Ruxt – Labyrinth of pain

Neanche la pandemia ha fermato i Ruxt: il gruppo genovese da quando è stato fondato ha rilasciato dischi al ritmo di quasi uno all’anno. Il 2020 è stato contrassegnato dall’uscita di “Labyrinth of Pain” (Diamonds Prod. \ Nadir Promotion), che propone la consueta qualità sonora e una ghiotta novità: il nuovo cantante K-Cool.

Benvenuto Stefano (Galleano, chitarra), immagino che tra le poche cose positive di questo 2020, per voi ci sia la consapevolezza di aver pubblicato un ottimo disco, “Labyrinth of Pain”. Come mai un titolo così oscuro?
Nei nostri dischi abbiamo sempre cercato di trattare temi di un certo tipo. A volte decisamente introspettivi, altre volte di denuncia. L’album ha preso il titolo dal nostro singolo, un brano che tratta il tema del bullismo. Argomento forse scontato ma che non fa mai male menzionare quando è possibile. Abbiamo denunciato questa problematica attraverso un videoclip piuttosto esplicito. Abbiamo evidenziato che può sempre esistere una via di uscita dall’ inferno in cui può precipitare un ragazzo se il problema viene condiviso con genitori, professori ed insegnanti. Il simbolo del labirinto a rafforzare metaforicamente il significato di quanto un ragazzo possa perdersi nei meandri del dolore, dell’angoscia e della solitudine, da cui però può venire fuori attraverso il coraggio della denuncia.

La band è di relativa recente formazione, dato che è nata nel 2016. In questo lasso di tempo avete pubblicato quattro album, precisamente nel 2016, 2017, 2019 e 2020. Un ritmo non facile da sostenere, come alimentate la vostra vena creativa?
Mi rendo conto non sia facile mantenere un ritmo di questo tipo. Tuttavia, la vena creativa non è mai mancata e ritengo che nel tempo abbiamo mantenuto una certa qualità e abbiamo migliorato decisamente il nostro songwriting. Mentre nei primi due dischi sono stato l’unico firmatario dei brani, negli ultimi due ho condiviso alcuni pezzi con l’altro chitarrista Andrea Raffaele proprio per dare un po’ di respiro agli album ed alleggerirli in alcuni tratti. Penso che alla lunga la scrittura di una singola persona possa sentirsi e da qui la necessità di allargare il songwriting ad altri. Gli arrangiamenti sono sempre fatti insieme con Steve Vawamas ed in questo caso anche con il nuovo cantante K-Cool. Oserei direi che abbiamo materiale per altri quattro/5cinque dischi senza alcun problema e non a discapito della qualità.

La scelta di pubblicare un disco quasi ogni anno va in controtendenza rispetto ai dettami dell’odierno mercato discografico, che tende a privilegiare il singolo brano all’album. Questa scelta di continuare alla vecchia maniera è più di natura istintiva o è un rischio ponderato?
Capisco. Siamo in controtendenza rispetto a molte cose. Tutti i membri della band sono cresciuti nei periodi in cui esistevano vinili e poi CD e chiaramente allontanarsi dal concetto di album diventa difficile. Crediamo, finché esiste creatività, che sia sempre piacevole per un ascoltatore immergersi nell’ascolto di un CD intero con brani che hanno varie sfumature proprio per percepire il senso della band, il senso dei brani e di quello che vogliamo veramente dire. Oggi in effetti va di moda il singolo con video e stop. Una pennellata buttata lì su una tela bianca. Io prediligo ancora un dipinto con tanti colori che rappresenti per intero il significato dei Ruxt e di quello che vogliono comunicare. Certamente sono ben conscio che in pochi ascolteranno attentamente l’intero album e che gli ascolti saranno forse distratti, ma preferisco pubblicare materiale e metterlo a disposizione piuttosto che preservarlo non si sa per quali tempi e audience.

“Labyrinth of Pain” segna l’ingresso del nuovo cantante K-Cool, ti va di presentarlo ai nostri lettori?
Certamente, con molto piacere. Si tratta di un cantante con un background decisamente heavy metal che nel tempo ha abbandonato l’approccio ‘metallaro’ alla musica per dedicarsi ad altri generi, forse più pop. Ho sentito una sua performance in duetto con chitarre acustiche ed ho capito che la sua voce avrebbe potuto essere messa al servizio dei Ruxt, in un certo modo cambiando completamente il sound del gruppo. Abituati alla voce di Matteo Bernardi non potevamo certo scegliere un cantante con stile simile che avrebbe solo potuto imitare Matt. Ho cosi pensato di rivoluzionare il tutto e di proporre a K-Cool di entrare a far parte di Ruxt. All’inizio devo dire che lo stesso K-Cool era dubbioso sulla riuscita dell’esperimento, ma abbiamo comunque provato e quello che sentite è il risultato!

I brani sono nati quando Matt Bernardi era ancora con voi o successivamente all’ingresso di K-Cool? Nel caso fossero stati scritti prima, sono stati modificati per adeguarli allo stile del nuovo cantante?
I brani non solo erano stati scritti per Matteo Bernardi ma erano già stati cantati da lui. Purtroppo, dopo aver completato le registrazioni, Matt ha deciso di lasciare la band. A quel punto avevo due opzioni: far uscire l’album con un cantante che già aveva abbandonato oppure trovare un voce nuova che potesse ricantare il disco e soprattutto re-interpretarlo a modo suo. Abbiamo prima provato un paio di pezzi con K-Cool e, quando ho capito che forse poteva funzionare, abbiamo ricantato tutto l’album. Non abbiamo avuto il tempo di modificare i brani per la voce di K-Cool. Abbiamo deciso di cambiare solo le parti vocali ed il risultato è stato soddisfacente. Certamente ci sarà qualcuno che farà raffronti, ma questi fanno parte del gioco.

Nella tracklist, in terza posizione, troviamo “November Rain”, brano che riporta alla mente la hit dei Guns. Come mai avete scelto di chiamare così il pezzo, nonostante l’illustre predecessore?
Non esiste alcuna relazione tra i due brani e non volevo dedicare nulla ai Guns. Diciamo che si tratta di una coincidenza. Il brano è nato come se si trattasse di una poesia in cui vengono evidenziate percezioni visive e olfattive (l’odore della pioggia, la nebbia, i colori dell’autunno) che si ripresentano nello stesso periodo dell’anno, novembre, facendo rivivere le sensazioni di una relazione finita.

Il disco si chiude con uno strumentale, “Butterflies”: che significato ha questo pezzo posto nel finale?
Come abbiamo riportato sul retro della copertina del CD: “siamo fragili ed effimeri proprio come le farfalle. Passiamo attraverso fasi difficili per crescere e diventare adulti, cambiamo forma, ma siamo sempre noi, che voliamo in giro mostrando i nostri colori. Non possiamo permetterci di sprecare tempo, viviamo la vita al massimo perché in un batter d’occhio la nostra alba si trasformerà in crepuscolo’’. Semplicemente ho metaforicamente messo in musica il concetto di nascita, crescita ed invecchiamento fino alla morte. E quanto sia breve ed effimero questo passaggio. Questo è il senso di “Butterflies”. Avrebbe potuto essere posto in una qualsiasi posizione del CD. Semplicemente per il fatto che è piuttosto lungo, ho preferito metterlo alla fine. Una sorta dedica mia a chi ha avuto la voglia di ascoltarsi tutto il CD.

Quale è stato il brano che vi ha creato più difficoltà durante la scrittura e quale invece quello su cui all’inizio non puntavate e che, a giochi fatti, invece è uscito meglio di ogni più rosea previsione?
Puntavo molto su “Labyrinth of Pain’’ ed in effetti, nonostante alcune perplessità iniziali, si è rivelato essere un buon brano ed è stato scelto come primo singolo anche per l’importanza del tema trattato. “Simply Strangers’’ era un altro pezzo a me molto caro, ma non sono certo che sia uscito proprio come lo avevo immaginato. Tuttavia, resta una buona canzone. Lo strumentale è stata una scommessa. Avevo ben in mente che cosa volevo dire e trasmettere ed ho provato. Strada facendo, confortato anche dal parere di Steve e di K-Cool, ho capito che poteva essere un bel pezzo strumentale e che anche se un po’ lungo poteva effettivamente trasmettere delle emozioni.

Alla ripresa dell’attività live, riproporrete fedelmente i nuovi pezzi sul palco oppure opterete per nuovi arrangiamenti?
Assolutamente, cercheremo di riproporre i pezzi come sono stati registrati così come abbiamo sempre fatto. Non abusiamo mai nelle registrazioni di suoni che poi non possiamo riproporre dal vivo. Siamo abbastanza vintage e reali da evitare basi o quant’altro. Più che altro speriamo vivamente di poter tornare a suonare dal vivo al più presto.

E’ tutto, grazie
Grazie a voi per l’opportunità. Colgo l’occasione per ringraziare i compagni di band per il lavoro che abbiamo fatto in così poco tempo. Ringrazio oltremodo tre ospiti che hanno suonato nel disco: Stefano Molinari alle tastiere, Francesco Russo alla chitarra e Marco Biggi alla batteria in due pezzi. Vorrei ricordare inoltre che il disco è stato questa volta registrato, mixato e masterizzato allo studio di Steve Vawamas: Steve Vawamas Studio.

Malamorte – Il divoratore di anime

Tra qualche giorno “God Needs Evil”, l’ultimo disco dei Malamorte, uscirà finalmente in formato fisico grazie all’americana Moribund Records. Abbandonate le antiche sonorità black metal, oggi i Malamorte si presentano in una veste più vicina al classico heavy metal. Ma statene certi, il processo di mutazione di questa strana creatura non è ancora concluso…

Ciao L.V., “God Needs Evil” finalmente a gennaio, a quasi un anno dalla sua realizzazione in digitale, avrà anche un’edizione in formato fisico. Questo differimento è stato causato dall’emergenza Covid oppure, prima dell’interessamento della Moribund Records, non era prevista la pubblicazione in CD?
No, la pubblicazione era prevista anche in formato fisico, ma per i problemi legati al Covid, molte fabbriche hanno sospeso le stampe e si sono accumulati ritardi, per fortuna si è presentata questa possibilità di realizzare il formato fisico grazie all’americana Moribund Records.

Il formato fisico ha ancora senso oggi e, soprattutto in Italia, il digitale ha un mercato oppure è utile per le varie piattaforme di streaming, che di loro, però, non corrispondo alle band grandi compensi?
Io, essendo della vecchia guardia, sono sempre legato al formato fisico, che sia CDo vinile. Ridurre la musica, la fatica fatta, la produzione, ad un file è veramente triste. Lo streaming o dowload lo prendo in considerazione solo come pre-ascolto, ma poi assolutamente formato fisico tutta la vita.

Dopo un anno sei ancora soddisfatto di “God Needs Evil” oppure cambieresti qualcosa?
Sai io tendo sempre a fare cose differenti, difficilmente ascolterai due album uguali. “God Needs Evil” è un album a tratti complesso a tratti lineare, ha all’interno sfuriate thrash, come momenti puramente heavy o doom. La motivazione è anche seguire il testo e quello che vuole trasmettere e rappresentarlo in musica, per questo c’è questa sorta di onda emozionale che rispecchia appunto il contenuto dei testi. Bisogna sempre essere soddisfatti di quello che si fa, perché rispecchia comunque il tuo sentimento del momento, quello che in quel determinato momento, pensavi fosse giusto come sound per quello specifico album.

Con i Malamorte hai pubblicato un EP e quattro full-length, sei soddisfatto del percorso fatto sino ad oggi? I Malamorte di “God Needs Evil” quanto sono vicini all’idea iniziale che avevi del gruppo quando l’hai creato?
Sinceramente non avrei mai immaginato che un progetto parallelo, nato quasi per gioco, portasse poi a tutto questo. Tutto è partito da un black puro fino a contaminarsi con l”heavy e di album in album a scrollarsi del tutto la parte black metal. L’idea iniziale ovviamente era del tutto diversa, ma visto il punto in cui sono, posso ritenermi soddisfatto delle mie scelte.

Mentre il tuo percorso, al di là dei Malamorte, artistico a che punto è? Come sono cambiati i tuoi obbiettivi e le tue aspirazioni dai tempi in cui muovevi i primi passi con i Theatres des Vampires?
Come molti sanno, ho proseguito con i Lord Vampyr che mi hanno dato parecchie soddisfazioni, attualmente stiamo componendo il nuovo album. Ma sono coinvolto in altri progetti che nel corso del 2021, Covid permettendo, vedranno la luce o torneranno.

Guardiamo avanti ora: cosa bolle in pentola in casa Malamorte?
Stiamo ultimando la fase di post-produzione, quindi il nuovo album è praticamente pronto e sarà un album differente, molto d’atmosfera. Sono molto soddisfatto. Sarà sicuramente una sorpresa inaspettata.

Le particolari condizioni ambientali in cui viviamo attualmente ti stanno condizionando o stai lavorando sul nuovo disco come hai fatto sui precedenti senza apportate particolari modifiche al tuo modus operandi?
Ovviamente è stato tutto più complicato, chi fa musica ha dovuto imparare a gestire le cose in maniera differente. Diciamo che con un po’ di organizzazione si fa tutto, certo, non è stato possibile registrare nel modo consueto, il tutto è stato spezzettato nel tempo. Ma, non con poca fatica, stiamo finalmente ultimando il nuovo album.

