Tygers of Pan Tang – Ruggiti dal passato

Tempo di ristampe in casa Tygers of Pan Tang. Non ci riferiamo ai grandi classici degli anni 80, ma a un disco molto più recente, quell’“Ambush” uscito originariamente nel 2012 per Rocksector Records. La nuova versione Mighty Music contiene quattro bonus track e un booklet arricchito dai ricordi dei protagonisti. Ed è proprio ad uno di questi, Jacopo Meille, che abbiamo chiesto di tornare indietro a quel fatidico 2012.

Ciao Jacopo, tempo di ristampe in casa Tygers of Pan Tang: la Mighty Music ha recentemente messo in commercio una nuova versione di “Ambush”, il secondo full length che ti ha visto protagonista nella fila degli inglesi. A otto anni dalla sua prima stampa qual è il tuo parere su questo disco?
Sono legatissimo ad “Ambush”. Quando ci fu confermato che Rodney Matthews avrebbe fatto la copertina ero felicissimo. Ricordo che ci inviò alcuni bozzetti proprio mentre eravamo in studio a registrare… Eravamo così felici delle canzoni che avevamo scritto per il disco. Sapere poi che avremmo lavorato con Chris Tsangarides ci dette ancora più motivazione.

Possiamo definirlo un momento cruciale nella storia delle Tigri, dato che segna l’uscita di Dean Robertson e il ritorno dietro la consolle di Chris Tsangarides?
Dean se ne è andato subito dopo il primo round di promozione del disco. Ma era ed è orgogliosissimo delle canzoni e delle registrazioni. Quando lo abbiamo informato che il disco sarebbe stato ripubblicato era felicissimo. Per quanto riguarda Chris, lo avevamo incontrato al Bang Your Head nel back stage nel 2011. Parlò a lungo con Robb confessandogli che ancora non aveva digerito il fatto di non aver potuto produrre ‘Crazy Nights’… quindi quando abbiamo iniziato a pensare al successore di ‘Animal Instinct’, lo abbiamo contattato subito. Il resto è “storia”, e per una volta con un lieto fine, nel senso che Chris ha potuto realizzare il suo sogno di produrre ancora una volta un disco dei Tygers of Pan Tang!

Nella mia recensione su Rockerilla ho scritto che la tua versatilità vocale ha permesso a questo album di essere più vario: ritieni di aver influenzato con il tuo ingresso il sound della band e come è cambiato il tuo ruolo in questi tanti anni di militanza nel gruppo?
Se ho influenzato il sound questo è successo in modo naturale. Nei Tygers tutti compongono: le melodie e i testi non sono solo miei ma nel caso di “Ambush” del contributo di Craig Ellis, il batterista, e di Dean Robertson. Di sicuro fin da “Animal Instinct” mi è stato chiesto di non aver paura di proporre e condividere le mie idee. Robb mi ha sempre invitato anche a sentirmi libero di “osare” anche nelle canzoni del repertorio storico. Di sicuro quello che senti negli ultimi dischi non mi è stato imposto.

La nuova edizione contiene delle bonus track, ti andrebbe di parlarne?
Ci sono quattro bonus track: un inedito, “Cruel Hands Of Time” che non è stato inserito nel disco all’epoca solo perché la scaletta ci sembrava perfetta con 11 canzoni. Ti dirò di più: per quella canzone avevo registrato un’altra versione con testo e melodia diverse, scritte da Dean e dedicate a Valentino Rossi e alla “sua” Duchessa. Purtroppo però nessuno di noi ha conservato o forse mai avuto una copia di quella registrazione… Le due canzoni dal vivo sono tratte dal concerto di Fismes del 2012; credo che fosse la prima volta che aprissimo un concerto con “Keeping Me Alive”. Infine abbiamo deciso di inserire una versione demo di “Rock’n’Roll Dream” per dare un’idea di come siamo soliti lavorare a distanza. La base è registrata del vivo in sala prove ed io ho cantato nel mio studio casalingo. È così che molte canzoni dei Tygers sono nate e si sono sviluppate.

Ho ricevuto il promo digitale, quindi non conosco la versione fisica del disco, però nelle note promozionale c’è scritto che il booklet è stato “rinforzato” con vostri contributi, confermi?Confermo: ognuno di noi, anche Dean, ha scritto un personale ricordo di quel periodo. Ed è interessante come ognuno abbia vissuto diversamente quell’esperienza.

Quali brani di “Ambush” hanno superato la prova del tempo e fanno ancora parte delle vostre scalette?
Abbiamo suonato almeno la metà dei brani di “Ambush” dal vivo, ma solo “Keeping Me Alive” è rimasta in scaletta dal 2012; per quanto mi riguarda continuerà a rimanerci fino al nostro ultimo concerto. Spero però di poter risuonare qualche altro brano, in particolare “Mr. Indispensable” che è la mia canzone preferita del disco e qualche altra…

Dato che siamo in vena di ricordi, farei un ulteriore passo indietro: quando hai scoperto i Tygers of Pan Tang? Ricordi qual è stato il loro primo disco che hai ascoltato?
Il primo disco credo sia stato “The Cage”; una copia usata nel 1984 comprata nello storico negozio Contempo di Firenze. Ricordo anche che subito dopo comprai “Spellbound” e me ne innamorai perdutamente al primo ascolto. Credo che il lato A di quel disco sia praticamente perfetto.

Ti va di tornare invece agli eventi che ti hanno portato dietro il microfono di questa gloriosa formazione?
È stata la mia prima e unica audizione. Novembre 2004, non ricordo se il 2 o il 4. A Darlington, nel nord dell’Inghilterra, la stessa città da cui David Coverdale partì con il treno per Londra nel dicembre del 1973… lo presi come un segno di buon auspicio, e dopo 16 anni credo proprio che lo sia stato!

Ti andrebbe di fare una mini classifica, dal basso verso l’alto, dei full length dei TOPT con te alla voce?
Domanda difficilissima perché ogni album ha un posto speciale nella mia memoria. “Animal Instinct” è il primo disco che ho registrato con gli inglesi e rimarrà sempre un momento importante della mia carriera; lavorare con con Chris Tsangarides per “Ambush” mi ha reso il cantante che sono e non potrò mai ringraziarlo abbastanza…”Tygers of Pan Tang” del 2016 lo abbiamo registrato a Newcastle negli storici Blast Studios ed ho ricordi così forti come la registrazione in diretta insieme a Micky di “Angel In Disguise”… una take sola come negli anni ’70… o il giorno che abbiamo registrato i cori di “Glad Rags” con un gruppo di fan scatenati; infine “Ritual” e il mio incontro con Fred Purser, un vero gentiluomo con il quale ho condiviso la mia passione per la birra, in particolare per le IPA… è davvero difficile stilare una classifica, è come chiedere a un padre qual è il suo figlio preferito?!

In chiusura, invece, ti chiedo: qual è il disco, tra quelli senza di te, delle Tigri che preferisci?
“Spellbound”, senza alcun dubbio!

Old Bridge – To Hell and back!

Il metal classico è vivo e vegeto. Il metal classico italiano, forse, anche di più. Gli Old Bridge hanno tirato fuori un lavoro, “Bless the Hell” (auto-prodotto con distribuzione Black Widow Records), che ha messo d’accordo tutti gli amanti dei suoni più tradizionali. Incuriositi dalla bontà di questo disco, abbiamo contattato la cantante Silvia Agnoloni.

Ciao Silvia, il vostro nome – un chiaro tributo alla città di Firenze – attualmente, se non erro, è al centro di una disputa con alcuni ex membri del gruppo: ti andrebbe di fare chiarezza su questo aspetto e presentare l’attuale line up della band?
Oltre due anni fa, con la fuoriuscita di uno dei membri della band, fu preso il preciso accordo con cui il gruppo composto dagli altri quattro membri, che avrebbe portato avanti il progetto musicale, avrebbe anche, ovviamente, mantenuto il nome originale. Poco dopo, però, questa persona ha riformato una propria band riprendendo lo stesso nome e questo, chiaramente, ha generato in un primo momento un po’ di confusione tra i  nostri follower. Non tutti, infatti, sapevano della divisione e quindi risultava difficile attribuire correttamente le varie produzioni musicali realizzate da ciascun gruppo. E’ una situazione che comunque adesso si è abbastanza normalizzata, perché in questi due anni abbiamo fatto percorsi professionali molto diversi, e questo è sempre più evidente, ancor più adesso che siamo in procinto di realizzare il secondo album. In ogni caso, dispute non ce ne sono:  il nome non è rivendicabile da nessuno in quanto riferito ad un monumento artistico e quindi di uso comune. Lasciamo che siano i percorsi professionali a fare la differenza. Riguardo l’attuale line up, ci sono alcuni cambiamenti rispetto alla formazione che ha realizzato il disco che annunceremo a breve, adesso che siamo in procinto di riprendere l’attività live. Punti fissi della band restano io, alla voce, e Shinobi, al basso, a cui si è aggiunto Alessandro Berchicci Soave alla chitarra solista e ritmica.

