Drovag – Toxin

Drovag è un progetto one-man band di Alessandro Vagnoni – già polistrumentista in Bologna Violenta, Ronin, Bushi e tanti altri – fautore di un’originale mix di synth pop, trip-hop e new wave. Dopo l’esordio del 2018 – e suonando contemporaneamente tutti gli strumenti dalla batteria ai sintetizzatori, chitarre, voce e backing vocals – è da pochi giorni uscito il suo secondo album “Toxin” (All Will Be Well Records \ Doppio Clic Promotions) registrato durante il lockdown del 2020.

Ciao Alessandro e benvenuto su Il Raglio del Mulo. È appena uscito “Toxin”, il tuo secondo album, che tipo di percorso c’è stato tra le due release?
Direi che il processo compositivo è stato totalmente opposto a quello del primo disco, nel quale la scrittura dei brani è coincisa con il provare a suonare più strumenti contemporaneamente e cercare di non avvitarmi su di una semplice e sterile esecuzione; provare quindi a costruire delle canzoni vere e proprie. All’inizio è stata un’esplorazione delle potenzialità che questo progetto one-man-band poteva avere in sé. Con questo secondo disco invece ho provato a scrivere e registrare tutti gli strumenti non badando a ciò che e come avrei dovuto suonare “dal vivo”. Da questo differente approccio sono nate delle canzoni meno astratte, più pop insomma.

Ho letto che hai utilizzato alcuni brani del tuo passato musicale, com’è stato recuperare vecchie canzoni non complete e in un certo senso renderle attuali? Si trattava solo di testi o anche di musiche a cui avevi iniziato a lavorare?
In effetti la genesi di questi brani è scaturita (in buona parte) da vecchi file di lavorazione che io e un mio amico e collaboratore di lunga data (Manuel Coccia) avevamo iniziato a comporre due decadi fa e che poi non hanno mai visto la luce, vuoi per l’immaturità compositiva che avevamo nei nostri primi vent’anni, vuoi perché eravamo presi da esperienze musicali di altro genere. Ad ogni modo ho pensato di recuperare piccoli spunti da ognuna di queste idee (a volte solo abbozzi di canzoni), dando loro una forma compiuta all’interno di una direzione musicale che ora mi è più chiara. Ma non mi sono dato regole: ogni canzone è nata da loop di arpeggiatori, riff di chitarra o melodie vocali o da parti di testo particolarmente evocativi. Tutto quello che c’era di buono è stato salvato e riarrangiato.

Spesso i lavori solisti dei batteristi sono caratterizzati da virtuosismi e da un certo tipo di approccio strumentale, per te invece sono fondamentali le canzoni, ma quanto é difficile fare tutto da soli? Dalla voce ai synth – tranne la titletrack “Toxin” dove troviamo il sax dell’unico ospite Sergio Pomante – è tutta opera tua, ma dal vivo suoni tutto in maniera contestuale o c’è qualcosa di pre-registrato?
Concordo con te. Spesso i dischi composti dai batteristi “di riferimento” (i cosiddetti virtuosi) sono per me inascoltabili. Per questo tipo di musicisti realizzare un disco è un pretesto per metterci dentro le loro abilità strumentali. Poi ci sono i dischi di band nei quali ognuno dei componenti è un maestro del proprio strumento e lì raggiungiamo vette di cattivo gusto, per quanto mi riguarda. Il fatto è che io, pur suonando principalmente la batteria, non mi sono mai sentito un batterista puro. Ho sempre avuto sin da bambino la necessità di vedere il mio strumento al servizio di canzoni, di musica che va dritta al cuore delle persone, che cerca di stimolare dei gangli emotivi. Per questo negli anni ho avuto il bisogno di imparare a suonare altri strumenti. In questo progetto in particolare, una cosa è stata la sfida più importante (al di là di suonare batteria, tastiera e lanciare loop in tempo reale): cantare… e ho dovuto cercare un modo che fosse adeguato alle mie capacità limitate. Per quel che riguarda l’esecuzione dal vivo, essenzialmente suono tutto in tempo reale a parte il basso, armonizzazioni vocali e qualche synth di supporto che utilizzo come backing tracks.

Il sound del tuo album mi ha ricordato per certi versi il periodo “new wave” dei King Crimson di “Discipline”, quali sono stati i tuoi artisti di riferimento in questo progetto?
Pensa che i KC di “Discipline” sono quelli che mi piacciono meno… In realtà, pur essendo un estimatore di quel pop sofisticato che negli ’80 e primi ’90 individuo in gruppi come Tears For Fears, Pet Shop Boys, Japan, Depeche Mode, The Cure e altri, non mi sono mai chiesto da cosa derivasse l’approccio musicale che mi porta a scrivere questo tipo di musica. Anzi ti direi che i miei idoli di riferimento sono i Primus, i Tool, i Death, i Meshuggah… tutta roba che non c’entra niente con la musica di Drovag. Ma sicuramente i Beatles sono il mio nume tutelare da sempre.

Cosa stai ascoltando in questo periodo?
Non ascolto molta musica ahimè. Questo perché sono costantemente impegnato o ad ascoltare quella che compongo coi miei vari progetti e quella degli artisti per cui lavoro come batterista session in studio. Ultimamente però mi sono ascoltato l’ultimo disco di Tigran Hamasyan, Comet Is Coming, Ghost, Sonido Gallo Negro, Ondatropica e un vecchio disco di Fred Frith che si chiama “Up Beat”, composto per quartetto di chitarre elettriche.

Da tempo lavori in diversi progetti – da Bologna Violenta ai Ronin per citarne solo alcuni – tutte band che dal vivo hanno sempre suonato tantissimo, come riuscite a portare avanti questi progetti in questo periodo così difficile?
Questo avrebbe potuto essere un problema (e comunque non lo è mai stato) se non ci fosse lo stop forzato delle attività concertistiche. Io e gli altri musicisti coinvolti nei progetti che citi facciamo questo di lavoro e quindi cerchiamo di organizzarci meglio che si può. Ora invece il problema non si pone neanche, visto che siamo fermi. Ad ogni modo continuiamo costantemente a sentirci e a breve forse si materializzerà qualcosa all’orizzonte.


Appena possibile ti vedremo live con Drovag? Hai intenzione di portare il disco in giro?
Beh spero proprio di sì. Infatti ho già iniziato a prepararmi per eseguire brani presi da tutti e due i dischi che con Drovag ho fatto uscire, selezionando quello che meglio si presta per la dimensione live e quello che “riesco” a suonare, per la verità… Io sono quasi pronto, vediamo se si riuscirà a fare concerti, se qualcuno mi chiamerà a suonare e soprattutto se vedrò davanti a me non più la solita quindicina di persone intenta per lo più a farsi i cazzi propri durante un concerto.

Tra le tue tante attività nel periodo pandemico hai pubblicato anche un libro di ritratti “Asintomatici”, un’iniziativa molto interessante, ce ne vuoi parlare? Avrà un seguito?
Quella della pittura comunque è una mia seconda pelle, essendomi diplomato all’Accademia di Belle Arti di Perugia molti anni fa. Dopo un lungo periodo di inattività e con prospettive di guadagno azzerate (concerti e tour saltati di colpo) ho risfoderato pennello e tempere acriliche e ho iniziato ad eseguire caricature, invitando chiunque su Facebook e Instagram ad aderire alla realizzazione di un libro di 100 ritratti dal titolo “Asintomatici” (sold out). Sto ancora continuando a dipingere e a vendere su commissione (sono a quota 350 ritratti circa) e, devo essere sincero, non mi aspettavo tutta questa partecipazione che continua ad esserci.

Motorpsycho – Heavy psych mood

ENGLISH VERSION BELOW: PLEASE, SCROLL DOWN!

Mai fermi sui propri allori – stiamo parlando di una dalle formazioni più coraggiose della scena rock europea sin dagli anni ’90 – i Motorpsycho sono già tornati con l’album di follow-up dell’acclamato “The All Is One” del 2020. Registrato in parte nelle stesse session della precedente release, “Kingdom Of Oblivion” – in uscita il 16 aprile ’21 su Stickman Records / All Noir – annuncia un ritorno alla “Motorpsychodelia” e agli heavy-riffs degli anni passati, in attesa di lambire nuovi territori inesplorati.

