Neker – Louder, slower and Neker

A Neker piace il rumore. A Neker piace la lentezza. A noi piace Neker. A noi piace il suo nuovo album, il secondo, “Slower” (Time to Kill Records).

Ciao Neker, partiamo subito con le domande più intelligenti: è nato prima il tuo amore per i baffi o quello per gli ampli rumorosi?
Direi, decisamente, che è nato prima l’amore per gli ampli rumorosi.

“Slower” è il secondo capitolo a nome Neker, quando hai rilasciato il primo disco avevi intenzione di dare continuità al progetto oppure per te, in quel momento storico, si trattava di una pubblicazione estemporanea?
Ho sempre pensato di continuare, anzi il progetto è nato proprio per continuare. Venendo dalle esperienze con le band nelle quali c’era sempre discontinuità e si finiva inesorabilmente per smettere di suonare ho deciso di andare avanti da solo.

“Slower”, ma più lento di cosa o di chi?
Di niente in particolare. Lento come una colata lavica!

I tuoi brani nascono sempre da riff di basso oppure ti capita anche di comporre partendo dalla chitarra?
In realtà compongo quasi sempre con la chitarra! La chitarra mi da subito l’idea dell’impronta e del colore che può lasciare un riff.

I Neker, inevitabilmente, vengono ricondotti alla tua figura, ma si ci troviamo innanzi a una vera e propria band: mi presenteresti i tuoi due compagni?
Beh credo che vengano condotti alla mia figura perché “i Neker” semplicemente non esistono, Neker sono io. Ma sicuramente ho i miei musicisti di fiducia: come per Jhon Zorn c’è Marc Ribot per me alla chitarra c’è Alessandro Eusebi e come per Ozzy c’era Mike Bordin per me alla batteria c’è Daniele Alessi!

Dopo l’uscita di “Louder” nel 2017, avevate intrapreso un ottimo cammino live che vi aveva portato persino in Canada. Sul più bello sono arrivati i blocchi sanitari e avete dovuto interrompere il vostro percorso. In termini pratici, quanto credi che questa situazione abbia compromesso la crescita della tua band?
Non credo che abbia compromesso la mia crescita o quella della mia band credo solo, in termini pratici, che abbia “rotto i coglioni”.

Questa situazione frustrante ha in qualche modo inciso sui pezzi contenuti in “Slower”?
No, il disco era già stato registrato prima della pandemia.

Nelle note promozionali appare una tua dichiarazione “Non ho grandi messaggi da dare posso solo esprimere ciò che provo o raccontare storie. Credo che la gente sia satura di messaggi e abbia solo bisogno di buona musica in cui perdersi.” Credi di avercela fatta a creare con “Slower” buona musica in cui perdersi?
Lo spero, ma questo forse dovreste chiederlo a chi l’ha ascoltato! Personalmente, “Slower” è un lavoro che mi fa impazzire e in cui mi ci perdo volentieri come non mi era mai successo prima con qualcosa di mio!

In chiusura ti chiedo se hai già individuato l’aggettivo che darà il nome al prossimo disco…
Non sei il primo a farmi questa domanda! Al momento ti direi che sono ancora indeciso su vari nomi, non per forza aggettivi!

Bottomless – Lentezza senza fondo

Doom, doom e ancora doom! Non si arresta la produzione italiana di album dalle cadenze metalliche più lente. Fortunatamente, quantità, in questo caso, fa rima con qualità, così all’elenco di band doom tricolori che abbiamo intervistato in questi mesi, aggiungiamo con i piacere gli esordienti, su Spikerot Records \ Metaversus Pr, Bottomless. Che poi a ben vedere i tre tanto esordienti non sono, potendo già vantare esperienze con realtà del calibro, tra le altre, di Messa, HaemophagusAssumption.

Benvenutio Giorgio (Trombino) dopo aver collaborato in diverse band come Assumption, Undead Creep, Haemophagus e Morbo con David Lucido haio iniziato la nuova avventura Bottomless. Cosa vi ha spinto a mettere su questo nuovo progetto?
I Bottomless sono cominciati nel segno della certezza di ritenere i Sabbath la vera stella fissa delle nostre esistenze musicali. A partire dalle prime registrazioni degli Haemophagus fino ad arrivare a oggi sentirai sempre degli elementi specificamente sabbathiani (non sempre in quella precisa accezione ortodossa) nelle nostre produzioni. Sparsi, sporadici, a volte impercettibili e invece altre palesi, ma sempre parte del nostro bagaglio sonoro.

I Bottomless, rispetto alle vostre esperienze precedenti, quali aspetti nuovi della musica vi permette di
esplorare?

L’obiettivo è stato da subito quello di seguire, oltre ai Sabbath, il solco del doom americano, probabilmente il meno fortunato da queste parti in termini di influenza sulla scena nazionale. Va anche bene così, visto che abbiamo la fortuna di avere qui alcuni dei gruppi più dirompenti, oscuri e affascinanti dell’intero genere. doom e occult sound “all’italiana” sono già seguiti da un buon numero di gruppi, dunque ci tenevamo a non
ripetere quello ancora una volta e volevamo piuttosto valorizzare le influenze che sentiamo di avere da parte di Internal Void, Asylum, Pentagram, Penance, Revelation, Saint Vitus, The Obsessed e altri.

Mentre come mi spieghi questo particolare feeling che ti lega a Davide?
Io e David siamo grandi amici e compagni di gruppo da tanto tempo, abbiamo gusti, visioni musicali e un fiume di esperienze condivise. Ho cominciato a suonare con lui più o meno 17 anni fa e da allora la stragrande maggioranza dei nostri progetti è stata progettata e gestita in tandem. A livello puramente musicale ed esecutivo penso che ormai ci conosciamo a vicenda come nessun altro, tanto dal vivo quanto in studio.

Restando in tema di feeling, cosa vi ha convinto a puntare proprio su Sara Bianchin per completare un duo già di per sé molto affiatato?
Sara è esattamente sulla nostra frequenza d’onda. Con i Messa ha approfondito sonorità lente e pesanti, dunque il doom metal è proprio nelle sue corde, tanto a livello attitudinale ed espressivo quanto su quello sonoro. Altrove no, ma all’interno del gruppo Bottomless siamo risolutamente impermeabili ad influenze estranee a quelle citate, alle quali aggiungerei però grosse dosi di heavy metal tradizionale se anche per te, come per noi, gli Steppenwolf, i Third Power o alcuni pezzi dei Poe sono heavy metal ahah! Su questo triplo
livello ci siamo incastrati a meraviglia.

Avete scelto la formazione a tre, cosa vi piace di questo tipo di line-up tanto non aver voluto cercare altri componenti?
Dal rock nasce l’heavy, dai Cream nasce tutto. Abbiamo suonato in altre formazioni e sperimentato il power trio in diversi contesti. Personalmente amo avere arrangiamenti in cui possa esserci spazio per l’interplay. La massa sonora è molto diretta, senza orpelli, e si impara, se possibile, a “coprirsi le spalle” a vicenda e a mantenere un’intesa reciproca molto forte. Il trio probabilmente lascia filtrare la performance individuale più di qualsiasi altra formazione.

Il vostro sound mi sembra particolarmente ispirato dai Saint Vitus e dagli Obssessed, ovviamente su tutto aleggia la mano nera dei Black Sabbath: come mai avete scelto questa formula classica a discapito del doom imbastardito con stoner e sludge che va più di moda oggi?
Non saprei risponderti con precisione. Abbiamo tutti molti progetti, anche di genere diversi e non comunicanti al 100%, ma con i Bottomless cerchiamo di esplorare alcune sonorità specifiche e molto vicine al cuore, concedendoci la possibilità di sperimentare altrove. Se avessimo un unico gruppo saremmo costretti a ficcarci dentro tante di quelle influenze che il risultato sarebbe orrendo! Ogni progetto può offrire spunti per imparare e il nostro intento è scrivere pezzi sempre meglio congegnati e con strutture capaci di restare
in testa.