Mi interesserebbe soffermarmi un attimo sulle liriche, mai come oggi la morte ci circonda, questo come si riflette sui tuoi testi? Credi che parlare di certi argomenti in questi giorni, in cui l’orrore è diventato una costante nella nostra vita, sia una questione più delicata rispetto al passato?
Penso che è inutile nascondersi, questo è quello che succede nel mondo da sempre. Guerre, pandemie, disastri, stragi. Fa parte della vita. A volte scrittori o compositori ne hanno preso spunto, io sinceramente non mi faccio influenzare da quello che accade in uno specifico momento, parlo di quello che voglio e quando voglio, a prescindere dal contesto esterno.

Hai già un contratto per il prossimo disco e seguirai lo stesso iter prima digitale e poi fisico?
Si, nel momento in cui con Moribund Records ci siamo accordati per la stampa fisica di “God Needs Evil”, mi hanno proposto anche un contratto per altri 2 album. In realtà sono anni che cerchiamo di lavorare insieme, e penso che questo fosse il momento giusto. Nelle prossime settimane verranno rivelati i dettagli del nuovo album.

Harmonize – Night warriors

ENGLISH VERSION BELOW: PLEASE, SCROLL DOWN!

Nei nostri ricordi scolastici, Cipro è la terra di eroi ed epiche battaglie. La cose non sembrano cambiate molto, gli Harmonize con il loro metal epico, contenuto nell’esordio “Warrior in the Night” (Grand Sounds Promotion) ci riportano proprio a quei tempi mitologici.

Benvenuto su Il Raglio del Mulo, George (Giorgos Constantinou – chitarra). Gli Harmonize hanno iniziato suonando thrash metal, poi pian piano hanno incorporato gradualmente alcuni elementi del power metal ed di altri generi più oscuri. Come definiresti oggi il tuo sound?
Si potrebbe descrivere il nostro sound attuale come heavy e power metal con influenze dark, death e thrash.

Puoi ricapitolare i passaggi antecedenti al tuo album di debutto?
Prima di giungere al nostro debutto, abbiamo passato alcuni momenti complicati. Abbiamo dovuto fare un paio di sostituzioni di membri, ciò ha significato che il processo di registrazione si è interrotto più volte. Alcune delle tracce erano già state scritte nel 2012 quando si formarono gli Harmonize. Abbiamo pubblicato due demo e abbiamo continuato a suonare dal vivo a Cipro. Durante questo periodo non abbiamo smesso di scrivere e riscrivere tracce. Sozos è stato l’ultimo a unirsi alla band. Quando finalmente tutti erano a bordo, le registrazioni sono state completate e gli Harmonize erano finalmente pronti a rilasciare “Warrior in the Night”.

“Warrior in the Night”, il vostro primo album, è uscito ad ottobre, com’è nato?
“Warrior in the Night” è un concept, e in generale lo sono anche gli Harmonize come progetto. L’individualità di tutti all’interno della band influenza il suono nel suo insieme e rafforza gli elementi che desideriamo trasmettere attraverso il nostro lavoro. Era importante che tutti condividessero la stessa visione per l’album affinché funzionasse.

“Warrior in the Night” è un concept album. Lo storyboard è firmato da te e Nicolina Papas, ci racconti qualcosa?
Non vogliamo ancora condividere tutto sulla storia. Presto verranno rivelati altri personaggi e trame. Il guerriero sembra essere solo uno dei personaggi. Sta combattendo per vendicare il suo re e la sua regina quando riceve un ultimatum. Questo è tutto per ora. Abbiamo incluso un’outro recitata nell’album per coloro che desiderano saperne di più sul Warrior e sul suo destino.

La title track “Warrior In The Night” è stata usata come primo singolo e video dall’album, che mi dici di questa canzone?
Il Warrior in the Night personifica il potere, l’avidità e il terrore anche se alla fine è evidente che è solo un uomo, fino a quando non incontra una forza più oscura. Questa particolare canzone dovrebbe dare una prima idea di lui come di un feroce combattente sul campo di battaglia.

Negli ultimi anni hai condiviso il palco con artisti famosi come Bonfire, Wotan, Blaze Bayley (ex Iron Maiden), Picture. Cosa hai imparato da questi grandi nomi?
Questi nomi sono effettivamente significativi nel metal. Vorremmo sicuramente condividere il palco con più artisti con cui ci immedesimiamo musicalmente e che hanno influenzato il nostro suono. Suonando ai festival in generale, abbiamo imparato molto su noi stessi come band e come artisti, oltre che su tutto ciò che accade dietro le quinte.

Prima del lockdown, la scena live cipriota era attiva?
Abbastanza. Direi che probabilmente circa due anni fa la scena era molto attiva, con festival e grandi nomi che visitavano l’isola e metal bar che tenevano viva la scena. Cipro ha molto da offrire in termini di varietà di generi metal e di passione che hanno i metallari. Sfortunatamente, la pandemia ha fatto sì che molti artisti non potessero più salire su un palco, ci manca davvero suonare dal vivo. Tuttavia, durante il blocco abbiamo continuato a lavorare sul nostro album e questo ci ha reso molto produttivi.

Quanto è difficile per una band di Cipro emergere dall’underground internazionale?
Non è necessariamente una questione di difficoltà. Vogliamo credere che le band che meritano il riconoscimento alla fine lo riceveranno, ma anche il networking è importante.

Quali gruppi ciprioti consigli?
Temple of Evil, black metal; Blynd, death/thrash metal; Mirror e Arrayan Path, heavy metal.

In our school memories, Cyprus is the land of heroes and epic battles. Things don’t seem to have changed much, Harmonize with their epic metal, contained in the debut “Warrior in the Night” (Grand Sound Promotion), take us back to those mythological times.

Welcome to Il Raglio del Mulo, George (Giorgos Constantinou – guitars). Harmonize began by playing thrash metal, the band gradually incorporated some power metal elements, as well as some darker ones. How do you define your current sound?
You could describe our current sound as heavy and power metal with dark influences, such as death or thrash.

Could you recap the steps before your debut album?
For this first album of ours, followed a very tricky process. We had to go through a couple of member replacements. This meant that the recording process came to a halt a few times. Some of the tracks were already written back in 2012 when Harmonize were formed. We published two demos and kept performing live in Cyprus. During this time we continued writing and rewriting some tracks. Sozos was the last to join the band. When everyone was on board recordings were done and Harmonize was ready to release Warrior in the night.

“Warrior in the Night” your first album was released in October, how is born?
Warrior in the Night is a conceptual album, and so are Harmonize as a project. Everyone’s individuality within the band influences the sound as a whole and reinforces the elements we wish to convey through our work. It was important that everyone shared the same vision for the album, in order for this to work.

“Warrior in the Night” is a concept album. The storyboard is signed by you and Nicolina Papas, could you tell something about?
We don’t wish to share everything about the story yet. Soon more characters and storylines will be revealed. The warrior happens to be just one character. He is fighting to avenge his king and queen when he is met with an ultimatum. That is all for now. We include a spoken outro in the album for those who wish to learn more about the Warrior and his fate.

The first video single from the album is the title track “Warrior In The Night”, what’s about?
Warrior in the Night personifies power, greed and terror although it is eventually apparent that he is just a man, that is until he is met with a darker force. This particular song is supposed to give a first impression of him as a vicious fighter in the battlefield.

In recent years you have shared the stage with famous artists like Bonfire, Wotan, Blaze Bayley (ex Iron Maiden), Picture. What have you learned from these big names?
These names are definitely significant in metal. We surely wish to share the stage with more artists that we relate to musically and who have influenced our sound. Playing at festivals generally, we learn a lot about ourselves as a band and as performers, as well as what goes on behind the scenes.

Before the lockdown, was the Cypriot live scene active?
Very much so. I would say that probably about two years ago the scene was significantly active, with festivals being organised, and big names visiting the island and metal bars keeping the scene alive. Cyprus has a lot to offer in terms of the different genres of metal and the passion metalheads have. Unfortunately, the pandemic meant that a lot of artists could not be on the stage any more, although we trully miss playing live. However, during the lockdown we continued working on our album and that made us very productive.

How difficult is it for a band from Cyprus to emerge from the international underground?
It is not necessarily a matter of difficulty. We wish to believe that bands deserving of the recognition will eventually receive it, however networking matters as well.

Which Cypriot bands do you recommend?
Temple of Evil, black metal; Blynd, death/thrash metal; Mirror & Arrayan path, heavy metal.

Miguel Ángel Torres – Vulgar pretension

VERSIÓN EN ESPAÑOL ABAJO: POR FAVOR, DESPLÁCESE HACIA ABAJO!

Originario di Cordoba, in Andalusia, il chitarrista Miguel Angel Torres (Ars Amandi), ha pubblicato in questo 2020 il suo album strumentale di debutto intitolato “Vulgar Pretension”. Materiale favoloso, con ottimi passaggi strumentali, riff molto piacevoli e con tecnica, melodia e freschezza. In questa intervista per Il Raglio Del Mulo, ci ha raccontato i suoi inizi, le sue influenze, i suoi progetti, l’accoglienza che l’album ha ricevuto, il futuro della musica rock e metal in generale e anche come promuovere un disco in tempi di pandemia.

Benvenuto su Il Raglio Del Mulo, grazie mille per la tua disponibilità, Miguel. Quest’anno hai pubblicato “Vulgar Pretension”, ma chi è Miguel Angel Torres? Quali sono stati i tuoi inizi con la chitarra e la musica?
Ciao amici! E’ un piacere essere qui. Beh, sono un chitarrista originario di Córdoba, Andalusia, Spagna, anche se vivo a Madrid da un po’ di tempo e faccio parte di alcuni gruppi rock spagnoli come gli Ars Amandi. Quest’anno ho effettivamente pubblicato il mio album solista, un’idea che avevo in mente da molti anni e che finalmente ho potuto realizzare. I miei inizi nella musica sono stati da bambino nella mia città natale, dove ho iniziato all’età di 8 anni a suonare uno strumento a 12 corde chiamato liuto nella mia scuola. Un po’ più tardi, quando avevo circa 11 anni, mi sono interessato alla chitarra quando ho scoperto gruppi rock e metal dell’epoca, come i Guns’ N Roses, Iron Maiden, Megadeth e chitarristi come Yngwie Malmsteen, Vai, Satriani, M. Friedman e P. Gilbert…

Perché hai deciso di usare “Vulgar Pretension” come titolo per il tuo materiale?
L’ho fatto perché ho ritenuto audace, un’affermazione volgare da parte mia, riuscire a fare un album strumentale al livello dei chitarristi che ci sono oggi. Non ci sono mai stati così tanti grandi chitarristi come oggi, ed è davvero difficile fare un album e non essere dimenticato. Ebbene, questa è stata la mia affermazione volgare.

Nell’album troviamo qualcosa di di tipico che fai anche con la tua band principale, Ars Amandi, in termini di riff o assoli?
La verità è che c’è sempre qualche influenza dalle band di cui hai fatto parte, ma penso che in questo album puoi trovare piuttosto l’influenza dei chitarristi solisti che ho ascoltato nel corso degli anni, non tanto delle band a cui appartengo. Tuttavia, tenendo conto che il bassista che l’ha registrato, David Noisel, è anche il bassista degli Ars Amandi, e che il violinista Daniel Rodríguez collabora con noi, sicuramente possiamo trovare qualche sapore Ars Amandi, ahahah.

Perché un album solista strumentale e non uno con un cantante in grado di esprimere idee o sentimenti? Pensi che uno strumentale sia meglio?
Ad un certo punto ho pensato di includere qualche canzone cantata, ma alla fine l’album non mi ha chiesto qualcosa del genere, mi è sembrato più naturale che fosse tutto strumentale, poiché questo è il modo più semplice per esprimermi. Forse in futuro lo farò, ma non voglio che sia qualcosa di forzato, se esce una canzone e la sento mia, la includerò senza dubbio.

Come nasce l’idea di “Volgar Pretension”? Qual è stato il fattore determinante e i nomi dei pezzi sono dovuti a situazioni personali oppure sono stati ispirati dal suono del riff o della melodia principale?
Buona domanda! L’idea decisiva è del 2019, quando ho sentito che dovevo avere circa 10 canzoni da inserire in un album, Compongo da anni piccoli assoli, partecipo a jam, ma alla fine muore tutto lì, nulla di concreto come un disco. Sulla base di alcuni riff che avevo, ho iniziato a comporre la struttura di diverse canzoni, poi i riff hanno continuato a uscire ed ho strutturato nuove tracce, composto assoli, affinato idee e dopo alcuni mesi avevo l’intero album completo. È stato un processo molto naturale, ma in quel periodo ho dovuto dedicarmi alla composizione quasi al 100%. Credo in quella frase che dice che “l’ispirazione viene da te mentre lavori” e questo album è stato creato così, con dedizione per circa sei mesi. Quanto al nome delle canzoni, alcune evocano momenti vissuti, persone, sensazioni, luoghi… hanno tutti un significato, almeno per me! Hahaha

Secondo la tua opinione personale, come vedi il panorama rock e metal a livello mondiale e soprattutto quello di nicchia della musica strumentale? E cosa ti preoccupa di più in termini di prospettive future?
In tutto il mondo c’è più qualità e media che mai, infatti la musica è più accessibile sia a livello di ascolto, sia a livello di composizione e produzione, dal momento che puoi farlo nel tuo studio di casa. Ciò comporta un vantaggio e allo stesso tempo uno svantaggio. L’unico modo per giudicare se qualcosa è buono o no, è attraverso il numero di streaming o fan che quell’artista o la canzone ha nei social, non c’è altro filtro. Purtroppo questo significa che tutto ciò che non è mainstream, o semplicemente chi non vuole salire su quella barca, è totalmente sfrattato dall’industria. Credo che l’essenza della “Cultura della Musica” sia andata perduta e che oggi sia semplicemente un bene di consumo veloce. L’apprezzamento per tutta la musica, inclusi gli stili delle minoranze, dovrebbe essere incoraggiato in qualche modo dall’istruzione primaria, poiché dopo tutto è tutta la musica nel suo insieme che è considerata come Cultura, e ci sono indubbiamente stili che contribuiscono alla musica più di altri.