Ciao Bent, è un grande piacere avere la possibilità di intervistarti (in quanto fan di vecchia data) ma veniamo subito al dunque: sono passati poco più di sei mesi dall’uscita di “All is One” (ultimo atto della “The Gullvåg Trilogy”). Possiamo considerare questo nuovo album come un nuovo capitolo a sé? Mi sembra che sia un ritorno a una forma più diretta di heavy rock …
Ciao! Per noi questa è una cosa diversa dalla “Gullvåg Triology”, di sicuro. Anche se gran parte di essa è stata registrata contemporaneamente a “The All Is One”, questa roba aveva un’atmosfera così fondamentalmente diversa che avevamo bisogno di separarla dalla Trilogia. Gran parte di esso è praticamente heavy rock anche se, con alcune modifiche e pezzi strani inseriti, sembra molto più strano e psichedelico della maggior parte del rock pesante moderno. Heavy psych è probabilmente l’etichetta più ovvia, se questo è il tuo genere. Se è l’inizio di un nuovo ciclo o una tantum non lo sappiamo ancora. Il tempo lo dirà!

Tra le nuove canzoni ho trovato alcuni riferimenti al passato “grungedelico” – ad esempio “The Transmutation of Cosmoctopus Lurker” – a dischi come “Timothy’s Monster”, è una sorta di reazione “hard” a questo periodo di isolamento forzato?
Non proprio: le tracce di base sono state registrate prima della pandemia, quindi solo alcuni dei testi riflettono l’epidemia e solo parte della musica. Penso che la nostra reazione iniziale sia stata quella di tacere e interiorizzare, quindi se qualcuno di questi riflette l’epidemia, sarebbe la roba folky, dall’aspetto interiore. Ultimamente, però, abbiamo sentito il bisogno di rilasciare un pò di adrenalina, quindi è fantastico che questo album contenga un po’ di testosterone – sarà fantastico dal vivo!

Ho sempre immaginato che il vostro “processo di scrittura” fosse anche il risultato di lunghe jam (soprattutto su alcuni dischi del passato) ma a questo punto della vostra carriera cosa è cambiato nella fase creativa?
Non abbiamo un modo prestabilito di fare le cose, quindi alcune cose provengono da improvvisazioni, ma altre cose vengono lavorate su un pianoforte o un’acustica – e tutto ciò che sta nel mezzo! Penso che ciò che è cambiato di più sia la nostra capacità di non essere troppo analitici e autocritici troppo presto nel processo: finiamo il pensiero e l’idea prima di usarlo o buttarlo via, e oggigiorno ogni idea musicale è valida fino a quando non ci abbiamo lavorato. È il modo migliore per evitare il blocco degli scrittori e mantiene anche le Muse di buon umore!

Nella vostra discografia avete esplorato quasi tutti i vari stili del rock and roll, ma c’è qualcosa a cui non vi siete ancora avvicinati?
Non c’è ancora molto reggae o ska nel nostro catalogo… e anche se anche a noi piace un po’, penso che la possibilità che esista un MP-album roots reggae è piuttosto scarsa. A meno che, naturalmente, non andiamo in Giamaica e restiamo lì per alcuni mesi e lo facciamo correttamente. Ma non scommetterci dei soldi!

L’aver cambiato spesso il batterista in qualche modo ha favorito una certa freschezza compositiva nelle diverse fasi della vostra carriera? Penso ad esempio a una band come i Melvins – ora una specie di collettivo aperto con due membri fondatori e collaborazioni sempre diverse …
Ebbene, “spesso” non è il termine giusto, vero? Geb è durato 14 anni, Kenneth 9… ma capisco cosa intendi e, naturalmente, un nuovo membro colorerà sempre la musica – è il motivo perché sono lì! Le persone sono diverse e amano fare cose diverse e hanno processi diversi, quindi ogni batterista (e tastierista o qualsiasi altra cosa) ha cambiato il processo della band. Lo mantengono interessante per noi e fresco per tutti, quindi è soprattutto una cosa positiva. Se Tomas se ne va, non so cosa faremmo, ma forse l’approccio dei Melvins è la strada da percorrere in quel caso? Vedremo cosa succede!

Siete tra i pochi artisti che credono ancora nel potere degli album, come ti relazioni con la musica contemporanea dove tutto si consuma velocemente per poi passare ad altro?
Lo trovo meno coinvolgente e ne ricavo meno, mi dispiace dirlo. Dal momento che ho bisogno di un qualche tipo di contesto per relazionarmi alle cose, molta nuova musica mi annoia. Potrei essere io che sto invecchiando, naturalmente, ma trovo che manchi qualcosa quando è tutto così strutturato, veloce e superficiale. Ma immagino che il nostro ruolo sia sempre stato quello di essere il fornitore dell’alternativa, sin dall’inizio, quindi ci sta bene: lascia che lo facciano e noi faremo le nostre cose per il pubblico a cui piace il nostro genere di cose. In questo modo tutti vincono!

Cosa stai ascoltando in questo periodo? C’è qualche artista o nuova band che ha catturato la tua attenzione? Ci sono nuovi “Motorpsycho” là fuori?
Ho un figlio di 15 anni che è molto appassionato di musica, quindi sento molte cose nuove da lui, ma le mie scoperte vengono da amici e colleghi: il duo metal spagnolo Bala mi piace, mi piace la maggior parte delle uscite sia di Stickman che Rune Grammofon (le due etichette che distribuiscono i lavori dei Motorpsycho ndr.), sono appena entrato nella band Budos, adoro il nuovo disco dei Pearl Charles e ovviamente guarda cosa fanno gli amici: il nuovo disco di Elephant9 è fantastico! Non so, è possibile essere un “nuovo Motorpsycho” di questi tempi? Dal momento che la cultura mainstream è cambiata così tanto e c’è meno attenzione per gli artisti e più per prodotti consumati rapidamente, siamo l’ultima rock band? Spero sinceramente di no, ma sono contento che ci siamo finiti in tempo mentre questa era ancora una possibilità!

Quando avete iniziato eri molto giovane, avreste mai pensato di continuare così a lungo?
Non credo che ci abbiamo pensato! Penso di aver saputo che non saremmo mai stati una macchina di grande successo, dal momento che i nostri interessi e talenti sono altrove, e che costruire un catalogo e una fan-base in modo punk rock sarebbe stato il modo migliore per noi, ma che avremmo avuto 30 anni e più di carriera sarebbe stato inimmaginabile!

Siamo abituati a vedervi ogni anno (prima della pandemia mondiale) in Italia con tanti concerti, ma c’è qualche posto a cui siete particolarmente legati? Vi vedremo mai in Puglia?
Ci manca davvero non venire in Italia! Certamente posti come il Bloom a Mezzago e il Velvet a Rimini – di cui sentiamo molto la mancanza – dove abbiamo suonato così tanto che ormai sono quasi come “a casa lontano da casa” ci mancano di più. Ma suoneremmo ovunque e mi piacerebbe suonare in Puglia se un promotor decente e un grande locale volessero che venissimo!

È tutto, grazie!
Grazie! Ci vediamo dall’altra parte!

Never a band to rest on their exceedingly large heap of laurels – we’re talking about a long standing stalwart of the European rock scene since their formation in the 90’s – Motorpsycho has already returned with the follow-up album to 2020’s highly acclaimed “The All Is One”. Recorded partly in the same sessions as the previous release, “Kingdom Of Oblivion” – out on 16th April ’21 on Stickman Records / All Noir – heralds a return to the riff-heavy Motorpsychodelia of years past while looking forward to new uncharted territories.

Hi Bent! It’s a great pleasure to have the chance to interview you (as a longtime fan) but let’s get to the point; It’s been just over six months since the release of “All is one” (last act of “the Gullvåg Trilogy”) can we consider this new album as a new chapter in its own right? It seems to me that’s a return to a more direct form of heavy rock…
Hi! To us this is a different thing than the Gullvåg Triology, for sure. Even if much of it was recorded at the same time as “The All Is One,” this stuff had such a fundamentally different vibe that we needed to seperate it from the Triology. Much of it is pretty much straight up heavy rock, indeed, albeit with a few tweaks and weird bits thrown in, so it feels much weirder and psychedelic than most modern heavy rock. Heavy psych is probably the most obvious label, if that is your thing. If it’s the beginning of a new cycle or a one off we don’t know yet. Time will tell!

