Desecrate – Tempi oscuri

I Desecrate hanno fatto una scelta bene precisa, quella di non pubblicare per il momento nessun album e dedicarsi al rilascio di singoli brani. L’ultimo di questi è stato “Obscure Times”, diffuso lo scorso maggio. In collaborazione con Metal Underground Music Machine (#MUMMunderground) abbiamo quindi deciso di approfittare della disponibilità del batterista Paolo Serboli per ripercorre tutte le tappe della lunga storia della band ligure, dai primi passi sino ad “Obscure Times”.

Ciao Paolo, nel 2020 i Desecrate hanno tagliato il traguardo dei 25 anni di vita, direi di ripercorrere insieme tutto il percorso. Come e quando nascono i Desecrate?
Ciao Giuseppe, grazie per lo spazio che ci concedi. Nell’ottobre del 1995 lessi su un giornale di annunci che una band thrash metal formatasi da tre o quattro mesi era alla ricerca di un batterista. Attirato dall’idea di cimentarmi in un genere che desideravo fare da tempo decisi di candidarmi. Il giorno del “provino” conobbi i membri fondatori che già allora portava il nome di Desecrate, Alessandro Paolini (basso) e Gabriele Giorgi (voce e chitarra). All’epoca i Desecrate erano una cover band, ma non era quella la strada che volevo e parlai ai ragazzi dell’idea di fare pezzi originali. Dopo sei mesi entrammo in studio per registrare il nostro primo demo tape “Tranquillity”, cinque pezzi di thrash death melodico che irruppero immediatamente sulla scena Genovese e che ci permisero di cominciare a ritagliare il nostro spazio suonando ovunque ce ne fosse l’occasione in lungo e in largo per l’Italia

Venite da Genova, un posto che a metà dei 90 aveva una scena metal molto competitiva con Sadist, Antropofagus, Detestor, Malignance e tanti altri. Che aria si respirava in città e c’era tra di voi una collaborazione di qualche tipo o vi muovevate come entità a sé stanti?
Quelli furono anni d’oro, come hai detto la scena era pregna di validissime band. Si andava a vedere i concerti, le sale erano sempre piene e ci si aiutava tantissimo tra gruppi scambiandosi nomi di locali e organizzando date insieme. Era davvero un epoca dove non si perdeva l’occasione di supportare la scena in qualunque modo possibile. Certo, non era tutto rose e fiori ma, davvero, c’era posto per tutti e c’era proprio il piacere di suonare e di supportarsi l’uno con l’altro.

Tra il 1995 e il 1998 registrate due demo, che ricordi hai di quel periodo?
“Tranquillity” fu il primo demo e fu un’esperienza emozionante per tutti. All’epoca non era come adesso, registrare dei pezzi in studio era qualcosa di importante. Uscire con una produzione (anche solo un demo tape) voleva dire cominciare ad affacciarsi sulla scena nazionale con delle recensioni sulle riviste specializzate, significava inviare del materiale fatto bene ai locali fuori città per poter prendere delle date e soprattutto i fan potevano avere la tua musica da sentire sullo stereo o nel walkman. Dopo “Tranquillity” qualche piccola etichetta indipendente cominciò a chiederci di partecipare a delle compilation, da lì venne l’idea di registrare alcuni pezzi inediti da poter offrire come “esclusiva” per questi lavori. Nacque così “Promo ‘98”. Praticamente una sorta di uscita per i soli addetti ai lavori ma che poi, in qualche modo, finì sul mercato facendo si che divenne una vera e propria release.

Sempre nel 1998 arriva il primo vero contratto discografico con la Mephisto Records, per la quale nel 1999 esce il vostro esordio “Moonshiny Tales (The Torment And The Rapture)”. Mi parleresti di questo disco?
Con grande piacere. Le cose andavano bene, la strada era tracciata, idee e riff per la composizione di pezzi nuovi erano in piena attività e dopo aver cambiato diversi chitarristi, la formazione si stabilizzò con l’arrivo di Francesco Scavo. In quel periodo la scena internazionale era più prolifica che mai, eravamo nel pieno delle uscite discografiche che fecero la storia e noi non ne eravamo certo immuni. Le influenze furono tantissime, ma un genere in particolare aveva attirato particolarmente la nostra attenzione: il melodic death metal che arrivava dai paesi nordici. Dark Tranquillity e In Flames in modo particolare ci avevano letteralmente travolti. “Moonshiny Tales” nacque sotto queste influenze ma non solo. Ognuno di noi aveva i propri riferimenti, i propri gusti e in quell’album ci finirono tutti. L’idea di fare un album di esordio era la naturale evoluzione delle cose e a prescindere se sarebbe stato autoprodotto o no, la nostra idea era quella di mettere su disco i nostri pezzi. Fortunatamente in quel periodo la nostra sala prove era presso il Jam Studio di Genova, con i proprietari eravamo in ottimi rapporti e così ci proposero di occuparsi della produzione dell’album. Inutile negare che per noi fu una bellissima sorpresa e che accettammo immediatamente. A seguito di questa proposta, nacque anche l’idea del sottoscritto di fondare la Mephisto Recrods, un’etichetta indipendente che fece da supporto alla distribuzione non solo di “Moonshiny Tales”, ma anche delle produzioni future dei Jam Studio.

Nel 2001 però la band si scioglie, come mai?
La band stava procedendo come un rullo compressore per la promozione di “Moonshiny Tales” su tutti i fronti, sia live che riviste, recensioni, interviste ecc. Più si andava avanti e più aumentava la visibilità. Così cominciarono ad arrivare proposte ai singoli membri del gruppo da parte di altre band (qualcuna anche più conosciuta) di lasciare i Desecrate e entrare con loro. Senza entrare nei particolari, a qualcuno queste proposte piacquero e decise di andarsene, purtroppo non fu il solo. Deluso da tale decisione decisi di mettere fine al progetto proprio alla vigilia del nostro primo tour all’estero.

Ci vorrà un decennio per rivedere di nuovo attivi i Desecrate, cosa ti ha spinto a rimettere in piedi il progetto e com’era cambiata la scena musicale durante la vostra assenza?
Nel 2009, in maniera del tutto casuale incontrai Matteo Campora, tastierista e pianista appassionato di black metal. Mi propose di lavorare al suo progetto di fare del metal estremo caratterizzato, per quanto riguarda le tastiere, dal solo suono del pianoforte rendendolo protagonista al pari degli altri strumenti. L’idea mi piacque e ci mettemmo subito al lavoro. Del progetto fecero parte Alessio Reale alla chitarra e Dave Piredda al basso. Dopo qualche settimana di prove mi accorsi che i pezzi avevano qualcosa che poteva ricordare la strada lasciata ai tempi dei Desecrate, spinto dai ragazzi della band ricontattai Gabriele Giorgi e Francesco Scavo decidendo cosi di far rinascere la band. La scena musicale era cambiata parecchio, con l’avvento di internet è nata la possibilità di accedere in maniera più rapida e semplice a tutto. Pubblicare produzioni, recensioni, interviste, pagine web e social, contatti con i locali, tutto è stato molto più semplice e rapido. Indubbiamente un altro pianeta per chi, come noi, ne veniva dal decennio precedente. Tutto questo però ha un rovescio della medaglia. L’enorme calderone mondiale in cui si perdono decine di migliaia di band e artisti sparsi in tutto il mondo.

Il vostro secondo disco, “XIII, The Death” (Inverse Records), quali elementi conservava del vostro sound originario e quali invece sono state le novità stilistiche apportate?
“XIII, The Death” fu l’album che segnò il rientro dei Desecrate sulla scena in una nuova veste, formazione a sei elementi, brani che esplorano e si addentrano in più stili e la presenza importante del pianoforte. L’album è un concept ma ogni pezzo, stilisticamente parlando, è unico. Una laboratorio dove ci siamo lasciati andare senza porci limiti e dove la sperimentazione l’ha fatta da padrone.

L’attività finalmente riprende con una certa costanza, così dopo due anni, nel 2013, viene raggiunto l’accordo con la House of Ashes Prod. Questo connubio vi porta ad avere una buona attività live, ma ci vorranno altri due anni per vedere fuori il terzo disco, “Orpheus”, come mai?
Dopo la promozione di “XIII, The Death” ci mettemmo subito al lavoro su nuovi brani. Avevamo capito la direzione da prendere e, in maniera molto naturale, iniziammo il nuovo percorso senza però tralasciare mai l’attività live. La neonata House of Ashes si fece avanti e si mostrò molto interessata alla band tanto da proporci un contratto che difficilmente avremmo potuto rifiutare. Inoltre, la stessa HoA organizzò un minitour italiano con finale di supporto ai Dark Tranquillity nella loro data di Romagnano Sesia nel 2013. Dovevamo comunque scrivere i pezzi per il nuovo disco e vista la presenza di un etichetta che (per quel che ci riguarda) si dimostrava seria, ci impegnammo al massimo per comporre quanto di meglio potessimo fare. Dal momento che potevamo permetterci di utilizzare qualche ora in più in studio abbiamo cercato di sistemare anche i minimi particolari, per questo motivo e per questioni di marketing concordati con l’etichetta, l’album uscì nel Gennaio del 2015.

Inizia un periodo contraddistinto da clip, tour ma solo nell’aprile del 2019, con il video del singolo “In His Image” rilasciate materiale nuovo. Quel pezzo avrebbe dovuto fare da preambolo a un nuovo album oppure si trattava di un brano buono per rompere il silenzio intorno a voi?
Due anni dopo l’uscita di “Orpheus” e diverse date in giro per l’Europa, ci fu un vero e proprio terremoto all’interno della band. Dopo l’uscita nel 2015 del chitarrista Francesco Scavo (sostituito dal rientrante Alessio Reale) e la decisione di lasciare da parte di Dave Piredda (bassista e compositore) per dedicarsi alla famiglia e sostituito in pianta stabile da Oscar Morchio, anche lo storico cantante e fondatore Gabriele Giorgi, decide di lasciare il gruppo, in seguito a una serie di disaccordi e questa fu una mazzata colossale per il sottoscritto. Pensai anche di mettere la parola fine ai Desecrate ma, in quel momento, il resto della band si oppose convincendomi a proseguire. Intanto il tempo passava e anche Andrea Grillone (pianoforte) decide di lasciare il gruppo. Dopo qualche mese di ricerca finalmente entrano nei Desecrate Edoardo “Irmin” Iacono e Gabriele “Hide” Gilodi rispettivamente cantante e tastierista con i quali incidiamo immediatamente il singolo/video “In His Image”. Finalmente, dopo tanto tempo, potevamo dire di essere ritornati nuovamente sulla scena. La scelta di uscire con un solo singolo è dettata dalla decisione da parte di tutti noi, di non fare album. Motivo di tale decisione sta nel fatto che ci siamo resi conto che per avere una produzione che sia a livello delle uscite odierne si devono spendere davvero parecchi soldi i quali difficilmente rientrerebbero con la vendita. Abbiamo quindi deciso di concentrare le nostre risorse su singoli e video. Questo non significa che, se un domani torneranno ad esserci le possibilità, non usciremo più con un album ma solo che lo faremo quando ne varrà davvero la pena.

Arriviamo finalmente quasi ai giorni nostri, nel maggio del 2020 esce “Obscure Times”, il vostro nuovo singolo rilasciato nel pieno dell’emergenza Covid
“Obscure Times” segue la nostra linea di non fare album ma di uscire con un singolo alla volta. Eravamo in contatto con dei registi per la realizzazione del video ma, purtroppo, l’emergenza Covid ci ha dirottato verso un lyric per ovvi motivi.

I vostri piani per il 2021?
Abbiamo diversi brani fatti e finiti. Con il nuovo anno programmeremo l’entrata in studio e l’uscita del prossimo singolo in attesa che si possa uscire da questo incubo e ricominciare da dove avevamo interrotto.

