Napoli Violenta – Piombo napoletano

I quattro misteriosi figuri che si celano dietro un passamontagna nero, noti alle cronache come i Napoli Violenta, sono tornati alla ribalta con l’ennesima cruenta mattanza a mano armata, “Neapolitan Power Violence” (Time To Kill Records) per gli inquirenti. Dopo che l’Anubi Press ha garantito per noi, siamo riusciti ad incontrarli in una località campana segreta….

Benvenuti, “Neapolitan Power Violence” da qualche giorno è fuori per la Time To Kill Records, la mala come ha accolto il vostro ritorno?
Se rispondessimo a questa domanda, per un giudice sarebbe la prova che sappiamo ciò di cui stai parlando. Quale mala? La malasanità? Forse intendeva la mela?

Il Commissario Betti come avrebbe reagito ascoltando i vostri pezzi?
Teneva il solito sguardo di ghiaccio ma col piede portava il tempo.

Il primo brano estratto dal disco è stato “Extreme Noise Terron”, lo possiamo intendere come un inno auto-celebrativo?
In Italia c’è una moltitudine di gente che suona merda estrema come noi. Tantissimi sono terroni, anche se sono distribuiti ovunque e hanno iniziato a parlare con accenti strani. Vengono anche dalla periferia e provincia più brutale dove non c’è mai campo e il divertimento più sano e trasgressivo è bere Peroni 1846 e suonare, appunto, merda. Se questo pezzo è un inno a qualcuno, è per questi eroi.

Al di là dell’evidente ironia che permea i vostri titoli, tra citazioni più o meno colte, le tematiche che trattate nelle liriche quanto le dobbiamo prendere sul serio?
Non conosciamo un modo diverso per parlare di quello che ci circonda. Se per voi è ironia allora sarà un modo ironico, ma si può essere ironici essendo serissimi. Detto questo, non dovete mai prendere sul serio quello che diciamo: noi suoniamo e basta.

Avete deciso di rendere tributo a un filone del cinema italiano che in passato è stato al centro di discussioni sul suo orientamento politico. Accuse fondate, a mio parere, su un approccio molte volte superficiale. Vi siete posti mai il problema di poter essere a vostra volta ricondotti a una certa ideologia?
Da dove veniamo noi, e sin da piccolo, impari che nel nostro tempo le ideologie sono funzionali ai soldi. Non sui libri magari, ma per la strada è così. Ai pezzi da novanta della politica e della Chiesa piace sbandierare idee sofisticate, impegno sociale e una buona fetta di popolazione non solo gli va dietro ma è disposta pure a farsi guerre tra poveri per difendere queste idee indotte con la propaganda. La realtà sottostante è marcia, basta guardarsi attorno con realismo per capirlo. Il Poliziottesco, se ebbe un pregio, fu quello di rappresentare e parlare senza fronzoli o compromessi di una realtà cruda, ingiusta e violenta. In un Paese dove la giustizia si comprava e il controllo non ce l’aveva nessuno, ma c’era una guerra tra Stato, apparati deviati, bande armate, organizzazioni criminali, Chiesa. E si fece tanti nemici per questo. Oggi le cose sono cambiate, ma non di tanto. Riguardo a noi, non ci siamo mai posti il problema di dove la gente potesse ricondurci perché sappiamo chi siamo e da dove veniamo: siamo cresciuti in posti come il Tien’A’Ment, Officina99 e Slovenly. Però vi invitiamo a riflettere sul fatto che siamo in un Paese in cui i massimi organi dello Stato, per prendere una decisione ritenuta scomoda, devono rifugiarsi dietro un voto segreto. Per cui chi volesse cercare la puzza di certe ideologie deprecabili dovrebbe guardare altrove, piuttosto che a una band che per divertimento si mette il balaclava. Un suggerimento: guardate in alto.

Avete deciso di puntare su una produzione diretta e lo-fi per ricreare in studio il vostro sound dal vivo, pensate di esserci riusciti o in fin dei conti è impossibile raggiungere un risultato del genere per svariati motivi?
Abbiamo registrato questo disco in condizioni oggettivamente difficili. Vigeva il lockdown e la zona rossa: rischiavamo multe salate solo per stare andando a registrare o per una delazione dei vicini dello studio. Non c’era né tempo né voglia per fare fiocchetti così, assieme a Butch, il nostro producer esecutivo, abbiamo deciso di farlo come si sarebbe fatto a fine anni ‘80. Unica take, tanti microfoni, no editing. Doveva rappresentare noi in questo presente, non solo come suoni e impatto, ma soprattutto nell’attitudine. Questo è quello che abbiamo ottenuto, alla fine. E un disco così si può fare, solo che spesso si preferisce seguire un approccio diverso: i suoni delle band si sono uniformati, ascolti dieci dischi e la batteria suona uguale in tutti e dieci perché magari hanno usato la stessa libreria di campioni. E se non suonano uguali non vendono. Ecco, questo è l’opposto di quello che intendiamo noi: merda sì, ma fatta bene. Merda deluxe.

Restando in tema live, si sta muovendo qualcosa?
Se qualcosa si muove è perché, anche nell’ambito degli show, c’è gente (non riconosciuta e mal pagata) che si fa il mazzo. Di certo non per un francobollo verde.

Un annetto fa ho letto una vostra intervista rilasciata al sito ufficiale di Soundreef, in cui spiegavate le ragioni della vostra scelta di non usufruire dei servigi della SIAE. Il vostro intervento terminava con un minaccioso “non so se vi conviene deluderci”. Ora che è passato un po’ di tempo dalla vostra iscrizione a Soundreef, siete soddisfatti? Lo consigliereste? Ma soprattutto, ci siete voi dietro la richiesta di riscatto per lo sblocco dei server SIAE?
Pensiamo che sia giusto che chi fa musica o si dedica a qualsiasi arte venga riconosciuto e tutelato. Quanti più organi e soggetti si occupano di questo, tanto meglio. Soundreef è un’ottima alternativa a SIAE e auspichiamo che nel mercato entrino sempre più soggetti a tutela degli artisti. Oggi ci sono tecnologie come la Blockchain che possono incidere tanto in questo ambito e rivoluzionare il sistema a cominciare dalla riduzione dei costi per gli autori. Ciò detto, questa è una domanda che dovreste rivolgere a chi fa musica o arte: noi facciamo grindcore. Riscatto? Server? Non conosciamo.

Per chiudere l’intervista, butto là un’idea: avete mai pensato a un split album da condividere con Bologna Violenta?
Abbiamo più o meno le stesse influenze di immaginario con loro, ma facciamo generi troppo diversi. Giriamo la domanda ai vostri lettori: ve lo accattereste un siffatto split? Il nostro sogno, veramente, sarebbe farne uno con Raw Power o Cripple Bastards, perché sono i nostri miti sin da ragazzini. Sognare è un po’ rapinare.

E’ tutto, grazie…
Grazie a te Peppì… e fà ‘o brav!