U.D.O. – Sinfonia metallica

Il metal che flirta con la classica non è una novità, su questo non ci piove. Però fa sempre piacere poter ascoltare dei brani nati dall’unione di intenti di musicisti con estrazioni differenti, perché “We Are One” (AFM Records) non è il solito disco di reinterpretazioni in chiave orchestrale di vecchi classici, ma una raccolta di pezzi nuovi che hanno visto lavorare fianco a fianco gli U.D.O. con il direttore Christoph Scheibling e ben due arrangiatori, Guido Rennert e Alexander Reuber. A parlarcene è il figlio di Udo Dirkschneider, senonché batterista della band teutonica, Sven.

Benvenuto Sven, quando è nata l’idea dell’album orchestrale?
Ehi Giuseppe, grazie per avermi contattato! Proverò a farla breve … ahah! Abbiamo suonato il nostro primo spettacolo con questa orchestra al Wacken Open Air nel 2015. Tutti sono rimasti colpiti dalla reazione del pubblico e dall’energia e dalle emozioni che stavano scaturendo dal palco. È stato sicuramente uno dei momenti salienti della mia carriera e penso di poter parlare anche a nome degli altri ragazzi della band. Qualche mese dopo, abbiamo avuto l’idea di fare un altro spettacolo insieme, ma questa volta volevamo che fossero ben due ore di show. Come puoi immaginare, il tempo a disposizione durante il Wacken è limitato, nel nostro caso avevamo avuto solo 75 minuti a disposizione. Detto fatto: ci siamo esibiti insieme a Elspe in Germania nel 2018 davanti a quasi 4000 persone e di nuovo l’atmosfera è stata fantastica! Dopo questo spettacolo, abbiamo bevuto un paio di drink insieme ai ragazzi dell’orchestra e abbiamo tenuto delle piacevoli chiacchierate. Ci siamo detti: vi immaginate che bello sarebbe fare un album insieme? E tutti ci siamo risposti: diavolo, sì! E poi: sarebbe più bello scrivere delle canzoni insieme e non solo ri-arrangiare materiale già esistente! Una sorta di plebiscito, tutti eravamo concordi che fosse un’idea fantastica e l’abbiamo realizzata.

Siamo partiti, però, da un momento successivo, la vostra esibizione al W:O:A:, ma come siete entrati in contatto con la Musikkorps der Bundeswehr (l’orchestra delle forze armate tedesche)?
In realtà ci hanno contattato. Gli U.D.O. già nel 2013 avevano suonato in uno spettacolo con la Navy Orchestra delle forze armate tedesche. Abbiamo anche registrato un DVD, “Navy Metal Night”. Poco tempo dopo questo spettacolo l’orchestra di Wilhelmshaven in Germania è stata sciolta. Più o meno un anno dopo, la banda delle forze armate tedesche ci ha contattato e ci ha chiesto se avessimo voluto continuare il viaggio con loro. E così è stato: siamo andati alla grande e abbiamo suonato al Wacken!

Quanto è stato difficile far sposare il vostro metal con la musica da orchestra?
Non è stato così difficile come si potrebbe pensare… Abbiamo avuto circa una tarentina idee di canzoni per questo album e, dopo diversi incontri con il direttore Christoph Scheibling e i due arrangiatori, Guido Rennert e Alexander Reuber, abbiamo fatto una cernita. Butate giù le versioni demo, siamo passati ad organizzare le parti d’orchestra. Hanno fatto un lavoro fantastico! Quando abbiamo ascoltato i primi loro arrangiamenti, ci siamo trovati innanzi esattamente a quello avevamo desiderato che fosse il risultato finale! Ovviamente, ci sono satti molti dettagli da limare ed è stato necessario quasi un anno per scrivere e registrare tutto, ma l’intero processo è stato molto divertente!

Che tu sappia, Udo ha cambiato la sua tecnica vocale per questo album?
Ad essere sincero, non credo proprio! Non posso parlare per lui, ma personalmente ritengo che abbia cantato come sempre!

