Gus G. – Into the unknown

Gus G. (Firewind, Ozzy Osbourne, Mystic Prophecy, Nightrage, Arch Enemy, Dream Evil) ha lanciato il suo progetto solista, che ha fatto il suo debutto ufficiale nel 2002, nel 1998. Dopo tre album a suo nome – “I Am The Fire” (2014 ), “Brand New Revolution” (2015) e Fearless (2018) – chiude il 2021 con un nuovo lavoro solista, “Quantum Leap” (AFM Records), che include 10 brani strumentali e un CD bonus “Live in Budapest 2018”.

Ciao Gus, come stai? È più difficile lavorare su un album da solista o su uno con la tua band principale, i Firewind?
Hey! Sto bene, grazie. Penso che ormai sia un po’ più difficile lavorare sugli album dei Firewind, dal momento che abbiamo già fatto nove album in studio e abbiamo creato un certo suono e stile. Quindi è una sfida realizzare grandi canzoni all’interno di un’area specifica che abbiamo sondato in lungo e largo. Gli album da solista in questo momento sono un po’ più divertenti per me, posso semplicemente fare quello che mi piace, sperimentare, collaborare con persone diverse e non preoccuparmi di un gruppo specifico di persone. Ma alla fine della fiera, sono entrambi miei bambini.

Come capsici se una canzone va bene per il tuo album solista o per la tua band?
Con i Firewind ovviamente non posso sperimentare troppo. Possiamo fare metal classico, o roba più veloce o talvolta brani hard rock più melodici. Quindi, qualsiasi cosa all’interno di quelle linee sarebbe accettabile per un disco targato FW. Con la mia carriera da solista, posso davvero adattarmi a qualsiasi altra cosa. Ad esempio, ora ho realizzato un album del tutto strumentale.


Quando hai iniziato a lavorare su “Quantum Leap” avevi le idee chiare sul suo contenuto o è venuto tutto per caso?
No, avevo la netta sensazione che avrei fatto un album strumentale. La cosa più difficile era quali idee si adattassero meglio e come sviluppare una traccia senza voce. Certo, ho scritto canzoni strumentali in passato, ma non è mai stato la specificità al 100%. Quindi, è stata un’esperienza divertente e istruttiva per me immergermi più a fondo in questo mondo.


Le canzoni mi sembrano strutturate per avere comunque delle linee vocali, è una mia impressione?
Immagino che significhi che ho fatto un buon lavoro con la creazione di melodie orecchiabili? Per rispondere alla tua domanda, no, non sono stati creati per la voce. Erano solo riff e idee che avevo e li ho sviluppati tenendo sempre in mente la chitarra. A volte ho provato a far suonare alla chitarra melodie che potessero essere cantate.

Qual è il tuo rapporto con la tua voce? Ti piace cantare?
Mi piace fare i cori, e lo faccio spesso nei Firewind e nei miei spettacoli da solista. Ma non credo di avere una voce così bella da essere sfruttata da cantante solista. Almeno lo credo! Ahah….

Hai raggiunto il tuo quarto album da solo, lo avresti mai previsto quando hai lasciato il Berklee College of Music dopo poche settimane?
Non avrei mai potuto prevedere tutte le cose incredibili che mi sarebbero accadute di lì in poi e che avrei avuto una carriera del genere quando ero alla Berklee! Sono davvero fortunato ad aver fatto un viaggio del genere finora.

Quali sono stati i tuoi della giovinezza? Hai comprato album strumentali?
Troppi davvero! Ero un grande fan di Yngwie, ma anche un grande fan di Satriani, Vai, Paul Gilbert, Marty Friedman, Uli Jon Roth, Michael Schenker, Gary Moore… la lista potrebbe continuare all’infinito. E sì, ho comprato album strumentali quando ero più giovane, ho collezionato la maggior parte delle cose che uscivano per Shrapnel Records.

Ti consideri un esempio per i giovani musicisti di oggi?
Non sta a me dirlo o giudicarlo. Faccio solo quello che faccio. Ma se la mia storia o la mia musica ispirano qualcuno a prendere in mano la chitarra, scrivere una canzone o perseguire il proprio sogno, mi dà gioia, è un onore e mi sembra di fare qualcosa di giusto.

La mia copia promozionale include un secondo CD, “Live in Budapest”: come è nata l’idea di un CD live bonus? La cosa ha che fare con l’attuale blocco di concerti?
È stata una mia idea che ho suggerito ad AFM Records, perché avevamo già un mix dello spettacolo a Budapest del 2018. Non l’abbiamo mai pubblicato, ad eccezione di un EP digitale due anni fa. Quindi, ho pensato perché non offrire un buon rapporto qualità-prezzo ai fan e regalare loro un album dal vivo insieme alla nuova musica? Penso che sia piuttosto bello. L’unico problema è che dovevamo limitarci alle canzoni di proprietà dell’AFM, dato che il mio catalogo è con un’altra etichetta e ovviamente ci sarebbero stati problemi legali. Per quanto riguarda l’attuale situazione dei concerti, spero solo di tornare sul palco il prima possibile!

Gus G. (Firewind, Ozzy Osbourne, Mystic Prophecy, Nightrage, Arch Enemy, Dream Evil) launched his solo project, that made its official debut in 2002, in 1998. After three albums under his own name – “I Am The Fire” (2014), “Brand New Revolution” (2015) and Fearless (2018) – he closes 2021 with a new solo effort, “Quantum Leap” (AFM Records), including 10 instrumental tracks and a bonus CD “Live in Budapest 2018”.

Hi Gus, how are you? Is it more difficult to work on a solo album or on one with your main band Firewind?
Hey! I’m fine thanks. I think it’s probably a bit harder to work on Firewind albums by now, since we’ve already done nine studio albums and have created a certain sound and style. So it’s a challenge to make great songs within a specific area that we’ve cornered ourselves. Solo albums at this time are bit more fun for me, I can just do whatever I like, experiment, collaborate with different people and not worry about a specific group of people. But they’re both my babies at the end of the day.

How do you feel  if a song is good for your solo album or for your band?
With Firewind I obviously cannot experiment too much. We can do classic metal, or faster stuff or sometimes more melodic hard rock tunes. So, anything within those lines would be acceptable for a FW record. With my solo thing, I can fit in anything else really. For example, now I made a full instrumental album.

When you started working on “Quantum Leap” did you have a clear idea of its content or did it all happen by chance?
No, I had a clear diea that I was gona go for an instrumental album. The thing that was the most hard was which ideas would fit best and how to develop a track without vocals. Sure I’ve written instrumental songs in the past, but it wasn’t my area 100%. So, it was fun and learning experience for me to dive in deeper into this world.

 The songs seem to me born to have vocal lines, is it just me?
I guess that means I did a good job with creating catchy melodies? To answer your question – no, they weren’t made for vocals. It was just riffs and ideas I had and I just developed them having the guitar in mind at all times. Sometimes I tried to make the guitar play melodies that can be sing-able.

 What’s your feeling with your voice? You like singing?
I like doing backing vocals, and I do that a lot in Firewind and in my solo shows. But I don’t think I have as great voice to be a lead singer. I wish! Haha….

You’ve reached your fourth album alone, would you ever have predicted that when you left Berklee College of Music after a few weeks?
I could have never predicted that all these amazing things would happen to me and have such a career since that time I was at Berklee! I’m really blessed to have had such a ride so far.

What were your heroes in your youth?  Did you buy instrumental albums?
Too many really! I was a huge Yngwie fan, but also huge fan of Satriani, Vai, Paul Gilbert, Marty Friedman, Uli Jon Roth, Michael Schenker, Gary Moore….the list goes on and on. And yes, I did buy instrumental albums when I was younger, I picked up most of the stuff that came out of Shrapnel records.

Do you consider yourself an example for young musicians today?
It’s not my place to say or judge that. I just do what I do. But if my story or my music inspires someone to pick up the guitar, write a song, or pursue his own dream, it brings me joy, it’s an honour and it feels like I’m doing something right.

