Qliphothic Realm – Entrance

Nuova “creatura” scaturita dalla mente di Snor Flade. Dopo Feretri, ecco che il “nostro” decide di dar vita a questo progetto raw atmospheric black metal dal nome Qliphothic Realm, al suo esordio con il full “Entrance”, uscito per Careless Records.

Ciao Snor, e bentornato al Raglio del Mulo! Allora, partiamo dal principio: cosa ti ha portato ad intraprendere questo nuovo “viaggio” sonoro con Qliphothic Realm? Come è nato il progetto?
Ciao e ben ritrovato! Come ti dissi nell’ultima intervista, stavo componendo dei brani per l’altro mio progetto Feretri, quando ad un tratto sentii d’istinto interrompere il lavoro e, visto che mi trovavo nel periodo della mia auto-iniziazione, decisi di comporre musica demoniaca, facendo un vero e proprio patto con me stesso, ovvero riuscire a creare da zero un brano al giorno, lasciando fuoriuscire il mio primordiale senza filtri e abbellimenti, solo attraverso la musica e i testi ispirati dalle mie pratiche e studi. Da qui poi nacque l’esigenza di un nuovo progetto, battezzato appunto Qliphothic Realm.

Ovviamente, così come Feretri, trattasi di una one man band, la risposta da parte tua sarà come minimo scontata, tuttavia mi sento in dovere di porti questa domanda: hai intenzione di assoldare altri musicisti per questo progetto? Si evolverà in tal senso oppure resterà anch’essa una one man band?
Nessuno farà mai parte in pianta stabile dei miei progetti, salvo qualche gradita partecipazione come già successo in “Entrance”, dove ho voluto integrare due voci femminili; per l’intro Sara Ballini e per l’outro Dolce Mirea, le quali hanno interpretato egregiamente le evocazioni che ho scritto, mentre per artwork e logo ho assoldato come al solito il buon Azmeroth Szandor.

A differenza di Feretri quì hai esordito direttamente con un full, come mai?
Quando senti nominare Snor Flade, stai pur certo che non sai mai cosa aspettarti, e in verità nemmeno io lo so, se non all’ultimo momento.

Come definiresti il black metal concepito e suonato con Qliphothic Realm?
Primordiale, atavico e demoniaco. e per tal ragione la produzione dev’essere in lo-fi. E’ lì che si manifestano i tuoi istinti più nascosti dove trovano terreno fertile per poter inseminare il germe dormiente, dove il sussurro diventa un urlo gettato dall’abisso dell’anima. E’ li che risiede il proprio Daimon!

Secondo te, quali sono le principali differenze tra Qliphothic Realm e Feretri?
In Feretri sono passato da uno stato d’animo ad un altro e d’altronde anche la musica ne ha risentito. Non ti nego che ho difficoltà a riascoltare certi brani, poiché hanno mantenuto ricordi indelebili non proprio “leggeri” o tanto per essere suonati, difatti molti dei quali esprimono mal di vita e una tristezza infinita…. Merito del luogo dove vivevo. Adesso per mio volere mi sono trasferito e credo si possa anche sentire in “The Priests of Chaos”. Quindi penso che Feretri sia un progetto molto introspettivo, umanamente parlando. Riguardo Qliphothic Realm, beh è tutt’altra roba, è una nuova dimensione, una nuova volontà e consapevolezza di chi sono adesso, senza più timore o inutili sensi di colpa, dove traggo forza dalle mie creazioni demoniache, giacché oltre ad attingere da me stesso, qui attingo anche da “fonti” esterne alla mia coscienza.

Cosa si cela sotto il moniker Qliphotic Realm?
Qliphothic Realm sta per Regno Qlipotico. Le “Qlipphot” sono l’inverso delle Sephirot dell’albero della vita, e quindi rappresentano, per la tradizione cabalistica i gusci, ovvero gli scarti, di regni distrutti durante la prima creazione del “Tutto”. Esse si trovano sotto l’albero della vita cabalistico, o meglio ancora sono l’ombra stessa dell’albero della vita. L’albero della morte quindi è composto da dieci Qlippoth, che risiedono in sette inferni, che a loro volta sono governate dai cosiddetti demoni, i quali albergano in questa dimensione primordiale che continua ad esistere parallelamente alla nostra; ed è qui dove inizia il proprio viaggio solitario ed individuale per andare a cercare nella propria zona d’ombra il proprio potere e il proprio Daimon!

La copertina di “Entrance” secondo me è parecchio d’effetto, in pieno stile Black Metal primordiale. Bianco e nero secondo i canoni delle band che hanno fatto la storia del genere come Darkthrone e Burzum, qual è il suo significato?
L’immagine vuole catturare e trasmettere la solennità e il misticismo di una sacerdotessa intenta a celebrare una iniziazione, dove il novizio viene invitato ad entrare in questo nuovo reame, abbandonando per sempre ciò che era, sacrificando la propria innocenza in cambio del dono dell’immortalità, intesa come sopravvivenza della coscienza dopo la morte, per diventare Dio di se stesso!

Ti va di descriverci brevemente i brani che compongono “Entrance”?
“Intro”, composto da un fondo Ambient e da evocazioni di determinate entità, utilizzando inoltre i rispettivi Enn appartenenti ad esse, recitate e interpretate da Sara Ballini, praticante luciferiana e fondatrice di Hekate Edizioni. “As Lightning from Sky”, è un pezzo dove furia e caos danno il benvenuto sulla terra e sulle menti umane al “Portatore di Luce”. “Lilith’s Astral Embrance” è un omaggio a Lilith, la Madre, la Regina e la Signora della notte. “King Paimon”, è uno dei miei brani preferiti: solenne, ipnotico e carico di pathos, in onore a Re Paimon. “Bearer of Light”, dedicato a Lucifero, il Portatore di Luce, colui che illumina dal buio dell’ignoranza e ci libera dalle catene della schiavitù di un’ammuffita fede cieca. “Descent into Leviathan”, parla delle acque primordiali del caos dove tutto ebbe inizio e dove risiedono le nostre emozioni rinnegate e non accettate dalla nostra mente razionale. “The Call in the Circle”, è uno dei tanti tracciamenti del cerchio che utilizzo per canalizzare le energie di specifiche entità. “Infernal Trinity: Baphomet”, in onore del dio cornuto composto dalla Trinità Infernale. “Call of Melammu”, ha la pretesa di richiamare e alimentare la propria fiamma nera. “Outro”, composto anch’esso da un fondo Ambient, fa da tappeto all’evocazione per il risveglio di Ahriman attraverso la concupiscenza di Az-Jeh, “colei che tutto divora”; interpretato in lingua francese da Dolce Mirea, la quale oltre ad essere la mia compagna, è una medium e strega d’indole selvaggia.

Esattamente cosa ti aspetti da questo lavoro targato Qliphothic Realm?
Fama, soldi e successo! Scherzo naturalmente eheheh. In verità è mia intenzione, tramite questo progetto, procedere con varie auto-iniziazioni e ritualistiche nel percorso che continuo a tracciare, svolgendo anche un lavoro introspettivo, utilizzando la mia musica come un grimorio di ciò che pratico e incontro durante il mio cammino.

Quali sono i tuoi progetti per il futuro?
Individualismo, introspezione, studio e pratica della via sinistra, creare un ponte nel “qui ed ora” con la cosiddetta “altra parte”, edificare il mio “tempio”, suonare finché ne avrò voglia per poi sparire completamente lasciando qua e là le mie tracce per le vite future.

Rawfoil – Evoluzione in atto

Attivi dal 2009, i Rawfoil tornano sulle scene con un singolo intitolato “Prowler” (Buil2Kill Records / Nadir Promotion), trattasi della cover del celeberrimi brano degli Iron Maiden. Abbiamo colto l’occasione, per farci spiegare dal frontman, Francesco Ruvolo, quali siano i progetti della band nell’immediato futuro…

Francesco, davvero grazie per la tua disponibilità a questa intervista, ti do il benvenuto al Raglio del Mulo. Prima di parlare del vostro ultimo singolo, che ne diresti di far conoscere la band ai nostri lettori?
Ciao a tutti i lettori di Raglio Del Mulo e intanto grazie per lo spazio che ci dedicate! Leggo spesso le interviste che fate alle band e le trovo sempre interessanti! Comincio subito, i Rawfoil sono una thrash metal band nata nel 2009, dalla zona nord di Milano. Abbiamo cominciato suonando delle cover di vari artisti, per cercare di trovare il genere che più ci piaceva, e il thrash ha unito subito tutti. Dopo una lunga serie di concerti e di cambi di line up, siamo riusciti nel 2018 a pubblicare il nostro primo album “Evolution In Action” per Punishment 18 Records e all’inizio del 2020 un Ep chiamato “Tales From The Four Towers” uscito per Builtokill/Nadir Records. Entrambi i dischi sono piaciuti molto e sono parecchio seguiti dai nostri fans, cosa che ci rende veramente fieri di noi.

Quali sono i vostri ascolti abituali?
Sarà una risposta molto comune, ma ascoltiamo veramente di tutto! Ed è un nostro punto di forza, anche nella scelta e nella composizione della nostra musica. Per esempio Marco e Tommaso, rispettivamente batteria e chitarra, ascoltano un sacco di generi extreme, tra cui death, deathcore, grind e simili, e infatti queste influenze si sentono parecchio quando viene messa mano da loro nei nostri brani! Ruben e Lorenzo invece, ovvero chitarrista e bassista, variano tantissimo anche su altri generi, come il blues, la fusion e il jazz. Io personalmente apprezzo tantissimo quasi ogni genere, in questo specifico periodo passo volentieri dallo ska-punk al djent, al prog metal più moderno.

