Soul Rape – Regno senza fine

I Soul Rape diedero alle stampe nel 2015 una sorprendente release intitolata “Endless Reign” (Punishment 18 Records), a sette anni di distanza dalla pubblicazione provo a “tastare il polso” alla band facendo un bella chiacchierata con un simpatico e loquace Lauro di Marzio, chitarrista/cantante del quartetto nostrano…

Allora Lauro, in tanto grazie e benvenuto! Dicci un po’ come e in quali circostanze nacquero i Soul Rape…
Con piacere Luca! Tutto nacque da una mia idea nel 2004 quando ero studente alla facoltà di architettura; all’inizio io non cantavo, suonavo solo la chitarra; poi si aggiunse Maurizio detto “Maui” alla batteria che lavorava sempre in facoltà come tecnico informatico. I Soul Rape di fatto erano in uno stato più che embrionale: praticamente un progetto tra due amici con la passione in comune per il prog e soprattutto il death metal però dai nostri incontri musicali sono nate le strutture di molte song, alcune delle quali sono presenti sul debut album. Pensa che inizialmente ci chiamammo con lo pseudonimo All Life Ends perché entrambi, oltre che degli Atheist, dei Nocturnus e dei “Death”, eravamo fan sfegatati (praticamente invasati) degli At the Gates. In pratica ti posso dire che i Soul Rap” vennero alla luce dopo la laurea quando conobbi Franz detto “Moloch”, una persona molto colta, con profonde conoscenze linguistiche, esoteriche e storiche che oggi è un professore universitario e che stimo ancora tantissimo. Franz sarà la prima voce della band e che propose il nome attuale del gruppo, dopo poche prove si aggiunse con lo pseudonimo di “Storm” il bassista Giulio. Con questa formazione pubblicammo nel 2008 il nostro primo Demo “Primordial Paradox” facendoci conoscere nella scena underground delle province di Varese e di Como e, sempre nel 2008, durante una vacanza al mare tra amici metallari (la miglior vacanza della mia vita) l’amico Daniele detto “Tambo”, dopo aver ascoltato la demo, ci disse che avrebbe voluto far parte della band perché il nostro sound gli ricordava i Death e gli In Flames, due gruppi che amava. Il consolidamento della nuova formazione a cinque avvenne dopo una “battle of the band” che si tenne a Tradate quando alla fine della nostra performance “Tambo” che era presente ci disse “da quei fottuti ampli (degli organizzatori del live) finalmente è uscito il male così come doveva essere”: furono le parole che ci spinsero a chiedere a “Tambo” di entrare nella formazione inizialmente in prova ma dopo pochissimo tempo divenne effettivo della band. Dopo la decisione di Franz di lasciarci per seguire strade diverse, decisi di reinventarmi voce solista ma senza abbandonare la chitarra. All’inizio non fu facile coordinare la voce e la chitarra ma ci riuscì dopo poco tempo. In seguito, per problemi di famiglia, anche Maui lasciò il gruppo. In quegli anni avevo anche un progetto di cover hard n heavy anni 70. Il mio batterista di quel progetto, Pietro “Peterbat” Battanta era un grande appassionato di death metal e gli proposi di suonare con noi. Pietro accettò subito la proposta: eravamo nel mese di gennaio 2010. Dopo qualche mese Pietro venne ingaggiato anche da Gary D’Eramo per suonare nei Node che è una delle band più importanti band thrash death metal in Italia.

