Nanowar of Steel – La marcia dei merluzzi

Persino voi luridi metallari senza fede, conoscerete la parabola del “Figliol prodigo”. Così, dopo la sbandata commerciale, i lauti incassi, le copertine dei giornali generalisti, noi, come quel padre biblico, siamo pronti ad abbracciare nuovamente i Nanowar of Steel. “Italian Folk Metal” (Napalm Records \ Neecee Agency) ha sancito la pace tra band e fans, ma nuove perigliose battaglie aspettano all’orizzonte i ritrovati paladini del metallo inox!

Ciao, con “Formia” vi siete abbeverati alla fonte del successo vero, mettendovi in tasca un sacco di soldi. Subito dopo  la svolta metal, vi siete ritrovati su Il Raglio del Mulo. Cosa è andato storto?
Niente. Era un piano pianificato dall’alba dei tempi, ovvero almeno da Dicembre 2020. Ritrovarsi su Il Raglio del Mulo è il sogno di ogni musicista che pubblica prima canzoni metal, poi pop, poi metal di nuovo, è una cosa risaputa nella comunità.

Direi di partire subito con le domande scomode: solo qualche mese fa avete tradito il metallo, abbracciando il  pop emozionale. Ora vi ritroviamo nuovamente a fare il metallo, quanto questo ritorno all’ovile è dipeso dalle vittorie dei Måneskin a Sanremo e all’Eurovision?
E’ dipeso moltissimo dai trionfi dei Måneskin, il gruppo brutal death metal irredentista più apprezzato in tutta l’Istria e la Dalmazia. Ci siamo ispirati a loro talmente tanto da essere andati nel futuro, aver visto i loro trionfi, aver pianificato la non partecipazione a Sanremo e successivamente la registrazione di due singoli pop e poi uno metal.

Il nuovo album, “Italian Folk Metal”, “Requiem per Gigi Sabani in Re minore”. Un po’ tutti si sono domandati il perché di questa scelta. Potete spiegarci, finalmente, come mai avete scelto proprio il Re minore come tonalità?
Non l’abbiamo scelto noi ma ci è stato imposto per legge, visto che sin dai tempi di “Non è la RAI” Antonio Ricci ha obbligato il parlamento a legiferare sullo spinoso tema “La tonalità delle canzoni che hanno la parola requiem nel titolo”. Siccome l’infingardo Antonio aveva investito tutto sulle Re Minore, ne ha tratto considerevole vantaggio economico.

Con “La Maledizione di Capitan Findus” avete toccato un argomento a me caro, da anni lotto per il ritorno dell’attore vecchio. Non mi piace proprio questo giovane che c’è ora! Immagino che sia quella la maledizione di cui parlate nel brano…
No, la maledizione di cui si parla è la maledizione che perseguita i merluzzi, creature nobili da sempre perseguitate, annichilite e sterminate dalle spietate reti a strascico del pirata manigoldo e dai sospettosamente giovani amici che abbia mai solcato il Mar dei Sargassi: Capitan Findus. Conosciuto nei sette mari come Il Bin Laden della fauna ittica, il Suharto dei crostacei, il Zeljko Raznatovic “Arkan” dei gamberi e dei molluschi.

Gatto Panceri 666 ha cantanto due brani in lingua straniera, “Der Fluch des Kapt’n Iglo” in tedesco e  “El Baile del Viejo que mira las Obras”  in spagnolo. E’ pronto per mollarvi e partire con una carriera solista tipo Sting?
No, però è pronto per vendere i biglietti della lotteria sui voli RyanAir.

Questo è il vostro primo disco per la Napalm Records, cosa ha visto in voi l’etichetta austriaca?
In realtà, non lo sappiamo, loro sono ancora convinti di aver messo sotto contratto a condizioni vantaggiose una quasi omonima band americana il cui nome inizia per M…

Ora che il 5G scorre nel sangue di molti dei vostri fan, avete pensato a qualche stratagemma per far arrivare direttamente la vostra musica nelle loro teste?
Sì, si chiama “cuffiette”, è un sistema innovativo che ti metti un robot nell’orecchio che ti riproduce dei suoni e quando li ascolti puoi dire “ah”.

Siamo arrivati alla fine, vi va di lasciarci con un messaggio diretto a tutti quei bambini che dopo “Formia” hanno chiesto ai genitori un cappellino di lana e che oggi si sentono traditi?
Il nostro messaggio finale è: Materassa bene chi materassa ultimo!

Screaming Shadows – Le ombre urlano ancora

Bisognerà aspettare ancora qualche mese prima di poter ascoltare “Legacy of Stone” (From the Vaults), il nuovo album degli Screaming Shadows, ormai assenti dalle scene da un decennio. Abbiamo cercato di carpire da Francesco Marras qualche anticipazione sul disco in occasione della pubblicazione del nuovo singolo “Free Me”.

Ciao Francesco, dopo una decade le tue ombre sono tornate ad urlare grazie al nuovo singolo “Free Me”! Come hai occupato questi due lustri?
Ciao a tutti, si gli Screaming Shadows sono tornati e con l’uscita del singolo/video di “Free Me” abbiamo ricevuto un caloroso welcome back. In questi ultimi 10 anni mi sono concentrato più sulla mia carriera solista, ho pubblicato due dischi strumentali (“Black Sheep”, “Time Flies”), un paio di side studio projects (Black Demons , Stone Circles), sono cresciuto come produttore e compositore, ho iniziato a lavorare come turnista collaborando con tanti musicisti come Alessandro Del Vecchio, Jason Rullo, John Macaluso, Terry Brock, Daniel Flores, Angelica, Mattia Stancioiu, ecc., ho suonato come sostituto per band come Purpendicular e Bonfire. Malgrado sia stato molto impegnato ho comunque sempre continuato a comporre musica per gli Screaming Shadows.

Il lungo stop dopo la pubblicazione di “Night Keeper” è stato voluto o è capitato?
Un po’ tutti e due, la produzione di “Night Keeper” è stata molto impegnativa e avevo bisogno di una pausa che si è dilatata un po’ a causa dei vari impegni musicali. La produzione del nuovo disco è comunque iniziata circa 5 anni fa.

Il titolo “Free Me” ha qualcosa a che fare con la situazione di “cattività” in cui viviamo oggi a causa del covid?
Non direi, quando ho scritto il testo non avrei mai pensato che avremmo attraversato una pandemia come questa. Parla più che altro di una situazione generale in cui si trovano gli esseri umani, questa canzone cerca di mandare un messaggio positivo, invita a non sprecare il tempo che abbiamo a disposizione su questo mondo, ad assaporare ogni istante e tutte le esperienze che viviamo, sia positive che negative, a rimanere in contatto con la natura e non avere rimpianti.

Come è nato questo pezzo?
Un po’ come tutte le canzoni che compongo, di solito butto una demo in cui suono le chitarre, il basso, programmo la batteria e canto le linee vocali in fake english. Poi riascolto, vedo cosa funziona e cosa no, modifico, scrivo il testo e la canzone è pronta per la produzione.