I pezzi che compongono il vostro debutto hanno avuto una gestazione lenta o sono il frutto di repentini raptus creativi?
Il materiale è stato composto nell’arco di due anni a partire dal 2016. La gestazione è stata lenta e con vari ripensamenti legati a modalità di registrazione, arrangiamento vocale, disponibilità di tempo e così via. Mi piace cercare di concentrare la scrittura dei brani in un arco abbastanza ristretto di tempo per avere una certa compattezza di intenti, sonorità e arrangiamenti. Mescolare pezzi distanti fra loro nel tempo e nel suono solitamente porta a dischi poco coesi e indecisi, dunque decisamente meglio, almeno per noi, lavorare al completamento di un album concepito da subito in quanto tale, in maniera organica, e scrivere solo per quell’obiettivo e nient’altro.

Dal punto di vista lirico avete mantenuto un approccio classico alle tematiche trattate nel doom oppure ve ne siete distaccati in parte o in toto?
I testi parlano di pensieri oscuri, ricordi e, senza che io ci abbia riflettuto in maniera del tutto razionale, il senso di giudizio interiore derivante dal pensiero cristiano, specie in “Vestige” e “Monastery”. In questo paese abbiamo una chiara visione della sofferenza e dell’angoscia delle atmosfere ecclesiastiche, del volto sofferente di Cristo, della crocifissione, dell’incombere del castigo. Come di sicuro tanti altri, anche io da ragazzino provavo un senso di chiusura e disagio nei confronti delle icone cattoliche. Tutto ciò che
nutre questi sentimenti si insinua fra i testi dei Bottomless lasciando spazio a ben pochi spiragli di luce, dunque si, non credo che al momento ci siamo distaccati da quei canoni. Non sono bravo a giudicare la roba che faccio e nel momento in cui la butto fuori solitamente passo già ad altro senza pensarci troppo.

Una cosa che mi ha portato indietro nel tempo, a quando i CD erano da poco sul mercato, è la presenza della bonus track presente in esclusiva solo su quel formato. Nei primi anni 80 lo si faceva per lanciare il compact e farlo preferire al vinile, voi invece perché avete fatto questa scelta?
La scelta è stata suggerita dalla nostra etichetta, Spikerot Records. Ci è sembrata una soluzione interessante e sì, se è una scelta anni ’80, allora è azzeccata!

L’Alba di Morrigan – Io sono Oro, Io sono Dio!

Nove anni non sono pochi, molte band dopo una pausa del genere, avrebbero lanciato la spugna. Hugo Ballisai ci ha raccontato come i suoi L’Alba di Morrigan, nonostante diverse vicissitudini, non hanno abbiano mai avuto dubbi, al momento giusto il secondo capitolo della saga sarebbe giunto. Ora che “I’m Gold, I’m God” (My Kingdom Music) è fuori, possiamo affermare l’attesa non è stata vana…

Benvenuto Hugo, cosa vi sorprende di più, essere di nuovo fuori dopo nove anni o aver dovuto aspettare nove anni per dare un erede a “The Essence Remains”?
Ciao a tutta la redazione da parte mia e da parte di tutti i membri de L’Alba di Morrigan. Nessuna delle due cose: sapevo che prima o poi avremmo concluso l’album. Abbiamo avuto diversi accadimenti che ci hanno obbligato per forza di cose a dilatare i tempi. Certo nessuno si aspettava così tanto tempo ma così è stato.

Quando vi siete messi a lavoro sui nuovi brani avevate in mente quanto fatto in precedenza o, data la lunga pausa, siete ripartiti da zero?
Questa è una domanda interessante. Ti potrei dire per esempio che “The Chant Of The Universe” ha dodici pre-produzioni differenti, e sino a qualche mese prima dell’uscita dell’album si intitolava “Koh Lipe”. Vale anche per tutti gli altri brani, ci sono tantissime versioni che abbiamo cestinato. Insomma non ci siamo accontentati e fino alla fine abbiamo cercato di ottenere da ogni singolo brano il meglio possibile in ogni suo minimo dettaglio.

Vi considerate ancora, se mai lo avete fatto, un band metal o l’etichetta vi sta stretta?
Io amo la musica metal la ascolto ad oggi e da quando sono bambino, ho avuto la fortuna di avere mio fratello Giampiero che sin da tenerissima età mi ha fatto ascoltare ottima musica. Ciò non toglie che talvolta soprattutto nello scorso album le nostre sonorità erano oggettivamente più “morbide” anche in questo album abbiamo portato un po’ di melodia nonostante la scelta di suoni più forti e un’interpretazione assai diversa rispetto alle linee vocali. Assolutamente non ci sta stretta come definizione, chi più chi meno nella nuova line-up siamo tutti ascoltatori assidui del genere, io in primis.

Mentre come è cambiata la scena musicale in questi nove anni?
Se intendi musica a 360° e in tutti i generi, ha seguito il trend degli ultimi anni. Si è impoverita ulteriormente di contenuti soprattutto per quello che riguarda gli aspetti musicali. Ascoltare la radio personalmente mi riesce impossibile c’è tantissima, troppa monnezza musicale confezionata e impacchettata ad hoc. I talent show personalmente li disapprovo completamente e il mondo musicale ha preso questa direzione. Se parliamo prettamente nel genere metal non mi metto ad elencare ma a mio parere sono usciti tantissimi capolavori per fortuna.

Riflettevo, il vostro primo disco è uscito nel 2012, il secondo nel 2021: praticamente una permutazione delle stesse cifre. Ha un qualcosa di incantato anche per voi, oppure sono io che mi sono lasciato suggestionare troppo dalla magia della vostra musica?
Certamente per il sottoscritto ha più che qualcosa di incantato se non fossi diventato padre di due bellissime bimbe (Blue e Isabel le mie piccole principesse) molto probabilmente sarebbe uscito qualche annetto prima (aahaahah), ringrazio di avere avuto questo regalo che mi ha completato come uomo ma che sicuramente non ha permesso di fare uscire come da programma evidentemente questo era il giusto percorso, quantomeno a me piace pensare così. Non credo al fato sono estremamente felice del percorso personale e musicale, talvolta una sana pausa può evolvere in positivo e penso sia questo il caso. Non vi è stata nessuna scelta premeditata sulla data di uscita, piuttosto abbiamo ulteriormente deciso di registrare nuovamente la maggior parte delle tracce dalla fine del 2020. Esiste un filo conduttore tra la prima uscita alle idi di marzo e “I’m Gold, I’m God”, in principio d’estate. Poi che siano nove anni di separazione e travaglio penso sia alquanto simbolico, d’altronde il numero nove ha il suo perché.

Rimaniamo in ambito magico, il titolo è ermetico e molto evocativo. Cosa significa realmente “I’m Gold, I’m God”?
L’album è avvolto da un filo conduttore, non è casuale la allusione all’oro per una serie di motivi correlati al Satya Yuga, inoltre Oro in italiano in inglese Gold, altra accezione per Horus che simbolicamente è correlato al metallo più prezioso a livello alchemico. E poi una visione introspettiva che riguarda tutte le forme esistenti nel multiverso della materia e dell’antimateria dello spazio tempo. È un elogio all’esistenza e al nulla. Sii Divino comportati come tale poiché questo sei, questo siamo semplicemente devi/dobbiamo ancora prenderne coscienza, elevati sii grato e sorridi. È un inno al tutto all’esistenza ai pianeti alle pietre al mondo astrale ed eterico per cui vale per tutto ciò che è attinente al mondo delle forme: Io sono Oro, Io sono Dio!