Su You Tube è disponibile il video-singolo “The Time’s Come”, una canzone abbastanza frenetica e con molti cambi di tempo e stili, è la tua canzone perfetta per l’apertura o la chiusura dei live?
Senza dubbio è il tema di apertura dei miei spettacoli dal vivo, adoro quella canzone e anche una volta finito ho voluto spostarla al primo posto tra le tracce dell’album, poiché all’inizio un pezzo divero l’avrebbe aperto.

C’è un secondo album in arrivo e cosa vorresti aggiungere di diverso rispetto al primo album?
Beh, mi piacerebbe farlo, ma avrei bisogno di un periodo di dedizione assoluta abbastanza lungo, spero di poterlo rifare presto. Vorrei includere canzoni magari con altri stili che mi piacciono, magari una canzone cantata, come abbiamo detto prima, potrebbe essere una buona opzione. Preferisco davvero che tutto venga naturalmente, non credo che se dovessi seguire un percorso dettato, riuscirei a fare qualcosa di qualità. Succede anche a me, dipende da quello che sentito, che mi ispira a continuare su un percorso simile. Penso che ascoltare la musica sia essenziale, almeno per me.

Come è stata l’accoglienza dell’album a livello internazionale e della critica riguardo al tuo stile strumentale personale?
Ho ricevuto ottime recensioni, la verità è che sono molto felice. Vorrei che quante più e persone lo ascoltassero in modo da darmi la loro opinione e possano goderne se gli piace. Penso che sia un bell’album, che non ha niente di pesante e ha brani e melodie molto interessanti. Si spera che si diffonda in tutti gli angoli e continui a piacere. Vorrei promuoverlo dal vivo almeno in Spagna, ma è uscito nel bel mezzo della pandemia e non sono stato in grado di fare quasi nessuna promozione dal vivo.

Vedi la possibilità di poter coinvolgere musicisti di livello mondiale come Vai, Tosin Abasi o Guthrie Govan per le uscite future?
Wow, sarebbe un sogno, hahaha, questo primo album è andato molto bene… beh, vedremo, chi lo sa!

È tutto, grazie
Grazie a te Luis, un piacere e sai, puoi trovare la mia musica, i miei video e altro su www.MiguelAngelTorres.net Saluti!

Originario de Cordoba, Andalucia, el guitarrista Miguel Ángel Torres (Ars Amandi), halanzado su album instrumental debut denominado “Vulgar Pretensión” este 2020, un material fabuloso, con grandes pasajes instrumentales, riffs muy agradables y con tecnica, melodia, frescura, en esta entrevista para Il Raglio Del Mulo, nos estara hablando de sus inicios, sus influencias, sus planes, la acogida que ha tenido el disco, el futuro de la musica y el hoy dia en cuanto a la realidad del rock metal en General, tambien la situacion en tiempo de pandemia para la promocion del material, un gran material instrumental dicho sea de Paso,altamente recomendado para la gente que busca escuchar ya nuevos valores en el ambito y que no tienen tantos reflectores sobre ellos.

Bienvenidos al Il Raglio Del Mulo, muchas gracias por su tiempo para la entrevista Miguel, este año has lanzado tu disco vulgar pretension, quien es miguel angel torres, y cuales fueron tus inicios con la guitarra y la musica?
Hola amigos! Un placer estar por aquí. Pues soy un guitarrista originario de Córdoba, Andalucía, España, aunque llevo tiempo viviendo en Madrid, y formo parte de grupos de Rock español como Ars Amandi. Este año efectivamente he lanzado mi disco en solitario, una idea que tenía en mente desde hace muchos años y que por fin he podido llevar a cabo. Mis inicios en la música fueron de niño en mi ciudad natal, donde empecé a los 8 años tocando en mi escuela un instrumento de 12 cuerdas llamado laúd. Un poco más tarde, con unos 11 años empezó a interesarme la guitarra ya que descubrí a grupos de Rock y Metal de la época como Guns ‘N Roses, Iron Maiden, Megadeth, y a guitaristas como Yngwie Malmsteen, Vai, Satriani, M. Friedman, P. Gilbert…

Porque decidiste ponerle “Vulgar Pretensión” a nuestro material?
Fue debido a que consideraba una osadía, una vulgar pretensión por mi parte, el poder llegar a hacer un disco instrumental a la altura de los guitarristas que hay hoy día en el mundo. Nunca hubo tantos grandísimos guitarristas como hoy, y es realmente complicado hacer un disco y que no quede en el olvido. Pues esa ha sido mi vulgar pretensión.

En el disco encontrariamos algo de lo que vienes haciendo tambien con tu banda principal Ars Amandi en cuanto a riffs o solos propios del estilo de la banda?
La verdad es que siempre se arrastra alguna influencia de las bandas por las que vas pasando, pero creo que en este disco se puede notar más bien la influencia de los guitarristas solistas que he escuchado a lo largo de los años, no tanto lasbandas a las que pertenezco. Sin embargo teniendo en cuenta que el bajista que ha grabado, David Noisel, es también bajista de Ars Amandi, y que colabora a los violines Daniel Rodríguez, también compañero en la banda, seguro que algún sabor a Ars Amandi podemos encontrar, jajaja.

Porque un Disco solista instrumental y no uno donde podrías tener músicos para cantar o expresar ideas o sentimientos? Crees que es mejor uno instrumental?
En algún momento pensé en incluir alguna canción cantada, pero finalmente el disco no me pedía algo así, sentía más natural que fuera todo instrumental, ya que así es la manera más fácil de expresarme para mí. Quizá en el futuro lo haga, pero no quiero que sea algo forzado, si sale un tema cantado y lo siento como mío, lo incluiré sin duda.

Como comienza la idea de Vulgar Pretensión? Cual fue el factor determinante para crear el disco y porque cada tema tiene los nombres que elegiste, fueron por situaciones personales, referencias o al escucharlos piensas este tema tendrá tal nombre por el sonido del riff o melodía principal?
Buena pregunta! La idea determinante fue decidir un día en 2019 que tenía que tener unas 10 canciones mías que formasen parte de un disco, porque llevo años componiendo pequeños solos, participando en jams comunitarias, y al final eso se queda ahí en el vacío y no hay nada que lo unifique, como un disco. Por lo que en base a algunos riffs que tenía empecé a componer la estructura de varias canciones, luego siguieron saliendo Riffs, seguí estructurando nuevas canciones, componiendo solos, afinando ideas, y tras unos meses de composición tenía todo el disco ya completo. Fue un proceso muy natural, pero tuve que dedicarme a componer casi al 100% durante ese tiempo. Creo en esa frase que dice que “la inspiración te llega trabajando” y este disco está así creado, con bastante dedicación durante unos seis meses. En cuanto al nombre de los temas, algunos evocan momentos vividos, personas, sensaciones, lugares… todos tienen un significado, al menos para mí! jajaja

En tu Opinión Personal, como ves el panorama en cuanto al rock y metal a nivel mundial y más aun en un genero bastante difícil como lo es el ámbito de música instrumental? Y que es lo que más te preocupa en cuanto a ese panorama a futuro, en que afectaría a la música o bandas?
A nivel mundial hay más calidad y más medios que nunca, de hecho la música es más accesible tanto a nivel de su escucha, como a nivel de composición y producción, ya que puedes hacerlo en tu propio home studio. Eso conlleva una ventaja y a la vez inconveniente, y es que la única manera de juzgar si algo es bueno o no es mediante el número de reproducciones o seguidores que ese artista o canción tenga en los medios, no hay otro filtro. Desgraciadamente esto hace que todo lo que no sea mainstream, o simplemente el que no quiera subirse a ese barco, esté totalmente desahuciado por la industria. Creo que se ha perdido la esencia de la “Cultura de la música” y que hoy día es simplemente un bien de consumo rápido. Se debería de fomentar de alguna manera, desde la enseñanza primaria, el aprecio por toda la música, estilos minoritarios incluidos, ya que al fin y al cabo es toda la música en su conjunto la que es considerada como Cultura, y sin duda hay estilos que aportan más a la música que otros.

En YouTube está disponible el video-Single del tema “The Time´s Come”,  bastante frenético y con muchos cambios de tempo y estilos, es tu tema predilecto para en vivo abrir o cerrar un concierto de Miguel Ángel Torres?
Sin duda es un tema de apertura para mis directos, me encanta esa canción y además una vez acabado quise moverlo al primer lugar de los temas del disco, ya que en principio iba a ir otro tema abriendo el álbum.

Hay un segundo disco en puerta ?y que quieres añadir de diferente al primer disco?
Pues sí me gustaría hacerlo, necesitaría de nuevo un periodo de dedicación bastante grande para ello, ojalá pueda hacerlo de nuevo pronto. Me gustaría incluir canciones quizás con otros estilos que también me gustan, incluir un tema cantado como hemos hablado antes también sería una opción que me gustaría… Realmente prefiero que vaya saliendo todo de manera natural, no creo que si tuviera que seguir un camino dictado llegara a hacer algo de calidad. También me suele pasar que depende de lo que haya escuchado en los últimos meses, me inspira a seguir por una senda similar. Creo que escuchar música es imprescindible al menos para mí.

Como fue la acogida del disco a nivel internacional y las criticas en cuanto a la misma y tu estilo personal instrumental?
He recibido muy buenas críticas, la verdad es que estoy muy contento. Me gustaría que pudiera escucharlo toda la gente posible para que me sigan dando su opinión y puedan disfrutar de él si es que les gusta. Creo que es un disco agradable que no se hace nada pesado y que tiene pasajes y melodías muy interesantes. Ojalá se difunda por todos los rincones y siga gustando. Me gustaría estar promocionándolo en directo al menos por España pero justo salió en plena pandemia y no he podido hacer casi nada de promoción en vivo.

Ves la posibilidad de poder convocar músicos de talla mundial como Steve Vai, Tosin Abasi o Guthrie Govan para próximos lanzamientos?
Wow!, eso sería todo un sueño, jajaja, quería decir que este primer disco ha ido muy bien… pues ya veremos, quién sabe!

Es todo, gracias
Gracias a ti Luis, un placer y ya sabéis, podéis encontrar mi música, vídeos y más en https://www.MiguelAngelTorres.net  Un saludo!



Diamond Head – Lightning to the Nations

ENGLISH VERSION BELOW: PLEASE, SCROLL DOWN!

In occasione del 40° anniversario del classico della NWOBHM, Lightning To The Nations (Silver Lining Music \ Duff Press), il batterista Karl Wilcox ha avuto l’idea di registrare nuovamente l’intero album con l’attuale formazione dei Diamond Head per traslare le canzoni nel 21° secolo .

Ciao Karl, quando hai capito che questo era il momento buono per una nuova edizione del vostro classico “Lightning To The Nations”?
Innanzitutto, Giuseppe, grazie per avermi invitato. Avevo l’idea da diversi anni e ne ho discusso a lungo con Brian, tuttavia non ha mai preso slancio, fino al 2019, quando ho deciso di presentare il progetto ad Adam Parsons della Siren Management che gestisce la band. Ho spiegato cosa stavo cercando di fare da diversi anni, ossia ri-registrare il White Album. Poiché la formazione attuale è speciale, avremmo dovuto puntare, a mio avviso, a una versione datata 2020 per il 40 ° anniversario. Per fortuna Adam era d’accordo. Ha preso le redini in mano e ha fatto salire a bordo Brian.

Come ti sei sentito a lavorare di nuovo su un album perfetto? Non hai avuto paura di spezzare la magia dell’album originale?
Da fan è stato surreale. Avevo visto la band dal vivo in numerose occasioni e avevo incontrato tutti i membri dopo vari spettacoli per salutarli. Ho fatto un provino per i Diamond Head e non ho ottenuto il posto. Poi ho registrato con Brian nel suo progetto Radio Mosca (1985-86), dove ho incontrato di nuovo Sean negli studi RPK. Dopo essermi trasferito a New York, mi è stato proposto il progetto Notorious nel 1988, con Sean e Robin George, poi mi è stato offerto il contratto con i Diamond Head alla fine degli anni ’90 – inizio del 91. Quindi, per rispondere alla tua domanda, passare dal cantare i classici come fan sotto al palco a essere sul palco come membro della band e continuare a cantare è un po’ surreale. Non avevo timori di per sé, perché la band fa paura. Tuttavia, ero preoccupato per alcuni dettagli. In primo luogo, non potevamo creare o ricreare la magia di quella settimana del 1980. Sarebbe stato folle provare farlo e comunque non ne ero interessato o non ci credevo. In secondo luogo, questo doveva essere registrato in un modo molto diverso. Non tutti nella stessa stanza o studio ecc. Terzo, c’è sempre la possibilità che qualcosa vada male. È un album così influente su molti livelli. Credevo davvero che le canzoni meritassero di essere ri-registrate con questa formazione ed essere portate nell’era moderna con l’ausilio di nuove tecniche di incisione. Spero che i fan siano d’accordo.