Among the new songs I found some references to the “grungedelic” past – for example “The Transmutation of Cosmoctopus Lurker” – to records as “Timothy’s Monster”, is it a sort of “hard” reaction to this forced period of isolation?
Not really – the basic tracks were recorded before the pandemic, so only some of the lyrics reflect the plague, and only some of the music. I think our initial reaction to it was to go quiet and inwards, so if any of it reflects the plague, it’d be the folky, inwards looking stuff. Lately though, we have felt the need to get some adrenalin going, so it’s great that this album has some testosterone on it – it’ll be great live!

I always imagined that your “writing process” was also the result of long jams (especially on some records of the past) but at this point in your career what has changed in the creative phase?
We have no set way of doing things, so some stuff comes from improvs, but other stuff is worked on a piano or an acoustic – and everything inbetween! I think that what has changd most is our ability to not be too analytical and self-critical too early in the process: we finish the thought and the idea before we either use it or chuck it away, and these days every musical idea is valid untill we’ve worked at it. It is the best way to avoid writers block, and it also keeps the Muses in a good mood!

In your discography you have explored almost all the various styles around rock and roll, but is there anything you have not yet approached?
There isn’t much reggae or ska in our catalog yet… and even if we like some of that too, I think the chance there ever being of a roots reggae MP-album is pretty slim. Unless, of course we go to Jamaica and stay there for a few months and get it properly. But don’t put money on it!

Did having often changed the drummer in some way favored a certain compositional freshness in the different phases of your career? I’m thinking for example of a band like the Melvins – now a kind of open collective with two founding members and always different collaborations…
Well, ‘often’ isn’t quite the right term, is it? Geb lasted for 14 years, Kenneth for 9… but I see what you mean and , of course, a new member is always going to colour the music – that is why they are there! People are different and like doing different things, and have different processes, so every drummer (and keyboardist or whatever) has changed the band’s process. I keeps it interesting for us, and fresh for everyone, so it’s mostly a positive thing. If Tomas leaves, I dunno what we’d do, but maybe that Melvins approach is the way to go in that case? We’ll see what happens!


You are among the few artists who still believe in the power of “Albums”, how do you relate to contemporary music where everything is quickly consumed and then moved on to something else?
I find it less engaging and get less out of it, I’m sorry to say. Since I need some kind of context to relate to stuff, a lot of new music just bores me. It might be me getting old of course, but I do find that something is missing when it’s all so formated, quick and superficial. But I guess our role always was to be the provider of the alternative, ever since the beginning, so we’re fine with it: let them do that, and we’ll do our thing for the audience that likes our kind of thing. That way everybody wins!

What are you listening to in this period? Is there any artist or new band that has caught your attention? Are there any new “Motorpsychos” out there?
I have a 15 year old son that is heavily into music, so I hear a lot of new stuff from him, but my own discoveries are via friends and colleagues: Spanish metal duo Bala i like, I like most of what both Stickman and Rune Grammofon release(the two labels that distribute the works of Motorpsycho ed.), I just got into Budos band, love the new Pearl Charles record, and obviously check out what friends do: the new Elephant9 record fx, is amazing! I dunno, is it possible to be a ‘new motorpsycho’ these days? since mainstream culture has changed so much and there is less focus on artists and more on quickly consumed product, are we the last rock band? I sincerely hope not, but am glad we got in under the wire while this was still a possibility!

When you started you were very young, would you ever have thought about continuing for so long?
I don’t think we thought about it! I think i knew we’d never be a big hit machine, since our interests and talents lie elsewhere, and that building a catalog and a fan base the punk rock way would suit us the best, but that we’d have a ’30 years plus’ – run would have been unimaginable!

We are used to seeing you every year (before the world pandemic) in Italy with many concerts, but is there any place you are particularly attached to? Will we ever see you in Puglia?
We miss not getting to come to Italy – we really do! Of course places like Bloom in Mezzago and the much missed Velvet in Rimini we played so much that they are almost like homes away from home by now, so we miss them the most. But we’ll play wherever they send us, and would love to play in Puglia if a decent promotor and a great venue wanted us to come!

That’s all thanks!
Thank you! See you on the other side!

OJM – Per sempre rock’n’roll

Gli OJM sono stati una delle prime realtà italiane dedite allo stoner-rock, lavorando spesso a stretto contatto con gente come Brant Bjork (Kyuss) e Dave Catching (Desert Sessions, QOTSA). A dieci anni dall’ultimo album in studio “Volcano” la band trevigiana – mai ufficialmente sciolta – ha da poco pubblicato “Live At Rocket Club” (Go Down Records / All Noir) che fotografa il quartetto in uno dei momenti più intensi della propria vita artistica. Ne abbiamo parlato con Max e Andrea, rispettivamente batteria e chitarra nella band.

Ciao ragazzi e benvenuti su Il Raglio del Mulo, è un piacere riascoltare un disco degli OJM a dieci anni dall’ultimo lavoro in studio, come mai è passato così tanto tempo dall’ultima release?
Andrea: E’ un piacere per noi! Negli ultimi anni, dopo “Volcano” e il relativo tour, abbiamo ristampato “Heavy” (nostro secondo lavoro in studio) intraprendendo un tour con la formazione originale dell’epoca, al quale è poi seguito un tour per festeggiare l’anniversario e qualche reunion per particolari occasioni, come è stato nel 2015 quando abbiamo suonato con gli Eagles of Death Metal. Per il resto ci siamo dedicati ai nostri relativi side-project, Max e Ale con Ananda Mida, Pozzy con i suoi The Sade. Non siamo mai stati fermi insomma, però non abbiamo più composto materiale per un eventuale disco, fino a quando non ci è tornato tra le mani un vecchio live che abbiamo rimasterizzato per estrarne questo nuovo vinile.

Siete stati tra i primi mover della scena stoner rock italica, poi gradualmente vi siete spostati su un garage rock meno aggressivo se vogliamo, com’è cambiata la scena anche a livello internazionale secondo voi?
Max: Di sicuro ultimamente c’è stato un ritorno di quei generi che, se mi concedi, noi ascoltavamo già a fine anni 90, e con i quali poi siamo partiti. Al tempo si era però “pecore nere” che proponevano un sound che traeva ispirazione dallo stoner, doom, psichedelia. Generi che ora sono molto più in voga di allora. C’è stato un revival di molte band al tempo di nicchia ed una ricerca da parte del pubblico e dei musicisti atta ad esplorare determinati generi. Per noi non è cambiato nulla, quello che ascoltavamo allora lo rivediamo in molte band oggi, ed alcuni comunque ripropongono un certo sound in maniera egregia!

In questo periodo di mancanza dei live voi uscite con questo disco live del 2011, nostalgia o state serrando i ranghi per un ritorno in grande stile a fine pandemia?
Andrea: Un live ci sta tutto in questo periodo di stop forzato, c’è bisogno di ascoltare almeno su disco un po’ di sano groove da palco! Il lato positivo è che molto pubblico ha più tempo da dedicare all’ascolto, e questa è una buona cosa. Ci sembrava il momento giusto per uscire con un disco live. Per il momento non ci sono idee in cantiere ma tutto può succedere, di sicuro se ne avremo la possibilità torneremo on stage per qualche live e qualche speciale occasione! La voglia di suonare e di ritrovarci c’è sempre, soprattutto in questo momento di pausa forzata.

Avete sempre lavorato con grandi personaggi – da Paul Chain a Brant Bjork a Dave Catching per non parlare di Michael Davis degli MC5 – cosa vi hanno lasciato del loro bagaglio di esperienze queste persone che in un certo senso hanno un po’ inventato un certo modo di fare musica?
Andrea: I ricordi più belli, oltre alle scorribande in tour, sono legate a questi personaggi, sia a livello artistico ma soprattutto umano. Avere la possibilità di confrontarsi e condividere il palco con questi artisti è stato entusiasmante: dalla genialità di Paul, all’umanità di Brant Bjork (per noi come un fratello), alla professionalità di Dave Catching, ma soprattutto all’affetto e alla “storia” scritta da Mike Davis (RIP). Tocchi con mano la persona, conosci e trai ispirazione dall’artista, condividi e impari. Sono cose che ti lasciano un bagaglio artistico non indifferente, e tanti bei ricordi.

