Gengis Khan – La via del lupo

Nonostante un moniker che si rifà a un grande personaggio del passato, i Gengis Khan non stanno lì a rimuginare troppo sul proprio di passato, anzi preferiscono di disco in disco sperimentare nuove soluzioni. L’ultima uscita della band italiana, “Possessed by the Moon”, ha un approccio ben più melodico rispetto alle due precedenti uscite del gruppo, ma non per questo meno epico.

Benvenuto Frank, il vostro album di debutto si intitolava “Gengis Khan Was a Rocker”, sono passati nove anni da quella pubblicazione, ma non direi che l’imperatore mongolo abbia cambiato gusti musicali, stando a quanto contenuto nel vostro nuovo lavoro “Possessed by the Moon”!
Ciao e saluto tutti i lettori di Raglio del Mulo! Beh, direi di no, oserei dire quasi che i suoi gusti si sono un filo estremizzati rispetto al primo album che direi quasi era più un demo che un album. Ma è bello cosi al inizio.

Oltre ai gusti musicali, credi che in qualche modo ci sia una sorta di filo ispiratore che unisca la pianura mongola e la vostra pianura padana?
Per certe angolazioni potrebbe sì assomigliarci. Ma è lo spirito di chi ci abita che assomiglia, a mio parere, molto di più a quello del popolo mongolo per la tenacia di chi non si arrende mai.

Il protagonista del vostro nuovo album è il lupo, lo richiamate nel titolo, fa bella mostra di sé sulla copertina e nel nome del brano “Possessed by the Wolf”. Cosa rappresenta nell’album il lupo? E ha anche un valore simbolico nelle vostre vite?
Siamo stati ispirati dalla grande leggenda del lupo blu. Ho letto recentemente l’epopea del lupo blu della steppa di Homeric pubblicato da Rizzoli e questo mi ha ispirato nel creare un racconto mistico tra leggenda e realtà, con dettagli, tra le righe, che ritraggono anche situazioni di vita reale e quotidiana. Ma allo stesso tempo creano un concept tra “Possessed by the Wolf” e “Possessed by the Moon”. 

Hai dichiarato “Canzoni come “Possessed By The Wolf”, “The Wall Of Death” e la ballata “Eternal Flame” sorprenderanno i nostri ascoltatori. Ci sarà più melodia e le tastiere hanno un suono enorme!”. Avevate programmato questi cambiamenti oppure la mutazione è avvenuta in modo spontaneo?
La mia band metal preferita sono i Vanadium e ho sempre adorato le tastiere, semplicemente però non ho mai incontrato un tastierista con il quale legare. Con l’entrata in formazione di Lee Under tutto è cambiato, lui è colui che diede il nome alla band nel 2012, prima era il nostro merchandiser/roadie, da qualche anno a sta parte si è specializzato nelle tastiere e cosi non potevamo scegliere di meglio, visto che era già della famiglia. Devo dire che ha un ottimo talento nel leggere il ruolo adatto delle tastiere al interno dei nostri brani, siamo molto soddisfatti.

In qualche modo la scelta di Simone Mularoni ha inciso su questa nuova direzione?
No assolutamente, anzi lui ci preferiva senza. “Colder Than Heaven”, il nostro precedente album pubblicato dalla francese Steel Shark Records ne era completamente privo e tirava più sullo speed metal/thrash. Elementi che anche in questo album sono presenti, ma devo ammettere, in maniera nettamente ridotta.

Il pubblico metal non sempre è aperto ai cambiamenti, non temi che la cosa possa infastidire i vostri seguaci?
Sì, questo lo sappiamo bene, ma noi siamo quello che siamo, non amiamo troppo mantenere intatto il nostro sound da disco a disco. Spero che in futuro avremo modo e maniera di dimostrarlo sempre più frequentemente di modo che i fan si riescano ad abituare a questo standard evolutivo.

Da uno dei tre brani da te citati in quella dichiarazione, “Possessed by the Wolf”, è stato tratto un singolo con relativo video. Come è nata la clip?
Tutto è nato da una mia idea di sceneggiatura nel periodo natalizio, abbiamo cercato di far sì che il video potesse rispecchiare passo a passo il contenuto della canzone. Ci sono stati diversi attori che hanno partecipato e fu fantastico che, dopo i festeggiamenti vari, il giorno dopo ci eravamo contagiati tutti di Covid, con incluso un mal di testa da vino rosso: really heavy! 

Lo scorso 23 aprile al Sidro Club Savignano sul Rubicone avete presentato i nuovi brani, cosa avete provato a suonarli davanti al pubblico?
Direi che è stato fantastico, il locale era pieno ed eravamo emozionati, pensa che ho venduto un vinile di “Colder Than Heaven” ad un rapper di passaggio, non lo scorderò facilmente… ahah!

Avete altre date in programma?
Stiamo lavorando per cercare di riuscire a portare in Europa “Possessed by the Moon” dopo l’estate, tra autunno inverno. Ci manca molto il sapore della strada, tra pandemia e nascita della mia bambina nel 2018, è molto tempo che non calpesto i palchi oltre il confine  italiano. Per cui mi auguro che riusciremo nell’intento! Giuseppe,  ti ringrazio infinitamente per la bellissima intervista e mando un saluto a tutti i lettori! Keep the faith!

Road Syndicate – Capitolo secondo

Tornano su Overthewall i Road Syndicate, freschi autori di “Vol. II”, con la partecipazione straordinaria dello scrittore Francesco Gallina!

Ciao a tutti voi e bentornati!
Lorenzo: Ciao Mirella. È un piacere per tutti noi parlare di nuovo con te.

Vi abbiamo già incontrato per la pubblicazione di Smoke, il vostro album di debutto.
Rieccovi con un nuovo album e una formazione rinnovata. Quali sono le novità salienti che riguardano la band?

Fabio: La novità più importante è l’ingresso di Pierluigi “Jonna” Coletta. Inizialmente come chitarrista ritmico e poi come bassista. Fa parte della “famiglia” da sempre perché anche con lui ci conosciamo da trent’anni e noi tutti abbiamo suonato con lui e collaborato in diverse band. Lorenzo: Oltre alla novità in formazione, un cambiamento sta nel songwriting del disco. “Vol. II” è un lavoro molto più corale. Durante il lockdown abbiamo avuto modo di scambiarci idee, parti di canzoni e testi. Quindi tutti abbiamo partecipato alla stesura di quelli nuovi. Inoltre, il materiale era parecchio e ci siamo potuti permettere di scegliere quali brani mettere nel disco e quali tenere per i prossimi lavori.

Citiamo la line up completa?
Lorenzo: Certamente. La nuova formazione della band è: Lorenzo Cortoni – voce e chitarra ritmica; Fabio Lanciotti – chitarra solista e backing vocals; Pierluigi “Jonna” Coletta – basso e backing vocals e Cristiano Ruggiero – batteria.

Mi rivolgo a Francesco. Il brano di apertura del nuovo album è ispirato ad uno dei tuoi libri, qual è il titolo e ci racconti com’è andata?
Francesco: Ciao Mirella. È nato tutto dalla mia richiesta a Lorenzo di preparare alcuni teaser promozionali per “Dipinto Sull’Acciaio – del rapporto tra heavy metal e pittura”, il mio ultimo libro. Collaboravamo già insieme dal lancio di “Smoke” e quando gli ho chiesto se aveva qualche jingle originale da poter utilizzare per i miei promo, mi ha sottoposto un riff di Fabio che non era ancora stato usato per i Road Syndicate, ma “girava” da tempo in sala prove. Visto anche il successo di questi piccoli video, che hanno fatto migliaia di visualizzazioni, abbiamo convenuto che si trattava di un riff che doveva per forza diventare una canzone. Fabio lo ha quindi sviluppato e arrangiato, mentre Lorenzo gli ha costruito addosso un testo ispirato al mio scritto. Così è venuta fuori “Take me Higher”, la canzone di apertura dell’album. Un brano che, oltretutto, diventerà anche un video.