In qualche modo la tua esperienza con i Tygers Of Pan Tang ha influenzato la riuscita del pezzo?
Non direi perché come ti dicevo tutto il materiale è stato scritto anni fa, prima del mio ingresso nei Tygers. Il disco era già mixato quando ho fatto le audizioni.

Al di là della tua esperienza nelle gloriose Tigri, quando è cambiato il modo di lavorare di una band in questi 10 anni? Ovviamente, mi riferisco soprattutto al progresso tecnologico, non necessariamente in ambito musicale…
Ho iniziato a fare il musicista intorno agli anni 98/99 e ho vissuto tutto il passaggio dall’analogico al digitale. Oggi è tutto molto differente e mi rendo conto che le giovani band hanno a disposizione molti più strumenti per la produzione e la promozione della propria musica.

Il prossimo inverno arriverà il nuovo album, “Legacy Of Stone”, quanto è rappresentativo del disco “Free Me”?
In questo disco ho cercato di mantenere una certa coerenza tra i vari brani e “Free me” rappresenta a pieno quello che ci si può aspettare dal disco, un heavy metal classico con una produzione moderna, ispirato dai grandi nomi del genere come Iron Maiden, Queensryche, Helloween con tanta melodia, potenza e qualche sferzata di power e prog.

Night Keeper” conteneva le ospitate di Alessandro Del Vecchio (Edge Of Forever, Silent Force), Mattia Stancioiu (Crown Of Autumn) e Pier Gonella (Necrodeath), dobbiamo aspettarci qualcosa di simile sul prossimo lavoro?
No, ed è stata una scelta ponderata. Volevo un disco che fosse omogeneo e cantato da un unico cantante. Il nostro nuovo acquisto si chiama Alessandro Marras, con cui avevamo già lavorato in passato, era inoltre presente su un brano di Night Keeper.

Qualora le condizioni sanitarie dovessero permettervi di fare qualche concerto prima dell’uscita di “Legacy Of Stone”, proporrete qualche brano nuovo oppure preferite attendere che il disco sia fuori per dedicarvi ai live?
Stiamo già organizzando delle date per la presentazione del disco a Novembre, in questi mesi sarò molto impegnato con i Tygers e preferisco aspettare l’uscita di Legacy of Stone prima di tornare sul palco con gli Screaming.

Sabbatonero – Cuori di ferro

Durante il lockdown generale del 2020 siamo stati sommersi dalla retorica del “ne usciremo migliori”. Dopo più di un anno non solo non possiamo affermare di esserne usciti, ma tanto meno possiamo definirci migliori. Però qualcosa di buono ce lo portiamo dietro, come il progetto Sabbatonero, un nugolo di musicisti guidato da Tony ‘Demolition Man’ Dolan e Francesco Conte, che ha deciso di mettere a disposizione il proprio tempo per creare una compilation di tributo ai Black Sabbath, “L’Uomo di Ferro (A Tribute to Black Sabbath)” (Time to Kill Records \ Anubi Press), per raccogliere dei fondi da donare all’ospedale Spallanzani di Roma, struttura in prima linea nella lotta al Covid.

Ciao Francesco, l’idea di Sabbatonero è venuta a te o Tony?
Ciao a tutti voi, l’idea è venuta ad entrambi nel momento in cui stavamo registrando per divertimento la cover di “Hole In the Sky” durante il primo lockdown del 2020 per fare uno dei classici video che si sono visti nel periodo della quarantena. Ci siamo detti, non male pero questa versione, dovremmo farne altre… e da li è partito tutto!

A chi andranno i fondi raccolti?
Tutto quello che verra raccolto dalle versioni in vinile, CD, cassette e digitale, andrà allo Spallanzani di Roma per cure e ricerca.

Ciao Francesco, l’idea di Sabbatonero è venuta a te o Tony?
Ciao a tutti voi, l’idea è venuta ad entrambi nel momento in cui stavamo registrando per divertimento la cover di “Hole In the Sky”, durante il primo lockdown del 2020, per fare uno dei classici video che si sono visti nel periodo della quarantena. Ci siamo detti, non male pero questa versione, dovremmo farne altre… e da li è partito tutto!

Come è nata la collaborazione con la Time To Kill Records?
Con Enrico siamo amici da tanto tempo, ne abbiamo parlato e si è offerto di aiutarci facendo un lavoro fantastico. Ha un bel gruppo di persone appassionate all intento dell etichetta. Stanno facendo un bel lavoro in generale producendo dischi di ottimo livello. Ci sembrava la scelta migliore anche per controllare insieme i fondi per le donazione, cosa che non sarebbe stata possibile facilmente con altre etichette.

Come mai avete scelto proprio i Black Sabbath?
Per quel che riguarda tutti noi, crediamo sia la band più importate nella storia dell’hard rock ed heavy metal ma non solo, sicuramente è la band che ci accomuna più di ogni altra. Quella che ha cambiato del tutto il modo di fare rock alla fine degli anni 60, se pensiamo da quel momento il linguaggio del rock è cambiato del tutto ed è rimasto lo stesso fino ai giorni nostri.

Potesti riepilogare i nomi coinvolti nel progetto?
Oddio sono davvero tanti! Dovrei fare un copia incolla per non dimenticare nessuno! La hacking band che suona tutti i brani siamo io, Tony Dolan al basso e Filippo Marcheggiano del Banco del Mutuo Soccorso alla chitarra. Riccardo Spilli del Balletto di Bronzo alla batteria per sei brani, poi ci sono:

Rasmus Bom Anderson (Diamond Head) – Vocals on “Symptom of the Universe”
Steve Sylvester (Death SS) – Vocals on “Sabbath Bloody Sabbath”
Tony ‘Demolition’ Dolan (Venom Inc) – vocals on “N.I.B.”
Maksymina Kuzianik (Scarceration) & Mayara Puertas (Torture Squad) – Vocal duet on “Killing Yourself To Live”
Tony D’Alessio (Banco Del Mutuo Soccorso) – Vocals on “Heaven & Hell”
Fleigas (Necrodeath) – Vocals on “Paranoid”
John Gallagher (Raven) – Vocals on “Children of the Grave”
Simone Salvatori (Spiritual Front) – Vocals on “A National Acrobat”
Andrea Zanetti (Monumentum) – Vocals on “Hole in the Sky”
James Rivera (Helstar) – Vocals on “War Pigs”

Marty Friedman – “Symptom of the Universe”
Mantas (Venom Inc) – “Sabbath Bloody Sabbath”
Terence Hobbs (Suffocation) – “N.I.B.”
Prika Amaral (Nervosa) – “Killing Yourself To Live”
Ken Andrews (Obituary) – “Heaven & Hell”
Sonia Nusselder (Crypta/Cobra Spell/ex-Burning Witches) – “Paranoid”
Russ Tippins (Satan) – “Children of the Grave”
Atilla Voros (Leander Rising, ex-Tyr/Nevermore – “A National Acrobat”
Wiley Arnet (Sacred Reich) – “Hole In the Sky”
James Murphy (ex Death/Agent Steel/Obituary) – “War Pigs”

