Continuum of Xul – To be damned

I Continuum Of Xul, quartetto dedito ad un death metal efferato, si riaffacciano sulle scene con la pubblicazione di “Falling into Damnation” (distribuito dall’attivissima Lavadome Productions) ad un anno di distanza dallo split “Rites of Morbid Death” in collaborazione con gli Abyss of Perdition.

Ciao Tya, grazie per essere qui e per la tua disponibilità a questa intervista, che ne dici di iniziare facendo conoscere ai lettori de Il Raglio del Mulo la band? Quando e in quali circostanze nacquero i Continuum Of Xul?
Ciao Luca, grazie a te per lo spazio concessoci. Continuum Of Xul nascono come una prosecuzione, un’evoluzione di Hellish God nel 2019. Inizialmente, i brani del promo sarebbero dovuti uscire come HG ma Matteo, io e Stefano ai tempi decidemmo di intraprendere una strada separata per una serie di ragioni logistiche ed artistiche. E dopo tre anni, dalla nostra nascita, siamo rimasti io e Matteo Gresele come unici membri stabili e fondatori. Ti posso assicurare che abbiamo fatto grandi sacrifici per portare a compimento le nostre opere musicali.

Ti va di presentarci i singoli componenti della band ed il loro background musicale?
Mi aggancio alla domanda precedente: gli unici membri ufficiali della band siamo Matteo Gresele (Ad Nauseam, ex Hellish God) ed io con le mie esperienze con Antropofagus, M.O.P. ed appunto Hellish God. Il nostro background musicale è molto variegato ma con una solida base legata al death metal, al thrash metal e al black metal. Molti ci considerano un gruppo death metal, altri una band che miscela black e death… A noi piace fare ciò che vogliamo, senza barriere.

Il vostro EP “Falling Into Damnation” è stato distribuito dalla ceca Lavadome Productions, label molto attiva per ciò che concerne il panorama underground: puoi dirci come è nata questa collaborazione?
È stato molto semplice, anche in virtù del fatto che Matteo collaborò con Ad Nauseam per il loro primo lavoro. Jan è davvero un fan di questa musica, è molto brillante e propositivo. Credo che sia un’ottima label e forse leggermente sottovalutata, nonostante abbia delle band di tutto rispetto come gli Heaving Earth, ad esempio.

Quali sono le vostre band di riferimento? Quali sono le vostre influenze in fase di songwriting?
Cerchiamo di non averne in fase di composizione, nonostante il background sia abbastanza chiaro a tutti. Componiamo in maniera molto istintiva e cerchiamo di apportare alla nostra musica la giusta creatività senza porre in secondo piano la struttura del brano.

Adesso una piccola curiosità riguardante i testi: quali sono gli argomenti trattati? Si tratta di testi slegati tra loro
oppure c’è dietro una sorta di “concept”?

La concentrazione di odio, di abbandono e di disperazione che sto riversando nelle lyrics dei Continuum è senza precedenti nella mia vita. Ho sempre tratto ispirazione dai sogni e da tutto ciò che il mondo onirico mi propone quotidianamente. Rimango legato anche alla letteratura, traggo ispirazione da luminari del calibro di Jung, Kenneth Grant o lo stesso Crowley e trovo i loro insegnamenti molto illuminanti.

Nel mio “piccolo” mi diletto un po’ di grafica e devo dire sinceramente che sono rimasto molto colpito dal vostro logo, da chi è stato creato?
Il logo è stato creato da Raoul Mazzero (View From The Coffin), amico di vecchia data e grande artista della penisola. “100% made in Italy”. Così si dice nell’era del consumismo compulsivo…

Dal 2019 ad oggi avete pubblicato (in ordine cronologico) un promo, uno split ed infine un EP. State pensando di pubblicare anche un full in futuro?
Sarà il nostro prossimo passo. Penso sia uno step sensato e logico. Stiamo lavorando su molto materiale e buona parte dei brani possiamo considerarli completati. Sicuramente il prossimo anno verrà pubblicato, sempre per Ladavome Productions.

A chi vi siete affidati per le registrazioni e la produzione di “Falling Into Damnation”?
Premessa: quando ti accennavo ai sacrifici compiuti sinora, sono relativi a questo. La Zona Rossa non ha aiutato per niente e ci siamo dovuti arrangiare come potevamo tra Saul di Roma per le batterie, Carlo Altobelli di Milano per le mie voci, Void direttamente da Londra ed infine Matteo direttamente dal nostro producer definivito Andrea Petucco, il quale si è occupato anche del mix e del master di “Falling..”. È stato un vero casino, in parallelo agli eventi contemporanei. Ciò nonostante siamo molto soddisfatti.

Per ciò che invece riguarda i live cosa mi dici, state organizzando delle date?
Che tutti ascoltano e suonano death metal ma non siamo riusciti mai a suonare live, non per offerte che non sono mancate, ma per disponibilità terzi. Ma forse qualcosa sta cambiando… In cantiere!

Sebbene i Continuum Of Xul siano piuttosto recenti come formazione, come detto prima tutti voi avete una certa esperienza per quanto riguarda la scena estrema underground italiana. Che idea ti sei fatto a tal proposito, pensi che nel corso degli anni questa sia cresciuta qualitativamente? ? Ci sono band che, in un certo senso, ti hanno sorpreso favorevolmente?
Quantitativamente è cresciuta nel numero delle band, sulla qualità non direi ad essere onesto. Mi piacciono molte realtà contemporanee come i Deathfucker (il loro “Firespawn” è un superalbum per me ed i ragazzi nella band sono eccezionali), i Putridity, gli Hurorian, i Black Flame, gli Assumption… abbiamo un sacco di ragazzi di talento che andrebbero supportati con strutture e risorse economiche nel nome della cultura, ma questa è utopia ed è come gridare nel culo di Karmen Karma…

Airfish – Rituali in corso

A dieci anni dal precedente album “Anarchy in Italy” gli Airfish, band di culto attiva fin dai primi anni ‘90, chiudono un cerchio lungo tre decadi con la pubblicazione del doppio LP “The Crowleyan Hypothesis” (Qanat Records, 2022). Abbiamo parlato del disco, di underground musicale, di tarocchi, di metal, della vita oltre la musica insieme a Rodan, membro cofondatore della band.

Ciao, sulla vostra pagina Bandcamp ho contato ben 20 release tra il 1992 e il 2011. Come mai, poi, 10 anni di silenzio?
Ciao, e grazie intanto per l’opportunità di fare quattro chiacchiere sul nostro lavoro. Dopo l’uscita di “Anarchy In Italy” abbiamo effettivamente rarefatto il nostro lavoro per svariati motivi, legati tanto alla sfera creativa quanto a quella personale. Pietro iniziò a lavorare sul suo album solista, coinvolgendosi in una serie lunghissima di prove e registrazioni, coadiuvato peraltro da un personale tecnico e musicale in costante cambiamento. Daniele Di Giovanni, all’epoca batterista Airfish e membro effettivo, iniziò a essere coinvolto nel progetto Homunculus Res, rivelatosi da subito impegno di grande spessore. Marco ed io siamo stati, tra le altre cose, reclutati dall’amico Gioele Valenti, suonando nella live band di JuJu per diversi anni. Federico e Domenico hanno dato vita al duo elettronico Fratelli Kolosimo. Come potrai immaginare, col passare degli anni, gli spazi temporali per gestire progetti musicali diversificati si restringe inesorabilmente. Ad ogni modo, nel 2016 ci siamo concentrati sul progetto “No Palermo”, un doppio album antologico sulla scena musicale palermitana a noi affine, e abbiamo messo su una nuova line-up assieme a Claudio, grande amico e batterista. Tra il 2016 e il 2019 abbiamo completato le registrazioni di “The Crowleyan Hypothesis”, de “I Morti” (album ancora inedito, con Giampiero alla batteria), di alcune musiche per i documentari di Salvo Cuccia, e abbiamo fatto una sporadica attività live. Abbiamo collaborato parecchio con gli amici Giorgio Trombino e Simone Sfameli, che hanno contribuito con idee e personalità alle registrazioni di questo periodo. Purtroppo la notizia della malattia di Pietro ci ha frenato, e il suo rapido e drammatico decorso ci ha impedito di sviluppare alcuni propositi già chiari, gettandoci in un lutto impenetrabile dal Febbraio 2020.

Non siete stati affatto fermi! Concentriamoci su “The Crowleyan Hypothesis” allora…  Sarà il fascino del vinile ma credo che questo doppio LP (rilasciato in tiratura limitata di 300 copie) sia il vostro miglior disco, una summa della vostra discografia. Sono l’unico a pensarla così? Che impressioni avete ricevuto da chi, come me, vi segue da tanti anni?
Sono molto lusingato dal tuo giudizio. Devo dirti che anch’io penso sia il nostro disco più maturo e complesso, e la valutazione di tanti amici mi conforta in questo senso. Siamo anche assai soddisfatti dei riscontri critici. Aldo Chimenti, Claudio Sorge e Stefano Cerati hanno recensito il disco in termini lusinghieri, e stiamo parlando di firme tra le più credibili e prestigiose, per chi segue con attenzione il panorama critico musicale italiano. Purtroppo gli spazi di dibattito sulla semantica musicale sono sempre più rari, spesso confinati alla saggistica, e quello che sembra contare, quello che appare importante, anche in ambiti presuntamente underground, sono i numeri che indicizzano il consumo del tuo prodotto: i like su insta, le visualizzazioni su YT eccetera. La discussione vitale sulla popular music è essenzialmente morta, sommersa da fiumi di retorica sul “professionismo” e la musica come “lavoro”, dal dominio assoluto dell’estetica visiva, dalla dissoluzione di qualsiasi relazione tra immagine, anche lirica, e vita reale. Credo che il bivio, per la comunità underground, sia stato oltrepassato in direzione sbagliata tanto tempo fa, e una bella esemplificazione può essere il film “Lords Of Chaos” di Jonas Akerlund, che mi è piaciuto molto.

