Katatonia – Live under a dead air sky

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Opportunità, futuro, necessità o gesto disperato? Il dibattito sui live in streaming è ben lungi da esaurirsi. Di questo è altro abbiamo parlato con Niklas Sandin, dove l’altro ha un titolo ben preciso: “Dead Air” (Peaceville Records). L’ultima fatica degli svedesi è la riproposizione dello show tenuto allo Studio Grondahl, Stoccolma, durante il lockdown, un’opera che probabilmente diventerà per i fan l’istantanea di un momento storico.

Benvenuto, Niklas! “Dead Air” è stato registrato allo Studio Grondahl di Stoccolma durante il lockdown: possiamo dire che questo è l’album dal maggior valore simbolico della vostra carriera?
È sicuramente una pietra miliare nella carriera di Katatonia poiché è stato fatto in circostanze molto speciali. Non avrei mai, come nessun altro nella band, immaginato un anno fa che un virus avrebbe messo il mondo KO. Ha influenzato la scena live in modo devastante, tuttavia, in questi tempi moderni è ancora possibile esibirsi e trasmettere la musica al pubblico. Se questo virus avesse colpito 15 anni fa, sarebbe stato ancora più difficile per la scena dal vivo. Almeno possiamo scatenarci tramite “Dead Air”!

Questo album live contiene le 20 canzoni più votate dai vostri fan di tutto il mondo. Ti piace la scaletta o avresti cambiato qualcosa?
Mi è piaciuta molto la scaletta e personalmente penso che contenga alcuni dei pezzi più forti nel repertorio della band. Ha diversità e dinamismo – qualcosa che è molto in linea con la musica dei Katatonia. Detto questo, non cambierei nulla. Come hai evidenziato tu, i fan hanno votato la scaletta, quindi abbiamo consegnato ciò che i nostri supporter volevano sentire di più e penso che abbiano fatto una buona selezione.

Qual è stato il feeling generale durante il live streaming?
Siamo una band a cui piace molto esibirsi dal vivo e anche se l’anno è iniziato con un mini tour in Turchia e un’esibizione dal vivo in Grecia, eravamo molto affamati di live; è qualcosa che ci guida e ci motiva, quindi è stata una bella sensazione. Ovviamente era molto diversa dalla normale atmosfera quando ci si esibiva dal vivo, ma era qualcosa che tutti abbiamo apprezzato. Posso parlare per me, è stata un’esperienza “nervosa”. Essere trasmessi in diretta da uno studio di alta qualità con David Castillo dietro il banco è una situazione che non ti perdona durante l’esibizione, quindi ero sempre concentrato con la parte posteriore della testa che mi diceva “non fare casini”, perché se sbagli, è ovviamente molto evidente.

È stato difficile quindi per te concentrarti sulla tua performance?
Ero pure troppo concentrato! Quando suono dal vivo, voglio entrare in contatto con le persone del pubblico. È importante trascinarli nella situazione live e farli sentire parte dell’esperienza più che essere semplicemente qualcuno che ha comprato un biglietto. Questo è la cosa che rende un concerto dal vivo così unico e che mi fa anche dubitare che i live streaming possano mai sostituire un vero concerto dal vivo. È qualcosa di più che guardare le persone suonare dal vivo!

Durante lo spettacolo, avete presentato in anteprima tre canzoni di “City Burials”, perché avete scelto “Lacquer”, “The Winter Of Our Passing” e “Behind The Blood”?
Sono i singoli del nostro album “City Burials” e le tracce che volevamo mettere in primo piano. Penso che si adattassero tutti molto bene alla scaletta e fare un arrangiamento per band di “Lacquer” è stato sia bello che gratificante: abbiamo dato al pubblico una traccia, che nel disco è essenzialmente elettronica, in una nuova veste.

“Dead Air” è un buon riassunto della vostra carriera. Avreste mai immaginato che la band sarebbe stata ancora qui dopo 30 anni?
Questa è una buona domanda. Sono nella band da “solo” più di 10 anni, ma ho sempre notato che Jonas e Anders, che sono qui da molto tempo, ne erano convinti, quindi non dubito che andrà avanti per sempre. Non è solo qualcosa che fai per fare musica o per guadagnare soldi. Katatonia è qualcosa di più profondo di questo.

Come trascorri le tue giornate senza andare in tour?
Devo principalmente mantenermi sano di mente e avere una visione positiva della vita, che è qualcosa che può essere molto difficile in questi tempi. Ho capito molto presto nella mia vita che mi sento più vivo quando suono live di fronte alle persone; è la droga che crea più dipendenza al mondo. Niente vi si avvicina, ed essere impossibilitato del farlo è qualcosa che mette molto stress alla mia salute mentale. Tuttavia, ho avuto la fortuna di essere reclutato come chitarrista dal vivo per dai Mass Worship per il loro tour europeo di due settimane a supporto delle leggende del death metal Vader. È stata un’esperienza davvero unica. Molti concerti avevano un pubblico seduto, ma si capiva che la folla si stava godendo ogni secondo.

Pensi che il modello di live streaming possa essere il futuro della musica?
Sarebbe possibile solo con una nuova generazione di ascoltatori che non abbiano mai vissuto un vero concerto. Gli esseri umani hanno bisogno dell’interazione con gli altri, non solo tramite Internet, ma nella vita reale. Sentirsi parte di qualcosa di diverso dall’essere a casa e usufruire della musica in un ambiente solitario. Non ho idea di cosa riservi il lontano futuro, ma sarei sorpreso se i live streaming sostituissero in toto un vero concerto dal vivo. I concerti dal vivo servono a creare ricordi e connettersi con altri amanti della musica, e il semplice guardare un concerto dal tuo laptop non è un modo così soddisfacente da lasciare un’impressione duratura, secondo me.

“City Burials” è più diretto del vostro ultimo album, la prossima opera sarà più progressive?
Vedremo cosa ci riserva il futuro. Siamo ancora nell’era “City Burials”, ma non ho dubbi che il prossimo album sarà altrettanto buono o addirittura migliore degli album precedenti. Non c’è spazio per i compromessi quando i Katatonia scrivono un nuovo album: deve sempre mantenere standard elevati e risultare una versione migliore della precedente.

Opportunity, future, need or desperate gesture? The debate on live streaming is far from over. We talked about this and more with Niklas Sandin, especially about “Dead Air” (Peaceville Records). The latest effort by the Swedes is the recording of the show at Studio Grondahl, Stockholm, during the lockdown, a work that will probably become for fans a snapshot of a historic moment.

Welcome, Niklas! “Dead Air” was recorded at Studio Grondahl, Stockholm, during the lockdown. Would you say this is the most symbolic album for your career for that reason?
It is definitely somewhat of a landmark in the career of Katatonia since it was done under very special circumstances. Never would I, nor anyone else in the band, have believed a year ago that this would happen – a virus that would set the world at a standstill. It has affected the live scene in a very devastating way. Although, in these modern times it is possible to still perform and get the music across to the audience. If this virus would´ve hit 15 years ago, it would´ve been even more tough for the live scene. At least we could rock out via “Dead Air”!

This live album contains the 20 most wanted songs exclusively voted by your fans from all around the world. Do you like the setlist or would you have changed anything?
I really liked the setlist and I personally think it contains some of the strongest appointments in the bands catalogue. It has diversity and dynamic – something that´s very compatible with Katatonia´s music. With that said, I wouldn´t change anything. It was, as you mentioned, a fan voted setlist, so we delivered what the fans wanted to hear the most and I think they made a good selection.

What was the overall feeling during the livestream?
We are a band that really likes to perform live and even though the year started with a mini tour in Turkey and a live performance in Greece, we were already very hungry to play; it´s something that drives us and motivates us, so it was a good feeling and vibe. Of course, it was very different from the normal atmosphere when performing live, but it was something we all appreciated. I can only speak for myself when I say that it was a nervous experience. Being broadcasted live from a high end studio with David Castillo behind the desk is a situation that´s very unforgiving to ones performance, so it was always that focus in the back of your head “not to fuck up” because when you do, it´s very obvious and transparent.

Is it difficult for you to be concentrated on your performance without an audience?
It was almost too much of being concentrated and focused. When I play live, I want to connect with people in the audience. It´s important to pull them into the live situation and make them feel a part of the experience more than just being someone who´s bought a ticket. That´s something that makes a live gig so unique, and also make me doubt that live streams ever would replace a real live gig. It´s something more than just watching people play live!

During the show, you premiered three songs from “City Burials”, why did you choose “Lacquer”, “The Winter Of Our Passing” and “Behind The Blood”?
It is the singles from our album “City Burials” and tracks that we wanted to front. I think they all fit very well in the setlist and to make a whole band arrangement for “Lacquer” was both nice and rewarding – giving the audience a track that´s on the record all electronic a new presentation.

