Bodah – Nessun incubo per il Sole

“Nessun incubo per il sole” – uscito lo scorso 14 marzo per la ruspante label Trulletto Records – è l’album d’esordio di Bodah, nuovo progetto musicale pensato e incarnato dal pugliese Marco Meledandri – già con i PUS e attualmente con The Apulian Blues Foundation. L’intento di Bodah è quello di esplorare differenti territori musicali in cui la tradizione cantautoriale, la visceralità del blues, le reminiscenze heavy psych, stoner rock e l’attitudine post-grunge riescano a fondersi per mettere in scena un teatro popolato da spettri, streghe, rettili e altri simboli archetipici adatti a rappresentare le profondità più oscure dell’anima.

Ciao Marco, benvenuto su il Raglio del Mulo, da dove è nata l’idea del progetto Bodah?
Ciao a tutti! L’idea di Bodah è nata dall’esigenza di potermi concentrare su un progetto che fosse completamente svincolato da un discorso compositivo di band o di un preciso genere musicale, dandomi così l’opportunità di lavorare sulla musica che sentivo di scrivere, con tutte le libertà del caso.

C’è qualche assonanza o richiamo al Boddah amico immaginario di Kurt Cobain?
Certamente, il nome è ispirato proprio a questa figura, una sorta di alter ego immaginario. La dualità è il campo che fa da sfondo all’idea dell’intero progetto, dove aspetti contrastanti convergono dando vita a un’unica creatura multiforme.


Parlami un po’ dei musicisti coinvolti nel progetto, è un vero e proprio collettivo del meglio della scena alternativa pugliese..
Vero! Per cominciare vorrei presentare la line up con cui suono dal vivo: alle chitarre suonate con lo slide (ma non solo) c’è Giovanni Valentino (che ha registrato anche nel disco) nonché fondatore della band The Apulian Blues Foundation, alla batteria Marialessia Dell’Acqua, che ha ripreso le voci durante le registrazioni di “Nessun incubo per il sole”  ed è da poco rientrata da Londra dopo la lunga militanza nei Dead Coast, al basso Lelio Mulas e alle tastiere Antonello Arciuli (già tastierista per Averla Piccola e compositore di colonne sonore). Nel disco ho avuto il piacere di ospitare anche altri amici: Giovanni Todisco (La Confraternita del Purgatorio, Trrrma) che ha registrato le batterie, Daniele Strippoli, Matteo Palieri e Fabrizio Pastore (anche regista di due dei tre videoclip che abbiam girato) alle tastiere e ai synth, Francesco “Klot” Valentino (Cantarella) per il mitico fischio western, Giò Sada per le backing vocals su “Nel giorno del sabba” e Dario Tatoli, che ha ripreso le batterie presso il REH studio del MAT – Laboratorio Urbano di Terlizzi (BA) ma anche mixato e masterizzato il disco.


Ho trovato il tuo album molto legato al territorio, quel suono desertico psichedelico ma allo stesso tempo cantautorale mi ha fatto venire in mente la Murgia, cosa significa per te vivere in Puglia e se questo ha influenzato la tua scrittura?
Assolutamente sì! Sento un forte legame con i luoghi in cui sono cresciuto, in particolare con la Murgia (specie quella dell’entroterra barese), un paesaggio che ha certamente contaminato i miei occhi e la mia mente, direi addirittura suggestionato. E’ una terra antica, misteriosa e che possiede qualcosa di incredibilmente magnetico.

L’album è uscito per la Trulletto Records, una delle realtà pugliesi più importanti a livello discografico, c’è qualche collega/amico del rooster che apprezzi particolarmente?
Di sicuro la Trulletto Records è un nido per artisti molto validi, sento tuttavia di voler citare in particolare Autune, compositore singolare e dalle risorse e soluzioni creative senza dubbio interessanti.

Quali sono le tue principali influenze musicali?
Molta musica appartenuta alla prima metà del ‘900 con annessa la coda dei ’60 e ’70 (con un particolare sguardo al rock e i suoi derivati), lo stoner del periodo in cui probabilmente questo termine non indicava un genere musicale, un po’ di cantautorato classico italiano e non.


Parlami un po’ dell’altra tua band, gli Apulian Blues Foundation, una band ormai in giro da un bel po’ di tempo, come cambia l’approccio nella scrittura visto che con loro la lingua prevalente è l’inglese e nel progetto Bodah è l’italiano?

Bè, The Apulian Blues Foundation, come ho già detto, è un progetto fondato da Vanni (Giovanni Valentino) con ragazzi che non sono nell’attuale line up, di cui invece facciamo parte io come bassista e Cosimo Armenio come batterista. Il repertorio è composto di vecchi blues o spiritual rivisitati e brani completamente inediti, un lavoro di scrittura compiuto precedentemente all’ingresso mio e di Cosimo nel gruppo. Attualmente siamo a lavoro insieme su del nuovo materiale ma di sicuro la scrittura dei testi al momento è prevalentemente affidata a Vanni, per cui in realtà non mi ritrovo a dover “splittare” fra due lingue come autore.

Avete presentato dal vivo l’album a Bari qualche giorno fa, com’è andata? Ci sono in programma altre date live?
Sì, è stata una serata sensazionale! Siamo stati davvero molto contenti di poter finalmente portare dal vivo il disco e la risposta di chi era presente è stata meravigliosa, poi Prinz Zaum è un luogo magico! In programma c’è la volontà di suonare dal vivo altrove ma al momento non posso anticipare nulla, seguendo i nostri profili sui social è però possibile essere aggiornati.

Alice Tambourine Lover – Dreams & roots

Aria di novità in casa Alice Tambourine Lover – veterani della scena psych/stoner già con gli storici Alix – con un singolo per la prima volta cantato in italiano “Forse Non Sei Tu” ed un linguaggio sognante da qualche parte tra Yo La Tengo e Cranes, su un testo del cantautore ligure Vittorio Carniglia. Il lato B è una reinterpretazione di “Vorrei Incontrarti”, uno dei capolavori dell’Alan Sorrenti progressivo, qui servito in una zuppa blues folk che ne insaporisce il gusto. Il singolo, come tutte le release del duo, è edito in formato vinile 7 pollici dalla Go Down Records (All Noir).

Ciao ragazzi bentrovati! Non è la prima volta che ho modo di intervistarvi (l’ultima volta è stato ai tempi del vostro terzo disco Like a Rose), come mai questo Ep di due brani in Italiano? Se non erro è la prima volta per Alice Tambourine Lover in lingua madre...
(Alice/Gianfranco): Ciao Paolo, bentrovato a te. (Gianfranco): Hai detto bene, per gli Alice Tambourine Lover è la prima volta che proponiamo dei brani in italiano, ma non è la prima volta per Alice. Con gli Alix l’abbiamo sperimentato varie volte inserendo l’italiano in quasi tutte le nostre produzioni. All’epoca abbiamo musicato anche due inediti di Stefano Benni e abbiamo inciso “Nessun Brivido” (un EP tutto in italiano, uscito per la Edgard).
(Alice): Per quanto riguarda “Forse Non Sei Tu” e “Vorrei Incontrarti” è una lunga storia fatta di coincidenze, di incontri e di addii. Diciamo che il progetto è partito da una cena col nostro amico cantautore Vittorio Carniglia che ci ha fatto ascoltare alcuni suoi brani in erba, registrati al volo, voce e chitarra. In quell’occasione mi sono innamorata di “Forse Non Sei Tu”. Il bisogno però di arrangiarlo e registrarlo è coinciso con la perdita di mio padre, avvenuta nel 2019, il testo me lo ricordava e l’arrangiamento mi ha portato ad esplorare le emozioni più profonde tra le crepe dell’anima. Con “Vorrei Incontrarti” abbiamo chiuso il cerchio dando vita al 7 pollici. Per portare a termine questi due brani ci sono voluti due anni. La prima e sostanziosa parte l’abbiamo registrata a Febbraio del 2020 da Luca Tacconi del “Sotto il Mare Recording Studios”, poi è arrivato il Covid e alcune sovraincisioni le abbiamo dovute fare in un secondo momento, per poi ultimarlo nel 2021.

Dobbiamo aspettarci un album interamente in italiano o è solo un esperimento temporaneo?(Gianfranco): Ci piacerebbe, se non tutto in italiano, quasi.

Come mai avete scelto di riproporre un brano del primo Alan Sorrenti? E’ noto che le sue prime uscite sono molto apprezzate dagli appassionati di prog rock ma immagino che abbiate fatto delle scelte, raccontatemi un po’ com’è andata?
(Alice): “Vorrei Incontrarti” l’ho scoperto mentre cercavo dei brani da proporre ai miei allievi di canto. L’idea era di lavorare con loro su dei brani rappresentativi della scena prog rock italiana degli anni 70, tipo “Non Mi Rompete” del Banco del Mutuo Soccorso, “Vendo Casa” dei Formula Tre, “Pugni Chiusi” dei Ribelli e altre perle che hanno in parte contribuito alla colonna sonora della mia adolescenza, dico in parte, perché all’epoca personalmente ascoltavo più musica inglese e americana. E’ stato per merito di questa ricerca che ho scoperto “Vorrei Incontrarti” tratto dall’album “Aria”, un gioiello della musica italiana di quei tempi che non conoscevo, ed è stata talmente una splendida sorpresa che ho pensato insieme a Gianfranco di riproporlo.

Avete in programma nuove uscite a breve? 
(Gianfranco): Stiamo lavorando ai nuovi brani, ma ancora siamo in alto mare per pensare di incidere un nuovo album.

Siete una band che si è sempre vista molto in giro, come avete passato il periodo di isolamento musicale e non solo? 
(Gianfranco): E’ stata dura e lo è tuttora, si suona meno. Ne abbiamo approfittato per scrivere e progettare altro.

Quanto è importante per voi la psichedelia? Parlatemi un po’ delle vostre passioni musicali.(Gianfranco/Alice): La psichedelia e il blues fanno parte della nostra quotidianità. E’ un filtro da cui passano le emozioni, i sentimenti, non solo riguardo la musica ma in generale è un approccio alla vita. L’eredità bella degli anni 60 e 70 che ci portiamo dentro. Siamo entrambi cresciuti addormentandoci con le cassette e i vinili che continuavano ad andare: C.S.N.Y., Hendrix, Led Zeppelin, Dylan, Beatles, J.L. Hooker, li abbiamo inconsciamente metabolizzati e ritrovati in moltissimi gruppi e personaggi che continuiamo ad ascoltare: Kyuss, Mark Lanegan, Duke Garwood, Tinariwen, ecc.