Come definiresti il vostro sound? E come è cambiato nel corso degli anni?
Ecco! Questa domanda è insidiosa veramente, perché non so mai come definire il nostro sound nella maniera più ottimale! Diciamo che negli anni ci siamo evoluti – perché invecchiati ci suona male – e abbiamo cercato di migliorare il nostro genere di riferimento, ovvero l’old school thrash metal, in un thrash più moderno, caratterizzato dall’unione di diversi stili. Per fare un esempio, un ascoltatore nei nostri lavori, può trovare spunti death metal, power metal, prog, ma anche riferimenti un po’ più nascosti ad altri generi come il nu metal o il metalcore. Siamo sempre in evoluzione, come indica il nostro primo album, e non è detto che nel prossimo album ci siano anche canzoni ben diverse dal nostro solito genere!

Quali sono le band che vi hanno influenzato maggiormente?
Sono praticamente infinite, direi che non ci sono delle band di riferimento particolari anche perché nella nostra storia abbiamo veramente preso spunto da praticamente ogni genere.
Ti faccio dei riferimenti precisi cosi da darti un idea. In una delle canzoni del prossimo album per esempio, ho preso spunto da alcune canzoni di Al Wilson, cantautore soul degli anni 60-70, mentre per altre ci siamo rifatti molto ai Revocation! Insomma il nostro background è molto vario e ci piace proprio che nei nostri pezzi non ci sia quasi mai un riferimento chiaro, ma un misto di suoni che lasciano all’ascoltatore la libertà di trovare delle affinità personali.

Chi è o chi sono i fautori del songwriting della band? Chi si occupa delle composizioni?
La cosa che ci piace di più nell’ultima line up che abbiamo, è che tutti mettono del loro, non solo nel proprio strumento ma anche negli altri! Questa cosa ci ha uniti parecchio e il risultato che sta venendo fuori spesso è molto più efficace rispetto al passato, dove invece alcuni componenti non mettevano mano o quasi nelle decisioni degli altri. Quando riascoltiamo quello che stiamo facendo ci rispecchiamo molto di più, e sono sicuro che questo metodo lo utilizzeremo anche per i prossimi lavori!

E dei testi che mi dici? Quali sono gli argomenti trattati?
Gli argomenti che trattiamo nei testi, li stabiliamo in base al disco o Ep che facciamo. Per esempio il primo album è un misto di emozioni, storie di vita vissuta e fatti reali successi nel mondo, mentre l’Ep è molto più goliardico, e racconta un immaginario che abbiamo scelto in cui quattro “eroi” vivono delle storie assurde che, oltre a far sorridere, raccontano comunque delle scene interessanti. Poi c’è “Thick Slices” invece che è un chiaro e voluto tributo allo chef Tony della famosa pubblicità dei coltelli Miracle Blade, che ha fatto e fa parte dell’infanzia di tutti quelli che si collegavano alla televisione di mattina!

Il vostro primo (e ad ora unico) full “Evolution In Action” è datato 2018, dopo “Prowler” e il precedente EP “Tales from theFour Towers” uscito nel 2020, state lavorando ad un nuovo album completo? Puoi darci qualche anticipazione sui vostri “movimenti”?
Sì, stiamo lavorando al prossimo album, che speriamo veda le luci proprio questo anno! Abbiamo già praticamente scritto tutti i pezzi e ora ci chiuderemo nella nostra sala prove per affinare il tutto, cosi da partire alla grande nella scelta dello studio di registrazione! Come anticipazione posso dirti che sarà un disco molto più maturo rispetto ai precedenti, e ci siamo messi in gioco parecchio!

Adesso tocchiamo un argomento caldo… quasi tabù, visti i recenti avvenimenti: avete parlato della possibilità di programmare concerti?
Nell’anno appena passato siamo riusciti a suonare qualche volta, divertendoci veramente tanto e dando l’occasione al nostro nuovo membro Tommaso, di fare i suoi primi live, avendo appena 18 anni doveva essere svezzato! Mentre per il primo periodo del 2022, abbiamo pensato di non prendere impegni live proprio per concentrarci a dovere sul lavoro dell’album nuovo! Quasi fatto apposta, anche perché personalmente non vedo la situazione ancora cosi rosea per dei concerti come si deve! Ma speriamo ovviamente che una volta pronti, i nostri live possano essere ancora meglio di prima!

Ho ascoltato il vostro ultimo singolo “Prowler”, che chiaramente tratta una cover degli Iron Maiden, l’ho trovata davvero notevole, eseguita con assoluta maestria. Da cosa nasce l’idea di fare uscire questo singolo?
Ti ringrazio e sono contento che ti sia piaciuta! L’idea nasce dal fatto che volevamo cimentarci in una cover, rendendola nostra, unendo ciò che sappiamo fare a ciò che di grande ha fatto una band come gli Iron Maiden! Siamo stati veramente entusiasti del risultato e lavorare su una cosa del genere ci è piaciuto tantissimo! Abbiamo scelto proprio “Prowler” perché, essendo il primo pezzo del primo album degli Iron, ci siamo immaginati che cosa pensava la gente quando ancora la band era conosciuta a pochi, e mettendo la puntina sul vinile, partiva proprio questa canzone! Ovviamente adoriamo questa band, e speriamo che questo nostro tributo sia gradito a tutti i nostri fans ed a tutti gli amanti degli Iron Maiden!

Time out, Francesco! Ti ringrazio molto per questa piacevole chiacchierata. A te la parola, concludi quest’intervista come vuoi!
Ringrazio tantissimo tutti voi e i lettori! Vi lascio dicendo a tutti che nonostante questi ultimi due anni siano stati un buco nero, con la musica si riesce a risalire da ogni caduta! Non precludetevi la possibilità di ascoltare nuova musica, di conoscere nuove persone e di realizzare sogni e speranze che si sono assopite in questo periodo! E mi raccomando… thrash on!

Zora – Soul raptor

Ci siamo, i veterani deathster Zora sono giunti alla loro terza fatica intitolata “Soul Raptor”, prodotta e distribuita da Maxima Music Pro (ID), Wings of Destruction (RU) e Old Metal Rites (BR). Abbiamo fatto una chiacchierata con Tat0, bassista/cantante della band, il quale ci ha svelato alcune curiosità riguardo al collaudatissimo terzetto calabrese.

Ciao Tat0, innanzitutto ci tengo a ringraziarti per la tua disponibilità e ti do il benvenuto sul Raglio del Mulo! Che ne diresti, come prima cosa, di spiegare il significato che si cela dietro il nome della band? Come mai avete optato per questo moniker?
Ciao Luca! Grazie a voi per lo spazio che ci offrite, e che offrite all’underground nostrano, per noi è davvero un piacere scambiare due parole! Il nostro nome non deriva dal fumetto, non è la vampira ahahha, lo anticipo perché è una domanda che ci viene fatta spesso ovviamente, ed è sempre bello raccontare da cosa deriva in realtà. Zora era il pitbull del nostro primo grafico Fabio Bagalà, colui che ci ha disegnato anche il logo, un cane ferocissimo, ma allo stesso docilissimo e riconoscente nei confronti di Fabio, e questo perché era reduce di combattimenti clandestini che lo avevano ferito nel corpo e soprattutto nell’animo, rendendolo diffidente ed incazzato con tutto il mondo, tranne che appunto con Fabio, colui che lo trovò per strada traendolo in salvo. Data la sua storia, ed il motivo della sua rabbia, ci sembrò subito il nome perfetto per la band.

Siete dei veterani nel campo, ti andrebbe di fornirci qualche informazione in più sull’attuale formazione? Anche per ciò che concerne il vostro “passato”… Quale è il vostro background musicale?
Gli Zora sono attivi dal 2003, ed in questi anni abbiamo avuto diversi cambi di line-up; la formazione attuale, ormai stabile dal 2014, comprende me alla voce ed al basso, Glk Molè alle chitarre e Giampiero Serra alla batteria. Proveniamo tutti naturalmente da un background death, thrash e black metal, ed ognuno di noi ha anche altri progetti che vertono sempre e comunque sull’extreme metal.Iio e Glk facciamo parte anche dei Glacial Fear, ma abbiamo pure altri progetti separati come Antipathic, Defechate, Throne of Flesh, Unscriptural, Warification per me, e Bastardi e Lupercalia per GLK, ed anche Giampiero milita nei sardi Deathcrush, negli Infernal Goat, ha fatto parte dei Necromessiah ed è partecipe in altre band come session in studio.

Il vostro nuovo “Soul Raptor” è uscito a ben cinque anni di distanza dal precedente “Scream Your Hate”. Secondo te quali sono le maggiori differenze tra le due release? E in che maniera pensi si sia evoluto il vostro sound in tutti questi anni?
Beh, le differenze ci sono ed anche nette, la principale delle quali a parer mio è la voce, perché quando registrai “Scream Your Hate” era il primo disco che cantavo in vita mia, e lo feci in fretta e furia spinto dalla necessità di chiudere quel lavoro, in quanto il cantante di allora purtroppo mollò improvvisamente e durante le registrazioni del disco per scelte e motivi personali … da lì in poi ho avuto l’input e la possibilità di approfondire di più questo aspetto della voce, grazie a nuovi progetti che formammo soprattutto, quindi in “Soul Raptor” ho avuto meno difficoltà, anche se non mi ritengo affatto un cantante, di esercizio devo farne ancora ed anche tanto… Non è detto che un domani ri-registremo quel disco, “Scream Your Hate”, mi piacerebbe soprattutto al fine di dargli più giustizia, e di valorizzare di più l’ottimo lavoro che sia Gianluca che Giampiero hanno fatto in quell’album, tanto quanto in questo nuovo. Per quanto riguarda il sound io non credo sia variato molto, forse è più ispirato, questo si, anche perché è il frutto di una pandemia globale che ha portato ancora più a galla tutta la merda che aleggia nell’essere umano, e questa per noi è sempre stata la maggiore fonte di ispirazione.

