Julia and The Roofers – La volontà del male

Trasformare un momento di crisi in opportunità, il più delle volte è uno slogan motivazionale che lascia il tempo che trova. Invece, i Julia and The Roofers hanno messo in pratica il consiglio, pubblicando il proprio esordio “The Will of Evil” (Diamonds Prod.  \ Nadir Promotion), un concentrato di sonorità anni 90, proprio durante la pandemia. Ma chi sono i Julia and The Roofers? Oltre a Julia (voce e basso), nel terzetto troviamo anche Peso dei Necrodeath (batteria) e Ranza (chitarra e sitar). Ed è proprio ai primi due che abbiamo posto le nostre domande.

Ciao Julia, dato che il monicker del progetto mette in evidenza il tuo nome, direi di partire da te: ti andrebbe di presentarti ai nostri lettori, raccontandoci le tue precedenti esperienze in ambito musicale?
Julia: Ciao a tutti e grazie mille per averci offerto questo spazio. Ho iniziato a studiare canto verso i 13 anni. Il mio primo gruppo è stata una band tutta femminile dove provavamo a fare del punk rock senza tante pretese. Dopo qualche anno ho avuto la possibilità di entrare come voce solista in un tributo ai Led Zeppelin e sicuramente questo è stato il momento più formativo, sia a livello vocale che come performer. Finita questa esperienza ho provato un po’ di tutto spaziando tra gruppi prog, heavy metal ma anche reggae e funky, fino all’arrivo dei Julia and The Roofers.

Peso, tu non hai bisogno di presentazioni, sei un monumento del metal estremo italiano, non credi che là fuori potrebbe esserci qualcuno pronto a storcere il muso per il tuo coinvolgimento in un progetto dalle sonorità più leggere?
Grazie per il monumento, ma non credo proprio… sono semplicemente uno che suona da tanti anni, tutto qui. Storcere il naso? Bho, io faccio il batterista di lavoro e di solito suono cose che mi piacciono e di julia ho una grandissima stima perché la considero una fuoriclasse, per cui per me è un privilegio essere il batterista di questo progetto…

Peso, durante l’attività dei Necrodeath hai preso parte a dei progetti “one shot” come Mondocane o Raza de Odio, dobbiamo considerare anche i Julia and the Roofers un gruppo “a termine” o c’è da parte tua la volontà di portare avanti questa avventura?
Peso: Desidero veramente che questa nuova avventura possa andare avanti per tanto tempo e ma non tanto per me, ma per Julia. Spero che arrivi il successo che merita

Il terzo membro della band è Ranza, vi andrebbe di presentarlo?
Julia: Ranza è uno degli insegnanti di chitarra della Musicart… ha studi che provengono dal blues al jazz al rock e una vastissima cultura musicale. Quando siamo in acustico suona il sitar presente anche nell’intro di “Summer”. Durante la fase di composizione si è avvicinato piacevolmente anche alle sonorità grunge mantenendo sempre un tocco molto originale e offrendo un grande contributo alla rifinitura dei pezzi.

Julia, in passato hai fatto parte di una tribute band dei Led Zeppelin e gli stessi Julia and the Roofers nascono come cover band: ti chiederei un parere sulla diatriba cover band\band inedite, ma davvero le prime rubano il pane alle seconde?
Julia: Non saprei, sicuramente non posso sputare nel piatto dove ho mangiato per anni! Diciamo che a buona parte del pubblico attuale piace andare sul sicuro. L’idea dell’andare a sentire un gruppo nuovo spesso incute timore ma se vogliamo creare un ricambio musicale, è necessario lasciare a casa l’orecchio pigro e dare una chance anche alle nuove voci.

La pandemia ha portato al blocco dei concerti, voi siete stati bravi a tramutare in un’opportunità questa disgrazia, andando a comporre i brani compresi nell’album. A chi è venuta l’idea e come si è svolto il processo compositivo?
Julia: E’ stato un processo abbastanza naturale. Era da un po’ che contemplavamo l’idea di scrivere un qualcosa di nostro, ma la routine ci impediva di attivare a pieno il flusso creativo. Questo periodo di calma mi ha permesso così di racimolare le idee e di dedicarmi totalmente alla stesura dei pezzi. La particolarità del disco è che i primi arrangiamenti sono stati fatti quasi completamente a distanza. Probabilmente abbiamo perso un po’ della magia che si crea in sala prove ma tutto ciò ci ha permesso di arrivare in studio convinti del nostro materiale.

Non nascondete che l’influenza maggiore per voi sono state le band grunge e il movimento riot girrrl: cosa avete voluto catturare di quel periodo e cosa invece avete inserito di vostro?
Julia: Ho trovato molta affinità tra il mood dei 90 e il mio modo di approcciarmi alla musica, e in un certo senso, anche alla vita. Ho cercato così di unire le mie idee e i miei gusti a quel sound cupo e diretto, che si sposa perfettamente con l’argomento del disco, cercando però di crearne una variante più personale. L’esperienza e le influenze di Peso e Ranza hanno rifinito l’intero lavoro facendo da collante tra le varie idee.

Peso, da metallaro a metallaro, nei 90 veramente il grunge ha quasi ammazzato il metal? Io ritengo che in fin dei conti sia stato un Cavallo di Troia, molti sono partiti dai Nirvana per scoprire poi band più “cattive”.
Peso: Sono d’accordo con te! Poi ognuno ha le sue preferenze. Per me gli Slayer rimarranno sempre il mio gruppo preferito in assoluto. Ma band come Soundgarden e Alice in Chains mi sono sempre piaciute. Io in realtà ai miei tempi son partito dai Kiss, dagli Ac/Dc, dagli Iron Maiden, ma quando arrivarono i Venom fu veramente un’esplosione. Oggi comunque da ultra cinquantenne ascolto di tutto e ho imparato ad apprezzare la musica a 360 gradi…. Beh fatta qualche eccezione ehehehe

Il disco avrà una versione fisicai?
Al momento la versione fisica del disco è disponibile solo su CD.

L’ultima domanda è sulla copertina, un chiaro riferimento all’“Ophelia” di John Everett Millais: come si collega al mood dei brani e, in generale, a quello della band?
Julia: Ho scelto di raffigurare il suicidio di Ophelia in una chiave un po’ gotica e moderna in quanto la sua storia si sposa perfettamente con l’argomento di tutto il disco. Questa immagine assume così una doppia valenza: da un lato Ophelia, che impazzita dal dolore per le pressioni e le sofferenze inflittele da chi credeva essere il suo unico amore, si toglie la vita. Dall’altro la voglia di “uccidere” quella parte di sé che si è lasciata distruggere e manipolare per poter così ricominciare a testa alta una vita più consapevole.

Yellow Kings – Nella corte dei Re Gialli

I Vanessa Van Basten hanno conquistato gli amanti del rock, non solo in Italia, per poi sparire dopo circa un decenni condito da grandi opere. A ristorare gli animi tristi dei nostalgici, arrivano gli Yellow Kings, che al proprio interno vedono Morgan, già leader della cult band tricolore. Con lui troviamo Zappeo (Violent Shit), per un duo, per loro stessa ammissione, dall’indole pigra, ma ricco di talento. Ecco “Songs for the Young” nelle parole dei due autori.

Ciao ragazzi, “Songs for the Young” all’ascolto mi è parso il concertato di quanto di meglio sia uscito tra i 90 e gli anni zero, suonato però come il meglio uscito negli anni 20. Ti piace come descrizione oppure facciamo finta che non l’abbia mai detta?
Morgan: Ci sta in pieno, grazie per la gentilezza! Noi suoniamo un mix strano di tutto quello che ci piace e il risultato è musica alternativa/grunge anni ‘90 filtrata attraverso quanto abbiamo imparato dai nostri progetti precedenti, che erano inseriti, appunto, negli anni 0.

Chi sono i “giovinastri” citati nel titolo del disco?
Morgan: Sono quei giovani che vedi sugli autobus e in metro, isolati dal mondo e perennemente con un dispositivo in mano. Sono quelli che credono che “Smells Like Teen Spirit” e “Come As You Are” siano due canzoni della stessa playlist. Allo stesso tempo quei giovani siamo noi, che con questa musica abbiamo vissuto la parte migliore della giovinezza. E’ un titolo a doppio senso insomma.

Inizialmente dovevate chiamarvi Droga, poi avete cambiato in Yellow Kings: come mai?
Zappeo: Il nome Droga era nato assieme a Franz Valente, durante una pausa in sala prove, stufi di pensare a un ipotetico nome per la band (cosa che tra il resto si sarebbe ripetuta più volte un paio d’anni dopo prima di convergere su YK). Credo che all’inizio fosse inteso come una semplice battuta ma è piaciuto subito a tutti e quindi almeno tra di noi ci siamo sempre chiamati così. In seguito al trasloco di Franz e dopo innumerevoli serate passate sul divano di casa Bellini ad ascoltare dischi, mentre lui scriveva quello che sarebbe diventato l’album di Angela Martyr, abbiamo deciso di tornare in sala prove come duo e con un nuovo nome.

Colori e re nel rock fanno pensare subito al più celebre Re Cremisi, fan dei King Crimson?
Zappeo: Premetto che la mia conoscenza dei King Crimson si limita al pezzo “Starless”, che ho pure “scoperto” da poco tempo e che mi ha tolto un pregiudizio assolutamente arbitrario che avevo nei confronti di quella band (devo ancora recuperare, ma tanto ho scheletri ben peggiori nell’armadio), quindi loro non c’entrano nulla. Come dicevo prima, a causa sia della nostra pigrizia sia del fatto che ogni cazzo di nome che ci venisse in mente fosse già stato usato da qualcuno, ci abbiamo messo quasi un anno per decidere il nome della band. In quei giorni avevo recuperato il libro di Chambers, The king in yellow e quella stessa sera è stata stappata la bottiglia per sancire il nome definitivo.

Foto di Matteo Antonante

Ormai abbiamo tirato fuori i nomi celebri del rock, per questo ne cito un altro: i Vanessa Van Basten. Il fatto che tu, Morgan, abbia suonato in una delle band rock più importanti italiane degli ultimi anni è un vantaggio o uno svantaggio? Tradotto: più porte aperte o più responsabilità?Morgan: Stai esagerando! I Vanessa sono stati importanti in una nicchia sonora che è durata per qualche anno, non credo che verremo ricordati per molto. Ai tempi, sto parlando della metà degli anni 0, nelle sale prova di Genova aleggiava uno spirito particolare e noi lo abbiamo colto per primi ma il mio approccio non è poi molto diverso adesso. Ricerca. Ho sviscerato in lungo e in largo la musica strumentale, la pesantezza, la ripetitività e ormai, da qualche tempo, voglio solo dare alla mia musica una componente cantata e fattibile dal vivo senza smuovere montagne o essere in 10 sul palco. Sono in costante evoluzione e mi reputo un artista sincero, duro e puro. La mia musica attuale potrà non piacere a tanti ma nessuno potrà mai dire che è stata fatta senza urgenza espressiva o magari copiando di qua e di là in qualche revival modaiolo. Le porte sono sempre aperte.

Ma il fatto che inevitabilmente tutti associno, io compreso, questo nuovo progetto alla tua precedente band un po’ ti infastidisce? Magari vorresti che l’attenzione rimanesse viva sugli Yellow Kings.
Morgan: No, in realtà no, dico sul serio, non cerco attenzioni e non pretendo approvazione dai miei vecchi fan. Vorrei solo che tutti i potenziali estimatori dei Kings possano essere raggiunti dalla mia musica. A ogni modo è naturale che, nonostante un cambio stilistico abbastanza evidente, ci siano ancora molti momenti sonori e dettagli che mi porto dietro dai Vanessa, per questo motivo invito comunque chi conosce la mia vecchia band a dare una chance a questo progetto, in fondo il mio modo di suonare la chitarra è quasi invariato, così come lo sono anche molte soluzioni compositive.

Per non correre rischi non citerò più quel nome e torno al presente, attualmente siete un duo con drum machine, questa situazione è temporanea o permanente? Suonerete dal vivo e, se sì, avrete un batterista in carne ed ossa?
Zappeo: Prima che cominciassimo a scrivere “Songs For The Young” abbiamo fatto una manciata di date live con il materiale del demo che abbiamo prodotto alla fine del 2017, l’abbiamo fatto con lo stesso setup che usiamo in sala prove e che è presente nel disco, e a questo punto non vedo motivi specifici per cambiare sound. Gli YK che ascolti in sala prove, su disco o dal vivo sono sempre quelli. Detto questo, l’unica “regola” che ci siamo dati è il non imporci nulla, non abbiamo mai fatto piani neanche per quanto riguarda il genere che suoniamo, quindi è del tutto possibile che un giorno Morgan lanci il portatile dalla finestra dopo l’ennesimo crash e che dal giorno dopo ci ritroviamo in saletta con due batteristi, quattro coriste e un theremin.

Chi è Billy Morgan?
Morgan: Mi hai sgamato! Sei forse il primo che si è accorto di questo dettaglio. Il titolo è nato per divertimento: all’inizio del brano c’è una parte che ricorda molto i vecchi Smashing Pumpkins, periodo “Gish”, per intenderci, e allora abbiamo combinato il suo nome ed il mio in modo irriverente ma anche autoironico…

Mentre “Jugoslavia” di che parla?
Morgan: In realtà, come spesso accade, i miei testi partono da una base puramente fonetica e seguono una specie di flusso di coscienza narcotico. Il minimo comune denominatore mentre scrivevo “Jugoslavia” è stato quella sensazione speciale che noi triestini viviamo oltrepassando questo confine così vicino, che poi è tuttora un portale dimensionale. Negli anni ‘80 sembrava di andare in Russia. Adesso è molto differente da allora… ma il portale rimane un’esperienza forte.

Il disco è autoprodotto, credo che non avreste avuto difficoltà a trovare un’etichetta, quindi immagino che sia una scelta ben precisa la vostra. Mi sbaglio?
Zappeo: Sì e no! Ci abbiamo anche provato, soprattutto dopo aver pubblicato il primo demo, a formare una piccola cordata di etichette per produrre il nostro materiale, senza però ricevere risposte. Quando è toccato a “Songs for the Young”, ci siamo presi tutto il tempo che volevamo per sistemarlo, con l’idea poi di farlo masterizzare da qualcuno e ripartire con la ricerca di label interessate. A fine 2019 però Morgan ha fatto “in casa” un master di prova che ci è piaciuto subito tantissimo, e a quel punto abbiamo deciso di prenderla con ancora più calma. Morgan si è messo al lavoro per fare un master definitivo e tutto il casino con il lockdown ha portato alla decisione di rilasciarlo subito in digitale e posticipare l’edizione in vinile, che a questo punto arriverà al prossimo ciclo di voglia-di-sbattersi che avremo entrambi! A nostra discolpa posso dire che il nostro approccio “rilassato”, che applichiamo più o meno ad ogni cosa relativa agli YK, ha il vantaggio di allontanare completamente il concetto di lavoro da quello che facciamo. L’urgenza è quella di suonare, di fare musica che ci piace, non di diventare rockstar, ovviamente non è che puoi stare seduto ad aspettare che le cose accadano da sole ma allo stesso tempo l’andare in sala prove (e starci dentro a volte per giornate intere) è sempre percepito come un regalo che ci facciamo, e a mia personalissima opinione questo porta anche a scrivere musica migliore…