Il suono che siete riusciti ad ottenere con “Vol. II” possiede quel calore che il rock trasmette da quasi settant’anni e che purtroppo ultimamente si tende a trascurare. Credete che l’aver prodotto personalmente questo album e il mancato utilizzo di troppi “trucchetti” digitali siano il segreto alla base del risultato ottenuto?
Fabio: Pure “Smoke” è stato autoprodotto, anche se lavoriamo con una etichetta discografica (Orange Park Records). Del resto anche il primo album è figlio della stessa filosofia: backing tracks registrate in presa diretta, dal vivo, no correttori di intonazione, nessun simulatore di ampli e nessun trigger sulla batteria. E, soprattutto, nessuna concessione alla “Loudness War”. Stavolta, la differenza tra i due dischi risiede nelle risorse tecnologiche a cui abbiamo potuto attingere, oggi più importanti rispetto a due anni fa.

Per le registrazioni dell’album vi siete avvalsi della partecipazione di musicisti esterni alla band, da dove è nata questa esigenza e quali giovamenti credete abbia apportato al lavoro in fase di arrangiamento dei brani stessi?
Fabio: È molto semplice: la formazione allargata si era già esibita in diverse circostanze durante la promozione di “Smoke” ma, per una serie di motivi assolutamente fortuiti, non si era concretizzata nella realizzazione di quel disco. Stavolta la congiunzione astrale si è avverata e siamo riusciti a realizzare quel “big sound” che ci piace tanto. Con hammond, Fender Rodhes, Dobro, coriste e tutto il resto.
Lorenzo: La collaborazione con altri musicisti ci ha permesso di ampliare le possibilità sonore della band. L’aggiunta dell’hammond di Luciano Gargiulo, dei cori di Francesca Cinanni, Helena Pieraccini, Marco Battelli ed Emiliano Laglia, del dobro di Gabriele Sorrentino e del basso di Arianna De Lucrezia ci ha permesso di aggiungere venature più blues e gospel ad alcuni pezzi. Oltre al fatto che per me personalmente, suonare con Luciano e Francesca è un piacere che va avanti da anni ormai.

Dove i nostri ascoltatori possono seguirvi sul web?
Lorenzo: Siamo pressoché ovunque, da Facebook a twitter e instagram, oltre che sul nostro sito www.roadsyndicate.it, cercateci.

Francesco, noi ci sentiamo presto per la presentazione del tuo libro, un salutone ai Road Syndacate e alla prossima!

Francesco: Ciao Mirella. Sarà certamente un piacere discutere con te di Dipinto Sull’Acciaio e grazie per questo spazio.
Lorenzo: Ciao e grazie anche da parte mia per aver parlato di “Vol. II”.
Fabio: E mia, a presto e… rock’n’roll.

Ascolta qui l’audio completo dell’intervista andata in onda il giorno 31 gennaio 2022.

Gunjack – Il terzo impatto

Alfieri del più incontaminato heavy metal old school, gli italiani Gunjack hanno sfornato lo scorso 2 febbraio il loro terzo album in studio, “The Third Impact” (Neecee Agency). Lavoro che sin dal titolo evidenza le intenzioni bellicose del trio rappresentato in questa sede dal bassista\cantante Mr.Messerschmitt.

Benvenuto, è arrivato il momento di “The Third Impact”, che sin dal suo nome certifica che si tratta del vostro terzo album, quello che nella tradizione rock segna la maturità completa di una band. Ritenete che anche nel vostro caso sia così?
Ciao, innanzi tutto grazie per questa intervista. Sì, in effetti siamo molto soddisfatti di questo risultato. Abbiamo voluto definire al meglio il nostro sound – già in “The Cult of Triblade” si può sentire un cambiamento rispetto a “Totally…” – ma credo che questa cosa sia una normale evoluzione.

I vostri primi due album sono usciti quasi ad un anno di distanza l’uno dall’altro, mentre questo ha necessitato di una gestazione più lunga, come mai?
Purtroppo la pandemia non ha giocato a nostro favore: il materiale era praticamente pronto, ma il lockdown e, ovviamente, l’impossibilità di muoversi liberamente, ha fatto sì che optassimo per l’attesa di un periodo “leggermente” migliore. Già con il secondo album, che tra l’altro stava andando alla grande, abbiamo dovuto bloccarci causa Covid. Peccato.

Come e quando sono nati i pezzi che compongono il disco?
Ogni pezzo dell’album è un racconto di ciò che accade intorno a noi o di fatti storici che ci fanno riflettere. Cerchiamo di trattare diversi temi, come i problemi ambientali o quelli sociali, fino alla religione. E ovviamente, in puro stile Gunjack, ci piace maneggiare lo scomodo tema della guerra.

L’impressione generale che ho ricevuto fin dal primo ascolto è quella di un disco più diretto dei precedenti ma anche più oscuro. Voi invece come trovate il sound di “The Third Impact” in rapporto alle vostre precedenti uscite?
Hai centrato in pieno, quello è il risultato che volevamo: un album più oscuro. I temi trattati e le ritmiche che servivano per queste song non potevano essere come per esempio in “Totally”. Anche se poi le fondamenta rock’n roll ci saranno sempre. Cercavamo un sound più “grosso” e cattivo, e credo che ci siamo riusciti.

La triplice lama che vi identifica, e che è stata anche oggetto del titolo del vostro disco precedente, oggi la troviamo trasfigurata nel simbolo del pericolo biologico: quanto la stretta attualità ha inciso sulle canzoni di questa uscita?
Direi tantissimo. Ovviamente questa pandemia ha influito su tutto, ne senti parlare tutti i giorni a qualsiasi orario. E’ quindi normale che volente o nolente ne sei influenzato in molte cose che fai. L’immagine sulla copertina vuole però essere anche un modo per combattere questa negatività mentale: il triblade incarna la musica, che in questo caso è davanti al virus e lo combatte. Quindi mai arrendersi!

Siete degli alfieri della vecchia scuola, ma non dei nostalgici: come è possibile attualizzare l’heavy metal?
Siamo convinti che in primis bisogna suonare ciò che piace a se stessi. Sembra banalità ma non lo è: molto volte si decide su cosa “creare” in base a ciò che va in quel momento o ciò che si crede possa richiamare più persone. In realtà, siamo legati all’old school, questo è innegabile, ma nello stesso tempo non ci diamo dei limiti. Ognuno di noi ha delle proprie influenze che può usare per creare nuovi riff o arrangiamenti, cose magari, non proprio “standard” per il genere.

Di contro, cosa non deve mai mancare in un album heavy metal che si rispetti?
Beh, direi la chitarra tagliente, il basso pesante e la batteria che pesta a più non posso, ahahaha…

Visto che si parla di metal classico e voi siete un power trio, vi andrebbe di citare alcuni terzetti classici che vi hanno influenzato?
Se non dicessi Motörhead, qualcuno riderebbe, ehehe! Ma anche Sodom o Venom!

Torniamo all’attualità, anche se in piena emergenza forse bisognerebbe parlare di futuro che si spera prossimo: avete già dei programmi per la promozione dal vivo del disco?
Sì, ad ora abbiamo in programma il release party al Trani di Belgioioso, Pavia, il 4 Marzo ma stiamo lavorando per il calendario 2022. Incrociamo le dita!

Airborn – Live animals

Su Overthewall ospite di Mirella Catena, Alessio Perardi, leader e fondatore degli Airborn!

