribili, e questo progetto musicale vuole concentrarsi proprio su questa sua duplice natura.

“Concealment” significa occultamento: cosa ci viene occultato e da chi?
Senza scendere troppo nei dettagli, il disco si basa fondamentalmente su alcune interpretazioni mistiche medioevali del testo di Genesi. Queste interpretazioni gravitano attorno a dinamiche di creazione divina che ciclicamente si risolvono in vergogna e rimorso per il risultato. L’assoluto decide in tal senso di nascondere e occultare ripetutamente la sua opera di creazione, di cui l’Uomo è ovviamente il rappresentante più gravoso, fallendo però ripetutamente. La narrazione si basa su tale ciclicità di occultamento e dispiegamento.

Quale è stato quel giorno in cui solo Dio fu esaltato?
Il primo! E a onor del vero anche l’ultimo, quando giungerà…

La seconda traccia, “Let the Earth Sprout”, ha un titolo che quasi lascia trasparire un filo di speranza, è così?
No, purtroppo non è così. Proseguendo nella narrazione del disco, il proliferare sulla Terra di forme di vita rientra in uno dei già citati tentativi insoddisfatti di creazione da parte del divino. Questo è nello specifico il secondo movimento narrativo, a cui ovviamente corrisponde il secondo pezzo del disco. La Terra produce dunque forme di vita vegetali e animali, venendo popolata dal suo stesso frutto. Apparentemente può sembrare un avvenimento positivo, ma il divino reagisce diversamente – per ragioni che lascio scoprire a chi vorrà approfondire il disco e le sue tematiche.

Il disco si conclude con “Of Flesh”, “di carne”, che mi ha fatto pensare subito a quello squarcio, quella ferita aperta, che appare sulla copertina. C’è realmente un nesso o si tratta di una mia errata interpretazione?
Sì, il nesso è realmente presente: lo squarcio, la ferita, più in generale l’apertura è simbolo di violenza e al contempo di nascita, può rappresentare la morte ma anche la vita. Tutto il disco ruota attorno a questa ambiguità di significato e, ovviamente, all’ascoltatore più curioso spetta la libertà di interpretarlo in un senso o nell’altro.

Hai intenzione di, se fosse possibile date le attuali restrizioni, proporre il disco dal vivo?
No, per il momento direi di no. Suono da diverso tempo in altri gruppi dalle modalità e dinamiche più convenzionali, incluso l’aspetto live. Questo progetto nasce proprio per creare uno spazio riservato invece a tutto ciò che non rientra nelle attività standard di un gruppo vero e proprio – non a caso è di fatto una “one man band”. K.T.S. è al momento un’entità per certi aspetti piuttosto privata, e pertanto al momento non prevede apparizioni in pubblico.

Veil of Conspiracy – Ai margini del buio

I Veil of Conspiracy tornano alla carica dopo un paio d’anni dall’esordio, “Me, Us and Them”, con una line-up parzialmente modificata e uno spirito oscuro e malinconico che ha le proprie fondamenta nel doom anni 90. Luca ed Emanuela ci hanno parlato di “Echoes Of Winter”, disco pubblicato dalla BadMoodMan Music \ Grand Sounds Promotion lo scorso fine agosto.

Benvenuti su Il Raglio, vi avevamo lasciato con “Me, Us and Them”, disco d’esordio uscito nel 2019. Sono passati solo due anni, ma di cose ne sono accadute sia a livello globale, basti pensare alla pandemia, che in seno alla band, dove ci sono stati alcuni cambiamenti di line-up. Vi andrebbe di ricostruire il periodo a cavallo far i due album?
Il periodo a cavallo fra i due album non è stato proprio dei migliori, sia – come hai giustamente sottolineato – a causa della pandemia che si è purtroppo scatenata a livello mondiale, che per via di alcune vicissitudini interne alla band che ne hanno modificato la line-up. Nonostante ciò, questa pausa forzata dettata dalla pandemia ci ha permesso di dar vita ad un lavoro profondamente sentito, quale è “Echoes of Winter”, e di accogliere all’interno del gruppo un musicista che stimiamo moltissimo, cioè Alessandro Sforza.

Credete che questi cambi di formazione abbiano inciso sui contenuti del nuovo album o tutto sommato il nucleo compositivo della band è rimasto immutato e con esso anche il vostro sound?
Il nucleo compositivo della band è rimasto invariato, ma ovviamente l’entrata di Alex in formazione ha permesso di sviluppare al meglio molte delle idee che non riuscivamo ad esprimere totalmente e al meglio in precedenza, con quelli che sono stati gli ex membri della band. Alex è stata per i Veil of Conspiracy una vera e propria ventata d’aria fresca.

Oggi più che mai avete i piedi ben piantati nella scena doom anni 90, cosa vi affascina di quel movimento?
Innanzitutto, le atmosfere che il doom riesce a creare e le sensazioni che evoca nell’ascoltatore. È uno stile musicale che permette di attuare una molteplicità di soluzioni musicali e melodiche quasi infinite.