Oceana – Le onde del passato

Il mare talvolta riporta a riva oggetti che paino arrivare dal passato. Le onde del tempo ci hanno donato in questi primi giorni del 2021 un progetto che ormai sembrava sepolto definitivamente, rilegato alle chiacchierate tra vecchi nostalgici della scena underground italiana dei primi anni 90. Gli Oceana emergono dalle schiume come Venere e lo fanno portando in dono un disco, “The Pattern” (Time To Kill Records \ Anubi Press), che si spera possa essere di buon auspicio per il 2021.

Ciao Massimiliano (Pagliuso, Novembre), cosa ti ha spinto a lasciare nel cassetto un progetto per un quarto di secolo per tirarlo fuori proprio nel pieno di una pandemia?
Innanzitutto, ciao e grazie per questa intervista! In realtà, non c’è stata nessuna scelta o decisione presa a tavolino dietro al nostro ritorno sulla scena: una sera di maggio, nel 2019, ho semplicemente chiesto a Sancho (il batterista, nonché mio migliore amico da 30 anni) se avesse voluto rimettere in piedi gli Oceana insieme a me e lui ha risposto di sì! Ovviamente, coinvolgere di nuovo Gianpaolo (l’altro chitarrista) è stato praticamente automatico.

Prima di soffermarci sul presente, ti andrebbe di tornare ai primi giorni degli Oceana: come nascono e con quali influenze?
Gli Oceana nascono nel 1993, anche se con un altro nome, e le nostre influenze di allora erano i Paradise Lost, gli Edge Of Sanity, i Nightingale, oltre a gruppi storici come Metallica, Megadeth, Dream Theater. Abbiamo sempre amato più di un genere e, nei nostri lettori CD dell’epoca, potevi trovare “Supremacy” degli Elegy, tanto quanto “Crimson” o “Purgatory Afterglow” degli Edge Of Sanity”. Come band, siamo nati durante il periodo del liceo, quando l’essere amici con interessi musicali comuni portava quasi sempre a creare una band, pur di potersi esprimere.

Credi che rispetto all’idea iniziale gli Oceana di oggi siano abbastanza fedeli o inevitabilmente hanno risentito del passare del tempo?
Siamo indubbiamente cambiati (spero migliorati!) nel songwriting: i primi pezzi del gruppo, periodo ’94/’96, erano sicuramente più doom e meno progressivi, mentre dal ’97 in poi abbiamo cominciato a sbizzarrirci di più con soluzioni meno convenzionali e più interessanti, sia armonicamente che melodicamente.

Cosa avete provato a lavorare nuovamente insieme? La formazione è pressoché la stessa dato che tu e Alessandro “Sancho” Marconcini avete fondato il gruppo e Gianpaolo Caprino si è unito a voi nel 1997.
Tornare a lavorare con Sancho e Gianpaolo è stato stupendo, essendo noi tre assolutamente complementari. Ci tengo a ricordare il rapporto di amicizia che ci lega da trent’anni: quando ti conosci così bene da tutti questi anni è impossibile avere sorprese in negativo. Posso dire che lavorare a “The Pattern” insieme, dopo un periodo di “fermo” di vent’anni, è stato addirittura terapeutico per noi: abbiamo potuto migliorare tante cose e tanti aspetti dei nostri caratteri, arrivando a “rimodellare” la band a 360 gradi, in più aspetti. Io ne sono particolarmente felice!

Siete ripartiti dai vecchi brani o avevi già dei pezzi nuovi?
L’idea era quella di riregistrare tutti i pezzi degli Oceana (la fase “demo/ep”, quella del mini CD “A Piece Of Infinity” mai uscito, la lunga suite “Atlantidea Part 1”) e aggiungere un’inedito ed una cover. Ovviamente, essendo “You Don’t Know” il nostro pezzo più recente (2019), lo abbiamo scelto come singolo e lo consideriamo un biglietto da visita perfetto per presentare i nuovi Oceana al mondo.

Avete mai avuto la tentazione di ristampare l’EP, magari come bonus per “The Pattern”?
L’idea c’è stata, ma non avrebbe avuto senso, dal momento che “The Pattern” contiene già i pezzi dell’EP.

La squadra che ha lavorato al disco “puzza” molto di Novembre, il tuo gruppo principale: hai collaborato con Giuseppe Orlando e Dan Swanö: come mai hai deciso di circondarti di amici e non magari di staccare completamente i due progetti?
La volontà di lavorare con Giuseppe per quanto riguarda la registrazione di voci e chitarre acustiche è stata una mia precisa scelta: il suo studio possiede una sala di ripresa che suona magnificamente (anche grazie al perfetto equilibrio tra zone “assorbenti” ed altre in porfido, “riflettenti”) e lo reputo il miglior producer per quanto riguarda la voce. Ci conosciamo da più di vent’anni e mi trovo bene a cantare solo con lui. Per quanto riguarda Dan, il discorso è ancora più semplice: è letteralmente il mio idolo, da sempre. Lo reputo il mixing engineer più pragmatico e smart che abbia mai visto in vita mia ed il suo essere sia produttore che musicista sopraffino ha reso possibile un missaggio estremamente intellegibile, anche nelle parti più complesse e con molti layers.

Il mondo è cambiato parecchio dalla prima metà degli novanta, come hanno influito questi stravolgimenti culturali e sociali sui testi?
Il mondo si è letteralmente trasformato in questi ultimi 20 anni e non nego di aver dovuto riadattare dei vecchi testi per poterli rendere al meglio nel 2021… Sicuramente il prossimo album avrà testi ancora più attuali ed inerenti a ciò che stiamo vivendo. Purtroppo non si può più far finta di niente e parlare solo di cavalieri o elfi…

Mentre la decisione di coverizzare “The Unforgiven” dei Metallica come è nata?
Beh, “The Unforgiven” è uno dei miei pezzi preferiti dei Metallica e l’idea di poterci mettere le mani mi ha sempre allettato: abbiamo cercato di renderla nostra senza stravolgerla troppo e spero che il risultato vi piaccia!

Credo di aver intercettato un tuo commento sui social in cui dicevi che la copertina di “The Pattern”, firmata da Travis Smith, è la più bella mai avuta su un tuo lavoro. Mi spiegheresti il significato dell’immagine?
Spiegare un’immagine è molto complicato, soprattutto quando si parla di “surreale” o di “metafisico”: diciamo che l’idea era quella di rappresentare un mondo in pieno declino, sommerso dal mare, dove dalle sue ceneri comincia a nascere un nuovo mondo, consapevole degli schemi ricorrenti e della virtualità/olograficità della nostra realtà. I sopravvissuti a questa fine del mondo li immagino sotto al torii giapponese che si vede in lontananza, raccolti in una nuova preghiera senza etichetta. Niente Cattolicesimo o Buddismo, o altro… solo pura e umana spiritualità. Nella speranza di un nuovo mondo più empatico.

Restrizioni a parte, se si dovesse riprendere con l’attività live, porterete in giro gli Oceana o nelle vostre intenzioni si tratta di una mera esperienza da studio?
Gli Oceana non sono assolutamente un progetto, ma una vera e propria band in piena attività: superata questa brutta storia chiamata Covid19, faremo di tutto per poter portare la nostra musica ovunque. Stiamo già provando da mesi e mesi per prepararci ai futuri live. Non vediamo l’ora di suonare dal vivo davanti ai nostri fans!

Crepuscolo – Cicatrici che raccontano storie

Dalla lontanata Russia è giunto in redazione “You Tomb”, l’ultimo album degli italiani Crepuscolo, pubblicato dalla Metal Scrap Records. Un lungo viaggio che proposto alla nostra attenzione un disco uscito nel 2019, ma ancora degno di attenzioni.

Benvenuto Umberto, “You Tomb” il vostro secondo album è uscito più di un anno e mezzo fa, siete ancora soddisfatti del contenuto di quel disco oppure oggi cambiereste qualcosa?
Innanzi tutto grazie mille per lo spazio che ci date per promuovere la nostra musica! Ti confermo che siamo soddisfattissimi, “YouTomb” è il nostro miglior lavoro, ci abbiamo messo tanta energia, tanto impegno sia fuori che dentro la sala prove. Abbiamo girato il video della title track e il 30 dicembre uscirà un altro video clip “My Scars Tell a Story”, questo a riprova che vogliamo dare ancora spazio al nostro ultimo lavoro.

Parte della promozione del disco, immagino, sia andata in fumo a causa dell’emergenza Covid 19, in termini artistici e, perché no , economici che danno avete subito da questa situazione?
Come tutti, ovviamente, abbiamo risentito in maniera drammatica di questa situazione tremenda. La pandemia ci ha bloccato tutto, ci ha chiusi in casa, impedito di fare le prove, suonare live, vederci… E’ stato un peccato perché appena uscito “YouTomb” siamo partiti in tour in Repubblica Ceca, al ritorno abbiamo suonato in vari club, tutto sembrava andare per il meglio. Poi è successo l’inimmaginabile ed eccoci qua. Però non ci siamo dati per persi, quando si è potuto ci siamo rivisti in sala prove e abbiamo scritto i pezzi per il prossimo anno: a metà gennaio (Covid permettendo) entreremo in studio di registrazione per lavorare sulle linee di batteria.

La canzone che dà il titolo al disco puntava il dito contro chi preferiva stare comodo sul divano piuttosto che andare a vedere un concerto dal vivo. Credete che l’attuale situazione abbia fatto peggiorare questo fenomeno, impigrendo ancor di più il pubblico, o abbia creato una fame di live tale che alla ripresa potrebbe portare la gente a snobbare meno i concerti?
Gran bella domanda! Sinceramente spero che il lockdown abbiamo messo quella fame incontrollabile di musica dal vivo, di fare festa ai concerti, incontrare gli amici, bere insieme, ascoltare musica live. La nostra paura è che, come abbiamo potuto vedere, grazie anche alla tecnologia che oggi permette tutto, molte band hanno dato vita a concerti in streaming, che se da una parte è una cosa eccezionale perché puoi suonare in un locale con il pubblico vero e in più puoi raggiungere gente in ogni dove, dall’altra c’è il rischio che la gente, già pigra per natura, non si schiodi dal divano. Sinceramente è una cosa che temiamo molto. Noi siamo old school, ci piace il calore del pubblico, sudare, suonare, bere insieme a chi ci viene a sentire, è fondamentale scambiarsi pareri, consigli. “YouTomb” è un urlo di rabbia contro tutti quelli che si sono rammolliti, che credono che il computer possa sostituire l’adrenalina del palco, sia dal punto di vista di chi suona ma anche di chi va ai concerti. Purtroppo suonare underground vuol dire scontrarsi contro questa stupida mentalità di va ai concerti solo dei grandi nomi. Degli altri se ne fottono allegramente.

L’album si conclude con una canzone ispirata alla poesia “Memento” di Igino Ugo Tarchetti, scelta abbastanza particolare in ambito estremo: come è nata l’idea?
E’ venuta per caso, la moglie del chitarrista ci ha fatto leggere alcuni versi del poeta, noi siamo sempre alla ricerca di qualcosa di diverso, sempre “vecchia scuola”, ma che comunque abbia quel quid in più che ci intriga. Leggendo i versi di Tarchetti, li abbiamo fatti nostri – anche perché sono abbastanza ermetici ma anche oscuri – ci abbiamo costruito una canzone che secondo noi esprime bene il malessere del poeta.

