DeaR – Out of Africa

Ho scoperto Davide Riccio, in arte DeaR, dopo la pubblicazione del suo ultimo lavoro, “Out of Africa” (Music Force). Un disco capace di affascinarmi sin dal primo ascolto, grazie alla sua ricchezza di sfumature musicali e contenuti simbolici…

Ciao Davide, da poco è fuori il tuo ultimo lavoro da solista, “Out of Africa”, che esce a pochi mesi di distanza da un album doppio, “New Roaring Twenties / Human Decision Required”. Questa ingente produzione, farebbe pensare a un periodo particolarmente ispirato per te, è così?
Ciao Giuseppe. Non più di altri periodi. Creo da sempre e di continuo: soffro di una discreta ansia produttiva, diciamo così. Come disse Plinio il Vecchio del  pittore Apelle, “nulla dies sine linea”. Rispetto al passato, però, è cambiato qualcosa nelle pubblicazioni, prima sporadiche o quasi assenti. In ogni caso “New Roaring Twenties / Human Decision Required” è un doppio CD che raccoglie materiale del 2019, poi del 2020, il primo bloccato dal lockdown, il secondo scritto tra il lockdown e la seconda ondata pandemica. Sono riuscito a pubblicare tutto il lavoro accumulatosi però solo a giugno del ’21 grazie alla New Model Label di Govind Khurana. A giugno del ’21, però, stavo già ultimando “Out of Africa”, album che avevo iniziato ad aprile durante un  periodo di malattia. È stato pensato come potesse essere il mio ultimo lavoro e, perciò, è stato partorito con una certa velocità in quella primavera. At last but not at least, i miei lavori raccolgono dei repêchage rimasti nel cassetto fin dagli anni ’80, i quali per l’occasione magari rivisito e riarrangio. Per questo tendo a usare tutto lo spazio che mi è consentito dal supporto, per dare un’opportunità di esistere anche ad altre canzoni o composizioni musicali del mio nutrito archivio di inediti; e sono centinaia. So che questa lunghezza a volte perplime, ma ho già una certa età e l’inquietudine di editare il più possibile mi interessa più di tutto.

Credi che in qualche modo la cattività imposta dal COVID ti abbia in qualche modo fatto cambiare il modo di lavorare sulla tua musica?
No, non credo. Il Covid-19 è stato un evento odioso e pesante per tutti, ovviamente, e la gestione in Italia dell’emergenza sanitaria che ne è derivata, soprattutto mediatica e politica oltre che economica e purtroppo anche truffaldina, spesso mi ha fatto anche particolarmente rabbia; e ancora me ne fa venire. Ho sviluppato una tale insofferenza per questa “cosa” che non posso riconoscervi alcun debito, quanto meno positivo. Non ho avuto nemmeno più tempo libero del solito, poiché ho dovuto continuare a lavorare e con ritmi e pesantezze che non sto a narrare, visto che lavoro nell’ambito socio-assistenziale e sanitario. Non ha nemmeno cambiato molto dal punto di vista della mondanità, diciamo così, poiché sono tendenzialmente un uomo schivo e solitario. Il mio modo di lavorare sulla musica è cambiato solo con gli anni e con l’esperienza. E di anni ne ho ormai 55, di cui 43 passati cercando di fare la mia musica.

Sei mai stato in Africa?
No. Ma ci sono stati i nostri progenitori per centinaia di migliaia di anni, come dimostra l’Eva mitocondriale, l’antenata comune dalla quale tutti gli esseri umani discenderebbero in linea materna. Il mio “Out of Africa” non riguarda il romanzo di Karen Blixen, ma si riferisce all’ipotesi paleoantropologica che riguarda la prima migrazione umana dall’Africa al mondo intero, la prima grande diaspora,  avvenuta tra 1 e 2 milioni di anni fa. La mia è l’Africa artificiosa vista o intravista da un bianco europeo che, oltre che nei libri, nella musica o nel cinema, se l’è vista soltanto arrivare da lontano tra le strade e le case della propria città. Torino e il Piemonte hanno oggi una comunità africana plurale tra le più importanti in Italia dopo Lombardia ed Emilia Romagna. Anche l’Arabia e il Sahara di “Far are the shades of Arabia”, brano che composi nel 1984, il più remoto tra quelli ripescati e il primo che portai in uno studio di registrazione con una band che si chiamava “Canned Music”, è un’Arabia irreale, o quanto meno letteraria, quella affascinante del deserto come luogo simbolico dello spirito, dell’esperienza di liberazione e di rinascita, e quella nondimeno colta e sensuale ancora lontana da certi inasprimenti che hanno portato al terrorismo e al fanatismo islamista di anni più recenti, bensì di William Wordsworth o Paul Bowles, di Lawrence d’Arabia o del Comandante Diavolo, o del poeta Walter De La Mare, da cui presi in prestito il titolo appunto di “Far are the shades of Arabia”, una sua poesia. Ma, infine, come ha insegnato Salgari, non c’è bisogno di andare in un luogo davvero, cioè fisicamente, per conoscerne e parlarne.