My promotional copy includes a second CD, “Live in Budapest”: how did the idea of a bonus live CD come about? What to do with the current concert block?
It was my idea that I suggested to AFM Records, cause we already had a mix of the show in Budapest from 2018. We just never released it, except of a digital EP two years ago. So, I thought why not offer value for money to the fans and give them a live album together with the new music? I think it’s pretty cool. The only issue is that we had to be limited to songs that AFM owns, as my back catalogue is with another label and obviously there would be legal issues. As for the current concert situation – I just hope to return to the stage sooner than later!

Paradox – End of a legend

Le leggende non muoiono mai e, a volte, ritornano. I Paradox hanno ripreso il filo del concept lasciato in sospeso 31 anni fa con “Heresy”, realizzando a sorpresa “Heresy II – End of a Legend” (AFM Records / All Noir). Se di fine si tratta, di certo non è quella dei Paradox, come ci ha confermato Charly Steinhauer.

Ciao Charly, cosa hai provato quando sei tornato, dopo 30 anni, sulla scena del crimine con questo “Heresy II – End of a Legend”?
La sensazione è indescrivibile. È associata alla nostalgia ed è associata all’orgoglio. Non riesco ancora a credere di avere tra le mani un successore di “Heresy”. L’album ha richiesto molto a tutti noi. Le mie batterie erano completamente scariche alla fine del processo e ci è voluto un po’ di tempo per recuperare le forze mentali. Ma è molto molto bello aver creato questo capolavoro.

Dopo la crisi del movimento thrash nella seconda metà degli anni ’90, avresti mai immaginato di comporre la seconda parte di “Heresy”?
Prima di tutto, non mi aspettavo che i Paradox potessero esistesse ancora dopo così tanto tempo. Non sono un grande fan delle seconde parti e non mi sarei mai aspettato di pubblicare in seguito un altro album chiamato “Heresy”.

Quando hai capito che era il momento giusto per dare a “Heresy” un successore?
Non sapevamo se fosse il momento giusto per fare una seconda parte di “Heresy”. “Heresy II – End Of A Legend” non era previsto. Non avremmo nemmeno fatto una seconda parte se il concept della storia non fosse stato così buono, ma Peter Vogt, il nostro paroliere, non ci ha dato scelta. Quando abbiamo letto la storia per la prima volta, ci è stato chiaro che avrebbe avuto senso tradurla in musica, a differenza di “Heresy” (1989) che era basato su una storia vera, la storia di “Heresy II – End Of A Legend” è il frutto dell’immaginazione.

Quanto ha influito su questa tua decisione il ritorno di Axel Blaha?
Axel ha giocato un ruolo decisivo in questo album, ma ha avuto poco a che fare con la decisione di un successore di “Heresy”. Come il resto della band, era entusiasta del concept. Axel è stato il mio migliore amico sin da quando eravamo bambini. Ci incontriamo regolarmente e lavoriamo molto duramente sulle canzoni e su come dovrebbero suonare.

Per riprendere il filo, sei partito dal suono di “Heresy” o dal concept?
Peter Vogt, il nostro scrittore di testi, ci ha suggerito per primo il concept e ne siamo rimasti tutti entusiasti. Mi ha dato 14 titoli di canzoni, tutte da elaborare musicalmente. 13 di loro sono entrate nell’album. Poi ho iniziato a comporre nel luglio 2019 e ne ho scritto la musica. Tutto ha funzionato perfettamente. Peter Vogt aveva già scritto i testi di “Heresy” (1989) e siamo rimasti in contatto nel corso degli anni. Siamo molto uniti e tutto è stato molto facile.

Non credi che possa essere un rischio proporre questa seconda parte dopo 31 anni? I tuoi fan più nostalgici potrebbero non apprezzare questa uscita.
Come compositore non vuoi fare la stessa musica per 40 anni senza evolverti ulteriormente. Tuttavia, dovresti sempre soddisfare i tuoi fan fedeli della vecchia scuola. Abbiamo cercato di farlo molto con questo album. Le prime reazioni all’album sono travolgenti. Quando ascolti “Heresy II – End Of A Legend” sai immediatamente chi sta suonando. Non è sempre facile. Può essere un rischio solo se va male, ma è andata molto bene. Ne siamo tutti molto contenti. Inoltre, i Paradox sono sempre in grado di fare un puro album old school. Forse potrebeb essere un buono spunto per il prossimo CD. Chi lo sa?!

Qual è la canzone rappresentativa del primo album e qual è quella che meglio dà la dimensione del tuo sound più recente?
In “Heresy” (1990), la title track “Heresy” è chiaramente la canzone più rappresentativa per me. Contiene tutti gli elementi della musica dei Paradox dell’epoca. “Escape From The Burning” e “Priestly Vows” su “Heresy II – End Of A Legend” rappresentano la musica di Paradox attuali. Avrai sentito che lo stile di Paradox non è cambiato molto. Il suono è stato solo adattato ai giorni nostri senza dimenticare le nostre radici.

“Heresy” è probabilmente l’album più amato dai tuoi fan, qual è il tuo?
Se dovessi scegliere un solo album, sarebbe un doppio album composto da “Heresy” I + II. Entrambe le parti rappresentano perfettamente il viaggio musicale dei Paradox tra il passato e il futuro. Ma anche “Tales Of The Weird” è stato un grande album, ed è segretamente il mio preferito.

L’album termina con “End of a Legend”, pensi che sia davvero finita o potresti scrivere “Heresy part III” in futuro?
Il sottotitolo “Fine di una leggenda” indica la fine della serie “Heresy”. Non ci sarà mai un “Heresy part III”. Però di certo non significa nemmeno la fine di Paradox, perché stiamo già pianificando la direzione musicale da intraprendere per il prossimo album. Stay stay tuned!

Legends never die and sometimes they come back. Paradox have resumed the thread of the concept left in suspense 31 years ago with “Heresy”, creating “Heresy II – End of a Legend” (AFM Records / All Noir). If it comes to the end, it certainly isn’t the Paradox one, as Charly Steinhauer confirmed.

Hi Charly, what did you feel when you returned, after 30 years, to the crime cene with this “Heresy II – End of a Legend”?
The feeling is indescribable. It’s associated with nostalgia and it’s associated th pride. I still can’t believe that I’m holding a “Heresy” successor in my hands. The album emanded a lot from all of us. My batteries were completely empty in the end of the process and it took a while to regain my mental strength. es…it feels very, very good to have created this personal masterpiece.

After the crisis of the thrash movement in the second half of the 90s, would you have ever imagined composing the second part of “Heresy”?
First of all, I didn’t expected that “Paradox” still exist after such a long time. I’m not a big fan of 2nd parts and I also never expected to release later on another album called “Heresy”.

When did you realize it was the right time to give “Heresy” a successor?
We didn’t know if it was the right time to do a second part of “Heresy”. Heresy II – End Of A Legend” wasn’t planned. We wouldn’t have done a second part either if the story concept hadn’t been so good, but Peter Vogt, our lyricist, didn’t give us a choice. When we first read the story, it was clear to us that it makes sense to translate it musically. Btw. in contrast to “Heresy” (1989) which was based on a true story, the story of “Heresy II – End Of A Legend” is a fictional one.

How much did the return of Axel Blaha affect your decision?
Axel played a decisive role on this album, but he had little to do with the decision of a “Heresy” successor. Like the rest of the band, he was enthusiastic about the concept. Axel has been my best friend privately since we were a child. We meet regularly and we work very hard on the songs and how they should sound.

To pick up the thread, did you start from the sound of “Heresy” or from the concept?
Peter Vogt our text writer first suggested the concept to us and we were all nthusiastic about it. He gave me 14 song titles, all of which had to be processed musically. 13 of them made it onto the album.
Then I started composing in July 2019 and wrote the music for it. Everything worked out perfectly. Peter Vogt already wrote the lyrics for “Heresy” (1989) and we have been in contact over the years. We are very familiar and everything was very easy going.

Don’t you think it could be a risk to propose this second part after 31 years? Your most nostalgic fans may not like this release.
As a composer you don’t want to make the same music for 40 years without rther developing. However, you should always satisfy your loyal old school fans. We anaged to do that very well with this album. The first reactions to the album are verwhelming. When you hear “Heresy II – End Of A Legend” you immediately know which and is playing here. That’s not always easy. It can only be a risk if it’s bad, but it’s turned out very well. We are all very happy with it. In addition, “Paradox” are always able to make a pure old school album. Maybe a hint for the next CD. Who knows?!

