A Pale Horse Named Death – Infernum in Terra

ENGLISH VERSION BELOW: PLEASE, SCROLL DOWN!

Gli A Pale Horse Named Death, la doom metal band guidata dal fondatore dei Type O Negative e membro dei Life of Agony Sal Abruscato, hanno pubblicato il loro nuovo album “Infernum in Terra” (Long Branch Records / SPV / All Noir). Probabilmente il loro disco più pesante e oscuro di sempre.

Ciao Sal, qualche settimana fa ho intervistato Tony J Listavich (Transport League) e abbiamo parlato il tuo featuring sul brano “March, Kiss, Die” e mi ha detto: “Abbiamo fatto un tour di supporto agli APHND nel 2019, e io e Sal siamo rimasti in contatto come buoni amici. Gli ho chiesto se era interessato a fare delel guest vocalsi, e il resto è storia, il risultato è stato ottimo”. Cosa pensi di quel brano?
Mi è piaciuto lavorare con Tony è un amico meraviglioso e mi piacciono i suoi Transport League quindi è stato molto facile per me studiare qualcosa per la sua canzone perché l’ho trovata immediatamente fosse molto buona!

Immagino che tu abbia registrato quella canzone durante una pausa dalle sessioni di registrazione del tuo vostro album “Infernum in Terra”. Quanto è importante per un artista, mantenere viva la propria vena artistica disconnettendosi ogni tanto dalla sua attività principale?
Ho registrato la voce molto prima di iniziare “Infernum”. Credo che tu non possa sbatterti troppo lavorando sulla musica, devi prenderti del tempo per lasciare che le cose accadano in modo naturale. Mentre lavoravo alla musica per “Infernum” nel 2020 sono letteralmente sparito per tutta l’estate per quasi quattro mesi prima di sedermi e rimettermi a scrivere.

“Infernum in Terra” è nato durante la pandemia, quanto ha influito questo fattore sul suono dell’album e sul suo titolo?
La pandemia mi ha sicuramente mi ha permesso di avere il tempo necessario per scrivere scrivere con i miei ritmi, le preoccupazioni e le morti avvenute hanno influenzato un po’ la resa finale ma a dire il vero avevo già un piano in atto per ogni eventualità.

Probabilmente “Infernum in Terra” contiene alcuni dei riff più pesanti degli APHND, sei d’accordo con me?
Sì, sono d’accordo, è decisamente un disco molto oscuro, pesante e grintoso. Sono molto contento di come l’atmosfera si sia sviluppata dando la giusta pesantezza al suono.

Sei arrivato al quarto album, pensi di aver trovato il vostro sound definitivo o è possibile per una band crescere e cambiare anche dopo tanti anni di carriera?
Considero la musica come il vino, ritengo che migliori con l’età e l’esperienza. Io senti che è importante evolvere un po’ alla volta mantenendo al contempo il suono e lo stile delle tue radici.

Hai pubblicato quattro album e un EP, ma le persone menzionano ancora i Type 0 Negative quando parlano di te voi, ti dà fastidio o va bene?
Sì, ma mi va bene perché non puoi cancellare il passato e sono molto orgoglioso di aver fatto parte dei Type O Negative. Anche se non cerco intenzionalmente di suonare o scrivere in quel modo, a volte la mia storia e le mie radici vengono fuori nella mia musica.

La prima cosa che salta all’occhio, guardando la bellissima nuova copertina, è l’assenza del cavallo mortoo in primo piano. Perché questa volta hai preferito non metterlo al centro dell’azione?
Beh, abbiamo avuto un’effige di cavallo negli ultimi tre album, ho sentito che era tempo di evolversi e cambiarlo un po’. Abbiamo anche lavorato con un nuovo artista Kelvin Doran dei Serpent Tusk Studios. In questo album abbiamo realizzato un’impresa incredibile. È la copertina di un mio album che preferisco.

Il titolo dell’album “Infernum in Terra” è in latino, l’antica lingua di noi italiani. Fai hai ancora parenti qui in Italia e vieni spesso qui in vacanza?
Sì, ho una famiglia al nord e al sud, l’influenza dei miei antenati esce fuori nella mia arte di tanto in tanto e sono orgoglioso di essere italiano. Sonio stato a Milano nel 2019 a fare uno spettacolo ma per quanto riguarda le vacanze non paso da voi da molti anni.

Viaggiare in questi giorni non è facile, ma avete in programma un tour negli USA o qui in Europa?
È un po’ difficile da dire perché le cose cambiano spesso a causa della pandemia, sembra che le cose stiano peggiorando di nuovo. Speriamo che nell’estate del 2022 si possa fare alcuni spettacoli.

A Pale Horse Named Death, the doom metal band led by founding Type O Negative and Life of Agony member Sal Abruscato, have released their new album “Infernum in Terra” (Long Branch Records / SPV / All Noir). Probably their heaviest and darkest album ever.

Hi Sal, a few weeks ago I interviewed Tony J Listavich (Transport League) and we talked about your featuring on “March, Kiss, Die” and he said to me: “We toured as support to APHND in 2019, and me and Sal stayed in contact as good friends. I asked him if he would be interested in doing to guest vocals, and the rest is history, the outcome is great “. What do you think about that song?
I enjoyed being a part of it Tony is a wonderful friend and I like his band Transport League so it was very easy to come up with something with his song by him which I thought was very good!

I guess you recorded that song during a break from the recording sessions of your new album “Infernum In Terra”. How important is it for an artist, to keep alive the practical artistic vein, to disconnect from his main activity of him every now and then?
I recorded the vocals way before I started Infernum, I believe you can’t beat yourself up over working on music you must take time away to let it happen naturally. While I was working on the music for infernum in 2020 I literally walked away all summer for almost 4 months before I sat down and resumed writing.

“Infernum in Terra” was born during the pandemic, how much did this factor affect the sound of the album and its title?
The pandemic definitely helped with having time to do writing at my own pace, the worries and deaths that happened influenced the situation a little but to be honest I already had a plan in place either way.

Probably “Infernum in Terra” contains some of APHND’s heavier riffs, do you agree with me?
Yes, I agree it definitely is a very dark, heavy and gritty record. I am very pleased with how the vibe unfolded to be this heavy weight of sound.

You have arrived at the fourth album, do you think you have found your definitive sound or is it possible for a band to grow and change even after so many years of career?
I consider musicianship to be like wine, its suppose to get better with age and experience. I also do feel it is important to evolve a little at a time while retaining your root sound and style.

You’ve released four albums and one EP, but people still mention Type 0 Negative when they talk about you, does it bother you or is it okay?
Yes its ok because you cannot erase the past and I am very proud to have been part of Type O Negative. Although I do not try to intentionally sound or write that way but at times the history and roots come out in my music.

The first thing that catches the eye, looking at the beautiful new cover, is the absence of the dead horse in the foreground. Why did you prefer not to put it in the center of the action this time?
Well we had a form of a horse on the last 3 albums I felt it was time to evolve and change it up a bit. We also worked with a new artist Kelvin Doran of Serpent Tusk Studios. On this album which turned out to be an incredible endeavor. Its my favorite album cover to date.

The title of the album “Infernum in Terra” is in Latin, the ancient language of us Italians. Do you still have relatives here in Italy and do you often come here on vacation?
Yes I have family in the north and in the south, my ancestry shows in my art every now and then and I am proud to be Italian. I was in Milan in 2019 playing a show but as far as vacation I do not get to do it very much its been many years.

