Blasphemer (Py) – La lingua dei padri

Devo far ammenda, prima della pubblicazione dell’album dei White Stones di Martine Medenz degli Opeth non sapevo nulla del guaraní. Fu lui, durante la nostra intervista, a indottrinarmi su quell’idioma un tempo molto diffuso in Sud America. Nel giro di qualche mese mi ritrovo qui con Luis e Verónica dei paraguayani Blasphemer addirittura a discutere di un gruppo che si esprime esclusivamente in quell’antica lingua. I Blasphemer attualmente sono in una fase di transizione, messosi alle spalle l’esordio, stanno per rilanciare con il loro secondo lavoro, “1811”.

Benvenuti su Il Raglio del Mulo! Sai che in Italia esiste una band con il vostro stesso nome?
Verónica: Ciao gente del Raglio del Mulo, grazie mille per l’opportunità. In ambito estremo capitano spesso i casi di omonimia, non è accaduto solo a noi. Abbiamo scelto Blasphemer perché un tempo, durante l’era coloniale, nel mio paese era proibito parlare la nostra lingua natale perché era considerata blasfema e contro la chiesa. Poiché è una lingua piuttosto difficile da imparare, hanno anche deciso di iniziare a perseguitarne chi la parlava: noi esprimendoci in guaraní, la nostra lingua nativa, siamo dei blasfemi.

Questa identità culturale è espressa ancora più chiaramente nella definizione che avete dato della vostra musica, “GuarmMetal”…
Verónica: La parola “guarmetal”, che usiamo per definire il nostro stile, nasce dalla crasi tra metal – nel nostro caso death metal melodico – con la seconda lingua del nostro paese, quindi sarebbe “Guar”, che sta per guaraní, e metal.

Di solito parli in guaraní o spagnolo?
Verónica: Dipende dal tipo di contesto. Nel mio Paraguay se vivi nella capitale, lo spagnolo è più comune, mentre nell’interno del paese il guaraní. Poi c’è anche una terza possibilità, una sorta di miscela chiamata jopara, che mischia puro guaraní con parole spagnole.

Quanto è difficile scrivere e cantare testi in questa lingua antica?
Verónica: Come capita per ogni cosa quando si inizia a comporre musica, si incontrano delle difficoltà. Poi ci si rende conto che pian piano tutto va al suo posto, grazie alla pratica quotidiana e ai tanti tentativi, che ti portano a perfezionare la tua idea iniziale fino a ottenere il risultato voluto. Quando capita senti la gioia nel tuo cuore, la cosa è eccitante, soprattutto se si sposa al meglio con quello che vuoi proporre. Ci sono voluti almeno due o tre mesi per riuscirci, il guaraní non è come l’inglese, non è facilmente adattabile. Ad esempio, una semplice frase richiede più di tre parole e devi essere abbastanza paziente prima di riuscire ad incastrare tutto al meglio.

Il mio primo contatto con il guaraní è stato l’album di debutto dei White Stones, la nuova band di Martin Mendez degli Opeth. Hai ascoltato questo disco e cosa ne pensi?
Verónica: Yeees! Abbiamo ascoltato il debutto dei White Stones, “Kuarahy”, e siamo rimasti molto contenti dell’iniziativa di Martin di usare il guaraní nel suo album. Non molte persone conoscono questa grande lingua, nemmeno i linguisti più prestigiosi del mondo sono riusciti a spiegarne l’origine esatta, per alcuni è proviene dalla Polinesia, magari portata da qualcuno giunto dal mare in epoca antica, ma la teoria non è mai stata confermata. Sapere che una grande musicista di fama mondiale ha menzionato nelle interviste il Paraguay e il guaraní, facendolo conoscere nel mondo, potrebbe essere anche un vantaggio per noi, magari qualcuno curioso di scoprire se anche altre band usano il guaraní, potrebbe scovare noi e forse trovare piacevole la nostra proposta.

Potresti presentare il tuo primo album “Arasunu”?
Luis: Naturalmente, senza problemi, “Arasunu” è il nostro primo album ed è stato pubblicato nel 2015. Un disco transizione che ci ha visto arrivare a uno stile più melodico e a un nuovo approccio lirico basato sulla storia del Paraguay, soprattutto sulla lotta dei colonizzatori alla nostra lingua. Abbiamo rilasciato il primo brano, “Arasunu”, come test nel gennaio 2014, dopo aver visto la risposta positiva, abbiamo deciso di continuare su quella strada, dal momento che nel nostro Paese nessuno aveva registrato un disco completamente in guaraní. In quel periodo passavamo ore durante i fine settimana a scrivere le parti delle canzoni, anche se non disponevano di molte risorse. Si trattava di un death metal svedese molto scarno, riversavamo tutto su un computer e individuavamo le parti da tenere e quelle da rifare. Il disco parla dalla colonizzazione nei tempi moderni, della guerra dei guarie contro gli spagnoli. “Arasunu” è il nome dato dai guarie al rombo dei cannoni usati dagli spagnoli nella giungla.

Su YouTube è disponibile la versione pre-master di “VaporCué”, la prima traccia estratta dal vostro secondo lavoro, “1811”. Che mi dite di questa canzone e del vostro prossimo full-length?
Luis: “Vapor Cué” è un pre-master che avevamo caricato sul Tubo quando siamo stati selezionati per un concorso che si è tenuto in Messico organizzato dalla cantante simphonyc metal, Anna Fiori. Solo i nove brani migliori d’America, e il nostro è stato scelto. Non eravamo molto fiduciosi, perché si trattava ancora di un’opera grezza, ma è stato selezionato! Il soggetto parla di uno dei più importanti scontri navali avuti durante la guerra alla Triplice Alleanza, in cui le truppe alleate stavano bombardando i vaporetti paraguaiani e, data la superiorità degli avversari, i nostri antenati decisero di affondarli affinché non cadessero nelle mani dei nemici. Per quanto riguarda il disco, stiamo cercando di finirlo, poiché in alcune canzoni mancano le voci e alcuni piccoli dettagli, ma a causa dell’attuale pandemia diventa un po’ difficile prevedere i tempi. La scorsa settimana, dopo quasi cinque mesi, abbiamo ripreso, probabilmente a novembre sarà tutto pronto.

Perché il 1811 è un anno importante per voi?
Luis: Nel 1811 il nostro Paese ottenne l’indipendenza dal giogo spagnolo, fu uno dei pochi atti rivoluzionari che in America Latina non portò a spargimenti di sangue. Un concept album che parla nei primi quattro brani tratta di come il nostro Paese raggiunse l’indipendenza e da lì in poi di altri eventi della guerra alla triplice alleanza. Con questo album vogliamo portare la nostra musica oltre, utilizzando gli strumenti della nostra terra e parlando della cosmogonia guaraní, la creazione del mondo in tre lingue (guaraní, latino e mby´a guaraní). Entrando anche in questioni più metafisiche della nostra cultura guaraní.

Nelle tue foto promozionali indossate uniformi militari d’epoca, che mi dici di questo particolare abbigliamento?
Luis: Quelle sono le uniformi indossate dal presidente dell’epoca, Don Francisco Solano Lopez, le usiamo per rappresentare il feroce senso di sopravvivenza che ci pervadeva quando ci siamo ritrovati ad affrontare tre paesi uniti che stavano cercando di distruggere noi e tutte le vestigia della razza paraguayana. Eravamo una delle nazioni più prospere nel 1865 e abbiamo combattuto fino alla morte, senza arrenderci difronte a un nemico che ci era molto superiore numericamente. Le nostre uniformi rappresentano il coraggio del popolo paraguaiano.

Torniamo al presente, potreste descrivere la vostra scena metal locale?
Luis: La scena metal locale sta crescendo costantemente, ci sono ancora molte cose da migliorare, ma l’importante è che vogliamo far conoscere al mondo ciò che facciamo qui. Abbiamo grande talento e idee. Spuntano sempre nuove band che si sforzano di offrire musica di qualità, come hanno fatto in passato gli Sabaoth, la bandiera del black metal paraguaiano e sudamericano.