Grazie per la dritta, cercherò il film di Akerlund. C’è una parola chiave per questo album: postumo. La morte nel 2020 di Pietro Palazzo, anima carismatica della band, ha lasciato Palermo orfana di un vero Artista. Questo evento ha portato a delle revisioni oppure l’album è così come lo avevate costruito tutti insieme?
In linea di massima l’album è uscito in coerenza con i progetti originari. Solo la traccia di apertura, “Sanpietro” è stata aggiunta immediatamente dopo la morte di Pietro. Considera che il disco è stato mandato ad Andrea Merlini per il mastering il 5 febbraio 2020, e il 7 Pietro veniva a mancare. Abbiamo passato un bel po’ di tempo, prima a comporre i tasselli del mosaico-album, e quindi a cercare la giusta quadratura del cerchio in termini di coerenza e sviluppo del flusso sonoro. Costruire un album oggi è un’operazione tendenzialmente desueta, perché ogni epoca sviluppa un modus operandi della composizione e della produzione musicale in genere coerente con i trend di fruizione del prodotto musicale, oggi massimamente rappresentato dai video in bassa qualità su youtube ascoltati con smartphone dozzinali, quando va bene connessi a piccoli altoparlanti bluetooth. Abbiamo cercato invece di costruire un disco che fosse apprezzabile in quanto tale, nella sua completa e coerente complessità, articolata sulle quattro facciate di un doppio album in vinile. Del resto, si tratta del supporto musicale più naturale per musicisti della nostra generazione.

Il disco, come lo stile del vostro gruppo, è multiforme. Negli Airfish coesistono metal, elettronica, folk e tante altre diramazioni. C’è un brano che rappresenta meglio “The Crowleyan Hypothesis”?
Penso che “The Pentagram” sia il brano più rappresentativo, un ritorno alle atmosfere di “Around The Fish” e “MIAO I”, con una consapevolezza nuova data da trent’anni di attività. Il tema crowleyano, il sax in primo piano, i loop industriali, il piglio metal delle chitarre e del basso distorto sono tutti elementi che contraddistinguono il periodo 1992-1994 della band. Con l’insostituibile aiuto dell’amico Vincenzo Lo Piccolo (alias Volgo Productions) abbiamo anche realizzato un videoclip, cosa che per noi, nel 2022, rappresenta una novità assoluta.

In che misura la figura di Aleister Crowley è presente in quest’album?
La figura di Aleister Crowley è centrale nell’album, anche al di là della sintassi dei titoli. Ripropongo qua dei concetti già espressi in una precedente intervista, che mi pare siano particolarmente adatti a descrivere la nostra relazione con lui. Va specificato che Aleister Crowley è una di quelle figure in cui si imbatte per forza un giovane metallaro degli Anni 80 non appena inizia a seguire questo genere di musica. Una cosa per tutte, basti citare il brano di Ozzy Osbourne “Mr Crowley” presente nel suo primo album, con quel magnifico assolo di Randy Rhoads, che resta uno dei vertici della musica estrema e di un certo tipo di immaginare la musica in senso occulto. Quando a sedici anni scoprii che Crowley, il quale non era più solo il personaggio della canzone di Ozzy Osbourne per me, ma era diventato una figura di un qualche interesse, quando scoprii, dicevo, che aveva dimorato ed elevato il suo tempio a Cefalù a pochi chilometri da Palermo, m’interessai definitivamente. Iniziai, con una serie di amici, a fare delle regolari visite all’Abbazia di Thelema. Mi comprai il “Magick” nell’edizione Astrolabio. Villa Santa Barbara, l’Abbazia, era un luogo ancora poco violentato dai nugoli di esponenti della fandom crowleyana, ed era fonte di suggestioni irripetibili.

Effettivamente ho sempre associato gli Airfish ad un occulto rituale…
L’impronta ritualistica nella nostra proposta c’è sempre stata. Inizialmente componevamo dei rudimentali per quanto sentiti omaggi al Mago, intitolandoli in maniera thelemicamente esplicita. Campionavamo la sua voce, recitavamo suoi versi, cose così. Crescendo, la prospettiva è mutata. Abbiamo progressivamente sviluppato un approccio ritualistico alla composizione e all’assemblaggio delle nostre proposte sonore. Nel 2008 abbiamo registrato un lavoro dedicato ai ventidue arcani maggiori del mazzo dei tarocchi di Marsiglia, che si intitola “La Scala Dorata” e che è stato integralmente progettato e poi edificato dal punto di vista sonoro e creativo su base ritualistica. Abbiamo cercato di realizzare un’impalcatura concettuale e atmosferica particolare, riunendoci solo a lume di candela, pungendoci con gli spilli per unire il nostro sangue e distribuendoci su base interattiva e cabalistica i compiti tanto creativi quanto tecnici da svolgere per l’edificazione di quest’opera musicale. Nell’ultimo disco, che è bene ripetere, esce postumo, nel senso che non è più previsto che noi ci si esibisca dal vivo, siamo tornati in parte a questi temi e a queste pratiche a noi care. È una sorta di citazionismo riflessivo. L’ipotesi crowleyana del titolo è l’ipotesi di un mondo nuovo, che gli stolti cercano nello spazio profondo, i volenterosi nella sacra unione tra maschile e femminile. Il conflitto tra tecnica e arte.

Dopo una serie di ascolti, il secondo dei due LP non è più uscito dal mio giradischi. Considero i lati A e B una preparazione ai (più coesi per me) lati C e D, mi sono creato questo filo logico. Si tratta invece di una raccolta di canzoni avulse da questo mio ragionamento?
Come puoi leggere dalle note di copertina, abbiamo selezionato una serie di brani registrati in un periodo di tempo abbastanza lungo, e abbiamo passato molto tempo a immaginare la tracklist più adatta a esprimere il tema centrale del disco, l’ipotesi crowleyana di un mondo nuovo, dato dal conflitto tra arte e tecnica, e che può realizzarsi solo a patto di riconoscere la propria comunione col mondo e la natura ed esaltando il potere differenziale del dualismo maschile/femminile. Penso che il primo disco sia più carnale, e il secondo più orientato all’immaginazione. Trovo molto bello, o ancora meglio, gratificante che una persona come te abbia dedicato un ragionamento, peraltro calzante, a questo nostro lavoro.

Arrossisco! Il testo della traccia “452B” parla di un lontano pianeta abitabile, di vita sconosciuta oltre la vita conosciuta. L’avete messa a fine scaletta per un motivo specifico?
Beh si, l’idea era che il contesto lirico del brano fosse adatto a guardare in avanti, alla prossima reincarnazione della nostra identità artistica, musicale e sociale. Il testo vuole anche suggerire che, se non si risolvono le contraddizioni che hanno fatto concludere la tua parabola esperienziale e creativa, è impossibile ricominciare. Bisogna guardare all’Arcano Maggiore XIII del Tarocco di Marsiglia, lo studio di quella carta permette di comprendere meglio il senso del trapasso e della trasformazione artistica ed esistenziale che noi volevamo rappresentare con la storia del pianeta abitabile e della sua connotazione valoriale. Il brano, tra l’altro, è cantato da Domenico (con me alle seconde voci), quasi una premonizione di un futuro senza Pietro.

Da cosa trae ispirazione l’immagine di copertina dell’album?
Innanzitutto dai Queensryche, la copertina di “Empire”, e anche dal Prince della svolta “TMFKAP”, e dagli Einsturzende Neubauten di “Kollaps” e, in realtà, da innumerevoli altri album. Amiamo l’impatto che hanno i simboli a tutta copertina, e l’identificazione che nasce tra un prodotto musicale che ami fino a farne un tassello identitario ed il simbolo grafico che lo rappresenta. Nel caso del nostro album, il simbolo utilizzato si riferisce a Lilith sotto forma di drago. Penetrare questo simbolo e accoglierlo in sé senza paure è il sentiero che permetterà di superare l’incubo che l’umanità sta vivendo da tempo immemorabile, che ha la forma dell’assurda, autolesionista aggressione sterminatrice del maschile verso il femminile.

Per me gli Airfish sono un monumento monolitico, la feroce traduzione in musica delle innumerevoli sfumature della città di Palermo. Dalla prima volta che vi vidi in concerto, diciassettenne nel 1997, mi avete coinvolto ed accompagnato dall’adolescenza alla maturità. Avete presentato “The Crowleyan Hypothesis” con un dj set, nessun concerto, chiaro segno che qualcosa è andato perduto per sempre. La dipartita di Pietro non sarà mai facile da accettare, però… quali sono i progetti futuri degli Airfish?
Chiaramente comprenderai come le cose siano cambiate per sempre. La nostra band ha in genere privilegiato l’aspetto relazionale rispetto a quello strettamente strumental-performativo. L’amico è sempre venuto prima del musicista. È sempre stato un progetto tanto di cuore quanto di cervello, intenso nell’elaborazione e maledettamente lento nella reificazione. Nel Novembre 2019, esattamente tre anni fa, abbiamo registrato in formazione classica (Pietro, Marco, io, Federico, Domenico, Giampiero) un’ultima sessione di sette tracce, che abbiamo chiamato “I Morti”, con interventi anche di Giorgio Trombino, Roberto Leto e di Manfredi. Prima di pubblicarlo, però, ci occuperemo di stampare l’album solista di Pietro, capolavoro che lo aveva totalmente assorbito negli ultimi anni. Nel frattempo stiamo valutando le possibili forme di una nostra futura produzione musicale assieme. Ho una volontà feroce di tornare a comporre, arrangiare, registrare ed eseguire nuova musica, ma prima bisogna concludere i rituali in corso.

Spiral Wounds – Ferite perenni

Esordio discografico per gli Spiral Wounds che si affacciano sulle scene con “Shadows“, full distribuito dalla francese Great Dane Records, che mette in luce una realtà dedita ad un death metal davvero interessante, di questo ed altro ne parliamo con i ragazzi della band!

Allora ragazzi, come prima cosa vi ringrazio per la gentilezza e la disponibilità a sottoporvi a quest’intervista,
cosa potete dirci riguardo a questo nuovo progetto? Com’è nato?