“Dead Air” is a good recap of your career. Did you guys ever think the band would still be here after 30 years?
That´s a good question. I´ve “only” been in the band for 10+ years, but I´ve always seen that Jonas and Anders are in this for the very long run, so I don´t doubt that it will be going on forever. It´s not just something you do for making music or earning money. Katatonia is something more profound than that.

How do you spend your days without touring?
I’m mostly to keep myself sane and keep a positive outlook on life, which is something that can be very hard in these times. I figured out very early in my life that I feel most alive when I play live in front of people; it´s the most addictive drug in this world. Nothing comes close, and being restrained from doing that is something that put lots of stress to my mental health. However, I was fortunate enough to be recruited as a live guitarist for Mass Worship for their two week long European tour supporting death metal legends Vader. It was a very unique experience. Lots of the gigs had a seated audience, but you could tell that the crowd was enjoying every second of it.

Do you think the livestream model could be the future of music?
It would only be possible with a new generation of listeners never experiencing a real gig. Humans need the interaction with others, not just through internet, but in real life. To feel part of something other than being at home and digest music in a solitary environment. I have no idea what the distant future holds, but I would be surprised if live streams would replace a real live gig anytime soon. Live gigs is about making memories and connect with fellow music lovers, and just watching a gig from your laptop is not a strong enough medium to make a long lasting impression, in my opinion.

 “City Burials” is more direct then your last album. Will the next opus be more progressive?
We will see what the future holds. We´re still in the “City Burials” era, but I have no doubt that the next album will be just as good or even better than the previous albums. There is no room for compromises when Katatonia writes a new album. It always has to hold high standards, and feel like a stronger release than the last release.

Invernoir – Inverno nero

L’Italia ha da sempre una propria tradizione doom, apprezzata e idolatrata all’estero, ma non per questo negli ultimi anni sono mancate delle entità capaci di distaccarsi parzialmente dal cordone ombelicale tricolore per approdare su lidi altrettanto soddisfacenti. Tra queste, sicuramente gli Invernoir di “The Void and the Unbearable Loss” (Solitude Productions), disco che è una sorta di tributo al doom degli anni 90 di My Dying Bride, Anathema, Katatonia e Paradise Lost.

Benvenuto Lorenzo (Carlini – voce e chitarra), ti andrebbe di ripercorre i passi salienti che vi hanno condotto al vostro primo full length, “The Void and the Unbearable Loss”?
La band è nata un po’ per gioco, eravamo degli amici che avevano voglia di passare insieme delle serate ed il nostro modo di trascorrere del tempo di qualità è sempre stato suonare. Alessandro aveva dei brani scritti molto tempo prima e li ha proposti, ci siamo resi conto che il materiale era valido e che forse era anche il periodo buono per lavorarci su, eravamo molto entusiasti del risultato così abbiamo pensato di non lasciare la nostra musica chiusa nel garage. Io già registravo dischi ai Blue Ocean recording studio perciò il passo è stato breve, abbiamo prima inciso un singolo e poi un EP (“Mourn”) per trovare il giusto sound. L’esperimento non ci dispiaceva affatto, abbiamo continuato a lavorare, la band è andata avanti facendo anche qualche bel concerto e alla fine ci siamo chiusi in studio per sfornare il nostro primo full album: “The Void and the Unbearable Loss”.

Le note promozionali parlano di una precisa volontà di ricreare il suono del doom anni novanta, quello che ha fatto grandi soprattutto le band della Peaceville Records: da dove nasce la vostra fascinazione per quel sound?
Chi prima e chi dopo tutti ci siamo immersi nel doom anni ’90 ma fino alla nascita degli Invernoir nessuno di noi era riuscito a tirare su una band con queste sonorità, pur conoscendoci molto bene facevamo parte di progetti diversi da parecchi anni ed eravamo molto impegnati a farli crescere finché quasi per caso si sono create queste condizioni per suonare tutti insieme.

Quanto è difficile il ricreare il sound e, soprattutto il feeling, di una stagione musicale ormai chiusa da parecchio? In fin dei conti, anche gli stessi protagonisti hanno abbandonato, parzialmente o totalmente, certe sonorità.
Il sound è una delle cose su cui abbiamo lavorato di più, rispetto a quella stagione musicale oggi a distanza di 20 anni siamo abituati a sentire dischi con uno standard sonoro più o meno elevato, abbiamo cercato di mantenere le “vecchie” atmosfere, le melodie, il modo di suonare e arrangiare i brani, ma allo stesso tempo abbiamo fatto riferimento ad un sound generale più moderno, pulito e cristallino, aggiungendo qua e là qualche dettaglio preso nel nostro background musicale personale con l’idea di inserire qualcosa di nostro.

Oltre ai maestri nordici, io sento anche dei rimandi ai Novembre, soprattutto del primo periodo, no?
I Novembre sono stati una rivelazione per tutti quanti, hanno detto tanto anche prima di tanti altri grandi e a noi ascoltatori seriali di dischi ovviamente tutto ciò non ci è sfuggito, sono entrati nelle nostre influenze tanto tempo fa, abbiamo consumato i loro lavori ascoltandoli di continuo, evidentemente anche a distanza di molto tempo hanno lasciato una traccia importante nel nostro stile.

Un titolo come “The Void And The Unbearable Loss” non lascia un briciolo di speranza, da dove nasce questo pessimismo?
In termini filosofici di sicuro ci etichetterebbero come pessimisti, ma noi crediamo di essere realisti. Ognuno di noi ha il suo modo personale di vivere la malinconia e il suo motivo per farlo, quello che ci accomuna di sicuro è pensare che la sofferenza fa parte di questa esistenza, è un emozione come le altre e non può essere aggirata, cancellata o ignorata. Esiste da sempre e non c’è essere umano che non debba farci i conti prima o poi, quello che vogliamo comunicare nei nostri testi è che va affrontata e domata come un arte necessaria alla crescita di ogni individuo dalla quale non si scappa.

Del video di “Suspended Alive” che mi dite?
E’ una storia curiosa e la raccontiamo così com’è nata: siamo sempre stati abituati a vedere nella scena metal dei lyric video sempre più elaborati e professionali, noi abbiamo il nostro artista di riferimento (Adhira Art) con il quale abbiamo sempre collaborato, vista la sua bravura nell’accostare immagini interessanti alle parole siamo arrivati a pensare di toglierle, consigliandogli di concentrarsi più sulle riprese. Lui è molto adatto ai nostri temi, visto che suona doom (Raving Season), gli abbiamo lasciato carta bianca, lasciandolo sfogare la sua immaginazione e la nostra intuizione sembra sia stata giusta!

La band accoglie membri di Ars Onirica, Black Therapy e Lykaion, esperienza abbastanza disomogenee fra loro: qual è il filo rosso che unisce questi gruppi all’interno degli Invernoir?
Siamo amanti della musica in generale e, pur essendo partiti da direzioni opposte, abbiamo sempre covato nel nostro essere un debole per il doom metal, che per gli ascoltatori più attenti può essere intravisto tra le influenze delle nostre altre band, se non altro per la malinconia di sottofondo nascosta tra le note. Siamo del parere che un progetto non può essere snaturato, perciò abbiamo preferito costruire una nuova band da zero, piuttosto che alterare la visione delle altre tenendo per noi il materiale che le avrebbe portate troppo fuori genere. Questa è una delle cose che abbiamo imparato nel nostro percorso, per il bene di un progetto va rispettata la sua essenza, ogni membro può dare il suo contributo alla stesura dei brani ma non deve mai peccare di incoerenza.

Cosa ha portato in più al vostro bagaglio di musicisti questa esperienza?
Di sicuro gli Invernoir fanno musica molto passionale e “sentita” da ognuno di noi, ci piace la sensazione che ci lascia suonarla tutti insieme, perderci nei suoni, abbiamo imparato che quando è presente questa componente diventa linfa vitale per la band e per le persone che ne fanno parte. Tecnicamente parlando, invece, abbiamo imparato ad andare lenti! Sembra banale ma non lo è affatto, spesso nel metal ci si allena per andare veloci, per cercare di suonare tutte le note pulite ed a tempo, nel doom invece c’è molto spazio per decidere come colpire e ci si è aperto un mondo!

L’attività live della band, al di là dell’attuale blocco sanitario, è influenzata negativamente dal fatto che siate già impegnati con altri gruppi oppure non ne risente?
Più o meno tutti noi abbiamo dedicato le nostre vite alla musica, o comunque è una componente importante e fondamentale, ha sempre occupato gran parte delle nostre giornate e ci siamo abituati, certo è vero che crescere porta delle responsabilità che a volte potrebbero interferire con la vita musicale, ma ci piace pensare che se gli Invernoir saranno così richiesti… ben vengano questo tipo di problemi!