Traveling these days is not easy, but are you planning a tour in the USA or here in Europe?
Its a kind of hard to say because so much is always changing with the pandemic, seems like things are getting worse again. Maybe hopefully in summer of 2022 we can start some shows.

Knowledge Through Suffering (K.T.S.) – La dolorosa strada che porta alla conoscenza

La schizofrenia artistica di Umberto Poncina ha dato vita a una creatura dalle personalità multiple, tanto che si può parlare dei Knowledge Through Suffering e dei K.T.S. quasi fossero due band differenti. In occasione della pubblicazione del nuovo album, “Concealment” (Brucia Records \ Anubi Press), è stato lo stesso Umberto a parlarci di questa dualità.

Ciao Umberto, innanzi tutto come preferisci che venga chiamata la band, K.T.S. o Knowledge Through Suffering?
Ciao! Pur essendo di fatto indifferente, l’idea per una sorta di doppia identità nasce da alcune differenze di sound raggruppate sotto lo stesso nome, e la stessa considerazione vale anche per il doppio logo. Per ragioni di praticità l’acronimo è inoltre ovviamente più rapido e comodo da utilizzare.

Nel luglio del 2020 pubblicavi “Teeth and Claws”, tre brani per una decina di minuti in tutto. Oggi ti ripresenti con “Concealment”, un disco che contiene sempre tre canzoni ma il minutaggio è notevolmente salito, in pratica triplicato. Un cambio di attitudine o una cosa casuale frutto dell’ispirazione del momento?
Rimanendo vicini alla tua precedente domanda si tratta ancora una volta di un processo di espansione e mutamento del suono e dei mezzi con cui porto avanti la mia proposta musicale; non si è dunque verificato un cambio profondo, tantomeno casuale. Il nucleo concettuale rimane sempre fedele a sé stesso, essendo un progetto esclusivamente individuale – in altre parole, le uscite presentano e presenteranno sempre affinità compositive dovute al semplice fatto di avere in comune lo stesso autore. Tuttavia, esse presenteranno a loro volta notevoli differenze, come quelle che hai individuato.

Quali credi siano le caratteristiche della tua musica che possano innescare quel meccanismo di sofferenza che porta alla conoscenza?
Onestamente non credo di poter rispondere a questa domanda: la musica è come giustamente fai notare un mezzo, e l’unico soggetto che può in tal senso decretare l’utilità del mezzo non è il suo creatore, bensì colui che ne usufruisce. 

A questo punto non posso esimermi da chiederti una tua definizione di “conoscenza”…
Posto che chiaramente lo stesso termine assumerà significati diversi a seconda del contesto, per “conoscenza” possiamo intendere in maniera abbastanza neutra l’insieme di informazioni ricevute grazie all’esperienza e assimilate nella loro totalità da un’intelligenza in grado di potervi pervenire. La sofferenza, sia essa personale o altrui, rappresenta purtroppo in tal senso uno dei metodi esperienziali più utili e al contempo terribili, e questo progetto musicale vuole concentrarsi proprio su questa sua duplice natura.

“Concealment” significa occultamento: cosa ci viene occultato e da chi?
Senza scendere troppo nei dettagli, il disco si basa fondamentalmente su alcune interpretazioni mistiche medioevali del testo di Genesi. Queste interpretazioni gravitano attorno a dinamiche di creazione divina che ciclicamente si risolvono in vergogna e rimorso per il risultato. L’assoluto decide in tal senso di nascondere e occultare ripetutamente la sua opera di creazione, di cui l’Uomo è ovviamente il rappresentante più gravoso, fallendo però ripetutamente. La narrazione si basa su tale ciclicità di occultamento e dispiegamento.

Quale è stato quel giorno in cui solo Dio fu esaltato?
Il primo! E a onor del vero anche l’ultimo, quando giungerà…

La seconda traccia, “Let the Earth Sprout”, ha un titolo che quasi lascia trasparire un filo di speranza, è così?
No, purtroppo non è così. Proseguendo nella narrazione del disco, il proliferare sulla Terra di forme di vita rientra in uno dei già citati tentativi insoddisfatti di creazione da parte del divino. Questo è nello specifico il secondo movimento narrativo, a cui ovviamente corrisponde il secondo pezzo del disco. La Terra produce dunque forme di vita vegetali e animali, venendo popolata dal suo stesso frutto. Apparentemente può sembrare un avvenimento positivo, ma il divino reagisce diversamente – per ragioni che lascio scoprire a chi vorrà approfondire il disco e le sue tematiche.

Il disco si conclude con “Of Flesh”, “di carne”, che mi ha fatto pensare subito a quello squarcio, quella ferita aperta, che appare sulla copertina. C’è realmente un nesso o si tratta di una mia errata interpretazione?
Sì, il nesso è realmente presente: lo squarcio, la ferita, più in generale l’apertura è simbolo di violenza e al contempo di nascita, può rappresentare la morte ma anche la vita. Tutto il disco ruota attorno a questa ambiguità di significato e, ovviamente, all’ascoltatore più curioso spetta la libertà di interpretarlo in un senso o nell’altro.

Hai intenzione di, se fosse possibile date le attuali restrizioni, proporre il disco dal vivo?
No, per il momento direi di no. Suono da diverso tempo in altri gruppi dalle modalità e dinamiche più convenzionali, incluso l’aspetto live. Questo progetto nasce proprio per creare uno spazio riservato invece a tutto ciò che non rientra nelle attività standard di un gruppo vero e proprio – non a caso è di fatto una “one man band”. K.T.S. è al momento un’entità per certi aspetti piuttosto privata, e pertanto al momento non prevede apparizioni in pubblico.

Veil of Conspiracy – Ai margini del buio

I Veil of Conspiracy tornano alla carica dopo un paio d’anni dall’esordio, “Me, Us and Them”, con una line-up parzialmente modificata e uno spirito oscuro e malinconico che ha le proprie fondamenta nel doom anni 90. Luca ed Emanuela ci hanno parlato di “Echoes Of Winter”, disco pubblicato dalla BadMoodMan Music \ Grand Sounds Promotion lo scorso fine agosto.

Benvenuti su Il Raglio, vi avevamo lasciato con “Me, Us and Them”, disco d’esordio uscito nel 2019. Sono passati solo due anni, ma di cose ne sono accadute sia a livello globale, basti pensare alla pandemia, che in seno alla band, dove ci sono stati alcuni cambiamenti di line-up. Vi andrebbe di ricostruire il periodo a cavallo far i due album?
Il periodo a cavallo fra i due album non è stato proprio dei migliori, sia – come hai giustamente sottolineato – a causa della pandemia che si è purtroppo scatenata a livello mondiale, che per via di alcune vicissitudini interne alla band che ne hanno modificato la line-up. Nonostante ciò, questa pausa forzata dettata dalla pandemia ci ha permesso di dar vita ad un lavoro profondamente sentito, quale è “Echoes of Winter”, e di accogliere all’interno del gruppo un musicista che stimiamo moltissimo, cioè Alessandro Sforza.