Snowy Shaw (Dream Evil/Mercyful Fate, etc) – Drums on “Sabbath Bloody Sabbath”
Mark Jackson (Acid Reign ex-M:Pire of Evil) – Drums on “War Pigs”
Dario Casabona (Schizo) – Drums on “Hole in the Sky”
Keyboard guests:
Freddy Delirio (Death SS) – “Sabbath Bloody Sabbath”
Heric Fittipaldi (Scenario) – “Heaven & Hell”

Quale è stata la prima reazione degli artisti alla vostra proposta?
C’è stato da subito grande entusiasmo e voglia di collaborare, credo sia stato un bellissimo messaggio da parte della comunità metal internazionale. Ci siamo ritrovati tutti insieme a fare qualcosa di bello e utile in un anno molto difficile.

La scelta dei brani e degli interpreti di ognuno è stata fatta da te e Tony oppure avete lasciato ampia libertà?
Per la scelta dei brani ci siamo orientati più o meno sui grandi classici, anche se è difficile a dirsi, per quel che mi riguarda ogni pezzo dei Sabbath è un grande classico, quindi, come dire: abbiamo tirato la monetina! Tony è stato quello che, grazie alla sua esperienza e alle sue amicizie, ha contattato la maggior parte degli ospiti presenti.

Qual è la maggior soddisfazione che ti sei tolto con “L’Uomo di Ferro (A Tribute to Black Sabbath)”?
Ce ne sono diverse, sicuramente quella di condividere musica e confrontarmi con i miei idoli di gioventù e non solo. Poi il fatto che Geezer Butler abbia condiviso e commentato in maniera positiva la nostra cover di “Symptom of the Universe”, quello credo sia impagabile!

Purtroppo, questo non è il migliore dei mondi, pensi che in futuro potresti ripetere un’esperienza del genere a favore di un’altra categoria di persone? E se sì, a quale band ti piacerebbe rendere tributo?
Non saprei cosa risponderti, è stato un lavoro bello ed emozionate ma anche molto faticoso:, 10 mesi di lavoro fatto senza raccogliere profitto non credo sia una cosa ripetibile. Ma mai dire mai, di band ce ne sono tantissime ma credo che sia anche bello pensare a questa cosa come unica.

Ibridoma – Answers in ruins

A quasi tre anni di distanza dalla loro ultima fatica discografica, intitolata “City Of Ruins” ed uscita per l’italiana Punishment 18 Records, tasteremo il polso agli Ibridoma, band marchigiana presente sulle scene da 20 anni. Ne parliamo con Leonardo, il bassista…

Ciao Leonardo, ti do il benvenuto al Raglio del Mulo e ti ringrazio per la tua disponibilità a questa intervista, siete in attività ormai da una ventina d’anni, ti andrebbe di parlarci un po’ della storia della band?
Ciao a tutti e grazie del benvenuto, noi siamo gli Ibridoma, una band partita nel 2001 con stampo puramente heavy metal classico, ma che nel corso degli anni ha subito sensibili mutamenti grazie ai vari cambi di formazione, infatti della line up originale rimangono solamente Alessandro Morroni alla batteria e Christian Bartolacci alla voce, il primo chitarrista solista, Pietro Alessandrini, ha ceduto il testimone a Marco Vitali, io ho riempito il vuoto lasciato dal bassista Lorenzo Petrini mentre Simone Mogetta ha ceduto il posto di chitarrista ritmico prima a Daniele Monaldi, poi a Sebastiano Ciccalè ed infine a Lorenzo Castignani. Nel corso della nostra carriera abbiamo prodotto cinque album “Ibridoma” nel 2010, “Nightclub” nel 2012 prodotto da Michael Baskette, noto per aver lavorato con Alter Bridge, Slash e molti altri, “Goodbye Nation” nel 2014 prodotto da Max Morton, “December” nel 2016 e “City of Ruins” nel 2018, questi ultimi prodotti da Simone Mularoni. Nell’arco degli anni abbiamo suonato con diversi nomi di rilievo come Blaze Bayley, facendogli da gruppo di apertura nel suo tour italiano di “The man who would not die”, e Manowar nel festival Magic Circle.

Come mai Ibridoma? Quali furono le circostanze che portarono a propendere per questo nome?
Il nome Ibridoma è stato scelto per il fatto che nessuno dei membri originali provenisse dallo stesso genere, Alessandro e Simone ascoltavano principalmente hard rock, Christian votato all’heavy metal, Pietro che viveva di thrash metal e Lorenzo che ascoltava quasi soltanto death. Ibridoma in parole povere è una cellula che produce anticorpi di vario tipo partendo da un singolo genere, quindi come nome secondo me era piuttosto azzeccato.

Siete una band ormai molto matura, puoi dirci come, secondo te, si sia evoluto in tutti questi anni il vostro sound? Tenendo ovviamente conto del fatto che avete rilasciato ben cinque full…
Il sound del gruppo si è evoluto principalmente per due motivi, il primo sta nel fatto che la maggior parte di noi ormai ha raggiunto una certa età per così dire, quindi abbiamo bene in mente le origini di ciò che ascoltiamo e suoniamo, dall’altro lato però abbiamo sempre seguito il mercato musicale aprendoci anche a nuovi generi, aiutati anche dalla formazione che cambiava spesso, portando nuova linfa alla creazione dei pezzi e offrendoci anche punti di vista più “freschi” rispetto al nostro della “vecchia guardia”.

Il vostro sound di riferimento è chiaramente una forma di metal classico anche se, ascoltando bene, è possibile cogliere anche altre sfumature stilistiche, quali sono le band a cui vi ispirate?
Indubbiamente la base del nostro sound nasce dagli Iron Maiden, ma le nostre influenze sono le più disparate, abbiamo Megadeth, Stratovarius e AC/DC tra le band classiche, molto spesso per gli stacchi ci basiamo su gruppi più aggressivi come Six Fet Under, Breakdown of Sanity o Arch Enemy. Ce ne sono molte altre a cui facciamo riferimento, soprattutto perché sono band che ascoltiamo spesso per nostro gusto personale, ma se dovessi elencarle tutte probabilmente staremmo qui per almeno un’altra ventina di righe.

Volendo trattare il “tema” composizioni, chi di voi è il principale artefice?
A livello strumentale il principale compositore è Marco Vitali che, avendo una formazione tecnica più completa, riesce a comporre con più facilità rispetto al resto di noi, ciò nonostante tutto ognuno di noi ha sempre portato riff o perfino canzoni complete all’attenzione degli altri, e da lì si partiva con i dovuti cambiamenti.