Ottone Pesante – Il mood del doom

Oltre la solita musica c’è chi osa. Nel novero ristretto degli audaci sperimentatori di strambe alchimie musicali possiamo citare senza dubbi gli italici Ottone Pesante. In molti aspettavano con curiosità “Doomood” (Aural Music), in pochi ne resteranno delusi, perché ancora una volta ci troviamo innanzi a una gemma di brass metal.

Ciao ragazzi, è in rampa di lancio “Doomood”, il vostro il nuovo lavoro, sicuramente quello circondato da maggiore attesa da parte del pubblico, questo fattore ha pesato in fase di realizzazione?
Francesco: Direi proprio di no, abbiamo lavorato con la solita voglia di sperimentare e di proporre qualcosa di unico, se ci fossimo posti dei problemi rispetto ad un pubblico, forse non avremmo mai dovuto iniziare ahah…

Ho letto che il disco è stato composto in maniera palindroma, ascoltandolo al contrario non si evoca Satana, ma si sente esattamente la stessa musica del verso originale? Scherzi a parte, come è nata l’idea di questa struttura particolare?
Francesco: Esatto, ascoltandolo al contrario si sente la stessa musica! Voglio dire: non è esattamente uguale al contrario, ma c’è sempre una voce (tromba, trombone o entrambe) che suona come se fosse allo specchio. Ci possono essere sottili variazioni tra un riff e il suo palindromo, quello che non varia è l’altezza e l’ordine delle note. L’idea è nata dal fatto che avevamo già chiaro il titolo del disco e quando ho cominciato a selezionare il materiale per “DoomooD” ho realizzato questa cosa e ho cercato di metterla in pratica.

Per le registrazioni vi siete rivolti a ben tre studi – Studio 73 (Ravenna, Italy), Studio Pesante (Faenza, Italy) e Zeta Factory (Carpi, Italy) – prima del missaggio finale di Riccardo Pasini agli Studio 73. Quali sono stati i motivi tecnici che vi hanno portato all’utilizzo di ben tre sale differenti?
Paolo: I motivi sono sia pratici che tecnici: abbiamo registrato le tracce di fiati “puliti” nel nostro studio (Studio Pesante); questo ci ha permesso di lavorare al meglio e senza fretta in un ambiente che conosciamo molto bene e ci è familiare. Le batterie sono state registrate allo Zeta Factory che ha una bellissima stanza per curare al meglio gli ambienti e registrare al meglio la batteria. Il reamp dei fiati sono stati fatti allo Studio 73 dove ci siamo potuti sbizzarrire senza limiti e dove abbiamo anche mixato e masterizzato il tutto.

“Doomood” è il primo album per un’etichetta, l’Aural Music: cambio di filosofia o scelta dettata da motivi pratici?
Paolo: Fin dall’inizio con OP siamo partiti da soli in piena filosofia DIY curando tutto in prima persona. Già da qualche tempo eravamo in contatto con Aural che si era dimostrata interessata al progetto e con questo disco siamo finiti nel roster. Quello che ci è piaciuto di Aural è l’approccio e il supporto che viene dato per far crescere progetti particolari come il nostro con piccoli (ma grandi) passi come avere una distribuzione globale e potersi raffrontare con un’etichetta che ha molta esperienza sul campo. Non lo vediamo come un cambio di filosofia ma come darsi una mano per il bene del progetto e per far conoscere quello che facciamo a più gente possibile.

Qual è il mood del doom e come si sposa con i gli ottoni?
Francesco: È un disco molto scuro, angosciante, drammatico e anche più ambientale. Siamo molto soddisfatti dei suoni e del risultato ottenuto. Di sicuro, a livello di suono, è il disco più vario e pesante finora e devo dire che il matrimonio tra il suono pulito degli ottoni e quello effettato passato attraverso gli amplificatori è perfettamente riuscito!

Qualche settimana fa ho intervistato Sven Dirkschneider, attualmente batterista dell’omonima band del padre, Udo. Con il suo gruppo ha da poco pubblicato un album orchestrale, preferendo agli archi gli ottoni, perché a suo dire si sposano meglio con la musica heavy, rendendola ancora più pesante. Immagino che la pensiate come lui…
Francesco: Forse perchè ancora non ci conosce!!!! Comunque qui il discorso potrebbe essere lungo, ma per farla corta: tutto dipende da come usi gli strumenti. Credo la sua idea dipenda dal fatto che gli archi sono strausati e molto conosciuti in un certo tipo di Metal, mentre gli ottoni molto meno. Se ascoltasse “La Sagra della Primavera” di Stravinsky, “Maria Bertel” o gli “Imperial Triumphant”, cambierebbe subito idea.

Molti si lamentano della penuria di date dal vivo, magari puntando il dito contro le trbute\cover band accusate di aver reso il pubblico meno attento alla musica inedita. Nel vostro caso, ci troviamo innanzi non solo a un progetto inedito, ma che non vanta addirittura epigoni, questo vi rende più appetibili per i locali oppure sono pochi quelli pronti a correre il rischio di proporre un qualcosa di originale?
Francesco: Per quel che ci riguarda, il fatto di essere così unici e trasversali, ci ha permesso di suonare tantissimo in locali / club / squat / teatri ecc… di diversissima vocazione: dal Jazz, al Rock / Metal, Noise ecc. Quei pochi posti che ancora fanno un certo tipo di musica (e non solo intrattenimento) sono alla continua ricerca di novità e si prendono anche dei rischi. Il problema è che sono sempre meno e sempre meno frequentati. La diffusione delle cover band, secondo me è determinata dalla fine di interesse verso un certo tipo di rock. Chi va a vedere una cover band è interessato allo “spettacolo”, non alla musica.

Qual è il vostro pubblico di riferimento? Credo che alla fine il vostro genere si abbastanza trasversale.
Paolo: Il nostro pubblico di riferimento è un pubblico curioso, in cerca novità e che ama essere stupito. Può provenire dal Metal come dal Jazz o semplicemente apprezzare la musica in generale. Diciamo che “parliamo la lingua” dei metallari con strumenti di tradizione popolare/jazzistica e questo ci permette di avere un pubblico veramente trasversale sia in termini di età che di ascolti.

Vorrei fare un passo indietro, tornare ai giorni in cui il vostro sound è nato, chi ha avuto l’idea di mettere su il progetto e quali difficoltà avete incontrato nel mettere in pratica quello che avevate ideato a tavolino?
Paolo: L’idea è venuta a me e Francesco. Stavamo provando un brano che Francesco aveva scritto e ci siamo detti: “se ci mettiamo una batteria con doppia cassa questo è metal” e da lì siamo partiti. In seguito ci siamo focalizzati sui generi più estremi del metal cercando di renderci la vita il più difficile possibile. Le difficoltà ci sono state e vanno dal riuscire a suonare un intero concerto (40/45 min all’inizio) in cui soffi tutto il tempo a far capire a pubblico e critica che facevamo sul serio. Abbiamo dovuto imparare come suonare questa musica con i nostri strumenti e ottenere il suono e la violenza che stavamo cercando. Con il tempo siamo riusciti ad allungare i nostri set, ad esseri presi sul serio e ad avere il suono che cercavamo.

Dismal (Py) – L’oscurità dentro ognuno di noi

Dal loro labirinto di pensieri e sogni in Paraguay, i Dismal offrono uno squisito doom melodico molto simile a quello di My Dying Bride, Paradise Lost e Moonspell sul quale aleggia il malinconico ricordo di tempi antichi che non torneranno mai più. Giorni in cui gli Dei hanno forgiato il mondo e i suoi intricati percorsi, così come riportato nelle pagine del libro dell’antropologo paraguaiano Leon Cadogan Ayvu Rapyta (Le basi del linguaggio umano). In questa piacevole intervista abbiamo chiesto a Jorge e Paul vari aspetti della musica dei Dismal, dal suono ai testi che trattano la loro interpretazione della cosmogonia Guaraní. Soffermandoci anche sulla possibilità che in futuro i Dismal possano utilizzare la loro antica lingua originaria e gli strumenti tradizionali dei Guaraní del Paraguay.

Benvenuto su Il Raglio Del Mulo, grazie mille per avermi concesso il tuo tempo per questa intervista. Come è iniziata la storia dei Dismal e quale genere avevano gli inizi?
(Jorge Cardozo) La storia dei Dismal è iniziata per merito di alcuni amici d’infanzia nel 1993: Jorge Cardozo (chitarrista attuale), Augusto Cabrera (voce) e Jose Franco (batteria). Abbiamo debuttato dal vivo nel 1995 come dei veri e propri pionieri del melodic doom metal in Paraguay, a quel tempo avevamo influenze come Candlemas, Anathema, Paradise Lost e Solitude Aeturnus. I membri attuali sono Jorge Cardozo (chitarrista e membro fondatore), Paul Ocampos (voce), Juancho Taboada (tastiere), Hubo Picco (basso), Carlos Recalde (batteria)e Andre Pinheiro (chitarra).

