Noctu – Norma evangelium tenebris

Con “Norma Evangelium Tenebris” (Duskstone Records) si conclude il cammino di esplorazione del Vuoto Interiore compiuto da Noctu. Un viaggio in cui il Dolore è la vera Stella Polare…

Bentrovato Noctu, avevamo perso le tue tracce ai tempi dellla pubblicazione del singolo “Anime Torturate”, in quell’occasione avevi annunciato che “Norma Evangelium Tenebris” sarebbe uscito per la Dusktone a fine 2021. Come mai è slittato tutto settembre?
Ciao Giuseppe. Grazie per questo nuovo spazio che mi hai concesso. Sì, hai ragione, l’album doveva uscire entro la fine del 2021. Purtroppo a causa delle tempistiche di produzione della versione in vinile che si sono allungate oltre i sei mesi non è stato possibile rispettare quel periodo di uscita. Il proprietario della Dusktone è solito rilasciare un album quando tutto il materiale è pronto, scelta condivisa anche da me. Così tutto è slittato inizialmente all’inizio di Agosto 2022, ma l’estate non è esattamente il periodo adeguato per il rilascio di un album come questo (almeno secondo il mio modesto parere). Fosse stato per me avrei atteso addirittura Ottobre, ma i tempi si sarebbero ulteriormente dilatati. Quindi è stato deciso il 2 Settembre. E ora che l’album è uscito e avendo tra le mani sia il CD che le due varianti del vinile posso dirmi completamente soddisfatto. Nel mio percorso musicale mi sono fissato degli obiettivi da raggiungere in termini di produzione musicale “fisica” e posso dire di averli raggiunti. D’ora in poi, tutto quello che farò con i miei vari progetti musicali sarà principalmente legato alla composizione e alla sperimentazione del suono.

La pandemia dal punto di vista procedurale, essendo tu l’unico membro della band e quindi non dovendoti relazionare con altri musicisti, ha in qualche modo cambiato la tua routine?
Direi di no. Ormai sono anni che vivo come un recluso in casa mia. Non che abbia mai avuto chissà che vita nel mondo (l’Italia non offre particolari motivi per uscire di casa oltre alle escursioni tra foreste e montagne), ma da quando gli effetti negativi delle mie patologie si sono via via aggravati è aumentato pure il desiderio di isolamento. Ciò è coinciso anche con la volontà di mia moglie che, pur essendo sempre stata più “solare” di me, ha finito col provare anch’essa un forte desiderio di isolamento. Certo, abbiamo ancora degli amici con i quali ogni tanto ci sentiamo e ci vediamo, ma capiscono la nostra necessità e non ci fanno pressioni al riguardo. Anche con Justin Hartwig (Mournful Congregation) si è intensificato il rapporto di amicizia. Mentre sto scrivendo ho ricevuto un suo messaggio in riferimento proprio a questo album (gli ho spedito una copia del vinile). Quindi ribadisco il mio No. Il Covid, la pandemia non hanno cambiato la mia routine. Forse hanno semplicemente intensificato gli effetti della misantropia che provo. Ho ancora meno voglia di vedere gente, il vero virus di questo mondo…

Credo che musicalmente sia cambiato qualcosa nel sound di Noctu, io per esempio ci ci sento delle influenze Burzum che non ricordo nel primo disco. E’ così oppure credi che in linea di massima il suono non ha subito grandi stravolgimenti?
Come già avevo detto in una precedente intervista, io non bado ai generi musicali. Ascolto tutto ciò che stimola la mia mente. Quindi anche in termini di composizione non mi sono mai posto problemi di sorta. Quando suono mi piace spaziare senza pormi limiti, tanto che fin dal primo EP ho sempre inserito elementi “estranei” (ritenuti così solitamente da chi ascolta, ma non da me). Influenze di Burzum? Ci sono sicuramente. Mi piace la sua musica. Fate festa Antifa, datemi pure del Nazi (inutilmente, perché non lo sono) e poi andate affanculo. So già che questa frase attirerà le ire di certi benpensanti, ma combattere contro i “leoni da tastiera” è solo una perdita di tempo. Molti pensano che Varg sia un Nazi (o pseudo tale), stesso discorso che era stato fatto per Fenriz ai tempi del “Norsk Arisk Black Metal”. Tutti questi buffoni pensano che il termine abbia un contesto politico, ma in realtà è più un’espressione “religiosa”, se mi passi il termine. Comunque non divaghiamo. Di influenze ce ne sono tante, ma cerco sempre di “interpretare” la musica dal mio punto di vista. Con questo album si chiude quella che ho personalmente definito la “Trilogia del Vuoto”. Questi primi tre album (“Illuminandi” – “Gelidae Mortis Imago” – “Norma Evangelium Tenebris”) hanno un’espressività sonora simile e comune è anche il tema principale, l’esplorazione del Vuoto Interiore. Ora il cerchio si chiude.

Scorrendo la tracklist ho notato degli evidenti rimandi a Clive Barker: possiamo considerare lo scrittore inglese la musa ispiratrice di questo disco?
Non proprio. Ho letto del materiale di Barker, ho visto la prima trilogia di Hellraiser e quello che più mi ha colpito è stata una frase da lui detta: “Hellraiser non è una storia horror ma una storia d’amore e affronta il senso di vuoto che l’amore può lasciare e le battaglie che si compiono per colmarlo” (ovviamente non ricordo le esatte parole, ma il senso è quello). Quello che a me interessa è la visione del Vuoto da più angolazioni, anche da quella dell’amore, del calore umano e della sua assenza sempre più marcata nel nostro mondo, dove la gente sacrifica le emozioni più pure in nome del piacere più becero e del conseguente dolore che genera.

Il dolore è uno dei pilastri portanti dell’opera di Barker, devo ammettere che l’ascolto di “Norma Evangelium Tenebris” è alquanto doloroso. E’ questo l’effetto che volevi creare sull’ascoltatore, quasi fossi tu uno dei cenobiti?
Io non sono uno dei Cenobiti del nostro mondo. Sono uno di quelli che ha subito le loro torture. Le mie composizioni esternano il dolore generato da queste torture. Dolore mio e di tutti quelli che non hanno voce per esprimerlo. Tutti caduti nello stesso tranello. La promessa: chi dell’amore, chi del piacere assoluto. Se ci cadi una sola volta è comunque già troppo. Il dolore che genera è totalmente lacerante. E anche ammesso che si riesca ad uscire da questo inferno di torture e menzogne, si convivrà per sempre con le cicatrici e la consapevolezza che non esiste alcun paradiso. Il Dolore è eterno e l’amore non vince niente. C’è solo Negatività. Ovunque.

La sofferenza che traspare dall’album immagino che sia la tua, non ti infastidisce sapere che altri traggono piacere, nel termine più lato del termine, nell’ascoltare il tuo dolore in note?
Quello che senti nell’album è letteralmente il mio Dolore. Ma come ho detto, questo Dolore può essere di chiunque. Io, come persona, come individuo, non sono importante. Non conto niente. Per citare una frase che calza perfettamente, io sono “la canticchiante e danzante merda del mondo”. Ciò che conta è il Dolore e la sua manifestazione. C’è chi si taglia, chi si brucia, chi usa altri mezzi per lo stesso fine: esternare il dolore per far cessare il tormento della mente. Ma il tormento in questo mondo non finisce mai. Quindi la tortura è eterna. Inoltre, sono ormai giunto alla conclusione che, riguardo il Dolore, esistano solo due tipi di persone: in minoranza, quelle che ASCOLTANO il Dolore perché lo comprendono, lo condividono, lo manifestano e mostrano empatia. In maggioranza, quelle che SENTONO il Dolore degli altri perché se ne nutrono, perché godono nel farlo ed esprimono solo apatia con un mal riposto senso di superiorità. Si credono migliori, più forti. E non si trattengono dal manifestare questa presunta superiorità. Ma, in definitiva, sono anch’essi schiavi di questo mondo e del suo potere deleterio.

Ti confesso che quando ho letto che il prossimo brano in scaletta si intitolava “Midian”, ho pensato che ci sarebbe stato un momento di quiete e riposo, quasi che quella mitica città fosse una sorta di rifugio sicuro per le anime inquiete. E invece no…
Midian avrebbe dovuto essere un rifugio, ma anche questa città diviene l’ennesima trappola dei veri mostri. Nella vita ho imparato che tutto ha un prezzo. Ma spesso, anche se paghi, ottieni solo illusioni. La vita è una truffa. Anche se cerchi di costruirti una vita con un senso, puoi perdere tutto in poco tempo. Precarietà lavorativa, malattie, rapporti personali disfunzionali. Una mossa sbagliata e tutto va in fumo. Per sopperire a questi problemi molti hanno preferito rifugiarsi in mondi virtuali, come quelli dei video games online. Si rintanano nei bit di un server, prendendo le sembianze di avatar che esistono principalmente nella loro mente. Con una password aprono il “cubo dei desideri”, per poi scoprire che quella realtà fatta di fantasia non è migliore della vita reale. Non sto dicendo che sia sbagliato avere delle passioni. Giocare ai video games, ai giochi da tavolo, immergersi in un libro o in un film. Una passione può aiutare ad alleggerire lo stress e ad affrontare meglio la vita. Ma trasformare queste cose in una vita alternativa non è la soluzione. Anzi, spesso peggiora la situazione. In troppi non capiscono che rifugiarsi a Midian non è la soluzione dei problemi e finiscono con il pagarne un salato prezzo.