Credete che questi cambi di formazione abbiano inciso sui contenuti del nuovo album o tutto sommato il nucleo compositivo della band è rimasto immutato e con esso anche il vostro sound?
Il nucleo compositivo della band è rimasto invariato, ma ovviamente l’entrata di Alex in formazione ha permesso di sviluppare al meglio molte delle idee che non riuscivamo ad esprimere totalmente e al meglio in precedenza, con quelli che sono stati gli ex membri della band. Alex è stata per i Veil of Conspiracy una vera e propria ventata d’aria fresca.

Oggi più che mai avete i piedi ben piantati nella scena doom anni 90, cosa vi affascina di quel movimento?
Innanzitutto, le atmosfere che il doom riesce a creare e le sensazioni che evoca nell’ascoltatore. È uno stile musicale che permette di attuare una molteplicità di soluzioni musicali e melodiche quasi infinite.

Mentre quali sono le variazioni personali che avete apportato rispetto alla lezioni di quei maestri dei 90?
Più che variare, ci riesce naturale collegare alcuni momenti delle nostre composizioni a generi che esulano un po’ dal doom vero e proprio, come ad esempio il black metal di stampo norvegese.

Tra i nuovi membri mi avete citato Alex, già attivo con gli Invernoir, band con la quale condividerete il palco in occasione del release party di “Echoes of Winter”. Mi dareste più dettagli dell’evento?
Per noi sarà una grande emozione tornare a suonare dal vivo dopo tutto questo tempo dovuto allo stop causa pandemia, d’altronde manchiamo dal palco ormai dal dicembre 2019, data dello show di spalla ai Dark Funeral all’Orion di Roma. Siamo quindi eccitatissimi solo al pensiero di poter suonare dal vivo tutto “Echoes of Winter” e di condividere il palco con l’altro progetto di cui Alex fa parte, gli Invernoir.

Prima del blocco di concerti siete riusciti a presentare dal vivo ance l’esordio o approfitterete di questa serata per farlo per la prima volta?
“Me, Us and Them” ha avuto il suo release party subito dopo l’uscita, nell’aprile 2019, seguito da diversi live con i Fallcie, gli …In The Woods, gli Shores of Null e quello già citato con i Dark Funeral. Dedicheremo quindi l’intera serata del 24 settembre ad “Echoes of Winter”.

Cosa rappresenta metaforicamente quell’inverno citato nel titolo?
L’album è scaturito da un forte desiderio di rendere omaggio all’inverno, la stagione che più ci rappresenta, musicalmente parlando, e che abbiamo tentato di evocare nei brani di “Echoes of Winter”. È un chiaro rimando alla solitudine del genere umano, che nulla può al cospetto della natura, che insieme all’inverno è l’altro tema principale di tutto l’album.

La canzone che dà il titolo all’album la troviamo all’inizio della tracklist, credete che sia il brano più rappresentativo del disco?
Ci teniamo a chiarire che la prima traccia del disco si intitola “Woods of Nevermore”, non ha quindi lo stesso titolo dell’album. Questo errore è scaturito da alcune recensioni e notizie relative (la tracklist riportata nel promokit è errata Nda) all’album che sono state pubblicate sul web da più siti, ai quali abbiamo segnalato l’errore.

Mi è parso di capire che il disco sia sta ben accolto dalla stampa internazionale, queste soddisfazioni leniscono o accrescano il dispiacere di non poter fare un vero e proprio tour di supporto a “Echoes of Winter”?
Sicuramente non può che farci tantissimo piacere ricevere così tanti pareri e recensioni positive da parte della stampa internazionale, ma anche dalle persone che hanno ascoltato o acquistato il disco. Speriamo che la situazione dovuta alla pandemia migliori, così da poter riuscire ad organizzare qualche altra data per promuovere il disco.

Transport League – Criminal energy

ENGLISH VERSION BELOW: PLEASE, SCROLL DOWN!

Gli svedesi Transport League non si sono mai guardati indietro da quando, nel 1994, sono stati formati dall’ex cantante dei B-Thong Tony Jelencovich. La band ha attraversato molte difficoltà nel corso degli anni, ma il groove è sempre rimasto intatto come dimostra il nuovo album “Kaiserschnitt” (Mighty Music).

Ciao Tony, siamo nel bel mezzo di nuova ondata di pandemia come state reagendo tu e gli altri ragazzi?
Bene, siamo ben saldi nella nostra passione per la musica e siamo anche una squadra compatta e forte. Non ci resta che lanciare la monetina e trovare altre opportunità.

Il vostro precedente album, “A Million Volt Scream”, è uscito nel 2019 all’inizio di settembre: siete riusciti a promuovere il disco dal vivo o siete stati bloccati dall’emergenza covid?
Abbiamo fatto appena quattro spettacoli ed è stato un peccato. Non abbiamo avuto altra scelta che metterci a lavoro sui nuovi brani e prenotare lo studio. I nostri fan ci hanno aiutato con i finanziamenti e oltre a questo abbiamo venduto un sacco di merchandising. Amiamo i nostri fan.

“Kaiserschnitt” è nato durante il lockdown? L’album è stato influenzato dal tuo isolamento?
Sì, il titolo ha sicuramente a che fare con l’emergenza, e sembrava perfetto in questi tempi strani.

“Kaiserschnitt” sta per “taglio cesareo”: questo titolo ha un significato positivo o negativo? È un nuovo inizio o una rottura con il passato?
Ha un significato totalmente neutro. Beh, abbiamo prodotto noi stessi l’album, è stata una sfida, ma il risultato è ottimo. Abbiamo usato i Grand Recordings per batteria, voce e mix e El Bastardo Studios (studio Henrik Danhages) per chitarre e basso. Tutto progettato da Dan Johansson (ex Mary Beats Jane) e Henrik Danhage (Evergrey). Il mix è fatto da Svein Jensen.

Avevi un’idea di come volevi che suonasse l’album, o ciascuna delle tracce e l’intera opera hanno preso forma in fase di realizzazione?
Abbiamo parlato con Svein Jensen che ha mixato l’album su come volevamo che fosse il suono e il mix. La nostra idea era di avere più chitarre rispetto ai due album precedenti. Il suono è un colpo diretto in faccia ricco di energia e atmosfera rock’n’roll.

Durante l’ascolto sento un susseguirsi di stati d’animo diversi: è questo il tuo disco più ricco di emozioni?
Forse lo è, le canzoni sono arrivate facilmente e noi abbiamo seguiato il flusso.

Qual è il tuo segreto per mantenere il vostro sound fresco ma fottutamente Transport League?
Hahaha, beh, siamo semplicemente noi. Cerchiamo di mantenere la nostra energia ma cerchiamo di trovare nuovi approcci come sempre. Io sono il principale autore di riff insieme a Peter, ma tutti noi della band svolgiamo una parte molto importante nella creazione del suono e dell’arrangiamento. Siamo ragazzi dalla mentalità aperta.

Trovare Sal Abruscato (ex-Type O Negative, A Pale Horse Named Death) in “March, Kiss, Die” e Christian Sture (Heal) nella title track. Come sono nati questi contributi?
Abbiamo fatto un tour di supporto agli APHND nel 2019 e io e Sal siamo rimasti in contatto da buoni amici. Gli ho chiesto se era interessato a fare da guestvocals, e il resto è storia, il risultato è ottimo. Christian Sture è il grande cantante dei GBG che ammiro, e anche il suo contributo è di prim’ordine.

Sei e sei stato coinvolto in molte band, ma cosa hanno di unico i Transport League per te?
Questa è la mia creatura dal 1994. I Transport League ha subito molti colpi nel corso degli anni, ma non ci siamo mai arresi.

