Ulysse – L’Infinito errare

Bassi distorti di scuola Touch & Go, passaggi strumentali che strizzano l’occhio al post-rock, testi in italiano e un’attitudine squisitamente indipendente nell’accezione più pura del termine. Ulysse è un collettivo di musicisti capitanati da Mauro Spada – già fondatore e bassista dei buenRetiro – e Raffaello Zappalorto – ex bassista dei Santo Niente – ed altri esponenti storici della scena underground pescarese. Il risultato è un affascinante lavoro uscito il 12 aprile per tre etichette indipendenti: la label di culto abruzzese DeAmbula Records, la emiliana We Work Records e la palermitana Vasto Records.

Salve ragazzi, è un piacere intervistarvi, vi do il benvenuto su Il Raglio del Mulo. E’ uscito da pochissimi giorni il vostro esordio omonimo “Ulysse”, come state?
Ciao, Paolo. Il piacere è tutto nostro. Grazie per l’ invito. Stiamo bene, relativamente al periodo…

Ascoltando il vostro disco mi sono sentito subito a casa, sonorità molto care ad un certo tipo di rock dei ’90 ma con un’attenzione e ricerca su sonorità tutt’altro che italiche. E’ una scelta precisa o è un qualcosa che avete maturato con il processo di scrittura?
Raffaello: Pur avendo avuto traiettorie diverse, nessuno di noi si è mai compenetrato più di tanto con la musica italiana (propriamente detta), se si escludono i soliti grandi nomi, tra 80 e 90, che rappresentano tuttora alcune delle nostre influenze, quindi è stato del tutto naturale ricercare le giuste sonorità per l’album tra gli interpreti d’oltremanica (e non solo) più o meno dello stesso periodo. Credo sia stato un processo che racchiude elementi istintivi più che una precisa scelta ponderata. Un caso su tutti può essere il synth in “Patroclo” che riporta, del tutto volutamente, a Gary Numan.
Mauro: Grazie per la bella sensazione che hai descritto. Le sonorità a me molto care appartengono sia al florido periodo del Consorzio Produttori Indipendenti che, molto più ai giorni nostri, al post-rock di band come Mogwai in primis. La ricerca di certi suoni è sana conseguenza dell’attenzione data all’ ascolto dei gruppi legati a questi due territori musicali. Concordo con Raffaello sull’ istinto che in maniera del tutto naturale ti fa scegliere una direzione. 

L’Abruzzo e Pescara in particolare hanno sempre sfornato roba interessante negli anni e il vostro stesso collettivo dichiara un forte senso di appartenenza al territorio, è frutto solo del caso?
Raffaello: Se qualcosa può aver instillato questo territorio, immagino sia una certa disperata consapevolezza negli animi più ricettivi, ma non escludo a priori sia frutto del caso. Comunque resta il fatto di essere riusciti a concentrare l’ impegno di diversi musicisti, fonici, ma soprattutto amici, per la buona riuscita dell’ album.
Mauro: Molti gruppi Abruzzesi (sempre e solo in ambito alternativo indipendente) hanno prodotto dischi bellissimi ed ottenuto ottime soddisfazioni. Gli anni 90 erano più sanguigni, se mi passi il termine, in cui c’è stata una crescita esponenziale non so se di una scena ma certamente di band saldamente incollate ad una certa militanza sonora, con molta credibilità e lungimiranza. Nel tempo le cose, forse, si sono più ammorbidite per diversi motivi, uno dei tanti  la chiusura quasi contemporanea dei live club più importanti di Pescara. Ma questo non vuol dire che ora non ci siano gruppi molto validi e bellissimi progetti solisti. Poi ci conosciamo tutti, più o meno, e c’è molta stima reciproca. Sulla questione del territorio ti sintetizzo così: se siamo ciò che mangiamo siamo anche ciò che suoniamo. É una questione di cultura individuale… quindi mi affrancherei dal discorso del territorio. 

Ulysse è un moniker molto affascinante che suggerisce un immaginario molto ampio, da dove viene questa scelta così particolare?
Mauro: Ulisse è il soprannome che un amico di mio fratello mi diede in un tardo pomeriggio d’ estate vedendomi in contemplazione del mare seduto su un moscone. Potevo avere 14 anni… un po’ mi isolavo, accadeva spesso. Mi è rimasto sempre impresso nel corso degli anni ed ho voluto collegare quello stato di solitudine adolescenziale e più spensierata a ciò che provo oggi, una solitudine matura, più consapevole, sicuramente più inquieta visti i tempi che stiamo vivendo. La connessione con l’ Ulisse Omerico può riguardare la sola parte del suo viaggio di ritorno alla sua terra… per quel che mi riguarda invece c’è solo un infinito errare. 

La scelta dell’Italiano è spesso aggirata da band con il vostro stesso tipo di sonorità, voi però avete tanto da dire e già i titoli parlano chiaro, come nascono le canzoni degli Ulysse?
Raffaello: Abbiamo deciso a priori di staccarci dal concetto di sala prove, adottando un processo creativo prettamente di studio che ci ha permesso di monitorare progressivamente l’evolversi dei brani. Ce ne sono diversi partiti da un’ idea di base di Mauro ed altri scritti a quattro mani che ho portato a termine con vari arrangiamenti di batterie, synth, loop, drum machine, ecc. Fermo restando l’ impagabile apporto esecutivo e creativo degli amici che ci hanno aiutato nella realizzazione dell’ album.
Mauro: L’ italiano è la lingua madre, non ho mai pensato di fare diversamente sia per appartenenza etica e viscerale ai gruppi del C.P.I. che per la semplice constatazione che la nostra musica si sposa unicamente con la lingua italiana, secondo il mio pensiero. Avevo tante cose scritte e volevo scaricarmi parecchie parole convogliandole in canzoni. Ho costruito alcuni testi facendo un lavoro di taglia e cuci, quindi scartando anche tantissimo ed attaccando strofe di testi differenti. Altri testi sono arrivati di getto. Poi linee di basso, vocali e loop station, materiale dato a Raffaello che ha ben spiegato il lavoro fatto a casa sua. Più lo risento e più mi convinco che il suo lavoro sia stato eccezionale, con i mezzi a disposizione… quindi si può soltanto migliorare e questo deve essere un enorme stimolo per i lavori futuri. Sugli altri musicisti amici che ci hanno regalato letteralmente la loro opera non la finirei più di ringraziarli di cuore. Mi sembra il caso di nominarli: Francesco Politi che ha fatto tutte le chitarre, Andrea Di Giambattista che ha fatto una bellissima chitarra su “Fino al Sangue“ e si è occupato del mix e del master di tre pezzi, Gino Russo alla batteria su cinque pezzi, Sergio Pomante (ingegnere del suono nel suo Noiselab studio) che si è occupato della registrazione, mix e master del disco ed ha suonato il suo particolare sassofono effettato in un pezzo. Per ciò che riguarda i futuri e sperati live la formazione vedrà oltre me e Raffaello, Fabio Fly alla batteria e Silvio Spina alla chitarra. 

Il disco è uscito con ben tre etichette, come mai? 
Mauro: Ho cercato il modo di cooperare con più etichette piccole e indipendenti chiedendo di farci entrare nei loro rooster. É stata una maniera efficace di agire consigliatami da Marco Campitelli, titolare della sua etichetta DeAmbula Records, che stessa cosa fece con i primi due dischi dei suoi Oslo Tapes (di cui sono anche il bassista). I magnifici ragazzi della Vasto Records di Palermo e di We Work Records di Finale Emilia hanno accettato di ospitarci a casa loro, oltre naturalmente in casa DeAmbula. Forse é proprio questo il motivo: entrare educatamente dentro piccole realtà di persone passionali che lavorano nella musica in modo puro ed umile. Ci siamo subito conosciuti e riconosciuti e questo, speriamo, avvierà collaborazioni future perché si avrà modo di suonare in posti differenti.

Nell’album ci sono tre brani strumentali, caratteristica molto comune nel post-rock. E’ un genere che spesso viene confuso con i classici crescendo che sono poi diventati uno standard. Gli Ulysse a mio avviso lo sono pur non rispondendo a queste caratteristiche strumentali molto comuni, cosa ne pensate di questa etichetta? Ha ancora senso parlare di post-rock?
Mauro : Ultimamente ho letto un articolo sul post-rock e le sue ceneri su una nota rivista musicale italiana. Nel 1994 fu Simon Reynolds, un guru britannico della critica musicale ed autore autorevole di libri come: “Post- punk 1978-1984”, “Retromania. Musica, cultura pop e la nostra ossessione per il passato“, “Futuromania. Sogni elettronici da Moroder ai Migos“, ad inventare il termine, appunto, post-rock, interrogandosi su dove potessero essere collocate alcune onde che si ponevano ai margini dei generi musicali sono ad allora attraversati. Cito testualmente: “Reynolds individuò un entroterra più precario finanziariamente ma esteticamente vitale, senza un nome. Chiamò in causa alcune bands che parevano suscettibili di essere incluse al filone dell’ art-rock. Si sarebbe potuto parlare di avant-rock, ma il termine in grado di sintetizzare quel nuovo filone poteva essere semplicemente post-rock. Lo strumentario del rock, dunque, al servizio del non-rock. Ecco individuato il primo punto cardine.” Se mi chiedi cosa penso di questa etichetta, dunque, prima ti rispondo che per forza o per fortuna (o sfortuna) una connotazione ad un genere va pur data per individuare una direzione più o meno precisa… e se lo ha fatto un guru come Reynolds non vedo cosa ci sia di male. Poi ti dico che mi piace la musica destrutturata e senza stilemi o regole. Nei Mogwai, ma non solo in loro naturalmente, ho trovato una sorta di enciclopedia, un compendio di suoni. Può bastare un solo loop, una piccola suggestione sonora dalla quale farne nascere una colonna intera. Così, infatti, sono nati tutti i pezzi del disco. É un modo molto efficace, anche paraculo, per costruire pezzi.

Con quale formazione vi presenterete live quando si tornerà alla “normalità”?
Raffaello: La band “aperta” ti permette di considerare soluzioni tra le più disparate nella realizzazione dei brani, ed abbiamo apprezzato molto questo metodo di lavoro, con modifiche apportate anche in fase di registrazione, che hanno dato quel quid in più. Con la necessità di stabilizzare la formazione per i futuri live, la band è attualmente composta da due bassi, chitarra e batteria come ha già detto Mauro precedentemente.