In passato altri gruppi hanno tratto ispirazione dai libri di Clive, o quantomeno dai suoi film. Il primo che mi viene in mente è , appunto, “Midian” dei Cradle of Filth. Che ne pensi di quel disco, se lo hai ascoltato, e del taglio più sinfonico e barocco che ha dato Dani Filth alla descrizione di quel mondo sotterraneo?
Sinceramente non ho mai seguito ne tanto meno apprezzato la carriera di Dani Filth. Non ne apprezzo la musica e men che meno la personalità. Soprattutto dopo che un pomeriggio a Milano l’ho visto alzare il medio verso alcuni suoi fan che gli avevano chiesto un semplice autografo. Queste sono alcune delle cose che più mi mandano in bestia. Un musicista, per quanto talentuoso, non ottiene un successo commerciale senza persone che costantemente, ad ogni nuova uscita, comprano i suoi album. E’ un dato di fatto. Anche il musicista più dotato farebbe la fame senza vendite. E lui era lì che sputava addosso alla sua fonte di reddito. E’ moralmente sbagliato. Ma, a quanto pare, ormai di morale non c’è più niente, quindi, forse, è inutile parlarne. Basta osservare quello che ci accade intorno, senza andare troppo lontano. Guardiamo alla nostra “finta scena italiana”. Abbiamo musicisti che, per quanto talentuosi, perdono punti per il modo in cui si approcciano al mondo musicale (tralasciando il resto del vissuto, perché si potrebbe scrivere un’intera enciclopedia). Musicisti che ottengono qualche risultato tangibile e a causa di ciò, guardandosi allo specchio, si vedono come dei in terra. Li vedi sui social che gongolano allegramente sfoggiando i loro traguardi, perché sono riusciti ad aprire “il cubo dei desideri”. Ma il più delle volte non passano i cinque anni di attività. Ma quelli che mi fanno più ridere sono i neofiti. Musicisti che hanno scoperto un genere estremo da meno di un anno e ormai si sono convinti di aver fatto grandi cose perché una piccola etichetta di settore gli ha prodotto una demo in cassetta. Poi, magari, apprezzi pure quello che musicalmente hanno realizzato, ti congratuli e ti azzardi a proporgli una collaborazione (per me gli anni 80 restano il top del contesto musicale, dove le band apprezzavano le collaborazioni), ma ottieni risposte del tipo “io la tua musica non l’ascolterei neppure (sotto tortura). Quello che faccio io è diverso, quindi la tua musica è inconciliabile con la mia”. Quindi io, quarantatreenne, che suono da oltre vent’anni (Noctu non è stato il mio primo progetto / band), mi ritrovo ad essere perculato da un ventenne, che magari suona da due-tre anni, perché ormai convinto di essere un dio con la possibilità di dettare legge e sparare sentenze sull’operato di musicisti che in termini di esperienza e risultati conseguiti se li mangiano per colazione! Almeno Dani Filth è più vecchio di me e risultati ne ha conseguiti. Non condivido il suo operato, però ne riconosco il valore oggettivo. Ma questi sbarbatelli che risultati hanno conseguito? No, tutto ciò non ha senso. Quindi non saprò dirti se il taglio sinfonico e barocco di un album come “Midian” dei COF possa avere senso oppure no, ma ti posso assicurare che la piega che ha preso il mercato musicale con queste giovani leve un senso non ce l’ha. E non ce l’avrà più se continuerà così. Come ho già detto in passato, il mondo sta collassando su sé stesso e non sembra esserci volontà da parte di nessuno di evitare il disastro. Quindi, a questo punto, dico una sola cosa: che il disastro avvenga!

Progetti futuri?
Progetti futuri riguardano un nuovo album di Noctu preceduto da un’altra produzione minore, come faccio sempre. Se sarà un EP, una compilation o altro non so ancora dirlo. Vorrei anche fare qualcosa di nuovo con gli altri miei progetti. Ma è presto per dirlo. Sono in una fase transitoria, inoltre le mie patologie sono peggiorate molto e ho sempre più difficoltà nel suonare. Spero di non dover smettere di suonare, ma se dovesse succedere pazienza. Cercherei altro da fare, perché l’unico motivo per cui smetterei di fare qualunque cosa è essere morto.

Conan – Evidence of immortality

ENGLISH VERSION BELOW: PLEASE, SCROLL DOWN!

Non lasciatevi ingannare dal guerriero morente raffigurato nella copertina del nuovo disco dei Conan, “Evidence of Immortality” (Napalm Records \ All Noir). La band inglese è viva e vegeta e capace ancora una volta di randellare gli ascoltatori con pesanti dosi di “caveman battle doom”. 

Ciao Chris (Fielding), grazie per avermi concesso questa intervista. Avete registrato “Evidence of Immortality” durante l’emergenza Covid 19, la pandemia ha cambiata la vostra routine in studio?
Come è capitato per la maggior parte delle band, abbiamo trovato molto complicato ritrovarci per scrivere e suonare. Soprattutto perché Johnny, il nostro batterista, vive in Irlanda. Siamo una band che riesce più facilmente a tirar fuori del materiale quando ci scambiamo idee a vicenda in una stanza, quindi è stato un processo piuttosto frustrante inviarcele tramite e-mail. Dal nostro primo tentativo di iniziare il processo di scrittura nel dicembre 2019 fino a quando siamo entrati in studio per registrare due anni dopo, è sembrato che fosse passata un’eternità. Tuttavia, quando abbiamo effettivamente iniziato a registrare, il materiale è andato giù liscio rapidamente e spontaneamente, quindi da questo punto di vista ci è sembrato tutto normale.

Dopo aver pubblicato quattro album che vi hanno garantito una crescente notorietà, avete avvertito particolari pressioni durante la registrazione di “Evidence of Immortality”?
Non proprio, penso di parlare a nome di tutti i ragazzi quando dico che eravamo solo entusiasti di sfornare del nuovo materiale e poi suonarlo dal vivo on the road.

Quale pensi che possa essere per i vostri fan la cosa più sorprendente di “Evidence of Immortality”?
L’album suona sicuramente molto Conan, con una certa enfasi sulla parte heavy, tuttavia non ci piace negarci qualcosa di nuovo per consentire alla musica di progredire e non risultare stagnante. Che si tratti di aggiungere influenze grindcore oppure delle parti con synth.

L’album vede anche la partecipazione dell’ex membro Dave Perry in “Grief Sequence”, cosa hai provato a lavorare di nuovo con lui in studio?
È stato fantastico lavorare di nuovo con Dave. Ho avvertito che la traccia finale “Grief Sequence” avesse decisamente bisogno di sintetizzatori, abbiamo contattato Dave perché sapevamo che sarebbe stato perfetto ed è stato un bel ritorno all’EP split su cui ha suonato nel 2011. Il suo contributo è stato immenso e ha trasformato la traccia in qualcos’altro!

A cosa si riferisce il titolo “Evidence of Immortality”?
Si riferisce al fatto che anche se gli eroi muoiono nelle loro spoglie terrene, essi un giorno rivivranno per combattere nel subconscio dei guerrieri di domani.

Il soldato nella copertina disegnata da Tony Roberts non mi sembra proprio immortale…
Ah! Beh è già apparso sulle copertine, in momenti di trionfo oppure di sventura, di tutti i nostri album, quindi puoi essere sicuro che tornerà di nuovo.

Potresti dirmi cinque band che hanno dimostrato la propria immortalità?
Prima risposta ovvia e scontata: Black Sabbath! Led Zeppelin, Jimi Hendrix Experience, Nirvana, Iron Maiden.

Cosa ne pensi dello stato di salute dell’attuale scena doom metal?
Chiaramente c’è ancora un mercato vivo per queste sonorità, dato che stiamo suonando molto, anche se non credo che rientriamo perfettamente nella definizione che molti danno di doom. Ma se includi tutti i sottogeneri a cui viene associato, dallo stoner rock alla psichedelia fino all’avant garde, allora c’è ancora molto da fare.

Ultima domanda: quale pensi sia il miglior supporto fisico per la tua musica, CD o vinile?
Amo il vinile, è una sorta di ossessione per me: lo trovo un formato infinitamente frustrante e gratificante allo stesso tempo! Un disco dal suono eccezionale è una cosa che dà gioia, tuttavia uno che suona male è un incubo. È un formato con molte imperfezioni e limitazioni, tutte da considerare durante la registrazione, il missaggio e il mastering, oltre che, ovviamente, nel processo di produzione. Se fai tutto bene, dovresti avere un album dal suono eccezionale che sarà un piacere ascoltare. Aggiungi a ciò il bonus di una bella copertina. I CD suonano molto bene, ascolti alla perfezione tutto ciò che ci è registrato sopra, sono sicuramente molto più divertenti del semplice streaming.

Don’t be fooled by the dying warrior featured on the cover of Conan’s new record, “Evidence of Immortality” (Napalm Records \ All Noir). The British band is alive and well and capable once again of bludgeoning listeners with heavy doses of “caveman battle doom”.

Hi Chris (Fielding), thanks for doing this interview. You released “Evidence of Immortality” during Covid 19 emergency, did the pandemic change your studio routine?
Like most bands, we found it very difficult to actually get together to write and jam. Especially as Johnny our drummer lives in Ireland. We’re a band that finds it easier to come up with material when we’re all bouncing ideas off each other in one room so it was quite a frustrating process of sending ideas over email. Since our first attempt at starting the writing process back in December 2019 until we actually got into the studio to record two years later it felt like a long time coming. However, when we actually began recording properly the material went down quickly and easily so in that respect it felt like normal.