Almeno all’esterno, il mondo della classica appare alquanto snob, sopratutto nei confronti di un genere come il metal: invece, dalle tue parole, mi pare di capire che non sia andata affatto male dal punto di vista umano con i 60 musicisti dell’orchestra, no?
Posso sicuramente negare in modo categorico lo snobbismo! Sono tutte persone molto simpatiche e amichevoli e ci siamo divertiti tanto insieme al Wacken, all’Elspe e durante il processo di creazione di questo album. Sono tutti musicisti di alto livello e tutti ardono di passione per la musica! Abbiamo anche trascorso dei bei momenti nei bar dell’hotel…

Tornando al Wacken e all’Elspe, quanto sarebbe stato importante oggi a livello simbolico, durante lo stop parziale imposto dal Covid, pubblicare un album dal vivo con l’orchestra?
Secondo me, anche questo album contuene un messaggio speciale, soprattutto in questi tempi folli: Siamo “uno” e “noi” dovremmo agire come “uno” e “noi” dovremmo aiutarci a vicenda e non ucciderci a vicenda! Sarebbe stato fantastico presentare questo album a questa edizione del Wacken Open Air, ma sfortunatamente non sarà possibile. Posso già dirti che siamo stati confermati per il WOA 2021 e neon vediamo l’ora di poter suonare di nuovo dal vivo!

Mettiamo da parte il nuovo album e passiamo alla tua sfera personale: Sven, durante la tua infanzia hai fatto qualche tour con tuo padre? Hai particolari esperienze o ricordi da raccontare?
Non sono mai andato propriamente in tournée con lui quando ero un bambino. Certo durante le vacanze scolastiche, io, mia sorella e mia mamma, abbiamo viaggiato il più possibile con lui! Sono andato a molti grandi concerti da bambino e ho incontrato molte persone fantastiche! Ricordo che stavamo andando a uno show dei Motörhead a Düsseldorf, dovevo aver avuto 10 anni o qualcosa del genere, mi sono imbattuto nel drumkit di Mikkey Dee, durante l’intero concerto mi sono piazzato là dietro e mi sono goduto la sua prestazione. È un gran bel ricordo per me!

Magari è stato in quel momento che hai deciso di diventate un batterista e non un cantante?
In realtà, è successo tutto in modo naturale. Quando avevo cinque anni ho avuto in regalo per natale una piccola chitarra e alcuni bonghi: ovviamente mi sono fiondato sui bonghi. Ricordo che quel giorno a casa mia c’era l’ex bassista Fitty Wienhold, si è messo a suonare qualcosa con la chitarra che avevo appena ricevuto in dono – c’è anche suo video, credo – io ho iniziato a contare 1,2,3,4 in tedesco e mi sono messo a colpire i bonghi. In qualche modo, sono anche andato a tempo! Da quel momento in poi è stato chiaro per i miei genitori che mi sarei messo a suonare la batteria. Ho iniziato a prendere lezioni all’età di cinque anni. Oggi canto parecchio, ci sono un sacco di mie linee vocali nei lavori degli U.D.O. e nei live. Abbiamo anche fatto un duetto vocale insieme su “We Are One”. Ricorco che la abbiamo cantato insieme per la prima volta su “Here We Go Again”.

È difficile lavorare con tuo padre?
Assolutamente no! È un padre molto simpatico ed è anche un grande amico! Passiamo dei bei momenti insieme ed è molto divertente esibirsi con lui sul palco!

Il mio concerto preferito per band e orchestra è “Live with the Edmonton Symphony Orchestra” dei Procol Harum, qual è il tuo?
Penso che sia quello Deep Purple con la Royal Philharmonic Orchestra del 1969.

Finito l’approfondimento sulla tua vita personale, tornerei in conclusione nuovamente all’album: nella storia della musica ci sono un sacco di album metal con orchestra, c’è qualcosa che differenzia questa vostra uscita da quelle degli altri?
Penso che la differenza principale sia che questa musica è stata scritta insieme all’orchestra e non abbiamo riversato su disco materiale già esistente con arrangiamenti classici. Molte band, specialmente nel metal, hanno lavorato insieme con un’orchestra ma il più delle volte con un’orchestra sinfonica per archi e non con una sinfonica di ottoni. Questo lo rende molto speciale. Anche l’orchestra di archi è fantastica, non fraintendetemi, ma rende la musica più “morbida” per la maggior parte del tempo. Un’orchestra di ottoni rende la nostra musica ancora più forte e più potente. La rende ancora più heavy metal. Letteralmente.