Bentornato, Alessio! La storia della band inizia con il promo dal titolo “Born to Fly” nel lontano 1995. In suo omaggio ogni anno proponete un festival che porta il suo stesso nome. Quanto pensi sia importante per una band, rimarcare e omaggiare le proprie radici e quindi la propria genesi?
Ciao Mirella, innanzitutto grazie per l’invito. E’ sempre un grande piacere tornare su Overthewall. Devo ammettere che forse non c’è stato, almeno consciamente, un tentativo di omaggiare le nostre radici, ma “Born to Fly” è sicuramente uno dei pezzi più conosciuti della nostra band, il pubblico si aspetta di sentirlo quando suoniamo e ha anche un titolo molto evocativo… quindi ci è sembrata la scelta perfetta quando cercavamo un nome per il festival. Suonarla come canzone di chiusura dell’evento è sempre molto emozionante!

La collaborazione con il produttore tedesco Piet Sielck e i suoi Iron Savior ha avuto inizio nel 2002 e prosegue ancora oggi. Il prossimo anno, ormai imminente, vi vedrà impegnati in un mini-tour in terra spagnola, proprio con la band tedesca. Con quali spirito vi apprestate ad affrontare questa nuova avventura?
Ovviamente incrociamo le dita, rispetto a questa nuova avventura. L’aggravamento della situazione Covid potrebbe farla saltare da un momento all’altro, ma speriamo che, anche se dovesse succedere, sia solo rimandata. E’ sempre un piacere suonare con gli Iron Savior che sono davvero dei grandi amici. Suonare in Spagna sarebbe anche molto importante perché la nostra etichetta, la Fighter Records, ha base proprio a Madrid. Vedremo cosa succederà. Ma ripeto, se non sarà possibile, l’appuntamento è solo rimandato.

Diversamente dalla maggior parte delle bands power, nei vostri testi affrontate tematiche legate alla fantascienza piuttosto che gesta cavalleresche o narrazioni storiche tanto care al genere musicale, raccontaci a questo proposito la trilogia legata al “segreto della lucertola”.
E’ vero, i nostri testi sono più che altro legati alla fantascienza e il motivo è che semplicemente mi piace moltissimo ed è sempre stata una mia passione, inoltre già nel lontano 1995, quando siamo nati, c’erano già tantissime band che affrontavano la tematica epic/fantasy con cavalieri, spade e dragoni. Mi pace molto anche il fantasy, ma sembrava una materia abusata. La trilogia di Lizard Secrets non fa eccezione, infatti i brani si dividono equamente fra storie sci-fi e altre più legate alla società e a temi attuali. Abbiamo finito proprio in questi giorni la pre-produzione dell’ultimo album della trilogia che speriamo possa uscire nel corso del 2022.

Ci racconti come nasce un brano degli Airborn?
Solitamente io compongo la musica per 8/9 brani e il nostro chitarrista Roberto ne scrive un altro paio, dopodiché ci aggiungo le parole e creo delle demo schematiche con la struttura e le linee vocali. A quel punto la nostra sezione ritmica, composta da Roberto alla batteria e Domenico al basso, aggiunge gli arrangiamenti adatti per trasformare il tutto in una canzone viva e vera.

Nel 2020 gli Airborn  hanno festeggiato i 25 anni di carriera, un traguardo che poche band italiane possono vantare, come vedi gli Airborn tra 25 anni?  
Molto più vecchi! Scherzo… sembra impossibile che sia già passato tanto tempo, considerando che abbiamo avuto un solo grande cambiamento nella line-up: i “giovani” Dome e Roby sono entrati nel gruppo più di 10 anni fa. Il che rende anche la seconda versione della band molto collaudata. Il futuro chi può dire cosa ci porterà? Penso che ogni nuovo disco sia più ricco e maturo del precedente. Certo, tra 25 anni alcuni di noi saranno ultrasettantenni, ma se avrò ancora un po’ di voce e saremo tutti in forma, si potrà ancora suonare, no?

C’è un sogno che vorresti realizzare con la band?
Sinceramente io spero di poter continuare come adesso: abbiamo dei fan meravigliosi, sparsi in giro per il mondo. Siamo molto fortunati. Se, nella nostra nicchia, riusciremo a restare rilevanti per chi ci apprezza, penso che il nostro sogno più grande si sarà avverato.

Diamo i contatti degli Airborn a nostri ascoltatori?
Certo, la parola chiave è “airbornband”: www.airbornband.com è il nostro sito web, www.facebook.com/airbornband la nostra pagina Facebook, http://www.youtube.com/airbornband la nostra pagina su YouTube e www.instagram.com/airbornband/ la nostra pagina su Instagram.

Grazie di essere stato con noi, ti lascio l’ultima parola
Grazie mille per questa chiacchierata e, per tutti i nostri amici là fuori, speriamo di poterci rivedere presto, magari a un concerto, in un mondo libero dal malefico virus! Grazie ancora.

Ascolta qui l’audio completo dell’intervista andata in onda il giorno 10 gennaio 2022.

Crohm – Paindemic live

Un album dal vivo è molte volte un’istantanea di un momento particolare nella storia di una band. I Crohm, che la loro storia l’hanno iniziata nel 1985, hanno deciso di immortalare un concerto particolare, quello andato in onda in streaming in occasione della rassegna “Les Hard Griots: narrazioni Metal e poetiche Rap sull’animo umano” in pieno lockdown. Un modo per trasformare la sofferenza in rinascita, come lascia immaginare il titolo “Paindemic Live”.

Benvenuto Sergio, direi di iniziare dalla stretta attualità, il vostro album “Paindemic Live”, registrato in occasione della manifestazione “Les Hard Griots: narrazioni Metal e poetiche Rap sull’animo umano”. Mi dareste maggiori dettagli dell’evento?
La Regione Valle d’Aosta organizza da più di 20 anni una rassegna culturale chiamata “Saison Culturelle” che vede svolgersi per diversi mesi spettacoli teatrali, concerti, danza ecc. Anche la “Saison” ha subito il Lockdown nel 2020 ma a inizio 2021, coraggiosamente, hanno deciso di provare a ripartire con una versione in diretta streaming senza pubblico in presenza, mediante la pubblicazione di un bando per proposte artistiche che non prevedessero un normale concerto o una normale pièce teatrale, ma qualcosa di nuovo. Il progetto da noi presentato prevedeva un doppio concerto metal con l’inserimento di un violino come quinto elemento della band, un concerto rap, la compenetrazione tra i due live, una bravissima ballerina di Pole Dance, che si è esibita durante la nostra performance, e alcuni attori che interpretavano un nostro brano in maniera teatrale. Musica, danza e teatro che convivevano insieme. Il nostro progetto è stato accettato e messo in cartellone.

Il disco si apre con degli applausi, anche se il live è stato trasmesso in streaming in assenza di pubblico. Immagino che questa scelta di inserire dei rumori ambientali abbia un valore simbolico, è così?
Suonare in diretta streaming senza pubblico è molto impegnativo, poiché non hai il riscontro ed il dialogo con il pubblico. E’ stato comunque un concerto in presa diretta, un vero live (se ascolti con attenzione ti accorgerai che alcuni errori ci sono e non sono stati corretti e il suono è bello grezzo) che è stato seguito in diretta streaming da oltre 7400 persone (me lo sono fatto ripetere 3 volte dal gestore della diretta, wow!!!), per cui abbiamo deciso di aggiungere il pubblico in fase di missaggio e l’abbiamo scritto chiaramente sulla copertina dell’album. Quindi vero live e vero / finto (!) pubblico! Ah! Ah! Se di significato simbolico vogliamo parlare possiamo dire che l’intenzione era quella di far sentire come sono veramente i Crohm in concerto e il “suono” del pubblico rende l’atmosfera ancora di più.