Patrizio: Con Sandro ci conosciamo da più di trent’anni. Quando eravamo meno che ventenni, abbiamo suonato il basso nello stesso gruppo; gli Why?, anche se in periodi diversi. Per oltre trent’anni ci siamo persi seguendo ognuno i propri progetti e in definitiva la propria vita. Negli ultimi anni però ci siamo ritrovati su un noto social e abbiamo cominciato a parlare con entusiasmo dei vecchi tempi. Abbiamo cominciato facendo un paio di cover degli Why? e ci è piaciuto il risultato. Dopodiché Sandro a quel punto mi ha fatto sentire delle tracce di chitarra e batteria che aveva chiuse nel cassetto. In poco tempo si è unito Tato, con il quale avevamo preso contatto più o meno nello stesso periodo e in pochissimo tempo ne è venuto fuori il nostro primo EP omonimo.

Per saperne un po’ più di voi, per farvi conoscere meglio dai lettori del Raglio del Mulo, vorrei chiedervi se siete
impegnati anche in altri progetti musicali…

Patrizio: Ogni tanto registro qualcosa e la sottopongo all’ascolto di qualche amico semplicemente per torturare il loro udito. Sandro ne sa qualcosa. A parte gli Spiral Wounds non ho altri gruppi in cui suono il basso, oppure contribuisco in altro modo.
Sandro: Anche io ogni tanto registro qualcosa, ho una cartella piena di riff e mezzi brani in attesa di collocazione. Per il momento però, Spiral Wounds è l’unico progetto attivo che ho.
Tato: io, oltre a Spiral Wounds, ho altri progetti all’attivo, che vertono comunque tutti sull’extreme metal, in particolare death metal, nello specifico le altre band in cui suono sono Zora, Glacial Fear, Antipathic, Defechate, Throne Of Flesh e Unscriptural, e qualche collaborazione esterna con altre band di amici.

Dalle informazioni in mio possesso il “quartier generale” degli Spiral Wounds si divide tra Sardegna e Calabria, com’è nata questa collaborazione?
Patrizio: Riallacciandomi a quanto detto prima, con Sandro ci conosciamo già da parecchi anni, ma viviamo da sempre in città diverse e distanti, pur abitando nella stessa isola. Walter Garau che è un nostro caro amico comune, (ci conosciamo da quando eravamo ragazzini in pratica), ed è inoltre un eccellente bassista che suona in un gran numero di band; per pura bontà ci ha introdotto e fatto conoscere Tato. E’ stato un connubio di gusti e feeling praticamente immediato e velocissimo. Quando abbiamo sentito finiti i primi quattro pezzi abbiamo capito subito che la voce di Tato era perfetta per rappresentare appieno la liricità musicale ed il dramma descritto dai testi.

Come nasce un vostro brano? Quali sono i vari steps che costituiscono la fase di songwriting?
Sandro: Di norma si parte con un riff o una sequenza di accordi che consideriamo valida. Pian piano si assembla intorno ad esso tutto il resto, cominciando dal beat di batteria e proseguendo con la linea di basso: il lavoro compositivo è enormemente facilitato dall’utilizzo dei moderni sistemi di registrazione casalinga. Come con un puzzle, scegliamo i pezzi giusti che si incastrano bene gli uni con gli altri. Una volta completata la song (chitarre, basso e batteria), si lavora sul testo che poi Tato si occupa di adattare. A quel punto il brano è completo, e si procede all’arrangiamento e all’affinamento delle parti.
Patrizio: Sandro ha scritto la maggior parte dei brani alla chitarra, ri-arrangiato tutto e ha programmato la batteria elettronica affinché sembrasse il più “umana” possibile. I testi nascono quasi all’unisono, prevalentemente in base alla prima sensazione emotiva che mi suscita la musicalità del brano.

Quali sono le vostre band di riferimento?
Sandro: I miei ascolti spaziano davvero tanto e sarebbero fuorvianti per definire cosa suonano gli Spiral Wounds. Diciamo che il progetto nasce come una sorta di tributo verso la prima era del Death Metal, quella a cavallo tra la fine degli anni ’80 e i primi ’90 (primi Death, Entombed, Carnage, Necrophobic etc., giusto per dare un riferimento). In qualche brano sono stati inseriti anche elementi un po’ più moderni (qualcosa di più doom, qualche influenza d-beat), ma l’ossatura è quella old school death metal.
Patrizio: Ho un amore sviscerato per quasi tutto ciò che è stato suonato e pubblicato nella seconda metà degli anni ’80, in campo thrash e black/death metal, in particolare, perché lì sono le mie radici. Mi piacciono moltissimo gruppi come Celtic Frost, Coroner, Voivod, Napalm Death, Nuclear Assault, Death Angel, Slayer e Venom.

Ed ora una menzione per ciò che concerne i testi, quali sono le tematiche che vengono trattate?
Patrizio: Ci sono diverse tematiche che hanno ispirato la scrittura dei testi. Grandi temi come la guerra, la morte omicida, il suicidio, le malattie mentali nelle sue varie manifestazioni, la disperazione e la solitudine. Nella maggior parte dei nostri testi c’è sempre in qualche modo la trascrizione di episodi realmente accaduti e vissuti di persona. Non c’è nulla di finto o inventato. Fin dall’inizio, inoltre, c’è stato il ripudio completo alle tematiche delle scienze occulte o della politica in generale. Non ci occupiamo di questo negli Spiral Wounds. Ci sono temi per noi più importanti da affrontare e sviscerare. Abbiamo preso una direzione un po’ diversa da quelle che sono le tematiche che si ritrovano nel black e nel death metal in generale e ci va bene così.

Cosa si cela dietro il nome Spiral Wounds?
Patrizio: Avevamo già quasi completato i quattro brani del primo EP omonimo e inizialmente non sapevamo cosa scegliere, poi è venuto fuori questo nome che letteralmente significa “ferite a spirale”. Il nome della band non nasconde poi chissà cosa, ma solo la descrizione del dolore continuo, vorticoso e discendente, della più miserabile condizione umana alla quale moltissime persone devono ancora sottostare.

A chi vi siete affidati per le fasi di registrazione e produzione?
Patrizio: Prendendo in considerazione la distanza che ci separa l’uno dall’altro e i vari lockdown, che si sono succeduti a causa dell’ultima pandemia. Com’è facile intuire, per le registrazioni ci siamo affidati a noi stessi. Non abbiamo mai provato in sala un singolo brano. Ho registrato le mie parti di basso a casa, collegando lo strumento a una scheda audio USB interfacciata a una DAW installata nel mio portatile. Credo che in tantissimi stiano già facendo così. E’ molto probabile che questo sia anche il futuro, per coloro che hanno difficoltà logistiche legate alle distanze da percorrere per incontrarsi e suonare, come le abbiamo noi degli Spiral Wounds. Sarebbe davvero molto bello tornare a suonare nelle salette come si faceva un tempo, guardarsi in faccia e tirar giù i brani, ma è da accettare/apprezzare anche il fatto che le tecnologie moderne permettono di produrre ottimi risultati, senza spendere un cent di base.
Tato: il lavoro di mixaggio e mastering è affidato, sia per l’EP che per “Shadows”, al nostro buon Sandro, e così sarà anche per i successivi lavori, dal momento che ad ora siamo molto soddisfatti del risultato, ed avendo ancora molto tempo per affinare ciò che man mano ci accorgiamo si possa migliorare. Per quanto riguarda le riprese, come diceva Patrizio, ognuno ha fatto da sé a casa propria, più che altro anche per motivi logistici, vivendo tutti e tre distanti gli uni dagli altri.

Il full “Shadows” esce a solo un anno di distanza dall’omonimo EP “Spiral Wounds”, secondo voi ci sono differenze tra le due release?
Sandro: Un po’ più acerbo il primo mini (che contiene un po’ di materiale registrato ben prima che il gruppo nascesse), un po’ più “a fuoco” il full. Siamo contenti di entrambe le release, ma chiaramente il nuovo disco è quello che preferiamo.
Patrizio: Le tematiche delle due release sono quelle che abbiamo già descritto. Il primo EP le introduce. Il full le sviluppa. Musicalmente l’approccio invece è un po’ diverso.

Ok ragazzi, siamo giunti ai titoli di coda, vi ringrazio davvero tantissimo per la vostra disponibilità e vi auguro le migliori fortune, concludete pure come volete!
Patrizio: Voglio ringraziare Raph, della Great Dane Records che ha creduto in noi e ci ha permesso di pubblicare questo album d’esordio.
Sandro: Mi associo a Patrizio.
Tato: Grazie mille per questo spazio offertoci, e grazie a chi ha avuto la curiosità di leggere un pò di noi ed, allineandomi a Sandro e Patrizio, non posso che ringraziare e salutare anche io Raph della Great Dane Records, che ha subito creduto in noi rivelandosi una persona davvero seria e professionale. Per ascoltare qualcosa di nostro potete farlo alla pagina SpiralWounds.bandcamp.com, augurandovi un buon divertimento e tanto headbanging!

Antropofagus – Hymns of acrimony

Ritorno sulle scene per i genovesi Antropofagus, storica band death/brutal attiva dal 1998, che con “Origin” (Agonia Records) giungono alla loro quarta fatica discografica. In occasione dell’uscita del nuovo videoclip intitolato “Hymns of Acrimony (tratto dall’omonimo singolo) abbiamo fatto una chiacchierata con il chitarrista Francesco Montesanti e il cantante Paolo Chiti per sapere quali siano le novità sul nuovo album… si parte!

Ciao ragazzi! Come prima cosa ci tengo a ringraziarvi per la vostra disponibilità a questa intervista! Iniziamo subito dal principio: come e quando nascono gli Antropofagus?
Francesco: Ciao Luca, grazie a te, nascono nel lontano 1998 in un pub di Genova dall’unione tra me e Rigel e Void ed Argento, un amico comune ci presentò dicendo che per suonare insieme eravamo perfetti, forse aveva ragione.

