The Pilgrim – Un ritorno tra terra e cielo

A poco più di un anno di distanza dal primo album, abbiamo raggiunto Gabriele Fiori per parlare del nuovo dei The Pilgrim, “.​.​.​From The Earth To The Sky And Back(Heavy Pysch Sounds Records), progetto più intimista e folk oriented del deus ex machina dei Black Rainbows.

Deep Valley Blues – Tramonti e sabbia

A pochi mesi dall’uscita del full length d’esordio “Demonic Sunset” con Volcano Records, abbiamo raggiunto i Calabresi Deep Valley Blues, che ci raccontano i loro progetti passati e futuri nella scena stoner rock della Penisola e non solo.

Ciao Giando (basso e voce) come stai? Il vostro disco “Demonic Sunset” è uscito ormai da un bel po’ di mesi, siete soddisfatti dei riscontri che sta ottenendo?
Ciao Paolo, grazie per la tua disponibilità! Ci sentiamo veramente in forma, soprattutto a livello artistico. “Demonic Sunset” è uscito da un po’ di mesi e purtroppo a causa dell’emergenza covid non è stato promosso come si deve. Siamo contenti dei feedback positivi ottenuti, soprattutto al di fuori del nostro paese, ma secondo noi il disco non ha ottenuto la giusta esposizione, sarà il nostro piccolo grande rimpianto.

È cambiato il vostro approccio rispetto all’Ep d’esordio? Ho letto che in quell’occasione avete registrato in presa diretta…
Sì, assolutamente. L’ep è stato quasi un esperimento, finalizzato a testare la line up e i brani che avevamo composto fino a quel momento. C’è da dire che Francesco Merante del Black Horse Studio  con una registrazione “atipica” fece comunque un ottimo lavoro di post-produzione . Registrare in studio l’album fu un passo necessario per il progetto.

In che maniera la Volcano Records supporta il vostro lavoro? Oggi tra digital music e altro il ruolo delle etichette underground è molto cambiato, cosa ne pensi in merito?
La nostra collaborazione con la Volcano Records è giunta a termine con la scadenza del contratto ad Aprile. A mio parere le etichette indipendenti attualmente si muovono attorno a dei termini contrattuali, per questo motivo spesso possono essere limitanti per lo stesso artista che potrebbe ottenere lo stesso risultato, se non addirittura maggiore, attraverso un’autoproduzione. I servizi proposti da un’etichetta a somme onerose, possono essere svolti dalla stessa band con un minimo di impegno in più e con una riduzione dei costi. Nel panorama italico, comunque, ci sono etichette molto valide nell’underground, che svolgono un ottimo lavoro di promozione e produzione. Quello che manca rispetto ad altre label straniere è, direi giustamente, il rischio di puntare su gruppi che non possono presentarsi sin da subito come una realtà affermata. Per quanto riguarda il discorso della digital music, non credo che vi sia stata una involuzione, come molti puristi magari credono, semplicemente è più facile reperire materiale dell’artista online grazie alle piattaforme streaming che possono dare un “saggio” di quello che si andrà ad ascoltare. Il vero appassionato di musica comprerà sempre e comunque il disco fisico.

Come vi rapportate con la scena attuale e soprattutto nel vostro territorio?
Nella scena italiana, ci sono moltissime band capaci e tutte meritano il giusto spazio, ogni gruppo deve pensare di essere una goccia nell’oceano e non di avere qualcosa di più rispetto alle altre. La giusta opportunità in un dato momento può fare la differenza, non tanto la bravura del gruppo in sè. Anche le varie associazioni e locali, che con coraggio organizzano rassegne musicali rock e metal, meritano la giusta attenzione perchè possono creare un movimento da cui possono fuoriuscire gruppi interessanti oppure dedicarsi all’organizzazione di festival musicali con nomi internazionali, mi viene in mente il Frantic ad esempio. Posso dire con piacere di appartenere a una realtà regionale molto variegata, le scene provinciali meriterebbero un discorso a parte, perchè andrebbero scoperte poco per volta. Sono scene musicali in cui ci conosciamo tutti e in cui ci sosteniamo a vicenda, eccetto rari casi. Catanzaro per noi è stata una vera rivelazione, siamo sempre molto contenti di suonare nella nostra zona. Quello che non ci agevola rispetto ad altre regioni è la mobilità, per cui per partecipare ad un concerto nella provincia di Cosenza bisogna fare fino a tre ore di macchina, stessa cosa per la scena reggina, ed anche Catanzaro può  essere difficilmente raggiungibile dalle altre province.