Parlaci un po di “Soul Raptor”… Dove è stato registrato? A chi vi siete affidati per la buona riuscita dello stesso?
Beh, noi sin dal primo demo “Dismembered Human Race” del 2004, ci siamo sempre affidati a Glk Molè, il nostro chitarrista. Lui ha un’esperienza davvero ventennale nel settore, nonchè un proprio studio di registrazione, il SoundFarm Studio a Catanzaro; non siamo mai rimasti delusi dalle sue produzioni, e continueremo ad affidare sempre a lui i nostri lavori.

Entrando più nello specifico, in che modo prende forma un tipico brano degli Zora? Chi di voi prende parte alle composizioni?
Generalmente scrivo io i brani, o meglio, li strimpello con la chitarra cercando di far capire qualcosa, una volta fatto lo scheletro lo presento ai ragazzi ed ognuno ci mette del suo… nascono da soli e per caso, da un riff che ti si piazza in testa o da un pensiero che si trasforma in una melodia, poi il tutto prende forma in maniera naturale e senza troppe forzature o ricerca stilistica legata a durata o genere, l’istintività è l’unica componente trascinante.

Allo stesso modo vorrei chiederti qualche curiosità sui testi, quali sono gli argomenti trattati?
I testi degli Zora non hanno tematiche politiche o religiose, sono denunce sociali e sfoghi nei confronti di tutto ciò che opprime ed imbastardisce la razza umana, e ciò che la imbastardisce ed opprime è essa stessa… Il nostro motto è sempre stato Scream Your Hate, ed è esattamente su questo che verte la nostra musica ed il nostro messaggio, non bisogna mai tenersi nulla dentro, bisogna sempre urlarlo e con forza, possa piacere o meno, non è questo ciò che conta, ma il sentirsi appagati con sé stessi.

Secondo te in tutti questi anni, come si è evoluto il movimento underground in Italia e come reputi la scena nazionale in ambito estremo?
Io credo che in Italia di band valide ce ne sono e non poche, ma quello che manca è il reale sostegno reciproco, così come il reale interesse verso le produzioni altrui. Ci si relaziona solo per secondi fini, che potrebbero essere una data live, un aiutino con qualche label o agenzia, e tutto ciò che possa portare acqua la proprio mulino. Non è così che funziona una scena, per questo a mio parere in Italia non esiste una vera scena, ma tante singole realtà, difatti man mano negli anni si è praticamente fermato tutto, a cominciare dalla scarsa affluenza ai concerti, dal momento che si a vedere solo gli amici o si smuove il culo giusto per andare ad accaparrare qualche serata per la propria band, cosa che ha portato ovviamente alla chiusura progressiva di molti locali, o al cambio di offerta musicale degli stessi, lasciando uno spazio marginale o nullo al metal visto che non conviene farlo; ricordiamoci che un locale è in primis un’attività commerciale, non possiamo prendercela con loro se preferiscono fare karaoke, ma con noi stessi. Ovviamente non dico né tanto meno sostengo la tesi del “bisogna andare ad ogni serata metal perché bisogna supportare il genere”, questa per quanto mi riguarda è una bella stronzata, non dobbiamo mica timbrare un cartellino di ingresso, ma da qui a non andare mai a nessuna serata ce ne passa…

Quali sono le band che stilisticamente vi hanno influenzato?
Personalmente non poso fare a meno di citare i Cannibal Corpse, così come Bolt Thrower, Obituary, Deicide, Suffocation, Deeds of flesh, Dying Fetus… ma anche Throwdown, Downset, Suicidial Tendencies, Slayer… insomma band che ho ascoltato da sempre e che, volente o nolente, mi hanno condizionato dandomi un imprintig.

Eccoci alla fatidica domanda: “E adesso?” Avete dato alle stampe il vostro terzo album, pensate di esibirvi live quanto prima per promuoverlo? Anche e soprattutto in considerazione sia del periodo che stiamo vivendo, sia del fatto che in questi giorni i contaggi da Covid-19 stiano di nuovo aumentando e che la nuova variante del virus risulti più invasiva di quanto non lo siano state le precedenti…
Siamo soddisfattissimi di questa pubblicazione e adesso stiamo già pensando alla prossima, che molto probabilmente sarà uno split con band italiane a noi molto care e con le quali siamo legati da tempo (non faccio i nomi perché la cosa è ancora in stato embrionale). Per quanto riguarda i live noi in realtà non ne facciamo da ben prima la pandemia, sia per motivi logistici (viviamo molto distanti tra noi) e sia perché la situazione odierna personalmente mi ha fatto passare la voglia di fare live, e non parlo di emergenza sanitaria, ma della continua recita nella quale devi calarti per ottenere qualche concertino del cazzo: compromessi, finte amicizie, locali mancanti e quindi strutture inadeguate. Di certo non pretendiamo palchi e locali super attrezzai, anche perché per ciò che suoniamo non ce n’è bisogno, anzi noi amiamo suonare per lo più nei centri sociali, ma neanche posti improvvisati e con band con le quali non abbiamo nulla da condividere… Sono cambiati troppi fattori, divertitevi voi.

Siamo giunti al termine Tat0, ti rinnovo i ringraziamenti per questa intervista e auguro a te e alla band un grandissimo in bocca al lupo, concludi pure come vuoi!
Grazie ancora a te Luca, per le belle e stimolanti domande e per lo spazio che ci hai offerto, viva il lupo e rimaniamo sempre in contatto, se qualcuno volesse ascoltare qualcosa di nostro può farlo al nostro canale bandcamp zora.bandcamp.com. Sempre estremi e Scream Your Hate!

Descent Into Maelstrom – Estrema dodecafonia

I deathsters emiliani Descent Into Maelstrom sono una band di recente formazione, ma che possiede tutte le carte in regola per emergere. Facciamo quattro chiacchiere con il bassista Michele e cercare di scoprire cosa ha in serbo il futuro per questa promettente band…

Ciao Michele, ti do il benvenuto al Raglio del Mulo e ti ringrazio per la tua disponibilità a rilasciare quest’intervista. Come prima cosa che ne diresti di far conoscere la band ai nostri lettori?
I Descent Into Maelstrom nascono come progetto in studio di Andrea Bignardi, che per il primo disco ha fatto tutto da solo. Nella seconda metà del 2017 ha cercato altri musicisti per portare quei pezzi dal vivo e così siamo diventati una band e abbiamo iniziato a girare fino all’arrivo del virus, al momento siamo in quattro. Andrea alla chitarra e voce, Mattia e Pietro alle chitarre ed io al basso. Siamo divisi tra Piacenza e Milano ma, grazie alla tecnologia, riusciamo a collaborare tranquillamente. Al momento stiamo cercando un batterista che voglia suonare fisso con noi.

Avete all’attivo due full e lo scorso anno avete dato alle stampe l’EP intitolato “Gehenna”, a questo punto vorrei chiederti in che modo si è evoluta la band in questi anni…
Siamo cambiati tantissimo in questi quattro anni. Il primo disco, omonimo, era un death melodico con qualche spunto black. Su “Iconoclasm” abbiamo già lavorato più come band, ognuno è riuscito a mettere la sua personalità ed è venuto fuori un disco di death più classico con spunti dodecafonici. Suonando insieme e facendo esperienza sul palco siamo cresciuti e il risultato è stato “Gehenna”; lì siamo andati su quello che ora chiamano progressive death metal e abbiamo spinto molto sul lato dodecafonico. E’ stato un’ Ep pensato e creato proprio per sperimentare certe sonorità e, alla sua nascita, è legato anche un aneddoto: quei pezzi sono stati scritti all’inizio della pandemia, quando eravamo tutti costretti a casa e risentono molto di quel clima di tensione. Arrivati ad agosto avevamo deciso di accantonarli perché ci sembravano troppo sperimentali e non sapevamo come sarebbero stati accolti. L’idea di un’Ep indipendente ce l’ha data Andy Marchini. Vista la bontà del materiale, ci ha consigliato di pubblicarlo comunque ed effettivamente si è rivelata la scelta giusta. Al momento stiamo ancora sperimentando aspetti diversi tenendo sempre d’occhio la tecnica.

L’uscita del già citato “Gehenna” lascia presupporre che vi stiate preparando per l’uscita di un nuovo full, ti senti di confermare di confermare?
Sì e no, in realtà. Sì perché quello che sarà in terzo album, “Dei Consentes”, è già stato composto. In fase di arrangiamento però, ci siamo accorti di voler sperimentare con archi e tastiere. Abbiamo deciso di lasciare un attimo da parte il terzo disco e scrivere un altro Ep che si chiamerà “Nocturnal Transfiguration” e avrà elementi sinfonici. E’ stata una scelta dettata anche dal fatto che il terzo disco è considerato quello della maturità della band, non si può sbagliare. Sentendo il bisogno di fare ancora qualche esperimento, abbiamo deciso di giocarci di nuovo il “jolly” Ep e far uscire “Dei Consentes” quando saremo totalmente convinti che ci rappresenti.

Come definiresti il vostro sound? Quali sono le band che vi hanno segnato e che fungono per voi da fonte d’ispirazione?
Abbiamo scelto la definizione di “dodecaphonic metal”: si tratta di metal estremo, quindi elementi death e black, con un certo grado di tecnica e l’uso delle serie dodecafoniche che danno delle sonorità particolari. Ispirazione, questa è sempre la domanda difficile. Parto da Schönberg, compositore classico tra i primi a usare le serie. Venendo al Metal sicuramente Death, Pestilence, Cannibal Corpse, Dark Tranquillity ma anche i nostrani Sadist e Fleshgod Apocalypse. Poi tra noi quattro ascoltiamo moltissime altre cose ma queste sono le influenze comuni.

Entrando più nel dettaglio, chi di voi partecipa, e in che misura, alla stesura del songwriting?
Ovviamente, il processo è cambiato nel tempo. Andrea scrive a getto continuo, ha sempre idee! Noi altri, specialmente da “Gehenna” in poi, scriviamo riff e serie dodecafoniche che poi mandiamo a lui che li usa dove servono e da l’impronta definitiva al pezzo. A quel punto ognuno lavora all’arrangiamento definito del proprio strumento e poi valutiamo tutti insieme il risultato finale.