Ancillotti – L’Inferno è qui

Gli Ancillotti sono di nuovo qui, forse con il disco più robusto della loro già solida discografia. “Hell on Earth” (Pure Steel Records) è una fotografia sullo stato dell’arte del metal classico nel 2020: un album che, senza stravolgere la lezione del passato, si dimostra fresco ed abrasivo. Bid e Bud ci hanno parlato della loro ultima fatica dal nome quasi premonitore…

Direi di iniziare dal titolo, “Hell on Earth”, quanto mai profetico in questi giorni…
Bid –  Eh sì, il titolo però era stato scelto da tempo: il nostro pianeta ancora prima di questa pandemia non se la passava tanto bene in generale. La vita di tutti giorni è una corsa continua, si hanno comportamenti senza un minimo di valori, ingiusti, falsi e scorretti, Per cosa poi? Per uno spicciolo, una posizione in più in alto rispetto a quella di chi ti sta accanto. “Hell on Earth” è la nostra rivoluzione contro tutto quello che non ci va bene (poi ognuno è libero di sentire cose diverse), per noi è anche proteggere la nostra libertà sia come band che come individui. Credo che, nonostante, il titolo, la musica di questo disco faccia arrivare alla gente un messaggio positivo.

Quando avete iniziato a lavorare sui nuovi brani?
Bid –  Alla fine del tour a supporto di “Strike Back”, per lo più tra il 2018 e i primissimi mesi del 2019, se non ricordo male. Sono stati tutti brani scritti appositamente per “H.o.E.” e non “rimanenze di magazzino” o scarti dei precedenti. Anzi avevamo anche la nostra classica rock ballad, ma per il momento abbiamo deciso di accantonarla. I primi brani composti furono “Till The End” e “Firewind”, che ci mostrarono la strada da seguire e l’impronta da dare. Poi “Another World” e via via tutti gli altri brani, carichi, potenti, veloci e densi di groove: questo per noi è “Hell on Earth”.

Per i testi vi siete affidati alla penna di Giovanni “John” Cardellino, cantante de L’Impero delle Ombre, come mai avete fatto ricorso a una “consulenza esterna”?
Bud – Giovanni in realtà, più che consulenza esterna, è in realtà un caro vecchio amico, e quando venne il momento di pensare ai testi di questo ultimo lavoro degli Ancillotti, il nostro storico autore nonché amico, James Hogg ci disse che per cause di forza maggiore questa volta non ci sarebbe stato! A quel punto ho chiesto a John se gli andava di scrivere un testo per noi, che poi son diventati due, tre ed infine tutti i quelli del disco. Ci teniamo a ricordare, inoltre, che comunque James Hogg ha curato il corretto uso dell’inglese, la grammatica dei testi di John e mi ha seguito nella corretta pronuncia in studio di registrazione.

L’Impero delle Ombre qualche anno fa hanno pubblicato un brano, “Dr. Franky”, ispirato al celebre romanzo della Shelley. Nel vostro disco troviamo la traccia “Frankenstein”, come mai questo libro ha influenzato e continua a influenzare band metal?
Bud – “Frankenstein” è frutto dell’ispirazione di John, ha preso spunto dal romanzo della Shelley per sviluppare una metafora sulle attuali difficoltà relazionali: il “mostro” che prende vita da pezzi assemblati di cadaveri e rianimato dal suo creatore tramite l’energia dei fulmini è conscio d’aver nuova vita ma non ha il cuore, è incapace di amar. Questo crea un vuoto dentro di lui! Come vedi, partendo da un classico dell’horror romantico si può spaziare per raccontare problematiche reali. Poi i romanzi come Dracula di Bram Stoker o E.A.Poe, Lovecraft ecc., sono classici potenti e immortali, perfetti per l’immaginario heavy metal!       

Restando in ambito heavy metal, il genere – soprattutto nella sua forma più classica – è stato ben codificato e ha una propria storia: come si può 2020 attualizzarne il sound senza snaturarlo?
Per attualizzare il metal nel 2020 non credo esista una ricetta ben precisa, a parte la produzione che è molto importante e fa la differenza, perché esalta il risultato. L’esperienza, la passione e l’onestà credo siano le chiavi, molto più delle contaminazioni, se parliamo di classic metal.

