Knowledge Through Suffering (K.T.S.) – La dolorosa strada che porta alla conoscenza

La schizofrenia artistica di Umberto Poncina ha dato vita a una creatura dalle personalità multiple, tanto che si può parlare dei Knowledge Through Suffering e dei K.T.S. quasi fossero due band differenti. In occasione della pubblicazione del nuovo album, “Concealment” (Brucia Records \ Anubi Press), è stato lo stesso Umberto a parlarci di questa dualità.

Ciao Umberto, innanzi tutto come preferisci che venga chiamata la band, K.T.S. o Knowledge Through Suffering?
Ciao! Pur essendo di fatto indifferente, l’idea per una sorta di doppia identità nasce da alcune differenze di sound raggruppate sotto lo stesso nome, e la stessa considerazione vale anche per il doppio logo. Per ragioni di praticità l’acronimo è inoltre ovviamente più rapido e comodo da utilizzare.

Nel luglio del 2020 pubblicavi “Teeth and Claws”, tre brani per una decina di minuti in tutto. Oggi ti ripresenti con “Concealment”, un disco che contiene sempre tre canzoni ma il minutaggio è notevolmente salito, in pratica triplicato. Un cambio di attitudine o una cosa casuale frutto dell’ispirazione del momento?
Rimanendo vicini alla tua precedente domanda si tratta ancora una volta di un processo di espansione e mutamento del suono e dei mezzi con cui porto avanti la mia proposta musicale; non si è dunque verificato un cambio profondo, tantomeno casuale. Il nucleo concettuale rimane sempre fedele a sé stesso, essendo un progetto esclusivamente individuale – in altre parole, le uscite presentano e presenteranno sempre affinità compositive dovute al semplice fatto di avere in comune lo stesso autore. Tuttavia, esse presenteranno a loro volta notevoli differenze, come quelle che hai individuato.

Quali credi siano le caratteristiche della tua musica che possano innescare quel meccanismo di sofferenza che porta alla conoscenza?
Onestamente non credo di poter rispondere a questa domanda: la musica è come giustamente fai notare un mezzo, e l’unico soggetto che può in tal senso decretare l’utilità del mezzo non è il suo creatore, bensì colui che ne usufruisce. 

A questo punto non posso esimermi da chiederti una tua definizione di “conoscenza”…
Posto che chiaramente lo stesso termine assumerà significati diversi a seconda del contesto, per “conoscenza” possiamo intendere in maniera abbastanza neutra l’insieme di informazioni ricevute grazie all’esperienza e assimilate nella loro totalità da un’intelligenza in grado di potervi pervenire. La sofferenza, sia essa personale o altrui, rappresenta purtroppo in tal senso uno dei metodi esperienziali più utili e al contempo terribili, e questo progetto musicale vuole concentrarsi proprio su questa sua duplice natura.

“Concealment” significa occultamento: cosa ci viene occultato e da chi?
Senza scendere troppo nei dettagli, il disco si basa fondamentalmente su alcune interpretazioni mistiche medioevali del testo di Genesi. Queste interpretazioni gravitano attorno a dinamiche di creazione divina che ciclicamente si risolvono in vergogna e rimorso per il risultato. L’assoluto decide in tal senso di nascondere e occultare ripetutamente la sua opera di creazione, di cui l’Uomo è ovviamente il rappresentante più gravoso, fallendo però ripetutamente. La narrazione si basa su tale ciclicità di occultamento e dispiegamento.

Quale è stato quel giorno in cui solo Dio fu esaltato?
Il primo! E a onor del vero anche l’ultimo, quando giungerà…

La seconda traccia, “Let the Earth Sprout”, ha un titolo che quasi lascia trasparire un filo di speranza, è così?
No, purtroppo non è così. Proseguendo nella narrazione del disco, il proliferare sulla Terra di forme di vita rientra in uno dei già citati tentativi insoddisfatti di creazione da parte del divino. Questo è nello specifico il secondo movimento narrativo, a cui ovviamente corrisponde il secondo pezzo del disco. La Terra produce dunque forme di vita vegetali e animali, venendo popolata dal suo stesso frutto. Apparentemente può sembrare un avvenimento positivo, ma il divino reagisce diversamente – per ragioni che lascio scoprire a chi vorrà approfondire il disco e le sue tematiche.

Il disco si conclude con “Of Flesh”, “di carne”, che mi ha fatto pensare subito a quello squarcio, quella ferita aperta, che appare sulla copertina. C’è realmente un nesso o si tratta di una mia errata interpretazione?
Sì, il nesso è realmente presente: lo squarcio, la ferita, più in generale l’apertura è simbolo di violenza e al contempo di nascita, può rappresentare la morte ma anche la vita. Tutto il disco ruota attorno a questa ambiguità di significato e, ovviamente, all’ascoltatore più curioso spetta la libertà di interpretarlo in un senso o nell’altro.

Hai intenzione di, se fosse possibile date le attuali restrizioni, proporre il disco dal vivo?
No, per il momento direi di no. Suono da diverso tempo in altri gruppi dalle modalità e dinamiche più convenzionali, incluso l’aspetto live. Questo progetto nasce proprio per creare uno spazio riservato invece a tutto ciò che non rientra nelle attività standard di un gruppo vero e proprio – non a caso è di fatto una “one man band”. K.T.S. è al momento un’entità per certi aspetti piuttosto privata, e pertanto al momento non prevede apparizioni in pubblico.