Il vostro sound mi sembra ben bilanciato tra elementi che si rifanno alla NWOBHM e alla scena epic americana. Questa miscela poi viene riletta in chiave italiana. Sei d’accordo con me?
Sinceramente non abbiamo un riferimento preciso a cui rifarci, perché ognuno di noi ha portato nel gruppo la propria lunga esperienza e con essa i propri gusti, che per forza di cose hanno influenzato in modi diversi il nostro sound. Fin da subito abbiamo deciso di non limitare o etichettare il sound del gruppo, ma di seguire quella che è l’ispirazione del momento. Pertanto nel disco si trovano tanti richiami a generi diversi, compresi appunto il NWOBHM e l’epic americano, ma cercando sempre di mantenere una forte impronta italiana, che ci deve essere perché siamo rappresentanti del metal italiano, una realtà che fatica a farsi conoscere, eppure estremamente valida. L’italianità si trova soprattutto nei testi e nelle atmosfere ispirate alla Divina Commedia, nonché nei richiami a gruppi della nostra tradizione come Death SS e Sabotage; l’influenza americana, invece, emerge nella potenza del suono, da cui non si può prescindere: facciamo metal, non pop!

Ammetto che non ho una particolare passione per le voci femminili del metal odierno, preferisco maggiormente quelle più rudi come quella tua, Silvia, che mi ricorda Doro o Leather Leone, dalle quali però ti distingui per delle influenze bluesy che gli altri due nomi da me citati non hanno. Forse la tua ugola è uno degli elementi che maggiormente caratterizzano e rendono unica la vostra proposta. Che ne pensi?
L’accostamento a nomi come Doro e Leather Leone mi rendono particolarmente orgogliosa ed emozionata, trattandosi di due donne simbolo del metal che hanno aperto la strada anche alle altre che poi si sono cimentate in questo genere. Riguardo alla particolarità della timbrica della mia voce, penso che non sia dovuta solo a caratteristiche naturali, ma anche alle mie esperienze musicali che hanno spaziato fra tanti generi differenti, oltre a quello metal, e che ho avuto modo di  sperimentare. Ecco il perché della venatura rock blues che persiste e che fortunatamente è diventata un tratto di originalità. Ritengo, però, che la singolarità delle nostre canzoni, prima ancora che dalla peculiarità della mia voce, sia data dai testi: sono testi pensati, ricercati, con un intento ben preciso. In essi racconto le mie riflessioni, le mie inquietudini e tutta la emozionalità propria di ogni essere vivente. Ecco, vorrei che fosse questo il punto di forza della nostra produzione musicale.

Qual è il ruolo della donna oggi nel metal, ambiente storicamente prettamente maschile salvo alcune eccezioni?
Intorno agli anni ’80 è innegabile il predominio della  voce maschile nel metal, e il ruolo della donna pareva relegato quasi a quello di groupie; non mi sento di dire che la responsabilità di questo sia da attribuire solo ed esclusivamente agli uomini o alla mentalità che si era sviluppata. Ritengo che le donne stesse per tanto tempo non abbiano avuto il coraggio o non si siano sentite in grado di proporsi al pubblico e così siano rimaste nell’ombra anche per propria scelta. La Musica dovrebbe andare sempre oltre la distinzione di genere; non esiste musica maschile e musica femminile, ma esiste “buona musica” che sia gli uomini che le donne possono realizzare. Personalmente non ho mai avvertito la sensazione di venire accettata con delle riserve in quanto donna, anche se una volta, dopo un concerto, un ragazzo mi avvicinò e nel complimentarsi mi disse “Sei proprio brava, canti come un uomo!” [ridendo]. Ma è innegabile che una discriminazione ci sia stata; col tempo le donne si sono ricavate un loro spazio diventando protagoniste nel metal symphonic o gothic; più recentemente abbiamo assistito ad un’inversione di tendenza per cui troviamo molte donne che si cimentano nel growl, tecnica vocale che rende il risultato canoro quasi indistinguibile fra i generi. A mio parere anche seguire questa tendenza, quasi di massa, è un limite alle reali potenzialità vocali di un’artista, perché se prima la donna era limitata nell’ambito del semi-lirico, lo stesso avviene col growl, senza osare mai nelle tonalità più rock. E mi chiedo, perché no?! Potrei dire loro che è ora di far… sentire la nostra voce!

Altro elemento che mi ha colpito in “Bless the hell” sono le tastiere di Beppi Menozzi. Quale credi che sia stato il suo apporto alla riuscita del vostro disco?
Il grande Beppi Menozzi, tastierista de Il Segno del Comando e degli Jus Primae Noctis, e soprattutto amico, ha dato un contributo importantissimo al nostro disco. In realtà noi siamo nati come gruppo con due chitarre ritmico/soliste e quindi la tastiera diventava un surplus che poteva rischiare di saturare troppo i pezzi. La scelta, invece, si è rivelata vincente, perché lui, con quel suo gusto prog, ha saputo dare un tocco molto originale e quel qualcosa in più ad ogni brano. Pur non trasformandosi in uno strumento fondamentale, la tastiera ha dato un contributo importante alle canzoni donandogli personalità. Col senno di poi, avremmo voluto le tastiere un po’ più alte sul disco, ma abbiamo avuto un po’ paura perché era la prima esperienza in tal senso e non sapevamo prevedere il risultato. Ma il lavoro fatto da Beppi è veramente bello, e infatti porteremo le tastiere nei prossimi live usando le basi perché i pezzi siano più completi. In tante canzoni danno veramente quel sound, quell’atmosfera caratteristica che le chitarre e gli altri strumenti da soli non riescono a creare. D’altronde non è una tastiera qualunque, è la tastiera di Beppi Menozzi!

Parliamo più nel dettaglio di “Bless the Hell”, come e quando è nato?
La storia di “Bless the Hell” è particolarmente travagliata! Basti dire che per registrare il disco sono occorsi due anni, due anni in cui ci sono stati cambiamenti di line up, registrazioni, ri-registrazioni, aggiunte, epurazioni e cambiamenti vari. I pezzi sono nati nell’arco di sei anni e naturalmente quelli che compongono l’album sono solo una parte di tutti i brani realizzati, abbiamo fatto una scelta. Quest’album era già pensato dal 2014, anno in cui uscirono i primi due promo  (“Rage in Paradise” e “The Time of Dream”). Le registrazioni del disco sarebbero dovute iniziare di lì a poco, ma per una serie di vicende sono state rimandate molte volte, al punto che sono iniziate alla fine del 2017. Questa “gestazione” così lunga forse ha generato canzoni che ad un primo ascolto possono sembrare scollegate fra loro, ma in realtà hanno uno storytelling comune molto forte, raccontano un percorso ben preciso,ovvero la discesa nel proprio inferno personale: ogni canzone rappresenta uno scalino verso quella discesa, un confronto con sé stessi. Probabilmente “Bless the Hell” è un disco un po’ particolare anche per i tempi di realizzazione così lunghi, così dilatati. Una canzone pensata sei anni prima, sul disco è risultata inevitabilmente diversa da come è nata. Quasi sicuramente se lo registrassimo nuovamente adesso, i pezzi subirebbero altre modifiche, ma è il momento di andare oltre, abbiamo tanta voglia di fare cose nuove ed è a queste che ci stiamo dedicando.

 “Angels Could Cry” e “Old Bridge” sono le due canzoni che ho maggiormente apprezzato, ti andrebbe di parlarmene?
“Angels Could Cry” è una canzone molto importante, direi fondamentale per quest’album. Nonostante sia un pezzo che esce abbastanza dagli schemi, sia come sound che come costruzione della struttura, posso constatare che sta ricevendo molti consensi. Come già detto, l’album parla dell’inferno personale di ciascuno e pertanto va a toccare varie sfaccettature della fragilità umana. In particolare, in “Angels Could Cry” si parla della dipendenza che può essere generata da vari fattori, non unicamente alcool o droghe, ma anche da qualcosa di più profondo, più mentale. Ogni forma di dipendenza è sbagliata, ogni forma di dipendenza genera una sofferenza interiore, ogni forma di dipendenza è talmente forte da poter far cadere e piangere chiunque, persino un angelo. Nell’immaginario comune, gli angeli sono quelli che ci disegnano da bambini: figure pure, bianche, intatte e alate, senza catene, superiori a noi. In “Angels Could Cry”,invece, vengono umanizzati e quindi diventano insicuri, corrotti, suscettibili anche loro alle nostre fragilità e di conseguenza sofferenti al punto di arrivare a piangere. Il pianto degli angeli è qualcosa fuori dalla nostra concezione dell’ordinario; colpisce proprio perché questi esseri vengono ritenuti superiori. Ma se anche un angelo può piangere, significa che proprio nessuno è esente dal cadere sotto le debolezze umane. Questo dovremmo ricordarci sempre, non solo per non ritenerci infallibili, ma anche per avere rispetto di chi precipita nell’inferno della dipendenza, di qualsiasi genere essa sia. Dal punto di vista musicale, c’è una particolarità nel ritornello, in cui abbiamo inserito un coro in tonalità baritonale. Ne è venuta fuori un’atmosfera molto sepolcrale, scura, malata anche, che penso sostenga bene l’argomento della canzone. Con “Old Bridge”, invece, si va indietro nel tempo, perché si tratta di un brano storico che qui viene proposto in una veste nuova: tributo a Firenze, al suo Ponte Vecchio e al Sommo Dante, con una delle sue citazioni più famose, pronunciata proprio sulle rive di un altro fiume fondamentale quale l’Acheronte, punto di passaggio fra il mondo dei vivi e gli Inferi. Nella mia visione, il mondo dei vivi e dei morti si fonde e si confonde, e coloro che attraversano il Ponte Vecchio per dirigersi verso gli Inferi non sono tanto i turisti che da tutto il mondo vengono ad ammirare il monumento; anzi, la bellezza di quest’opera serve da contrasto con lo squallore della vita dei più poveri, dei diseredati, dei derelitti, di coloro che vorremmo non vedere, che cerchiamo di ignorare. Sono loro che camminano su quel ponte dirigendosi verso il proprio inferno: vivi già morti per molti, come sigilla la frase finale “Noi stiamo morendo nella realtà”.