Mentre quali sono le variazioni personali che avete apportato rispetto alla lezioni di quei maestri dei 90?
Più che variare, ci riesce naturale collegare alcuni momenti delle nostre composizioni a generi che esulano un po’ dal doom vero e proprio, come ad esempio il black metal di stampo norvegese.

Tra i nuovi membri mi avete citato Alex, già attivo con gli Invernoir, band con la quale condividerete il palco in occasione del release party di “Echoes of Winter”. Mi dareste più dettagli dell’evento?
Per noi sarà una grande emozione tornare a suonare dal vivo dopo tutto questo tempo dovuto allo stop causa pandemia, d’altronde manchiamo dal palco ormai dal dicembre 2019, data dello show di spalla ai Dark Funeral all’Orion di Roma. Siamo quindi eccitatissimi solo al pensiero di poter suonare dal vivo tutto “Echoes of Winter” e di condividere il palco con l’altro progetto di cui Alex fa parte, gli Invernoir.

Prima del blocco di concerti siete riusciti a presentare dal vivo ance l’esordio o approfitterete di questa serata per farlo per la prima volta?
“Me, Us and Them” ha avuto il suo release party subito dopo l’uscita, nell’aprile 2019, seguito da diversi live con i Fallcie, gli …In The Woods, gli Shores of Null e quello già citato con i Dark Funeral. Dedicheremo quindi l’intera serata del 24 settembre ad “Echoes of Winter”.

Cosa rappresenta metaforicamente quell’inverno citato nel titolo?
L’album è scaturito da un forte desiderio di rendere omaggio all’inverno, la stagione che più ci rappresenta, musicalmente parlando, e che abbiamo tentato di evocare nei brani di “Echoes of Winter”. È un chiaro rimando alla solitudine del genere umano, che nulla può al cospetto della natura, che insieme all’inverno è l’altro tema principale di tutto l’album.

La canzone che dà il titolo all’album la troviamo all’inizio della tracklist, credete che sia il brano più rappresentativo del disco?
Ci teniamo a chiarire che la prima traccia del disco si intitola “Woods of Nevermore”, non ha quindi lo stesso titolo dell’album. Questo errore è scaturito da alcune recensioni e notizie relative (la tracklist riportata nel promokit è errata Nda) all’album che sono state pubblicate sul web da più siti, ai quali abbiamo segnalato l’errore.

Mi è parso di capire che il disco sia sta ben accolto dalla stampa internazionale, queste soddisfazioni leniscono o accrescano il dispiacere di non poter fare un vero e proprio tour di supporto a “Echoes of Winter”?
Sicuramente non può che farci tantissimo piacere ricevere così tanti pareri e recensioni positive da parte della stampa internazionale, ma anche dalle persone che hanno ascoltato o acquistato il disco. Speriamo che la situazione dovuta alla pandemia migliori, così da poter riuscire ad organizzare qualche altra data per promuovere il disco.

Transport League – Criminal energy

ENGLISH VERSION BELOW: PLEASE, SCROLL DOWN!

Gli svedesi Transport League non si sono mai guardati indietro da quando, nel 1994, sono stati formati dall’ex cantante dei B-Thong Tony Jelencovich. La band ha attraversato molte difficoltà nel corso degli anni, ma il groove è sempre rimasto intatto come dimostra il nuovo album “Kaiserschnitt” (Mighty Music).

Ciao Tony, siamo nel bel mezzo di nuova ondata di pandemia come state reagendo tu e gli altri ragazzi?
Bene, siamo ben saldi nella nostra passione per la musica e siamo anche una squadra compatta e forte. Non ci resta che lanciare la monetina e trovare altre opportunità.

Il vostro precedente album, “A Million Volt Scream”, è uscito nel 2019 all’inizio di settembre: siete riusciti a promuovere il disco dal vivo o siete stati bloccati dall’emergenza covid?
Abbiamo fatto appena quattro spettacoli ed è stato un peccato. Non abbiamo avuto altra scelta che metterci a lavoro sui nuovi brani e prenotare lo studio. I nostri fan ci hanno aiutato con i finanziamenti e oltre a questo abbiamo venduto un sacco di merchandising. Amiamo i nostri fan.

“Kaiserschnitt” è nato durante il lockdown? L’album è stato influenzato dal tuo isolamento?
Sì, il titolo ha sicuramente a che fare con l’emergenza, e sembrava perfetto in questi tempi strani.

“Kaiserschnitt” sta per “taglio cesareo”: questo titolo ha un significato positivo o negativo? È un nuovo inizio o una rottura con il passato?
Ha un significato totalmente neutro. Beh, abbiamo prodotto noi stessi l’album, è stata una sfida, ma il risultato è ottimo. Abbiamo usato i Grand Recordings per batteria, voce e mix e El Bastardo Studios (studio Henrik Danhages) per chitarre e basso. Tutto progettato da Dan Johansson (ex Mary Beats Jane) e Henrik Danhage (Evergrey). Il mix è fatto da Svein Jensen.