What is the most faithful song to the first album and which one is the one at best gives the dimension of your most recent sound?
On “Heresy” (1990), the title track “Heresy” is clearly the most expressive song for me. It contains all the elements of the music from “Paradox” at the time. “Escape From The Burning” and “Priestly Vows” on “Heresy II – End Of A Legend” represent the music of “Paradox” these days. You hear that Paradox’s style hasn’t changed much. The sound has only been adapted to the present day without forgetting its roots.

“Heresy” is probably the most loved album by your fans, which one is yours?
If I were to pick a certain album, it would be a double album consisting of “Heresy” I + II. Both parts perfectly combine the musical journey of “Paradox” between the ast and the future. But also “Tales Of The Weird” was a great album and my secret favorite.

The album ends with “End of a Legend”, do you think it’s really over or could ou write “Heresy part III” in the future?
The subtitle “End of A Legend” means the end of the “Heresy” series. There ll be no more “Heresy part III”. It definitely doesn’t mean the end of Paradox either, ecause we are already planning the musical direction for the next album. Stay stay tuned!

It Will Last – Incubi sotto il sole

La Wanikiya Records ha da qualche giorno pubblicato “Nightmares in Daylight”, l’esordio dei It Will Last, il nuovo progetto del musicista polistrumentista Simone Carnaghi con alla voce Daniel Reda dei Pandemonium.

Ciao Simone, il tuo progetto It Will Last è da poco giunto all’esordio con l’album “Nightmares in Daylight”. Come è nata l’idea di questo disco?
Ciao Giuseppe, il progetto It Will Last nasce dalla mia grande passione per la musica hard rock-heavy metal. Ho sentito crescere in me la voglia di scrivere nuova musica e in particolare qualcosa di differente rispetto a quanto fatto precedentemente nelle mie composizioni. L’idea è partita da alcune bozze di nuove canzoni a cui stavo lavorando nel 2018, oltre ad alcuni vecchi brani che volevo riarrangiare.

Il nome del progetto proviene da un brano di un tuo album precedente, “Slender Hopes”: dobbiamo considerare questa nuova avventura come la naturale evoluzione di quella esperienza?
Sì, ti confermo che, It Will Last è una canzone contenuta nel mio precedente progetto “Slender Hopes”, era uno dei miei brani preferiti, parla di: “speranza”, mi piaceva particolarmente anche il titolo, così ho deciso di utilizzarlo per il mio nuovo progetto. Le canzoni “It Will Last” e “Flying to the Rainbow” (anche quest’ultima proveniente dal mio CD Slender Hopes), si prestavano tantissimo ad un nuovo arrangiamento e dopo vari tentativi, hanno acquistato un sound che mi ha convinto a riutilizzarle, in quanto sono risultate differenti e maggiormente valorizzate rispetto alle precedenti versioni. Nonostante tutto, non definirei questo nuovo progetto come la naturale evoluzione del precedente dal quale ho voluto discostarmi a livello sonoro. Sempre consapevole che nella vita di un’artista ogni precedente esperienza aiuta a costruire i successivi lavori.

Magari è presto parlarne, ma immagini di dar vita ad altri lavori a nome It Will Last o la consideri un’esperienza unica?
Forse… Al momento la mia concentrazione si focalizza in particolar modo su questo attuale CD-album dal nome “Nightmares in Daylight”, tuttavia non ti nascondo che sì, mi piacerebbe ci fosse più in là un seguito e non solo.

In pratica hai fatto tutto da solo, ma credi che un domani, magari anche solo per portare il disco dal vivo, tu possa farti accompagnare da altri musicisti?
Assolutamente sì! Mi piacerebbe tanto, e proprio per questo sto già provando a reclutare i musicisti necessari.

Unica eccezione alla tua “solitudine” la presenza di Daniel Reda dei Pandemonium alla voce, come è nata questa collaborazione?
Daniel è un mio carissimo amico ormai da tantissimi anni, è una persona che stimo e di cui mi fido e ha un timbro di voce bello e particolare. E’ stato interessante sperimentare e inserire la sua voce decisamente epic metal e applicarla a un contesto ben differente.

Sei mai stato tentato di cantare tu delle parti del disco o hai escluso a priori questa eventualità?
Tutti i cori maschili nel CD li ho fatti io, mentre le parti femminili mia moglie. Mi sarebbe piaciuto cantare anche delle parti vocali soliste, ma lasciamo queste competenze a chi di dovere… Tre strumenti musicali mi sono sembrati già abbastanza impegnativi!

In “Nightmares in Daylight” è evidente l’influenza degli Iron Maiden, perché hai scelto il gruppo inglese come musa ispiratrice e cosa pensi di aver aggiunto di tuo alla ricetta base della band di Harris?
Ho iniziato ad ascoltare musica heavy metal e poco dopo ad immergermi nello studio della musica proprio grazie all’ascolto dei mitici Iron Maiden di Steve Harris. Li amo tutt’ora; i loro primi sette album sono per me dei capolavori e mai mi stancherò di ascoltarli. Non ho saputo resistere e ho voluto trarre ispirazione da alcuni dei loro ingredienti principali utilizzati nei loro capolavori anni ‘80, ma senza copiare. I miei brani infatti hanno varie caratteristiche e differenze fra cui: tanti cori a più voci, strutture spesso imprevedibili e con tanti cambi di ritmo, tonalità e non solo: “Nightmares in Daylight” in tutti i suoi brani ha un’attitudine progressive e ha un arrangiamento impegnativo e molto particolareggiato in tutte le sue parti. Non ultimo, è stata inserita una voce solista che probabilmente non ci si aspetterebbe in questa tipologia di brani.

Possiamo definire “Nightmares in Daylight” un concept album atipico?
In effetti possiamo definire “Nightmares in Daylight” un concept album abbastanza peculiare, in
particolar modo nei contenuti. Tante sono le problematiche che stanno letteralmente consumando il mondo in cui viviamo, questo rappresenta un problema reale, mi ha fatto riflettere ancora di più e mi ha ispirato, ho così voluto mettere i miei pensieri in musica.

Quali sono i tuoi progetti a breve, al di là degli It Will Last?
Al momento gli It Will Last sono la mia priorità. Se dovessi trovare tutti i musicisti per comporre la band e creare con loro il giusto feeling, tante sono le idee che vorrei mettere in pratica. Tempo permettendo, non mi dispiacerebbe riprendere anche un vecchio progetto dal nome Forgotten Melody, con me al basso alternato alla chitarra e alla voce Daniel, in cui vengono proposti in chiave acustica brani heavy metal famosi e non. Sempre in primo piano rimane ovviamente la mia attività didattica di insegnante polistrumentista (basso, batteria e chitarra). Professione che esercito ormai dal lontano 2006, sia nel mio studio musicale privato che in altre strutture terze. Infine mi sto lanciando nel fantastico mondo della produzione musicale. “Nightmares in Daylight” rappresenta infatti il primo prodotto musicale totalmente registrato, mixato e masterizzato presso il mio studio di registrazione a Rescaldina (Mi). L’intenzione è di produrre presto anche progetti di altre band.

Athlantis – The seventh wonder

L’avventura degli Athlantis di Steve Vawamas pare giunta al termine con il settimo sigillo, quel “Last But Not Least” da poco pubblicato dalla Diamond Prod. (Nadir Promotion). In attesa di scoprire se Atlantide sorgerà nuovamente dalle acque tra qualche anno, abbiamo discusso del disco d’addio con il leader della band.