E dei testi cosa mi dici? Quali sono i temi trattati?
Sono Andrea e Mattia ad occuparsi dei testi anche se ognuno porta il suo contributo. I temi sono diversi; ci troviamo bene a lavorare per concept. In Iconoclasm i temi erano legati ai singoli dipinti, “Gehenna” era incentrato sull’Inferno dantesco, “Nocturnal Transfiguration” parlerà del rapporto uomo-montagna e “Dei Consentes” del pantheon degli dei romani.

Devo ammettere che la cover del vostro secondo “Iconoclasm” mi ha molto colpito, qual è il significato che si cela dietro?
E’ opera di Jarno Lahti della Kaamos Illustration che si è occupato delle copertine degli album e ha sempre fatto dei gran lavori! Quella in particolare esprime le atmosfere generali del disco; sono i toni cupi e opprimenti che vengono fuori sia dei testi che della musica.

Da band, come avete vissuto questo lungo periodo di isolamento forzato causa Covid?
Che dannata fregatura! Conta che il secondo disco era uscito a fine ottobre 2019 ed eravamo pronti per girare, avevamo delle date all’estero e diverse opportunità qui in Italia. Da un giorno all’altro tutto cancellato. Nonostante tutto, come band abbiamo reagito bene. Siamo rimasti sempre in contatto e ne abbiamo approfittato per scrivere molto materiale nuovo, “Gehenna” è nato allora, abbiamo ri-registrato il primo album e abbiamo spinto un po’ di più sui social. Cerchiamo di sfruttare al meglio il tempo che è l’unica cosa che si può fare.

A tal proposito, non appena sarà possibile, avete in mente di calcare immediatamente il palco cercando di recuperare il tempo perduto, oppure avete in mente magari di tornare in sede live non appena avrete concluso le registrazioni del nuovo materiale?
Live subito! Non vediamo l’ora di tornare sul palco! Siamo stati fortunati e abbiamo potuto suonare anche ad ottobre 2020. Il 16 luglio saremo sul palco del Malafest a Palosco e speriamo di fare altre date anche dopo. Le registrazioni di “Nocturnal Transfiguration” sono in corso proprio in questi giorni, per quanto riguarda “Dei Consentes” invece penso si parlerà dell’anno prossimo.

Timeout, Michele! Grazie ancora per la tua disponibilità, colgo l’occasione per salutare la band e farvi i miei più sinceri auguri per il futuro, concludi pure come vuoi!
Grazie a te e al Raglio del Mulo per il supporto! Un saluto a tutti quanti e speriamo di esserci lasciati il peggio alle spalle e di poterci vedere a qualche concerto! L’underground italiano è pieno di band validissime, scopritele e supportatele.

Xenos – L’alba di Ares

I thrashers siciliani Xenos sembrano in un periodo di forma smagliante e, a un solo anno di distanza dall’uscita di “Filthgrinder”, sono pronti a tornare sulle scene con “The Dawn Of Ares” (Iron Shield Records). Scopriamone qualcosa di più con il bassista/cantante Ignazio Nicastro.

Ciao Ignazio, ti do il mio benvenuto su Il Raglio del Mulo e ti ringrazio per la tua disponibilità. Per prima cosa ti chiederei di raccontarci un po’ di come e quando è nata la band…
Gli Xenos nascono nei primi mesi del 2019 ma, onestamente, l’idea di dar vita ad una band parallela agli Eversin mi balenava in mente da un po’. Sentivo la necessità di tornare a suonare ciò che mi ha spinto ad imbracciare il basso, di tornare a suonare thrash metal nella sua forma più classica. Io sono cresciuto con Slayer, Megadeth, Annihilator, Testament, Xentrix ed è questo il genere di musica che mi dà emozioni.
Quindi ho deciso di sviluppare più approfonditamente certe idee, certi riff, certe linee vocali e, con l’aiuto di Giuseppe e Danilo, ho registrato dei demo. Ci siamo accorti che i brani funzionavano alla grande e quindi abbiamo deciso di comune accordo che sarebbe stato il caso di portare avanti un discorso musicale più concreto. I brani che compongono “Filthgrinder” sono stati composti ed ultimati tra marzo ed aprile 2019 e già a giugno avevamo ultimato le registrazioni.

Nonostante gli Xenos siano una band giovane, ognuno di voi ha delle precedenti esperienze musicali, puoi brevemente illustrare i vostri “trascorsi” in tal senso?
Ho iniziato a suonare a 14 anni, il primo demo lo registrai nel 1997 quando suonavo in una band black metal che avevo fondato. Successivamente formai i Fvoco Fatvo poi divenuti Eversin, con il quali ho pubblicato quattro dischi e suonato su alcuni dei più grossi palchi europei avendo la possibilità di stare fianco a fianco con band come Maiden, Slayer, Megadeth, Annihilator e tanti altri. Gli Xenos sono un po’ la summa di tutte queste mie esperienze fatte nel corso degli anni. Peppe è un musicista della scena Metal di Palermo, ha suonato con diverse band prima di entrare negli Xenos e vanta un’ottima esperienza dal vivo oltre ad essere un chitarrista a dir poco portentoso. Non nascondo che molto del successo degli Xenos è merito suo. Danilo è con me dal 2013, anche lui ha diverse esperienze pregresse in varie band metal siciliane ed è un batterista eccezionale, violento ma al contempo dotato di una tecnica perfetta. Un vero metronomo umano.

Come “Filthgrinder” anche la nuova release “The Dawn Of Ares” uscirà per la tedesca Iron Shield Records, la quale punta molto su di voi. Ci potresti riassumere brevemente in che modo e in che circostanze è nato il loro interesse per gli Xenos?
A dire il vero “Filthgrinder” è uscito per la Club Inferno Ent. e non per Iron Shield, eheheh. Con la Iron Shield i contatti sono iniziati subito dopo la pubblicazione di “Filthgrinder”, diciamo che ci siamo piaciuti fin da subito.

Il vostro sound è chiaramente ed inequivocabilmente di matrice thrash metal, quali sono le band che fungono da “muse ispiratrici” per gli Xenos?
Per quanto mi riguarda Megadeth, Annihilator e Slayer saranno sempre continue fonti di ispirazione. Ovviamente band come Metallica, Testament, Xentrix, Kreator e Coroner sono stati e sono tutt’ora fondamentali per noi.

“The Dawn Of Ares” uscirà ad appena un anno di distanza dal precedente ed ottimo “Filthgrinder”, possiamo ben dire che avete al meglio approfittato di questo anno di lockdown?
Uhm, sicuramente l’attuale e merdosissima situazione, costringendoci a casa, ha agevolato la composizione del nuovo disco ma, onestamente, non penso che in assenza di essa i tempi si sarebbero allungati di tanto. Compongo e registro continuamente, praticamente ogni giorno.

“Filthgrinder” ha una produzione davvero eccellente, chiara e potente… A chi vi siete affidati per la buona riuscita?
Grazie mille per il complimento. Quel suono ruvido, sporco e potente per me è sta alla base del successo di “Filthgrinder” ed è esattamente ciò che volevamo. Il mixing è stato curato da me e da Francesco La Spina, tecnico del suono che si è occupato degli ultimi due dischi degli Eversin.

Per ciò che concerne il songwriting chi di voi è il maggiore compositore?
Compongo e registro tutte le strutture dei brani poi le invio a Peppe e Danilo. Gli arrangiamenti vengono poi man mano studiati da tutti. Peppe, in questo frangente, svolge un ruolo fondamentale.

Per quanto riguarda i testi vorrei chiederti quali sono i temi che trattate di solito…
Ho un modo di scrivere molto “classico”, in fondo mi basta aprire la finestra la mattina per trovare qualcosa che mi faccia girare le palle. Guardando i TG, tutta la merda che succede in questo mondo malato è continua fonte di ispirazione per scrivere un buon testo. Guerra, inquinamento, pandemia, animali in estinzione…

Curiosando nelle note della vostra biografia ho notato che, per ciò che concerne la nuova release, vi siete avvalsi della collaborazione di Josh Christian dei Toxik e Tony Dolan dei Venom Inc. Com’è stato lavorare con loro? Svelaci qualche curiosità al riguardo…
Beh, sono dei professionisti di fama mondiale, poter lavorare con gente di questo calibro è comunque una cosa straordinaria. Conosco Tony Dolan da tanto ormai, è uno dei miei cantanti preferiti, la sua voce ruvida, spigolosa e catramosa è davvero fenomenale. Ho chiesto al nostro tour manager di fare da tramite dato che, da quanto ne so, è da un po’ che Tony non fa il guest. Fortunatamente, una volta ascoltato il brano, ha subito accettato ed il risultato è devastante. Per quanto riguarda Josh Christian, beh, è un chitarrista straordinario ed i dischi dei Toxic ne sono la prova. L’ho contattato io stesso via Facebook, e dopo un po’, ha accettato. Era molto impegnato con la sua band, quindi la cosa ha richiesto del tempo. Alla fine, anche in questo caso, il risultato è stato incredibile.

Immagino che, una volta uscito il nuovo “The Dawn Of Ares”, prenderete in seria considerazione la possibilità di tornare a suonare live, giusto? A maggior ragione del fatto che il tutto sembra si stia per rimettere in moto…
Poter tornare su un fottutissimo palco è in assoluto la cosa che più oggi desideriamo e stiamo facendo del nostro meglio affinché questo possa accadere già per fine anno.

Ignazio, l’intervista è giunta al termine, non mi resta che fare a te e alla band i miei più sinceri complimenti ed auguri per il futuro. Concludi come vuoi!
Grazie mille per il supporto, sono felice che abbiate apprezzato “Filthgrinder”, sono certo che rimarrete incantati da “st”. Prova ad immaginare un “Filthgrinder” 100000 volte più potente, più tecnico e più cattivo…

Ibridoma – Answers in ruins

A quasi tre anni di distanza dalla loro ultima fatica discografica, intitolata “City Of Ruins” ed uscita per l’italiana Punishment 18 Records, tasteremo il polso agli Ibridoma, band marchigiana presente sulle scene da 20 anni. Ne parliamo con Leonardo, il bassista…

Ciao Leonardo, ti do il benvenuto al Raglio del Mulo e ti ringrazio per la tua disponibilità a questa intervista, siete in attività ormai da una ventina d’anni, ti andrebbe di parlarci un po’ della storia della band?
Ciao a tutti e grazie del benvenuto, noi siamo gli Ibridoma, una band partita nel 2001 con stampo puramente heavy metal classico, ma che nel corso degli anni ha subito sensibili mutamenti grazie ai vari cambi di formazione, infatti della line up originale rimangono solamente Alessandro Morroni alla batteria e Christian Bartolacci alla voce, il primo chitarrista solista, Pietro Alessandrini, ha ceduto il testimone a Marco Vitali, io ho riempito il vuoto lasciato dal bassista Lorenzo Petrini mentre Simone Mogetta ha ceduto il posto di chitarrista ritmico prima a Daniele Monaldi, poi a Sebastiano Ciccalè ed infine a Lorenzo Castignani. Nel corso della nostra carriera abbiamo prodotto cinque album “Ibridoma” nel 2010, “Nightclub” nel 2012 prodotto da Michael Baskette, noto per aver lavorato con Alter Bridge, Slash e molti altri, “Goodbye Nation” nel 2014 prodotto da Max Morton, “December” nel 2016 e “City of Ruins” nel 2018, questi ultimi prodotti da Simone Mularoni. Nell’arco degli anni abbiamo suonato con diversi nomi di rilievo come Blaze Bayley, facendogli da gruppo di apertura nel suo tour italiano di “The man who would not die”, e Manowar nel festival Magic Circle.

Come mai Ibridoma? Quali furono le circostanze che portarono a propendere per questo nome?
Il nome Ibridoma è stato scelto per il fatto che nessuno dei membri originali provenisse dallo stesso genere, Alessandro e Simone ascoltavano principalmente hard rock, Christian votato all’heavy metal, Pietro che viveva di thrash metal e Lorenzo che ascoltava quasi soltanto death. Ibridoma in parole povere è una cellula che produce anticorpi di vario tipo partendo da un singolo genere, quindi come nome secondo me era piuttosto azzeccato.

Siete una band ormai molto matura, puoi dirci come, secondo te, si sia evoluto in tutti questi anni il vostro sound? Tenendo ovviamente conto del fatto che avete rilasciato ben cinque full…
Il sound del gruppo si è evoluto principalmente per due motivi, il primo sta nel fatto che la maggior parte di noi ormai ha raggiunto una certa età per così dire, quindi abbiamo bene in mente le origini di ciò che ascoltiamo e suoniamo, dall’altro lato però abbiamo sempre seguito il mercato musicale aprendoci anche a nuovi generi, aiutati anche dalla formazione che cambiava spesso, portando nuova linfa alla creazione dei pezzi e offrendoci anche punti di vista più “freschi” rispetto al nostro della “vecchia guardia”.

Il vostro sound di riferimento è chiaramente una forma di metal classico anche se, ascoltando bene, è possibile cogliere anche altre sfumature stilistiche, quali sono le band a cui vi ispirate?
Indubbiamente la base del nostro sound nasce dagli Iron Maiden, ma le nostre influenze sono le più disparate, abbiamo Megadeth, Stratovarius e AC/DC tra le band classiche, molto spesso per gli stacchi ci basiamo su gruppi più aggressivi come Six Fet Under, Breakdown of Sanity o Arch Enemy. Ce ne sono molte altre a cui facciamo riferimento, soprattutto perché sono band che ascoltiamo spesso per nostro gusto personale, ma se dovessi elencarle tutte probabilmente staremmo qui per almeno un’altra ventina di righe.

Volendo trattare il “tema” composizioni, chi di voi è il principale artefice?
A livello strumentale il principale compositore è Marco Vitali che, avendo una formazione tecnica più completa, riesce a comporre con più facilità rispetto al resto di noi, ciò nonostante tutto ognuno di noi ha sempre portato riff o perfino canzoni complete all’attenzione degli altri, e da lì si partiva con i dovuti cambiamenti.

E dei testi che mi dici? Quali sono i temi trattati?
I testi sono stesi quasi esclusivamente dal nostro cantante Christian Bartolacci, ma gli argomenti trattati sono proposti da tutti, abbiamo trattato temi concreti che ci toccassero personalmente, come il terremoto del 2016 e il recente cambiamento climatico o il continuo abbandono dell’Italia da parte dei giovani per tentare la fortuna all’estero. Abbiamo trovato queste tematiche più nelle nostre corde rispetto a temi più astratti o “epici”.

Vorrei soffermarmi un attimo sulla cover del vostro ultimo “City Of Ruins”, molto accattivante… Potresti spiegare cosa si cela dietro e chi è l’autore della stessa?
La copertina è stata creata da Gustavo Sazes, con il quale abbiamo collaborato anche per le copertine di “December” e “Goodbye Nation”, è un artista che sta andando molto e che ha collaborato con molti altri artisti come James LaBrie e Amaranthe. Ovviamente la copertina sta ad illustrare come noi stiamo percependo la nostra società odierna e il mondo che ci circonda.

Sono ormai passati quasi tre anni dal vostro ultimo full, ci sono novità che vuoi svelarci? Cosa avete in cantiere per il prossimo futuro?
Abbiamo dovuto dilatare un po’ i tempi a causa della pandemia e di alcuni problemi personali, ma sicuramente per il prossimo autunno usciremo con qualcosa di nuovo che certamente non deluderà chi già ci segue e che speriamo sia apprezzato anche da chi non ci conosce. 

Come band, in che maniera state vivendo questo particolare periodo storico in cui tutto si è fermato?
Sicuramente l’impossibilità di esibirci live si sta facendo sentire, ma ne abbiamo approfittato per stare di più con i nostri cari e cercare di migliorarci a livello sia personale che tecnico, inoltre abbiamo sempre cercato di non demoralizzarci e sicuramente la musica in questo ci ha aiutato molto, continuando a comporre e suonare, anche se per conto nostro.

Dunque Leonardo, siamo arrivati alla fine, grazie ancora per questa chiacchierata! Non mi resta che augurare a te e alla band un grosso in bocca al lupo per tutto, concludi come vuoi!
Grazie al Raglio del Mulo per lo spazio che ci avete concesso, ringrazio anche tutti coloro che hanno letto quest’intervista e continuano a seguirci e supportarci, per chi ancora non ci conoscesse spero che vorrete ascoltarci sui nostri social nell’attesa di poterci rivedere nuovamente live. Stay Metal

Feretri – Il culto del caos

Quest’oggi andremo a scoprire uno dei progetti musicali più interessanti che popolano il sottobosco dell’underground nostrano: Feretri. Questa one man black metal band ha da poco dato alle stampe un EP autoprodotto intitolato “The Priests Of Chaos”. Parliamone con il nostro interlocutore Snor Flade

Ciao Snor, e benvenuto al Raglio del Mulo! Che ne diresti di iniziare l’intervista parlandoci di come e quando nacque il progetto Feretri?
Ciao, grazie per il benvenuto. Il progetto Feretri prese forma nel 2014 durante un periodo oscuro e caotico della mia vita, dove ad un certo punto, istintivamente sentii il bisogno di riprendere i miei strumenti e gettare nella musica i miei stati d’animo ed esperienze passate, legate all’occultismo e alle proiezioni astrali del periodo. Nonostante ciò, volevo anche trasmettere all’esterno il mio pensiero sul sentirsi perennemente in lutto con la vita e la mia passione morbosa dei cimiteri, luoghi che fin dall’infanzia mi hanno sempre accompagnato, giacché sono “nato in lutto”, visto che mio padre morì in un incidente stradale quando io avevo all’incirca un mese.

Come musicista, prima di Feretri, hai avuto esperienze musicali precedenti? Qual è la tua storia in tal senso?
Nel 2003 fondai con un mio amico i Sepulcretum, facendo uscire una demo autoprodotta “A Mystic Funeral Site”su CD-R. Ricordo quei tempi con nostalgia e spensieratezza… Il black metal per me era un credo, uno stile di vita, un alleato. Purtroppo a causa della mia fortissima misantropia e disprezzo verso il mondo esterno, in seguito mi allontanai da tutto per sprofondare in una sorte di limbo, in compagnia di una persona che credevo sincera e dalla quale mi fidavo.

L’EP “The Priests Of Chaos” si compone di cinque brani, di cui uno (l’ultimo) che si assesta su coordinate dark ambient dalle forti tinte industrial, come mai hai optato per questa soluzione musicale?
Quando creo musica entro in uno stato mentale adeguato che mi apre nuovi sentieri, anche inaspettati. Spesso quando suono mi capita di entrare in una sorte di semi-trance o stato mentale alterato poiché per me la musica è uno strumento magico dove si possono creare mondi e richiamare perfino entità… E’ il caso di “In the deep of Noseremo”, dove nella parte finale risiede “Melmoth”, una mia eggregora che vomita tutto l’odio e lo scontento verso il genere umano. In questo brano mi sono voluto concedere lo sfizio di inserire suoni bineurali e tanta altra bella roba per stordire e annullare le difese dell’ascoltatore.

Ascoltando “The Priests Of Chaos” il primo nome che mi viene in mente è Burzum, correggimi se sbaglio… Quanto è importante per te il controverso e discusso musicista nativo di Bergen?
Personalmente ci sento più sonorità alla Darkthrone del periodo black’n roll/punk, per quanto riguarda Burzum… Beh, gli sono debitore. Ricordo ancora la prima volta che ascoltai la traccia “Det Som Engang Var”, non una volta ma per giorni interi, tanto che accantonai tutti i miei vari cd metal, entrando e provando una fortissima ed indiscussa sintonia col black metal. Penso che Burzum sia stato fondamentale per la mia crescita musicale nel black metal.

Andando a spulciare la tua biografia si vede che una label americana, la Staring Into Darkness, si è proposta per stampare l’EP in versione musicassetta, ma con una copertina differente… Puoi spiegarci le vicissitudini che hanno portato a questo?
La copertina è risultata abbastanza controversa, certa gente si è anche scandalizzata (!), azzardandosi ad associarmi ad un sottogenere del black metal di cui non ci ho nulla a che fare, anzi approfitto l’occasione per dire che i Feretri non appartengono a nessun tipo di ideologia o propaganda di stampo politico e/o religioso. Rob, il proprietario della Staring Into Darkness, mi ha chiesto gentilmente se potevo cambiare la copertina e quindi evitargli eventuali problemi, vista la situazione attuale che si respira negli States, così (anche se a malincuore) ho optato per la sostituzione.

Puoi spiegarci meglio come nasce un tipico brano di Feretri?
Da stati d’animo o mentali del momento, da dove vorrei trovarmi spiritualmente o da “simpatiche” proiezioni astrali, compresa la chiarudienza. Mi è capitato di sentire musica anche durante uno stato di trance o in dormiveglia, comprese visioni, ma la musica che sento durante quello stato è qualcosa di mistico e spettacolare, così a volte mi desto velocemente per riportarla sul piano fisico… Ma credimi, è nulla rispetto all’originale che avevo sentito pochi istanti prima. Altre volte semplicemente mi connetto col mio “Io” più profondo, e compongo di getto.

Parliamo un po’ dei brani che compongono “The Priests Of Chaos”, anche e soprattutto a livello di lyrics…
Mi sono ispirato alla mia Chaos Magick, in quanto praticante, e alle entità che circolano in rete. Ti è mai capitato di vedere video strani e di dubbio gusto, (es. 11B 3 1369) o video sigilli? Beh, questi ultimi sono forme di incanti moderni, utilizzando appunto immagini, accompagnate da musica delirante e sigilli sotto forma di video. Anche questa è Chaos Magick! I brani per questo EP dovevano essere di forte impatto, primordiali e con uno stile “proto black metal”, infatti puoi sentire anche riff thrash, death e doom. Il privilegio di suonare da solo è appunto il poter decidere in totale libertà cosa fare, senza dover discutere o essere influenzato da altri membri.

L’EP è appena stato dato alle stampe, ciò nonostante ti chiedo se a questo ci sarà un seguito, magari un full… Oppure ti stai occupando di altro?
Stavo lavorando a nuovi brani, stavolta su uno stile black metal più tradizionale, completando cinque tracce per Feretri, quando ad un certo punto mi venne una fortissima necessità e richiesta dalla mia parte più profonda, (visto il nuovo percorso magico al quale mi sto inoltrando) di fare musica di getto, istantanea e senza alcun tipo di congettura, un’auto-iniziazione magica musicale… Beh, in una settimana e mezzo ho terminato un album per il mio nuovo progetto battezzato Qliphothic Realm, chiaramente di stampo demoniaco goetico. Nonostante ciò credo che riprenderò il lavoro iniziato per Feretri, chissà stavolta potrei fare uscire un album completo, richiamando vecchie sonorità utilizzate nei vari EP passati.

Feretri sarà sempre un progetto solista oppure hai pensato magari di ampliare la line-up con l’ingresso di altri musicisti?
No, Feretri è e continuerà ad essere una one man band… In passato ho suonato con altri musicisti, ma ero sempre io a comporre e portare materiale nuovo, poi alla lunga perdevo l’entusiasmo iniziale, ed essendo un tipo molto individualista ho quindi deciso di proseguire da solo con la mia musica, con i miei tempi e senza impegni o vincoli di alcun tipo.

Ok, Snor, siamo ai titoli di coda… Ti ringrazio per la tua disponibilità a questa chiacchierata, concludi pure come vuoi!
Grazie a te per lo spazio dedicatomi, saluto e ringrazio coloro che mi hanno supportato e che continuano a supportare la scena Black metal underground italiana, poiché ci sono tante valide band in giro.

Gigantomachia – La furia dei giganti

Per l’intervista di oggi, in collaborazione tra Il Raglio Del Mulo e Metal Underground Music Machine, proviamo a tastare il polso ai laziali Gigantomachia, band giovane ma molto promettente, a tre anni di distanza dal loro esordio “Atlas” uscito per la label nostrana Agoge Records. Ne parliamo con il bassista Lorenzo Barabba Suminier!

Ciao Lorenzo, ti ringrazio per la tua disponibilità e ti do il benvenuto al Raglio Del Mulo, che ne diresti di iniziare questa chiacchierata parlandoci delle circostanze in cui nacque la band?
Ciao a tutti, e grazie per averci donato dello spazio! Allora, la band nacque da una mia idea nel non tanto lontano 2015. Il mio sogno era quello di trascrivere in chiave epica (ma comunque pesante) le antiche leggende dei nostri avi. Diciamo che è una pratica molto utilizzata nel folk, quindi per dare un tocco d’originalità abbiamo voluto dare uno slancio più death, sia nelle sonorità che nei testi, e in tutto ciò che ne sussegue.

Da cosa nacque l’idea che vi portò a scegliere per la band il nome Gigantomachia?
Gigantomachia devira dal Greco “γιγας gigante e μαχη battaglia” ed è la lotta che i Giganti ingaggiarono contro gli Dei dell’Olimpo, aizzati dalla loro madre Gea e dai Titani. Gli dei, per proteggersi da questi ultimi, chiesero aiuto ai Ciclopi, figli di Poseidone, i quali furono fondatori e costruttori della nostra citta natale, Alatri, detta appunto “Città dei Ciclopi”.

La band è senza dubbio di giovane formazione, ragion per cui ti chiedo se prima dei Gigantomachia avete avuto dei “trascorsi” in termini musicali con altre realtà.
Bene o male proveniamo tutti da vecchi progetti. La cosa interessante è che la band ha avuto diversi cambi di formazione, dove ogni musicista veniva da un ambito diverso, aspetto che ha influito in ogni composizione e arrangiamento, donando ai brani un sound sempre differente.

Una delle cose che colpisce ascoltando l’album è la produzione, davvero molto pulita ma anche potente. A chi vi siete affidati per la buona riuscita della stessa?
E’ stata affidata al nostro produttore discografico, Gianmarco Bellumori e al suo Wolf Recoding Studio. E’ un gran professionista e sa cosa vogliono le band, ne approfitto per ringraziarlo e salutarlo!

Quali sono le band dalle quali traete ispirazione per le vostre composizioni?
Principalmente mischiamo ciò che adoriamo, di base diciamo che c’e’ una buona dose di Ex Deo e Septicflesh.

A proposito di composizioni, chi e in che misura è l’artefice delle stesse?
Per la composizione principale se ne occupa Alessandro, il chitarrista, dopodiché vediamo con Davide (il cantante) cosa può uscire e di lì, via discorrendo, ognuno mette il suo. Lavoriamo principalmente in saletta ma spesso e volentieri anche da casa. Per fortuna viviamo in un’epoca dove la tecnologia aiuta molto.

A proposito della vostra passione per la mitologia greca ed in particolare per la leggendaria Alatri, vorrei chiederti se le lyric dei brani che compongono “Atlas” formano un concept oppure, da questo punto di vista, sono a se stanti.
Non è un concept album con un nesso continuo. Certo, ogni brano si riferisce metaforicamente alle leggende e alla città, ma non sono connessi da un filo condutture, come il susseguirsi di una storia. “Aldebaran”, ad esempio, si riferisce alla “testa di toro”, la stella padrona della costellazione Sotot, sotto la quale è stata costruita Alatri. “Leviathan” invece si riferisce ai cunicoli sotto la città, detti l’altro “del Leviatano”, che serviva per spostarsi sotterraneamente da un paese all’altro mentre la città era sotto assedio. “Immortal” parla di un guerriero che si oppose alle armate romane e permise al suo popolo di fuggire mentre da solo, teneva testa a una legione. Ogni brano di fatto racchiude un pezzo di storia (o leggenda) di quello che è il nostro passato storico.

Il vostro esordio è targato 2018, ragion per cui vorrei chiederti se state lavorando a delle nuove composizioni per un EP o magari anche un full.
I continui cambi di formazione ci hanno rallentato un po’, per cui abbiamo deciso per ora di lavorare continuamente su pezzi nuovi ma che faremo uscire come singoli. Per un album nuovo abbiamo moltissime idee in cantiere, ma solo il tempo ci saprà dire cosa ne verrà fuori.

Ok, Lorenzo, l’intervista è giunta al capolinea, ti ringrazio molto per la piacevole chiacchierata! Non mi resta che augurare a te e alla band un grosso in bocca al lupo per il futuro, concludi l’intervista come preferisci!
Voglio ringraziare in primis te, Luca, per il tempo e lo spazio donato. Poi la mitica Tiziana e tutto lo staff di MUMM, il quale si occupa di dare man forte e valorizzare tutto l’underground italiano! Un saluto titanico va a tutti i nostri sostenitori, senza i quali non saremmo qua, grazie a tutti! Speriamo di vederci presto sopra ma soprattutto sotto un palco!

Abyssian – Il suono della devozione

I nostrani Abyssian dopo cinque anni dal precedente “Nibiruan Chronicles” tornano sulle scene con il secondo “Godly”, uscito per l’italiana Revalve Records. Scopriamone un po’ i particolari con Roberto, chitarrista e frontman della band…

Ciao Roberto e ben trovato al Raglio del Mulo, ti andrebbe per prima cosa fare un po’ di luce su quella che è la storia della band?
Ciao Luca e bentrovati tutti. Dunque, gli Abyssian nascono almeno come idea generale nel 2010, quando dopo un lungo periodo di assenza dalla scena musicale (parliamo del 1995 come ultima uscita discografica con la mia prima band, i Sinoath) ho sentito che era arrivato il momento di riprendere con qualcosa, da qualche parte. Lo spunto me lo diedero le mie letture del periodo, su argomenti come l’archeo-astronomia, le civiltà sommerse, le teorie sull’esistenza o meno di Atlantide, gli antichi alieni e argomenti simili. Gli Abyssian nascevano inizialmente come one man band, ma ben presto mi resi conto che per poter mettere tutto in pratica più facilmente, avevo bisogno di qualcuno con cui condividere e fissare idee e spunti. Così contattai Francesco (attivo anche con il suo progetto solista Svirnath) che tuttora si occupa della chitarra ritmica, delle partiture di tastiere e batteria elettronica. Nel 2014 realizzammo l’Ep The Realm of Commorion. Nel frattempo la formazione si allargò e si stabilizzò, includendo anche Vincenzo al basso e Riccardo alla batteria e nel 2016 per la Violet Nebula uscì il primo album “Nibiruan Chronicles”. Avere una formazione completa, fu davvero una cosa molto importante soprattutto per i live. Circa un anno dopo l’uscita del primo album, Riccardo venne sostituito da Daniele (ex Holy Martyr, e tuttora anche in forze nei Drakkar) col quale abbiamo poi lavorato a “Godly”, il secondo album uscito da poco in versione digitale per la Revalve Records, e previsto adesso in formato fisico sempre per la Violet Nebula.

Siete sulle scene da più di dieci anni che non sono pochi, ciò nonostante vorrei chiederti se prima degli Abyssian avete avuto delle precedenti esperienze musicali… Qual è il vostro “background”?
Come già detto, prima degli Abyssian, dal 1988 fino al 1995 ho fatto parte dei Sinoath, progetto musicale che è passato da un iniziale black/death a un death/doom, e poi a una sorta di dark/metal. Le mie esperienze musicali hanno quasi sempre rispecchiato ciò che ascoltavo all’epoca (e che tuttora ascolto), era il periodo dell’avvento del gothic/doom inglese, del death americano e svedese, e del black scandinavo, per cui quelle sonorità vissute come anteprime assolute, non potevano non influenzare le mie composizioni. Successivamente ho allargato gli ascolti anche ad altri ambiti come l’elettronica fredda o più calda, al jazz, l’ambient, la musica etnica, o al dark. E’ chiaro quindi, che la natura successiva dei brani sia stata contaminata dalle inclusioni più recenti. Essendo il più “anziano” della band, che io ricordi, sia Vincenzo che Francesco Abyssian a parte, al di là delle feste del liceo non hanno suonato (ride) mentre Daniele come già accennato, ha avuto diverse partecipazioni sulla scena più epic e power metal. Adoro il suo stile, tecnico ma al contempo granitico…

Quali sono le band che hanno da sempre ispirato le vostre composizioni?
Diverse e davvero tante. Alcune hanno avuto un’influenza più marcata sul sound, mentre altre ci vivono dentro attraverso qualche richiamo. Pink Floyd, Cure, Sisters of Mercy, tutto il Gothic/Doom inglese, i Type O Negative, i Beatles, Candlemass, Mercyful Fate, Dead Can Dance, Massive Attack, Depeche Mode, Radiohead, Aphex Twin, Bjork, la musica brasiliana, i Death. Potrei continuare davvero per molto tempo ancora…

Come pensi sia cambiato il vostro songwriting in questi anni? Quali sono secondo te le principali differenze tra il nuovo “Godly” e il precedente “Nibiruan Chronicles”?
Le differenze tra “Nibiruan Chronicles” e il recente “Godly”, si trovano soprattutto nel concetto e nell’intento. “Nibiruan” è una sorta di concept, un “documentario di viaggio” dei nostri ipotetici antenati dal Pianeta X (Nibiru appunto) a Tiamat, cioè l’attuale Terra. E’ pieno di gesta, luoghi, azioni e momenti storici ben precisi, come nel caso del brano “Zep Tepi,” cioè del Primo Tempo egizio, dove si presuppone siano vissuti gli Dei, o di No place for the heart, dove gli Anunnaki si ribellano alla schiavitù dei loro padroni Nephilim, e organizzano una rivolta. E ha una copertina “archeologica”. “Godly” è già dal titolo, qualcosa di più spirituale e devozionale. Inoltre segna un ipotetico proseguo del Culto Atavico e ancestrale, fin dentro al DNA di quello pre-Cristiano. La copertina questa volta, presenta un Angelo/Rettile. E’ la celebrazione del Dio Squamoso o Piumato, che ritrovi anche nei culti mesoamericani con Quetzalcoatl o in quelli nipponici dei misteriosi Jomon, nella versione indiana con Naga, o in quella egizia con Ankh-neteru. E’ interessante notare come tutte queste antiche civiltà celebrino lo stesso Dio e le sue stesse gesta, chiamandolo con nomi differenti. Tutti affermano che un giorno discese un Essere Superiore e fiammeggiante dal cielo, li istruì e decise poi stabilire il suo regno sulla Terra. In alcune varianti, di andare a risiedere poi nelle profondità marine, tornando di tanto in tanto per gestire correttamente l’operato degli uomini. Oannes, nella sua nomenclatura babilonese o Dagon in ebraico, era un Essere saggio, colto e giusto e non pretendeva nessuna Chiesa, né tributi. Lo so, ricorda abbastanza anche Cristo.

Immagino che anche il nome Abyssian tragga ispirazione dalle stesse tematiche, no?
Abyssian è un po’ una licenza poetica di “Abitante degli abissi”. Un Abissiano. Può anche avere l’identità di Oannes di cui ti ho già detto, ma può riallacciarsi perché no, a qualsiasi altra creazione. Anche immaginaria. Mi affascinava l’idea di questa identità abissale, terribile o meno. Ci puoi trovare tanto Lovecraft dentro, ma anche qualcosa di molto più impalpabile, tanto che Abyssian è anche un sinonimo inglese di Depression. Sono le profondità abissali, ma anche mentali.

Da cosa sono caratterizzati i vostri processi di composizione? Chi di voi partecipa alla fase di songwriting?
Beh, questo si riallaccia un po’ a tutto quello che ho descritto. Il mondo Abyssian è in buona sostanza qualcosa che, prima raggruppa spunti, idee, frasi, motivi, partiture ecc., poi elabora tutto, privilegiando sempre il tentativo di rendere ogni cosa più omogenea e immediata possibile. E, a volte, date le numerose influenze da cui provengono questi elementi, non risulta sempre un processo facile. Mi ritengo uno assolutamente innamorato della semplicità, fatta però di sintesi intelligente e cuore. Odio i fronzoli e in generale, le cose ostentate e inutilmente complicate. Io mi occupo del songwriting e della forma in generale, successivamente i brani vengono rifiniti insieme.

Come nascono i tuoi testi?
I testi, sono un po’ il nero su bianco di tutte quelle visioni che provo a formulare nella mia mente. Viaggi cosmici, scontri, luoghi mistici, mondi sotterranei o appartenenti alla sfera celeste, e così via. Ce ne sono di più solidi ed esteriori, altri invece più introspettivi e basati sul sentimento dell’animo, sui pensieri, sulla rabbia o sulla devozione. Certe liriche sono quasi la descrizione più pedissequa di eventi, momenti e individui reali e non; altre hanno una natura totalmente astratta, e di solito al genere di testo ne corrisponde anche l’intensità del brano.

Come definiresti il sound degli Abyssian?
Come flusso piuttosto intenso. Un Ambiente dove vuoi essere disposto ad entrare e uscire senza fretta. La natura di Abyssian in fondo è molto semplice, ma tuttavia ha bisogno di diversi ascolti e di una buona predisposizione per essere colta in pieno e nel complessivo. Ti arriva dopo. Alla fine.

Forse non è il momento più idoneo visto tutto quello che stiamo vivendo, ma state prendendo in considerazione l’eventualità di proporre i vostri nuovi brani dal vivo?
Ovvio che si… In realtà non vediamo l’ora (ride). C’è anche la setlist pronta. Questo dannato Covid ci ha tolto il momento migliore che si possa vivere dopo l’uscita dell’album, quello della condivisione con il pubblico. Vedere come chi ha ascoltato a casa i brani, li accolga davanti al palco. E’ qualcosa di magico. Impagabile. E’ lo scopo maggiore della musica. Nel nostro caso anzi, ti dirò che questa pandemia si è piazzata esattamente in mezzo al periodo delle registrazioni di “Godly, ritardandone maledettamente i tempi. E una volta pronto, ne abbiamo anche voluto tenere in stand by l’uscita, sperando che l’anno dopo fosse tutto risolto e poter agganciare l’uscita dell’album ai live. Ma purtroppo non è servito a nulla…

Ok Roberto, l’intervista è giunta ai titoli di coda, ti ringrazio nuovamente per la chiacchierata e auguro a te e agli Abyssian le migliori fortune, concludi pure come vuoi!
Ringrazio tanto te Luca, per la bella chiacchierata e la redazione del Raglio del Mulo per la disponibilità e l’attenzione verso di noi. Raccomanderei a tutti l’acquisto di “Godly”, che sebbene già in ascolto su tutte le piattaforme digitali, a brevissimo sarà disponibile anche in formato fisico, magari proprio mentre scrivo queste righe. Ma non lo farò… Mi verrebbe quindi da augurare le migliori fortune a tutto il panorama italiano underground, che è davvero un sottobosco stracolmo di chicche tutte da scoprire e invitare tutti, una volta finito tutto questo schifo, a farsi grandi scorpacciate di live perché ce n’è davvero bisogno, per il pubblico e per la musica di settore in generale. Abbiamo davvero tutti bisogno di salvarci con la musica. Adesso più che mai.