E dei testi che mi dici? Quali sono i temi trattati?
I testi sono stesi quasi esclusivamente dal nostro cantante Christian Bartolacci, ma gli argomenti trattati sono proposti da tutti, abbiamo trattato temi concreti che ci toccassero personalmente, come il terremoto del 2016 e il recente cambiamento climatico o il continuo abbandono dell’Italia da parte dei giovani per tentare la fortuna all’estero. Abbiamo trovato queste tematiche più nelle nostre corde rispetto a temi più astratti o “epici”.

Vorrei soffermarmi un attimo sulla cover del vostro ultimo “City Of Ruins”, molto accattivante… Potresti spiegare cosa si cela dietro e chi è l’autore della stessa?
La copertina è stata creata da Gustavo Sazes, con il quale abbiamo collaborato anche per le copertine di “December” e “Goodbye Nation”, è un artista che sta andando molto e che ha collaborato con molti altri artisti come James LaBrie e Amaranthe. Ovviamente la copertina sta ad illustrare come noi stiamo percependo la nostra società odierna e il mondo che ci circonda.

Sono ormai passati quasi tre anni dal vostro ultimo full, ci sono novità che vuoi svelarci? Cosa avete in cantiere per il prossimo futuro?
Abbiamo dovuto dilatare un po’ i tempi a causa della pandemia e di alcuni problemi personali, ma sicuramente per il prossimo autunno usciremo con qualcosa di nuovo che certamente non deluderà chi già ci segue e che speriamo sia apprezzato anche da chi non ci conosce. 

Come band, in che maniera state vivendo questo particolare periodo storico in cui tutto si è fermato?
Sicuramente l’impossibilità di esibirci live si sta facendo sentire, ma ne abbiamo approfittato per stare di più con i nostri cari e cercare di migliorarci a livello sia personale che tecnico, inoltre abbiamo sempre cercato di non demoralizzarci e sicuramente la musica in questo ci ha aiutato molto, continuando a comporre e suonare, anche se per conto nostro.

Dunque Leonardo, siamo arrivati alla fine, grazie ancora per questa chiacchierata! Non mi resta che augurare a te e alla band un grosso in bocca al lupo per tutto, concludi come vuoi!
Grazie al Raglio del Mulo per lo spazio che ci avete concesso, ringrazio anche tutti coloro che hanno letto quest’intervista e continuano a seguirci e supportarci, per chi ancora non ci conoscesse spero che vorrete ascoltarci sui nostri social nell’attesa di poterci rivedere nuovamente live. Stay Metal

Crash Burn Inferno – Hell is on fire

Ancora un’intervista in collaborazione con Metal Underground Music Machine, questa volta dai suoni rocciosi e frastornanti. I Crash Burn Inferno nascono per volontà di Ade, e si stabilizzano in una formazione a tre con l’ingresso di Mason Rotterkatz e Bedolf. Le sonorità proposte nei due EP sinora pubblicati si rifanno apertamente ai Motorhead e all’hard rock\proto-metal di fine anni 70 primi anni 80.

Ciao Ade, inizierei raccontando come è nato il terzetto base dei Crash Burn Inferno…
Ciao. Allora, la band è nata con un bell’annuncio in cui cercavo un batterista. E successivamente da uno in cui il batterista cercava un bassista. Ci siamo conosciuti così.

Mi sembra chiaro che tra le vostre fonti di ispirazione ci siano i Motorhead, come è nato l’amore per la band di Lemmy e come mai avete deciso di seguirne le orme?
Beh, ho conosciuto i Motorhead quando ero un giovane ingenuo, e la grinta e il suono, perennemente in bilico tra metal e rock mi ha colpito tantissimo. Crescendo, mentre altre band mi piacevano per un periodo e poi magari un po’ meno, i Motorhead sono sempre stati un punto fermo. Non è che ho deciso poi di suonare così a tavolino, è che quando cresci in una maniera poi diventi in una maniera.

Gran parte della carriera degli inglesi è trascorsa con una formazione a tre, anche voi avete adottato questo tipo di line up: quali sono i vantaggi e i limiti di un trio?
I vantaggi sono che c’è poca gente coinvolta ed è più facile gestire una band. I limiti sono che la chitarra è una, e non si può andare oltre quella, quindi in fase di scrittura bisogna sempre tenerlo presente.

Al di là dei Motorhead, sicuramente il vostro sound trasuda di amore per il rock and roll: cosa significa essere un rocker oggi?
E’ una bella domanda alla quale non esiste risposta. Come la definizione di rock è fluida, ancora di più lo è quella di rocker. Potremmo dire che essere rocker significa amare il rock, ma vuol dire tutto e niente. Probabilmente fregarsene di aspettative e giudizi, alzare il volume e il dito medio.

Nel 2019 avete registrato presso gli Animalhouse Studio di Federico Viola, a Ferrara, tutte le canzoni che poi andarono a formare i due E.P. usciti per la Wanikya Record? Come mai avete optato per due EP e non per un album intero contenente tutto il materiale?
Perché eravamo agli esordi, e dei signori nessuno. Decisi di tentare così, per non bruciare tutto il materiale nel caso non venisse filato da nessuno. Poi MrJack mi ha contattato, e lì qualcosa si è mosso, e il nome della band ha iniziato a girare.

Dalla vostra pagina Bandcamp è possibile scaricare gratuitamente “Crash Burn Inferno”. Da cosa nasce la volontà di rendere completamente gratuito la vostra opera?
Nasce dal fatto che non ce ne frega nulla. Se volessimo fare i soldi, anche pochi, faremmo qualcos’altro musicalmente.

Dal singolo “Too Busy For Bullshit” avete anche tratto anche un video, qual è il vostro rapporto con questo tipo di prodotto? Lo ritenete un arricchimento della proposta musicale o un male necessario?
Personalmente amo la parte video/cinematografica quasi quanto la parte musicale. Ne sono sempre stato attratto, fin da molto giovane, fino a realizzare un primo cortometraggio nel 2019, pensando poi di farne altri appena sarà possibile.

Alle luce di quanto ascoltato, mi sembra di dire che il vostro habitat naturale è il palcoscenico. Visto che ancora per un po’ probabilmente non ci si potrà esibire, mi descrivete una vostra performance live?
Poche chiacchere, perché il pubblico non viene per sentire parlare, 1-2-3-4 e via. Niente effetti, basi, niente robe sovraincise. Tutto a volume alto.

In conclusione, cosa riserva per voi il futuro?
L’uscita del prossimo EP, sul quale abbiamo lavorato ognuno a casa propria durante  il lockdown, e che registreremo appenaci sarà possibile.

Celtic Hills – Run to the hills

I Celtic Hills stanno recuperando velocemente il tempo perduto, quasi una dozzina di anni. Nati nel 2008, sono arrivati solo nel 2020 all’esordio, con un ritmo sostenuto in un triennio hanno rilasciato ben tre dischi. In occasione della pubblicazione del più recente, “Mystai Keltoy” (Elevate Records), abbiamo contattato Jonathan Vanderbilt.