Vi siete esibiti con una formazione allargata, impreziosita dalle apparizioni di Flavia Simonetti (violino), Fabio Rean aka Fungo (voce) – Andrea Di Renzo (voce) aka Dj Sago. Come è stato lavorare con artisti provenienti da ambienti musicali diversi?
E’ stato veramente molto interessante e divertente! Flavia è un’amica e una musicista bravissima. Con lei abbiamo già collaborato in passato per “Legend And Prophecy” e ci ha pregiato della sua presenza in diversi concerti successivi. Sempre con l’idea di realizzare lo spettacolo all’interno delle linee guida del progetto per la Saison Culturelle abbiamo pensato al suo coinvolgimento, riscrivendo e riadattando molti brani in modo da rendere il violino un vero comprimario della chitarra e dare un sound unico a quell’evento rispetto al nostro standard. Per quanto riguarda l’incursione dei rapper, siamo in ottimi rapporti di amicizia con Fungo Zio. DJ Sago, a lui molto legato, è un musicista molto bravo con cui ci siamo trovati subito bene. Il resto è venuto molto naturalmente.

Come avete scelto i brani da inserire nella scaletta della serata?
Appena quest’anno ci si è presentata l’occasione abbiamo suonato in live. “Paindemic” è il prodotto di quel concerto. Nel titolo è racchiuso il dramma di tutti per la pandemia e la frustrazione di chi a vario titolo fa o lavora nella musica e ha patito questo lungo stop, soprattutto se è la sua fonte di reddito. In sostanza rappresenta la nostra voglia di tornare a suonare e un’opportunità di ravvivare l’attenzione anche su “Failure In The System”, che purtroppo è uscito a ridosso dell’inizio della pandemia, trovando un modo alternativo di promuoverlo a distanza di quasi un anno e mezzo dalla pubblicazione. Alcuni brani sono estratti dagli album precedenti, brani in cui avevamo già collaborato con Flavia. Il resto è sostanzialmente quasi tutto il nostro ultimo lavoro “Failure In The System” che per l’occasione ha avuto dei nuovi arrangiamenti in diverse canzoni per essere adatto alla presenza del violino come grande comprimario.

Oltre i vostri brani, troviamo anche “Post Fata Resurgo” donatovi da Fabio Rean aka Fungo. Come è nata questa ulteriore collaborazione?
Come ho detto poco fa siamo in ottimi rapporti di amicizia con il rapper/videomaker Fungo Zio e DJ Sago. Abbiamo pensato che la “forma spettacolo” proposta alla “Saison Culturelle” della Regione Valle d’Aosta avrebbe potuto ospitare un crossover di due generi distanti musicalmente ma a volte vicini nei contenuti e nella “rabbia” di esprimerli. Loro erano perfetti. Ecco che durante l’esecuzione di “Failure In The System” si sono aggiunti Fungo e Sago come coristi rap. E’ una canzone che restituisce una visone cupa di ciò che è l’uomo in rapporto alla natura e agli altri esseri umani. Tema intorno al quale ruota , con diversi aspetti, tutto il nostro album che porta lo stesso titolo. Un brano potente, ruvido, rabbioso. Proprio per questo non è stato inserito il violino ma abbiamo pensato di inserire il rap di Fungo e Sago. Noi abbiamo invece musicato in versione metal uno dei brani di Fungo, “Post Fata Resurgo”, aggiungendo una terza voce, la mia.


Il live del release party del vostro album “Humanity” fu registrato e trasmesso interamente dalla sede regionale radiofonica della RAI Valle d’Aosta. Non sono molte le band metal che hanno avuto il privilegio di esibirsi negli studi dell’emittente nazionale, come entraste in contatto con la RAI?
La sede regionale RAI della Valle d’Aosta ha generalmente un’attenzione particolare per la realtà musicale locale. I Crohm (insieme ai Kina) sono la band valdostana più conosciuta fuori dai confini regionali. Credo sia per questo che ci hanno proposto questa collaborazione, che abbiamo accettato con entusiasmo, e di cui ancora gli siamo grati.

Noi qui al sud ci lamentiamo spesso della difficoltà ambientali per chi fa metal, poiché per motivi geografici ci troviamo lontani dalle più grandi e attive città del nord. Voi provenite dalla Valle D’Aosta, una zona altrettanto periferica, questo vi crea problemi logistici o la vicinanza con il confine alla fine si tramuta in un vantaggio, garantendovi opportunità all’estero?
Come giustamente dici, anche noi siamo una zona periferica rispetto ai circuiti principali italiani. Per cui dobbiamo sempre spostarci per suonare verso Milano, Torino e il resto del nord Italia in generale. Per altri versi essendo in zona di confine ci è più facile “espatriare” verso i paesi limitrofi. Abbiamo infatti tenuto ad esempio alcuni concerti in Svizzera, che per noi è vicinissima.

Da osservatori dell’ambiente metallico italiano dal 1985, anno della vostra fondazione, come giudicate la stato di salute della nostra scena nazionale?
Tutto sommato la “scena nazionale” intesa come band mi sembra sempre vigorosa, grazie a tutti gli headbangers che tengono duro. Il vero problema in Italia, come era già negli anni ottanta, è la scarsissima attenzione dei media e del grande pubblico per il metal, con la conseguente quasi inesistente promozione radiofonica, tranne alcune radio specializzate, che determina la conseguente scarsa disponibilità dei locali ad organizzare concerti che non siano di bands già famose. In Italia, purtroppo, le masse sono tutt’ora legate soltanto alla musica melodica ultra-leggera. Non c’è stata mai un’evoluzione del gusto. La costante reiterazione di manifestazioni come San Remo o il Festivalbar lo dimostrano. E il business segue quella strada che, a mio personalissimo giudizio, è molto povera di contenuti musicali, ma fa cassa!

Il disco dal vivo in passato era uno spartiacque tra due fasi della carriera di una band, si chiudeva un’era e se ne apriva un’altra: è così anche nel vostro caso?
Per quanto ci riguarda non direi. La nostra nuova era si è aperta con la reunion del 2014, cui sono seguiti i nostri primi tre album in studio. Per noi il disco Live è stata più l’opportunità di metterci alla prova senza il comfort di uno studio di registrazione. Come dire, buona la prima… E devo dire che, nel nostro piccolo, sono soddisfatto! Inoltre è stato un modo per dare, a chi vorrà ascoltare “Paindemic”, la vera misura dei Crohm in una dimensione totalmente senza filtri.

Sainted Sinner – Coffee, whisky & rock’n roll

ENGLISH VERSION BELOW: PLEASE, SCROLL DOWN!

A poco meno di un anno dalla pubblicazione del loro ottimo terzo album “Unlocked & Reloaded”, i Sainted Sinners di Frank Pané tornano con il loro nuovo album “Taste It” (ROAR! Rock Of Angels Records), una grande raccolta di pezzi di classico hard rock.

Ciao Frank, solo pochi mesi fa ci siamo sentiti per il vostro album precedente “Unlocked & Reloaded”, oggi i Sainted Sinner hanno un nuovo full-lenght, “Taste It”. Stai vivendo una delle tue stagioni più stimolanti dal punto di vista compositivo?
Ciao Giuseppe, sì… è decisamente una stagione molto creativa e fruttuosa per noi. Abbiamo sfruttato la grande chimica che si è creata tra noi per “Unlocked & Reloaded” per diventare un team creativo molto efficiente, e ne sono davvero felice.