Qual è il significato del nome Dismal?
(Jorge Cardozo) Dismal rappresenta tutta l’oscurità, la malinconia e la tristezza che vive nel profondo di ognuno di noi ed è ciò che proponiamo con la nostra musica.

Qual è l’ispirazione che seguite per scrivere i vostri testi?
(Paul Ocampos) La direzione dei testi riguarda argomenti come la nostra cultura nazionale, la storia e il folklore dei nostri antenati. Evocano, comunque, sempre malinconia e tristezza.

Osservando il panorama mondiale musicale, soprattutto in ambito metal, secondo voi è più difficile oggi promuovere una band indipendente oppure lo era maggiormente negli anni ’90?
(Jorge Cardozo) Negli anni ’90 fare musica era molto più difficile, praticamente eravamo senza il supporto di una scena locale, gli strumenti erano molto costosi e difficili da trovare e per registrare un buon demo di qualità dovevi indebitarti.

Immagino anche che le attuali tecnologie permettono di ottenere risultati artisti migliori e più complessi…
(Jorge Cardozo) La tecnologia è di grande aiuto durante la composizione e la produzione musica, ti aiuta ad avere un immagine migliore che ti permette di sapere in anticipo quale potrebbe essere il risultato finale, inoltre ti aiuta a lavorare sugli arrangiamenti nei minimi dettagli.

Puoi parlarci del vostro primo EP, “Original Darkness”? Inoltre, state attualmente lavorando ia un nuovo album?
(Jorge Cardozo) L’EP “Original Darkness” contine quattro tracce, di cui due – “Father Of The Souls e Original Darkness” – sono un’anteprima del concept album che dovrebbe intitolarsi “Origins”, il cui concept si basa sulla genesi delle nostre terre secondo i Guaraní .

Su You Tube è disponibile il lyric video della canzone “Father of the Soul”, il cui testo è ispirato a quanto contenuto nel libro “Ayvu Rapyta”, giusto?
(Paul Ocampos) “Father of the Soul” e “Original Darkness” parlano della creazione del linguaggio umano secondo la genesi Guaraní, conservando i nomi delle divinità e degli animali nella lingua originale Guarani.

E di cosa parla in generale il libro “Ayvu Rapyta?
(Paul Ocampos) L'”Ayvu Rapyta” è l’opera più conosciuta degli indigeni Paraguay, l’autore, Leon Cadogan, ha raccolto i testi mitici e gli insegnamenti del Mbya Guaraní con cui ha avuto dei contatti amichevoli. È un viaggio magico dalla creazione del mondo ai suoi rituali ogni giorno. Le storie sono come un insieme di canti sacri e si compone di 50 capitoli, di cui i primi quattro parlano della genesi secondo i Guaraní.

Avete mai pensato di usare la vostra seconda lingua, il Guaraní, o gli strumenti musicali folkloristici del vostro paese?
(Jorge Cardozo) Stiamo progettando di creare una fusione tra la nostra lingua madre e un alcuni strumenti popolari.

Ci sono possibilità di vedere i Dismal un giorno fuori dal Paraguay, magari in Europa?
(Jorge Cardozo) Una volta pubblicato “Origins”, a seconda dell’evolversi della pandemia Covid-19, speriamo di poter fare spettacoli in America Latina e in Europa.

Desde los laberintos de los pensamientos y sueños oníricos de Paraguay, Dismal ofrece un doom melódico exquisito muy en la vena de My Dying Bride, Paradise Lost, Moonspell, uniéndolo a una remembranza de la melancolía y los tiempos que ya no volverán, también hablando de los Dioses que forjaron el mundo y sus intrincados caminos desde las páginas del libro del Antropólogo Paraguayo Leon Cadogan y su inigualable AYVURAPYTA(El fundamento del lenguaje humano), en esta amena entrevista estuvimos Preguntando a Jorge y Paul varios aspectos de la música de Dismal, ademas estarán comentando los proyectos de la banda, su lineal musical, aspectos que incumben en cuanto a las letras, su interpretación de la cosmogonía Guarani, y porque no, próximamente ya también poder adentrarse en poder unir el idioma Guarani e instrumentos propios de Paraguay a su música.

Bienvenidos al Il Raglio Del Mulo, muchas gracias por su tiempo para la entrevista, como comienza Dismal? Y que estilo originalmente ejecutaban?
(Jorge Cardozo) Dismal empieza con amigos de la infancia en el año 1993 , Jorge Cardozo ( guitarrista vigente), Augusto Cabrera (vocal) y Jose Franco (batería) y debutamos en los escenarios en el año 1995 como pioneros del Doom Melodic Metal en Paraguay, en ese entonces teníamos influencias de bandas como Candlemas, Anathema, Paradise Lost y Solitude Aeturnus. Los integrantes actuales son Jorge Cardozo (guitarrista y miembro fundador), Paul Ocampos Vocal, Juancho Taboada Teclados, Hubo Picco Bajo, Carlos Recalde Bateria y Andre Pinheiro Guitarra.

Cual es el significado Del Nombre Dismal?
(Jorge Cardozo) Dismal significa toda la obscuridad, la melancolía y la tristeza que vive muy dentro de cada uno de nosotros y que manifestamos con nuestra música.

En que Dirección Lírica se Dirige la Banda en sus letras?
(Paul Ocampos) La dirección lírica es sobre temas como nuestra cultura nacional, historia y culturas de nuestro pueblo originarias de nuestros antepasados. Siempre evocando la melancolía y tristeza.

Viendo hoy día el panorama mundial en cuanto a la música y más aun en lo que refiere a Metal extremo, en la opinión de ustedes es más difícil hoy día, o antes (mediados de los 90´s) dar a conocer una banda o arte que uno hace?
(Jorge Cardozo) En los 90s hacer música era mucho más difícil, prácticamente sin apoyo local, con instrumentos que eran muy caros o difíciles de conseguir y para grabar un demo de buena calidad tenias que endeudarte.

Con toda la Facilidad de La Tecnología de Producción de hoy dia, eso ha ayudado a crear mejores temas o conceptos artísticos? O lo ha afectado?
(Jorge Cardozo) La tecnología a ayudado notablemente a la hora de componer y producir música, te ayuda a tener un panorama más amplio y anticipar lo que podría ser el producto final y poder trabajar en los arreglos y los mínimos detalles.

Pueden hablarnos del Primer EP “Original Darkness”? y si están trabajando actualmente en una continuación de este EP que desemboce en un disco y que titulo tendrá?
(Jorge Cardozo) El EP “Original Darkness” es el resultado de 4 temas, de los cuales 2 temas “Father Of The Souls y Original Darkness” son un adelanto del album conceptual que tendría como nombre “Origins”, cuyas letras están basadas en el génesis de los guaraníes originarios de nuestras tierras.

En You Tube está disponible el video lyrics del tema “Father of the soul”, me ha llamado La Atención la letra ya que habla del Libro “AYVURAPYTA”, que concepto maneja el tema inspirado en el libro?
(Paul Ocampos) Father of the Soul y Original Darkness hablan sobre la creación del lenguaje humano según el génesis de los guaraníes, conservando los nombres de las deidades y animales en el idioma originario guaraní.

Y De Que Trata el libro AYVURAPYTA?
(Paul Ocampos) El Ayvurapyta es la obra mas reconocida del indigenista Paraguayo Leon Cadogan en donde plasma los textos míticos y enseñanzas de los Mbya guaraní con los que tenia relaciones amistosas. Es un recorrido mágico desde la creación del mundo hasta sus rituales cotidianos. Los relatos son como un conjunto de cantos sagrados y consta de 50 capítulos, donde los 4 primeros son la visión de la creación del génesis según su perspectiva.

Han pensado en algún momento utilizar su segunda lengua o instrumentos propios delfolklore de su país en su música?
(Jorge Cardozo) Lo que pensamos es utilizar una fusión de el idioma nativo y algunos instrumentos folklóricos.

Ustedes que son de Paraguay, como ven la posibilidad de poder continuar con Dismal en el continente europeo o fuera de su País?
Jorge Cardozo) Una vez lanzado el álbum origins, dependiendo de la culminación de la pandemia del covid-19 esperamos poder hacer shows en America latina y Europa.

Bleeding Eyes – Ai piedi del Golgota

Nicola Anselmi ci introduce nel nuovo album dei Bleeding Eyes, un mondo dalle tinte grigie e poco allettante. “Golgotha” (Go Down Records) è un’opera che si presta in modo perfetto a ricoprire il ruolo di colonna sonora di questi strani giorni post prima ondata Covid.