Ciao Steve, possiamo definire gli Athlantis una sorta di all star band dell’heavy\power metal tricolore?
Ciao Giuseppe, prima di tutto grazie per avermi concesso questa intervista. Inizio con il dire che le all star band del panorama tricolore sono altre, noi siamo dei musicisti che nei vari progetti abbiamo dato anima e note per questo tipo di musica e abbiamo cercato sempre di dare il meglio in primis per noi stessi e poi per gli altri. Athlantis nasce come un mio side project e ho avuto la fortuna di condividere le mie idee con degli ottimi musicisti della scena italiana, ma più che altro degli amici che si sono offerti per la realizzazione dei miei sette album. E poi forse se dovessimo essere delle all star non sta me a dirlo ma al pubblico che ci ascolta e ci segue

Ormai siete attivi come Athlantis da quasi due decenni, come si superano gli ego personali per operare come una vera e propria band, nonostante individualmente abbiate tutti una storia prestigiosa?
Due decenni? Caxxo passa il tempo! A parte gli scherzi, gli Athlantis come dicevo prima nascono come un mio side project, non esistono ego personali. Le cose sono ben chiare dall’inizio, io tiro giù le stesure dei pezzi, poi c’è una telefonata in cui dico ai ragazzi che c’è da registrare un disco e, dopo la risposta degli altri subito affermativa, si inizia a registrare. Sono del parere che la band deve essere composta da un leader e gli altri collaboratori, a volte le idee dei collaboratori sono meglio delle idee del leader, e sta al leader essere umile ed accettare dei consigli. Poi se i consigli vengono da gente di un certo calibro ecco che il lavoro viene più semplice e senza menate di balle.

Ti andrebbe presentare l’attuale line-up?
Grazie per la domanda, lo faccio con grande piacere. Per questa mia ultima creatura mi sono avvalso del mio fidato chitarrista Pier Gonella, con lui tutte le cose diventano più semplici. Io e lui collaboriamo anche nei Mastercastle da anni e ha suonato in quasi tutti i dischi degli Athlantis. Alla voce il mitico Davide Dell’Orto, già cantante dei Verde Lauro e dei Drakkar. Lo trovo un grandissimo cantante professionale sempre sul pezzo e, ormai dopo tre dischi, siamo diventati amici: questo va oltre la musica e ci piace! Alla batteria ho avuto il piacere di avere uno dei migliori batteristi della scena metal italiana, cioè Mattia Stancioiu. Un sogno che si è realizzato: dal primo momento che lo ascoltai in una data nei Labyrinth nel lontano 98 ho sempre sognato di registrare con lui e il mio sogno si è realizzato. Grande musicista e professionista, una goduria suonare il basso sulle sue parti di batteria. A completare la line-up, c’è Stefano Molinari alle tastiere, un amico e un grande musicista che è entrato nelle fila degli Athlantis ben tre dischi fa. Voglio citare anche Stefano Galleano, il capo dei Ruxt che come nel precedente disco mi ha scritto un pezzo della madonna: la nostra collaborazione va avanti da anni nel suo progetto e ancora ne vedremo e sentiremo delle belle.

A fronte delle modifiche nella formazioni intercorse in questi anni, qual è l’elemento che non è mai mancato nei sette album finora pubblicati?
Io…… ahahahahahaha!!! A parte un disco, che è “Metalmorphosis”, dove le chitarre sono state registrate da Tommy Talamanca, tutti gli altri sono stati registrati da Pier Gonella. Sì, sono cambiati i batteristi, i cantanti, ma Pier è sempre stato l’elemento fondamentale.

Qual è la vera novità stilistica introdotta con “Last But Not Least”?
M guarda grandi novità non ce ne sono. Come dico sempre in ogni intervista, io sono un amante del power metal e cerco di tenermi su quella linea, ma poi mi rendo conto che le mie idee sono libere da etichette. Nella stesura dei pezzi è presente una sorta di tirare giù emozioni del momento, dipende molto da come mi sento emotivamente in quel periodo: in questo disco mi è venuta voglia di tirare giù argomenti anche sociali, purtroppo questo disco l’ho tirato giù nel periodo di pandemia, e cioè nel primo lockdown, quindi ti lascio immaginare il mio stato d’animo. Ma sono molto soddisfatto del lavoro svolto.

Immagino che il titolo, “Last But Not Least”, abbia anche un contenuto ironico, ma dovendolo porre all’interno di una ipotetica classifica di importanza dei vostri dischi, in quale posizione si piazzerebbe?
Ora ti spiego in poche parole perché quel titolo: ho deciso che, come settimo disco questo, dovrebbe essere l’ultimo per gli Athlantis. Come le meraviglie del mondo sono 7, anche le meraviglie degli Athlantis devono essere 7 (presunzione mia ahahahaha)! Ho deciso di fermarmi e continuare con i progetti che ho in piedi – Ruxt, Mastercastle, Bellathrix – e altre cose. Quindi essendo l’ultimo Athlantis, ho pensato bene di intitolarlo così, l’ultimo ma non di importanza. Forse questo è il disco più importante, ho raggiunto una maturità come musicista e adesso anche come produttore, anche perché questo disco è stato registrato mixato e masterizzato presso il mio studio Steve Vawamas Studio.

L’inizio del disco mi ha ricordato la manopola che gira, cercando una stazione radio decente, dell’EP degli Helloween (1985): si tratta di un tributo oppure è una cosa nata spontaneamente senza alcun riferimento coi tedeschi?
Ahahahhahah, io sono un vecchio e quella radio che girava e poi partiva il gingle di “Happy Halloween mi ha segnato! L’ho vissuta e me la porto dentro come un cameo della storia del power. Mitici Helloween! Invece, per quanto mi riguarda, essendo l’ultimo disco Athlantis, volevo ripercorrere in pochi minuti i sei dischi precedenti. Come ben noti nella copertina, nei quadri sono rappresentate le sei copertine degli album passati. Quando si chiude un capitolo, si guarda sempre quello che si è fatto dietro, e io l’ho voluto rappresentare, oltre che nella copertina, anche in audio. E quale elemento se non la manopola della radio che girando trova uno stralcio di un pezzo di ogni disco? Comunque, gli Helloween inconsciamente mi hanno influenzato…

Dal punto di vista lirico, mi sembri molto concentrati sul presente, come hai accennato prima: credi che l’artista possa estraniarsi dall’ambiente in cui vive o abbia la responsabilità di dire cosa non va nella società?
Quando scrivo i testi, in prima battuta butto giù le mie sensazioni del momento. In primis quello che regna sovrano in tutti i miei dischi è il bene e il male, questo contrasto che mi perseguita sin dal primo disco. In questo l’ho voluto esprimere in fatti che accadono attualmente, ho voluto descrivere l’amore sia fisico che spirituale e ho voluto esprime il male: uno stupro, la violenza sulle donne e anche l’abbandono del tuo amico più fidato, il cane. Argomenti che quando li sento mi fanno rabbrividire. Ci tengo a specificare che la voce del cane è di Willy BAUamas e cioè il mio ciuffi truffi bau (il mio cagnolone) e colgo l’occasione di dire che se abbandoni un cane meriti una vita di stenti e grandi sofferenze. Scusa, ma questo dovevo dirlo! Sono per la libertà di espressione, uno può dire quello che vuole nei suoi pezzi. Se gli argomenti sono a livello culturale o livello sociale basta che dia un buon messaggio e aiuti certa gente a capire cosa bisogna fare e cosa non bisogna fare! I testi sono stati scritti anche dalla mia compagna, Marcy, e da Barbara Galleano. Liriche che sposo in pieno, sia come contenuti che come bellezza!

A proposito di cose che non vanno: alla luce delle attuali limitazioni, riuscirete a presentare il disco dal vivo?
Athlantis è un progetto che non è mai uscito dal vivo e penso mai lo farà. Comunque, questo per la scena live è un momento difficile e io auguro con tutto il cuore alle band che vogliono suonare di tornare ai live più di prima con gente sotto il palco che ti da carica e ti fa dire: caxxo ho fatto mille sacrifici e ne è valsa la pena… Caro Giuseppe, ora ti saluto e volevo ringraziarti ancora per la possibilità che mi hai dato di fare questa intervista. Voglio ringraziare Diamonds Prod che ha sempre creduto in me in questi ultimi anni, ringraziare i mie compagni di viaggio sopracitati e ringraziare te lettore che sei stai leggendo questo vuol dire che hai superato la pappardella di roba che ho detto senza addormentarti! A tutti dico: Stay Metal… anche questo è rock and roll!!!!

Nanowar of Steel – La marcia dei merluzzi

Persino voi luridi metallari senza fede, conoscerete la parabola del “Figliol prodigo”. Così, dopo la sbandata commerciale, i lauti incassi, le copertine dei giornali generalisti, noi, come quel padre biblico, siamo pronti ad abbracciare nuovamente i Nanowar of Steel. “Italian Folk Metal” (Napalm Records \ Neecee Agency) ha sancito la pace tra band e fans, ma nuove perigliose battaglie aspettano all’orizzonte i ritrovati paladini del metallo inox!

Ciao, con “Formia” vi siete abbeverati alla fonte del successo vero, mettendovi in tasca un sacco di soldi. Subito dopo  la svolta metal, vi siete ritrovati su Il Raglio del Mulo. Cosa è andato storto?
Niente. Era un piano pianificato dall’alba dei tempi, ovvero almeno da Dicembre 2020. Ritrovarsi su Il Raglio del Mulo è il sogno di ogni musicista che pubblica prima canzoni metal, poi pop, poi metal di nuovo, è una cosa risaputa nella comunità.

Direi di partire subito con le domande scomode: solo qualche mese fa avete tradito il metallo, abbracciando il  pop emozionale. Ora vi ritroviamo nuovamente a fare il metallo, quanto questo ritorno all’ovile è dipeso dalle vittorie dei Måneskin a Sanremo e all’Eurovision?
E’ dipeso moltissimo dai trionfi dei Måneskin, il gruppo brutal death metal irredentista più apprezzato in tutta l’Istria e la Dalmazia. Ci siamo ispirati a loro talmente tanto da essere andati nel futuro, aver visto i loro trionfi, aver pianificato la non partecipazione a Sanremo e successivamente la registrazione di due singoli pop e poi uno metal.

Il nuovo album, “Italian Folk Metal”, “Requiem per Gigi Sabani in Re minore”. Un po’ tutti si sono domandati il perché di questa scelta. Potete spiegarci, finalmente, come mai avete scelto proprio il Re minore come tonalità?
Non l’abbiamo scelto noi ma ci è stato imposto per legge, visto che sin dai tempi di “Non è la RAI” Antonio Ricci ha obbligato il parlamento a legiferare sullo spinoso tema “La tonalità delle canzoni che hanno la parola requiem nel titolo”. Siccome l’infingardo Antonio aveva investito tutto sulle Re Minore, ne ha tratto considerevole vantaggio economico.

Con “La Maledizione di Capitan Findus” avete toccato un argomento a me caro, da anni lotto per il ritorno dell’attore vecchio. Non mi piace proprio questo giovane che c’è ora! Immagino che sia quella la maledizione di cui parlate nel brano…
No, la maledizione di cui si parla è la maledizione che perseguita i merluzzi, creature nobili da sempre perseguitate, annichilite e sterminate dalle spietate reti a strascico del pirata manigoldo e dai sospettosamente giovani amici che abbia mai solcato il Mar dei Sargassi: Capitan Findus. Conosciuto nei sette mari come Il Bin Laden della fauna ittica, il Suharto dei crostacei, il Zeljko Raznatovic “Arkan” dei gamberi e dei molluschi.

Gatto Panceri 666 ha cantanto due brani in lingua straniera, “Der Fluch des Kapt’n Iglo” in tedesco e  “El Baile del Viejo que mira las Obras”  in spagnolo. E’ pronto per mollarvi e partire con una carriera solista tipo Sting?
No, però è pronto per vendere i biglietti della lotteria sui voli RyanAir.

Questo è il vostro primo disco per la Napalm Records, cosa ha visto in voi l’etichetta austriaca?
In realtà, non lo sappiamo, loro sono ancora convinti di aver messo sotto contratto a condizioni vantaggiose una quasi omonima band americana il cui nome inizia per M…

Ora che il 5G scorre nel sangue di molti dei vostri fan, avete pensato a qualche stratagemma per far arrivare direttamente la vostra musica nelle loro teste?
Sì, si chiama “cuffiette”, è un sistema innovativo che ti metti un robot nell’orecchio che ti riproduce dei suoni e quando li ascolti puoi dire “ah”.

Siamo arrivati alla fine, vi va di lasciarci con un messaggio diretto a tutti quei bambini che dopo “Formia” hanno chiesto ai genitori un cappellino di lana e che oggi si sentono traditi?
Il nostro messaggio finale è: Materassa bene chi materassa ultimo!

Screaming Shadows – Le ombre urlano ancora

Bisognerà aspettare ancora qualche mese prima di poter ascoltare “Legacy of Stone” (From the Vaults), il nuovo album degli Screaming Shadows, ormai assenti dalle scene da un decennio. Abbiamo cercato di carpire da Francesco Marras qualche anticipazione sul disco in occasione della pubblicazione del nuovo singolo “Free Me”.

Ciao Francesco, dopo una decade le tue ombre sono tornate ad urlare grazie al nuovo singolo “Free Me”! Come hai occupato questi due lustri?
Ciao a tutti, si gli Screaming Shadows sono tornati e con l’uscita del singolo/video di “Free Me” abbiamo ricevuto un caloroso welcome back. In questi ultimi 10 anni mi sono concentrato più sulla mia carriera solista, ho pubblicato due dischi strumentali (“Black Sheep”, “Time Flies”), un paio di side studio projects (Black Demons , Stone Circles), sono cresciuto come produttore e compositore, ho iniziato a lavorare come turnista collaborando con tanti musicisti come Alessandro Del Vecchio, Jason Rullo, John Macaluso, Terry Brock, Daniel Flores, Angelica, Mattia Stancioiu, ecc., ho suonato come sostituto per band come Purpendicular e Bonfire. Malgrado sia stato molto impegnato ho comunque sempre continuato a comporre musica per gli Screaming Shadows.

Il lungo stop dopo la pubblicazione di “Night Keeper” è stato voluto o è capitato?
Un po’ tutti e due, la produzione di “Night Keeper” è stata molto impegnativa e avevo bisogno di una pausa che si è dilatata un po’ a causa dei vari impegni musicali. La produzione del nuovo disco è comunque iniziata circa 5 anni fa.

Il titolo “Free Me” ha qualcosa a che fare con la situazione di “cattività” in cui viviamo oggi a causa del covid?
Non direi, quando ho scritto il testo non avrei mai pensato che avremmo attraversato una pandemia come questa. Parla più che altro di una situazione generale in cui si trovano gli esseri umani, questa canzone cerca di mandare un messaggio positivo, invita a non sprecare il tempo che abbiamo a disposizione su questo mondo, ad assaporare ogni istante e tutte le esperienze che viviamo, sia positive che negative, a rimanere in contatto con la natura e non avere rimpianti.

Come è nato questo pezzo?
Un po’ come tutte le canzoni che compongo, di solito butto una demo in cui suono le chitarre, il basso, programmo la batteria e canto le linee vocali in fake english. Poi riascolto, vedo cosa funziona e cosa no, modifico, scrivo il testo e la canzone è pronta per la produzione.

In qualche modo la tua esperienza con i Tygers Of Pan Tang ha influenzato la riuscita del pezzo?
Non direi perché come ti dicevo tutto il materiale è stato scritto anni fa, prima del mio ingresso nei Tygers. Il disco era già mixato quando ho fatto le audizioni.

Al di là della tua esperienza nelle gloriose Tigri, quando è cambiato il modo di lavorare di una band in questi 10 anni? Ovviamente, mi riferisco soprattutto al progresso tecnologico, non necessariamente in ambito musicale…
Ho iniziato a fare il musicista intorno agli anni 98/99 e ho vissuto tutto il passaggio dall’analogico al digitale. Oggi è tutto molto differente e mi rendo conto che le giovani band hanno a disposizione molti più strumenti per la produzione e la promozione della propria musica.

Il prossimo inverno arriverà il nuovo album, “Legacy Of Stone”, quanto è rappresentativo del disco “Free Me”?
In questo disco ho cercato di mantenere una certa coerenza tra i vari brani e “Free me” rappresenta a pieno quello che ci si può aspettare dal disco, un heavy metal classico con una produzione moderna, ispirato dai grandi nomi del genere come Iron Maiden, Queensryche, Helloween con tanta melodia, potenza e qualche sferzata di power e prog.

Night Keeper” conteneva le ospitate di Alessandro Del Vecchio (Edge Of Forever, Silent Force), Mattia Stancioiu (Crown Of Autumn) e Pier Gonella (Necrodeath), dobbiamo aspettarci qualcosa di simile sul prossimo lavoro?
No, ed è stata una scelta ponderata. Volevo un disco che fosse omogeneo e cantato da un unico cantante. Il nostro nuovo acquisto si chiama Alessandro Marras, con cui avevamo già lavorato in passato, era inoltre presente su un brano di Night Keeper.

Qualora le condizioni sanitarie dovessero permettervi di fare qualche concerto prima dell’uscita di “Legacy Of Stone”, proporrete qualche brano nuovo oppure preferite attendere che il disco sia fuori per dedicarvi ai live?
Stiamo già organizzando delle date per la presentazione del disco a Novembre, in questi mesi sarò molto impegnato con i Tygers e preferisco aspettare l’uscita di Legacy of Stone prima di tornare sul palco con gli Screaming.

Sabbatonero – Cuori di ferro

Durante il lockdown generale del 2020 siamo stati sommersi dalla retorica del “ne usciremo migliori”. Dopo più di un anno non solo non possiamo affermare di esserne usciti, ma tanto meno possiamo definirci migliori. Però qualcosa di buono ce lo portiamo dietro, come il progetto Sabbatonero, un nugolo di musicisti guidato da Tony ‘Demolition Man’ Dolan e Francesco Conte, che ha deciso di mettere a disposizione il proprio tempo per creare una compilation di tributo ai Black Sabbath, “L’Uomo di Ferro (A Tribute to Black Sabbath)” (Time to Kill Records \ Anubi Press), per raccogliere dei fondi da donare all’ospedale Spallanzani di Roma, struttura in prima linea nella lotta al Covid.

Ciao Francesco, l’idea di Sabbatonero è venuta a te o Tony?
Ciao a tutti voi, l’idea è venuta ad entrambi nel momento in cui stavamo registrando per divertimento la cover di “Hole In the Sky” durante il primo lockdown del 2020 per fare uno dei classici video che si sono visti nel periodo della quarantena. Ci siamo detti, non male pero questa versione, dovremmo farne altre… e da li è partito tutto!

A chi andranno i fondi raccolti?
Tutto quello che verra raccolto dalle versioni in vinile, CD, cassette e digitale, andrà allo Spallanzani di Roma per cure e ricerca.

Ciao Francesco, l’idea di Sabbatonero è venuta a te o Tony?
Ciao a tutti voi, l’idea è venuta ad entrambi nel momento in cui stavamo registrando per divertimento la cover di “Hole In the Sky”, durante il primo lockdown del 2020, per fare uno dei classici video che si sono visti nel periodo della quarantena. Ci siamo detti, non male pero questa versione, dovremmo farne altre… e da li è partito tutto!

Come è nata la collaborazione con la Time To Kill Records?
Con Enrico siamo amici da tanto tempo, ne abbiamo parlato e si è offerto di aiutarci facendo un lavoro fantastico. Ha un bel gruppo di persone appassionate all intento dell etichetta. Stanno facendo un bel lavoro in generale producendo dischi di ottimo livello. Ci sembrava la scelta migliore anche per controllare insieme i fondi per le donazione, cosa che non sarebbe stata possibile facilmente con altre etichette.

Come mai avete scelto proprio i Black Sabbath?
Per quel che riguarda tutti noi, crediamo sia la band più importate nella storia dell’hard rock ed heavy metal ma non solo, sicuramente è la band che ci accomuna più di ogni altra. Quella che ha cambiato del tutto il modo di fare rock alla fine degli anni 60, se pensiamo da quel momento il linguaggio del rock è cambiato del tutto ed è rimasto lo stesso fino ai giorni nostri.

Potesti riepilogare i nomi coinvolti nel progetto?
Oddio sono davvero tanti! Dovrei fare un copia incolla per non dimenticare nessuno! La hacking band che suona tutti i brani siamo io, Tony Dolan al basso e Filippo Marcheggiano del Banco del Mutuo Soccorso alla chitarra. Riccardo Spilli del Balletto di Bronzo alla batteria per sei brani, poi ci sono:

Rasmus Bom Anderson (Diamond Head) – Vocals on “Symptom of the Universe”
Steve Sylvester (Death SS) – Vocals on “Sabbath Bloody Sabbath”
Tony ‘Demolition’ Dolan (Venom Inc) – vocals on “N.I.B.”
Maksymina Kuzianik (Scarceration) & Mayara Puertas (Torture Squad) – Vocal duet on “Killing Yourself To Live”
Tony D’Alessio (Banco Del Mutuo Soccorso) – Vocals on “Heaven & Hell”
Fleigas (Necrodeath) – Vocals on “Paranoid”
John Gallagher (Raven) – Vocals on “Children of the Grave”
Simone Salvatori (Spiritual Front) – Vocals on “A National Acrobat”
Andrea Zanetti (Monumentum) – Vocals on “Hole in the Sky”
James Rivera (Helstar) – Vocals on “War Pigs”

Marty Friedman – “Symptom of the Universe”
Mantas (Venom Inc) – “Sabbath Bloody Sabbath”
Terence Hobbs (Suffocation) – “N.I.B.”
Prika Amaral (Nervosa) – “Killing Yourself To Live”
Ken Andrews (Obituary) – “Heaven & Hell”
Sonia Nusselder (Crypta/Cobra Spell/ex-Burning Witches) – “Paranoid”
Russ Tippins (Satan) – “Children of the Grave”
Atilla Voros (Leander Rising, ex-Tyr/Nevermore – “A National Acrobat”
Wiley Arnet (Sacred Reich) – “Hole In the Sky”
James Murphy (ex Death/Agent Steel/Obituary) – “War Pigs”

Snowy Shaw (Dream Evil/Mercyful Fate, etc) – Drums on “Sabbath Bloody Sabbath”
Mark Jackson (Acid Reign ex-M:Pire of Evil) – Drums on “War Pigs”
Dario Casabona (Schizo) – Drums on “Hole in the Sky”
Keyboard guests:
Freddy Delirio (Death SS) – “Sabbath Bloody Sabbath”
Heric Fittipaldi (Scenario) – “Heaven & Hell”

Quale è stata la prima reazione degli artisti alla vostra proposta?
C’è stato da subito grande entusiasmo e voglia di collaborare, credo sia stato un bellissimo messaggio da parte della comunità metal internazionale. Ci siamo ritrovati tutti insieme a fare qualcosa di bello e utile in un anno molto difficile.

La scelta dei brani e degli interpreti di ognuno è stata fatta da te e Tony oppure avete lasciato ampia libertà?
Per la scelta dei brani ci siamo orientati più o meno sui grandi classici, anche se è difficile a dirsi, per quel che mi riguarda ogni pezzo dei Sabbath è un grande classico, quindi, come dire: abbiamo tirato la monetina! Tony è stato quello che, grazie alla sua esperienza e alle sue amicizie, ha contattato la maggior parte degli ospiti presenti.

Qual è la maggior soddisfazione che ti sei tolto con “L’Uomo di Ferro (A Tribute to Black Sabbath)”?
Ce ne sono diverse, sicuramente quella di condividere musica e confrontarmi con i miei idoli di gioventù e non solo. Poi il fatto che Geezer Butler abbia condiviso e commentato in maniera positiva la nostra cover di “Symptom of the Universe”, quello credo sia impagabile!

Purtroppo, questo non è il migliore dei mondi, pensi che in futuro potresti ripetere un’esperienza del genere a favore di un’altra categoria di persone? E se sì, a quale band ti piacerebbe rendere tributo?
Non saprei cosa risponderti, è stato un lavoro bello ed emozionate ma anche molto faticoso:, 10 mesi di lavoro fatto senza raccogliere profitto non credo sia una cosa ripetibile. Ma mai dire mai, di band ce ne sono tantissime ma credo che sia anche bello pensare a questa cosa come unica.

Ibridoma – Answers in ruins

A quasi tre anni di distanza dalla loro ultima fatica discografica, intitolata “City Of Ruins” ed uscita per l’italiana Punishment 18 Records, tasteremo il polso agli Ibridoma, band marchigiana presente sulle scene da 20 anni. Ne parliamo con Leonardo, il bassista…

Ciao Leonardo, ti do il benvenuto al Raglio del Mulo e ti ringrazio per la tua disponibilità a questa intervista, siete in attività ormai da una ventina d’anni, ti andrebbe di parlarci un po’ della storia della band?
Ciao a tutti e grazie del benvenuto, noi siamo gli Ibridoma, una band partita nel 2001 con stampo puramente heavy metal classico, ma che nel corso degli anni ha subito sensibili mutamenti grazie ai vari cambi di formazione, infatti della line up originale rimangono solamente Alessandro Morroni alla batteria e Christian Bartolacci alla voce, il primo chitarrista solista, Pietro Alessandrini, ha ceduto il testimone a Marco Vitali, io ho riempito il vuoto lasciato dal bassista Lorenzo Petrini mentre Simone Mogetta ha ceduto il posto di chitarrista ritmico prima a Daniele Monaldi, poi a Sebastiano Ciccalè ed infine a Lorenzo Castignani. Nel corso della nostra carriera abbiamo prodotto cinque album “Ibridoma” nel 2010, “Nightclub” nel 2012 prodotto da Michael Baskette, noto per aver lavorato con Alter Bridge, Slash e molti altri, “Goodbye Nation” nel 2014 prodotto da Max Morton, “December” nel 2016 e “City of Ruins” nel 2018, questi ultimi prodotti da Simone Mularoni. Nell’arco degli anni abbiamo suonato con diversi nomi di rilievo come Blaze Bayley, facendogli da gruppo di apertura nel suo tour italiano di “The man who would not die”, e Manowar nel festival Magic Circle.

Come mai Ibridoma? Quali furono le circostanze che portarono a propendere per questo nome?
Il nome Ibridoma è stato scelto per il fatto che nessuno dei membri originali provenisse dallo stesso genere, Alessandro e Simone ascoltavano principalmente hard rock, Christian votato all’heavy metal, Pietro che viveva di thrash metal e Lorenzo che ascoltava quasi soltanto death. Ibridoma in parole povere è una cellula che produce anticorpi di vario tipo partendo da un singolo genere, quindi come nome secondo me era piuttosto azzeccato.

Siete una band ormai molto matura, puoi dirci come, secondo te, si sia evoluto in tutti questi anni il vostro sound? Tenendo ovviamente conto del fatto che avete rilasciato ben cinque full…
Il sound del gruppo si è evoluto principalmente per due motivi, il primo sta nel fatto che la maggior parte di noi ormai ha raggiunto una certa età per così dire, quindi abbiamo bene in mente le origini di ciò che ascoltiamo e suoniamo, dall’altro lato però abbiamo sempre seguito il mercato musicale aprendoci anche a nuovi generi, aiutati anche dalla formazione che cambiava spesso, portando nuova linfa alla creazione dei pezzi e offrendoci anche punti di vista più “freschi” rispetto al nostro della “vecchia guardia”.

Il vostro sound di riferimento è chiaramente una forma di metal classico anche se, ascoltando bene, è possibile cogliere anche altre sfumature stilistiche, quali sono le band a cui vi ispirate?
Indubbiamente la base del nostro sound nasce dagli Iron Maiden, ma le nostre influenze sono le più disparate, abbiamo Megadeth, Stratovarius e AC/DC tra le band classiche, molto spesso per gli stacchi ci basiamo su gruppi più aggressivi come Six Fet Under, Breakdown of Sanity o Arch Enemy. Ce ne sono molte altre a cui facciamo riferimento, soprattutto perché sono band che ascoltiamo spesso per nostro gusto personale, ma se dovessi elencarle tutte probabilmente staremmo qui per almeno un’altra ventina di righe.

Volendo trattare il “tema” composizioni, chi di voi è il principale artefice?
A livello strumentale il principale compositore è Marco Vitali che, avendo una formazione tecnica più completa, riesce a comporre con più facilità rispetto al resto di noi, ciò nonostante tutto ognuno di noi ha sempre portato riff o perfino canzoni complete all’attenzione degli altri, e da lì si partiva con i dovuti cambiamenti.

E dei testi che mi dici? Quali sono i temi trattati?
I testi sono stesi quasi esclusivamente dal nostro cantante Christian Bartolacci, ma gli argomenti trattati sono proposti da tutti, abbiamo trattato temi concreti che ci toccassero personalmente, come il terremoto del 2016 e il recente cambiamento climatico o il continuo abbandono dell’Italia da parte dei giovani per tentare la fortuna all’estero. Abbiamo trovato queste tematiche più nelle nostre corde rispetto a temi più astratti o “epici”.

Vorrei soffermarmi un attimo sulla cover del vostro ultimo “City Of Ruins”, molto accattivante… Potresti spiegare cosa si cela dietro e chi è l’autore della stessa?
La copertina è stata creata da Gustavo Sazes, con il quale abbiamo collaborato anche per le copertine di “December” e “Goodbye Nation”, è un artista che sta andando molto e che ha collaborato con molti altri artisti come James LaBrie e Amaranthe. Ovviamente la copertina sta ad illustrare come noi stiamo percependo la nostra società odierna e il mondo che ci circonda.

Sono ormai passati quasi tre anni dal vostro ultimo full, ci sono novità che vuoi svelarci? Cosa avete in cantiere per il prossimo futuro?
Abbiamo dovuto dilatare un po’ i tempi a causa della pandemia e di alcuni problemi personali, ma sicuramente per il prossimo autunno usciremo con qualcosa di nuovo che certamente non deluderà chi già ci segue e che speriamo sia apprezzato anche da chi non ci conosce. 

Come band, in che maniera state vivendo questo particolare periodo storico in cui tutto si è fermato?
Sicuramente l’impossibilità di esibirci live si sta facendo sentire, ma ne abbiamo approfittato per stare di più con i nostri cari e cercare di migliorarci a livello sia personale che tecnico, inoltre abbiamo sempre cercato di non demoralizzarci e sicuramente la musica in questo ci ha aiutato molto, continuando a comporre e suonare, anche se per conto nostro.

Dunque Leonardo, siamo arrivati alla fine, grazie ancora per questa chiacchierata! Non mi resta che augurare a te e alla band un grosso in bocca al lupo per tutto, concludi come vuoi!
Grazie al Raglio del Mulo per lo spazio che ci avete concesso, ringrazio anche tutti coloro che hanno letto quest’intervista e continuano a seguirci e supportarci, per chi ancora non ci conoscesse spero che vorrete ascoltarci sui nostri social nell’attesa di poterci rivedere nuovamente live. Stay Metal

Crash Burn Inferno – Hell is on fire

Ancora un’intervista in collaborazione con Metal Underground Music Machine, questa volta dai suoni rocciosi e frastornanti. I Crash Burn Inferno nascono per volontà di Ade, e si stabilizzano in una formazione a tre con l’ingresso di Mason Rotterkatz e Bedolf. Le sonorità proposte nei due EP sinora pubblicati si rifanno apertamente ai Motorhead e all’hard rock\proto-metal di fine anni 70 primi anni 80.

Ciao Ade, inizierei raccontando come è nato il terzetto base dei Crash Burn Inferno…
Ciao. Allora, la band è nata con un bell’annuncio in cui cercavo un batterista. E successivamente da uno in cui il batterista cercava un bassista. Ci siamo conosciuti così.

Mi sembra chiaro che tra le vostre fonti di ispirazione ci siano i Motorhead, come è nato l’amore per la band di Lemmy e come mai avete deciso di seguirne le orme?
Beh, ho conosciuto i Motorhead quando ero un giovane ingenuo, e la grinta e il suono, perennemente in bilico tra metal e rock mi ha colpito tantissimo. Crescendo, mentre altre band mi piacevano per un periodo e poi magari un po’ meno, i Motorhead sono sempre stati un punto fermo. Non è che ho deciso poi di suonare così a tavolino, è che quando cresci in una maniera poi diventi in una maniera.

Gran parte della carriera degli inglesi è trascorsa con una formazione a tre, anche voi avete adottato questo tipo di line up: quali sono i vantaggi e i limiti di un trio?
I vantaggi sono che c’è poca gente coinvolta ed è più facile gestire una band. I limiti sono che la chitarra è una, e non si può andare oltre quella, quindi in fase di scrittura bisogna sempre tenerlo presente.

Al di là dei Motorhead, sicuramente il vostro sound trasuda di amore per il rock and roll: cosa significa essere un rocker oggi?
E’ una bella domanda alla quale non esiste risposta. Come la definizione di rock è fluida, ancora di più lo è quella di rocker. Potremmo dire che essere rocker significa amare il rock, ma vuol dire tutto e niente. Probabilmente fregarsene di aspettative e giudizi, alzare il volume e il dito medio.

Nel 2019 avete registrato presso gli Animalhouse Studio di Federico Viola, a Ferrara, tutte le canzoni che poi andarono a formare i due E.P. usciti per la Wanikya Record? Come mai avete optato per due EP e non per un album intero contenente tutto il materiale?
Perché eravamo agli esordi, e dei signori nessuno. Decisi di tentare così, per non bruciare tutto il materiale nel caso non venisse filato da nessuno. Poi MrJack mi ha contattato, e lì qualcosa si è mosso, e il nome della band ha iniziato a girare.

Dalla vostra pagina Bandcamp è possibile scaricare gratuitamente “Crash Burn Inferno”. Da cosa nasce la volontà di rendere completamente gratuito la vostra opera?
Nasce dal fatto che non ce ne frega nulla. Se volessimo fare i soldi, anche pochi, faremmo qualcos’altro musicalmente.

Dal singolo “Too Busy For Bullshit” avete anche tratto anche un video, qual è il vostro rapporto con questo tipo di prodotto? Lo ritenete un arricchimento della proposta musicale o un male necessario?
Personalmente amo la parte video/cinematografica quasi quanto la parte musicale. Ne sono sempre stato attratto, fin da molto giovane, fino a realizzare un primo cortometraggio nel 2019, pensando poi di farne altri appena sarà possibile.

Alle luce di quanto ascoltato, mi sembra di dire che il vostro habitat naturale è il palcoscenico. Visto che ancora per un po’ probabilmente non ci si potrà esibire, mi descrivete una vostra performance live?
Poche chiacchere, perché il pubblico non viene per sentire parlare, 1-2-3-4 e via. Niente effetti, basi, niente robe sovraincise. Tutto a volume alto.

In conclusione, cosa riserva per voi il futuro?
L’uscita del prossimo EP, sul quale abbiamo lavorato ognuno a casa propria durante  il lockdown, e che registreremo appenaci sarà possibile.

Celtic Hills – Run to the hills

I Celtic Hills stanno recuperando velocemente il tempo perduto, quasi una dozzina di anni. Nati nel 2008, sono arrivati solo nel 2020 all’esordio, con un ritmo sostenuto in un triennio hanno rilasciato ben tre dischi. In occasione della pubblicazione del più recente, “Mystai Keltoy” (Elevate Records), abbiamo contattato Jonathan Vanderbilt.

I Celtic Hills nascono nel 2008, ci mettono un paio di anni a rilasciare un demo e poi spariscono. Finalmente nel 2020, nel bel mezzo di una pandemia, rilasciate il vostro esordio “Blood Over Intents”, dopo qualche mese pubblicate un EP (“Schräge Music”) e nel 2021 il secondo album, il recente “Mystai Keltoy”: cosa vi ha sbloccato a tal punto da diventare un band prolifica dopo tanti anni di inattività?
Eravamo praticamente sciolti! Io di mio sono stato sempre prolifico e in questi anni ho scritto diversi pezzi per tanti artisti a cui cedevo i brani. Siamo usciti su delle compilation internazionali tanto per tenere vivo il nome. Lo sblocco è stato organizzativo! Ora che c’è una line up registrare le idee risulta molto più semplice

Tre opere in breve tempo, credete che ci siano stati dei miglioramenti tra l’esordio e il vostro ritorno, oppure le varie uscite sono stanzialmente omogenee al punta di vista qualitativo?
Ciascun lavoro ha portato a un evoluzione… tornare a cantare e suonare dopo 10 anni comporta tornare ad allenarsi. Per la chitarra ci vuole meno tempo che per la voce. Dal debutto del 2010 a oggi c’è stata un evoluzione sicuramente!

Cosa si prova ad avere tre dischi fuori e non poterli promuovere dal vivo?
Frustrazione. Ma il saggio sa che da ogni ostacolo si può trovare un opportunità; in questo caso comporre e registrare.

Soffermiamoci sull’uscita più recente, quel “Mystai Keltoy”, che già dal titolo appare enigmatico. Il disco parla dei Misteri Eleusini, ammetto che non ne sapevo nulla prima di leggere le note promozionali e immagino che anche alcuni tra i nostri lettori si trovino nella stessa mia condizione di ignoranza. Vi va di raccontarci qualcosa sul concept?
Gli argomenti che trattiamo da sempre nei testi si rifanno allafFilosofia, alla storia e alle emozioni umane. Argomenti che a scuola chiamavi “pipponi”. La descrizione e spiegazione dei argomenti è materia che va studiata per anni e i nostri testi sono esoterici alcuni ed essoterici altri. Le band scrivono di ciò che li circonda, noi siamo circondati da tanta storia, dai vigneti e dai produttori di birra. In questo disco abbiamo dedicato più testi alla storia e meno alla birra!

Faccio una seconda ammissione, sono più tipo da Giacobbo che da Alberto Angela, non vi chiedo di esporvi, così vi evito il linciaggio degli intellettuali da salotto, ma vorrei sapere cosa vi affascina di questi argomenti…
Ci sono diversi metodi per studiare la storia, da quella dei riassunti Bignami allo studio approfondito di testi e autori che possono anche mettere in discussione certi “passaggi” poco logici. Tutto iniziò con un libro premio Bancarella nel 1976 dal titolo “Non è terrestre” dell’italiano Peter Kolosimo e della sua rivista PK che mio padre acquistava e leggevo anch’io.

In tema di cose affascinanti, chi ha disegnato la copertina? Mi ricorda le illustrazioni che si trovavano sui libri della collana Urania…
La copertina e stata dipinta a mano da una giovane ragazza friulana di Pordenone: Sheila Franco che aveva disegnato anche il precedente “Blood Flows Down”. Un aneddoto: per capire cosa volessi esprimere, le consigliai di guardare il film “Outlander” del 2008 del regista Howard McCain.

Tra i misteri trattati nel disco, ce ne sono alcuni del Friuli, la vostra terra natale. Quel è il filo di congiunzione tra quella parte di Italia e le colline celtiche che danno il nome al gruppo?
Questo territorio estende gli attuali confini e si allarga nei territori che oggi sono la Carinzia austriaca e l’Istria slovena e croata; Chi vive qui non si è mai sentito troppo vicino ai Savoia, ma piuttosto a Francesco Giuseppe! D’altra parte sono solo 100 anni che qui siamo sotto l’Italia.

Sinora ci siamo soffermati più che altro sugli aspetti tematici, come descrivereste invece il vostro sound?
Un sound genuino, potente e sincero. Quel cuore metallico che è andato un po’ perduto negli ultimi 10/ 20 anni. Ci sono diverse influenze, ma alla fine cerchiamo la potenza, la grinta, l’esprimere energia di rivolta da fuorilegge… penso più a Robin Hood che non a Dominic Toretto.

Recentemente avete sdoganato il metal tricolore su RAI Radio 1. Come siete arrivati sulle frequenze di Rock Revolution e che riscontri avete avuto?
Siamo stati contattati da un grandissimo insegnate di musica del Friuli Gabriele Medeot che ci ha invitato al programma di rock che tiene su Rai Radio 1.