Stefano Panunzi – Oltre l’illusione

“Beyond the Illusion” è il nuovo lavoro del tastierista Stefano Panunzi, musicista romano attivo in proprio ormai da più di un decennio. Nel suo terzo album solista (distribuito da Burning Shed / Metaversus PR) è accompagnato da artisti di fama internazionale tra cui spiccano i nomi di Tim Bowness (No-Man) e Gavin Harrison (Porcupine Tree, King Crimson e tanti altri). “Beyond the Illusion” è un collage lunatico di influenze progressive: un’opera che affonda le sue radici tra l’art rock (con una dedica al compianto Mick Karn dei Japan che suonò nei primi due album solisti di Panunzi), l’ambient jazz e l’alternative rock.

Salve Stefano, i miei complimenti per il tuo nuovo disco. In “Beyond the Illusion” sei circondato da numerosi – e direi prestigiosi – ospiti, è stato difficile riuscire a coinvolgerli e soprattutto a coordinare il tutto nella lavorazione dell’album?
Non ho avuto difficoltà a coinvolgere gli artisti presenti nell’album, anzi, devo dire che c’è stata una bella coesione e un grande entusiasmo da parte loro. Inizialmente pensavo che Tim Bowness potesse cantare in tutti i brani scritti in forma canzone, ma per una serie di sue ragioni personali, alla fine, ha cantato solo su “I Go Deeper” però mi ha proposto alcuni cantanti in alternativa, tra cui Grice, che contattato, ha aderito al mio progetto e alla scrittura di tre tracce. A parte Grice, conoscenza dell’ultimo momento, tutti gli artisti partecipanti sono conoscenze di lunga data, Tim Bowness e Gavin Harrison, tanto per citarne un paio, appaiono già sui miei album dal 2005!

Ho trovato molte affinità nel sound con i primi lavori dei Porcupine Tree (soprattutto nei brani strumentali) e No Man, quali sono le tue influenze?
Probabilmente ci sono atmosfere dei Porcupine Tree, nelle quali mi ci ritrovo, ma non ho mai pensato a loro quando le ho composte, ci sono delle strade che si intraprendono, e che in molti prendiamo perché è il genere che ci piace, è l’uso degli strumenti e delle ritmiche che ci esaltano, che ci intrigano, a volte si creano delle somiglianze, a volte no. Se somiglianze ci sono, sono casualità. Anche per quanto riguarda i No Man, ho letto un commento lasciatomi su YouTube in merito al video “The Portrait”, dove appunto si alludeva alla somiglianza con la band del duo Bowness/Wilson, ebbene, a me sembrano di più i Talk Talk!

Ci sarà modo – a emergenza pandemica conclusa – di vederti dal vivo magari accompagnato da qualche ospite del disco?
Non credo. Fino ad oggi, i miei progetti e i miei orientamenti sono stati rivolti solo alla realizzazione di album, e credo che questa sarà la strada anche per il futuro.

Nei tuoi lavori ci sono sia brani strumentali che cantati, è una decisione che prendi a priori quando componi un brano o è un qualcosa che viene sviluppato più avanti nella composizione?
La nascita di un brano strumentale o di una canzone non è sempre programmata, a volte è casuale. Parto con un’idea, una serie di accordi, una ritmica e pian piano che cresce realizzo se può tramutarsi in una canzone o rimanere strumentale, cerco di percepire il mood del fluido musicale, se l’atmosfera si adatta ad un cantante, se il giro d’accordi può essere funzionale ad un cantato, mi immagino un po’ il suo futuro…

Ho notato una particolare cura nelle grafiche (e nel packaging), ce ne vuoi parlare?
Trovo importante “incorniciare” le musiche e i testi in un packaging “giusto”, fatto di immagini, di colori e di trame grafiche adatte allo spirito e al sentimento dell’album. Per quanto riguarda “Beyond The Illusion”, ho avuto la collaborazione e il contributo artistico dell’inglese Stephen Dean Wells. Casualmente vidi delle elaborazioni grafico-digitali da lui fatte e mi impressionò perché rispecchiavano quel modo di vedere un po’ velato della realtà che sento mio, quella visione e percezione tra il sogno e la realtà. Mi piace quando l’arte è bellezza, non solo per la sua essenza, la sua intrinsecità, ma perché permette di aggiungere a chi la fruisce qualcosa di proprio, e apre porte su mondi infiniti di sensazioni e creatività.

La traccia “I Go Deeper” è cantata da Tim Bowness dei No Man, in che maniera sei venuto a contatto con lui e come mai la scelta di inserire il brano in versioni differenti dei vostri rispettivi album?
Conosco Tim da più di quindici anni, con lui ho avuto diverse collaborazioni, sia per i miei album come solista e sia per i progetti Fjieri, ma con lui anche anche altri grandi musicisti come Richard Barbieri, Gavin Harrison, Mick Karn (r.i.p.), Theo Travis, Robby Aceto, ecc. ecc. Lo contattai proprio per proporgli questo brano perché lo scrissi su invito della produzione del cortometraggio “Deep”, poi vincitore del 73esimo Film Festival Internazionale di Salerno. Tim fu entusiasta di partecipare e colse l’occasione di utilizzarlo, sotto altro arrangiamento, perché sentiva che mancava qualcosa di “fresco” all’album che stava realizzando in quel momento, cioè “Flowers At Scene”, così lo riarrangiò, lo fece missare da Steven Wilson e concluse felicemente quel suo progetto discografico. 

I tuoi lavori sono frutto di una ricerca musicale che raramente troviamo nella musica attuale, in che maniera pensi di collocarti nella scena odierna e c’è un futuro per il pop (per dare una definizione il più ampia possibile) di qualità?
Amo utilizzare quelle sonorità che già ascoltandole aprono praterie di sensazioni (ricordi il discorso sopra che feci sull’arte e della sua importanza a coinvolgerti con l’immaginazione?). Devo dire che crescendo con pane e Japan, british band del (mio) passato, qualche semino è stato depositato nella mia sfera creativa ed emozionale, e ringrazio di buon cuore Richard Barbieri (con lui ho una conoscenza personale quasi trentennale) per la ricerca di sonorità che sempre lo ha contraddistinto. Credo oramai che in un ambito musicale di nicchia un mio posticino, dopo 15 anni, lo abbia conquistato, non mi sento di appartenere ad un genere vero e proprio, spazio in quelle latitudini dove il senso estetico, la ricerca del suono, la melodia e lo schivare la banalità provano ad affacciarsi e a coesistere. Mi chiedi del futuro del pop? Io mi autoproduco, con sforzi porto vanti il mio mo(n)do di pensare e di creare, non devo rendere conto a nessuno. Più che altro, in una visione generale e di prospettiva, ci sarà il futuro per la musica indipendente? Non schiava di contest televisivi che alla fine creano cloni e schiavi di target mercificati e di edonismo?

A quali progetti stai lavorando in questo momento?
Ho messo in cantiere già diversi brani per il mio prossimo (quarto) album, sto contattando gli artisti ai quali affidare alcune sezioni strumentali e sto valutando quali cantanti coinvolgere nel progetto. Vorrei inserire nel futuro album anche dei piccoli racconti che accompagneranno l’ascoltatore nel nuovo percorso musicale. Insomma c’è da lavorare, ma sono molto fiducioso nella buona realizzazione di qualcosa di piacevole.

Turangalila – Tra liquidi e spigoli

I pugliesi Turangalila, al loro esordio con “Cargo Cult” – uscito il 14 maggio per la Private Room Records / Doppio Clic Promotions – sono una delle realtà musicali più interessanti della nuova scena heavy-psych/post-rock tricolore. Sette tracce che meritano un ascolto approfondito per un sound che riporta a band come Godspeed You! Black Emperor, Neurosis, Flaming Lips. Un debutto decisamente di spessore ed una libertà compositiva che lascia presagire un futuro luminoso e intrigante.

Ciao ragazzi e benvenuti su Il Raglio Del Mulo, il vostro esordio è uscito in tempi relativamente brevi e con già diverse esperienze alle spalle, come siete arrivati ai sette brani che compongono “Cargo Cult”?
Ciao Paolo, ti ringraziamo di ospitarci su Il Raglio del Mulo per parlare del nostro disco d’esordio. Potrebbe sembrare prematuro pubblicare un disco d’esordio dopo due soli anni di attività, infatti i nostri progetti per il 2020 erano altri inizialmente. Nel momento in cui ci siamo visti costretti a rinunciare per un tempo indefinito all’attività live e alla composizione abbiamo deciso di dedicarci totalmente alla produzione del disco.

Leggo nella cartella stampa che avete sonorizzato una pietra miliare del cinema muto “Il Gabinetto del Dottor Caligari”, com’è stato cimentarsi – e la vostra musica si presta perfettamente a questo tipo di esperimenti – con il mondo delle sonorizzazioni che è diventato quasi un genere a sé stante?
Nell’estate del 2019 ci è stata data la possibilità di prendere parte assieme ad artisti dediti a questi esperimenti, come Caterina Palazzi/Zaleska, a una maratona di sonorizzazioni dal vivo di capolavori del cinema muto all’interno del Distorsioni Sonore Festival. Abbiamo colto l’occasione per affrontare il capolavoro espressionista per eccellenza. E’ stata un’esperienza che ci ha aiutato molto a dare varietà al metodo compositivo, a uscire dagli schemi e migliorarci ad esempio sull’organizzazione temporale di lunghi flussi sonori cangianti.

Le vostre composizioni alternano momenti strumentali ad altri quasi “sinfonici” se mi passate il termine, in che maniera coniugate queste differenti anime nella band?
Il processo di composizione e arrangiamento è molto fluido e naturale, raramente ben ragionato. Tutto il lavoro è comunitario e mette insieme naturalmente i gusti e le capacità musicali di ognuno di noi. Quando realizziamo musica cerchiamo innanzitutto di offrire un immaginario sonoro senza pregiudizi su un determinato stile e di sfruttare al massimo il potenziale espressivo della musica.


Vi ponete esattamente nel mezzo tra il post-rock/metal più ragionato e l’heavy psych che è un genere più groovy, siete consapevoli che spesso l’essere poco catalogabili – e quindi molto personali – può essere un’arma a doppio taglio?
Ne siamo consapevoli, ma la nostra ricerca si pone come obiettivi sfuggire il più possibile a una facile catalogazione e indagare la musica tutta come linguaggio universale della comunicazione astratta, pur partendo da un organico tipicamente “rock” cercando di trarre ispirazioni dalle più disparate esperienze musicali, dal post rock, al noise, al doom passando per la musica contemporanea, il math, il prog, senza porci il pregiudizio di chiuderci in un particolare genere.

I vostri titoli – il nome stesso della band in sanscrito – e le parti testuali sono ricche di citazioni
molto ricercate, chi di voi si occupa di questi aspetti?