I Celtic Hills nascono nel 2008, ci mettono un paio di anni a rilasciare un demo e poi spariscono. Finalmente nel 2020, nel bel mezzo di una pandemia, rilasciate il vostro esordio “Blood Over Intents”, dopo qualche mese pubblicate un EP (“Schräge Music”) e nel 2021 il secondo album, il recente “Mystai Keltoy”: cosa vi ha sbloccato a tal punto da diventare un band prolifica dopo tanti anni di inattività?
Eravamo praticamente sciolti! Io di mio sono stato sempre prolifico e in questi anni ho scritto diversi pezzi per tanti artisti a cui cedevo i brani. Siamo usciti su delle compilation internazionali tanto per tenere vivo il nome. Lo sblocco è stato organizzativo! Ora che c’è una line up registrare le idee risulta molto più semplice

Tre opere in breve tempo, credete che ci siano stati dei miglioramenti tra l’esordio e il vostro ritorno, oppure le varie uscite sono stanzialmente omogenee al punta di vista qualitativo?
Ciascun lavoro ha portato a un evoluzione… tornare a cantare e suonare dopo 10 anni comporta tornare ad allenarsi. Per la chitarra ci vuole meno tempo che per la voce. Dal debutto del 2010 a oggi c’è stata un evoluzione sicuramente!

Cosa si prova ad avere tre dischi fuori e non poterli promuovere dal vivo?
Frustrazione. Ma il saggio sa che da ogni ostacolo si può trovare un opportunità; in questo caso comporre e registrare.

Soffermiamoci sull’uscita più recente, quel “Mystai Keltoy”, che già dal titolo appare enigmatico. Il disco parla dei Misteri Eleusini, ammetto che non ne sapevo nulla prima di leggere le note promozionali e immagino che anche alcuni tra i nostri lettori si trovino nella stessa mia condizione di ignoranza. Vi va di raccontarci qualcosa sul concept?
Gli argomenti che trattiamo da sempre nei testi si rifanno allafFilosofia, alla storia e alle emozioni umane. Argomenti che a scuola chiamavi “pipponi”. La descrizione e spiegazione dei argomenti è materia che va studiata per anni e i nostri testi sono esoterici alcuni ed essoterici altri. Le band scrivono di ciò che li circonda, noi siamo circondati da tanta storia, dai vigneti e dai produttori di birra. In questo disco abbiamo dedicato più testi alla storia e meno alla birra!

Faccio una seconda ammissione, sono più tipo da Giacobbo che da Alberto Angela, non vi chiedo di esporvi, così vi evito il linciaggio degli intellettuali da salotto, ma vorrei sapere cosa vi affascina di questi argomenti…
Ci sono diversi metodi per studiare la storia, da quella dei riassunti Bignami allo studio approfondito di testi e autori che possono anche mettere in discussione certi “passaggi” poco logici. Tutto iniziò con un libro premio Bancarella nel 1976 dal titolo “Non è terrestre” dell’italiano Peter Kolosimo e della sua rivista PK che mio padre acquistava e leggevo anch’io.

In tema di cose affascinanti, chi ha disegnato la copertina? Mi ricorda le illustrazioni che si trovavano sui libri della collana Urania…
La copertina e stata dipinta a mano da una giovane ragazza friulana di Pordenone: Sheila Franco che aveva disegnato anche il precedente “Blood Flows Down”. Un aneddoto: per capire cosa volessi esprimere, le consigliai di guardare il film “Outlander” del 2008 del regista Howard McCain.

Tra i misteri trattati nel disco, ce ne sono alcuni del Friuli, la vostra terra natale. Quel è il filo di congiunzione tra quella parte di Italia e le colline celtiche che danno il nome al gruppo?
Questo territorio estende gli attuali confini e si allarga nei territori che oggi sono la Carinzia austriaca e l’Istria slovena e croata; Chi vive qui non si è mai sentito troppo vicino ai Savoia, ma piuttosto a Francesco Giuseppe! D’altra parte sono solo 100 anni che qui siamo sotto l’Italia.

Sinora ci siamo soffermati più che altro sugli aspetti tematici, come descrivereste invece il vostro sound?
Un sound genuino, potente e sincero. Quel cuore metallico che è andato un po’ perduto negli ultimi 10/ 20 anni. Ci sono diverse influenze, ma alla fine cerchiamo la potenza, la grinta, l’esprimere energia di rivolta da fuorilegge… penso più a Robin Hood che non a Dominic Toretto.

Recentemente avete sdoganato il metal tricolore su RAI Radio 1. Come siete arrivati sulle frequenze di Rock Revolution e che riscontri avete avuto?
Siamo stati contattati da un grandissimo insegnate di musica del Friuli Gabriele Medeot che ci ha invitato al programma di rock che tiene su Rai Radio 1.

Under Attack – Sotto attacco!

Ospiti di Mirella Catena ad Overthewall gli Under Attack, autori dell’album “Virus Alert” (Sliptrick Records).

Li abbiamo già ascoltati nelle scorse puntate e finalmente ospiti in trasmissione. Diamo il benvenuto agli Under Attack, con noi Daniele, Nando e Fabio. Come nasce l’idea della band?
(Daniele): L’idea è nata nel 2018. Avevo già una collaborazione artistica con Nando da alcuni anni e volevo creare un progetto che mi rappresentasse pienamente in quelle che sono le mie radici musicali. Così ne parlai con lui e successivamente ho coinvolto anche Fabio Rossi, con il quale oltre a condividere la passione per il metal siamo amici da 20 anni e spesso abbiamo suonato assieme. Assieme abbiamo scelto il nome Under Attack e siamo partiti in questa avventura.

Quali sono le vostre precedenti esperienze nella scena musicale?
(Daniele): Veniamo da percorsi molto diversi: Nando, che è anche il nostro produttore artistico, è un professionista di lunga esperienza: è stato chitarrista di Vasco Rossi per diversi anni sia live che in studio ma ha collaborato anche con artisti quali Dean Castronovo e Matt Bissonette. Fabio invece ha collaborato in alcuni progetti black metal come Tryglav aprendo anche alcuni concerti di supporto a band conosciute sempre nello stesso ambito. Io ho lavorato in diversi progetti underground di cover band di musica rock anni 80 e da tempo avevo messo da parte materiale da realizzare con gli Under Attack. Dunque percorsi davvero diversi ma con un motivo comune… ci piace suonare classic metal!