Il vostro nome non è l’unico tributo alla città di Firenze, il disco è un concept ispirato all’opera di Dante Alighieri. Già altre band in passato hanno trattato l’argomento. In cosa si distingue la vostra disamina del suo Inferno rispetto a quella degli altri?
Essendo tutti fiorentini e amanti del periodo che sta a cavallo fra il Medioevo e il Rinascimento, non potevamo essere indifferenti ad un’opera come la Divina Commedia ed in particolar modo alla sua prima parte, quella che parla dell’Inferno, che è sicuramente quella più forte, quella più intensa. Dante compie un viaggio attraverso l’Inferno che lo porta a confrontarsi con tutte le debolezze umane, e durante il suo percorso viene travolto da un carico di emozioni e reazioni altrettanto umane: paura, pietà, misericordia, compassione, ma anche sdegno e rabbia. Nel ‘300 il suo genio ha concepito e realizzato un’opera grandiosa ed anche coraggiosa, tant’è che gli è costata l’esilio. Per noi è un onore poterci ispirare a lui e mettere in alcuni momenti del disco chiari richiami che consistono non solo nelle parole riportate dalla Divina Commedia, ma anche cercando di ricreare ambientazioni simili. La copertina stessa del disco (opera di Paolo Puppo dei Will’O’Wisp), vede Dante in procinto di attraversare il portone degli Inferi da cui emergono demoni contorti. I suoi demoni. La differenza dagli altri gruppi che hanno tratto ispirazione dall’opera dantesca forse è proprio questa: il fatto che noi non ci fermiamo all’aspetto esplicito dell’Inferno, a Satana, alla dannazione. A noi quello che  interessa è la parte umana del Sommo Poeta e il viaggio che compie dentro di sé. E’ in questo Dante così umano che ci riconosciamo. Chiunque ascolti “Bless the Hell” è spinto a compiere lo stesso viaggio: entrare nel proprio inferno così come ha fatto lui, che si è addentrato nelle proprie debolezze, vi si è trovato faccia a faccia, le ha affrontate, ha cercato una soluzione ed è andato avanti in qualche modo “a riveder le stelle”. Un’opera di riscatto fondamentale che ci porta, infine, a benedire quell’inferno che ci ha resi quel che siamo adesso. Alla luce di tutto questo, penso che la nostra visione dell’Inferno dantesco ne esca più positiva, più costruttiva, meno limitata all’aspetto prettamente coreografico.

A livello tematico la vostra toscanità ha influenzato l’opera, ma credi che questo si esplichi in qualche modo anche nel vostro sound?
A livello di sound, in realtà, c’è stata una certa ricerca di quelle che potevano essere alcune sonorità e alcune strutture ritmiche del Medioevo e del Rinascimento. Ci sono dei punti in cui questa cosa si fa più evidente. La chiusura e anche l’inizio di “Bless the Hell” ne sono un esempio. Nell’intro di “Old Bridge”, una chitarra dal suono pulito quasi “liutistico” che si intreccia con una celesta, e quella marcetta che chiude la canzone, rimandano fortemente a quelle sonorità proprie di una Firenze a cavallo fra il Medioevo e il Rinascimento. In futuro probabilmente, oseremo di più attingendo nuovamente alle nostre radici. Guardando invece la realtà musicale toscana più recente, è chiaro che nel nostro sound si è trasferito anche tutto ciò che ci hanno insegnato i grandi gruppi con cui siamo cresciuti, fra cui i già citati Death SS e Sabotage, senza dimenticare la Strana Officina o i Dark Quarterer e tutti coloro a cui dobbiamo riconoscere il merito di aver aperto una strada non solo al metal toscano, ma a quello nazionale.

E’ tutto, a te la chiusura.
Fra le tante vicende avverse che ci sono capitate abbiamo avuto anche quella del Covid: il disco è uscito l’11 Gennaio del 2020 e di lì a poco c’è stata la chiusura di tutto. Quindi, con tanti concerti per l’Italia per promuovere l’album, con la collaborazione con la Black Widow appena avviata, siamo stati costretti a fermarci; anche se non del tutto, perché intanto abbiamo lavorato sui pezzi nuovi. Nonostante sia mancata tutta questa possibilità di presentare live il disco, fortunatamente sta andando abbastanza bene, ma ci manca il palco. A me particolarmente manca la possibilità di “raccontare” le mie storie, a tal punto che questa è diventata quasi una sofferenza fisica. Adesso sembra che ci sia il modo di ripartire con i concerti dal vivo e abbiamo già qualche data. Spero che la gente abbia ancora voglia di scoprirci, di ascoltarci e di apprezzare il nostro lavoro. Come già detto, nel frattempo stiamo lavorando all’album nuovo e sono molto contenta dei presupposti. Anche questo sarà un concept album, di cui non anticipo nulla per non rovinare la sorpresa, ma sarà qualcosa che seguirà con una nuova tematica, sempre profonda, sempre riguardante il proprio percorso interiore, le linee del primo “Bless the Hell”. Concludo con un invito rivolto a tutti ad ascoltare il metal italiano, che ha tanto da dire. Ci sono tante belle realtà da valorizzare, non limitatevi ai gruppi stranieri. Anche noi in Italia sappiamo fare Musica, sappiamo fare Metal. E lo sappiamo fare bene.

Ironthorn – Le leggende del rock

Ospiti di Overthewall gli Ironthorn, autori del secondo album “Legends of the Ancient Rock”.

Gli Ironthorn si formano ad Agrigento nel 2014. Quali sono le vostre esperienze musicali prima della fondazione della band?
Dunque proveniamo tutti da esperienze diverse e ci siamo trovati negli Ironthorn a suonare insieme per la prima volta, Maurizio prima di abitare in Italia è nato e cresciuto in Venezuela e poi è stato negli Stati Uniti, lì ha suonato in diverse band heavy e nu metal anche se è prevalentemente un appassionato di power metal. Luigi nasce artisticamente dal thrash metal e dal grunge avendo fatto parte tra Ribera e Messina di diverse band nell’ambito. Gabriele proviene prevalentemente dal blues anche se è un grande appassionato di progressive. Eliseo è un po il “conservatore” della band, adora i classici Deep Purple, Led Zeppelin e Black Sabbath, nasce come chitarrista e si adatta per questa nuova avventura a suonare il basso negli Ironthorn. Infine Antony che è un estimatore del nu metal, e che prima degli Ironthorn aveva avuto delle esperienze in ambito death e thrash metal.

Il vostro progetto musicale richiama il sound delle più famose band hard rock e thrash metal band del passato, quali gruppi sono stati la vostra principale fonte d’ispirazione?
Beh, ricollegandoci alla domanda precedente, proprio per le diverse esperienze che ognuno di noi ha avuto ne tempo anche le nostre influenze sono molteplici. Alcune di loro sono citate nel brano “Legends” dall’album “Legends of the Ancient Rock” che è proprio una sorta di tribute song ai grandi, di cui potete vedere il simpatico lyric video su YouTube in cui sono raffigurati in chiave fumettistica. Sono veramente tante le band che in questi anni ci hanno dato linfa vitale, dai Metallica, ai Maiden, Megadeth, Pantera, Led Zeppelin, Slipknot, Sonata Arctica e chiudiamo qua o questa domanda richiederebbe una decina di pagine!

Quali sono le tematiche che trattate nei vostri testi?
Le tematiche degli Ironthorn sono molteplici, si parte da esperienze di vita, e annesse osservazioni, racconti sentiti qua e la, amore, vita, morte, musica, società, quasi sempre con una sorta di atteggiamento avverso a certi schemi mentali. In “L.O.T.A.R.” il filo conduttore al quale è ancorato il concetto dell’intero album è la musica stessa, trattata con l’ausilio di famosi miti e leggende, dal classico mito greco, alla mitologia norrena, fino alle più blasonate leggende letterarie come Cthulhu e i lupi mannari. Questo vuole esaltare la natura epica nella musica stessa, ci serviamo insomma dei miti per parlare del nostro vero mito che è la musica, distaccandoci in parte da quella che è la narrazione o la morale del mito stesso.

Come si svolge la fase di composizione di un brano degli Ironthorn?
Beh, facciamo tutto nella maniera più classica, e cioè ci vediamo in saletta e cominciamo a buttare giù un po di idee. Solitamente partiamo da una base che noi definiamo “il pilastro”, che può essere un riff o una melodia creata da uno di noi o da tutti durante le prove, a questa base di sostegno ognuno di noi va ad imprimere il proprio carattere e il proprio stile creando così, quello che risulterà essere “lo scheletro” di un futuro brano che, seppur già abbastanza completo, ne andremo a rifilare e perfezionare certi dettagli e melodie durante la registrazione in studio.