Puoi presentare i membri della band? Qual è il vostro background musicale?
La formazione attuale della band e composta da Pietro “Peterbat” alla batteria, Daniele “Tambo” alle chitarre, da Giulio “Guglio” Cazzani al basso e al violoncello e da me “Larry” alle chitarre e alla voce. Ma partiamo con ordine: Pietro ha incominciato a suonare la batteria prendendo lezioni dal batterista dei Longobard Death Giorgio Annoni (con il quale avevo già suonato nel mio primo progetto thrash death) e successivamente continuò a studiare con l’ex batterista dei Node, Marco Di Salvia. Le sue influenze batteristiche spaziano da Mike Terrana, Henry Ranta, Gavin Harrison, Gene Hoglan, Dave Lombardo, Mike Portnoy e molti altri ancora. I suoi ascolti spaziano dal metal estremo, principalmente thrash death melodico di stampo svedese ed heavy metal in generale, dal rock/metal progressivo al jazz senza disdegnare la musica leggera (Elton John, Eumir Deodato e altri). Daniele ed io fummo allievi entrambi di Richie Newport al liceo musicale Bellini di Tradate; Richie è un chitarrista inglese formatosi al celeberrimo GIT di Los Angeles sotto la guida di Paul Gilbert e fu, per un breve periodo, chitarrista turnista dei Guns ‘n Roses e chitarrista di Blaze Baley. Ricordo quando Daniele andava a lezione prima o dopo di me e mai avrei immaginato che avremmo in futuro suonato insieme. In quel periodo Daniele suonava e ascoltava heavy metal classico. Le sue influenze chitarristiche maggiori sono James Schafer, Glen Tipton, Dave Murray, Dino Cazares, Dave Mustane, Joe Duplantier e Chuck Schuldiner. Riguardo Giulio invece posso dirti che viene dalla “musica colta” essendo diplomato in violoncello; con il violoncello ha incominciato a suonare metal un po’ come hanno fatto gli Apocaliptica. Solo successivamente acquistò il basso elettrico imparando la tecnica da solo. Tra le sue influenze principali ci sono bassisti del calibro di Steve Harris, Steve Di Giorgio, Cliff Burton, Chris Wolstenholme, ma soprattutto Tony Choy. Attualmente Giulio suona in numerose orchestre sinfoniche Italiane ed è spesso in tournée. Io sono cresciuto con l’hard rock e l’heavy metal classico ma anche con la “musica classica”, il jazz e il blues: tutti generi che ho imparato ad amare e conoscere anche grazie a mio fratello maggiore che fin dalla mia tenera età mi comprava dischi e mi portava a vedere i concerti anche di band famose come i Pink Floyd, i Guns ‘n Roses, i Metallica e i Judas Priest. Il mio primo strumento musicale oltre al “flautino” della scuola media fu il clarinetto che mi permise di rapportarmi alla “musica colta”; purtroppo smisi di suonarlo quando cominciai ad andare al liceo soprattutto per mancanza di tempo. L’approccio al Metal estremo avvenne al liceo grazie al mio compagno di classe metallaro Patrick. Iniziai a suonare la chitarra elettrica intorno ai 18 anni prendendo lezioni, come dicevo prima, da Richard Newport ma a differenza di Daniele decisi di approfondire anche il jazz perché era un genere che mi incuriosiva particolarmente. Le mie prime band furono un mix tra il black metal e il grind core, altre invece death melodico, ma furono progetti fallimentari per diverse cause; per un anno feci parte come cantante di un gruppo thrash black della provincia di Como gli Obscured coi quali realizzai anche un demo. Li lasciai per gli impegni dovuti alla tesi di laurea; la cosa non fu presa bene dagli membri del gruppo che cancellarono anche i take con la mia voce per sostituirli con quelli del nuovo cantante ovvero il chitarrista. Nel frattempo, studiai molto perfezionando la tecnica e ascoltando tanto in particolar modo il death metal tecnico e quello melodico, tanto prog come gli Opeth, i Porcupine Tree e Emerson Lake and Palmer, ma anche altri generi musicali spaziando dal jazz al flamenco e strizzando l’occhio alla musica colta. Sono stato influenzato da Chuck Schuldiner, Kelly Schafer, Kerry King, Jesper Stromblad, Anders Bjorler, Mike Ammot, Euronymous, Tony Iommi, Pat Metheny, Antonio Carlos Jobim, Al Di Meola e Paul Gilbert. Come cantante invece mi sento molto influenzato nelle tecniche del Growl e dello scream da Jeff Walker, Dan Swano, Tompa Lindberg, Shagrat e T.G. Fischer, mentre nelle voci pulite da Layne Staley, Matt Barlow, Gene Simons e Rob Halford.