Il nome è un tributo alla carica mistico-visionaria delle composizioni di Olivier Messiaen. Riguardo
l’immaginario e le citazioni presenti nel disco abbiamo costruito un concept attorno a un input dato
dal nostro batterista Giovanni, il quale ha anche realizzato le fotografie usate per il singolo di Tone
le Rec e il disco. Per chi non lo sapesse i cargo cult sono delle “religioni” spontanee, nate durante
la seconda guerra mondiale, tra gli aborigeni che abitavano alcune sperdute isolette nell’Oceano Pacifico. L’esercito americano, in quegli anni, occupava queste isolette per usarle come base logistica, e gli abitanti, che non avevano mai visto un aereo, né una nave mercantile (“cargo”), né tantomeno un uomo bianco, pensarono che quelle entità fossero delle divinità e cominciarono ad adorarli, anche perché questi “dei” davano loro ogni tanto provviste e indumenti, mentre nel frattempo violentavano l’ecosistema dei loro luoghi e massacravano altri popoli. La solita storia dell’occidente che prima ti bombarda e poi ti dà un cerotto. Questa storia dei cargo cult ci aveva colpito e ce l’avevamo in testa da molto. Poi, nella nostra analisi, e nei testi, in realtà partiamo da lì per poi analizzare tutte le altri fedi, o meglio: l’irrazionalità che è alla base, prerogativa necessaria per ogni fede. Credere è sempre, in qualche misura, non pensare e affidarsi all’ignoto. E questa non è necessariamente una cosa brutta o sbagliata. Anzi, evviva l’irrazionalità, evviva il lato illogico
di ognuno di noi. La genuinità infantile dell’atto involontario di credere in qualcosa è bellissima e
poetica. “Cargo Cult” parla di questo.

Che cosa state ascoltando in questo periodo, quali sono le vostre maggiori influenze?
Quest’anno abbiamo quasi tutti noi ascoltato e adorato le nuove uscite di progetti quali Black Country, New Road, Pom Poko, Big Brave, GY!BE, Black Midi e Parannoul.


Cosa offre Bari e la Puglia in genere ad una band come la vostra?
Purtroppo molto poco. Negli ultimi anni qualcosa è migliorato, ma ci sono tante realtà fondamentali per band come la nostra che sono sparite, o stanno sparendo. Per fortuna ci sono tante piccole nicchie sparse da scoprire, con le quali interagire e cercare di far rete.


Augurandoci di vedervi dal vivo il prima possibile, che progetti avete nell’immediato?
Al momento siamo felicissimi di tornare a suonare dal vivo il 12 Giugno a Bari con i nostri amici Zolfo. Ci auguriamo possa essere la prima di tante altre date per promuovere il nostro album e, magari, testare alcuni dei nuovi brani ai quali stiamo lavorando. C’è anche un video in preparazione al momento. Si tratta di un cortometraggio di 20 minuti costruito sulla suite finale del disco (“Cargo Cult”, “Cargo Cult Coda” e “Die Anderen”) che approfondisce l’immaginario del concept. Molto presto sarà pronto!

Gentle Sofa Diver – Fuori dall’acquario

“Off The Fish Tank” è l’album d’esordio di Gentle Sofa Diver, progetto alternative post-rock del polistrumentista pesarese Nicolò Baiocchi uscito il 21 maggio per la milanese Non Ti Seguo Records / Doppio Clic Promotions. Un nuovo progetto che evoca certe atmosfere anni ’90, ma con una decisa impronta melodica e personale, memore tanto dei Sonic Youth quanto dei Bark Psychosis, con le chitarre sempre in primo piano.

Ciao Nicolò, sei arrivato al tuo esordio come “Gentle Sofa Diver” da pochissimi giorni, in effetti dietro il moniker da band ci sei solo tu, è stato difficile fare praticamente tutto da solo?
“Difficile” probabilmente non è il termine più adatto, direi piuttosto che è stato lungo: suonare da solo ti impedisce di entrare in sala prove ed improvvisare con gli altri musicisti e “vedere cosa esce fuori”; sono stato costretto a costruire i brani partendo da uno strumento alla volta, generalmente la chitarra, e ad aiutarmi con mille registrazioni e loop. Questo ha reso il processo compositivo abbastanza lungo. D’altro canto il vantaggio è quello di non avere un confronto diretto con gli altri membri e di poter dare libero sfogo alla propria fantasia e alle proprie intuizioni senza dover sottostare alle idee di nessun altro, pagando lo scotto di dover affrontare in prima persona gli eventuali blocchi creativi che si presentano durante la scrittura dei brani.

Con i FAT, la tua prima esperienza da musicista, esploravate le stesse sonorità?
Sicuramente anche con i FAT si attingeva dall’immenso calderone degli anni 90, anche se ci sono un po’ di differenze: prima di tutto con i FAT si era privilegiato il canto in italiano, mentre a livello strumentale c’erano meno influenze puramente ambient e post rock che sono invece presenti in modo massiccio in !Off The Fish Tank!, il mio album d’esordio.

Come hai in mente di presentare i brani dal vivo?
Per il momento la dimensione live è ancora in fase di studio, nel breve periodo è probabile che presenterò i brani in una chiave più intima, arrangiandoli unicamente con chitarra e voce e facendo affidamento su effetti e looper. In futuro mi piacerebbe circondarmi di qualche musicista e portare in giro il mio disco così come lo sentite cercando di snaturarne il suono il meno possibile.

Il disco è frutto come tu stesso dici nella biografia dei tuoi lunghi ascolti soprattutto della scena post-rock e alternative degli anni 80/90 anche se non sei ancora nemmeno trentenne, cosa ti ha attratto di questi suoni in un certo senso “fuori moda”?
Questa domanda per me è complicatissima, io ho ascoltato e continuo ad ascoltare molti generi musicali anche diversi tra loro; probabilmente la risposta più semplice sta nel fatto che di tutto quello che ho ascoltato nella vita c’è un piccolo gruppetto di dischi che riescono tutt’ora a emozionarmi e sorprendermi ad ogni ascolto e la maggior parte essi fa riferimento a quella scena post-rock/ambient di cui parli. In un certo senso, nella fase di ascolto, sono sempre stato più attratto dalla melodia, dalle atmosfere e dalle dinamiche: questo mi ha portato alla creazione di un disco che rimanda necessariamente a quel tipo di sonorità, anche se spero di essere riuscito a metterci del mio e a non risultare una sorta di “tribute band” degli anni 90.

Di solito in questo genere ci si abbandona al flusso sonoro e la voce è un po’ un quarto strumento, com’è il tuo approccio con i testi?
Qui hai abbastanza colto nel segno, la gran parte della mia fase creativa si concentra sulla composizione della musica e delle melodie della linea vocale; successivamente, in base a quello che mi trasmette la musica che è uscita fuori mi concentro sui testi, che attingono un po’ dalle atmosfere del brano e che prima di tutto devono “suonare bene” nella mia testa.

Una laurea in medicina e un “notevole” inizio di una carriera discografica, non deve essere facile coniugare questi due aspetti, che progetti hai per il futuro di Gentle Sofa Diver?
No, decisamente ahah. L’impegno di lavorare come medico ovviamente limita il tempo che ho da investire nella musica, anche se questo non mi impedisce di chiudermi in sala ogni volta che ne ho bisogno. Probabilmente Gentle Sofa Diver rimarrà prevalentemente un progetto studio. La speranza, tuttavia, è quella di suonare dal vivo ogni volta che ne avrò la possibilità, magari coinvolgendo altri musicisti, sicuramente per poter portare sui palchi la mia musica nel migliore dei modi, ma anche per aumentare la complessità e l’eterogeneità degli arrangiamenti in studio.

C’è qualche band della scena italiana che hai avuto modo di apprezzare ultimamente?
L’ultimo disco italiano che ho avuto modo di ascoltare è “IRA” di Iosonouncane, l’ho trovato bellissimo, anche se piuttosto impegnativo. Per il resto le cose che più mi hanno colpito in Italia appartengono alla scena elettronica, su tutti Caterina Barbieri (“Patterns of Consciousness” è forse il disco italiano che ho ascoltato di più negli ultimi anni) e Machweo (“Primitive Music”). Sono un grande fan dei miei compaesani Be Forest, Soviet Soviet e Maria Antonietta. Inoltre sto aspettando le nuove uscite dei Gomma e dei Gastone.
Poi ci sono una serie di band anglosassoni che attingono a un sound che adoro, soprattutto Fontaines DC, Squid, Dry Cleaning e King Krule (che ormai non è più così “nuovo”).

Il tuo album “Off the Fish Tank” è uscito in Musicassetta e Cd Digipack, i due formati principali degli anni 80 e 90 che sono gli stessi dei tuoi punti di riferimento musicali, è stata una scelta precisa o un semplice caso?
Per quanto riguarda la musicassetta devo ringraziare la Non Ti Seguo Records che ha creduto nel mio disco e l’ha usato come rampa di lancio per la sua nuova collana di musicassette, la Tigersuit Tapes. Per quanto riguarda il Digpack, invece, si tratta di una volontà mia: sono sempre stato legato al formato fisico degli album e di conseguenza volevo che anche il mio album potesse essere inserito in un lettore, ho scelto il Digipack perché trovo che sia il perfetto compromesso tra costi, facilità di ascolto (in fin dei conti il lettore CD, seppur in declino credo sia ancora ben presente nella maggior parte delle nostre case) e resa estetica (a tal proposito devo ringraziare Giovanna Fabi e Tommaso Baiocchi per l’artwork che adoro)

Ti sei trasferito a Bologna ma le registrazioni dell’album sono state fatte comunque a Pesaro, la tua città Natale, stai pensando di tornarci?
Attualmente lavoro a Pesaro e la vita del medico, fatta di concorsi e test, non mi permette ancora di stabilirmi in un posto fisso. L’idea è quella di sistemarmi in una città abbastanza grande in cui poter continuare a coltivare anche le mie passioni artistiche e musicali. Con Pesaro ovviamente ho un rapporto speciale, sia perché è la città in cui sono cresciuto, ma anche perché è forte di una scena artistica e musicale di tutto rispetto, il che è davvero peculiare per una città così piccola.

A quando le prime date live?
La speranza è quella di portare un po’ in giro la mia musica questa estate!

You, Nothing – Due terzi rumore, un terzo pop


Gli You, Nothing sono un giovane quartetto con sonorità che oscillano tra lo shoegaze, il dream pop e il post punk che si sta ritagliando uno spazio di tutto rispetto nell’attuale panorama underground tricolore. Un notevole gusto pop per le melodie e un’aggressività chitarristica di matrice quasi punk, che può ricordare l’irruenza di pesi massimi quali Buzzcocks e Siouxsie and the Banshees. Anticipato dai singoli “Waves”, “Reflectie” e “Gazers”, “Lonely//Lovely” è il loro album d’esordio uscito il 7 Maggio per Floppy Dischi, Non Ti Seguo Records e Dotto.

Ciao ragazzi e complimenti per il vostro album, un esordio davvero maturo e dal respiro internazionale. Dalle note biografiche leggo che la band è nata nel 2019, ma come nascono gli You,Nothing?
Siamo nati tra settembre e ottobre 2019, grazie ad un annuncio su Facebook di Federico (chitarrista). Era da tempo che cercava componenti per un progetto con influenze shoegaze/post-punk/ambient , ma senza risultati, fino a quando Gioia, Giulia e per ultimo Nicola hanno risposto all’annuncio. Da lì siamo partiti a mille, ci siamo chiusi in sala prove e abbiamo iniziato subito a scrivere i pezzi dell’album.

Parlatemi un pò del processo creativo, come riuscite a coniugare l’urgenza punk che si avverte nei vostri brani con le melodie sognanti e assolutamente “catchy” che vi caratterizzano?
E’ sicuramente il risultato delle influenze musicali di ognuno di noi, che fuse in modo molto spontaneo, danno vita a brani a volte completamente diversi tra loro. E’ una caratteristica che vogliamo portare avanti nella nostra musica perché fa parte della nostra essenza.