Virus Alert” è il vostro full length di debutto, con questa formazione. Un concept ambientato in un futuro non troppo lontano, forse, con tematiche abbastanza inquietanti ma che lascia uno spiraglio di speranza. Ci parlate della realizzazione dell’album ?
(Nando): Di solito le canzoni partono da Daniele, che è l’ideatore, realizzando dei provini nel suo studio e che mi invia. Dopodiché io li ascolto e nelle settimane successive, un brano alla volta sviluppo suonando tutte le tracce e curando gli arrangiamenti nel mio studio. Purtroppo anche a causa di questa situazione pandemica ad oggi siamo stati costretti a lavorare separatamente, ognuno per conto proprio, per cui anche Fabio, che ha collaborato con un paio di soli in due brani dell’album, ha lavorato da casa sua inviando a me il materiale inciso. Sicuramente il metodo di lavoro cambierà appena potremo vederci e lavorare fisicamente tutti e tre assieme per un prossimo progetto.


A chi è stata affidata la realizzazione dell’artwork e cosa rappresenta?
(Fabio): Seguendo le indicazioni di Daniele per la realizzazione di questo concept album, ci siamo affidati a Gianni Nakos, un talentuoso artista greco meglio conosciuto come Remedy Art Design e che ha firmato le cover per band quali Evergrey o Morbid Angel. La cover rappresenta un po’ le tematiche dell’album con due mani su un computer nel quale compare la scritta virus alert. In realtà il titolo è l idea dell’album è antecedente alla pandemia che stiamo vivendo e non ha riferimenti con la situazione attuale. La metafora del virus digitale che entra nei sistemi informatici rappresenta quel “male” che può entrare in ciascuno di noi e che va combattuto con forza. La cover è ricca di particolari da scoprire, un po’ inserendosi nel filone di quelle copertine famose anche negli 80 che hanno contribuito a rendere celebri diversi album degli Iron Maiden… penso a “Somewhere in Time” o “Powersleave”.

Quali sono i progetti della band dopo la pubblicazione dell’album?
(Nando): In questo momento stiamo continuando la promozione di questo progetto terminata la quale ci metteremo al lavoro per un secondo lavoro degli Under Attack. Purtroppo al momento non sono previsti live, casomai stiamo pensando a qualcosa in streaming. Ma appena possibile vorremo organizzare uno show case per presentare questo album e fare alcune date live.

Dove i nostri ascoltatori possono seguirvi sul web?
Facebook: https://m.facebook.com/underattacktheband/; Instagram: @underattacktheband

Grazie di essere stati con noi. A voi l’ultima parola!
Un caro saluto a tutti voi che ci seguite, potete scaricare il nostro album Virus Alert da questo link
https://snd.click/virusalert. Ciao dagli Under Attack!

Ascolta qui l’audio completo dell’intervista andata in onda il giorno 11 gennaio 2021:

Evilizers – Solar quake

Nati come tribute band dei Judas Priest, gli Evilizers ormai paiono del tutto a proprio agio nel creare musica propria. La Punishment 18 Records \ NeeCee Agency pubblicherà il secondo album in studio “Solar Quake”  dei piemontesi il 26 marzo 2021, ne abbiamo parlato con il cantante Fabio Attacco.

Benvenuti su Il Raglio, tra pochi giorni il vostro secondo lavoro sarà fuori, come vi sentite?
Ciao e grazie per lo spazio Raglio, ci sentiamo un po’ strani, diciamo tanto elettrizzati per l’uscita di questa nostra ultima fatica, quanto dispiaciuti per non poter avere l’occasione di portarla dal vivo a causa delle restrizioni dovute al Covid-19.

Ritenete di essere arrivati a questa seconda prova con un songwriting superiore rispetto a quello dell’esordio?
Certamente, l’esperienza in studio del precedente disco “Center of the Grave”, ed il successivo tour ci hanno maturato artisticamente, ci hanno fatto capire meglio cosa funziona dal vivo, e ci hanno consentito di intraprendere questo percorso alla ricerca di un nostro modo di essere musicale più definito.

Rimanendo in tema di primi giorni della band, quanto è rimasto in voi della tribute band dei Judas?
Siamo partiti dai Priestkillers per omaggiare i nostri idoli, poi con gli anni e l’affiatamento acquisito, abbiamo deciso di tributarli in un’altra maniera, creando il progetto Evilizers. Purtroppo però la richiesta dei locali cadeva quasi sempre su tribute e cover band, quindi, per non ricorrere a crowdfunding o a investimenti a fondo perduto, e non pesare economicamente sulle nostre famiglie, abbiamo deciso di mantenere il tributo attivo ed autofinanziarci.

Vi andrebbe di fare una carrellata veloce sulle singole tracce?
Diciamo che sono pezzi che richiederebbero più che qualche parola, ma ci provo: “Solar Quake” e “U.T.B.” sono pezzi veloci e potenti con testi di introspezione interiore; “Call of Doom” è l’intro di “Chaos Control” che è un brano doom, che, come il successivo “Earth Die Screaming”, che invece è heavy metal con sfumature folk, affronta la tematica del rapporto uomo-natura; “Shiver ofThy Fate” è una classica ballad, con un’intro di chitarra acustica ed un utilizzo un po’ particolare delle distorsioni vocali. Si riparte con una trilogia di pezzi tirati, potenti e cazzuti, “Terror Dream” più heavy speed, “Disobey the Pain” con accenni allo swedish death, “Holy Shit” più trash e power metal, quest’ultima è il primo singolo e parla dell’inutilità del fanatismo religioso. Si torna su ritmi più tradizionali con “Time to Be Ourselves”, puro heavy metal classico; “Ghost” si chiama così perché inizialmente doveva essere una ghost track, è un rock ‘n’ roll divertente e veloce che chiude il disco.

Qual è tra questi il brano che vi descrive meglio oggi e ce n’è uno che invece per voi rappresenta una scommessa?
Sicuramente il pezzo che più ci rappresenta adesso è “Solar Quake”, che parla del come tramutare le avversità in energia vitale e come, credendo in sé stessi, si possa migliorare il proprio essere. C’è voglia di creare un fottuto terremoto sul primo palco che ci ospiterà. La scommessa in realtà c’è e non c’è, perché riteniamo che in ogni brano ci sia un tentativo di provare qualche soluzione nuova, ma tutti i brani sono legati da un filo conduttore.

A proposito di scommesse, comunque avete puntato su sonorità e immagine molto classiche, vi chiederei, allora, qual è lo stato di salute dell’old school heavy metal oggi?
“Metal is Undead” è il titolo di una canzone del nostro primo album e descrive alla perfezione lo stato in cui versa il nostro genere negli ultimi anni. I grandi nomi esistono ancora, ma sono oramai l’ombra di quel che erano. Però esiste un folto sottobosco di band valide, da tutto il mondo, basta andare in rete e si trova veramente di tutto, quel che manca è qualcuno che abbia veramente intenzione di investire su questo genere, purtroppo, spesso è il gruppo stesso a doversi sobbarcare spese che non permettono alla band di promuoversi nella maniera corretta.

Quanto c’è della scuola italiana heavy metal nel vostro suono?
Apprezziamo davvero tanto la scena musicale italiana, in particolare quella che parte dalla fine degli anni ‘80. Penso che le nostre influenze, come è stato per i primi gruppi heavy metal italiani, derivino però principalmente dall’heavy metal inglese.