Dalle informazioni in mio possesso Jeff Loomis ha partecipato come solo special guest. Com’è nata questa collaborazione?
Premetto che il merito di questa collaborazione è dovuto a Pietro Battanta; era risaputo che Jeff Loomis facesse molte guest a band underground a livello internazionale; cosi approfittando del fatto che fosse in tour per il suo secondo album solista “Maze of Oblivion” e che il 14 novembre 2012 avrebbe suonato al Land of Live di Legnano, dopo il concerto Pietro andò direttamente al banchetto del merchandise chiedendogli semplicemente se avremmo potuto avere il privilegio di avere un suo guest solo sul disco. Loomis rispose, per nostra fortuna, che dopo il tour se ne poteva parlare. Pietro allora prese contatti con la sua manager. Alla fine del tour Pietro le scrisse e dopo poco tempo lei diede l’indirizzo mail personale di Jeff. A Loomis piacque parecchio la nostra song “Like the Serpent Tongue” un pezzo scritto da me e da Daniele e così il guitar hero decise di registrarci il guest solo: Pietro gli spiegò dove dovesse suonare il solo dicendogli anche che avrebbe avuto carta bianca. Loomis non solo registrò l’assolo di chitarra ma aggiunse anche chitarre synth sul riff d’attacco. Il risultato fu sensazionale e si può sentire nell’album. A noi tutti del gruppo quanto successo non sembrava vero eppure è realtà. Mi emoziono ancora adesso quando ci penso.

Dando un’occhiata alla cover del disco si capisce chiaramente chi è il fautore della stessa, dico bene?
Dici benissimo, si tratta del celeberrimo Dan Seagrave già copertinista dei Morbid Angel, degli Entombed, degli Edge of Sanity, dei Malevolent Creation e dei Suffocation. L’aspirazione di avere una sua copertina fu sempre un nostro desiderio anche perché tutti e quattro eravamo suoi fans accaniti. Alla fine, provammo tentando dopo il solo di Loomis il secondo colpaccio. Andammo sul suo sito e gli scrivemmo. Di certo non ci aspettavamo che ci rispondesse vista la sua grandezza e la sua fama. E invece ci rispose e si dimostrò molto umile, davvero molto gentile e disponibile. Gli spiegammo come volevamo l’artwork con sfumature di arancio, di rosso e di porpora dalle tonalità molto sgargianti. Seagrave ci inviò una prima bozza e ci disse che se fosse stata di nostro gradimento ci avrebbe lavorato in maniera precisa. Già vedere una bozza fatta da lui fu per noi un incanto di emozioni che non ti posso descrivere. Il lavoro si può vedere con l’album; pensammo di usare le bozze come sfondo per le pagine della brochure dei testi. Anche in questo caso bisogna ringraziare il buon Pietro che grazie alla sua dimestichezza con l’inglese ci ha permesso di trattare con questo artista di fama internazionale. Prova ad immaginarti da death metaller che sono, cosa significa quella copertina per me. Il giorno che usci il disco che lo vidi incellofanato pensai dentro di me “Ci sono stati i Carnage e ora ci siamo noi”. Scusami: un piccolo momento di autoesaltazione.

Una cosa che salta subito all’orecchio di chi ascolta è che il vostro sound è molto poliedrico, come lo definiresti se qualcuno ti chiedesse cosa suonate?
Innanzitutto, grazie per la tua affermazione! Per noi questo è davvero un complimento perché è la conferma che stiamo andando nella direzione giusta. Di solito quando qualcuno me lo chiede rispondo con la definizione di progressive melodic death metal. Per essere più chiaro, in linea di massima il nostro sound è un incrocio tra la triade aurea del death metal tecnico floridiano, ovvero Death, Atheist e Nocturnus, il death melodico svedese e il death metal svedese in generale come At the Gates, Arch Enemy, In Flames, Dissection, primi Opeth, Edge of Sanity e Dismember e il death metal inglese degli ultimi Carcass e dei Bolth Thrower. Se però ascolti bene, come hai detto giustamente, traspaiono un sacco di altre influenze stilistiche come ad esempio dall’heavy metal classico, di King Diamond e dei Judas Priest al doom metal dei Cathedral, dal black metal degli Immortal e dei Satyricon, all’hard rock dei Guns n Roses e dei Mötley Crüe, dal progressive rock/metal dei Gentle Giant, dei Pink Floyd, dei Primus e dei Porcupine Tree, al jazz di Frank Chic Korea per non parlare della “musica da film” di cui siamo tutti appassionati. In pratica se dovessi definire la nostra musica la definirei come “art metal” perché in fondo a modo nostro ricalchiamo i dettami del concetto di sperimentazione dell’art rock, solo che lo facciamo usando la chiave del metal estremo, senza porci alcun limite di genere. Ti informo pertanto che, finché ci saremo, continueremo a farlo.