“Out of Africa” è un concept o qualcosa del genere?
Come accennavo prima,  “Out of Africa” l’ho composto e registrato nel 2021, a cominciare dal mese di aprile durante un periodo di malattia. L’Africa è stata un pretesto per guardarmi indietro nel passato, con i miei 40 anni di musica rimasta per lo più all’oscuro, farne un riassunto, ricercare e tornare a mie più personali radici così da riprendere in mano il presente e, se ancora possibile, il futuro, con più coraggio e lucidità. La musica è stata più che mai importante in quel momento. Ne parlo particolarmente in “Go Back and Get It (Sankofa)” e in “What’s Done Is Done” (Quel che è fatto è fatto). Alla morte ci pensiamo spesso, ma quando sembra arrivare davvero, allora, è tutta un’altra assurda faccenda. Il primo pezzo di questo lavoro, decisamente tribal, è stato “Go Back and Get It!”, in cui ho anche cantato in swahili (ho usato anche la lingua igbo della Nigeria in “Tigritude”). Il brano è ispirato al sankofa, un simbolo che viene dal Ghana e che oggi rappresenta l’orgoglio africano di chi persegue ancora il sogno o il progetto di un’Africa libera dall’occidente e unita. Un simbolo della diaspora africana che incoraggia l’unità nella storia, nella tradizione. Il sankofa invita a tornare indietro per riprendere possesso del passato e quel che vi abbiamo dimenticato. Solo così possiamo procedere verso un nuovo e vero futuro, ed è rappresentato da un uccello con la testa rivolta all’indietro mentre sta per prendere un uovo dalla sua schiena. Una variante del simbolo, anch’esso rappresentato sulla copertina, è l’adinkra ed è simile al cuore. Sulla copertina l’uccello è stato stilizzato dall’artista Leonardo Di Lella con una pennellata che lo ha reso simile a uno enso, soggetto della calligrafia giapponese zen che simboleggia l’illuminazione, l’universo assoluto, l’infinito, il tutto e il niente. Poi, certo, l’Africa è servita anche per tornare alle radici stesse della musica. Gran parte della musica moderna origina soprattutto da qualcosa di nero, di africano o di afro-americano, più di quanto non si pensi. Perfino il bottle-neck di una slide guitar, come in “Halfaway to you”, quindi in un pezzo country, genere musicale “bianco” per eccellenza, ha origini africane. La tecnica della bottleneck guitar nacque dagli schiavi africani, essendo collegata a uno strumento musicale monocorde africano, il diddley bow o jitterbug. In ogni caso, la tecnica della slide guitar è stata resa popolare dai bluesmen afroamericani. Ma c’era anche un altro punto per me importante, quello sulle diaspore, sulla emigrazione, a cui tutta l’umanità è sempre stata obbligata per necessità di sopravvivenza e sempre lo sarà, magari un giorno verso nuovi lidi cosmici. Purtroppo ho dovuto escludere un brano per una parte di violoncello che avevo chiesta e non mi arrivava. Ma io dovevo pubblicare l’album entro l’anno e Alessandro Carletti Orsini e la Music Force sono riusciti a farlo poi uscire proprio il 31 dicembre, a cavallo tra il vecchio anno e il nuovo, tra passato e futuro come un Giano bifronte. Fantastico! In quella outtake, “Life After Life”, raccontavo la storia di mio nonno emigrato a Philadelphia nel 1910, di mia nonna che lui sposò per procura e che lo raggiunse in America nel ’16, del trattamento orrendo che venne a lui riservato a Ellis Island (erano gli anni di test e visite mediche umilianti, di aberranti teorie eugenetiche, quelle di Goddard e Therman…) Anche un suo cugino andò a Philadelphia, ma sparì, di lui non si seppe più nulla. Si vociferava che fosse finito tra le fila dei mobster o gangster, forse della famiglia Sabella, durante il Proibizionismo. Mio nonno, operaio nelle manifatture tessili di Philadelphia, ma anche probo pastore protestante, forse per paura di esserne coinvolto, e suo padre, il mio bisnonno, tornarono poi in Italia e in Irpinia portando e consolidando l’Esercito della Salvezza insieme al maggiore James Vint. Una mia zia, nata a Philadelphia, viaggiò tutta la vita per il Salvation Army, a parte un periodo che servì la regina a Buckingham Palace come badante degli allora piccoli Andrew ed Edward. Fu lei a darmi i primi rudimenti di lingua inglese. Sia da parte di padre, sia di madre, la mia famiglia ha dovuto per necessità emigrare sempre. Anche mio padre, sebbene figlio di un possidente terriero, emigrò, prima in Svizzera, in un’epoca in cui gli italiani non potevano affittare una casa ma potevano abitare, negli otto mesi di permesso di soggiorno, soltanto in baracche allucinanti ai margini delle città. Gli italiani venivano chiamati schinkenbrotli, “panini al prosciutto”. Infine emigrò a Torino. Tutti i miei avi emigrarono, specialmente quelli dalla povera Irpinia, una delle regioni più povere di sempre insieme alla Lucania, proprio come si vede negli splendidi documentari di Luigi Di Gianni. Andarono un po’ ovunque. Quelli emigrati in Francia, come tutti gli altri italiani, si guadagnarono l’appellativo spregiativo di “ritals”. Insomma, per tagliare corto, diciamo che sono sensibile al tema dei “migranti”.