Con la mitica Go Down records avete un sodalizio ormai decennale, avete mai pensato di portare la vostra proposta oltre confine?
(Alice/Gianfranco): Siamo stati tra le prime band a far parte della Go Down Records, prima con gli Alix e poi con ATL. Abbiamo un rapporto di amicizia che ormai va avanti da parecchi anni, si può dire che siamo cresciuti insieme e ormai non abbiamo più bisogno neanche di contrattare le uscite perché sappiamo come funziona per entrambi. Siamo distribuiti anche all’estero, abbiamo girato l’Europa, ci siamo tolti qualche soddisfazione e (nel nostro piccolo) continuiamo a ricevere feedback positivi da tutto il mondo, anche cantando in italiano e questo ci da la carica per andare avanti. 

Spulciando sui social network mi è capitato di vedere alcune foto in studio, arriverà un nuovo disco degli Alix a breve?
(Alice): Ebbene sì! Sinceramente anche questa è una storia lunga. Dopo l’ultimo concerto insieme che risale al 2012, quando invitati dagli Shellac suonammo all’All Tomorrow’s Parties in Inghilterra, ci siamo fermati. Pippo si è trasferito definitivamente a Londra e Andrea in Sicilia. Sono passati alcuni anni e durante una giornata di pulizie intense a casa, quelle pulizie che fai appunto ogni 10 anni, ho trovato delle vecchie cassette dove c’erano registrate le prove in saletta degli Alix; solitamente registravamo anche al computer ma le cassette le preferivo, mi servivano per lavorare a casa con i testi. Mi sono persa ad ascoltare tutto il materiale, brani finiti che non avevamo mai registrato, alcuni non me li ricordavo neanche. Così ho proposto ai ragazzi di riprenderli a mano aggiungendoli a dei brani nuovi che avevamo pronti e così è stato. Ci siamo trovati a Bologna per le prove e in una settimana abbiamo sistemato le stesure. Ci siamo rivisti un’altra volta per arrangiare le ultime cose e poi anche per gli Alix è arrivato il Covid e tutto si è fermato. Adesso l’album è quasi finito, abbiamo registrato 8 brani sempre da Luca Tacconi “Sotto il Mare Recording Studios”, in questi giorni sto registrando le voci e se tutto va bene l’album uscirà entro l’estate o al massimo il prossimo autunno.

Del Norte – Lo/Fi for life

Da poco fuori con il primo full length autoprodotto, i Del Norte sono tra le proposte più interessanti nell’ambito della scena indipendente tricolore. Alternative noise rock di matrice 90’s che trae ispirazione dai riffoni di Nirvana e Dinosaur Jr e dalle melodie di Wavves, con un forte accento sulla componente fuzz e lo-fi. “I Was Badger Than This” è il titolo del loro esordio sulla lunga distanza presentato dalla Doppio Clic Promotions.

Benvenuti su Il Raglio Del Mulo ragazzi, ho molto apprezzato il vostro primo album “I Was Badger Than This” che ho trovato molto in controtendenza rispetto alla maggior parte della roba che si sente in giro, mi raccontate come nasce il sound dei Del Norte?
Ci fa molto piacere! In verità la band parte come power trio con un’attitudine noise / lo-fi abbastanza classica, quindi un sound derivativo che si ispirava comunque a band più recenti, come gli Wavves. Gabba, prima di ogni prova,  ha sempre proposto un sacco di idee di pezzi registrandoli direttamente in casa, con questi suoni lo-fi potenti e sporchi, ma con quel tocco di digitale che li rendeva più eterei. Andando avanti a provarli e suonarli ci siamo accorti che quel sound casalingo ci piaceva un sacco e funzionava veramente con le nostre orecchie, quindi abbiamo deciso di produrre un disco che potesse dare le stesse nostre sensazioni, e ci volevano proprio quei suoni.

Dalle note stampa leggo che avete scelto di registrare tutto da soli –  a parte la batteria – scegliendo volutamente un suono lo/fi ma soprattutto digitale, cosa è cambiato rispetto al vostro Ep del 2017?
Per il primo EP l’intenzione era proprio quella di tirare fuori un suono che ricordasse lo stile grezzo dei Dinosaur Jr e Sebadoh ed è stato un approccio quasi totalmente analogico, dai microfoni vecchi di 50-60 anni al passaggio finale su bobina; per quanto riuscito però mancava qualcosa di più originale, e ispirandoci appunto alle “registrazioni casalinghe” abbiamo fatto le prese di chitarra e basso direttamente da pedaliera a scheda audio, andando a miscelare effetti per renderli più vicini possibile alla nostra idea; le batterie avevano necessità di avere delle prese pulite e fatte bene, ritoccando i suoni eventualmente dopo, da qui la scelta di registrarla in studio, scelta opposta delle voci che sono state letteralmente registrate con il microfono integrato del mcbook (ci piaceva troppo). Per non fare un disastro nelle fasi più delicate ci siamo affidati alle mani e orecchie di Michele Conti al mix e mastering che, capendo da principio la nostra idea, è riuscito a  perfezionare il tutto con la sua esperienza, come la scelta del chitarrone mono al posto della classica doppia presa in stereo, che ha dato una grinta unica al posto del solito suono prodotto “a puntino”.

Le vostre influenze pescano soprattutto da un certo noise/rock figlio dei Dinosaur Jr e dei Nirvana più deviati, ma avete anche altre influenze che non si percepiscono dall’ascolto del disco?
Per non fare appunto i “soliti nomi” possiamo citare sicuramente i primi Flaming Lips (pre-Soft Bullettin), Motorpsycho, Pixies, Verdena, Weezer, Grandaddy, American Football, Camper Van Beethoven, Fugazi, Beastie Boys, John Frusciante, e il nostro preferito: Jimi Hendrix.

Ci sono delle band con cui sentite di avere uno spirito affine?
Per attitudine e stile sicuramente ci siamo molto vicini ai Pavement come gruppo storico, mentre per citare un gruppo più contemporaneo potremmo dire gli Wavves; come gruppo italiano invece i nostri concittadini Soria, che salutiamo!

Il vostro album è disponibile in digitale su Bandcamp e lo avete stampato in musicassetta, una formato che ultimamente sta riprendendo piede, mi volete parlare del perché di questa scelta?
Abbiamo notato che quasi tutti avevano ascoltato l’EP da supporti digitali, scaricato in mp3, da Spotify o da Youtube, anche chi lo possedeva già fisicamente, e, al posto di stampare le solite centinaia di copie masterglass in CD, abbiamo preferito dare un supporto più particolare e caratteristico per il nuovo album. Visti i costi e tempi assurdi per i vinili ci siamo buttati solamente sulle cassette, per rimanere anche più coerenti al periodo storico a cui ci ispiriamo; e poi a dirla tutta l’idea di mettere una produzione così digitale su nastro ci faceva ridere.

Come si vive a Pesaro? A parte il periodo difficile per la musica dal vivo, riuscite ad esibirvi dal vivo con frequenza? 
La cosa assurda della nostra zona è che, per una scena così prolifica, la proposta live nei locali è veramente limitata, specialmente in inverno; per fortuna in estate ci sono diverse iniziative che offrono anche tanta qualità. Purtroppo  sono scomparse diverse bellissime realtà, anche ben strutturate, ben prima del 2020, dovendo fare i conti con tutte quelle che sono le difficoltà del caso (sempre maggiori).  Noi “pesiamo” parecchio le date, anche troppo, ed’è sicuramente ora che torniamo a fare casino sui palchi più spesso.

Raccontatemi uno degli aneddoti più curiosi che vi è capitato suonando in giro come band.
Questa è sicuramente la più divertente, anche se non è qualcosa di cui andare troppo fieri: eravamo primi in scaletta nel palco secondario di un festival e abbiamo iniziato come da programma a suonare in pieno pomeriggio; intanto nel main stage c’erano ancora Blixa Bargeld e Teho Teardo che non avevano finito i suoni della loro sezione archi, erano molto arrabbiati, e volevano le nostre teste.

Per il futuro avete intenzione di mantenere la vostra etica del Do it Yourself o magari farvi affiancare da qualche etichetta?
Mettiamola così: siamo felicemente single ma se qualcuno si mostra interessato possiamo uscire e vedere come va!


Underworld Vampires – Mondi paralleli

“Mondo Parallelo” (Doppio Click Promotions) è l’esordio sulla lunga distanza della rock band pugliese Underworld Vampires tra reminiscenze wave, incursioni elettroniche e un notevole gusto pop per le melodie, il tutto cantato rigorosamente in italiano. In attività dal 2018 come duo e dopo svariate demo pubblicate su YouTube, nel Maggio 2020 la band si completa e pubblica la cover “Big Sleep” dei Simple Minds, ricevendo pubblicamente i complimenti della band scozzese. Un viaggio sonoro che si è concretizzato in un album – anticipato dai singoli “Orso Bruno” e “Foskia” – la cui genesi ci è stata raccontata dal trio stresso.

Ciao ragazzi e benvenuti su Il Raglio del Mulo, è da pochissimi giorni uscito il vostro primo album “Mondo Parallelo”, che riscontri sta avendo? Ne siete soddisfatti?
Nicola: Si, siamo molto soddisfatti, i riscontri sono più che positivi, le recensioni accattivanti, i paragoni con altre band importanti sono davvero sorprendenti! 