Ultimamente si sta diffondendo qui da noi una notevole scena che guarda allo shoegaze e ai fasti degli anni ’90, che ne pensate? A volte si parla di revival anche se cosa non lo è nel rock and roll?
Si è vero, è un genere che a tratti torna a farsi sentire, ci sono ottime band italiane che ci piacciono molto che l’hanno riportato in voga, alla fine la musica è circolare e volenti o nolenti si viene contaminati dal passato, è inevitabile.

Ricordo un citazione – forse di Keith Richards – che diceva che l’album perfetto dovrebbe durare non più di mezz’ora, il vostro dura 25 minuti circa ma non manca nulla, avete fatto una scrematura o effettivamente sono i vostri primi brani?
Siamo assolutamente d’accordo con questa citazione, la scelta di inserire 8 brani per un totale di 25 minuti, non è stata casuale. Inizialmente pensavamo ad un Ep, ma dopo aver scritto un paio di pezzi in più che volevamo a tutti i costi inserire, abbiamo optato per l’ album in quanto 8 canzoni ci sembrano eccessive per un Ep.

L’album è stato anticipato da tre videoclip – “Waves”, “Gazers” e “Reflectie” molto evocativi, chi li ha realizzati?
“Waves” è stato il nostro primo video, realizzato sulla costa del lago di Garda a Brenzone, da Ilenia Arangiaro, che per noi ha realizzato anche l’artwork di “Lonely//Lovely” e il nostro primo set fotografico. Per secondo è uscito il video di “Reflectie”, che visto il periodo di zone rosse/arancioni e quindi l’impossibilità di trovarci, abbiamo girato in autonomia. Ognuno ha contribuito con brevi video girati con il cellulare ed infine sono stati accuratamente montati da Federico. Per ultimo “Gazers”, ideato e realizzato da Tobia Gaspari, presso il Colorificio Kroen di Verona. La caratteristica principale di questo video è la tecnica del Ghost Cut, ovvero l’illusione all’occhio dello spettatore, che la ripresa sia unica e continuativa, dall’inizio alla fine del video.

Cosa offre Verona dal punto di vista musicale? Ci sono realtà affini alla vostra?
Verona conta tantissimi musicisti, ma al contrario, troppi pochi posti dove esibirsi dal vivo per quanto riguarda la musica originale. Al momento, forse anche per colpa della sospensione dei live, non abbiamo ancora conosciuto nella nostra città progetti con influenze musicali simili alle nostre, ma in noi c’è grande speranza che anche a Verona possa nascere una scena che faccia rivivere a dovere questo genere.

In questo periodo poveri di eventi dal vivo voi fortunatamente avete partecipato al Verona Digital Music Fest e ad un live al Colorifico Kroen, com’è andata? Se non erro sono i vostri primi concerti..
E’ corretto, da quando ci siamo formati, abbiamo avuto la possibilità di esibirci dal vivo solo due volte, una al Colorificio Kroen con circa 100 persone sedute e distanziate, la seconda invece al Verona Digital Music Fest, senza un pubblico durante le registrazioni, e mandata poi in live su twitch. In entrambi i casi sono state esperienze pazzesche nonostante le varie restrizioni, anche perché quando noi quattro suoniamo insieme, che sia su un palco o in sala prove, siamo come immersi in un mondo parallelo tutto nostro, non importa chi e quanta gente ci sia intorno.

Come accade spesso, “Lonely//Lovely” uscito per ben tre etichette, è stata una vostra scelta?
In realtà eravamo abbastanza inesperti da questo punto di vista e non sapevamo neanche da dove partire, ancora meno che si potessero avere più etichette. Finite le registrazioni, abbiamo proposto il nostro album a qualche etichetta indipendente italiana per vedere il riscontro, e da lì abbiamo conosciuto Mirko di Floppy Dischi e Pietro di Non Ti Seguo Records che già hanno collaborato per varie realtà simili alle nostre e che si sono subito proposti per portare avanti il nostro progetto. Per ultimi si sono aggiunti anche i ragazzi di Dotto, con super entusiasmo. Più che scelta nostra, ci siamo fidati ciecamente di tutte queste persone che ci stanno aiutando a realizzare i nostri sogni e ci affiancano in questo percorso pieno di dubbi e scelte da prendere. Siamo molto grati di tutto questo.

Quali sono le band che vi hanno influenzato? Cosa state ascoltando in questo periodo?
Le band che più influenzano il nostro sound sono gli Slowdive, i Beach House (di cui è presente anche una cover sul nostro canale YouTube), i My Bloody Valentine, i DIIV e i Joy Division. Ultimamente invece, stiamo scoprendo e ascoltando un sacco di nuove band underground come i Westkust, Slow Crush, Whispering Sons e la cantautrice Fritz.

Link Protrudi And The Jaymen – The garage rock legend

ENGLISH VERSION BELOW: PLEASE, SCROLL DOWN!

A pochi giorni dall’uscita della ristampa del meglio del suo combo strumentale “Link Protrudi and the Jaymen” – con l’italiana Go Down Records – abbiamo scambiato quattro chiacchiere con il leggendario frontman dei Fuzztones, Rudi Protrudi, che ci ha raccontato i suoi oltre 40 anni sulla strada del rock’n’roll

Ciao Rudi, è uscita da pochissimo la ristampa del tuo “Best of Link Protrudi & The Jaymen”. Come hai conosciuto i ragazzi della Go Down Records?
Beh, è ​​stato molto tempo fa, ma penso di aver incontrato Leo al suo rock club, probabilmente quando i Jaymen hanno suonato lì. Ma ad essere onesti, non ne sono davvero sicuro. Ho suonato in molti posti e ho incontrato molte persone nei 40 anni in cui i Fuzztones sono stati insieme!

Siete sempre stati una live band, come hai passato questo periodo senza concerti?
L’intera faccenda della pandemia non sarebbe potuta arrivare in un momento peggiore per noi! Il 2020 ha segnato il nostro 40° anniversario e avevamo grandi progetti. Stavamo per registrare un nuovo album, pubblicare un libro e fare molti tour per promuoverli, oltre che per festeggiare. Abbiamo registrato l’album (“NYC” per l’etichetta Cleopatra) e ho pubblicato il libro “As Times Gone” (The Lysergic Legacy of The Fuzztones), una storia fotografica di 365 pagine dei 40 anni di carriera della band (disponibile su www.fanproshop.de), ma abbiamo avuto modo di fare solo uno spettacolo a Londra prima del blocco. È passato più di un anno dall’ultima volta che abbiamo suonato e, a giudicare dalle cose, non sono troppo ottimista riguardo al futuro dei concerti dal vivo. Ho utilizzato il “tempo libero” per scrivere nuovo materiale – ho 12 nuovi originali che ho intenzione di registrare per il mio primo album solista “garage”. Ho già fatto alcuni album da solista, ma sono stati country o blues.

Da diversi anni vivi a Berlino, cosa hai trovato qui rispetto agli States? È più facile suonare il rock and roll in Europa?
Oh diavolo si! Siamo sempre stati molto più popolari in Europa – sia The Fuzztones che Jaymen – e volevo trasferirmi in Europa sin da quando sono venuto per la prima volta e ho suonato alcuni spettacoli con Lydia Lunch (Devil Dogs) in Italia nel 1980. L’Europa è molto più sofisticata dell’America e apprezza la cultura americana molto più di quanto non facciano gli americani! Era naturale che, se volevo guadagnarmi da vivere suonando musica, potevo farlo solo qui!

La band è nata – quasi per caso – come tributo a un pioniere della chitarra come Link Wray, quali sono gli altri chitarristi che ti hanno influenzato?
Ebbene hai ragione – è stato un caso! Non abbiamo mai voluto che i Jaymen fossero una vera band. Comunque non all’inizio. Vedi, i Fuzztones persero due membri chiave nell’86 e i membri rimanenti trascorsero un intero anno facendo audizioni ai musicisti – senza molto successo! Dopo il primo mese circa, Deb O ‘Nair (l’organista originale) ha smesso subito dopo che abbiamo finalmente trovato il sostituto di Ira, Mad Mike Czekaj. Quindi per l’anno successivo eravamo Michael Jay, Mike e io a fare audizioni per circa 10 persone a settimana. Stavamo pagando per una sala prove in un posto chiamato The Music Building, che era un enorme edificio di 12 piani vicino a Times Square – una zona molto squallida all’epoca. Abbiamo ereditato la stanza dopo che Madonna si è trasferita! Ad ogni modo, ci sono state molte volte in cui le persone finivano per non presentarsi all’audizione programmata, o forse l’audizione non era andata bene e abbiamo finito presto, lasciandoci molto tempo a disposizione. Così abbiamo iniziato a imparare le canzoni di Link Wray per passare il tempo, e dato che eravamo solo in 3, era il materiale perfetto per noi su cui scatenarci e suonare ancora bene. Devi ricordare che nell’86, Link Wray era poco conosciuto, anche nei circoli veramente alla moda, quindi una band che non suonava nient’altro che le canzoni di Link era molto fuori dal comune!
C’erano anche molte altre garage band che avevano stanze nell’edificio: i Fleshtones, Vipers, Cheapskates, Headless Horsemen… The Outta Place e Tryfles condividevano la nostra stanza. Era davvero comune per vari membri di queste band fare un salto per vedere cosa stavamo facendo. Siamo rimasti sbalorditi dal fatto che tutti adorassero i Jaymen e ci incoraggiavano vigorosamente a suonare. All’epoca non c’erano band strumentali che suonavano, quindi pensavamo che nessuno ci avrebbe prenotato! Abbiamo finito per aprire un concerto per gli A-Bones e i Maneaters e abbiamo distrutto il club!!! Il pubblico si è davvero divertito, quindi abbiamo deciso di continuare a suonare e abbiamo iniziato a scrivere le nostre cose. Ora per rispondere alla tua domanda (ah ah)…. Le mie tre principali influenze chitarristiche, in ordine, erano e sono Chuck Berry, Bo Diddley e Link Wray – i 3 ragazzi che hanno messo la chitarra rock ‘n’ roll sulla mappa!

In passato ti sei esibito anche con una sezione ritmica di musicisti italiani, potrebbe succedere di nuovo?
No, a meno che questo blocco senza fine scompaia! Ma sì, certo! Trovo che i musicisti italiani abbiano un’affinità con il rock ‘n’ roll americano. Non so perché ma sembrano capirlo meglio e quindi suonarlo meglio, diciamo, dei tedeschi… Penso forse perché gli italiani sono molto più emotivi di tante altre nazionalità! A proposito, ho appena ultimato un CD, “Rudi Protrudi & Friends” che può essere comprato tramite Aua Records (http://www.auashop.com) che consiste principalmente in me che suono con band italiane come gli Altri, Strange Flowers, Dome & The Diggers and The Preachers.

L’anno scorso i Fuzztones hanno compiuto 40 anni – celebrati con l’uscita dell’album “NYC” – cosa c’è in serbo per il futuro?
I Fuzztones pubblicheranno presto un nuovo EP di 6 canzoni su Cleopatra. Fondamentalmente consiste in canzoni che abbiamo suonato dal vivo negli ultimi 5 anni o più, ma non abbiamo mai avuto la possibilità di registrare. È praticamente tutto registrato e aspetta che lo mixi.