After releasing four albums that have guaranteed you growing notoriety, did you feel any particular pressure during the recording of “Evidence of Immortality”?
Not really, I think I speak for all the guys when I say that we were just excited to get the new material down and then get to play it live on the road.

What do you think for your fans will be the most surprising thing about ““Evidence of Immortality”?
The album still sounds very much like a Conan album, with the emphasis on heavy – however we never like to feel that we can’t try something new to allow the music to progress and not feel stagnant. Whether that’s adding influences from grindcore to big synth sections.

The album also sees former band member Dave Perry perform on “Grief Sequence”, what did you feel to work with him in studio again?
It was fantastic to work with Dave again. I felt that the final track “Grief Sequence” was really crying out for synths, we approached Dave as we knew he’d be perfect and it was a nice nod to the split EP he played on back in 2011. His contribution was immense and just made the track into something else entirely!

What does the title “Evidence of Immortality” refer to?
It is a reference to whether our heroes ever really die, or whether they live on again to fight another day in the sub conscience of tomorrow’s warriors.

The soldier in the cover designed by Tony Roberts does not seem immortal to me…
Ha! Well he appears again and again in various states of triumph or doom across all our albums, so you can be sure he’ll be back again.

Could you tell me five bands that have proven their immortality?
Obvious and most boring answer first, but obviously: Black Sabbath! Led Zeppelin, Jimi Hendrix Experience, Nirvana, Iron Maiden.

What are your thoughts on the current state of doom metal?
Clearly there’s still a healthy market for it as we’re playing a lot, although I don’t really feel like we fit with a lot of what is seen as doom. But if you include all the associated sub genres like stoner rock to psychedelic to the more avant garde end then there is a lot still going for it.

Last, question: what do you think is the best physical medium for your music, CD or vinyl?
I love vinyl, it’s a bit of an obsession for me – I find the format endlessly frustrating and rewarding at the same time! A great sounding record is a thing of joy, however one that sounds bad is a nightmare. It’s a format with many imperfections and limitations, all of which need to be considered when recording, mixing and mastering the music, as well as obviously the manufacturing process. Get all that right and you should have a great sounding album that’ll be a pleasure to listen to. Add to that the bonus of a the artwork on a 12” sleeve. CD’s are fine, they sound like what you put on them, still more fun than simply streaming it.

Urluk – Il senso della perdita

M. (Black Oath) e U. hanno unito qualche anno fa le proprie forze per dar vita al nuovo progetto dal nome Urluk. Stabilizzatisi definitivamente nella forma di duo, gli Urluk hanno tirato fuori un primo interessantissimo EP dalle sonorità doom\black, “Loss” (Black Mass Prayers).

Benvenuti, quando e come sono nati gli Urluk?
M.: Innanzitutto grazie voi per lo spazio concessoci. La band si è formata ufficialmente a Luglio del 2020; era già però da diverso tempo che stavo pensando di formare un nuovo progetto che mi desse la possibilità di poter esprimere la mia arte. La fortuna è stata dunque quella di conoscere U. così da poter fondare insieme Urluk. Credo che sia stato Urluk stesso ad avere scelto noi due e non viceversa.

Come vi ponete all’interno della scena black italiana?
M.: Quando questa entità è nata era subito chiaro per entrambi che volevamo fare musica per noi stessi e non ci siamo mai preoccupati di dove poterci collocare all’ interno di una ipotetica scena; a due anni dalla sua formazione il nostro pensiero non è mutato. Nell’ambito black metal italiano conosco personalmente alcuni dei ragazzi di Black Flame, Comando Praetorio, Homselvareg, Gosforth, tutte ottime band che stanno facendo bene da ormai tanti anni e per le quali nutro un sincero rispetto. Noi però, come accennato poc’anzi, non ci sentiamo parte di alcuna scena e pensiamo solamente a fare del nostro meglio quando scriviamo la nostra musica. Che poi, esiste realmente una scena?

I brani di “Loss” hanno avuto una gestazione semplice oppure sono il frutto di un cammino compositivo travagliato?
M.: Per via della pandemia e relative zone rosse/arancioni ci siamo ritrovati a dover interrompere più e più volte il processo compositivo condiviso che ha portato a “Loss”. Questo si è tradotto inevitabilmente in un allungamento dei tempi. Inoltre c’è da ammettere che i nostri tempi di stesura non sono propriamente immediati, ragion per cui e tirando le somme, la gestione che ci ha portati a incidere l’EP non ha avuto un semplice né immediato percorso. Ad ogni modo l’importante per noi è che oggi “Loss” è finalmente fuori ed è un prodotto di debutto di cui sia io che U. ne andiamo fieri.

Come mai avete deciso di pubblicare un EP e non un album completo?
M.: La scelta di pubblicare un EP è venuta spontanea, in quanto pensavamo che debuttare con un formato del genere fosse la miglior cosa che potessimo fare al momento. E’ vero che la durata totale di “Loss” tende sicuramente più al full-lenght, ma pensiamo di aver fatto la cosa giusta.

Il vostro sound sintetizza al proprio interno elementi black e doom, come è possibile far convivere in modo equilibrato questi due generi?
M.: Il nostro EP di debutto commistiona indubbiamente sonorità black metal a quelle doom; quest’ ultima è sicuramente figlia della mia precedente esperienza con i Black Oath, dalla quale attingere la parte più malinconica e funerea del nostro suono, ma con Urluk volevamo andare oltre e mescolare tale imprinting sonoro con la crudezza del black metal di scuola ‘90 di cui siamo tutti figli debitori. Questo equilibrio di cui parli è venuto fuori in maniera spontanea durante le composizioni.

Durante l’ascolto ho avvertito una forte sensazione di malinconia e di nostalgia del passato. Si tratta di una mia sensazione errata o è veramente così?
M.: La tua sensazione è esatta, credo che tu abbia colto lo spirito del nostro lavoro. Come dicevo prima, entrambi siamo molto legati a certe sonorità del passato che volente o nolente hanno ispirato e influenzato “Loss”. C’è molta nostalgia e malinconia sia nella musica che nelle liriche.

Mentre la “perdita” di cui parlate nel titolo del disco a cosa fa riferimento?
U.: La perdita di cui parliamo nel disco può avere più significati e forme: un evento personale, o uno stato d’animo che può prendere diverse direzioni a livello di sensazioni. Il senso della perdita credo sia l’unica forma che porta realmente l’uomo a essere vulnerabile e impotente quando ce la si trova davanti, molto più della paura. Davanti ad essa, l’animo umano riflette intensamente sul passato sul presente e sul futuro, cercando comunque qualcosa che lo porta spesse volte a perdersi.

Quanto conta per voi l’aspetto lirico?
U.: Questo aspetto è stato fondamentale per la stesura dei brani. Abbiamo sviluppato il tutto cercando di mantenere una coerenza e un’armonia tra l’emotività delle liriche e la malinconia delle musiche. Credo che “Loss” sia un buon risultato di ottima fusione tra musica e parole, dove l’una non avrebbe senso senza l’altra e viceversa.

L’Ep esce per un’etichetta, Black Mass Prayers, di nuova costituzione, se non erro il vostro disco è la seconda uscita di questa casa discografica. Come siete entrati in contatto con loro?
M.: Eravamo da pochi giorni usciti in digitale con il nostro debut album ed eravamo in cerca di un’etichetta che si proponesse di stamparci in formato fisico quando siamo stati notati e contattati dalla Black Mass Prayers. Abbiamo accettato di buon grado la loro proposta e c’è stata una serena collaborazione tra noi e loro. Li ringraziamo per il lavoro fatto e per averci promosso al meglio. Sono persone in gamba che credono in ciò che fanno e a cui auguriamo il meglio per il loro prosieguo lavorativo che, senza ombra di dubbio, sarà roseo.

Di’Aul – Sortilegio macabro

I Di’Aul hanno lanciato il proprio sortilegio macabro scandendolo con i tempi gravi del doom. “Abracamacabra” (MooDDoom Records \ NeeCee Agency) è un nenia, che riprende la lezione dei Cathedral più psichedelici, in cui doom e sonorità acide e lisergiche si fondano alla perfezione.

Benvenuti, il vostro nuovo album, “Abracamacabra” è fuori da un mesetto, vi andrebbe di fare un primo bilancio dell’accoglienza ricevuta dai fan e dagli addetti ai lavori?
Ad esser sinceri siamo rimasti molto colpiti da tutte le recensioni positive e dai tanti complimenti ricevuti; abbiamo lavorato duro su questo disco e vedere tutti questi feedback positivi ci rende veramente felici!

Avete tirato fuori sino ad oggi, se non erro, due singoli con relativi video dall’album. Si tratta di “Thou Crawl”, brano d’apertura del disco, e della title-track. Come mai avete scelto di utilizzare questi due brani come biglietto da visita dell’intero lavoro?
“Thou Crawl” è quello che consideriamo il brano più di impatto del disco, motivo per cui abbiamo scelto di utilizzarlo come opener, quindi, per lo stesso motivo è diventato il primo singolo. “Abracamacabra” l’abbiamo scelta in quanto canzone più rappresentativa dell’intero lavoro, perché è molto evocativa, ha parti melodiche e parti pesanti ed è parecchio dinamica.

In un contesto in cui l’attività live è stata bloccata per un paio d’anni, quanto è importante il feedback positivo sui social, YouTube e sui siti specializzati per una band? E quanto di questo parlare di un disco si traduce in vendite e date live?
Bè, sicuramente avere feedback positivi sui social porta più seguito e più visibilità, però non sempre il riscontro con la “realtà” delle vendite e dei live va di pari passo… diciamo che, purtroppo, ma anche per fortuna, il confronto virtuale è divenuto primario in tutti gli ambiti artistici. Se da una parte si corre il rischio di non avere una reale percezione del prodotto e dell’artista che lo ha creato, dall’altra, come ci ha imposto la pandemia, è un ponte invisibile capace di avvicinare tutto il mondo. Bisogna solo capire come usarlo al meglio.