Com’è nato il progetto Underworld Vampires?
Nicola: Il progetto è nato come una sfida creativa, come un gioco che si è poi evoluto col passare del tempo (2 anni). Le canzoni sono nate nottetempo, a Venezia dove vivo…  inizialmente erano  versi, poi nei giorni successivi si trasformavano in melodie che registravo con lo smartphone rigorosamente all’alba, e le inviavo quindi a Mimmo (Domenico Capobianco), che invece vive in Puglia, il quale incuriosito e divertito dalle melodie pop malinconiche e darkeggianti ha iniziato a cucirci addosso degli arrangiamenti, con il suo computer, mentre era in viaggio.
Mimmo:
Sì, è stata una sfida molto originale, per entrambi: per Nicola perché non scriveva versi da quando era bambino, e per me perché non mi era mai capitato di comporre musica partendo da una melodia vocale, cantata tra l’altro in italiano (altro elemento di novità per due appassionati come noi prevalentemente di musica anglofona). Le melodie erano così naturalmente pop che è stato necessario creare un “ponte” per collegarle al nostro DNA più legato al rock elettronico e alla new wave.
Nicola: Che bei ricordi! E’ nato un ping pong di demo inviati via whatsapp tra Venezia e Capurso (Puglia), dove vive Mimmo, le canzoni sembrano incredibilmente avere un senso sin da subito… Mimmo ha dato una impronta “elettrodark” al sound, e io da buon nottambulo, vampiro e insonne non chiedevo di meglio! Abbiamo iniziato così a “vampirizzare” le diverse idee melodie e liriche che nascevano.
Mimmo: Abbiamo così iniziato a condividere le prime demo, fatte tutte rigorosamente in casa, e l’opportunità poi di farle diventare un vero e proprio disco registrato in studio ha fatto il resto e ci ha fatto conoscere il terzo vampiro, Francesco Valentino detto Pra, fonico e produttore di altri artisti pugliesi a noi cari come Stain e Matteo Palermo. Pra viene dal rock più prog, una decade e passa più giovane di noi, oltre ad essere anche un cantante eccezionale che ha portato quella carica di aggressività e potenza che serviva per completare il nostro sound. Ci è venuto naturale accoglierlo come terzo membro della band. E poi abbiamo lavorato nel suo Asylum studio, un luogo davvero fantastico!

Di base siete un trio ma il vostro è un collettivo molto aperto, in che maniera scegliete le collaborazioni e i musicisti da coinvolgere?
Nicola: Il nostro è stato una sorta di patto di sangue in musica tra differenti generazioni, a partire dagli adolescenti sino ai più “grandi”, gli estimatori delle sonorità new wave anni 80 per intenderci… di questo siamo più che felici! Forse il concetto di vampiro sta proprio in questo “succhiare il sangue” ad altri artisti diversi da noi, per restare creativamente giovani e vivere musicalmente la contemporaneità. Trarre forza dalle loro tendenze musicali, dai loro suoni  e nello stesso tempo dare loro la possibilità di conoscere meglio le nostre esperienze, le nostre origini. Siamo riusciti a coinvolgere anche un baby vampire che ha dato pregio al nostro lavoro con un’ intensa take di rime nel “Brano Six Falling Stars”, Morash artista di soli 18 anni appena compiuti al momento in cui ha realizzato la parte rap in italiano in quel brano! E poi i giovanissimi ma ormai affermati Stain hanno collaborato al nostro disco ed anche artisti solidi  e d’esperienza come Matteo Palermo che ha registrato le chitarre e due vocalists d’eccezione, ineguagliabili come Giuliana Spanò (Immobili, Angelo Strano Six Falling Stars) e Raffaella Distaso (Foskia, Orso Bruno, Mondo Parallelo).

A parte un brano in lingua inglese, il vostro sound riporta a un certo tipo di sonorità italiche di fine anni 90 – penso ai primi Subsonica ma anche al Battiato più elettro-rock – che a loro volta si rifacevano a un certo tipo di wave d’oltremanica in voga negli anni 80, quali sono le vostre maggiori influenze?
Mimmo: In realtà tutte queste influenze non le abbiamo mai pienamente percepite prima di leggere le varie recensioni. Ma ne siamo davvero orgogliosi, le influenze non vanno negate, noi siamo quello che ascoltiamo, direbbe qualcuno, e per forza di cose ti rimane dentro un’attitudine che viene assorbita e si trasforma in qualcosa di nuovo. Sicuramente nei nostri ascolti di musica italiana ci sono Battiato e Subsonica, ma anche CSI, Baustelle, Afterhours, per citarne solo alcuni, portando un profondo rispetto a tutti loro. Sul fronte straniero poi abbiamo l’imbarazzo della scelta… siamo cresciuti negli 80 a pane e Simple Minds, Depeche Mode, Cure, Cult, poi nei 90 con Nirvana, Pearl Jam, fino ad arrivare a Radiohead, Nine Inch Nails, e più recentemente Editors, Killers, Interpol, Arcade Fire. Il bello è che tutti questi artisti rimandano a loro volta a dei “capostipiti” come Ktraftwerk per la parte elettronica, David Bowie per la parte più “glam” e Joy Division per le atmosfere dark più “tese”. E’ un flusso circolare che si arricchisce sempre con qualcosa di nuovo col passare del tempo e non si fermerà mai.

Nel vostro immaginario vi rifate ad un mondo parallelo, sotterraneo, come nascono le liriche dei vostri brani?
Nicola: Il termine Underworld presente nel nome della band o il concetto di “Mondo Parallelo” che traspare spontaneamente nei testi del nostro disco, sono temi astratti, ampi, onirici, ma allo stesso tempo hanno una semantica fortemente “terrena”, più che di fuga dalla realtà. Il “mondo altro” è forse  uno sprono a vivere con un approccio metafisico e metaforico nel mondo di ogni giorno. Un invito ad  interiorizzare la vita, a personalizzarla senza stereotipi a guardare oltre le cose tangibili, ad affrontarla consapevoli degli “assurdi”,  dei “controsensi”, dei “colpi di scena” a cui andiamo incontro, gli stessi che sono dentro di noi e che noi stessi possiamo generare. Realtà e realtà immaginifica possono coincidere, nel bene e nel male, sta a noi porci nel punto focale perché ciò avvenga. “Mondo Parallelo” è dunque una chiave di lettura del mondo reale, negativa o positiva dipende da noi. Potremmo definirlo un disco “di acqua” , l’acqua è l’elemento più presente nei brani (forse per influenze lagunari) . L’acqua può essere sogno e metafora della vita come il fiume che ci porta via, inesorabilmente verso “la fine” in “Distrazioni H2O”, ma poi (colpo di scena) torna indietro  verso la sorgente! L’acqua stessa è oggettivamente vita! Surreale e reale sono indivisibili, tutto è  possibile nel mondo di ogni giorno… nel “Mondo Parallelo”.

In che maniera siete supportati da Puglia Sounds? Sembra che in Puglia ci sia un’isola felice dove tanti progetti come il vostro vengono seguiti e in un certo senso avviati al mondo discografico.
Mimmo: Negli ultimi anni abbiamo sempre più apprezzato il modo in cui Puglia Sounds ha iniziato a realizzare contenitori dedicati alle arti che gravitano attorno alla musica (Medimex) oltre a creare opportunità per i musicisti stessi (Bandi Records, Live, etc), sempre in maniera molto radicata con il territorio in cui viviamo. Il nostro è stato uno tra gli oltre 300 progetti che hanno visto la luce quest’anno grazie all’intervento di Puglia Sounds ed è stato attivato attraverso un bando pubblico, con tanto di requisiti giustamente piuttosto stringenti, legati alla realizzazione e alla promozione del progetto musicale stesso. Produrre professionalmente un album con 8-10 canzoni non è una passeggiata, e richiede una coerenza artistica e concettuale che coinvolge diverse professionalità che vanno valorizzate alla stregua del miglior artigiano. E di queste eccellenze ne abbiamo tantissime in Puglia.

Non ho potuto fare a meno di notare tra i ringraziamenti nel booklet del disco un nome importante come quello di Jim Kerr (voce dei Simple Minds), raccontatemi un po’ di questo vostro importante “sponsor”, so che loro hanno molto apprezzato anche una cover che avete pubblicato tempo fa.
Nicola: Sia io che Mimmo, siamo sempre stati dei fans storici dei Simple Minds: la sperimentazione dei primi album, i suoni di synth e chitarra così osmoticamente miscelati, al punto che diventava difficile distinguerli, uniti alla voce e al carisma del cantante storico Jim Kerr e ad una sezione ritmica superlativa ci hanno sempre coinvolto molto. Non a caso le nostre “testimonianze” sono state pubblicate nel libro dei Simple Minds Heart of Crowd,”. Jim è una persona affabile e disponibile nei confronti di tutti i suoi fans. Questo  ha dato la possibilità ai Vampiri di inviargli la cover di un loro classico (ma non troppo) “Big Sleep”,  durante il primo lock down. Jim ha apprezzato molto il brano e lo ha pubblicato sulla pagina FB social dei Simple Minds plaudendo al coraggio avuto nel reinterpretare quel pezzo, stravolgendone la forma. Per noi UV è stata una soddisfazione indescrivibile, ci ha caricati molto, ci dato l’entusiasmo per portare in studio il nostro progetto. 

Ho avuto modo di apprezzarvi in un live streaming al Medimex, avremo modo di vedervi in giro dal Vivo per la promozione del disco? 
Nicola: Portare a casa quel primo  live di 20 minuti per noi è stato molto importante per acquisire consapevolezza e identità come live-band, in quanto era la prima volta che ci esibivamo tutti insieme suonando quei pezzi. Ma è stato soprattutto un grande divertimento tra amici! E’ nato tutto per gioco e per amicizia, la passione ed episodi inaspettati ci hanno indotti a continuare sino al release dell’album. Una cosa è certa: continueremo a divertirci, con la scrittura e la creazione di nuovi brani in studio. Confessiamo che il richiamo del “mondo altro” del live  è forte, soprattutto dopo questa prima entusiasmante esperienza Medimex. E i Vampiri sono sempre  attratti dai “i mondi paralleli”!

Opium/Absinth – L’oppio e l’assenzio

“Nullified Thoughts” è l’EP d’esordio degli Opium/Absinth, power duo piemontese capitanato da Maurizio Cervella (basso e voce) e Mattia Fenoglio (percussioni). Cinque tracce di violentissimo noise/sludge con tendenze grind, ispirate ai grandi maestri del genere come Eyehategod , Unsane e Today Is The Day. Il primo lavoro discografico degli Opium/Absinth è uscito nell’estate del 2021 co-prodotto dalle label indipendenti Vollmer Industries, Brigante Records & Productions, Longrail Records e Tadca Records ed è promosso dalla Doppio Clic Promotions.