L’aver messo “I’m Lucifer” e “I Am Gold, I Am God” una dopo l’altra nella tracklist ha un valore simbolico?
La tracklist è pensata e voluta in questo modo, per cui non vi è casualità. Ma è un album di riflessione che prende diversi punti di vista, differenti spunti di teologia, fisica dei quanti, amore e odio, umano e divino, per cui non esiste casualità. Non è assolutamente un elogio a Lucifero. Tuttavia ho semplicemente provato a pensare: se io fossi Lucifero che opinione avrei dell’umanità e di cosa è stato riportato su di me dalle sacre scritture? Ne esce fuori una sorta di “outing”. Ed effettivamente seguendo la lirica si evincono abbastanza chiaramente i suoi/miei punti di vista rispetto agli accadimenti riportati dalle sacre scritture e i suoi sentimenti nei confronti dell’umanità, della sua Nemesi e di se stesso.

Il disco termina con “Morrigan’s Dawn”, canzone che riprende il vostro nome ma che può essere intesa, posta in quella posizione, come la volontà di sancire che il disco è finito ma che comunque ci troviamo all’alba, all’inizio, magari di una nuova fase della vostra carriera. Ennesima sega mentale mia oppure ci avete pensato anche voi?
È una ninna nanna molto melodica ma abbastanza malvagia e cupa alla prima interpretazione, in realtà porta un messaggio estremamente potente e positivo. Si riferisce “alla vita e alla morte” di un sogno di consapevolezza. Dove in uno sdoppiamento astrale, raggiungi la conoscenza assoluta più e più notti nel corso della tua vita per poi dissolvere il tutto al proprio risveglio, nel mondo della materia.

In passato, vi siete tolti delle belle soddisfazioni dal vivo. Alla luce della lenta ripresa del settore concertistico, quali sono le vostre aspettative? 
Ci siamo divertiti molto, abbiamo girato tanti posti in Italia e in Europa, abbiamo condiviso il palco
con tantissimi artisti alcuni dai nomi altisonanti e altri di nicchia e hanno tutti contribuito a farci
vivere delle esperienze uniche. Chi non ha voglia di salire su un palco e sentire i decibel, il calore delle persone? Penso (e spero di sbagliarmi) che le cose non saranno di rapida ripresa. Ma quando sarà possibile allora ci correremo sopra al palco, ci puoi scommettere!

Tetramorphe Impure – Il cimitero delle speranze

I Tetramorphe Impure in tempi non sospetti, nel 2008, rilasciarono un primo demo totalmente devoto alle sonorità doom inglesi. Oggi la one man band torna con quello che originariamente doveva essere un EP di due brani, ma che col passare del tempo è diventata una sorta di compilation che raccoglie la coppia di pezzi inediti e quel primo demo. Con Damien abbiamo parlato di “Dead Hopes / The Last Chains” (Solitude Productions \ Grand Sounds), cogliendo l’occasione per fare il punto sulla carriera passata e futura del gruppo.

Benvenuto Damien, ti ringrazio per lo splendido viaggio nel doom anni 90 offertomi dai tuoi Tetramorphe Impure: quando hai deciso di dare vita a questo progetto e perché hai scelto proprio questo tipo di sonorità?
Mi fa molto piacere che tu abbia apprezzato quest’ultimo lavoro dei Tetramorphe Impure. Sono sempre stato un grande fan del doom/death metal. Mi ricordo ancora oggi quando da ragazzino per la prima volta mi avvicinai a questo genere: ascoltai album come “The Silent Enigma”, “Turn Loose the Swans”, “Hope Finally Die” e ne rimasi completamente folgorato. Da quel momento capii che quello che volevo veramente suonare era quello … Band come Decomposed, Disembowelment, Dusk, Evoken, Mournful Congregation, Esoteric hanno lasciato un grosso segno sul mio modo di fare musica e penso che questo si capisca subito ascoltando i Tetramorphe Impure. Molte atmosfere sono anche frutto di influenze più “dark” di band quali Dead Can Dance ( “Within the Realm of a Dying Sun” soprattutto ), Swans e Lycia.

La prima pubblicazione a nome Tetramorphe Impure è stato il demo “The Last Chains”, una sorta di fuoco di paglia perché poi il progetto poi si è fermato per svariati anni. Cosa mi racconti di quella pubblicazione e come spieghi il lungo stop successivo?
La fase iniziale della band non è stata delle più semplici. All’inizio i Tetramorphe Impure erano composti da tre persone per poi ritrovarmi da solo qualche mese dopo. Da quel momento mi sono occupato di tutto, anche delle registrazioni. Dopo il completamento della demo “The Last Chains” ho passato un periodo difficile, principalmente dovuto a problemi personali. Ma posso dirti che ora sono totalmente devoto ai Tetramorphe Impure e sono molto motivato nel portare avanti la band con nuove release.

Quei due brani, comunque andarono a finire in uno split album con i Black Oath, immagino che oggi abbia un bel valore per i collezionisti, no?
Sì esattamente, i due pezzi furono pubblicati nel 2010 nello split con i Black Oath, band italiana che rispetto molto. Uscì per Unholy Domain in sole 66 copie ! Devo essere onesto, non saprei dirti se nel giro degli anni abbia acquisito valore, dovrei fare una ricerca su Discogs per capire meglio.

Finalmente in questo 2021 sei tornato a pubblicare qualcosa, come consideri “Dead Hopes / The Last Chains”, un vero e proprio album o una sorta di raccolta?
È a tutti gli effetti una “compilation”. In realtà “Dead Hopes” era nato come EP, successivamente con la Solitude abbiamo deciso di includere anche i due pezzi del demo, considerando la tiratura limitata dello split risalente al 2010. Devo dire che sono soddisfatto di questa scelta, I pezzi di “The Last Chains” a mio avviso suonano ancora oggi molto validi ed avevano proprio bisogno di un maggiore risalto e valorizzazione.

Hai presentato tu l’idea alla Solitude Productions o ti hanno contattato loro?
Mandai io il materiale. La Solitude è stata una delle prime etichette che ho contattato dopo il completamento dei pezzi. A mio avviso stanno facendo un grande lavoro, sono una label molto operosa e composta da persone con una grande e sincera passione per il genere.

Come sono nati i due brani “Deception” e “Dead Hopes”?
Sono pezzi relativamente recenti, risalgono ad un anno fa circa e sono i primi due pezzi composti dopo molti anni di inattività. Alcune parti erano già state scritte nel 2009/2010 soprattutto per quanto riguarda il pezzo “Dead Hopes”. Non è stato semplice rincominciare dopo tutti questi anni, soprattutto se consideri che mi sono occupato anche delle registrazioni di tutti gli strumenti e del mix.

Come hanno retto alle insidie del tempo, secondo te, i due classici “The Last Chains” e “Eternal Procession”?
Secondo me molto bene, nonostante siano passati tutti questi anni li sento ancora “miei” e molto attuali. Solitamente sono molto critico con le mie composizioni riascoltandole dopo tempo, ma in questo caso devo dire che sono pienamente soddisfatto.

Hai altro materiale inedito da sfruttare per un nuova uscita a breve?
Ho quasi finito di comporre il materiale per un prossimo full, al momento sono quattro pezzi per circa 40 minuti di musica. Ti posso anticipare che I nuovi pezzi presentano molte influenze death metal old school, soprattutto in vena Autopsy (“Mental Funeral” era) ed Asphyx. Per il resto ti puoi aspettare la solita pesantezza ed oscurità tipica dei TI.

Credi che in futuro la line-up della band potrà coinvolgere altra gente o preferisci mantenere la tua indipendenza?
Per il momento i Tetramorphe Impure rimarranno una one man band. Penso che sia la dimensione naturale per una creatura come questa. Di sicuro mi piacerebbe molto suonare dal vivo ma solo nei giusti contesti con band simili ai Tetramorphe Impure. Magari in futuro prenderò in considerazione l’idea di una formazione soltanto per i live.