Torniamo al disco, avete intenzione di pubblicare dei singoli?
Uscirà sicuramente il singolo di “Holy Shit”, con relativo lyric video. Stiamo preparando il video vero e proprio di “Solar Quake”, ma per le restrizioni attuali, e la necessità di fare riprese esterne, chissà quando potremo ultimarlo. Sicuramente ci faremo venire in mente qualche idea per non lasciare i nostri seguaci a bocca asciutta troppo a lungo.

Avete già scelto quali brani proporre dal vivo quando ci sarà la possibilità di tornare a suonare con il pubblico?
Essendo il nostro secondo album, ed essendo noi abituati a scalette molto lunghe per via dell’attività live con il tributo, penso proprio che, salvo motivi tecnici di tempo le porteremo tutte.

Helstar – The return of the vampire

ENGLISH VERSION BELOW: PLEASE, SCROLL DOWN!

“Clad in Black” (Massacre Records), il nuovo album degli Helstar, include nuove canzoni, cover e il precedente disco della band, “Vampiro”, nella sua interezza. Abbiamo fatto due chiacchiere su questa compilation su doppio CD \ LP con il grande James Rivera.

Ciao James, come te la passi in questi strani giorni caratterizzati dall’emergenza pandemica e dall’attacco al Campidoglio?
Sto bene e sto creando musica. Non mi piace entrare in questioni riguardanti la politica, quindi non ho commenti da fare su Capitol Hill, ma ti dirò che in qualche modo capisco perché alcune persone hanno reagito in quel modo. Questo paese stava crescendo economicamente e ora possiamo solo dire addio al suo sviluppo!

Come ci si può rapportate con la musica in questi momenti difficili?
Bene, è facile. Ci dà qualcosa da fare. Inoltre possediamo degli studio privati, quindi non dobbiamo neanche uscire e stare con le persone.

Come nasce il titolo “Clad in Black”?
È un una delle mie frasi preferite del romanzo di Bram Stokers, Dracula, quando Johnathan Harker incontrò Dracula per la prima trovi scritto “Ed eccolo lì. L’uomo dall’aspetto strano vestito di nero”.

L’album include due nuove canzoni e il singolo “Black Wings Of Solitude”, già disponibile da ottobre 2020. Per favore, potresti descrivere queste tre tracce?
“Dark Incarnation” parla di un film che Larry mi ha mandato su una malvagia strega satanica. “Black Wings” racconta di un vampiro che tenta di diventare normale per amore di una mortale ma non ci riesce. “Across the Raging Seas” parla di un Kamakaze. Quei piloti giapponesi che hanno fatto attacchi sucidi alle navi da battaglia nemiche.

Nella track list possiamo trovare tre cover – “Restless and Wild” (Accept), “After All (The Dead)” (Black Sabbath) e “Sinner” (Judas Priest) – perché hai scelto questi classici?
Sono canzoni che facevamo nei nostri primissimi giorni quando eravamo ancora come cover band e che facciamo ancora nei miei James Rivera’s Sabbath Judas Sabbath Metal Extravangza.

Il secondo CD della versione digipak include il precedente album in studio della band, “Vampiro”, nella sua interezza, mixato e masterizzato da Bill Metoyer agli Skull Seven Studios. Perché ha voluto ristampare questo album solo due anni dopo dalla sua uscita originale?
Perché riteniamo che non abbia ottenuto il riconoscimento che meritava a causa di un’etichetta che ha dimostrato di non avere le capacità promozionali per farlo conoscere di più in giro.

Vampiro” è una parola italiana: volevi dare un titolo italiano al tuo album?
Amo la lingua italiana, ma Vampiro si dice anche spagnolo, che è la lingua madre mia e di Larry, quindi l’abbiamo chiamato così per la nostra lingua.

Ti ricordi quando è nata la tua passione per i vampiri?
A causa di molte lune piene da bambino, ma ancora di più quando abbiamo iniziato a scrivere “Nosferatu”.

Ci sono altri concept che vorresti creare per i tuoi futuri album?
Per quanto riguarda gli altri, sono liberi di scrivere ciò che vogliono, noi non stiamo ancora pensando a un altro concept album. Quanto a me, scriverò sempre di vampiri il più possibile. Come vuole la leggenda, i vampiri vivono per l’eternità, così come l’amore e l’interesse per loro di una parte enorme del mondo. La mania dei vampiri è oggi più grande e più forte di quanto non lo sia mai stata e continua a crescere.

Come hai preservato la tua voce dopo tutti questi anni?
Bene, oltre ai motivi di natura medica e scientifica, come adeguati allenamenti, con tonnellate di sonno nella mia bara durante i tour. Buon champagne e Jager Meister!

Hai reso omaggio alle voci meravigliose di Rob Halford e Ronnie James, ma c’è qualche nuovo cantante che ami?
Beh, non direi nuovi cantanti in generale, amo Steve Perry, Tom Jones, Perry Como, Frank Sinatra, Engelbert Humperdink, Neil Diamond, i Betales, i cantanti della Mowtown, David Gahan, Peter Murphy, Morrisey, Robert Smith, Andrew Eldricth dei Sister’s of Mercy, Alice Cooper, Dani Fith ma per quanto riguarda un nuovo cantante che ho incontrato di recente, del quale non solo amo la sua voce ma anche la sua band, è sicuramente Gabriel Franco degli Idle Hands.

Hi James, how are you in these strange days between pandemic emergency and the Capitol Hill attack?
Well been doing fine and just creating music. I don’t like getting into polotics so I really have no comment about Capitol Hill but I will say I understand to a certain point why those people reacted the way they did. This country was shaping up economically and now we can kiss that goodbye!

How can represent the music in these hard days?
Well it’s easy. It gives us something to do. Plus we have home studios so we don’t really have to go out and be around people.

How is born the title “Clad in Black”?
It is a favorite saying in the novel Bram Stokers Dracula when Johnathan Harker met Dracula for the first time he wrote “And there he stood. The strangest looking man Clad In Black”.

The album includes two new songs and the single “Black Wings Of Solitude”, which is available since October 2020. Please, could you describe these three tracks?
“Dark Incarnation” is about a movie Larry sent me about an evil satanic witch. “Black Wings” is about a vampire who wants to try to become normal for a mortal love but can’t. “Across the Raging Seas” is about a Kamikaze piolt. The Japanese pilots who did suciade attacks on enemy battle ships.

In the track list we can find three covers – “Restless and Wild” (Accept), “After All (The Dead)” (Black Sabbath) and Sinner (Judas Priest) – why did you choose these classics?
They are songs we were doing in our very young days still as a cover band and still do in my James Rivera’s Sabbath Judas Sabbath Metal Extravangza.