Da anni siete sotto Pure Steel Records, un’etichetta tedesca. La Germania è ancora il primo mercato per le vostre sonorità, in termini competitivi credete di esservi affidati una label crucca vi abbia in qualche modo portato un valore aggiunto rispetto a quello che avreste avuto con una corrispettiva italiana?
Bid –  Sicuramente. La PSR lavora in modo professionale, cura tutto nei minimi dettagli senza lasciare niente al caso. Per questo album ci ha dato un supporto straordinario, credono molto in noi, il loro ufficio promozionale in Europa e America ha fatto un lavoro incredibile. Il disco è arrivato ai quattro angoli del pianeta, è stato trasmesso dalle più importanti rock radio in America e Europa, abbiamo ricevuto recensioni entusiastiche dai più importanti magazine di tutto il mondo, Italia compresa. Gli addetti ai lavori (radio, magazine, carta stampata) vogliono conoscerci, ci chiamano per interviste e tutto il resto. Insomma, siamo molto contenti di “H.o.E.” e del successo che sta ottenendo, ma un ringraziamento va anche alla nostra etichetta la PSR.

Rimanendo in Germania, su “Hell on Earth” sento delle influenze Grave Digger, soprattutto nei brani più tirati. Per una band come la vostra, con una solida storia alle spalle e uno stile ben definito c’è ancora spazio per le influenze esterne?
Bid –  Noi ascoltiamo un po’ di tutto e, se un’ispirazione è valida, perché no ? Tu senti i Grave Digger, altri Judas Priest, altri Accept, altri Saxon ecc. Gli anni passati sulla strada insieme hanno forgiato un nostro sound molto riconoscibile potente e compatto, un giusto mix tra passato e i tempi nostri di cui andiamo fieri e, senza peccare di presunzione (chi ci conosce sa come siamo), diciamo che suoniamo come gli Ancillotti!
Bud –  Sì, è vero, abbiamo avuto un sacco di accostamenti al metal teutonico di Accept, Primal Fear, Grave Digger! Guarda non so che dirti, abbiamo semplicemente pigiato di più sull’acceleratore, abbiamo abbondato di pezzi rocciosi e “in your face” con il contributo di una produzione potente e cristallina, alla “tedesca”, se vuoi (da lì le similitudini probabilmente oltre che la nostra label), di Gabriele Ravaglia nel suo studio ad Alfonsine per la parte strumentale. Freddy Delirio, degli FP studios di Lucca, si è occupato alla grande delle mie parti vocali.

Infatti, rispetto alle vostre opere passate, ho particolarmente apprezzato la voce, questo miglioramento è dovuto a particolari studi fatti da Bud ultimamente o è semplicemente variato il vostro approccio in fase di registrazione?
Bud – Grazie per l’apprezzamento sulle parti cantate, sono contento che ti siano piaciute particolarmente. No, non ho mai studiato canto, è tutta esperienza forgiata ascoltando i dischi di grandi band. A mia volta, ci ho messo l’esperienza maturata calcando i palchi da una vita! Infine, vorrei citare il lavoro di mastering di Jacob, grosso nome che ha lavorato coi big europei del metal.

Al di là della grande retorica sula “famiglia metal”, lavorare con dei parenti è un vantaggio o uno svantaggio?
Bid –  Quest’anno ricorre il nostro decimo anniversario e la formazione è sempre la stessa, vorrà pure dire qualcosa. Noi siamo tutti sullo stesso livello e ci rispettiamo, parliamo tutti la stessa lingua musicalmente parlando, abbiamo tutti lo stesso sangue. Ciano è un fratello (di sangue), questo secondo me fa la differenza, quando siamo in giro, stiamo insieme e montiamo su un palco succede qualcosa di sorprendente che non so spiegare: noi insieme, anche alla nostra insostituibile crew, siamo davvero una grande famiglia metal.

Altro tasto dolente, l’attività live: siete essenzialmente degli animali da palcoscenico, come gestite la frustrazione derivante dell’avere un album pronto e non poterlo proporre dal vivo?
Bid –  All’inizio ci siamo buttati sul bere e sul mangiare, è stata dura… ah ah. A parte gli scherzi, noi abitiamo in Toscana, Ciano in Emilia, non è stato possibile vederci in questo periodo. A breve potremo incontrarci di nuovo e ci metteremo sotto per costruire il nuovo show. Non è stato e non è un bel momento per lo spettacolo in generale, ma vogliamo essere positivi e appena ci sarà la possibilità noi  ci faremo trovare pronti per portare in giro la nostra musica e incontrarci finalmente all’Hell on Earth Tour !!