Eri molto vicino a Screamin Jay Hawkins – avete anche condiviso un tour con i Fuzztones – qual è il tuo primo ricordo di lui?
Non per sembrare scortese, ma ho raccontato la storia di averlo incontrato così tante volte che mi sembra ridondante rigurgitarlo di nuovo, ma se qualcuno vuole davvero saperlo, lo copro nella mia autobiografia. Quello che posso dire, che forse la maggior parte delle persone non sa, è che la formazione dei Lysergic Emanations ha fatto una brevissima reunion di due concerti nel sud Italia per gli Indian Bikers. Dopo di che Jay si è trasferito a LA dove vivevo e abbiamo riacceso la nostra amicizia. Poi si è trasferito in Francia. Siamo rimasti in contatto e quando il nostro disco, “Screamin ‘Jay Hawkins and The Fuzztones Live” è stato ripubblicato, abbiamo deciso di fare un tour europeo insieme, con noi che lo sostenevamo. Ne abbiamo discusso più volte alla settimana per telefono (quando viveva a Parigi) e nel frattempo è stato prenotato un tour della California. A un certo punto, mentre parlavo del tour, ho detto: “Sembra che succederà, se non succede niente …” e lui ha detto “Rudi, non morirò”. Quella è stata l’ultima cosa che mi ha detto. Morì pochi giorni dopo.

Dopo i libri ci sarà un documentario sui Fuzztones? Ho letto che era in lavorazione in una vecchia intervista, a volte è difficile trovare notizie su di voi nel web...
Sì, c’era un documentario in lavorazione – diverse volte, in effetti. Immagino che la prima volta che abbiamo iniziato a lavorarci seriamente sia stato intorno al 2003 o al 2004. Una ragazza greca ha filmato uno spettacolo e ha fatto tre interviste per un periodo di circa 3 anni e poi ha abbandonato il progetto.
Abbiamo incontrato un regista a Berlino nel 2013 che era interessato. Ha finito per filmare alcuni spettacoli, incluso il Festival Beat, dove avevamo ospite James Lowe (Electric Prunes). Abbiamo intervistato un sacco di persone interessanti che avevano, in vari modi, legami con la band: Kid Congo, Jim Jones, Phil May, Dick Taylor, Carmine Appice, Tav Falco, Jyrki dei 69 Eyes, Ira Elliot & Elan Portnoy, Craig Moore, Greg Prevost, Kim Kane e così via. Ad un certo punto il regista ha iniziato a sballarsi ed è diventato sempre meno affidabile. Ian Astbury è venuto in città e avevamo programmato di intervistarlo, ma il regista non si è mai presentato. Eravamo così incazzati che Lana lo ha licenziato. Ha tenuto tutto il film e voleva 10.000 dollari per questo, quindi abbiamo semplicemente detto “fanculo”.

Dopo una vita passata a suonare e diffondere il rock and roll, c’è ancora qualcuno con cui vorresti collaborare?
La maggior parte dei miei artisti preferiti sono morti. Ho già collaborato con molti dei ragazzi che ho davvero amato: Mark Lindsay (Paul Revere & The Raiders), James Lowe, Arthur Lee, Sky Saxon, Davie Allan, Craig Moore (Gonn), Question Mark, The Pretty Things e Screamin ‘Jay, ovviamente. Mi piacerebbe suonare con Jerry Lee Lewis o Iggy Pop. O Ronnie Spector o Mary Weiss, credo che sia tutto qui.

Con la mia prima band – quasi trent’anni fa – una delle prime cover che abbiamo suonato è stata “Ward 81” (“Lysergic Emanation” ha cambiato le nostre vite) per noi era qualcosa di nuovo e fresco come lo erano i Nirvana a quel tempo. È ancora possibile una nuova rivoluzione nel rock and roll?
Ne dubito. L’industria musicale è completamente gestita dagli Illuminati – e hanno un gusto davvero di merda nella musica. Ecco perché il rap dura da oltre 40 anni. Chi l’avrebbe mai immaginato? Da quello che vedo negli “artisti” di oggi (e uso il termine così liberamente!) Devi vendere la tua anima per far parte di quel club. No grazie!!!!!

A few days after the release of the reissue of the best of his instrumental combo “Link Protrudi and the Jaymen” – via the Italian label Go Down Records – we had a chat with the legendary frontman of the Fuzztones, Rudi Protrudi, who told us about his over 40 years on the rock’n’roll way

Hi Rudi, the reissue of your “Best of Link Protrudi & The Jaymen” has just come out. How did you meet the guys from Go Down Records?
Well, it was a long time ago, but I think I met Leo at his rock club, probably when the Jaymen played there. But to be honest, I’m not really sure. I’ve played a lot of places and met a lot of people in the 40 years The Fuzztones have been together!

You have always been a live band, how did you go through this period without gigs?
The whole pandemic thing couldn’t have come at a worse time for us! 2020 marked our 40 year anniversary and we had big plans. We were going to record a new album, release a book and do a lot of touring to promote them, as well as to celebrate. We did record the album (“NYC” on the Cleopatra label) and I did release the book – “As Times Gone” (The Lysergic Legacy of The Fuzztones), a 365 page photo history of the band’s 40 year career (available at www.fanproshop.de), but we only got to do one show in London before the lockdown. It’s been over a year since we last played, and by the look of things, I’m not to optimistic about the future of live gigs. I’ve been utilizing the “time off” to write new material – I have 12 new originals that I plan to record for my first “garage” solo album. I’ve done a few solo albums before but they’ve been Country or Blues.

For several years you’ve been living in Berlin, what did you find here compared to the States? Is it easier to play rock and roll in Europe?
Oh hell yes! We’ve always been way more popular in Europe – both The Fuzztones and the Jaymen – and I’ve wanted to move to Europe ever since I first came over and played a few shows with Lydia Lunch (Devil Dogs) in Italy in 1980. Europe is much more sophisticated then America, and appreciate American culture much more than Americans do! It was only natural that, if I wanted to make a living playing music, I could only do it here!

The band was born – almost by chance – as a tribute to a pioneer of the guitar like Link Wray, what are the other guitarists who have influenced you?
Well you’re right – it was by chance! We never intended the Jaymen to be a real band. Not at first anyways. See, the Fuzztones lost two key members in ’86 and the remaining members spent an entire year auditioning musicians – without much success! After the first month or so Deb O’ Nair (the original organist) quit right after we finally found Ira’s replacement, Mad Mike Czekaj. So for the next year it was Michael Jay, Mike and I auditioning about 10 people a week. We were paying for a rehearsal room in a place called The Music Building, which was a huge 12 story building near Times Square – a very sleazy area at the time. We inherited the room after Madonna moved out! Anyway, there were many times when people ended up not showing up for their scheduled audition, or maybe the audition didn’t go well and we ended early, leaving us a lot of time on our hands. So we started learning Link Wray songs to pass the time, and since we were only 3 pieces, it was the perfect material for us to really let loose on and still sound good. You have to remember that back in ’86, Link Wray was barely known, even in really hip circles, so a band that played nothing but Link songs was very off-the-wall! There were a lot of other garage bands who had rooms in the building as well: the Fleshtones, Vipers, Cheapskates, Headless Horsemen… The Outta Place and Tryfles shared our room. It was really common for various members of these bands to drop in to see what we were up to. We were amazed that everyone LOVED The Jaymen and vigorously encouraged us to play out. At the time there weren’t any instrumental bands playing, so we assumed no one would book us! We ended up getting a gig opening for the A-Bones and the Maneaters and tore the house down!!! The audience really ate it up, so we decided to keep gigging, and went about writing our own stuff. Now to answer your question (ha ha)…. My three main guitar influences, in order, were and are Chuck Berry, Bo Diddley and Link Wray – the 3 guys who put Rock ‘n’ Roll guitar on the map!

In the past you have also performed with a rhythm section of Italian musicians, could it happen again?
Not unless this endless lockdown goes away! But yeah, sure! I find Italian musicians seem to have an affinity for American Rock ‘n’ Roll. I don’t know why but they seem to understand it better and therefore play it better than, say, Germans… I think maybe because Italians are much more emotional than many other nationalities! By the way, I just complied a CD, “Rudi Protrudi & Friends” that can be obtained thru Aua Records (www.auashop.com) that consists mostly of me playing with Italian bands such as the Others, Strange Flowers, Dome & The Diggers and The Preachers.

Last year the Fuzztones turned 40 – celebrated with the great release of the NYC album – what’s in store for the future? 
The Fuzztones will be releasing a new 6 song EP soon on Cleopatra. It basically consists of songs we’ve been playing live for the last 5 years or more, but had never had the chance to record. It’s basically all recorded and waiting for me to mix it.

You were very close to Screamin Jay Hawkins – also shared a tour with The Fuzztones – what is your earliest memory of him?
Not to sound rude, but I’ve told the story of meeting him so many times I feel it’s redundant to regurgitate it again, but if anyone really wants to know I cover it in my autobiography. What I can say, that maybe most people don’t know, is that the Lysergic Emanations line-up did a very short two gig reunion in Southern Italy for the Indian Bikers. After that Jay moved to LA where I was now living, and we rekindled our friendship. Then he moved to France. We stayed in touch and when our record, “Screamin’ Jay Hawkins and The Fuzztones Live” was re-released, we decided to do a European tour together, with us backing him. We discussed it several times a week by phone (he now lived in Paris) and in the meantime a tour of California was booked. At one point while talking of the tour, I said, “It looks like it’s gonna happen, if nothing comes up…” and he said “Rudi, I ain’t gonna die.” That was the last thing he said to me. He died a few days later.

After the books will there be a documentary about the Fuzztones? I read it was in the works in an old interview, sometimes it’s hard to find news about you on the web

Yeah, there was a documentary in the works – several times, as a matter of fact. I guess the first time we started working seriously on it was around 2003 or 2004. A Greek chick filmed a show and did three interviews over a period of about 3 years and then abandoned the project. 

We met a filmer in Berlin in 2013 who was interested. He ended up filming a few shows, including Festival Beat where we had James Lowe (Electric Prunes) guest. We interviewed loads of interesting people who had, in various ways, connections to the band: Kid Congo, Jim Jones, Phil May, Dick Taylor, Carmine Appice, Tav Falco, Jyrki from 69 Eyes, Ira Elliot & Elan Portnoy, Craig Moore,Greg Prevost, Kim Kane, and so on. At some point the filmer started getting into getting stoned and became less and less reliable. Ian Astbury came to town and we planned to interview him – but the filmer never showed up. We were so pissed off that Lana fired him. He kept all the film and wanted 10 grand for it, so we just said “fuck it.”

After a lifetime of playing and spreading rock and roll, is there still someone you would like to collaborate with?
Most of my favorite artists are dead. I’ve already collaborated with a lot of the guys who I really dug – Mark Lindsay (Paul Revere & The Raiders), James Lowe, Arthur Lee, Sky Saxon, Davie Allan, Craig Moore (Gonn), Question Mark, The Pretty Things, and Screamin’ Jay, of course. I’d like to play with Jerry Lee Lewis or Iggy Pop. Or Ronnie Spector or Mary Weiss – I guess that’s about it.

With my first band – almost thirty years ago – one of the first covers we played was Ward 81 (Lysergic Emanation changed our lives) for us it was something new and fresh as Nirvana was at that time. Is a new revolution in rock and roll still possible?
I kinda doubt it. The music industry is completely run by the Illuminati – and they have really shitty taste in music. That’s why Rap has lasted over 40 years. Who would’ve imagined? From what I see in today’s “artists” (and I use the term SO loosely!) you have to sell your soul to be part of that club. No thanks!!!!!