Salve ragazzi il vostro Ep d’esordio, uscito ormai da qualche mese, è davvero un crudele pugno nello stomaco. Come sta andando?
Salve a voi e grazie per questa possibilità di fare quattro chiacchiere. Il nostro EP “Nullified Thoughts” è uscito appunto il 14 luglio e i risultati sono per ora molto incoraggianti. Su YouTube ha superato le 1600 visualizzazioni (canale 666MrDoom) e abbiamo avuto molti ascolti e download su Bandcamp. La prima edizione limitata di CD è andata sold out molto in fretta, il che è appagante. A breve uscirà la ristampa ed anche il formato musicassetta. Siamo riusciti a suonarlo dal vivo in tre concerti, che ci hanno fatto sentire nuovamente l’emozione del palco, di cui eravamo stati privati in questi mesi difficili.

Com’è cambiato il vostro approccio musicale rispetto ai demo del 2018?
Il metodo è semplicemente migliorato, l’essenziale è trovarsi in sala prove e definire il riff, oppure la ritmica che ci ispira, costruendo un brano strutturato intorno ad essa. Anche il comparto bassistico è mutato, avendo più possibilità di effetti, gli stimoli creativi aumentano. Rispetto agli inizi stiamo usando anche di più la voce nella costruzione del pezzo.

Non è semplice suonare noise/sludge/grind in duo, come mai questa scelta?
Ci siamo formati nel 2017, grazie ad un’affinità negli ascolti, che nei centri provinciali da cui proveniamo non è così scontata. Inizialmente si suonava buttando giù idee e provando i suoni in modo da ottenere un risultato il più aggressivo possibile. Col tempo abbiamo iniziato a costruire un repertorio abbastanza collaudato. L’idea, allora, era di trovare un terzo elemento in modo da aumentare il “volume” d’aria e incrementare la varietà dei brani; dopo alcune prove con altri elementi, la scelta fu quella di rimanere comunque in due, dato il feeling creativo, nonché personale tra di noi. Il vantaggio inoltre del duo è che ti permette di velocizzare parecchio i tempi, a patto che ci sia c’è una buona coesione tra i membri.

Il vostro disco è frutto di una joint venture di quattro differenti etichette, come siete arrivati a questa produzione?
Le quattro etichette che ci hanno aiutato nella coproduzione (Vollmer Industries, Brigante Records and Production, Longrail Records e TADCA Records) sono ormai capi saldi nella provincia e hanno prodotto molte bands di ottimo livello, riuscendo a districarsi bene anche negli ambienti internazionali. Il nostro EP è piaciuto ed è nata quindi una volontà reciproca di collaborazione. Uno speciale ringraziamento anche a Doppio Clic promotion per l’attenzione al nostro release.

Quali sono le vostre influenze, se ne avete?
In realtà abbiamo molte influenze personali e comuni. Sicuramente il noise rock americano degli anni 90 (Unsane, Helmet, Today is the Day), il death metal (Entombed, Obituary), lo sludge metal (Eyehategod, Meth Drinker, Boris) e ovviamente lo stoner doom metal (Sleep, Electric Wizard, Bongzilla, Weedeater).

Avete qualche band con cui c’è qualche affinità?
Certamente, ci sono molte bands nella scena con cui abbiamo un bel rapporto di amicizia e collaborazione, tra cui Cani Sciorrí, Ape Unit, La Makabra Moka, Flying Disk, Nitrito, Occhi Pesti, Space Paranoids, RiceXfilth. Fuori dai confini regionali Sator (GE), Carcharodon (SV), Evil Cosby (MI), Elastic Riot (BG), Fuzz Populi (RM) e Beesus (RM). All’estero, i nostri amici Llord (Spagna, con cui abbiamo uno split in arrivo), i Kalte Sonne (Spagna) e Gavial Haze (Svizzera). Ci riteniamo molto fortunati ad aver sviluppato dei rapporti così uniti grazie alla musica.

Mi ha abbastanza incuriosito il nome della band, come vi è venuto in mente?
Il nome è nato nelle fasi iniziali del gruppo. L’oppio e l’assenzio in Europa, durante  l‘800, erano l’accoppiata narcotico/sedativa per eccellenza, portata in auge da molti poeti dell’epoca, in primis Charles Baudelaire, che li esaltava in molti suoi scritti. L’alone di mistero che ne deriva ci affascina molto e da qui è nata l’idea, che ben si abbina con le nostre tematiche, prevalentemente oscure.

Avremo modo di vedervi dal vivo? Qualche festival oltre confine?
Siamo molto felici di essere riusciti a tornare sul palco dopo diversi mesi di chiusure, che purtroppo conosciamo tutti. Ovviamente i concerti fatti non ci bastano, abbiamo bisogno di novità. La situazione è ancora incerta e quindi ci vorrà ancora tempo prima di tornare alla normalità. Siamo molto fiduciosi in ogni caso! Sicuramente consiglio a tutti di seguirci sui canali social, le news non tarderanno ad arrivare.

Stefano Panunzi – Oltre l’illusione

“Beyond the Illusion” è il nuovo lavoro del tastierista Stefano Panunzi, musicista romano attivo in proprio ormai da più di un decennio. Nel suo terzo album solista (distribuito da Burning Shed / Metaversus PR) è accompagnato da artisti di fama internazionale tra cui spiccano i nomi di Tim Bowness (No-Man) e Gavin Harrison (Porcupine Tree, King Crimson e tanti altri). “Beyond the Illusion” è un collage lunatico di influenze progressive: un’opera che affonda le sue radici tra l’art rock (con una dedica al compianto Mick Karn dei Japan che suonò nei primi due album solisti di Panunzi), l’ambient jazz e l’alternative rock.

Salve Stefano, i miei complimenti per il tuo nuovo disco. In “Beyond the Illusion” sei circondato da numerosi – e direi prestigiosi – ospiti, è stato difficile riuscire a coinvolgerli e soprattutto a coordinare il tutto nella lavorazione dell’album?
Non ho avuto difficoltà a coinvolgere gli artisti presenti nell’album, anzi, devo dire che c’è stata una bella coesione e un grande entusiasmo da parte loro. Inizialmente pensavo che Tim Bowness potesse cantare in tutti i brani scritti in forma canzone, ma per una serie di sue ragioni personali, alla fine, ha cantato solo su “I Go Deeper” però mi ha proposto alcuni cantanti in alternativa, tra cui Grice, che contattato, ha aderito al mio progetto e alla scrittura di tre tracce. A parte Grice, conoscenza dell’ultimo momento, tutti gli artisti partecipanti sono conoscenze di lunga data, Tim Bowness e Gavin Harrison, tanto per citarne un paio, appaiono già sui miei album dal 2005!

Ho trovato molte affinità nel sound con i primi lavori dei Porcupine Tree (soprattutto nei brani strumentali) e No Man, quali sono le tue influenze?
Probabilmente ci sono atmosfere dei Porcupine Tree, nelle quali mi ci ritrovo, ma non ho mai pensato a loro quando le ho composte, ci sono delle strade che si intraprendono, e che in molti prendiamo perché è il genere che ci piace, è l’uso degli strumenti e delle ritmiche che ci esaltano, che ci intrigano, a volte si creano delle somiglianze, a volte no. Se somiglianze ci sono, sono casualità. Anche per quanto riguarda i No Man, ho letto un commento lasciatomi su YouTube in merito al video “The Portrait”, dove appunto si alludeva alla somiglianza con la band del duo Bowness/Wilson, ebbene, a me sembrano di più i Talk Talk!

Ci sarà modo – a emergenza pandemica conclusa – di vederti dal vivo magari accompagnato da qualche ospite del disco?
Non credo. Fino ad oggi, i miei progetti e i miei orientamenti sono stati rivolti solo alla realizzazione di album, e credo che questa sarà la strada anche per il futuro.

Nei tuoi lavori ci sono sia brani strumentali che cantati, è una decisione che prendi a priori quando componi un brano o è un qualcosa che viene sviluppato più avanti nella composizione?
La nascita di un brano strumentale o di una canzone non è sempre programmata, a volte è casuale. Parto con un’idea, una serie di accordi, una ritmica e pian piano che cresce realizzo se può tramutarsi in una canzone o rimanere strumentale, cerco di percepire il mood del fluido musicale, se l’atmosfera si adatta ad un cantante, se il giro d’accordi può essere funzionale ad un cantato, mi immagino un po’ il suo futuro…

Ho notato una particolare cura nelle grafiche (e nel packaging), ce ne vuoi parlare?
Trovo importante “incorniciare” le musiche e i testi in un packaging “giusto”, fatto di immagini, di colori e di trame grafiche adatte allo spirito e al sentimento dell’album. Per quanto riguarda “Beyond The Illusion”, ho avuto la collaborazione e il contributo artistico dell’inglese Stephen Dean Wells. Casualmente vidi delle elaborazioni grafico-digitali da lui fatte e mi impressionò perché rispecchiavano quel modo di vedere un po’ velato della realtà che sento mio, quella visione e percezione tra il sogno e la realtà. Mi piace quando l’arte è bellezza, non solo per la sua essenza, la sua intrinsecità, ma perché permette di aggiungere a chi la fruisce qualcosa di proprio, e apre porte su mondi infiniti di sensazioni e creatività.

La traccia “I Go Deeper” è cantata da Tim Bowness dei No Man, in che maniera sei venuto a contatto con lui e come mai la scelta di inserire il brano in versioni differenti dei vostri rispettivi album?
Conosco Tim da più di quindici anni, con lui ho avuto diverse collaborazioni, sia per i miei album come solista e sia per i progetti Fjieri, ma con lui anche anche altri grandi musicisti come Richard Barbieri, Gavin Harrison, Mick Karn (r.i.p.), Theo Travis, Robby Aceto, ecc. ecc. Lo contattai proprio per proporgli questo brano perché lo scrissi su invito della produzione del cortometraggio “Deep”, poi vincitore del 73esimo Film Festival Internazionale di Salerno. Tim fu entusiasta di partecipare e colse l’occasione di utilizzarlo, sotto altro arrangiamento, perché sentiva che mancava qualcosa di “fresco” all’album che stava realizzando in quel momento, cioè “Flowers At Scene”, così lo riarrangiò, lo fece missare da Steven Wilson e concluse felicemente quel suo progetto discografico. 

