Rise to Zero – Celestial burial

VERSIÓN EN ESPAÑOL ABAJO: POR FAVOR, DESPLÁCESE HACIA ABAJO!

I messicani Rise to Zero sono pronti ad affacciarsi sulla scena extreme melodic metal con un nuovo EP nel 2021. In questa intervista per Il Raglio Del Mulo, Aldo, Ivan e Mike ci hanno parlato dei dettagli della loro nuova formazione, del loro impegno in ambito artistico e soprattutto di come stanno affrontando questo 2021 contraddistinto dalla crisi sanitaria che sta devastando il mondo. Ma l’arte ha dimostrato di essere il baluardo più forte di cui dispone oggi l’umanità.

Benvenuti su Il Raglio Del Mulo, grazie mille per la vostra disponibilità, ragazzi. Come sono nati i Rise to Zero? E perché avete deciso di dare questo nome alla band?
Aldo – Ciao, grazie mille per il tuo supporto e per questa intervista, i Rise to Zero si sono formati nel 2007 e a quel tempo avevamo diverse idee per il nome della band, anche se eravamo solo due persone, volevamo dare un’identità al progetto, fino a quando un amico ci ha suggerito il nome Rise to Zero, ci è piaciuto e il nome è rimasto. In realtà l’idea inziale della band era solo quella di comporre, registrare alcune canzoni e condividerle, era / è il nostro hobby. Nel tempo ci siamo resi conto che avevamo abbastanza canzoni per pubblicare un album e così che è nato “Falling Sky” del 2013, con 10 canzoni e 1 cover. Abbiamo fatto il nostro primo spettacolo e gli attuali Rise hanno iniziato a prendere forma, poi abbiamo pubblicato il nostro EP intitolato “Worms” che è uscito nel 2016 e contiene 3 canzoni, fino a giungere al 2020 con il nostro più recente “Jhator”.
Mike – Ciao, apprezziamo profondamente il tuo supporto e interesse per il nostro lavoro, come dice Aldo, la band è nata solo come pretesto per stare insieme e per uscire ma nel tempo ha preso forma un sound che abbiamo iniziato ad apprezzare È stato allora che abbiamo deciso di registrare il nostro primo album e abbiamo iniziato a prendere il progetto più seriamente.

Come è riuscita la band ad emergere questi anni in campo melodic black-death e come è possibile competere con altre realtà estere dall’ottimo livello compositivo?
Aldo – A dire il vero abbiamo sempre cercato in qualche modo di non farci così coinvolgere dalla “scena” oltre al fatto che all’inizio la band era propensa ad un genere più core metal che melodic death, comunque quell’isolamento ci ha fatto evolvere musicalmente e non abbiamo un’idea pre-impostata di come dovremmo suonare, o per chi dovremmo suonare, componiamo solo ciò che ci piace, ciò che al momento sentiamo essere qualcosa di buono da mostrare in pubblico. Ora con il nostro nuovo album “Jhator”, ci sentiamo molto a nostro agio con quello stile black metal, senza perdere l’essenza melodica, e ci sentiamo molto onorati che il nostro album venga ascoltato anche in altre parti del mondo e che stia raggiungendo a poco a poco nuovi livelli.
Mike – Qui in Messico la scena metal è molto viziata, piena di clientelismo e favoritismi, per lo stesso motivo abbiamo cercato di non lasciarci coinvolgere troppo dall’usanza del lusingare qualcuno per poter ottenere un posto nella scena, quindi è un po’ complicato, ma speriamo di poter competere creando materiale migliore che piaccia alla gente. Personalmente, penso che abbiamo molta strada da fare per competere con le band dentro e fuori il nostro paese, ma siamo orgogliosi che la nostra musica arrivi al di fuori del Messico.

Di cosa parlano i testi dei Rise To Zero e cosa cercate di evocare nelle vostre canzoni?
Aldo – I testi di Rise to Zero fin dall’inizio sono stati inclini alla depressione, all’anti religione e, situazioni personali, attualmente con “Jhator” abbiamo voluto esplorare cose un po’ più elaborate, dare ancora più profondità alla parte lirica, prendendo come tema base la “sepoltura celeste”, la pratica buddista tibetana che prevede che i loro morti non vengano seppelliti, ma vengano dati in pasto ai rapaci, poiché ritengono che il corpo sia solo un contenitore per l’anima e quando qualcuno muore deve tornare agli elementi naturali, inoltre i tibetani credono nella reincarnazione, per noi è un modo per rinascere musicalmente e filosoficamente.
Mike – In questo campo non ho molta voce in capitolo, normalmente il responsabile dei testi è Aldo.

Cosa ne pensi della scena rock metal sudamericana rispetto a quella di altri continenti? In termini di cooperazione tra le band, di possibilità commerciali, di capacità tecniche e musicali e di opportunità.
Aldo – È divertente, perché noi abbiamo ricevuto più sostegno da altri paesi che dal nostro, in Messico ci sono troppe band, di tanti stili, però c’è una specie di circolo molto chiuso in cui se non hai conoscenze, non c’è un supporto, non è una questione di essere una band pessima o la migliore. A livello sudamericano ho notato che i fan sono più ricettivi nei confronti di realtà provenienti da altri luoghi, forniscono più supporto, penso che se ci fosse più unità e meno “circoli” saremmo a un livello molto più alto.
Mike – Come ho detto prima, in Messico la scena è imperfetta, e personalmente non conosco le dinamiche in Sud America, ma ho notato che abbiamo più sostegno dall’estero che dal nostro paese, suppongo che abbiamo una lunga strada da fare per avere una scena competitiva e nella quale tutti abbiano l’opportunità di crescere e fare musica migliore. In termini di musica, penso che ci siano band di altissimo livello e di talento che non hanno nulla da temere dal confronto con le band europee, penso anche che abbiamo molta strada da fare per essere competitivi, è necessaria più coesione per essere in grado di sviluppare al meglio questo aspetto.
Ivan – Considero la scena in Sud America unica, sempre piena di energia, ho avuto l’opportunità di fare un tour con la mia ex band nel 2015 attraverso diversi paesi del Centro e Sud America e sono rimasto sorpreso dalla coesione delle band. Invece in Messico il pubblico è completamente disinteressato. Personalmente ho bisogno di tornare a sentire quell’atmosfera e spero che presto calpesteremo terre straniere con i Rise To Zero.

Secondo voi, internet, le varie piattaforme, i social network hanno aiutato o diluito l’essenza di Extreme Music?
Aldo – Ritengo che internet, i social e le piattaforme digitali abbiano aiutato molto la scena metal estrema, visto che è più facile raggiungere luoghi diversi, cosa che prima era quasi impossibile, ad esempio, ora è molto più facile cercare promoter stranieri, basta inviare loro un’e-mail, oppure cercare un indirizzo e quindi inviare un presskit, una demo, un disco, ci sono modi più semplici per promuovere una band, così come fare amicizia con altre persone di che ascoltano generi musicali diversi e vivono altrove.
Mike – I vantaggi di internet sono innumerevoli, ora con pochi click puoi ascoltare musica di paesi di cui non avevi idea che esistessero, puoi interagire con altre band. È più facile condividere materiale, idee, persino creare progetti con la partecipazione di musicisti provenienti da diverse parti del mondo, ma questo significa anche che, secondo la mia percezione, la qualità di alcune uscite è scarsa, perché puoi pagare per caricare il tuo materiale su piattaforme che non richiedono dei requisiti minimi di qualità.

Potete parlarci del vostro secondo album, “Jhator”, uscito l’anno scorso: come è nata l’idea e come è andato il processo di registrazione e come è stato accolto?
Aldo – L’idea di pubblicare un secondo album era da un po’ sul tavolo, ci è voluto del tempo per finirlo perché abbiamo impiegato molto nel processo di composizione, abbiamo rimosso canzoni, arrangiato altre, ecc. Per quanto riguarda la registrazione, la pandemia ci ha aiutato in qualche modo, dato che siamo rimati rinchiusi per molto tempo e senza un’etichetta che ci facesse pressioni.
Mike – “Jhator” è una parte di noi, per questo album abbiamo cambiato tutti i processi, dalla composizione, al modo di promuovere il materiale. Il tempo di composizione è stato molto più lungo ed eravamo consapevoli del suono che volevamo ottenere, ci siamo avventurati nella composizione di arrangiamenti orchestrali e atmosfere, e abbiamo registrato in remoto chitarre, basso, sequenze e voci, ognuno a casa. Anche il missaggio e il mastering sono avvenuti in remoto nel nostro home studio. La pandemia ci ha dato l’opportunità di concentrarci quasi al 100% su “Jhator”.

Credete che questo anno difficile che abbiamo trascorso abbia dimostrato che l’arte è essenziale per la vita delle persone? Ancora di più la musica?
Aldo – Considero la musica essenziale nel mondo, ho visto diverse band che continuano a lavorare su nuovi progetti, o che sono in difficoltà con le entrate visto che è ciò che permette loro di vivere, almeno noi che abbiamo un lavoro a parte la musica. Avere un progetto come i Rise to Zero, ci aiuta ad esprimere tutto ciò che non riusciremmo a trasmettere altrimenti, e forse ci renderebbe persone frustrate e amareggiate.
Mike – Certo! Credo che la musica sia fondamentale nella vita delle persone, e di più in questi momenti in cui l’umore è a terra, e si avverte una sensazione di angoscia e depressione, la musica aiuta a fare una pausa e a riuscire a farla franca, almeno per un po’, della complicata situazione in cui viviamo adesso.

Quali sono i vostri obiettivi a medio e lungo termine ora che il loro secondo album è alle spalle e state pianificando l’uscita di un Ep con un nuovo cantante?
Aldo – Vogliamo continuare a crescere musicalmente ed esplorare ancora di più le nostre capacità, cercando di pubblicare sempre un album migliore del precedente, ora con Ivan come nuovo cantante sappiamo che il suono dei Rise avrà una svolta per il meglio.
Mike – Migliorare, fare solo musica migliore, album dopo album. A medio termine penso che lanceremo il nostro EP e forse del nuovo materiale entro la fine dell’anno, e a lungo termine spero personalmente che potremo portare la nostra proposta in molti paesi in tutto il mondo.
Ivan – Abbiamo un nuovo Ep in lavorazione, in pratica una nuova era per Rise to Zero in cui vogliamo lasciare il segno, siamo appassionati di musica e vogliamo portarla in ogni angolo del pianeta. È semplice, non smetteremo mai di farlo, quindi aspettati molto di più dai Rise To Zero.

Quali sono secondo voi le cose che rendono molto difficile per l’underground progredire e garantire una migliore vetrina alle band?
Aldo – Penso che la risposta sia semplice, il problema per il quale la musica underground non progredisce affatto, almeno in Messico, è dovuto alle band stesse, il supporto arriva con la maschera dell’ipocrisia, io ti appoggio ma devo ricevere qualcosa in cambio, o come ho detto prima, si supportano a vicenda solo tra conoscenti e sono sempre le stesse band che vedi su tutti i poster o quelle che sono sempre nominate in rete.
Mike – L’atteggiamento delle band nei confronti di altre band (almeno in Messico): se non sei un mio conoscente, non esisti e non sarai considerato. Gruppi che esistono da 20 anni tolgono spazio alle nuove band, che forse hanno molto più talento.

Qual è la difficolta maggiore che si incontra nel mondo della musica e cosa sareste disposti a fare per portare Rise to Zero in un altro Paese?
Aldo – almeno per me penso che la cosa più difficile sia non riuscire a vivere al 100% solo di musica, dato che il nostro stile musicale non è molto commerciale, e devo avere un lavoro al di fuori della musica per poter sostenere me stesso e nella stessa modo rinnovare l’attrezzatura di cui ho bisogno per continuare a comporre e registrare. E ovviamente abbiamo la volontà di andare in altri paesi per mostrare le nostre capacità.
Mike – come dice Aldo, non potersi dedicare al 100% a questo progetto e che non si possa vivere di questo, ma questo non ci pesa! E penso che sia necessario tentare la fortuna in altri paesi, portando la nostra proposta musicale ovunque.
Ivan – A mio parere personale, la cosa più difficile nell’ambiente metal messicano, è che la maggior parte delle persone hanno un retaggio cristiano / cattolico che li fa stare sempre in attesa di censurare e segnalare a coloro che non la pensano come loro, il che porta alla scarsità di spettacoli e quindi al mancato supporto da parte delle grandi società di produzione all’interno del paese.

Desde Tierras Mexicanas, con un segundo material actualmente bajo el brazo y en proceso de lanzar este 2021 un Nuevo EP esta banda ha demostrado lo que es sentir pasion y compromiso con el arte que uno desarrolla, poseedores de un excelente Melodic Black-Death Metal, Rize to Zero es una banda que actualmente decide mostarse ante el panorama mundial dentro del Genero del Extreme Melodic Metal, en esta entrevista para Il Raglio Del Mulo (Aldo, Ivan y Mike) nos estaran hablando de los pormenores de su nueva formacion, su compromiso con su arte y por sobre todo como encaran este 2021 aun con esta crisis sanitaria que asola al mundo, pero el arte ha demostrado ser el bastion mas fuerte el cual hoy dia posee la humanidad.