Cosa hai migliorato e cosa hai conservato?
Siamo rimasti fedeli all’originale, ma lo lascerò decidere a tutti voi.

Cosa hai cambiato, invece, nelle tracce di batteria?
Ho aggiunto il mio carattere alle canzoni rimanendo fedele a ciò che suonava Duncan. La batteria è stata registrata con un metronomo e la guida di Brian, senza basso o voce. Non c’era alcun click sull’originale, quindi le canzoni andavano e venivano. Ho spostato il click in alcune canzoni e ho premuto e tirato il click nelle altre.

Avete rispettato la track-list originale durante le sessione di registrazione?
Se stai parlando della registrazione, allora devo dire di no.

Cosa ti racconta Brian dei giorni delle sessioni di registrazione originali nel 1980?
Ad essere onesti, non è qualcosa su cui ci siamo soffermati a discutere. Sono sicuro che di questa nuova versione, Brian ne discuterà a lungo con la stampa.

Qual è la tua canzone preferita della versione originale e qual è quella della versione 2020?
Ti dico: “Lightning to the Nations”.

E le quattro cover?
Avevamo programmato di registrare quattro cover per l’uscita di un EP diversi anni fa, ma non si è mai materializzato il progetto, questa si è rivelata l’occasione perfetta per rendere l'”LTTN 2020″ molto speciale È stato un vero spasso registrare di nuovo tutte e quattro le canzoni solo con un clic e una chitarra guida. Una bella esperienza, mi sono divertito molto. Ian Paice, John Bonham e Simon Phillips erano i miei eroi e hanno influenzato il mio stile di batterista. Black Sabbath, Deep Purple e Led Zeppelin sono stati grandi influenze per i Diamond Head e la cover dei Metallica completa il cerchio.

I Metallica hanno ascoltato la vostra versione di “No Remorse”?
Brian l’ha inviato a Lars.

Ho 45 anni e il primo album dei Diamond Head che ho comprato è stato “Death and Progress”, il tuo debutto con la band. Cosa ricordi di quei giorni?
Ho avuto il piacere di lavorare con Andy Scarth che ha prodotto l’album ed è diventato un buon amico. Avevamo molte soluzioni per alcune canzoni e a volte era piuttosto frustrante. Molte delle tracce le ho registrato da solo con un semplice click. Molte corse in autobus da e per lo studio, aspettando sotto la pioggia che Sean arrivasse e chiedendo a Peter, il mio patrigno, se poteva venirmi a prendere dallo studio alle 2 o alle 3 del mattino.

Il vostro ultimo album in studio è “The Coffin Train”, sei ancora soddisfatto di quella pubblicazione?
Sì, direi che siamo soddisfatti. Anche se sono sicuro che potremmo trovare qualcosa di cui non siamo soddisfatti.

Le vostre prossime mosse senza tour?
Abbiamo lavorato su alcune idee per il susccessore di “Coffin Train” e speravamo di riunirci per focalizzare gli spunti in sala prove, tuttavia a causa del Covid non abbiamo idea di quando saremo in grado di farlo. Sono stato impegnato a lavorare con Martin Jarvis (agente) per riprogrammare tutti gli spettacoli che abbiamo dovuto posticipare e organizzare show futuri che si spera non dovranno essere rimandati di nuovo. Sul fronte personale ho lavorato con Jim Lea degli Slade e da fan è stato fantastico, questa è lamia seconda opportunità di collaborare con Jim. Sto per iniziare un progetto con Jack Frost (7 Witches e Ex Savatage e molti altri). Di recente ho finito la batteria per un album, “Time will Tell”, dei Rekuiems. Ho anche intensificato il mio coinvolgimento con Murat Diril, il produttore di piatti personalizzati, li approvo e poiché trovo che siano grandi opere d’arte… sto cercando di spargere la voce su quanto siano belli. Ah, infine mi impegno a casa, ci sono sempre dei lavoretti da fare.


As the 40th anniversary of classic album of the NWOBHM, Lightning To The Nations (Silver Lining Music \ Duff Press), loomed, the drummer Karl Wilcox devised an idea, to re-record the whole album with the current line-up of Diamond Head and bring the songs into the 21stCentury.

Hi Karl, when did you understand that this was a good moment for a new edition of your classic album “Lightning To The Nations”?
Firstly, Giuseppe thanks for inviting me. I’d had the idea for several years and discussed it with Brian at great length, however it never really gained any momentum, until 2019 when I decided to pitch the idea to Adam Parsons from Siren Management who manages the band. I explained what I had been trying to do for several years, AKA re -record the original white album. As this current lineup is special and we should aim for a 2020 release as it would be the 40th anniversary. Thankfully Adam agreed. He took the reins, and he got Brian on board.

How did you feel to work again on a perfect album? Didn’t you be  afraid to broke the magic feeling of the original album?
As a fan it was surreal. I’d seen the band live on numerous occasions and I had met all the band members at various shows to say hello to. I auditioned for Diamond Head and didn’t get gig. I then recorded with Brian on his Radio Moscow project 1985-86, where I met Sean again at RPK studios. After moving to NYC I was offered the Notorious project in 1988 with Sean and Robin George, I was then offered the gig with Diamond Head at the end of 90 early 91. So to answer your question, to go from the front of the stage singing the classics as fan to being on stage and a band member still singing along is a little surreal.I was not afraid per se as the band is killer. However, I was concerned on a couple of levels. Firstly we couldn’t create or recreate the magic of that week in 1980. It would have been crazy to try and something I wasn’t interested in or believed in. Secondly this was to be recorded in a very different manner. Not all in the same room or studio etc. Thirdly there is always the possibility of negativity. It’s such an influential album on many levels. I really believed that the songs deserved to be re-recorded with this line-up, brought into the modern era with the availability of new age of recording techniques. Hope the fans agree

What have you improved and what have you preserved?
We have stayed true to the original and I’ll let you all decide.

What did you change in drums lines?
I’ve added my own character to the songs whilst staying close to what Duncan played. The drums were recorded to a click and a Brian guide, no bass or vocals. There was no click on the original so the songs pushed and pulled. I’ve moved the click in some songs and pushed and pulled on the click in the others.

Did you respect the original track-list during the recording session?
If you’re talking about the recording then I’d have to say no. 

What does Brian tell you about the days of its original records sessions in 1980?
To be honest it’s not something we have really sat down and discussed. I’m sure with this new release it’s something Brian will be discussing at length with the press. 

Which is you favorite song from the original version and which is the one from the 2020 version?
I would have to say ‘Lightning to the Nations’

What’s about the four covers?
We had planned to record four covers for an EP release several years ago however it never materialized and this turned out to be the perfect opportunity to make the LTTN 2020 very special It was a blast recording all four songs again just with click and a guide guitar. I had a great time and a lot of fun. Ian Paice, John Bonham and Simon Phillips were drumming heroes of mine and an influential on my drumming. Black Sabbath, Deep Purple and Led Zeppelin were big influences on Diamond Head and the Metallica cover makes the circle complete. 

Did Metallica listening to your version of “No Remorse”?
Brian has sent it to Lars. 

I’m 45 years old and the first Diamond Head album I bought was “Death and Progress”, your debut with the band. What do you remember about those days?
I had the pleasure of working with Andy Scarth who produced the album and became good friends. We had a lot of arrangements for some of the songs and it was quite frustrating at times. Several of the songs I recorded on my own with just a click. Lots of bus rides to and from the studio, waiting in the rain for Sean to arrive and asking Peter my stepfather if he could collect me from the studio at 2 or 3am. 

Your last studio album is “The Coffin Train”, are you still satisfied of this release?
Yes I would say we are satisfied . I’m sure we could find somethings we are not satisfied. 

Your next moves without tour?
We have been working on ideas for a follow to the ‘Coffin Train’ and were hoping to get together to thrash the ideas out  in a rehearsal room however due to the Covid we have no idea when we will be able to do this.I have been busy working with Martin Jarvis (agent) to reschedule all the shows we have had to postpone and setting up  future shows which hopefully will not have to be postponed again.On the personal front I have been working with Jim Lea from the band Slade which as a fan has been a blast this is the second opportunity to work with Jim. I’m due to start a project with Jack Frost (7 Witches and Ex Savatage along with many others). I recently finished the drums for a follow album up to Rekuiems ‘Time will Tell’ album.  I also have ramped up my involvement with Murat Diril, the custom cymbal maker, I endorse them, but as I find them to be such works of art..I’m trying to get the word out just how fine these cymbals are… Oh and lastly working on the house there are always jobs to be done.

Armored Saint – From the heart

Interview by Leif Kringen (metalsquadron.com), click HERE for the original English version.
Intervista a cura di Leif Kringen (metalsquadron.com), clicca QUI per la versione originale in inglese.

Dopo un paio di album che non mi hanno fatto impazzire, “Win Hands Down” è stato un bel segnale di ritrovata forma per gli Armored Saint, autentici veterani della scena di Los Angeles. Dato che non avevo avuto la possibilità di parlare con la band allora, ho colto l’occasione al balzo quando l’etichetta discografica della band, la Metal Blade, mi ha offerto la possibilità di chiacchierare con il bassista Joey Vera.

Quali sono le tue impressioni sul precedente album, “Win Hands Down”, a circa cinque anni dalla sua pubblicazione?
Penso che sia davvero fantastico e sono orgoglioso di quel disco. È una buona rappresentazione della band e, come tutti i nostri dischi, ha una propria dimensione ed è un’istantanea di come eravamo ai quei tempi. Adoro il modo in cui è uscito il disco. Suona alla grande, e anche le canzoni e le esibizioni successive sono state fantastiche. Siamo stati in tour negli ultimi cinque anni e abbiamo avuto la possibilità di suonare molte canzoni dal vivo. È stato molto divertente.

Avete affrontato il nuovo album, “Punching The Sky”, in modo diverso?
Non proprio, non facciamo sempre le stesse cose quando iniziamo a scrivere, lasciamo che le cose vengano in modo naturale. Sai, si inizia con un paio di canzoni e normalmente il tutto si evolve e si trasforma in un disco. E in realtà non ci pensiamo troppo, e nemmeno ne parliamo troppo. Non abbiamo confronti del tipo: in che direzione dovremmo andare? Che tipo di canzoni dovremmo scrivere? Non lo facciamo davvero. La scrittura appena iniziata è esplosa e penso che le prime canzoni che abbiamo scritto – “Bark, No Bite”, “Standing On The Shoulders Of Giants” e “Missile The Gun” – hanno dato l’imprinting a quello che sarebbe venuto dopo.

Non c’è una tilte-track nell’album, ma il titolo, “Punching The Sky”, fa parte del ritornello della canzone di apertura “Standing On The Shoulders Of Giants”. Perché avete chiamato l’album “Punching The Sky”?
Beh, abbiamo discusso diverse idee e lo avremmo chiamato “Standing On The Shoulders Of Giants”, ma lo abbiamo già fatto con “Win Hands Down”, in cui la prima traccia era il titolo del disco. Non volevamo ripeterci in quel modo. E mi piace l’idea di prendere un testo e usarlo come titolo. Quella frase in particolare continuava a spiccare secondo me, quindi un giorno l’ho proposta a John (Bush) e ho detto: che ne dici di “Punching The Sky?”. È molto affascinate, evoca alcune immagini davvero interessanti quando lo leggi o quando lo vedi. Potrebbe assumere molti significati diversi. Mi sembrava anche allettante perché poteva essere usato come una sorta di allegoria in molti modi diversi. Per me, rappresenta in qualche modo la band nel suo insieme e quali sono i nostri obiettivi e quali sono le nostre intenzioni. Siamo sempre stati un’entità che voleva crescere ed evolversi e correre musicalmente dei rischi e diventare autori migliori, persone migliori, padri e mariti migliori e così via. Quindi, “Punching The Sky” rappresenta in qualche modo lo spingersi oltre i confini, andare oltre ciò che è davanti a noi, compreso il cielo. Dicono che il limite sia il cielo. Ma in un certo senso noi stiamo dicendo che oltre il cielo non ci sono limiti. Così lo percepivo. Ho pensato che avesse qualche punto di contatto con noi in quel senso. Ecco perché mi è sembrato che fosse un buon titolo. Voglio dire, mi piace avere titoli che abbiano dei significati. Non mi piace semplicemente buttare fuori qualcosa senza alcun significato. Mi piace lasciare alcune cose aperte anche all’interpretazione. E John scrive testi in questo modo. Penso che sia positivo avere qualche connessione con i titoli dei dischi.

Nell’epoca di Internet, la prima canzone che ascolti di un album è molto importante. Trovo “End Of The Attention Span” un’ottima scelta come primo singolo. È molto orecchiabile, energico e suona come Armored Saint.
È un bel complimento. Sono contento che suoni Armored Saint. Ci è voluto molto tempo per arrivare a quel traguardo in cui le persone ci dicono che la nostra band ha un suo sound. E siamo contenti di questo. Ovviamente, abbiamo sempre voluto avere un nostro sound e abbiamo cercato di raggiungerlo per molto tempo. Quindi è bello sentire questo, che ci siamo riusciti. “End Of The Attention Span” ha un po’ di tutto e ci rappresenta come band. È anche una specie di ampia introduzione al resto del disco, anche se trovo che l’album abbia molta sfaccettature.

Quanto è difficile per una band come gli Armored Saint conquistare nuovi fan in questi giorni? I vecchi fan, me compreso, vi seguono sempre e probabilmente compreranno anche gli album, ma ritieni chi siate riusciti, con le uscite recenti, a raggiungere anche un nuovo pubblico?
Beh, penso di sì e non so davvero come sia stato possibile. Voglio dire, di certo non lavoriamo in modo normale. Alcune band pubblicano dischi più spesso di noi e fanno tour più frequentemente di noi. Abbiamo i nostri tempi, registriamo ogni cinque anni e non facciamo tour lunghi e cose del genere. Ma penso che il fatto che siamo stati abbastanza coerenti dal 2010 in poi, pubblicando dischi ogni cinque anni e facendo tour e cose del genere, abbia aiutato. Nel tempo raccogli persone più giovani perché hanno sentito parlare di te o ti hanno visto in tour con un’altra band come Queensrÿche o Saxon o qualcosa del genere. Forse hanno sentito il nostro nome, ma non sanno come suoniamo. Sono consapevole che la maggior parte dei nostri fan è grandicella e penso che alcune di quelle persone ora siano dei genitori che forse ci hanno tramandato ai loro figli.

Qual è la motivazione che vi spinge a fare ancora un album a circa cinque anni di distanza dell’ultimo? È per fissare il risultato della tua creatività? È per accontentare i fan o forse per poter fare tour e concerti?
Beh, sai, penso che lo facciamo solo per noi stessi. Siamo arrivati ​​a un punto in cui ci siamo sentiti esausti. Suonavamo molto per “Win Hands Down”, e non siamo mai stati una band che scrive mentre è in tour. Quindi, ci siamo solo presi un po’ di tempo libero, e penso di aver scritto un paio di riff senza una ragione particolare. E poi ho detto a John: Hey, ho un paio di riff. Penso che li finirò e ti chiederò come li trovi. Gli ho inviato alcune demo e poi, come al solito, abbiamo iniziato a lavorare abbastanza velocemente e da lì abbiamo deciso di andare avanti. Quindi, ancora una volta, non avevamo programmi, non dovevamo registrare. Ci siamo sentiti in vena per scrivere di nuovo musica. John e io abbiamo un ottimo rapporto di scrittura. Ed è anche divertente. È molto divertente per noi. Quindi, una volta arrivato a quel punto, è stato come: Ok, andiamo avanti. Sta andando alla grande. Andiamo avanti, andiamo avanti. Ed è durato molto tempo. Voglio dire, non scriviamo molto velocemente e ci sono voluti circa 18 mesi o qualcosa del genere per finire il disco, ma il processo è stato davvero soddisfacente. Immagino che la risposta breve sia che lo facciamo prima per noi stessi. E poi si spera che i fan ci vengano dietro e che siano disposti ad aspettare e ad apprezzare quello che uscirà.

Secondo il comunicato stampa, l’obiettivo era scrivere musica di qualità. Niente di nuovo in realtà, ma come ti accorgi che la tua musica è davvero buona? Hai studiato un metodo di controllo della qualità?
Sì, penso che esista tra me e John, ci rimbalziamo le parti. Penso che il nostro obiettivo principale sia solo fare cose e scrivere cose che ci facciano davvero guardare l’un l’altro e dire: Wow, è fantastico, è un po’ diverso, sembra epico o che grande ritornello. Questa è la cosa che per noi dà la misura. E non voglio dire che ogni singola cosa che scriviamo abbia questo potere, ma la maggior parte sì. Quindi, almeno per noi, questo è il metro, questo è il tipo di controllo di qualità che implementiamo.

Joey, ti dici piuttosto sorpreso quando scopri come una canzone si incastra perfettamente quando i testi di John sono a posto.
Come sai, John scrive quasi il 100% dei testi. A volte alcuni di noi partecipano con piccole cose. Phil ha contribuito con un testo, per esempio. Quando John e io lavoriamo insieme, abbastanza spesso li esamino con lui e do suggerimenti in corso d’opera, ma John è quello che viene fuori con le premesse, la storia, la linea e l’esecuzione. E, sai, quando scrivo la musica, posso già sentire la sua voce nella mia testa. Quindi è quasi come se già sapessi cosa aspettarmi, ma ci sono state molte volte in cui ha tirato fuori cose che sono totalmente inaspettate e persino migliori di quello che immaginavo. Molto raramente gli do uno spunto di partenza. Trova sempre da solo il suo punto di origine. E a volte non è chiaro al 100% cosa vuole fare, ma ha delle capacità e io lo aiuto ad arrivarci.

A volte ti manca il vecchio modo di scrivere canzoni quando eravate tutti nella stessa stanza? O ti va bene inviare file avanti e indietro e lavorare in questo modo?
Mi va bene il modo in cui lo facciamo ora. Va bene. Lo trovo più efficiente e trovo di essere in grado di mettere a fuoco meglio le idee. Sai, c’è qualcosa di speciale nello stare insieme in una stanza. E direi che c’è un piccolo aspetto che mi manca. A volte le cose nascono da jam e spontaneità. Sarebbe stupido non riconoscerlo, ovviamente. Quando sei solo, è solo diverso. Non è proprio meglio o peggio, è solo diverso. Tuttavia, lavoro meglio e in modo più efficiente quando sono solo. Sono solo io però. Ma, sai, collaborare dal vivo davanti a un’altra persona, ha anche i suoi pregi e i suoi vantaggi. È solo che preferisco farlo in dosi più piccole e preferisco lavorare da solo in dosi maggiori.

Hai prodotto tu stesso “Punching The Sky”, cosa fa esattamente un produttore oggi?
Haha! Buona domanda! C’è questa una parte organizzativa e una amministrativa. Ciò significa spendere i soldi. Devo occuparmi del budget e devo sapere esattamente chi viene pagato. Devo impostare tutto, trovare gli studi e trovare le persone con cui lavorare. Poi c’è la prenotazione delle sale prove preferite o delle sale di produzione, e devo anche assumere la persona che si occuperà della masterizzazione. Ci sono anche altri servizi per le forniture che incidono sul budget, come corde, bacchette, pelli, qualunque cosa. E poi devo anche gestire i soldi sul conto che arrivano dall’etichetta discografica. Ci sono molte cose noiose che vanno di pari passo con l’essere il produttore, ma la parte divertente della produzione per me è avere una visione completa nella mia testa su come voglio che il risultato finale suoni. Sono quello che fondamentalmente prende le decisioni lungo la strada. Questa parte di chitarra dovrebbe suonare così. La batteria dovrebbe suonare così e la voce dovrebbe suonare così. Raddoppiamo le voci qui. Facciamo le voci di sottofondo qui. Sono come un pittore che prende decisioni, prima mescolando i colori che vuole usare sulla sua tela e poi prende decisioni su quali colori servono e dove. Questo è il modo in cui posso visualizzare il risultato. Devo anche prendere decisioni sulla scrittura delle canzoni e su quali tracce inserire e quale sia la sequenza giusta per il disco. Tutto ciò che è esteticamente necessario per il risultato finale del disco, è fondamentalmente parte del lavoro del produttore.

Siete ancora quattro dei cinque membri che hanno suonato nel primo EP, quanto è stato importante questo fattore per il mantenimento in vita della band in tutti questi anni?
Beh, è stato importante. Siamo orgogliosi del fatto che abbiamo tutti i membri originali nella band e questo include anche Jeff. Era già qui quando Dave era con noi, negli ultimi due anni della sua vita, quindi questo genere di cose è importante per noi. Pensiamo che aiuti la nostra integrità e il modo in cui le persone ci percepiscono come una band. Non è come, John Bush e altri quattro ragazzi, sai. Questo sono gli Armored Saint, siamo un’unità collettiva. Alcuni di noi si conoscono da quando avevamo sette – otto anni. Abbiamo una storia lunga e una coesione che cerchiamo di mantenere. La cosa che conta di più per noi è stata la musica. Ognuno di noi ha una parte nel rappresentare quella musica. Quindi pensiamo che, se porti musicisti diversi, persone diverse, improvvisamente tu ti ritrovi con personalità diverse. Allora è una cosa diversa. Un’interpretazione completamente diversa di quello che era. Per questo, per noi è stato importante preservarci.

Parliamo di Dave Pritchard, sono passati 30 anni dalla sua morte. Come lo ricordi, Joey?
Beh, sai, era piuttosto sfaccettato. In generale, è sempre stato un ragazzo amante del divertimento ed è stato davvero divertente andare in giro con lui. Un burlone totale, gli piaceva fare scherzi su scherzi alle persone e aveva un grande senso dell’umorismo. Amava fare festa, amava divertirsi. E sarà sempre ricordato per questo. Ma era anche un ragazzo molto creativo. Era bravissimo a suonare la chitarra e sapeva anche suonare il piano. Ed era anche un grande artista, era davvero bravo a disegnare. Tutto questo lo rendeva una persona davvero fantastica e creativa. Come ho detto, era davvero divertente stare con lui. In generale, fa ancora parte della nostra psiche, era una parte importante del nostro suono ai tempi dei nei nostri primi tre dischi. Era una parte importante di quel suono, suonava parecchie parti di chitarra in quei dischi, e molti dei modi in cui suonavo quei riff erano il frutto della sua passione e del suo stile. Dave ha avuto un impatto sul nostro suono che non voglio mai perdere. Non voglio solo riscrivere la nostra storia, di volta in volta. È molto importante per noi sentire come se stessimo progredendo e provando cose nuove, ma allo stesso tempo, non voglio mai perdere di vista un po’ della presenza di Dave. Quando ho scritto la canzone “Never You Fret”, e ho finito con quei primi due riff, mi sono detto, Oh merda, sembra una cosa di Dave Prichard. Mi sono aggrappato a quell’ispirazione mentre finivamo la canzone. Questo è solo un esempio di come Dave sia sempre presente.

Hai detto che a questo punto della tua carriera senti un senso di libertà. Questo significa che senti di poter fare quello che vuoi e comunque rilasciarlo a nome Armored Saint?
Non credo che possiamo fare quello che vogliamo. Voglio dire, penso di essere ben consapevole che ci sia la componetene dell’aspettative dai fan. Ma non voglio essere vincolato da quelle aspettative, per quanto piccole o grandi possano essere. Ho bisogno di avere la sensazione che possiamo spingerci oltre i confini e provare cose e sperimentare le diverse influenze che abbiamo e soluzioni che vogliamo provare come autori. Correre qualche rischio qua e là. Lo stavo descrivendo un po’ prima, quando ho parlato di come siamo arrivati ​​ad un punto in cui ci siamo sentiti come se stessimo creando il nostro suono e ci sentivamo come se non avessimo dovuto guardarci alle nostre spalle o pensare a quello che stava succedendo intorno a noi. E questo è ciò che intendo, quando dico che questa è la zona di comfort dove ci siamo resi conto di aver sempre creato il nostro sound sin dal primo giorno. Ci è voluto un po’ per capirlo. Ora mi sento come se fossimo in questo posto dove abbiamo trovato la cosa giusta da fare. Questi sono gli Armored Saint, possiamo correre dei rischi, possiamo provare le cose nuove entro dei limiti ragionevoli. Abbiamo sempre avuto affinità per cose tipo il blues e l’hard rock. Quindi possiamo esplorarle ancora di più. Siamo sempre stati influenzati dal rhythm and blues e cose del genere, anche cose leggermente funky. Quindi sì, ci sentiamo a nostro agio ad esplorarle ulteriormente, anche più di quanto abbiamo fatto nell’ultimo album. Quindi questo è ciò che intendo quando parlo di zona di comfort. Non mi sento come se fossi in pericolo di rovinare qualcosa. Perché penso di essere abbastanza consapevole di quali siano i nostri parametri, in quale intervallo possiamo lavorare senza far arrabbiare o deludere le persone. Sono anche consapevole del fatto che non accontenterai mai tutti per tutto il tempo. Quindi non dovrebbe essere una preoccupazione o comunque non dovrebbe essere una preoccupazione determinante, quindi non devo curarmene. Dobbiamo sentirci come se stessimo facendo musica onesta che viene dal cuore.

Adoro “Missile To Gun” del nuovo album. È un brano heavy metal piuttosto semplice.
Di nuovo, non so da dove provenga, ma dopo averlo scritto, ho sentito che aveva un qualcosa old school. In realtà mi ricorda certa roba delle band della New Wave Of British Heavy Metal. Voglio dire, mi suscita una sensazione di heavy metal britannico primordiale. È davvero ritmata con un ottimo riff di chitarra, con linee guida davvero semplici. Penso che sia uscito alla grande.