Non mi pare che la pandemia, almeno dal punto di vista delle release, vi abbia bloccato, avete mantenuto inalterati i vostri ritmi che via hanno visto pubblicare dal 2013 ad oggi una mezza dozzina di uscite. Come vi spiegate questa prolificità compositiva abbinata ad un’alta resa qualitativa?
Il nostro segreto sono le jam in sala prove: siamo fermamente convinti che l’improvvisazione aumenti il feeling e produca le migliori idee. Sono 10 anni che suoniamo insieme (4 anni con Rex alla batteria), siamo arrivati al punto di capirci anche senza guardarci. Poi abbiamo imparato a non svilire o sottovalutare mai le idee che ognuno di noi porta in sala, piuttosto le stravolgiamo, ma cerchiamo sempre di ricavarne qualcosa che ci piaccia.

Lo split LP con i Mos Generator (2020, Argonauta Records) ha visto il debutto su disco del vostro nuovo batterista, Andrea “Rex” Ornigotti” (Gunjack e Conviction). Quale novità ha portato il suo ingresso e quale ruolo ha avuto nella composizione di “Abracamacabra”?
Rex ha dato una reale svolta alla band: con il suo drumming è riuscito a dare maggiore groove ad ogni pezzo dei Di’Aul ed ha apportato un sacco di nuove idee. Inoltre, le sue capacità di grafico e la sua intraprendenza sul web, ci hanno permesso di migliorare il nostro modo di lavorare anche al di fuori della sala prove. In questo disco ovviamente ha partecipato alla scrittura di ogni brano e poi, grazie a lui, abbiamo avuto modo di conoscere Marco Barusso, con cui abbiamo registrato.

Possiamo considerare “Abracamacabra” un concept album?
E’ un concept album a tutti gli effetti, sono sette storie parallele che si incontrano in un finale cupo e penso che il tutto sia molto ben rappresentato dall’artwork, curato da Francesca Vecchio.

La settima domanda non può che essere sul numero 7. “Sette storie, sette personaggi, una madre”. Sette brani nella tracklist. Che significato ha per il disco e per voi il numero 7?
Al di là del significato che può avere il numero sette in molte culture o credi, basti dire che lo stesso Platone lo definiva “Anima Mundi”. E’ considerato il numero perfetto: per noi lo è stato nella scelta, in parte voluta ed in parte venuta per caso, delle tracce da inserire in questo lavoro.

Mi piace molto il mood dell’album, mi ha ricordato quello di alcune uscite dei miei amatissimi Cathedral, un mix di doom e suoni acidi di matrice anni 70. Quando siete entrati in studio avevate ben chiaro che sound avrebbe avuto il disco?
Innanzitutto grazie mille per il complimento, i Cathedral sono una delle nostre band preferite! Abbiamo lavorato parecchio suoi suoni e sulle frequenze fino ad arrivare ad un insieme che ci soddisfacesse appieno, poi abbiamo deciso di registrare come si faceva negli anni 70, cioè in presa diretta tutti nella stessa stanza (a parte la voce che è stata fatta separatamente) di modo da ottenere un mood più coerente con la nostra musica. Ne approfitteremmo per ringraziare Marco Barusso (Lacuna Coil, Coldplay, ecc…) che ha curato sia la parte di registrazione che quella di mixaggio.

Avete già ripreso l’attività live oppure state aspettando che le cose si rimettano definitivamente in carreggiata per promuovere dal vivo “Abracamacabra”?
Abbiamo ripreso da poco con un release party al The Old Jesse a Saronno, abbiamo già qualche data e stiamo lavorando sulle date future… è un periodo difficile per la musica live, ma siamo sicuri che si riuscirà a tornare alla normalità in breve tempo!

Messa – I pellegrini del doom

I Messa tornano con un disco clamoroso, il terzo della loro incredibile discografia. “Close” (Svart Records \ DNR Agency) proietta la band in una dimensione nuova che, ne siamo certi, regalerà una visibilità internazionale al gruppo.

Benvenuto Marco (Zanin), “Belfry” e “Feast for Water” hanno riscosso ottimi consensi, per questo in molti si aspettavano da voi l’ennesimo grande album: avete avvertito molta pressione durante le registrazioni di “Close”?
Grazie infinite, innanzitutto. La celebre “pressione” del terzo disco non l’abbiamo percepita più di tanto, e se c’era è stata subito soppiantata dall’entusiasmo di produrre nuovo materiale. Le registrazioni sono state un’esperienza unica.

“Close” è sicuramente uno degli album più belli che io abbia ascoltato negli ultimi mesi, voi cosa avete provato quando avete sentito per la prima volta il disco finito?
Penso sia difficile dare dei giudizi oggettivi mentre produci del materiale che hai creato tu stesso. Diciamo che le vibrazioni giuste le abbiamo percepite già dalle prime take che abbiamo fatto in studio.

Mentre lavoravate all’album avevate la percezione di quello che stavate facendo oppure in quel momento eravate così presi dai singoli brani da non avere una visione d’insieme?
“Close” ha avuto uno sviluppo lento ma costante. Abbiamo studiato tutti e quattro una totale visione d’insieme del disco prima di andare in studio, ed è stato fondamentale. Durante le fasi di registrazione però è bello sperimentare ed interpretare la direzione presa in fase di pre-produzione.

Come sono nate le canzoni? Quanto siete stati influenzati dai bruschi cambiamenti che le nostre vite hanno subito negli ultimi anni?
I pezzi sono il frutto di due anni di lavoro e di vita. Alcuni pezzi hanno ormai più di due anni, altri li abbiamo composti durante la fase di lockdown più intenso. “Dark Horse” è addirittura stata composta solamente due settimane prima di entrare in studio. Il periodo storico ha decisamente influenzato la composizione e l’arrangiamento di “Close”. Il nostro obiettivo era quello di far viaggiare l’ascoltatore con i brani.

“Close” mi pare un disco aperto alle più svariate influenze, oggi vi considerate ancora una doom band o questa etichetta vi va stretta?
L’unica etichetta che non gradiamo ma che spesso ci affibbiano, è “Female Fronted”. Inutile dire che la troviamo decisamente fastidiosa…

Già che ho tirato in ballo il titolo, “Close”, me lo spiegate?
“Close” è un titolo che la cantante Sara ha proposto molto tempo prima delle registrazioni del disco. Ce ne siamo innamorati da subito, e crediamo che possa essere un termine chiave per comprendere la musica nei suoi aspetti più ermetici e sensoriali.

Guardando le tre copertine dei vostri album direi che quella di “Belfry” trasmette una sensazione di staticità, di tempo immobile, mentre “Feast for Water” e “Close” di movimento. E’ una mia interpretazione strampalate di quelle immagini oppure c’è qualcosa di vero in quello che dico e che può in qualche modo essere riconducibile una vostra percezione differente della musica negli anni?
E’ una lettura interessante. Sinceramente non abbiamo mai fatto caso ad un overview in questo senso.

Avete pubblicato con etichette differenti – Aural Music, Ripple Music – per approdare oggi alla Svart. Però siete partiti autoproducendovi, alla luce delle vostre esperienze quanto conta per una band avere una casa discografica alle spalle?
Chiaramente avere una label al tuo fianco può dare un notevole aiuto alla band, su questo non ci sono dubbi. Ci deve però essere molta passione – e da entrambe le parti. Se l’etichetta non è appassionata al gruppo (paradossalmente) può fare più danni che altro. Noi siamo sempre stati fortunati e abbiamo sempre trovato collaboratori vivamente interessati al nostro progetto.

Quando pareva che ci fossimo messi alle spalle la pandemia, ecco che sull’Europa tornano i venti di guerra: partirete in tour oppure preferite aspettare un po’ e capire come si evolveranno le cose a livello internazionale?
Oltre alle prime date Italiane di Marzo, il nostro tour Europeo partirà il 15 di Aprile dalla Slovenia per poi proseguire in Austria, Germania, Francia, Belgio, Danimarca, Polonia e Repubblica Ceca. Chiaramente staremo a vedere gli sviluppi di questa situazione.

Vito Marchese – The witness marks

I Novembers Doom sono una delle più importanti band doom statunitensi. Nati a Chicago nel 1992, fino ad oggi hanno realizzato 11 album nell’arco di una carriera incredibile. Vito Marchese, chitarrista di questa fantastica band, ci ha parlato della sua musica, dei Novembers Doom e dell’odierna industria musicale metal…

Ciao Vito, benvenuto su Il Raglio del Mulo, è un piacere di averti qui. Come è iniziata la tua avventura nel metal?
Ciao, Luis e Il Raglio del Mulo. Grazie per avermi fatto questa intervista! Mi sono avvicinato alla musica rock per la prima volta quando avevo circa 9 o 10 anni e ho sentito i Rush. Lì è iniziato il mio viaggio musicale, poco dopo ho scoperto il “Black Album” dei Metallica, questo mi ha fatto venire voglia di suonare la chitarra. Ho iniziato a imparare ogni riff dei Metallica che potevo e ho passato ore e ore al giorno a esercitarmi. Un paio di anni incontravo la scena rock/grunge alternativa degli anni ’90, cosa che ha portato nuovi elementi nel mio modo di suonare. Poi ho sentito il metal estremo per la prima e da quel momento i miei gusti musicali hanno continuato a diventare sempre più pesanti. Stavo cercando di imparare il più possibile da tutti i tipi di rock e metal. All’età di 20 anni, mi è stato chiesto di fare un provino per i Novembers Doom, il che è stato piuttosto pazzesco. Ero un grande fan della band, quindi è stato un grande shock per me.

Com’è fare metal in Europa, cosa significa far parte di una grande band come Novembers Doom?
Esibirmi dal vivo in Europa era un mio sogno e sono così contento di averlo potuto fare con i Novembers Doom. I fan europei sono fantastici e ci danno sempre il benvenuto ovunque andiamo. Alcuni dei miei ricordi ed esperienze preferite della mia vita sono legati ai tour in Europa.

Hai mai pensato di mollare tutto per tornare a una vita normale?
Non credo che smetterò mai di fare musica per tornare a una vita “normale”, anche perché la mia vita è comunque abbastanza “normale”! Sono semplicemente fortunato perché a volte posso andare a suonare concerti incredibili in diverse parti del mondo.

Quali sono i principali problemi che devono affrontare le band all’interno della ormai satura scena metal?
Penso che il problema principale che le band devono affrontare ora sia cercare di convincere la gente a prestare loro attenzione. Ci sono così tante band e musicisti che cercano di farti ascoltare la loro musica o guardare i loro video che a volte può essere davvero troppo: è difficile far emergere la tua band dal resto! Un altro problema è che le persone tendono ad avere una bassa soglia di attenzione, ciò significa che potrebbero ascoltarti per una settimana e poi dimenticarti e magari passare alla cosa successiva. Fortunatamente per noi, i Novembers Doom hanno una fedele fanbase che ci ha supportato nel corso degli anni.

Secondo te, cos’è che impedisce la crescita di una band underground?
Penso che l’underground sarà sempre l’underground, il che è sia una cosa negativa che una buona. È brutto perché le persone non presteranno sempre attenzione a cose che non sono nel mondo della musica mainstream, ecc, la cosa buona dell’underground è che fa sentire le persone e le band che ne fanno parte legate tra loro perché hanno qualcosa di speciale in comune. È molto difficile guadagnare facendo musica al giorno d’oggi, specialmente nell’underground. Non c’è neanche bisogno di tirare in ballo il Covid, che con i suoi blocchi ai tour, perché già da prima le persone molto raramente compravano musica. Tutto è sui siti di streaming, con pochi soldi che vanno agli artisti. Penso che le band debbano iniziare a cercare altre entrate, realizzando prodotti o offrendo servizi ai fan e ad altre band.

Le piattaforme, quindi, sono più una maledizione che una benedizione per le band?
Penso che avere accesso alle piattaforme di musica digitale sia al contempo una benedizione e una maledizione. È una benedizione perché ora è facile per le persone avere un posto dove ascoltare la musica, hai accesso praticamente a tutta la musica mai fatta sul tuo telefono o sul tuo computer. Lo svantaggio di tutto questo è che ora le persone sono portate a pensare di non aver bisogno di pagare per la musica o pensano di supportare sufficientemente band e artisti semplicemente ascoltando in streaming la loro musica. Questo aiuta, ma le entrate sono state drasticamente ridotte. Inoltre, ora che ogni band può diffondere la propria musica sulle piattaforme di streaming, non importa quanto sia buona o cattiva, è molto difficile farsi notare senza che tu sbatta costantemente il tuo nome in faccia alle persone.

Per quella che è la tua esperienza, una band underground può avere successo solo se ha una grande etichetta alle spalle o può farne a meno sfruttando al meglio i social?
Penso che questo dipenda dalla band. Puoi assolutamente farcela senza un’etichetta discografica, ma devi avere buone basi di marketing per poter raccogliere i soldi necessari per le registrazioni e per la pubblicità, ecc. Può essere molto difficile e opprimente dover pubblicare una miriade di post sui social media ogni giorno per mantenere alta l’attenzione sulla tua band. Senza dimenticare che devi preoccuparti, allo stesso tempo, di creare nuova musica. Avere un’etichetta discografica è fantastico perché c’è un team che può aiutarti a fare tutto mentre tu ti concentri solo sulla musica. Noi siamo fortunati ad avere la Prophecy Productions come nostra etichetta discografica, si prende molta cura di noi.

Cosa pensi che debba cambiare urgentemente nell’industria musicale?
Penso che ci siano molte cose che devono cambiare, ma non so se sarà possibile cambiarle a breve. Come ho detto prima, i siti di streaming hanno reso troppo facile per le persone pensare di non dover pagare per la musica. Questo ovviamente danneggia le band e la loro capacità di continuare a fare quello che stanno facendo. Cercare di usare i social media per convincere le persone a prestare attenzione alla tua band è super difficile. La maggior parte delle volte devi spendere soldi affinché i tuoi post raggiungano tutti i tuoi follower. E i social media non mostreranno le tue cose alle persone se stai cercando di convincerle a lasciare la loro piattaforma, pubblicare qualcosa con un link esterno dal quale le persone possono acquistare le tue cose è difficile. Magari qualcuno che ha miliardi di dollari ed è un grande fan della musica underground un giorno creerà una nuova piattaforma che aiuti le band a promuoversi gratuitamente, dove vendere prodotti fisici senza prendere alcun tipo di denaro per questo.

Torniamo alla tua carriera, a quali altri progetti, oltre ai Novembers Doom, hai contribuito?
Finora ho registrato sette a full con i Novembers Doom, ho fatto un album con i Divinity Compromised, attivi dal 2009, ma non sono più in quella band. Ho un progetto strumentale post-rock/metal chiamato The Kahless Clone e finora abbiamo fatto due EP. Ho registrato anche un paio di parti di chitarra come ospite in alcuni dischi, gli ultimi dei quali per i Myrkgand dal Brasile/Portogallo e i Dismal dal Paraguay.

Cosa ti spinge a fare metal?
Creare musica metal è qualcosa che mi viene naturale ogni volta che mi siedo con una chitarra in mano. Ovviamente scrivo anche cose che non sono metal, ma la maggior parte delle volte è metal. Posso trarre ispirazione dalle colonne sonore di film, da qualcosa che un’altra band ha scritto o semplicemente stando in una stanza e suonare con i membri della mia band. Mi dà molte più soddisfazioni scrivere metal che altri generi musicali.

Qual è il sogno che non hai ancora realizzato ma per il quale stai lavorando duramente?
In questo momento mi sto concentrando sull’avviamento della mia attività di libri di tablature per chitarra che ho chiamato Resistance HQ Publishing. Ho iniziato questa attività per i Novembers Doom, poi sono passato anche quelli di altre band. Il mio sogno è riuscire a rendere questo business abbastanza grande da poter scrivere libri per molti tipi diversi di band e artisti. La maggior parte del mio tempo lo dedico al lavoro e alla creazione di nuova musica.

Leta – Urla dal rogo

I Leta nascono nel 2016 per volontà di un manipolo di artisti salentini già attivi in passato in altre realtà (Muffx, Hopesend, Impero delle Ombre, Witchfield, Ghost of Mary, Burning Seas, Serial Vice). Ci son voluti ben cinque anni per ascoltare l’esordio discografico “Condemned to Flames”, album che riprende la tradizione doom italica e l’arricchisce con spunti, blues, prog e psichedelici. Abbiamo chiesto ad Ilario Suppressa di presentarci questa nuova creatura…

Ciao Ilario, prima di passare alla disamina del vostro album d’esordio, “Condemned to Flames”, ti andrebbe di ripercorre le fasi della storia dei Leta precedenti alla pubblicazione del disco?
Ciao a tutti i seguaci di Il Raglio del Mulo… oggi il mulo che raglia sono io! I Leta nascono da un incontro in sala prove con due vecchi amici con cui pur condividendo tanti concerti, viaggi, sbronze ed altro, non avevo mai suonato. Fu il bassista Gabriele Tarantino a chiamarmi dicendomi che doveva incontrarsi con il batterista Damiano Rielli in sala prove per divertirsi un po’ e dopo un seducente “dai vieni anche tu” mi sono unito alla compagnia. Gabriele all’epoca non aveva una band a differenza di me e Damiano già impegnati con altri progetti, ma aveva molte idee, e ce le ha proposte subito, e da quella che doveva essere poco più di una jam session uscimmo già con un paio di brani, da lì in poi si è creata una certa intesa tra noi, sia sul sound che sulle tematiche horror, tanto che il moniker Leta è venuto fuori riprendendo una vecchia “leggenda” delle nostre parti, ed abbiamo cominciato a comporre mentre cercavamo un cantante. A chiudere la formazione arrivò Lorenzo Latino (voce e chitarra dei thrasher salentini Speadfreak), a lui piaceva l’idea di cimentarsi in qualcosa che amava ma che non aveva mai cantato, e ci siamo subito trovati! Con lui alcuni brani hanno preso davvero forma, e ha contribuito con diversi testi, ma purtroppo dopo pochi mesi fu costretto a lasciare la band. Ci siamo rimessi alla ricerca di un vocalist mentre continuavamo a comporre e finalmente abbiamo trovato la persona giusta: Giacomo Albanese, già voce dei Serial Vice (heavy metal). Con lui abbiamo finito di comporre i brani del nostro primo album, che purtroppo ha tardato più del dovuto ad uscire a causa dei vari blocchi dovuti al covid, i concerti su tutti! Per una band underground qualsiasi sappiamo già che è difficile, per una band al primo album senza poter fare quei pochi concerti che riusciamo a fare lo è di più, ma finalmente “Condemned to Flames” è uscito.

Da un punto di vista musicale vi rifate alla scuola doom italiana, capeggiata da Paul Chain e ben rappresentata da due band nelle quali hai suonato, come Impero delle Ombre e Witchfield. Nei momenti più epici mi avete anche ricordato i Doomsword, per esempio. Allora ti chiedo, perché avete scelto proprio il doom come genere e come mai proprio il filone riconducibile alla scuola italiana?
Per quanto riguarda il doom è quello che volevamo fare fin dal primo incontro: io e Damiano suonavamo già con altri gruppi di tutt’altro genere, ma era qualcosa che volevamo fare, e Gabriele che da sempre è un appassionato del genere è stato l’anello di congiunzione! Personalmente avendo già suonato in passato con L’Impero delle Ombre, ed avendo partecipato al primo album dei THC Witchfield, quel genere era qualcosa già ben radicato in me, quindi il tutto è stato abbastanza naturale. Riguardo la nostra riconducibilità alla scuola italiana credo che derivi semplicemente dai nostri ascolti e dal nostro background, anche se non ci siamo mai prefissati di somigliare a qualcosa o qualcuno in particolare.

Non mancano nel disco neanche capatine in ambito blues, psichedelia e progressive. Queste influenze, in che modo arricchiscono la matrice doom del vostro sound?
Sono influenze anch’esse sicuramente riconducibili ai nostri ascolti, che ovviamente non si fermano ai grandi del dark sound italico, ma toccano ovviamente anche i grandi classici del rock degli anni 70, quindi blues, psichedelia e progressive sono spuntati da soli nei nostri brani, sinceramente non saprei se, come o cosa arricchiscono, suoniamo ciò che ci piace… come ho detto prima, il tutto è stato abbastanza naturale.

Non mancano i richiami, ovviamente, ai Black Sabbath, possiamo considerare “Liquid Specter” la vostra “Planet Caravan”?
I richiami ai Black Sabbath credo che siano in tutto il nostro disco, come in tutto ciò che ho sempre suonato, anche nei generi più disparati, i Black Sabbath sono i Black Sabbath, non lo scopro certo io, comunque l’accostamento non può che onorarci. La musica di “Liquid Specter” è di Gabriele, ma già dal primo ascolto jammando in casa con strumenti acustici io l’ho immaginata suonata come “Planet Caravan”, poi in sala prove ha preso anche altre direzioni e ne è venuto fuori un brano forse un po’ fuori dai canoni del doom, ma che comunque ha un evidente legame col nostro sound.

Avete optato in generale sulla lingue inglese, anche se poi in “Nessun’alba”, per esempio, avete utilizzato l’italiano. Questo brano resterà un caso isolato o credi che in futuro il nostro idioma potrà trovare più spazio nei vostri brani?
Sull’uso della lingua in realtà all’interno della band ci sono due scuole di pensiero opposte, “Nessun’alba” l’ho scritta io quindi è palese la mia posizione, ma in realtà nella band ognuno porta il suo contributo e le proprie idee molto liberamente, e altrettanto  liberamente vengono fuori, non abbiamo ancora una regola fissa in proposito, ma sicuramente questo brano non sarà un caso isolato.

L’uso della lingua mi porta direttamente a chiederti: di che cosa parlano i vostri testi?
I testi sono di matrice horror, e anche se non si può parlare di un vero e proprio concept, in “Condemned to Flames” molte liriche sono collegate tra loro, e raccontano di Leta… o del suo fantasma.

In particolare, a cosa fa riferimento il nome della band?
Appunto, Leta è il nome della protagonista di una vecchia storia di Mesagne (BR), paese in cui vive il nostro batterista Damiano. Si narra che Leta, di famiglia nobile, era innamorata di un giovane di un ceto sociale più basso, e come in tante storie che narrano di amori impossibili, ceti sociali opposti e famiglie avverse, i fratelli di lei per punire l’affronto finirono col bruciare la giovane in un forno, e da allora il fantasma di Leta si aggira nei paraggi. La storia ci ha affascinato, foneticamente ci piaceva, quindi abbiamo deciso che quello sarebbe stato il nome della band.

Sul disco compaiono diversi ospiti, ti andrebbe di presentarli?
Con molto piacere, sono tutti grandi musicisti e grandi amici! Il singolo “Whispers in the Darkness” già pubblicato su Youtube è l’unico brano del disco in cui non appaiono ospiti: su “Reality” c’è il percussionista Tiberio Pati che suona su una parte del brano decisamente psichedelica nel suo tribalismo, poi in “My Moon” ci sono i fratelli Cardellino de L’Impero delle Ombre, John con l’interpretazione della parte centrale del brano, e Andrea con un solo di chitarra in chiusura. Nella title track c’è il contributo di Daniele Rini (Ghost of Mary, Maysnow ed altri progetti) con le sue scream vocals nel ritornello, ed anche un bellissimo solo di organo ad opera di Gabriele “Leslie” Saracino, un amante delle sonorità seventies che milita in diverse cover band di Deep Purple, Doors e roba “coetanea”. In “Nessun’alba” c’è il solo finale di chitarra suonato da Mirco Minosa, il chitarrista della prima formazione degli Hopesend, la mia thrash metal band: questo brano è nato proprio da una mia visione di un riff che fece Mirco in sala prove ai tempi degli Hopesend, quindi ho pensato subito a lui per far chiudere il cerchio. Nella conclusiva “Liquid Specter” compaiono ancora Tiberio Pati alle percussioni che accompagna delicatamente il brano, e Gabriele “Leslie” con tastiere e synth che da quel tocco di psichedelia pura, per poi arrivare nel solo finale dato dalla suadente chitarra di Luigi Bruno (Muffx) che chiude l’album.

Il disco è uscito a fine dicembre, quali traguardi vi piacerebbe in questo 2022 grazie a “Condemned to Flames”?
Più che dei traguardi abbiamo degli obbiettivi: è in progetto un videoclip per il lancio del nostro secondo singolo, poi ovviamente continueremo con la composizione dei brani per il prossimo lavoro… e siamo già a buon punto. Forse l’unico traguardo che ci piacerebbe raggiungere nell’anno appena iniziato è quello di riuscire a portare il nostro disco dal vivo! Per noi la sede live è quella più importante, ed è quella che ci è mancata di più negli ultimi anni, sappiamo tutti perché speriamo davvero di tornare presto su un palco, poi il resto si vedrà!

Tenebra – Tutto è sacro

Seguiamo sempre con interesse i Tenebra, così a qualche mese di distanza dalla nostra precedente intervista, abbiamo ricontattato la band in occasione della pubblicazione del nuovo EP “What We Do Is Sacred” (New Heavy Sounds \ Metaversus PR).

Ciao ragazzi, un annetto fa ci siamo sentiti perché eravate pronti ad atterrare in Cina con la versione in cassetta “Gen Nero”, come è andata?
Silvia: Duo, il ragazzo che gestisce SloomWeep Productions, l’etichetta che ha realizzato la cassetta, dice molto bene! Sostiene che abbiamo dei fan in Cina. Effettivamente abbiamo anche fatto un’intervista per una fanzine locale, ma onestamente, chi lo sa? Noi vogliamo pensare di essere la next big thing del mercato discografico cinese!

“Gen Nero”, ha avuto una genesi molto veloce, se non erro tre giorni, per “What We Do Is Sacred” quanto ci avete impiagato?
Emilio: Essendo un EP, che peraltro contiene un anticipazione dal disco nuovo, ci abbiamo impiegato davvero pochissimo. Abbiamo registrato i due pezzi che rimanevano in un pomeriggio (come per il disco ho curato io stesso le sessioni) e li abbiamo mixati con Bruno Germano in una mattinata. In tutto, dalla prima nota suonata, all’avere i CD in mano sarà passato un mesetto. Super rapido!

Entriamo nel dettaglio, la prima traccia è “Cracked Path”,  un estratto dall’LP che uscirà nel 2022. Avete altri brani pronti dal prossimo disco e perché avete scelto proprio questa canzone per un’anteprima?
Claudio: È stata una decisione presa insieme ai tipi della nostra nuova etichetta, New Heavy Sounds. È uno dei brani più lineari e melodici del nuovo disco, ci è sembrata a tutti una scelta razionale come anticipazione del disco. Come accennava Emilio prima il disco è pronto da molto tempo, il problema principale è stato il fatto che la pandemia ha generato enormi ritardi per quello che riguarda la stampa dei vinili e quindi abbiamo dovuto posticipare l’uscita del nuovo full-lenght. Anche per questo abbiamo deciso di stemperare l’attesa facendo uscire un EP rapidamente in formato CD e digitale.

Nel 2022 ritroveremo  “Cracked Path”  in questa versione oppure ne comparirà una diversa nella tracklist definitiva?
Mesca: la versione dell’EP è un po’ editata per renderla più gestibile per farne un videoclip. Su disco sarà più lunga.

“Hard Luck” è un altro inedito, resterà una chicca presente solo in questo EP o in futuro verrà riproposta?
Emilio: “Hard Luck” è un pezzo di cui avevamo solo una parziale intelaiatura quando l’abbiamo registrata, si è sviluppata molto in studio. Per dire, non avevo mai sentito la linea vocale definitiva di Silvia e ho costruito molte parti di chitarra dopo essermela studiata un poco. È stata un po’ un esperimento di cui siamo molto soddisfatti. Sicuramente la proporremo dal vivo in futuro.

“What We Do Is Sacred” si chiude con la cover di “Primitive Man degli inglesi Jerusalem, come mai avete scelto questo brano?
Silvia: Io sono una fan dei Jerusalem da sempre e adoro quella canzone. Poi è capitato che quando abbiamo suonato a Parma con i Duel fosse presente Claudio Sorge, firma storica e fondatore di Rumore. Chiacchierando con lui, (che è un mito di adolescenza di Emilio), ci ha proprio detto “dovreste registrare una cover, “Primitive Man” dei Jerusalem sarebbe perfetta!” A quel punto i giochi erano fatti: l’abbiamo provata e riarrangiata nella parte centrale, poi l’abbiamo registrata. È piaciuta anche a Paul Dean, bassista dei Jerusalem e autore del brano. Ne uscirà un video, spero verso Natale.

La l’assolo di flauto in questa canzone è di Giorgio Trombino (Assumption, Becerus, Bottomless, Dolore), come è nata questa collaborazione?
Claudio: Io suono il basso anche negli Assumption e Giorgio è un caro amico sia mio che di Marco Gargiulo (che con Metaversus ci cura le PR e che consideriamo un quinto membro del gruppo a tutti gli effetti). Già nel disco avevamo avuto bisogno di un sax per un pezzo e ci siamo rivolti a Giorgio che è un polistrumentista eccezionale, suona divinamente qualsiasi cosa gli si dia in mano! Quindi, quando ci è balenata l’idea di avere un flauto traverso per l’assolo di “Primitive” abbiamo chiamato subito lui.

Restando in Inghilterra, avete firmato con la New Heavy Sounds, dopo aver prodotto “Gen Nero”. Ora che avete un’etichetta alle spalle, notate sostanziali differenze e vantaggi rispetto all’autoproduzione?
Mesca: Beh, intanto non dobbiamo stamparci più i dischi da soli! Poi Ged e Paul, i ragazzi dell’etichetta, sono davvero entusiasti della band e sono sicuro che con il full-lenght faranno un gran lavoro. Sono una label solida che ha fatto dei gran bei dischi, come quelli dei Black Moth!

Dal punto di vista live si sta muovendo qualcosa?
Silvia: Abbiamo appena finito un mini tour di cinque date e devo dire che sono andate tutte molto bene. Piano piano il pubblico aumenta e anche l’entusiasmo che percepiamo dalla platea durante i live. Io penso che la dimensione live sia quella naturale per i Tenebra, anche per questo registriamo i nostri dischi in diretta senza editing. Questo dovrebbe essere lo spirito del rock and roll: what you see is what you get.

The Ossuary – Voci dell’Oltretomba

I The Ossuary tornano dal loro personale Oltretomba con album, “Oltretomba” (Supreme Chaos Records), che, stando alle parole del sempre disponibilissimo Max Marzocca, si avvicina più che mai al sound che i pugliesi avevano in mente al momento della creazione della band.

Ciao Max, c’è voluto un po’, ma finalmente è arrivato il momento di “Oltretomba”, il vostro terzo disco la cui data di pubblicazione è slittata più volte. Da cosa sono dipesi questi ritardi?I I ritardi sono dipesi principalmente dalla pubblicazione della versione in vinile che, come credo tu sappia, al momento è il formato fisico più venduto a causa di un aumento notevole delle richieste da parte del pubblico. Da qualche anno a questa parte l’industria musicale si è buttata a capofitto su questo formato fisico con la conseguenza che le major hanno assunto il controllo della produzione creando ovviamente un sacco di problemi alle piccole label. La release date del disco era annunciata inizialmente per il 28 Maggio, poi è slittata alla fine di settembre, ora è finalmente fuori da circa due settimane e di questo chiaramente non posso che esserne contento visto che ha dato un senso a questi ultimi due anni davvero difficili.

Questi slittamenti hanno portato alla pubblicazione di “Oltretomba” in periodo in cui l’attività live pare possa riprendere finalmente con una certa continuità e con numeri di presenze ben più corposi. Quanto è importante quando si ha un disco fuori poter girare per promuoverlo?
Al momento la promozione da parte della nostra label va avanti col contagocce, inoltre la gente è parecchio distratta da altre cose sui social quindi manca lo stimolo di andarsi a leggere una recensione o un’ intervista su una webzine, o a recarsi in edicola per comprare una rivista. Tutto sembra muoversi più lentamente del solito quindi è importante ora fare dei concerti per poter promuovere un disco adeguatamente. Gli Ossuary non suonano dal vivo dal primo febbraio 2020, sono passati quasi due anni dall’ultimo concerto ma da qualche giorno abbiamo annunciato il nostro ritorno a Dicembre con 6 date nel Sud Italia, giusto per ripartire. C’è stato un minimo di richiesta da parte dei promoter e ora speriamo che la gente abbia avvero voglia di muoversi per andare a vedere musica dal vivo. Nonostante l’assenza di due anni dai palchi a causa del Covid abbiamo un pubblico fedele che si è rafforzato acquistando i vecchi dischi e il merchandising e dimostrando supporto nei confronti della band quindi tornare on the road è diventato di importanza primaria. Speriamo solo che le cose migliorino definitivamente il prossimo anno.

“Oltretomba” è il fatidico terzo album, quello che nella tradizione del rock dovrebbe sancire la definitiva maturazione di una band: credi che effettivamente sia il vostro apice compositivo questo lavoro oppure non si distacca molto dai precedenti dal punto di vista del valore qualitativo?
Per me è l’ideale prosecuzione dei due album precedenti. Alla fine suoniamo sempre la stessa musica solo che cerchiamo di farlo nel modo migliore e allo stesso tempo cerchiamo di espandere il nostro vocabolario a disposizione allargandoci in altri territori. Motivo per cui in questo album i synth e le chitarre acustiche sono diventi parti fondamentali degli arrangiamenti di alcuni brani allargando la gamma di soluzioni. Almeno per quello che mi riguarda, quando scrivo non penso molto a quello che vorrei fare, vado d’istinto cercando però di utilizzare mezzi diversi per esprimermi perché mi stanco presto delle cose e voglio sempre fare qualcosa di diverso e che mi stimoli.

Se dovessi indicarmi alcune peculiarità di “Oltretomba” che lo distinguono dai primi due lavori, quali sarebbero?
Probabilmente è un album più oscuro, più prog e psichedelico, e soprattutto più lungo. Siamo soddisfatti di come sia venuto fuori, forse è la cosa che maggiormente si avvicina a quello che avevamo in mente agli inizi della band.

Siete usciti allo scoperto con il primo singolo “Serpent Magic”, probabilmente il brano più lisergico e allucinato che avete mai composto: come è nata questa canzone?
“Serpent Magic” è tra gli ultimi tre brani che abbiamo tirato fuori in ordine cronologico. Si trattava di un riff che avevamo scartato quando anni fa abbiamo scritto il primissimo materiale della band, lo abbiamo modificato in modo tale che suonasse pesante ed ossessivo. Il phaser sulla chitarra, gli arrangiamenti tribali di batteria e le divagazioni di basso in apertura e chiusura hanno fatto il resto. E’ un brano che mi piace particolarmente, per quello che mi riguarda è perfetto per quanto riguarda struttura, riff, mood lisergico e liriche. Anche il video è venuto fuori molto bene nonostante il budget ultra risicato.

Dopo “Devils In The Night Sky” avete pubblicato addirittura un terzo singolo di nome “Ratking”, canzone accompagnata dalle splendide illustrazioni di Costin Chioreanu, che in passato ha lavorato con nomi del calibro di Opeth, Katatonia, Ghost, Mayhem, Diamond Head, Corrosion Of Conformity, Voivod, Carcass e atri. Chi vi ha messo in contatto con questo incredibile artista?
Conosco Costin personalmente. Ci siamo beccati qualche anno fa in Olanda al Graveland Fest. Era l’ultima data del tour con Marduk e quel giorno dovevo lavorare anche per Immolation quando ad un certo punto ricevo una telefonata dai ragazzi degli Entombed – anche loro presenti nel bill del festival – che mi chiedevano se potevo dargli una mano a fornirgli la backline perché avrebbero dovuto girare un video prima del loro live set. Costin era lì con la band per filmare il tutto quindi abbiamo lavorato insieme. Per me è stata una giornata di lavoro intensa con tre band importanti da seguire ma alla fine io e Costin abbiamo lavorato bene insieme e siamo diventati amici, quindi sapendo che a lui piacevano gli Ossuary quando si è presentata l’occasione l’ho contattato per la realizzazione del video di “Ratking”. E’ un lavoro eccezionale, Costin lavora con un sacco di artisti importanti e spero di continuare questa collaborazione con lui perché adoro il suo stile che si integra alla grande con il concept della band. Ho davvero un bel ricordo di quella giornata, erano tutti ubriachi tranne me che dovevo lavorare come un mulo, il classico gran finale alla fine di un mese di tour. E’ stata anche l’ultima volta che ho visto LG degli Entombed. E’ stata una vera mazzata per me apprendere della sua dipartita e ancora mi risulta difficile realizzare che non c’è più. Ci eravamo sentiti l’ultima volta per il mio compleanno lo scorso anno. Scusami la divagazione ma LG era uno delle persone migliori che io abbia mai incontrato nel music business. Long live LG!

Oltra ai 3 brani citati, quali sono gli altri che potrebbero essere i più rappresentativi di “Oltretomba”?
E’ una domanda difficile, al momento potrei dirti che forse in “Orbits” , “Crucifer” e “Oltretomba” c’è un po’ tutto il nostro sound e il nostro concept ma magari tra qualche tempo potrei pensarla diversamente. Oggi comunque ascolto l’album tutto di un fiato dall’inizio fino alla fine e credo che ad un anno dalla sua realizzazione sia un buon segno.

Video e musica diffusa nelle playlist stanno diventando uno strumento sempre più comune di promozione, ma ne cosa pensi della musica liquida?
Come hai detto tu, da un punto di vista della promozione sono un ottimo mezzo ma non aiutano le band da un punto di vista finanziario. Le royalties che ricevi dalle vendite della musica liquida sono ridicole quindi preferisco i supporti fisici, anche per una ragione affettiva. Sono cresciuto negli anni 70 e 80, quella era l’era del vinile, quando è uscito il CD a metà degli anni 80 non mi ha mai entusiasmato molto, non l’ho mai sopportato realmente.

Al di là della musica liquida, “Oltretomba” è disponibile in un formato limitato in una scatola di legno, ti va di descrivere questa confezione particolare?
Oltre alle normali copie in vinile, CD e cassetta “Oltretomba” riceverà anche la versione boxset limitata. Si tratta uno slipcase di legno con il logo e parte della copertina incise sul fronte, contiene una versione splatter esclusiva dell’album, il digipack del CD, la cassetta e una spilletta in metallo col logo della band ed è limitato a 100 copie. Il box in questione viene prodotto e assemblato in un’azienda artigianale da persone disabili, il che significa che con l’acquisto di questa versione si supporta un progetto sociale dando lavoro a queste persone. Tutto il ricavato – tolte le spese di spedizione ed i costi di produzione – andrà devoluto alla fondazione disabili “Ledder Werkstätten” di Tecklenburg Ledde in Germania. Spero di averne qualche copia al più presto!

In conclusione, ti chiederei cosa c’è dopo l’Oltretomba per i The Ossuary?
La rinascita. Nulla si distrugge completamente, o almeno credo le cose stiano in questo modo… al di là della mera metafora si dovrebbe sempre rinascere dalle proprie ceneri e ricominciare di nuovo.

A Pale Horse Named Death – Infernum in Terra

ENGLISH VERSION BELOW: PLEASE, SCROLL DOWN!

Gli A Pale Horse Named Death, la doom metal band guidata dal fondatore dei Type O Negative e membro dei Life of Agony Sal Abruscato, hanno pubblicato il loro nuovo album “Infernum in Terra” (Long Branch Records / SPV / All Noir). Probabilmente il loro disco più pesante e oscuro di sempre.

Ciao Sal, qualche settimana fa ho intervistato Tony J Listavich (Transport League) e abbiamo parlato il tuo featuring sul brano “March, Kiss, Die” e mi ha detto: “Abbiamo fatto un tour di supporto agli APHND nel 2019, e io e Sal siamo rimasti in contatto come buoni amici. Gli ho chiesto se era interessato a fare delel guest vocalsi, e il resto è storia, il risultato è stato ottimo”. Cosa pensi di quel brano?
Mi è piaciuto lavorare con Tony è un amico meraviglioso e mi piacciono i suoi Transport League quindi è stato molto facile per me studiare qualcosa per la sua canzone perché l’ho trovata immediatamente fosse molto buona!

Immagino che tu abbia registrato quella canzone durante una pausa dalle sessioni di registrazione del tuo vostro album “Infernum in Terra”. Quanto è importante per un artista, mantenere viva la propria vena artistica disconnettendosi ogni tanto dalla sua attività principale?
Ho registrato la voce molto prima di iniziare “Infernum”. Credo che tu non possa sbatterti troppo lavorando sulla musica, devi prenderti del tempo per lasciare che le cose accadano in modo naturale. Mentre lavoravo alla musica per “Infernum” nel 2020 sono letteralmente sparito per tutta l’estate per quasi quattro mesi prima di sedermi e rimettermi a scrivere.

“Infernum in Terra” è nato durante la pandemia, quanto ha influito questo fattore sul suono dell’album e sul suo titolo?
La pandemia mi ha sicuramente mi ha permesso di avere il tempo necessario per scrivere scrivere con i miei ritmi, le preoccupazioni e le morti avvenute hanno influenzato un po’ la resa finale ma a dire il vero avevo già un piano in atto per ogni eventualità.

Probabilmente “Infernum in Terra” contiene alcuni dei riff più pesanti degli APHND, sei d’accordo con me?
Sì, sono d’accordo, è decisamente un disco molto oscuro, pesante e grintoso. Sono molto contento di come l’atmosfera si sia sviluppata dando la giusta pesantezza al suono.

Sei arrivato al quarto album, pensi di aver trovato il vostro sound definitivo o è possibile per una band crescere e cambiare anche dopo tanti anni di carriera?
Considero la musica come il vino, ritengo che migliori con l’età e l’esperienza. Io senti che è importante evolvere un po’ alla volta mantenendo al contempo il suono e lo stile delle tue radici.

Hai pubblicato quattro album e un EP, ma le persone menzionano ancora i Type 0 Negative quando parlano di te voi, ti dà fastidio o va bene?
Sì, ma mi va bene perché non puoi cancellare il passato e sono molto orgoglioso di aver fatto parte dei Type O Negative. Anche se non cerco intenzionalmente di suonare o scrivere in quel modo, a volte la mia storia e le mie radici vengono fuori nella mia musica.

La prima cosa che salta all’occhio, guardando la bellissima nuova copertina, è l’assenza del cavallo mortoo in primo piano. Perché questa volta hai preferito non metterlo al centro dell’azione?
Beh, abbiamo avuto un’effige di cavallo negli ultimi tre album, ho sentito che era tempo di evolversi e cambiarlo un po’. Abbiamo anche lavorato con un nuovo artista Kelvin Doran dei Serpent Tusk Studios. In questo album abbiamo realizzato un’impresa incredibile. È la copertina di un mio album che preferisco.

Il titolo dell’album “Infernum in Terra” è in latino, l’antica lingua di noi italiani. Fai hai ancora parenti qui in Italia e vieni spesso qui in vacanza?
Sì, ho una famiglia al nord e al sud, l’influenza dei miei antenati esce fuori nella mia arte di tanto in tanto e sono orgoglioso di essere italiano. Sonio stato a Milano nel 2019 a fare uno spettacolo ma per quanto riguarda le vacanze non paso da voi da molti anni.

Viaggiare in questi giorni non è facile, ma avete in programma un tour negli USA o qui in Europa?
È un po’ difficile da dire perché le cose cambiano spesso a causa della pandemia, sembra che le cose stiano peggiorando di nuovo. Speriamo che nell’estate del 2022 si possa fare alcuni spettacoli.

A Pale Horse Named Death, the doom metal band led by founding Type O Negative and Life of Agony member Sal Abruscato, have released their new album “Infernum in Terra” (Long Branch Records / SPV / All Noir). Probably their heaviest and darkest album ever.

Hi Sal, a few weeks ago I interviewed Tony J Listavich (Transport League) and we talked about your featuring on “March, Kiss, Die” and he said to me: “We toured as support to APHND in 2019, and me and Sal stayed in contact as good friends. I asked him if he would be interested in doing to guest vocals, and the rest is history, the outcome is great “. What do you think about that song?
I enjoyed being a part of it Tony is a wonderful friend and I like his band Transport League so it was very easy to come up with something with his song by him which I thought was very good!

I guess you recorded that song during a break from the recording sessions of your new album “Infernum In Terra”. How important is it for an artist, to keep alive the practical artistic vein, to disconnect from his main activity of him every now and then?
I recorded the vocals way before I started Infernum, I believe you can’t beat yourself up over working on music you must take time away to let it happen naturally. While I was working on the music for infernum in 2020 I literally walked away all summer for almost 4 months before I sat down and resumed writing.

“Infernum in Terra” was born during the pandemic, how much did this factor affect the sound of the album and its title?
The pandemic definitely helped with having time to do writing at my own pace, the worries and deaths that happened influenced the situation a little but to be honest I already had a plan in place either way.

Probably “Infernum in Terra” contains some of APHND’s heavier riffs, do you agree with me?
Yes, I agree it definitely is a very dark, heavy and gritty record. I am very pleased with how the vibe unfolded to be this heavy weight of sound.

You have arrived at the fourth album, do you think you have found your definitive sound or is it possible for a band to grow and change even after so many years of career?
I consider musicianship to be like wine, its suppose to get better with age and experience. I also do feel it is important to evolve a little at a time while retaining your root sound and style.

You’ve released four albums and one EP, but people still mention Type 0 Negative when they talk about you, does it bother you or is it okay?
Yes its ok because you cannot erase the past and I am very proud to have been part of Type O Negative. Although I do not try to intentionally sound or write that way but at times the history and roots come out in my music.

The first thing that catches the eye, looking at the beautiful new cover, is the absence of the dead horse in the foreground. Why did you prefer not to put it in the center of the action this time?
Well we had a form of a horse on the last 3 albums I felt it was time to evolve and change it up a bit. We also worked with a new artist Kelvin Doran of Serpent Tusk Studios. On this album which turned out to be an incredible endeavor. Its my favorite album cover to date.

The title of the album “Infernum in Terra” is in Latin, the ancient language of us Italians. Do you still have relatives here in Italy and do you often come here on vacation?
Yes I have family in the north and in the south, my ancestry shows in my art every now and then and I am proud to be Italian. I was in Milan in 2019 playing a show but as far as vacation I do not get to do it very much its been many years.

Traveling these days is not easy, but are you planning a tour in the USA or here in Europe?
Its a kind of hard to say because so much is always changing with the pandemic, seems like things are getting worse again. Maybe hopefully in summer of 2022 we can start some shows.