Bienvenido al Il Raglio Del Mulo, muchas gracias por su tiempo para la entrevista chicos, como nace Rise to zero? Y porque decidieron Ponerle ese nombre a la banda ?
Aldo Hola muchas gracias por el apoyo y por esta entrevista, Rise to Zero se formó en el 2007 y en ese tiempo teníamos algunas ideas de nombre para la banda, aunque siempre fuimos dos personas queríamos darle identidad al proyecto, hasta que un amigo de aquel entonces sugirió el nombre de Rise to Zero, nos gustó y se quedó el nombre. Realmente la idea de la banda era solo componer, grabar algunas canciones y compartirlo, era/es nuestro hobby, con el tiempo nos dimos cuenta que teníamos varias canciones como para lanzar un disco y así fue como surgió Falling Sky’s del 2013, con 10 canciones y 1 Cover, tuvimos nuestro primer show y así comenzó más en forma lo que ahora es Rise, después lanzamos nuestro EP titulado Worms el cual salió en el año 2016 y cuenta con 3 canciones, hasta el año 2020 con nuestro mas reciente material Jhator.
Mike Hola y agradecemos profundamente su apoyo y el interés en nuestro trabajo, como dice Aldo, la banda nació como un proyecto solo como un pretexto para reunirnos a pasar el rato y con el tiempo fue tomando forma y un sonido que nos empezó a gustar, ahí fue cuando decidimos grabar nuestro primer disco, y empezamos a tomar el proyecto con más seriedad.

Como se ha manejado la banda a traves de estos años en el terreno del melodic black-Death metal? Y como se sienten competir contra bandas de afuera demostrando ustedes un gran nivel compositivo con este ultimo material lanzado.
Aldo para ser honesto siempre hemos tratado de alguna forma no involucrarnos tanto en la “escena” además de que al inicio la banda estaba inclinada a un género más al metal core y melodic death, sin embargo ese “aislamiento” que te mencionaba ha hecho que evolucionemos musicalmente y no tengamos una idea tatuada de cómo debemos sonar, o para quienes debemos sonar, solo componemos lo que nos gusta, lo que en el momento sentimos que es algo bueno para mostrar al público. Ahora con nuestro nuevo disco Jhator, nos sentimos muy cómodos con ese estilo black metal, sin perder la esencia melódica, y nos sentimos muy honrados de que nuestro álbum suene en otras partes del mundo y que este poco a poco alcanzando nuevos niveles.
Mike Aquí en México la escena del metal está muy viciada llena compadrazgos y favoritismo, por lo mismo, nosotros hemos intentado no involucrarnos mucho en esa dinámica de adular a alguien para poder conseguir un lugar en la escena, por lo tanto es un poco complicado, pero esperamos poder competir haciendo mejor material que le guste a la gente. En lo personal creo que nos falta mucho para competir con bandas dentro y fuera de nuestro país, pero nos enorgullece que nuestra música suene fuera de nuestro país.

De que tratan las letras de Rise To Zero, y a que situaciones o filosofia evocaban en sus canciones?
Aldo las letras de Rise to Zero desde el inicio han estado inclinadas a la depresión, anti religión y, situaciones personales, actualmente con Jhator quisimos explorar cosas un poco más elaboradas, darle aun más intención a la parte lírica, tomando como tema base el “Entierro Celestial” la práctica budista tibetana en la que a sus muertos no los entierran, los dan a las aves de presa, ya que creen que el cuerpo es solo un recipiente para el alma y al morir debe regresar a los elementos naturales, además de que los tibetanos creen en la reencarnación, para nosotros fue como esa forma de renacer musicalmente y filosóficamente.
Mike – En este tema yo no tengo mucha participación, normalmente el encargado de la lírica es Aldo.

Como ven el ambiente del rock metal a nivel Sudamericano con respecto a otros países o continentes? En cuanto a unidad de las bandas, comercialmente, técnicamente, musicalmente, y en cuanto a oportunidades para desarrollar el arte que uno gusta.
Aldo Es curioso, porque al menos nosotros hemos recibido más apoyo de otros países que del nuestro, en México hay demasiadas bandas, de muchos estilos, sin embargo hay una especie de círculo muy cerrado en el que si no tienes conocidos no hay apoyo, no importando ser una muy mala banda o la mejor. A nivel Sudamerica he notado que son más receptivos a otros géneros provenientes de otros lugares, brindan más apoyo, creo que si existiera más unidad y menos “círculos” estaríamos a un nivel mucho mas alto.
Mike Como comentaba anteriormente, en México la escena está viciada, y en lo personal desconozco la dinámica en Sudamérica, pero si he notado que tenemos más apoyo de fuera que en nuestro país, supongo que nos falta mucho para tener una escena competitiva y que todos tengamos la oportunidad de crecer y hacer mejor música. en cuanto a lo musical creo que existen bandas con un nivel extremadamente alto y talentosas que no le pedirían nada a cualquier banda europea y en lo comercial también creo que nos falta mucho para ser competitivos, se necesita más unión para poder desarrollar mejor este tema.
Ivan Considero que la escena en Sudamérica es única, siempre llenos de energía, tuve la oportunidad de hacer un tour con mi ex banda en 2015 por varios países de centro y Sudamérica y me sorprendió la unión de las bandas definitivamente es algo que no se ve en México. Y el público wow! Entregados totalmente. Personalmente necesito volver a sentir esa vibra y espero que pronto pisemos tierras extranjeras con Rise To Zero.

Hoy día en la Opinión de Ustedes, el internet, las plataformas, las redes sociales, han ayudado o han hecho diluir la esencia de la Música Extrema? entiéndase por calidad, Y en tu opinión que cosas estas herramientas han fortalecido pero también han debilitado.
Aldo considero que el internet, las redes y las plataformas digitales han ayudado mucho a la escena del metal extremo, ya que es más fácil llegar a diferentes lugares que antes era casi imposible, ejemplo, ahora es mucho más sencillo buscar promotores extranjeros, mandarles un mail, o buscar una dirección y así enviar un presskit, un demo, un disco, hay formas más amigables de dar promoción a una banda, así como hacer amistad con otras de diferentes géneros musicales y regiones.
Mike Las ventajas del internet son innumerables, ahora con unos cuantos clicks puedes escuchar música de países que no tenías ni idea que existieran, puedes interactuar con otras bandas. Es más fácil compartir material, ideas, inclusive crear proyectos con participación de músicos de diferentes partes del mundo, pero, también esto hace que según mi percepción, la calidad de algunos materiales sean pobres, con el simple hecho de pagar, puedes subir tu material a las plataformas que no solicitan más que los mínimos requisitos de calidad y eso merma un poco la calidad, pero, da más oportunidades a todos, entonces unas por otras.

Podrían hablarnos de su segundo disco “Jhator” del año pasado, cómo surgió la idea del disco, como fue el proceso de grabación y como fue la receptividad afuera con el material?
Aldo La idea de sacar un segundo disco siempre estuvo en la mesa, nos tardamos en finalizar el disco porque estuvimos mucho tiempo en el proceso de composición, quitábamos canciones, arreglábamos otras, etc. en cuestión de la grabación de alguna manera nos ayudo la pandemia, ya que estuvimos mucho tiempo encerrados y no teníamos alguna disquera que nos presionara o algo que nos dijera que teníamos cierto tiempo para finalizar.
Mike Jhator es un parte para nosotros, para este disco cambiamos todos los procesos, desde la composición, la forma de promocionar el material. El tiempo de composición fue mucho más extenso y éramos consientes del sonido que deseábamos conseguir, incursionamos en la composición de arreglos en orquesta y atmósferas, y grabamos todo de forma remota las guitarras, bajos, secuencias y voces, cada quien en su casa. Al igual la mezcla y la masterizaciónse hizo en nuestro home studio también vía remota. La pandemia nos dio la oportunidad de enfocarnos casi al 100% en jhator.

En este Difícil año que ha comenzado, ustedes creen que con esta situación de pandemia se demuestra que el arte es fundamental para la vida de las personas? Más aun la Música?
Aldo considero que es esencial la música en el mundo, he visto varias bandas que siguen trabajando en nuevos proyectos, o sacando lives para poder tener alguna ganancia ya que es su forma de vida, al menos para nosotros que tenemos un trabajo aparte de la música, el tener un proyecto como Rise to Zero, nos ayuda a expresar todo eso que de otra forma no sabríamos como, y quizá nos haría personas frustradas y amargadas.
MikeClaro! Creo que la música es fundamental en la vida de las personas, y más en estos momentos que el ánimo esta por los suelos, y se siente una sensación de angustia y depresión, la música ayuda a poder tener un respiro y poder alejarse al menos por un rato de la situación complicada en que vivimos ahora.

Cual son los objetivos ahora a mediano y largo plazo para la banda al coronar su segundo disco y ahora planeando el lanzamiento de un Ep con nuevo vocalista
Aldo queremos continuar creciendo musicalmente y explorando aún más en nuestras habilidades, tratando de siempre sacar un mejor disco que el anterior, ahora con Ivan como nuevo vocalista sabemos que el sonido de Rise tendrá un giro para bien, y esperemos sea del gusto de todos.
Mike Pues mejorar, simplemente hacer mejor música, disco tras disco. A mediano plazo creo que lanzar nuestro EPy quizás nuevo material para finales de año, y a largo plazo en lo personal espero que podamos llevar nuestra propuesta a muchos países alrededor del mundo.
Ivan – Tenemos un nuevo Ep en proceso, es una nueva era para Rise to Zero en la cual queremos dejar huella, nos apasiona la música y queremos llevarla hasta el último rincón del planeta. Es simple, no dejaremos de hacer esto jamás así que esperen mucho mucho mas de Rise To Zero.

Cuales son a su criterio las cosas que hacen muy difícil al underground progresar y tener una mejor vidriera y capacidad para que las bandas puedan progresar?
Aldo creo que la respuesta es sencilla jeje, el problema por el cual la música under no progresa del todo, al menos en México, es por las mismas bandas, el apoyo viene con la máscara de hipocresía, de te apoyo pero debo recibir algo a cambio, o como lo mencionaba antes, solo se apoyan entre conocidos y siempre son las mismas bandas las que ves en todos los carteles o las que siempre se nombran en las redes.
Mike la actitud de las bandas referente a otras bandas (al menos en México) si no eres mi conocido, no existes y no serás considerado, las bandas en México creen que por tener una agrupación y llevar 20 años existiendo son buenos, y esas bandas son las principales que meten el pie a las bandas nuevas, que quizás tengan mucho más talento.

Que es lo más duro para ustedes en su opinión Personal con respecto a la música, y En algún momento Rise to Zero estaría dispuesto a dar el paso de continuar en otro País?
Aldo al menos para mí creo que lo más duro es no poder vivir al 100% en esto, ya que nuestro estilo musical no es muy comercial, y debo de tener un trabajo fuera de la música para poder sustentarme y de la misma forma sustentar el equipo que necesito para seguir componiendo y grabando. Y claro que tenemos esa visión de salir a otros países y mostrar nuestras capacidades y lo que Rise to Zero puede dar.
Mike como dice Aldo, no poder dedicarle el 100% a este asunto, y no que solo no puedes vivir de él, sino que no nos genera básicamente un solo peso jajaja! Y sí creo que nos vemos probando suerte en otros países, llevando nuestra propuesta musical a todo lugar donde podamos.
Ivan En mi opinión personal lo más duro en el ambiente del Metal Mexicano en su mayoría formamos parte de una sociedad Cristiano/Católica que siempre está a la espera de censurar y señalar a quien no piensa igual que ellos lo que nos arrastra a la escasez de shows y por lo tanto al apoyo nulo por parte de productoras de gran tamaño dentro del país.

Nanga Parbat – La montagna assassina

I Nanga Parbat hanno iniziato un cammino tanto personale quanto avvincente. La prima tappa di questa marcia è “Downfall and Torment” (Sliptrick Records), lavoro complesso, capace di ammaliare e stordire l’incauto esploratore che osa sfidare la Montagna Assassina…

Benvenuto Andrea (voce), dopo tre singoli è arrivato finalmente per voi il momento di dare alle stampe il vostro album di debutto, “Downfall and Torment”. Cosa significa avere fuori un disco, un segno tangibile dei vostri sforzi, soprattutto ora che non potete realizzarvi come artisti su un palco?
Per noi è un grandissimo traguardo, è stato un cammino lungo e faticoso, ed essere arrivati a questa meta ci riempie di orgoglio. Oggi viviamo un periodo di grande incertezza per tutto il panorama artistico ma grazie a “Downfall and Torment” stiamo riuscendo ad entrare nel cuore delle persone anche attraverso uno schermo. Sicuramente avremmo preferito un bel release party ed una serie di live promozionali in tutta la Penisola ma ci rendiamo conto che ci sono altre priorità al momento!

Tornerei ai tre singoli che hanno preceduto il disco, ho notato che nell’album questi pezzi vengono proposti di seguito e si trovano quasi al centro: ritenete che siano il cuore dell’opera e che da soli possano rappresentare al meglio il vostro stile?
La posizione dei tre singoli all’interno della tracklist è stata pressoché casuale, sicuramente i trebrani sono stati scelti poiché sono gli unici ad avere una struttura ed una durata più “canonica” e quindi più fruibile come singolo e come base per un video musicale. La seconda parte del disco invece è incentrata sui due brani più complessi e progressivi che sono “Curse of the Thaw” e la titletrack, quindi potremmo dire che i tre singoli sono sì dei brani chiave all’interno del disco ma non sufficienti da soli a rappresentare il genere e il messaggio dell’opera che rimane descritto dalla totalità delle nove tracce di “Downfall and Torment”.