The Swedes Transport League never looked back since, in 1994, they were formed by ex-B-Thong vocalist Tony Jelencovich. The band has gone thru many charges thru the years, but the groove has always remained as evidenced by the new album “Kaiserschnitt” (Mighty Music).

Hi Tony, in the midst of the current new pandemic  wave how are you and the rest of the guys holding up?
Well, we are strong in our passion for music and we are also a tight and strong unit. We just had to flip the coin and look for other opportunities.

Your previous album, “A Million Volt Scream”, was release in 2019 at begging of September:  did you manage to promote the record live or were you blocked by the covid emergency?
We did like 4 shows and it´s a pity. We had no other option than to wrap up the songwriting and book the studio. Our fans helped us with funding  and we sold a lot of merchandise on top of that. We love our fans.

“Kaiserschnitt” si born during the lockdown? Was the album influenced by your isolation?
 Yes, the title has to do with emergency for sure, and it just felt perfect in these strange times.

“Kaiserschnitt” stand for “caesarean section”: does this title have a positive or negative meaning? Is it a new beginning or a break with the past?
It just has a meaning, totally neutral.  Well, we produced the album ourselves to it was a challenge, but the outcome is great. We used Grand Recordings for drums, vocals & mix and El Bastardo Studios ( Henrik Danhages studio) for guitars & bass. Everything engineered by Dan Johansson ( ex Mary Beats Jane) & Henrik Danhage ( Evergrey). Mix is done by Svein Jensen.

Did you have an idea of how you wanted the album to sound, or did each of the tracks and the whole thing take shape as it was being developed?
We had some talks with Svein Jensen who mixed the album about how we wanted the sound & mix to be. Our idéa was to have more guitars upfront than on the previous two albums. The sound is in your face with great energy and rocknroll vibe.

While listening, I feel a succession of different moods: is this your most emotional record?
Maybe it is, the songs just comes along easily, and we go with the flow.

Which is your secret to maintain your sound fresh but fuckin Transport League?
Hahaha, well, it is just us, we try to maintain in our energy but try to find new approaches as always. I am the main riff master along side with Peter, but all of us in the band are a very important part of the sound and arrangement. We are open-minded boys.

We can find Sal Abruscato (ex-Type O Negative, A Pale Horse Named Death) on  “March, Kiss, Die” and Christian Sture (Heal) on the title track. How were born these contributes?
We toured as support to APHND in 2019, and me and Sal stayed in contact as good friends. I asked him if he would be interested in doing to guestvocals, and the rest is history, the outcome is great. Christian Sture is a great vocalist from GBG which i admire, and his contribution is also top notch.

You are and were involved in many band, but what have unique to you Transport League?
This is my baby since 1994. Transport League has gone thru many charges thru the years, but the groove has always remained.

Neker – Louder, slower and Neker

A Neker piace il rumore. A Neker piace la lentezza. A noi piace Neker. A noi piace il suo nuovo album, il secondo, “Slower” (Time to Kill Records).

Ciao Neker, partiamo subito con le domande più intelligenti: è nato prima il tuo amore per i baffi o quello per gli ampli rumorosi?
Direi, decisamente, che è nato prima l’amore per gli ampli rumorosi.

“Slower” è il secondo capitolo a nome Neker, quando hai rilasciato il primo disco avevi intenzione di dare continuità al progetto oppure per te, in quel momento storico, si trattava di una pubblicazione estemporanea?
Ho sempre pensato di continuare, anzi il progetto è nato proprio per continuare. Venendo dalle esperienze con le band nelle quali c’era sempre discontinuità e si finiva inesorabilmente per smettere di suonare ho deciso di andare avanti da solo.

“Slower”, ma più lento di cosa o di chi?
Di niente in particolare. Lento come una colata lavica!

I tuoi brani nascono sempre da riff di basso oppure ti capita anche di comporre partendo dalla chitarra?
In realtà compongo quasi sempre con la chitarra! La chitarra mi da subito l’idea dell’impronta e del colore che può lasciare un riff.

I Neker, inevitabilmente, vengono ricondotti alla tua figura, ma si ci troviamo innanzi a una vera e propria band: mi presenteresti i tuoi due compagni?
Beh credo che vengano condotti alla mia figura perché “i Neker” semplicemente non esistono, Neker sono io. Ma sicuramente ho i miei musicisti di fiducia: come per Jhon Zorn c’è Marc Ribot per me alla chitarra c’è Alessandro Eusebi e come per Ozzy c’era Mike Bordin per me alla batteria c’è Daniele Alessi!

Dopo l’uscita di “Louder” nel 2017, avevate intrapreso un ottimo cammino live che vi aveva portato persino in Canada. Sul più bello sono arrivati i blocchi sanitari e avete dovuto interrompere il vostro percorso. In termini pratici, quanto credi che questa situazione abbia compromesso la crescita della tua band?
Non credo che abbia compromesso la mia crescita o quella della mia band credo solo, in termini pratici, che abbia “rotto i coglioni”.

Questa situazione frustrante ha in qualche modo inciso sui pezzi contenuti in “Slower”?
No, il disco era già stato registrato prima della pandemia.

Nelle note promozionali appare una tua dichiarazione “Non ho grandi messaggi da dare posso solo esprimere ciò che provo o raccontare storie. Credo che la gente sia satura di messaggi e abbia solo bisogno di buona musica in cui perdersi.” Credi di avercela fatta a creare con “Slower” buona musica in cui perdersi?
Lo spero, ma questo forse dovreste chiederlo a chi l’ha ascoltato! Personalmente, “Slower” è un lavoro che mi fa impazzire e in cui mi ci perdo volentieri come non mi era mai successo prima con qualcosa di mio!

In chiusura ti chiedo se hai già individuato l’aggettivo che darà il nome al prossimo disco…
Non sei il primo a farmi questa domanda! Al momento ti direi che sono ancora indeciso su vari nomi, non per forza aggettivi!

Bottomless – Lentezza senza fondo

Doom, doom e ancora doom! Non si arresta la produzione italiana di album dalle cadenze metalliche più lente. Fortunatamente, quantità, in questo caso, fa rima con qualità, così all’elenco di band doom tricolori che abbiamo intervistato in questi mesi, aggiungiamo con i piacere gli esordienti, su Spikerot Records \ Metaversus Pr, Bottomless. Che poi a ben vedere i tre tanto esordienti non sono, potendo già vantare esperienze con realtà del calibro, tra le altre, di Messa, HaemophagusAssumption.

Benvenutio Giorgio (Trombino) dopo aver collaborato in diverse band come Assumption, Undead Creep, Haemophagus e Morbo con David Lucido haio iniziato la nuova avventura Bottomless. Cosa vi ha spinto a mettere su questo nuovo progetto?
I Bottomless sono cominciati nel segno della certezza di ritenere i Sabbath la vera stella fissa delle nostre esistenze musicali. A partire dalle prime registrazioni degli Haemophagus fino ad arrivare a oggi sentirai sempre degli elementi specificamente sabbathiani (non sempre in quella precisa accezione ortodossa) nelle nostre produzioni. Sparsi, sporadici, a volte impercettibili e invece altre palesi, ma sempre parte del nostro bagaglio sonoro.

I Bottomless, rispetto alle vostre esperienze precedenti, quali aspetti nuovi della musica vi permette di
esplorare?