In dieci anni le cose sono cambiate tantissimo, dalla promozione al modo di porsi degli ascoltatori, cosa deve fare oggi una band che nasce oggi per farsi ascoltare e venire fuori dal marasma attuale?
Max: Noi ci siamo sempre limitati ad essere noi stessi, a seguire la nostra linea senza badare alle mode del momento. Ovviamente al di la del lato artistico il marketing promozionale è cambiato molto, i live restano importanti ma oggi si viaggia sui social, bisogna saper adottare strategie di conquista anche online ma la chiave resta essere artisti e aver qualcosa da dire e trasmettere attraverso la musica, prima o poi la musica giusta si farà sentire… la musica non si può ridurre solamente a marketing e immagine, c’è sempre bisogno di un valore aggiunto o di qualcosa da esprimere. Poi sì, c’è molta confusione, il pubblico è bersagliato da mille messaggi, la gente tende a sentire e non ad ascoltare, ma noi confidiamo in quel pubblico (molte volte di nicchia) che sa ascoltare ed è appassionato.

Vi siete sempre mossi parallelamente alla Go Down Records, una tra le prime etichette a credere nel rock’n’roll più vintage e autentico, in questo periodo si parla spesso dei club e dei musicisti ma le etichette indipendenti come se la passano durante la pandemia?
Andrea: Come detto da un lato il pubblico si sta prendendo più tempo per ascoltare, comprare dischi e c’è più tempo da dedicare alla musica, molti stanno soffrendo della mancanza dei live, per tanti principale fonte di svago. Anche noi come etichetta siamo purtroppo fermi con eventi e live, le nostre band non possono girare, stiamo investendo sulla promozione via web cercando di far uscire più musica possibile, senza mai fermarci, la crisi inevitabilmente c’è, ma noi facciamo parte della vecchia scuola, lavoriamo con passione e ci mettiamo il cuore, supereremo anche questa situazione.

Cosa state ascoltando ultimamente? Max: Ultimamente stiamo ascoltando molta musica psichedelica.

Lascio a voi le conclusioni e spero di ascoltarvi dal vivo il prima possibile!
Max: Sicuramente finita questa emergenza sanitaria faremo dei concerti per presentare questo ultimo disco dal vivo. Magari dopo ci verrà ispirazione di fare un nuovo disco. Per sempre rock’n’roll

Cornea – Il suono di quello che non vedi

I Cornea sono un power trio proveniente da Padova dedito a sonorità ipnotiche, pesanti, decadenti ma allo stesso tempo oniriche ed introspettive. I sei brani che compongono l’album d’esordio “Apart” (2020 Jetglow Recordings / Doppio Clic Promotions) – tra chitarre shoegaze immerse nel riverbero e la pesantezza atmosferica tipica del doom – sintetizzano e fotografano il percorso artistico di una band in costante evoluzione. Ne abbiamo parlato con Nicola Mel, chitarrista e grafico della band.

Ciao Nicola e benvenuto su Il Raglio del Mulo. Parlami della genesi della band, provenite tutti da altri act con un passato discografico – Owl of Minerva e Dotzauer – ma come nasce il progetto Cornea?
Ciao Paolo, innanzi tutto grazie per questa intervista, speriamo possa contribuire alla diffusione del progetto Cornea! La band nasce nell’estate del 2015 da un mio desiderio di esplorare un genere più libero e slegato dai soliti cliché del rock, che mi permettesse di sperimentare e creare una musica più intimista, avvolgente, che ti prenda per mano accompagnandoti in un viaggio che mi piace definire “personale”. Ho sempre vissuto la musica come una colonna sonora di immagini e film nella mia testa, e con questo progetto volevo rendere bene l’idea creando un sound più “cinematico” che possa fare da colonna sonora alla vita dell’ascoltatore, o rimandarlo a particolari eventi vissuti in passato. Abbiamo passato non poche disavventure per definire una line up solida e soprattutto per fornire all’ascoltatore un prodotto pensato e sentito, che non fosse l’ennesimo disco post rock, e dopo quattro anni e più eccoci qui.

“Apart” il vostro disco d’esordio è uscito in piena pandemia mondiale, è stata una scelta obbligata o ben ponderata?
“Apart” era pronto per la sua uscita, sebbene con delle differenze e arrangiamenti diversi, alla fine del 2017. Purtroppo però abbiamo avuto la “sfortuna” dell’uscita di due membri dalla band (seconda chitarra e basso) poco prima della release, quindi abbiamo fermato tutto… non ce la sentivamo di far uscire un prodotto che non avrebbe rispecchiato la band dal vivo, non ci abbiamo visto un senso. Abbiamo passato tutto il 2018 alla ricerca di altri componenti, riarrangiato i pezzi per farli funzionare al minimo, cercando solo membri essenziali per tornare operativi e facendo un uso più pesante dei synth. Non ci andava di gettare “Apart” nel dimenticatoio (non si chiamava nemmeno così all’epoca, ma semplicemente “Cornea”) avevamo lavorato tanto a quei brani e sentivamo che significavano qualcosa per noi. Nel 2019 abbiamo completato la line up trovando Sebastiano al basso, è scoccata la scintilla per entrambe le parti, abbiamo lavorato con lui per integrarlo il più possibile nella band con il materiale già presente, lasciandogli spazio creativo senza obbligarlo a replicare le parti di basso precedentemente scritte, e in fine abbiamo registrato nuovamente tutto nella sua nuova forma… così è nato “Apart”. Poi è arrivata la pandemia di Covid19, il lockdown e tutto il resto… l’ennesimo ostacolo… ma non ci siamo fatti abbattere, è un disco che fa viaggiare e la gente era costretta in casa, l’abbiamo sentita come una vocazione, “Apart” doveva uscire… per liberare le persone, almeno virtualmente.

La vostra musica genera un flusso costante di emozioni, da cosa traete ispirazione? Quali sono le vostre band di riferimento?
Difficile dirlo. L’ispirazione viene dalle emozioni stesse, a volte da film mentali, come una febbre da smaltire, un demone da esorcizzare mettendo tutto quello che proviamo in musica. Stiamo anche ore a jammare insieme, cercando di andare in dimensioni alternative per poter portare indietro qualcosa per l’ascoltatore, siamo come tre sciamani. A livello di band non ci ispiriamo a nessuno direttamente anche se le influenze sono spesso chiare, ci paragonano ai classici God Is An Astronaut e This Will Destroy You, ma sebbene amiamo le suddette band, le nostre radici sono sicuramente nel rock psichedelico, Pink Floyd su tutti, ma anche Black Sabbath, Cure, Isis… il doom metal e lo shoegaze sono ingredienti che ci piace mescolare insieme per creare il nostro linguaggio, ma non siamo ne uno ne l’altro. A livello personale ognuno di noi ha influenze diverse.

Mostrare ciò che non si può vedere con gli occhi attraverso la musica è il vostro fine. Nella musica strumentale – soprattutto dal vivo – spesso per essere vissuta a pieno ci si serve di visual & di immagini, voi ci avete mai pensato?
Concordo con te, ma non è facile. In Italia le strutture e le situazioni dove le band emergenti possono esibirsi non hanno quasi mai la pazienza e la volontà di permettere alle band di preparare scenografia, luci e tutto il resto, spesso sono situazioni standard. In passato (ahimè quando si potevano ancora fare concerti) abbiamo giocato molto con luci sincronizzate e tanto fumo, ma spesso trovavamo resistenza da parte delle venue, solitamente vige l’idea di “sali, suona, scendi e non rompere le scatole”. Ci piace molto lavorare con i video, e ci stiamo attrezzando per offrire show sempre più immersivi, ma bisogna cercare di tenere il tutto molto “smart” e soprattutto trasportabile.

Il format power trio ha sempre avuto infinite possibilità, ultimamente sia in ambito stoner rock che post/rock e metal c’è un rifiorire di questo tipo di assetto, la vostra è stata una scelta casuale o magari logistica?
Come ti dicevo prima inizialmente eravamo in quattro, poi contro la nostra volontà siamo rimasti in due e al momento della ridefinizione della line up abbiamo voluto tenere le cose al minimo, l’essenziale diciamo. Con la formula del power trio sentiamo che ogni strumento ha il suo spazio e può portare un contributo più ampio, potendosi esprimere liberamente senza saturare oltremodo i brani. C’è più ordine… è anche più difficile però!

La grafica di copertina è favolosa, chi ve l’ha curata?
Ti ringrazio, l’ho creata io tramite A Spring Of Murder, il mio nickname per i miei lavori d’illustrazione. Il filo conduttore che domina “Apart” è la separazione, molte canzoni sono state scritte per esorcizzare adii, sentimenti di esclusione, dolore… ma tutto è così selvaggio, a tratti tribale, primordiale. A due creature innocenti viene impedito di stare insieme, tutto si separa, anche la carne, la vita, la corona separa il popolo, mentre la natura ci guarda silenziosa. Ogni cosa ha un significato, magari anche solo personale, però penso di essere riuscito a convogliare un sentimento di dolore e rinascita, la presenza dei fiori ha un motivo, nel folklore i ciclamini erano visti come una protezione dai malefici, tutto rifiorisce.