I tuoi lavori sono frutto di una ricerca musicale che raramente troviamo nella musica attuale, in che maniera pensi di collocarti nella scena odierna e c’è un futuro per il pop (per dare una definizione il più ampia possibile) di qualità?
Amo utilizzare quelle sonorità che già ascoltandole aprono praterie di sensazioni (ricordi il discorso sopra che feci sull’arte e della sua importanza a coinvolgerti con l’immaginazione?). Devo dire che crescendo con pane e Japan, british band del (mio) passato, qualche semino è stato depositato nella mia sfera creativa ed emozionale, e ringrazio di buon cuore Richard Barbieri (con lui ho una conoscenza personale quasi trentennale) per la ricerca di sonorità che sempre lo ha contraddistinto. Credo oramai che in un ambito musicale di nicchia un mio posticino, dopo 15 anni, lo abbia conquistato, non mi sento di appartenere ad un genere vero e proprio, spazio in quelle latitudini dove il senso estetico, la ricerca del suono, la melodia e lo schivare la banalità provano ad affacciarsi e a coesistere. Mi chiedi del futuro del pop? Io mi autoproduco, con sforzi porto vanti il mio mo(n)do di pensare e di creare, non devo rendere conto a nessuno. Più che altro, in una visione generale e di prospettiva, ci sarà il futuro per la musica indipendente? Non schiava di contest televisivi che alla fine creano cloni e schiavi di target mercificati e di edonismo?

A quali progetti stai lavorando in questo momento?
Ho messo in cantiere già diversi brani per il mio prossimo (quarto) album, sto contattando gli artisti ai quali affidare alcune sezioni strumentali e sto valutando quali cantanti coinvolgere nel progetto. Vorrei inserire nel futuro album anche dei piccoli racconti che accompagneranno l’ascoltatore nel nuovo percorso musicale. Insomma c’è da lavorare, ma sono molto fiducioso nella buona realizzazione di qualcosa di piacevole.

Turangalila – Tra liquidi e spigoli

I pugliesi Turangalila, al loro esordio con “Cargo Cult” – uscito il 14 maggio per la Private Room Records / Doppio Clic Promotions – sono una delle realtà musicali più interessanti della nuova scena heavy-psych/post-rock tricolore. Sette tracce che meritano un ascolto approfondito per un sound che riporta a band come Godspeed You! Black Emperor, Neurosis, Flaming Lips. Un debutto decisamente di spessore ed una libertà compositiva che lascia presagire un futuro luminoso e intrigante.

Ciao ragazzi e benvenuti su Il Raglio Del Mulo, il vostro esordio è uscito in tempi relativamente brevi e con già diverse esperienze alle spalle, come siete arrivati ai sette brani che compongono “Cargo Cult”?
Ciao Paolo, ti ringraziamo di ospitarci su Il Raglio del Mulo per parlare del nostro disco d’esordio. Potrebbe sembrare prematuro pubblicare un disco d’esordio dopo due soli anni di attività, infatti i nostri progetti per il 2020 erano altri inizialmente. Nel momento in cui ci siamo visti costretti a rinunciare per un tempo indefinito all’attività live e alla composizione abbiamo deciso di dedicarci totalmente alla produzione del disco.

Leggo nella cartella stampa che avete sonorizzato una pietra miliare del cinema muto “Il Gabinetto del Dottor Caligari”, com’è stato cimentarsi – e la vostra musica si presta perfettamente a questo tipo di esperimenti – con il mondo delle sonorizzazioni che è diventato quasi un genere a sé stante?
Nell’estate del 2019 ci è stata data la possibilità di prendere parte assieme ad artisti dediti a questi esperimenti, come Caterina Palazzi/Zaleska, a una maratona di sonorizzazioni dal vivo di capolavori del cinema muto all’interno del Distorsioni Sonore Festival. Abbiamo colto l’occasione per affrontare il capolavoro espressionista per eccellenza. E’ stata un’esperienza che ci ha aiutato molto a dare varietà al metodo compositivo, a uscire dagli schemi e migliorarci ad esempio sull’organizzazione temporale di lunghi flussi sonori cangianti.

Le vostre composizioni alternano momenti strumentali ad altri quasi “sinfonici” se mi passate il termine, in che maniera coniugate queste differenti anime nella band?
Il processo di composizione e arrangiamento è molto fluido e naturale, raramente ben ragionato. Tutto il lavoro è comunitario e mette insieme naturalmente i gusti e le capacità musicali di ognuno di noi. Quando realizziamo musica cerchiamo innanzitutto di offrire un immaginario sonoro senza pregiudizi su un determinato stile e di sfruttare al massimo il potenziale espressivo della musica.


Vi ponete esattamente nel mezzo tra il post-rock/metal più ragionato e l’heavy psych che è un genere più groovy, siete consapevoli che spesso l’essere poco catalogabili – e quindi molto personali – può essere un’arma a doppio taglio?
Ne siamo consapevoli, ma la nostra ricerca si pone come obiettivi sfuggire il più possibile a una facile catalogazione e indagare la musica tutta come linguaggio universale della comunicazione astratta, pur partendo da un organico tipicamente “rock” cercando di trarre ispirazioni dalle più disparate esperienze musicali, dal post rock, al noise, al doom passando per la musica contemporanea, il math, il prog, senza porci il pregiudizio di chiuderci in un particolare genere.

I vostri titoli – il nome stesso della band in sanscrito – e le parti testuali sono ricche di citazioni
molto ricercate, chi di voi si occupa di questi aspetti?

Il nome è un tributo alla carica mistico-visionaria delle composizioni di Olivier Messiaen. Riguardo
l’immaginario e le citazioni presenti nel disco abbiamo costruito un concept attorno a un input dato
dal nostro batterista Giovanni, il quale ha anche realizzato le fotografie usate per il singolo di Tone
le Rec e il disco. Per chi non lo sapesse i cargo cult sono delle “religioni” spontanee, nate durante
la seconda guerra mondiale, tra gli aborigeni che abitavano alcune sperdute isolette nell’Oceano Pacifico. L’esercito americano, in quegli anni, occupava queste isolette per usarle come base logistica, e gli abitanti, che non avevano mai visto un aereo, né una nave mercantile (“cargo”), né tantomeno un uomo bianco, pensarono che quelle entità fossero delle divinità e cominciarono ad adorarli, anche perché questi “dei” davano loro ogni tanto provviste e indumenti, mentre nel frattempo violentavano l’ecosistema dei loro luoghi e massacravano altri popoli. La solita storia dell’occidente che prima ti bombarda e poi ti dà un cerotto. Questa storia dei cargo cult ci aveva colpito e ce l’avevamo in testa da molto. Poi, nella nostra analisi, e nei testi, in realtà partiamo da lì per poi analizzare tutte le altri fedi, o meglio: l’irrazionalità che è alla base, prerogativa necessaria per ogni fede. Credere è sempre, in qualche misura, non pensare e affidarsi all’ignoto. E questa non è necessariamente una cosa brutta o sbagliata. Anzi, evviva l’irrazionalità, evviva il lato illogico
di ognuno di noi. La genuinità infantile dell’atto involontario di credere in qualcosa è bellissima e
poetica. “Cargo Cult” parla di questo.

Che cosa state ascoltando in questo periodo, quali sono le vostre maggiori influenze?
Quest’anno abbiamo quasi tutti noi ascoltato e adorato le nuove uscite di progetti quali Black Country, New Road, Pom Poko, Big Brave, GY!BE, Black Midi e Parannoul.


Cosa offre Bari e la Puglia in genere ad una band come la vostra?
Purtroppo molto poco. Negli ultimi anni qualcosa è migliorato, ma ci sono tante realtà fondamentali per band come la nostra che sono sparite, o stanno sparendo. Per fortuna ci sono tante piccole nicchie sparse da scoprire, con le quali interagire e cercare di far rete.


Augurandoci di vedervi dal vivo il prima possibile, che progetti avete nell’immediato?
Al momento siamo felicissimi di tornare a suonare dal vivo il 12 Giugno a Bari con i nostri amici Zolfo. Ci auguriamo possa essere la prima di tante altre date per promuovere il nostro album e, magari, testare alcuni dei nuovi brani ai quali stiamo lavorando. C’è anche un video in preparazione al momento. Si tratta di un cortometraggio di 20 minuti costruito sulla suite finale del disco (“Cargo Cult”, “Cargo Cult Coda” e “Die Anderen”) che approfondisce l’immaginario del concept. Molto presto sarà pronto!

Gentle Sofa Diver – Fuori dall’acquario

“Off The Fish Tank” è l’album d’esordio di Gentle Sofa Diver, progetto alternative post-rock del polistrumentista pesarese Nicolò Baiocchi uscito il 21 maggio per la milanese Non Ti Seguo Records / Doppio Clic Promotions. Un nuovo progetto che evoca certe atmosfere anni ’90, ma con una decisa impronta melodica e personale, memore tanto dei Sonic Youth quanto dei Bark Psychosis, con le chitarre sempre in primo piano.

Ciao Nicolò, sei arrivato al tuo esordio come “Gentle Sofa Diver” da pochissimi giorni, in effetti dietro il moniker da band ci sei solo tu, è stato difficile fare praticamente tutto da solo?
“Difficile” probabilmente non è il termine più adatto, direi piuttosto che è stato lungo: suonare da solo ti impedisce di entrare in sala prove ed improvvisare con gli altri musicisti e “vedere cosa esce fuori”; sono stato costretto a costruire i brani partendo da uno strumento alla volta, generalmente la chitarra, e ad aiutarmi con mille registrazioni e loop. Questo ha reso il processo compositivo abbastanza lungo. D’altro canto il vantaggio è quello di non avere un confronto diretto con gli altri membri e di poter dare libero sfogo alla propria fantasia e alle proprie intuizioni senza dover sottostare alle idee di nessun altro, pagando lo scotto di dover affrontare in prima persona gli eventuali blocchi creativi che si presentano durante la scrittura dei brani.

Con i FAT, la tua prima esperienza da musicista, esploravate le stesse sonorità?
Sicuramente anche con i FAT si attingeva dall’immenso calderone degli anni 90, anche se ci sono un po’ di differenze: prima di tutto con i FAT si era privilegiato il canto in italiano, mentre a livello strumentale c’erano meno influenze puramente ambient e post rock che sono invece presenti in modo massiccio in !Off The Fish Tank!, il mio album d’esordio.

Come hai in mente di presentare i brani dal vivo?
Per il momento la dimensione live è ancora in fase di studio, nel breve periodo è probabile che presenterò i brani in una chiave più intima, arrangiandoli unicamente con chitarra e voce e facendo affidamento su effetti e looper. In futuro mi piacerebbe circondarmi di qualche musicista e portare in giro il mio disco così come lo sentite cercando di snaturarne il suono il meno possibile.

Il disco è frutto come tu stesso dici nella biografia dei tuoi lunghi ascolti soprattutto della scena post-rock e alternative degli anni 80/90 anche se non sei ancora nemmeno trentenne, cosa ti ha attratto di questi suoni in un certo senso “fuori moda”?
Questa domanda per me è complicatissima, io ho ascoltato e continuo ad ascoltare molti generi musicali anche diversi tra loro; probabilmente la risposta più semplice sta nel fatto che di tutto quello che ho ascoltato nella vita c’è un piccolo gruppetto di dischi che riescono tutt’ora a emozionarmi e sorprendermi ad ogni ascolto e la maggior parte essi fa riferimento a quella scena post-rock/ambient di cui parli. In un certo senso, nella fase di ascolto, sono sempre stato più attratto dalla melodia, dalle atmosfere e dalle dinamiche: questo mi ha portato alla creazione di un disco che rimanda necessariamente a quel tipo di sonorità, anche se spero di essere riuscito a metterci del mio e a non risultare una sorta di “tribute band” degli anni 90.

Di solito in questo genere ci si abbandona al flusso sonoro e la voce è un po’ un quarto strumento, com’è il tuo approccio con i testi?
Qui hai abbastanza colto nel segno, la gran parte della mia fase creativa si concentra sulla composizione della musica e delle melodie della linea vocale; successivamente, in base a quello che mi trasmette la musica che è uscita fuori mi concentro sui testi, che attingono un po’ dalle atmosfere del brano e che prima di tutto devono “suonare bene” nella mia testa.

Una laurea in medicina e un “notevole” inizio di una carriera discografica, non deve essere facile coniugare questi due aspetti, che progetti hai per il futuro di Gentle Sofa Diver?
No, decisamente ahah. L’impegno di lavorare come medico ovviamente limita il tempo che ho da investire nella musica, anche se questo non mi impedisce di chiudermi in sala ogni volta che ne ho bisogno. Probabilmente Gentle Sofa Diver rimarrà prevalentemente un progetto studio. La speranza, tuttavia, è quella di suonare dal vivo ogni volta che ne avrò la possibilità, magari coinvolgendo altri musicisti, sicuramente per poter portare sui palchi la mia musica nel migliore dei modi, ma anche per aumentare la complessità e l’eterogeneità degli arrangiamenti in studio.

C’è qualche band della scena italiana che hai avuto modo di apprezzare ultimamente?
L’ultimo disco italiano che ho avuto modo di ascoltare è “IRA” di Iosonouncane, l’ho trovato bellissimo, anche se piuttosto impegnativo. Per il resto le cose che più mi hanno colpito in Italia appartengono alla scena elettronica, su tutti Caterina Barbieri (“Patterns of Consciousness” è forse il disco italiano che ho ascoltato di più negli ultimi anni) e Machweo (“Primitive Music”). Sono un grande fan dei miei compaesani Be Forest, Soviet Soviet e Maria Antonietta. Inoltre sto aspettando le nuove uscite dei Gomma e dei Gastone.
Poi ci sono una serie di band anglosassoni che attingono a un sound che adoro, soprattutto Fontaines DC, Squid, Dry Cleaning e King Krule (che ormai non è più così “nuovo”).

Il tuo album “Off the Fish Tank” è uscito in Musicassetta e Cd Digipack, i due formati principali degli anni 80 e 90 che sono gli stessi dei tuoi punti di riferimento musicali, è stata una scelta precisa o un semplice caso?
Per quanto riguarda la musicassetta devo ringraziare la Non Ti Seguo Records che ha creduto nel mio disco e l’ha usato come rampa di lancio per la sua nuova collana di musicassette, la Tigersuit Tapes. Per quanto riguarda il Digpack, invece, si tratta di una volontà mia: sono sempre stato legato al formato fisico degli album e di conseguenza volevo che anche il mio album potesse essere inserito in un lettore, ho scelto il Digipack perché trovo che sia il perfetto compromesso tra costi, facilità di ascolto (in fin dei conti il lettore CD, seppur in declino credo sia ancora ben presente nella maggior parte delle nostre case) e resa estetica (a tal proposito devo ringraziare Giovanna Fabi e Tommaso Baiocchi per l’artwork che adoro)

Ti sei trasferito a Bologna ma le registrazioni dell’album sono state fatte comunque a Pesaro, la tua città Natale, stai pensando di tornarci?
Attualmente lavoro a Pesaro e la vita del medico, fatta di concorsi e test, non mi permette ancora di stabilirmi in un posto fisso. L’idea è quella di sistemarmi in una città abbastanza grande in cui poter continuare a coltivare anche le mie passioni artistiche e musicali. Con Pesaro ovviamente ho un rapporto speciale, sia perché è la città in cui sono cresciuto, ma anche perché è forte di una scena artistica e musicale di tutto rispetto, il che è davvero peculiare per una città così piccola.

A quando le prime date live?
La speranza è quella di portare un po’ in giro la mia musica questa estate!

You, Nothing – Due terzi rumore, un terzo pop


Gli You, Nothing sono un giovane quartetto con sonorità che oscillano tra lo shoegaze, il dream pop e il post punk che si sta ritagliando uno spazio di tutto rispetto nell’attuale panorama underground tricolore. Un notevole gusto pop per le melodie e un’aggressività chitarristica di matrice quasi punk, che può ricordare l’irruenza di pesi massimi quali Buzzcocks e Siouxsie and the Banshees. Anticipato dai singoli “Waves”, “Reflectie” e “Gazers”, “Lonely//Lovely” è il loro album d’esordio uscito il 7 Maggio per Floppy Dischi, Non Ti Seguo Records e Dotto.

Ciao ragazzi e complimenti per il vostro album, un esordio davvero maturo e dal respiro internazionale. Dalle note biografiche leggo che la band è nata nel 2019, ma come nascono gli You,Nothing?
Siamo nati tra settembre e ottobre 2019, grazie ad un annuncio su Facebook di Federico (chitarrista). Era da tempo che cercava componenti per un progetto con influenze shoegaze/post-punk/ambient , ma senza risultati, fino a quando Gioia, Giulia e per ultimo Nicola hanno risposto all’annuncio. Da lì siamo partiti a mille, ci siamo chiusi in sala prove e abbiamo iniziato subito a scrivere i pezzi dell’album.

Parlatemi un pò del processo creativo, come riuscite a coniugare l’urgenza punk che si avverte nei vostri brani con le melodie sognanti e assolutamente “catchy” che vi caratterizzano?
E’ sicuramente il risultato delle influenze musicali di ognuno di noi, che fuse in modo molto spontaneo, danno vita a brani a volte completamente diversi tra loro. E’ una caratteristica che vogliamo portare avanti nella nostra musica perché fa parte della nostra essenza.

Ultimamente si sta diffondendo qui da noi una notevole scena che guarda allo shoegaze e ai fasti degli anni ’90, che ne pensate? A volte si parla di revival anche se cosa non lo è nel rock and roll?
Si è vero, è un genere che a tratti torna a farsi sentire, ci sono ottime band italiane che ci piacciono molto che l’hanno riportato in voga, alla fine la musica è circolare e volenti o nolenti si viene contaminati dal passato, è inevitabile.

Ricordo un citazione – forse di Keith Richards – che diceva che l’album perfetto dovrebbe durare non più di mezz’ora, il vostro dura 25 minuti circa ma non manca nulla, avete fatto una scrematura o effettivamente sono i vostri primi brani?
Siamo assolutamente d’accordo con questa citazione, la scelta di inserire 8 brani per un totale di 25 minuti, non è stata casuale. Inizialmente pensavamo ad un Ep, ma dopo aver scritto un paio di pezzi in più che volevamo a tutti i costi inserire, abbiamo optato per l’ album in quanto 8 canzoni ci sembrano eccessive per un Ep.

L’album è stato anticipato da tre videoclip – “Waves”, “Gazers” e “Reflectie” molto evocativi, chi li ha realizzati?
“Waves” è stato il nostro primo video, realizzato sulla costa del lago di Garda a Brenzone, da Ilenia Arangiaro, che per noi ha realizzato anche l’artwork di “Lonely//Lovely” e il nostro primo set fotografico. Per secondo è uscito il video di “Reflectie”, che visto il periodo di zone rosse/arancioni e quindi l’impossibilità di trovarci, abbiamo girato in autonomia. Ognuno ha contribuito con brevi video girati con il cellulare ed infine sono stati accuratamente montati da Federico. Per ultimo “Gazers”, ideato e realizzato da Tobia Gaspari, presso il Colorificio Kroen di Verona. La caratteristica principale di questo video è la tecnica del Ghost Cut, ovvero l’illusione all’occhio dello spettatore, che la ripresa sia unica e continuativa, dall’inizio alla fine del video.

Cosa offre Verona dal punto di vista musicale? Ci sono realtà affini alla vostra?
Verona conta tantissimi musicisti, ma al contrario, troppi pochi posti dove esibirsi dal vivo per quanto riguarda la musica originale. Al momento, forse anche per colpa della sospensione dei live, non abbiamo ancora conosciuto nella nostra città progetti con influenze musicali simili alle nostre, ma in noi c’è grande speranza che anche a Verona possa nascere una scena che faccia rivivere a dovere questo genere.

In questo periodo poveri di eventi dal vivo voi fortunatamente avete partecipato al Verona Digital Music Fest e ad un live al Colorifico Kroen, com’è andata? Se non erro sono i vostri primi concerti..
E’ corretto, da quando ci siamo formati, abbiamo avuto la possibilità di esibirci dal vivo solo due volte, una al Colorificio Kroen con circa 100 persone sedute e distanziate, la seconda invece al Verona Digital Music Fest, senza un pubblico durante le registrazioni, e mandata poi in live su twitch. In entrambi i casi sono state esperienze pazzesche nonostante le varie restrizioni, anche perché quando noi quattro suoniamo insieme, che sia su un palco o in sala prove, siamo come immersi in un mondo parallelo tutto nostro, non importa chi e quanta gente ci sia intorno.

Come accade spesso, “Lonely//Lovely” uscito per ben tre etichette, è stata una vostra scelta?
In realtà eravamo abbastanza inesperti da questo punto di vista e non sapevamo neanche da dove partire, ancora meno che si potessero avere più etichette. Finite le registrazioni, abbiamo proposto il nostro album a qualche etichetta indipendente italiana per vedere il riscontro, e da lì abbiamo conosciuto Mirko di Floppy Dischi e Pietro di Non Ti Seguo Records che già hanno collaborato per varie realtà simili alle nostre e che si sono subito proposti per portare avanti il nostro progetto. Per ultimi si sono aggiunti anche i ragazzi di Dotto, con super entusiasmo. Più che scelta nostra, ci siamo fidati ciecamente di tutte queste persone che ci stanno aiutando a realizzare i nostri sogni e ci affiancano in questo percorso pieno di dubbi e scelte da prendere. Siamo molto grati di tutto questo.

Quali sono le band che vi hanno influenzato? Cosa state ascoltando in questo periodo?
Le band che più influenzano il nostro sound sono gli Slowdive, i Beach House (di cui è presente anche una cover sul nostro canale YouTube), i My Bloody Valentine, i DIIV e i Joy Division. Ultimamente invece, stiamo scoprendo e ascoltando un sacco di nuove band underground come i Westkust, Slow Crush, Whispering Sons e la cantautrice Fritz.

Link Protrudi And The Jaymen – The garage rock legend

ENGLISH VERSION BELOW: PLEASE, SCROLL DOWN!

A pochi giorni dall’uscita della ristampa del meglio del suo combo strumentale “Link Protrudi and the Jaymen” – con l’italiana Go Down Records – abbiamo scambiato quattro chiacchiere con il leggendario frontman dei Fuzztones, Rudi Protrudi, che ci ha raccontato i suoi oltre 40 anni sulla strada del rock’n’roll

Ciao Rudi, è uscita da pochissimo la ristampa del tuo “Best of Link Protrudi & The Jaymen”. Come hai conosciuto i ragazzi della Go Down Records?
Beh, è ​​stato molto tempo fa, ma penso di aver incontrato Leo al suo rock club, probabilmente quando i Jaymen hanno suonato lì. Ma ad essere onesti, non ne sono davvero sicuro. Ho suonato in molti posti e ho incontrato molte persone nei 40 anni in cui i Fuzztones sono stati insieme!

Siete sempre stati una live band, come hai passato questo periodo senza concerti?
L’intera faccenda della pandemia non sarebbe potuta arrivare in un momento peggiore per noi! Il 2020 ha segnato il nostro 40° anniversario e avevamo grandi progetti. Stavamo per registrare un nuovo album, pubblicare un libro e fare molti tour per promuoverli, oltre che per festeggiare. Abbiamo registrato l’album (“NYC” per l’etichetta Cleopatra) e ho pubblicato il libro “As Times Gone” (The Lysergic Legacy of The Fuzztones), una storia fotografica di 365 pagine dei 40 anni di carriera della band (disponibile su www.fanproshop.de), ma abbiamo avuto modo di fare solo uno spettacolo a Londra prima del blocco. È passato più di un anno dall’ultima volta che abbiamo suonato e, a giudicare dalle cose, non sono troppo ottimista riguardo al futuro dei concerti dal vivo. Ho utilizzato il “tempo libero” per scrivere nuovo materiale – ho 12 nuovi originali che ho intenzione di registrare per il mio primo album solista “garage”. Ho già fatto alcuni album da solista, ma sono stati country o blues.

Da diversi anni vivi a Berlino, cosa hai trovato qui rispetto agli States? È più facile suonare il rock and roll in Europa?
Oh diavolo si! Siamo sempre stati molto più popolari in Europa – sia The Fuzztones che Jaymen – e volevo trasferirmi in Europa sin da quando sono venuto per la prima volta e ho suonato alcuni spettacoli con Lydia Lunch (Devil Dogs) in Italia nel 1980. L’Europa è molto più sofisticata dell’America e apprezza la cultura americana molto più di quanto non facciano gli americani! Era naturale che, se volevo guadagnarmi da vivere suonando musica, potevo farlo solo qui!

La band è nata – quasi per caso – come tributo a un pioniere della chitarra come Link Wray, quali sono gli altri chitarristi che ti hanno influenzato?
Ebbene hai ragione – è stato un caso! Non abbiamo mai voluto che i Jaymen fossero una vera band. Comunque non all’inizio. Vedi, i Fuzztones persero due membri chiave nell’86 e i membri rimanenti trascorsero un intero anno facendo audizioni ai musicisti – senza molto successo! Dopo il primo mese circa, Deb O ‘Nair (l’organista originale) ha smesso subito dopo che abbiamo finalmente trovato il sostituto di Ira, Mad Mike Czekaj. Quindi per l’anno successivo eravamo Michael Jay, Mike e io a fare audizioni per circa 10 persone a settimana. Stavamo pagando per una sala prove in un posto chiamato The Music Building, che era un enorme edificio di 12 piani vicino a Times Square – una zona molto squallida all’epoca. Abbiamo ereditato la stanza dopo che Madonna si è trasferita! Ad ogni modo, ci sono state molte volte in cui le persone finivano per non presentarsi all’audizione programmata, o forse l’audizione non era andata bene e abbiamo finito presto, lasciandoci molto tempo a disposizione. Così abbiamo iniziato a imparare le canzoni di Link Wray per passare il tempo, e dato che eravamo solo in 3, era il materiale perfetto per noi su cui scatenarci e suonare ancora bene. Devi ricordare che nell’86, Link Wray era poco conosciuto, anche nei circoli veramente alla moda, quindi una band che non suonava nient’altro che le canzoni di Link era molto fuori dal comune!
C’erano anche molte altre garage band che avevano stanze nell’edificio: i Fleshtones, Vipers, Cheapskates, Headless Horsemen… The Outta Place e Tryfles condividevano la nostra stanza. Era davvero comune per vari membri di queste band fare un salto per vedere cosa stavamo facendo. Siamo rimasti sbalorditi dal fatto che tutti adorassero i Jaymen e ci incoraggiavano vigorosamente a suonare. All’epoca non c’erano band strumentali che suonavano, quindi pensavamo che nessuno ci avrebbe prenotato! Abbiamo finito per aprire un concerto per gli A-Bones e i Maneaters e abbiamo distrutto il club!!! Il pubblico si è davvero divertito, quindi abbiamo deciso di continuare a suonare e abbiamo iniziato a scrivere le nostre cose. Ora per rispondere alla tua domanda (ah ah)…. Le mie tre principali influenze chitarristiche, in ordine, erano e sono Chuck Berry, Bo Diddley e Link Wray – i 3 ragazzi che hanno messo la chitarra rock ‘n’ roll sulla mappa!

In passato ti sei esibito anche con una sezione ritmica di musicisti italiani, potrebbe succedere di nuovo?
No, a meno che questo blocco senza fine scompaia! Ma sì, certo! Trovo che i musicisti italiani abbiano un’affinità con il rock ‘n’ roll americano. Non so perché ma sembrano capirlo meglio e quindi suonarlo meglio, diciamo, dei tedeschi… Penso forse perché gli italiani sono molto più emotivi di tante altre nazionalità! A proposito, ho appena ultimato un CD, “Rudi Protrudi & Friends” che può essere comprato tramite Aua Records (http://www.auashop.com) che consiste principalmente in me che suono con band italiane come gli Altri, Strange Flowers, Dome & The Diggers and The Preachers.

L’anno scorso i Fuzztones hanno compiuto 40 anni – celebrati con l’uscita dell’album “NYC” – cosa c’è in serbo per il futuro?
I Fuzztones pubblicheranno presto un nuovo EP di 6 canzoni su Cleopatra. Fondamentalmente consiste in canzoni che abbiamo suonato dal vivo negli ultimi 5 anni o più, ma non abbiamo mai avuto la possibilità di registrare. È praticamente tutto registrato e aspetta che lo mixi.

Eri molto vicino a Screamin Jay Hawkins – avete anche condiviso un tour con i Fuzztones – qual è il tuo primo ricordo di lui?
Non per sembrare scortese, ma ho raccontato la storia di averlo incontrato così tante volte che mi sembra ridondante rigurgitarlo di nuovo, ma se qualcuno vuole davvero saperlo, lo copro nella mia autobiografia. Quello che posso dire, che forse la maggior parte delle persone non sa, è che la formazione dei Lysergic Emanations ha fatto una brevissima reunion di due concerti nel sud Italia per gli Indian Bikers. Dopo di che Jay si è trasferito a LA dove vivevo e abbiamo riacceso la nostra amicizia. Poi si è trasferito in Francia. Siamo rimasti in contatto e quando il nostro disco, “Screamin ‘Jay Hawkins and The Fuzztones Live” è stato ripubblicato, abbiamo deciso di fare un tour europeo insieme, con noi che lo sostenevamo. Ne abbiamo discusso più volte alla settimana per telefono (quando viveva a Parigi) e nel frattempo è stato prenotato un tour della California. A un certo punto, mentre parlavo del tour, ho detto: “Sembra che succederà, se non succede niente …” e lui ha detto “Rudi, non morirò”. Quella è stata l’ultima cosa che mi ha detto. Morì pochi giorni dopo.

