Morgurth – Crepe nel silenzio

I blackster Morgurth nel 2020 hanno rilasciato il proprio album d’esordio autoprodotto “…and Then There Shall Be Silence”. Su imbeccata dell’Associazione Ocularis Infernum, abbiamo contatto Narthang, l’anima oscura della one-man band.

Benvenuto su Il Raglio del Mulo, Narthang, i Morgurth nascono qualche anno fa mentre militavi nella symphonic metal band Neophobia. Come sei arrivato alle decisione di creare un gruppo tutto tuo con sonorità completamente diverse da quelle della compagine in cui militavi?
Ciao a tutti voi de “Il Raglio del Mulo”, grazie dell’occasione e per l’intervista, ne approfitto per ringraziare, ovviamente, anche Ocularis Infernum e Andred per aver organizzato il tutto. Sì, Morgurth nasce come quando ancora ero chitarrista e voce growl dei Neophobia, ma, col passare dei mesi, il progetto è cresciuto ed ha acquisito sempre più importanza. Ovviamente, Morgurth è un progetto appartenente a tutt’altro genere: i Neo fanno symphonic metal, mentre Morgurth è black metal con evidenti influenze atmospheric. I Neo sono un gruppo che ho contribuito a fondare quasi 9 anni fa, insieme ad un gruppo di amici, ma Morgurth è l’essenza della musica che mi appassiona maggiormente: un black metal freddo, potente e violento. Il progetto ha avuto un processo di sviluppo graduale, con la composizione dei primi brani, fino alla realizzazione delle canzoni che fanno parte del primo album, nati dal bisogno di creare qualcosa che provenisse unicamente dalle mie attitudini compositive, senza l’interferenza di influenze altrui.

Cosa ti sei portato dietro in questo nuovo progetto del tuo retaggio con i Neophobia, non solo in ambito di esperienze maturate ma anche di sonorità?
A dir la verità: nulla. C’è stato un cambiamento radicale in tutto quello che riguarda il processo creativo e l’evidente differenza di stile e di genere hanno contribuito per la maggior parte al cambiamento, oltre al fatto che ogni decisione presa relativamente ad ogni singolo aspetto della stesura dei brani, piuttosto che alla realizzazione degli artwork, scaturisce esclusivamente dalla mia creatività. Anche lo stile canoro è totalmente variato. Mi sento di affermare che mi sono lasciato alle spalle tutto ciò che c’era prima di Morgurth, dal punto di vista musicale, e che, come artista metal, sono rinato proprio con questo mio progetto.

Il nome della band, Morgurth, prende ispirazione dall’immaginifico tolkieniano, come ti spieghi questa fascinazione per lo scrittore inglese subita da te e da tanti altri metallari, sopratutto in ambito estremo?
Tutto è cominciato quando ancora ero piccolo, vedendo per la prima volta il film de “Il Signore degli Anelli”, che uscì nelle sale italiane quando io avevo solo 11 anni. Di lì a poco, l’interesse e la conseguente passione relative alle opere di Tolkien crebbe sempre di più: cominciai a leggere i libri e ad ascoltare anche musica attinente ai suoi romanzi e racconti. La scelta del nome è una sorta di tributo allo scrittore, che è stato, ed è ancora oggi, una delle maggiori fonti di ispirazione per me e per la mia musica, sebbene i miei testi non trattino mai delle opere tolkeniane, eccezion fatta per il singolo “Misty Mountains Cold”, che ho rilasciato ad ottobre 2020, il quale è anch’esso un tributo a Tokien ed alla musica di Howard Shore. Mi piace pensare che i musicisti, metal e non, che si ispirano ai romanzi tolkeniani, si siano avvicinati a tali opere tramite un percorso simile al mio. Il fatto che, soprattutto nel mondo del metal, si possano trovare facilmente band e lavori ispirati da questi romanzi, è dovuto, molto probabilmente, al fatto che si tratta del genere musicale che più si avvicina alle atmosfere ed alle ambientazioni dei romanzi fantasy, ovviamente insieme alla musica classica.

I Morgurth hanno approccio alquanto tradizionalista al black, questa scelta è frutto di una decisione integralista, che porta a prescindere al rifiuto delle contaminazioni, oppure perché semplicemente oggi ti trovi più a tuo agio con questi suoni e non escludi che in futuro possano esserci evoluzioni differenti della tua proposta?
Per quanto riguarda il primo lavoro di Morgurth, l’idea è stata chiara sin dalle prime composizioni: doveva essere un album di canzoni aventi, come principali caratteristiche, riff violenti di chitarra con linee di batteria veloci e di impatto, oltre ad un sound “freddo” ed a linee vocali esasperate. Il tutto per poter creare un’atmosfera che trasportasse l’ascoltatore in un mondo selvaggio e glaciale, che si possa identificare con le ambientazioni del nord Europa, comprendenti i fiordi, il mare, le montagne, i laghi, le foreste, paesaggi innevati e così via. Per questo lavoro non mi sono posto l’obiettivo di escludere od includere influenze provenienti da altri generi; piuttosto, si tratta semplicemente di ciò che, in modo naturale, dalla mia mente è stato trasmesso alle corde della chitarra: si tratta di sei canzoni prive di ogni influenza che potesse eventualmente derivare dall’esterno e questo vale anche per la produzione. Il secondo album, che rilascerò tra qualche mese, comprenderà sonorità un po’ diverse, rispetto a quelle del primo, ma il processo creativo è rimasto invariato.