Dal punto di vista musicale vi ispirate alla scena svedese dei primi anni 90, con una predilezione per il sound di Stoccolma, anche se non mancano i momenti melodici. Come mai vi rifate a certi stilemi classici?
Franz (basso e voce) e Umberto (chitarra) sono dei giovani ultra quarantenni, vengono dalla generazione degli Entombed, Dismember, Carcass, At The Gates, e non poteva essere diversamente. Abbiamo cercato però di non limitarci e infatti Lorenzo alla batteria ci mette del suo, essendo più giovane, ha altre influenze un po’ più moderne, si ispira comunque al drumming di Dave Lombardo, Behemoth, Slipknot ecc. Abbiamo raggiunto un ottimo amalgama fatto di suoni swedish e batteria più orientata verso partiture e lick un po’ più moderni.

Qual è il vostro rapporto con la melodia?
Noi la ricerchiamo sempre la melodia, siamo convinti che una chitarra e un basso distorti e la batteria che spinge come una forsennata possano fare melodia. Ci piacciono molto arpeggi, sonorità melodiche, ad esempio in “Memento” c’è un solo di chitarra classica spagnoleggiante. Ci affascina l’idea di riuscire a far stare una bella melodia insieme a sfuriate death metal!

Spulciando la vostra discografia sono rimasto incuriosito dal titolo dell’EP “Izzatso”. Ho fatto una ricerca su Google per scoprire il significato di questa parola e mi ha apparso un parrucchiere di Kuala Lumpur. Senza nulla togliere alla nobile arte dell’acconciatura malesiana, immagino che voi sabbiate dato un altro significato a quel termine, mi spieghereste quale?
Izzatso? è lo slang cockeny (una sorta di dialetto londinese) che sta per “Is that so?”. Anche i testi per noi sono molto importanti, pur sapendo che in Italia si parla poco inglese e il growl non è di facile comprensione, siamo convinti che una buona canzone possa diventare ottima se ha un bel testo. Il testo oltre a trasmettere i nostri sentimenti, quello che pensiamo, chi siamo, serve anche per creare qualcosa di magico con la parte musicale della canzone. “Izzatso?” Parla di un tema che ci sta molto a cuore quello dell’inquinamento, stiamo distruggendo ciò che abbiamo di più importante: la nostra casa che è la terra.

Sinora ci siamo soffermarti sul passato, il futuro cosa ha in serbo per voi? Avete già dei brani pronti?
Come detto prima il Covid 19 non ci ha fermato. Abbiamo lavorato su una quindicina di pezzi nuovi e tra questi abbiamo scelto quelli che faranno parte del nuovo album dei Crepuscolo. Abbiamo utilizzato questa pausa forzata per registrare una pre-produzione delle song che ci sono piaciute di più e a metà gennaio inizieremo la registrazione della batteria. Siamo molto eccitati e motivati, registrare un nuovo album è sempre un’esperienza emozionante, vedere concretizzarsi le nostre idee ci ripaga degli sforzi e delle energia impiegate! Non vediamo l’ora che esca il nuovo lavoro, ma comunque non sarà prima di ottobre/novembre prossimi. Nel frattempo ci impegneremo per tornare live appena ce lo consentiranno. Torneremo più incazzati che mai! E sicuramente motivatissimi perché non abbiamo mai smesso di essere Crepuscolo anche chiusi in casa!

In qualche modo i nuovi brani risentiranno della stranezza dei giorni che stiamo vivendo?
Beh ovviamente sì, saranno brani più duri, più intimisti proprio perché abbiamo dovuto imparare a vivere in maniera totalmente diversa. Ci siamo scoperti diversi, più deboli, ma anche più consapevoli che da soli non possiamo nulla, mentre insieme si può sconfiggere un bastardo subdolo come questo cazzo di virus.

E’ tutto, grazie
Grazie a voi per la possibilità che ci date di farci conoscere e far sapere a tutti i metalhead che credono ancora nel metal vero, suonato, urlato, sudato e bevuto che la nostra musica – il metal – continuerà ad esistere solo se ci saranno le persone che vanno ai concerti. Stay metal and make a fucking loud growl!

Dowhanash – Dalle ceneri del drago

Rigel ha scritto dalla prima metà degli anni novanta in poi alcune delle pagine importanti del metal estremo tricolore, legando il proprio nome a quello di band del calibro di Antropofagus, Spite Extreme Wing e Detestor. Ed è proprio dalle ceneri di quest’ultimi che prende vita il nuovo progetto Dowhanash (che vede nelle propria fila un altro ex Detestor, Daniele), anche se “From the Ashes” (Black Tears of Death \ Nadir Promotion) è tutt’altro che una copia di quanto pubblicato in passato dagli autori di “In the Circle of Time”.

Ciao Rigel, dal 20 novembre è fuori il vostro EP d’esordio, “From the Ashes”, a nome Dowhanash: le ceneri a cui si fa riferimento nel titolo sono quelle dei Detestor, gruppo in cui militavate tu e Daniele?
Sì, ma non solo: il titolo del CD parla della situazione musicale di noi tutti, infatti abbiamo una certa età (Kane a parte) e questo disco, anzi il gruppo stesso, è per noi una vera e propria rinascita, un nuovo inizio… e la fenice ci è sembrato il simbolo più adatto. 

Avete mai avuto la tentazione di ripartire come Detestor anziché incominciare da zero con un nuovo progetto?
Direi di no, anche perché i Dowhanash sono nati per un mio impulso di fare una concept band “concettualmente” differente dai Detestor. Ogni cosa nasce, cresce e muore, e quando rinasce non è più la stessa.

Cosa vi portate dietro dell’esperienza Detestor e cosa invece c’è di nuovo rispetto a quanto proposto in precedenza con la vecchia band?
Facendo attenzione ai pezzi si può sentire che alcuni riff e alcune melodie ricordano il modus operandi dei Detestor, per certi versi si potrebbe dire che siamo l’evoluzione dei Detestor… ma “Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale.” Il nostro intento è fare qualcosa di originale, non abbiamo intenzione di imitare niente e nessuno.

“From the Ashes” contiene quattro canzoni più un’intro, queste quattro tracce come e quando sono nate?
La maggior parte dei riff di “From the Ashes” hanno più di vent’anni: abbiamo cominciato a sistemarli Dani ed io, nel retro del mio ex negozio. Naturalmente nel tempo li abbiamo modificati e adattati in base ai gusti di tutti i componenti della band.

Perché avete deciso di pubblicare subito il materiale in forma EP e non aspettare e uscire con un disco completo?
Il motivo principale è che non vedevamo l’ora di uscire allo scoperto. Dani ed io abbiamo impiegato una vita per trovare i membri per completare la line up, così quando finalmente Pablo (il cantante) e Kane (il chitarrista ritmico) si sono aggiunti a Eddy (il bassista che era con noi già da un anno circa), non abbiamo perso tempo e, dopo soli tre mesi, siamo andati a registrare il CD al Bagoon Studio.

La genesi della band passa attraverso una fase a nome Alpha Draconis, in cui avete dato vita al draco metal. Come mai avete cambiato nome e linea stilistica?
Lo stile lo abbiamo mantenuto, abbiamo solo cambiato il nome perché Alpha Draconis era un moniker già usato da altri gruppi metal, mentre Dowhanash è un nome talmente originale che, sul web, si trova solo in riferimento al nostro gruppo.

Appunto, Dowhanash è un nome particolare e misterioso, cosa significa realmente?
Dowhanash è in lingua Draconiana. È un concetto che viene fuori mettendo insieme queste quattro parole: Dow Ha Naa Sha (che fondendosi tra di loro perdono due “a”). Questa lingua è molto antica ed è rimasta segreta fino ai giorni nostri, infatti sono pochissimi quelli che ne sono a conoscenza. Ovviamente la maggior parte della gente penserà che sia una nostra invenzione, ma questo per noi non è un problema. Per il momento lasciamo ancora un po’ di mistero su questo nome e non ne sveliamo il significato, ma ai più curiosi consiglio di cercare gli “Ofiti” su Wikipedia, lì potranno trovare degli indizi interessanti.

Avete mai proposto queste tracce dal vivo prima dello stop imposto dalla pandemia?
L’unico concerto che abbiamo fatto, ad oggi, è stato quello del 15 Ottobre 2020, già in periodo di restrizioni. Ne approfitto per ricordare che su Youtube ci sono quattro video girati la sera del concerto, che solo chi ha comprato il CD può vedere, infatti solo uno dei quattrolo abbiamo lasciato pubblico.

Avete già del materiale nuovo o vecchio, ma escluso dall’EP, su cui state lavorando per dare continuità al progetto?
Proprio in questi giorni stiamo sistemando due pezzi “nuovi”. Dico “nuovi” tra virgolette perché anche questi, come molti altri che faremo in futuro, hanno più di 20 anni. Ho ancora tanta musica nel cassetto che aspetta di vedere la luce… basta una spolverata e sono pronti…

È tutto, grazie.
Grazie a voi per averci dato l’opportunità di fare questa intervista. Vorrei ringraziare anche Daniele Pascali e Trevor (dei Sadist) per la promozione che ci stanno facendo.

Sarcator – Abyssal angels

ENGLISH VERSION BELOW: PLEASE, SCROLL DOWN!

Il futuro del death \ thrash potrebbe già avere un nome: Sarcator. Abbiamo parlato con Mateo Tervonen (voce e chitarra) del debutto omonimo, uscito per la Redefining Darkness, dei giovanissimi svedesi.

Benvenuto Mateo, dopo due EP, il vostro debutto omonimo è finalmente uscito! Potresti presentarlo ai nostri lettori?
È un debutto veloce, con un’aggiunta di un po’ del nostro tocco. Le principali influenze per il suono dell’album sono state band come Kreator, Sodom, Merciless e Sepultura.

“Sarcator” contiene alcune canzoni dei tuoi precedenti EP, sono le stesse versioni o hai ri-registrato queste tracce?
Abbiamo tutti pensato che se avessimo voluto cambiare qualcosa nelle canzoni, lo avremmo fatto, facendole diventare come una sorta di versione demo e una versione album. Tracce come “Desolate” e “Purgatory” non hanno subito alcun cambiamento evidente, abbiamo giusto tagliato alcune cose. Ma su “Deicidal” abbiamo fatto un lavoro molto di diverso. “Deicidal” era la canzone che nelle versioni demo tutti sentivamo un po’ fuori posto, quindi abbiamo deciso di cambiare e aggiungere qualcosina. Voglio dire, forse è un po’ più interessante ascoltare una versione diversa della canzone che semplicemente ri-registrarla. E se ancora ti piace di più la vecchia versione, puoi sempre ascoltarla in qualsiasi momento, quindi penso che sia stata un’ottima scelta.

Come sono nate le nuove canzoni?
Per lo più tutto si concretizza quando si suona durante le prove. Stai semplicemente buttando giù un riff, poi automaticamente qualcosa scatta…

E i testi?
I testi di questo album sono principalmente ispirati ai temi classici del black thrash… Blood, Fire, death! Ma credo che in futuro dedicheremo un po’ più di tempo alle liriche e amplieremo i nostri orizzonti.

La Redefining Darkness vi presenta con queste parole: “Le prossime leggende del death / thrash svedese”. Questa investitura potrebbe diventare un peso per la vostra carriera?
Non lo so, penso che alla fine stiamo solo facendo le cose a modo nostro. Questo album è stato molto ispirato dal death thrash, perché tutti noi abbiamo ascoltato quel tipo di musica per molto tempo durante il processo di creazione delle canzoni. Non abbiamo paura di sperimentare quello che sentiamo suona bene solo per “rimanere fedeli” al death/thrash o altro. Penso che il nostro materiale futuro sarà un po’ diverso da quello che abbiamo inciso in questo album, ma sentirai comunque le radici thrash, ovviamente.