Dopo i libri ci sarà un documentario sui Fuzztones? Ho letto che era in lavorazione in una vecchia intervista, a volte è difficile trovare notizie su di voi nel web...
Sì, c’era un documentario in lavorazione – diverse volte, in effetti. Immagino che la prima volta che abbiamo iniziato a lavorarci seriamente sia stato intorno al 2003 o al 2004. Una ragazza greca ha filmato uno spettacolo e ha fatto tre interviste per un periodo di circa 3 anni e poi ha abbandonato il progetto.
Abbiamo incontrato un regista a Berlino nel 2013 che era interessato. Ha finito per filmare alcuni spettacoli, incluso il Festival Beat, dove avevamo ospite James Lowe (Electric Prunes). Abbiamo intervistato un sacco di persone interessanti che avevano, in vari modi, legami con la band: Kid Congo, Jim Jones, Phil May, Dick Taylor, Carmine Appice, Tav Falco, Jyrki dei 69 Eyes, Ira Elliot & Elan Portnoy, Craig Moore, Greg Prevost, Kim Kane e così via. Ad un certo punto il regista ha iniziato a sballarsi ed è diventato sempre meno affidabile. Ian Astbury è venuto in città e avevamo programmato di intervistarlo, ma il regista non si è mai presentato. Eravamo così incazzati che Lana lo ha licenziato. Ha tenuto tutto il film e voleva 10.000 dollari per questo, quindi abbiamo semplicemente detto “fanculo”.

Dopo una vita passata a suonare e diffondere il rock and roll, c’è ancora qualcuno con cui vorresti collaborare?
La maggior parte dei miei artisti preferiti sono morti. Ho già collaborato con molti dei ragazzi che ho davvero amato: Mark Lindsay (Paul Revere & The Raiders), James Lowe, Arthur Lee, Sky Saxon, Davie Allan, Craig Moore (Gonn), Question Mark, The Pretty Things e Screamin ‘Jay, ovviamente. Mi piacerebbe suonare con Jerry Lee Lewis o Iggy Pop. O Ronnie Spector o Mary Weiss, credo che sia tutto qui.

Con la mia prima band – quasi trent’anni fa – una delle prime cover che abbiamo suonato è stata “Ward 81” (“Lysergic Emanation” ha cambiato le nostre vite) per noi era qualcosa di nuovo e fresco come lo erano i Nirvana a quel tempo. È ancora possibile una nuova rivoluzione nel rock and roll?
Ne dubito. L’industria musicale è completamente gestita dagli Illuminati – e hanno un gusto davvero di merda nella musica. Ecco perché il rap dura da oltre 40 anni. Chi l’avrebbe mai immaginato? Da quello che vedo negli “artisti” di oggi (e uso il termine così liberamente!) Devi vendere la tua anima per far parte di quel club. No grazie!!!!!

A few days after the release of the reissue of the best of his instrumental combo “Link Protrudi and the Jaymen” – via the Italian label Go Down Records – we had a chat with the legendary frontman of the Fuzztones, Rudi Protrudi, who told us about his over 40 years on the rock’n’roll way

Hi Rudi, the reissue of your “Best of Link Protrudi & The Jaymen” has just come out. How did you meet the guys from Go Down Records?
Well, it was a long time ago, but I think I met Leo at his rock club, probably when the Jaymen played there. But to be honest, I’m not really sure. I’ve played a lot of places and met a lot of people in the 40 years The Fuzztones have been together!

You have always been a live band, how did you go through this period without gigs?
The whole pandemic thing couldn’t have come at a worse time for us! 2020 marked our 40 year anniversary and we had big plans. We were going to record a new album, release a book and do a lot of touring to promote them, as well as to celebrate. We did record the album (“NYC” on the Cleopatra label) and I did release the book – “As Times Gone” (The Lysergic Legacy of The Fuzztones), a 365 page photo history of the band’s 40 year career (available at www.fanproshop.de), but we only got to do one show in London before the lockdown. It’s been over a year since we last played, and by the look of things, I’m not to optimistic about the future of live gigs. I’ve been utilizing the “time off” to write new material – I have 12 new originals that I plan to record for my first “garage” solo album. I’ve done a few solo albums before but they’ve been Country or Blues.

For several years you’ve been living in Berlin, what did you find here compared to the States? Is it easier to play rock and roll in Europe?
Oh hell yes! We’ve always been way more popular in Europe – both The Fuzztones and the Jaymen – and I’ve wanted to move to Europe ever since I first came over and played a few shows with Lydia Lunch (Devil Dogs) in Italy in 1980. Europe is much more sophisticated then America, and appreciate American culture much more than Americans do! It was only natural that, if I wanted to make a living playing music, I could only do it here!

The band was born – almost by chance – as a tribute to a pioneer of the guitar like Link Wray, what are the other guitarists who have influenced you?
Well you’re right – it was by chance! We never intended the Jaymen to be a real band. Not at first anyways. See, the Fuzztones lost two key members in ’86 and the remaining members spent an entire year auditioning musicians – without much success! After the first month or so Deb O’ Nair (the original organist) quit right after we finally found Ira’s replacement, Mad Mike Czekaj. So for the next year it was Michael Jay, Mike and I auditioning about 10 people a week. We were paying for a rehearsal room in a place called The Music Building, which was a huge 12 story building near Times Square – a very sleazy area at the time. We inherited the room after Madonna moved out! Anyway, there were many times when people ended up not showing up for their scheduled audition, or maybe the audition didn’t go well and we ended early, leaving us a lot of time on our hands. So we started learning Link Wray songs to pass the time, and since we were only 3 pieces, it was the perfect material for us to really let loose on and still sound good. You have to remember that back in ’86, Link Wray was barely known, even in really hip circles, so a band that played nothing but Link songs was very off-the-wall! There were a lot of other garage bands who had rooms in the building as well: the Fleshtones, Vipers, Cheapskates, Headless Horsemen… The Outta Place and Tryfles shared our room. It was really common for various members of these bands to drop in to see what we were up to. We were amazed that everyone LOVED The Jaymen and vigorously encouraged us to play out. At the time there weren’t any instrumental bands playing, so we assumed no one would book us! We ended up getting a gig opening for the A-Bones and the Maneaters and tore the house down!!! The audience really ate it up, so we decided to keep gigging, and went about writing our own stuff. Now to answer your question (ha ha)…. My three main guitar influences, in order, were and are Chuck Berry, Bo Diddley and Link Wray – the 3 guys who put Rock ‘n’ Roll guitar on the map!

In the past you have also performed with a rhythm section of Italian musicians, could it happen again?
Not unless this endless lockdown goes away! But yeah, sure! I find Italian musicians seem to have an affinity for American Rock ‘n’ Roll. I don’t know why but they seem to understand it better and therefore play it better than, say, Germans… I think maybe because Italians are much more emotional than many other nationalities! By the way, I just complied a CD, “Rudi Protrudi & Friends” that can be obtained thru Aua Records (www.auashop.com) that consists mostly of me playing with Italian bands such as the Others, Strange Flowers, Dome & The Diggers and The Preachers.

Last year the Fuzztones turned 40 – celebrated with the great release of the NYC album – what’s in store for the future? 
The Fuzztones will be releasing a new 6 song EP soon on Cleopatra. It basically consists of songs we’ve been playing live for the last 5 years or more, but had never had the chance to record. It’s basically all recorded and waiting for me to mix it.

You were very close to Screamin Jay Hawkins – also shared a tour with The Fuzztones – what is your earliest memory of him?
Not to sound rude, but I’ve told the story of meeting him so many times I feel it’s redundant to regurgitate it again, but if anyone really wants to know I cover it in my autobiography. What I can say, that maybe most people don’t know, is that the Lysergic Emanations line-up did a very short two gig reunion in Southern Italy for the Indian Bikers. After that Jay moved to LA where I was now living, and we rekindled our friendship. Then he moved to France. We stayed in touch and when our record, “Screamin’ Jay Hawkins and The Fuzztones Live” was re-released, we decided to do a European tour together, with us backing him. We discussed it several times a week by phone (he now lived in Paris) and in the meantime a tour of California was booked. At one point while talking of the tour, I said, “It looks like it’s gonna happen, if nothing comes up…” and he said “Rudi, I ain’t gonna die.” That was the last thing he said to me. He died a few days later.

After the books will there be a documentary about the Fuzztones? I read it was in the works in an old interview, sometimes it’s hard to find news about you on the web

Yeah, there was a documentary in the works – several times, as a matter of fact. I guess the first time we started working seriously on it was around 2003 or 2004. A Greek chick filmed a show and did three interviews over a period of about 3 years and then abandoned the project. 

We met a filmer in Berlin in 2013 who was interested. He ended up filming a few shows, including Festival Beat where we had James Lowe (Electric Prunes) guest. We interviewed loads of interesting people who had, in various ways, connections to the band: Kid Congo, Jim Jones, Phil May, Dick Taylor, Carmine Appice, Tav Falco, Jyrki from 69 Eyes, Ira Elliot & Elan Portnoy, Craig Moore,Greg Prevost, Kim Kane, and so on. At some point the filmer started getting into getting stoned and became less and less reliable. Ian Astbury came to town and we planned to interview him – but the filmer never showed up. We were so pissed off that Lana fired him. He kept all the film and wanted 10 grand for it, so we just said “fuck it.”

After a lifetime of playing and spreading rock and roll, is there still someone you would like to collaborate with?
Most of my favorite artists are dead. I’ve already collaborated with a lot of the guys who I really dug – Mark Lindsay (Paul Revere & The Raiders), James Lowe, Arthur Lee, Sky Saxon, Davie Allan, Craig Moore (Gonn), Question Mark, The Pretty Things, and Screamin’ Jay, of course. I’d like to play with Jerry Lee Lewis or Iggy Pop. Or Ronnie Spector or Mary Weiss – I guess that’s about it.

With my first band – almost thirty years ago – one of the first covers we played was Ward 81 (Lysergic Emanation changed our lives) for us it was something new and fresh as Nirvana was at that time. Is a new revolution in rock and roll still possible?
I kinda doubt it. The music industry is completely run by the Illuminati – and they have really shitty taste in music. That’s why Rap has lasted over 40 years. Who would’ve imagined? From what I see in today’s “artists” (and I use the term SO loosely!) you have to sell your soul to be part of that club. No thanks!!!!!