Il disco contiene brani scritti per “Unlocked & Reloaded” o sono stati composti solo per “Taste It”?
Tranne l’idea della canzone che è diventata “Never Back Down”, che è stata lasciata fuori ai tempi delle session di scrittura dell nostro secondo album “Back With a Vengeance”, tutte le idee erano nuove e maturate dopo l’uscita di “Unlocked & Reloaded”.

Pubblicare due album a pochi mesi di distanza, nel mezzo di una pandemia che ha bloccato le attività live, non è una mossa rischiosa?
Ad essere sincero non lo so. Ci sono come in tutto probabilmente pro e contro. Durante la scrittura di queste canzoni, tutto sembrava così naturale ed eccitante, quindi la nostra volontà era di condividerle con il mondo il prima possibile. Dal nostro punto di vista, trattenerle e aspettare non era proprio una cosa pensabile. Tuttavia questa è la nostra visione delle cose e ovviamente se la nostra nuova etichetta ROAR ci avesse detto di aspettare, ovviamente avremmo seguito il loro consiglio. Ma dato che anche loro erano d’accordo, abbiamo deciso di tirarlo fuori. Un altro buon effetto collaterale è forse che i fan del rock ci hanno ancora nel loro radar dai tempi di “Unlocked…”, quindi se gli è piaciuto l’ultimo, forse saranno felici di ricevere del nuovo materiale prima di quanto probabilmente si aspettassero.

Il titolo “Taste It” sembra un invito a fidarsi di voi, qualcosa come “dai, prova il nostro sound”…
Esattamente, questo è ciò che significa! E dato che avevo questa idea di una bottiglia di whisky con l’etichetta Sainted Sinners come tema per la copertina che ronzava nella mia mente da un po’ di tempo, mi è sembrata una decisione perfetta.

Con “Taste It” avete tagliato il traguardo del quarto album, siete soddisfatti del livello raggiunto dalla band? Quanto sei vicino all’idea che avevi dei Sainted Sinners quando hai deciso di iniziare questa nuova avventura?
Sappiamo tutti che questi sono tempi difficili per una “nuova” band e ovviamente ci potrebbero essere molti più album venduti, più visualizzazioni su Youtube, più stream, ecc… tuttavia da un punto di vista artistico sono davvero orgoglioso e felice di ciò che raggiunto nei nostri 5 anni di esistenza. 4 album e finalmente con il nostro 3° album siamo diventati una vera band e la gente ci ha riconosciuto come questo e non come un semplice progetto. Penso che abbiamo avuto la crescita naturale della consapevolezza del nostro ruolo nel mondo del rock e sono sicuro che questa cosa, così come noi come band, si evolverà ulteriormente con ogni uscita in futuro.

“Unlocked & Reloaded” è stato il frutto di una formazione nuova, la stessa che ritroviamo oggi su “Taste It”: pensi che nell’ultimo album ci sia stata una maggiore sintonia tra di voi?
Di sicuro. Anche senza incontrarci di persona prima che uscisse “Unlocked…” avevamo un’ottima intesa lavorativa, ma ora, dopo aver fatto più cose insieme, siamo diventati davvero una squadra e abbiamo potuto evolvere ulteriormente la nostra intesa lavorativa, e anche a livello personale ci piace molto stare insieme e avere una grande intesa.

L’album è stato il risultato di un lavoro di squadra o di idee individuali poi elaborate in sala prove?
È stato un lavoro di squadra, purtroppo non elaborato in sala prove, per ovvi motivi, ma attraverso la condivisione di file, tante sessioni di chat online e in cui ognuno ha portato le proprie idee e creatività. Questa è la prima volta in un album dei Sainted Sinners che le idee iniziali per le canzoni non sono venute solo da me, ma anche da Ernesto e Jack, quindi abbiamo davvero lavorando insieme come un team su queste canzoni.

Siete uno scrigno di perle di puro hard rock ma avete scelto di registrare la cover di un brano, “Losing My Religion” (REM), non proprio in linea con il vostro stile: come è nata questa particolare decisione?
Grazie mille, ci siamo detti che se avessimo fatto una cover allora non ne avremmo fatto una ovvia, ma piuttosto qualcosa di un genere diverso, che la gente non si aspetta e che possiamo personalizzare con parti riarrangiate, ecc… Avevamo alcune idee ma “Losing My Religion” mi è sembrato l’idea migliore per questo album e sono davvero felice di come sia venuta fuori. Suonarla sembra come suonare una canzone dei Sainted Sinners. Quindi abbiamo raggiunto il nostro obiettivo.

Possiamo aspettarci un nuovo album a breve o vi prenderete una meritata pausa?
Beh, abbiamo già abbastanza materiale rimasto dall’ultima sessione di scrittura che potrebbe bastare per un altro album. Abbiamo scelto queste canzoni per “Taste It”, perché pensavamo che garantissero un album con un buon bilanciamento generale tra le canzoni. Quindi c’è molto materiale di cui siamo entusiasti tanto quanto per le canzoni che sono finite su “Taste It”. Vedremo dove ci porterà “Taste It” e speriamo di poter fare molti spettacoli dal vivo per promuovere l’album, ma le cose come vedi sono già impostate per l’album numero 5.

Not even a year a after the release of their great third album “Unlocked & Reloaded”, Frank Pané’s Sainted Sinners are back with their new album “Taste It” (ROAR! Rock Of Angels Records), a great collection of songs by classic hard rock.

Hi Frank, just a few months ago we got in touch for your previous album “Unlocked & Reloaded”, today Sainted Sinner have a new full-length out, “Taste It”. Are you experiencing one of your most inspirational seasons?
Hi Giuseppe, yes…it’s definitely are very creative and fruitful season for us. We transported the great chemistry we had doing “Unlocked & Reloaded” towards becoming a very efficient writing team and i’m really happy about that.

Does the disc contain songs written for “Unlocked & Reloaded” or were they composed just for “Taste It”?
Except the song idea that became “Never Back Down” which was left over from the writing session for our second album “Back With a Vengeance” all ideas were fresh and written after the release of “Unlocked & Reloaded“.

Releasing two albums a few months apart, in the midst of a pandemic that has blocked live activities, isn’t that a risky move?
To be honest i don’t know. There are as with everything probably pros and cons. Everything when writing these songs felt so natural and exciting so our feeling was to share them with the world as soon as possible. From our standpoint to hold them back and wait wasn’t really a thing we thought about. However that’s our view of things and obviously if our new label ROAR would have told us to wait we of course would have followed their advice. But as they were also up for it we said let’s get it out. Another good side effect is maybe that rock fans still have us on their radar from “Unlocked…”, so if they liked the last one they are maybe happy to get some new material sooner than they probably expected.

The title “Taste It” seems like an invitation to trust you, something like “come on, taste our sound”…
Exactly, that is what it stands for and as i had this idea with a Sainted Sinners labeled Whiskey bottle as the cover motive buzzing around for some time it felt like a perfect fit.

With “Taste It” you have crossed the finish line of the fourth album, are you satisfied with the level reached by the band? How close are you to the idea you had of Sainted Sinners when you decided to start this new adventure?
We all know that these are difficult times being a “new“ band and of course there always could be more albums sold, more views on Youtube, more steams, etc….however from an artistic point i’m really proud and happy what we achieved in our 5 years existence. 4 albums and finally with our 3rd album we became a real band and people recognized us as that and not another project. I think we have a natural growth to our awareness in the rock world and i’m positive that this and also we as a band will further evolve with each release in the future.

“Unlocked & Reloaded” was the result of a new line-up, the same that we find today on “Taste It”: do you think that on the new album there is a greater harmony between you?
For sure. Even without meeting all together in person before “Unlocked…” was out we had a great working chemistry, but now after doing more things together we really became a team and could further evolve our working chemistry and also on a personal level we really enjoy being together and have an overall great alliance together.