Benvenuto Nicola, partirei subito con un ammissione: non credevo che l’italiano con certe sonorità potesse sposarsi al meglio, invece voi in questi anni avete dimostrato che mi sbagliavo. Come siete arrivati alla consapevolezza che lo nostra lingua fosse credibile in questo contesto? Frutto di esperimenti andati bene o scelta consapevole sin dall’inizio?
Ciao, subito un grazie per lo spazio concesso. La scelta dell’italiano ci è subito venuta naturale ed è per noi eticamente corretta. Ci offre la possibilità di esprimerci al meglio e musicalmente si amalgama molto bene con il nostro sound. Ci piace molto anche l’inglese in realtà, infatti cerchiamo a seconda del brano di alternare una lingua o l’altra. Alla fine l’urgenza comunicativa non ha linguaggi prestabiliti.

Pian piano avete alternato inglese e italiano nei vostri dischi, nel nuovo “Golgotha” utilizzate quasi esclusivamente il nostro idioma, come mai?
In “Golgotha” utilizziamo la nostra lingua madre maggiormente, ma in due pezzi, sempre per una questione legata al brano e alla sua composizione, Simone Tesser (voce) canta in inglese.

Questa scelta potrebbe penalizzarvi all’estero?
Non crediamo, siamo convinti che la nostra scelta “espressiva” non ci creerà problemi con l’estero anzi, è una caratteristica che potrebbe destare curiosità in molte persone.

Quanto è importante oggi la parola nella vostra musica?
Molto, i testi e la musica sono un tutt’uno e hanno la stessa importanza.

Il Golgota  è uno dei simboli più forti della cristianità: a cosa si deve la scelta di questo titolo e qual è il vostro rapporto con la religione?
È il simbolo del calvario che molte persone affrontano ogni giorno in una società neoliberista dominata dall’unica vera religione, il dio denaro.

Facendo i necessari distinguo cronologici e stilistici, il vostro album, in alcuni passaggi, mi ha ricordato due lavori del passato: “La Bibbia” de Il Rovescio della Medaglia e “666” degli Aphrodite’s Child. Vorrei sapere se in qualche modo questi dischi, così lontani dal vostro sound, vi hanno in qualche modo, conscio o inconscio, influenzato e quali sono le reali muse ispiratrici di “Golgotha”.
Grazie per il complimento, apprezziamo molto queste band. In realtà siamo in cinque e ascoltiamo moltissima musica differente. Dai Sabbath ai Neurosis tutto ciò che è pesante ci piace assai.

Avete estratto un singolo dal disco, “Confesso”, come mai avete scelto questo brano e credete che una singola canzone possa rappresentare questi disco che, di per sé, è una sorta di blocco unico?
Abbiamo scelto “Confesso” perché forse racchiude tutte le nostre sfumature compositive. Dalla psichedelia lieve che sfocia in un crescendo di rabbia e pesantezza.

Dal punto di vista visivo avete collaborato ancora con il fotografo Lorenzo Ferraro, utilizzando alcuni sui scatti relativi ai giorni della Tempesta Vaia. Come siete entrati in contatto con lui?
Con Lorenzo siamo amici da molto tempo, è un artista incredibile e gli siamo molto grati per lo scatto che ci ha donato. L’immagine catturata da Lorenzo subito dopo il passaggio della devastante tempesta Vaia ben si lega con il mood del disco e del nostro modo di concepire la musica
In ogni caso vi consigliamo di guardare i fantastici lavori di Lorenzo Ferraro
http://www.lorenzoferrarofotografo.it/

In qualche modo l’evento nefasto protagonista delle foto si ricollega alle tematiche trattate nel disco?
Assolutamente, il calvario e la devastazione etica e sociale contemporanea per noi è ben rappresentata dalla fotografia di Lorenzo.

Sorcerer – Il lamento dello stregone

Chi volesse utilizzare un esempio pratico per confutare il vecchio detto “il tempo è galantuomo”, potrebbe raccontare la parabola dei Sorcerer. Gli svedesi nati a Stoccolma nel pieno del boom del death metal, hanno rilasciato un paio di demo – “Sorcerer” e ” The Inquisition”- diventati oggetto di culto tra gli amanti del doom. Poi dal 1992 al 2015 il silenzio assoluto, sino al sorprendete ritorno marchiato Metal Blade, “In the Shadow of the Inverted Cross”. Da qual momento gli scandinavi hanno dato il via alla seconda parte della propria carriera in modo regolare, arrivando oggi alla terza uscita, “Lamenting of the Innocent”, nel giro di soli cinque anni. Ancora una volta un disco che non solo non sminuisce il fascino da cult band conquistato durante il lungo stop, ma lo accresce in modo esponenziale. È toccato ad Anders Engberg, vocalist dai tempi dei mitici demo, rispondere alle nostre domande.

Benvenuto Anders, chi è l’innocente citato nel titolo del vostro nuovo grande album?
L’album è un concept, nel senso che ogni canzone ruota intorno a tematiche legate al periodo in cui era in vigore la caccia alle streghe. L’ispirazione maggiore arriva dal libro “The Witch Hammer – Malleum Malleficarum”, gli innocenti sono tutte le vittime della follia scatenata per tanto tempo da quel tomo nefesto.

Nella vostra line up attuale troviamo un nuovo bassista, Justin Biggs, e l’ex batterista Richard Evensand, che novità hanno portato nel sound dei Sorcerer con il loro ingresso?
Justin ha contribuito con un nuovo suono di basso e ha anche scritto un paio di riff / canzoni, oltre ad aver partecipato alla stesura dei testi dell’album. Il solo ritorno di Ricky per me è una cosa meravigliosa, poter suonare di nuovo insieme dopo tutti questi anni è fantastico! Poi lo ritengo anche uno dei migliori batteristi svedesi, quindi nulla potrà andare storto con lui dietro le pelli!

A proposito di musicisti di svedesi di valore, Johan Langquist dei Candlemass è l’ospite nel brano “Deliverance”: come è stato lavorare con una vera leggenda del doom metal?
Johan è un mio vecchio amico, suonavo in una band con suo fratello, quindi lo conosco da oltre trenta anni. È un cantante fantastico, il migliore, secondo me, tra quelli che sono transitati nei Candlemass. È stato un vero onore averlo sia in studio che nel video della canzone “Deliverance”.

Nella stessa traccia troviamo il rinomato violoncellista svedese Svante Henryson, ti piace la musica classica o è stata un’idea nata per caso?
Posso affermare in tutta onestà che ne sono un amante, l’opera è il mio genere preferito ma anche Orrf, Wagner e simili non mi dispiacciano. Sì, sono un fan.

Come capita sempre più spesso anche per altre band, avette prodotto da soli il vostro album, perché?
Siamo tutti musicisti molto esperti e siamo circondati da persone molte valide, quindi per noi non è mai stato necessario coinvolgere un vero e proprio produttore. Abbiamo avuto bisogno solo di un co-produttore, Conny Welén, che è ha lavorato con noi in tutti e tre gli album. Sappiamo tutti esattamente come vogliamo che i nostri album suonino, per questo è meglio fare tutto da soli, no?

La vostra scelta sembra giusta, il vostro suono è fottutamene drammatico ed epico, qual è il segreto?
Non so se abbiamo un vero e proprio segreto, ma tutti noi amiamo la musica con un feeling drammatico. Penso che alla fine abbiamo ottenuto quello che volevamo, cioè creare un sound per i Sorcerer che fosse big, badass and melodic.

I Sorcerer nascono a Stoccolma nel 1988, quando la città era una delle capitali del death metal. Voi siete andati controtendenza, avete scelto una forma di doom metal molto classica e scevra da contaminazioni estreme. Da cosa è dipesa questa volontà di non salire sul carrozzone della moda imperante?
In realtà, al momento della fondazione io ero in un’altra band e mi chiesero di scrivere i testi e incidere la voce per il primo demo. Non avevo idea di cosa fosse davvero il doom, conoscevo i Candlemass ma non li avevo mai seguiti molto. Quando ho ascoltato per la prima volta i pezzi con la mia voce, ho capito che quello era il mio sound! Il resto è storia, ah ah.

Oltre ad essere il tuo genere d’elezione, credi che il doom metal possa rappresentare la colonna sonora perfetta per questi giorni di isolamento a causa della pandemia?
Non so se nessun tipo di musica possa descrivere la drammatica situazione che stiamo vivendo in questo momento. Voglio dire, chi avrebbe mai immaginato che saremmo precipitati in questo stato di calamità mondiale a causa di un virus? Ma forse, proprio il doom, se mai fosse possibile, è il genere che può racchiudere in sé la drammaticità del momento.

Il vostro primo demo è datato 1989, ma l’album di debutto è stato pubblicato nel 2015. Come è cambiata la scena musicale in questo intervallo di 25 anni?
È cambiata profondamente. Allora dovevi andare in studio per registrare tutto e avevi solo quel tempo limitato per farlo. Oggi tutti possono fare il più a casa loro, nel proprio studio privato, come noi. Registriamo tutto, tranne la batteria, noi stessi, questa è una differenza enorme. Inoltre, il modo in cui la musica viene diffusa e ascoltata vive un momento di grande cambiamento. Voglio dire, quando ho iniziato c’erano solo cassette e vinili, ora ci sono molti modi per fruirne e la confusione è notevole. Essere capaci di sfondare quel muro di confusione e arrivare da qualche parte è molto più difficile oggi.