Francesco, puoi parlarci un po’ di come si sviluppa un tipico brano degli Antropofagus? Quali sono i vari step che costituiscono l’intero processo compositivo?
Francesco: Prevalentemente per “Architecture…” ho steso tutte le track da solo e poi il lavoro fu registrato già finito senza ulteriore arrangiamento dai nuovi componenti dell’epoca quali Davide e Jacopo, complice il fatto che ci trovammo alle strette con i tempi visto l’inaspettato cambio di line-up che trovò la forma definitiva appunto con loro. Per “M.O.R.T.E.” il discorso fu uguale ma con già una leggera fase di arrangiamento a a più teste. Per “Origin” – in uscita il 28 Ottobre 22 – il discorso è stato diverso, complice la pandemia che ha comunque fatto slittare l’album di almeno un anno, ha permesso di approfondire una fase di arrangiamento a quattro teste, ognuno ha messo del proprio, benché io e Davide abbiamo anche lavorato questa volta insieme su parti specifiche dell album, che alla fine risulta probabilmente essere più maturo dei precedenti, mantenendo il meglio delle nostre qualità e cercando sempre di smussare alcuni errori che inevitabilmente si fanno sempre.

Adesso una domanda specifica per te, Paolo: per ciò che concerne i testi cosa puoi dirmi? Quali sono gli argomenti trattati nelle vostre composizioni?
Paolo: Tutto è partito da un’idea che avevamo in principio e cioè quella di fare un concept album più “tradizionale”, dove nel procedere dei testi si narrasse una storia con un inizio e una fine (“Origin” del titolo richiamava infatti “la nascita” di un fantomatico protagonista). Poi però questa idea col tempo si è trasformata, e ho preferito non narrare una vera e propria storia, ma piuttosto descrivere quello che avevamo in mente con l’uso di immagini, magari anche criptiche e a volte non immediate. Diciamo che la nostra “storia” è costruita su tre momenti. L’entità (che vedete in copertina) affronterà tre fasi: “Ascesa” alla sua nuova dimensione/incarnazione; “Discesa” tra i mortali, nel piano che noi conosciamo, e infine la “Trascesa” dove questo essere prende coscienza di esistere al di sopra di ogni piano sensibile della conoscenza e della realtà, e di essere comunque anche lui parte di un ciclo senza tempo destinato a ripetersi all’infinito. Dentro ai testi si possono trovare tantissime fonti di ispirazione, dai libri (Lovecraft su tutti) ai film, così come anche agli antichi testi sacri egiziani, indiani e tibetani. Ogni cosa che descriva cose oscure e affascinanti, diventa il mio pane quotidiano per scrivere.

Sempre per te, Paolo: sei entrato a far parte degli Antropofagus, ma hai sempre fatto parte dei Devangelic, quali sono state le principali differenze che hai riscontrato tra le due band in questione? Per lo stile proposto, per ciò che riguarda il processo compositivo e altro… cosa puoi dirmi a riguardo?
Paolo: Le differenze erano prevalentemente nello stile. Quando sono entrato con gli Antropofagus, con i Devangelic suonavamo un brutal death molto più serrato e veloce, e di conseguenza anche con la mia voce cercavo di risultare il più “chiuso” e brutale possibile. Gli Antro suonano sempre brutali e veloci, ma con un approccio molto più death metal per quanto riguarda atmosfere e suoni e così ho cercato fin da subito di fare qualcosa di diverso, molto più death vecchia maniera, cercando di scandire ogni singola parola, e cercando di aprire molto più la voce . Non cercando più di risultare il più basso e sporco possibile, ma tentando di dare più varietà (cosa che poi ho iniziato ad fare anche nell’ultimo album Devangelic). Per quanto riguarda il metodo compositivo, non c’è molta differenza. Sistemiamo e rifiniamo ogni dettaglio dei pezzi tutti insieme, che sia un un singolo riff o una metrica di voce, c’è veramente un grande lavoro di squadra.

Come evidenzia la vostra discografia, dal vostro secondo album “Architecture Of Lust” avete dato alle stampe i vostri lavori con una certa “cadenza” quinquennale, ma dal vostro esordio “No Waste Of Flesh” al vostro già citato secondo full sono trascorsi ben 13 anni… Cosa è successo in tutto questo lasso di tempo, Francesco?
Francesco: Non è mai stata decisa una scadenza, il tempo trascorso da “No Waste…” è stato molto lungo perché avevo momentaneamente abbandonato lo strumento. Dopo l’uscita di “Architecture”, la distanza con “M.O.R.T.E.” fu un po’ data dalla mancanza di tempo e dagli impegni miei familiari, tra quest’ultimo e “Origin” è stata sicuramente colpa della pandemia, non aveva senso uscire con l’album e non dargli l’attenzione e la promozione che serve.

Ho ascoltato il vostro nuovo videoclip “Hymns of Acrimony”, l’ho trovato molto bello e, se posso permettermi di dirlo, abbastanza insolito per una band come la vostra che ha sempre spinto (e molto) sull’acceleratore. Dal punto di vista della struttura ho trovato il brano in questione molto Morbid Angel “oriented”, è corretto?
Francesco: Grazie, è un brano di cui andiamo molto orgogliosi, troviamo che sia uscito veramente bene, poi ci siamo divertiti molto nel registrare il videoclip, che con la mano meravigliosa di Andrea La Rosa, è uscito fantastico. Era da un po’ di tempo che covavo l’idea di non uscire con il solito brano a mille BPM, ma cercare di attirare l’attenzione su qualcosa che di solito inseriamo nel disco a metà CD e che non usiamo mai come singolo. Suona molto ispirato ai Morbid Angel come tutte le volte che rallento i BPM, se ci fai caso in “Architecture” e in “M.O.R.T.E.” puoi trovare brani come “Sadistic, Det helgeran”,” The Abyss” o “Prise to a Hecatomb”, tutti brani che puzzano in stile morboso, è una cosa che mi appartiene da molti anni ormai, ogni volta che rallento le mie influenze più morbose si fanno strada e prendono il sopravvento. in “Origin” come facciamo sempre ci sono due brani lenti che spezzano la furia che di solito travolge chi ascolta questo genere, da respiro e movimento al CD, trovo che sia sempre corretto alternare questi suoni.

Quali sono secondo voi le principali differenze tra il vostro nuovo “Origin” e le precedenti produzioni?
Francesco: “Architecture” vede una grande produzione curata dal nostro amico Fabio Palombi nel suo vecchio studio, che ovviamente paragonato allo studio che ha oggi, i Blackwave,
è primitivo, ma è una produzione che ancora ad oggi a distanza di dieci anni trovo limpida ed efficace. il Master fu affidato agli intoccabili Hertz studios. Ad oggi ci troviamo ad avere uno studio professionale tutto nostro, gli MK2 di Davide. Lui come produttore sta facendo passi da gigante e come in tutte le cose, essendo un ragazzo talentuoso, riesce con la sua impronta a migliorare tutto ciò che tocca. Quindi sarebbe stato assurdo andare altrove avendo a disposizione un produttore nella band che ormai lavora a tempo pieno nello studio.

Potete raccontarci in che modo è nato l’interesse dell’Agonia Records nei vostri confronti?
Francesco: L’Agonia insieme ad altre tre etichette era nei nostri interessi, una volta registrato una pre-produzione volevamo mandarla a queste tre label, ma nel frattempo una mattina ci manda un messaggio vocale in chat Davide dicendo che a Filip (boss dell’Agonia) era piaciuta molto la copertina di “M.O.R.T.E.” e chiedendo quali progetti avessimo in futuro. Vien da se che ci siamo trovati subito benissimo con loro e senza che abbiamo dovuto mandare nulla a nessuno, inviato poi il lavoro a loro sono rimasti molto colpiti dai nuovi brani e il matrimonio è venuto da se.

In tutta sincerità anch’io sono rimasto davvero colpito dalla cover dell’album, molto accattivante e d’impatto! Da chi è stata creata?
Francesco: Contattai Stefano Mattioni che produce bellissimi lavori per la sua Viron 2.0, gli abbiamo affidato l’intero artwork esterno ed interno, e siamo contenti, volendo tornare all’uso computer graphic, di ciò che ha tirato fuori da quello che avevamo richiesto.

Suppongo che, una volta uscito il disco, vi saranno delle date live per promuoverlo nella maniera più adeguata. Cosa potete dirmi a tal proposito? Avete già pianificato qualcosa?
Francesco: Stiamo cominciando già da un po’ a cercare di pianificare delle date, siamo volutamente senza agency, ed è molto difficile andare avanti con le nostre sole forze, vediamo cosa si riuscirà a fare, e se mai troveremo qualcuno con cui possiamo lavorare bene onestamente e goderci ciò che più ci appartiene: il palco.

Time out ragazzi, vi ringrazio davvero molto per la vostra disponibilità a quest’intervista. Auguro alla band le migliori fortune e vi faccio i miei più sinceri complimenti, concludete pure come preferite!
Francesco: Grazie a te Luca, sei un grande supporter e le persone come te sono ossigeno per i nostri polmoni, a presto.

Consumption – Ground into ash and coal

ENGLISH VERSION BELOW: PLEASE, SCROLL DOWN!

Dopo l’ottimo album di debutto “Recursive Definitions of Suppuration”, che ha ricevuto buoni riscontri, i Consumption sono tornati con una missione: pubblicare – con l’aiuto del mitico Jeff Walker – l’album mai realizzato dai Carcass dopo “Necroticism – Descanting the Insalubrious”. Ora che “Necrotic Lust” (Hammerheart Records) è stato pubblicato, sta a voi decidere se i Consumption hanno raggiunto l’obiettivo…

Benvenuto Håkan, la Hammerheart Records ha presentato il vostro nuovo album in questo modo: “I “Necrotic Lust” si sono fatti avanti per realizzare l’album mai realizzato dai Carcass dopo “Necroticism – Descanting the Insalubrious”. Sei d’accordo?
Lascio decidere agli altri, per così dire, ma sì, più o meno. Posso dire che sono stato molto ispirato da quell’album, alcuni riff possono suonare molto come quelli contenuti in quel disco e altri no. L’ispirazione può prendere molte direzioni diverse. Non importa quali, sono molto soddisfatto di questo album!

Come è nata la tua collaborazione con Jeff Walker?
Com’è avvenuta la nostra collaborazione? Quando ho scritto il primo album, ho pensato che sarebbe stato fantastico avere Jeff che cantava qualcosa in una nostra canzone. L’idea non si è realizzata, ma per “Necrotic Lust” ero fortemente determinato a rintracciarlo e chiederglielo. Ha offerto la sua disponibilità per un’intera canzone ed è andata alla grande. Uno dei miei pezzi preferiti dell’album!

Ti piace lavorare con ospiti o altri compagni di band e perché hai deciso di creare una one-man band?
Sì assolutamente, lo trovo piuttosto eccitante e iodico sempre: “Bisogna fare ciò che si sa fare!”. Che sia voce, batteria, assoli di chitarra ecc… in qualsiasi modo possibile. Questo è il modo in cui diventa tutto più interessante e migliore.

Quali sono le sfide più grandi nell’essere soli in una band?
In realtà non trovo una grande sfida essere solo, anche se poi non sono proprio solo, c’è Jon con me. Naturalmente ci possono essere difficoltà nell’essere soli o in pochi. Se non riesci a gestire tutti gli strumenti necessari, devi trovare musicisti per quelle parti. Fortunatamente non ho avuto molti problemi da questo punto di vista.

Qual è stato il contributo di Jon Skäre al disco?
Il suo contributo sono state le eccellenti parti di batteria!

Qual è il tuo brano preferito di “Necrotic Lust” e perché?
Ovviamente, “Ground Into Ash And Coal”, quella canzone parla da sé dato che Jeff ci canta e credo che più in generale la canzone abbia una bella atmosfera. Oltre a quella, “Offspring Inhuman Conceived” è una delle mie preferite. Contiene praticamente tutti gli elementi dell’album, almeno per le mie orecchie.

Che mi dici, invece, delle tre bonustrack incluse nell’edizione digipak?
Abbiamo deciso di fare un album di nove tracce, ma ne sono state registrate 12, quindi la Hammerheard ha proposto di pubblicare un CD in edizione limitata con tre bonus. È stato difficile scegliere le canzoni, ma penso che non sarebbero potuto essere migliori.

Hai intenzione di coinvolgere altri membri per andare in tour?
Forse non per un vero tour, ma i festival sarebbero carini. Sto lavorando su questo aspetto. Jon e Ludvig sono già della partita. Ludvig che ha avuto il compito di suonare gli assoli di chitarra. È anche un compagno di band di Jon nella thrash band Defiatory. Chi ci sarà dietro il microfono? Io o qualcun altro che troveremo. Finora non ho maturato proprimente il talento di cantare e suonare la chitarra contemporaneamente. Vedremo come andrà a finire e non importa come, ma sarà sicuramente tutto buono!

In chiusura hai un sessaggio per i nostri lettori?
Se non ti sei ancora imbattuto in “Necrotic Lust”, ti suggerisco di farlo subito! E tieni le orecchie aperte per futuri aggiornamenti!

After the excellent debut album “Recursive Definitions of Suppuration”, that received good feedback, Consumption are back with a mission: to make – with the help from the legendary Jeff Walker – the album Carcass never made after “Necroticism – Descanting the Insalubrious”. Now that “Necrotic Lust” (Hammerheart Records) has been released, it’s up to you to decide if Consumption has achieved the goal…

Welcome Håkan, Hammerheart Records introduce your newalbum in this way: ““Necrotic Lust” have stepped up to make the album Carcass never made after “Necroticism – Descanting the Insalubrious”. Are you agree?
It’s in the eye of the beholder so to speak but yeah, more or less. I’d can say I’m very inspired by that album, some riffs may sound a lot like it and som doesn’t. Inspiration can take many different turns. No matter what I am very satisfied with this album!

How is born your collaboration with Jeff Walker?
How the collaboration happened? I had a little thought when I had written the first album that it’d be awesome to have Jeff sing a few words on some song. The idea didn’t come further than that but on “Necrotic Lust” I was fully determined to find him and ask him. He was down for doing a whole song and it turned out great. A favourite on the album!

Do you like to work with guests or other bandmates and why did you decide to create a one-man band?
Yeah absolutely, I find it quite exciting and I always say: “Do your thing!”. Vocals, drums, guitar solos etc… on whatever the material might be. That’s when it gets most interesting and best.

What are the biggest challenges in being alone in a band?
Actually I don’t see much of a challenge being alone though I am not alone. Jon is with me. OF course there can be challenges being alone or very few. If you cant handle all the necessary instruments you have to find musicians for those parts. Luckily I haven’t had much problem with that.

What was Jon Skäre’s contribution to the record?
His contribution is the super excellent drumming!

What is your favourite track from “Necrotic Lust” and why?
Of course “Ground Into Ash And Coal”, that song speaks for itself since Jeff is singing on it and I think the song in general has a nice atmosphere. Beside that song “Offspring Inhuman Conceived” is a favorite. It has basically all elements heard on the album, at least in my ears.

What’s about the three bonustracks included int the digipak edition?
We decided to do a nine track album but 12 songs were recorded so Hammerheard proposed we’d do a limited CD with three bonus songs. It was hard to pick the songs for each release but I think couldn’t have been better.

Are you planning to bring in other members to go on tour?
Maybe not tour specifically but festivals would be nice. I am working on the matter. Jon and Ludvig is already doen for it. Ludvig who got the mission to play guitar solos. He’s as well a band mate to Jon in their thrash band Defiatory. Who’ll be behind the mic, me or someone else we will see. This far I haven’t discovered the talant to sing and play guitar simultaneously. We will see how it turns out and no matter what it will be good!

Any last word for our readers?
If you out there haven’t stumbled over “Necrotic Lust” I suggest that you check it out Now! And keep yer eyes open for future updates!

Sigh – The cherry blossom

ENGLISH VERSION BELOW: PLEASE, SCROLL DOWN!

Probabilmente il Giappone non è stato mai così protagonista in un album dei Sigh come nel nuovo “Shiki” (Peaceville Records). La volontà di parlare di un tema quale la morte, ha rafforzato paradossalmente il legame tra Mirai Kawashima e il suo Paese natio.

Benvenuto Mirai, è appena uscito il tuo vostro nuovo album “Shiki”. Non ti nascondo che il primo approccio, quello visivo, mi ha riportato alla mente “Infedel Art”. Questa somiglianza tra le copertine è intenzionale? C’è qualche collegamento tra il vostro secondo full lenght e il nuovo album?
L’artwork di “Shiki” si basa su un poema tradizionale giapponese di 800-900 anni fa. Descrive la scena in cui un vecchio osserva i fiori di ciliegio spazzati via dal forte vento primaverile. Il fiore di ciliegio è davvero bello ma allo stesso tempo è il simbolo della fragilità poiché scompare in una settimana circa. Il vecchio identifica i petali nel vento con se stesso, che devrà morire abbastanza presto. Ho pensato che fosse molto intrigante che qualcuno 800-900 anni fa si sentisse esattamente come noi adesso. Tante cose si sono evolute in questi 800-900 anni, ma dobbiamo ancora avere paura della morte. Questo è uno dei temi dell’album. Quindi la somiglianza tra questo artwork e quello per “Infedel Art” non è intenzionale. Ovviamente l’ho notato quando l’artista mi ha inviato lo schizzo e ho pensato che potesse essere un buon riferimento a “Infedel Art”, ma non era qualcosa di pianificato in anticipo.

La parola “Shiki” ha vari significati in giapponese come quattro stagioni, tempo di morire. Perché hai voluto affrontare questi argomenti in questo momento della tua vita?
Sì, ha molti significati come tempo di morire, quattro stagioni, colori, cerimonia, direzione di un’orchestra, morale ecc., e i primi due sono i temi principali dell’album. Il motivo per cui ho scelto la morte come tema è che semplicemente ero letteralmente spaventato dalla morte quando ho scritto questo album. È stata la sensazione più grande che ho provato e volevo esprimerla nel modo più onesto e diretto possibile.

Pensi che ci sia un disco nella tua discografia che è particolarmente vicino nei contenuti a “Shiki”? Se si, quale?
In realtà il mio primo piano per “Shiki” era di fare un album sulla scia di “Scorn Defeat”. Avevo intenzione di renderlo più o meno primitivo. Tuttavia, con il passare del tempo, si stava rivelando abbastanza diverso come al solito, ma immagino che tu possa ancora sentirne alcuni rimandi. “Kuroi Kage” è la prima traccia che ho scritto per questo album, quindi probabilmente ha un sacco di riferimenti a “Scorn Defeat”.

Eri più libero al tuo debutto, quando non avevi fan da tenere in considerazione o oggi che hai guadagnato una tua credibilità artistica e una storia decennale alle spalle?
Sì, credo di sì. La maggior parte delle canzoni sono state scritte senza sapere che saremmo stati in grado di pubblicare un album. Una volta uscito un disco, diventa il tuo standard. Di solito pensi di dover superare i tuoi album precedenti e, a volte, questo ti lega. Alcune persone dicono che “Scorn Defeat” è il nostro miglior album e lo capisco. Ovviamente è l’album più primitivo da noi composto, ma ha un’atmosfera magica. Se lo registrassimo nuovamente con tecnica e tecnologie odierne, perderebbe sicuramente la sua magia.

Frédéric Leclercq (Kreator) e Mike Heller (Fear Factory \ Raven) compaiono nell’album. Quando lavori con musicisti occidentali, noti delle differenze rispetto a quando registri con degli orientali? Pensi che ci sia un approccio culturale diverso o la musica è un linguaggio universale?
No, non ho sentito alcuna differenza culturale. La differenza più grande è ovviamente che entrambi sono musicisti di gran lunga superiori. Ad essere onesto, ero abbastanza frustrato dai musicisti con limitazioni tecniche, ma questa volta non ho dovuto pensarci. Inoltre siamo stati in grado di parlare “musicalmente” se capisci cosa intendo. Ero completamente stufo di sentirmi dire che non potevano suonarlo, non capivano le scale ecc. a dire il vero… Questa volta è andato tutto molto bene. Apprezzo che Mike e Fred abbiano fatto parte dell’album.

Nel disco vengono utilizzati alcuni strumenti della tradizione musicale giapponese come Shakuhachi, Hichiriki, Shinobue, Shamisen, Taishōgoto, Shruti box. Quando hai imparato a suonarli? A scuola o dopo?
Ho iniziato con il Shakuhachi solo qualche anno fa. Suono il flauto e fondamentalmente se suoni il flauto, puoi suonare lo Shakuhachi. Lo stesso per lo Shinobue. E se suoni il piano / le tastiere, puoi suonare il Taishogoto.

Ai tempi di “Scorn Defeat” avresti mai pensato di utilizzare questi strumenti tradizionali nei tuoi dischi?
Per nulla. Anche se abbiamo usato alcune immagini giapponesi nei testi e nell’artwork, non volevo riferimenti alla musica giapponese nei Sigh perché non ne sapevo nulla. Ma quando sono cresciuto, ho iniziato ad ascoltare molta musica tradizionale, non quella ad alto volume però. Poi ho iniziato a suonare quegli strumenti tradizionali. Per “Shiki” volevo esprimere il mio più intimo sentimento di paura della morte, dovevo usare la mia lingua. E come ho detto, la copertina si basa su una poesia tradizionale giapponese. Tutto sommato, volevo renderlo un album molto giapponese con uno spirito giapponese. Questa è la ragione per cui ho usato molti strumenti tradizionali.

Lo scorso agosto vi siete esibiti al Brutal Assault, come hanno accolto le nuove canzoni i vostri fan?
Abbiamo suonato a “Mayonaka No Kaii” e “Shoujahitsumetsu” al Brutal Assault, e le reazioni sono state davvero buone. Ma sai quando suoni ai festival, la maggior parte del pubblico non ha molta familiarità con le tue canzoni, il che significa che non c’è differenza tra le nuove canzoni e quelle vecchie per loro.

Ci saranno altre date a supporto dell’album?
Suoneremo con gli Anaal Nathrakh a Londra il 14 dicembre. E a febbraio andremo in Australia e probabilmente a Singapore. Ci dovrebbero, poi, essere altre date.

Japan has probably never been so featured on a Sigh album as in the new “Shiki” (Peaceville Records). The desire to talk about a theme such as death paradoxically strengthened the bond between Mirai Kawashima and his native Country.

Welcome Mirai, your new album “Shiki” has just been released. I do not hide from you that the first approach, the visual one, brought to my mind “Infidel Art”. Is this similarity between the covers intentional? Is there any connection between your second full length and the new album?
The artwork for “Shiki” is based on a Japanese traditional poem from 800 – 900 years ago. It describes the scene where an old man watches the cherry blossoms being blown off by the strong Spring wind. The cherry blossom is really beautiful but at the same time it is the symbol of fragility as it goes away in a week or so. The old man identifies the petals in the wind with himself, who has to die quite soon. I thought it was very intriguing that somebody from 800 – 900 years ago felt exactly the same as we do now. So many things evolved over these 800 – 900 years but we still have to have a fear of death. That’s one of the themes of the album. So the similarity between this and that for “Infidel Art” is not intentional. Of course I noticed it when the artist sent me the sketch and I thought it could be a good reference to “Infidel Art”, but it wasn’t something planned beforehand.

The word “Shiki” itself has various meanings in Japanese such as four seasons, time to die. Why did you want to deal with these topics at this time in your life?
Yes, it has a lot of meanings such as time to die, four seasons, colors, ceremony, conducting an orchestra, morale etc., and the first 2 are the main themes for the album. The reason I chose death as a theme was simply I was full of a fear of death when I wrote this album. It was the biggest feeling I had, and I wanted to express it as honestly and straightforwardly as possible.

Do you think there is a record in your discography that is particularly close in content to “Shiki”? If so, which one?
Actually my first plan for “Shiki” was to make an album in the vein of “Scorn Defeat”. I was planning to make it pretty much a primitive one. However, as the time went by, it was turning out to be quite different as usual, but I guess you can still hear its remnants. “Kuroi Kage” is the first track I wrote for this album, so it must have a lot of “Scorn Defeat” feel in it.

Were you freer at your debut, when you didn’t have fans to account for or today you have gained your artistic credibility and a decade-long history behind you?
Yes, I guess so. The most of the songs on it were written without knowing we’d be able to release an album. Once you have an album out, it becomes your standard. You usually think you have to top you previous albums, and sometimes it binds you. Some people say “Scorn Defeat” is our best album and I understand that. Obviously it’s the most primitive album by us, but it’s got some magic atmosphere. Even if we re-recorded it with today’s technique and technology, it’d just lose the magic.

Frédéric Leclercq (Kreator) and Mike Heller (Fear Factory \ Raven) appear on the album. When you work with Western musicians, do you notice any differences compared to when you record with Easterners? Do you think there is a different cultural approach or is music a universal language?
No, I didn’t feel any cultural difference. The biggest difference is obviously they both are by far superior musicians. To be honest I was pretty much frustrated with musicians with technical limitations, but this time I didn’t have to think about it. Also we were able to ‘musically’ talk if you know what I mean. I was totally sick of being told that they couldn’t play this, they didn’t understand scales etc. to be honest… This time everything went really smoothly. I do appreciate that Mike and Fred were a part of the album.

In the album you use some instruments of the Japanese musical tradition such as Shakuhachi, Hichiriki, Shinobue, Shamisen, Taishōgoto, Shruti box. When did you learn to play them? At school or after?
I just started playing Shakuhachi about a few years ago. I play flute and basically if you play flute, you can play Shakuhachi. The same for Shinobue. And if you play piano / keyboards, you can play Taishogoto.

At the time of “Scorn Defeat” would you have ever thought that you would use these traditional instruments in your records?
Not at all. Though we used some Japanese images in the lyrics and the artwork, I didn’t want to take in Japanese music in Sigh as I knew nothing about it. But as I got older, I started listening to lots of Japanese traditional music, not the high-blow one though. Then I started playing those traditional instruments. For “Shiki”, I wanted to express my naked feeling about a fear of death, I had to use my own language. And as I said, the artwork is based on a Japanese traditional poem. All in all, I wanted to make it a very Japanese album with a Japanese spirit. There is a good reason that I used a lot of traditional instruments for this one.

Last August you performed at Brutal Assault, how did your fans welcome the new songs?
We played ‘Mayonaka No Kaii’ and ‘Shoujahitsumetsu’ at Brutal Assault, and the reactions were really good. But you know when you play at festivals, most of the audience are not too familiar with your songs, which means there’s no difference between the new songs and the old ones for them.

Will there be other dates to support the album?
We will play with Anaal Nathrakh in London on December 14th. And we’ll go to Australia and probably Singapore in February. There should be more dates for sure.

Night Attack – Riding the whirlwinds

ENGLISH VERSION BELOW: PLEASE, SCROLL DOWN!

I Night Attack sono la nuova band fondata da Charles Lucia, meglio noto come Verigo (Vesterian and Ancestral Blood). Dopo aver firmato un contratto con la Metal Scrap Records, la compagine ha pubblicato l’EP di debutto “The Initiation”, un vero e proprio “attacco notturno” di aggressive blackned death thrash!

Benvenuto Verigo, potresti presentare la tua band ai nostri lettori?
Siamo i Night Attack da Charlotte, North Carolina. La nostra prima formazione risale al 2016, composta principalmente da amici della mia gioventù. Dopodiché, è diventato difficile scovare membri che potessero suonare abbastanza velocemente del metal old school. Trovare musicisti affidabili è sempre stato un grosso problema in NC. A volte, in passato, mi sono ritrovato a lavorare con le persone sbagliate solo perché erano le uniche disponibili in città. Alla fine ho deciso di registrare tutto il materiale da solo. Ho trovato il batterista Jake Anantha per caso e sono contento, abbiamo dato il via insieme alle registrazioni di “The Initiation”. Tutte le canzoni le ho scritte principalmente in tre giorni nel 2015, durante una baldoria mattutina a base di caffè. Sono molto contento della nostra attuale formazione.

Come descrivi il vostro suono?
Lo definisco aggressive blackened death thrash in stile fine anni ’80 per distinguerci dal thrash metal più popolare e moderno di oggi, che io etichetto come party-thrash con voci fastidiose. Il moniker definisce anche il modo in cui ci approcciamo alla nostra musica, cioè in uno stile più tradizionale e con un atteggiamento serioso e cupo. Ho sempre pensato che tra la metà e la fine degli anni ’80 il thrash è diventato decisamente troppo buono. Tuttavia, non fraintendermi, ci piace fare festa a base di thrash e ci piace ascoltare alcune di queste band, ma musicalmente non è ciò che vogliamo esprimere. Andrò sempre a casa e metterò sul piatto “Coma of Souls” dei Kreator. Non siamo qui per seguire nessuna moda dettata dalle band moderne oggi o per reinventare il thrash degli anni ’80. Vogliamo solo rivivere i vecchi tempi del metal con personalità, attitudine, visione e una certa vena oscura. Questa è la musica che volevo suonare durante la mia adolescenza, ma in quel momento ho pensato che fosse una cosa vetusta, una cosa ormai passata. Parlo di un’epoca in cui il thrash di fine anni ’80 si stava spostando verso il death metal o l’hardcore punk. Le persone della vecchia scuola sanno di cosa sto parlando.

Potresti presentare il vostro EP di debutto, “The Initiation”?
“The Initiation” contiene metal estremo, tecnico e oscuro, influenzato da visioni occulte e teatralità vampiresca, ricco di sfumature blackned death metal e parti aggressive di war metal. Uno stile musicale che credo possa essere ben accolto dai thrasher e dai metallari in genere inclusi quelli che ascoltano black metal, punk, persino goth e hardcore.

Quali obiettivi vorreste raggiungere con questo album?
Intendiamo portare il metal old school a un pubblico più ampio con un approccio artistico, fantasioso e ortodosso.

Dai una valenza politica ai tuoi testi?
I Night Attack non provano alcun interesse per la politica.

Che mi dici della copertina?
La copertina dell’album è stata ideata da me e da un mio amico. Siamo entrambi molto interessati alle leggende occulte e oscure.

Avete realizzato in collaborazione con Metal Scrap Records il vostro EP di debutto, sei soddisfatto del lavoro svolto dalla vostra etichetta?
Sono molto contento del lavoro e dell’impegno della nostra etichetta. Sono sempre sul pezzo e ci hanno aiutato molto.

Promuoverete sul palco il nuovo EP?
Sì, ci siamo appena esibiti nel nostro primo live e abbiamo ricevuto reazioni positive dal pubblico. Da quello che abbiamo visto, la nostra musica è decisamente per headbanger e mosher!

È tutto!
Grazie, CD e merchandising sono disponibili all’indirizzo Nightattack.bandcamp.com e
www.facebook.com/nightattackband

Night Attack is the new band founded by Charles Lucia, better known as Verigo (Vesterian and Ancestral Blood). After signing a deal with Metal Scrap Records, the band released the debut EP “The Initiation”, a real “nocturnal attack” of aggressive blackened death thrash!

Welcome Verigo, could you introduce your band to our readers?
We are Night Attack from Charlotte NC. Our first line up was established in 2016 which mostly consistent of guys from my youth. After that, it became difficult to find members that could play fast enough and into the old school metal. Finding reliable musicians, as always been a big problem in NC. Sometimes in the past we end up working with people we shouldn’t had just because he is the only guy in town. Eventually I decided to record all of the material myself. I found drummer Jake Anantha by chance and glad. We gave birth to the recording of Night Attack’s, “The Initiation”. All songs I mostly wrote in three days back in 2015 on a morning coffee thrash spree. Ha. I am very happy with our 2022 line up.

How do you describe your sound?
We call it late 80s aggressive blackened death thrash to separate us from todays more popular and modernized thrash metal. Those are the more party style thrash with annoying to me vocals. The title also defines how we approach our music, which is in a more traditional style and with a serious attitude and dark. I did feel in the mid and late 80s all thrash started to get really good. However, don’t get us wrong, We like to party and thrash and we enjoy listening to some of these bands, but it’s not musically what we feel to express. I will always go home and play Kreator’s “Coma of Souls”. We are not here to follow any trend of modern bands today. Or to reinvent the 80s thrash. Only to bring back the old days of metal with our own redevelopment, attitude, representation and a darker shade of style. This is the music I wanted to play in my early teens. But I thought it was overdue and a thing of the past at that time. A time when the end of 80s thrash was moving towards death metal or hardcore punk. Old school people know what I’m talking about.

Could you to introduce your debut EP, “The Initiation”?
“The Initiation” brings dark, upbeat extreme technical metal based on occultic views and vampirism done with a theatrical twist into imaginative thought and with a blackened death and war metal aggressions. The musical style I believe can be accepted by thrashers, and metal heads of all genres including black metal, punk, even goth, and hardcore.

What goals would you like to achieve with this album?
We intend to bring old school metal to a wider audience with a artistic and imaginative and old world approach.

Do you give a political meaning to your lyrics?
Night Attack has no connection with politics.

What’s about the cover artwork?
The album cover was represented by myself and a friend of mine. We are both equally deep into the occult and dark legends.

You realized in cooperation with Metal Scrap Records your debut EP, are you satisfied with the work done by your label?
I’m very happy with the work and dedicated effort we are getting from our label. They definitely keeps on their toes and have helped us out greatly.

Will you promote on stage the new EP?
Yes, we just performed our first show and got great positive crowd reactions. From what we witnessed, the music is definitely for headbangers and moshers.

That’s all, thanks!
Thanks you, CDs and merch can be found at Nightattack.bandcamp.com and www.facebook.com/nightattackband

Hierophant – Mortem aeternam

Probabilmente gli Hierophant c’hanno impiegato più del previsto per dare un successore a “Mass Grave”, però dalle parole di Fabio Carretti appare subito chiaro che l’attesa non è stata vana, i ravennati, infatti, sono pienamente soddisfatti di “Death Siege” (Season of Mist). E noi non possiamo che condividere questa opinione…

Benvenuto Fabio, “Death Siege”, il vostro quinto full-length uscirà il 26 agosto. Ho letto una dichiarazione di Lorenzo che dice che si tratta del miglior disco degli Hierophant. Cos’ha di più questo disco rispetto ai suoi predecessori?
Ciao Giuseppe. Che dire, non posso che essere d’accordo con Lorenzo: “Death Siege” è il frutto di un’evoluzione durata anni, ed è esattamente il disco che avevamo in testa e volevamo fare da tempo. Se gli ultimi due anni non fossero stati così, sarebbe arrivato molto prima.

Quando avete iniziato a lavorare sui brani avevate già un’idea di massima sul risultato finale?
Assolutamente sì, siamo partiti da un mood (total chaos), che ci ha guidati durante la stesura dei brani. Ad oggi, dopo mesi e mesi di ascolti, personalmente non cambierei una virgola.

In qualche modo avete cambiato il vostro modo comporre e registrare in questa occasione?
Nostro malgrado, sì. Il piano era di metterci a testa bassa sul disco nuovo a inizio 2020, per farlo uscire idealmente appena dopo l’estate ed iniziare la promozione con tour invernali e fest estivi dell’anno successivo, ma ovviamente non è stato possibile. La scrittura dei pezzi è avvenuta al 100% da remoto, ci siamo dovuti far andare bene un qualcosa che non ci appartiene, ma se non c’è soluzione non c’è neanche problema. Il disco andava fatto, e così è stato.

L’EP “Spawned Abortions” in qualche modo vi è servito come “palestra” per “Death Siege”?
Beh sì, ricollegandomi al discorso delle tempistiche fatto sopra, già nel 2018 – anno di uscita del 7″ “Spawned Abortions” – era molto chiaro dove eravamo diretti. Credo che “Death Siege” sia un’evoluzione molto naturale di quello che il sopracitato singolo aveva preannunciato.

Gli avvenimenti nefasti in questi ultimi anni non sono mancati, la pandemia e il ritorno della guerra sul territorio europeo sono solo alcuni degli aspetti che hanno condizionato la nostra vita ultimamente. A livello lirico queste vicissitudini vi hanno influenzato in qualche modo?
Avendo scritto io tutti i testi, credo di poterti rispondere in modo piuttosto esaustivo: no, in nessun modo. Volevamo trasmettere questo tipo di emozioni anche prima, anche perché il disco è pronto già da diverso tempo. Sicuramente gli ultimi due anni non ci hanno fatto cambiare idea, anzi.

Mi pare che in questa occasione avete scelto un approccio grafico differente, almeno per la copertina. Chi è l’autore della cover e cosa significa?
Corretto. Abbiamo voluto dare un taglio più evocativo ed oscuro agli artwork che accompagneranno tutto il periodo di “Death Siege”. L’autore è Abomination Hammer (IG: @abomination.malleo) e in realtà non c’è tanto da dire sul processo creativo dietro all’artwork; chiunque abbia lavorato con degli artisti di talento potrà confermati che il modo migliore per ottenere un risultato eccelso sia comunicare un mood, stabilire qualche idea a grandi linee, e lasciare piena libertà.

Il vostro precedente album, “Mass Grave”, è uscito per Season of Mist, il passaggio a una grande etichetta ha in qualche modo favorito la vostra crescita e la vostra notorietà?
Molte persone hanno un’idea piuttosto sbagliata e lontana dalla realtà riguardo le case discografiche. La label si occupa della produzione, promozione e distribuzione del disco; tutto quello che viene dopo come ad esempio tour, festival o qualsiasi tipo di altra attività relativa alla band è responsabilità di quest’ultima.

Al di là della presenza di un etichetta più o meno influente alle spalle, quanto conta poter girare per poter promuovere un disco e quanto i blocchi dovuti alla pandemia vi hanno danneggiato da questo punto di vista?
Suonare nelle giuste situazioni è l’unica cosa che realmente conta, e non poterlo fare per due anni è stato a dir poco devastante. Come dicevo nella domanda precedente, l’etichetta è piuttosto ininfluente al fine di trovare buoni ingaggi, ma è un discorso generale e ovviamente non legato alla nostra situazione nel dettaglio. Season of Mist sta lavorando molto bene su “Death Siege”, siamo contenti di come stiano andando le cose per ora.

Quali brani di “Death Siege” proporrete dal vivo nelle prossime date?
Se il tempo del set lo permetterà, tutti.




Madvice – Under the burning sky

Questa volta la nostra collaborazione con Metal Underground Music Machine ci ha fatto incontrare i Madvice, autori di recente del secondo album della loro carriera, “Under the Burning Sky” (Nova Era Records).

Benvenuti, vi ho scoperto qualche anno fa in occasione del vostro esordio discografico, “Everything Comes to an End”. Come è stato accolto quel disco da addetti ai lavori e ascoltatori?
Asator: Il nostro “Everything Comes to an End” ha ricevuto molti apprezzamenti da parte dei recensori (recensioni tutte molto positive tranne una). Abbiamo avuto anche un buon incremento di numero di fan, segno che il disco è stato apprezzato anche dal pubblico.
Devo dire che, durante i live di promozione dell’album, abbiamo avuto sempre ottimi riscontri.

Mentre, voi siete ancora soddisfatti di quel disco?
Maddalena: Come tutti i dischi “precedenti” e, soprattutto, come tutti i primi dischi, ci sarebbero mille cose che non faresti più, o che faresti in un altro modo, o che avresti voluto suonare meglio, o che avresti voluto produrre meglio. Ma poi ti rituffi nel contesto e nel periodo nel quale hai fatto quel disco, e ti convinci che non avresti potuto far meglio, semplicemente perché in quel momento era così che doveva venir fuori, per tutta una serie di motivi. Abbiamo voluto fortemente quel disco, nonostante le nostre disillusioni musicali e la stanchezza nei confronti delle attuali dinamiche del mondo underground, contornate da una serie di difficoltà nel portarlo a termine, vogliamo particolarmente bene ad “Everything Comes to an End” e sì, ne siamo ancora molto soddisfatti!