Avevi un’idea di come volevi che suonasse l’album, o ciascuna delle tracce e l’intera opera hanno preso forma in fase di realizzazione?
Abbiamo parlato con Svein Jensen che ha mixato l’album su come volevamo che fosse il suono e il mix. La nostra idea era di avere più chitarre rispetto ai due album precedenti. Il suono è un colpo diretto in faccia ricco di energia e atmosfera rock’n’roll.

Durante l’ascolto sento un susseguirsi di stati d’animo diversi: è questo il tuo disco più ricco di emozioni?
Forse lo è, le canzoni sono arrivate facilmente e noi abbiamo seguiato il flusso.

Qual è il tuo segreto per mantenere il vostro sound fresco ma fottutamente Transport League?
Hahaha, beh, siamo semplicemente noi. Cerchiamo di mantenere la nostra energia ma cerchiamo di trovare nuovi approcci come sempre. Io sono il principale autore di riff insieme a Peter, ma tutti noi della band svolgiamo una parte molto importante nella creazione del suono e dell’arrangiamento. Siamo ragazzi dalla mentalità aperta.

Trovare Sal Abruscato (ex-Type O Negative, A Pale Horse Named Death) in “March, Kiss, Die” e Christian Sture (Heal) nella title track. Come sono nati questi contributi?
Abbiamo fatto un tour di supporto agli APHND nel 2019 e io e Sal siamo rimasti in contatto da buoni amici. Gli ho chiesto se era interessato a fare da guestvocals, e il resto è storia, il risultato è ottimo. Christian Sture è il grande cantante dei GBG che ammiro, e anche il suo contributo è di prim’ordine.

Sei e sei stato coinvolto in molte band, ma cosa hanno di unico i Transport League per te?
Questa è la mia creatura dal 1994. I Transport League ha subito molti colpi nel corso degli anni, ma non ci siamo mai arresi.

The Swedes Transport League never looked back since, in 1994, they were formed by ex-B-Thong vocalist Tony Jelencovich. The band has gone thru many charges thru the years, but the groove has always remained as evidenced by the new album “Kaiserschnitt” (Mighty Music).

Hi Tony, in the midst of the current new pandemic  wave how are you and the rest of the guys holding up?
Well, we are strong in our passion for music and we are also a tight and strong unit. We just had to flip the coin and look for other opportunities.

Your previous album, “A Million Volt Scream”, was release in 2019 at begging of September:  did you manage to promote the record live or were you blocked by the covid emergency?
We did like 4 shows and it´s a pity. We had no other option than to wrap up the songwriting and book the studio. Our fans helped us with funding  and we sold a lot of merchandise on top of that. We love our fans.

“Kaiserschnitt” si born during the lockdown? Was the album influenced by your isolation?
 Yes, the title has to do with emergency for sure, and it just felt perfect in these strange times.

“Kaiserschnitt” stand for “caesarean section”: does this title have a positive or negative meaning? Is it a new beginning or a break with the past?
It just has a meaning, totally neutral.  Well, we produced the album ourselves to it was a challenge, but the outcome is great. We used Grand Recordings for drums, vocals & mix and El Bastardo Studios ( Henrik Danhages studio) for guitars & bass. Everything engineered by Dan Johansson ( ex Mary Beats Jane) & Henrik Danhage ( Evergrey). Mix is done by Svein Jensen.

Did you have an idea of how you wanted the album to sound, or did each of the tracks and the whole thing take shape as it was being developed?
We had some talks with Svein Jensen who mixed the album about how we wanted the sound & mix to be. Our idéa was to have more guitars upfront than on the previous two albums. The sound is in your face with great energy and rocknroll vibe.

While listening, I feel a succession of different moods: is this your most emotional record?
Maybe it is, the songs just comes along easily, and we go with the flow.

Which is your secret to maintain your sound fresh but fuckin Transport League?
Hahaha, well, it is just us, we try to maintain in our energy but try to find new approaches as always. I am the main riff master along side with Peter, but all of us in the band are a very important part of the sound and arrangement. We are open-minded boys.

We can find Sal Abruscato (ex-Type O Negative, A Pale Horse Named Death) on  “March, Kiss, Die” and Christian Sture (Heal) on the title track. How were born these contributes?
We toured as support to APHND in 2019, and me and Sal stayed in contact as good friends. I asked him if he would be interested in doing to guestvocals, and the rest is history, the outcome is great. Christian Sture is a great vocalist from GBG which i admire, and his contribution is also top notch.

You are and were involved in many band, but what have unique to you Transport League?
This is my baby since 1994. Transport League has gone thru many charges thru the years, but the groove has always remained.