Il primo frutto di questa nuova avventure è “…and then there shall be Silence”, un disco che non è un concept album, ma che vede almeno tre brani, quelli posti in apertura (“Cold and Darkness” “Old Dark World” “Land of the Cold and the Perennial Night”), legati tra loro tematicamente: ti andrebbe di parlarne?
Il tema ricorrente è quello della rigidezza dell’inverno e questi tre brani sono legati tra loro principalmente da questo aspetto. “Cold and Darkness”, “Old Dark World”, e “Land of the Cold and the Perennial Night” sono i tre inni alla magnificenza delle natura, che può rivelarsi bellissima, ma allo stesso tempo spietata e pericolosa, talvolta mortale; infatti, i testi descrivono paesaggi nordici dove l’Inverno sembra non avere mai fine e l’oscurità delle sue lunghe notti ricopre ogni cosa.

Delle altre tre tracce che mi dici?
Anche per le altre tre canzoni contenute nell’album, il tema principale fa riferimento principalmente all’inverno ed all’ostilità dell’affascinante e spietata natura delle terre nordiche. “Ritual” descrive antiche tradizioni pagane, per le quali si praticavano sacrifici rituali, talvolta umani, caratteristica di antiche popolazioni che dimoravano nel nord Europa. Sia il testo che la musica creano un’atmosfera di tensione, a tratti di orrore e spirituale. Anche qui ci si ritrova immersi in un’ambientazione fredda e selvaggia. “Last breath” descrive il momento della morte di un uomo esiliato, che vanga senza meta in un ambiente freddo e ostile; allo stremo delle forze avverte diverse sensazioni, preludio della morte. La descrizione di ciò che prova è il tema centrale del brano: un misto di disperazione, rassegnazione e timore, ma allo stesso tempo di sollievo, conforto e liberazione. Infine, troviamo “The Dream”. Come suggerisce il titolo, si tratta di un brano che mi ha ispirato un mio sogno ricorrente, in cui mi trovo in balia delle correnti in mare aperto. In lontananza, riesco a scorgere una scogliera avvolta dalla nebbia e un debole Sole che volge ormai verso il tramonto. Nonostante gli innumerevoli sforzi per non annegare, gradualmente inizio a sprofondare ed a scendere sempre di più verso il fondale marino, realizzando che, però, riesco a respirare. Una sensazione di conforto, quindi, mi avvolge fino a quando mi rendo conto che la vita mi ha ormai abbandonato. Presa coscienza di ciò, un senso di pace mi pervade e lentamente mi lascio andare, giù nelle profondità, finché l’oscurità più completa mi avvolge.

I  Morgurth sono una one-man band, ma per la realizzazione del disco hai collaborato con qualcuno o hai fatto tutto da solo?
La ragione principale per cui ho deciso di creare Morgurth è derivata proprio dalla necessità di comporre brani facendo affidamento unicamente sulla mia personale creatività, senza nessun tipo di influenza esterna da parte di terzi; ma questo vale non solo per la musica, bensì anche per i testi e per la scelta dell’artwork. Si tratta di un lavoro partorito esclusivamente dalla mia mente, fatta eccezione solamente per il logo della band, creato, dietro mie precise indicazioni, da parte della inglese “Thaumaturge Artworks”.

Quando ci sarà la possibilità di esibirti dal vivo collaborerai con degli altri musicisti, li hai già individuati?
Per i live shows mi affiderò ad amici musicisti fidati che conosco da tanti anni e con cui ho collaborato in numerose occasioni; questo per quanto riguarda la batteria, il basso e la chitarra ritmica, mentre io ricoprirò il ruolo di cantante e chitarrista solista.

Ti sei occupato anche dell’aspetto grafico del disco, come nasce la copertina?
La coverart dell’album l’ho ottenuta da una fotografia che ho scattato qualche anno fa mentre ero in vacanza in montagna in una località vicino a Molveno (TN). Mi trovavo in una foresta alle prime luci del giorno e la copertina ritrae degli alberi innevati con il sole che sorge sullo sfondo. Ho pensato che fosse lo scenario ideale per cui l’ascoltatore, vedendo la copertina, potesse facilmente intuire le tematiche dei brani ed, eventualmente, il genere di musica che propongo.

In conclusione, come giudichi l’attuale scena black tricolore?
Penso che ci siano diverse realtà Black Metal molto valide, in Italia. Solo nel 2020 sono stati realizzati ottimi album da parte di bands sia emergenti che affermate, pertanto mi sento di giudicare la scena Black italiana come una delle più talentuose attualmente in circolazione e spero che, una volta usciti dall’incubo del Covid, si possa riprendere le attività live con ancor più entusiasmo e coinvolgimento di prima.