Ulysse – L’Infinito errare

Bassi distorti di scuola Touch & Go, passaggi strumentali che strizzano l’occhio al post-rock, testi in italiano e un’attitudine squisitamente indipendente nell’accezione più pura del termine. Ulysse è un collettivo di musicisti capitanati da Mauro Spada – già fondatore e bassista dei buenRetiro – e Raffaello Zappalorto – ex bassista dei Santo Niente – ed altri esponenti storici della scena underground pescarese. Il risultato è un affascinante lavoro uscito il 12 aprile per tre etichette indipendenti: la label di culto abruzzese DeAmbula Records, la emiliana We Work Records e la palermitana Vasto Records.

Salve ragazzi, è un piacere intervistarvi, vi do il benvenuto su Il Raglio del Mulo. E’ uscito da pochissimi giorni il vostro esordio omonimo “Ulysse”, come state?
Ciao, Paolo. Il piacere è tutto nostro. Grazie per l’ invito. Stiamo bene, relativamente al periodo…

Ascoltando il vostro disco mi sono sentito subito a casa, sonorità molto care ad un certo tipo di rock dei ’90 ma con un’attenzione e ricerca su sonorità tutt’altro che italiche. E’ una scelta precisa o è un qualcosa che avete maturato con il processo di scrittura?
Raffaello: Pur avendo avuto traiettorie diverse, nessuno di noi si è mai compenetrato più di tanto con la musica italiana (propriamente detta), se si escludono i soliti grandi nomi, tra 80 e 90, che rappresentano tuttora alcune delle nostre influenze, quindi è stato del tutto naturale ricercare le giuste sonorità per l’album tra gli interpreti d’oltremanica (e non solo) più o meno dello stesso periodo. Credo sia stato un processo che racchiude elementi istintivi più che una precisa scelta ponderata. Un caso su tutti può essere il synth in “Patroclo” che riporta, del tutto volutamente, a Gary Numan.
Mauro: Grazie per la bella sensazione che hai descritto. Le sonorità a me molto care appartengono sia al florido periodo del Consorzio Produttori Indipendenti che, molto più ai giorni nostri, al post-rock di band come Mogwai in primis. La ricerca di certi suoni è sana conseguenza dell’attenzione data all’ ascolto dei gruppi legati a questi due territori musicali. Concordo con Raffaello sull’ istinto che in maniera del tutto naturale ti fa scegliere una direzione. 

L’Abruzzo e Pescara in particolare hanno sempre sfornato roba interessante negli anni e il vostro stesso collettivo dichiara un forte senso di appartenenza al territorio, è frutto solo del caso?
Raffaello: Se qualcosa può aver instillato questo territorio, immagino sia una certa disperata consapevolezza negli animi più ricettivi, ma non escludo a priori sia frutto del caso. Comunque resta il fatto di essere riusciti a concentrare l’ impegno di diversi musicisti, fonici, ma soprattutto amici, per la buona riuscita dell’ album.
Mauro: Molti gruppi Abruzzesi (sempre e solo in ambito alternativo indipendente) hanno prodotto dischi bellissimi ed ottenuto ottime soddisfazioni. Gli anni 90 erano più sanguigni, se mi passi il termine, in cui c’è stata una crescita esponenziale non so se di una scena ma certamente di band saldamente incollate ad una certa militanza sonora, con molta credibilità e lungimiranza. Nel tempo le cose, forse, si sono più ammorbidite per diversi motivi, uno dei tanti  la chiusura quasi contemporanea dei live club più importanti di Pescara. Ma questo non vuol dire che ora non ci siano gruppi molto validi e bellissimi progetti solisti. Poi ci conosciamo tutti, più o meno, e c’è molta stima reciproca. Sulla questione del territorio ti sintetizzo così: se siamo ciò che mangiamo siamo anche ciò che suoniamo. É una questione di cultura individuale… quindi mi affrancherei dal discorso del territorio. 

Ulysse è un moniker molto affascinante che suggerisce un immaginario molto ampio, da dove viene questa scelta così particolare?
Mauro: Ulisse è il soprannome che un amico di mio fratello mi diede in un tardo pomeriggio d’ estate vedendomi in contemplazione del mare seduto su un moscone. Potevo avere 14 anni… un po’ mi isolavo, accadeva spesso. Mi è rimasto sempre impresso nel corso degli anni ed ho voluto collegare quello stato di solitudine adolescenziale e più spensierata a ciò che provo oggi, una solitudine matura, più consapevole, sicuramente più inquieta visti i tempi che stiamo vivendo. La connessione con l’ Ulisse Omerico può riguardare la sola parte del suo viaggio di ritorno alla sua terra… per quel che mi riguarda invece c’è solo un infinito errare. 

La scelta dell’Italiano è spesso aggirata da band con il vostro stesso tipo di sonorità, voi però avete tanto da dire e già i titoli parlano chiaro, come nascono le canzoni degli Ulysse?
Raffaello: Abbiamo deciso a priori di staccarci dal concetto di sala prove, adottando un processo creativo prettamente di studio che ci ha permesso di monitorare progressivamente l’evolversi dei brani. Ce ne sono diversi partiti da un’ idea di base di Mauro ed altri scritti a quattro mani che ho portato a termine con vari arrangiamenti di batterie, synth, loop, drum machine, ecc. Fermo restando l’ impagabile apporto esecutivo e creativo degli amici che ci hanno aiutato nella realizzazione dell’ album.
Mauro: L’ italiano è la lingua madre, non ho mai pensato di fare diversamente sia per appartenenza etica e viscerale ai gruppi del C.P.I. che per la semplice constatazione che la nostra musica si sposa unicamente con la lingua italiana, secondo il mio pensiero. Avevo tante cose scritte e volevo scaricarmi parecchie parole convogliandole in canzoni. Ho costruito alcuni testi facendo un lavoro di taglia e cuci, quindi scartando anche tantissimo ed attaccando strofe di testi differenti. Altri testi sono arrivati di getto. Poi linee di basso, vocali e loop station, materiale dato a Raffaello che ha ben spiegato il lavoro fatto a casa sua. Più lo risento e più mi convinco che il suo lavoro sia stato eccezionale, con i mezzi a disposizione… quindi si può soltanto migliorare e questo deve essere un enorme stimolo per i lavori futuri. Sugli altri musicisti amici che ci hanno regalato letteralmente la loro opera non la finirei più di ringraziarli di cuore. Mi sembra il caso di nominarli: Francesco Politi che ha fatto tutte le chitarre, Andrea Di Giambattista che ha fatto una bellissima chitarra su “Fino al Sangue“ e si è occupato del mix e del master di tre pezzi, Gino Russo alla batteria su cinque pezzi, Sergio Pomante (ingegnere del suono nel suo Noiselab studio) che si è occupato della registrazione, mix e master del disco ed ha suonato il suo particolare sassofono effettato in un pezzo. Per ciò che riguarda i futuri e sperati live la formazione vedrà oltre me e Raffaello, Fabio Fly alla batteria e Silvio Spina alla chitarra. 

Il disco è uscito con ben tre etichette, come mai? 
Mauro: Ho cercato il modo di cooperare con più etichette piccole e indipendenti chiedendo di farci entrare nei loro rooster. É stata una maniera efficace di agire consigliatami da Marco Campitelli, titolare della sua etichetta DeAmbula Records, che stessa cosa fece con i primi due dischi dei suoi Oslo Tapes (di cui sono anche il bassista). I magnifici ragazzi della Vasto Records di Palermo e di We Work Records di Finale Emilia hanno accettato di ospitarci a casa loro, oltre naturalmente in casa DeAmbula. Forse é proprio questo il motivo: entrare educatamente dentro piccole realtà di persone passionali che lavorano nella musica in modo puro ed umile. Ci siamo subito conosciuti e riconosciuti e questo, speriamo, avvierà collaborazioni future perché si avrà modo di suonare in posti differenti.

Nell’album ci sono tre brani strumentali, caratteristica molto comune nel post-rock. E’ un genere che spesso viene confuso con i classici crescendo che sono poi diventati uno standard. Gli Ulysse a mio avviso lo sono pur non rispondendo a queste caratteristiche strumentali molto comuni, cosa ne pensate di questa etichetta? Ha ancora senso parlare di post-rock?
Mauro : Ultimamente ho letto un articolo sul post-rock e le sue ceneri su una nota rivista musicale italiana. Nel 1994 fu Simon Reynolds, un guru britannico della critica musicale ed autore autorevole di libri come: “Post- punk 1978-1984”, “Retromania. Musica, cultura pop e la nostra ossessione per il passato“, “Futuromania. Sogni elettronici da Moroder ai Migos“, ad inventare il termine, appunto, post-rock, interrogandosi su dove potessero essere collocate alcune onde che si ponevano ai margini dei generi musicali sono ad allora attraversati. Cito testualmente: “Reynolds individuò un entroterra più precario finanziariamente ma esteticamente vitale, senza un nome. Chiamò in causa alcune bands che parevano suscettibili di essere incluse al filone dell’ art-rock. Si sarebbe potuto parlare di avant-rock, ma il termine in grado di sintetizzare quel nuovo filone poteva essere semplicemente post-rock. Lo strumentario del rock, dunque, al servizio del non-rock. Ecco individuato il primo punto cardine.” Se mi chiedi cosa penso di questa etichetta, dunque, prima ti rispondo che per forza o per fortuna (o sfortuna) una connotazione ad un genere va pur data per individuare una direzione più o meno precisa… e se lo ha fatto un guru come Reynolds non vedo cosa ci sia di male. Poi ti dico che mi piace la musica destrutturata e senza stilemi o regole. Nei Mogwai, ma non solo in loro naturalmente, ho trovato una sorta di enciclopedia, un compendio di suoni. Può bastare un solo loop, una piccola suggestione sonora dalla quale farne nascere una colonna intera. Così, infatti, sono nati tutti i pezzi del disco. É un modo molto efficace, anche paraculo, per costruire pezzi.

Con quale formazione vi presenterete live quando si tornerà alla “normalità”?
Raffaello: La band “aperta” ti permette di considerare soluzioni tra le più disparate nella realizzazione dei brani, ed abbiamo apprezzato molto questo metodo di lavoro, con modifiche apportate anche in fase di registrazione, che hanno dato quel quid in più. Con la necessità di stabilizzare la formazione per i futuri live, la band è attualmente composta da due bassi, chitarra e batteria come ha già detto Mauro precedentemente.

Drovag – Toxin

Drovag è un progetto one-man band di Alessandro Vagnoni – già polistrumentista in Bologna Violenta, Ronin, Bushi e tanti altri – fautore di un’originale mix di synth pop, trip-hop e new wave. Dopo l’esordio del 2018 – e suonando contemporaneamente tutti gli strumenti dalla batteria ai sintetizzatori, chitarre, voce e backing vocals – è da pochi giorni uscito il suo secondo album “Toxin” (All Will Be Well Records \ Doppio Clic Promotions) registrato durante il lockdown del 2020.

Ciao Alessandro e benvenuto su Il Raglio del Mulo. È appena uscito “Toxin”, il tuo secondo album, che tipo di percorso c’è stato tra le due release?
Direi che il processo compositivo è stato totalmente opposto a quello del primo disco, nel quale la scrittura dei brani è coincisa con il provare a suonare più strumenti contemporaneamente e cercare di non avvitarmi su di una semplice e sterile esecuzione; provare quindi a costruire delle canzoni vere e proprie. All’inizio è stata un’esplorazione delle potenzialità che questo progetto one-man-band poteva avere in sé. Con questo secondo disco invece ho provato a scrivere e registrare tutti gli strumenti non badando a ciò che e come avrei dovuto suonare “dal vivo”. Da questo differente approccio sono nate delle canzoni meno astratte, più pop insomma.