Was the album the result of teamwork or individual ideas then elaborated in the rehearsal room?
It was a teamwork, unfortunately not elaborated in a rehearsal room, because of obvious reasons, but by sharing files, many online chat sessions and everybody bringing in his own ideas and creativity. This is the first time on a Sainted Sinners album that initial song ideas came not just from myself, but also Ernesto and Jack, so we really were working together as a team on these songs.

You are a treasure trove of pure hard rock gems but you have chosen to record the cover of a song, “Losing My Religion” (REM), not exactly in line with your style: how did this particular decision come about?
Thank you so much. We said if we do a cover then we do not an obvious one, but rather something from a different genre, that people not expect and that we can make ours with rearranging parts, etc… we had a few ideas floating around but “Losing My rRligion” felt the best for this album and i’m really happy how it turned out. Playing it feels like playing a Sainted Sinners song. So we reached our goal.

Can we expect a new album soon or are you getting a well-deserved break?
Well, from the last writing session we have already enough material left that could make up for another album and we picked theses songs for “Taste It“ , because we thought they make up for a good album with the overall flow between the songs in mind, so there is lots of material around we are as excited about as the songs we now put out on “Taste It“. We will see where “Taste It“ will bring us and we hope we can do many live shows to promote the album, but things as you see are already set for album #5.

Lucifer for President – Planet Lucifer

Ospite di Mirella Catena su Overthewall, N-Ikonoclast leader dei Lucifer for President, freschi autori di “Asylum” (My Kingdom Music)!

Benvenuto N-Ikonoclast!
Grazie Mirella ciao a te, e un saluto a tutto lo staff di Owerthewall e ai suoi ascoltatori.

Ti chiedo innanzitutto di parlarci della genesi della band e come si completa la line up attuale… 
I LFP, sono nati come mio progetto solista, era il 2017; all’epoca ero ancora felicemente sposato. Da molto tempo ero rimasto distante dalle scene, tranne una breve collaborazione con gli Aborym di Roma. Facevo il DJ metal e dark al Grind House di Padova e, oltre al mio lavoro, mi dedicavo alla mia attività di scrittore e poeta, senza mai scordare la mia chitarra, con la quale continuavo a registrare pezzi al PC. Tracce di matrice rock and troll, heavy metal grezzo e horror punk, dopo aver trascorso dieci anni negli Ensoph, e uno negli IsRain, in cui la proposta musicale era orienta verso l’industrial, metal, goth, prog… avevo bisogno di qualcosa di diretto, ideale da proporre un giorno dal vivo, se mai sarei tornato a fare musica. Non sono un polistrumentista, perciò un giorno mi decisi a mettermi in contatto con dei giovani musicisti, a ricoprire il ruolo di bassista, batterista e chitarrista; facemmo alcune prove, ma il chitarrista abbandonò subito, così (chiedere non costa nulla) mi azzardai a chiedere a Legione (Evol, Death Dies, Mad Agony e molte altre band). Ricordo ancora quando l’ho conosciuto, nel 93, mi tremavano le mani, ero e sono un fan sfegatato degli Evol. Con lui E Demian de Sabba, (il batterista) suonammo dei Death Dies, per alcuni anni, incidemmo un cd e un vinile, io ricoprivo il ruolo di chitarra solista. Con mia grande sorpresa, Legione accettò, e iniziammo subito a provare; le cose presero subito un’altra piega, diventammo una vera band, di cui legione è l’altro leader. Incidemmo così l’EP, omonimo “Lucifer For President”, come dicevo pocanzi, rock and roll, metal grezzo e horror punk, influenzato da band come Venom, Misfits, e Alice Cooper. Purtroppo, però riuscii a stringere tra le mani il CD solo mesi più tardi. Me lo portò Legione, mi trovavo ricoverato in una clinica Padova. Dopo che mia moglie mi aveva lascito, tentai per l’ennesima volta il suicidio, e questa volta ci misi sei mesi a riprendermi. Fui ricoverato per i miei problemi di depressione maggiore, disturbo borderline, abuso di cocaina e dipendenza cronica da alcol e psicofarmaci. Prima del triste episodio realizzammo due video “Lucifer for President”  e “We Are Rock and Roll Stars”, realizzammo alcuni live molto teatrali, e crudi, uno addirittura, in un palchetto abusivo all’autonomo di Imola, prima del concerto dei Guns and Roses”. Il video di “L.F.P.” scatenò un putiferio sul web, la curia di Padova mi mandò la scomunica… cosa che cadde come un pugno di mosche, in quanto sono sbattezzato, e il sindaco del mio comune, mi invitò a cambiare residenza. Durante la mia assenza, trascorsa girando tra psichiatria, clinica e comunità (dove non puoi tenere neppure il cellulare e sei tagliato fuori dal mondo) Legione, al contrario degli altri membri che si allontanarono, venne sempre a trovarmi. Una domenica, non ricordo l’anno, oltre all’EP, portò con sé un ragazzotto, Daniel, (ex bassista dei Mad Agony e Sex Addicction). Non so come riuscì a riporre fiducia in me, all’epoca magrissimo e ottenebrato dai farmaci, ma decise di darmi una chance, cosa che mi commuove ancora, così entrò nei L.F.P., ci rivedemmo solo qualche anno dopo. Il Batterista: Demian De Sabba (Ex Evol, Death Dies, Mad Agony) fu arruolato allo stesso modo di Legione, senza nessuna speranza di ricevere una risposta positiva… e, invece accettò.

 “Sex and Drugs and Rock’n’Roll” è il brano che abbiamo appena ascoltato ed è anche una celebre canzone del 1977 e successivo manifesto di più generazioni di rockers, pensate che ancora adesso non abbia esaurito la sua innegabile potenza e quanto ha influenzato la stesura delle liriche del vostro album?
Ti confesso che quando ho scritto questo pezzo, la mitica canzone di Ian Dury del 1977, non mi passò neppure per l’anticamera del cervello, comunque è una vera icona e, di sicuro, nonostante la becera scena musicale attuale, non esaurirà mai il suo messaggio di ribellione… fa parte della storia del rock and roll!

Il genere che proponete è uno scanzonato rock’n’roll, figlio dei Misfits e dei Motorhead, ma all’interno del vostro album troviamo una versione che reputo geniale e malsana di “Amandoti” di Giovanni Lindo Ferretti – CCCP. Come mai avete optato per un brano così impegnativo e chi è l’artefice dello smembramento sonoro di cui è stato vittima questo capolavoro di musica e poesia?
Una sera Legione mi propose di realizzare una cover di “Amandoti”, io rimasi perplesso e sulle prime, reticente. Di preciso mi chiese di cantare la canzone, in modo più fedele all’originale, ma di scrivere un testo, che lui avrebbe recitato alla fine di ogni strofa, mi spiegò a grandi linee cosa voleva trasmettere, in altre parole tutto il mondo di angosce e paure che io e lui viviamo rispetto a certi temi. La sera dopo gli mandai il testo e lui ne fu entusiasta. PS: a differenza di Gianna Nannini, avevamo colto che il grande Lindo Ferretti, non si riferisce a una persona, ma parla dell’eroina. 