Dopo “After the End”, il vostro primo lavoro in studio targato 2017, pubblicate “Legends of the Ancient Rock” due anni dopo. Cos’è cambiato nel frattempo e quali sono le sostanziali differenze tra un album e l’altro?
Una cosa che si può capire fin dal inizio è la miglioria nella produzione di “Legends of the Ancient Rock” rispetto al nostro primo lavoro, questo grazie soprattutto alla crescita in questo ambito del nostro produttore che altri non è che Maurizio! Un’altra cosa, che pensiamo sia la più importante è, che in questo album siamo cresciuti tutti musicalmente e ci siamo trovati tra di noi, creando così un legame di amicizia, e possiamo dire anche di fratellanza molto più forte, considerando anche quanto diversi siano i nostri generi musicali di provenienza. Abbiamo insomma trovato un intesa nuova, che ci permette anche dal vivo di dare il meglio di noi nella maniera più naturale. Infine ma non per questo meno importante, anche una altra piacevole novità, cioè la collaborazione con un artista d’eccezione, il grande Roberto Tiranti alias Rob Tyrant degli insuperabili Labyrinth.

In che modo il lockdown ha cambiato i vostri progetti riguardo i live? Avete approfittato di quel periodo per comporre?
La quarantena purtroppo ha cambiato tutti i nostri progetti, all’inizio di quest’anno stavamo giusto pianificando delle nuove tournée per il 2020 in Italia ma anche in giro per l’ Europa, naturalmente siamo stati costretti a fermarci e annullare tutti i progetti, sperando che il 2021 sarà un anno più propizio e porti aria nuova in un settore particolarmente colpito dagli effetti economici di questa triste situazione. Ovviamente non siamo stati con le mani in mano ma ne abbiamo approfittato per riorganizzare diverse idee nuove per progetti futuri , abbiamo realizzato con ovvi limiti fisici anche un video casalingo di “Seed of Fire”, e cui siamo messi a lavoro su un brano cover che ci è stato richiesto, per la realizzazione di una compilation tribute ai Tiamat.

Avete un rapporto diretto con il pubblico che vi segue? Siete voi a gestire le pagine social che riguardano la band?
Sì assolutamente, noi abbiamo gli accessi diretti con tutti le nostre pagine social, quindi se qualcuno ha bisogno di contattarci, può farlo tranquillamente sul sito principale o Facebook.

Dove i nostri ascoltatori possono seguirvi? Potete seguirci principalmente su questi siti:
Facebook: www.facebook.com/upIronthorn, Website: www.ironthorn.it, YouTube: www.youtube.com/channel/UCe1orAoNIkra_NRfKY-Q2nQ, Instagram: www.instagram.com/ironthorn_official

Grazie di essere stati con noi
Grazie a voi! è stato un grande piacere parlare con te e speriamo vederci presto!

Trascrizione dell’intervista rilasciata a Mirella Catena nel corso della puntata del 4 Giugno 2020 di Overthewall. Ascolta qui l’audio completo:

U.D.O. – Sinfonia metallica

Il metal che flirta con la classica non è una novità, su questo non ci piove. Però fa sempre piacere poter ascoltare dei brani nati dall’unione di intenti di musicisti con estrazioni differenti, perché “We Are One” (AFM Records) non è il solito disco di reinterpretazioni in chiave orchestrale di vecchi classici, ma una raccolta di pezzi nuovi che hanno visto lavorare fianco a fianco gli U.D.O. con il direttore Christoph Scheibling e ben due arrangiatori, Guido Rennert e Alexander Reuber. A parlarcene è il figlio di Udo Dirkschneider, senonché batterista della band teutonica, Sven.

Benvenuto Sven, quando è nata l’idea dell’album orchestrale?
Ehi Giuseppe, grazie per avermi contattato! Proverò a farla breve … ahah! Abbiamo suonato il nostro primo spettacolo con questa orchestra al Wacken Open Air nel 2015. Tutti sono rimasti colpiti dalla reazione del pubblico e dall’energia e dalle emozioni che stavano scaturendo dal palco. È stato sicuramente uno dei momenti salienti della mia carriera e penso di poter parlare anche a nome degli altri ragazzi della band. Qualche mese dopo, abbiamo avuto l’idea di fare un altro spettacolo insieme, ma questa volta volevamo che fossero ben due ore di show. Come puoi immaginare, il tempo a disposizione durante il Wacken è limitato, nel nostro caso avevamo avuto solo 75 minuti a disposizione. Detto fatto: ci siamo esibiti insieme a Elspe in Germania nel 2018 davanti a quasi 4000 persone e di nuovo l’atmosfera è stata fantastica! Dopo questo spettacolo, abbiamo bevuto un paio di drink insieme ai ragazzi dell’orchestra e abbiamo tenuto delle piacevoli chiacchierate. Ci siamo detti: vi immaginate che bello sarebbe fare un album insieme? E tutti ci siamo risposti: diavolo, sì! E poi: sarebbe più bello scrivere delle canzoni insieme e non solo ri-arrangiare materiale già esistente! Una sorta di plebiscito, tutti eravamo concordi che fosse un’idea fantastica e l’abbiamo realizzata.

Siamo partiti, però, da un momento successivo, la vostra esibizione al W:O:A:, ma come siete entrati in contatto con la Musikkorps der Bundeswehr (l’orchestra delle forze armate tedesche)?
In realtà ci hanno contattato. Gli U.D.O. già nel 2013 avevano suonato in uno spettacolo con la Navy Orchestra delle forze armate tedesche. Abbiamo anche registrato un DVD, “Navy Metal Night”. Poco tempo dopo questo spettacolo l’orchestra di Wilhelmshaven in Germania è stata sciolta. Più o meno un anno dopo, la banda delle forze armate tedesche ci ha contattato e ci ha chiesto se avessimo voluto continuare il viaggio con loro. E così è stato: siamo andati alla grande e abbiamo suonato al Wacken!

Quanto è stato difficile far sposare il vostro metal con la musica da orchestra?
Non è stato così difficile come si potrebbe pensare… Abbiamo avuto circa una tarentina idee di canzoni per questo album e, dopo diversi incontri con il direttore Christoph Scheibling e i due arrangiatori, Guido Rennert e Alexander Reuber, abbiamo fatto una cernita. Butate giù le versioni demo, siamo passati ad organizzare le parti d’orchestra. Hanno fatto un lavoro fantastico! Quando abbiamo ascoltato i primi loro arrangiamenti, ci siamo trovati innanzi esattamente a quello avevamo desiderato che fosse il risultato finale! Ovviamente, ci sono satti molti dettagli da limare ed è stato necessario quasi un anno per scrivere e registrare tutto, ma l’intero processo è stato molto divertente!

Che tu sappia, Udo ha cambiato la sua tecnica vocale per questo album?
Ad essere sincero, non credo proprio! Non posso parlare per lui, ma personalmente ritengo che abbia cantato come sempre!

Almeno all’esterno, il mondo della classica appare alquanto snob, sopratutto nei confronti di un genere come il metal: invece, dalle tue parole, mi pare di capire che non sia andata affatto male dal punto di vista umano con i 60 musicisti dell’orchestra, no?
Posso sicuramente negare in modo categorico lo snobbismo! Sono tutte persone molto simpatiche e amichevoli e ci siamo divertiti tanto insieme al Wacken, all’Elspe e durante il processo di creazione di questo album. Sono tutti musicisti di alto livello e tutti ardono di passione per la musica! Abbiamo anche trascorso dei bei momenti nei bar dell’hotel…

Tornando al Wacken e all’Elspe, quanto sarebbe stato importante oggi a livello simbolico, durante lo stop parziale imposto dal Covid, pubblicare un album dal vivo con l’orchestra?
Secondo me, anche questo album contuene un messaggio speciale, soprattutto in questi tempi folli: Siamo “uno” e “noi” dovremmo agire come “uno” e “noi” dovremmo aiutarci a vicenda e non ucciderci a vicenda! Sarebbe stato fantastico presentare questo album a questa edizione del Wacken Open Air, ma sfortunatamente non sarà possibile. Posso già dirti che siamo stati confermati per il WOA 2021 e neon vediamo l’ora di poter suonare di nuovo dal vivo!

Mettiamo da parte il nuovo album e passiamo alla tua sfera personale: Sven, durante la tua infanzia hai fatto qualche tour con tuo padre? Hai particolari esperienze o ricordi da raccontare?
Non sono mai andato propriamente in tournée con lui quando ero un bambino. Certo durante le vacanze scolastiche, io, mia sorella e mia mamma, abbiamo viaggiato il più possibile con lui! Sono andato a molti grandi concerti da bambino e ho incontrato molte persone fantastiche! Ricordo che stavamo andando a uno show dei Motörhead a Düsseldorf, dovevo aver avuto 10 anni o qualcosa del genere, mi sono imbattuto nel drumkit di Mikkey Dee, durante l’intero concerto mi sono piazzato là dietro e mi sono goduto la sua prestazione. È un gran bel ricordo per me!