Sabbatonero – Cuori di ferro

Durante il lockdown generale del 2020 siamo stati sommersi dalla retorica del “ne usciremo migliori”. Dopo più di un anno non solo non possiamo affermare di esserne usciti, ma tanto meno possiamo definirci migliori. Però qualcosa di buono ce lo portiamo dietro, come il progetto Sabbatonero, un nugolo di musicisti guidato da Tony ‘Demolition Man’ Dolan e Francesco Conte, che ha deciso di mettere a disposizione il proprio tempo per creare una compilation di tributo ai Black Sabbath, “L’Uomo di Ferro (A Tribute to Black Sabbath)” (Time to Kill Records \ Anubi Press), per raccogliere dei fondi da donare all’ospedale Spallanzani di Roma, struttura in prima linea nella lotta al Covid.

Ciao Francesco, l’idea di Sabbatonero è venuta a te o Tony?
Ciao a tutti voi, l’idea è venuta ad entrambi nel momento in cui stavamo registrando per divertimento la cover di “Hole In the Sky” durante il primo lockdown del 2020 per fare uno dei classici video che si sono visti nel periodo della quarantena. Ci siamo detti, non male pero questa versione, dovremmo farne altre… e da li è partito tutto!

A chi andranno i fondi raccolti?
Tutto quello che verra raccolto dalle versioni in vinile, CD, cassette e digitale, andrà allo Spallanzani di Roma per cure e ricerca.

Ciao Francesco, l’idea di Sabbatonero è venuta a te o Tony?
Ciao a tutti voi, l’idea è venuta ad entrambi nel momento in cui stavamo registrando per divertimento la cover di “Hole In the Sky”, durante il primo lockdown del 2020, per fare uno dei classici video che si sono visti nel periodo della quarantena. Ci siamo detti, non male pero questa versione, dovremmo farne altre… e da li è partito tutto!

Come è nata la collaborazione con la Time To Kill Records?
Con Enrico siamo amici da tanto tempo, ne abbiamo parlato e si è offerto di aiutarci facendo un lavoro fantastico. Ha un bel gruppo di persone appassionate all intento dell etichetta. Stanno facendo un bel lavoro in generale producendo dischi di ottimo livello. Ci sembrava la scelta migliore anche per controllare insieme i fondi per le donazione, cosa che non sarebbe stata possibile facilmente con altre etichette.

Come mai avete scelto proprio i Black Sabbath?
Per quel che riguarda tutti noi, crediamo sia la band più importate nella storia dell’hard rock ed heavy metal ma non solo, sicuramente è la band che ci accomuna più di ogni altra. Quella che ha cambiato del tutto il modo di fare rock alla fine degli anni 60, se pensiamo da quel momento il linguaggio del rock è cambiato del tutto ed è rimasto lo stesso fino ai giorni nostri.

Potesti riepilogare i nomi coinvolti nel progetto?
Oddio sono davvero tanti! Dovrei fare un copia incolla per non dimenticare nessuno! La hacking band che suona tutti i brani siamo io, Tony Dolan al basso e Filippo Marcheggiano del Banco del Mutuo Soccorso alla chitarra. Riccardo Spilli del Balletto di Bronzo alla batteria per sei brani, poi ci sono:

Rasmus Bom Anderson (Diamond Head) – Vocals on “Symptom of the Universe”
Steve Sylvester (Death SS) – Vocals on “Sabbath Bloody Sabbath”
Tony ‘Demolition’ Dolan (Venom Inc) – vocals on “N.I.B.”
Maksymina Kuzianik (Scarceration) & Mayara Puertas (Torture Squad) – Vocal duet on “Killing Yourself To Live”
Tony D’Alessio (Banco Del Mutuo Soccorso) – Vocals on “Heaven & Hell”
Fleigas (Necrodeath) – Vocals on “Paranoid”
John Gallagher (Raven) – Vocals on “Children of the Grave”
Simone Salvatori (Spiritual Front) – Vocals on “A National Acrobat”
Andrea Zanetti (Monumentum) – Vocals on “Hole in the Sky”
James Rivera (Helstar) – Vocals on “War Pigs”

Marty Friedman – “Symptom of the Universe”
Mantas (Venom Inc) – “Sabbath Bloody Sabbath”
Terence Hobbs (Suffocation) – “N.I.B.”
Prika Amaral (Nervosa) – “Killing Yourself To Live”
Ken Andrews (Obituary) – “Heaven & Hell”
Sonia Nusselder (Crypta/Cobra Spell/ex-Burning Witches) – “Paranoid”
Russ Tippins (Satan) – “Children of the Grave”
Atilla Voros (Leander Rising, ex-Tyr/Nevermore – “A National Acrobat”
Wiley Arnet (Sacred Reich) – “Hole In the Sky”
James Murphy (ex Death/Agent Steel/Obituary) – “War Pigs”

Snowy Shaw (Dream Evil/Mercyful Fate, etc) – Drums on “Sabbath Bloody Sabbath”
Mark Jackson (Acid Reign ex-M:Pire of Evil) – Drums on “War Pigs”
Dario Casabona (Schizo) – Drums on “Hole in the Sky”
Keyboard guests:
Freddy Delirio (Death SS) – “Sabbath Bloody Sabbath”
Heric Fittipaldi (Scenario) – “Heaven & Hell”

Quale è stata la prima reazione degli artisti alla vostra proposta?
C’è stato da subito grande entusiasmo e voglia di collaborare, credo sia stato un bellissimo messaggio da parte della comunità metal internazionale. Ci siamo ritrovati tutti insieme a fare qualcosa di bello e utile in un anno molto difficile.

La scelta dei brani e degli interpreti di ognuno è stata fatta da te e Tony oppure avete lasciato ampia libertà?
Per la scelta dei brani ci siamo orientati più o meno sui grandi classici, anche se è difficile a dirsi, per quel che mi riguarda ogni pezzo dei Sabbath è un grande classico, quindi, come dire: abbiamo tirato la monetina! Tony è stato quello che, grazie alla sua esperienza e alle sue amicizie, ha contattato la maggior parte degli ospiti presenti.

Qual è la maggior soddisfazione che ti sei tolto con “L’Uomo di Ferro (A Tribute to Black Sabbath)”?
Ce ne sono diverse, sicuramente quella di condividere musica e confrontarmi con i miei idoli di gioventù e non solo. Poi il fatto che Geezer Butler abbia condiviso e commentato in maniera positiva la nostra cover di “Symptom of the Universe”, quello credo sia impagabile!

Purtroppo, questo non è il migliore dei mondi, pensi che in futuro potresti ripetere un’esperienza del genere a favore di un’altra categoria di persone? E se sì, a quale band ti piacerebbe rendere tributo?
Non saprei cosa risponderti, è stato un lavoro bello ed emozionate ma anche molto faticoso:, 10 mesi di lavoro fatto senza raccogliere profitto non credo sia una cosa ripetibile. Ma mai dire mai, di band ce ne sono tantissime ma credo che sia anche bello pensare a questa cosa come unica.

Satyrus – lI rituale del satiro

Nonostante la sfiga di aver esordito quasi a ridosso del blocco dei live, i siciliani Satyrus non si sono abbattuti. Oggi “Rites” può godere finalmente della visibilità che merita grazie alla nuova edizione, questa volta fisica, patrocinata da Argonauta Records.

Nel marzo del 2020, in pratica agli albori dell’emergenza sanitaria, esordivate con l’album autoprodotto “Rites”: cosa avete provato in quel momento d’innanzi all’impossibilità di poter promuovere alla giusta maniera il vostro disco?
Abbiamo completato le registrazioni di “Rites” a fine Gennaio 2020 e le restrizioni dovute alla pandemia in pratica sono cominciate a Febbraio, abbiamo subito pensato: “Minchia! Stavolta abbiamo veramente esagerato col divulgare la morte!” nell’impossibilità di proporre il nostro lavoro live, ci siamo quindi dedicati alla promozione on line, da qui la decisione di far uscire il disco immediatamente in versione digitale.

Con il senno di poi, avreste preferito tenere il disco nel cassetto in attesa di tempi migliori oppure tutto sommato è stato giusto farlo uscire in quel momento?
Come detto prima, ci è sembrato giusto così, visto il particolare momento storico, scelta rivelatasi abbastanza proficua per fortuna.

Oggi “Rites” ha una seconda occasione grazie all’Argonauta Records, avete contattato voi l’etichetta o vi ha cercato lei dopo aver ascoltato l’esordio?
Abbiamo avuto contatti con varie etichette, Argonauta è stata la più convincente.

Questa nuova edizione contiene delle novità rispetto alla precedente?
Beh, adesso è allo stato solido!

Cosa vi aspettate da questa “seconda vita” del disco?
Ora anche chi ama il supporto fisico potrà ascoltare il disco in maniera classica come è giusto che sia, grazie alla rete di distribuzione di Argonauta ci sarà una diffusione più capillare. Contiamo a breve di proporre “Rites” anche in vinile.

Il disco contiene una forma abbastanza pura di doom, quasi scevra dalle contaminazioni stoner che oggi giorno sono quasi una componente fissa: come mai questa scelta così ortodossa?
Riteniamo sia giusto che l’ascoltatore dia la propria interpretazione del nostro songwriting per quello che è la sensazione che prova ascoltandoci. Quando abbiamo cominciato a suonare con questo progetto ci eravamo prefissati di fare doom, ovviamente ognuno di noi aveva alle spalle altre esperienze, i riferimenti principali sono stati i classici come i Black Sabbath o i Candlemass, ma alla fine il nostro sound proprio come detto prima non può non essere influenzato da quanto fatto da tutti noi in precedenza. Quindi sì, doom classico ma c’è anche molto altro.                                                                                              

Cosa ne pesate dell’attuale scena doom? Probabilmente il genere non ha avuto così tanta visibilità come in questi ultimi anni.
Grazie all’etere anche il doom sta avendo grande visibilità, ci sono tante band che ci piacciono e anche l’Italia sta dando il proprio contributo. A tal proposito potremmo citare gli amici Assumption o i Messa.

Il contratto con l’Argonauta si conclude con questa pubblicazione oppure sono previsti altri album, magari a breve?
Stiamo già lavorando ai brani del nuovo album.

Siete tutti impegnati in altri progetti, questo limiterà l’attività live dei Satyrus, qualora, come sembra, si possa presto tornare a fare concerti?
Satyrus è il nostro progetto principale.

Ecatonia – Il metallo del destino

L’avanzare del tempo è solo una questione di percezione. Può restare immobile per anni e poi riprendere la sua corsa inarrestabile, come se non ci fosse mai stata un’interruzione. Gli Ecatonia di L.O.W. questo lo sanno bene, dato che dopo un lungo stop di quasi un quarto di secolo, hanno ripreso in modo costante a sfornare album di qualità, l’ultimo dei quali si intitola “End time Doom”, a ritmo serrato.

Ciao L.O.W., prima di soffermarci sul nuovo EP, “End Time Doom”, farei un salto indietro nel tempo, neanche tanto piccolo, nel 1996, anno in cui esce il vostro demo “Solitude in Dark Day”. Come mai quell’opera non avuto un seguito immediato?
Saluti al Raglio! Allora, nel 1996 subito dopo la registrazione del demo ci siamo fermati causa la perdita del casolare in cui facevamo le prove, in un luogo davvero magico… The Old Graveyard, quindi abbiamo lasciato tutto in sospeso diciamo fino al 2019!

Appunto, nel 2019 si torna a parlare di voi con “Tales from the Old Graveyard”, cosa ti ha spinto a ripartire?
Appunto come già accennato abbiamo ripreso il discorso da dove si fermò all’epoca in quanto sono sempre ispirato da quel luogo in cui mi trovo spesso, di conseguenza ogni volta che imbraccio una delle mie chitarre mi esce qualcosa di suggestivo ed atmosferico che trasformo in sequenze di riff per la composizione di brani di uno stile metal che attualmente non suonano più in molti: una sorta di heavy doom death black molto old style appunto come suonavano gli album di fine anni ottanta e prima metà anni 90…

Da quel momento, tre EP in tre anni, un ritmo non facile da sostenere. Cosa alimenta costantemente la tua vena creativa?
Il fatto di ascoltare molto metal e prendere spesso la chitarra in mano, mettiamoci anche l’ispirazione dopo belle passeggiate boschive, radure, insomma a stretto contatto con la natura. Non sto molto in mezzo alla gente, non mi piace fare “assembramento” già di mio da sempre, preferisco la meditazione, la lettura etc etc…

Vista la tua prolificità, come mai hai deciso di pubblicare tre EP e non aspettare un po’ per tirar fuori un full length?
Perché la vita va morsa al momento, non sai mai cosa ti accadrà da un giorno all’altro. Personalmente, sono per il fai oggi quello che potresti fare domani…

Altra costante è la crescita della line up, nel 2019 eravate tu e Grindead, oggi troviamo una line up a quattro, dopo un periodo a tre. Credi di aver raggiunto la formazione perfetta o dobbiamo aspettarci altre novità in futuro?
Mi piace questa domanda anche perché sono entusiasta del fatto che siamo riusciti a “recuperare” Andrew il chitarrista originario della band e gli abbiamo proposto di partecipare con due assoli sull’album che era praticamente pronto e dove mancavano esclusivamente i soli. Mi sono studiato i punti dove sarebbe potuto essere vincente il suo intervento e così è stato, infatti il nuovo “End Time Doom” per noi è stato un gran passo a livello di miglioramento di suono, composizione e tutti i particolari che lo hanno arricchito. Vedremo se riusciremo a far tornare entrambi i chitarristi in pianta stabile, già mi sto attivando per del nuovo materiale e, a breve, inizieremo a organizzare il da farsi…

Torniamo alla partecipazione in veste di ospite il tuo vecchio compagno di scorribande Andrew: come è nata questa nuova collaborazione fra voi?
Ho ritenuto interessante e utile riportare anche un altro pezzo di storia della band nella formazione, in quanto lui è un buon chitarrista e, come me, è rimasto appassionato alla musica metal durante tutti questi anni…

Hai deciso di presentare in anteprima  “End Time Doom” sul canale Youtube del Museo Del Black Metal Italiano: come giudichi questa esperienza?
Roberto del Museo è una persona straordinaria, appassionato davvero di musica underground di band italiane. E’ stato un sodalizio alquanto naturale, anche perché siamo amici da tanti anni e abbiamo entrambi le idee chiare riguardo un determinato movimento musicale.

Rimanendo in tema, definiresti il vostro sound black metal?
Come dicevo prima e, come ci stanno facendo notare in tanti, pare che siamo riusciti a fondere al meglio le varie sfaccettature del metal che più ci piace ascoltare e suonare, quindi heavy, death, black appunto, doom, qualche sfuriata thrash. Diciamo che possiamo definire il nostro genere come The Metal of Doom.

Dobbiamo aspettarci un nuovo EP nel 2022 o ti prenderai una pausa?
Stiamo già pensando ad un altro EP per questo autunno/inverno, dipende un po’ da tante cose per la realizzazione, ma vedremo di mantenere una cadenza ciclica… Ciò non vuol dire che pubblicheremo a prescindere, se dobbiamo rilasciare un nuovo lavoro deve essere meglio o almeno pari al precedente. Insomma, non tanto per.

Morticula Rex – Riti autunnali

Abbiamo chiesto ad Alessandro Wehrmacht di condurci nel mondo magico e inquietante dei Morticula Rex, formazione che con il nuovo “Autumnal Rites” (Satanath Records), frutto di una lineup accresciuta, ha confermato la bontà del proprio pagan death\doom metal old school.

Ciao Alessandro, ti va di introdurci nei vostri “riti autunnali”? Come e quando è nato il nuovo disco?
Ciao Giuseppe, prima di ogni cosa ringrazio te e lo staff de “Il Raglio del Mulo” per lo spazio che ci state dedicando. Rispondo subito alla tua prima domanda sottolineando il gravoso sforzo messo in atto per fare quest’album di cui siamo orgogliosi ma che ha avuto diversi stop and go dovuti a questa situazione di merda nella quale, ahimè, tutti quanti ci ritroviamo. I nostri “Riti Autunnali” rappresentano, per quanto ci concerne, un periodo del nostro percorso che inevitabilmente si rifà all’avvicendarsi delle stagioni. Allegoricamente: se l’estate nelle nostre vite ha incamerato una fase di incubazione artistica e di accrescimento del background musicale, con l’autunno abbiamo dato vita alla nostra maturità stilistica e di intenti. Dal punto di vista culturale, e quindi del songwriting, il nostro approccio al paganesimo o neopaganesimo qual dir si voglia, resta saldamente ancorato a quel che sono gli archetipi classici della mitologia mediterranea e romantico-europea.

Il titolo è stato scelto per il suo contenuto evocativo o ha un collegamento diretto con la storia della vostra Sicilia?
Vorrei intanto puntualizzare che i Morticula Rex sono oramai un duo delle due isole (Sicilia e Sardegna), per cui i testi e le atmosfere all’interno del disco sono la risultante di queste due regioni pregne di antiche tradizioni e culti. Il titolo come già anticipato in precedenza, rappresenta un’età di cardine, e come ci suggeriscono gli antichi culti e pratiche magico-religiose, di cambiamento e rinascita attraverso la morte.

Resterei in tema DNA siciliano, anche se riconducibile al death\doom, il vostro genere da voi proposto è fortemente siciliano. Fa venire in mente realtà come i primi Sinoath, per esempio. Come vi spiegate questo suono particolarmente oscuro che arriva da una regione che molti associano al sole e al mare?
Non può che farci piacere essere associati a nomi di tale caratura. La Sicilia è solare quanto funerea, meravigliosa e al contempo atroce, e nel suo rincorrere la modernità, resta inevitabilmente legata alle sue tradizioni che spesso e volentieri richiamano il culto della morte e dei morti definendo così le atmosfere del nostro sound.

“Autumnal Rites”, il brano che da il titolo al disco è stato scelto anche come primo singolo, la ritieni la traccia più rappresentativa dell’album?
Come title-track abbiamo deciso di comune accordo con Aleksey, boss della Satanath Records, di fare uscire “Autumnal Rites” come premiere del disco, ma c’è da dire che nella sua interezza l’album non è un concept per come lo si intende in maniera tradizionale, piuttosto direi che ogni pezzo è una rappresentazione a se stante, un frammento che andrà a comporre quel mosaico di storie e miti che è “Autumnal Rites”.

Molto evocativa la copertina, che raffigura una città in fiamme mentre delle persone celebrano una sorta di rito pagano. Cosa rappresenta, una di vittoria degli spiriti ancestrali sulla civiltà moderna?
Evidentemente l’autore del dipinto ha metabolizzato bene il messaggio racchiuso nell’album e come ogni buon artista è stato capace di trasporre questo concetto. Quindi si, hai centrato il bersaglio.

Il primo album ha visto una formazione con un solo elemento, te. Oggi vi ripresentate come duo con l’ingresso Pavor Nocturnus: cosa ha aggiunto e cosa ha tolto la presenza di un secondo elemento in fase compositiva ed esecutiva?
Mauro Salaris aka Pavor Nocturnus, ha dato una bella impronta a questo nuovo disco, basti pensare che l’apporto del suo gusto e del suo stilema hanno determinato una parte del sound che nel precedente lavoro risultava più Bolt-Throweriano e comunque death/thrash con chiare tinte doomeggianti. Per cui direi che non ha assolutamente tolto nulla, ma anzi, ha arricchito e portato a nuovi livelli i Morticula Rex.

Ritieni che un domani la line-up possa essere allargata ad altri elementi, magari anche solo in sede live?
Assolutamente si! Già in Autumnal Rites compaiono a sprazzi le tastiere del talentuoso Francesco Milia che nel prossimo lavoro entrerà in formazione. Attualmente siamo alla ricerca di un batterista in carne ed ossa, fin ora le batterie sono state create e programmate da me e ci auguriamo che il nuovo elemento dietro le pelli possa portare la band dalla dimensione studio a quella live.

Altro particolare che distingue “Autumnal Rites” dal precedente “Grotesque Glory” è la presenza di un’etichetta alle vostre spalle. La scelta di abbandonare l’autoproduzione per affidarvi alla Satanath Records (in collaborazione con la Immortal Souls Productions) nasce dalla convinzione che l’autopromozione, nonostante i mezzi tecnologici odierni, porti a risultati inferiori rispetto a quelli ottenibili con una label?
“Grotesque Glory” non è un’autoproduzione, ma seppur con qualche iniziale inconveniente, è stato prodotto dalla Immortal Souls Productions di Juro Harin (Slovacchia). Puntualizzato ciò, devo dirti con estrema onestà che l’autoproduzione rimane uno degli strumenti più liberi che un artista/band ha a sua disposizione e credo fermamente che nel nuovo Evo continuerà ad essere uno dei maggiori strumenti attraverso i quali la musica potrà continuare a sopravvivere nonostante i diktat delle grandi e delle piccole label che in buona parte oggi hanno la sfacciataggine di chiedere un lauto compenso in cambio di promozioni, visibilità, merch e cazzate varie. Credo comunque che in tutto questo mare di merda, ci siano ancora delle realtà dove il sottobosco musicale del quale noi facciamo parte, riesca ancora ad avere la capacità e l’onere di portare avanti tutta quella miriade di scene che altrimenti non avrebbero la possibilità di essere fruibili ai più. Onore e Gloria a tutti coloro che si spendono e credono in ciò!

Credo che sia troppo presto per parlare di un nuovo album, ma come immaginate il vostro futuro, con un sound fedele a se stesso oppure arricchito da nuove influenze?
In tutta onestà, devo confessarti che stiamo già lavorando a nuovi brani che andranno a comporre il prossimo disco ed essendo cresciuti di numero, siamo armati fino ai denti! Per quel che riguarda il nostro sound, posso dirti citando uno dei miei illustrissimi conterranei, che “il mio stile è vecchio come la casa di Tiziano a Pieve di Cadore”, per cui resteremo “Fedeli alla Linea”.

Shamael – La malinconia degli angeli

Le personalità multiple di Raffaele Galasso hanno trovato un’ulteriore valvola di sfogo, che si va ad aggiungere a quelle rappresentate da Gardenjia e Nightcrush, nel nuovo progetto Shamael. Il risultato è “Melancholie der Engel” (Negre planY \ Blood Fire Death), un disco ricco di struggente malinconia.

Benvenuto Raffaele, dal 15 aprile è disponibile l’album d’esordio dei tuoi Shamael. Per te che hai già una cospicua discografia alle spalle con i Gardenjia, cosa rappresenta questo nuovo inizio?
Grazie a voi per l’apprezzato invito. Io non vedo il progetto Shamael come un nuovo inizio, piuttosto è un altro mezzo con il quale poter esprimere una passione, quella per il doom, che ho sempre avuto. Era solo una questione di tempo prima che creassi qualcosa per soddisfare questo desiderio.

Ma Shamael cosa hanno aggiunto al tuo percorso artistico e cosa ti hanno permesso di esplorare rispetto a quanto già fatto con i Gardenjia?
Come dicevo, attraverso Shamael, posso coltivare ed esprimere la mia personale visione del doom metal, cosa che non potevo fare con i Gardenjia, essendo un progetto orientato verso altre sonorità e territori. Posso quindi comporre musica per affrontare l’influenza di certe band, come i My Dying Bride e tantissime altre, che ha contribuito a formare il mio percorso musicale, essendo praticamente cresciuto con il doom degli anni 90, ed allo stesso tempo rielaborare tutto questo con il mio stile, cercando nel contempo di creare paesaggi musicali moderni all’interno del genere.

“Melancholie der Engel” è anche il titolo di un film horror tedesco del 2019, in toto o in parte ti sei ispirato a questa pellicola?
Certo. L’influenza è stata però puramente formale, nel senso che non ci sono riferimenti diretti alla pellicola quanto piuttosto all’idea che può essere rintracciata visionando la filmografia di Marian Dora. Prima di tutto mi ha colpito come un titolo così bello potesse essere usato per un film così feroce. Questa dualità di intenti mi ha sempre affascinato, è l’equivalente filmico (quasi) di Nietzsche o Bataille. Ricercare la purezza e la bellezza in un estremo atto di violenza. Il doom genera una epica e disperata bellezza anche se è generato da sentimenti neri come la depressione, il nichilismo e l’antisocialità.

Sin dalla copertina il disco traspira dolore, l’averlo composto per te ha amplificato in qualche modo la tua sofferenza oppure ti è servito come valvola di sfogo?
L’atto artistico è sempre anche un atto di sfogo, fin dai suoi livelli più superficiali. La creazione è sempre soggetta a molteplici interpretazioni, anche a livello personale. Il nostro giudizio su una nostra opera può cambiare nel tempo a causa di molteplici fattori. In questo caso particolare, il mio disco vuole essere una celebrazione del dolore e della sofferenza, come catarsi, come atto di crescita, come monito delle nostre origini e del nostro destino. Non parlerei di amplificare. Esiste un legame perverso che unisce l’artista alla sua opera, anche e forse soprattutto quando quest’ultima scorre in territori difficili da percorrere, come la tristezza ed il dolore. Il piacere che si prova e vedere o ad ascoltare la propria creazione, che è il risultato di queste sensazioni, è un piacere assoluto difficile da spiegare.

La scrittura dell’opera è avvenuta in un arco temporale ridotto o lungo?
Scrivo sempre i miei album in tempi ridotti, ciò che porta via molto tempo sono gli altri aspetti della produzione come missaggio, mastering, artwork, dato che faccio tutto da solo. “Melancholie der Engel” in particolare è stato scritto e registrato in due settimane.

Il disco è quasi un crescendo, ho notato che il minutaggio dei singoli brani sale man mano sino alla traccia conclusiva. Casualità o cosa voluta in modo conscio o inconscio?
La tracklist del disco è esattamente nell’ordine di composizione dei pezzi. Non ho prestato attenzione al minutaggio, quindi direi che sia stata una cosa inconscia

Anche in passato hai mostrato una predilezione per il lavoro in solitaria, posso chiederti come mai non ami lavorare in gruppo?
In realtà i Gardenjia erano una band a tutti gli effetti. Purtroppo le miserie della vita, dell’ego, hanno trasformato il progetto in una “one-man band”. Ma non odio il lavorare in gruppo, conosco molto bene le dinamiche di una band, il rapporto di odio e amore che si sviluppa tra i musicisti, sono sensazioni uniche destinate a privilegiati. Come per ogni cosa ci sono i pro ed i contro. Da solo posso dare sfogo a tutta la mia creatività, essendo una persona molto produttiva senza avere come ostacolo i rapporti interpersonali o le specifiche necessità di eventuali compagni di viaggio.

“Melancholie der Engel” resterà un capitolo unico o risentiremo in futuro gli Shamael?
Non creerei mai un progetto solo per fare un album, se lo faccio è perché voglio sviluppare un percorso a lungo termine, “Melancholie der Engel” è solo l’introduzione di un libro che avrà molti capitoli.

Hai da poco rilasciato un EP come Gardenjia, hai esordito con gli Shamael: ha altro in serbo il 2021 per te?
Sì, quest’anno sarà molto importante per me, durante la primavera uscirà per la Shunu Records, una etichetta italiana, il debutto dei Nightcrush (synthwave, doomgaze), un progetto per il quale io ed Alessandra (chitarre, synths)  abbiamo lavorato molto. Ho poi completato un EP per un nuovo progetto che farò uscire da indipendente nei prossimi giorni, Lux Aeterna. Poi penso che soddisferò il mio amore per band come Nadjia e The Angelic Process con la creazione di un nuovo progetto, più in là nel corso di quest’anno.

Abyssian – Il suono della devozione

I nostrani Abyssian dopo cinque anni dal precedente “Nibiruan Chronicles” tornano sulle scene con il secondo “Godly”, uscito per l’italiana Revalve Records. Scopriamone un po’ i particolari con Roberto, chitarrista e frontman della band…

Ciao Roberto e ben trovato al Raglio del Mulo, ti andrebbe per prima cosa fare un po’ di luce su quella che è la storia della band?
Ciao Luca e bentrovati tutti. Dunque, gli Abyssian nascono almeno come idea generale nel 2010, quando dopo un lungo periodo di assenza dalla scena musicale (parliamo del 1995 come ultima uscita discografica con la mia prima band, i Sinoath) ho sentito che era arrivato il momento di riprendere con qualcosa, da qualche parte. Lo spunto me lo diedero le mie letture del periodo, su argomenti come l’archeo-astronomia, le civiltà sommerse, le teorie sull’esistenza o meno di Atlantide, gli antichi alieni e argomenti simili. Gli Abyssian nascevano inizialmente come one man band, ma ben presto mi resi conto che per poter mettere tutto in pratica più facilmente, avevo bisogno di qualcuno con cui condividere e fissare idee e spunti. Così contattai Francesco (attivo anche con il suo progetto solista Svirnath) che tuttora si occupa della chitarra ritmica, delle partiture di tastiere e batteria elettronica. Nel 2014 realizzammo l’Ep The Realm of Commorion. Nel frattempo la formazione si allargò e si stabilizzò, includendo anche Vincenzo al basso e Riccardo alla batteria e nel 2016 per la Violet Nebula uscì il primo album “Nibiruan Chronicles”. Avere una formazione completa, fu davvero una cosa molto importante soprattutto per i live. Circa un anno dopo l’uscita del primo album, Riccardo venne sostituito da Daniele (ex Holy Martyr, e tuttora anche in forze nei Drakkar) col quale abbiamo poi lavorato a “Godly”, il secondo album uscito da poco in versione digitale per la Revalve Records, e previsto adesso in formato fisico sempre per la Violet Nebula.

Siete sulle scene da più di dieci anni che non sono pochi, ciò nonostante vorrei chiederti se prima degli Abyssian avete avuto delle precedenti esperienze musicali… Qual è il vostro “background”?
Come già detto, prima degli Abyssian, dal 1988 fino al 1995 ho fatto parte dei Sinoath, progetto musicale che è passato da un iniziale black/death a un death/doom, e poi a una sorta di dark/metal. Le mie esperienze musicali hanno quasi sempre rispecchiato ciò che ascoltavo all’epoca (e che tuttora ascolto), era il periodo dell’avvento del gothic/doom inglese, del death americano e svedese, e del black scandinavo, per cui quelle sonorità vissute come anteprime assolute, non potevano non influenzare le mie composizioni. Successivamente ho allargato gli ascolti anche ad altri ambiti come l’elettronica fredda o più calda, al jazz, l’ambient, la musica etnica, o al dark. E’ chiaro quindi, che la natura successiva dei brani sia stata contaminata dalle inclusioni più recenti. Essendo il più “anziano” della band, che io ricordi, sia Vincenzo che Francesco Abyssian a parte, al di là delle feste del liceo non hanno suonato (ride) mentre Daniele come già accennato, ha avuto diverse partecipazioni sulla scena più epic e power metal. Adoro il suo stile, tecnico ma al contempo granitico…

Quali sono le band che hanno da sempre ispirato le vostre composizioni?
Diverse e davvero tante. Alcune hanno avuto un’influenza più marcata sul sound, mentre altre ci vivono dentro attraverso qualche richiamo. Pink Floyd, Cure, Sisters of Mercy, tutto il Gothic/Doom inglese, i Type O Negative, i Beatles, Candlemass, Mercyful Fate, Dead Can Dance, Massive Attack, Depeche Mode, Radiohead, Aphex Twin, Bjork, la musica brasiliana, i Death. Potrei continuare davvero per molto tempo ancora…

Come pensi sia cambiato il vostro songwriting in questi anni? Quali sono secondo te le principali differenze tra il nuovo “Godly” e il precedente “Nibiruan Chronicles”?
Le differenze tra “Nibiruan Chronicles” e il recente “Godly”, si trovano soprattutto nel concetto e nell’intento. “Nibiruan” è una sorta di concept, un “documentario di viaggio” dei nostri ipotetici antenati dal Pianeta X (Nibiru appunto) a Tiamat, cioè l’attuale Terra. E’ pieno di gesta, luoghi, azioni e momenti storici ben precisi, come nel caso del brano “Zep Tepi,” cioè del Primo Tempo egizio, dove si presuppone siano vissuti gli Dei, o di No place for the heart, dove gli Anunnaki si ribellano alla schiavitù dei loro padroni Nephilim, e organizzano una rivolta. E ha una copertina “archeologica”. “Godly” è già dal titolo, qualcosa di più spirituale e devozionale. Inoltre segna un ipotetico proseguo del Culto Atavico e ancestrale, fin dentro al DNA di quello pre-Cristiano. La copertina questa volta, presenta un Angelo/Rettile. E’ la celebrazione del Dio Squamoso o Piumato, che ritrovi anche nei culti mesoamericani con Quetzalcoatl o in quelli nipponici dei misteriosi Jomon, nella versione indiana con Naga, o in quella egizia con Ankh-neteru. E’ interessante notare come tutte queste antiche civiltà celebrino lo stesso Dio e le sue stesse gesta, chiamandolo con nomi differenti. Tutti affermano che un giorno discese un Essere Superiore e fiammeggiante dal cielo, li istruì e decise poi stabilire il suo regno sulla Terra. In alcune varianti, di andare a risiedere poi nelle profondità marine, tornando di tanto in tanto per gestire correttamente l’operato degli uomini. Oannes, nella sua nomenclatura babilonese o Dagon in ebraico, era un Essere saggio, colto e giusto e non pretendeva nessuna Chiesa, né tributi. Lo so, ricorda abbastanza anche Cristo.

Immagino che anche il nome Abyssian tragga ispirazione dalle stesse tematiche, no?
Abyssian è un po’ una licenza poetica di “Abitante degli abissi”. Un Abissiano. Può anche avere l’identità di Oannes di cui ti ho già detto, ma può riallacciarsi perché no, a qualsiasi altra creazione. Anche immaginaria. Mi affascinava l’idea di questa identità abissale, terribile o meno. Ci puoi trovare tanto Lovecraft dentro, ma anche qualcosa di molto più impalpabile, tanto che Abyssian è anche un sinonimo inglese di Depression. Sono le profondità abissali, ma anche mentali.

Da cosa sono caratterizzati i vostri processi di composizione? Chi di voi partecipa alla fase di songwriting?
Beh, questo si riallaccia un po’ a tutto quello che ho descritto. Il mondo Abyssian è in buona sostanza qualcosa che, prima raggruppa spunti, idee, frasi, motivi, partiture ecc., poi elabora tutto, privilegiando sempre il tentativo di rendere ogni cosa più omogenea e immediata possibile. E, a volte, date le numerose influenze da cui provengono questi elementi, non risulta sempre un processo facile. Mi ritengo uno assolutamente innamorato della semplicità, fatta però di sintesi intelligente e cuore. Odio i fronzoli e in generale, le cose ostentate e inutilmente complicate. Io mi occupo del songwriting e della forma in generale, successivamente i brani vengono rifiniti insieme.

Come nascono i tuoi testi?
I testi, sono un po’ il nero su bianco di tutte quelle visioni che provo a formulare nella mia mente. Viaggi cosmici, scontri, luoghi mistici, mondi sotterranei o appartenenti alla sfera celeste, e così via. Ce ne sono di più solidi ed esteriori, altri invece più introspettivi e basati sul sentimento dell’animo, sui pensieri, sulla rabbia o sulla devozione. Certe liriche sono quasi la descrizione più pedissequa di eventi, momenti e individui reali e non; altre hanno una natura totalmente astratta, e di solito al genere di testo ne corrisponde anche l’intensità del brano.

Come definiresti il sound degli Abyssian?
Come flusso piuttosto intenso. Un Ambiente dove vuoi essere disposto ad entrare e uscire senza fretta. La natura di Abyssian in fondo è molto semplice, ma tuttavia ha bisogno di diversi ascolti e di una buona predisposizione per essere colta in pieno e nel complessivo. Ti arriva dopo. Alla fine.

Forse non è il momento più idoneo visto tutto quello che stiamo vivendo, ma state prendendo in considerazione l’eventualità di proporre i vostri nuovi brani dal vivo?
Ovvio che si… In realtà non vediamo l’ora (ride). C’è anche la setlist pronta. Questo dannato Covid ci ha tolto il momento migliore che si possa vivere dopo l’uscita dell’album, quello della condivisione con il pubblico. Vedere come chi ha ascoltato a casa i brani, li accolga davanti al palco. E’ qualcosa di magico. Impagabile. E’ lo scopo maggiore della musica. Nel nostro caso anzi, ti dirò che questa pandemia si è piazzata esattamente in mezzo al periodo delle registrazioni di “Godly, ritardandone maledettamente i tempi. E una volta pronto, ne abbiamo anche voluto tenere in stand by l’uscita, sperando che l’anno dopo fosse tutto risolto e poter agganciare l’uscita dell’album ai live. Ma purtroppo non è servito a nulla…

Ok Roberto, l’intervista è giunta ai titoli di coda, ti ringrazio nuovamente per la chiacchierata e auguro a te e agli Abyssian le migliori fortune, concludi pure come vuoi!
Ringrazio tanto te Luca, per la bella chiacchierata e la redazione del Raglio del Mulo per la disponibilità e l’attenzione verso di noi. Raccomanderei a tutti l’acquisto di “Godly”, che sebbene già in ascolto su tutte le piattaforme digitali, a brevissimo sarà disponibile anche in formato fisico, magari proprio mentre scrivo queste righe. Ma non lo farò… Mi verrebbe quindi da augurare le migliori fortune a tutto il panorama italiano underground, che è davvero un sottobosco stracolmo di chicche tutte da scoprire e invitare tutti, una volta finito tutto questo schifo, a farsi grandi scorpacciate di live perché ce n’è davvero bisogno, per il pubblico e per la musica di settore in generale. Abbiamo davvero tutti bisogno di salvarci con la musica. Adesso più che mai.