L’obiettivo è stato da subito quello di seguire, oltre ai Sabbath, il solco del doom americano, probabilmente il meno fortunato da queste parti in termini di influenza sulla scena nazionale. Va anche bene così, visto che abbiamo la fortuna di avere qui alcuni dei gruppi più dirompenti, oscuri e affascinanti dell’intero genere. doom e occult sound “all’italiana” sono già seguiti da un buon numero di gruppi, dunque ci tenevamo a non
ripetere quello ancora una volta e volevamo piuttosto valorizzare le influenze che sentiamo di avere da parte di Internal Void, Asylum, Pentagram, Penance, Revelation, Saint Vitus, The Obsessed e altri.

Mentre come mi spieghi questo particolare feeling che ti lega a Davide?
Io e David siamo grandi amici e compagni di gruppo da tanto tempo, abbiamo gusti, visioni musicali e un fiume di esperienze condivise. Ho cominciato a suonare con lui più o meno 17 anni fa e da allora la stragrande maggioranza dei nostri progetti è stata progettata e gestita in tandem. A livello puramente musicale ed esecutivo penso che ormai ci conosciamo a vicenda come nessun altro, tanto dal vivo quanto in studio.

Restando in tema di feeling, cosa vi ha convinto a puntare proprio su Sara Bianchin per completare un duo già di per sé molto affiatato?
Sara è esattamente sulla nostra frequenza d’onda. Con i Messa ha approfondito sonorità lente e pesanti, dunque il doom metal è proprio nelle sue corde, tanto a livello attitudinale ed espressivo quanto su quello sonoro. Altrove no, ma all’interno del gruppo Bottomless siamo risolutamente impermeabili ad influenze estranee a quelle citate, alle quali aggiungerei però grosse dosi di heavy metal tradizionale se anche per te, come per noi, gli Steppenwolf, i Third Power o alcuni pezzi dei Poe sono heavy metal ahah! Su questo triplo
livello ci siamo incastrati a meraviglia.

Avete scelto la formazione a tre, cosa vi piace di questo tipo di line-up tanto non aver voluto cercare altri componenti?
Dal rock nasce l’heavy, dai Cream nasce tutto. Abbiamo suonato in altre formazioni e sperimentato il power trio in diversi contesti. Personalmente amo avere arrangiamenti in cui possa esserci spazio per l’interplay. La massa sonora è molto diretta, senza orpelli, e si impara, se possibile, a “coprirsi le spalle” a vicenda e a mantenere un’intesa reciproca molto forte. Il trio probabilmente lascia filtrare la performance individuale più di qualsiasi altra formazione.

Il vostro sound mi sembra particolarmente ispirato dai Saint Vitus e dagli Obssessed, ovviamente su tutto aleggia la mano nera dei Black Sabbath: come mai avete scelto questa formula classica a discapito del doom imbastardito con stoner e sludge che va più di moda oggi?
Non saprei risponderti con precisione. Abbiamo tutti molti progetti, anche di genere diversi e non comunicanti al 100%, ma con i Bottomless cerchiamo di esplorare alcune sonorità specifiche e molto vicine al cuore, concedendoci la possibilità di sperimentare altrove. Se avessimo un unico gruppo saremmo costretti a ficcarci dentro tante di quelle influenze che il risultato sarebbe orrendo! Ogni progetto può offrire spunti per imparare e il nostro intento è scrivere pezzi sempre meglio congegnati e con strutture capaci di restare
in testa.

I pezzi che compongono il vostro debutto hanno avuto una gestazione lenta o sono il frutto di repentini raptus creativi?
Il materiale è stato composto nell’arco di due anni a partire dal 2016. La gestazione è stata lenta e con vari ripensamenti legati a modalità di registrazione, arrangiamento vocale, disponibilità di tempo e così via. Mi piace cercare di concentrare la scrittura dei brani in un arco abbastanza ristretto di tempo per avere una certa compattezza di intenti, sonorità e arrangiamenti. Mescolare pezzi distanti fra loro nel tempo e nel suono solitamente porta a dischi poco coesi e indecisi, dunque decisamente meglio, almeno per noi, lavorare al completamento di un album concepito da subito in quanto tale, in maniera organica, e scrivere solo per quell’obiettivo e nient’altro.

Dal punto di vista lirico avete mantenuto un approccio classico alle tematiche trattate nel doom oppure ve ne siete distaccati in parte o in toto?
I testi parlano di pensieri oscuri, ricordi e, senza che io ci abbia riflettuto in maniera del tutto razionale, il senso di giudizio interiore derivante dal pensiero cristiano, specie in “Vestige” e “Monastery”. In questo paese abbiamo una chiara visione della sofferenza e dell’angoscia delle atmosfere ecclesiastiche, del volto sofferente di Cristo, della crocifissione, dell’incombere del castigo. Come di sicuro tanti altri, anche io da ragazzino provavo un senso di chiusura e disagio nei confronti delle icone cattoliche. Tutto ciò che
nutre questi sentimenti si insinua fra i testi dei Bottomless lasciando spazio a ben pochi spiragli di luce, dunque si, non credo che al momento ci siamo distaccati da quei canoni. Non sono bravo a giudicare la roba che faccio e nel momento in cui la butto fuori solitamente passo già ad altro senza pensarci troppo.

Una cosa che mi ha portato indietro nel tempo, a quando i CD erano da poco sul mercato, è la presenza della bonus track presente in esclusiva solo su quel formato. Nei primi anni 80 lo si faceva per lanciare il compact e farlo preferire al vinile, voi invece perché avete fatto questa scelta?
La scelta è stata suggerita dalla nostra etichetta, Spikerot Records. Ci è sembrata una soluzione interessante e sì, se è una scelta anni ’80, allora è azzeccata!

L’Alba di Morrigan – Io sono Oro, Io sono Dio!

Nove anni non sono pochi, molte band dopo una pausa del genere, avrebbero lanciato la spugna. Hugo Ballisai ci ha raccontato come i suoi L’Alba di Morrigan, nonostante diverse vicissitudini, non hanno abbiano mai avuto dubbi, al momento giusto il secondo capitolo della saga sarebbe giunto. Ora che “I’m Gold, I’m God” (My Kingdom Music) è fuori, possiamo affermare l’attesa non è stata vana…

Benvenuto Hugo, cosa vi sorprende di più, essere di nuovo fuori dopo nove anni o aver dovuto aspettare nove anni per dare un erede a “The Essence Remains”?
Ciao a tutta la redazione da parte mia e da parte di tutti i membri de L’Alba di Morrigan. Nessuna delle due cose: sapevo che prima o poi avremmo concluso l’album. Abbiamo avuto diversi accadimenti che ci hanno obbligato per forza di cose a dilatare i tempi. Certo nessuno si aspettava così tanto tempo ma così è stato.

Quando vi siete messi a lavoro sui nuovi brani avevate in mente quanto fatto in precedenza o, data la lunga pausa, siete ripartiti da zero?
Questa è una domanda interessante. Ti potrei dire per esempio che “The Chant Of The Universe” ha dodici pre-produzioni differenti, e sino a qualche mese prima dell’uscita dell’album si intitolava “Koh Lipe”. Vale anche per tutti gli altri brani, ci sono tantissime versioni che abbiamo cestinato. Insomma non ci siamo accontentati e fino alla fine abbiamo cercato di ottenere da ogni singolo brano il meglio possibile in ogni suo minimo dettaglio.

Vi considerate ancora, se mai lo avete fatto, un band metal o l’etichetta vi sta stretta?
Io amo la musica metal la ascolto ad oggi e da quando sono bambino, ho avuto la fortuna di avere mio fratello Giampiero che sin da tenerissima età mi ha fatto ascoltare ottima musica. Ciò non toglie che talvolta soprattutto nello scorso album le nostre sonorità erano oggettivamente più “morbide” anche in questo album abbiamo portato un po’ di melodia nonostante la scelta di suoni più forti e un’interpretazione assai diversa rispetto alle linee vocali. Assolutamente non ci sta stretta come definizione, chi più chi meno nella nuova line-up siamo tutti ascoltatori assidui del genere, io in primis.

Mentre come è cambiata la scena musicale in questi nove anni?
Se intendi musica a 360° e in tutti i generi, ha seguito il trend degli ultimi anni. Si è impoverita ulteriormente di contenuti soprattutto per quello che riguarda gli aspetti musicali. Ascoltare la radio personalmente mi riesce impossibile c’è tantissima, troppa monnezza musicale confezionata e impacchettata ad hoc. I talent show personalmente li disapprovo completamente e il mondo musicale ha preso questa direzione. Se parliamo prettamente nel genere metal non mi metto ad elencare ma a mio parere sono usciti tantissimi capolavori per fortuna.

Riflettevo, il vostro primo disco è uscito nel 2012, il secondo nel 2021: praticamente una permutazione delle stesse cifre. Ha un qualcosa di incantato anche per voi, oppure sono io che mi sono lasciato suggestionare troppo dalla magia della vostra musica?
Certamente per il sottoscritto ha più che qualcosa di incantato se non fossi diventato padre di due bellissime bimbe (Blue e Isabel le mie piccole principesse) molto probabilmente sarebbe uscito qualche annetto prima (aahaahah), ringrazio di avere avuto questo regalo che mi ha completato come uomo ma che sicuramente non ha permesso di fare uscire come da programma evidentemente questo era il giusto percorso, quantomeno a me piace pensare così. Non credo al fato sono estremamente felice del percorso personale e musicale, talvolta una sana pausa può evolvere in positivo e penso sia questo il caso. Non vi è stata nessuna scelta premeditata sulla data di uscita, piuttosto abbiamo ulteriormente deciso di registrare nuovamente la maggior parte delle tracce dalla fine del 2020. Esiste un filo conduttore tra la prima uscita alle idi di marzo e “I’m Gold, I’m God”, in principio d’estate. Poi che siano nove anni di separazione e travaglio penso sia alquanto simbolico, d’altronde il numero nove ha il suo perché.

Rimaniamo in ambito magico, il titolo è ermetico e molto evocativo. Cosa significa realmente “I’m Gold, I’m God”?
L’album è avvolto da un filo conduttore, non è casuale la allusione all’oro per una serie di motivi correlati al Satya Yuga, inoltre Oro in italiano in inglese Gold, altra accezione per Horus che simbolicamente è correlato al metallo più prezioso a livello alchemico. E poi una visione introspettiva che riguarda tutte le forme esistenti nel multiverso della materia e dell’antimateria dello spazio tempo. È un elogio all’esistenza e al nulla. Sii Divino comportati come tale poiché questo sei, questo siamo semplicemente devi/dobbiamo ancora prenderne coscienza, elevati sii grato e sorridi. È un inno al tutto all’esistenza ai pianeti alle pietre al mondo astrale ed eterico per cui vale per tutto ciò che è attinente al mondo delle forme: Io sono Oro, Io sono Dio!

L’aver messo “I’m Lucifer” e “I Am Gold, I Am God” una dopo l’altra nella tracklist ha un valore simbolico?
La tracklist è pensata e voluta in questo modo, per cui non vi è casualità. Ma è un album di riflessione che prende diversi punti di vista, differenti spunti di teologia, fisica dei quanti, amore e odio, umano e divino, per cui non esiste casualità. Non è assolutamente un elogio a Lucifero. Tuttavia ho semplicemente provato a pensare: se io fossi Lucifero che opinione avrei dell’umanità e di cosa è stato riportato su di me dalle sacre scritture? Ne esce fuori una sorta di “outing”. Ed effettivamente seguendo la lirica si evincono abbastanza chiaramente i suoi/miei punti di vista rispetto agli accadimenti riportati dalle sacre scritture e i suoi sentimenti nei confronti dell’umanità, della sua Nemesi e di se stesso.

Il disco termina con “Morrigan’s Dawn”, canzone che riprende il vostro nome ma che può essere intesa, posta in quella posizione, come la volontà di sancire che il disco è finito ma che comunque ci troviamo all’alba, all’inizio, magari di una nuova fase della vostra carriera. Ennesima sega mentale mia oppure ci avete pensato anche voi?
È una ninna nanna molto melodica ma abbastanza malvagia e cupa alla prima interpretazione, in realtà porta un messaggio estremamente potente e positivo. Si riferisce “alla vita e alla morte” di un sogno di consapevolezza. Dove in uno sdoppiamento astrale, raggiungi la conoscenza assoluta più e più notti nel corso della tua vita per poi dissolvere il tutto al proprio risveglio, nel mondo della materia.

In passato, vi siete tolti delle belle soddisfazioni dal vivo. Alla luce della lenta ripresa del settore concertistico, quali sono le vostre aspettative? 
Ci siamo divertiti molto, abbiamo girato tanti posti in Italia e in Europa, abbiamo condiviso il palco
con tantissimi artisti alcuni dai nomi altisonanti e altri di nicchia e hanno tutti contribuito a farci
vivere delle esperienze uniche. Chi non ha voglia di salire su un palco e sentire i decibel, il calore delle persone? Penso (e spero di sbagliarmi) che le cose non saranno di rapida ripresa. Ma quando sarà possibile allora ci correremo sopra al palco, ci puoi scommettere!

Tetramorphe Impure – Il cimitero delle speranze

I Tetramorphe Impure in tempi non sospetti, nel 2008, rilasciarono un primo demo totalmente devoto alle sonorità doom inglesi. Oggi la one man band torna con quello che originariamente doveva essere un EP di due brani, ma che col passare del tempo è diventata una sorta di compilation che raccoglie la coppia di pezzi inediti e quel primo demo. Con Damien abbiamo parlato di “Dead Hopes / The Last Chains” (Solitude Productions \ Grand Sounds), cogliendo l’occasione per fare il punto sulla carriera passata e futura del gruppo.

Benvenuto Damien, ti ringrazio per lo splendido viaggio nel doom anni 90 offertomi dai tuoi Tetramorphe Impure: quando hai deciso di dare vita a questo progetto e perché hai scelto proprio questo tipo di sonorità?
Mi fa molto piacere che tu abbia apprezzato quest’ultimo lavoro dei Tetramorphe Impure. Sono sempre stato un grande fan del doom/death metal. Mi ricordo ancora oggi quando da ragazzino per la prima volta mi avvicinai a questo genere: ascoltai album come “The Silent Enigma”, “Turn Loose the Swans”, “Hope Finally Die” e ne rimasi completamente folgorato. Da quel momento capii che quello che volevo veramente suonare era quello … Band come Decomposed, Disembowelment, Dusk, Evoken, Mournful Congregation, Esoteric hanno lasciato un grosso segno sul mio modo di fare musica e penso che questo si capisca subito ascoltando i Tetramorphe Impure. Molte atmosfere sono anche frutto di influenze più “dark” di band quali Dead Can Dance ( “Within the Realm of a Dying Sun” soprattutto ), Swans e Lycia.

La prima pubblicazione a nome Tetramorphe Impure è stato il demo “The Last Chains”, una sorta di fuoco di paglia perché poi il progetto poi si è fermato per svariati anni. Cosa mi racconti di quella pubblicazione e come spieghi il lungo stop successivo?
La fase iniziale della band non è stata delle più semplici. All’inizio i Tetramorphe Impure erano composti da tre persone per poi ritrovarmi da solo qualche mese dopo. Da quel momento mi sono occupato di tutto, anche delle registrazioni. Dopo il completamento della demo “The Last Chains” ho passato un periodo difficile, principalmente dovuto a problemi personali. Ma posso dirti che ora sono totalmente devoto ai Tetramorphe Impure e sono molto motivato nel portare avanti la band con nuove release.

Quei due brani, comunque andarono a finire in uno split album con i Black Oath, immagino che oggi abbia un bel valore per i collezionisti, no?
Sì esattamente, i due pezzi furono pubblicati nel 2010 nello split con i Black Oath, band italiana che rispetto molto. Uscì per Unholy Domain in sole 66 copie ! Devo essere onesto, non saprei dirti se nel giro degli anni abbia acquisito valore, dovrei fare una ricerca su Discogs per capire meglio.

Finalmente in questo 2021 sei tornato a pubblicare qualcosa, come consideri “Dead Hopes / The Last Chains”, un vero e proprio album o una sorta di raccolta?
È a tutti gli effetti una “compilation”. In realtà “Dead Hopes” era nato come EP, successivamente con la Solitude abbiamo deciso di includere anche i due pezzi del demo, considerando la tiratura limitata dello split risalente al 2010. Devo dire che sono soddisfatto di questa scelta, I pezzi di “The Last Chains” a mio avviso suonano ancora oggi molto validi ed avevano proprio bisogno di un maggiore risalto e valorizzazione.

Hai presentato tu l’idea alla Solitude Productions o ti hanno contattato loro?
Mandai io il materiale. La Solitude è stata una delle prime etichette che ho contattato dopo il completamento dei pezzi. A mio avviso stanno facendo un grande lavoro, sono una label molto operosa e composta da persone con una grande e sincera passione per il genere.

Come sono nati i due brani “Deception” e “Dead Hopes”?
Sono pezzi relativamente recenti, risalgono ad un anno fa circa e sono i primi due pezzi composti dopo molti anni di inattività. Alcune parti erano già state scritte nel 2009/2010 soprattutto per quanto riguarda il pezzo “Dead Hopes”. Non è stato semplice rincominciare dopo tutti questi anni, soprattutto se consideri che mi sono occupato anche delle registrazioni di tutti gli strumenti e del mix.

Come hanno retto alle insidie del tempo, secondo te, i due classici “The Last Chains” e “Eternal Procession”?
Secondo me molto bene, nonostante siano passati tutti questi anni li sento ancora “miei” e molto attuali. Solitamente sono molto critico con le mie composizioni riascoltandole dopo tempo, ma in questo caso devo dire che sono pienamente soddisfatto.

Hai altro materiale inedito da sfruttare per un nuova uscita a breve?
Ho quasi finito di comporre il materiale per un prossimo full, al momento sono quattro pezzi per circa 40 minuti di musica. Ti posso anticipare che I nuovi pezzi presentano molte influenze death metal old school, soprattutto in vena Autopsy (“Mental Funeral” era) ed Asphyx. Per il resto ti puoi aspettare la solita pesantezza ed oscurità tipica dei TI.

Credi che in futuro la line-up della band potrà coinvolgere altra gente o preferisci mantenere la tua indipendenza?
Per il momento i Tetramorphe Impure rimarranno una one man band. Penso che sia la dimensione naturale per una creatura come questa. Di sicuro mi piacerebbe molto suonare dal vivo ma solo nei giusti contesti con band simili ai Tetramorphe Impure. Magari in futuro prenderò in considerazione l’idea di una formazione soltanto per i live.

Sabbatonero – Cuori di ferro

Durante il lockdown generale del 2020 siamo stati sommersi dalla retorica del “ne usciremo migliori”. Dopo più di un anno non solo non possiamo affermare di esserne usciti, ma tanto meno possiamo definirci migliori. Però qualcosa di buono ce lo portiamo dietro, come il progetto Sabbatonero, un nugolo di musicisti guidato da Tony ‘Demolition Man’ Dolan e Francesco Conte, che ha deciso di mettere a disposizione il proprio tempo per creare una compilation di tributo ai Black Sabbath, “L’Uomo di Ferro (A Tribute to Black Sabbath)” (Time to Kill Records \ Anubi Press), per raccogliere dei fondi da donare all’ospedale Spallanzani di Roma, struttura in prima linea nella lotta al Covid.

Ciao Francesco, l’idea di Sabbatonero è venuta a te o Tony?
Ciao a tutti voi, l’idea è venuta ad entrambi nel momento in cui stavamo registrando per divertimento la cover di “Hole In the Sky” durante il primo lockdown del 2020 per fare uno dei classici video che si sono visti nel periodo della quarantena. Ci siamo detti, non male pero questa versione, dovremmo farne altre… e da li è partito tutto!

A chi andranno i fondi raccolti?
Tutto quello che verra raccolto dalle versioni in vinile, CD, cassette e digitale, andrà allo Spallanzani di Roma per cure e ricerca.

Ciao Francesco, l’idea di Sabbatonero è venuta a te o Tony?
Ciao a tutti voi, l’idea è venuta ad entrambi nel momento in cui stavamo registrando per divertimento la cover di “Hole In the Sky”, durante il primo lockdown del 2020, per fare uno dei classici video che si sono visti nel periodo della quarantena. Ci siamo detti, non male pero questa versione, dovremmo farne altre… e da li è partito tutto!

Come è nata la collaborazione con la Time To Kill Records?
Con Enrico siamo amici da tanto tempo, ne abbiamo parlato e si è offerto di aiutarci facendo un lavoro fantastico. Ha un bel gruppo di persone appassionate all intento dell etichetta. Stanno facendo un bel lavoro in generale producendo dischi di ottimo livello. Ci sembrava la scelta migliore anche per controllare insieme i fondi per le donazione, cosa che non sarebbe stata possibile facilmente con altre etichette.

Come mai avete scelto proprio i Black Sabbath?
Per quel che riguarda tutti noi, crediamo sia la band più importate nella storia dell’hard rock ed heavy metal ma non solo, sicuramente è la band che ci accomuna più di ogni altra. Quella che ha cambiato del tutto il modo di fare rock alla fine degli anni 60, se pensiamo da quel momento il linguaggio del rock è cambiato del tutto ed è rimasto lo stesso fino ai giorni nostri.