In un paio di occasioni ti sei affidato per i testi alle penne celebri di David Herbert Lawrence ed Emily Dickinson
Sì, fin da ragazzo ho amato mettere in musica poesie di autori diversi. Per la mia prima canzone usai “She is far from the land” del poeta irlandese Thomas Moore. Poi, negli anni, musicai anche alcune cose di Shelley, Th. S. Eliot, Apollinaire, Penn Warren, Gide, Trakl, Rimbaud, Garcia Lorca, Ezra Pound, altre poesie della Dickinson e di David Herbert Lawrence e di altri ancora. Nel mio precedente lavoro ho musicato qualcosa anche di Pavese e di Shakespeare. Da ragazzo, quando leggevo dei versi, la musica veniva a volte spontanea. E a volte usavo le poesie per avere un testo come guida che mi permettesse di scrivere una musica, per poi cambiare le parole con qualcosa di mio. Spesso cito versi di altri poeti. Io stesso ho scritti e pubblicati diversi libri di poesia. Per la poesia però ho scelto la lingua italiana. Un’attività importante, quella mia di scrittore, tanto quanto quella musicale. Nel 2020 sono riuscito finalmente a scrivere e pubblicare il mio primo romanzo, “La banca dei reincarnati” (Genesi editrice, 2021). Desideravo scriverne uno fin dalla mia adolescenza. Ci tengo a precisare che non sono pubblicazioni APS. La poesia è stata una delle forme d’arte per me più importanti, che mi ha cambiato la vita, a cominciare da Rimbaud. Poi però non sono di coloro che pensano la poesia essere qualcosa di sublime, capace di “migliorare le persone e quindi il mondo”. Ne parlo in “Tigritude”, un brano che prende spunto dal termine francese negritude (negritudine), un movimento letterario nato nelle colonie francofone che convolse scrittori africani e afroamericani e che si propose di affrancare i neri dai propri colonizzatori attraverso l’orgoglio di essere neri. Un termine che fu criticato dal poeta premio nobel nigeriano Wole Soyinka, che disse ironicamente: una tigre non proclama la sua tigritudine, ma agisce, assalta, attacca. Una affermazione che fece discutere perché pensata come incitamento alla violenza. Nel testo di “Tigritude” affermo che il poeta e la poesia non possono migliorare il mondo e l’umanità, come a volte si pensa e sostiene, o non necessariamente. Per questo faccio un elenco di poeti o personaggi “negativi” che scrissero poesie, senza quindi essere salvati dalla poesia né per salvarsi, a cominciare da Rimbaud, che lasciò la poesia per fare il mercante d’armi e di schiavi in Etiopia; e poi Pierre François Lacenaire, il poeta assassino che commise i peggiori crimini per un suo progetto malato di essere condannato a morte, incapace altrimenti di suicidarsi. Oppure Radovan Karadzic, noto criminale di guerra, che pubblicò diversi libri di poesia. O ancora Jack lo scrittore, Johann Unterweger, un serial killer austriaco che ebbe successo come scrittore, ma che strangolò una dozzina di donne con i propri reggiseni. Oppure il killer poeta che lasciò un haiku alla finestra della casa in cui assassinò alcuni  anziani nella prefettura di Yamaguchi. E non dimentichiamo Dietrich Eckart, che scrisse teatro e poesie, ma fu uno dei principali ispiratori del nazismo, noto come l’uomo che inventò Hitler.