Ho letto che hai utilizzato alcuni brani del tuo passato musicale, com’è stato recuperare vecchie canzoni non complete e in un certo senso renderle attuali? Si trattava solo di testi o anche di musiche a cui avevi iniziato a lavorare?
In effetti la genesi di questi brani è scaturita (in buona parte) da vecchi file di lavorazione che io e un mio amico e collaboratore di lunga data (Manuel Coccia) avevamo iniziato a comporre due decadi fa e che poi non hanno mai visto la luce, vuoi per l’immaturità compositiva che avevamo nei nostri primi vent’anni, vuoi perché eravamo presi da esperienze musicali di altro genere. Ad ogni modo ho pensato di recuperare piccoli spunti da ognuna di queste idee (a volte solo abbozzi di canzoni), dando loro una forma compiuta all’interno di una direzione musicale che ora mi è più chiara. Ma non mi sono dato regole: ogni canzone è nata da loop di arpeggiatori, riff di chitarra o melodie vocali o da parti di testo particolarmente evocativi. Tutto quello che c’era di buono è stato salvato e riarrangiato.

Spesso i lavori solisti dei batteristi sono caratterizzati da virtuosismi e da un certo tipo di approccio strumentale, per te invece sono fondamentali le canzoni, ma quanto é difficile fare tutto da soli? Dalla voce ai synth – tranne la titletrack “Toxin” dove troviamo il sax dell’unico ospite Sergio Pomante – è tutta opera tua, ma dal vivo suoni tutto in maniera contestuale o c’è qualcosa di pre-registrato?
Concordo con te. Spesso i dischi composti dai batteristi “di riferimento” (i cosiddetti virtuosi) sono per me inascoltabili. Per questo tipo di musicisti realizzare un disco è un pretesto per metterci dentro le loro abilità strumentali. Poi ci sono i dischi di band nei quali ognuno dei componenti è un maestro del proprio strumento e lì raggiungiamo vette di cattivo gusto, per quanto mi riguarda. Il fatto è che io, pur suonando principalmente la batteria, non mi sono mai sentito un batterista puro. Ho sempre avuto sin da bambino la necessità di vedere il mio strumento al servizio di canzoni, di musica che va dritta al cuore delle persone, che cerca di stimolare dei gangli emotivi. Per questo negli anni ho avuto il bisogno di imparare a suonare altri strumenti. In questo progetto in particolare, una cosa è stata la sfida più importante (al di là di suonare batteria, tastiera e lanciare loop in tempo reale): cantare… e ho dovuto cercare un modo che fosse adeguato alle mie capacità limitate. Per quel che riguarda l’esecuzione dal vivo, essenzialmente suono tutto in tempo reale a parte il basso, armonizzazioni vocali e qualche synth di supporto che utilizzo come backing tracks.

Il sound del tuo album mi ha ricordato per certi versi il periodo “new wave” dei King Crimson di “Discipline”, quali sono stati i tuoi artisti di riferimento in questo progetto?
Pensa che i KC di “Discipline” sono quelli che mi piacciono meno… In realtà, pur essendo un estimatore di quel pop sofisticato che negli ’80 e primi ’90 individuo in gruppi come Tears For Fears, Pet Shop Boys, Japan, Depeche Mode, The Cure e altri, non mi sono mai chiesto da cosa derivasse l’approccio musicale che mi porta a scrivere questo tipo di musica. Anzi ti direi che i miei idoli di riferimento sono i Primus, i Tool, i Death, i Meshuggah… tutta roba che non c’entra niente con la musica di Drovag. Ma sicuramente i Beatles sono il mio nume tutelare da sempre.

Cosa stai ascoltando in questo periodo?
Non ascolto molta musica ahimè. Questo perché sono costantemente impegnato o ad ascoltare quella che compongo coi miei vari progetti e quella degli artisti per cui lavoro come batterista session in studio. Ultimamente però mi sono ascoltato l’ultimo disco di Tigran Hamasyan, Comet Is Coming, Ghost, Sonido Gallo Negro, Ondatropica e un vecchio disco di Fred Frith che si chiama “Up Beat”, composto per quartetto di chitarre elettriche.

Da tempo lavori in diversi progetti – da Bologna Violenta ai Ronin per citarne solo alcuni – tutte band che dal vivo hanno sempre suonato tantissimo, come riuscite a portare avanti questi progetti in questo periodo così difficile?
Questo avrebbe potuto essere un problema (e comunque non lo è mai stato) se non ci fosse lo stop forzato delle attività concertistiche. Io e gli altri musicisti coinvolti nei progetti che citi facciamo questo di lavoro e quindi cerchiamo di organizzarci meglio che si può. Ora invece il problema non si pone neanche, visto che siamo fermi. Ad ogni modo continuiamo costantemente a sentirci e a breve forse si materializzerà qualcosa all’orizzonte.


Appena possibile ti vedremo live con Drovag? Hai intenzione di portare il disco in giro?
Beh spero proprio di sì. Infatti ho già iniziato a prepararmi per eseguire brani presi da tutti e due i dischi che con Drovag ho fatto uscire, selezionando quello che meglio si presta per la dimensione live e quello che “riesco” a suonare, per la verità… Io sono quasi pronto, vediamo se si riuscirà a fare concerti, se qualcuno mi chiamerà a suonare e soprattutto se vedrò davanti a me non più la solita quindicina di persone intenta per lo più a farsi i cazzi propri durante un concerto.

Tra le tue tante attività nel periodo pandemico hai pubblicato anche un libro di ritratti “Asintomatici”, un’iniziativa molto interessante, ce ne vuoi parlare? Avrà un seguito?
Quella della pittura comunque è una mia seconda pelle, essendomi diplomato all’Accademia di Belle Arti di Perugia molti anni fa. Dopo un lungo periodo di inattività e con prospettive di guadagno azzerate (concerti e tour saltati di colpo) ho risfoderato pennello e tempere acriliche e ho iniziato ad eseguire caricature, invitando chiunque su Facebook e Instagram ad aderire alla realizzazione di un libro di 100 ritratti dal titolo “Asintomatici” (sold out). Sto ancora continuando a dipingere e a vendere su commissione (sono a quota 350 ritratti circa) e, devo essere sincero, non mi aspettavo tutta questa partecipazione che continua ad esserci.

Motorpsycho – Heavy psych mood

ENGLISH VERSION BELOW: PLEASE, SCROLL DOWN!

Mai fermi sui propri allori – stiamo parlando di una dalle formazioni più coraggiose della scena rock europea sin dagli anni ’90 – i Motorpsycho sono già tornati con l’album di follow-up dell’acclamato “The All Is One” del 2020. Registrato in parte nelle stesse session della precedente release, “Kingdom Of Oblivion” – in uscita il 16 aprile ’21 su Stickman Records / All Noir – annuncia un ritorno alla “Motorpsychodelia” e agli heavy-riffs degli anni passati, in attesa di lambire nuovi territori inesplorati.

Ciao Bent, è un grande piacere avere la possibilità di intervistarti (in quanto fan di vecchia data) ma veniamo subito al dunque: sono passati poco più di sei mesi dall’uscita di “All is One” (ultimo atto della “The Gullvåg Trilogy”). Possiamo considerare questo nuovo album come un nuovo capitolo a sé? Mi sembra che sia un ritorno a una forma più diretta di heavy rock …
Ciao! Per noi questa è una cosa diversa dalla “Gullvåg Triology”, di sicuro. Anche se gran parte di essa è stata registrata contemporaneamente a “The All Is One”, questa roba aveva un’atmosfera così fondamentalmente diversa che avevamo bisogno di separarla dalla Trilogia. Gran parte di esso è praticamente heavy rock anche se, con alcune modifiche e pezzi strani inseriti, sembra molto più strano e psichedelico della maggior parte del rock pesante moderno. Heavy psych è probabilmente l’etichetta più ovvia, se questo è il tuo genere. Se è l’inizio di un nuovo ciclo o una tantum non lo sappiamo ancora. Il tempo lo dirà!

Tra le nuove canzoni ho trovato alcuni riferimenti al passato “grungedelico” – ad esempio “The Transmutation of Cosmoctopus Lurker” – a dischi come “Timothy’s Monster”, è una sorta di reazione “hard” a questo periodo di isolamento forzato?
Non proprio: le tracce di base sono state registrate prima della pandemia, quindi solo alcuni dei testi riflettono l’epidemia e solo parte della musica. Penso che la nostra reazione iniziale sia stata quella di tacere e interiorizzare, quindi se qualcuno di questi riflette l’epidemia, sarebbe la roba folky, dall’aspetto interiore. Ultimamente, però, abbiamo sentito il bisogno di rilasciare un pò di adrenalina, quindi è fantastico che questo album contenga un po’ di testosterone – sarà fantastico dal vivo!

Ho sempre immaginato che il vostro “processo di scrittura” fosse anche il risultato di lunghe jam (soprattutto su alcuni dischi del passato) ma a questo punto della vostra carriera cosa è cambiato nella fase creativa?
Non abbiamo un modo prestabilito di fare le cose, quindi alcune cose provengono da improvvisazioni, ma altre cose vengono lavorate su un pianoforte o un’acustica – e tutto ciò che sta nel mezzo! Penso che ciò che è cambiato di più sia la nostra capacità di non essere troppo analitici e autocritici troppo presto nel processo: finiamo il pensiero e l’idea prima di usarlo o buttarlo via, e oggigiorno ogni idea musicale è valida fino a quando non ci abbiamo lavorato. È il modo migliore per evitare il blocco degli scrittori e mantiene anche le Muse di buon umore!

Nella vostra discografia avete esplorato quasi tutti i vari stili del rock and roll, ma c’è qualcosa a cui non vi siete ancora avvicinati?
Non c’è ancora molto reggae o ska nel nostro catalogo… e anche se anche a noi piace un po’, penso che la possibilità che esista un MP-album roots reggae è piuttosto scarsa. A meno che, naturalmente, non andiamo in Giamaica e restiamo lì per alcuni mesi e lo facciamo correttamente. Ma non scommetterci dei soldi!

L’aver cambiato spesso il batterista in qualche modo ha favorito una certa freschezza compositiva nelle diverse fasi della vostra carriera? Penso ad esempio a una band come i Melvins – ora una specie di collettivo aperto con due membri fondatori e collaborazioni sempre diverse …
Ebbene, “spesso” non è il termine giusto, vero? Geb è durato 14 anni, Kenneth 9… ma capisco cosa intendi e, naturalmente, un nuovo membro colorerà sempre la musica – è il motivo perché sono lì! Le persone sono diverse e amano fare cose diverse e hanno processi diversi, quindi ogni batterista (e tastierista o qualsiasi altra cosa) ha cambiato il processo della band. Lo mantengono interessante per noi e fresco per tutti, quindi è soprattutto una cosa positiva. Se Tomas se ne va, non so cosa faremmo, ma forse l’approccio dei Melvins è la strada da percorrere in quel caso? Vedremo cosa succede!

Siete tra i pochi artisti che credono ancora nel potere degli album, come ti relazioni con la musica contemporanea dove tutto si consuma velocemente per poi passare ad altro?
Lo trovo meno coinvolgente e ne ricavo meno, mi dispiace dirlo. Dal momento che ho bisogno di un qualche tipo di contesto per relazionarmi alle cose, molta nuova musica mi annoia. Potrei essere io che sto invecchiando, naturalmente, ma trovo che manchi qualcosa quando è tutto così strutturato, veloce e superficiale. Ma immagino che il nostro ruolo sia sempre stato quello di essere il fornitore dell’alternativa, sin dall’inizio, quindi ci sta bene: lascia che lo facciano e noi faremo le nostre cose per il pubblico a cui piace il nostro genere di cose. In questo modo tutti vincono!