Magari è stato in quel momento che hai deciso di diventate un batterista e non un cantante?
In realtà, è successo tutto in modo naturale. Quando avevo cinque anni ho avuto in regalo per natale una piccola chitarra e alcuni bonghi: ovviamente mi sono fiondato sui bonghi. Ricordo che quel giorno a casa mia c’era l’ex bassista Fitty Wienhold, si è messo a suonare qualcosa con la chitarra che avevo appena ricevuto in dono – c’è anche suo video, credo – io ho iniziato a contare 1,2,3,4 in tedesco e mi sono messo a colpire i bonghi. In qualche modo, sono anche andato a tempo! Da quel momento in poi è stato chiaro per i miei genitori che mi sarei messo a suonare la batteria. Ho iniziato a prendere lezioni all’età di cinque anni. Oggi canto parecchio, ci sono un sacco di mie linee vocali nei lavori degli U.D.O. e nei live. Abbiamo anche fatto un duetto vocale insieme su “We Are One”. Ricorco che la abbiamo cantato insieme per la prima volta su “Here We Go Again”.

È difficile lavorare con tuo padre?
Assolutamente no! È un padre molto simpatico ed è anche un grande amico! Passiamo dei bei momenti insieme ed è molto divertente esibirsi con lui sul palco!

Il mio concerto preferito per band e orchestra è “Live with the Edmonton Symphony Orchestra” dei Procol Harum, qual è il tuo?
Penso che sia quello Deep Purple con la Royal Philharmonic Orchestra del 1969.

Finito l’approfondimento sulla tua vita personale, tornerei in conclusione nuovamente all’album: nella storia della musica ci sono un sacco di album metal con orchestra, c’è qualcosa che differenzia questa vostra uscita da quelle degli altri?
Penso che la differenza principale sia che questa musica è stata scritta insieme all’orchestra e non abbiamo riversato su disco materiale già esistente con arrangiamenti classici. Molte band, specialmente nel metal, hanno lavorato insieme con un’orchestra ma il più delle volte con un’orchestra sinfonica per archi e non con una sinfonica di ottoni. Questo lo rende molto speciale. Anche l’orchestra di archi è fantastica, non fraintendetemi, ma rende la musica più “morbida” per la maggior parte del tempo. Un’orchestra di ottoni rende la nostra musica ancora più forte e più potente. La rende ancora più heavy metal. Letteralmente.

Ancillotti – L’Inferno è qui

Gli Ancillotti sono di nuovo qui, forse con il disco più robusto della loro già solida discografia. “Hell on Earth” (Pure Steel Records) è una fotografia sullo stato dell’arte del metal classico nel 2020: un album che, senza stravolgere la lezione del passato, si dimostra fresco ed abrasivo. Bid e Bud ci hanno parlato della loro ultima fatica dal nome quasi premonitore…

Direi di iniziare dal titolo, “Hell on Earth”, quanto mai profetico in questi giorni…
Bid –  Eh sì, il titolo però era stato scelto da tempo: il nostro pianeta ancora prima di questa pandemia non se la passava tanto bene in generale. La vita di tutti giorni è una corsa continua, si hanno comportamenti senza un minimo di valori, ingiusti, falsi e scorretti, Per cosa poi? Per uno spicciolo, una posizione in più in alto rispetto a quella di chi ti sta accanto. “Hell on Earth” è la nostra rivoluzione contro tutto quello che non ci va bene (poi ognuno è libero di sentire cose diverse), per noi è anche proteggere la nostra libertà sia come band che come individui. Credo che, nonostante, il titolo, la musica di questo disco faccia arrivare alla gente un messaggio positivo.

Quando avete iniziato a lavorare sui nuovi brani?
Bid –  Alla fine del tour a supporto di “Strike Back”, per lo più tra il 2018 e i primissimi mesi del 2019, se non ricordo male. Sono stati tutti brani scritti appositamente per “H.o.E.” e non “rimanenze di magazzino” o scarti dei precedenti. Anzi avevamo anche la nostra classica rock ballad, ma per il momento abbiamo deciso di accantonarla. I primi brani composti furono “Till The End” e “Firewind”, che ci mostrarono la strada da seguire e l’impronta da dare. Poi “Another World” e via via tutti gli altri brani, carichi, potenti, veloci e densi di groove: questo per noi è “Hell on Earth”.

Per i testi vi siete affidati alla penna di Giovanni “John” Cardellino, cantante de L’Impero delle Ombre, come mai avete fatto ricorso a una “consulenza esterna”?
Bud – Giovanni in realtà, più che consulenza esterna, è in realtà un caro vecchio amico, e quando venne il momento di pensare ai testi di questo ultimo lavoro degli Ancillotti, il nostro storico autore nonché amico, James Hogg ci disse che per cause di forza maggiore questa volta non ci sarebbe stato! A quel punto ho chiesto a John se gli andava di scrivere un testo per noi, che poi son diventati due, tre ed infine tutti i quelli del disco. Ci teniamo a ricordare, inoltre, che comunque James Hogg ha curato il corretto uso dell’inglese, la grammatica dei testi di John e mi ha seguito nella corretta pronuncia in studio di registrazione.

L’Impero delle Ombre qualche anno fa hanno pubblicato un brano, “Dr. Franky”, ispirato al celebre romanzo della Shelley. Nel vostro disco troviamo la traccia “Frankenstein”, come mai questo libro ha influenzato e continua a influenzare band metal?
Bud – “Frankenstein” è frutto dell’ispirazione di John, ha preso spunto dal romanzo della Shelley per sviluppare una metafora sulle attuali difficoltà relazionali: il “mostro” che prende vita da pezzi assemblati di cadaveri e rianimato dal suo creatore tramite l’energia dei fulmini è conscio d’aver nuova vita ma non ha il cuore, è incapace di amar. Questo crea un vuoto dentro di lui! Come vedi, partendo da un classico dell’horror romantico si può spaziare per raccontare problematiche reali. Poi i romanzi come Dracula di Bram Stoker o E.A.Poe, Lovecraft ecc., sono classici potenti e immortali, perfetti per l’immaginario heavy metal!       

Restando in ambito heavy metal, il genere – soprattutto nella sua forma più classica – è stato ben codificato e ha una propria storia: come si può 2020 attualizzarne il sound senza snaturarlo?
Per attualizzare il metal nel 2020 non credo esista una ricetta ben precisa, a parte la produzione che è molto importante e fa la differenza, perché esalta il risultato. L’esperienza, la passione e l’onestà credo siano le chiavi, molto più delle contaminazioni, se parliamo di classic metal.

Da anni siete sotto Pure Steel Records, un’etichetta tedesca. La Germania è ancora il primo mercato per le vostre sonorità, in termini competitivi credete di esservi affidati una label crucca vi abbia in qualche modo portato un valore aggiunto rispetto a quello che avreste avuto con una corrispettiva italiana?
Bid –  Sicuramente. La PSR lavora in modo professionale, cura tutto nei minimi dettagli senza lasciare niente al caso. Per questo album ci ha dato un supporto straordinario, credono molto in noi, il loro ufficio promozionale in Europa e America ha fatto un lavoro incredibile. Il disco è arrivato ai quattro angoli del pianeta, è stato trasmesso dalle più importanti rock radio in America e Europa, abbiamo ricevuto recensioni entusiastiche dai più importanti magazine di tutto il mondo, Italia compresa. Gli addetti ai lavori (radio, magazine, carta stampata) vogliono conoscerci, ci chiamano per interviste e tutto il resto. Insomma, siamo molto contenti di “H.o.E.” e del successo che sta ottenendo, ma un ringraziamento va anche alla nostra etichetta la PSR.

Rimanendo in Germania, su “Hell on Earth” sento delle influenze Grave Digger, soprattutto nei brani più tirati. Per una band come la vostra, con una solida storia alle spalle e uno stile ben definito c’è ancora spazio per le influenze esterne?
Bid –  Noi ascoltiamo un po’ di tutto e, se un’ispirazione è valida, perché no ? Tu senti i Grave Digger, altri Judas Priest, altri Accept, altri Saxon ecc. Gli anni passati sulla strada insieme hanno forgiato un nostro sound molto riconoscibile potente e compatto, un giusto mix tra passato e i tempi nostri di cui andiamo fieri e, senza peccare di presunzione (chi ci conosce sa come siamo), diciamo che suoniamo come gli Ancillotti!
Bud –  Sì, è vero, abbiamo avuto un sacco di accostamenti al metal teutonico di Accept, Primal Fear, Grave Digger! Guarda non so che dirti, abbiamo semplicemente pigiato di più sull’acceleratore, abbiamo abbondato di pezzi rocciosi e “in your face” con il contributo di una produzione potente e cristallina, alla “tedesca”, se vuoi (da lì le similitudini probabilmente oltre che la nostra label), di Gabriele Ravaglia nel suo studio ad Alfonsine per la parte strumentale. Freddy Delirio, degli FP studios di Lucca, si è occupato alla grande delle mie parti vocali.

Infatti, rispetto alle vostre opere passate, ho particolarmente apprezzato la voce, questo miglioramento è dovuto a particolari studi fatti da Bud ultimamente o è semplicemente variato il vostro approccio in fase di registrazione?
Bud – Grazie per l’apprezzamento sulle parti cantate, sono contento che ti siano piaciute particolarmente. No, non ho mai studiato canto, è tutta esperienza forgiata ascoltando i dischi di grandi band. A mia volta, ci ho messo l’esperienza maturata calcando i palchi da una vita! Infine, vorrei citare il lavoro di mastering di Jacob, grosso nome che ha lavorato coi big europei del metal.

Al di là della grande retorica sula “famiglia metal”, lavorare con dei parenti è un vantaggio o uno svantaggio?
Bid –  Quest’anno ricorre il nostro decimo anniversario e la formazione è sempre la stessa, vorrà pure dire qualcosa. Noi siamo tutti sullo stesso livello e ci rispettiamo, parliamo tutti la stessa lingua musicalmente parlando, abbiamo tutti lo stesso sangue. Ciano è un fratello (di sangue), questo secondo me fa la differenza, quando siamo in giro, stiamo insieme e montiamo su un palco succede qualcosa di sorprendente che non so spiegare: noi insieme, anche alla nostra insostituibile crew, siamo davvero una grande famiglia metal.

Altro tasto dolente, l’attività live: siete essenzialmente degli animali da palcoscenico, come gestite la frustrazione derivante dell’avere un album pronto e non poterlo proporre dal vivo?
Bid –  All’inizio ci siamo buttati sul bere e sul mangiare, è stata dura… ah ah. A parte gli scherzi, noi abitiamo in Toscana, Ciano in Emilia, non è stato possibile vederci in questo periodo. A breve potremo incontrarci di nuovo e ci metteremo sotto per costruire il nuovo show. Non è stato e non è un bel momento per lo spettacolo in generale, ma vogliamo essere positivi e appena ci sarà la possibilità noi  ci faremo trovare pronti per portare in giro la nostra musica e incontrarci finalmente all’Hell on Earth Tour !!

Siete tra i musicisti più scafati della scena italica, cosa vi sentite di consigliare alle nuove leve?
Bud – Di suonare, divertirsi, crederci sempre, semplicemente! Non credere di suonare per sfondare, dando il culo e l’anima all’ultimo trend, siamo in Italia non sfonderai probabilmente e non ti sarai divertito! Suona col cuore… e, come dicevano i Rolling Stones in un loro brano, “It’s only rock’n’roll… but i like it!”

Foto di Luca Bernasconi

Falconer – Le ceneri dell’impero

Il funerale vichingo rappresentato nella bella copertina di “From a Dying Ember” (Metal Blade Records) lascia pochi dubbi sul futuro dei Falconer. Gli svedesi, anche se non hanno saputo dar seguito al successo clamoroso del proprio esordio, hanno costruito una carriera dignitosa e ricca di gemme di folk metal. Per il momento “From a Dying Ember” è un più che degno addio, nella speranza che un giorno possa rivelarsi, col senno di poi, un semplice arrivederci…

Benvenuto Stefan, come è nato “From a Dying Ember”?
Dopo aver suonato il nostro ultimo spettacolo dal vivo al ProgPower negli Stati Uniti nel 2015, ci siamo presi una pausa, proprio come facciamo di solito. Questa volta, però, è stata più lunga e non ho toccato la chitarra per quasi due anni. Avevo due-tre canzoni già pronte, che pensavo fossero davvero buone, e volevo pubblicarle, senza necessariamente scrivere un nuovo album. Non ho vissuto questa lunga sosta creativa come fosse una sfida, adoro la musica dei Falconer e so esattamente come farla, ma in quei momenti mi sembrava di essere sulla ruota di un criceto. Una cosa era certa, non mi sarei costretto a completare un album se non lo avessi davvero voluto. Dopo aver riflettuto a lungo, ho deciso di realizzare un nuovo disco, renderlo il migliore possibile e di incorporare tutti gli elementi che sono propri dei Falconer. Mi sono anche detto che questo sarebbe stato l’album finale per i Falconer e, quindi, tutti i piani, le idee e i desideri che avevo ancora, dovevano essere realizzati in questo lavoro. Ad esempio, una ballata di piano e un’altra canzone puramente folk in svedese con strumenti tipici. Non mi andava di scrivere un ultimo capitolo che fosse così così, sarebbe stato meglio non farlo affatto a quel punto. Volevo essere orgoglioso e poter dire che questo è un album killer con cui porre fine alla vita della band. Ciò ha significato che ho potuto impiegare tutto il tempo necessario, non avevo alcuna pressione, scrivevo canzoni solo quando volevo davvero. L’attesa è sicuramente valsa la pena, perché non posso che essere fiero di un commiato del genere.

Potresti spiegare la tua dichiarazione “Riassumendo, possiamo dire che “From A Dying Ember” ha alcune cose che lo distinguono parecchio da un solito album dei Falconer”?
Bene, una pura ballata di piano è qualcosa di nuovo. Inoltre abbiamo finalmente una cornamusa e una nyckelharpa (strumento tipico della tradizione svedese NDA).

In questi giorni i manifestanti di Minneapolis hanno dato fuoco alla stazione di polizia, quando ho visto le prime foto ho pensato al vostro titolo, “From a Dying Ember”: è capitato anche a te?
No, questo pensiero non mi ha attraversato la mente. Posso dire, però, che la leadership americana è sempre foriera di spunti per i testi. Accadono così tante cose strane lì, nel “miglior Paese del mondo”…

La canzone di chiusura è “Rapture”, un pezzo che si avvicina parecchio allo stile del tuo gruppo precedente, i Mithotyn, che mi dici di questa traccia?
Effettivamente all’iniziato doveva essere una nuova canzone dei Mithotyn da inserire su una compilation con tutti i demo. Un inedito per dare maggiore visibilità a questa uscita in CD. Ad ogni modo, io e Karl Beckman ci siamo resi conto che nessuno di noi voleva sprecare così il tempo impiegato per provare e registrare la nuova canzone, così ho chiesto al mio compagno nei Mithotyn se potevo utilizzarla, combinandone il testo e gli arrangiamenti, per il nuovo Falconer. Ho fatto alcuni piccoli cambiamenti e ho sostituito alcune melodie di chitarra con la voce. Mettendola come l’ultima canzone, mi sento davvero come se avessi chiuso il cerchio.

Come è stato di nuovo lavorare con Karl Beckmann ?
Naturale come in passato, anche se non ci siamo davvero incontrati, ma abbiamo semplicemente impostato alcune idee mandandoci il materiale avanti e indietro. Più o meno come avveniva in passato. Il tutto è stato molto emozionate, non sembrava che fossero passati venti anni dall’ultima volta. Alla fine sia io che Karl abbiamo scoperto fino a che punto siamo cresciuti artisticamente da allora, lui mi ripeteva sempre che i miei spunti suonassero un po’ troppo Falconer e io accusavo lui di voler riproporre i suoi King of Asgard .

Forse è arrivato il momento per ascoltare un nuovo album dei Mithotyn?
No, nel modo più assoluto. Pensa che nei mesi scorsi abbiamo più volte anche pensato di non terminare quello su cui stavamo lavorando. Quindi, escludo categoricamente l’idea che ci possa essere un nostro nuovo disco insieme.

Il mio sogno è sentire una canzone dei Falconer featuring Skyclad o viceversa …
Sì, sarebbe una bella accoppiata, ma forse il risultato non sarebbe poi così così diverso dall’originale. Ho ascoltato molto gli Skyclad quindici-venti anni fa.

Visto che parliamo di influenze, ti piacciono le vecchie folk rock band come Jethro Tull, Pentagle, The Incredible String Band?
I Jethro Tull sono la mia band preferita in assoluto, musica progressive superba. Quando parlo di musica progressiva non mi riferisco solo alle trame complesse ma anche alle grandi melodie. Ho ascoltato Rush, Pink Floyd e Porcupine ma c’è sempre qualcosa che mi convince di meno. Le altre band di cui hai parlato, in realtà, non le conosco, dovrò approfondire.

Suoni chitarra e tastiere, in passato anche il basso per i Falconer: quale strumento preferisci?
Sì, ho suonato anche il basso nei primi due album dei Falconer, ma il mio strumento di elezione è la chitarra. Non mi considero un buon chitarrista, mi serve solo per scrivere le canzoni: il nostro solista è Jimmy, è lui che padroneggia lo strumento. Alla fine, ne facciamo due usi diversi.

Invece, ti piace scrivere testi?
Non è la ragione per cui faccio musica, ma devi avere anche dei testi nelle tue canzoni, quindi cerco di renderli i più belli possibile. Alcune volte penso che risultino davvero buoni. Mi mancherebbe non scrivere testi? No, per niente. Faccio musica per la musica e non per le parole.

Sei anni senza un nuovo album potrebbero compromettere il seguito di una band o ora è più importante avere una regolare attività live?
Non ci è mai interessa l’attività dal vivo. Il motivo per cui siamo esistiti sono i processi creativi, ovvero le canzoni e gli album. Naturalmente avremmo avuto più successo se avessimo promosso il nostro lavoro con più spettacoli dal vivo, merchandising e così via. Ma… siamo stati semplicemente pigri e contenti di avere la possibilità di lavorare con un’etichetta che ci pagasse gli studios. È stato già tanto per noi.

Il vostro primo album è stato un successo clamoroso, pensi poi di aver mantenuto le promesse di inizio carriera?
Non abbiamo più avuto gli stessi riscontri del primo album. Questa domanda è davvero difficile per me, anche perché alla fine dipende più dal giudizio dei fan. La maggior parte di loro dirà sempre che il primo è il migliore, ma personalmente ci trovo una marea di punti deboli dopo tutti questi anni. Per me, “Northwind” è il migliore, e non sto nemmeno prendendo in considerazione il nuovo album, perché non ho ancora una visione prospettica che mi permetta di dare un giudizio definitivo su “From a Dying Ember”.

Dato che stiamo facendo dei bilanci, con il senno di poi sei soddisfatto della tua carriera?
Oh sì. Magari sarebbe stato interessante vedere fin dove saremmo arrivati se avessimo davvero lavorato di più dal vivo e se avessimo spinto maggiormente sulla promozione. Ma non è certo qualcosa di cui mi pento, credo che riprenderei le stesse decisioni strategiche anche oggi.

Mettiamo i Falconer e il passato alle spalle: a questo punto quali saranno le tue prossime mosse?
Non ne ho idea, al momento vorrei solo provare qualcosa di completamente diverso per divertirmi. Poi vedremo dove mi porterà il mio futuro. Ringrazio tutti i nostri fan là fuori, speranzoso che questo album finale sia un inno degno della storia della mia band.

g.f.cassatella

Black Phantom – L’ora del Fantasma Nero

Ospite ad Overthewall, Andrea Tito, leader e portavoce dei Black Phantom, autori in questo 2020 del secondo album, “Zero Hour Is Now” (Punishment 18).

Andrea, grazie di essere qui con noi, i Black Phantom sono un tuo progetto musicale sorto in un periodo di pausa con i Mesmerize, band di cui sei principale autore e compositore. Com’è nata quest’idea?
Il progetto è nato nel 2014, proprio al termine del tour relativo all’ultimo disco dei Mesmerize, “Paintropy”. Alla fine del periodo dei concerti eravamo un po’tutti stanchi, sia mentalmente che fisicamente, perché tra la composizione, la registrazione e la promozione del disco, erano passati due anni davvero molto intensi: abbiamo quindi deciso di prenderci una pausa da tutte le attività. Io però non sono un tipo che riesce a stare con le mani in mano, e quindi ho approfittato di quel momento di tempo libero per tirare fuori dal cassetto una manciata di brani che avevo scritto e messo da parte nel corso degli anni, che per un motivo o per un altro non erano mai stati pubblicati. Ho reclutato una serie di amici per registrare e portare alla luce queste canzoni. Quello che però era nato unicamente come progetto solista con un scopo ben specifico, in pochissimo tempo, visto il divertimento e l’affiatamento che si era creato tra noi, è diventato, praticamente fin da subito, un gruppo vero e proprio! Abbiamo affinato quelle canzoni, realizzato il primo disco, pubblicato dall’etichetta Punishment 18 Records, e successivamente fatto una buona serie di concerti live, che hanno ulteriormente rafforzato la nostra band: da lì sono nate poi le canzoni per il secondo disco, che abbiamo registrato l’anno scorso, ed ora eccoci qui con il nuovo album!

Hai parlato di una serie di amici coinvolti, ti va di citare la line up completa?
Ma certamente! Oltre al sottoscritto al basso, c’è il nostro cantante Manuel Malini; alle chitarre troviamo Luca Belbruno (già mio sodale nei Mesmerize) e Roberto Manfrinato; alla batteria c’è invece Ivan Carsenzuola, che è subentrato ad Andrea Garavaglia poco dopo la pubblicazione del primo disco, e quindi già con noi da tre anni.

A distanza di tre anni dal vostro primo disco, accolto molto bene da pubblico e critica, ecco “Zero Hour Is Now”, sempre su Punishment 18: ci parli di questo nuovo capitolo della vostra storia?
Volentieri! Con questo nuovo album volevamo confermare quanto di buono avevamo già messo in campo con il primo disco, alzando ulteriormente l’asticella sfruttando l’amalgama che si era creata tra noi grazie ai numerosi concerti effettuati. Devo quindi dire che l’affiatamento è davvero notevole, e reputo che anche la performance personale di qualcuno di noi, con questa maggiore esperienza, sia anche migliorata: penso, uno su tutti, al nostro cantante Manuel, che sul nuovo album ha offerto una prestazione davvero super, sia sotto l’aspetto esecutivo che interpretativo! Le recensioni – ad oggi oltre sessanta, da tutto il mondo – che abbiamo ricevuto sono state estremamente positive: ancora una volta è stata riconosciuta la nostra genuinità, e la indubbia passione che abbiamo nei confronti dell’Heavy Metal tradizionale! Quella che ci manca, a questo punto, è l’accoglienza del pubblico… per gli ovvi motivi che tutti sappiamo!

L’artwork della copertina richiama quella del disco precedente, chi è l’autore e questo “Fantasma Nero” è ormai la mascotte della band?
Sì, siamo rimasti talmente soddisfatti della copertina del primo album, che la scelta di affidare la nuova illustrazione al medesimo artista è stata scontata. Il disegnatore è Snugglestab, è moldavo, e l’ho scoperto a suo tempo navigando su internet: potenza della rete! Il suo stile mi ha affascinato fin da subito, perché stavo cercando qualcosa proprio in quello stile: spaventoso ma fumettistico, e soprattutto in classico stile Heavy Metal! Come hai notato, il protagonista dell’artwork è sempre il Fantasma, la nostra mascotte (alla quale peraltro non abbiamo ancora dato un nome!), che riprendendo il concetto del tempo richiamato dal titolo del disco, reca in mano una clessidra ammaccata, che non contiene sabbia bensì tanti piccoli fantasmi e creature maligne! Il tutto, con una dovizia di particolari del protagonista: davvero ben fatta! Anche stavolta, quindi, grazie a Snugglestab siamo riusciti a dare una bella “confezione” alle nostre canzoni!

Quanto è importante per voi la dimensione live? Vi trovate meglio sul palco o in studio di registrazione?
Sai, non essendo più noi “di primo pelo”, come si suol dire, ci troviamo bene in entrambe le situazioni, e riusciamo a tirare fuori il meglio da entrambi i contesti. Registrare in studio può essere talvolta stressante, ma è sicuramente appagante da un punto di vista creativo: veder nascere, formarsi e concretizzarsi una cosa che solo fino a poco prima era soltanto un’idea nella nostra testa, è assolutamente qualcosa di splendido! Quella rimane comunque una soddisfazione intima: ovviamente però l’aspetto live, che ti offre quindi un riscontro istantaneo da parte della gente che ti ascolta, è un’esperienza molto più divertente ed immediata!

Alla luce di questo, quanto il Covid 19 vi ha penalizzato nella promozione del nuovo album? Come vi state muovendo?
Dunque, fatte le debite proporzioni con i disastri VERI che il Coronavirus ha causato e sta tuttora causando alle vite di tutto il pianeta, devo ammettere che ci ha penalizzato, ed anche parecchio! Il nostro disco è uscito esattamente all’inizio del lockdown, e per questo motivo siamo stati costretti ad annullare ben nove concerti già fissati per i tre mesi successivi alla pubblicazione: come ben puoi immaginare, questo ci ha portato un danno economico tangibile, mancandoci completamente le entrate dei concerti e sopratutto le vendite del nostro disco al banchettoi. Ovviamente appena sarà possibile cercheremo di recuperare un minimo questa brutta situazione, anche se indubbiamente non potrà essere la stessa cosa!

Ci vorranno altri tre anni per avere un nuovo disco dei Black Phantom? State preparando qualcosa di nuovo?
Guarda, ovviamente (e l’abbiamo appena visto con il discorso pandemia!) il futuro è imprevedibile, quindi non è proprio il caso di sfidare la sorte! Da parte nostra, peraltro, siamo abbastanza certi che passerà meno tempo, soprattutto perché, nella totale assenza di impegni concertistici, ci siamo totalmente dedicati alla composizione di nuovi brani… e devo ammettere che ci siamo anche un po’ fatti prendere la mano, visto che ad oggi ne abbiamo già fatti ben venti, di cui quindici già completi di testo! Siamo effettivamente parecchio avanti sotto questo aspetto, ed è davvero una bizzarria: pubblicare il secondo disco ed avere allo stesso tempo già il materiale per il terzo ed il quarto è qualche cosa che davvero non si è mai vista! Ahah!

Dove i nostri ascoltatori possono seguirvi?
Sono due i siti che suggerisco loro: il primo è ovviamente la nostra pagina ufficiale su Facebook, al link https://www.facebook.com/bewaretheBP/. Lì potranno trovare tutte le news che ci riguardano, con musica, foto, recensioni ed interviste. Siamo piuttosto attivi sotto questo aspetto, cerchiamo di aggiornare la pagina con nuovi contenuti almeno una volta ogni due giorni. Il secondo link che vi lascio, e che peraltro è il più importante, è quello relativo al nostro web-store: https://blackphantom.bigcartel.com . Lì avranno la possibilità di acquistare direttamente da noi i nostri album ed il nostro merchandise… cosa per la quale ringraziamo anticipatamente: il loro supporto in questo momento estremamente difficile è particolarmente apprezzato!!

Grazie di essere stati con noi!
Grazie a voi per lo spazio che ci avete riservato…e speriamo di poterci rivedere prestissimo in occasione di qualche concerto!

Trascrizione dell’intervista rilasciata a Mirella Catena nel corso della puntata del 4 Giugno 2020 di Overthewall. Ascolta qui l’audio completo:

Gli Atroci – L’armata del metallo

Il Nordwind di Bari ha ospitato gli unici veri paladini del Metallo: Gli Atroci. Noi di R&W non ci siamo fatti sfuggire l’occasione di abbeverarci alla fonte del loro sapere, per poi dividerne con voi, fedeli lettori, lo squisito sapore…

Che si dice nella Quinta Dimensione?
(Anonimo) Il Metallo regna sovrano… sempre e comunque!

Solo una gentilezza: vi avevo chiesto prima di iniziare l’intervista di specificare il vostro nome d’arte prima di rispondere!
(Anonimo) Da capo, dai!

Che si ri-dice nella Quinta Dimensione?
(Anonimo) Il Metallo… no, no dai da capo (risate)

(Il Profeta, non più anonimo) Il Metallo regna temuto e incontrastato nella Quinta Dimensione. Speriamo che faccia altrettanto qui da voi..

Ma non è la cosa che mi hai detto prima!
(Il Profeta) Troverai il modo di mixarlo (solo un essere superiore poteva trovare una soluzione geniale come questa Ndr).

E l’Euro?
(Il Profeta) L’Euro è stabile…
(La Bestia Assatanata, che per comodità abbrevierò in La Bestia Assatanat) L’euro è stabile… ma che cazzo c’entra l’Euro?

E che cazzo ne so? Qui da noi dà tanti problemi!
(La Bestia Assatanat) Nella Quinta Dimensione c’è, appunto, l’Euro dimensionale.

Che detta così fa paura come cosa!
(Il Profeta) Non c’è bisogno dell’Euro nella Quinta Dimensione!

A che punto è la crociata contro la musica spazzatura?
(Il Profeta) Sì, sì. Sempre e comunque contro… Dico bene, Boia?
(Alcuni secondi di silenzio assoluto)

Siete la gioia di ogni giornalista con la vostra favella! (Favella in senso di parola)
(Il Boia Malefico, che per comodità non abbrevierò anche se potrei visto la lunghezza del nome) Sì.

Siete pronti per affrontare l’imminente pericolo San Remo?
(La Bestia Assatanat) Io dico che dalla Quinta Dimensione, che è molto in alto, potremmo cacare in testa a quelli di San Remo. Fronteggeremo San Remo spietatamente!
(Il Profeta) Li Spazzeremo via!

Sono ancora sufficienti dieci “metallamenti” o ce ne vorrebbero altri?
(Il Profeta) I dieci metallamenti, come può confermare La Bestia, sono le regole fondamentali di ogni metallaro integralista!
(La Bestia Assatanat) Specialmente il decimo metallamento, che è quello che determina sempre e comunque ogni condizione. E per San Remo è l’ideale: “non rompere i coglioni”.
(Il Profeta) Boia Malefico, dicci qualcosa!
(Il Boia Malefico) Fammi una domanda!
(Il Profeta rivolto a me) Lui è immortale, fagli una domanda. Orsù!

Menomale, che sono una persona coscienziosa e son venuto preparato! Due duri colpi assestati ai vostri nemici sono stati “Gli Atroci” e “L’Armata del Metallo”. Ti va di parlarcene?
(Il Boia Malefico) Sì. Siamo in fase di fine provini per il terzo album, che speriamo uscirà presto…

…e dei primi due cosa mi dici?
(Il Boia Malefico) Nei primi due io non c’ero. Io sono arrivato in un secondo momento…

(Il sottoscritto rivolto a Il Profeta) Vedi che succede a scegliere prima chi deve rispondere alle domande?
(Il Boia Malefico) …però secondo me può parlarne Il Maniscalco.
(L’Orrendo Maniscalco) Posso dire che è una esperienza buona. Noi Atroci eravamo nati nella Quinta Dimensione per bearci nel metallo. Ci siamo detti: andiamo sulla Terra e portiamo il verbo del Metallo su tutto il pianeta! Noi siamo qui per questo: è una missione!

Tu non avevi sentito la domanda! Confessa, eri distratto e non hai ascoltato la mia domanda!
(L’Orrendo Maniscalco) Che domanda aveva fatto?

Cosa puoi dirci dei primi due album!
(L’Orrendo Maniscalco) Ah! I primi due album sono stati un’esperienza molto bella poiché dalla Quinta Dimensione abbiamo portato il Metallo sulla Terra.

Che prima non c’era?
(Il Profeta) Prima c’erano pop, tecno e altre cose terrificanti! Tu sarai d’accordo, vero?

Hum… sì, sì
(Il Profeta) Vero che sei d’accordo? (con tono cattivo Ndr)

Sìììì
(La Bestia Assatanat) Tieni alla tua vita? Quindi sei d’accordo…

Sì, sì ho anche la macchina fuori…
(La Bestia Assatanat) Tieni alla tua macchina fuori?

Sì!
(L’Orrendo Maniscalco) L’esperienza in uno studio è stata molto interessante, considerato che era la prima volta qui sulla Terra. In precedenza, lo avevamo fatto sempre nella Quinta Dimensione.
(Il Profeta) Abbiamo dato ai produttori l’opportunità di abbeverarsi al nostro sapere! Loro sono cresciuti, e noi ne siamo contenti.
(La Bestia Assatanat) Loro erano ignari, non sapevano quale fosse la forza del Metallo. Noi abbiamo dimostrato che la forza del Metallo può distruggere ogni confine!

Ora ti faccio la domanda giusta per la risposta sbagliata che mi hai dato prima: è arrivato il momento di sferrare un nuovo attacco conto i nemici del Metallo?
(Il Boia Malefico) Stiamo registrando il nostro terzo album, abbiamo alcuni provini… speriamo che esca presto.

Avete già idea del titolo?
(Il Boia Malefico) No, non ancora.
(La Bestia Assatanat) Sarà sicuramente un titolo solenne!
(Il Profeta) Solenne e sobrio! Sobrio come del resto è nel nostro stile.

Oltre all’album nuovo, cosa bolle nello scaldabagno de Gli Atroci?
(Il Profeta) Tanto Metallo!
(L’Orrendo Maniscalco) Vorremo anche dare una “visione” a Gli Atroci. Vorremmo fermare su video i nostri spettacoli, ed entrare nelle case un po’ live e un po’ no. Così chiunque può vedere cos’è il Metallo!
(La Bestia Assatanat) Chi purtroppo non può abbeverarsi alla fonte del Metallo, deve essere almeno raggiunto sul proprio televisore.

Vi ritenete più una band live o da studio?
(La Bestia Assatanat) Noi siamo la band Suprema, a prescindere. Studio, live, cantine, fornelli… dei grandi.

Sul vostro portale è possibile vedere il video didascalico sull’importanza di un “Taglio Semplice”… E’ veramente importante avere un taglio semplice?
(Il Profeta) Fondamentale! Un vero metallaro, tu ovviamente sei d’accordo con me, non può avere capelli corti…

… sì, ho sempre la macchina fuori…
(Il Profeta) …e quindi è il caso di far sapere a tutti cose succede se ci si imbatte in un parrucchiere sbagliato. Oppure, far capire al parrucchiere cosa succede se sbaglia un taglio ad un metallaro.

E degli altri video presenti sul sito?
(La Bestia Assatanat) Gli altri video presenti sul siiiito… sono belli! Sono fatti veramente con amore, specialmente quello con il coro alpino (Quel Mazzolin Di Borchie Ndr). Loro sono veri metallari dentro, anche se non sembra. Sono borchiati nel cuore.
(Il Profeta) Hanno pogato tutta la sera.
(La Bestia Assatanat) Sono tornati a casa tutti acciaccati.

Come preparate i cerimoniali che portate sul palco?
(Il Profeta) E’ il Metallo che ci ispira! Siamo uno strumento nelle sue mani.

Cosa vi aspettate dalla battaglia di questa sera?
(Il Profeta) Ci aspettiamo un riscontro immenso dai fratelli di Bari. Siamo sicuri che non ci deluderanno e noi non li deluderemo!

Altre date dopo questa?
(La Bestia Assatanat) Domani sera saremo a Grosseto, poi andremo ad Alessandria, Torino, Milano Bologna, Pavia…

…quindi le cose stanno andando bene?
(La Bestia Assatanat) Molto bene. Noi siamo in missione al servizio del Metallo!

Mentre oltreconfine?
(Il Profeta) Per il momento ci concentriamo sull’Italia; una terra che deve essere ancora convertita ed evangelizzata!

Con la caduta del governo tornerete in campo con il “Sole Con Le Borchie”?
(Il Profeta) Sì, il Metallo non si ferma davanti a niente!

Proclama finale?
(Il Profeta) Viva il Metallo!
(La Bestia Assatanat) Governo di Metallo! Il “Sole Con Le Borchie” vincerà!

Intervista originariamente pubblicata su www.rawandwild.com nel 2008 in occasione della data di Bari.
http://www.rawandwild.com/interviews/2008/int_atroci.php