Heat Fandango – Reboot system

Nati dalle ceneri dei Lush Rimbaud, per volontà di tre musicisti attivi già con altre realtà underground marchigiane (Jesus Franco and the Drogas, NewLaserMen, Beurk!), gli Heat Fandango hanno da poco rilasciato l’entusiasmante esordio “Reboot System” (Peyote Press). Un interessante miscuglio di influenze disparate che si rifanno a The Fall, Gallon Drunk, Suicide, Lydia Lunch, Soft Boys e Thee Oh Sees. Ne abbiamo parlato con Marco Giaccani (basso/tastierista/farfisa).

Ciao Marco, “Reboot System” è un titolo strano per un esordio, dà quasi la sensazione che ci sia dietro la volontà di voler cancellare il passato e iniziare da zero. Dato che siete una band di recente formazione, qual è quel passato dal quale volete distaccarvi?
In realtà, nessuno scheletro nell’armadio, l’idea è piuttosto quella di ripartire da zero di fronte all’evidente fallimento di molti parametri della nostra società. Lo sviluppo inteso come produzione forsennata, il consumo di risorse senza regole. Riavviare il sistema è l’ultima cosa rimasta da fare quando le hai provate tutte ma continua a non funzionare.

Da dove siete partiti? Avevate già del materiale proveniente dalle vostre esperienze passate oppure tutto è stato scritto per gli Heat Fandango?
Noi tre (Tommaso, Marco, Michele) ci conosciamo da oltre vent’anni, e suoniamo insieme da sempre. Messa in pausa l’esperienza con i Lush Rimbaud, a fine 2018 abbiamo deciso di ripartire con questo progetto e a dicembre 2019 avevamo esordito dal vivo, avevamo una decina di pezzi, ed eravamo pronti per registrare. Poi è arrivato il covid.

Il disco è stato registrato a distanza durante i vari blocchi dello scorso anno, ma era stato già pianificato – magari con un’incisione più tradizionale – oppure l’esigenza di fare qualcosa è nata durante il lockdown?
Era pianificato, ma avremmo dovuto registrare in presa diretta e invece ci siamo ritrovati in mezzo alla pandemia senza poter uscire di casa. Quasi per gioco Tommy ha registrato con la sua scheda audio un pezzo chitarra e voce e ce l’ha mandato per avere un feedback. Ci abbiamo messo sopra farfisa e drum machine e il risultato ci è piaciuto, e ci siamo detti “perché non rifare con la stessa modalità tutti i pezzi”? E così abbiamo fatto. Poi Filippo Strang del VDSS Studio di Frosinone ha fatto mix e master, Salvatore Liberti le grafiche e Bloody Sound e Araghost ci hanno permesso di pubblicare il disco, mentre Peyote press sta facendo promozione.

Le immagini promozionali del disco, almeno le due in mio possesso, vi ritraggono all’interno di un’abitazione, una in particolare in quella che sembra una soffitta. Non se sia stata una scelta conscia o inconscia la vostra, ma pare quasi che vogliate rafforzare l’idea di un album nato in casa durante il lockdown…
Quello è il nostro quartier generale, il luogo da cui è iniziato tutto. Rappresenta le nostre origini, ed è da lì che vogliamo ripartire.

Passato è un termine che sta tornando spesso nelle mie domande, ma devo tirarlo fuori anche ora, il vostro sound è una mistura di sound del passato, dal garage rock al punk passando per la psichdelia, eppure il risultato è fresco e per nulla banale: come ci siete risusciti?
Grazie, questo suona come un complimento! A parte gli scherzi, hai centrato il punto. Volevamo fare qualcosa di originale partendo dalle nostre radici, il blues malato, la psichedelia, la new wave. Siamo cresciuti con questa musica, fa parte di noi.

Chi ha avuto l’idea di utilizzare una farfisa?
Io, in realtà sono un bassista, ma per caso, girando per un mercatino dell’usato, ho visto una farfisa Vip233 con il suo ampli, sempre farfisa. Parliamo di roba di fine anni 60, non sapevo neanche se funzionasse, così il negoziante mi ha proposto di prenderla e provarla, se non funzionava la potevo riportare entro tre giorni e mi avrebbe restituito i soldi. Non mi ha più rivisto.

Che storie avete raccontato dietro i testi?
Sono pezzi di vita di tutti i giorni, sogni, riflessioni. Raccontano le impressioni, i desideri e le emozioni di vivere la vita, cosa che a volte sembra scontata, ma che è un’avventura continua.

Mentre, quale storia si cela dietro la copertina del disco?
Sono foto di viaggio di Salvatore Liberti, l’autore delle grafiche. Sono frammenti di quello che resta del mondo sovietico, scattate tra Armenia e Georgia. Sono davvero belle, struggenti e melanconiche, ma allo stesso tempo potenti. Milioni di storie e di vite sono state vissute in quei luoghi, e ora sono deserti e abbandonati.

Dal punto di vista live si sta muovendo qualcosa?
Per ora possiamo dire che il 16 ottobre presenteremo il disco al Dong di Macerata. Per il resto ci stiamo muovendo, tutto il settore è reduce da anni duri, ma spero di sì.