Cosa stai ascoltando in questo periodo? C’è qualche artista o nuova band che ha catturato la tua attenzione? Ci sono nuovi “Motorpsycho” là fuori?
Ho un figlio di 15 anni che è molto appassionato di musica, quindi sento molte cose nuove da lui, ma le mie scoperte vengono da amici e colleghi: il duo metal spagnolo Bala mi piace, mi piace la maggior parte delle uscite sia di Stickman che Rune Grammofon (le due etichette che distribuiscono i lavori dei Motorpsycho ndr.), sono appena entrato nella band Budos, adoro il nuovo disco dei Pearl Charles e ovviamente guarda cosa fanno gli amici: il nuovo disco di Elephant9 è fantastico! Non so, è possibile essere un “nuovo Motorpsycho” di questi tempi? Dal momento che la cultura mainstream è cambiata così tanto e c’è meno attenzione per gli artisti e più per prodotti consumati rapidamente, siamo l’ultima rock band? Spero sinceramente di no, ma sono contento che ci siamo finiti in tempo mentre questa era ancora una possibilità!

Quando avete iniziato eri molto giovane, avreste mai pensato di continuare così a lungo?
Non credo che ci abbiamo pensato! Penso di aver saputo che non saremmo mai stati una macchina di grande successo, dal momento che i nostri interessi e talenti sono altrove, e che costruire un catalogo e una fan-base in modo punk rock sarebbe stato il modo migliore per noi, ma che avremmo avuto 30 anni e più di carriera sarebbe stato inimmaginabile!

Siamo abituati a vedervi ogni anno (prima della pandemia mondiale) in Italia con tanti concerti, ma c’è qualche posto a cui siete particolarmente legati? Vi vedremo mai in Puglia?
Ci manca davvero non venire in Italia! Certamente posti come il Bloom a Mezzago e il Velvet a Rimini – di cui sentiamo molto la mancanza – dove abbiamo suonato così tanto che ormai sono quasi come “a casa lontano da casa” ci mancano di più. Ma suoneremmo ovunque e mi piacerebbe suonare in Puglia se un promotor decente e un grande locale volessero che venissimo!

È tutto, grazie!
Grazie! Ci vediamo dall’altra parte!

Never a band to rest on their exceedingly large heap of laurels – we’re talking about a long standing stalwart of the European rock scene since their formation in the 90’s – Motorpsycho has already returned with the follow-up album to 2020’s highly acclaimed “The All Is One”. Recorded partly in the same sessions as the previous release, “Kingdom Of Oblivion” – out on 16th April ’21 on Stickman Records / All Noir – heralds a return to the riff-heavy Motorpsychodelia of years past while looking forward to new uncharted territories.

Hi Bent! It’s a great pleasure to have the chance to interview you (as a longtime fan) but let’s get to the point; It’s been just over six months since the release of “All is one” (last act of “the Gullvåg Trilogy”) can we consider this new album as a new chapter in its own right? It seems to me that’s a return to a more direct form of heavy rock…
Hi! To us this is a different thing than the Gullvåg Triology, for sure. Even if much of it was recorded at the same time as “The All Is One,” this stuff had such a fundamentally different vibe that we needed to seperate it from the Triology. Much of it is pretty much straight up heavy rock, indeed, albeit with a few tweaks and weird bits thrown in, so it feels much weirder and psychedelic than most modern heavy rock. Heavy psych is probably the most obvious label, if that is your thing. If it’s the beginning of a new cycle or a one off we don’t know yet. Time will tell!

Among the new songs I found some references to the “grungedelic” past – for example “The Transmutation of Cosmoctopus Lurker” – to records as “Timothy’s Monster”, is it a sort of “hard” reaction to this forced period of isolation?
Not really – the basic tracks were recorded before the pandemic, so only some of the lyrics reflect the plague, and only some of the music. I think our initial reaction to it was to go quiet and inwards, so if any of it reflects the plague, it’d be the folky, inwards looking stuff. Lately though, we have felt the need to get some adrenalin going, so it’s great that this album has some testosterone on it – it’ll be great live!

I always imagined that your “writing process” was also the result of long jams (especially on some records of the past) but at this point in your career what has changed in the creative phase?
We have no set way of doing things, so some stuff comes from improvs, but other stuff is worked on a piano or an acoustic – and everything inbetween! I think that what has changd most is our ability to not be too analytical and self-critical too early in the process: we finish the thought and the idea before we either use it or chuck it away, and these days every musical idea is valid untill we’ve worked at it. It is the best way to avoid writers block, and it also keeps the Muses in a good mood!

In your discography you have explored almost all the various styles around rock and roll, but is there anything you have not yet approached?
There isn’t much reggae or ska in our catalog yet… and even if we like some of that too, I think the chance there ever being of a roots reggae MP-album is pretty slim. Unless, of course we go to Jamaica and stay there for a few months and get it properly. But don’t put money on it!

Did having often changed the drummer in some way favored a certain compositional freshness in the different phases of your career? I’m thinking for example of a band like the Melvins – now a kind of open collective with two founding members and always different collaborations…
Well, ‘often’ isn’t quite the right term, is it? Geb lasted for 14 years, Kenneth for 9… but I see what you mean and , of course, a new member is always going to colour the music – that is why they are there! People are different and like doing different things, and have different processes, so every drummer (and keyboardist or whatever) has changed the band’s process. I keeps it interesting for us, and fresh for everyone, so it’s mostly a positive thing. If Tomas leaves, I dunno what we’d do, but maybe that Melvins approach is the way to go in that case? We’ll see what happens!


You are among the few artists who still believe in the power of “Albums”, how do you relate to contemporary music where everything is quickly consumed and then moved on to something else?
I find it less engaging and get less out of it, I’m sorry to say. Since I need some kind of context to relate to stuff, a lot of new music just bores me. It might be me getting old of course, but I do find that something is missing when it’s all so formated, quick and superficial. But I guess our role always was to be the provider of the alternative, ever since the beginning, so we’re fine with it: let them do that, and we’ll do our thing for the audience that likes our kind of thing. That way everybody wins!

What are you listening to in this period? Is there any artist or new band that has caught your attention? Are there any new “Motorpsychos” out there?
I have a 15 year old son that is heavily into music, so I hear a lot of new stuff from him, but my own discoveries are via friends and colleagues: Spanish metal duo Bala i like, I like most of what both Stickman and Rune Grammofon release(the two labels that distribute the works of Motorpsycho ed.), I just got into Budos band, love the new Pearl Charles record, and obviously check out what friends do: the new Elephant9 record fx, is amazing! I dunno, is it possible to be a ‘new motorpsycho’ these days? since mainstream culture has changed so much and there is less focus on artists and more on quickly consumed product, are we the last rock band? I sincerely hope not, but am glad we got in under the wire while this was still a possibility!

When you started you were very young, would you ever have thought about continuing for so long?
I don’t think we thought about it! I think i knew we’d never be a big hit machine, since our interests and talents lie elsewhere, and that building a catalog and a fan base the punk rock way would suit us the best, but that we’d have a ’30 years plus’ – run would have been unimaginable!

We are used to seeing you every year (before the world pandemic) in Italy with many concerts, but is there any place you are particularly attached to? Will we ever see you in Puglia?
We miss not getting to come to Italy – we really do! Of course places like Bloom in Mezzago and the much missed Velvet in Rimini we played so much that they are almost like homes away from home by now, so we miss them the most. But we’ll play wherever they send us, and would love to play in Puglia if a decent promotor and a great venue wanted us to come!

That’s all thanks!
Thank you! See you on the other side!

OJM – Per sempre rock’n’roll

Gli OJM sono stati una delle prime realtà italiane dedite allo stoner-rock, lavorando spesso a stretto contatto con gente come Brant Bjork (Kyuss) e Dave Catching (Desert Sessions, QOTSA). A dieci anni dall’ultimo album in studio “Volcano” la band trevigiana – mai ufficialmente sciolta – ha da poco pubblicato “Live At Rocket Club” (Go Down Records / All Noir) che fotografa il quartetto in uno dei momenti più intensi della propria vita artistica. Ne abbiamo parlato con Max e Andrea, rispettivamente batteria e chitarra nella band.

Ciao ragazzi e benvenuti su Il Raglio del Mulo, è un piacere riascoltare un disco degli OJM a dieci anni dall’ultimo lavoro in studio, come mai è passato così tanto tempo dall’ultima release?
Andrea: E’ un piacere per noi! Negli ultimi anni, dopo “Volcano” e il relativo tour, abbiamo ristampato “Heavy” (nostro secondo lavoro in studio) intraprendendo un tour con la formazione originale dell’epoca, al quale è poi seguito un tour per festeggiare l’anniversario e qualche reunion per particolari occasioni, come è stato nel 2015 quando abbiamo suonato con gli Eagles of Death Metal. Per il resto ci siamo dedicati ai nostri relativi side-project, Max e Ale con Ananda Mida, Pozzy con i suoi The Sade. Non siamo mai stati fermi insomma, però non abbiamo più composto materiale per un eventuale disco, fino a quando non ci è tornato tra le mani un vecchio live che abbiamo rimasterizzato per estrarne questo nuovo vinile.

Siete stati tra i primi mover della scena stoner rock italica, poi gradualmente vi siete spostati su un garage rock meno aggressivo se vogliamo, com’è cambiata la scena anche a livello internazionale secondo voi?
Max: Di sicuro ultimamente c’è stato un ritorno di quei generi che, se mi concedi, noi ascoltavamo già a fine anni 90, e con i quali poi siamo partiti. Al tempo si era però “pecore nere” che proponevano un sound che traeva ispirazione dallo stoner, doom, psichedelia. Generi che ora sono molto più in voga di allora. C’è stato un revival di molte band al tempo di nicchia ed una ricerca da parte del pubblico e dei musicisti atta ad esplorare determinati generi. Per noi non è cambiato nulla, quello che ascoltavamo allora lo rivediamo in molte band oggi, ed alcuni comunque ripropongono un certo sound in maniera egregia!

In questo periodo di mancanza dei live voi uscite con questo disco live del 2011, nostalgia o state serrando i ranghi per un ritorno in grande stile a fine pandemia?
Andrea: Un live ci sta tutto in questo periodo di stop forzato, c’è bisogno di ascoltare almeno su disco un po’ di sano groove da palco! Il lato positivo è che molto pubblico ha più tempo da dedicare all’ascolto, e questa è una buona cosa. Ci sembrava il momento giusto per uscire con un disco live. Per il momento non ci sono idee in cantiere ma tutto può succedere, di sicuro se ne avremo la possibilità torneremo on stage per qualche live e qualche speciale occasione! La voglia di suonare e di ritrovarci c’è sempre, soprattutto in questo momento di pausa forzata.