The second CD of the digipak version includes the band’s previous studio album “Vampiro” in its entirety, which was mixed and mastered by Bill Metoyer at Skull Seven Studios. Why did want to reissue this album just two year later from his original release?
Because we felt it didn’t get the recognition it desereved on a new label that didn’t quit have the promotional skills to get it more known.

Vampiro is the Italian word that stands for vampire: did you wat to give an Italia title to your album?
I love the Italian language so to speak but Vampiro is also Spanish which is mine and Larry’s heritage so no we named it that for our language.

Do you remember when is born your fascination for vampires?
Many full moons agao as a child but even more so when we started writing Nosferatu.

Are there any other concepts you would like to create for your future albums?
As for the rest of the writers they are free to write what they please and we’re not thinking of another concept album yet. As for me I will always write about Vampires as much as I can. As legend has it, vampires live for eternity and so will the love and interest for them from a huge part of the world. The vampire craze is bigger and stronger today then it ever was and continues to grow.

How did you preserve your voice after all these years?
Well on top of the medical and scientific reason of being properly trained how to sing, Tons of sleep in the coffin while on tour. Good champagne and Jager Meister!

You gave your tribute to wonderful voices of Rob Halford and Ronnie James, but is there some new singer you love?

Well I wouldn’t say new singersin general but I love other singers such as Steve Perry, Tom Jones, Perry Como, Frank Sinatra, Engelbert Humperdink, Neil Diamond, all the Betales, Mowtown singers, David Gahan, Peter Murphy, Morrisey, Robert Smith, Andrew Eldricth of Sister’s of Mercy, Alice Cooper, Dani Fith but as far the newest singer I have come across recently and not only love his voice but the band in general is one my favorites now Gabriel Franco of Idle Hands.

Stealth – Live for your faith

Nella storia della musica pesante italiana i live album sono delle rarità, solo pochi gruppi hanno deciso di pubblicarne uno. Tra questi gli Stealth che da qualche settimana hanno fatto uscire “Live For Your Faith”, la riproposizione on stage del loro terzo lavoro “Fight For Your Faith”.

Ciao Ivan (voce e chitarra), la decisione di pubblicare un live album era già stata già presa tempo fa o è nata durante il blocco dei concerti?
Ciao a voi. Diciamo che era già stata presa da tempo ma che abbiamo anche colto la palla al balzo durante il blocco dei concerti. Avevamo del materiale live registrato durante il nostro ultimo tour ed abbiamo così deciso di fare una selezione dei 10 migliori pezzi e di pubblicarli.

Che significato simbolico ha pubblicare un disco dal vivo proprio in questi giorni?
Molto. Ci mancano i live e ci manca l’atmosfera del palco. Abbiamo voluto fare un piccolo tributo a ciò che veramente spinge dei musicisti come noi a suonare e cioè lo spettacolo dal vivo. E speriamo di esserci riusciti.

“Live For Your Faith” raccoglie al proprio interno una versione live del vostro terzo album e i pezzi provengono da più date, quale criterio avete utilizzato per creare la tracklist definitiva?Abbiamo innanzitutto ascoltato attentamente tutto il materiale live registrato che avevamo a disposizione, più di sette ore in totale. Da lì abbiamo selezionato i pezzi migliori, considerando l’idea iniziale di pubblicare il disco con la stessa track list dell’album originale uscito sette anni fa. Poi c’è stata la parte del mixaggio e mastering fatta da Ays Kura negli studi della nostra label a Londra, il tutto fatto ovviamente in periodo di pandemia, ossia da casa tramite scambi di decine di e-mail. E lì ci siamo accorti che la maggior parte dei pezzi suonava davvero forte. Abbiamo infine deciso di andare a selezionare tutti i pezzi da quattro live differenti lasciando da parte quelle canzoni dove magari la resa sonora non era il massimo.

I brani sono stati registrati in Italia, Uk e Slovenia, come varia l’approccio del pubblico nei confronti di un concerto nei vari paesi?
In Italia l’ascoltatore è molto attento ma anche un po’ più freddo rispetto a paesi come la Slovenia o tutto l’Est Europa in generale, dove il pubblico si lascia un po’ più andare e coinvolgere dalla musica. In UK possiamo dire che è una via di mezzo tra i due appena descritti. In generale comunque i feedback ricevuti nei nostri live all’epoca sono stati assolutamente positivi.

“Fight For Your Faith” è un disco uno e trino, oltre alla sua versione originale e a quest’ultima live, ne esiste anche una remixata: cosa vi lega in modo così forte a questo album tanto da rimetterci mano periodicamente ripresentandolo in una veste nuova?
E’ attualmente il nostro disco in studio di punta, quello che ci ha fatto maturare a livello artistico e che ci ha portato degli ottimi feedback sia a livello nazionale che internazionale. Abbiamo impiegato oltre un anno e mezzo per la sua produzione, senza contare i diversi mesi precedenti le registrazioni occupati a comporre le musiche ed i testi. Ecco il perché della rivisitazione live e del remix. Quel disco meritava di essere da noi “celebrato” in tutto e per tutto.

La vostra discografia è diventata corposa, dodici uscite in tutto. Ma se “Fight For Your Faith” è un disco a cui tenete particolarmente, ce n’è uno che in qualche modo considerate meno riuscito?
Teniamo moltissimo a tutti i nostri dischi e le nostre release. Se proprio dovessimo rimettere mano ad un disco, lo faremmo per il nostro primo full length album omonimo uscito nel 2001. Quel disco è fin troppo acerbo e presenta anche qualche errore di esecuzione, di dinamica e anche di composizione che certo ad oggi non faremmo di nuovo. Quelli erano errori di gioventù che all’epoca ci potevano stare.

Quanto è cambiata la scena dai vostri esordi a fine anni 90?
Tantissimo! In quegli anni c’erano un sacco di locali underground nella nostra zona dove poter suonare o semplicemente dove poter uscire una sera con gli amici per ascoltare buona musica. Da una decina di anni a questa parte la situazione è cambiata. I locali sono sempre meno e le opportunità per divertirsi ascoltando rock/metal e per esibirsi sono pochissime qui e in molte altre province italiane. E purtroppo, dopo la pandemia, la situazione di certo non sarà migliore.

Domanda a bruciapelo: ha ancora senso fare uscire un disco oggi, soprattutto in formato fisico?
Secondo noi si. Ovviamente l’avvento dei social media e di piattaforme digitali come Spotify ha reso il formato fisico più un prodotto di merchandising che un vero e proprio dispositivo dove ascoltare musica. Ovviamente, proprio per questo, tanti gruppi hanno optato per la pubblicazione di uno o più singoli /EP piuttosto che di un album intero. Ma alla lunga pensiamo che si ritornerà a dare più importanza al supporto fisico sia esso CD che vinile.

State lavorando su del materiale nuovo?
Sì, certo! Siamo in fase di mixaggio di due nuovi brani che vedranno la luce in primavera. Ci saranno delle novità a livello di sound ma il marchio di fabbrica Stealth resterà lo stesso delle nostre ultime pubblicazioni.