Tempo addietro ho visto un fantomatico e divertente cartello elettorale che diceva espressamente “Vota Satana! Perché accontentarsi del male minore quando abbiamo la possibilità di scegliere il male assoluto!”, da dove nasce la vostra volontà di volere un Lucifero presidente e quale giovamento sociale potrebbe apportare?
Parlo a nome mio, io non appartengo a nessuna dottrina religiosa od ortodossia; seguo alcuni spunti della filosofia Luciferiana, ma all’interno della band nessuno è satanista, abbiamo in comune il gusto per l’horror. Siamo cresciuti divorando film di Dario Argento, Lucio Fulci, e certe produzioni di Pupi Avati, ascoltando i Goblin, era invitabile, che ciò si sarebbe rispecchiato nella musica, come era inevitabile che band come Venom, Celtic Frost, Bathory e Alice Cooper. La musica è sempre stata, demonizzata, a differenza di altre forme d’arte, in cui è successo più raramente, non so cosa abbia in testa la gente, ma dubito che dopo una giornata di riprese o di scrittura, personaggi come Dario Argento o Stefen King, se ne vadano in giro a massacrare il primo malcapitato. Comunque, per ritornare alla tua domanda, penso che se Lucifero governasse il mondo, arriveremmo a uno stadio di conoscenza e libertà, che non possiamo nemmeno concepire.

La fine di questo 2021 purtroppo ci ricorderà anche che il mondo del rock e dell’heavy metal saranno orfani di Lemmy da sei anni. Quanto pesa secondo voi la sua assenza e chi potrebbe essere il suo eventuale erede musicale?
Tutta la band adora i Mothorhed, Lemmy è uno dei miei idoli, come Ozzy e Nikki Sixth, spesso al mattino andando al lavoro, netto sullo stereo i Mothored, e una profonda tristezza mi coglie. Non ci saranno eredi, come non ce ne saranno per Freddy Mercury, Jim Morrison, o Ronnie James Dio.

Cosa c’è nell’immediato futuro della band?  
Sicuramente un video, un photoset, speriamo altri dischi ma soprattutto tanti live!

Diamo i vostri contatti sul web per i nostri ascoltatori?
Allora su Facebook la nostra pagina è https://www.facebook.com/LuciferForPresident, su Instagram cercate semplicemente il nome della band, o digitate presidentluciferfor.

Grazie di essere intervenuti, a voi l’ultima parola!
Grazie di cuore Mirella per l’occasione che tu e Radio Overthewall ci avete concesso, un’ abbraccio a chi si segue. Mi raccomando, pensate sempre con la vostra testa, e ovviamente rock and roll!

Ascolta qui l’audio completo dell’intervista andata in onda il giorno 1 Novembre 2021

Arthur Falcone – Straight to the stars 

Arthur Falcone, accompagnato da una formazione di tutto rispetto, ha rispolverato il moniker Arthur Falcone’ Stargazer per editare un gioiellino di tecnica è feeling. Abbiamo contattato il chitarrista per parlare del nuovo disco “Straight to the Stars” (Elevate Records).

Ciao Arthur, la pazienza è la virtù dei forti, ma certo attendere quasi dodici anni per veder fuori il nuovo lavoro dei tuoi Stargazer non è stato facile. Come mai ci hai messo così tanto?
Premetto  che tutto ciò non è stato facile. Il fatto è che  per completare un CD serve un bravissimo batterista e un cantante competente. Io suono anche il basso e la batteria,  ma in studio preferisco lasciare il posto ai professionisti. Oltre alla chitarra ho registrato il basso su quasi tutte le song e cantato i vari cori.  Il materiale per il  terzo  album era quasi pronto  un  paio  d’anni  dopo l’uscita del secondo.  In pratica, avevo già completato trequarti delle composizioni,  a fine 2014 era finita la stesura delle song, circa il  90% del progetto finale! Per completare definitivamente il lavoro poi ho perso qualche anno per trovare i musicisti giusti passando per altri che andavano, venivano,  interrompevano  a metà i lavori: ogni volta dovevo ricominciare dall’ inizio, ho perso anni! Il cd col mastering finale  era  pronto già tre anni fa,  ed è arrivato il covid che ha nuovamente bloccato tutto!

Quanto è cambiata la figura del chitarrista dal 1998 ad oggi, anno del tuo esordio solista?
La figura del chitarrista è mutata abbastanza, a livello underground ha trovato nuovi orizzonti e si è evoluta, mentre a livello commerciale è calata tanto. Restano pochi i nomi di spicco, anche se ce ne sono di bravissimi chitarristi in giro, specialmente in Giappone e America.

Sicuramente è cambiato tanto anche il mercato discografico, immagino che tu sia cresciuto ascoltando i dischi della Sharpnel Records, credi che oggi un’etichetta del genere potrebbe sopravvivere?
No lo escludo! Negli anni ‘80 il chitarrista virtuoso e famoso veniva considerato quasi come un calciatore di serie A! I cd e i vinili si vendevano alla grande, ora tra mode, generazioni nuove e tante altre cose l’interesse per la chitarra tecnica è calato! Uguale per cd e vinili! Specialmente parlando delle nuove generazioni! Questa è la mia opinione, poi c’è sempre chi ha ancora molta passione e motivazione riguardo a tutto questo!

Tu problemi di etichetta non ne hai avuti, anzi sei tornato a casa. “Stargazer” è stato prodotto dalla Virtuoso, sotto-etichetta della tua attuale label, l’Elevate Records: come è avvenuto questo ritorno alle origini?
Con i ragazzi dell’Elevate si era parlato di un eventuale futuro disco assieme, dato che la mia ultima etichetta ha avuto dei problemi nel far uscire questo lavoro, sempre e comunque per questioni riguardanti la pandemia, alla fine abbiamo deciso tutti assieme di comune accordo di realizzare questo passo!

Ti andrebbe di presentare l’attuale line-up degli Stargazer? E che apporto ti hanno dato i diversi membri durante la composizione del disco?
Masko Masnec / Titta Tani alla voce, Sergio Sigoni batteria, Fabio Macini al basso, Lucio Burolo alle tastiere, oltre a me alla chitarra. Di questi solo Titta e Masnec hanno cantato sul CD, a parte la scrittura dei testi di tre brani da parte di Rob Rock, le musiche, gli arrangiamenti, le composizioni  e le linee vocali sono farina del mio sacco.

Il disco è ricco di ospiti, ti andrebbe di presentarli?
Le special guest sono: Goran Edman (Ex Malmsteen), Mistheria (ex Bruce Dickinson, ora Vivaldi Metal Project), Rob Rock (Impellitteri),Titta Tani (ex Goblin), Alberto Rigoni (Vivaldi Metal Project).

Hai mai pensato a un collaborazione con tuo fratello Alex, magari per un disco a nome Falcone?
Sì, come no?! Sarebbe bello, mai dire mai!

Torniamo a “Straight to the Stars”, quale credi che sia il brano più tradizionalmente tuo come stile e quale invece quello meno riconducibile a te?
Domanda molto difficile, perché sono un musicista poliedrico e lo stesso vale come ascoltatore… Se proprio devo sceglierne uno ti direi: “Secret of Roswell”. Il meno riconducibile, non saprei…

In chiusura, il disco è uscito da qualche settimana, hai già avuto dei riscontri dal Giappone, terra che ti ha sempre dato grandi soddisfazioni in passato?
A dire il vero il cd non è ancora uscito, tranne che su piattaforma digitale. Sta comunque avendo già un buonissimo riscontro e interesse. Tantissime richieste di interviste, in diretta e non. L passano già sulle radio non solo qui da noi, ma anche e specialmente in tutte le parti del mondo! Come dici tu, la Terra Del Sol Levante mi ha sempre dato delle soddisfazioni, ai tempi del CD d’ esordio sono stato in classifica in Giappone sulla rivista Burnn. Mentre riguardo al magazine giapponese Young Guitar, nel mese di agosto 2021, sono stato incluso col mio secondo album,  Arthur Falcone’ Stargazer “The Genesis Of The Prophecy”, nella classifica mondiale tra i migliori 70 CD di metal neoclassico di tutti i tempi! Esattamente  all’interno della rivista il CD si è piazzato al trentottesimo posto. Ora attendiamo l’uscita fisica del nuovo lavoro  “Straight To The Stars”,  ha avuto nuovamente dei ritardi,  a metà novembre comunque sarà nei negozi! Stay tuned…e stay rock!