Siete tra i musicisti più scafati della scena italica, cosa vi sentite di consigliare alle nuove leve?
Bud – Di suonare, divertirsi, crederci sempre, semplicemente! Non credere di suonare per sfondare, dando il culo e l’anima all’ultimo trend, siamo in Italia non sfonderai probabilmente e non ti sarai divertito! Suona col cuore… e, come dicevano i Rolling Stones in un loro brano, “It’s only rock’n’roll… but i like it!”

Foto di Luca Bernasconi

Falconer – Le ceneri dell’impero

Il funerale vichingo rappresentato nella bella copertina di “From a Dying Ember” (Metal Blade Records) lascia pochi dubbi sul futuro dei Falconer. Gli svedesi, anche se non hanno saputo dar seguito al successo clamoroso del proprio esordio, hanno costruito una carriera dignitosa e ricca di gemme di folk metal. Per il momento “From a Dying Ember” è un più che degno addio, nella speranza che un giorno possa rivelarsi, col senno di poi, un semplice arrivederci…

Benvenuto Stefan, come è nato “From a Dying Ember”?
Dopo aver suonato il nostro ultimo spettacolo dal vivo al ProgPower negli Stati Uniti nel 2015, ci siamo presi una pausa, proprio come facciamo di solito. Questa volta, però, è stata più lunga e non ho toccato la chitarra per quasi due anni. Avevo due-tre canzoni già pronte, che pensavo fossero davvero buone, e volevo pubblicarle, senza necessariamente scrivere un nuovo album. Non ho vissuto questa lunga sosta creativa come fosse una sfida, adoro la musica dei Falconer e so esattamente come farla, ma in quei momenti mi sembrava di essere sulla ruota di un criceto. Una cosa era certa, non mi sarei costretto a completare un album se non lo avessi davvero voluto. Dopo aver riflettuto a lungo, ho deciso di realizzare un nuovo disco, renderlo il migliore possibile e di incorporare tutti gli elementi che sono propri dei Falconer. Mi sono anche detto che questo sarebbe stato l’album finale per i Falconer e, quindi, tutti i piani, le idee e i desideri che avevo ancora, dovevano essere realizzati in questo lavoro. Ad esempio, una ballata di piano e un’altra canzone puramente folk in svedese con strumenti tipici. Non mi andava di scrivere un ultimo capitolo che fosse così così, sarebbe stato meglio non farlo affatto a quel punto. Volevo essere orgoglioso e poter dire che questo è un album killer con cui porre fine alla vita della band. Ciò ha significato che ho potuto impiegare tutto il tempo necessario, non avevo alcuna pressione, scrivevo canzoni solo quando volevo davvero. L’attesa è sicuramente valsa la pena, perché non posso che essere fiero di un commiato del genere.

Potresti spiegare la tua dichiarazione “Riassumendo, possiamo dire che “From A Dying Ember” ha alcune cose che lo distinguono parecchio da un solito album dei Falconer”?
Bene, una pura ballata di piano è qualcosa di nuovo. Inoltre abbiamo finalmente una cornamusa e una nyckelharpa (strumento tipico della tradizione svedese NDA).

In questi giorni i manifestanti di Minneapolis hanno dato fuoco alla stazione di polizia, quando ho visto le prime foto ho pensato al vostro titolo, “From a Dying Ember”: è capitato anche a te?
No, questo pensiero non mi ha attraversato la mente. Posso dire, però, che la leadership americana è sempre foriera di spunti per i testi. Accadono così tante cose strane lì, nel “miglior Paese del mondo”…

La canzone di chiusura è “Rapture”, un pezzo che si avvicina parecchio allo stile del tuo gruppo precedente, i Mithotyn, che mi dici di questa traccia?
Effettivamente all’iniziato doveva essere una nuova canzone dei Mithotyn da inserire su una compilation con tutti i demo. Un inedito per dare maggiore visibilità a questa uscita in CD. Ad ogni modo, io e Karl Beckman ci siamo resi conto che nessuno di noi voleva sprecare così il tempo impiegato per provare e registrare la nuova canzone, così ho chiesto al mio compagno nei Mithotyn se potevo utilizzarla, combinandone il testo e gli arrangiamenti, per il nuovo Falconer. Ho fatto alcuni piccoli cambiamenti e ho sostituito alcune melodie di chitarra con la voce. Mettendola come l’ultima canzone, mi sento davvero come se avessi chiuso il cerchio.