Ma se all’epoca le cose erano più semplici di oggi, perché nel 1992 la band si è separata?
Io ero attivo anche con altre band e volevo progredire in un’altra direzione. Johnny voleva fare le sue cose, quindi nel 92 anni ci siamo sciolti. Nessun risentimento o screzio quando tutto è finito, io e Johnny eravamo amici prima e lo siamo ancora oggi come allora.

Però, anche alla luce dell’ottima accoglienza ricevuta dai vostri album dopo il rientro, qualche rimpianto per lo scioglimento ce l’hai?
Nessun rimpianto, solo curiosità per quello che sarebbe successo se avessimo continuato normalmente la nostra attività. Questo non lo sapremo mai, ma non me ne faccio un cruccio, perché amo il modo in cui suoniamo e scriviamo musica oggi. Tutto sommato, penso che la situazione odierna non sia peggiore di quella che avremmo potuto raggiungere dopo svariati anni di carriera se non ci fossimo separati.

Forse qualche rimpianto può procurarlo l’aver pubblicato un nuovo album e non poter suonare dal vivo per promuoverlo. Quanto vi pesa questa cosa?
Questo non vale solo per noi, ovviamente questa situazione ha mandato all’aria tutti i nostri piani. Non poter partecipare a tutti gli eventi che avevamo già programmato è veramente frustrante. La cosa buona è che tutti gli spettacoli sono stati rischedulati per il prossimo anno, quindi dobbiamo solo attendere e poi tornare di nuovo in sella.

g.f.cassatella

Ufomammut – Idoli dallo spazio ignoto

Gli Ufomammut sono una creatura a sé stante del panorama musicale italiano. Freschi autori d’un’album fenomenale come “Idolum” si sono sottoposti al fuoco incrociato delle nostre domande.

In sede di recensione ho definito “Idolum” “un viaggio nello spazio più remoto, dove affacciandosi dall’oblò puoi vedere non solo la magnificenza delle stelle, ma anche l’incubo dell’ignoto”: mi sono allontanato di molto dalla verità?
“Idolum” è l’ignoto, il suono grave dello spazio, è un viaggio spazio-temporale e una colonna sonora per i propri trip mentali, una specie di “mezzo di trasporto” per l’esplorazione di nuovi mondi musicali. La musica di Ufomammut è sempre stata caratterizzata dal dualismo e dai contrasti. Abisso e vertigine, terrore e meraviglia.

Quando avete iniziato scrivere il materiale che poi è finito nell’album?
La genesi di “Idolum” è stata relativamente di breve durata: le strutture dei brani sono state concepite alla fine del 2007, tranne quelle di due pezzi che suonavamo da più tempo: “Nero”, che è rimasta quasi invariata e “Stardog” che invece è stata pesantemente rivista prima di registrare. Abbiamo poi ulteriormente modificato qualche parte in fase di registrazione, scritto i testi in studio e così pure deciso i titoli. E’ stato un fluire continuo. E’ stato registrato tutto in due week-end a Milano, al Magnolia sotto la regia di Lorenzo Stecconi, chitarrista dei Lento e fonico del Locomotore Studio di Roma dove poi abbiamo mixato e masterizzato il disco: il suo è stato un grandissimo apporto.

Perché “Idolum”?
L’ultimo disco necessitava di un titolo che rappresentasse la sua aurea spettrale e al tempo stesso enorme. Aleggiava in studio l’idea di questo gigantesco mastodonte invisibile… quindi abbiamo scavato nelle origini della nostra lingua e abbiamo trovato “Idolum”, parola latina, che descrive un’immagine mentale, uno spettro, un’idea. Il titolo descrive bene ciò che la musica suggerisce: una sorta di buco nero che divora mondi. Esiste, ma non lo puoi vedere.

Quali sono i vostri idoli?
Nessuno di noi ha idoli. Dal lato musicale consideriamo all’unanimità fondamentali band come Pink Floyd e Beatles. Ma nella vita quotidiana non abbiamo personaggi da idolatrare. Il concetto di idolo presuppone una sorta di fede cieca. E noi siamo molto critici, poco propensi all’adorazione fine se stessa. Più che le persone, adoriamo ciò che la mente umana può concepire. Nonostante i difetti, le stupidità, le tare congenite e follie varie, la specie umana è stata in grado di creare opere immortali: le cattedrali gotiche, Arancia Meccanica, il White Album, Hellboy, il pongo, tanto per citarne qualcuna.

Una cosa che mi è saltata all’occhio leggendo la tracklist è che tutti i titoli delle canzoni sono formate da una sola parola: un caso o una scelta?
Si tratta di una scelta: tutti i titoli dei nostri album sono composti da una sola parola. L’approccio al pezzo diventa più diretto e più facile da ricordare. Un singolo vocabolo suona meglio.

Ancora una volta un artwork eccellente accompagna un vostro lavoro!
2/3 di Ufomammut sono anche 2/3 di Malleus… come dice Vita sarebbe stupido non “sfruttare” le loro capacità artistiche, sarebbe come avere una fidanzata bellissima del quale sei innamorato e tradirla con la prima racchia antipatica che ti fa un sorrisino ammiccante… L’artwork, da sempre, è uno dei punti di forza delle nostre opere. SupernaturalCat, la label di Malleus, è dedita ad un lavoro fondamentale, essendo nata con l’idea di ridare al disco la sua importanza, con uscite a tiratura limitata e vinile, e “Idolum”, con il suo doppio vinile, poster e cd ne è la dimostrazione assoluta. Crediamo che la percezione dell’ascolto di un disco possa essere dall’artwork. Senza il prisma, ad esempio, “Dark Side of The Moon” avrebbe un altro suono

Gli Ufomammut sono più una band da studio o da palco?
Entrambe le cose anche se ognuno di noi la pensa in modo differente. Per Vita il palco è quello che ci da maggior possibilità di trasformare la musica in un branco di mammut impazziti, mentre per Poia ed Urlo la parte più interessante dell’essere Ufomammut è la possibilità di sperimentare e creare in studio. Sono due esperienze distinte. La differenza principale è che in studio siamo anche spettatori.

Come definiresti un vostro show?
Un’esperienza completa, dove si viene risucchiati da un vortice di suoni, effetti ed immagini. A parte ciò, non è semplice dare una definizione precisa, dato che suonando la visione che abbiamo di noi stessi non può essere obiettiva

Avete già programmato delle date?
Stiamo lavorando ad un tour negli States e ad uno in Europa per Novembre. Comunque sarà tutto presente sul nostro sito appena confermato: www.ufomammut.com

Vi ringrazio, a voi la chiusura…
Grazie come sempre a tutti coloro che ci seguono e che ci supportano, Ufomammut esiste anche grazie a loro.

Intervista originariamente pubblicata su www.rawandwild.com nel 2008 in occasione dell’uscita di “Idolum”
http://www.rawandwild.com/interviews/2008/int_ufomammut.php

g.f.cassatella

 

Abysmal Grief – Nel buio più profondo

Gli Abysmal Grief rappresentano la continuità all’interno della scena italiana. Sono probabilmente l’unica band che è stata in grado di riprendere il discorso lasciato in sospeso da band quali Jacula, Death SS (mi riferisco alla prima incarnazione della band), Violet Theater\Paul Chain. Il gruppo non si è limitato a rinverdire questa tradizione, ma si è spinto oltre donando nuova linfa alla scena doom nostrana. Regen Graves, Lord Alastair e Labes C.Necrothytus hanno risposto alle nostre domande.

Vi va di presentare la band ai nostri lettori?
R.G.: Da più di dieci anni gli Abysmal Grief portano avanti un discorso filosofico-esoterico basato sui rapporti medianici e sul culto della Morte, inserendolo in un contesto musicale strettamente legato alla tradizione dark doom italiana degli anni settanta/ottanta. Ogni nostro lavoro è da intendersi come una sorta di resoconto delle nostre personali ricerche nell’ambito dell’Occulto, che esponiamo traendo ispirazione anche dalla letteratura e dalla cinematografia horror.

Quali sono le vostre influenze musicali?
L.A.: In un periodo in cui la crescente popolarità del metal stava, a nostro giudizio, corrompendone l’essenza, abbiamo cominciato ad approfondire le nostre conoscenze sui precursori di questo genere. Gruppi come i Black Sabbath, Jacula, Black Widow e sopratutto i Death SS del periodo dal 1977 al 1984, hanno dato vita ad un percorso artistico talmente innovativo e suggestivo da influenzare profondamente il nostro approccio alla musica. Nel tempo abbiamo compreso che ciò che ci attrae maggiormente è legato a differenti generi musicali, in particolare l’horror metal, il doom ed il dark, ma al centro delle nostre attenzioni ci sono le emozioni e la concettualità che la musica riesce ad esprimere.