Il sound è molto ricco e spazia tra i generi, world music, kraut rock, rock. Questo vagabondare tra i generi è processo per te involontario oppure ti imponi questa varietà?
No, non mi impongo nulla. Io ho voluto restare da sempre ai margini dello show business per poter continuare a fare la mia musica nella più totale libertà. Per vivere ho fatto tutt’altro lavoro. Ascolto tutta la musica e mi diverte misurarmi con ogni genere musicale, anche se non mi piace (come è stato per esempio in “Out of Africa” con il reggae), scoprirne gli aspetti più nascosti di cui ti puoi accorgere solo da compositore o musicista. Questa cosa è intrigante e mi consente di conoscere anche altro di me che mi sarebbe rimasto ignoto a ripetermi nei gusti e nelle formule. Il mio è un atteggiamento sempre aperto ed esplorativo. Non mi piace rifare le stesse cose e sempre nello stesso modo, né ricondurre tutto a un obbligo di omogeneità. Questa per altro è un’altra ragione per cui ho smesso di fare attività live: ripetere prove e concerti mi dava molto fastidio. Preferisco sedermi in uno studio e procedere con qualcosa di nuovo, da solo così come con altri nelle collaborazioni. Repetita iuvant, sentenziavano i latini, ma non nel mio caso. Anzi. Da questo punto di vista, mi basta già la ripetitività della quotidianità…

C’è stato un momento durante la composizione di questo album o di un tuo lavoro precedente in cui ti sei autocensurato? In cui ti sei detto, questo non posso proprio farlo…
No, non mi autocensuro mai. Ma questo deriva in genere dal fatto che ormai ho un mio modo di vedere e di fare le cose e di aggirare il problema attraverso modi che nascono da me e dal mio stile ormai acquisito, quindi conforme in qualche modo al mio mondo, alla mia poetica. Diversamente, esplorando, ne approfitto per capire cosa stia succedendo, non eliminando, ma rielaborando.

Hai intenzione di portare dal vivo “Out of Africa”?
Come dicevo prima, mi piace soltanto comporre e registrare in studio. Mi interessa fare sempre qualcosa di nuovo e andare oltre, non ripetermi. Ho smesso di fare concerti da molto tempo e il mondo dello spettacolo, da questo lato, non mi interessa. Ho tutt’altro lavoro, che finora mi ha consentito di vivere o sopravvivere e voglio mantenere il massimo grado di libertà autoriale, fare e disfare quel che mi pare senza dovermi curare di necessità anche alimentari eventualmente legate a musica che non ho voglia di fare o di ripetere di palco in palco. Non voglio l’ingerenza di alcun produttore, ma solo collaborazioni creative autentiche. E poi sono diventato sempre più timido e schivo; soffrirei molto a fare serate o a intraprendere un tour. Negli ’80 suonare dal vivo mi scombussolava non poco, anche se devo ammettere che a volte fu anche divertente. Ed ero giovane. Oggi…

Abbiamo iniziato questa intervista sottolineando il tuo attuale stato di grazia, ci puoi già anticipare qualcosa sulle tue prossime mosse?
Voglio solo continuare come ho sempre fatto, componendo, collaborando, registrando, pubblicando. Il successo non mi riguarda. Per quello ci vogliono altre cose dalle mie. Sto bene così, nella mia nascosta e sconosciuta nicchia. Ho appena terminata una suite classicheggiante dedicata alla mia città (“Mon Turin”), 12 quadri strumentali per pianoforte e altri strumenti, e un ultimo brano cantato utilizzando dei versi di Jules Laforgue, le “Locutions des Pierrots”. Ci ho lavorato per dodici anni. Probabilmente sarebbe stata da rifare o rifinire, ma ho deciso infine di lasciarla così. Ogni quadro è intitolato a un luogo, a un personaggio o a una storia di Torino in quali in qualche modo contengono anche momenti o periodi importanti della mia vita. Volevo fare fin da ragazzo qualcosa che omaggiasse musicalmente Torino ma soprattutto compositori classici che allora iniziai ad amare particolarmente (Ravel, Stravinsky, Bartòk, Hindemith ecc.). Un sogno a dir poco velleitario, poiché io – autodidatta – non ho mai potuto studiare la musica a livelli così alti. Sto inoltre lavorando a un disco di collaborazioni e… Non so bene, ma devo ancora publicare o ripubblicare centinaia di brani del passato. Man mano che esce qualcosa di nuovo, ne ripesco qualcuno. E poi ci saranno un paio di libri nuovi, tra cui una nuova raccolta di poesia dal titolo “L’ansia pandèmia”. E poi continuano le mie interviste ad artisti e gruppi su Kult Underground. Adesso sono quasi arrivato a 850 interviste fatte negli ultimi vent’anni. Mi piace scambiare due parole con gli altri artisti, noti o meno noti o sconosciuti. E dare il mio piccolo contributo per promuoverli. Altro, vedremo…

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