Qual è la tua opinione riguardo la scena estrema italiana? Ci sono band nel sottobosco underground che in qualche modo ti hanno colpito positivamente?
Aspettavo che me lo chiedessi. In realtà ce ne sono tantissime, l’Italia è, e sarà sempre, il Paese della bella musica anche in campo estremo e penso che ogni band italiana di questo panorama non abbia davvero nulla da invidiare rispetto quelle del nord Europa o degli States. Quello che secondo me manca, è il rispetto e il supporto reciproco tra band che suonano all’interno di questo contesto. Penso inoltre che ci sia troppa rivalità, troppo egoismo e troppi pregiudizi per partito preso senza nemmeno provare ad ascoltare le song proposte di un qualsiasi gruppo. Penso che se si risolvessero questi piccoli, ma fondamentali problemi, tutto acquisterebbe un altro peso. Un altro problema è che a differenza della Scandinavia o della Florida, ad esempio, in Italia pochi investono nel campo della musica e tantomeno nel panorama del metal estremo. All’estero spesso essere musicista metal è visto come un vero e proprio lavoro; addirittura in Svezia lo stato fornisce un bonus di 750 € al mese a tutte le band emergenti o già navigate a patto che si scelga di intraprendere quella come attività lavorativa. Qui in Italia devi essere tenace non arrenderti mai, devi pagarti le sale prova, le registrazioni, sudando sangue per poter suonare nei locali, sottopagato o addirittura gratis. Peggio ancora se tenti di creare eventi promozionali o festival di musica estrema. Ci sarà sempre il perbenista di turno che tenterà di farti lo sgambetto per non farti fare nulla, motivo per cui affermo che le band italiane meritano almeno il doppio del rispetto di quelle all’estero. Un mio carissimo amico diplomato in oboe e compositore è convinto che “questa società contemporanea sta procedendo molto male” e, come lui ebbe modo di sperimentare in un arco di 35 anni, “in certi circoli e circoletti si entra solo per l’ingaggio o per altri inciuci che non sono sempre facili da nascondere”. Mi disse anche “non esiste (forse esisteva una volta) l’obiettiva considerazione del talento puro e si sceglie piuttosto, di distruggere qualcuno in grado di diventare una minaccia” e questo fu quello che successe a lui in ambito classico. Quante band metal hai conosciuto nella sua stessa situazione? Non so a te ma se io dovessi descrivere quelle che ho conosciuto io perderei il conto. Detto ciò, tra le band dell’underground italiano quelle che ascolto maggiormente sono ad esempio i Disarmonia Mundi, i Novembre, gli Ignotum, i Sadist, i Flash God Apocalypse, gli Extrema e per finire i Node. Siamo molto amici dei Node, abbiamo condiviso il palco molte volte e persino il batterista.

Come nasce un vostro brano? Quali sono le varie fasi nelle quali esso si sviluppa?
Diciamo pure che la cosa parte da me, sono io il riffmaster del gruppo. In primis parto col tradurre con la mia chitarra le onde sonore che mi sento in testa cercando di stendere una struttura più o meno intricata e mi registro per poi importare su Cubase a metronomo. Una volta stesa la track, sistemo la chitarra guida e scrivo sopra le altre chitarre e il basso improvvisando tutto ad orecchio, fino ad avere una registrazione totale degli strumenti a corde pizzicate della Song. Una volta fatto ciò esporto la traccia in Mp3 e mando tutto a Pietro che scrive le sue linee di batteria e arrangia il ritmo in generale della song. Fatto ciò, ci ritroviamo in due e la suoniamo fino a renderla nostra e poi la registriamo in presa diretta, chitarra guida e batteria. Quindi spiego la parte a Daniele che armonizza le sue chitarre e che eventualmente reinterpreta i riff, a volte rimpostando i miei, altre volte aggiungendo parti nuove scritte da lui, ma senza distruggere o stravolgere il lavoro. In questo caso ci troviamo in tre e riregistriamo la song dall’inizio. Per ultimo arriva Giulio che svolge un lavoro di sgrossamento delle parti, andando a correggere millimetricamente quasi “alla nota”, laddove la song non suona e, in seguito, va a correggere le linee di basso scritte da me precedentemente. Laddove non ci sono obbligati va scrivere la sua parte di basso. Da lì si ri-registra ancora una volta in presa diretta, fino a ottenere la song definitiva. Con quella parto a scrivere le linee di voce e con Daniele scriviamo insieme gli assoli.

Per ciò che concerne invece l’ambito dei testi cosa puoi dirmi?
Per quanto riguarda i testi, in quanto a voce del gruppo, sono interamente scritti da me. Generalmente inizio già a canticchiarli nel momento in cui scrivo il riff, e poi, quando abbiamo la song al completo, li metto su carta. Vedo come funziona il testo, la voce e la chitarra si correggono le ultime cose e per ultimo si registra tutto. Le tematiche affrontate toccano fatti di attualità, di psicologia, di esoterismo, di mitologia, e hanno sempre un messaggio positivo, un po’ come avviene nell’hardcore punk. Se ad esempio prendiamo “Whit My Fingers I’ve Touched Death”, in quella song viene affrontato il tema del l’alienazione dell’individuo dai problemi della vita attraverso la droga (in quel caso l’eroina). Lo stato di assuefazione da overdose da eroina sospende il consumatore tra la vita e la morte, in un mondo a volte silenzioso e oscuro, altre volte in una sorta di campi elisi dal cielo azzurro, lontano da dispiaceri, crisi, stress. Messaggio? La droga ti rende schiavo, ti consuma fino ad ucciderti. Evitala e vivi sereno.

Il vostro full d’esordio, “Endless Reign”, è stato dato alle stampe nel lontano 2015. State per caso lavorando sul nuovo materiale? Cosa bolle in pentola?
Certamente! Stiamo lavorando su materiale nuovo da parecchio tempo. Non nego che non ci siano stati problemi di stacco dal song writing, causato in parte dalle date dal vivo (se suoni in giro non puoi scrivere nuovo materiale a meno che non faccia il musicista professionista) e in gran parte al cambio di vita di ognuno di noi. Dalla mia partenza per la Svizzera tedesca per lavoro al cambio di attività lavorativa dei miei fratelli di band, dalle volte in cui non riuscivamo a trovarci insieme se non per preparare un live, alle incongruenze di disponibilità da parte nostra per provare.  Ci sarà tempo per parlare di questo nella prossima intervista. Per il momento ti dico che sono riuscito ad impugnare la situazione e di proseguire da solo nel song writing, soprattutto anche per merito di un amico che ha vissuto una situazione molto simile e che mi ha stimolato in positivo a continuare. Ha funzionato. Questo amico è un chitarrista eccezionale e un compositore talentuoso che ha contribuito a darmi consigli sugli arrangiamenti delle song, ed è anche molto ma molto di più, ma ora non svelo nulla. Tempo al tempo. Posso dirti solo che se tutto procede come sta procedendo ora, l’anno prossimo entreremo in studio per incidere l’album nuovo, un album sperimentale, più sperimentale del primo, magari con strutture delle song più semplici, ma più difficili per l’espressività artistica che esse racchiudono. Ci saranno più parti “black”, compariranno stacchi crust punk che rimanderanno ai Nausea e ai The Crown di “Death Race King” e ci saranno parti sperimentali di prog rock nella sua forma più pura, e molto altro ancora, ma tranquillo: saremo sempre noi col nostro progressive melodic death metal di sempre, solo un tantino più sperimentale del solito!

Tempo scaduto Larry, ti ringrazio davvero tanto per la tua disponibilità a quest’intervista, concludi pure come vuoi!
Ringraziamenti: grazie a te per l’intervista e per il tempo che ci hai dedicato. Alla prossima e death ‘n roll, fratello!

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