Avete sempre lavorato con grandi personaggi – da Paul Chain a Brant Bjork a Dave Catching per non parlare di Michael Davis degli MC5 – cosa vi hanno lasciato del loro bagaglio di esperienze queste persone che in un certo senso hanno un po’ inventato un certo modo di fare musica?
Andrea: I ricordi più belli, oltre alle scorribande in tour, sono legate a questi personaggi, sia a livello artistico ma soprattutto umano. Avere la possibilità di confrontarsi e condividere il palco con questi artisti è stato entusiasmante: dalla genialità di Paul, all’umanità di Brant Bjork (per noi come un fratello), alla professionalità di Dave Catching, ma soprattutto all’affetto e alla “storia” scritta da Mike Davis (RIP). Tocchi con mano la persona, conosci e trai ispirazione dall’artista, condividi e impari. Sono cose che ti lasciano un bagaglio artistico non indifferente, e tanti bei ricordi.

In dieci anni le cose sono cambiate tantissimo, dalla promozione al modo di porsi degli ascoltatori, cosa deve fare oggi una band che nasce oggi per farsi ascoltare e venire fuori dal marasma attuale?
Max: Noi ci siamo sempre limitati ad essere noi stessi, a seguire la nostra linea senza badare alle mode del momento. Ovviamente al di la del lato artistico il marketing promozionale è cambiato molto, i live restano importanti ma oggi si viaggia sui social, bisogna saper adottare strategie di conquista anche online ma la chiave resta essere artisti e aver qualcosa da dire e trasmettere attraverso la musica, prima o poi la musica giusta si farà sentire… la musica non si può ridurre solamente a marketing e immagine, c’è sempre bisogno di un valore aggiunto o di qualcosa da esprimere. Poi sì, c’è molta confusione, il pubblico è bersagliato da mille messaggi, la gente tende a sentire e non ad ascoltare, ma noi confidiamo in quel pubblico (molte volte di nicchia) che sa ascoltare ed è appassionato.

Vi siete sempre mossi parallelamente alla Go Down Records, una tra le prime etichette a credere nel rock’n’roll più vintage e autentico, in questo periodo si parla spesso dei club e dei musicisti ma le etichette indipendenti come se la passano durante la pandemia?
Andrea: Come detto da un lato il pubblico si sta prendendo più tempo per ascoltare, comprare dischi e c’è più tempo da dedicare alla musica, molti stanno soffrendo della mancanza dei live, per tanti principale fonte di svago. Anche noi come etichetta siamo purtroppo fermi con eventi e live, le nostre band non possono girare, stiamo investendo sulla promozione via web cercando di far uscire più musica possibile, senza mai fermarci, la crisi inevitabilmente c’è, ma noi facciamo parte della vecchia scuola, lavoriamo con passione e ci mettiamo il cuore, supereremo anche questa situazione.

Cosa state ascoltando ultimamente? Max: Ultimamente stiamo ascoltando molta musica psichedelica.

Lascio a voi le conclusioni e spero di ascoltarvi dal vivo il prima possibile!
Max: Sicuramente finita questa emergenza sanitaria faremo dei concerti per presentare questo ultimo disco dal vivo. Magari dopo ci verrà ispirazione di fare un nuovo disco. Per sempre rock’n’roll

Cornea – Il suono di quello che non vedi

I Cornea sono un power trio proveniente da Padova dedito a sonorità ipnotiche, pesanti, decadenti ma allo stesso tempo oniriche ed introspettive. I sei brani che compongono l’album d’esordio “Apart” (2020 Jetglow Recordings / Doppio Clic Promotions) – tra chitarre shoegaze immerse nel riverbero e la pesantezza atmosferica tipica del doom – sintetizzano e fotografano il percorso artistico di una band in costante evoluzione. Ne abbiamo parlato con Nicola Mel, chitarrista e grafico della band.

Ciao Nicola e benvenuto su Il Raglio del Mulo. Parlami della genesi della band, provenite tutti da altri act con un passato discografico – Owl of Minerva e Dotzauer – ma come nasce il progetto Cornea?
Ciao Paolo, innanzi tutto grazie per questa intervista, speriamo possa contribuire alla diffusione del progetto Cornea! La band nasce nell’estate del 2015 da un mio desiderio di esplorare un genere più libero e slegato dai soliti cliché del rock, che mi permettesse di sperimentare e creare una musica più intimista, avvolgente, che ti prenda per mano accompagnandoti in un viaggio che mi piace definire “personale”. Ho sempre vissuto la musica come una colonna sonora di immagini e film nella mia testa, e con questo progetto volevo rendere bene l’idea creando un sound più “cinematico” che possa fare da colonna sonora alla vita dell’ascoltatore, o rimandarlo a particolari eventi vissuti in passato. Abbiamo passato non poche disavventure per definire una line up solida e soprattutto per fornire all’ascoltatore un prodotto pensato e sentito, che non fosse l’ennesimo disco post rock, e dopo quattro anni e più eccoci qui.

“Apart” il vostro disco d’esordio è uscito in piena pandemia mondiale, è stata una scelta obbligata o ben ponderata?
“Apart” era pronto per la sua uscita, sebbene con delle differenze e arrangiamenti diversi, alla fine del 2017. Purtroppo però abbiamo avuto la “sfortuna” dell’uscita di due membri dalla band (seconda chitarra e basso) poco prima della release, quindi abbiamo fermato tutto… non ce la sentivamo di far uscire un prodotto che non avrebbe rispecchiato la band dal vivo, non ci abbiamo visto un senso. Abbiamo passato tutto il 2018 alla ricerca di altri componenti, riarrangiato i pezzi per farli funzionare al minimo, cercando solo membri essenziali per tornare operativi e facendo un uso più pesante dei synth. Non ci andava di gettare “Apart” nel dimenticatoio (non si chiamava nemmeno così all’epoca, ma semplicemente “Cornea”) avevamo lavorato tanto a quei brani e sentivamo che significavano qualcosa per noi. Nel 2019 abbiamo completato la line up trovando Sebastiano al basso, è scoccata la scintilla per entrambe le parti, abbiamo lavorato con lui per integrarlo il più possibile nella band con il materiale già presente, lasciandogli spazio creativo senza obbligarlo a replicare le parti di basso precedentemente scritte, e in fine abbiamo registrato nuovamente tutto nella sua nuova forma… così è nato “Apart”. Poi è arrivata la pandemia di Covid19, il lockdown e tutto il resto… l’ennesimo ostacolo… ma non ci siamo fatti abbattere, è un disco che fa viaggiare e la gente era costretta in casa, l’abbiamo sentita come una vocazione, “Apart” doveva uscire… per liberare le persone, almeno virtualmente.

La vostra musica genera un flusso costante di emozioni, da cosa traete ispirazione? Quali sono le vostre band di riferimento?
Difficile dirlo. L’ispirazione viene dalle emozioni stesse, a volte da film mentali, come una febbre da smaltire, un demone da esorcizzare mettendo tutto quello che proviamo in musica. Stiamo anche ore a jammare insieme, cercando di andare in dimensioni alternative per poter portare indietro qualcosa per l’ascoltatore, siamo come tre sciamani. A livello di band non ci ispiriamo a nessuno direttamente anche se le influenze sono spesso chiare, ci paragonano ai classici God Is An Astronaut e This Will Destroy You, ma sebbene amiamo le suddette band, le nostre radici sono sicuramente nel rock psichedelico, Pink Floyd su tutti, ma anche Black Sabbath, Cure, Isis… il doom metal e lo shoegaze sono ingredienti che ci piace mescolare insieme per creare il nostro linguaggio, ma non siamo ne uno ne l’altro. A livello personale ognuno di noi ha influenze diverse.

Mostrare ciò che non si può vedere con gli occhi attraverso la musica è il vostro fine. Nella musica strumentale – soprattutto dal vivo – spesso per essere vissuta a pieno ci si serve di visual & di immagini, voi ci avete mai pensato?
Concordo con te, ma non è facile. In Italia le strutture e le situazioni dove le band emergenti possono esibirsi non hanno quasi mai la pazienza e la volontà di permettere alle band di preparare scenografia, luci e tutto il resto, spesso sono situazioni standard. In passato (ahimè quando si potevano ancora fare concerti) abbiamo giocato molto con luci sincronizzate e tanto fumo, ma spesso trovavamo resistenza da parte delle venue, solitamente vige l’idea di “sali, suona, scendi e non rompere le scatole”. Ci piace molto lavorare con i video, e ci stiamo attrezzando per offrire show sempre più immersivi, ma bisogna cercare di tenere il tutto molto “smart” e soprattutto trasportabile.

Il format power trio ha sempre avuto infinite possibilità, ultimamente sia in ambito stoner rock che post/rock e metal c’è un rifiorire di questo tipo di assetto, la vostra è stata una scelta casuale o magari logistica?
Come ti dicevo prima inizialmente eravamo in quattro, poi contro la nostra volontà siamo rimasti in due e al momento della ridefinizione della line up abbiamo voluto tenere le cose al minimo, l’essenziale diciamo. Con la formula del power trio sentiamo che ogni strumento ha il suo spazio e può portare un contributo più ampio, potendosi esprimere liberamente senza saturare oltremodo i brani. C’è più ordine… è anche più difficile però!

La grafica di copertina è favolosa, chi ve l’ha curata?
Ti ringrazio, l’ho creata io tramite A Spring Of Murder, il mio nickname per i miei lavori d’illustrazione. Il filo conduttore che domina “Apart” è la separazione, molte canzoni sono state scritte per esorcizzare adii, sentimenti di esclusione, dolore… ma tutto è così selvaggio, a tratti tribale, primordiale. A due creature innocenti viene impedito di stare insieme, tutto si separa, anche la carne, la vita, la corona separa il popolo, mentre la natura ci guarda silenziosa. Ogni cosa ha un significato, magari anche solo personale, però penso di essere riuscito a convogliare un sentimento di dolore e rinascita, la presenza dei fiori ha un motivo, nel folklore i ciclamini erano visti come una protezione dai malefici, tutto rifiorisce.

Ho notato nella vostra pagina Facebook un minitrailer dell’album, avete intenzione di pubblicare un videoclip prossimamente?
Ci piacerebbe molto. Stiamo creando tanti trailer e mini video, sfruttiamo l’inattività live per creare più contenuti possibile. Sui nostri social potete vedere delle “video pills” che stiamo creando per ogni brano del disco, immagini che aiutino a convogliare emozioni e stati d’animo parallelamente ai brani di “Apart”. Ci piacerebbe creare anche un video ufficiale di una canzone, stiamo ancora pensando se farlo con “Apart” o aspettare il nuovo materiale (in scrittura), vogliamo farlo bene evitando video banali, la pandemia non ci ha permesso di farlo in contemporanea con l’uscita del disco.

Sperando di potervi vedere presto dal vivo – immagino che il vostro show fosse pronto da tempo – avete pensato di proporre un live in streaming? Che ne pensate di questa modalità che sta prendendo piede?
Anche noi speriamo di tornare a suonare live al più presto, non vediamo l’ora che questa situazione di blocco finisca, tantissimi locali stanno chiudendo e tantissimi artisti rimangono congelati senza un’audience reale, è molto grave e deve finire al più presto. Per quanto riguarda live in streaming, ci abbiamo pensato e sarebbe molto bello organizzare qualcosa, non siamo molto pratici delle piattaforme streaming, siamo una band indipendente e facciamo praticamente tutto da soli. Per quanto riguarda le esibizioni live “alternative” mi piacerebbe cogliere l’occasione per promuovere il nostro ultimo progetto “The October Tapes”, ovvero un paio di canzoni registrate live in studio, sia audio che video. Il primo brano è già online da pochi giorni, in premiere sul canale di Where Post Rock Dwells, si intitola “Pink” ed è un brano inedito non presente in “Apart”. Siete tutti invitati a guardarlo, fateci sapere cosa ne pensate!