Come sempre, sono rimasto impressionato dalla voce di John. Ha una resa ancora incredibilmente, deve lavorare molto per prendersi cura della sua ugola.
Sì, lo fa da un po’ di tempo ormai. Direi che negli ultimi 10-15 anni si è finalmente reso conto che sta invecchiando e che non può semplicemente saltare giù dal letto e iniziare a cantare come faceva quando era più giovane. Quindi si è imposto un regime molto rigido quando è in tour o quando registra o scrive musica, il che significa che è molto severo su quello che fa e ha una sua routine a cui si attiene scrupolosamente. Si alza dal letto e la prima cosa che fa è il riscaldamento. Solo dopo la colazione o qualsiasi altra cosa. Si prende una pausa e cambia la sua dieta. A volte, quando è in viaggio, non beve caffè e non cena dopo le otto di sera, fa questo genere di cose. Si riscalda per 30 minuti buoni prima di salire sul palco, a volte anche di più. Tutte queste cose hanno davvero avuto un impatto positivo sul modo in cui suona la sua voce. Penso che negli ultimi due dischi la resa sia stata migliore di quanto non lo sia mai stata in tutta la sua carriera.

Parliamo un po’ della situazione COVID-19. Ti stai muovendo di conseguenza, prima hai effettuato una nuova registrazione della canzone “Isolation” e ora stai anche preparando un release show che potrà essere visto online. Pensi che tutta questa faccenda lascerà segni indelebili sulla scena metal?
Beh, spero di no. Preghiamo che presto possa diventare solo un ricordo e che in futuro si possa dire: ricordi l’anno 2020? Oh mio Dio, che incubo! Spero che non abbia alcun effetto duraturo, per il bene dei musicisti e dei tecnici che lavorano, delle persone che sono nel settore, ma anche per i fan. E, voglio dire, anch’io sono un fan della musica, non posso più andare a vedere nessuna band. Fa schifo, è una componente importante di tutte le nostre vite. Sarebbe uno schifo se fosse permanente. Non credo che lo sarà però. Sì, penso che ci vorrà del tempo per recuperare la fiducia psicologica. Stare nella stessa stanza con 600, 1500 o 15.000 persone, ci vorrà del tempo probabilmente per riconquistare la vecchia fiducia. Ma spero davvero che le cose cambino e sai, nel frattempo, questi concerti virtuali sono l’unica cosa che artisti e band possono fare in questo momento. Quindi lo stiamo facendo. Il release show sarà bizzarro, un po’ strano, suonare in un club con la stanza vuota. Andrà in streaming il 10 ottobre e resterà disponibile fino all’8 novembre. Lo puoi guardare on demanda ogni volta che vuoi per un intero mese, e costa solo 10 dollari. Stiamo provando un set completo con quattro nuovissime canzoni da “Punching The Sky”. Abbiamo intenzione di uscire e scatenarci come al solito. Abbiamo anche in programma di rispondere alle domande alla fine dello spettacolo. Le persone invieranno i quesiti sulla nostra pagina Facebook, poi ci prenderemo del tempo e risponderemo a un sacco di domande ed è solo un modo per noi per entrare in contatto con loro. Non possiamo andare in tour. Non possiamo nemmeno suonare in uno spettacolo locale, quindi sentiamo il bisogno di entrare in contatto e avere una connessione. Inoltre, il nostro disco sta uscendo e vogliamo fare una festa.

Parlando di cose questioni live, c’è questo album dal vivo pubblicato un paio di anni fa intitolato “Carpe Noctum”. Pensi che sia un documento live appropriato per una band come gli Armored Saint? Un album dal vivo di una band con il vostro catalogo dovrebbe almeno fare uscire un doppio e non di certo un singolo contente solo otto canzoni?
Beh, puoi avere ragione su questo. Sai, immagino che dovremmo fare un doppio album dal vivo, qualcosa sulla scia di “Strangers In The Night” degli UFO. È divertente, perché abbiamo pubblicato praticamente ogni canzone che penseresti dovrebbe esserci su un nostro disco dal vivo, ma sono tutte su dischi diversi. Ci sono “Saints Will Conquer”, “Lessons Not Well Learned” e poi ci sono anche un sacco di brani dal vivo su “Nod To The Old School”, ma immagino che metterli in un unico pacchetto avrebbe più senso a un certo punto.

Joey voglio metterti in difficoltà facendoti elencare i tuoi tre album preferiti degli Armored Saint.
I miei tre preferiti? È difficile! Bene, “Win Hands Down” di sicuro. Vado con quelli recenti, quindi “La Raza” e “Symbol Of Salvation”.

“Symbol Of Salvation” deve esserci per forza. Quell’album è fuori dal tempo. Puoi ascoltarlo oggi ed è ancora buono come quando è stato rilasciato. È come se non fosse quasi invecchiato. Penso che sia un classico di tutti i tempi.
Sì, quello ha occupa un posto speciale per tutti noi. Quell’album è stato un punto di svolta. Piò essere considerato anche una specie di resurrezione dalle ceneri, poiché eravamo impantanati, sia come persone che come band. Quindi quel disco aveva sicuramente e ha ancora una valenza emotiva per tutti noi che non andrà mai via. Ecco perché si distingue di sicuro.

Sembra che tu abbia avuto anche un periodo molto fruttuoso all’epoca perché hai fatto alcune demo con molte tracce fantastiche che non sono finite sull’album.
Sì, c’è stato un lungo processo di scrittura, prima che Dave morisse. Penso che avessimo scritto 24 canzoni o qualcosa del genere. E, sai, è stato un periodo molto produttivo, e penso per quello che eravamo musicalmente e quello adesso, sia stata una cosa molto importante per noi essere stati mollati dalla Chrysalis. Con il senno di poi, essere in grado di scrivere tutte quelle canzoni, ci ha costretti a sperimentare un po’. Alcune cose non hanno funzionato, ma alcune cose hanno funzionato bene e siamo stati in grado di affinare alcune peculiarità che penso che portiamo ancora con noi oggi. Quindi è stato un periodo di apprendimento importante per noi.

La Metal Blade è l’etichetta che viene associata agli Armored Saint, perché avete iniziato lì e ora siete di nuovo su Metal Blade, ma come sono stati gli anni su Chrysalis?
Sì, abbiamo iniziato con Metal Blade e poi abbiamo trascorso i seguenti tre o quattro anni con Chrysalis. E sai, è stato molto divertente ovviamente, perché abbiamo fatto tre dischi con produttori diversi in grandi studi. Abbiamo anche fatto molti tour, ma allo stesso tempo è stato impegnativo per noi perché eravamo molto giovani. Quando siamo stati messi sotto contratto, avevamo tutti 20-21 anni. È uscito “March Of The Saint” e non sapevamo nulla del mondo della musica. Il primo anno è stato probabilmente un grosso schiaffo in faccia. È tutto gioco e divertimento, ma è anche affari, sai. E all’improvviso abbiamo sentito che stavamo iniziando a perdere un po’ il controllo sulla nostra carriera. Avevamo dei manager e l’etichetta discografica che ci chiedevano di fare cose con cui forse non eravamo d’accordo, e improvvisamente abbiamo pensato: questa etichetta discografica pensa che siamo qualcos’altro. Volevano che fossimo un po’ di più un gruppo rock o metal commerciale. Abbiamo spiegato che amavamo il primo dei Def Leppard, ma non avremmo seguito la strada tracciata da “Pyromania”. E poiché eravamo una label americana, improvvisamente ci siamo sentiti un po’ intrappolati. L’etichetta non avrebbe mai pagato mai per noi un tour in Europa. Hanno sempre detto che era troppo costoso e che non ne sarebbe valsa la pena. Abbiamo detto loro che le nostre maggiori influenze provenivano dall’Europa e che dovevamo andare lì e suonare. L’etichetta ci ha impedito di andarci per quattro o cinque anni. È stato davvero un grosso errore. Ed eravamo davvero incazzati. Alla fine, sono venute fuori molte cose buone dall’essere sotto una major, ma anche molte cose cattive. Sono stati commessi molti errori e molte cose le cambieremmo se ci fosse data di nuovo la possibilità. Ma eravamo giovani e non capivamo che probabilmente avremmo potuto prendere un maggiore controllo della nostra carriera in quel momento. E quelle sono solo lezioni che impari.

Quindi non ti penti di niente?
È un po’ difficile da dire, quelle cose che chiami rimpianti, alla fine sono delle prove che devi superare per migliorare. Devi imparare, devi cadere, devi sapere come rialzarti. Sei più forte e stai meglio quando ne esci. Quindi è difficile dire che mi pento. È difficile dire che cambierei anche le cose negative. Perché poi farei altri errori. Voglio dire, chi attraversa la vita senza commettere errori? Nessuno. Quindi, sai, quelle sono cose prove che a volte devi affrontare, e forse in parte è stata una fortuna? Sfortuna, se vuoi definirla così.

Hai suonato in diverse band con molti grandi musicisti e hai anche vestito i panni di produttore, hai competenze e conoscenza davvero uniche, le potresti forse essere utilizzare quando ti ritirerai dalla carriera di musicista?
Non ho mai preso seriamente in considerazione il ritiro. Voglio dire, ci sono molti giorni in cui penso: perché lo faccio? Ma no, non ci ho mai pensato davvero. Mi piace davvero quello che faccio e mi piacciono le persone con cui scelgo di lavorare. Non lavoro con tutti. Faccio delle scelte e mi piace collaborare con persone che posso chiamare amici e persone con cui ho qualcosa in comune. Non mi piacerebbe farlo in un modo in cui fosse solo un mestiere e ritrovarmi a lavorare con qualcuno solo perché mi ha assunto per la mia conoscenza o qualcosa del genere. Devo davvero avere più punti di contatto. E questo è uno dei motivi per cui non sono mai diventato un produttore o ingegnere professionista, perché poi mi troverei in una situazione in cui sto prendendo un incarico solo perché ho bisogno di lavorare. Ho avuto la fortuna di militare in molte band diverse e in diverse situazioni in cui non ho mai dovuto scendere a patti. Quindi, per questo motivo non ho mai seguito quella strada.

Tygers of Pan Tang – Ruggiti dal passato

Tempo di ristampe in casa Tygers of Pan Tang. Non ci riferiamo ai grandi classici degli anni 80, ma a un disco molto più recente, quell’“Ambush” uscito originariamente nel 2012 per Rocksector Records. La nuova versione Mighty Music contiene quattro bonus track e un booklet arricchito dai ricordi dei protagonisti. Ed è proprio ad uno di questi, Jacopo Meille, che abbiamo chiesto di tornare indietro a quel fatidico 2012.

Ciao Jacopo, tempo di ristampe in casa Tygers of Pan Tang: la Mighty Music ha recentemente messo in commercio una nuova versione di “Ambush”, il secondo full length che ti ha visto protagonista nella fila degli inglesi. A otto anni dalla sua prima stampa qual è il tuo parere su questo disco?
Sono legatissimo ad “Ambush”. Quando ci fu confermato che Rodney Matthews avrebbe fatto la copertina ero felicissimo. Ricordo che ci inviò alcuni bozzetti proprio mentre eravamo in studio a registrare… Eravamo così felici delle canzoni che avevamo scritto per il disco. Sapere poi che avremmo lavorato con Chris Tsangarides ci dette ancora più motivazione.

Possiamo definirlo un momento cruciale nella storia delle Tigri, dato che segna l’uscita di Dean Robertson e il ritorno dietro la consolle di Chris Tsangarides?
Dean se ne è andato subito dopo il primo round di promozione del disco. Ma era ed è orgogliosissimo delle canzoni e delle registrazioni. Quando lo abbiamo informato che il disco sarebbe stato ripubblicato era felicissimo. Per quanto riguarda Chris, lo avevamo incontrato al Bang Your Head nel back stage nel 2011. Parlò a lungo con Robb confessandogli che ancora non aveva digerito il fatto di non aver potuto produrre ‘Crazy Nights’… quindi quando abbiamo iniziato a pensare al successore di ‘Animal Instinct’, lo abbiamo contattato subito. Il resto è “storia”, e per una volta con un lieto fine, nel senso che Chris ha potuto realizzare il suo sogno di produrre ancora una volta un disco dei Tygers of Pan Tang!

Nella mia recensione su Rockerilla ho scritto che la tua versatilità vocale ha permesso a questo album di essere più vario: ritieni di aver influenzato con il tuo ingresso il sound della band e come è cambiato il tuo ruolo in questi tanti anni di militanza nel gruppo?
Se ho influenzato il sound questo è successo in modo naturale. Nei Tygers tutti compongono: le melodie e i testi non sono solo miei ma nel caso di “Ambush” del contributo di Craig Ellis, il batterista, e di Dean Robertson. Di sicuro fin da “Animal Instinct” mi è stato chiesto di non aver paura di proporre e condividere le mie idee. Robb mi ha sempre invitato anche a sentirmi libero di “osare” anche nelle canzoni del repertorio storico. Di sicuro quello che senti negli ultimi dischi non mi è stato imposto.

La nuova edizione contiene delle bonus track, ti andrebbe di parlarne?
Ci sono quattro bonus track: un inedito, “Cruel Hands Of Time” che non è stato inserito nel disco all’epoca solo perché la scaletta ci sembrava perfetta con 11 canzoni. Ti dirò di più: per quella canzone avevo registrato un’altra versione con testo e melodia diverse, scritte da Dean e dedicate a Valentino Rossi e alla “sua” Duchessa. Purtroppo però nessuno di noi ha conservato o forse mai avuto una copia di quella registrazione… Le due canzoni dal vivo sono tratte dal concerto di Fismes del 2012; credo che fosse la prima volta che aprissimo un concerto con “Keeping Me Alive”. Infine abbiamo deciso di inserire una versione demo di “Rock’n’Roll Dream” per dare un’idea di come siamo soliti lavorare a distanza. La base è registrata del vivo in sala prove ed io ho cantato nel mio studio casalingo. È così che molte canzoni dei Tygers sono nate e si sono sviluppate.

Ho ricevuto il promo digitale, quindi non conosco la versione fisica del disco, però nelle note promozionale c’è scritto che il booklet è stato “rinforzato” con vostri contributi, confermi?Confermo: ognuno di noi, anche Dean, ha scritto un personale ricordo di quel periodo. Ed è interessante come ognuno abbia vissuto diversamente quell’esperienza.

Quali brani di “Ambush” hanno superato la prova del tempo e fanno ancora parte delle vostre scalette?
Abbiamo suonato almeno la metà dei brani di “Ambush” dal vivo, ma solo “Keeping Me Alive” è rimasta in scaletta dal 2012; per quanto mi riguarda continuerà a rimanerci fino al nostro ultimo concerto. Spero però di poter risuonare qualche altro brano, in particolare “Mr. Indispensable” che è la mia canzone preferita del disco e qualche altra…

Dato che siamo in vena di ricordi, farei un ulteriore passo indietro: quando hai scoperto i Tygers of Pan Tang? Ricordi qual è stato il loro primo disco che hai ascoltato?
Il primo disco credo sia stato “The Cage”; una copia usata nel 1984 comprata nello storico negozio Contempo di Firenze. Ricordo anche che subito dopo comprai “Spellbound” e me ne innamorai perdutamente al primo ascolto. Credo che il lato A di quel disco sia praticamente perfetto.

Ti va di tornare invece agli eventi che ti hanno portato dietro il microfono di questa gloriosa formazione?
È stata la mia prima e unica audizione. Novembre 2004, non ricordo se il 2 o il 4. A Darlington, nel nord dell’Inghilterra, la stessa città da cui David Coverdale partì con il treno per Londra nel dicembre del 1973… lo presi come un segno di buon auspicio, e dopo 16 anni credo proprio che lo sia stato!

Ti andrebbe di fare una mini classifica, dal basso verso l’alto, dei full length dei TOPT con te alla voce?
Domanda difficilissima perché ogni album ha un posto speciale nella mia memoria. “Animal Instinct” è il primo disco che ho registrato con gli inglesi e rimarrà sempre un momento importante della mia carriera; lavorare con con Chris Tsangarides per “Ambush” mi ha reso il cantante che sono e non potrò mai ringraziarlo abbastanza…”Tygers of Pan Tang” del 2016 lo abbiamo registrato a Newcastle negli storici Blast Studios ed ho ricordi così forti come la registrazione in diretta insieme a Micky di “Angel In Disguise”… una take sola come negli anni ’70… o il giorno che abbiamo registrato i cori di “Glad Rags” con un gruppo di fan scatenati; infine “Ritual” e il mio incontro con Fred Purser, un vero gentiluomo con il quale ho condiviso la mia passione per la birra, in particolare per le IPA… è davvero difficile stilare una classifica, è come chiedere a un padre qual è il suo figlio preferito?!

In chiusura, invece, ti chiedo: qual è il disco, tra quelli senza di te, delle Tigri che preferisci?
“Spellbound”, senza alcun dubbio!

Old Bridge – To Hell and back!

Il metal classico è vivo e vegeto. Il metal classico italiano, forse, anche di più. Gli Old Bridge hanno tirato fuori un lavoro, “Bless the Hell” (auto-prodotto con distribuzione Black Widow Records), che ha messo d’accordo tutti gli amanti dei suoni più tradizionali. Incuriositi dalla bontà di questo disco, abbiamo contattato la cantante Silvia Agnoloni.

Ciao Silvia, il vostro nome – un chiaro tributo alla città di Firenze – attualmente, se non erro, è al centro di una disputa con alcuni ex membri del gruppo: ti andrebbe di fare chiarezza su questo aspetto e presentare l’attuale line up della band?
Oltre due anni fa, con la fuoriuscita di uno dei membri della band, fu preso il preciso accordo con cui il gruppo composto dagli altri quattro membri, che avrebbe portato avanti il progetto musicale, avrebbe anche, ovviamente, mantenuto il nome originale. Poco dopo, però, questa persona ha riformato una propria band riprendendo lo stesso nome e questo, chiaramente, ha generato in un primo momento un po’ di confusione tra i  nostri follower. Non tutti, infatti, sapevano della divisione e quindi risultava difficile attribuire correttamente le varie produzioni musicali realizzate da ciascun gruppo. E’ una situazione che comunque adesso si è abbastanza normalizzata, perché in questi due anni abbiamo fatto percorsi professionali molto diversi, e questo è sempre più evidente, ancor più adesso che siamo in procinto di realizzare il secondo album. In ogni caso, dispute non ce ne sono:  il nome non è rivendicabile da nessuno in quanto riferito ad un monumento artistico e quindi di uso comune. Lasciamo che siano i percorsi professionali a fare la differenza. Riguardo l’attuale line up, ci sono alcuni cambiamenti rispetto alla formazione che ha realizzato il disco che annunceremo a breve, adesso che siamo in procinto di riprendere l’attività live. Punti fissi della band restano io, alla voce, e Shinobi, al basso, a cui si è aggiunto Alessandro Berchicci Soave alla chitarra solista e ritmica.

Il vostro sound mi sembra ben bilanciato tra elementi che si rifanno alla NWOBHM e alla scena epic americana. Questa miscela poi viene riletta in chiave italiana. Sei d’accordo con me?
Sinceramente non abbiamo un riferimento preciso a cui rifarci, perché ognuno di noi ha portato nel gruppo la propria lunga esperienza e con essa i propri gusti, che per forza di cose hanno influenzato in modi diversi il nostro sound. Fin da subito abbiamo deciso di non limitare o etichettare il sound del gruppo, ma di seguire quella che è l’ispirazione del momento. Pertanto nel disco si trovano tanti richiami a generi diversi, compresi appunto il NWOBHM e l’epic americano, ma cercando sempre di mantenere una forte impronta italiana, che ci deve essere perché siamo rappresentanti del metal italiano, una realtà che fatica a farsi conoscere, eppure estremamente valida. L’italianità si trova soprattutto nei testi e nelle atmosfere ispirate alla Divina Commedia, nonché nei richiami a gruppi della nostra tradizione come Death SS e Sabotage; l’influenza americana, invece, emerge nella potenza del suono, da cui non si può prescindere: facciamo metal, non pop!

Ammetto che non ho una particolare passione per le voci femminili del metal odierno, preferisco maggiormente quelle più rudi come quella tua, Silvia, che mi ricorda Doro o Leather Leone, dalle quali però ti distingui per delle influenze bluesy che gli altri due nomi da me citati non hanno. Forse la tua ugola è uno degli elementi che maggiormente caratterizzano e rendono unica la vostra proposta. Che ne pensi?
L’accostamento a nomi come Doro e Leather Leone mi rendono particolarmente orgogliosa ed emozionata, trattandosi di due donne simbolo del metal che hanno aperto la strada anche alle altre che poi si sono cimentate in questo genere. Riguardo alla particolarità della timbrica della mia voce, penso che non sia dovuta solo a caratteristiche naturali, ma anche alle mie esperienze musicali che hanno spaziato fra tanti generi differenti, oltre a quello metal, e che ho avuto modo di  sperimentare. Ecco il perché della venatura rock blues che persiste e che fortunatamente è diventata un tratto di originalità. Ritengo, però, che la singolarità delle nostre canzoni, prima ancora che dalla peculiarità della mia voce, sia data dai testi: sono testi pensati, ricercati, con un intento ben preciso. In essi racconto le mie riflessioni, le mie inquietudini e tutta la emozionalità propria di ogni essere vivente. Ecco, vorrei che fosse questo il punto di forza della nostra produzione musicale.

Qual è il ruolo della donna oggi nel metal, ambiente storicamente prettamente maschile salvo alcune eccezioni?
Intorno agli anni ’80 è innegabile il predominio della  voce maschile nel metal, e il ruolo della donna pareva relegato quasi a quello di groupie; non mi sento di dire che la responsabilità di questo sia da attribuire solo ed esclusivamente agli uomini o alla mentalità che si era sviluppata. Ritengo che le donne stesse per tanto tempo non abbiano avuto il coraggio o non si siano sentite in grado di proporsi al pubblico e così siano rimaste nell’ombra anche per propria scelta. La Musica dovrebbe andare sempre oltre la distinzione di genere; non esiste musica maschile e musica femminile, ma esiste “buona musica” che sia gli uomini che le donne possono realizzare. Personalmente non ho mai avvertito la sensazione di venire accettata con delle riserve in quanto donna, anche se una volta, dopo un concerto, un ragazzo mi avvicinò e nel complimentarsi mi disse “Sei proprio brava, canti come un uomo!” [ridendo]. Ma è innegabile che una discriminazione ci sia stata; col tempo le donne si sono ricavate un loro spazio diventando protagoniste nel metal symphonic o gothic; più recentemente abbiamo assistito ad un’inversione di tendenza per cui troviamo molte donne che si cimentano nel growl, tecnica vocale che rende il risultato canoro quasi indistinguibile fra i generi. A mio parere anche seguire questa tendenza, quasi di massa, è un limite alle reali potenzialità vocali di un’artista, perché se prima la donna era limitata nell’ambito del semi-lirico, lo stesso avviene col growl, senza osare mai nelle tonalità più rock. E mi chiedo, perché no?! Potrei dire loro che è ora di far… sentire la nostra voce!

Altro elemento che mi ha colpito in “Bless the hell” sono le tastiere di Beppi Menozzi. Quale credi che sia stato il suo apporto alla riuscita del vostro disco?
Il grande Beppi Menozzi, tastierista de Il Segno del Comando e degli Jus Primae Noctis, e soprattutto amico, ha dato un contributo importantissimo al nostro disco. In realtà noi siamo nati come gruppo con due chitarre ritmico/soliste e quindi la tastiera diventava un surplus che poteva rischiare di saturare troppo i pezzi. La scelta, invece, si è rivelata vincente, perché lui, con quel suo gusto prog, ha saputo dare un tocco molto originale e quel qualcosa in più ad ogni brano. Pur non trasformandosi in uno strumento fondamentale, la tastiera ha dato un contributo importante alle canzoni donandogli personalità. Col senno di poi, avremmo voluto le tastiere un po’ più alte sul disco, ma abbiamo avuto un po’ paura perché era la prima esperienza in tal senso e non sapevamo prevedere il risultato. Ma il lavoro fatto da Beppi è veramente bello, e infatti porteremo le tastiere nei prossimi live usando le basi perché i pezzi siano più completi. In tante canzoni danno veramente quel sound, quell’atmosfera caratteristica che le chitarre e gli altri strumenti da soli non riescono a creare. D’altronde non è una tastiera qualunque, è la tastiera di Beppi Menozzi!

Parliamo più nel dettaglio di “Bless the Hell”, come e quando è nato?
La storia di “Bless the Hell” è particolarmente travagliata! Basti dire che per registrare il disco sono occorsi due anni, due anni in cui ci sono stati cambiamenti di line up, registrazioni, ri-registrazioni, aggiunte, epurazioni e cambiamenti vari. I pezzi sono nati nell’arco di sei anni e naturalmente quelli che compongono l’album sono solo una parte di tutti i brani realizzati, abbiamo fatto una scelta. Quest’album era già pensato dal 2014, anno in cui uscirono i primi due promo  (“Rage in Paradise” e “The Time of Dream”). Le registrazioni del disco sarebbero dovute iniziare di lì a poco, ma per una serie di vicende sono state rimandate molte volte, al punto che sono iniziate alla fine del 2017. Questa “gestazione” così lunga forse ha generato canzoni che ad un primo ascolto possono sembrare scollegate fra loro, ma in realtà hanno uno storytelling comune molto forte, raccontano un percorso ben preciso,ovvero la discesa nel proprio inferno personale: ogni canzone rappresenta uno scalino verso quella discesa, un confronto con sé stessi. Probabilmente “Bless the Hell” è un disco un po’ particolare anche per i tempi di realizzazione così lunghi, così dilatati. Una canzone pensata sei anni prima, sul disco è risultata inevitabilmente diversa da come è nata. Quasi sicuramente se lo registrassimo nuovamente adesso, i pezzi subirebbero altre modifiche, ma è il momento di andare oltre, abbiamo tanta voglia di fare cose nuove ed è a queste che ci stiamo dedicando.

 “Angels Could Cry” e “Old Bridge” sono le due canzoni che ho maggiormente apprezzato, ti andrebbe di parlarmene?
“Angels Could Cry” è una canzone molto importante, direi fondamentale per quest’album. Nonostante sia un pezzo che esce abbastanza dagli schemi, sia come sound che come costruzione della struttura, posso constatare che sta ricevendo molti consensi. Come già detto, l’album parla dell’inferno personale di ciascuno e pertanto va a toccare varie sfaccettature della fragilità umana. In particolare, in “Angels Could Cry” si parla della dipendenza che può essere generata da vari fattori, non unicamente alcool o droghe, ma anche da qualcosa di più profondo, più mentale. Ogni forma di dipendenza è sbagliata, ogni forma di dipendenza genera una sofferenza interiore, ogni forma di dipendenza è talmente forte da poter far cadere e piangere chiunque, persino un angelo. Nell’immaginario comune, gli angeli sono quelli che ci disegnano da bambini: figure pure, bianche, intatte e alate, senza catene, superiori a noi. In “Angels Could Cry”,invece, vengono umanizzati e quindi diventano insicuri, corrotti, suscettibili anche loro alle nostre fragilità e di conseguenza sofferenti al punto di arrivare a piangere. Il pianto degli angeli è qualcosa fuori dalla nostra concezione dell’ordinario; colpisce proprio perché questi esseri vengono ritenuti superiori. Ma se anche un angelo può piangere, significa che proprio nessuno è esente dal cadere sotto le debolezze umane. Questo dovremmo ricordarci sempre, non solo per non ritenerci infallibili, ma anche per avere rispetto di chi precipita nell’inferno della dipendenza, di qualsiasi genere essa sia. Dal punto di vista musicale, c’è una particolarità nel ritornello, in cui abbiamo inserito un coro in tonalità baritonale. Ne è venuta fuori un’atmosfera molto sepolcrale, scura, malata anche, che penso sostenga bene l’argomento della canzone. Con “Old Bridge”, invece, si va indietro nel tempo, perché si tratta di un brano storico che qui viene proposto in una veste nuova: tributo a Firenze, al suo Ponte Vecchio e al Sommo Dante, con una delle sue citazioni più famose, pronunciata proprio sulle rive di un altro fiume fondamentale quale l’Acheronte, punto di passaggio fra il mondo dei vivi e gli Inferi. Nella mia visione, il mondo dei vivi e dei morti si fonde e si confonde, e coloro che attraversano il Ponte Vecchio per dirigersi verso gli Inferi non sono tanto i turisti che da tutto il mondo vengono ad ammirare il monumento; anzi, la bellezza di quest’opera serve da contrasto con lo squallore della vita dei più poveri, dei diseredati, dei derelitti, di coloro che vorremmo non vedere, che cerchiamo di ignorare. Sono loro che camminano su quel ponte dirigendosi verso il proprio inferno: vivi già morti per molti, come sigilla la frase finale “Noi stiamo morendo nella realtà”.

Il vostro nome non è l’unico tributo alla città di Firenze, il disco è un concept ispirato all’opera di Dante Alighieri. Già altre band in passato hanno trattato l’argomento. In cosa si distingue la vostra disamina del suo Inferno rispetto a quella degli altri?
Essendo tutti fiorentini e amanti del periodo che sta a cavallo fra il Medioevo e il Rinascimento, non potevamo essere indifferenti ad un’opera come la Divina Commedia ed in particolar modo alla sua prima parte, quella che parla dell’Inferno, che è sicuramente quella più forte, quella più intensa. Dante compie un viaggio attraverso l’Inferno che lo porta a confrontarsi con tutte le debolezze umane, e durante il suo percorso viene travolto da un carico di emozioni e reazioni altrettanto umane: paura, pietà, misericordia, compassione, ma anche sdegno e rabbia. Nel ‘300 il suo genio ha concepito e realizzato un’opera grandiosa ed anche coraggiosa, tant’è che gli è costata l’esilio. Per noi è un onore poterci ispirare a lui e mettere in alcuni momenti del disco chiari richiami che consistono non solo nelle parole riportate dalla Divina Commedia, ma anche cercando di ricreare ambientazioni simili. La copertina stessa del disco (opera di Paolo Puppo dei Will’O’Wisp), vede Dante in procinto di attraversare il portone degli Inferi da cui emergono demoni contorti. I suoi demoni. La differenza dagli altri gruppi che hanno tratto ispirazione dall’opera dantesca forse è proprio questa: il fatto che noi non ci fermiamo all’aspetto esplicito dell’Inferno, a Satana, alla dannazione. A noi quello che  interessa è la parte umana del Sommo Poeta e il viaggio che compie dentro di sé. E’ in questo Dante così umano che ci riconosciamo. Chiunque ascolti “Bless the Hell” è spinto a compiere lo stesso viaggio: entrare nel proprio inferno così come ha fatto lui, che si è addentrato nelle proprie debolezze, vi si è trovato faccia a faccia, le ha affrontate, ha cercato una soluzione ed è andato avanti in qualche modo “a riveder le stelle”. Un’opera di riscatto fondamentale che ci porta, infine, a benedire quell’inferno che ci ha resi quel che siamo adesso. Alla luce di tutto questo, penso che la nostra visione dell’Inferno dantesco ne esca più positiva, più costruttiva, meno limitata all’aspetto prettamente coreografico.

A livello tematico la vostra toscanità ha influenzato l’opera, ma credi che questo si esplichi in qualche modo anche nel vostro sound?
A livello di sound, in realtà, c’è stata una certa ricerca di quelle che potevano essere alcune sonorità e alcune strutture ritmiche del Medioevo e del Rinascimento. Ci sono dei punti in cui questa cosa si fa più evidente. La chiusura e anche l’inizio di “Bless the Hell” ne sono un esempio. Nell’intro di “Old Bridge”, una chitarra dal suono pulito quasi “liutistico” che si intreccia con una celesta, e quella marcetta che chiude la canzone, rimandano fortemente a quelle sonorità proprie di una Firenze a cavallo fra il Medioevo e il Rinascimento. In futuro probabilmente, oseremo di più attingendo nuovamente alle nostre radici. Guardando invece la realtà musicale toscana più recente, è chiaro che nel nostro sound si è trasferito anche tutto ciò che ci hanno insegnato i grandi gruppi con cui siamo cresciuti, fra cui i già citati Death SS e Sabotage, senza dimenticare la Strana Officina o i Dark Quarterer e tutti coloro a cui dobbiamo riconoscere il merito di aver aperto una strada non solo al metal toscano, ma a quello nazionale.

E’ tutto, a te la chiusura.
Fra le tante vicende avverse che ci sono capitate abbiamo avuto anche quella del Covid: il disco è uscito l’11 Gennaio del 2020 e di lì a poco c’è stata la chiusura di tutto. Quindi, con tanti concerti per l’Italia per promuovere l’album, con la collaborazione con la Black Widow appena avviata, siamo stati costretti a fermarci; anche se non del tutto, perché intanto abbiamo lavorato sui pezzi nuovi. Nonostante sia mancata tutta questa possibilità di presentare live il disco, fortunatamente sta andando abbastanza bene, ma ci manca il palco. A me particolarmente manca la possibilità di “raccontare” le mie storie, a tal punto che questa è diventata quasi una sofferenza fisica. Adesso sembra che ci sia il modo di ripartire con i concerti dal vivo e abbiamo già qualche data. Spero che la gente abbia ancora voglia di scoprirci, di ascoltarci e di apprezzare il nostro lavoro. Come già detto, nel frattempo stiamo lavorando all’album nuovo e sono molto contenta dei presupposti. Anche questo sarà un concept album, di cui non anticipo nulla per non rovinare la sorpresa, ma sarà qualcosa che seguirà con una nuova tematica, sempre profonda, sempre riguardante il proprio percorso interiore, le linee del primo “Bless the Hell”. Concludo con un invito rivolto a tutti ad ascoltare il metal italiano, che ha tanto da dire. Ci sono tante belle realtà da valorizzare, non limitatevi ai gruppi stranieri. Anche noi in Italia sappiamo fare Musica, sappiamo fare Metal. E lo sappiamo fare bene.

Ironthorn – Le leggende del rock

Ospiti di Overthewall gli Ironthorn, autori del secondo album “Legends of the Ancient Rock”.

Gli Ironthorn si formano ad Agrigento nel 2014. Quali sono le vostre esperienze musicali prima della fondazione della band?
Dunque proveniamo tutti da esperienze diverse e ci siamo trovati negli Ironthorn a suonare insieme per la prima volta, Maurizio prima di abitare in Italia è nato e cresciuto in Venezuela e poi è stato negli Stati Uniti, lì ha suonato in diverse band heavy e nu metal anche se è prevalentemente un appassionato di power metal. Luigi nasce artisticamente dal thrash metal e dal grunge avendo fatto parte tra Ribera e Messina di diverse band nell’ambito. Gabriele proviene prevalentemente dal blues anche se è un grande appassionato di progressive. Eliseo è un po il “conservatore” della band, adora i classici Deep Purple, Led Zeppelin e Black Sabbath, nasce come chitarrista e si adatta per questa nuova avventura a suonare il basso negli Ironthorn. Infine Antony che è un estimatore del nu metal, e che prima degli Ironthorn aveva avuto delle esperienze in ambito death e thrash metal.

Il vostro progetto musicale richiama il sound delle più famose band hard rock e thrash metal band del passato, quali gruppi sono stati la vostra principale fonte d’ispirazione?
Beh, ricollegandoci alla domanda precedente, proprio per le diverse esperienze che ognuno di noi ha avuto ne tempo anche le nostre influenze sono molteplici. Alcune di loro sono citate nel brano “Legends” dall’album “Legends of the Ancient Rock” che è proprio una sorta di tribute song ai grandi, di cui potete vedere il simpatico lyric video su YouTube in cui sono raffigurati in chiave fumettistica. Sono veramente tante le band che in questi anni ci hanno dato linfa vitale, dai Metallica, ai Maiden, Megadeth, Pantera, Led Zeppelin, Slipknot, Sonata Arctica e chiudiamo qua o questa domanda richiederebbe una decina di pagine!

Quali sono le tematiche che trattate nei vostri testi?
Le tematiche degli Ironthorn sono molteplici, si parte da esperienze di vita, e annesse osservazioni, racconti sentiti qua e la, amore, vita, morte, musica, società, quasi sempre con una sorta di atteggiamento avverso a certi schemi mentali. In “L.O.T.A.R.” il filo conduttore al quale è ancorato il concetto dell’intero album è la musica stessa, trattata con l’ausilio di famosi miti e leggende, dal classico mito greco, alla mitologia norrena, fino alle più blasonate leggende letterarie come Cthulhu e i lupi mannari. Questo vuole esaltare la natura epica nella musica stessa, ci serviamo insomma dei miti per parlare del nostro vero mito che è la musica, distaccandoci in parte da quella che è la narrazione o la morale del mito stesso.

Come si svolge la fase di composizione di un brano degli Ironthorn?
Beh, facciamo tutto nella maniera più classica, e cioè ci vediamo in saletta e cominciamo a buttare giù un po di idee. Solitamente partiamo da una base che noi definiamo “il pilastro”, che può essere un riff o una melodia creata da uno di noi o da tutti durante le prove, a questa base di sostegno ognuno di noi va ad imprimere il proprio carattere e il proprio stile creando così, quello che risulterà essere “lo scheletro” di un futuro brano che, seppur già abbastanza completo, ne andremo a rifilare e perfezionare certi dettagli e melodie durante la registrazione in studio.

Dopo “After the End”, il vostro primo lavoro in studio targato 2017, pubblicate “Legends of the Ancient Rock” due anni dopo. Cos’è cambiato nel frattempo e quali sono le sostanziali differenze tra un album e l’altro?
Una cosa che si può capire fin dal inizio è la miglioria nella produzione di “Legends of the Ancient Rock” rispetto al nostro primo lavoro, questo grazie soprattutto alla crescita in questo ambito del nostro produttore che altri non è che Maurizio! Un’altra cosa, che pensiamo sia la più importante è, che in questo album siamo cresciuti tutti musicalmente e ci siamo trovati tra di noi, creando così un legame di amicizia, e possiamo dire anche di fratellanza molto più forte, considerando anche quanto diversi siano i nostri generi musicali di provenienza. Abbiamo insomma trovato un intesa nuova, che ci permette anche dal vivo di dare il meglio di noi nella maniera più naturale. Infine ma non per questo meno importante, anche una altra piacevole novità, cioè la collaborazione con un artista d’eccezione, il grande Roberto Tiranti alias Rob Tyrant degli insuperabili Labyrinth.

In che modo il lockdown ha cambiato i vostri progetti riguardo i live? Avete approfittato di quel periodo per comporre?
La quarantena purtroppo ha cambiato tutti i nostri progetti, all’inizio di quest’anno stavamo giusto pianificando delle nuove tournée per il 2020 in Italia ma anche in giro per l’ Europa, naturalmente siamo stati costretti a fermarci e annullare tutti i progetti, sperando che il 2021 sarà un anno più propizio e porti aria nuova in un settore particolarmente colpito dagli effetti economici di questa triste situazione. Ovviamente non siamo stati con le mani in mano ma ne abbiamo approfittato per riorganizzare diverse idee nuove per progetti futuri , abbiamo realizzato con ovvi limiti fisici anche un video casalingo di “Seed of Fire”, e cui siamo messi a lavoro su un brano cover che ci è stato richiesto, per la realizzazione di una compilation tribute ai Tiamat.

Avete un rapporto diretto con il pubblico che vi segue? Siete voi a gestire le pagine social che riguardano la band?
Sì assolutamente, noi abbiamo gli accessi diretti con tutti le nostre pagine social, quindi se qualcuno ha bisogno di contattarci, può farlo tranquillamente sul sito principale o Facebook.

Dove i nostri ascoltatori possono seguirvi? Potete seguirci principalmente su questi siti:
Facebook: www.facebook.com/upIronthorn, Website: www.ironthorn.it, YouTube: www.youtube.com/channel/UCe1orAoNIkra_NRfKY-Q2nQ, Instagram: www.instagram.com/ironthorn_official

Grazie di essere stati con noi
Grazie a voi! è stato un grande piacere parlare con te e speriamo vederci presto!

Trascrizione dell’intervista rilasciata a Mirella Catena nel corso della puntata del 4 Giugno 2020 di Overthewall. Ascolta qui l’audio completo: