Zora – Soul raptor

Ci siamo, i veterani deathster Zora sono giunti alla loro terza fatica intitolata “Soul Raptor”, prodotta e distribuita da Maxima Music Pro (ID), Wings of Destruction (RU) e Old Metal Rites (BR). Abbiamo fatto una chiacchierata con Tat0, bassista/cantante della band, il quale ci ha svelato alcune curiosità riguardo al collaudatissimo terzetto calabrese.

Ciao Tat0, innanzitutto ci tengo a ringraziarti per la tua disponibilità e ti do il benvenuto sul Raglio del Mulo! Che ne diresti, come prima cosa, di spiegare il significato che si cela dietro il nome della band? Come mai avete optato per questo moniker?
Ciao Luca! Grazie a voi per lo spazio che ci offrite, e che offrite all’underground nostrano, per noi è davvero un piacere scambiare due parole! Il nostro nome non deriva dal fumetto, non è la vampira ahahha, lo anticipo perché è una domanda che ci viene fatta spesso ovviamente, ed è sempre bello raccontare da cosa deriva in realtà. Zora era il pitbull del nostro primo grafico Fabio Bagalà, colui che ci ha disegnato anche il logo, un cane ferocissimo, ma allo stesso docilissimo e riconoscente nei confronti di Fabio, e questo perché era reduce di combattimenti clandestini che lo avevano ferito nel corpo e soprattutto nell’animo, rendendolo diffidente ed incazzato con tutto il mondo, tranne che appunto con Fabio, colui che lo trovò per strada traendolo in salvo. Data la sua storia, ed il motivo della sua rabbia, ci sembrò subito il nome perfetto per la band.

Siete dei veterani nel campo, ti andrebbe di fornirci qualche informazione in più sull’attuale formazione? Anche per ciò che concerne il vostro “passato”… Quale è il vostro background musicale?
Gli Zora sono attivi dal 2003, ed in questi anni abbiamo avuto diversi cambi di line-up; la formazione attuale, ormai stabile dal 2014, comprende me alla voce ed al basso, Glk Molè alle chitarre e Giampiero Serra alla batteria. Proveniamo tutti naturalmente da un background death, thrash e black metal, ed ognuno di noi ha anche altri progetti che vertono sempre e comunque sull’extreme metal.Iio e Glk facciamo parte anche dei Glacial Fear, ma abbiamo pure altri progetti separati come Antipathic, Defechate, Throne of Flesh, Unscriptural, Warification per me, e Bastardi e Lupercalia per GLK, ed anche Giampiero milita nei sardi Deathcrush, negli Infernal Goat, ha fatto parte dei Necromessiah ed è partecipe in altre band come session in studio.

Il vostro nuovo “Soul Raptor” è uscito a ben cinque anni di distanza dal precedente “Scream Your Hate”. Secondo te quali sono le maggiori differenze tra le due release? E in che maniera pensi si sia evoluto il vostro sound in tutti questi anni?
Beh, le differenze ci sono ed anche nette, la principale delle quali a parer mio è la voce, perché quando registrai “Scream Your Hate” era il primo disco che cantavo in vita mia, e lo feci in fretta e furia spinto dalla necessità di chiudere quel lavoro, in quanto il cantante di allora purtroppo mollò improvvisamente e durante le registrazioni del disco per scelte e motivi personali … da lì in poi ho avuto l’input e la possibilità di approfondire di più questo aspetto della voce, grazie a nuovi progetti che formammo soprattutto, quindi in “Soul Raptor” ho avuto meno difficoltà, anche se non mi ritengo affatto un cantante, di esercizio devo farne ancora ed anche tanto… Non è detto che un domani ri-registremo quel disco, “Scream Your Hate”, mi piacerebbe soprattutto al fine di dargli più giustizia, e di valorizzare di più l’ottimo lavoro che sia Gianluca che Giampiero hanno fatto in quell’album, tanto quanto in questo nuovo. Per quanto riguarda il sound io non credo sia variato molto, forse è più ispirato, questo si, anche perché è il frutto di una pandemia globale che ha portato ancora più a galla tutta la merda che aleggia nell’essere umano, e questa per noi è sempre stata la maggiore fonte di ispirazione.

Parlaci un po di “Soul Raptor”… Dove è stato registrato? A chi vi siete affidati per la buona riuscita dello stesso?
Beh, noi sin dal primo demo “Dismembered Human Race” del 2004, ci siamo sempre affidati a Glk Molè, il nostro chitarrista. Lui ha un’esperienza davvero ventennale nel settore, nonchè un proprio studio di registrazione, il SoundFarm Studio a Catanzaro; non siamo mai rimasti delusi dalle sue produzioni, e continueremo ad affidare sempre a lui i nostri lavori.

Entrando più nello specifico, in che modo prende forma un tipico brano degli Zora? Chi di voi prende parte alle composizioni?
Generalmente scrivo io i brani, o meglio, li strimpello con la chitarra cercando di far capire qualcosa, una volta fatto lo scheletro lo presento ai ragazzi ed ognuno ci mette del suo… nascono da soli e per caso, da un riff che ti si piazza in testa o da un pensiero che si trasforma in una melodia, poi il tutto prende forma in maniera naturale e senza troppe forzature o ricerca stilistica legata a durata o genere, l’istintività è l’unica componente trascinante.

Allo stesso modo vorrei chiederti qualche curiosità sui testi, quali sono gli argomenti trattati?
I testi degli Zora non hanno tematiche politiche o religiose, sono denunce sociali e sfoghi nei confronti di tutto ciò che opprime ed imbastardisce la razza umana, e ciò che la imbastardisce ed opprime è essa stessa… Il nostro motto è sempre stato Scream Your Hate, ed è esattamente su questo che verte la nostra musica ed il nostro messaggio, non bisogna mai tenersi nulla dentro, bisogna sempre urlarlo e con forza, possa piacere o meno, non è questo ciò che conta, ma il sentirsi appagati con sé stessi.

Secondo te in tutti questi anni, come si è evoluto il movimento underground in Italia e come reputi la scena nazionale in ambito estremo?
Io credo che in Italia di band valide ce ne sono e non poche, ma quello che manca è il reale sostegno reciproco, così come il reale interesse verso le produzioni altrui. Ci si relaziona solo per secondi fini, che potrebbero essere una data live, un aiutino con qualche label o agenzia, e tutto ciò che possa portare acqua la proprio mulino. Non è così che funziona una scena, per questo a mio parere in Italia non esiste una vera scena, ma tante singole realtà, difatti man mano negli anni si è praticamente fermato tutto, a cominciare dalla scarsa affluenza ai concerti, dal momento che si a vedere solo gli amici o si smuove il culo giusto per andare ad accaparrare qualche serata per la propria band, cosa che ha portato ovviamente alla chiusura progressiva di molti locali, o al cambio di offerta musicale degli stessi, lasciando uno spazio marginale o nullo al metal visto che non conviene farlo; ricordiamoci che un locale è in primis un’attività commerciale, non possiamo prendercela con loro se preferiscono fare karaoke, ma con noi stessi. Ovviamente non dico né tanto meno sostengo la tesi del “bisogna andare ad ogni serata metal perché bisogna supportare il genere”, questa per quanto mi riguarda è una bella stronzata, non dobbiamo mica timbrare un cartellino di ingresso, ma da qui a non andare mai a nessuna serata ce ne passa…

Quali sono le band che stilisticamente vi hanno influenzato?
Personalmente non poso fare a meno di citare i Cannibal Corpse, così come Bolt Thrower, Obituary, Deicide, Suffocation, Deeds of flesh, Dying Fetus… ma anche Throwdown, Downset, Suicidial Tendencies, Slayer… insomma band che ho ascoltato da sempre e che, volente o nolente, mi hanno condizionato dandomi un imprintig.

Eccoci alla fatidica domanda: “E adesso?” Avete dato alle stampe il vostro terzo album, pensate di esibirvi live quanto prima per promuoverlo? Anche e soprattutto in considerazione sia del periodo che stiamo vivendo, sia del fatto che in questi giorni i contaggi da Covid-19 stiano di nuovo aumentando e che la nuova variante del virus risulti più invasiva di quanto non lo siano state le precedenti…
Siamo soddisfattissimi di questa pubblicazione e adesso stiamo già pensando alla prossima, che molto probabilmente sarà uno split con band italiane a noi molto care e con le quali siamo legati da tempo (non faccio i nomi perché la cosa è ancora in stato embrionale). Per quanto riguarda i live noi in realtà non ne facciamo da ben prima la pandemia, sia per motivi logistici (viviamo molto distanti tra noi) e sia perché la situazione odierna personalmente mi ha fatto passare la voglia di fare live, e non parlo di emergenza sanitaria, ma della continua recita nella quale devi calarti per ottenere qualche concertino del cazzo: compromessi, finte amicizie, locali mancanti e quindi strutture inadeguate. Di certo non pretendiamo palchi e locali super attrezzai, anche perché per ciò che suoniamo non ce n’è bisogno, anzi noi amiamo suonare per lo più nei centri sociali, ma neanche posti improvvisati e con band con le quali non abbiamo nulla da condividere… Sono cambiati troppi fattori, divertitevi voi.

Siamo giunti al termine Tat0, ti rinnovo i ringraziamenti per questa intervista e auguro a te e alla band un grandissimo in bocca al lupo, concludi pure come vuoi!
Grazie ancora a te Luca, per le belle e stimolanti domande e per lo spazio che ci hai offerto, viva il lupo e rimaniamo sempre in contatto, se qualcuno volesse ascoltare qualcosa di nostro può farlo al nostro canale bandcamp zora.bandcamp.com. Sempre estremi e Scream Your Hate!

Descent Into Maelstrom – Estrema dodecafonia

I deathsters emiliani Descent Into Maelstrom sono una band di recente formazione, ma che possiede tutte le carte in regola per emergere. Facciamo quattro chiacchiere con il bassista Michele e cercare di scoprire cosa ha in serbo il futuro per questa promettente band…

Ciao Michele, ti do il benvenuto al Raglio del Mulo e ti ringrazio per la tua disponibilità a rilasciare quest’intervista. Come prima cosa che ne diresti di far conoscere la band ai nostri lettori?
I Descent Into Maelstrom nascono come progetto in studio di Andrea Bignardi, che per il primo disco ha fatto tutto da solo. Nella seconda metà del 2017 ha cercato altri musicisti per portare quei pezzi dal vivo e così siamo diventati una band e abbiamo iniziato a girare fino all’arrivo del virus, al momento siamo in quattro. Andrea alla chitarra e voce, Mattia e Pietro alle chitarre ed io al basso. Siamo divisi tra Piacenza e Milano ma, grazie alla tecnologia, riusciamo a collaborare tranquillamente. Al momento stiamo cercando un batterista che voglia suonare fisso con noi.

Avete all’attivo due full e lo scorso anno avete dato alle stampe l’EP intitolato “Gehenna”, a questo punto vorrei chiederti in che modo si è evoluta la band in questi anni…
Siamo cambiati tantissimo in questi quattro anni. Il primo disco, omonimo, era un death melodico con qualche spunto black. Su “Iconoclasm” abbiamo già lavorato più come band, ognuno è riuscito a mettere la sua personalità ed è venuto fuori un disco di death più classico con spunti dodecafonici. Suonando insieme e facendo esperienza sul palco siamo cresciuti e il risultato è stato “Gehenna”; lì siamo andati su quello che ora chiamano progressive death metal e abbiamo spinto molto sul lato dodecafonico. E’ stato un’ Ep pensato e creato proprio per sperimentare certe sonorità e, alla sua nascita, è legato anche un aneddoto: quei pezzi sono stati scritti all’inizio della pandemia, quando eravamo tutti costretti a casa e risentono molto di quel clima di tensione. Arrivati ad agosto avevamo deciso di accantonarli perché ci sembravano troppo sperimentali e non sapevamo come sarebbero stati accolti. L’idea di un’Ep indipendente ce l’ha data Andy Marchini. Vista la bontà del materiale, ci ha consigliato di pubblicarlo comunque ed effettivamente si è rivelata la scelta giusta. Al momento stiamo ancora sperimentando aspetti diversi tenendo sempre d’occhio la tecnica.

L’uscita del già citato “Gehenna” lascia presupporre che vi stiate preparando per l’uscita di un nuovo full, ti senti di confermare di confermare?
Sì e no, in realtà. Sì perché quello che sarà in terzo album, “Dei Consentes”, è già stato composto. In fase di arrangiamento però, ci siamo accorti di voler sperimentare con archi e tastiere. Abbiamo deciso di lasciare un attimo da parte il terzo disco e scrivere un altro Ep che si chiamerà “Nocturnal Transfiguration” e avrà elementi sinfonici. E’ stata una scelta dettata anche dal fatto che il terzo disco è considerato quello della maturità della band, non si può sbagliare. Sentendo il bisogno di fare ancora qualche esperimento, abbiamo deciso di giocarci di nuovo il “jolly” Ep e far uscire “Dei Consentes” quando saremo totalmente convinti che ci rappresenti.

Come definiresti il vostro sound? Quali sono le band che vi hanno segnato e che fungono per voi da fonte d’ispirazione?
Abbiamo scelto la definizione di “dodecaphonic metal”: si tratta di metal estremo, quindi elementi death e black, con un certo grado di tecnica e l’uso delle serie dodecafoniche che danno delle sonorità particolari. Ispirazione, questa è sempre la domanda difficile. Parto da Schönberg, compositore classico tra i primi a usare le serie. Venendo al Metal sicuramente Death, Pestilence, Cannibal Corpse, Dark Tranquillity ma anche i nostrani Sadist e Fleshgod Apocalypse. Poi tra noi quattro ascoltiamo moltissime altre cose ma queste sono le influenze comuni.

Entrando più nel dettaglio, chi di voi partecipa, e in che misura, alla stesura del songwriting?
Ovviamente, il processo è cambiato nel tempo. Andrea scrive a getto continuo, ha sempre idee! Noi altri, specialmente da “Gehenna” in poi, scriviamo riff e serie dodecafoniche che poi mandiamo a lui che li usa dove servono e da l’impronta definitiva al pezzo. A quel punto ognuno lavora all’arrangiamento definito del proprio strumento e poi valutiamo tutti insieme il risultato finale.

E dei testi cosa mi dici? Quali sono i temi trattati?
Sono Andrea e Mattia ad occuparsi dei testi anche se ognuno porta il suo contributo. I temi sono diversi; ci troviamo bene a lavorare per concept. In Iconoclasm i temi erano legati ai singoli dipinti, “Gehenna” era incentrato sull’Inferno dantesco, “Nocturnal Transfiguration” parlerà del rapporto uomo-montagna e “Dei Consentes” del pantheon degli dei romani.

Devo ammettere che la cover del vostro secondo “Iconoclasm” mi ha molto colpito, qual è il significato che si cela dietro?
E’ opera di Jarno Lahti della Kaamos Illustration che si è occupato delle copertine degli album e ha sempre fatto dei gran lavori! Quella in particolare esprime le atmosfere generali del disco; sono i toni cupi e opprimenti che vengono fuori sia dei testi che della musica.

Da band, come avete vissuto questo lungo periodo di isolamento forzato causa Covid?
Che dannata fregatura! Conta che il secondo disco era uscito a fine ottobre 2019 ed eravamo pronti per girare, avevamo delle date all’estero e diverse opportunità qui in Italia. Da un giorno all’altro tutto cancellato. Nonostante tutto, come band abbiamo reagito bene. Siamo rimasti sempre in contatto e ne abbiamo approfittato per scrivere molto materiale nuovo, “Gehenna” è nato allora, abbiamo ri-registrato il primo album e abbiamo spinto un po’ di più sui social. Cerchiamo di sfruttare al meglio il tempo che è l’unica cosa che si può fare.

A tal proposito, non appena sarà possibile, avete in mente di calcare immediatamente il palco cercando di recuperare il tempo perduto, oppure avete in mente magari di tornare in sede live non appena avrete concluso le registrazioni del nuovo materiale?
Live subito! Non vediamo l’ora di tornare sul palco! Siamo stati fortunati e abbiamo potuto suonare anche ad ottobre 2020. Il 16 luglio saremo sul palco del Malafest a Palosco e speriamo di fare altre date anche dopo. Le registrazioni di “Nocturnal Transfiguration” sono in corso proprio in questi giorni, per quanto riguarda “Dei Consentes” invece penso si parlerà dell’anno prossimo.

Timeout, Michele! Grazie ancora per la tua disponibilità, colgo l’occasione per salutare la band e farvi i miei più sinceri auguri per il futuro, concludi pure come vuoi!
Grazie a te e al Raglio del Mulo per il supporto! Un saluto a tutti quanti e speriamo di esserci lasciati il peggio alle spalle e di poterci vedere a qualche concerto! L’underground italiano è pieno di band validissime, scopritele e supportatele.

Xenos – L’alba di Ares

I thrashers siciliani Xenos sembrano in un periodo di forma smagliante e, a un solo anno di distanza dall’uscita di “Filthgrinder”, sono pronti a tornare sulle scene con “The Dawn Of Ares” (Iron Shield Records). Scopriamone qualcosa di più con il bassista/cantante Ignazio Nicastro.

Ciao Ignazio, ti do il mio benvenuto su Il Raglio del Mulo e ti ringrazio per la tua disponibilità. Per prima cosa ti chiederei di raccontarci un po’ di come e quando è nata la band…
Gli Xenos nascono nei primi mesi del 2019 ma, onestamente, l’idea di dar vita ad una band parallela agli Eversin mi balenava in mente da un po’. Sentivo la necessità di tornare a suonare ciò che mi ha spinto ad imbracciare il basso, di tornare a suonare thrash metal nella sua forma più classica. Io sono cresciuto con Slayer, Megadeth, Annihilator, Testament, Xentrix ed è questo il genere di musica che mi dà emozioni.
Quindi ho deciso di sviluppare più approfonditamente certe idee, certi riff, certe linee vocali e, con l’aiuto di Giuseppe e Danilo, ho registrato dei demo. Ci siamo accorti che i brani funzionavano alla grande e quindi abbiamo deciso di comune accordo che sarebbe stato il caso di portare avanti un discorso musicale più concreto. I brani che compongono “Filthgrinder” sono stati composti ed ultimati tra marzo ed aprile 2019 e già a giugno avevamo ultimato le registrazioni.

Nonostante gli Xenos siano una band giovane, ognuno di voi ha delle precedenti esperienze musicali, puoi brevemente illustrare i vostri “trascorsi” in tal senso?
Ho iniziato a suonare a 14 anni, il primo demo lo registrai nel 1997 quando suonavo in una band black metal che avevo fondato. Successivamente formai i Fvoco Fatvo poi divenuti Eversin, con il quali ho pubblicato quattro dischi e suonato su alcuni dei più grossi palchi europei avendo la possibilità di stare fianco a fianco con band come Maiden, Slayer, Megadeth, Annihilator e tanti altri. Gli Xenos sono un po’ la summa di tutte queste mie esperienze fatte nel corso degli anni. Peppe è un musicista della scena Metal di Palermo, ha suonato con diverse band prima di entrare negli Xenos e vanta un’ottima esperienza dal vivo oltre ad essere un chitarrista a dir poco portentoso. Non nascondo che molto del successo degli Xenos è merito suo. Danilo è con me dal 2013, anche lui ha diverse esperienze pregresse in varie band metal siciliane ed è un batterista eccezionale, violento ma al contempo dotato di una tecnica perfetta. Un vero metronomo umano.

Come “Filthgrinder” anche la nuova release “The Dawn Of Ares” uscirà per la tedesca Iron Shield Records, la quale punta molto su di voi. Ci potresti riassumere brevemente in che modo e in che circostanze è nato il loro interesse per gli Xenos?
A dire il vero “Filthgrinder” è uscito per la Club Inferno Ent. e non per Iron Shield, eheheh. Con la Iron Shield i contatti sono iniziati subito dopo la pubblicazione di “Filthgrinder”, diciamo che ci siamo piaciuti fin da subito.

Il vostro sound è chiaramente ed inequivocabilmente di matrice thrash metal, quali sono le band che fungono da “muse ispiratrici” per gli Xenos?
Per quanto mi riguarda Megadeth, Annihilator e Slayer saranno sempre continue fonti di ispirazione. Ovviamente band come Metallica, Testament, Xentrix, Kreator e Coroner sono stati e sono tutt’ora fondamentali per noi.

“The Dawn Of Ares” uscirà ad appena un anno di distanza dal precedente ed ottimo “Filthgrinder”, possiamo ben dire che avete al meglio approfittato di questo anno di lockdown?
Uhm, sicuramente l’attuale e merdosissima situazione, costringendoci a casa, ha agevolato la composizione del nuovo disco ma, onestamente, non penso che in assenza di essa i tempi si sarebbero allungati di tanto. Compongo e registro continuamente, praticamente ogni giorno.

“Filthgrinder” ha una produzione davvero eccellente, chiara e potente… A chi vi siete affidati per la buona riuscita?
Grazie mille per il complimento. Quel suono ruvido, sporco e potente per me è sta alla base del successo di “Filthgrinder” ed è esattamente ciò che volevamo. Il mixing è stato curato da me e da Francesco La Spina, tecnico del suono che si è occupato degli ultimi due dischi degli Eversin.

Per ciò che concerne il songwriting chi di voi è il maggiore compositore?
Compongo e registro tutte le strutture dei brani poi le invio a Peppe e Danilo. Gli arrangiamenti vengono poi man mano studiati da tutti. Peppe, in questo frangente, svolge un ruolo fondamentale.

Per quanto riguarda i testi vorrei chiederti quali sono i temi che trattate di solito…
Ho un modo di scrivere molto “classico”, in fondo mi basta aprire la finestra la mattina per trovare qualcosa che mi faccia girare le palle. Guardando i TG, tutta la merda che succede in questo mondo malato è continua fonte di ispirazione per scrivere un buon testo. Guerra, inquinamento, pandemia, animali in estinzione…

Curiosando nelle note della vostra biografia ho notato che, per ciò che concerne la nuova release, vi siete avvalsi della collaborazione di Josh Christian dei Toxik e Tony Dolan dei Venom Inc. Com’è stato lavorare con loro? Svelaci qualche curiosità al riguardo…
Beh, sono dei professionisti di fama mondiale, poter lavorare con gente di questo calibro è comunque una cosa straordinaria. Conosco Tony Dolan da tanto ormai, è uno dei miei cantanti preferiti, la sua voce ruvida, spigolosa e catramosa è davvero fenomenale. Ho chiesto al nostro tour manager di fare da tramite dato che, da quanto ne so, è da un po’ che Tony non fa il guest. Fortunatamente, una volta ascoltato il brano, ha subito accettato ed il risultato è devastante. Per quanto riguarda Josh Christian, beh, è un chitarrista straordinario ed i dischi dei Toxic ne sono la prova. L’ho contattato io stesso via Facebook, e dopo un po’, ha accettato. Era molto impegnato con la sua band, quindi la cosa ha richiesto del tempo. Alla fine, anche in questo caso, il risultato è stato incredibile.

Immagino che, una volta uscito il nuovo “The Dawn Of Ares”, prenderete in seria considerazione la possibilità di tornare a suonare live, giusto? A maggior ragione del fatto che il tutto sembra si stia per rimettere in moto…
Poter tornare su un fottutissimo palco è in assoluto la cosa che più oggi desideriamo e stiamo facendo del nostro meglio affinché questo possa accadere già per fine anno.

Ignazio, l’intervista è giunta al termine, non mi resta che fare a te e alla band i miei più sinceri complimenti ed auguri per il futuro. Concludi come vuoi!
Grazie mille per il supporto, sono felice che abbiate apprezzato “Filthgrinder”, sono certo che rimarrete incantati da “st”. Prova ad immaginare un “Filthgrinder” 100000 volte più potente, più tecnico e più cattivo…

Ibridoma – Answers in ruins

A quasi tre anni di distanza dalla loro ultima fatica discografica, intitolata “City Of Ruins” ed uscita per l’italiana Punishment 18 Records, tasteremo il polso agli Ibridoma, band marchigiana presente sulle scene da 20 anni. Ne parliamo con Leonardo, il bassista…

Ciao Leonardo, ti do il benvenuto al Raglio del Mulo e ti ringrazio per la tua disponibilità a questa intervista, siete in attività ormai da una ventina d’anni, ti andrebbe di parlarci un po’ della storia della band?
Ciao a tutti e grazie del benvenuto, noi siamo gli Ibridoma, una band partita nel 2001 con stampo puramente heavy metal classico, ma che nel corso degli anni ha subito sensibili mutamenti grazie ai vari cambi di formazione, infatti della line up originale rimangono solamente Alessandro Morroni alla batteria e Christian Bartolacci alla voce, il primo chitarrista solista, Pietro Alessandrini, ha ceduto il testimone a Marco Vitali, io ho riempito il vuoto lasciato dal bassista Lorenzo Petrini mentre Simone Mogetta ha ceduto il posto di chitarrista ritmico prima a Daniele Monaldi, poi a Sebastiano Ciccalè ed infine a Lorenzo Castignani. Nel corso della nostra carriera abbiamo prodotto cinque album “Ibridoma” nel 2010, “Nightclub” nel 2012 prodotto da Michael Baskette, noto per aver lavorato con Alter Bridge, Slash e molti altri, “Goodbye Nation” nel 2014 prodotto da Max Morton, “December” nel 2016 e “City of Ruins” nel 2018, questi ultimi prodotti da Simone Mularoni. Nell’arco degli anni abbiamo suonato con diversi nomi di rilievo come Blaze Bayley, facendogli da gruppo di apertura nel suo tour italiano di “The man who would not die”, e Manowar nel festival Magic Circle.

Come mai Ibridoma? Quali furono le circostanze che portarono a propendere per questo nome?
Il nome Ibridoma è stato scelto per il fatto che nessuno dei membri originali provenisse dallo stesso genere, Alessandro e Simone ascoltavano principalmente hard rock, Christian votato all’heavy metal, Pietro che viveva di thrash metal e Lorenzo che ascoltava quasi soltanto death. Ibridoma in parole povere è una cellula che produce anticorpi di vario tipo partendo da un singolo genere, quindi come nome secondo me era piuttosto azzeccato.

Siete una band ormai molto matura, puoi dirci come, secondo te, si sia evoluto in tutti questi anni il vostro sound? Tenendo ovviamente conto del fatto che avete rilasciato ben cinque full…
Il sound del gruppo si è evoluto principalmente per due motivi, il primo sta nel fatto che la maggior parte di noi ormai ha raggiunto una certa età per così dire, quindi abbiamo bene in mente le origini di ciò che ascoltiamo e suoniamo, dall’altro lato però abbiamo sempre seguito il mercato musicale aprendoci anche a nuovi generi, aiutati anche dalla formazione che cambiava spesso, portando nuova linfa alla creazione dei pezzi e offrendoci anche punti di vista più “freschi” rispetto al nostro della “vecchia guardia”.

Il vostro sound di riferimento è chiaramente una forma di metal classico anche se, ascoltando bene, è possibile cogliere anche altre sfumature stilistiche, quali sono le band a cui vi ispirate?
Indubbiamente la base del nostro sound nasce dagli Iron Maiden, ma le nostre influenze sono le più disparate, abbiamo Megadeth, Stratovarius e AC/DC tra le band classiche, molto spesso per gli stacchi ci basiamo su gruppi più aggressivi come Six Fet Under, Breakdown of Sanity o Arch Enemy. Ce ne sono molte altre a cui facciamo riferimento, soprattutto perché sono band che ascoltiamo spesso per nostro gusto personale, ma se dovessi elencarle tutte probabilmente staremmo qui per almeno un’altra ventina di righe.

Volendo trattare il “tema” composizioni, chi di voi è il principale artefice?
A livello strumentale il principale compositore è Marco Vitali che, avendo una formazione tecnica più completa, riesce a comporre con più facilità rispetto al resto di noi, ciò nonostante tutto ognuno di noi ha sempre portato riff o perfino canzoni complete all’attenzione degli altri, e da lì si partiva con i dovuti cambiamenti.

E dei testi che mi dici? Quali sono i temi trattati?
I testi sono stesi quasi esclusivamente dal nostro cantante Christian Bartolacci, ma gli argomenti trattati sono proposti da tutti, abbiamo trattato temi concreti che ci toccassero personalmente, come il terremoto del 2016 e il recente cambiamento climatico o il continuo abbandono dell’Italia da parte dei giovani per tentare la fortuna all’estero. Abbiamo trovato queste tematiche più nelle nostre corde rispetto a temi più astratti o “epici”.

Vorrei soffermarmi un attimo sulla cover del vostro ultimo “City Of Ruins”, molto accattivante… Potresti spiegare cosa si cela dietro e chi è l’autore della stessa?
La copertina è stata creata da Gustavo Sazes, con il quale abbiamo collaborato anche per le copertine di “December” e “Goodbye Nation”, è un artista che sta andando molto e che ha collaborato con molti altri artisti come James LaBrie e Amaranthe. Ovviamente la copertina sta ad illustrare come noi stiamo percependo la nostra società odierna e il mondo che ci circonda.

Sono ormai passati quasi tre anni dal vostro ultimo full, ci sono novità che vuoi svelarci? Cosa avete in cantiere per il prossimo futuro?
Abbiamo dovuto dilatare un po’ i tempi a causa della pandemia e di alcuni problemi personali, ma sicuramente per il prossimo autunno usciremo con qualcosa di nuovo che certamente non deluderà chi già ci segue e che speriamo sia apprezzato anche da chi non ci conosce. 

Come band, in che maniera state vivendo questo particolare periodo storico in cui tutto si è fermato?
Sicuramente l’impossibilità di esibirci live si sta facendo sentire, ma ne abbiamo approfittato per stare di più con i nostri cari e cercare di migliorarci a livello sia personale che tecnico, inoltre abbiamo sempre cercato di non demoralizzarci e sicuramente la musica in questo ci ha aiutato molto, continuando a comporre e suonare, anche se per conto nostro.

Dunque Leonardo, siamo arrivati alla fine, grazie ancora per questa chiacchierata! Non mi resta che augurare a te e alla band un grosso in bocca al lupo per tutto, concludi come vuoi!
Grazie al Raglio del Mulo per lo spazio che ci avete concesso, ringrazio anche tutti coloro che hanno letto quest’intervista e continuano a seguirci e supportarci, per chi ancora non ci conoscesse spero che vorrete ascoltarci sui nostri social nell’attesa di poterci rivedere nuovamente live. Stay Metal

Feretri – Il culto del caos

Quest’oggi andremo a scoprire uno dei progetti musicali più interessanti che popolano il sottobosco dell’underground nostrano: Feretri. Questa one man black metal band ha da poco dato alle stampe un EP autoprodotto intitolato “The Priests Of Chaos”. Parliamone con il nostro interlocutore Snor Flade

Ciao Snor, e benvenuto al Raglio del Mulo! Che ne diresti di iniziare l’intervista parlandoci di come e quando nacque il progetto Feretri?
Ciao, grazie per il benvenuto. Il progetto Feretri prese forma nel 2014 durante un periodo oscuro e caotico della mia vita, dove ad un certo punto, istintivamente sentii il bisogno di riprendere i miei strumenti e gettare nella musica i miei stati d’animo ed esperienze passate, legate all’occultismo e alle proiezioni astrali del periodo. Nonostante ciò, volevo anche trasmettere all’esterno il mio pensiero sul sentirsi perennemente in lutto con la vita e la mia passione morbosa dei cimiteri, luoghi che fin dall’infanzia mi hanno sempre accompagnato, giacché sono “nato in lutto”, visto che mio padre morì in un incidente stradale quando io avevo all’incirca un mese.

Come musicista, prima di Feretri, hai avuto esperienze musicali precedenti? Qual è la tua storia in tal senso?
Nel 2003 fondai con un mio amico i Sepulcretum, facendo uscire una demo autoprodotta “A Mystic Funeral Site”su CD-R. Ricordo quei tempi con nostalgia e spensieratezza… Il black metal per me era un credo, uno stile di vita, un alleato. Purtroppo a causa della mia fortissima misantropia e disprezzo verso il mondo esterno, in seguito mi allontanai da tutto per sprofondare in una sorte di limbo, in compagnia di una persona che credevo sincera e dalla quale mi fidavo.

L’EP “The Priests Of Chaos” si compone di cinque brani, di cui uno (l’ultimo) che si assesta su coordinate dark ambient dalle forti tinte industrial, come mai hai optato per questa soluzione musicale?
Quando creo musica entro in uno stato mentale adeguato che mi apre nuovi sentieri, anche inaspettati. Spesso quando suono mi capita di entrare in una sorte di semi-trance o stato mentale alterato poiché per me la musica è uno strumento magico dove si possono creare mondi e richiamare perfino entità… E’ il caso di “In the deep of Noseremo”, dove nella parte finale risiede “Melmoth”, una mia eggregora che vomita tutto l’odio e lo scontento verso il genere umano. In questo brano mi sono voluto concedere lo sfizio di inserire suoni bineurali e tanta altra bella roba per stordire e annullare le difese dell’ascoltatore.

Ascoltando “The Priests Of Chaos” il primo nome che mi viene in mente è Burzum, correggimi se sbaglio… Quanto è importante per te il controverso e discusso musicista nativo di Bergen?
Personalmente ci sento più sonorità alla Darkthrone del periodo black’n roll/punk, per quanto riguarda Burzum… Beh, gli sono debitore. Ricordo ancora la prima volta che ascoltai la traccia “Det Som Engang Var”, non una volta ma per giorni interi, tanto che accantonai tutti i miei vari cd metal, entrando e provando una fortissima ed indiscussa sintonia col black metal. Penso che Burzum sia stato fondamentale per la mia crescita musicale nel black metal.

Andando a spulciare la tua biografia si vede che una label americana, la Staring Into Darkness, si è proposta per stampare l’EP in versione musicassetta, ma con una copertina differente… Puoi spiegarci le vicissitudini che hanno portato a questo?
La copertina è risultata abbastanza controversa, certa gente si è anche scandalizzata (!), azzardandosi ad associarmi ad un sottogenere del black metal di cui non ci ho nulla a che fare, anzi approfitto l’occasione per dire che i Feretri non appartengono a nessun tipo di ideologia o propaganda di stampo politico e/o religioso. Rob, il proprietario della Staring Into Darkness, mi ha chiesto gentilmente se potevo cambiare la copertina e quindi evitargli eventuali problemi, vista la situazione attuale che si respira negli States, così (anche se a malincuore) ho optato per la sostituzione.

Puoi spiegarci meglio come nasce un tipico brano di Feretri?
Da stati d’animo o mentali del momento, da dove vorrei trovarmi spiritualmente o da “simpatiche” proiezioni astrali, compresa la chiarudienza. Mi è capitato di sentire musica anche durante uno stato di trance o in dormiveglia, comprese visioni, ma la musica che sento durante quello stato è qualcosa di mistico e spettacolare, così a volte mi desto velocemente per riportarla sul piano fisico… Ma credimi, è nulla rispetto all’originale che avevo sentito pochi istanti prima. Altre volte semplicemente mi connetto col mio “Io” più profondo, e compongo di getto.

Parliamo un po’ dei brani che compongono “The Priests Of Chaos”, anche e soprattutto a livello di lyrics…
Mi sono ispirato alla mia Chaos Magick, in quanto praticante, e alle entità che circolano in rete. Ti è mai capitato di vedere video strani e di dubbio gusto, (es. 11B 3 1369) o video sigilli? Beh, questi ultimi sono forme di incanti moderni, utilizzando appunto immagini, accompagnate da musica delirante e sigilli sotto forma di video. Anche questa è Chaos Magick! I brani per questo EP dovevano essere di forte impatto, primordiali e con uno stile “proto black metal”, infatti puoi sentire anche riff thrash, death e doom. Il privilegio di suonare da solo è appunto il poter decidere in totale libertà cosa fare, senza dover discutere o essere influenzato da altri membri.

L’EP è appena stato dato alle stampe, ciò nonostante ti chiedo se a questo ci sarà un seguito, magari un full… Oppure ti stai occupando di altro?
Stavo lavorando a nuovi brani, stavolta su uno stile black metal più tradizionale, completando cinque tracce per Feretri, quando ad un certo punto mi venne una fortissima necessità e richiesta dalla mia parte più profonda, (visto il nuovo percorso magico al quale mi sto inoltrando) di fare musica di getto, istantanea e senza alcun tipo di congettura, un’auto-iniziazione magica musicale… Beh, in una settimana e mezzo ho terminato un album per il mio nuovo progetto battezzato Qliphothic Realm, chiaramente di stampo demoniaco goetico. Nonostante ciò credo che riprenderò il lavoro iniziato per Feretri, chissà stavolta potrei fare uscire un album completo, richiamando vecchie sonorità utilizzate nei vari EP passati.

Feretri sarà sempre un progetto solista oppure hai pensato magari di ampliare la line-up con l’ingresso di altri musicisti?
No, Feretri è e continuerà ad essere una one man band… In passato ho suonato con altri musicisti, ma ero sempre io a comporre e portare materiale nuovo, poi alla lunga perdevo l’entusiasmo iniziale, ed essendo un tipo molto individualista ho quindi deciso di proseguire da solo con la mia musica, con i miei tempi e senza impegni o vincoli di alcun tipo.

Ok, Snor, siamo ai titoli di coda… Ti ringrazio per la tua disponibilità a questa chiacchierata, concludi pure come vuoi!
Grazie a te per lo spazio dedicatomi, saluto e ringrazio coloro che mi hanno supportato e che continuano a supportare la scena Black metal underground italiana, poiché ci sono tante valide band in giro.

Gigantomachia – La furia dei giganti

Per l’intervista di oggi, in collaborazione tra Il Raglio Del Mulo e Metal Underground Music Machine, proviamo a tastare il polso ai laziali Gigantomachia, band giovane ma molto promettente, a tre anni di distanza dal loro esordio “Atlas” uscito per la label nostrana Agoge Records. Ne parliamo con il bassista Lorenzo Barabba Suminier!

Ciao Lorenzo, ti ringrazio per la tua disponibilità e ti do il benvenuto al Raglio Del Mulo, che ne diresti di iniziare questa chiacchierata parlandoci delle circostanze in cui nacque la band?
Ciao a tutti, e grazie per averci donato dello spazio! Allora, la band nacque da una mia idea nel non tanto lontano 2015. Il mio sogno era quello di trascrivere in chiave epica (ma comunque pesante) le antiche leggende dei nostri avi. Diciamo che è una pratica molto utilizzata nel folk, quindi per dare un tocco d’originalità abbiamo voluto dare uno slancio più death, sia nelle sonorità che nei testi, e in tutto ciò che ne sussegue.

Da cosa nacque l’idea che vi portò a scegliere per la band il nome Gigantomachia?
Gigantomachia devira dal Greco “γιγας gigante e μαχη battaglia” ed è la lotta che i Giganti ingaggiarono contro gli Dei dell’Olimpo, aizzati dalla loro madre Gea e dai Titani. Gli dei, per proteggersi da questi ultimi, chiesero aiuto ai Ciclopi, figli di Poseidone, i quali furono fondatori e costruttori della nostra citta natale, Alatri, detta appunto “Città dei Ciclopi”.

La band è senza dubbio di giovane formazione, ragion per cui ti chiedo se prima dei Gigantomachia avete avuto dei “trascorsi” in termini musicali con altre realtà.
Bene o male proveniamo tutti da vecchi progetti. La cosa interessante è che la band ha avuto diversi cambi di formazione, dove ogni musicista veniva da un ambito diverso, aspetto che ha influito in ogni composizione e arrangiamento, donando ai brani un sound sempre differente.

Una delle cose che colpisce ascoltando l’album è la produzione, davvero molto pulita ma anche potente. A chi vi siete affidati per la buona riuscita della stessa?
E’ stata affidata al nostro produttore discografico, Gianmarco Bellumori e al suo Wolf Recoding Studio. E’ un gran professionista e sa cosa vogliono le band, ne approfitto per ringraziarlo e salutarlo!

Quali sono le band dalle quali traete ispirazione per le vostre composizioni?
Principalmente mischiamo ciò che adoriamo, di base diciamo che c’e’ una buona dose di Ex Deo e Septicflesh.

A proposito di composizioni, chi e in che misura è l’artefice delle stesse?
Per la composizione principale se ne occupa Alessandro, il chitarrista, dopodiché vediamo con Davide (il cantante) cosa può uscire e di lì, via discorrendo, ognuno mette il suo. Lavoriamo principalmente in saletta ma spesso e volentieri anche da casa. Per fortuna viviamo in un’epoca dove la tecnologia aiuta molto.

A proposito della vostra passione per la mitologia greca ed in particolare per la leggendaria Alatri, vorrei chiederti se le lyric dei brani che compongono “Atlas” formano un concept oppure, da questo punto di vista, sono a se stanti.
Non è un concept album con un nesso continuo. Certo, ogni brano si riferisce metaforicamente alle leggende e alla città, ma non sono connessi da un filo condutture, come il susseguirsi di una storia. “Aldebaran”, ad esempio, si riferisce alla “testa di toro”, la stella padrona della costellazione Sotot, sotto la quale è stata costruita Alatri. “Leviathan” invece si riferisce ai cunicoli sotto la città, detti l’altro “del Leviatano”, che serviva per spostarsi sotterraneamente da un paese all’altro mentre la città era sotto assedio. “Immortal” parla di un guerriero che si oppose alle armate romane e permise al suo popolo di fuggire mentre da solo, teneva testa a una legione. Ogni brano di fatto racchiude un pezzo di storia (o leggenda) di quello che è il nostro passato storico.

Il vostro esordio è targato 2018, ragion per cui vorrei chiederti se state lavorando a delle nuove composizioni per un EP o magari anche un full.
I continui cambi di formazione ci hanno rallentato un po’, per cui abbiamo deciso per ora di lavorare continuamente su pezzi nuovi ma che faremo uscire come singoli. Per un album nuovo abbiamo moltissime idee in cantiere, ma solo il tempo ci saprà dire cosa ne verrà fuori.

Ok, Lorenzo, l’intervista è giunta al capolinea, ti ringrazio molto per la piacevole chiacchierata! Non mi resta che augurare a te e alla band un grosso in bocca al lupo per il futuro, concludi l’intervista come preferisci!
Voglio ringraziare in primis te, Luca, per il tempo e lo spazio donato. Poi la mitica Tiziana e tutto lo staff di MUMM, il quale si occupa di dare man forte e valorizzare tutto l’underground italiano! Un saluto titanico va a tutti i nostri sostenitori, senza i quali non saremmo qua, grazie a tutti! Speriamo di vederci presto sopra ma soprattutto sotto un palco!

Abyssian – Il suono della devozione

I nostrani Abyssian dopo cinque anni dal precedente “Nibiruan Chronicles” tornano sulle scene con il secondo “Godly”, uscito per l’italiana Revalve Records. Scopriamone un po’ i particolari con Roberto, chitarrista e frontman della band…

Ciao Roberto e ben trovato al Raglio del Mulo, ti andrebbe per prima cosa fare un po’ di luce su quella che è la storia della band?
Ciao Luca e bentrovati tutti. Dunque, gli Abyssian nascono almeno come idea generale nel 2010, quando dopo un lungo periodo di assenza dalla scena musicale (parliamo del 1995 come ultima uscita discografica con la mia prima band, i Sinoath) ho sentito che era arrivato il momento di riprendere con qualcosa, da qualche parte. Lo spunto me lo diedero le mie letture del periodo, su argomenti come l’archeo-astronomia, le civiltà sommerse, le teorie sull’esistenza o meno di Atlantide, gli antichi alieni e argomenti simili. Gli Abyssian nascevano inizialmente come one man band, ma ben presto mi resi conto che per poter mettere tutto in pratica più facilmente, avevo bisogno di qualcuno con cui condividere e fissare idee e spunti. Così contattai Francesco (attivo anche con il suo progetto solista Svirnath) che tuttora si occupa della chitarra ritmica, delle partiture di tastiere e batteria elettronica. Nel 2014 realizzammo l’Ep The Realm of Commorion. Nel frattempo la formazione si allargò e si stabilizzò, includendo anche Vincenzo al basso e Riccardo alla batteria e nel 2016 per la Violet Nebula uscì il primo album “Nibiruan Chronicles”. Avere una formazione completa, fu davvero una cosa molto importante soprattutto per i live. Circa un anno dopo l’uscita del primo album, Riccardo venne sostituito da Daniele (ex Holy Martyr, e tuttora anche in forze nei Drakkar) col quale abbiamo poi lavorato a “Godly”, il secondo album uscito da poco in versione digitale per la Revalve Records, e previsto adesso in formato fisico sempre per la Violet Nebula.

Siete sulle scene da più di dieci anni che non sono pochi, ciò nonostante vorrei chiederti se prima degli Abyssian avete avuto delle precedenti esperienze musicali… Qual è il vostro “background”?
Come già detto, prima degli Abyssian, dal 1988 fino al 1995 ho fatto parte dei Sinoath, progetto musicale che è passato da un iniziale black/death a un death/doom, e poi a una sorta di dark/metal. Le mie esperienze musicali hanno quasi sempre rispecchiato ciò che ascoltavo all’epoca (e che tuttora ascolto), era il periodo dell’avvento del gothic/doom inglese, del death americano e svedese, e del black scandinavo, per cui quelle sonorità vissute come anteprime assolute, non potevano non influenzare le mie composizioni. Successivamente ho allargato gli ascolti anche ad altri ambiti come l’elettronica fredda o più calda, al jazz, l’ambient, la musica etnica, o al dark. E’ chiaro quindi, che la natura successiva dei brani sia stata contaminata dalle inclusioni più recenti. Essendo il più “anziano” della band, che io ricordi, sia Vincenzo che Francesco Abyssian a parte, al di là delle feste del liceo non hanno suonato (ride) mentre Daniele come già accennato, ha avuto diverse partecipazioni sulla scena più epic e power metal. Adoro il suo stile, tecnico ma al contempo granitico…

Quali sono le band che hanno da sempre ispirato le vostre composizioni?
Diverse e davvero tante. Alcune hanno avuto un’influenza più marcata sul sound, mentre altre ci vivono dentro attraverso qualche richiamo. Pink Floyd, Cure, Sisters of Mercy, tutto il Gothic/Doom inglese, i Type O Negative, i Beatles, Candlemass, Mercyful Fate, Dead Can Dance, Massive Attack, Depeche Mode, Radiohead, Aphex Twin, Bjork, la musica brasiliana, i Death. Potrei continuare davvero per molto tempo ancora…

Come pensi sia cambiato il vostro songwriting in questi anni? Quali sono secondo te le principali differenze tra il nuovo “Godly” e il precedente “Nibiruan Chronicles”?
Le differenze tra “Nibiruan Chronicles” e il recente “Godly”, si trovano soprattutto nel concetto e nell’intento. “Nibiruan” è una sorta di concept, un “documentario di viaggio” dei nostri ipotetici antenati dal Pianeta X (Nibiru appunto) a Tiamat, cioè l’attuale Terra. E’ pieno di gesta, luoghi, azioni e momenti storici ben precisi, come nel caso del brano “Zep Tepi,” cioè del Primo Tempo egizio, dove si presuppone siano vissuti gli Dei, o di No place for the heart, dove gli Anunnaki si ribellano alla schiavitù dei loro padroni Nephilim, e organizzano una rivolta. E ha una copertina “archeologica”. “Godly” è già dal titolo, qualcosa di più spirituale e devozionale. Inoltre segna un ipotetico proseguo del Culto Atavico e ancestrale, fin dentro al DNA di quello pre-Cristiano. La copertina questa volta, presenta un Angelo/Rettile. E’ la celebrazione del Dio Squamoso o Piumato, che ritrovi anche nei culti mesoamericani con Quetzalcoatl o in quelli nipponici dei misteriosi Jomon, nella versione indiana con Naga, o in quella egizia con Ankh-neteru. E’ interessante notare come tutte queste antiche civiltà celebrino lo stesso Dio e le sue stesse gesta, chiamandolo con nomi differenti. Tutti affermano che un giorno discese un Essere Superiore e fiammeggiante dal cielo, li istruì e decise poi stabilire il suo regno sulla Terra. In alcune varianti, di andare a risiedere poi nelle profondità marine, tornando di tanto in tanto per gestire correttamente l’operato degli uomini. Oannes, nella sua nomenclatura babilonese o Dagon in ebraico, era un Essere saggio, colto e giusto e non pretendeva nessuna Chiesa, né tributi. Lo so, ricorda abbastanza anche Cristo.

Immagino che anche il nome Abyssian tragga ispirazione dalle stesse tematiche, no?
Abyssian è un po’ una licenza poetica di “Abitante degli abissi”. Un Abissiano. Può anche avere l’identità di Oannes di cui ti ho già detto, ma può riallacciarsi perché no, a qualsiasi altra creazione. Anche immaginaria. Mi affascinava l’idea di questa identità abissale, terribile o meno. Ci puoi trovare tanto Lovecraft dentro, ma anche qualcosa di molto più impalpabile, tanto che Abyssian è anche un sinonimo inglese di Depression. Sono le profondità abissali, ma anche mentali.

Da cosa sono caratterizzati i vostri processi di composizione? Chi di voi partecipa alla fase di songwriting?
Beh, questo si riallaccia un po’ a tutto quello che ho descritto. Il mondo Abyssian è in buona sostanza qualcosa che, prima raggruppa spunti, idee, frasi, motivi, partiture ecc., poi elabora tutto, privilegiando sempre il tentativo di rendere ogni cosa più omogenea e immediata possibile. E, a volte, date le numerose influenze da cui provengono questi elementi, non risulta sempre un processo facile. Mi ritengo uno assolutamente innamorato della semplicità, fatta però di sintesi intelligente e cuore. Odio i fronzoli e in generale, le cose ostentate e inutilmente complicate. Io mi occupo del songwriting e della forma in generale, successivamente i brani vengono rifiniti insieme.

Come nascono i tuoi testi?
I testi, sono un po’ il nero su bianco di tutte quelle visioni che provo a formulare nella mia mente. Viaggi cosmici, scontri, luoghi mistici, mondi sotterranei o appartenenti alla sfera celeste, e così via. Ce ne sono di più solidi ed esteriori, altri invece più introspettivi e basati sul sentimento dell’animo, sui pensieri, sulla rabbia o sulla devozione. Certe liriche sono quasi la descrizione più pedissequa di eventi, momenti e individui reali e non; altre hanno una natura totalmente astratta, e di solito al genere di testo ne corrisponde anche l’intensità del brano.

Come definiresti il sound degli Abyssian?
Come flusso piuttosto intenso. Un Ambiente dove vuoi essere disposto ad entrare e uscire senza fretta. La natura di Abyssian in fondo è molto semplice, ma tuttavia ha bisogno di diversi ascolti e di una buona predisposizione per essere colta in pieno e nel complessivo. Ti arriva dopo. Alla fine.

Forse non è il momento più idoneo visto tutto quello che stiamo vivendo, ma state prendendo in considerazione l’eventualità di proporre i vostri nuovi brani dal vivo?
Ovvio che si… In realtà non vediamo l’ora (ride). C’è anche la setlist pronta. Questo dannato Covid ci ha tolto il momento migliore che si possa vivere dopo l’uscita dell’album, quello della condivisione con il pubblico. Vedere come chi ha ascoltato a casa i brani, li accolga davanti al palco. E’ qualcosa di magico. Impagabile. E’ lo scopo maggiore della musica. Nel nostro caso anzi, ti dirò che questa pandemia si è piazzata esattamente in mezzo al periodo delle registrazioni di “Godly, ritardandone maledettamente i tempi. E una volta pronto, ne abbiamo anche voluto tenere in stand by l’uscita, sperando che l’anno dopo fosse tutto risolto e poter agganciare l’uscita dell’album ai live. Ma purtroppo non è servito a nulla…

Ok Roberto, l’intervista è giunta ai titoli di coda, ti ringrazio nuovamente per la chiacchierata e auguro a te e agli Abyssian le migliori fortune, concludi pure come vuoi!
Ringrazio tanto te Luca, per la bella chiacchierata e la redazione del Raglio del Mulo per la disponibilità e l’attenzione verso di noi. Raccomanderei a tutti l’acquisto di “Godly”, che sebbene già in ascolto su tutte le piattaforme digitali, a brevissimo sarà disponibile anche in formato fisico, magari proprio mentre scrivo queste righe. Ma non lo farò… Mi verrebbe quindi da augurare le migliori fortune a tutto il panorama italiano underground, che è davvero un sottobosco stracolmo di chicche tutte da scoprire e invitare tutti, una volta finito tutto questo schifo, a farsi grandi scorpacciate di live perché ce n’è davvero bisogno, per il pubblico e per la musica di settore in generale. Abbiamo davvero tutti bisogno di salvarci con la musica. Adesso più che mai.

Eresia – La voce del fondatore

I longevi deathster veneti Eresia tornano sulle scene dopo appena un anno dal precedente “Aìresis”, pubblicando la loro quarta fatica da studio intitolata “Neocosmo”, distribuito dalla DeathStorm Records / Andromeda Relix, ne parliamo con Max (voce e basso) e Bonfy (batteria).

Ciao ragazzi, innanzitutto grazie per la vostra disponibilità e benvenuti sul Raglio del Mulo, vi andrebbe di parlarci un po’ della storia della band dall’anno della sua nascita fino ad oggi?
Max: Ciao Luca, grazie infinite a te e a tutto lo staff del Raglio, per la disponibilità e lo spazio che ci dedicate. La band nasce nell’aprile del 1995, da tre amici ed ex compagni di scuola, io, il Bonfy e Mirko, che allora era il cantante chitarrista. C’è da dire che già dal 1994 qualche esperimento era stato fatto, ma la formazione si consolida nel ’95. Iniziamo con un sound ed un’attitudine punk/hardcore, che presto si tramuta in thrash metal. In quel periodo realizziamo qualche registrazione (compreso il demo ’98), partecipiamo a qualche compilation e poi nel ’99 realizziamo il nostro primo album “Parole al Buio”, rimasto poi per volere unanime della band mai pubblicato. In quell’album la cosa che mi piace sottolineare è la presenza di due pezzi, scritti da me e dal Bonfy, “Habitat Brutale” e “Dahmer” che, rispetto agli altri, hanno un gusto decisamente più death metal. Infatti nel giro di due anni, con l’uscita dei due chitarristi Federico e Mirko, l’ingresso di Barry alla chitarra ed il mio passaggio alla voce realizziamo “Moto Imperpetuo”, disco decisamente death metal.
Finita la promozione dell’album in giro per l’Italia, con la formazione a quattro grazie all’ingresso di Andy alla chitarra, la formazione subisce un ennesimo scossone, proprio nel momento in cui stiamo scrivendo il successore di “Moto Imperpetuo” e ci si prospettava la possibilità di andare a suonare in Est Europa. Nel 2004 rimaniamo io e il Bonfy. Nel 2009 entra in formazione il chitarrista Teo, scriviamo i pezzi per un album e facciamo parecchi concerti, ma prima delle registrazioni perdiamo di nuovo il chitarrista. Torna Andy nel 2017, col quale realizziamo “Aìresis”, uscito a gennaio 2019, a 18 anni da “Moto Imperpetuo”, ma nel luglio dello stesso anno ci lascia. Nel frattempo era però entrato Valand col quale riusciamo a scrivere, in circa un anno, il nuovo “Neocosmo” uscito a dicembre 2020. Come puoi capire la nostra storia con i chitarristi è davvero complicata, e non credere che, purtroppo, sia finita qui.

Una cosa che mi ha parecchio incuriosito è come mai è trascorso così tanto tempo tra la realizzazione del vostro secondo full “Moto Imperpetuo” (2001) e il successivo “Aìresis” (2019)? Praticamente 18 anni, quasi una vita! Cosa è successo?
Bonfy: Purtroppo si, 18 anni sono una vita. Abbiamo avuto problemi di formazione, in particolar modo, come ti ha già accennato il Max, il problema è stato trovare un chitarrista. Ne abbiamo provati alcuni, ma è stato difficile trovarne uno che si unisse a noi ed abbracciasse questo progetto con passione e dedizione, passione per il genere (per alcuni eravamo troppo estremi o vecchia scuola) e dedizione nel venire in sala prove con costanza e voglia e senza che fosse un peso, per sè e per noi.

L’italiana DeathStorm Records si è occupata della distribuzione del vostro ultimo “Neocosmo”, potete dirci com’è nata la vostra collaborazione con la label nostrana?
Bonfy: Per questa nostra uscita, come anche per “Aìresis”, la DeathStorm Records collabora con la Andromeda Relix nel promuovere il disco sulle riviste, ‘zine e webzine specializzate.
Max: Esatto, si occupano principalmente di questo, di farci avere recensioni ed interviste, quindi visibilità. Purtroppo una vera distribuzione non l’abbiamo, una di quelle che fa arrivare il disco nei pochi negozi rimasti, o negli store europei. Il disco lo si può acquistare tramite le due etichette oppure contattando noi tramite la nostra pagina facebook www.facebook.com/eresiadeathmetal o scrivendo una mail a maxeretico@gmail.com

Come band siete molto longeva, qual è la vostra opinione riguardo a come e quanto è mutata la scena metal estrema a livello globale e per ciò che concerne invece quella italiana?
Max: Beh direi che è cambiato molto, soprattutto negli ultimi 10/15 anni. Musicalmente oggi trovi di tutto nel metal estremo; trovi sia musica vecchia scuola, con vecchie band ancora attive o nuove che amano riproporre un sound della prima ora, così come trovi musica più moderna ed un sacco di contaminazioni, e questo anche in band vecchiotte, magari non della prima ondata, e che hanno mutato il loro modo di comporre e suonare. E questa situazione direi che la troviamo anche nella scena italiana. Quello che più di tutto è cambiato, a mio avviso, sia in Italia che all’estero, è il contatto fra le band. La scena una volta era fatta da una fitta rete di contatti fra band di ogni parte del mondo, che si scambiavano le demo, o delle cassette con su registrato i loro ascolti del momento. Ci si scambiava contatti di ‘zine e radio e circolavano liste di locali nei quali suonare con tanto di contatto telefonico. Per stare in contatto dovevi scrivere, telefonare, spostarti in auto o treno o aereo, dovevi insomma spendere dei soldi, sacrificarti… Oggi tutto questo è svanito. Nell’era di internet, dei mille mila minuti e giga a pochi euro al mese, wifi gratuiti ovunque, non si fa più molta attenzione a chi si scrive aspettando la risposta. Si scrive a chiunque con un click e a volte non si sa nemmeno a chi e forse non si da nemmeno molta importanza alle risposte. Quello che importa sono il numero delle visualizzazioni, dei like, dei follower… Purtroppo quella fitta rete di contatti fra band che formava la scena, non c’è più.

Siete stati tra le primissime band che, in barba a ciò che la tradizione vuole, hanno sempre remato “controcorrente” componendo i vostri testi in lingua italiana, com’è nata questa scelta?
Bonfy: L’idea di cantare in italiano è nata fin da subito: una scelta del tutto normale e naturale per noi. All’epoca erano davvero poche le band che lo facevano, ma per noi non c’era alcun dubbio, e non c’è nemmeno oggi.
Max: Proprio così. Ci risulta più naturale scrivere e cantare i pezzi in italiano, riusciamo ad essere più disinvolti e riusciamo ad interpretarli meglio. Può sembrare più difficile trovare soluzioni metriche efficaci, per cantare metal in italiano, ma non è così! E te lo possono dimostrare anche le altre band che cantano metal in italiano! Certo non sono soluzioni così immediate come in inglese, ma il nostro idioma ci mette a disposizione molteplici possibilità e soluzioni, basta solo avere la pazienza e la voglia di cercarle ed elaborarle!

Menzione d’onore per Dave Ingram, frontman degli storici Benediction! Com’è stato collaborare con lui? Ci raccontate com’è nata questa idea?
Bonfy: Io e il Max siamo grandi fan dei Benediction, ed è uno degli ultimi concerti visti qui in Italia prima del lockdown. Quando stavamo per entrare in studio di registrazione, ho avuto questa idea e agli altri è piaciuta. Così è nata questa grande collaborazione e per noi è stata una grandissima soddisfazione.

Come definireste il vostro sound? E quali sono le band che vi hanno “forgiato” dal punto di vista stilistico?
Max: Mi piace definire il nostro sound come death metal! I nostri ascolti spaziano in quasi tutta la musica esistente, dal rock e prog anni ‘70 al grind, dal black metal più intransigente al jazz, dal blues al brutal death. Non so dirti quali band possano aver influito maggiormente il nostro stile, ma credo sia possibile sentire nelle nostre canzoni tracce di hardcore, di black metal, di thrash metal e ovviamente di death metal. Ma l’attitudine ed il collante è decisamente il death metal.

Chi di voi, e in che misura, contribuisce alla creazione del songwriting?
Bonfy: L’idea può partire da chiunque di noi, che poi la porta in sala prove e la sviluppiamo fino a creare la canzone. A volte ci troviamo in sala prove senza idee, allora ognuno si isola suonando senza ascoltare gli altri e da lì, magari da un giro di batteria, di basso o chitarra, esce l’input che da il via all’idea per un pezzo! Ovviamente per definire la costruzione di un pezzo la chitarra è lo strumento più attivo.

Invece per ciò che concerne i testi che mi dite? Chi è il compositore?
Max: I testi li ho quasi sempre scritti io. Mi lascio influenzare dalla canzone, cerco di sentire nei giri, nel tipo di canzone, quale tematica possa esserne più adatta; quando la trovo do un titolo alla canzone, ancora prima di svilupparne il testo. A volte, nello sviluppo di una tematica, mi aiuto ispirandomi a qualche romanzo letto o anche con influenza cinematografica. Poi spesso mi diverto, se il testo si presta e se riesco a trovare dei collegamenti nei ricordi delle mie letture e dei miei studi, ad inserire dei passi di romanzi o poesie.

Siamo arrivati alle battute finali, vi ringrazio molto per questa bella chiacchierata, concludete l’intervista come volete!
Bonfy: Un grandissimo ringraziamento a voi per il tempo e lo spazio concesso. Speriamo di vederci tutti sotto un palco!
Max: Grazie di cuore per lo spazio e la disponibilità! Concordo col Bonfy, speriamo si torni quanto prima, a goderci un concerto tutti assieme con la birra in mano sotto un palco.

Electrocution – The cruel reality

Gli Electrocution sono indubbiamente una della realtà più persistenti della nostra scena, a due anni di distanza dalla pubblicazione di “Psychonolatry” ad opera della nostrana Goregorecords proviamo a “tastare il polso” alla band con il frontman Mick.

Ciao Mick e bentrovato sul Raglio del Mulo, ti ringrazio molto per la tua disponibilità a questa intervista, come “antipasto” vorrei iniziare chiedendoti di parlarci un po’ della storia della band.
Ciao a te e grazie per questa intervista. Durante l’estate del 1989 presi la decisione di fondare una nuova band, dopo il tentativo appena fallito con la precedente (Khanckrena) nella quale erano presenti il primissimo bassista di Electrocution (Paolo Massarenti) e uno dei componenti di Cerebral Disfunction (forse la prima band grindcore italiana) e successivamente Euthanasia (Pierluigi Ricci). Fu proprio uno dei componenti dei Cerebral Disfunction, Luca Lodi (ex Crematorium e attuale membro di Hallucinator) a suggerirmi il nome, ispirandosi al brano omonimo dei Sodom presente in “Persecution Mania”. All’epoca ero convinto che Electrocution sarebbe stata una band thrash e il nome sarebbe stato perfetto per quel genere. Nel febbraio del 1990 finalmente la line-up era completa per cominciare le prove sui brani che avevo composto nel frattempo e, da lì a breve, uscì il primo demo tape “No Rest in Peace”. Dopo qualche cambio di componenti, l’anno successivo fu il turno di “The Rieal Doom”, il demo che ci permise di firmare per Contempo Resemary’s. Con un contratto discografico in mano eravamo proiettati verso la composizione dei brani per l’album ma, nel frattempo, facemmo uscire “Remains”, terzo e ultimo demo tape, prima dell’uscita di “Inside the Unreal”. Pubblicato nel 1993, questo album ci diede tantissima visibilità sia in Italia che nel mondo. Ci permise di aprire concerti per band del calibro di Death (1993) e Carcass (1994).

Com’è noto siete presenti sulla scena da tantissimi anni, posso chiederti come mai nonostante ciò, abbiate pubblicato appena tre dischi?
Il motivo fondamentale è stato lo scioglimento e la successiva reunion. Dopo la pubblicazione del primo album, abbiamo lavorato sul nuovo materiale più progressive e tech, sull’onda di band come Cynic e Atheist. Uscirono un paio di 7’’ con un totale di 4 brani (“Seamed With Scars”, “Images Are Turning”, “Water Mirror”, “Chained To Life”). Ma quando vennero pubblicati, io avevo ormai abbandonato Electrocution. Successivamente la band prese una piega che non mi sarei mai aspettato, lasciando il death metal e, se non sbaglio, all’inizio del 1997 si sciolse. Fu molti anni dopo, nel 2012, con la prima ristampa di “Inside The Unreal”, che Alex ed io decidemmo di lavorare ad un nuovo album in studio: “Metaphysincarnation” (2014). Senza pensare di dover fare una vera e propria reunion per suonare dal vivo, chiamammo i vecchi componenti ma, Luca (il batterista) decise di declinare, per cui trovammo Vellacifer per sostituirlo. Le voci di un nuovo album erano arrivate alle orecchie dei promoter che ci chiamarono per alcuni live. Come dicevo, però, la band non era rinata per questo: Alex viveva a Los Angeles e Max era veramente impegnato col suo lavoro ai Fear Studios. Sentivo la necessità viscerale di tornare sul palco e così, con la benedizione di tutti, trovai i musicisti per poter suonare nuovamente davanti al pubblico. Dopo vari cambi di lineup e l’abbandono definitivo di Alex e Max, trovai la giusta alchimia con Neil Grotti (chitarra), Alessio Terzi (chitarra), Mat Lehmann (basso), Vellacifer (batteria). La band era ormai rinata dalle proprie ceneri, con nuova energia e così facemmo uscire il terzo album: “Psychonolatry” (2019).

In tutti questi anni quanto e in che modo ritieni sia cambiato il sound della band, partendo ovviamente dal presupposto che la matrice sia sempre il Death Metal?
Il sound ha effettivamente preso varie pieghe, di album in album. Di fatto ha trovato il modo di raffinarsi nel secondo, infatti si può notare un grosso salto tra “Inside the Unreal” a “Metaphysincarnation”, pur rimanendo old school. L’impronta “classy” di Alex, sia come compositore che come produttore, è palpabile al massimo. Nell’ultimo album invece, avendo Neil come principale compositore, fonico e produttore, il registro si sposta verso un’altra impronta. Ero entusiasta di avere lui dietro al mixer perché sapevo che avrebbe sfoderato la sua vena di cattiveria musicale unita alla sua precisione quasi maniacale. Effettivamente “Psychonolatry”, arriva direttamente “in the face” con un notevole lavoro di produzione che permette di trafiggerti con violenza old school, pur rimanendo ben definito: come piace a me! Spesso nelle interviste mi sono sentito chiedere: “come mai avete fatto uscire un album così violento?”. Sinceramente ritengo che il death metal debba essere questo. Ma effettivamente mi rendo conto che sia difficile fare uscire tutto il potenziale di cattiveria di questo genere e, quando ci si riesce, i deboli di cuore abituati al metal patinato possono subirne le conseguenze. Hahaha.

Quali sono le band che vi hanno maggiormente ispirato per ciò che concerne il songwriting?
Sicuramente agli inizi, ma parlo ancora dei demo tape: Slayer, Kreator, Iron Maiden e Metallica. Successivamente sono subentrati influssi da Sepultura, Death e Deicide. Poi Cynic. Ultimamente, visto che Neil è un grande fan di Morbid Angel, ci puoi sentire molto della loro influenza. Io non li amo un gran che, ma Neil lo sa e coglie sempre la parte più adatta da questa band.

Chi sono tra voi i maggiori fautori in termini di composizione?
Mentre in passato eravamo Alex ed io i compositori principali, ora Neil è assolutamente il compositore principale. Per esempio, su “Psychonolatry”, ha composto almeno l’80% della musica. Alla fine dei conto partecipiamo un po’ tutti al lavoro, soprattutto per quanto riguarda l’arrangiamento. Io, in particolare, lavoro sulla struttura, perché avendo la mente un po’ più semplice, dal punto di vista musicale, riesco a dare buoni consigli a Neil per come rendere più scorrevoli i brani. Lui poi, a sua volta coglie le idee e le migliora ulteriormente. Un vero lavoro di squadra. Sono circondato da ottimi musicisti e questo è un gran vantaggio sia quando si tratta di esecuzione che per trovare ottimi riff. Neil è un vulcano di idee ma, il rovescio della medaglia è che, per esempio, spesso con uno dei suoi brani se ne possono fare almeno due! Hahaha.

Cosa puoi dirmi riguardo ai testi? Di cosa trattano e chi è il principale autore?
Sui testi lavoro ormai solo io. Trattano di tematiche variegate. Mi piace spaziare, anche se il genere non lo “consente” più di tanto. Adoro scrivere brani death metal, anche se credo di essere in grado di scrivere anche per altri generi. Le parole che uso sono tendenzialmente crude e violente, ma il significato che nascondono è qualcosa di più profondo. Quando leggi i miei testi non devi mai fermarti alla superficie, devi farti trascinare nell’allucinazione e lasciare che le parole ti inghiottano nel proprio vortice per portarti altrove e farti vedere una realtà diversa o, per meglio dire, la realtà vista con altri occhi. Non tratto argomenti di fantasia. Tratto la cruda realtà delle cose, che è molto più spaventosa e violenta della fantasia. Adoro scrivere testi, è il mio modo di viaggiare con la mente senza bisogno di assumere alcun tipo di sostanza psicotropa. Al momento sto scrivendo quelli per il nuovo album. Sto esplorando le emozioni umane. Paura, rabbia, depressione, dipendenza. Una cosa che mi affascina moltissimo è l’appiattimento delle emozioni e le relative conseguenze. Già il grande Chuck Schuldiner aveva esplorato questo interessante aspetto umano e lui, per me, rimane tutt’ora una ispirazione!

Il vostro ultimo “Psychonolatry” è stato distribuito dalla Goregorecords, puoi dirmi in che circostanze nacque l’interesse della label nostrana nei vostri confronti?
Emiliano è un nostro fan da sempre e lavorare con lui è un vero piacere. Si tratta di una collaborazione di lunga data. Già nel 2012 fece uscire la ristampa di “Inside the Unreal”. Da lì poi si è proseguito con gli album successivi.

Dopo due anni dall’uscita della vostra ultima release vorrei chiederti quali siano le vostre aspettative nonché le vostre speranze per questo 2021, tenendo ovviamente conto della situazione in cui ci troviamo da un anno a questa parte.
Non ti nascondo che non abbiamo aspettative. Credo che di live se ne parlerà nel 2022. In compenso stiamo lavorando ad un nuovo album sul quale invece pongo grandi speranze. Lavorare su nuova musica e portare in fondo un album è, sì un lavoro molto stancante, ma anche un gran divertimento! Non credo che riusciremo a pubblicarlo entro l’anno ma, forse, qualcosa si comincerà a sentire già tra qualche mese… vedremo!

Sono stato molto colpito dall’impatto grafico del vostro booklet e della copertina, cosa vuol rappresentare e chi è l’autore?
L’autore è Gustavo Sazes (Arch Enemy, Morbid Angel, Machine Head e molti altri). Lui ha saputo ben interpretare graficamente le tematiche dell’album. Già il titolo è emblematico: “Psychonolatry” è l’unione tra Psiche e Iconolatria. Siamo bombardati quotidianamente da immagini falsate della realtà e ne abbiamo sempre più bisogno. Dobbiamo adorare e essere guidati da un fottio di nuovi idoli che si mettono in mostra sui social media vendendo una falsa realtà. Assumiamo questa falsa realtà come una droga che ci permette di sognare di vivere le vite altrui, ed ecco che tutti noi, senza quasi rendercene conto, finiamo in questa psico adorazione delle nuove icone pagane.

Bene, siamo giunti al termine di questa intervista, ti ringrazio molto per la tua disponibilità. Faccio i miei più sinceri auguri alla band e vi auguro il meglio, concludi come vuoi!
Grazie per questa intervista! Nonostante l’impossibilità di suonare dal vivo, stiamo lavorando alacremente per non lasciare soli i nostri fan. Grazie per continuare a sostenerci!

Mechanical God Creation – Un nuovo capitolo

Dopo una pausa di ben sei anni dal precedente “Artifact Of Annihilation”, i deathster Mechanical God Creation tornano sulle scene con “The New Chapter” (The Goatmancer Records), terzo album della loro discografia, che mette in luce le qualità tecnico/compositive dei nostri. Ne parliamo con la cantante Luciana.

Ciao Luciana, grazie e benvenuta su Il Raglio del Mulo, per prima cosa vorrei chiederti di come e quando è nata la band e quale significato si cela dietro il nome.
La band è nata nell’autunno del 2006 da un’idea mia e Simone, il vecchio chitarrista. Il nome rappresenta la deumanizzazione della società verso un universo sempre più tecnologico, con questo non vogliamo dire che siamo contro la tecnologia ma dell’utilizzo che delle volte ne viene fatto ed i successivi danni che può creare.

Posso chiederti come mai è passato tutto questo tempo dall’uscita del vostro precedente “Artifact Of Annihilation”?
E’ passato molto tempo perché abbiamo avuto dei cambi di line-up che hanno rallentato un po’ i lavori della del nuovo album, non bastasse questo abbiamo avuto anche qualche problema in studio di registrazione, abbiamo dovuto cambiare in corsa e portare il tutto da un’altra parte per fare mix e mastering.

Secondo te, a livello stilistico, quali sono le novità riguardanti “The New Chapter” e soprattutto, quali sono le differenze con le vostre precedenti release?
Le differenze con i precedenti lavori ci sono e si possono sentire, rispetto ad “Artifact” abbiamo scelto un sound più diretto ed un po’ più “old-school”.

Attualmente siete sotto contratto con la The Goatmancer Records, in che circostanze è nata la collaborazione con la label nostrana?
È nata perché loro erano interessati a lavorare con noi ed avendoci fatto un buona proposta abbiamo deciso di collaborare.

“The New Chapter” è caratterizzato da una produzione davvero potente ma anche chiara e cristallina, a chi vi siete rivolti per la buona riuscita dello stesso?
Il mix ed il mastering è stato fatto da Chris Donaldsson, chitarrista dei Cryptopsy, che aveva già lavorato con noi per “Artifact” e quindi è stato bello e facile lavorare di nuovo con lui.

Sperando di lasciarci al più presto possibile questo periodo alle spalle, ti chiedo se, una volta tornati alla “normalità”, avete in mente di suonare live oppure dedicarvi direttamente alla composizione di nuovo materiale? Puoi darci qualche informazione? Cosa bolle in pentola?
Superato questo momento vogliamo tornare a fare tutto soprattutto i live, a livello di composizione stiamo già buttando giù del nuovo materiale. Il nuovo album sarà nuovo in tutti i sensi, ci saranno delle novità senza mai tradire il brand Mechanical.

Quali sono le band che vi hanno “formato” dal punto di vista musicale? E quali sono quelle che, in un modo o nell’altro, fungono da “riferimento” per voi?
Le band che mi hanno formato sono anche quelle che mi fungono da riferimento, potrei citarne alcune come gli Slayer, Lamb of God, Cannibal Corpse, Emperor e tante altre.

Chi di voi si occupa della composizione dei brani?
Ci occupiamo tutti della composizione, di solito si parte da una idea e poi tutti insieme si lavora sul pezzo.

Per ciò che concerne i testi, quali sono gli argomenti di riferimento? Di cosa trattano?Nell’ultimo album abbiamo parlato di guerra, religione, stress post-traumatico, inquisizione e problemi della società, per il nuovo disco non abbiamo ancora deciso se affronteremo un concept album, idea che ci stuzzica, ma per il momento ci stiamo ragionando.

Ok, siamo giunti ai titoli di coda… Ti ringrazio molto per questa chiacchierata, concludi l’intervista come vuoi!
Non vediamo l’ora che questo incubo mondiale finisca per poter tornare a fare quello che amiamo fare, per noi musicisti è stata una bella prova perché ha eliminato tutte quelle che erano le nostre certezze.