Riuscite (o riuscivate visto il periodo) a suonare live con regolarità?
Organizzare date è sempre difficile, ma comunque riuscivamo a suonare regolarmente. Purtroppo la situazione covid ha bloccato tutto, alcune date fuori regione sono saltate e sarà difficile riprendere. Speriamo che passi presto questo periodo.

Cosa ne pensate dei concerti live in streaming? È pronto il pubblico a dover pagare per un live di una band non “famosa” su un piccolo schermo? 
I live streaming possono aiutare a mantenere vivo l’interesse verso le band, è una cosa simpatica che si può fare una volta ogni tanto, ma secondo me il pubblico non è pronto a pagare per un’esibizione in streaming di una realtà proveniente dall’underground. Vi è difficoltà a portare un’audience pagante a un concerto in un locale, figuriamoci in streaming.

Quanto è importante il Blues nei Deep Valley Blues?
Il blues è quello su cui si regge la nostra musica. Abbiamo tutti influenze diverse che vanno dal metal al folk rock, ma la costante che ci lega è il blues, è più importante dello stoner stesso perché ha dato vita a tutto, e ogni brano che componiamo si costruisce principalmente su quello.

Che tipo di band, se ci sono, oltre quelle della scena stoner rock, hanno ispirato il vostro sound?
Sicuramente il primo nome che mi sento di fare è quello dei Black Sabbath nonostante sia il germe che ha dato vita allo stoner. Subito dopo vi sono i Motorhead, i grandi del blues del Delta del Mississipi, i Grandfunk Railroad, i Creedence Clearwater Revival e gli Allman Brothers.

Che ne pensate dello stato attuale dello stoner rock e affini anche a livello internazionale? Ci sono band che in qualche modo potrebbero aggiungere – e non è detto che sia un bene – un ché di novità al genere?
A volte penso che lo stoner abbia perso quell’attitudine primaria con cui era nato. Si sta tentando di farlo rientrare in dei parametri e a dare una definizione agli stessi, quando lo stoner invece nasceva con un’attitudine più istintiva… un misto di blues, psichedelia, velocità e pesantezza. I deserti californiani poi hanno aiutato a creare quelle atmosfere che tanto amiamo ma che non sono replicabili. Mi dispiace vedere artisti che tentano di imitare il sound di band che hanno dato vita a questo movimento. Bisognerebbe rischiare di più e non di apparire come una “cover band” dei Kyuss o degli Sleep. È necessario introdurre novità, sbagliare se possibile, rientrare anche in un altro genere, generare uno straniamento nell’ascoltatore, farlo incuriosire, solo a quel punto si potrà far sopravvivere questo “movimento” e a farlo evolvere.

State già lavorando a del nuovo materiale?
Sì, abbiamo iniziato le pre produzioni del nuovo disco. Non potendo ancora suonare live ci siamo chiusi in sala prove a lavorare sui nuovi brani. Stiamo prendendo contatti anche per quanto riguarda la distribuzione. Sarà un disco un po’ diverso dal precedente, mi cimenterò anche in un brano cantato in italiano. Stiamo tentando di migliorare sia come gruppo che come singoli e di avere un approccio più professionale, in modo da poter dare il meglio nelle nostre composizioni.

Siete liberi di chiudere come volete la chiacchierata.
Un grazie a te Paolo per averci dedicato il tuo tempo ed un saluto a nome di tutti i Deep Valley Blues ai lettori del Raglio del Mulo. Piccola comunicazione: da poco siamo tornati su tutte le piattaforme streaming quindi potete trovarci su Spotify, Itunes, Amazon music, ma anche su Youtube e Bandcamp. Ovviamente siamo su facebook e instagram dove potete trovare ogni aggiornamento riguardante la band!

Timoria – Sul treno magico di Omar

Partiti con l’intenzione di vederci solo un bel concerto, grazie ad alcune fortunate coincidenze, siamo riusciti a fare una bella chiacchierata con Omar Pedrini, deus ex machina dei Timoria. Questa volta è stato tutto perfetto, infatti Omar ci ha voluto ricevere nell’albergo dove il gruppo alloggiava chiedendo espressamente ai suoi collaboratori di far passare solo noi e nessun altro, rimandando indietro qualsiasi giornalista! Grandioso! Così, prima del live, il mio collega Roberto ed io ci siamo armati fino ai denti per affrontare questa nuova intervista, l’ultima forse di questa estate così fruttuosa. Arrivato Omar siamo subito partiti a raffica con le domande:

Paolo: Il gruppo degli anni 70 che maggiormente ti ha influenzato?
Omar: Sicuramente a livello internazionale sono due: Pink Floyd e The Who; poi in Italia la PFM e tutte le band del prog minore partendo dai Dick Dick, che erano allora ancor post-beat, arrivando al Banco Del Mutuo Soccorso passando per i Trip a Il Rovescio della Medaglia e soprattutto gli Area.

P: Cosa pensi del panorama della musica italiana, soprattutto dei gruppi che cominciano cantando in italiano?
O: Mah, diciamo che oggi non mi dispiace. Quando abbiamo cominciato tutti cantavano in inglese, per noi è stato giusto dare un significato italiano alla nostra musica, sottolineare il nostro orgoglio di essere italiani. Infatti, il nostro simbolo era la bandiera italiana fatta a cerchio come quella degli Who dall’aviazione inglese. Se dovessi cominciare nuovamente oggi, ammetto che fare italiano o in inglese sarebbe la stessa cosa. Poi io dentro di me ho l’anima del cantautore, quindi ci tengo che i miei testi vengano compresi a fondo. Dieci anni fa l’inglese non lo capiva nessuno, ora invece lo si impara alle elementari, mio figlio lo studia in seconda. Quindi penso che i tempi siano maturi anche per cantare in inglese, non farei più la distinzione che sentivo fortemente tempo fa. Poi è chiaro che se uno ha un forte istinto poetico, come me, sente la necessità di cantare in italiano. Se avessi una band dove mi interessa solo la musica, il feeling o il sound, canterei inglese; se invece dovessi fare cose mie cantautorali canterei in Italiano. Poi l’italiano è una lingua così generosa nella poesia e nella letteratura e rispetto all’inglese ti dà il 200% per la ricchezza di vocaboli, verbi, congiunzioni, non a caso deriva dal latino e dal greco. Timoria è una parola greca. Le radici sono le cose a cui tengo maggiormente.

P: A distanza di anni dal vostro debutto con San Remo come è stato il vostro ritorno?
O: Oh, il primo anno è stata una follia e anche una provocazione perché siamo stati il primo gruppo underground che è andato lì. Fu uno scandalo “I Timoria a San Remo hanno tradito il movimento!”, e noi invece abbiamo detto che sino a quando nessuno va là il rock italiano rimarrà un mondo di poveri, un ghetto! Noi andiamo lì e sentite la canzone che portiamo! Partecipammo con un brano tra i più difficili del nostro repertorio “L’Uomo Che Ride”, quindi poi tutti quanti ci hanno detto bravi, avete fatto bene e si è cominciato a parlare di noi, dei Litfiba, dei Diaframma, dei De Novo; i CCCP, che erano più vecchi di noi, che eravamo ragazzini. Abbiamo avuto la fortuna di fare il nostro primo album a 18 anni però anagraficamente come band siamo tra i più vecchi. Quest’anno invece a San Remo ci siamo andati in maniera calcolata più che altro non per la musica ma per far parlare di questo film, “Un Aldo Qualunque”, fatto con pochi soldi e molta energia e adesso c’è attesa, perché uscirà ad Ottobre, credo che lo debbano anche a noi.

P: Per quanto riguarda il futuro, come mai non avete ancora pubblicato un album live?
O: Vogliamo farlo quest’anno! Stiamo registrando tutto il tour e penso che uscirà a febbraio 2003. Il primo dopo 12 anni di storia!

P: Adesso, dopo un periodo di solisti, si sta assistendo a un ritorno in auge delle band Italiane: Afterhours, Timoria, Subsonica, Bluvertigo, Marlene Kuntz ecc. E’ un fenomeno che potrà durare o...
O: Per fortuna! Mah, guarda secondo me non c’è volontà nei media di far durare questo movimento! Ogni anno vedo arrivare i soliti gruppi dell’estate che scompaiono inesorabilmente. I Timoria durano perché credo che ci sia una grande volontà e serietà di fondo per quanto riguarda il nostro modo di lavorare. Investiamo molto su noi stessi. La colpa di tutto questo è dei giornalisti e delle case discografiche che sono abituate a lavorare sui singoli cantanti perché sono più facili da sfruttare. La band invece va curata, fatta crescere. Sai ogni volta che il gruppo si muove si è sempre in cinque o in otto, quindi viaggio, cena per almeno cinque, mentre con il cantante si spende solo un quinto. Poi una bella voce in Italia è più importante di un bel sound, mentre all’estero è il contrario. I giornalisti invece non hanno il coraggio di dedicare una bella copertina, ad esempio, ai Subsonica, ai Timoria, ai Bluvertigo (pace all’anima loro) a gruppi che hanno lavorato seriamente contribuendo notevolmente alla musica italiana. E invece la danno ancora a Britti, a Ligabue (che non se ne può più) a Jovanotti e a tutta sta gente. Invece il giornalista dovrebbe avere il potere di dire “non me ne frega dei tuoi 100 milioni e dedicare una bella copertina ai Subsonica perché fanno ogni volta 6000 persone ad ogni concerto ed hanno vinto due dischi d’oro, com’è successo ai Timoria, com’è successo a tutti i gruppi che hai citato tu. Io invito i nostri fans a scrivere lettere di protesta a MUSICA! Di Repubblica, al Corriere della Sera, alle riviste del settore che mettono sempre quei cazzi di gruppi inglesi o americani o comunque stranieri in copertina! C’è una realtà forte che fanno finta di non vedere e cosa aspettano che abbiamo quarant’anni per far parlare di noi che tra un po’ andiamo in pensione. Fortuna che c’è MTV o Radio DEEJAY che ogni tanto ti passa qualcuno di diverso, che poi anche loro ti trasmettono Ligabue venti volte al giorno ma bene o male MTV fa vedere un po’ tutti. Ma al telegiornale non sentirai mai parlare dei Subsonica o dei Timoria.