Una vostra cover, “Black Mummy”, è stata inserita nel disco tributo ai Death SS. Ci sono secondo voi delle similitudini tra la vostra band e quella di Steve Sylvester?
R.G: Di certo noi portiamo avanti un discorso musicale ed esoterico che deriva dai primi Death SS del periodo Sylvester/Chain, ma ti assicuro che sono quasi dieci anni che nelle interviste mi sento nominare i Death SS e la cosa comincia un po’ a stufarmi.

Nella biografia presente sul vostro sito ufficiale si legge a riguardo del gruppo “fortemente influenzato dal profondo interesse verso elaborate forme di esoterismo e magia rituale (ben lontane comunque da ogni tipo di satanismo)”. Cosa è per voi la magia?
R.G: Personalmente ritengo la Magia e lo studio delle pratiche magiche in generale un metodo efficace per entrare in contatto con una parte della mia coscienza che altrimenti tenderebbe a rimanere sopita dal senso di inutilità della mia esistenza. Col tempo in questo mio percorso del tutto personale mi sto lentamente liberando di quegli stereotipi che caratterizzavano certe fasi della mia espressività artistica, per confluire in una riflessione maggiormente filosofica e lontana da influssi esterni e probabilmente per certi versi ben lontana anche dalla musica stessa.

In fase di recensione ho definito la vostra musica: “Una ricerca religiosa, scevra di ogni religiosità”. E’ corretta come definizione?
L.A.: Non siamo persone religiose, non condividiamo i dettami della chiesa cattolica ne quelli delle altre dottrine. Siamo profondamente attratti dalla Morte, unica certezza della nostra esistenza e ci affascina tutto ciò che la circonda evocando funebri sensazioni. Questo ci lega saldamente alla ritualità funerea, all’arte cimiteriale, allo spiritismo ed alle superstizioni legate al mistero dell’Occulto. Trattiamo questi argomenti con rispetto e serietà poiché sono alla base della nostra musica.

Continuando la lettura della biografia indicate nell’Horror un’ulteriore influenza.
L.A.: La letteratura ed il cinema dell’orrore sono una grande fonte di ispirazione per noi, che ha radicalmente influenzato il nostro percorso stilistico, spingendoci a cercare di creare con la musica le stesse atmosfere e la stessa suggestione che evocano la paura della Morte ed il dolore che essa crea. Il nostro progetto fonde l’impatto emozionale del genere horror con lo studio delle tematiche occulte, dando vita ad un sound che si basa su diverse influenze, ma con lo scopo preciso di trasportare l’ascoltatore al centro di una rappresentazione delle nostre più macabre visioni.

Da poco è stato pubblicato il vostro album omonimo, potete parlarci di questo lavoro?
R.G.: “Abysmal Grief” racchiude canzoni composte in un periodo di tempo piuttosto lungo, ma che sono state incluse nello stesso lavoro per il forte legame filosofico che le lega tra di loro. Siamo soddisfatti dell’obiettivo raggiunto, anche se abbiamo avuto una serie di innumerevoli problemi sia in fase di registrazione che di missaggio e la qualità finale forse ne ha un po’ risentito. Ritengo comunque che rappresenti in pieno il nostro messaggio esoterico e un resoconto piuttosto completo dei nostri studi fin qua intrapresi.

Possiamo considerarlo un concept album?
(R.G.) Ogni nostra uscita discografica è sempre stata elaborata come un concept, nel senso che abbiamo sempre cercato di dare un’impronta unitaria ai pezzi dal punto di vista concettuale e filosofico, prima ancora che musicale. Anche “Abysmal Grief” può quindi essere considerato essenzialmente un concept basato sui rapporti con l’Aldilà.

L’album contiene il vostro mini LP “Mors Eleison”, cosa potete dirci al riguardo?
R.G.: “Mors Eleison” era stato pubblicato ufficialmente solo su vinile dalla I Hate Rec nel 2006 e la Black Widow ha insistito per inserirlo nella versione cd dell’album. All’inizio ero estremamente contrario a questa ipotesi, ma col senno di poi credo che ciò abbia dato la possibilità a chi non possiede un giradischi di poter ascoltare un lavoro per noi estremamente importante, dato che rappresenta un po’ il manifesto di tutta la nostra filosofia legata alla Morte. Ritengo “Mors Eleison” e “Abysmal Grief” due lavori profondamente distinti, ma nello stesso tempo assolutamente propedeutici.

Una costante della vostra carriera è stata quella delle poche date dal vivo. Con un album come AG sul mercato come sta andando da questo punto di vista?
L.N.: I motivi del fatto che le nostre apparizioni dal vivo sono così rare sono molteplici. Innanzitutto nei nostri concerti la componente teatrale è fondamentale, perciò dobbiamo avere massima libertà di scelta sul palco e sulla preparazione dello stesso. Ad esempio, anche a causa delle atmosfere che creiamo con la nostra musica, i festival non sono molto adatti a noi e, nonostante abbiamo partecipato ad alcuni con grande piacere, ci viene difficile pensare di suonare alla luce del sole o di spalla a gruppi che non hanno il nostro stesso “culto” musicale. Inoltre i continui cambi di line-up hanno fortemente rallentato le nostre produzioni live e il fresco divorzio con l’ennesimo batterista (quello con cui abbiamo fatto le ultime date dal vivo) ci impedisce di programmare un qualche tour di supporto all’album. Negli anni i continui cambi di batterista ci hanno dato notevoli problemi, ma credo che questo sia servito anche a cementificare il nucleo degli Abysmal Grief che essendo sempre stato composto da noi tre si è trovato sempre più unito nelle decisioni. Comunque abbiamo intenzione di supportare il nostro ultimo lavoro con date live e, nonostante siamo in fase di composizione dei pezzi nuovi, proveremo a breve un nuovo batterista per poter portare a voi il nostro messaggio anche dal vivo.

Puoi descriverci una vostra esibizione?
R.G.: Dal vivo cerchiamo semplicemente di ricreare un rituale funebre e di fare in modo che lo spettatore si senta coinvolto il più possibile. L’uso di candele o oggetti funebri non ha ovviamente uno scopo solamente estetico, ma ha il compito di ricreare un contesto di simbolismo nel quale sia possibile esprimere il concetto di Evocazione che sta alla base della nostra musica.

Con quali band vi piacerebbe dividere il palco?
L.N.: E’ stato un gran piacere ed onore poter condividere in passato il palco con Mario “The Black” Di Donato e mi farebbe personalmente piacere farlo ancora in futuro, così come con i tanti gruppi italiani troppo sottovalutati come Doomraiser, Misantropus e Mydriasi coi quali abbiamo condiviso un piacevole pomeriggio allo Stoned Hand of Doom due anni fa. Altre band con cui un giorno ci farebbe piacere suonare, anche perché abbiamo diverse tematiche in comune, sono Mortuary Drape e Denial of God che, pur facendo musica decisamente differente dalla nostra, condividono con noi un forte attaccamento alle radici della musica esoterica che, nonostante nel tempo non abbia avuto grande seguito, ha sempre portato avanti un discorso iniziato oramai trent’anni fa da gruppi quali Death SS o Jacula.

R.G.: Personalmente ritengo non sarebbe male neanche un concerto insieme ai Malombra, anche se credo di aver capito che difficilmente ci sarà la possibilità di rivederli dal vivo.

Secondo voi esiste una scena doom italiana?
R.G.: Altroché se esiste, ma mi sembra che se ne siano accorti più all’estero che in Italia. Personalmente ritengo che più ancora del Doom, l’Italia vanti nel mondo una scena che viene definita “Dark Sound” che ormai ci è stata riconosciuta come un marchio di fabbrica e della quale noi siamo orgogliosi di far parte.

A voi il compito di chiudere l’intervista…
L.N.: Ti ringrazio innanzitutto per l’occasione che ci hai dato con questa intervista e per le interessanti domande posteci e voglio lasciare i tuoi lettori con un consiglio e un monito: ogni azione che intraprenderete contribuirà, come un nuovo mattone su una strada in costruzione, alla direzione verso cui il vostro spirito volgerà nell’Oltre Mondo, perciò tenete bene a mente che è “la Coscienza ad essere la presenza di Dio nell’Uomo”. In Morte.

g.f.cassatella

Intervista originariamente pubblicata su www.rawandwild.com nel 2008 in occasione dell’uscita di “Abysmal Grief”.
http://www.rawandwild.com/interviews/2008/int_abismalgrief.php

L’Impero delle Ombre – E tu vivrai nell’oscurità…

Ci sono dei gruppi fuori dalle mode. Ci sono dei gruppi fuori dalle logiche di mercato. Ci sono dei gruppi che vivono lontano dalle luci della ribalta. Ci sono dei gruppi che preferisco l’ombra. John Goldfinch ha costruito il suo regno nell’ombra, ed ora pronto a guidarci ne L’Impero delle Ombre.

Vi andrebbe di condurre i nostri lettori ne “L’Impero delle Ombre” raccontandoci la storia della band?
In tutta franchezza, ti devo confessare che giunti alla fine del 2007 non si può considerare L’Impero delle Ombre un gruppo convenzionale, bensì un progetto mosso da chissà quali forze preternaturali. Tuttavia, se una line up si può dire ufficiale è quella del periodo fiorentino e quindi del primo disco. La prima formazione risale al 1995; da là è passata tanta gente e parecchia acqua sotto i ponti. All’inizio suonavamo molte cover dark-doom e improvvisavamo lunghe jam sessions psichedeliche. Nel 2003 siamo giunti alla formazione composta da mio fratello Andrea alla chitarra, Dario Caroli alla batteria, Enrico Caroli al basso (dai mitici Sabotage) e Alexander alle tastiere; siamo riusciti a conquistare la fiducia della gloriosa Black Widow Records. L’unico mio rammarico è il non avere una frequenza live con L’Impero. Presto, però, si sentirà ancora parlare di noi grazie alla pubblicazione del secondo LP! Novità a breve su www.limperodelleombre.it e www.myspace.com/l39imperodelleombre.

Da cosa nasce la necessità di creare musica “oscura” utilizzando dei suoni che si rifanno apertamente alla tradizione hard rock, progressiva e proto-doom, e non alle sonorità black che oggi vanno tanto di moda?
Questa è una risposta molto semplice! Il black o la musica estrema in generale non ci piace. A parte alcune eccezioni, non ha nessuna attrattiva su di noi. Il discorso della moda, poi, di per sé è ridicolo. Sai, io e Andrea, malgrado la giovane età, siamo per una concezione musicale vintage 60/70 e crediamo che i brividi che ti fanno scorrere lungo la schiena band come i Black Widow, i Dr. Z o gli High Tide non abbiano paragoni!



Quanto pesa l’essere italiani (con il relativo background culturale) sulla musica degli Impero? Io ritengo che così come la nostra italianità abbia impresso un marchio indelebile sul progressive, così abbia impresso un marchio sulla scena doom. Gruppi come il vostro, Jacula, Death SS\Violet Theater, The Black/Mario Di Donato, Abiogenesi, sarebbero potuti venir fuori in un altro Paese che non fosse l’Italia.
Prima di tutto, grazie di vero cuore per averci inserito in quel lotto strepitoso di band che ci hanno pesantemente influenzato! Anche io sono pienamente d’accordo sul fatto che tali band, soprattutto negli anni 70/80, coi relativi inconfondibili sound non avrebbero mai potuto nascere altrove, per svariati motivi. Secondo me, l’italianità è la nostra croce e delizia, qualcosa di artigianale e irripetibile. Un punto di incontro astratto fra il riprendere canoni rock anglosassoni e l’arte tutta italiana del sapersi arrangiare, creando poi strani ibridi molto originali. Aldilà della questione strettamente dark doom considera che in Italia abbiamo avuto rocker autoctoni come il grandissimo Ivan Graziani, che io adoro! Ascoltate il live “Parla Tu” per credere! L’italianità nell’Impero si deduce pure dal fatto che noi come influenze sentiamo tanto i Black Sabbath, quanto il Fabrizio De Andrè di “Non al Denaro, Non all’Amore né al Cielo”, per esempio, disco che è ispirato all'”Antologia di Spoon River” di Edgar Lee Master.

Nonostante la scelta di andare controtendenza comunque il vostro debutto è stato accolto entusiasticamente da critica e ascoltatori. Siete risultati tra i gruppi migliori del 2005 nei referendum delle varie testate musicali. Allora, la qualità paga ancora?
Beh! Ovviamente siamo felici e orgogliosi che il nostro lavoro sia piaciuto. Sai, non avevamo nessuna smania di successo quando, tra buoni amici, abbiamo registrato i pezzi. La qualità paga ancora? Speriamo! In un periodo e in una scena come il metal di oggi, sembra che i valori siano decisamente cambiati: troppe chiacchiere, poco rock e poca sostanza.

Quanto contano per voi i testi?
I testi sono fondamentali e insieme alla musica vanno a creare l’opera totale della composizione del brano. A volte da un testo scaturisce la musica, altre viceversa. Sono riflessioni dall’Impero delle Ombre del mio lato oscuro o situazioni che mi creano inquietudine. Le butto fuori per esorcizzarle.

E l’uso di idiomi differenti (italiano, inglese, latino) a cosa è finalizzato?
Siamo pur sempre cittadini del mondo. In un certo senso si abbattono alcune barriere adottando diversi idiomi. Ti svelo, ad esempio, che sul prossimo disco ci saranno alcune cose in francese, dato che è basato sul romanzo francese “I Compagni di Baal” e poi, francamente, altre lingue nei giusti contesti suonano bene.

Quanto è importante il cinema per voi? Te lo chiedo in riferimento all’inserimento del monologo tratto da “Mortacci” utilizzato come intro per “Nel Giardino” e al fatto che il vostro prossimo disco sarà un concept ispirato allo sceneggiato degli anni 60 “I Compagni di Baal”.
Il cinema, soprattutto di serie B, è senza dubbio molto importante per L’IDO; diversi spunti ci vengono proprio dalle visioni e dall’ascolto di quei piccoli gioielli all’italiana dei sommi Bava, Fulci o Freda. Il nostro prossimo disco, “I Compagni di Baal” è basato sullo sceneggiato tv francese del ’68, tratto dall’omonimo romanzo e riproposto sullo schermo da Pierre Prevert. Devo dire che è qualcosa di visionario e unico con dei messaggi sociali criptati di un certo peso.

Come mai secondo voi negli anni 60 in una televisione italiana meno “emancipata” dell’attuale c’era spazio per sceneggiati come “I Compagni di Baal”, “Il Segno del Comando” o “Belfagor”, e ora siamo succubi di “Lucignolo”, “Amici” e amenità varie? Cosa pensate di un personaggio come Maurizo Costanzo, che negli anni si è trasformato da co-autore di un capolavoro come “La Casa dalle Finestre che Ridono” a autore di “Buona Domenica”?
Non credo che la tv di 40 anni fa fosse meno emancipata di quella oggi, soprattutto rivedendo gli spezzoni video del tempo e di sicuro quella di oggi fa cagare! La risposta credo sia che oggi la gente e i giovani, specialmente, abbiano la merda nel cervello! Tutti incollati allo schermo a inseguire i modelli dettati dai media e da chi comanda: uno schifo! “La Casa dalle Finestre che Ridono”? Quanto amo quel film! Il signor Costanzo, poveraccio quanto mi fa pena oggi, l’ho intravisto qualche volta per sbaglio la domenica in tv: meglio la morte!

Potete darci qualche dritta sull’uscita de “I Compagni di Baal”?
Le composizioni sono pronte da un po’. A breve cominceremo a registrare; nel corso del 2008 quindi l’uscita. La line up sarà composta, oltre da me e da Andrea (chitarra), da Dario Caroli (batteria), Fabio Oliveti al basso e un tastierista da definire. Come già detto sarà un concept album che avrà musicalmente un taglio un po’ più hard prog, pur mantenendo le caratteristiche del nostro “cemetery rock”.

A che punto è il progetto Witchfield?
“Sleepless” dei Witchfield è pronto. Ricordo che si tratta del progetto artistico musicale che vede all’opera me alla voce, mio fratello Andrea e Ilario (Hopesend) alle chitarre, Baka Bomb (Boohoos, Paul Chain) al basso, Thomas Hand Chaste (Death SS, Violet Theatre) batteria e tastiere. Suoniamo una sorta di doom metal psichedelico e usciremo su Black Widow Rec. molto presto, non appena il master ritornerà dall’Inghilterra, avendolo spedito al gran maestro Clive Jones dei Black Widow/Agony Bag per alcuni interventi di flauto. Per il disco c’è molta carne al fuoco: pezzi di organo, cover di Alice Cooper, primi Death SS ed altro ancora. Per le info visitate www.myspace.com/witchfield!

In conclusione tre dischi senza i quali oggi L’Impero delle Ombre non esisterebbero.
Domanda difficile! Facciamo almeno sei!
Black Sabbath – “Black Sabbath”
Black Widow – “Sacrifice”
Angel Witch – “Angel Witch”
Death SS – “The story of Death SS 77/84”
Biglietto per l’Inferno – “Biglietto per l’Inferno”
Balletto di bronzo – “Ys”

g.f.cassatella

Intervista originariamente pubblicata su www.rawandwild.com nel 2007.
http://www.rawandwild.com/interviews/2007/int_ipmero_delle_ombre.php