Voland – Il culto degli Zar

“Imparare divertendosi”. Quello che è uno degli slogan pedagogici più inflazionati ben si adatta alla realtà di molti ascoltatori del metal. Quante volte vi è capitato di scoprire un libro, un film o un evento storico dopo aver ascoltato un brano? Immagino parecchie. “Voland III – Царепоклонство – Il culto degli Zar” (Xenoglossy Productions) dei Voland, così come il resto della loro discografia, diventa l’occasione per ascoltare ottima musica e scoprire pagine avvincenti dell’affascinante storia russa…

Benvenuto Rimmon, terzo giro, ancora un’EP: come mai sinora avete pubblicato solo lavori di breve durata?
Ci piace prestare attenzione ai dettagli e il formato EP con un numero limitato di tracce ci permette di concentrarci su pochi pezzi ma di qualità superiore. In quanto band underground abbiamo tempo e risorse limitate, anche per questo riteniamo che il formato EP si presti meglio alle nostre esigenze. In particolare l’elemento sinfonico è andato crescendo nel tempo e questo richiede una cura precisa dei dettagli. Ad ogni modo, a nostro parere “Voland III” è un EP solo nella forma. Le quattro canzoni nuove costituiscono quasi mezz’ora di musica, in più il disco scaricabile su bandcamp include due bonus track di pezzi vecchi riarrangiati e suonati live in studio, in tutto si sfiorano i 40 minuti. EP o full length poco importa, noi lo consideriamo il nostro terzo album.

Avete sempre chiamato i vostri EP con il nome della band, questa volta troviamo anche il sottotitolo “Царепоклонство – Il culto degli Zar”: questa puntualizzazione è solo formale o anche sostanziale?
Entrambe le cose, abbiamo proseguito con la tradizione di numerare le nostre uscite. Al contempo il sottotitolo lascia intravedere il concept che lega le nuove canzoni. Si tratta di un filo conduttore abbastanza generico e aperto a interpretazioni, ruota intorno alla figura dello Zar russo e ci permette di spaziare nel tempo raccontando episodi di storia russa distanti tra loro, ma accomunati dalla presenza di sentimenti contrastanti rispetto alla figura del monarca, oscillanti tra fedeltà fanatica e aperta ribellione.

La vostra fascinazione per la storia russa come e quando nasce?
Risale alle origini del gruppo, era un periodo in cui io stavo studiando la lingua russa e ne ero molto affascinato. Quando venne il momento di scegliere un tema per i testi della nostra musica provammo a prendere ispirazione a un episodio di storia militare, l’assedio di Leningrado durante la seconda guerra mondiale. Così nacque la nostra prima canzone, “Leningrad”. Il risultato ci piacque molto, tanto da convincerci a continuare su quella strada, prendendo spunti da episodi di storia russa, scrivendo i testi alternativamente in italiano e russo.

Cosa vi colpisce della figura dello Zar?

Lo Zar è l’elemento simbolico su cui si basa il concept, ma in realtà ciò che più ci interessa è raccontare le vicende umane e le prese di posizione di chi ha vissuto sotto la monarchia russa e in che modo si è rapportato con essa. Abbiamo giocato molto col contrasto di atmosfere nelle canzoni, cambi di ritmo e passaggi a tratti aggressivi e a tratti melodici, che rappresentano le diverse voci messe in campo, ovvero i gruppi sociali che nelle varie epoche si sono prestati al servizio dello Zar o al contrario si sono ribellati a lui.

Partiamo dalla prima traccia, quella dedicata ai Romanov: cosa avete voluto evidenziare in questo brano?
“Casa Ipatiev” racconta l’esecuzione dell’ultima famiglia imperiale. E’ un brano che vuole esprimere la tragedia umana collocata in un momento storico cruciale, la difficoltà di prendere decisioni estreme ma necessarie. Musicalmente ci sono passaggi “narrativi” veloci, in cui si inseriscono le sezioni che rappresentano invece i punti di vista delle parti in guerra. Il ritornello doom, cantato in stile corale ecclesiastico, riprende le parole dell’inno zarista e anticipa quello che dalla chiesa ortodossa è considerato il martirio della famiglia reale. La sezione centrale invece è in stile marziale, rappresenta la voce e le motivazioni dei bolscevichi, disposti a qualsiasi sacrificio per scongiurare il ritorno della monarchia.

La seconda canzone è dedicata a quello che è forse stato il più celebre Zar della storia, Ivan IV, detto il terribile. Figura affascinante, no?
Affascinante e oltremodo “metal” oserei dire, nel senso che si guadagnò il proprio epiteto per la violenza che contraddistinse il suo regno, costellato da congiure, persecuzioni di avversari, guerre e follia. Anche in questo caso l’alternanza dei passaggi nella struttura della canzone rappresenta la volubilità degli stati d’animo del sovrano, prono a crisi mistiche ed esplosioni di brutalità. Tutto ciò si contrappone al ritornello che è invece epico e grandioso e omaggia l’importanza che questo regnante ebbe per la storia russa e il destino dell’impero.

Ammetto che non aveva mai sentito parlare del protagonista della terza traccia, Stepan Razin: cosa ha fatto di particolare tanto da attrarre le vostre attenzioni?
Stepan Razin è tanto sconosciuto in occidente quanto fondamentale nella tradizione folkloristica russa. Per capirci potremmo dire che si tratta di una specie di Robin Hood russo, un cosacco che si oppose ai soprusi della nobiltà di provincia sulla popolazione, al punto da condurre una vasta insurrezione contadina, terminata tragicamente nel sangue. La produzione artistica in Russia sul tema è talmente vasta, in termini di poesie, canzoni popolari e piece teatrali, che abbiamo deciso di fare un esperimento di collage attingendo a diversi testi originali e cantare l’intero brano in lingua russa.

Il disco contiene in quarta posizione “Suite russe”, un brano che parla più in generale della storia russa: come si inserisce nel concept?
Questo brano è la coronazione di tutto ciò che abbiamo menzionato prima, i contrasti e le contraddizioni presenti per secoli nella società russa, la spinta verso la modernità e il peso della tradizione, la repressione dei moti progressisti che sfociano nella violenza rivoluzionaria e nella reazione. La canzone ha una struttura progressiva, una suite appunto, che racchiude diversi momenti di questa narrazione e vuole riassumere il concetto di venerazione devota degli zar contrapposta alla distruzione dell’autorità secolare e religiosa.

L’EP si conclude con due live in studio, “Dubina” e “Leningrad“. Scelta particolare, lo dobbiamo considerare un’anticipazione di eventuali show dal vivo, visto che qualcosa si sta muovendo dal punto di vista dei concerti dopo il lungo stop?
Sicuramente da parte nostra c’è tutta l’intenzione di tornare dl vivo il prima possibile. Sappiamo che non sarà semplice, la crisi pandemica ha costretto molti locali alla chiusura e già prima del Covid non erano moltissimi. Restiamo positivi e cercheremo di sfruttare ogni occasione utile per tornare a suonare, non vediamo l’ora di provare le nuove canzoni davanti a un pubblico in carne e ossa!