P:…o del Tora Tora!
O: Esatto che è una bellissima iniziativa!

P: E’ strano perché poi tutti questi gruppi non vanno mai in classifica ma i loro concerti sono seguitissimi...
O: Vero! Comunque vendono buone cifre, perché siamo tutti noi Afterhours, Subsonica. Non si può far finta di niente sarebbero quasi da denunciare. Mi parlano di altri che tutto sommato non è che vendano più di noi. Poi ci sono i fenomeni come Jovanotti e Ligabue che ormai hanno tutto in mano, è questione di denaro e di dollaroni sganciati.

Roberto: Mah, quando ho intervistato Manuel Agnelli, quest’ultimo ha accennato che sino a quando ci sarà nel mercato troppa musica di scarsa qualità non si considererà mai, come si dovrebbe, quella di valore…
O: Credo che Manuel sia stato un po’ drastico, lui secondo me vuole anche provocare. Però nel mondo del rock italiano ci sono almeno una decina di gruppi artisticamente importanti, almeno otto gruppi di qualità internazionale, seguiamo quelli. Certo, poi ogni anno le case discografiche fanno uscire quelle band di merda con le loro belle faccine che durano una stagione. Il suo Tora Tora!, di cui ha parlato prima, ospita almeno venti gruppi e sono tutti di qualità, io sono andato a vederli e posso confermarlo. Ha fatto un’ottima selezione Manuel. E’ chiaro i gruppi si possono sforzare sempre di più, ho visto i dischi di C.S.I. bellissimi che hanno venduto 10.000 e le copertine non le hanno avute, le radio non lo hanno mandato, allora dov’è la verità? “El Top Grand Hotel”, del quale un giornalista francese ha scritto che stato uno tra i più bei dischi europei del 2001 e che in Italia ha venduto 50.000 copie, ha preso il disco d’oro ma secondo me avrebbe dovuto vendere 300.000 copie se Ligabue ne vende 500.000, lo sforzo lo abbiamo fatto: c’è Ferlinghetti, che è l’ultimo poeta della Beat Generation. Il disco degli Afterhours ha venduto 30-40.000 copie, e non è un bel disco? Il problema è creare il mercato, poi la gente li compri questi dischi. Invece chi acquista non è il pubblico rock ma quello delle ragazzine! Questa è la verità. Le ragazzine non sanno cos’è il clandestino e dicono al loro papà di andarlo a comprare. Perché il pubblico rock spesso non ha i soldi: il rockettaro è difficile che stia bene economicamente, c’è da dire anche questo, non compra e così facciamo la fame. Noi durante i tour facciamo il pieno, 200.000 persone, Manuel fa il pieno e i Subsonica fanno quello che io e Manuel Agnelli facciamo durante i nostri concerti. E allora dove sono i dischi dei ragazzi che vengono a cantare le nostre canzoni?

P: Infine una domanda culinaria, cosa ne pensi della cucina pugliese…
O: Oh io la Puglia ce l’ho nel cuore, qui vicino a Locorotondo abbiamo tenuto il nostro primo concerto fuori dalla Lombardia. Gli amici mi hanno dedicato un trullo a Locorotondo, che il mio posto del cuore. Quindi conosco tutto quello che concerne la cucina, dei vostri rossi, alle cime di rapa, ai formaggi. Oggi ci sono anche i ragazzi di Locorotondo, la nostra amicizia antica!

Paolo Ormas (in collaborazione con Roberto Pellegrini)

Intervista originariamente pubblicata nel 2002 dalla fanzine cartacea The Vox nel numero di Settembre.