Eresia – La voce del fondatore

I longevi deathster veneti Eresia tornano sulle scene dopo appena un anno dal precedente “Aìresis”, pubblicando la loro quarta fatica da studio intitolata “Neocosmo”, distribuito dalla DeathStorm Records / Andromeda Relix, ne parliamo con Max (voce e basso) e Bonfy (batteria).

Ciao ragazzi, innanzitutto grazie per la vostra disponibilità e benvenuti sul Raglio del Mulo, vi andrebbe di parlarci un po’ della storia della band dall’anno della sua nascita fino ad oggi?
Max: Ciao Luca, grazie infinite a te e a tutto lo staff del Raglio, per la disponibilità e lo spazio che ci dedicate. La band nasce nell’aprile del 1995, da tre amici ed ex compagni di scuola, io, il Bonfy e Mirko, che allora era il cantante chitarrista. C’è da dire che già dal 1994 qualche esperimento era stato fatto, ma la formazione si consolida nel ’95. Iniziamo con un sound ed un’attitudine punk/hardcore, che presto si tramuta in thrash metal. In quel periodo realizziamo qualche registrazione (compreso il demo ’98), partecipiamo a qualche compilation e poi nel ’99 realizziamo il nostro primo album “Parole al Buio”, rimasto poi per volere unanime della band mai pubblicato. In quell’album la cosa che mi piace sottolineare è la presenza di due pezzi, scritti da me e dal Bonfy, “Habitat Brutale” e “Dahmer” che, rispetto agli altri, hanno un gusto decisamente più death metal. Infatti nel giro di due anni, con l’uscita dei due chitarristi Federico e Mirko, l’ingresso di Barry alla chitarra ed il mio passaggio alla voce realizziamo “Moto Imperpetuo”, disco decisamente death metal.
Finita la promozione dell’album in giro per l’Italia, con la formazione a quattro grazie all’ingresso di Andy alla chitarra, la formazione subisce un ennesimo scossone, proprio nel momento in cui stiamo scrivendo il successore di “Moto Imperpetuo” e ci si prospettava la possibilità di andare a suonare in Est Europa. Nel 2004 rimaniamo io e il Bonfy. Nel 2009 entra in formazione il chitarrista Teo, scriviamo i pezzi per un album e facciamo parecchi concerti, ma prima delle registrazioni perdiamo di nuovo il chitarrista. Torna Andy nel 2017, col quale realizziamo “Aìresis”, uscito a gennaio 2019, a 18 anni da “Moto Imperpetuo”, ma nel luglio dello stesso anno ci lascia. Nel frattempo era però entrato Valand col quale riusciamo a scrivere, in circa un anno, il nuovo “Neocosmo” uscito a dicembre 2020. Come puoi capire la nostra storia con i chitarristi è davvero complicata, e non credere che, purtroppo, sia finita qui.

Una cosa che mi ha parecchio incuriosito è come mai è trascorso così tanto tempo tra la realizzazione del vostro secondo full “Moto Imperpetuo” (2001) e il successivo “Aìresis” (2019)? Praticamente 18 anni, quasi una vita! Cosa è successo?
Bonfy: Purtroppo si, 18 anni sono una vita. Abbiamo avuto problemi di formazione, in particolar modo, come ti ha già accennato il Max, il problema è stato trovare un chitarrista. Ne abbiamo provati alcuni, ma è stato difficile trovarne uno che si unisse a noi ed abbracciasse questo progetto con passione e dedizione, passione per il genere (per alcuni eravamo troppo estremi o vecchia scuola) e dedizione nel venire in sala prove con costanza e voglia e senza che fosse un peso, per sè e per noi.

L’italiana DeathStorm Records si è occupata della distribuzione del vostro ultimo “Neocosmo”, potete dirci com’è nata la vostra collaborazione con la label nostrana?
Bonfy: Per questa nostra uscita, come anche per “Aìresis”, la DeathStorm Records collabora con la Andromeda Relix nel promuovere il disco sulle riviste, ‘zine e webzine specializzate.
Max: Esatto, si occupano principalmente di questo, di farci avere recensioni ed interviste, quindi visibilità. Purtroppo una vera distribuzione non l’abbiamo, una di quelle che fa arrivare il disco nei pochi negozi rimasti, o negli store europei. Il disco lo si può acquistare tramite le due etichette oppure contattando noi tramite la nostra pagina facebook www.facebook.com/eresiadeathmetal o scrivendo una mail a maxeretico@gmail.com

Come band siete molto longeva, qual è la vostra opinione riguardo a come e quanto è mutata la scena metal estrema a livello globale e per ciò che concerne invece quella italiana?
Max: Beh direi che è cambiato molto, soprattutto negli ultimi 10/15 anni. Musicalmente oggi trovi di tutto nel metal estremo; trovi sia musica vecchia scuola, con vecchie band ancora attive o nuove che amano riproporre un sound della prima ora, così come trovi musica più moderna ed un sacco di contaminazioni, e questo anche in band vecchiotte, magari non della prima ondata, e che hanno mutato il loro modo di comporre e suonare. E questa situazione direi che la troviamo anche nella scena italiana. Quello che più di tutto è cambiato, a mio avviso, sia in Italia che all’estero, è il contatto fra le band. La scena una volta era fatta da una fitta rete di contatti fra band di ogni parte del mondo, che si scambiavano le demo, o delle cassette con su registrato i loro ascolti del momento. Ci si scambiava contatti di ‘zine e radio e circolavano liste di locali nei quali suonare con tanto di contatto telefonico. Per stare in contatto dovevi scrivere, telefonare, spostarti in auto o treno o aereo, dovevi insomma spendere dei soldi, sacrificarti… Oggi tutto questo è svanito. Nell’era di internet, dei mille mila minuti e giga a pochi euro al mese, wifi gratuiti ovunque, non si fa più molta attenzione a chi si scrive aspettando la risposta. Si scrive a chiunque con un click e a volte non si sa nemmeno a chi e forse non si da nemmeno molta importanza alle risposte. Quello che importa sono il numero delle visualizzazioni, dei like, dei follower… Purtroppo quella fitta rete di contatti fra band che formava la scena, non c’è più.

Siete stati tra le primissime band che, in barba a ciò che la tradizione vuole, hanno sempre remato “controcorrente” componendo i vostri testi in lingua italiana, com’è nata questa scelta?
Bonfy: L’idea di cantare in italiano è nata fin da subito: una scelta del tutto normale e naturale per noi. All’epoca erano davvero poche le band che lo facevano, ma per noi non c’era alcun dubbio, e non c’è nemmeno oggi.
Max: Proprio così. Ci risulta più naturale scrivere e cantare i pezzi in italiano, riusciamo ad essere più disinvolti e riusciamo ad interpretarli meglio. Può sembrare più difficile trovare soluzioni metriche efficaci, per cantare metal in italiano, ma non è così! E te lo possono dimostrare anche le altre band che cantano metal in italiano! Certo non sono soluzioni così immediate come in inglese, ma il nostro idioma ci mette a disposizione molteplici possibilità e soluzioni, basta solo avere la pazienza e la voglia di cercarle ed elaborarle!

Menzione d’onore per Dave Ingram, frontman degli storici Benediction! Com’è stato collaborare con lui? Ci raccontate com’è nata questa idea?
Bonfy: Io e il Max siamo grandi fan dei Benediction, ed è uno degli ultimi concerti visti qui in Italia prima del lockdown. Quando stavamo per entrare in studio di registrazione, ho avuto questa idea e agli altri è piaciuta. Così è nata questa grande collaborazione e per noi è stata una grandissima soddisfazione.

Come definireste il vostro sound? E quali sono le band che vi hanno “forgiato” dal punto di vista stilistico?
Max: Mi piace definire il nostro sound come death metal! I nostri ascolti spaziano in quasi tutta la musica esistente, dal rock e prog anni ‘70 al grind, dal black metal più intransigente al jazz, dal blues al brutal death. Non so dirti quali band possano aver influito maggiormente il nostro stile, ma credo sia possibile sentire nelle nostre canzoni tracce di hardcore, di black metal, di thrash metal e ovviamente di death metal. Ma l’attitudine ed il collante è decisamente il death metal.

Chi di voi, e in che misura, contribuisce alla creazione del songwriting?
Bonfy: L’idea può partire da chiunque di noi, che poi la porta in sala prove e la sviluppiamo fino a creare la canzone. A volte ci troviamo in sala prove senza idee, allora ognuno si isola suonando senza ascoltare gli altri e da lì, magari da un giro di batteria, di basso o chitarra, esce l’input che da il via all’idea per un pezzo! Ovviamente per definire la costruzione di un pezzo la chitarra è lo strumento più attivo.

Invece per ciò che concerne i testi che mi dite? Chi è il compositore?
Max: I testi li ho quasi sempre scritti io. Mi lascio influenzare dalla canzone, cerco di sentire nei giri, nel tipo di canzone, quale tematica possa esserne più adatta; quando la trovo do un titolo alla canzone, ancora prima di svilupparne il testo. A volte, nello sviluppo di una tematica, mi aiuto ispirandomi a qualche romanzo letto o anche con influenza cinematografica. Poi spesso mi diverto, se il testo si presta e se riesco a trovare dei collegamenti nei ricordi delle mie letture e dei miei studi, ad inserire dei passi di romanzi o poesie.

Siamo arrivati alle battute finali, vi ringrazio molto per questa bella chiacchierata, concludete l’intervista come volete!
Bonfy: Un grandissimo ringraziamento a voi per il tempo e lo spazio concesso. Speriamo di vederci tutti sotto un palco!
Max: Grazie di cuore per lo spazio e la disponibilità! Concordo col Bonfy, speriamo si torni quanto prima, a goderci un concerto tutti assieme con la birra in mano sotto un palco.