Resterei sullo stile che proponete, il vostro approccio al death metal è molto complesso, con venature progressive, quasi in controtendenza rispetto alle uscite attuali che tendono a privilegiare sonorità più old school: non temete che questa scelta possa penalizzarvi?
La nostra non è stata una scelta di stile, abbiamo composto le canzoni senza sapere prima in che parte della tassonomia del death metal saremmo andati a finire. Non ci siamo dati regole o canoni, abbiamo semplicemente lavorato molto a lungo sugli arrangiamenti e sulla costruzione del concept del disco e questo è ciò che ne è uscito. Se questo possa penalizzarci è difficile a dirsi ma crediamo che “Downfall and Torment” sia un disco sufficientemente ricco da poter essere apprezzato sia dagli ascoltatori più moderni che da quelli più “old school”.

Altro fattore che dimostra come vi muoviate ai limiti e che non temiate di allontanarvi da quelli che sono i cliché del genere è la scelta del vostro nome: come mai avete deciso di chiamare il gruppo come un monte della catena dell’Himalaya e non con un prosaico nome più oscuro?
Come dicevamo appunto nella risposta precedente non abbiamo cercato di definire la musica secondo dei canoni ma piuttosto di far definire i canoni dalla nostra musica stessa. Proprio per questo motivo, il nome è stato scelto successivamente alla composizione del disco, avevamo bisogno di un nome che fosse particolare ma allo stesso tempo altisonante e richiamasse a qualcosa di ignoto e tenebroso. Il Nanga Parbat, la nona montagna più alta della Terra e una delle più mortali, soprannominata appunto la montagna assassina, un nome che si associa perfettamente alla nostra musica.

Nei testi, invece, quali tematiche trattate?
Nei testi cerchiamo di dare risalto alla potenza e all’indomabilità del mondo naturale. Spesso ci siamo trovati a narrare di ambienti estremi o di fenomeni atmosferici inarrestabili. Abbiamo fatto molte ricerche anche su diverse figure leggendarie e mitologiche come si può evincere dai brani “Tidal Blight” e “Demon in the Snow”. Il primo narra infatti del grande cetaceo bianco cacciato dal Capitano Ahab ed il secondo di una tigre fantasma che secondo alcune leggende abiterebbe la taiga russa. Nei nostri testi dunque amiamo inserire sia figure appartenenti al mondo animale che generalmente a quello naturale, cercando di infondere significati specifici a figure già molto evocative.

La copertina cosa rappresenta?
La copertina rappresenta le disfatte che si autoinfligge l’uomo per cupidigia, orgoglio e illusione di grandezza. Questo conflitto che l’uomo vive con se stesso e con il resto della sua specie si staglia sullo sfondo della natura. Quest’ultima si trova spesso colta nel fuoco che viene da entrambi gli schieramenti, relegata ad un ruolo secondario in tutte le vicende umane. La nostra copertina vuole riportare l’attenzione sul vero colpevole di tutto il male che ogni giorno si scatena sulla terra: l’uomo.

Nel disco compaiano numero si ospiti, vi andrebbe di presentarli?
Certamente! Per arricchire il lavoro abbiamo fatto contribuire alcuni nostri amici musicisti che hanno impreziosito l’opera. Edoardo Taddei: Giovanissimo Guitar Hero romano (Classe ‘99) che ha scritto e suonato l’assolo di “Through a Lake of Damnation”. Davide Straccione: Storico frontman degli Shores of Null e degli Zippo e mastermind del Frantic Fest, amico di vecchia data della nostra band ha cantato alcune strofe pulite della titletrack. Vittoria Nagni: Violinista classica, ex-Blodiga Skald, ha suonato le parti di violino solista sull’intro e su “Tidal Blight”. Fabiana Testa: Formidabile session woman blues e jazz sia elettrica che acustica, ha suonato l’intro acustica. Martin Vincent: Amico della band, inguaribile metallaro, ha vissuto molti anni in America ed ha quindi recitato la strofa di “Tidal Blight” estratta dal Moby Dick di Herman Melville. Francesco Ferrini: Dulcis in fundo, uno dei fondatori dei Fleshgod Apocalypse, orchestratore e arrangiatore di fama mondiale, ha lavorato alla produzione delle orchestre insieme al nostro Edoardo.

Alla luce del grande lavoro fatto in studio, quando potrete tornare ad esibirvi dal vivo, sottoporrete i brani a un riarrangiamento o li proporrete in modo fedele sul palco?
L’obiettivo è sicuramente quello di proporre i brani nel modo più fedele ed autentico possibile, siamo convinti che tutto ciò che è stato proposto nel disco sarà ugualmente fruibile e godibile anche in un contesto live. Resta da decidere l’effettiva setlist per i futuri live ma stiamo già lavorando in questa direzione per rendere le nostre performance non solo energetiche ma anche iconiche e fluide. Vogliamo portare un grande show e stiamo già escogitando vari sistemi per farlo ma per questo dovrete aspettare ancora un po’!

La prossima cima da scalare?
Ovviamente, il prossimo disco che stiamo già componendo! Il mondo della musica dal vivo è ancora troppo incerto per pensare ai palchi mentre invece un momento come questo è perfetto per ricominciare a comporre nuova musica.

Vilemass – Gore weed distortion

La scena pugliese è da sempre una fucina inesauribile in ambito estremo, tra le novità più interessanti ci sono i Vilemass, autori del nuovo album “Gore Weed Distortion” (Cult of Parthenope). Abbiamo contattato il batterista del terzetto, Leo Pizzi.

Benvenuto su Il Raglio, Leo. Circa cinque anni fa usciva il vostro EP autoprodotto “Drilled by Bullets”: cosa è accaduto in questo lasso di tempo che ha preceduto la pubblicazione del vostro primo full length “Gore Weed Distortion”?
Ciao Giuseppe e grazie per lo spazio che ci stai concedendo! Veniamo a noi… il nostro tassello di partenza, “Drilled by Bullets” è uscito in formato autoprodotto nella primavera del 2016, a seguito poi dei buoni riscontri di critica e feedback positivi, è stato poi ri-pubblicato “ufficialmente” nel giugno 2017 dalla Extreme Metal Music di Torino, facendo coincidere il tutto con la pubblicazione del ns primo video ufficiale “Vulgar Religion”. Questo passaggio è stato per noi significativo perché abbiamo avuto un primo impatto con il music business e d’altra parte ci ha dato una visibilità più ampia, non solo nel nostro piccolo orticello (dorato) pugliese, ma anche nel perverso oceano di band che affolla la rete. A parte la precisazione, anche grazie all’Ep , questi anni sono passati direi in fretta tra scorribande live varie con picchi di puro godimento e ore di caverna tra prove e nuovi brani. In tutto questo chiaramente siamo scesi a patti con la variante “vita quotidiana” al di fuori della band e tutti gli sbattimenti del caso, un dettaglio che ha messo a dura prova le basi del nostro progetto durante questo lungo periodo: ma non molliamo e siamo felici di essere qui a parlare del nuovo album.

L’album contiene nuove versioni di tracce già presenti sull’EP oppure brani risalenti a quel periodo ma non inseriti perché non ancora completi?
L’album ha otto song nuove concepite tutte dopo l’EP, chiaramente data la lunga gestazione ci sono episodi scritti già nel 2017 come “Murderous Insanity” e altri come “Carnage by Slut” completata nel 2020. Questo perché ogni gestazione per noi è stata “naturale” e di pari passo al nostro “testosterone metallico”, concedimi il termine ahahah. Abbiamo un processo creativo che ci vede tutti partecipi e le cose procedono solo quando sentiamo di aver catturato la giusta verve. Ad ogni modo la proposta è molto omogenea, ma ascoltando l’album si percepiscono varie influenze dovute ai diversi periodi di stesura dei brani e francamente la cosa non ci dispiace, rende il tutto più frizzante a nostro parere.

Cinque anni in ambito musicale sono un’eternità, in cosa siete migliorati e cosa invece avete conservato di inalterato dai vostri esordi?
Siamo peggiorati al massimo Ahahahah. Seriamente, ci sentiamo migliorati soprattutto in sede live, in questi anni abbiamo fatto tanta gavetta (e ne faremo) e fatto tesoro, suonando come e dove sia stato possibile in Italia, divertendoci un mondo nella super scena pugliese a cui siamo molto debitori, aprendo per band super professionali, talvolta su palchi ostili, talvolta in estasi da show concitato, talvolta facendo cazzate sul palco… Ci sembra ovvio, che al netto di tutto e delle varie filosofie musicali, resti inalterata la voglia di suonare dal vivo e di lasciare una piccolissima sparuta traccia della propria musica nel marasma metallico odierno. Resta anche la voglia di far baldoria, molti colleghi potranno confermare.

“Gore Weed Distortion” contiene una forma di death metal molto classico, come mai avete scelto questo approccio old school?
Siamo devoti al death metal di matrice americana, senza far nomi… Cannibal Corpse, ma le influenze parlano chiaro. Questo filone ci diverte, ci ispira follemente e tecnicamente è molto molto stimolante. Il riffing ricercato e schizofrenico, i continui cambi di tempo, la velocità ma anche il groove, la fatica, l’assenza di “schemi” da seguire, ma anche la “semplicità brutale del genere”. Ci piace e d’altra parte il nostro obiettivo è divertirci e suonarle di santa ragione. Qualcuno apprezza, e quindi siamo a posto così.

Come primo singolo avete scelto “Beast Of No Land”, per il quale avete realizzato un lyric video: come mai avete individuato proprio questo brano?
“Beast of No Land” è una colonna portante già da qualche anno negli show dal vivo, è un pezzo 100% Vilemass che rende senza indugi l’idea del nostro operato e della nostra direzione stilistica. Non è il punto più alto dell’album, ma è uno sponsor completo per chi ci ascolterà per la prima volta. Il testo, narrato in prima persona, trae spunto dal prima romanzo e poi film “Beasts of No Nation”, la storia realmente accaduta di un bambino africano strappato ai suoi affetti e costretto a diventare un giovanissimo soldato a suon di becere barbarie.

Dato che abbiamo discusso di un lyric video, i testi dell’album di cosa parlano?
In generale, per le tematiche dei testi si viaggia tra la solita sfrontata vena di denuncia e disaccordo verso alcuni episodi e temi della società contemporanea, con una certa attitudine quasi punk che non abbiamo mai nascosto, a episodi in cui il nostro singer Antonio Cosmai si lascia andare in racconti sinistri e cupi, al limite del satirico e senza alcun freno inibitorio, su argomenti come passione e sesso, strambi omicidi e uso di cannabis… aprendo una vena più intima e inquietante negli argomenti dell’album… insomma una “Gore Weed Distortion”…tanto per chiosare.

Il disco è uscito da poco per la Cult of Parthenope, quindi non vi chiedo di fare un bilancio del vostro rapporto con l’etichetta. Però vorrei sapere quale valore aggiunto vi aspettate di ottenere da una collaborazione con una label rispetto a un’autoproduzione, esperienza che avete fatto con l’EP?
Siamo al secondo deal in pochi anni e la scelta di intraprendere una collaborazione con una label, rappresenta un investimento che rafforza la causa di una band come la nostra, con la priorità di divertirsi e divertire… Per il resto portare avanti i Vilemass nel più largo futuro, attraverso i vari step che le nostre vite private ci impongono sarebbe già una grande vittoria.

In questi anni avete già suonato dal vivo questi nuovi brani?
Si, il live è una sorta di palestra fondamentale per ogni nuovo brano composto, tendiamo a portare volentieri ultime creazioni in scaletta fissa in occasione di uno show. A tal proposito solo gli ultimi due brani composti in ordine di tempo “Made of Lies” e “Carnage by Slut” sono stati battezzati nell’unico show (ahinoi) del 2020 ad ottobre in quel di Bari, una serata memorabile anche per l’andazzo che tutt’ora viviamo…

Avete intenzione di organizzare un release party in streaming?
Per il momento non abbiamo pensato a questa evenienza, confidiamo in un ritorno alla normalità seppur regolamentato e con tutte le precauzioni del caso nel futuro prossimo. I giochi prima o poi ripartiranno e cercheremo di farci trovare pronti. Nel frattempo ci dedichiamo alla promozione dell’album, tireremo fuori altri due singoli a tempo debito tramite i mezzi e i canali a disposizione… e contestualmente ci terremo in forma nella Vile-caverna.

Eresia – La voce del fondatore

I longevi deathster veneti Eresia tornano sulle scene dopo appena un anno dal precedente “Aìresis”, pubblicando la loro quarta fatica da studio intitolata “Neocosmo”, distribuito dalla DeathStorm Records / Andromeda Relix, ne parliamo con Max (voce e basso) e Bonfy (batteria).