David Reece – Book of lies

ENGLISH VERSION BELOW: PLEASE, SCROLL DOWN!

David Reece (Accept, Bangalore Choir, Bonfire, Sainted Sinner) a pochi mesi di distanza dalla pubblicazione del suo album solista, “Cacophony of Souls”, è di nuovo fuori con un disco, “Blacklist Utopia” (El Puerto Records). Una fotografia senza fronzoli della realtà odierna.

Ciao David, “Blacklist Utopia” uscirà il 29 ottobre: ​​quali sono le tue sensazioni?
Saluti, beh, i miei sentimenti sono molto positivi per l’album. Sento davvero che abbiamo scritto e registrato un grande album e un grande seguito per “Cacaphony of Souls”.

Cosa significa veramente “Blacklist Utopia”?
E’ il modo in cui avverto il mondo intorno a me, specialmente i social media. Se hai un’opinione diversa da quella di un’altra persona, il tuo dissentire automaticamente viene definito con epiteti terribili. Se sei d’accordo, c’è un altro soggetto con opinioni differenti che ti attacca. Ho sempre pensato che un sano dibattito porti risultati positivi nella vita. Non tutte le aggregazioni hanno ragione su tutto. Quindi la mia interpretazione del titolo è che tipo di utopia cercano tutti? E quando gli viene detto che questa è utopia, ne saranno felici o verranno inseriti nella lista nera da altri?

Hai una lista nera personale?
No.

Quanto è stato importante Andy Susemihl per questo album?
Con Andy ho un legame musicale vero ed è mio amico da oltre 30 anni. Ha anche prodotto e mixato questo album e di nuovo Matt Fleischmann l’ha masterizzato al Mattsmix, sono tutti gli elementi funzionano molto bene insieme.

Ti piace lasciare liberi i musicisti che collaborano con te o preferisci avere tutto sotto controllo?
In realtà, in questo album il nostro bassista Malte Frederik Burkert ha scritto la maggior parte delle canzoni. Non ero davvero consapevole di quanto fosse talentuoso come cantautore fino a quando durante il Covid non ha iniziato a inviare demo e ho pensato wow! Questo ragazzo sa scrivere! Quindi ho trovato davvero facile collaborare con lui. E no, sento che tutti coloro che contribuiscono con le idee costruiscono di certo una canzone più forte, quindi do il benvenuto a tutti durante il processo creativo. Anche Jimmy Waldo e Roland Grapow hanno contribuito ad alcune canzoni.

In questo album c’è un tocco di Italia, Francesco Jovino alla batteria. Andrea Gianangeli è stato il batterista del tuo precedente album solista, “Cacophony of Souls”. Perché preferisci i batteristi italiani?
Sembra che io abbia con i batteristi italiani un ottimo feeling? Ho suonato con Francesco un paio di volte e ho sempre voluto realizzare qualcosa con lui, ha un grande talento.

È questo il tuo album più politico?
Politico? Beh, ci sono “Highway Child”, “Red Blooded Hell Raiser” e altri. Non sarei onesto se non ammettessi che sto esprimendo alcune delle mie opinioni politiche nei testi, ma come non potrei? Con quello che ho visto con il Covid, le elezioni, le rivolte e il fatto che ogni segnalazione che ricevi è di un’opinione diversa e fa sì che una persona si chieda cosa sia reale e cosa no, ovviamente sono stato colpito da tutto ciò e lo sono ancora.

La Bibbia è il libro delle bugie?
No, quella canzone in realtà parla di qualcuno che dice qualcosa e ne fa un’altra. Prima mi hai chiesto se avevo una lista nera, credo che tutto quello che posso dire è che non sopporto i bugiardi.

Hai realizzato il tuo sogno americano?
Sì, in molti modi, guarda la mia vita. Un Mr nessuno che si è ritrovato negli Accept e ha avuto la fortuna di continuare a cantare, scrivere e fare interviste con persone come te. Sì, ho vissuto e sto vivendo il mio sogno.

Ripensandoci, hai dei rimpianti?
Ovviamente, non li abbiamo tutti? Se non hai rimpianti, non sei onesto, ma è ciò che impari da quei rimpianti è che ti danno la possibilità di scegliere come migliorare te stesso e andare avanti.

Siete pronti a tornare in scena dopo l’emergenza pandemica?
Oh Dio, mi manca così tanto! È il motivo principale per cui sono nel circo del rock ‘n’ roll, l’empatia dal vivo è indescrivibile. Non vedo l’ora di tornare di nuovo alla normalità.

David Reece (Accept, Bangalore Choir, Bonfire, Sainted Sinner) a few months after the release of his solo album, “Cacophony of Souls”, is back out with a new record, “Blacklist Utopia” (El Puerto Records). A no-nonsense photograph of today’s reality.

Hi David, “Blacklist Utopia” will be released on October 29t: What are your feelings?
Greetings, well my feelings are very good about the album. I really feel we’ve written and recorded a great album and a great follow up to “Cacaphony of Souls”.

What does really mean “Blacklist Utopia”?
For me it’s myself watching the world around me especially social media. If you have a different opinion than another your automatically attacked being called terrible names etcetera. If you agree there is another element of opinions attacking you. I’ve always felt a healthy debate brings positive results in life. Not every group is correct about everything. So my take on the title is what sort of utopia is everyone seeking? And when they are told this is utopia will they be happy or blacklisted by others?

Have you got a personal blacklist?
No.

How important was Andy Susemihl for this album?
With Andy I have a real connection musically and as my friend for over 30 years. He’s also again produced and mixed this album and again Matt Fleischmann mastered at Mattsmix so the elements all work so very well together.

Do you like to let the musicians who collaborate with you free or do you prefer to have everything under control?
Actually on this album our bassist Malte Frederik Burkert wrote most of the songs musically. I really wasn’t aware of how  talented he was a songwriter until during Covid he started sending demos and I thought Wow! This guy can write! So I found it really easy to collaborate with him. And no I feel everyone contributing ideas only builds a stronger song so I welcome outside writing and the creative process. Also Jimmy Waldo and Roland Grapow contributed on a few songs.

In this album there’s a touch of Italy, Francesco Jovino on drums. Andrea Gianangeli was the drummer on your previous solo release “Cacophony of Souls”. Why do you prefere the Italian drummers?
It seems Italian drummers have a great feel? I have jammed with Francesco a few times and always wanted to play with him he’s a real great talent.

Is this your most political album?
Political? Well there is “Highway Child”, “Red Blooded Hell Raiser” and others. I wouldn’t be honest if I didn’t admit that yes I am expressing some of my views politically in my lyrics but really? With what I’ve seen with Covid, elections, riots everything and the fact that every report you get is of a different opinion and causes a person to wonder what is real and what isn’t yes. I obviously was affected and I still am by the worlds current affairs.

Is the Bible the Book Of Lies?
No that song actually is about someone saying something and doing another. You asked if I had a blacklist ,personally I believe earlier and all I can say is that I can’t stand liars.

Did you realise your American dream?
Yes, in many ways, look at my life. A nobody thrust into Accept and being lucky enough to continue singing and writing and doing interviews with people like you yes I’ve lived and am living my dream.

Looking back,  do you have any regrets?
Of course don’t we all? If you don’t have regrets your not being honest but it’s what you learn from those regrets that give you choices on how to better yourself and move forward.

Are you ready to back on stage after the pandemic emergency?
Oh God I miss it so much! It’s the main reason I am in rock ‘n’ roll the connection live is indescribable. I cannot wait to get back to normal again.