Potesti riepilogare i nomi coinvolti nel progetto?
Oddio sono davvero tanti! Dovrei fare un copia incolla per non dimenticare nessuno! La hacking band che suona tutti i brani siamo io, Tony Dolan al basso e Filippo Marcheggiano del Banco del Mutuo Soccorso alla chitarra. Riccardo Spilli del Balletto di Bronzo alla batteria per sei brani, poi ci sono:

Rasmus Bom Anderson (Diamond Head) – Vocals on “Symptom of the Universe”
Steve Sylvester (Death SS) – Vocals on “Sabbath Bloody Sabbath”
Tony ‘Demolition’ Dolan (Venom Inc) – vocals on “N.I.B.”
Maksymina Kuzianik (Scarceration) & Mayara Puertas (Torture Squad) – Vocal duet on “Killing Yourself To Live”
Tony D’Alessio (Banco Del Mutuo Soccorso) – Vocals on “Heaven & Hell”
Fleigas (Necrodeath) – Vocals on “Paranoid”
John Gallagher (Raven) – Vocals on “Children of the Grave”
Simone Salvatori (Spiritual Front) – Vocals on “A National Acrobat”
Andrea Zanetti (Monumentum) – Vocals on “Hole in the Sky”
James Rivera (Helstar) – Vocals on “War Pigs”

Marty Friedman – “Symptom of the Universe”
Mantas (Venom Inc) – “Sabbath Bloody Sabbath”
Terence Hobbs (Suffocation) – “N.I.B.”
Prika Amaral (Nervosa) – “Killing Yourself To Live”
Ken Andrews (Obituary) – “Heaven & Hell”
Sonia Nusselder (Crypta/Cobra Spell/ex-Burning Witches) – “Paranoid”
Russ Tippins (Satan) – “Children of the Grave”
Atilla Voros (Leander Rising, ex-Tyr/Nevermore – “A National Acrobat”
Wiley Arnet (Sacred Reich) – “Hole In the Sky”
James Murphy (ex Death/Agent Steel/Obituary) – “War Pigs”

Snowy Shaw (Dream Evil/Mercyful Fate, etc) – Drums on “Sabbath Bloody Sabbath”
Mark Jackson (Acid Reign ex-M:Pire of Evil) – Drums on “War Pigs”
Dario Casabona (Schizo) – Drums on “Hole in the Sky”
Keyboard guests:
Freddy Delirio (Death SS) – “Sabbath Bloody Sabbath”
Heric Fittipaldi (Scenario) – “Heaven & Hell”

Quale è stata la prima reazione degli artisti alla vostra proposta?
C’è stato da subito grande entusiasmo e voglia di collaborare, credo sia stato un bellissimo messaggio da parte della comunità metal internazionale. Ci siamo ritrovati tutti insieme a fare qualcosa di bello e utile in un anno molto difficile.

La scelta dei brani e degli interpreti di ognuno è stata fatta da te e Tony oppure avete lasciato ampia libertà?
Per la scelta dei brani ci siamo orientati più o meno sui grandi classici, anche se è difficile a dirsi, per quel che mi riguarda ogni pezzo dei Sabbath è un grande classico, quindi, come dire: abbiamo tirato la monetina! Tony è stato quello che, grazie alla sua esperienza e alle sue amicizie, ha contattato la maggior parte degli ospiti presenti.

Qual è la maggior soddisfazione che ti sei tolto con “L’Uomo di Ferro (A Tribute to Black Sabbath)”?
Ce ne sono diverse, sicuramente quella di condividere musica e confrontarmi con i miei idoli di gioventù e non solo. Poi il fatto che Geezer Butler abbia condiviso e commentato in maniera positiva la nostra cover di “Symptom of the Universe”, quello credo sia impagabile!

Purtroppo, questo non è il migliore dei mondi, pensi che in futuro potresti ripetere un’esperienza del genere a favore di un’altra categoria di persone? E se sì, a quale band ti piacerebbe rendere tributo?
Non saprei cosa risponderti, è stato un lavoro bello ed emozionate ma anche molto faticoso:, 10 mesi di lavoro fatto senza raccogliere profitto non credo sia una cosa ripetibile. Ma mai dire mai, di band ce ne sono tantissime ma credo che sia anche bello pensare a questa cosa come unica.

Satyrus – lI rituale del satiro

Nonostante la sfiga di aver esordito quasi a ridosso del blocco dei live, i siciliani Satyrus non si sono abbattuti. Oggi “Rites” può godere finalmente della visibilità che merita grazie alla nuova edizione, questa volta fisica, patrocinata da Argonauta Records.

Nel marzo del 2020, in pratica agli albori dell’emergenza sanitaria, esordivate con l’album autoprodotto “Rites”: cosa avete provato in quel momento d’innanzi all’impossibilità di poter promuovere alla giusta maniera il vostro disco?
Abbiamo completato le registrazioni di “Rites” a fine Gennaio 2020 e le restrizioni dovute alla pandemia in pratica sono cominciate a Febbraio, abbiamo subito pensato: “Minchia! Stavolta abbiamo veramente esagerato col divulgare la morte!” nell’impossibilità di proporre il nostro lavoro live, ci siamo quindi dedicati alla promozione on line, da qui la decisione di far uscire il disco immediatamente in versione digitale.

Con il senno di poi, avreste preferito tenere il disco nel cassetto in attesa di tempi migliori oppure tutto sommato è stato giusto farlo uscire in quel momento?
Come detto prima, ci è sembrato giusto così, visto il particolare momento storico, scelta rivelatasi abbastanza proficua per fortuna.

Oggi “Rites” ha una seconda occasione grazie all’Argonauta Records, avete contattato voi l’etichetta o vi ha cercato lei dopo aver ascoltato l’esordio?
Abbiamo avuto contatti con varie etichette, Argonauta è stata la più convincente.

Questa nuova edizione contiene delle novità rispetto alla precedente?
Beh, adesso è allo stato solido!

Cosa vi aspettate da questa “seconda vita” del disco?
Ora anche chi ama il supporto fisico potrà ascoltare il disco in maniera classica come è giusto che sia, grazie alla rete di distribuzione di Argonauta ci sarà una diffusione più capillare. Contiamo a breve di proporre “Rites” anche in vinile.

Il disco contiene una forma abbastanza pura di doom, quasi scevra dalle contaminazioni stoner che oggi giorno sono quasi una componente fissa: come mai questa scelta così ortodossa?
Riteniamo sia giusto che l’ascoltatore dia la propria interpretazione del nostro songwriting per quello che è la sensazione che prova ascoltandoci. Quando abbiamo cominciato a suonare con questo progetto ci eravamo prefissati di fare doom, ovviamente ognuno di noi aveva alle spalle altre esperienze, i riferimenti principali sono stati i classici come i Black Sabbath o i Candlemass, ma alla fine il nostro sound proprio come detto prima non può non essere influenzato da quanto fatto da tutti noi in precedenza. Quindi sì, doom classico ma c’è anche molto altro.                                                                                              

Cosa ne pesate dell’attuale scena doom? Probabilmente il genere non ha avuto così tanta visibilità come in questi ultimi anni.
Grazie all’etere anche il doom sta avendo grande visibilità, ci sono tante band che ci piacciono e anche l’Italia sta dando il proprio contributo. A tal proposito potremmo citare gli amici Assumption o i Messa.

Il contratto con l’Argonauta si conclude con questa pubblicazione oppure sono previsti altri album, magari a breve?
Stiamo già lavorando ai brani del nuovo album.

Siete tutti impegnati in altri progetti, questo limiterà l’attività live dei Satyrus, qualora, come sembra, si possa presto tornare a fare concerti?
Satyrus è il nostro progetto principale.