Tuo padre Mateo, Marko Tervonen dei The Crown, ti ha dato dei consigli?
Ci ha aiutato molto durante la registrazione del materiale e, naturalmente, con la promozione attraverso i canali dei The Crown, quindi gliene siamo grati

Siete molto giovani, la vostra età va dai 15 ai 21 anni, perché avete scelto questa forma di metal vecchia scuola?
È stato naturale. Le cose che ascoltiamo e che ci piacciono spesso danno il la a un’idea per un riff.

Alcuni di voi vanno ancora al liceo, come bilanciate la scuola e le esigenze della band?
Di solito ci prendiamo solo un giorno nel fine settimana. Spesso il sabato, che è il momento in cui siamo liberi da tutto.

L’esuberanza giovanile è la vostra carta vincente, ma come vorresti che il vostro sound crescesse nei prossimi anni?
Non c’è davvero un piano per il nostro sound futuro, siamo piuttosto aperti quando si tratta di musica, quindi esploreremo sicuramente delle nuove soluzioni e poi ne trarremo ispirazione per delle canzoni.

Il nuovo video di “The Hour of Torment” vi mostra all’opera sul palco. Durante questo lockdown, quanto ti manca suonare dal vivo?
Non abbiamo mai suonato tanto dal vivo in realtà, e nemmeno un singolo concerto con il nuovo equipaggiamento di strumenti e voce che abbiamo acquistato per l’album. Ma ne abbiamo suonati alcuni prima e ci piace esibirci dal vivo per le persone che capiscono davvero la musica, e hanno voglia di vederci: solo così abbiamo uno scopo quando suoniamo dal vivo. Voglio dire, uno dei nostri primi concerti è stato in una di quelle solite competizioni musicali, con un pubblico composto dai nonni che erano lì solo per vedere i loro nipoti. Ci è sembrato un po’ imbarazzante e alquanto inutile.

Avete già deciso quale canzoni nuove proporre dal vivo?
Penso che suoneremo tutte le canzoni dell’album dal tranne le nuove versioni di “Deicidal” ed “Heretic’s Domain”. In sala prove abbiamo già fatto alcune cose nuove, quindi sarà divertente inserirne una o due nel set.

The future of death \ thrash may already have a name: Sarcator. We chatted with Mateo Tervonen (vocals and guitar) about the eponymous debut album, released under Redefining Darkness, by these young Swedes.

Welcome Mateo, after two Eps, your debut is out! Could you introduce your eponymous album to our readers?
It’s a fast thrashing debut, with a bit of our touch added to it! Main influences for the albums sound were bands like Kreator, Sodom, Merciless and Sepultura.

Sarcator” contains some songs from your previous Eps, are the same versions or did you re-recorder these tracks?
We all thought that if we wanted to change something in the songs, we would do it, so it becomes like a demo version of the song and a album version. Tracks like “Desolate” and “Purgatory” did not have any noticable changes, more than shortening some stuff. But “Deicidal” we made a lot diffrent. “Deicidal” was the song on the demos that we all felt was a bit off. So we decided to change and add stuff in the song. I mean, maybe it’s a bit more interesting to hear a diffrent version of the song than re-recording it. And if you still like the old version better you can listen to it anytime so i think it was a great choice.

How are born the new songs?
Mostly all of it just appears when jamming at the rehearsal. Just playing a riff, then naturally it just spins off.

What’s about the lyrics?
The lyrics for this album was mainly black thrash Lyrics theme inspired… Blood, Fire DEATH! But we think that we’ll spend a bit more time for the lyrics, and expand our lyrical themes.

Redefining Darkness introduce you with these words: “Swedish death/thrash legends in-the-making”. Could this mark be a weight for your career?
I don’t know, i think that we’re just doing our thing. This album happened to be very death thrash inspired, because everyone listened to that kind of music for a long time during the song making process. We’re not afraid to do what we feel sounds good just to not ”stay true” to deathrash or anything. I think that our future stuff will be a bit diffrent from what we did on this album, but you will still hear the thrash roots, of course.

Mateo, did your father, Marko Tervonen from The Crown, give you a brief?
He helped us a lot with the recording stuff, and of course some promotion via Crown and stuff so we are thankful of that

You are very young, your ages go from 15 years to 21, why did chose this form of old school metal?
It just came naturally at the time. Stuff that we listen to and like often starts a riff idea. 

Some of you are still in high school, how do you balance school and the band?
We usually just take a day in the weekend. Often Saturday, so it usually becomes the day that everyone got a day off from everything.

Your rash of youth is your winning card, but how would you like yours sound grow in the next years?
There isn’t really a plan for our future sound, we are pretty open minded when it comes to music so we will surely explore some new music and then get some song inspirations from that.

The new video for you track “The Hour of Torment” shows you on stage. During this lockdown, how much does miss you to play live?
We have not played so much live actually, and not a single gig with the new switch of instruments and vocals that we did for the album. But we have played a few before and we like playing live for the people that really understands the music, and really have a purpose seeing us live, if so we have a purpose playing live. I mean, one of our first gigs was in these kinds of music competitions so we played before grandparents that just was there to see their grandkids. So that felt a bit awkward and very unecessary.

Do you check which new songs to play on stage?
I think we got to play the album songs live except like the new version of “Deicidal” and “Heretic’s Domain”. But we are now in the rehearsal place where we have already done some new stuff so it will be fun to throw in one or two of them in the set.

Persefone – Truth inside the shade

VERSIÓN EN ESPAÑOL ABAJO: POR FAVOR, DESPLÁCESE HACIA ABAJO!

Originario della Spagna, Miguel Espinoza è il compositore e tastierista della super band progressive / melodic death metal Persefone, con cui ha percorso un lungo viaggio di 20 anni creando musica e girando il mondo. In questa intervista per Il Raglio Del Mulo, Miguel ci racconta le sue esperienze e opinioni riguardo al mondo della musica oggi.

Benvenuto su Il Raglio Del Mulo, grazie mille per averci concesso un po’ del tuo tempo per l’intervista, Miguel. Come sono nati Persefone e come ti senti oggi quando ripensi ai primi tempi e a tutti gli sforzi fatti arrivare all’odierno livello di notorietà?
Ciao a tutti! Prima di tutto, grazie mille per avermi invitato per questa intervista. Ebbene, la verità è che è molto bello guardarsi indietro, anche se nella band non siamo molto inclini a rallegrarci del passato, poiché il passato è passato. Sono fatti già accaduti. Sarebbe strano vedere un campione olimpico camminare per strada con la medaglia, giusto? Abbiamo realizzato molti dei nostri sogni, ma abbiamo ben in mente i desideri che devono ancora essere realizzati.

Torniamo al 2001 cosa ha permesso ai Persefone di creare quello stile che li ha portati successo e che, nonostante tutto, è sempre in perenne evoluzione?
Prima di guardare al 2001, bisogna soffermarsi sugli anni precedenti, poiché Carlos ed io ci conoscevamo già quando vivevamo entrambi ad Albacete, nel sud della Spagna. Avevamo già fatto musica con una band chiamata Rüdi Gannan, con la quale non siamo riusciti a registrare nulla in particolare, ma il desiderio e le intenzioni stavano già iniziando a formarsi. Stavamo già pensando di pubblicare album, suonare uno stile che mescolasse elementi sinfonici, progressive, death metal, ecc. Negli anni, Carlos è andato a vivere ad Andorra e ha messo insieme una band che sarebbe poi diventata i Persefone, ma che è fondamentalmente un’estensione di quello che stavamo facendo entrambi nella nostra patria.

Di cosa parlano i testi dei Persefone e quali temi o filosofie vengono trattati nelle vostre canzoni?
C’è un prima e un dopo nei testi di Persefone. Come con la musica, ci siamo evoluti ed è stato con “Shin-ken” che abbiamo iniziato a scrivere testi che avessero un background positivo, di crescita personale, di avanzamento. Ci consideriamo persone molto spirituali e questa è una parte intrinseca dell’essere umano che oggi è molto trascurata. Da lì abbiamo scritto “Spiritual Migration” in cui abbiamo toccato questioni molto più profonde in modo generico. Dopo siamo passati ad “Aathma”, che in pratica significa “anima”. In generale, non cerchiamo di identificarci con alcuna religione o filosofia. È una questione di ciò che pensiamo sia corretto fare e del percorso che in qualche modo noi seguiamo nel mondo in cui viviamo.

In qualche momento durante il lungo viaggio della band, hai avuto momenti brutti o situazioni piuttosto spiacevoli tali che volevi abbandonare il progetto? E che reazione hai avuto nei confronti di chi ti diceva che quello che stavi facendo non ti avrebbe mai portato da nessuna parte?
Ovviamente, i tempi duri in cui ci siamo chiesti quale fosse il senso di tutto e chi ce lo facesse fare non sono mancati, ma la risposta è sempre la stessa: “Fanculo!” Scusa per l’espressione, ma è quello che diciamo di solito, a volte tra le lacrime. Ma lasciare che la vita ti sconfigga è peggio della sconfitta stessa. Non è nella nostra natura arrenderci. Possiamo rallentare, prendere fiato, ma smettere? Mai.

Secondo te Miguel, internet, piattaforme digitali, social network hanno aiutato o svilito l’essenza della musica estrema? Stando ai Kiss questa nuova realtà ha ammazzato il rock…
Un fatto che può essere dato per scontato è che Internet ha reso molto più facile per le piccole band promuoversi. Ciò significa che l’offerta musicale è aumentata e quindi è difficile trovare qualcosa che l’ascoltatore possa considerare veramente buono. Per quanto riguarda quello che dici sui Kiss, beh, non è la prima volta che sentiamo dire che uno stile “è morto”. È un’affermazione assurda. Chi ama il power metal (ad esempio), continua ad ascoltarlo, anche se non è di moda. E ci sono ancora band che propongono quello stile, poiché per molte di loro non si tratta di fare soldi, ma di esprimere musicalmente ciò che la loro mente e il loro cuore covano. Viviamo in un tempo privilegiato in cui le persone possono scegliere cosa ascoltare e non dobbiamo limitarci a quello che trovavamo in un negozio di dischi, soprattutto se si vive in una piccola città.

Qualcosa che mi ha sorpreso molto è stata la formazione molto solida che contraddistingue i Persefone, come fate con i vostri lavori quando dovete andare in tour? Come avviene la pianificazione di una tournée?
L’unico modo in cui possiamo gestire i tour è con le vacanze. Alcuni membri possono liberarsi senza che sia un dramma per nessuno poiché si occupano esclusivamente di musica, ma questo non avviene per la maggior parte di noi Ecco perché i tour dei Persefone sono sempre stati brevi. Dipender tutto dalle vacanze. Ho visto membri della band finire il tour alle 3 del mattino e alle 8 lavorare. O come nel caso di Carlos, che arriva dalla Cina e va direttamente al lavoro. Fa parte del sacrificio. Nessuno ci toglie il fatto che ci siamo goduti un tour, ma quando torniamo le responsabilità sono ancora lì.


In questo complicato 2020 è stata rilasciata la ri-registrazione del primo album del 2004, “Truth Inside the Shades”, quali emozioni hai provato durante il processo di ri-registrazione e perché avete deciso di incidere nuovamente il primo album della band?
Se non ricordo male, stavamo andando al festival di Karmoygeddon in Norvegia quando abbiamo avuto l’idea che in occasione del 15 ° anniversario dell’uscita del nostro primo album avremmo potuto festeggiarlo in qualche modo. L’idea della ri-registrazione dell’album da zero non ha tardato ad arrivare poiché non abbiamo salvato all’epoca le sessioni di registrazioni originali quindi non avremmo potuto semplicemente remixarlo, come abbiamo fatto con “Core”. Quando ci siamo trovati a rilavorare sulle canzoni, la situazione è stata molto divertente, dato che ci sembrava di essere i produttori di noi stessi di 15 anni fa. Abbiamo ritrovato momenti musicali davvero belli, così come altri che hanno generato un certo senso di vergogna e abbiamo deciso di far evolvere quei pezzi. Devi tener presente che questo album è stato composto in una settimana, il che ha fatto sì che molte parti fossero incise in un modo molto più semplice rispetto a quanto avremmo fatto oggi. È stato divertente vedere il risultato e molto bello scoprire la reazione dei nostri fan.

Parliamo di altre cose, Miguel, di come è iniziata la tua passione per la musica, e ancora di più, per le tastiere e le voci, di come nei primi anni 2000 ti sei trasferito dalla Spagna ad Andorra e di come si sia sviluppata la tua carriera di compositore.
Quando avevo circa sette anni, mia sorella suonava il piano e, beh, sappiamo tutti cosa succede a quell’età: vuoi fare quello che fanno i tuoi fratelli maggiori. Paradossalmente, sono finito in un corso di tastiera elettronica, non pianoforte, e la verità è che non so dirti il perché. Immagino che ci sia stato un momento in cui ho dovuto prendere una decisione e mi piaceva di più l’idea della tastiera. Sono sempre stato molto attratto da tutto ciò che ha a che fare con la tecnologia, quindi un dispositivo pieni di pulsanti risultava ben più attraente per me del pianoforte classico. Nonostante tutto, non ci volle molto perché me ne andassi a causa dei “brutti voti a scuola”. Ma la tastiera “Casiotone” era già entrata a casa mia, così ho passato gli anni a venire suonando quello che volevo. Quando avevo 15 – 16 anni, ho iniziato a frequentare Carlos per fare musica e poi è diventata una sana competizione per vedere chi suonava cose più veloci (Yngwie Malmsteen e Jens Johansson …). La partenza di Carlos per Andorra è stata devastante per entrambi perché il sogno musicale che avevano in comune stava svanendo. Mi è costato molto poca fatica andare ad Andorra una volta che ho saputo che Carlos aveva già messo su una nuova band per continuare il progetto che avevamo iniziato insieme.

Questo periodo di pandemia ti è servito per comporre il tuo nuovo materiale? E come sei entrato in contatto con le persone che ti hanno proposto di scrivere le colonne sonore per spot e giochi, Miguel?
Da diversi anni ormai sia Carlos che io dedichiamo parte del nostro tempo alla musica per film, ai videogiochi, alla pubblicità. Recentemente abbiamo lavorato a una serie per bambini trasmessa su RTVE chiamata Momonsters (e che credo uscirà presto in Italia). Abbiamo anche realizzato alcuni film, cortometraggi e nel mondo dei videogiochi, tra i quali spiccano Big Farm Story della società di produzione Goodgames per la piattaforma Steam, Supremacy 1 e Call of War della società di produzione Bytro Labs per PC… Mi soddisfa parecchio fare musica per film e videogiochi, perché mi permette di poter esplorare strade che non posso percorrere così liberamente con i Persefone. Tutto ciò ci ha portato ad apprendere nuovi concetti nella produzione musicale che ora stiamo applicando alle nuove canzoni dei Persefone. Non vedo l’ora che tu possa ascoltare cosa c’è di nuovo!

Qual è la cosa più difficile secondo te nel mondo della musica? E cosa diresti a tutti coloro che aspirano a fare musica ma che a un certo punto desiderano rinunciare di seguire i propri sogni?
Ho sempre pensato che il mondo della musica sia una delle carriere più difficili che una persona possa scegliere. È un mondo, in generale, poco retribuito e in cui per crescere bisogna prima fare uno sforzo titanico. Non esiste azienda al mondo che regga quasi 20 anni senza pagare un solo stipendio ai propri soci. È la passione che ci fa andare avanti, e il denaro non è ciò che ci fa arrendere. Fare uno sciopero di musicisti in cui ci rifiutiamo tutti di fare musica per un anno sarebbe impossibile, poiché la stragrande maggioranza non fa musica per guadagnare soldi o per dover vivere, se non perché ne ha voglia. Ciò lo rende ancora più complicato e la domanda viene gravemente deprezzata. Di conseguenza, il filtro viene impostato automaticamente. Se entri nel mondo della musica per soldi o fama, ne uscirai molto presto. Va bene arrendersi se pensi di non avere abbastanza forza o passione per andare avanti. Ci sono molti che ci hanno detto “Mi piacerebbe fare un tour in Giappone come te”, finché non dici loro cosa fare per arrivarci e poi riconoscono che non sarebbero disposti a fare ciò che deve essere fatto per “realizzare i propri sogni”. La competizione è e sarà agguerrita e molte volte uscirai da una determinata situazione gravemente ferito, ma il giorno dopo vedrai il tuo compagno di band alzarsi per andare avanti e ti chiederai: cosa facciamo? Un attimo dopo sei in movimento…

È tutto, grazie
Grazie mille per tutto! Se volete sentire qualcosa dei Persefone, ci sono i vari social network. Se volete sentire qualcosa di mio, tipo videogiochi, ecc., potete seguirmi su Instagram (@moepersefone) o visitare il mio sito web www.miguelespinosamusician.com

Originario de España, Miguel Espinoza es un compositor y tecladista de la súper banda de death metal melódico progresivo Perséfone, con un largo transitar de 20 años creando música y recorriendo el mundo con su banda principal. En esta entrevista para Il Raglio Del Mulo Miguel nos cuenta sus experiencias, vivencias, y pareceres personales con respecto al mundo de la música hoy día, y como la pandemia ha afectado en mayor o menor medida a la banda y que se traen entre manos actualmente con Perséfone.

Bienvenido al Il Raglio Del Mulo, muchas gracias por tu tiempo para la entrevista Miguel, como nace Persefone, y como se siente hoy dia mirar los Comienzos, los proyectos que se fueron marcando con el proyecto y haberlos concretado en su gran mayoria al Dia de Hoy?
Hola a todos! En primer muchas gracias por contar conmigo para esta entrevista. Pues la verdad es que es muy agradable echar la vista atrás, aunque en la banda no somos muy dados a regocijarnos en el pasado, ya que lo pasado, pasado está. Son éxitos del pasado. Sería como ver a un medallista olímpico paseando con la medalla por la calle, no? Hemos cumplido muchos sueños, pero ya tenemos en la mente los sueños que están por cumplir.

Como fue en aquella epoca de 2001 que Nace Persefone marcar el estilo que hoy Dia ha hecho Figurar a la banda como una banda prominente en el estilo y el cual tienen un largo transitar y con una marcada evolucion permanente?
Mirar al 2001 es mirar a los años anteriores, ya que Carlos y yo ya nos conocíamos cuando ambos vivíamos en Albacete, en el sur de España. Ya hacíamos música con una banda llamada rüdi gannan, con la que no llegamos a editar nada en concreto, pero que las ganas y las intenciones ya empezaban a establecerse. Ya pensabamos en sacar álbums, tocar un estilo que mezclara elementos de metal sinfónico, progresivo, death metal, etc. Con los años, Carlos se fue a vivir a Andorra y monto una banda que acabaría siendo Persefone, pero que básicamente es una extensión de lo que ambos ya hacíamos en nuestra tierra natal.

De que tratan las letras de Persefone, y a que situaciones o filosofia evocaban en sus canciones?
Hay un antes y un después en las letras de Persefone. Al igual que ocurre con la música, fuimos evolucionando y fue con el Shin-ken que empezamos a escribir letras que tuvieran un trasfondo positivo, de crecimiento personal, de avance. Nos consideramos personas muy espirituales y que esa es una parte intrinseca del ser humano que a día de hoy está muy abandonada. A partir de ahí escribimos “Spiritual Migration” en la que tocamos temas mucho más profundos de manera genérica. Tras él, nos fuimos a “Aathma”, que básicamente significa “alma”. En general, no buscamos identificarnos con religión o filosofía alguna. Es una cuestión de lo que nosotros pensamos que es correcto y el camino que de alguna manera seguimos en el mundo en que vivimos.

¿En algún momento del largo transitar de la banda han pasado momentos malos o situaciones bastante desagradables que quisieron abandonar el Proyecto?, y qué aptitud tomaban ante personas que les decía que lo que ustedes hacían no iría a ningún lugar.
Por supuesto! Los momentos duros en los que nos hemos planteado qué sentido tenía todo han ocurrido y ocurre, pero la respuesta es siempre la misma: “Que se joda!” Perdonad por la expresión, pero es que es la que solemos decir, a veces entre lágrimas. Pero es que dejar que la vida te venza es peor que la derrota en sí misma. No está en nuestra naturaleza el darnos por vencidos. Podremos frenar, tomarnos un respiro, pero ¿abandonar? Nunca.

Hoy día en tu opinión Miguel, el internet, las plataformas, las redes sociales, ¿han ayudado o han hecho diluir la esencia de la Música Extrema? entiéndase por calidad, Y en tu opinión que cosas estas herramientas han fortalecido pero también han debilitado, mirando en el caso de bandas como kiss que argumentan que el rock y por ende entendiendo el sentido de esas palabras todo lo que viene detrás del rock también está muerto.
Un hecho que sí puede darse por cierto es que internet ha provocado que sea mucho más fácil para las bandas pequeñas promocionarse. Eso conlleva que la oferta musical es abrumadora y por tanto cuesta encontrar algo que el oyente pueda considerar como realmente bueno. Respecto a lo que dices de Kiss, bueno, no es la primera vez que oímos que un estilo “esta muerto”. Es una afirmación absurda. Al que le gusta el power metal (por poner un ejemplo), lo sigue escuchando, aunque no esté de moda. Y sigue habiendo bandas del estilo, ya que para muchas de ellas no es una cuestión de hacer dinero, si no de expresar musicalmente lo que su mente y su corazón les evocan. Vivimos una época privilegiada en la que las personas podemos elegir lo que escuchar y no hemos de limitarnos a lo que encontrábamos antiguamente en la tienda de discos, sobre todo si vivías en una ciudad pequeña.

¿Algo que me ha sorprendido mucho ha sido la formación bastante solida la cual posee Persefone, como hacen cuando tienen que ir de gira en sus respectivos lugares de trabajo para poder hacer los tours sin ningún inconveniente Miguel? Como es la planeación cuando se concreta un tour.
La única manera en que podemos gestionar las giras es con vacaciones. Algunos miembros ya podemos ir sin que sea un drama para ninguno de nosotros ya que nos dedicamos a la música de manera exclusiva, pero no es el caso de la mayoría. Ese es el motivo por el que las giras de Persefone siempre han sido cortas. Dependíamos de vacaciones. He visto a miembros de la banda llegar de gira a las 3 de la madrugada y a las 8 estar trabajando. O como en el caso de Carlos, llegar de China, e irse directo a trabajar. Es parte del sacrificio. Nadie nos quita el haber disfrutado una gira, pero al volver, las responsabilidades siguen ahí. La lucha ahora está en que la responsabilidad sea la gira.

En este Difícil 2020 fue lanzado la re-grabación del primer disco del 2004 “Truth Inside the Shades”, que emociones recorrieron en el proceso de grabación, y porqué Re grabar ese primer trabajo de la banda?
Creo recordar que estábamos yendo al festival Karmoygeddon en Noruega cuando nos planteamos la idea de que, con que llegaba el 15 aniversario del lanzamiento de nuestro primer álbum podríamos celebrarlo de alguna manera. La regrabación del álbum desde cero no tardó en aparecer sobre la mesa, ya que no guardamos las sesiones por pistas del primer álbum y no podíamos remezclarlo, como hicimos con el “Core”. A la hora de trabajar en los temas la situación fue muy divertida, ya que era como hacer de productor a nuestro yo de hace 15 años. Encontramos momentos musicales que eran realmente buenos, así como otros que nos generaron cierta sensación de vergüenza ajena y decidimos evolucionar dichos trozos. Hay que recordar que ese álbum fue compuesto en una semana, lo cual hizo que muchas secciones las aceptáramos de una manera mucho más liviana de lo que lo haríamos ahora. Ha sido divertido ver el resultado y muy agradable ver la reacción de nuestros fans. 

Hablando de otras cosas Miguel, como comenzó la pasión de Miguel Espinosa por la Musica, y más aun por el teclado y las voces, como se dio en el principios de los 2000´s mudarse de España a Andorra, y como fue  a lo largo de estos años desarrollar tu carrera Musical como compositor?
Cuando tenía unos 7 años, mi hermana tocaba el piano y bueno, ya sabemos lo que pasa con esas edades: Uno quiere hacer lo que hacen sus hermanos mayores. Paradójicamente, acabé en una clase de teclado electrónico, no de piano y lo cierto es que no sé deciros porqué. Supongo que hubo un momento en el que hubo que tomar la decisión y me gustó más la idea del teclado. Siempre he sido muy amante te todo lo que tenga que ver con tecnología, así que un aparato con teclas lleno de botones me resultaría más atractivo que el piano clásico. Pese a todo, no tardé en dejarlo por “malas notas en el cole”. Pero el teclado “Casiotone” ya estaba en casa, así que pasé los años venideros tocando lo que a mi me apetecía. Con 15, 16 años empecé a quedar con Carlos para hacer música y entonces se convirtió en una sana competición de ver quién tocaba cosas más rápidas (demasiado Yngwie Malmsteen y Jens Johansson…). La partida de Carlos a Andorra fue devastadora para ambos porque el anhelo musical que ambos tenía se desvanecía. Me costó muy poco irme a Andorra una vez supe que Carlos tenía una banda nueva ya montada para seguir el proyecto que ya habíamos empezado.

En este tiempo de Pandemia, te ha servido para componer Material propio tuyo? Y esto ha traido gente hasta ti que necesite un soundtrack ya sea para una Propaganda, anuncio, un audiovisual, un juego Miguel?
Hace ya varios años que tanto Carlos como yo dedicamos parte de nuestro tiempo a la música de cine, videojuegos, publicidad. Hemos trabajado recientemente en una serie infantil emitida en RTVE llamada Momonsters (y que creo que no tardará en estrenarse en Italia). También hemos hecho alguna película, cortometrajes y en el mundo del videojuego, algunos a destacar son Big Farm Story de la productora Goodgames para la plataforma Steam, Supremacy 1 y Call of War de la productora Bytro Labs para PC… A mi en particular me llena enormemente hacer música para cine y videojuegos ya que puedo explorar vías que no puedo explorar tan libremente con Persefone. Todo ello nos ha llevado a aprender conceptos nuevos en la producción musical que ahora estamos aplicando a los nuevos temas de Persefone. De veras que no puedo esperar a que escuchéis lo nuevo!

Que es lo más duro para ti en tu opinión Personal con respecto a la música Miguel, y que palabras o pensamientos les dirías a todos los que aspiran a hacer música pero en algún momento desean desistir de seguir sus sueños.
Siempre he pensado que el mundo de la música es una de las carreras más difíciles que una persona puede elegir. Se trata de un mundo, en general, mal pagado y en el que para crecer, primero has de hacer un esfuerzo titánico. No hay ninguna empresa en el mundo que se sostenga durante casi 20 años sin pagar ni un solo sueldo a sus miembros. Es la pasión lo que nos hace tirar para adelante, y el dinero no es lo que nos hace desistir. Hacer una huelga de músicos en la que nos negáramos todos a hacer música durante un año sería imposible, ya que la gran mayoría no hace música por ganar dinero o para tener que vivir, si no porque les apetece. Eso hace que sea todavía más complicado y que la demanda esté muy depreciada. Como consecuencia, el filtro se pone automáticamente. Si te metes en el mundo de la música por dinero o fama, vas a salir muy pronto de él. No pasa nada por desistir si piensas que no te ves con fuerzas o pasión suficiente de seguir adelante. Son muchos los que nos han dicho “me encantaría hacer giras por Japón como vosotros”, hasta que les cuentas lo que hay que hacer para llegar ahí y entonces reconocen que no estarían dispuesto a hacer lo que hay que hacer para conseguir “cumplir tus sueños”. La competencia es y será feroz y muchas veces saldrás mal herido de una situación, pero al día siguiente verás a tu compañero de banda levantarse para seguir adelante y tú te preguntas:  ¿qué hago? Un momento después estás en marcha…

Muchas gracias por todo.
Muchas gracias por todo!! Si os apetece escuchar algo de Persefone, nos tenéis en todas las redes sociales. Si queréis escuchar algo mío, respecto a videojuegos, etc, podéis seguirme en Instagram (@moepersefone) o visitar mi web www.miguelespinosamusician.com

No Return – Point XXX

ENGLISH VERSION BELOW: PLEASE, SCROLL DOWN!

Dopo tre decenni di carriera, è arrivato il momento per i No Return di mostrare su disco la propria abilità dal vivo. “Live XXX” (Mighty Music) è molto più di un “semplice” album live: è un vero regalo per i fan di tutto il mondo. Con una scaletta cronologica, che ripercorre la carriera della band francese dall’album di debutto “Psychological Torment” (1990) all’ultimo “The Curse Within”, “Live XXX” è stato registrato a La Manufacture, nella città francese di San Quintino, nel dicembre 2019.
Abbiamo parlato di questa uscita con il boss Alain “Al1” Clément.

Buon compleanno, No Return! 30 anni di carriera! Alain, quali erano le tue aspettative quando hai fondato la band?
Grazie! Non credo che avessimo aspettative specifiche nei primissimi giorni della band. Volevamo solo suonare la musica che ci piaceva. Se mi fosse stato detto all’inizio della band che i No Return sarebbero stati ancora qui 30 anni dopo, avrei avuto difficoltà a crederci! Sono molto orgoglioso di ciò che la band ha ottenuto e anche se non è sempre stato facile, il gruppo è ancora qui e più motivato che mai!

Il vero regalo è per i vostri fan: che cosa significa per voi “Live XXX”?
“Live XXX” è il primo album dal vivo nella storia della band. Le persone ce lo chiedono da molto tempo e siamo molto felici di essere finalmente in grado di rilasciarlo. Si tratta di una scaletta cronologica che ripercorre la carriera della band dall’album “Psychological Torment” a “The Curse Within”. La cosa bella è che ci sono anche alcuni ex membri del gruppo presenti in certe canzoni. Siamo molto eccitati dall’uscita di questo live perché mostra davvero l’energia e l’aggressività dei No Return sul palco.

Questo album è stato registrato a La Manufacture, nella città francese di St.Quentin, nel dicembre 2019: perché hai scelto questa data?
Abbiamo scelto questa data perché era l’ultima del tour. Il set era quindi ben definito e abbiamo avuto l’opportunità di registrare e filmare l’intero spettacolo.

Quali canzoni ti piace di più suonare dal vivo?
Ce ne sono diverse, ma direi senza esitazione “Vision of Decadence”, “Submission Falls”, “Stronger Than Ever”, “Do or Die”.

Ricordi la prima canzone scritta per No Return?
Sì, se ricordo bene era “Vision of Decadence”.

Dopo 30 anni, ti vedi come un modello per molti giovani?
Penso che dovremmo piuttosto chiedere ai giovani. Se i No Return fossero un modello per loro, ne sarei molto orgoglioso e sarebbe un grande regalo per tutto il lavoro che la band ha fatto.

Come è cambiata in questi anni la scena musicale metal francese?
La situazione è chiaramente cambiata negli ultimi anni. C’è stata l’arrivo di band straordinarie emergenti dalla Francia. Da diversi anni, il livello tecnico e la qualità delle realtà francesi è notevolmente aumentato.

Al di fuori del metal, che genere di cose ti piace fare?
Mi piace viaggiare, scoprire nuove città o regioni e mi piace anche leggere fumetti.

E il vostro prossimo album?
La band è molto contenta del ritorno di Petit «Zuul» Steeve alla voce. Attualmente stiamo lavorando duramente al nostro prossimo album. Il processo di scrittura è una grande sfida a causa delle nostre elevate esigenze. Stiamo solo cercando di restare fedeli al nostro stile musicale e non c’è una direzione musicale particolare, ma è vero che il prossimo album sarà un buon mix con canzoni aggressive e melodiche. Speriamo di essere in grado di rilasciarlo nell’autunno del 2021.

After three decades of career, it’s arrived the time for No Return to show their live prowess on the record. “Live XXX” (Mighty Music) is much more than a “simple” live record: is a real gift for all the fans around the world. With a chronological setlist, which traces the career of the French band from the debut album “Psychological Torment”I1990) to the latest “The Curse Within”, “Live XXX” was recorded in La Manufacture, in the French city of St. Quentin, in December 2019. We have chatted about this release with the boss Alain “Al1” Clément.

Happy birthday, No Return! 30 years of career! Alain, what were your expectations when you founded the band? Thank you! I don’t think we had any specific expectations in the very first steps of the band. We just wanted to play the music we liked. If I had been told at the beginning of the band that No Return would still be around 30 years later, I would have had a hard time believing it! I am very proud of what the band has achieved and even if it has not always been easy, the group is still there and more motivated than ever!

But the real gift is for your fans: what’s about “Live XXX”?
“Live XXX” is the first live album in the history of the band. People have been asking us for it for a long time and we are very happy to finally be able to release it. It’s a chronological set list which traces the career of the band from the album “Psychological Torment” to “The Curse Within”. The cool thing is that there are also some former band members who are featured on some songs. We are very excited by the release of this live because it really shows the energy and aggressiveness of No Return on stage.

This album was recorded at La Manufacture, in the French city of St.Quentin, in December 2019: why did you choose this date?
We chose this date because it was the last of the tour. The set was therefore well established and we had the opportunity to record and film the entire show.

Which songs do you like most playing live?
There are several but I would say without hesitation “Vision of Decadence”, “Submission Falls”, “Stronger than Ever”, “Do or Die”.

Do you remember the  first song wrote for No Return?
Yes, if I remember correctly it was “Vision of Decadence”.

After 30 years, how do you see yourself as a role model to many young people?
I think we should rather ask young people. If No Return can be a role model for them, I would be very proud of it and it is a great gift for all the work that the band has done.

How is changed in these years the French metal music scene?
The situation has clearly changed in recent years. There has been the coming  of often extraordinary  bands emerging from France. For several years, the technical level and the quality of French bands has increased considerably.

Outside of playing metal, what kinds of things do you enjoy doing?
I like to travel, discover new cities or regions and I also like to read comics.

What’s about your next album?
The band is very happy with Steeve’s «Zuul» Petit comeback on vocals .We are currently working hard on our next album. The writing process is a big challenge because of our own high demands. We’re only trying to keep faithful to our style of music and there is no particular musical direction, but it’s true the next album will be a good mix with aggressive and melodic songs. We hope to be able to release it in the fall of 2021.

Skelethal – Unveiling the threshold

ENGLISH VERSION BELOW: PLEASE, SCROLL DOWN!

I giovanissimi francesi Skelethal stanno facendo passi da gigante: dopo un buon esordio, tornano quest’anno con un secondo album, “Unveiling the Threshold” (Hells Headbangers Records \ All Noir), decisamente più convincente! Anche se dediti a un old school death metal, siamo certi che il futuro del genere da noi tanto amato è nelle loro mani.

Benvenuto, Gui! Il tuo debutto, “Of the Depths …”, è stato un grande album, ma il nuovo è molto meglio. Suoni migliori e songwriting più convincente, sei d’accordo?
Ciao! Grazie per il tuo ottimo feedback! Ovviamente sono d’accordo con te per molte ragioni e hai detto le due principali. Siamo tutti molto entusiasti di questo nuovo album. Il nuovo materiale è decisamente più conciso, molto più violento e più personale. La maggior parte delle canzoni sono in-your-face e Greg Wilkinson degli studi Earhammer ci ha garantito il miglior suono che abbiamo mai avuto. La presenza di nuovi membri ha portato nuove idee e la musicalità e le influenze di ogni componente sono state prese in considerazione per la scrittura delle canzoni. È di gran lunga la migliore uscita degli Skelethal.

“Unveiling the Threshold” è decisamente un ritorno alle radici del death metal svedese, perché hai scelto questo sound old school?
Fin dall’inizio della band, il death metal svedese è sempre stato la nostra principale influenza, abbiamo sempre amato il suono e la musica dei pionieri e ci sentiamo a nostro agio seguendo questo percorso. È affascinante vedere come le vecchie band svedesi abbiano creato uno stile proprio all’interno del genere death metal. Erano molto giovani ma allo stesso tempo molto maturi nella scrittura delle canzoni. Non proviamo a riprodurlo esattamente, ma ci piace che le persone identifichino chiaramente questa grande influenza.

Come ti ha aiutato a lavorare con Greg Wilkinson per raggiungere i tuoi obiettivi?
Ci terrei a dire che per il primo album “Of the Depths…” abbiamo fatto tutto noi: registrazione, missaggio, masterizzazione, e questo è stato un grosso errore. Non volevo assolutamente ottenere di nuovo lo stesso suono, quindi abbiamo deciso di registrare le tracce da soli e affidare mix e master a un professionista. Abbiamo lavorato duramente sulla registrazione di ogni strumento per avere subito il suono che volevamo e per inviare buone tracce a Greg. Abbiamo dedicato molto tempo a tutte le impostazioni, al posizionamento dei microfoni e abbiamo cercato di essere il più fedeli possibile nel nostro modo di suonare. Tutto su questo album è naturale, non c’è trigger, tutto è stato registrato alla vecchia maniera con i microfoni. Il nostro obiettivo era quello di avere un suono potente ma sporco, un qualcosa che possiamo riprodurre sul palco con la nostra attrezzatura. Siamo contenti del risultato, poiché Greg ha ottenuto un’ottima resa senza alterare il nostro suono.

C’è qualcosa di nuovo nel vostro suond? Qualcosa di Skelethal al 100%?
Molte cose sono cambiate per questo album. Sin dall’inizio, essere un quartetto ha cambiato molte cose. Tutti i membri hanno portato idee per migliorare il risultato. Personalmente, ho variato il mio modo di scrivere le canzoni per adeguarlo allo stile e alle abilità di batteria di Lorenzo, che sono fantastiche. Penso davvero che le nuove canzoni siano più forti rispetto a quelle dell’album precedente, molto più schiette e aggressive, anche scritte e suonate meglio. Mescolando più influenze penso anche che questo nuovo album sia più personale dei nostri dischi precedenti.

Potresti presentare i nuovi membri?
Lucas alla chitarra, suona anche nei Mortal Sceptre (thrash); Julien al basso, suona anche nei Projects for Bastards (grind); Lorenzo alla batteria, suona anche negli Schizophrenia (thrash) e Bütcher (speed).

I nuovi membri sono stati coinvolti nella scrittura delle canzoni?
Lucas ha scritto i riff di chitarra per una canzone nella sua interezza (“Adorned with the Black Vertebra”) e collaborato per un’altra (“Repulsive Recollections”). Ho indicato le loro parti a Julien e Lorenzo, ma erano liberi di cambiarle per adattarla al loro modo di suonare. Le idee di ogni membro sono state prese in considerazione per migliorare le canzoni.

Quale soglia vorresti svelare con questo album?
Questa “soglia” può essere vista sulla fantastica copertina che Eliran Kantor ha dipinto per noi. Si riferisce a un portale che si apre su un’altra dimensione. Tu solo hai l’opportunità di scegliere se attraversarla o aspettare per vedere cosa ne esce. I testi degli Skelethal sono fortemente influenzati dall’universo di Lovecraft e anche da molti altri scrittori di fantascienza / horror. Per l’artwork dell’album abbiamo chiesto a Eliran di dipingere un paesaggio tormentato con monumenti monolitici che emergono da un mare in ebollizione e un portale che si apre nel cielo. I testi degli Skelethal non riguardano solo la morte o cose cruente, ci piace parlare di forze sconosciute, dimensioni lontane, viaggi cosmici. La cosa più interessante della morte è ciò che viene dopo!

I primi due singoli dell’album sono “Sidereal Lifespan” e “Repulsive Recollections”, perché hai scelto queste canzoni?
“Sidereal Lifespan” è la prima canzone dell’album e, secondo me, una grande apertura. Facile da ricordare con una struttura di canzone classica. Abbiamo pensato che potesse essere una buona canzone per presentare l’album. Abbiamo scelto “Repulsive Recollections” per la clip perché è una canzone che abbiamo già suonato molte volte sul palco, quindi ci sentivamo a nostro agio.

È un grande momento per la scena metal francese, ci sono grandi band. In che modo il successo di Gojira, Alcest, Gorod, Deathspell Omega, Blut Aus Nord e Swart Crown aiuta il movimento underground del tuo paese?
Non mi piacciono molto queste band e non so se abbiano davvero aiutato il movimento underground in Francia dato che sono band piuttosto grandi, non proprio underground ai miei occhi.

The young French death metal band Skelethal are making great strides: after a good debut, they are back this year with a second album, “Unveiling the Threshold” (Hells Headbangers Records \ All Noir), much better! Despite they are dedicated to an old school death metal, we are sure that the future of the genre we love so much is in their young hands.

Welcome, Gui! Your debut, “Of the Depths…”, was a great album, but the new one is better. Better sounds and better songwriting, are you agree?
Hello! Thanks for your great feedback! I of course agree for a lot of reason and you told the two main. We are all very thrilled with this new album. New material is definitely tighter, much more violent and more personal. Most of the songs are in-your-face and Greg Wilkinson from Earhammer studios also gave us the best sound we ever had. Having new members brought new ideas and the musicianship and influences of every member were taken into account for the song writing. It’s Skelethal’s best release by far.

“Unveiling the Threshold” is definitely back to the roots of Swedish death metal, why did you choose this old school sound?
Since the beginning of the band, Swedish death Metal has always been ou main influence, we’ve always loved the sound and the music of the pionners and we feel confortable following this path.
It’s fascinating to see how old bands from Sweden created a proper style inside the death metal genre. They were really young but in the same time really mature in the songwriting. We don’t try to reproduce it exactly but like to people identify clearly this big influence.

How did help you to work with Greg Wilkinson to reach your goals?
At first it’s important to mention that for the first album “Of the Depths…” we did the whole recording, mixing, mastering by ourselves and that was a big mistake. I absolutely didn’t want to get the same sound so we decided to only record the tracks ourselves and get a mix/master from a professional. We worked hard on the recording of each instrument to have the sound we wanted straight away and to send good tracks to Greg to avoid him any struggles. We spent a lot of time on all the settings, on the microphones placement and tried to be as tight as possible in our playing. Everything on this album is natural there is no trigger, everything was recorded the old way with microphones. Our aim was to have a powerful yet filthy sound and a something we can reach on stage with our gear. We are glad with the result, since Greg had a great result without altering our sound.

Is there something new in your sounds? Something 100% Skelethal?
A lot of things changed for this album. At first being a quartet changed a lot of thing. All the members brought ideas to improve the result. I personally adapted my way of writing the songs order to fit with Lorenzo’s drumming style and skills which are awesome. I really think that the new songs are stronger than on the previous album, much more in-your-face and aggressive, also better written and played. By mixing more influences I also think that this new album is more personal than our previous records.

Could you introduce the new members?
Lucas on guitar, he also plays in Mortal Scepter (thrash); Julien at the bass he also plays in Projects for Bastards (grind); Lorenzo on the drums, he aslo plays in Schizophrenia (thrash) and Bütcher (speed)


Were the new members involved in the songwriting?
Lucas wrote the guitar riffs for one song in its entirety (“Adorned with the Black Vertebra”) and we collaborate for an other (“Repulsive Recollections”). I gave their parts to Julien and Lorenzo but they were free to change it to make it fit with their playing. Every muscisian’s ideas were taken into account to improve the songs.

Which threshold would you like to unveiled with this album?
This ‘threshold’ can be seen on the fantastic cover art Eliran Kantor painted for us. It refers to a portal opening to an other dimension. Only yourself has the choice to cross it or to wait and see what comes from it. Skelethal lyrics are strongly tainted with Lovecraft universe and also many other sci-fi / horror writers. For this album artwork we asked Eliran to paint a tormented landscape with monolithic monuments emerging from the boiling sea and a portal opening in the sky. Skelethal lyrics are not only about death or gory things, we like to speak about unknown forces, foreign dimensions, cosmic voyages. The most interesting thing in death is what comes after ?

The first two single from the album are “Sidereal Lifespan” and “Repulsive Recollections”, why did you chose these songs?
“Sidereal Lifespan” is the first song of the album and a great opener in my opinion. Easy to remember with a classic song structure. We though it could be a good song to present the album.
We choose “Repulsive Recollections” for the clip because it’s a song we’ve already played many times on stage, so we were comfortable with playing it.

Is a great moment for French metal scene, there are great bands. How does the success of Gojira, Alcest, Gorod, Deathspell Omega, Blut Aus Nord and Swart Crown help the underground movement of your country?
I’m not really into this bands and don’t know if they really helped the underground movement in France since they are quite big bands, not really underground in my eyes.

Scream3Days – Scintilla divina

Tornano con un nuovo album su Overthewall, per parlare di “Rhesus Negative” (WormHoleDeath), gli Scream3Days. Con noi jKross, leader e portavoce della band.

Bentornato, Fulvio!
Ciao Mirella, è un vero piacere avere l’occasione di scambiare di nuovo due chiacchiere con te! Ovviamente, un saluto anche a tutti i lettori e amici

Gli Scream3days si formano a Torino da un’idea tua e di Alexxx già nel 2010, dopo esperienze con altre realtà. Da cosa è partita l’esigenza di creare una nuova band?
Io e Alexxx, oltre a essere grandi amici, collaboriamo musicalmente da quasi 22 anni, quindi posso dire che ci conosciamo da una vita. Nel 2010, dopo lo scioglimento della band in cui militavamo in quel periodo, abbiamo deciso di concentrarci su un progetto musicale che ci rappresentasse in pieno e quindi abbiamo creato gli Scream3days

Già l’anno dopo esordite come Scream3 Days con un mini album che vi servirà come biglietto da visita per le successive collaborazioni e poco dopo Andrea Signorelli fa ingresso nella band portando un decisivo contributo e far sì che due anni dopo uscisse il vostro primo full length “Kolera 666”, che riscuote un ottimo successo. Ci parli di quel periodo?
Esattamente, “The House Without Windows” è stato composto, registrato e pubblicato in un brevissimo periodo, quindi risente sicuramente di questa volontà frenetica de entusiastica di farsi conoscere al mondo musicale! Ovviamente siamo molto soddisfatti del risultato ottenuto perché rappresenta a pieno ciò che eravamo in quel periodo, ma poi ovviamente uno cresce e rimembra il passato con un timido sorriso. L’ingresso nella formazione di un musicista di grande esperienza come Andrea Signorelli, con noi come Kahlenberg, è stato sicuramente un avvento positivo, non è scontato dirlo, perché ci ha permesso di crescere notevolmente sia in ambito compositivo che in fase di esecuzione dal vivo.

Citiamo la band al completo?
Con vero piacere: Alexxx – chitarre ritmica e solista, C.i.t.t.e – chitarre ritmica, Unas – batteria, Kahlenberg – basso e J.Kross – voci.

Nel 2019 è la volta di “Rhesus Negative”. Quanto è durata la gestazione dell’album?
Molto poco, la realizzazione di “Rhesus Negative” nasce da una decisione folle! Nel giugno del 2018 riceviamo una risposta positiva da parte del produttore Simone Mularoni  per potere mixare e masterizzare un nostro nuovo album presso i Domination Studio ma l’unico periodo disponibile sarebbe potuto essere Ottobre 2019. Ci siamo guardati negli occhi e abbiamo detto… facciamolo! Il problema da risolvere? In tasca avevamo solo qualche riff di chitarra e zero linee vocali ah ah ah! Però dai è andata bene anche se devo dire che è stato un anno particolarmente stressante ah ah.

Quali sono i punti di forza di “Rhesus Negative”?
Credo che i punti di forza di “Rhesus Negative” siano parecchi: suono potente, melodie di chitarra accattivanti e quell’evocatività oscura tutta italiana

Avete fatto sicuramente in tempo a promuoverlo dal vivo, visto poi che a febbraio le restrizioni governative hanno vietato gli spettacoli dal vivo. Come vivete questo periodo?
Artisticamente è un periodo molto frustrante perché avere un nuovo album in uscita e non poterlo presentare live è sicuramente penalizzante però è anche vero che poi il pensiero va a chi combatte in prima linea per curarsi e curare coloro che sono stati infettati dal Covid19 e quindi mestamente crediamo che il nostro stato d’animo sia l’aspetto minore di questo periodo difficile.

Il lungo e ripetuto lockdown si ripercuoterà sui vostri futuri lavori discografici? Ne parlerete nei vostri brani e state già lavorando a qualcosa di nuovo?
La fase compositiva del nuovo album ha già avuto inizio, Alexxx e C.i.t.t.e. sono costantemente al lavoro su nuovi riff di chitarra e tempi di batteria quindi sicuramente il lockdown non influisce sotto quell’aspetto e posso dirti tranquillamente che anche per la scrittura dei testi non mi sento influenzato da questo periodo, abbiamo le nostre tematiche e rimarranno le medesime anche sul nuovo lavoro.

Dove i nostri ascoltatori possono seguirvi sul web?
https://www.facebook.com/Scream3Days/
https://www.instagram.com/scream3days/p/BZd4Vd3hLGQ/
https://www.youtube.com/channel/UC3mHmI2varjgeME4pJ14wKA
https://open.spotify.com/album/0gv7JtVeoIGAZx2qZHYPDv

Grazie di essere stato con noi
Grazie a te Mirella! Invito tutti i lettori ad ascoltare  “Rhesus Negative” e a seguirci sui nostri canali ufficiali per essere sempre aggiornati sulle nostre prossime mosse promozionali ! A presto.

Trascrizione dell’intervista rilasciata a Mirella Catena nel corso della puntata del 16 Novembre 2020 di Overthewall. Ascolta qui l’audio completo:

Crawling Chaos – Estremo machiavellico

I deathster emiliani Crawling Chaos tornano sulle scene con il secondo full “XLIX” distribuito dall’italiana Time to Kill Records / Anubi Press. Un lavoro davvero maturo ed articolato, capace di mettere in luce tutta la sapienza tecnica della band. Abbiamo intervistato il chitarrista Andrea

Ciao Andrea, e grazie per questa intervista, puoi parlarci della storia della band?
Ciao ragazzi, grazie a voi per averci contattato. La band nasce molto tempo fa, tra il 2007 e il 2008, anno in cui abbiamo autoprodotto un EP demo, “Goatsuckers”. La line-up odierna ricalca quella originale: negli anni il bassista è cambiato un paio di volte, ma poi ci siamo riuniti con quello attuale, Will. Nasciamo come gruppo di amici che amano condividere la propria passione musica e, per fortuna, le cose sono rimaste così.

Tornate con il vostro secondo album intitolato “XLIX” a ben sette anni di distanza dal precedente “Repellent Gastronomy”, come mai tutto questo tempo?
La nostra priorità è quella di pubblicare materiale di buona qualità, suonato bene, scritto bene e con un pensiero coerente alle spalle. Tutto questo richiede tempo e dobbiamo incastrare nell’equazione anche il lavoro; ognuno di noi, infatti, non si occupa solo di musica nella vita. Gli ultimi anni, inoltre, sono coincisi per tutti noi con grandi cambiamenti nella sfera professionale e privata che ci hanno sottratto altro tempo e tante energie. Aggiungiamo anche che Shub (Andrea) e MG (Manuel) sono stati impegnati con progetti paralleli in cui hanno pubblicato altri album e fatto un paio di tour europei.

A tal proposito, quali sono secondo te le principali differenze stilistiche che contraddistinguono i vostri due lavori?
La differenza nel songwriting è enorme. Abbiamo tutti sviluppato maggior maturità e gusto nel fondere le varie influenze che caratterizzano l’album. “Repellent Gastronomy” era per lo più una raccolta di brani scritti nei quattro-cinque anni precedenti, senza un vero filo conduttore. “XLIX” è un concept album composto principalmente negli ultimi due anni e ideato fin dall’inizio come tale: la scrittura è pertanto più compatta, quasi come fosse la sceneggiatura di una piccola opera teatrale. 

A questo punto non posso non chiedervi quali siano le vostre “fonti d’ispirazione”…
Volendo essere scontati potremmo citare le solite band di riferimento del genere, come per esempio Death, Cannibal Corpse, Gojira, Behemoth, Anaal Nathrakh, Carcass, eccetera. Tuttavia, sebbene i grandi nomi della scena rappresentino senza dubbio un’ottima fonte d’ispirazione, tutti noi abbiamo background musicali piuttosto differenti. I nostri ascolti spaziano dal metal estremo a sonorità più roccheggianti, dall’elettronica al drone. Di conseguenza, quando componiamo, oltre ad affidarci ai soliti riffoni e ai soliti pattern ritmici ci piace anche provare a implementare i nostri ascolti “extra-metal” nelle canzoni. In “Repellent Gastronomy”, il nostro album precedente, questa contaminazione era probabilmente più evidente e, in un certo senso, ingenua. In “XLIX”, al contrario, le influenze esterne sono diventate parte integrante e imprescindibile del nostro sound.

L’italiana Time to Kill Records si sta occupando della distribuzione di “XLIX”, in quali circostanze è nata la collaborazione tra voi e l’etichetta romana?
Il contatto è avvenuto nel più classico dei modi. Abbiamo fatto girare la promo digitale dell’album tra le etichette underground che reputavamo più in linea con la nostra proposta. Nel giro di poche settimane siamo stati contattati da Enrico, il boss dell’etichetta. Ciò che ci ha convinti a firmare è stato l’approccio che ha adottato. Ci ha telefonato direttamente perché voleva esprimerci di persona il suo entusiasmo per il nostro lavoro. Nell’underground l’entusiasmo è tutto.

Facendo riferimento al songwriting, chi di voi è il principale fautore? Come nasce un vostro brano?
Il primo album è stato concepito letteralmente in cantina, condividendo riff, improvvisando, scrivendo tutto su carta. Oggi il songwriting è diverso. Di solito Shub propone lo scheletro del brano, lo registra a casa, scrive la prima partitura e passa il materiale a tutti. In sala prove si arriva già con un’idea di come i vari riff devono suonare; ognuno li ha già studiati e metabolizzati, magari apportando qualche piccola modifica. Una volta raccolte le idee, sempre a casa, registriamo un demo grossomodo definitivo, con sovraincisioni e batteria digitale. Segue poi un periodo in cui MG definisce le parti vocali assieme agli altri – un passaggio che affrontiamo con molta più cura rispetto al passato – e si suona il pezzo fino allo sfinimento, lavorando di labor limae. Dopo tutta questa preparazione, quando finalmente arriviamo in studio di registrazione sappiamo esattamente come deve suonare l’intero album.

Cosa puoi dirmi dei testi che compongono “XLIX”? Sono liriche a sé oppure si cela un vero e proprio concept?
“XLIX” è a tutti gli effetti un concept album. Ci siamo ispirati a Il Principe, il celebre libro scritto da Niccolò Machiavelli nel sedicesimo secolo. La narrazione è una sorta di parabola, una cronaca fuori dal tempo e dallo spazio che ripercorre le vicende di un protagonista senza nome e senza volto che costituisce l’unico punto di vista dell’intera narrazione. Profondamente amareggiato e frustrato dalla realtà in cui vive – mai temporalmente definita – il protagonista si ritrova tra le mani una fantomatica “edizione maledetta” della famosa opera del Machiavelli. Il tomo, che egli trova tra le rovine di una città perduta, lo guida esotericamente verso l’incarnazione dello “statista definitivo, del dominatore ultimo”. Ma questo è solamente l’inizio. Ogni canzone corrisponde sostanzialmente a un capitolo della vicenda. Il progredire della trama, ovviamente, porta con sé tutta una serie di considerazioni e spunti di riflessione. I testi possono essere interpretati adottando di volta in volta chiavi di lettura differenti (teologiche, sociologiche, esoteriche o psicologiche). Non mancano citazioni ed episodi grotteschi – una caratteristica che ha da sempre caratterizzato i testi dei Crawling Chaos. Anche l’artwork dell’album, realizzato magistralmente da Simone Strige (@strxart), è parte integrante della narrazione. Per chi riesce a interpretarlo, costituisce un’altra delle possibili chiavi di lettura con cui è possibile decodificare il tutto.

Una cosa che risalta subito nell’ascolto del vostro album è la produzione, davvero molto potente ma anche pulita, puoi dirmi qualcosa a riguardo? A chi vi siete affidati?
Abbiamo la fortuna di conoscere dei professionisti di altissimo livello che hanno collaborato con noi alla realizzazione dell’album. “XLIX” è stato registrato e prodotto ai Domination Studio di San Marino da Simone Mularone e Simone Bertozzi, una vera garanzia. Il loro supporto nella creazione del sound che avevamo in mente è stato fondamentale. Anche “Repellent Gastronomy” è stato registrato lì, ma la differenza sonora è abissale. Rispetto al passato abbiamo sperimentato molto di più con l’analogico e le canzoni suonano molto più “live” rispetto al passato. Potremmo affermare che con “XLIX” abbiamo finalmente definito quel sound che avevamo in mente fin dagli albori della band.

Adesso una domanda che faccio sempre, ma credo sia d’obbligo visto il periodo che stiamo vivendo. Una nuova uscita discografica implica un lavoro di promozione attraverso le esibizioni live di una band. Data la situazione attuale, secondo te, come si può ovviare a tutto ciò? Qual è il tuo pensiero?
Penso che non si possa ovviare. Underground e live sono inscindibili. I social sono uno strumento fondamentale per far conoscere la nostra musica, ma la volatilità caratteristica del web non si addice all’ascolto di un album intero – men che meno alla sua metabolizzazione. Cercheremo di produrre contenuti media che possano destare l’interesse del pubblico, magari cercando di approfondire il concept narrativo del disco. Speriamo che la tempesta passi presto. Non vediamo l’ora di ritornare sul palco per proporre la nostra musica dal vivo. Probabilmente, dopo tutta questa merda, la gente non vedrà l’ora di sfogarsi con un bel pogo!

Siamo giunti alla fine, ti ringrazio per questa chiacchierata! Concludi l’intervista come vuoi…Innanzitutto grazie! Speriamo di incontrarci il prima possibile dal vivo. Non vediamo l’ora di suonare “XLIX” sul palco e siamo certi che le occasioni per farlo, quando le circostanze lo permetteranno, saranno numerose.