Quanto siete cambiati voi come persone in questi anni, non proprio semplici, e quanto questo ha influito sulla band?
Maddalena: Purtroppo, situazioni come quella che abbiamo vissuto e che ancora stiamo in parte vivendo, non possono non lasciare tracce negative. Volendo rimanere in tema musicale, tanti gruppi non hanno resistito e si sono sbriciolati, ma fortunatamente noi siamo riusciti a non farci scalfire troppo da questa cosa, e abbiamo portato avanti lo stesso i nostri programmi, seppur con ovvio ritardo. Non aveva senso pubblicare un disco quando si aveva la certezza di non poter suonare dal vivo, e quindi abbiamo aspettato pazientemente.

“Under the Burning Sky” è il titolo scelto per il vostro ritorno: che significato date a queste parole?
Asator: “Under the Burning Sky” è un album incentrato sulla ribellione di Lucifero e sul fallimento della razza umana e la sua conseguente estinzione. Il cielo che arde è il preludio della guerra per detronizzare Dio e annientare la sua creazione preferita. L’uomo è visto come un parassita di madre Terra, per questo deve sparire.

Come sono nati i nuovi brani?
Asator: Le idee principali vengono da Maddalena, che è in tutto e per tutto la nostra mastermind. Oltre a scrivere i riff portanti, pensa già ad una struttura e ha sempre ben chiaro come deve suonare il pezzo. Generalmente ci propone già una base strumentale strutturata e comprensiva di batteria, per darci un’idea di ciò che ha in mente. Dopodiché io mi occupo delle voci e delle lyric e ognuno pensa all’arrangiamento del proprio strumento.

La copertina, disegnata da Toderico, ha dei toni molto oscuri, quasi in contrasto con il bianco dominate del predecessore. Ha un significato particolare questa scelta oppure avete lasciato libera scelta a Roberto?
Asator: Quando è stato il momento di pensare a una copertina, mi sono fatto una bella chiacchierata con Roberto per spiegargli di cosa parlavano le lyric e per fargli capire l’atmosfera che volevamo ottenere. Tutto il resto è farina del suo sacco, noi gli abbiamo dato carta bianca e lui non ci ha deluso!

“Quelli uguali non contano” salta all’occhio nella tracklist per il titolo in italiano, che mi dite di questo brano?
Maddalena: “La lunghezza effettiva della vita è data dal numero di giorni diversi che un individuo riesce a vivere. Quelli uguali non contano”, citazione dell’immenso Luciano De Crescenzo. Cercavamo un titolo insolito, per un brano insolito; quel pezzo è uno strumentale di circa due minuti partorito da Raffaele (Lanzuise, bassista), e proprio a lui è venuta l’idea di omaggiare De Crescenzo dedicandogli il titolo.

Ci sono dei pezzi che avete escluso, invece, dalla tracklist definitiva?
Maddalena: No, nella nostra fase compositiva, ad un certo punto, abbiamo deciso di fermarci e di concentrarci sulla produzione vera e propria dei pezzi. Abbiamo pensato che fosse meglio fare un disco più breve, più leggero e digeribile (termini poco adatti ad un disco death metal, ma rendono l’idea). Meglio lasciare l’ascoltatore con la voglia di averne ancora un po’ che rischiare una ridondanza.

Promuoverete il disco dal vivo?
Asator: In realtà abbiamo già iniziato a promuovere il disco suonando dal vivo. Non abbiamo la palla di cristallo e non possiamo sapere cosa succederà nel prossimo futuro tra guerra e pandemia, quello che posso dirti è che, situazione mondiale permettendo, abbiamo intenzione di fare tutti i concerti che possiamo nei prossimi mesi!

Brutality – Sempiternity

ENGLISH VERSION BELOW: PLEASE, SCROLL DOWN!

I Brutality sono giunti al canto del cigno? Forse sì, forse no… Nemmeno Scott Reigel ci ha chiarito quale sia la vera natura di “Sempiternity” (Emanzipation Productions), il nuovo album che raccoglie brani inediti, nuove versioni di vecchie canzoni e tracce live.

Ciao Scott, che posto occupa il nuovo album “Sempiternity” nella vostra discografia? Dovremmo considerarlo una compilation, un album dal vivo o il vostro canto del cigno?
Per me è il nostro quinto album. Non la considero una compilation, un album dal vivo e per ora non siamo sicuri se questo sarà l’ultimo nostro disco che i nostri fan ascolteranno!

Che ruolo ha giocato Michael H. Andersen, l’A&R dell’Emanzipation Productions, nella realizzazione di questo disco?
Lavoriamo con Michael da diversi anni. Ha sempre voluto fare un album con noi. Dopo che ci siamo sciolti nel 2020, è venuto da noi e ci ha chiesto se c’era del materiale che potevamo pubblicare come possibile “Swan Song”. Così nato “Sempiternity”!

Le due nuove canzoni dell’album sono “Orchestrated Devastation” e “Fluent In Silence”, come sono nate queste tracce?
Abbiamo lavorato su queste tracce per anni per inserirle in un full-length. Queste due tracce erano le più complete e quelle che sentivamo che si adattavano al meglio a ciò che siamo oggi.

Quanto è difficile rimettere insieme una band dopo una lunga pausa, anche solo per registrare due nuove tracce?
Siamo tutti amici da oltre 30 anni, quindi non è stato difficile stare insieme e preparare queste canzoni in studio. Quando stiamo tutti insieme, la musica scorre semplicemente fuori di noi in modo spontaneo.

“Crushed” e “Artistic Butchery” sono state ri-registrati, fino ad ora erano disponibili solo su un EP limitato autoprodotto dalla band uscito nel 2018. Quali sono le differenze tra queste nuove versioni e le originali?
Le canzoni sono sostanzialmente le stesse tranne per il fatto che Ronnie Pamer ha suonato la batteria e Jay Fernandez si è occupato delle chitarre in entrambe le canzoni. Li abbiamo registrati per divertimento un fine settimana negli studios di Jarrett Pritchards su un registratore analogico da 2 pollici che aveva acquistato. Poi abbiamo deciso di pubblicarle in vinile per i nostri fan.

Le ultime quattro tracce (“These Walls Shall Be Your Grave”, “Cries Of The Forsaken”, “Cryptorium” e “48 To 52”) sono state registrate dal vivo al Maryland Deathfest nel maggio 2019. Perché avete scelto queste quattro canzoni?
Il nostro set quella sera aveva una durata limitata, quindi abbiamo usato le tracce che ritenevamo suonassero al meglio. Ci sono ancora alcune registrazioni di quella notte, ma avevamo già deciso di usare delle versioni ri-registrate per questo album. Forse in futuro le pubblicheremo per farle ascoltare ai fan.

Che ricordi hai del concerto in cui sono stati registrati?
È stato un grande spettacolo con molti fan e feedback positivi. Probabilmente una delle nostre migliori esibizioni dal vivo nella nostra carriera di oltre 30 anni! Presentavamo una formazione particolarmente sul palco quella notte. Penso che i fan lo avvertiranno nell’album quando lo ascolteranno!

Senza i Brutality, pensi di unirti a un altro progetto o di fondare una nuova band?
In realtà sto lavorando a un progetto parallelo che per ora si chiama Primal Drift e ho intenzione di pubblicare un album completo nel 2023. Aggiornerò i fan man mano che le cose andranno avanti!

Grazie per l’intervista, vuoi salutare i fan di Brutality con un addio o un arrivederci?
Vorremmo ringraziare tutti i nostri fan in tutto il mondo che sono rimasti con noi durante i nostri alti e bassi. Abbiamo i fan più devoti del metal! Stay Brtual!

Have Brutality come to swan song? Maybe yes, maybe not … Not even Scott Reigel has clarified the true nature of “Sempiternity” (Emanzipation Productions), the new album that collects unreleased titles, new versions of past songs and live tracks.

Hi Scott, what place does the new album “Sempiternity” occupy in your discography? Should we consider it a compilation, a live album or a swansong?
Well for me it is our 5th album. I don’t consider it a compilation, live album and for now we are not sure if this is the last our fans will hear from us!

What role did Michael H. Andersen, Emanzipation Productions A&R, play in the making of this record?
We have been working with Michael for several years. He always wanted to do a album with us. After we disbanded in 2020 he came to us and asked if there was any material we had we could we release as a possible Swan Song. “Sempiternity” was born!!!

The two new songs on the album are “Orchestrated Devastation” and “Fluent In Silence”, how are born these tracks?
We had been working on these tracks for years for a full length album. These 2 tracks were the most complete and the ones that we felt and best fit who we are today.

How hard is it to put a band back together after a long hiatus, even if just to record two new tracks?
We all have been friends for over 30 years so it wasn’t hard to get together and get these songs ready for the studio. When we are all together the music simply flows out of us organically.

Crushed” and “Artistic Butchery” were re-recorded in 2018, and only available until now in a limited 7” EP self-released by the band. What are the differences between these new versions and the originals?
The songs are basically the same except Ronnie Pamer is on drums and Jay Fernandez is on guitar playing all the parts on both songs. We recorded them for fun one weekend at Jarrett Pritchards studio on a 2in analog tape machine he had purchased. Then we decided to release it on vinyl for our fans.

The last four tracks (“These Walls Shall Be Your Grave”, “Cries Of The Forsaken”, “Cryptorium” and “48 To 52”) were recorded live at the Maryland Deathfest in May 2019. Why did you choose these four tracks?
Our set that night was only a certain of time length so we used the tracks we felt sounded the best that night. There are a few more tracks from that night but we were already using them from the re-recorded songs we were putting on this album. Perhaps in the future we will release them for fans to hear.

What memories do you have of the concert in which they were recorded?
It was a great show with lots of fans and positive feed back. Probably one of our best live performances in our 30 career! This line up was ferocious on stage that night. I think fans will hear that on the album when they listen to it!

Without Brutality, do you think you merge another project or join a new band?
I’m actually working on a side project now called Primal Drift and plan on releasing a full length album 2023. I will be updating fans as it progresses!

Thanks for the interview, do you want to greet Brutality fans with a farewell or a goodbye?
We would like to thank all of our fans world wide that have stuck with us through all our ups and downs. We have the most dedicated fans in metal! Stay Brutal!