Come è stato di nuovo lavorare con Karl Beckmann ?
Naturale come in passato, anche se non ci siamo davvero incontrati, ma abbiamo semplicemente impostato alcune idee mandandoci il materiale avanti e indietro. Più o meno come avveniva in passato. Il tutto è stato molto emozionate, non sembrava che fossero passati venti anni dall’ultima volta. Alla fine sia io che Karl abbiamo scoperto fino a che punto siamo cresciuti artisticamente da allora, lui mi ripeteva sempre che i miei spunti suonassero un po’ troppo Falconer e io accusavo lui di voler riproporre i suoi King of Asgard .

Forse è arrivato il momento per ascoltare un nuovo album dei Mithotyn?
No, nel modo più assoluto. Pensa che nei mesi scorsi abbiamo più volte anche pensato di non terminare quello su cui stavamo lavorando. Quindi, escludo categoricamente l’idea che ci possa essere un nostro nuovo disco insieme.

Il mio sogno è sentire una canzone dei Falconer featuring Skyclad o viceversa …
Sì, sarebbe una bella accoppiata, ma forse il risultato non sarebbe poi così così diverso dall’originale. Ho ascoltato molto gli Skyclad quindici-venti anni fa.

Visto che parliamo di influenze, ti piacciono le vecchie folk rock band come Jethro Tull, Pentagle, The Incredible String Band?
I Jethro Tull sono la mia band preferita in assoluto, musica progressive superba. Quando parlo di musica progressiva non mi riferisco solo alle trame complesse ma anche alle grandi melodie. Ho ascoltato Rush, Pink Floyd e Porcupine ma c’è sempre qualcosa che mi convince di meno. Le altre band di cui hai parlato, in realtà, non le conosco, dovrò approfondire.

Suoni chitarra e tastiere, in passato anche il basso per i Falconer: quale strumento preferisci?
Sì, ho suonato anche il basso nei primi due album dei Falconer, ma il mio strumento di elezione è la chitarra. Non mi considero un buon chitarrista, mi serve solo per scrivere le canzoni: il nostro solista è Jimmy, è lui che padroneggia lo strumento. Alla fine, ne facciamo due usi diversi.

Invece, ti piace scrivere testi?
Non è la ragione per cui faccio musica, ma devi avere anche dei testi nelle tue canzoni, quindi cerco di renderli i più belli possibile. Alcune volte penso che risultino davvero buoni. Mi mancherebbe non scrivere testi? No, per niente. Faccio musica per la musica e non per le parole.

Sei anni senza un nuovo album potrebbero compromettere il seguito di una band o ora è più importante avere una regolare attività live?
Non ci è mai interessa l’attività dal vivo. Il motivo per cui siamo esistiti sono i processi creativi, ovvero le canzoni e gli album. Naturalmente avremmo avuto più successo se avessimo promosso il nostro lavoro con più spettacoli dal vivo, merchandising e così via. Ma… siamo stati semplicemente pigri e contenti di avere la possibilità di lavorare con un’etichetta che ci pagasse gli studios. È stato già tanto per noi.

Il vostro primo album è stato un successo clamoroso, pensi poi di aver mantenuto le promesse di inizio carriera?
Non abbiamo più avuto gli stessi riscontri del primo album. Questa domanda è davvero difficile per me, anche perché alla fine dipende più dal giudizio dei fan. La maggior parte di loro dirà sempre che il primo è il migliore, ma personalmente ci trovo una marea di punti deboli dopo tutti questi anni. Per me, “Northwind” è il migliore, e non sto nemmeno prendendo in considerazione il nuovo album, perché non ho ancora una visione prospettica che mi permetta di dare un giudizio definitivo su “From a Dying Ember”.

Dato che stiamo facendo dei bilanci, con il senno di poi sei soddisfatto della tua carriera?
Oh sì. Magari sarebbe stato interessante vedere fin dove saremmo arrivati se avessimo davvero lavorato di più dal vivo e se avessimo spinto maggiormente sulla promozione. Ma non è certo qualcosa di cui mi pento, credo che riprenderei le stesse decisioni strategiche anche oggi.