Ho notato nella vostra pagina Facebook un minitrailer dell’album, avete intenzione di pubblicare un videoclip prossimamente?
Ci piacerebbe molto. Stiamo creando tanti trailer e mini video, sfruttiamo l’inattività live per creare più contenuti possibile. Sui nostri social potete vedere delle “video pills” che stiamo creando per ogni brano del disco, immagini che aiutino a convogliare emozioni e stati d’animo parallelamente ai brani di “Apart”. Ci piacerebbe creare anche un video ufficiale di una canzone, stiamo ancora pensando se farlo con “Apart” o aspettare il nuovo materiale (in scrittura), vogliamo farlo bene evitando video banali, la pandemia non ci ha permesso di farlo in contemporanea con l’uscita del disco.

Sperando di potervi vedere presto dal vivo – immagino che il vostro show fosse pronto da tempo – avete pensato di proporre un live in streaming? Che ne pensate di questa modalità che sta prendendo piede?
Anche noi speriamo di tornare a suonare live al più presto, non vediamo l’ora che questa situazione di blocco finisca, tantissimi locali stanno chiudendo e tantissimi artisti rimangono congelati senza un’audience reale, è molto grave e deve finire al più presto. Per quanto riguarda live in streaming, ci abbiamo pensato e sarebbe molto bello organizzare qualcosa, non siamo molto pratici delle piattaforme streaming, siamo una band indipendente e facciamo praticamente tutto da soli. Per quanto riguarda le esibizioni live “alternative” mi piacerebbe cogliere l’occasione per promuovere il nostro ultimo progetto “The October Tapes”, ovvero un paio di canzoni registrate live in studio, sia audio che video. Il primo brano è già online da pochi giorni, in premiere sul canale di Where Post Rock Dwells, si intitola “Pink” ed è un brano inedito non presente in “Apart”. Siete tutti invitati a guardarlo, fateci sapere cosa ne pensate!


Gorilla Pulp – La regina del peyote

In attesa del nuovo album previsto nel corso del 2021, la stoner band viterbese dei Gorilla Pulp – con due dischi usciti per la Retro Vox Records e un’intensa attività live anche al fianco di nomi importanti come Marky Ramone e Ufomammut – ha appena pubblicato “Peyote Queen”, primo di tre singoli frutto di un fortunato ritrovamento di vecchie registrazioni che meritavano di essere diffuse.

Ciao ragazzi e bentrovati su Il Raglio del Mulo, è appeno uscito il singolo di “Peyote Queen” nella versione demo del 2015, raccontateci un po’ come avete ritrovato questi vecchi file?
Grazie cricca de Il Raglio del Mulo per averci invitati a questa intervista, è sempre un piacere condividere la giungla insieme! Il singolo di “Peyote Queen” in versione “Demo Tape” è uscito fuori davvero per caso. Cercavamo dei file nel nostro hard disk comune e dentro una cartella palesemente porn abbiamo notato una sottocartella anomala. Ce n’eravamo davvero dimenticati e invece guarda cosa è uscito fuori? Le prime demo del nostro primo full-length “Peyote Queen”.

Cosa è cambiato da queste versioni e come mai avete deciso di pubblicarlo?
Le versioni sono abbastanza simili nell’arrangiamento ma diverse sia nel playing che nell’intenzione. Sono tre tracce registrate interamente live in due, massimo tre take cadauna. La differenza sta proprio nel fatto che erano nate come “provino” e sentire come giravano i brani da inviare alla nostra produzione. Avevamo poi deciso di salvarle perché ci sembrava un buon prodotto, registrato bene e molto diretto, ovviamente anche molto grezzo. Abbiamo deciso di pubblicarle ora poiché tanti ci hanno conosciuto proprio attraverso questo disco e ci sentivamo in dovere di omaggiare tutti con un bel ricordo in studio di registrazione.

Come nasce un brano dei Gorilla Pulp?
Un nostro brano nasce molto “alla vecchia”. Uno di noi si porta in sala prove un riff che gli è piaciuto, che lo ha ispirato e lo propone alla band. Iniziamo a jammarci su improvvisando e vediamo cosa ne esce fuori. Nel mentre Maurice (vox e chitarre) comincia ad adattarci un testo e una linea melodica finché non troviamo la quadra giusta. L’ispirazione e la voglia finora, fortunatamente, non ci è mai mancata e siamo molto molto affiatati.

Nel 2017 un vostro brano “In Your Waters” è stato inserito in un videogame “Wreckfest” (uscito su Sony Playstation, Xbox e Pc.) raccontatemi un pò di questa esperienza, come ci siete arrivati?
L’esperienza è stata davvero bella perché mai avremmo pensato di finire in un videogame automobilistico e soprattutto fico. Quando ci è arrivata la mail dalla loro produzione non ci credevamo nemmeno ed è stato proprio quello il bello: una notizia improvvisa e molto piacevole. Hanno fatto tutto loro, al direttore della colonna sonora è piaciuta quella canzone e ci ha inviato il contratto da firmare con le varie esclusive sul gioco. Una bella soddisfazione e che gioco potente!

In tempi di pandemia con i live club chiusi ormai da un anno, avete mai pensato a fare uno show in streaming?
Ci abbiamo pensato e l’idea non ci dispiace. Quello che ci dispiace, come tanti nel nostro mondo, è quello di non poter sudare assieme con la nostra gente, tutti accalcati e profumati di rock’n’roll. In ogni caso se lo streaming deve essere fatto, va fatto bene, anzi benissimo. Audio bello, riprese belle e diretta sui social anche di più, ma vedremo.
Parteciperemo a fine febbraio ad un evento molto valido organizzato a Roma in totale sicurezza, il quale vi sveleremo pian piano nei prossimi giorni.

Quando c’è stato il vostro ultimo concerto? Siete riusciti ad esibirvi nel 2020?
I nostri ultimi concerti sono stati a luglio 2020, doppietta di fila venerdì e sabato dai nostri fratelli della Backstage Academy di Viterbo, nella stessa location. Le due date furono sold out e su prenotazione obbligatoria, in totale sicurezza ed alcuni posti a sedere. Fu una sensazione strana e diversa suonare e preparare due concerti così, soprattutto per poter rispettare ogni regola e non rischiare.


Cosa state ascoltando in questo periodo? Da cosa vi lasciate influenzare?
In questo periodo ci siamo soffermati ad ascoltare un bel po’ di Blue Oyster Cult e il perché lo capirete nei prossimi mesi. Di certo non mancano anche gli ascolti attuali per capire come sta andando il mondo della musica, siamo molto aperti alle nuove uscite per poter dare un giudizio fondato. Le nostre influenze rimangono comunque i grandi classici degli anni’70 in ogni sfumatura di questo brillante periodo del blues rock.

Come procedono i lavori per il nuovo disco? Cosa dobbiamo aspettarci?
Il nuovo disco è pronto e siamo in dirittura d’arrivo con la programmazione dell’uscita. Siamo davvero soddisfatti del grosso lavoro eseguito in tandem con la nostra produzione, sia dal punto di vista dell’audio che del prodotto finale che ne verrà. Sarà un disco interattivo, non solo da mettere su in un giradischi. Sarà interazione fisica e mentale in tutto e per tutto, una cosa inedita che non avevamo mai sperimentato prima! Speriamo vi piaccia! Un grosso abbraccio dalla Tufo Rock Army e ancora grazie per averci dedicato il vostro prezioso tempo!

Moltheni – Nessun lascito

A undici anni di distanza dalla raccolta finale “Ingrediente novus” Moltheni – al secolo Umberto Maria Giardini, cantautore dalla scrittura trasversale e sempre riconoscibile –  ha pubblicato lo scorso Dicembre un nuovo album. “Senza Eredità” (La Tempesta Dischi / Fleisch Agency) rappresenta la chiusura di un cerchio, nonché l’ultimo capitolo di uno dei progetti più importanti del panorama indipendente italiano.

Ciao Umberto, benvenuto su Il Raglio del Mulo, premetto che è un grande piacere per me poter parlare di musica con te. “Senza Eredità” il disco del (non) ritorno di Moltheni è uscito da oltre un mese, che tipo di aspettative avevi a dieci anni dalla chiusura di quel capitolo?
Non avevo nessun tipo di aspettativa, speravo fosse un disco semplice apprezzato dal popolo di tanti affezionati al progetto Moltheni. I risultati, nonostante non abbiamo ancora ufficializzato ne un videoclip ne un tour, sono positivissimi sia in termini di critica degli addetti ai lavori che nei numeri riferiti alle vendite. Quando si lavora bene e con un esperienza acquisita che mette a fuoco il valore delle cose, è difficile produrre cose brutte.

“Ingrediente Novus” si chiudeva con il brano inedito “Per Carità di Stato” – personalmente lo considero tra i grandi capolavori della musica italiana – che fotografava perfettamente la situazione di quel periodo ma che trovo ancora tremendamente attuale, come la riscriveresti oggi?
Francamente non ne ho idea, poiché è una domanda che non riesco a pormi. Sono stato sempre attento alla vita di tutti noi e alle sue sfaccettature che inevitabilmente la complicano. Probabilmente oggi la scriverei diversa nella forma, ma non nei contenuti, che ahimè sono rimasti uguali se non peggiorati.

Da batterista, quando quel ragazzino che vediamo in copertina ha deciso che poteva anche essere un cantautore?
Quando mi sono reso conto che era molto difficile far capire agli altri come andavano scritte le canzoni che intendevo io. Ho sempre avuto una visione molto personale del modus operandi che applico al lavoro, per questo motivo le collaborazioni mi sono sempre andate strette. Detesto suonare la chitarra, ma sono stato obbligato ad imparare perché nessuno scriveva per me quello che volevo. Oggi avendo un giro di musicisti attorno a me molto in gamba, fatto di persone affidabili, tendo sempre di più a cantare e basta. Scrivo sempre tutto io usando la chitarra, ma poi delego lo strumento poiché sono annoiato.

Ricordo che l’ultima volta che abbiamo avuto modo di scambiare due parole (dopo un concerto all’Eremo Club di Molfetta) avevi con te “Badmotorfinger” dei Soundgarden – era da pochissimo morto Chris Cornell – secondo te che cosa è andato storto dopo gli anni ’90? E’ stato davvero l’ultimo periodo dove la musica era determinante nella società – all’estero ma anche in Italia – o è solo l’effetto nostalgia di chi ha ormai varcato la soglia dei quarant’anni?
La musica intesa come necessità e come costume integrante dell’ascoltatore giovane e meno giovane, ha smesso di esistere attorno al 2006. La colpa dell’annullamento è assolutamente dovuto alla rete. Le chitarre e gli strumenti che suonano veramente, sono passati sempre di più inosservati, e la tecnologia becera ha materializzato la possibilità di creare dischi senza la necessità reale di suonare. Di fatto (in Italia il fenomeno è dilagato) sono usciti miliardi di gruppi, cantautori, performer, la maggior parte ultra-scadenti che per ovvi motivi e di riflesso alla società affamata, sono diventati straconosciuti e adorati. Il saper suonare, cantare e scrivere testi applicati alla musica di spessore è diventato un valore aggiunto trascurabile. Tutto ciò che è scadente oggi piace. E’ accaduto questo…

Quanto è importante per te la psichedelia?
La psichedelia è stata per me fondamentale, anche dal fatto che me ne sono invaghito da giovane. E’ stata una porta che aprendosi mi ha dato la possibilità di vedere tutto sotto una prospettiva allargata e benevola. L’uso di droghe pesanti ha accentuato questa fase, ma graziato dalla sorte, frenando proprio nel momento in cui mi son trovato a scegliere se darci dentro o venirne fuori, ho scelto la vita frenando quel processo di autodistruzione che precludeva anche il plasmarmi con la musica psichedelica, che oramai era dentro di me.

In quasi tutti i tuoi dischi – di Moltheni ma anche UMG – c’è sempre stato spazio per un brano strumentale, cosa che ho sempre molto apprezzato e trovato caratterizzante (ho amato il progetto Pineda) in questo disco non ce ne sono, come mai?
In “Senza Eredità” non compaiono episodi strumentali solamente per la coincidenza che, nel materiale recuperato non vi erano brani senza testo. Ho sempre amato scrivere musica indipendentemente dalla voce cantata, questo perché suscita in me immagini straordinarie, che spesso vengono rovinate dalla parte vocale. Qualsiasi mio brano nasce strumentale, spesso mi capita di non sentir la necessità di scriverci un testo ed è così che lo lascio senza voce evitando di snaturarlo.

Ho sempre seguito con interesse il tuo approccio “vintage” nella strumentazione e nell’approccio alle registrazioni, hai mai pensato di dare un “vestito” più contaminato dall’elettronica alle tue composizioni?
Sì, ci ho pensato spesso, ma bisogna trovare anche persone capaci, e in Italia il gusto riferito alla musica elettronica è un po’ latitante.

Cosa stai ascoltando in questo periodo?
Ascolto dischi classici perlopiù di jazz. Chet Baker, Miles Davis, Coltrane, Thelonious Monk, Evans. Ascolto rock soprattutto mentre guido, spazio anche lì tra i miei amori che non abbandonerei nemmeno sotto tortura; Smiths, Echo & the Bunnymen, Lotus Eaters, Lloyd Cole and the Commotions, Housemartins, Roy Orbison, Elvis.

Negli ultimi anni sei passato dalle sonorità mature ed elettriche di UMG al disco con la band Stella Maris per tornare alle atmosfere più folk oriented di Moltheni, cosa dobbiamo aspettarci nell’immediato futuro?
Sto ultimando le registrazioni del nuovo album di Stella Maris che considero qualcosa di straordinario. Presumo che nella primavera inoltrata inizierò la pre-produzione del nuovo album di UMG, ma occorrerà ancora un po’ di tempo per regalargli vita vera. Nel frattempo produco cantautori sconosciuti e la cosa mi diverte molto.

Foto originale di copertina di Avida Dollars (@nsfilmphoto)

Mr. Bison – Verso il mare e oltre

Raggiunto il traguardo del quarto album – “Seaward (Subsound Records) uscito ad Ottobre 2020 – i Mr. Bison impreziosiscono il loro caratteristico groove heavy psych blues con le sfumature del progressive rock e del concept album. Ne abbiamo parlato con Matteo Barsacchi, chitarra e voce del trio toscano.

Ciao Matteo, complimenti per il vostro nuovo album “Seaward”, da dove è scaturita l’idea di pubblicare un concept?
In questi ultimi anni ci siamo riappassionati agli anni 70 che avevamo lasciato un po’ in standby, soprattutto al prog rock 70, mostri sacri come King Crimson, Pink Floyd ma anche band un po’ meno conosciute come Captain Beyond e Nektar. In quegli anni molti album nascevano come concept , vedi capolavori come “Dark Side of the Moon” dei Pink Floyd o “Thick as a Brick” dei Jethro Tull, certamente lontano da noi paragonarci a band di questo livello, prendendo però in considerazione il fatto di creare un concept, anche se con una iniziale perplessità sul risultato, una volta individuato il tema, un giusto artwork e qualche buona pre-produzione in studio, tutto è andato in maniera molto naturale, con il risultato finale di “Seaward”.

Holy Oak” è stato un album importante e molto apprezzato dalla critica, è stato difficile dare un seguito ad un lavoro di tale portata? “Holy Oak” è stato il passaggio dalle influenze Hard Blues di “We’ll Be Brief” e “Asteroid”, caratterizzate da composizioni dirette con molto Groove, a “Seaward” che fondamentalmente avevamo già in mente. Con “Holy Oak” abbiamo inserito molta psichedelica lasciando sempre una buona dose di tiro hard kock, mentre in “Seaward” abbiamo inserito molto progressive. Sarebbe stato un passaggio troppo netto senza un terzo album in stile “Holy Oak”. Siamo una band in continua evoluzione e stiamo già sperimentando cose nuove con ulteriori aggiunte di stili.

Nel vostro lavoro ci sono molte influenze che vanno dal folk al prog oltre a naturalmente l’heavy psych, da dove traete ispirazione?
La maggiore ispirazione sono ovviamente gli anni 70, come ho detto nella prima domanda, mostri sacri come King Crimson e Pink Floyd, Black Sabbath, ma anche band meno note come Captain Beyond e Nektar…. Per quanto riguarda le band di nuova generazione siamo molto ispirati da band come Elder e Motorpsycho.