Ciao ragazzi, innanzitutto grazie per la vostra disponibilità e benvenuti sul Raglio del Mulo, vi andrebbe di parlarci un po’ della storia della band dall’anno della sua nascita fino ad oggi?
Max: Ciao Luca, grazie infinite a te e a tutto lo staff del Raglio, per la disponibilità e lo spazio che ci dedicate. La band nasce nell’aprile del 1995, da tre amici ed ex compagni di scuola, io, il Bonfy e Mirko, che allora era il cantante chitarrista. C’è da dire che già dal 1994 qualche esperimento era stato fatto, ma la formazione si consolida nel ’95. Iniziamo con un sound ed un’attitudine punk/hardcore, che presto si tramuta in thrash metal. In quel periodo realizziamo qualche registrazione (compreso il demo ’98), partecipiamo a qualche compilation e poi nel ’99 realizziamo il nostro primo album “Parole al Buio”, rimasto poi per volere unanime della band mai pubblicato. In quell’album la cosa che mi piace sottolineare è la presenza di due pezzi, scritti da me e dal Bonfy, “Habitat Brutale” e “Dahmer” che, rispetto agli altri, hanno un gusto decisamente più death metal. Infatti nel giro di due anni, con l’uscita dei due chitarristi Federico e Mirko, l’ingresso di Barry alla chitarra ed il mio passaggio alla voce realizziamo “Moto Imperpetuo”, disco decisamente death metal.
Finita la promozione dell’album in giro per l’Italia, con la formazione a quattro grazie all’ingresso di Andy alla chitarra, la formazione subisce un ennesimo scossone, proprio nel momento in cui stiamo scrivendo il successore di “Moto Imperpetuo” e ci si prospettava la possibilità di andare a suonare in Est Europa. Nel 2004 rimaniamo io e il Bonfy. Nel 2009 entra in formazione il chitarrista Teo, scriviamo i pezzi per un album e facciamo parecchi concerti, ma prima delle registrazioni perdiamo di nuovo il chitarrista. Torna Andy nel 2017, col quale realizziamo “Aìresis”, uscito a gennaio 2019, a 18 anni da “Moto Imperpetuo”, ma nel luglio dello stesso anno ci lascia. Nel frattempo era però entrato Valand col quale riusciamo a scrivere, in circa un anno, il nuovo “Neocosmo” uscito a dicembre 2020. Come puoi capire la nostra storia con i chitarristi è davvero complicata, e non credere che, purtroppo, sia finita qui.

Una cosa che mi ha parecchio incuriosito è come mai è trascorso così tanto tempo tra la realizzazione del vostro secondo full “Moto Imperpetuo” (2001) e il successivo “Aìresis” (2019)? Praticamente 18 anni, quasi una vita! Cosa è successo?
Bonfy: Purtroppo si, 18 anni sono una vita. Abbiamo avuto problemi di formazione, in particolar modo, come ti ha già accennato il Max, il problema è stato trovare un chitarrista. Ne abbiamo provati alcuni, ma è stato difficile trovarne uno che si unisse a noi ed abbracciasse questo progetto con passione e dedizione, passione per il genere (per alcuni eravamo troppo estremi o vecchia scuola) e dedizione nel venire in sala prove con costanza e voglia e senza che fosse un peso, per sè e per noi.

L’italiana DeathStorm Records si è occupata della distribuzione del vostro ultimo “Neocosmo”, potete dirci com’è nata la vostra collaborazione con la label nostrana?
Bonfy: Per questa nostra uscita, come anche per “Aìresis”, la DeathStorm Records collabora con la Andromeda Relix nel promuovere il disco sulle riviste, ‘zine e webzine specializzate.
Max: Esatto, si occupano principalmente di questo, di farci avere recensioni ed interviste, quindi visibilità. Purtroppo una vera distribuzione non l’abbiamo, una di quelle che fa arrivare il disco nei pochi negozi rimasti, o negli store europei. Il disco lo si può acquistare tramite le due etichette oppure contattando noi tramite la nostra pagina facebook www.facebook.com/eresiadeathmetal o scrivendo una mail a maxeretico@gmail.com

Come band siete molto longeva, qual è la vostra opinione riguardo a come e quanto è mutata la scena metal estrema a livello globale e per ciò che concerne invece quella italiana?
Max: Beh direi che è cambiato molto, soprattutto negli ultimi 10/15 anni. Musicalmente oggi trovi di tutto nel metal estremo; trovi sia musica vecchia scuola, con vecchie band ancora attive o nuove che amano riproporre un sound della prima ora, così come trovi musica più moderna ed un sacco di contaminazioni, e questo anche in band vecchiotte, magari non della prima ondata, e che hanno mutato il loro modo di comporre e suonare. E questa situazione direi che la troviamo anche nella scena italiana. Quello che più di tutto è cambiato, a mio avviso, sia in Italia che all’estero, è il contatto fra le band. La scena una volta era fatta da una fitta rete di contatti fra band di ogni parte del mondo, che si scambiavano le demo, o delle cassette con su registrato i loro ascolti del momento. Ci si scambiava contatti di ‘zine e radio e circolavano liste di locali nei quali suonare con tanto di contatto telefonico. Per stare in contatto dovevi scrivere, telefonare, spostarti in auto o treno o aereo, dovevi insomma spendere dei soldi, sacrificarti… Oggi tutto questo è svanito. Nell’era di internet, dei mille mila minuti e giga a pochi euro al mese, wifi gratuiti ovunque, non si fa più molta attenzione a chi si scrive aspettando la risposta. Si scrive a chiunque con un click e a volte non si sa nemmeno a chi e forse non si da nemmeno molta importanza alle risposte. Quello che importa sono il numero delle visualizzazioni, dei like, dei follower… Purtroppo quella fitta rete di contatti fra band che formava la scena, non c’è più.

Siete stati tra le primissime band che, in barba a ciò che la tradizione vuole, hanno sempre remato “controcorrente” componendo i vostri testi in lingua italiana, com’è nata questa scelta?
Bonfy: L’idea di cantare in italiano è nata fin da subito: una scelta del tutto normale e naturale per noi. All’epoca erano davvero poche le band che lo facevano, ma per noi non c’era alcun dubbio, e non c’è nemmeno oggi.
Max: Proprio così. Ci risulta più naturale scrivere e cantare i pezzi in italiano, riusciamo ad essere più disinvolti e riusciamo ad interpretarli meglio. Può sembrare più difficile trovare soluzioni metriche efficaci, per cantare metal in italiano, ma non è così! E te lo possono dimostrare anche le altre band che cantano metal in italiano! Certo non sono soluzioni così immediate come in inglese, ma il nostro idioma ci mette a disposizione molteplici possibilità e soluzioni, basta solo avere la pazienza e la voglia di cercarle ed elaborarle!

Menzione d’onore per Dave Ingram, frontman degli storici Benediction! Com’è stato collaborare con lui? Ci raccontate com’è nata questa idea?
Bonfy: Io e il Max siamo grandi fan dei Benediction, ed è uno degli ultimi concerti visti qui in Italia prima del lockdown. Quando stavamo per entrare in studio di registrazione, ho avuto questa idea e agli altri è piaciuta. Così è nata questa grande collaborazione e per noi è stata una grandissima soddisfazione.

Come definireste il vostro sound? E quali sono le band che vi hanno “forgiato” dal punto di vista stilistico?
Max: Mi piace definire il nostro sound come death metal! I nostri ascolti spaziano in quasi tutta la musica esistente, dal rock e prog anni ‘70 al grind, dal black metal più intransigente al jazz, dal blues al brutal death. Non so dirti quali band possano aver influito maggiormente il nostro stile, ma credo sia possibile sentire nelle nostre canzoni tracce di hardcore, di black metal, di thrash metal e ovviamente di death metal. Ma l’attitudine ed il collante è decisamente il death metal.

Chi di voi, e in che misura, contribuisce alla creazione del songwriting?
Bonfy: L’idea può partire da chiunque di noi, che poi la porta in sala prove e la sviluppiamo fino a creare la canzone. A volte ci troviamo in sala prove senza idee, allora ognuno si isola suonando senza ascoltare gli altri e da lì, magari da un giro di batteria, di basso o chitarra, esce l’input che da il via all’idea per un pezzo! Ovviamente per definire la costruzione di un pezzo la chitarra è lo strumento più attivo.

Invece per ciò che concerne i testi che mi dite? Chi è il compositore?
Max: I testi li ho quasi sempre scritti io. Mi lascio influenzare dalla canzone, cerco di sentire nei giri, nel tipo di canzone, quale tematica possa esserne più adatta; quando la trovo do un titolo alla canzone, ancora prima di svilupparne il testo. A volte, nello sviluppo di una tematica, mi aiuto ispirandomi a qualche romanzo letto o anche con influenza cinematografica. Poi spesso mi diverto, se il testo si presta e se riesco a trovare dei collegamenti nei ricordi delle mie letture e dei miei studi, ad inserire dei passi di romanzi o poesie.

Siamo arrivati alle battute finali, vi ringrazio molto per questa bella chiacchierata, concludete l’intervista come volete!
Bonfy: Un grandissimo ringraziamento a voi per il tempo e lo spazio concesso. Speriamo di vederci tutti sotto un palco!
Max: Grazie di cuore per lo spazio e la disponibilità! Concordo col Bonfy, speriamo si torni quanto prima, a goderci un concerto tutti assieme con la birra in mano sotto un palco.

Natron – Hung, drawn and quartered

L’esordio dei Natron, uno dei dischi più rari e ambiti della scena del death metal italiana, “Hung, Drawn and Quartered” (originariamente uscito nel 1997 su Headfucker Records), dal 16 aprile sarà nuovamente disponibile, in un inedito formato vinile, grazie alla Time To Kill Records. Abbiamo contattato Max Marzocca, ora attivo con i doomster The Ossuary, per parlare della sua prima band e di quel glorioso esordio…

Ciao Max, a chi è venuta l’idea di ristampare “Hung, Drawn & Quartered”?
Ciao Giuseppe, come va? L’idea inizialmente è venuta in mente ad Enrico della Time To Kill Records che mi aveva contattato l’anno scorso facendomi capire che era intenzionato a stampare su vinile del materiale dal catalogo Natron. Io ed Enrico siamo amici da tempo immemore per via delle nostre innumerevoli collaborazioni con le nostre rispettive band. Natron ed Undertakers hanno spesso condiviso il palco in passato, io stesso per un breve periodo ho dato una mano a loro come session drummer. L’idea ovviamente mi è piaciuta subito in quanto “Hung,Drawn & Quartered” era sold out da più di 20 anni, sono contento che ci sia ancora interesse attorno alla band soprattutto tra i collezionisti di vinile, e visto il grande ritorno di questo formato ho pensato che fosse una buona idea per approfittarne!

In questi anni avevate già ripubblicato questi pezzi in alcune raccolte, mi riferisco a “Necrospective” e a “Grindermeister”. Cosa hai provato all’epoca quando hai riesumato quei pezzi?
“Necrospective” era semplicemente una raccolta di tutto il materiale pre Holy Records per celebrare i primi dieci anni di attività della band quindi di riesumazione c’è ben poco in quanto abbiamo registrato di nuovo solo “Elmer The Exhumer” con Mike Tarantino alla voce. Nonostante si tratti anch’esso di un lavoro celebrativo – questa volta però dei 20 anni – con “Grindermeister” abbiamo ripreso tutto “Hung, Drawn & Quartered” tranne “Enthroned in Repulsion” e l’ abbiamo riarrangiato meglio anche per riadattarlo al nuovo singer Nicola. C’è stato un lungo lavoro di rifacimento e mentre ci lavoravamo ci siamo interrogati più volte su cosa ci passava per la testa all’epoca quando abbiamo tirato fuori le idee, i riff e in generale dei brani così complessi e un po’ fuori di testa. I Natron di “Grindermeister” sono senz’altro una band più matura rispetto agli anni 90, dove i brani venivano composti dopo lunghissime jam e non era contemplato che qualcuno di noi arrivasse in sala con un brano pronto dall’inizio alla fine. L’ intenzione era quella di non curarci troppo di come alla fine avrebbero suonato i brani, non avevamo paura di spingerci oltre e soprattutto non ci siamo posti il problema di doverli poi un giorno registrarli di nuovo con un metronomo. Quindi il lavoro di rivisitazione di “Grindermeister” fu molto lungo e complesso ma in fin dei conti è un bel disco anche se col senno di poi avrei scelto di produrlo in maniera più old school. La produzione di quel album è perfetta, anche se un po’ troppo “plastificata” per i miei gusti. Riascoltandolo stento a riconoscere il mio drumming.

Invece, cosa provi oggi nel rivedere l’album fuori con la copertina originale e in formato vinile?
Beh, è senz’altro una bella soddisfazione! Non ho mai apprezzato fino in fondo il CD, mi è sempre sembrato troppo freddo e l’artwork troppo sacrificato per le dimensioni di un booklet. Ora si può finalmente ammirare la copertina di “Hung, Drawn & Quartered” in tutto il suo putrido splendore!

Ma come è nato “Hung, Drawn & Quartered” nel lontano 1997?
La storia è un po’ complicata ma cercherò di riassumerla. Poco dopo il nostro primo demo “Force” del 1994 fummo contattati dalla Cryptic Soul Production che ci propose un contratto per un mini album. Fu il nostro primo contatto con un etichetta discografica, ci fidammo del fatto che questa label aveva prodotto qualche 45 giri di band del nostro stesso genere, e ci sembrò una buona cosa firmare per loro. In teoria quel disco sarebbe dovuto essere il nostro esordio ufficiale nel 1996 ma poi a causa di rinvii continui, promesse “farlocche”, lungaggini varie ed eventuali causate esclusivamente dalla label, il master di quelle registrazioni fu ceduto quattro anni dopo alla Nocturnal Music che lo pubblico nell’autunno del 2000, dopo che la band aveva già pubblicato tre album e godeva già di una certa notorietà. Nel frattempo Headfucker Magazine che era una delle riviste più autorevoli in materia di death metal diventò un’etichetta ed essendo fan dei Natron sin dal primo demo decisero che avrebbero esordito con un nostro lavoro. Il materiale di “Unpure” e “Hung, Drawn & Quartered” è figlio dello stesso periodo. Trattasi di tutto quello che abbiamo composto tra il 1993 ed il 1997, abbiamo ripreso 3 brani tratti dal mini, mentre il resto del materiale è finito nel demo “A Taste Of Blood” che fu pubblicato qualche mese prima dell’esordio per compensare l’attesa.

Eravate già coscienti in quei giorni della qualità di quei brani o la consapevolezza è giunta solo in un secondo momento?
Onestamente non è che stessimo molto a pensarci su. All’epoca suonavamo e basta e l’obiettivo primario era essere brutali, veloci e sperimentare. A volte ci riusciva bene altre volte no. Credo che siano stati i fan dell’underground ad accorgersi della band e a dimostrare con il loro supporto che, nonostante il particolare periodo storico, tutto sommato si trattasse di un lavoro competitivo. Nel bene e nel male il fattore che ha fatto la differenza probabilmente risiede nel fatto che era come se avessimo aperto una via diversa alla brutalità nel death metal. O almeno era quello che ci diceva la stampa, e poi i tipi della Holy Records quando ci proposero di metterci sotto contratto ci dissero la stessa cosa.

Che ricordi hai delle registrazioni ai Nadir Studios?
Per quello che ricordo è stato fantastico. Il viaggio interminabile in treno fino a Genova, i 15 giorni trascorsi nella città vecchia dove si trovava lo studio, le enormi zoccole che attraversavano i vicoli, i pusher, i freak, la fragranza di cibo etnico, gli odori, gli umori e i colori del mercatino. Ci fu anche modo di fare delle pause di qualche ora al mare dove l’incorreggibile Domenico si tuffò in acqua con i nostri soldi destinati all’ acquisto della birra dimenticandosi di averli infilati nel costume, ma poi tornavamo di nuovo in studio. Ricordo il sudore a secchiate, era Agosto e soltanto noi potevamo pensare di rinchiuderci per registrare un disco. Fu una faticaccia infame, calcolando anche che fino ad allora avevamo inciso solo due demo (o se preferite un demo e un mini) e quindi non è che fossimo così esperti. La sera tornavamo sfiniti a casa di Tommy e ci accampavamo da lui, e se la mamma era tornata da lavoro cenavamo. Ogni tanto si faceva vivo Trevor perché i Sadist in quel periodo erano nel pieno della pre-produzione di “Crust”, di conseguenza finì per registrare le backing vocals in un paio di brani. Ci vorrebbe un intero capitolo di un ipotetico libro autobiografico per descrivere tutto quello che è successo in quelle due settimane, ma credo valga la pena di ricordare ciò che successe a fine mixing quando oramai i giochi erano fatti. Stavamo facendo una pausa fuori dallo studio quando un piccione svolazzando pensò bene di cagarmi in testa. Non ricordo chi tra l’ilarità generale mi disse “ Max dai, vedrai che porta fortuna!” ma io ero del tipo “ Siete sicuri, io ricordavo che bastasse solo pestarla… ”. Beh, in fin dei conti chiunque sia stato a dirlo ha avuto ragione. Il disco andò benissimo e poco dopo firmammo il nostro primo contratto discografico serio per la Holy Records.

Appunto, quei brani vi hanno schiuso le porte della Holy Records, una delle etichette più importanti del panorama internazionale nella seconda metà degli anni 90: come cambiò la vostra vita di musicisti dopo quella firma?
Grazie alla firma del contratto con la Holy Records riuscimmo finalmente ad avere accesso ad una potente struttura che si occupava in maniera professionale di distribuzione, promozione e pubblicità, e cosa da non sottovalutare era il fatto di poter attingere ad un budget cospicuo che ci permetteva di andare in giro con tour-bus aprendo per band più grosse, ma soprattutto di poter produrre dischi in studi più costosi come gli svedesi Abyss Studios dei fratelli Tagtgren (Hypocrisy) e gli Starstuck di Anders Lundemark (Konkhra) in Danimarca. Certamente oggi si può obiettare che questa etichetta non abbia indirizzato i nostri lavori verso un target di pubblico che potesse essere più ricettivo verso una band come la nostra ma io credo che in fin dei conti abbiano fatto un lavoro egregio mai eguagliato da tutte altre etichette con cui abbiamo avuto a che fare. Senz’altro hanno contribuito a far crescere la band in termini di professionalità e notorietà, ritengo che l’unica colpa è stata quella di aver snobbato tutto il mio lavoro di promozione fatto per anni in stretto contatto con il mondo dell’underground mondiale.

Hai rimpianti legati a quel periodo?
Credo che abbiamo fatto tutto quello che era nelle nostre possibilità. Magari col senno di poi avremmo potuto investire qualche royalty in più nella band anziché metterci due spiccioli in tasca. Ma a parte quello non ho rimpianti, anzi….

L’avere tra le mani “Hung, Drawn & Quartered” non ti fa venir voglia di rimettere su i Natron? Sai, non mi piace guardare indietro nella vita. Quello che ho fatto appartiene al passato ed ad un certo punto volevo far qualcosa di nuovo quindi ho messo su un nuovo progetto come The Ossuary che in sei anni mi ha già dato grosse soddisfazioni. Abbiamo un contratto solido con la tedesca Supreme Chaos Records che ci supporta a dovere, abbiamo pubblicato due album, un terzo è in uscita a breve, abbiamo fatto un tour europeo e suonato in un paio di festival. Credo non sia male come risultato quanto fatto sin’ ora. Dal punto di vista creativo mi sento molto meno limitato, so che posso scrivere musica senza legami di sorta, la matrice blues e classic rock ci permette di spaziare e trovare diverse forme di espressione. Anche come batterista posso esplorare nuovi territori, se voglio suonare un brano lento e “groovy”, un brano veloce con la doppia cassa, o un brano più “proggy” o con tempi dispari posso farlo tranquillamente senza pormi il problema di dover essere necessariamente legato a degli standard. In più per me è un gran sollievo sapere di dovermi occupare solo di un progetto. Ossuary ci hanno messo davvero poco a diventare qualcosa di più di un side project, ad un certo punto mi sono trovato a non avere più tanto tempo da dedicare ad entrambe le band e quindi ho dovuto scegliere tra un nuovo ed esaltante percorso creativo come Ossuary e Natron che era una band che dopo 25 anni intensi di dischi e tournée aveva detto tutto e di più. Ho scelto di portare avanti gli Ossuary e credo di aver fatto la scelta giusta. Sono contento di queste ristampe e per il fatto che ci sia ancora credito ed interesse nei confronti della band ma non ho assolutamente voglia di rimettere in piedi Natron. Sto già bene così!

Avete chiuso con il 7” del 2014 “Virus Cult”, con quel brano avete esaurito i vostri brani oppure avete ancora del materiale inedito, magari da pubblicare in una raccolta postuma?
All’epoca io e Domenico stavamo lavorando su una manciata di altre idee, ricordo che registrammo qualcosa su un nastro ma non so che fine abbia fatto. Ad ogni modo ci eravamo accorti che ci stavamo ripetendo, poi abbiamo progressivamente perso interesse fino a che la band non si è sciolta.

Electrocution – The cruel reality

Gli Electrocution sono indubbiamente una della realtà più persistenti della nostra scena, a due anni di distanza dalla pubblicazione di “Psychonolatry” ad opera della nostrana Goregorecords proviamo a “tastare il polso” alla band con il frontman Mick.

Ciao Mick e bentrovato sul Raglio del Mulo, ti ringrazio molto per la tua disponibilità a questa intervista, come “antipasto” vorrei iniziare chiedendoti di parlarci un po’ della storia della band.
Ciao a te e grazie per questa intervista. Durante l’estate del 1989 presi la decisione di fondare una nuova band, dopo il tentativo appena fallito con la precedente (Khanckrena) nella quale erano presenti il primissimo bassista di Electrocution (Paolo Massarenti) e uno dei componenti di Cerebral Disfunction (forse la prima band grindcore italiana) e successivamente Euthanasia (Pierluigi Ricci). Fu proprio uno dei componenti dei Cerebral Disfunction, Luca Lodi (ex Crematorium e attuale membro di Hallucinator) a suggerirmi il nome, ispirandosi al brano omonimo dei Sodom presente in “Persecution Mania”. All’epoca ero convinto che Electrocution sarebbe stata una band thrash e il nome sarebbe stato perfetto per quel genere. Nel febbraio del 1990 finalmente la line-up era completa per cominciare le prove sui brani che avevo composto nel frattempo e, da lì a breve, uscì il primo demo tape “No Rest in Peace”. Dopo qualche cambio di componenti, l’anno successivo fu il turno di “The Rieal Doom”, il demo che ci permise di firmare per Contempo Resemary’s. Con un contratto discografico in mano eravamo proiettati verso la composizione dei brani per l’album ma, nel frattempo, facemmo uscire “Remains”, terzo e ultimo demo tape, prima dell’uscita di “Inside the Unreal”. Pubblicato nel 1993, questo album ci diede tantissima visibilità sia in Italia che nel mondo. Ci permise di aprire concerti per band del calibro di Death (1993) e Carcass (1994).

Com’è noto siete presenti sulla scena da tantissimi anni, posso chiederti come mai nonostante ciò, abbiate pubblicato appena tre dischi?
Il motivo fondamentale è stato lo scioglimento e la successiva reunion. Dopo la pubblicazione del primo album, abbiamo lavorato sul nuovo materiale più progressive e tech, sull’onda di band come Cynic e Atheist. Uscirono un paio di 7’’ con un totale di 4 brani (“Seamed With Scars”, “Images Are Turning”, “Water Mirror”, “Chained To Life”). Ma quando vennero pubblicati, io avevo ormai abbandonato Electrocution. Successivamente la band prese una piega che non mi sarei mai aspettato, lasciando il death metal e, se non sbaglio, all’inizio del 1997 si sciolse. Fu molti anni dopo, nel 2012, con la prima ristampa di “Inside The Unreal”, che Alex ed io decidemmo di lavorare ad un nuovo album in studio: “Metaphysincarnation” (2014). Senza pensare di dover fare una vera e propria reunion per suonare dal vivo, chiamammo i vecchi componenti ma, Luca (il batterista) decise di declinare, per cui trovammo Vellacifer per sostituirlo. Le voci di un nuovo album erano arrivate alle orecchie dei promoter che ci chiamarono per alcuni live. Come dicevo, però, la band non era rinata per questo: Alex viveva a Los Angeles e Max era veramente impegnato col suo lavoro ai Fear Studios. Sentivo la necessità viscerale di tornare sul palco e così, con la benedizione di tutti, trovai i musicisti per poter suonare nuovamente davanti al pubblico. Dopo vari cambi di lineup e l’abbandono definitivo di Alex e Max, trovai la giusta alchimia con Neil Grotti (chitarra), Alessio Terzi (chitarra), Mat Lehmann (basso), Vellacifer (batteria). La band era ormai rinata dalle proprie ceneri, con nuova energia e così facemmo uscire il terzo album: “Psychonolatry” (2019).

In tutti questi anni quanto e in che modo ritieni sia cambiato il sound della band, partendo ovviamente dal presupposto che la matrice sia sempre il Death Metal?
Il sound ha effettivamente preso varie pieghe, di album in album. Di fatto ha trovato il modo di raffinarsi nel secondo, infatti si può notare un grosso salto tra “Inside the Unreal” a “Metaphysincarnation”, pur rimanendo old school. L’impronta “classy” di Alex, sia come compositore che come produttore, è palpabile al massimo. Nell’ultimo album invece, avendo Neil come principale compositore, fonico e produttore, il registro si sposta verso un’altra impronta. Ero entusiasta di avere lui dietro al mixer perché sapevo che avrebbe sfoderato la sua vena di cattiveria musicale unita alla sua precisione quasi maniacale. Effettivamente “Psychonolatry”, arriva direttamente “in the face” con un notevole lavoro di produzione che permette di trafiggerti con violenza old school, pur rimanendo ben definito: come piace a me! Spesso nelle interviste mi sono sentito chiedere: “come mai avete fatto uscire un album così violento?”. Sinceramente ritengo che il death metal debba essere questo. Ma effettivamente mi rendo conto che sia difficile fare uscire tutto il potenziale di cattiveria di questo genere e, quando ci si riesce, i deboli di cuore abituati al metal patinato possono subirne le conseguenze. Hahaha.

Quali sono le band che vi hanno maggiormente ispirato per ciò che concerne il songwriting?
Sicuramente agli inizi, ma parlo ancora dei demo tape: Slayer, Kreator, Iron Maiden e Metallica. Successivamente sono subentrati influssi da Sepultura, Death e Deicide. Poi Cynic. Ultimamente, visto che Neil è un grande fan di Morbid Angel, ci puoi sentire molto della loro influenza. Io non li amo un gran che, ma Neil lo sa e coglie sempre la parte più adatta da questa band.

Chi sono tra voi i maggiori fautori in termini di composizione?
Mentre in passato eravamo Alex ed io i compositori principali, ora Neil è assolutamente il compositore principale. Per esempio, su “Psychonolatry”, ha composto almeno l’80% della musica. Alla fine dei conto partecipiamo un po’ tutti al lavoro, soprattutto per quanto riguarda l’arrangiamento. Io, in particolare, lavoro sulla struttura, perché avendo la mente un po’ più semplice, dal punto di vista musicale, riesco a dare buoni consigli a Neil per come rendere più scorrevoli i brani. Lui poi, a sua volta coglie le idee e le migliora ulteriormente. Un vero lavoro di squadra. Sono circondato da ottimi musicisti e questo è un gran vantaggio sia quando si tratta di esecuzione che per trovare ottimi riff. Neil è un vulcano di idee ma, il rovescio della medaglia è che, per esempio, spesso con uno dei suoi brani se ne possono fare almeno due! Hahaha.

Cosa puoi dirmi riguardo ai testi? Di cosa trattano e chi è il principale autore?
Sui testi lavoro ormai solo io. Trattano di tematiche variegate. Mi piace spaziare, anche se il genere non lo “consente” più di tanto. Adoro scrivere brani death metal, anche se credo di essere in grado di scrivere anche per altri generi. Le parole che uso sono tendenzialmente crude e violente, ma il significato che nascondono è qualcosa di più profondo. Quando leggi i miei testi non devi mai fermarti alla superficie, devi farti trascinare nell’allucinazione e lasciare che le parole ti inghiottano nel proprio vortice per portarti altrove e farti vedere una realtà diversa o, per meglio dire, la realtà vista con altri occhi. Non tratto argomenti di fantasia. Tratto la cruda realtà delle cose, che è molto più spaventosa e violenta della fantasia. Adoro scrivere testi, è il mio modo di viaggiare con la mente senza bisogno di assumere alcun tipo di sostanza psicotropa. Al momento sto scrivendo quelli per il nuovo album. Sto esplorando le emozioni umane. Paura, rabbia, depressione, dipendenza. Una cosa che mi affascina moltissimo è l’appiattimento delle emozioni e le relative conseguenze. Già il grande Chuck Schuldiner aveva esplorato questo interessante aspetto umano e lui, per me, rimane tutt’ora una ispirazione!

Il vostro ultimo “Psychonolatry” è stato distribuito dalla Goregorecords, puoi dirmi in che circostanze nacque l’interesse della label nostrana nei vostri confronti?
Emiliano è un nostro fan da sempre e lavorare con lui è un vero piacere. Si tratta di una collaborazione di lunga data. Già nel 2012 fece uscire la ristampa di “Inside the Unreal”. Da lì poi si è proseguito con gli album successivi.

Dopo due anni dall’uscita della vostra ultima release vorrei chiederti quali siano le vostre aspettative nonché le vostre speranze per questo 2021, tenendo ovviamente conto della situazione in cui ci troviamo da un anno a questa parte.
Non ti nascondo che non abbiamo aspettative. Credo che di live se ne parlerà nel 2022. In compenso stiamo lavorando ad un nuovo album sul quale invece pongo grandi speranze. Lavorare su nuova musica e portare in fondo un album è, sì un lavoro molto stancante, ma anche un gran divertimento! Non credo che riusciremo a pubblicarlo entro l’anno ma, forse, qualcosa si comincerà a sentire già tra qualche mese… vedremo!

Sono stato molto colpito dall’impatto grafico del vostro booklet e della copertina, cosa vuol rappresentare e chi è l’autore?
L’autore è Gustavo Sazes (Arch Enemy, Morbid Angel, Machine Head e molti altri). Lui ha saputo ben interpretare graficamente le tematiche dell’album. Già il titolo è emblematico: “Psychonolatry” è l’unione tra Psiche e Iconolatria. Siamo bombardati quotidianamente da immagini falsate della realtà e ne abbiamo sempre più bisogno. Dobbiamo adorare e essere guidati da un fottio di nuovi idoli che si mettono in mostra sui social media vendendo una falsa realtà. Assumiamo questa falsa realtà come una droga che ci permette di sognare di vivere le vite altrui, ed ecco che tutti noi, senza quasi rendercene conto, finiamo in questa psico adorazione delle nuove icone pagane.

Bene, siamo giunti al termine di questa intervista, ti ringrazio molto per la tua disponibilità. Faccio i miei più sinceri auguri alla band e vi auguro il meglio, concludi come vuoi!
Grazie per questa intervista! Nonostante l’impossibilità di suonare dal vivo, stiamo lavorando alacremente per non lasciare soli i nostri fan. Grazie per continuare a sostenerci!

The Crown – The kingslayers are back!

ENGLISH VERSION BELOW: PLEASE, SCROLL DOWN!

Dopo la celebrazione del loro trentesimo anniversario nel 2020, i The Crown hanno dato prova del loro strapotere in ambito death metal con il nuovo album “Royal Destroyer” (Metal Blade).

Ehi Magnus, grazie per averci dedicato del tempo. Come stai oggi?
Ciao, proprio bene grazie!

Il tuo nuovo album “Royal Destroyer”, sarà pubblicato dalla Metal Blade Records il 12 marzo 2021. Dopo 30 anni di carriera, è stato relativamente facile trovare di nuovo l’ispirazione o è stato un album difficile da realizzare?
Sì, dato che è il nostro album numero dieci, si trattava di un traguardo piuttosto importante, ma penso che trovare l’ispirazione sia stato relativamente facile, tutto è riuscito in modo molto naturale e penso che tu possa avvertirlo. È un lavoro molto onesto.

Inizialmente programmato per essere registrato a maggio, la pandemia di Covid-19 ha fatto tardare i vostri piani di cinque mesi: quanto è stato difficile per voi rimanere concentrati sull’obiettivo?
In realtà è stato molto bello quello che è successo, ci ha dato un po’ di tempo in più per le prove e per preparare al meglio le canzoni per la registrazione. Tutto accade per una ragione.

Puoi dirmi qualcosa sulle nuove canzoni? Potresti descriverli ?
La traccia di apertura “Baptized In Violence” è la più breve che abbiamo mai fatto, un minuto di follia! “Let the Hammering Begin!” è una traccia lunga e veloce, strutturata come “Angel of Death”, in un certo senso un tributo a Jeff Hanneman. “Motordeath” è una canzone molto thrash ricca di energia con alcune melodie orecchiabili. “Ultra Faust” è un pezzo epico e brutale, un po’ come “Fall From Grace” dei Morbid Angel. “Glorious Hades” è una melodia hevy epica con alcune delle migliori voci che Johan abbia mai fatto. “Full Metal Justice” è un brano originale realizzato da Robin, tecnico, accattivante ed energico. “Scandinavian Satan” è un rock and roll barbaro nello stile del black metal di prima generazione. “Devoid of Light” è un’altra delle canzoni di Robin, oscura e brutale, con alcune vibrazioni Morbid Angel. “We Drift On” è la ballata dell’album, un po’ come “To Live Is To Die” dei Metallica. “Beyond the Frail” è molto veloce e melodica con alcuni spunti death / black metal in stile anni ’90.

Il nome della band, The Crown, è anche il titolo di una serie TV sulla famiglia reale britannica. Il titolo del nuovo album è “Royal Destroyer”, c’è un legame ironico tra le due cose?
No. Non di proposito, ma ci ho pensato dopo anche io. Le cose a modo loro hanno certa connessione…

Che mi dci di “Scandinavian Satan”, è una canzone sulla scena black metal norvegese degli anni ’90?
No, non proprio, i testi provengono dalla Völuspa, una vecchia mitica profezia norrena sulla fine del mondo. Ma approvo a tutte le interpretazioni che le persone possono dare alle canzoni, dovrebbero avere dei significati diversi a livelli diversi. Più collegamenti ci sono, meglio è. E si può certamente dire che la scena black metal norvegese negli anni ’90 era una sorta di satana scandinavo di qualche tipo.

In tutti questi anni non avete avuto uno stile omogeneo per l’artwork delle copertine, tipo band come Iron Maiden o Motorhead: perché vi piace cambiare stile spesso?
La risposta breve è che così non è noioso. Mi annoio e mi stanco delle cose abbastanza facilmente. Penso che abbiamo avuto delle copertine di album davvero fantastiche nel corso degli anni, questa nuova è sicuramente una delle più epiche.

Hai ascoltato i Sarcator, la band del figlio di Marko, Mateo Tervonen? Ti piacerebbe fare un tour con loro?
Sì, li ho sentiti, condividiamo la sala prove, sono fantastici. Non mi dispiacerebbe andare in tour con loro.

Dopo 30 anni, ti vedi come un modello per molti giovani?
Niente affatto, non credo affatto che siamo dei modelli per i giovani. Ma forse possiamo ispirare vecchi e giovani a non arrendersi e mantenere la fiamma accesa!

After the celebration of their thirtieth anniversary in 2020, The Crown had proven of their enduring forces in death metal with the new album “Royal Destroyer” (Metal Blade).

Hey Magnus, thanks for taking the time to talk with us. How are you doing today?
Hullo, just fine thank you!

Your new album “Royal Destroyer”, will be released by Metal Blade Records on 12 March 2021. After 30 years of carrier, was it relatively easy to find that inspiration again or was this a difficult album to make?
Yeah, as it is our album no. 10 it is a pretty big accomplishment. I think finding inspiration was relatively easy, it all came together very natural for this album, and I think you can hear that also. It is a very honest sound.

Initially scheduled to be recorded in May, the Covid-19 pandemic pushed back your plans by five months: how hard it was for you to stay focused on the goal?
It was actually very good what happened, it gave us some extra time in the rehearsal to really prepare the songs ready for the recording. Everything happens for a reason.

Can you tell me something about new songs? Could you describe them now?
The opening track “Baptized In Violence” is the shortest track we have done ever, 1 minute madness! “Let the Hammering Begin!” is a fast long track, structured like “Angel of Death”, in a way a tribute to Jeff Hanneman. “Motordeath” is a high energy thrashier song with some catchy melodies. “Ultra Faust” is a brutal epic piece, a bit like “Fall from Grace” by Morbid Angel. “Glorious Hades” is a Heavy epic tune with some of the best vocals that Johan has ever done. “Full Metal Justice” is a original kind of track made by Robin, technical, catchy and energetic. “Scandinavian Satan” is barbaric Rock n Roll in the style of first generation Black Metal. “Devoid of Light” is another of Robin songs, dark and brutal, with some Morbid Angel vibes. “We Drift On” is the ballad of the album, a bit like “To Live Is To Die” by Metallica. “Beyond the Frail” is very fast and melodic with some 90ies style Death/Black Metal.

The band’s name, The Crown is also the title of a TV series about the British royal family. The title of the new album is “Royal Destroyer”, is there an ironic connection between the two?
No. Not by purpose but I thought about it afterwards. Things just come together in their own way…

What’s about “Scandinavian Satan”, is a song about the ’90s Norwegian black metal scene?
No not really, the lyrics are from the Völuspa an old Norse mythic prophecy about the End of the World. But I applaud any and all associations that people can have about the songs, it’s all supposed to have different meanings on different levels. The more links the better. And you can certainly say that the Norwegian Black Metal Scene in the 90ies was a Scandinavian Satan of some sorts.

In all these years you have not had a single style in the cover artwork, as bands like Iron Maiden or Motorhead: why do you like to change style often?
The short answer is that it is not boring. I get bored and tired of stuff pretty easy. I think we have had some really cool album covers over the years, this new one is certainly one of the most epic.

Did you listen to Sarcator, the band of Marko’s son Mateo Tervonen? Would you like to take a tour with them?
Yeah I have heard them, we share rehearsal room, they are cool. I wouldn’t mind touring with them.

After 30 years, how do you see yourself as a role model to many young people?
Not at all really, I don’t think we are role models at all for young people. But maybe we can inspire some old and Young people not to give up and keep the flame burning!

Infection Code – Rinascere attraverso il rumore

“In.R.I.” (Argonauta Records) degli Infection Code è uscito verso la fine del 2019, un bel po’ di tempo, anche se il tempo ultimamente sembra essersi fermato nel mondo della musica. Per questo la chiacchierata con Gabriele Oltracqua è diventata l’occasione giusta per fare alcune considerazioni su quel disco e sulla storia recente della sua band.

Ciao Gabriele, proprio non ce la fate a fare due album uguali?
Ciao Giuseppe, grazie prima di tutto per averci dato la possibilità di essere presenti sulle pagine de “Il Raglio del Mulo”. Effettivamente non riusciamo. E probabilmente in questi vent’anni è diventata un po’ la nostra prerogativa. Se guardi la nostra discografia non abbiamo mai fatto un disco uguale all’altro e questo fa parte del nostro modo di intendere un certo tipo di metal. Fin dagl’inizi ci è sempre piaciuto sperimentare con vari stili musicali cercando di formare una nostra personalità musicale pur evolvendo il suono fino a “ Dissenso” e poi facendo un passo indietro a livello stilistico su “In.R.I”.

Prima della pubblicazione del vostro disco più recente, “IN.R.I.”, avete passato dei momenti non facili che hanno portato allo stravolgimento della formazione. Dato che ormai è passato un po’ di tempo, credo che si possa guardare indietro con un certo distacco, per questo vorrei chiederti: col senno di poi, lo stravolgimento della line up vi ha fatto più bene che male?
Dopo “Dissenso” abbiamo avuto un periodo piuttosto intenso. Alcuni di noi avevano altri progetti musicali che portavano via molto impegno e tempo alla band. Enrico con Petrolio e Paolo con altre situazioni. Tra le altre cose loro sono stati i maggiori artefici dell’evoluzione noise intrapresa con “La Dittatura del Rumore” e “Dissenso”. Mentre io e Ricky avremmo voluto tornare a scrivere canzoni più orientate verso l’ industrial thrash metal, quel suono con cui siamo cresciuti sia come ascoltatori sia come musicisti. Insomma avremmo voluto tornare all’inizi della nostra carriera musicale. Già in “Dissenso” ci sono alcune canzoni che hanno influenze più thrash metal, addirittura sfiorando il grind core. Segno chiaro che avremmo voluto iniziare a scrivere canzoni dove la sperimentazione venisse meno. Tutto questo ha portato alla fuori uscita di Paolo ed Enrico subito dopo la pubblicazione di “Dissenso”. Abbiamo trovato subito la forza di organizzare le idee e trovare nuovi musicisti con Davide al basso e Rust alla chitarra. Con questa line- up nell’arco di quattro mesi dopo l’uscita di “Dissenso” abbiamo scritto, suonato e registrato “In.R.I” presso i The Cat’s Cage Studio di Francesco Salvadeo. Dopo le registrazioni abbiamo subito un ‘ulteriore perdita, in quanto Rust ha lasciato la band, ma senza piangerci addosso abbiamo trovato in Max un valido sostituto. Tanto che in un anno , tra interruzioni, lock down ed altro, siamo riusciti a fare alcuni live e, cosa più importante siamo quasi giunti alla fine nella composizione del nuovo disco. Come avrebbe potuto farci del male lo stravolgimento della line-up dopo tutto quello che abbiamo passato in un anno, senza tralasciare le nostre situazioni private? Questo scossone ci ha fatto solo che bene. E’ una nuova rinascita. Con una situazione stilistica più consona, senza troppe sperimentazioni fini a stesse che non hanno portato da nessuna parte.

Con “La Dittatura del Rumore” e “Dissenso” stavate però portando avanti un discorso stilistico, non fosse altro per l’uso della lingua italiana, che probabilmente con “IN.R.I.” avete interrotto in modo brusco: hai dei rimpianti al riguardo?
Assolutamente no. Nessun rimpianto. Questi due dischi fotografavano la band in una determinata situazione storico musicale che è terminata. Anche l’uso della lingua italiana è stata una necessità, un esperimento che ho provato a sviluppare senza troppi risultati che mi potessero soddisfare. E poi con un approccio più metal, l’inglese, per metrica, è più funzionale.

Magari un ripianto riesco a fartelo venire io, avevi raggiunto uno stile canoro ed interpretativo di altissimo livello, oggi forse è più appiattito su registri più rabbiosi, no?
A me sembra il contrario. Con l’italiano ci ho provato ma non ho raggiunto ciò che mi ero prefissato. E’ stato un mio limite. E poi parliamoci chiaro, non sono un cantante né un interprete. Ciò che riesco a fare è quello che mi soddisfa. Urlare. Usare il growl e lo scream. Anche musicalmente la “Dittattura del Rumore” e “Dissernso” li sento molto distanti. Non riesco più ad ascoltarli. Troppa sperimentazione, a tratti forzata. Non rimpiango nulla. Sono passi necessari per capire i propri limiti. Come band non eravamo in grado di scrivere determinata musica. Non era nelle nostre corde. Siamo nati e cresciuti con determinati generi musicali e la curiosità ce ne ha fatto conoscere altri con cui abbiamo voluto provare a fare qualcosa di diverso. Ma arrivati ad un certo punto abbiamo detto basta. Non faceva più per noi. Nel mio caso, preferisco urlare in growl o scream, metriche non troppo articolate, andare dritto come un treno senza stare troppo pensare a cose astruse, pensando di fare ricerca ed invece sortire l’effetto contrario. Con “La Dittatura del Rumore” e “Dissenso” ma soprattutto con il primo citato, ascoltandolo ci sono alcune situazioni dove davvero non sappiamo cosa stiamo facendo.

Il ritorno all’inglese da cosa è dipeso?
E’ dipeso principalmente dal fatto che con l’inglese riesco a scrivere metriche più dirette che si adattano molto bene con la musica. Non saranno frasi intelettualoidi, ma sono efficaci quanto basta per renderle funzionali alla musica. Sono sempre stato un po’ scettico sull’uso della lingua italiana con il metal, a parte i grandi Distruzione.

Ciò che è rimasto immutato è lo spirito critico nei confronti della società. Quanto sono importanti per te i testi?
Sono molto importanti. Scrivo un sacco di stronzate. Che siano, frasi, piccole riflessioni, racconti brevi, testi. Anche quando non componiamo un disco. Scrivo in italiano e per quel che riesco anche in inglese. Poi quello che mi ispira di più lo cerco di trasformare in testo. Anche in funzione della canzone che gli altri della band mi passano. Sono per lo più riflessioni sullo stato attuale della società ma anche pensieri più personali.

Siete riusciti a portare dal vivo i brani di “In.R.I.” prima del blocco dei concerti?
“In.R.I” è uscito a novembre del 2019 per Argonauta Records ed in quel periodo siamo riusciti ad organizzare una manciata di date fino a metà Gennaio del 2020. Abbiamo fatto una decina di concerti poi purtroppo non siamo riusciti a fare più nulla. Solo qualche prova sporadica lavorando molto a casa dove scambiandoci tonnellate di file ed avendo la fortuna di registrare e suonare nei nostro home studio, abbiamo composto quasi tutte le canzoni del nuovo disco. Per non rimanere totalmente fermi, poche settimane fa, è uscito l’edizione in cassetta ultralimitata di “In.R.I” grazie ai ragazzi della Reborn Through Tapes records. Abbiamo stipulato anche un accordo per la stampa del nuovo album sempre in cassetta.

Con un repertorio così stilisticamente vario, quanto è complicato metter su una scaletta prima di un concerto e quanto lo è armonizzare i brani?
Non ci abbiamo mai pensato molto. Le scalette dal vivo riguardano sempre l’ultimo disco. Cerchiamo di presentare e promuovere sempre l’ultimo disco in uscita. Anche perché il più delle volte il tempo a disposizione è sempre limitato all’ora massima. Il problema non si è mai posto, ma se dovesse succedere è certo che escluderemo, per ovvie ragioni stilistiche, il materiale proveniente da “La Dittatura del Rumore” e “ Dissenso”.

In chiusura, mi puoi già anticipare qualcosa sul prossimo disco?
Il prossimo disco è praticamente finito. Nel senso abbiamo terminato la scrittura di undici canzoni. Nonostante il lockdown abbiamo avuto anche la fortuna di provarle. Dobbiamo solo arrangiare e sistemare qualche particolare e poi i programmi sono quelli di entrare ai The Cat’s Cage Studios a fine primavera per iniziare le registrazioni. Uscirà sempre per Argonauta Records nei supporti classici quali Cd e digitali e cassetta per Reborn Through Tapes Records. Dal punto di vista live, quando tutto riprenderà dovremmo stipulare un accordo con un’ importante agenzia di booking per l’organizzazione dei nostri concerti futuri. Siamo molto entusiasti per quello che sta uscendo. Sarà un album ancor di più orientato sul thrash metal ed il death metal con una buona dose di elettronica disturbante.

Nightfall – Nighttime prey

ENGLISH VERSION BELOW: PLEASE, SCROLL DOWN!

Dopo 11 anni, per i Nightfall è arrivato il momento di rimettersi in gioco con il nuovo album “At Night We Prey” (Season of Mist Records), un’opera molto oscura e personale, che affronta il tema della battaglia di Efthimis Karadimas contro la depressione.

Ciao Efthimis, dopo tutti questi anni sei ancora eccitato prima della data di uscita di un tuo nuovo album?
Penso che questo sia il motivo principale per cui facciamo musica, Giuseppe, l’eccitazione. Sì, lo sono, e spero che sarai anche tu grazie ad “At Night We Prey”, mio ​​amico.

I vostri ultimi due album, “Astron Black and the Thirty Tyrants” e “Cassiopeia”, sono stati accolti con buone recensioni e sono stati molto apprezzati dai fan, sarà lo stesso per “At Night We Prey”?
Lo spero. Abbiamo fatto del nostro meglio per produrre un album heavy, con buona musica e un profondo significato lirico: la depressione. Sono sicuro che hai sentito molto parlare di questa malattia. È stata una pandemia ben prima dell’attuale Covid-19 e, sebbene molti di noi ne soffrano, solo pochi ne parlano apertamente. Con “At Night We Prey” vogliamo affrontare questo problema e ispirare le persone, soprattutto di età più giovane, ad accettarla come una situazione normale, senza paura del rifiuto o paura di essere stigmatizzati dagli altri.

Dopo la pausa del 2013, quando hai sentito che era il momento di tornare con un nuovo album dei Nightfall?
Era giunto il momento di iniziare la quarta stagione della serie chiamata Nightfall. Siamo il tipo di artisti che hanno bisogno di lunghe pause per far crescere l’ispirazione. Se vedi la nostra discografia, noterai che ne abbiamo fatte parecchie. Nel dettaglio delle stagioni: 1 ° negli anni ’90 con i dischi della Holy; 2 ° negli anni 2000 con la Black Lotus; 3 ° negli anni ’10 con la potente Metal Blade; e ora la 4 ° negli anni ’20 con SoM. Immagino che il nostro approccio alla pubblicazione degli album sia più vicino a quello della cinematografia o di Netflix che all’industria musicale.

Dopo due album è finita l’avventura The Slayerking?
Non direi. Dobbiamo ancora fare tante cose congli The Slayerking. Dopo tutto quel gruppo mi ha trascinato fuori dal mucchio di merda che era la mia vita pochi anni fa. E’ stata la mia psicoterapia e grazie ad essi i Nightfall hanno seguito l’esempio. Hai ascoltato “Tetragrammaton”? Sono molto orgoglioso di quell’album.

At Night We Prey” è caratterizzato dal ritorno di Mike Galiatsos, come è stato lavorare di nuovo con il tuo vecchio fratello d’armi?
È sempre bello suonare con dei buoni amici.

Secondo il foglio promozionale, il concept dell’album riguarda la tua battaglia contro la depressione: “At Night We Prey” è il tuo album più introspettivo?
È un argomento molto serio e, poiché è una storia vera e io sono abbastanza maturo per scriverne e cantarne, ne esce forte e solido. In questo senso, suona sicuramente come l’opera più introspettiva di tutte. Ho saputo della mia situazione non molto tempo fa e la decisione di uscire allo scoperto e parlarne apertamente è stata immediata. Non ci ho pensato molto. Mi sono detto, avrei dovuto prestare maggiore attenzione ai segni in questi anni, e agire molto prima, anni fa, e non soffrire come ho fatto, senza conoscerne il motivo. Questo è il messaggio di questo album attraverso il mio paradigma: apriti, parlane, accetta la situazione e chiedi assistenza medica. Non cadere nella trappola di “Sto bene, mi sono solo sentito un po’ giù ma ora sto bene” per paura di essere stigmatizzato dagli altri. Le generazioni precedenti avevano un approccio molto stupido alla depressione: uno è normale o pazzo, pazzo, pazzo. Non c’è niente in mezzo. Questo stereotipo ha fatto soffrire molte persone nell’ombra. Questo deve finire adesso! Dobbiamo fermarlo.

In “At Night We Prey” c’è un feeling di vecchi Nightfall, come un ritorno alle radici del tuo sound: sei d’accordo?
Sono molto confuso su quali siano le nostre radici e dove stanno andando. Penso che ci evolviamo come band ogni volta e, a volt,e le cose che stiamo facendo ricordano situazioni precedenti. Ma siamo sempre in movimento. Il movimento è fondamentale nella nostra arte. Le radici sono per gli alberi. Le persone sono fatte per andare sempre avanti, e questo è ciò che rende l’arte e la vita eccitanti.

Non solo il prossimo album, la vostra nuova etichetta, la Season of Mist, ha ristampato gli album che erano stati prodotti dalla Holy Records negli anni ’90. Cosa ne pensi di “Holy Nightfall – The Black Leather Cult Years”?
È stupefacente. Questi album della prima stagione dei Nightfall meritavano di essere ristampati. La gente continuava a chiedermelo ed è molto bello che finalmente sia successo. Sono riuscito a non rimasterizzarli, per preservare il suono originale degli anni ’90. La SoM mi ha mandato le copie del nostro LP pochi giorni fa, e devo dire che il suono è molto buono. Sai, la maggior parte di loro non è mai uscita su vinile. Quindi, è davvero una cosa importante sta accadendo. Ho appena ascoltato “Diva Futura” su vinile e suona completamente diverso dalla versione che si sente su cd, o peggio ancora su mp3. La sua produzione è fantastica e ci chiediamo quanto siamo stati capaci e fortunati in quel momento, creando un simile mostro. Tanti anni fa, e ora finalmente suona come dovrebbe. Devi assolutamente sentirli.

Nel prossimo tour suonerete più canzoni dalle vostre prime uscite?
Sì, ne abbiamo già provati due dal vivo in studio, per mostrare alle persone quanto suonano bene. Li hai guardati? “Ishtar” e “As Your God is Failing Once Again”. Fatemi sapere cosa ne pensate.

Forse per la prima volta, Nightfall, Rotting Christ e Septicflesh sono sotto la stessa etichetta, ci sarà un’opportunità di fare un tour insieme?
Un tour del genere sarebbe davvero fantastico. The Greek Holy Trinity in tour, una bella idea, ma tutto dipende dai tour booking: sono loro che organizzano tutto.

After 11 years, for Nightfall is the time to get back in the game with the new album “At Night We Prey” (Season of Mist Records), a very dark and personal effort, tackling the topic of Efthimis Karadimas’s battle with depression.

Hi Efthimis, after all these years are you still excited before the release date of your new album?
I think this is the main reason we do music these days Giuseppe, excitement. Yes, I am, and I hope you will too be with “At Night We Prey”, my friend.

Your last two albums, “Astron Black and the Thirty Tyrants” and “Cassiopeia”, were welcomed with good reviews and were loved by your fans, will be the same for “At Night We Prey”?
I hope so. We did our best to produce a heavy album, with good music and a huge meaning lyric-wise; depression. I am sure you’ve heard a lot about this disease. It’s been a pandemic well before current Covid-19, and though many of us suffer from it, only few openly talk about it. With At Night We Prey we want to address that problem and inspire people, especially of younger age, to accept it as a normal situation, without fear of rejection or fear of getting stigmatized by others. Befriend it.

After the hiatus dated 2013, when did you feel that was the moment to get back with a new album by Nightfall?
It was about time to start the 4th season of the series named Nightfall J We are the type of artists that need long pauses to let inspiration grow in. If you see our discography, you will notice we have done that quite a lot. We come out in seasons: 1st in the 90s with Holy records; 2nd in the 00s with Black Lotus; 3rd in the 10s with mighty Metal Blade; and now the 4th in the 20s with SoM. I guess our approach to releasing albums is closer to cinematography or Netflix than to music industry.

After two albums is the adventure The Slayerking ended?
No way. We still have to do things with The Slayerking. After all that band dragged me out of a pile of shit my life was into few years back. It was my psychotherapy and thanks to it, Nightfall followed suit. Did you listen to the Tetragrammaton? I am so proud of that album.

At Night We Prey is characterized by the return of Mike Galiatsos, how was to work again with your old brother in arms?
It’s always nice playing with good friends.

In according with promo sheet, the album topic is about your battle with depression: is “At Night We Prey” your most introspective album?
It is a very serious subject and because it is a true story and I am mature enough to write and sing about it, it comes out loud, and solid. In that sense, it surely sounds like the most well-presented introspective of them all. I learnt about my situation not much time ago, and the decision to come out and speak about it openly was instant. I did not think of it that much. I said to myself, I should have paid better attention to the signs all those years, and take action much earlier, years ago, and not suffering the way I did, without knowing the reason. This is the message in this album via my paradigm: open up, speak about it, accept the situation and ask medical assistance. Don’t fall into the trap of “I am ok, I just felt a bit down but now I am ok” out of fear of being stigmatized by others. Previous generations had a very stupid approach to depression: one is either normal or madman, crazy, lunatic. There’s nothing in between. That stereotype caused many people suffering in the shadows. This must stop now! We must stop it.

In the “At Night We Prey” there’s an old Nightfall feeling, like a back to roots of your sound: are you agree?
I am so confused about what our roots are and where they are going J I think we evolve as a band every time and sometimes the things we are passing through remind of previous situations. But we always are in motion. Moving is fundamental in our art. Roots are for the trees. People is good to move on all the time, and that is what makes art and life exciting, if you asked me.

Not only the next album, your new label, Season of Mist, re-realesed the band’s original albums that were produced by Holy Records back in the 90s. What do you think about “Holy Nightfall – The Black Leather Cult Years”?
It is amazing. These albums from the 1st season of Nightfall had to be reissued. People kept on asking me and it is so cool it finally happened. I managed not to remaster them, in order to preserve the original sound of the 90s. SoM sent me our LP copies few days ago, and I must say their sound is sooo good. You know that, most of them never got out on vinyl at all. So, it’s a big thing happening to us really. I just listened to the “Diva Futura” on vinyl and it totally sounds different to the album one can hear on cd, or even worse on mp3s. Its production is massive and one wonders how capable and lucky we were at that time, creating such a monster. So many years ago, and now finally it sounds as it should. You definitely oughta check them out.

In the next tour will you play more songs form your first releases?
Yes, we already did two of them live in the studio, to show people how good they sound. Have you watched them? “Ishtar” and “As Your God is Failing Once Again”. Let me know what you think.

Maybe for the first time, Nightfall, Rotting Christ and Septicflesh are under the same label, there will be an opportunity of tour together?
A tour like that would be really cool. The Greek Holy Trinity on the road. That’s a nice idea.  It all depends on the tour agencies. They arrange everything.

Camera Obscura Two (CO2) – My ways are not your ways

Del progetto Camera Obscura Two (CO2) – capitanato dall’ex Schizo Alberto Penzin – se ne parlava da tanto. Nonostante una line up di tutto rilievo (Alberto Penzin, Andrea Ragusa, Marco Mastrobuono, Giuseppe Orlando e Giulio The Bastard) e alcune tracce pubblicate, il disco d’esordio s’è fatto attendere, alimentando le fantasie dei fan. Ora che “D.Ö.D.” (Selfmadegod Records) è finalmente qui, possiamo scoprire la bontà della proposta di questo dream team del metal estremo italiano.

Ciao Alberto, avresti mai immaginato a metà anni ’80 che un giorno ti saresti ritrovato a promuovere un disco nel pieno di una pandemia?
Ciao Giuseppe, francamente no! Mi vengono in mente gli Agent Steel con la loro “Mad Locust Rising” per trovare una similitudine temporale. Cavallette a parte, dopo oltre tre decenni caratterizzati, musicalmente parlando, dai vari Napster, Youtube, Spotify e via discorrendo forse una bella pandemia era il minimo che potesse capitarci in fondo, no? Ennesimo oscuro segno dei tempi, ahimè. Ironia a parte (Spotify lo uso anch’io peraltro ma confesso, essenzialmente per ascoltare i vecchi classici che avevo già in LP) è veramente una situazione tragico-surreale, da cui speriamo di uscirne più o meno integri, anche e soprattutto nello spirito.

Un periodo particolare per un’uscita altrettanto particolare, lo sticker sulla copertina di “D.Ö.D” recita: “A mean compendium of songs arranged, rehearsed and experienced during the early days of the band. And a farewell mémoire to friend and vocalist Giulio The Bastard, no longer involved with CO2. All tracks freshly revamped and committed to tape with no holds barred, mostly fueled by a glorious array of HM-2/5150 set to explode.” Possiamo dire che in un certo qual modo questo disco rappresenta in un colpo solo l’inizio ufficiale della band ma anche la fine di un’epoca?
Sì, sostanzialmente. Siamo contenti che GTB sia stato dei nostri fin qui. Adesso sappiamo su quali coordinate musicali muoverci, avendo maturato una certa esperienza come “nuovo” gruppo, ed anche come farlo sotto il profilo suoni e produzione dei brani. Poi, come sempre, il naturale corso delle cose e l’ispirazione del momento detteranno gran parte delle nostre scelte. Semplificando il concetto, quando si suona solo per il piacere di farlo è tutto molto più genuino ed appagante, anche senza uscire dalla sala prove, volendo. Detto questo, e roboante descrizione dello sticker di copertina a parte, abbiamo appena iniziato quindi, esattamente, dopo aver concluso questo processo iniziale. Abbiamo già in canna diversi altri progetti che intendiamo finalizzare nei prossimi mesi / anni.

I brani, come detto, hanno avuto una genesi differente, è stato complicato amalgamarli per rendere omogeneo il disco?
Non particolarmente. Ho immaginato una specie di storia – se noti i primi sei brani portanti del disco rimano anche nei titoli – a cui ho poi aggiunto in coda i due vecchi brani cover Schizo, introdotti / traghettati dalla traccia nascosta numero sette, una sorta di minimalista stacco temporale-musicale. Poi abbiamo lavorato tutti assieme sugli arrangiamenti dei brani per dargli una sfumatura diversa, più in linea a livello sonoro con quello che suoniamo adesso, mantenendo intatte invece tutte le parti vocali di Giulio già presenti sulle precedenti versioni demo incise negli anni trascorsi assieme. È stato interessante lavorare in questo modo poco ortodosso. Laborioso ma non complicato.

In chiusura ci sono appunto un paio di brani degli Schizo: “Deathstress” e “Swamp Angel”. Queste due tracce rappresentano due momenti differenti della carriera della tua ex band, il primo lo troviamo originariamente sul demo “Total Schizophrenia” del 1987, mentre il secondo su “Nero”, il singolo che per anni, prima del ritorno sulle scene, ha rappresentato il canto del cigno degli Schizo. La scelta immagino che non sia casuale…
Esattamente ma non necessariamente. “Deathstress” è sempre stato uno dei miei brani preferiti pre “Main Frame Collapse”, assieme forse a “Just Before I Die”. Quando mi sono ritrovato di nuovo in sala prove assieme ad altri amici per iniziare questa nuovo progetto musicale CO2 (il solo Andrea era presente della attuale formazione) il pezzo mi tornò in mente ed iniziammo a suonarlo, anche perché mi ricordavo bene tutti i suoi riff, soprattutto l’insistito mid-tempo finale, a differenza di altri vecchi brani, presumo. L’abbiamo poi riproposta sempre anche dal vivo. “Swamp Angel” invece (nella sua versione originale aveva un “The” ad inizio titolo) era un qualcosa di molto differente dal contesto ma rappresentava un altro momento piuttosto depresso ma egualmente ricco di avventure della mia precedente band. A riguardo Dario (attuale batterista Schizo) te ne potrebbe raccontare qualcuna ad esempio. Mi piaceva molto il testo ed allora decidemmo egualmente di riarrangiarla e provarla idem. Come contraltare all’andamento vagamente “grunge” gli buttammo sopra delle crudissime vocals alla Chris Barnes ed il gioco fu fatto. Da li in poi è sempre rimasta in scaletta. Non so però se continueremo ancora a suonarla live. Atipica.

Sono un fan degli Schizo un po’ particolare: per ragioni di età, io ho avuto il mio primo contatto con la tua ex band con “Sounds of Coming Darkness” e “Tones of the Absolute”, per un sacco di tempo, prima che uscisse una ristampa di “Main Frame Collapse”, per me gli Schizo erano quelli. Nei CO2 io ritrovo i “miei” Schizo, più di quanto non sia accaduto quando ho acquistato “Cicatriz Black”. E’ solo una mia impressione o realmente i Camera Obscura Two hanno ripreso il discorso interrotto all’epoca?
Si, me ne avevi parlato infatti. Non sei l’unico devo anche dirti. Guarda, non credo sia un qualcosa di voluto ma probabilmente una certa similitudine può anche starci. Il nostro piglio è più diciamo Terrorizer piuttosto che (primi) Machine Head chitarristicamente parlando, ma gli inserti simil-elettronici, alcune parti vocali e l’accordatura bassa possono anche rimandare a quel periodo. Più promo due pezzi “Tones / Deify Me” che “Sounds” probabilmente, così a naso. Andrò a risentirmelo.

La formazione accredita sull’album è una sorta di dream team del metal estremo italiano, come si riesce a raggiungere la coesione, anche in considerazione del fatto che vivete sparpagliati in giro per l’Europa, quando tutti i soggetti coinvolti nella band hanno un nome e una storia importante nella scena metal?
All star lineup infatti, ahah! Beh, diciamo che dopo molti anni di esperienze musicali varie, avendo in comune una certa affinità stilistica (anche Peppe in fondo è una batterista alla Dave Lombardo, pur suonando roba più “elegante” per così dire) una certa spontanea alchimia di fondo non è una missione impossibile. Cinghio e Giuseppe hanno anche un altro progetto assieme, gli Inno, quindi sono extra affiatati di loro. Ed io e Andrea comunichiamo musicalmente su base quotidiana, anche a distanza. Qui la tecnologia moderna aiuta.

• Finora ci siamo concertati su “D.Ö.D” , ma il futuro è già alle porte, è in dirittura di arrivo, se non erro, un lavoro “T.Ö.D” con un nuovo cantante. Puoi già anticiparmi di chi si tratta?
Si, corretto. No, non posso. Però sarà una bella sorpresa, una sorta di ritorno a casa potremmo anche dire. L’idea sarebbe quella di registrare un 7” fra qualche mese, prima di “T.Ö.D.” appunto, per introdurlo. Magari uno split EP come già fatto in occasione del precedente “Total Insanity”. Il pezzo l’abbiamo già pronto per essere inciso, ti lascio anche il titolo: “Head of Pain [Endgame]”. Faceva già parte della nostra scaletta, ma mai registrato finora. Qualora non trovassimo una band interessante con cui condividere un lato di questo 7”, una bella cover potrebbe essere una soluzione, e lì c’è solo l’imbarazzo della scelta. A me è sempre piaciuta – giusto per citarne una – “Seekers of the Truth” dei Cro-Mags, da rivisitare.

Data la particolare genesi di “D.Ö.D”, “T.Ö.D” ci presenterà dei CO2 diversi oppure ascolteremo dei suoni in linea con la vostra vecchia produzione?
I brani del prossimo “T.Ö.D.” non si discosteranno più di tanto da quelli di “D.Ö.D.”, anche se saranno presenti delle sfumature diverse e delle variazioni in più. Come recita lo sticker di copertina su “D.Ö.D.”, citato prima, il pedale Boss HM-2 di cui sia io che Cinghio siamo collezionisti sarà sempre il protagonista, quindi quel tocco “swedish death metal” non mancherà comunque. Qualche rallentamento sulfureo in più magari, qualche inserto noise/drone (ho recentemente acquistato alcuni nuovi pedali/effetti misconosciuti ma veramente malefici). Oppure anche riprendere tipo il riff principale rallentandolo di brutto è una cosa che personalmente mi è sempre piaciuta, ma ho/abbiamo fatto poche volte, ad esempio. Insomma, vedremo cosa uscirà fuori.

Alla fine di questa chiacchierata, vorrei farti una domanda personale: alla luce di quello che rappresenta “Main Frame Collapse” nella storia del metal estremo e, in considerazione della produzione discontinua che hai avuto con gli Schizo prima e con i CO2 dopo, non ha mai avvertito la sensazione di non aver mai capitalizzato al massimo il tuo talento?
Talento è una parola grossa, in primis. Diciamo che sono uno a cui piace fare rumore in un certo modo. Mi piace però quello che affermi, e il fatto che “MFC” possa aver lasciato un piccolo ma tangibile segno nell’underground musicale estremo non può che rallegrarmi. Sul discorso capitalizzazione et dintorni, nessun rimpianto in ogni caso. Va bene così.