Mettiamo i Falconer e il passato alle spalle: a questo punto quali saranno le tue prossime mosse?
Non ne ho idea, al momento vorrei solo provare qualcosa di completamente diverso per divertirmi. Poi vedremo dove mi porterà il mio futuro. Ringrazio tutti i nostri fan là fuori, speranzoso che questo album finale sia un inno degno della storia della mia band.

g.f.cassatella

Black Phantom – L’ora del Fantasma Nero

Ospite ad Overthewall, Andrea Tito, leader e portavoce dei Black Phantom, autori in questo 2020 del secondo album, “Zero Hour Is Now” (Punishment 18).

Andrea, grazie di essere qui con noi, i Black Phantom sono un tuo progetto musicale sorto in un periodo di pausa con i Mesmerize, band di cui sei principale autore e compositore. Com’è nata quest’idea?
Il progetto è nato nel 2014, proprio al termine del tour relativo all’ultimo disco dei Mesmerize, “Paintropy”. Alla fine del periodo dei concerti eravamo un po’tutti stanchi, sia mentalmente che fisicamente, perché tra la composizione, la registrazione e la promozione del disco, erano passati due anni davvero molto intensi: abbiamo quindi deciso di prenderci una pausa da tutte le attività. Io però non sono un tipo che riesce a stare con le mani in mano, e quindi ho approfittato di quel momento di tempo libero per tirare fuori dal cassetto una manciata di brani che avevo scritto e messo da parte nel corso degli anni, che per un motivo o per un altro non erano mai stati pubblicati. Ho reclutato una serie di amici per registrare e portare alla luce queste canzoni. Quello che però era nato unicamente come progetto solista con un scopo ben specifico, in pochissimo tempo, visto il divertimento e l’affiatamento che si era creato tra noi, è diventato, praticamente fin da subito, un gruppo vero e proprio! Abbiamo affinato quelle canzoni, realizzato il primo disco, pubblicato dall’etichetta Punishment 18 Records, e successivamente fatto una buona serie di concerti live, che hanno ulteriormente rafforzato la nostra band: da lì sono nate poi le canzoni per il secondo disco, che abbiamo registrato l’anno scorso, ed ora eccoci qui con il nuovo album!

Hai parlato di una serie di amici coinvolti, ti va di citare la line up completa?
Ma certamente! Oltre al sottoscritto al basso, c’è il nostro cantante Manuel Malini; alle chitarre troviamo Luca Belbruno (già mio sodale nei Mesmerize) e Roberto Manfrinato; alla batteria c’è invece Ivan Carsenzuola, che è subentrato ad Andrea Garavaglia poco dopo la pubblicazione del primo disco, e quindi già con noi da tre anni.

A distanza di tre anni dal vostro primo disco, accolto molto bene da pubblico e critica, ecco “Zero Hour Is Now”, sempre su Punishment 18: ci parli di questo nuovo capitolo della vostra storia?
Volentieri! Con questo nuovo album volevamo confermare quanto di buono avevamo già messo in campo con il primo disco, alzando ulteriormente l’asticella sfruttando l’amalgama che si era creata tra noi grazie ai numerosi concerti effettuati. Devo quindi dire che l’affiatamento è davvero notevole, e reputo che anche la performance personale di qualcuno di noi, con questa maggiore esperienza, sia anche migliorata: penso, uno su tutti, al nostro cantante Manuel, che sul nuovo album ha offerto una prestazione davvero super, sia sotto l’aspetto esecutivo che interpretativo! Le recensioni – ad oggi oltre sessanta, da tutto il mondo – che abbiamo ricevuto sono state estremamente positive: ancora una volta è stata riconosciuta la nostra genuinità, e la indubbia passione che abbiamo nei confronti dell’Heavy Metal tradizionale! Quella che ci manca, a questo punto, è l’accoglienza del pubblico… per gli ovvi motivi che tutti sappiamo!