Siete un trio come ce ne sono tanti nella scena heavy psych blues ma con due chitarre e senza basso, la band è nata già con questo assetto o stato qualcosa che è avvenuta con il tempo?
Agli esordi la formazione era composta da chitarra, basso e batteria, dopo pochi mesi integrammo un secondo chitarrista ma il bassista causa impegni lasciò il progetto. Io cominciai a sperimentare soluzioni sonore per fare a meno del basso, utilizzando octaver e accordature più basse, e proseguimmo così. Questa nuova soluzione ebbe un grande riscontro live ed il sound che ne usciva ci piaceva molto, quindi decidemmo di proseguire così. Negli anni ovviamente lo sviluppo e la sperimentazione sonora ci ha portato alla soluzione tecnica attuale molto più complessa ma davvero molto interessante, ossia l’utilizzo di doppio amplificatore chitarra/basso pilotati da una centralina artigianale che riesce a trasformare all’occorrenza con un click le chitarre in basso/hammond/mellotron.

Il nuovo album ha degli arrangiamenti molto ricchi, dal vivo come lo presenterete? Non deve essere facile – e lo dico da musicista – riproporre dal vivo un lavoro del genere.
Collegandomi alla domanda precedente, per quanto riguarda l’aspetto live, restiamo abbastanza fedeli al disco, con le nostre pedaliere riusciamo a gestire basso, hammond e mellotron, in più il batterista riesce a suonare live dei droni/pad che abbiamo prodotto precedentemente ed inserito come sampler da suonare.

Non sarò probabilmente il primo a dirlo ma, trovo il vostro lavoro molto vicino alle atmosfere degli ultimi Motorpsycho (che personalmente adoro): cosa ne pensate?
Beh, a mio parere i Motorpsycho sono la band di nuova generazione migliore del genere, hanno un songwriting complessissimo ma raffinato e reso di semplice ascolto dalla maestria tecnica che hanno. L’ultimo album è clamoroso, sperando non passi come messaggio polemico, mi sembra curioso che in moltissime classifiche di settore dei migliori album 2020 non siano stati neanche nominati. “The All Is One” è un capolavoro, fra l’altro ultimo capitolo di una trilogia sublime, “The Tower” e “Crucible” sono anch’essi album incredibili. E’ certo che band di questo tipo hanno bisogno di un ascolto attento e ripetuto per coglierne la grandezza. Lungi da me paragonarci a loro ma sicuramente anche la nostra musica ha bisogno di un ascolto ben focalizzato, non è musica diretta, “Seaward” è un concept album basato su un argomento ben preciso, sicuramente un ascolto consapevole sul tema e sull’artwork renderebbe l’ ascolto più’ coinvolgente.

Ci sono altre band della scena italiana che apprezzate o con cui avete in qualche modo legato magari on the road?
In Italia ci sono moltissime band meravigliose, il livello è molto alto nella scena heavy psych stoner e prog; nello stile più stoner sicuramente, Black Rainbows, e Black Rlephant, nella psichedelia direi Giobia e da Captain Trips, nell’heavy psych citerei Humulus, Tuna de Tierra e Lee Van Cleef, nel doom e post rock/metal direi Messa e Vesta…. Ma sono stato molto breve, ci sono davvero moltissime band di alto livello che non sanno muoversi bene che purtroppo non hanno grande riscontro mediatico e quindi trovano pochi spazi qui in Italia e all’estero.

Cosa ne pensate dei concerti in streaming? Può essere un’opportunità o è solo un “palliativo” a causa della situazione attuale?
Faccio davvero molta fatica ad accettare il concerto in streaming, per adesso non abbiamo ancora ceduto al farlo e spero che questa situazione riparta il prima possibile. Abbiamo avuto la fortuna di fare un release ad ottobre con pubblico seduto e distanziato, sicuramente non è lo stesso dello stare in piedi fronte palco, ma credo che sia un ottima soluzione per far ripartire pian piano le cose e soprattutto per sostenere tutto il settore, club, tecnici e musicisti.

Avete altri progetti musicali oltre ai Mr. Bison o vi dedicate esclusivamente a questa band?
Ognuno di noi ha altre cose, è importante avere side project per liberare e sviluppare tutte le idee che possono essere meno idonee ad un unico progetto.

Grazie per la disponibilità e speriamo di potervi vedere “dal vivo” il prima possibile
Ringraziamo tutto lo staff del Raglio del Mulo per questa intervista, ringraziamo inoltre tutti gli addetti al settore promozione, webzine, magazine, uffici stampa, blogger per il loro tempo prezioso alla divulgazione del meraviglioso underground Italiano.

Deadform – Un incubo industrial blues

I Deadform sono un duo Industrial composto da Peter Bell ai synth e Dead Kryx – Cristian Di Natale già noto come “Murthum”, membro fondatore ed anima dei Mortifier una delle prime band black metal italiane – alle chitarre. Hanno da pochissimo pubblicato il loro Ep d’esordio “Tales of Darkforms” su Bandcamp.

Ciao Peter, benvenuto sulle pagine de Il Raglio del Mulo! Come nasce il progetto “Deadform”?
Conosco Kryx da molto tempo, eravamo adolescenti. Nel piccolo paese rurale dove siamo nati chi ascoltava determinati generi musicali era considerato un alieno e quindi tra alieni ci conoscevamo tutti e ci scambiavamo cassette, dischi ed esperienze di viaggi impossibili no budget… facevamo migliaia di chilometri insieme per vedere le nostre band preferite. Deadform nasce da questo spirito ritrovato dopo alcune free session da un amico comune. Il mio modo alternativo di suonare i synth insieme alla sua macchina da riff ha trovato da subito un’intesa sonora. Insieme abbiamo pensato ad progetto che potesse unire power electronics, techno e metal sperimentando una nuova miscela esplosiva. Non ci siamo mai annoiati e ogni traccia ci spronava a lavorare sulla successiva .

E’ stato difficile unire la tua anima elettronica a quella più propriamente black metal di Dead Kryx?
Le influenze black metal si percepiscono specialmente nella prima traccia “Darkforms” ma non avendo un cantante, e in quel momento neanche un batterista, dopo un po’ di session insieme l’idea di proporre musica solo strumentale è stata naturale, poi l’entusiasmo ha fatto il resto.

In che maniera vi approcciate alla composizione dei brani?
Tutte le tracce sono state abbozzate insieme. Alcune volte ho sviluppato più una mia idea al synth o alla drum machine, altre volte siamo partiti da una parte di chitarra e via via in questo modo abbiamo rifinito le tracce. Solo quattro al momento per un Ep ma siamo già pronti a pubblicarne altre, come prima uscita può bastare.

L’industrial è un genere che ha avuto la sua maggiore notorietà negli anni ’90, cosa può ancora caratterizzarlo nel 2021 secondo voi ?
L’industrial era il genere a cui ci sentivamo più vicini pur essendo naturalmente molto lontani dalla Wax Trax di Chicago. Certamente amiamo band come NIN, Skinny Puppy, Ministry, Front 242 tanto per citarne alcuni. Crediamo che il rock oggi per vivere abbia sempre più bisogno della sintesi elettronica e l’industrial è secondo noi il genere che più di tutti può incubare l’anima del blues con i ritmi industriali della dance music. Il mondo della musica è infinito ed è la massima espressione dell’uomo su questo pianeta.

Il vostro Ep “Tales of Darkforms” è una sorta di viaggio sonoro che ben si presta a un immaginario apocalittico, avete intenzione di pubblicare altri videoclip oltre quello già edito di “Convulsex”?
Ci stiamo lavorando… il video di “Convulsex” è stata una sfida, in effetti pensavamo quanti videogiochi devono il loro successo alla musica?

Vista l’attuale stasi della musica dal vivo, che ne pensate delle esibizioni in streaming? Avete mai pensato a qualcosa del genere?
Adesso abbiamo un batterista e, virus permettendo, stiamo cercando di preparare un set dal vivo. In merito alle esibizioni in streaming bisognerebbe inventarsi qualcosa di più che suonare davanti ad una camera fissa, ci vorrebbe uno show.

Come Mutaform Records, hai pubblicato diverse produzioni, quanto il contesto del Sud ed in particolare della Valle D’Itria influisce sulle tue produzioni ?
Una delle cose più stimolanti che abbiamo da queste parti è il poter passare dal nulla più assoluto – un paesaggio rurale o un parco marino – ad un posto dove si suona si balla e ci si diverte senza traffico, con tantissimo spazio a disposizione. La vita all’aperto, un po’ di sport e l’osservazione… tutte queste cose aiutano molto e stimolano l’orecchio nella creazione di nuove tessiture sonore .

Quali progetti avete per il futuro musicale post-pandemico?
Stiamo lavorando ad una versione live dei Deadform con un giovane batterista e ad altre nuove tracce.

El Rojo – La lunga linea sottile tra Calabria e California

Ancora una volta sulle pagine del Mulo una band che fa della propria provenienza un punto di forza e focus per il concept del nuovo album. “El Diablo Rojo”, degli El Rojo, è appena uscito per la Karma Conspiracy Records, ne abbiamo parlato con Evo Borruso, voce e autore dei testi della band.

Ciao Evo! Benvenuto su Il Raglio del Mulo, è un piacere ritrovarsi dopo qualche tempo! E’ fuori da pochissimo la vostra nuova release “El Diablo Rojo”, seguito dell’Ep d’esordio “16 Inches Radial” del 2018″ e dello split con i Teverts del 2019; raccontatemi un po’ in breve questi ultimi due anni da El Rojo..
Sono stati due anni ricchi di sorprese, sinceramente non credevamo che la nostra musica una volta uscita dal ranch (la nostra sala prove) potesse entrare in circolo così rapidamente, la cosa più bella è stata creare una pletora di connessioni con altre realtà sia underground come la nostra, sia di livello decisamente superiore come esperienza e quantità/qualità di release. Ovviamente non possiamo non citare la meravigliosa vittoria nel contest europeo indetto da Louder.me a Valencia. Siamo scesi dal palco in mezzo a un delirio di gente entusiasta della nostra performance. Ricordi che portiamo indelebili nei nostri cuori. Insieme alla birra da 0.5 a 2 euro e 10.

Il concept del nuovo album è un identikit del vivere al Sud con i suoi disagi e le sue contraddizioni ma con un forte senso di appartenenza, raccontatemi un po’ da dove nasce questa idea e chi si occupa dei testi.
L’autore dei testi sono io, oltre che il frontman. Nel processo creativo le liriche sono sempre successive al mood che genera la strumentale, proprio per evitare di mettere paletti che potrebbero limitare la creatività, ma soprattutto per dare sempre il collante giusto fra parole e musica. Anche il concept è stato ideato da me e come sempre la decisione di prendere questa linea è stata condivisa da tutti, perché tutti condividiamo lo stesso senso di appartenenza al Sud. In parole povere: sono pazzo e mi lasciamo fare.

Nel vostro nuovo album ho notato un notevole passo in avanti in fatto di produzione ma allo stesso tempo una riconoscibilità immediata del sound “El Rojo” con un “appesantimento” globale delle chitarre, è una scelta precisa o un evoluzione spontanea?
Era un nostro preciso obiettivo fare della produzione un punto di forza, la scelta del Monolith Recording Studio è stata per noi una scelta naturale in questo senso. Il sound “El Rojo” è un sound che abbiamo volutamente preservato in fase di produzione, Filippo è stato davvero collaborativo in questo senso e ci ha aiutati a lavorare nella direzione che rispecchiava il carattere di ognuno di noi, dalla batteria alla voce. Nel disco ci sono pezzi con contaminazioni che vanno dall’heavy al metal e ciò è dovuto solo in parte al cambio di line up. Sicuramente Fabrizio Miceli (il nuovo chitarrista ndr) ha portato con sé elementi che provengono dal suo background musicale ma è anche vero che fondamentalmente amiamo lo stoner metal! In ogni caso la nostra produzione artistica non è un oggetto statico e dello stoner amiamo tutto, i nuovi brani su cui stiamo lavorando introdurranno ancora più varietà al nostro repertorio. Praticamente siamo cinque metallari che si divertono a fare stoner.


L’album è uscito con l’ottima Karma Conspiracy Records, raccontatemi un po’ di questa fase del lavoro con loro, spesso si trascura tutto ciò che c’è dietro un progetto discografico soprattutto nell’underground.
Filippo Buono si è trovato a lavorare con noi in duplice veste: produttore e label manager. In Karma Conspiracy Records si respira un’aria familiare, si vive in armonia, si collabora, ci si da una mano in tutti gli aspetti che coinvolgono il lavoro discografico. Ci siamo trovati a incidere un disco che è stato pensato da cinque persone ma che è stato finalizzato da otto teste, includendo il gran lavoro che ha fatto in fase di mastering Giovanni Nebbia. Il tutto è filato in maniera naturale, Filippo è stato un ottimo interlocutore dall’inizio alla fine del lavoro. In casi come questo avere un’etichetta è un valore aggiunto, hai tutto a portata di mano ed è tutto più facile, un’esperienza che consiglieremmo a tutte le band emergenti. Impareranno anche loro che Filippo è uno str***.


In pieno lock down avete pubblicato un anticipazione dell’album il brano “Cactus Bloom” con un video molto evocativo; so che siete sempre stati molto attivi su più fronti anche extra musicali, cosa vi ha lasciato questa esperienza (a patto che sia finita)?
Cactus è stata scritta e concepita in un momento in cui la pandemia non era neanche nei nostri pensieri, era il pezzo conclusivo del concept, quella che consideravamo la gemma nascosta. Siccome è stata una traccia molto sofferta nella sua concezione e realizzazione, abbiamo pensato che si sposasse molto bene con il mood di quel periodo. E’ stata una scommessa vinta, abbiamo raggiunto angoli del mondo impensabili totalizzando complessivamente fra le varie piattaforme oltre 250.000 visualizzazioni e tantissime attestazioni di stima, soprattutto nell’est Europa. Sempre nei giorni immediatamente successivi al lockdown abbiamo deciso di lanciare un’iniziativa rivolta ai musicisti e al mondo della musica in generale col progetto “La Musica non si Ferma”, esperienza meravigliosa e irripetibile per quante energie abbiamo veicolato al suo interno. Sono stati giorni e settimane piene di intense relazioni con tutto il mondo della musica e dell’arte che è culminata con una conferenza stampa europea con tantissimi guest prestigiosi tra cui il grande Mike Terrana e Igor Sidorenko degli Stoned Jesus. Un’esperienza che è stata molto utile per capire alcune dinamiche all’interno del mondo della musica, non ha sortito pienamente gli effetti sperati, credevamo di riuscire a compattare intorno a questa idea decine, centinaia di musicisti, invece ha creato per lo più voglia di emulazione. Abbiamo deciso di mettere in stand by il progetto per utilizzarlo più avanti se si creeranno i presupposti con dei partner disposti a lavorare in sinergia con noi. (A proposito, se qualcuno è interessato alla cosa, noi siamo sempre disponibili a mettere a disposizione il tutto.)
Poco da aggiungere, a volte ci proviamo ma poi ci pentiamo.

Ultimamente la Calabria é fucina di ottime band soprattutto stoner rock – penso ai colleghi Deep Valley Blues – che stanno venendo fuori, sarà il cibo o è la morfologia del territorio ad ispirare queste sonoritá?
Non lo sappiamo, sarà la salsiccia, la sopressata, la nduja. In Calabria ci sta un underground ricco e variegato, dal doom allo stoner, dal punk al metal più estremo. Se parliamo di Stoner oltre ai bravissimi Deep, coi quali abbiamo diviso più volte il palco, possiamo citare i Carcano che in questi giorni sono alle prese con la registrazione del prossimo lavoro. Menzione d’onore va fatta ai Lunar Swamp che stanno raccogliendo tantissimi consensi e ai Bretus, storica band doom dal cuore Calabro. Sarà forse che la Calabria sta diventando davvero un deserto Californiano?

Dove vorreste esibirvi appena tutto questo sarà finito?
Ovunque. Basta suonare, anche al bar sotto casa. L’importante è avere buona compagnia sia sopra che sotto al palco. E birra, tanta birra.

Cosa ne pensate dei concerti in streaming? Hanno senso per una band che fa rock duro?
Li abbiamo organizzati anche in un momento che sembrava consentire assembramenti. In realtà crediamo che siano solo un surrogato dell’esperienza di un vero live. Per noi è meglio guardare la gente negli occhi. Vuoi proprio paragonare la puzza di centinaia di persone che non si lavano con una webcam in uno studio?

Passiamo a domande meno serie, ma quanto è importante la birra per una band come gli El Rojo?
La birra non è importante per noi, è quasi tutto. Il resto è whisky.