L’artwork della copertina richiama quella del disco precedente, chi è l’autore e questo “Fantasma Nero” è ormai la mascotte della band?
Sì, siamo rimasti talmente soddisfatti della copertina del primo album, che la scelta di affidare la nuova illustrazione al medesimo artista è stata scontata. Il disegnatore è Snugglestab, è moldavo, e l’ho scoperto a suo tempo navigando su internet: potenza della rete! Il suo stile mi ha affascinato fin da subito, perché stavo cercando qualcosa proprio in quello stile: spaventoso ma fumettistico, e soprattutto in classico stile Heavy Metal! Come hai notato, il protagonista dell’artwork è sempre il Fantasma, la nostra mascotte (alla quale peraltro non abbiamo ancora dato un nome!), che riprendendo il concetto del tempo richiamato dal titolo del disco, reca in mano una clessidra ammaccata, che non contiene sabbia bensì tanti piccoli fantasmi e creature maligne! Il tutto, con una dovizia di particolari del protagonista: davvero ben fatta! Anche stavolta, quindi, grazie a Snugglestab siamo riusciti a dare una bella “confezione” alle nostre canzoni!

Quanto è importante per voi la dimensione live? Vi trovate meglio sul palco o in studio di registrazione?
Sai, non essendo più noi “di primo pelo”, come si suol dire, ci troviamo bene in entrambe le situazioni, e riusciamo a tirare fuori il meglio da entrambi i contesti. Registrare in studio può essere talvolta stressante, ma è sicuramente appagante da un punto di vista creativo: veder nascere, formarsi e concretizzarsi una cosa che solo fino a poco prima era soltanto un’idea nella nostra testa, è assolutamente qualcosa di splendido! Quella rimane comunque una soddisfazione intima: ovviamente però l’aspetto live, che ti offre quindi un riscontro istantaneo da parte della gente che ti ascolta, è un’esperienza molto più divertente ed immediata!

Alla luce di questo, quanto il Covid 19 vi ha penalizzato nella promozione del nuovo album? Come vi state muovendo?
Dunque, fatte le debite proporzioni con i disastri VERI che il Coronavirus ha causato e sta tuttora causando alle vite di tutto il pianeta, devo ammettere che ci ha penalizzato, ed anche parecchio! Il nostro disco è uscito esattamente all’inizio del lockdown, e per questo motivo siamo stati costretti ad annullare ben nove concerti già fissati per i tre mesi successivi alla pubblicazione: come ben puoi immaginare, questo ci ha portato un danno economico tangibile, mancandoci completamente le entrate dei concerti e sopratutto le vendite del nostro disco al banchettoi. Ovviamente appena sarà possibile cercheremo di recuperare un minimo questa brutta situazione, anche se indubbiamente non potrà essere la stessa cosa!

Ci vorranno altri tre anni per avere un nuovo disco dei Black Phantom? State preparando qualcosa di nuovo?
Guarda, ovviamente (e l’abbiamo appena visto con il discorso pandemia!) il futuro è imprevedibile, quindi non è proprio il caso di sfidare la sorte! Da parte nostra, peraltro, siamo abbastanza certi che passerà meno tempo, soprattutto perché, nella totale assenza di impegni concertistici, ci siamo totalmente dedicati alla composizione di nuovi brani… e devo ammettere che ci siamo anche un po’ fatti prendere la mano, visto che ad oggi ne abbiamo già fatti ben venti, di cui quindici già completi di testo! Siamo effettivamente parecchio avanti sotto questo aspetto, ed è davvero una bizzarria: pubblicare il secondo disco ed avere allo stesso tempo già il materiale per il terzo ed il quarto è qualche cosa che davvero non si è mai vista! Ahah!

Dove i nostri ascoltatori possono seguirvi?
Sono due i siti che suggerisco loro: il primo è ovviamente la nostra pagina ufficiale su Facebook, al link https://www.facebook.com/bewaretheBP/. Lì potranno trovare tutte le news che ci riguardano, con musica, foto, recensioni ed interviste. Siamo piuttosto attivi sotto questo aspetto, cerchiamo di aggiornare la pagina con nuovi contenuti almeno una volta ogni due giorni. Il secondo link che vi lascio, e che peraltro è il più importante, è quello relativo al nostro web-store: https://blackphantom.bigcartel.com . Lì avranno la possibilità di acquistare direttamente da noi i nostri album ed il nostro merchandise… cosa per la quale ringraziamo anticipatamente: il loro supporto in questo momento estremamente difficile è particolarmente apprezzato!!

Grazie di essere stati con noi!
Grazie a voi per lo spazio che ci avete riservato…e speriamo di poterci rivedere prestissimo in occasione di qualche concerto!

Trascrizione dell’intervista rilasciata a Mirella Catena nel corso della puntata del 4 Giugno 2020 di Overthewall. Ascolta qui l’audio completo: