Abyssian – Il suono della devozione

I nostrani Abyssian dopo cinque anni dal precedente “Nibiruan Chronicles” tornano sulle scene con il secondo “Godly”, uscito per l’italiana Revalve Records. Scopriamone un po’ i particolari con Roberto, chitarrista e frontman della band…

Ciao Roberto e ben trovato al Raglio del Mulo, ti andrebbe per prima cosa fare un po’ di luce su quella che è la storia della band?
Ciao Luca e bentrovati tutti. Dunque, gli Abyssian nascono almeno come idea generale nel 2010, quando dopo un lungo periodo di assenza dalla scena musicale (parliamo del 1995 come ultima uscita discografica con la mia prima band, i Sinoath) ho sentito che era arrivato il momento di riprendere con qualcosa, da qualche parte. Lo spunto me lo diedero le mie letture del periodo, su argomenti come l’archeo-astronomia, le civiltà sommerse, le teorie sull’esistenza o meno di Atlantide, gli antichi alieni e argomenti simili. Gli Abyssian nascevano inizialmente come one man band, ma ben presto mi resi conto che per poter mettere tutto in pratica più facilmente, avevo bisogno di qualcuno con cui condividere e fissare idee e spunti. Così contattai Francesco (attivo anche con il suo progetto solista Svirnath) che tuttora si occupa della chitarra ritmica, delle partiture di tastiere e batteria elettronica. Nel 2014 realizzammo l’Ep The Realm of Commorion. Nel frattempo la formazione si allargò e si stabilizzò, includendo anche Vincenzo al basso e Riccardo alla batteria e nel 2016 per la Violet Nebula uscì il primo album “Nibiruan Chronicles”. Avere una formazione completa, fu davvero una cosa molto importante soprattutto per i live. Circa un anno dopo l’uscita del primo album, Riccardo venne sostituito da Daniele (ex Holy Martyr, e tuttora anche in forze nei Drakkar) col quale abbiamo poi lavorato a “Godly”, il secondo album uscito da poco in versione digitale per la Revalve Records, e previsto adesso in formato fisico sempre per la Violet Nebula.

Siete sulle scene da più di dieci anni che non sono pochi, ciò nonostante vorrei chiederti se prima degli Abyssian avete avuto delle precedenti esperienze musicali… Qual è il vostro “background”?
Come già detto, prima degli Abyssian, dal 1988 fino al 1995 ho fatto parte dei Sinoath, progetto musicale che è passato da un iniziale black/death a un death/doom, e poi a una sorta di dark/metal. Le mie esperienze musicali hanno quasi sempre rispecchiato ciò che ascoltavo all’epoca (e che tuttora ascolto), era il periodo dell’avvento del gothic/doom inglese, del death americano e svedese, e del black scandinavo, per cui quelle sonorità vissute come anteprime assolute, non potevano non influenzare le mie composizioni. Successivamente ho allargato gli ascolti anche ad altri ambiti come l’elettronica fredda o più calda, al jazz, l’ambient, la musica etnica, o al dark. E’ chiaro quindi, che la natura successiva dei brani sia stata contaminata dalle inclusioni più recenti. Essendo il più “anziano” della band, che io ricordi, sia Vincenzo che Francesco Abyssian a parte, al di là delle feste del liceo non hanno suonato (ride) mentre Daniele come già accennato, ha avuto diverse partecipazioni sulla scena più epic e power metal. Adoro il suo stile, tecnico ma al contempo granitico…

Quali sono le band che hanno da sempre ispirato le vostre composizioni?
Diverse e davvero tante. Alcune hanno avuto un’influenza più marcata sul sound, mentre altre ci vivono dentro attraverso qualche richiamo. Pink Floyd, Cure, Sisters of Mercy, tutto il Gothic/Doom inglese, i Type O Negative, i Beatles, Candlemass, Mercyful Fate, Dead Can Dance, Massive Attack, Depeche Mode, Radiohead, Aphex Twin, Bjork, la musica brasiliana, i Death. Potrei continuare davvero per molto tempo ancora…

Come pensi sia cambiato il vostro songwriting in questi anni? Quali sono secondo te le principali differenze tra il nuovo “Godly” e il precedente “Nibiruan Chronicles”?
Le differenze tra “Nibiruan Chronicles” e il recente “Godly”, si trovano soprattutto nel concetto e nell’intento. “Nibiruan” è una sorta di concept, un “documentario di viaggio” dei nostri ipotetici antenati dal Pianeta X (Nibiru appunto) a Tiamat, cioè l’attuale Terra. E’ pieno di gesta, luoghi, azioni e momenti storici ben precisi, come nel caso del brano “Zep Tepi,” cioè del Primo Tempo egizio, dove si presuppone siano vissuti gli Dei, o di No place for the heart, dove gli Anunnaki si ribellano alla schiavitù dei loro padroni Nephilim, e organizzano una rivolta. E ha una copertina “archeologica”. “Godly” è già dal titolo, qualcosa di più spirituale e devozionale. Inoltre segna un ipotetico proseguo del Culto Atavico e ancestrale, fin dentro al DNA di quello pre-Cristiano. La copertina questa volta, presenta un Angelo/Rettile. E’ la celebrazione del Dio Squamoso o Piumato, che ritrovi anche nei culti mesoamericani con Quetzalcoatl o in quelli nipponici dei misteriosi Jomon, nella versione indiana con Naga, o in quella egizia con Ankh-neteru. E’ interessante notare come tutte queste antiche civiltà celebrino lo stesso Dio e le sue stesse gesta, chiamandolo con nomi differenti. Tutti affermano che un giorno discese un Essere Superiore e fiammeggiante dal cielo, li istruì e decise poi stabilire il suo regno sulla Terra. In alcune varianti, di andare a risiedere poi nelle profondità marine, tornando di tanto in tanto per gestire correttamente l’operato degli uomini. Oannes, nella sua nomenclatura babilonese o Dagon in ebraico, era un Essere saggio, colto e giusto e non pretendeva nessuna Chiesa, né tributi. Lo so, ricorda abbastanza anche Cristo.

Immagino che anche il nome Abyssian tragga ispirazione dalle stesse tematiche, no?
Abyssian è un po’ una licenza poetica di “Abitante degli abissi”. Un Abissiano. Può anche avere l’identità di Oannes di cui ti ho già detto, ma può riallacciarsi perché no, a qualsiasi altra creazione. Anche immaginaria. Mi affascinava l’idea di questa identità abissale, terribile o meno. Ci puoi trovare tanto Lovecraft dentro, ma anche qualcosa di molto più impalpabile, tanto che Abyssian è anche un sinonimo inglese di Depression. Sono le profondità abissali, ma anche mentali.

Da cosa sono caratterizzati i vostri processi di composizione? Chi di voi partecipa alla fase di songwriting?
Beh, questo si riallaccia un po’ a tutto quello che ho descritto. Il mondo Abyssian è in buona sostanza qualcosa che, prima raggruppa spunti, idee, frasi, motivi, partiture ecc., poi elabora tutto, privilegiando sempre il tentativo di rendere ogni cosa più omogenea e immediata possibile. E, a volte, date le numerose influenze da cui provengono questi elementi, non risulta sempre un processo facile. Mi ritengo uno assolutamente innamorato della semplicità, fatta però di sintesi intelligente e cuore. Odio i fronzoli e in generale, le cose ostentate e inutilmente complicate. Io mi occupo del songwriting e della forma in generale, successivamente i brani vengono rifiniti insieme.

Come nascono i tuoi testi?
I testi, sono un po’ il nero su bianco di tutte quelle visioni che provo a formulare nella mia mente. Viaggi cosmici, scontri, luoghi mistici, mondi sotterranei o appartenenti alla sfera celeste, e così via. Ce ne sono di più solidi ed esteriori, altri invece più introspettivi e basati sul sentimento dell’animo, sui pensieri, sulla rabbia o sulla devozione. Certe liriche sono quasi la descrizione più pedissequa di eventi, momenti e individui reali e non; altre hanno una natura totalmente astratta, e di solito al genere di testo ne corrisponde anche l’intensità del brano.

Come definiresti il sound degli Abyssian?
Come flusso piuttosto intenso. Un Ambiente dove vuoi essere disposto ad entrare e uscire senza fretta. La natura di Abyssian in fondo è molto semplice, ma tuttavia ha bisogno di diversi ascolti e di una buona predisposizione per essere colta in pieno e nel complessivo. Ti arriva dopo. Alla fine.

Forse non è il momento più idoneo visto tutto quello che stiamo vivendo, ma state prendendo in considerazione l’eventualità di proporre i vostri nuovi brani dal vivo?
Ovvio che si… In realtà non vediamo l’ora (ride). C’è anche la setlist pronta. Questo dannato Covid ci ha tolto il momento migliore che si possa vivere dopo l’uscita dell’album, quello della condivisione con il pubblico. Vedere come chi ha ascoltato a casa i brani, li accolga davanti al palco. E’ qualcosa di magico. Impagabile. E’ lo scopo maggiore della musica. Nel nostro caso anzi, ti dirò che questa pandemia si è piazzata esattamente in mezzo al periodo delle registrazioni di “Godly, ritardandone maledettamente i tempi. E una volta pronto, ne abbiamo anche voluto tenere in stand by l’uscita, sperando che l’anno dopo fosse tutto risolto e poter agganciare l’uscita dell’album ai live. Ma purtroppo non è servito a nulla…

Ok Roberto, l’intervista è giunta ai titoli di coda, ti ringrazio nuovamente per la chiacchierata e auguro a te e agli Abyssian le migliori fortune, concludi pure come vuoi!
Ringrazio tanto te Luca, per la bella chiacchierata e la redazione del Raglio del Mulo per la disponibilità e l’attenzione verso di noi. Raccomanderei a tutti l’acquisto di “Godly”, che sebbene già in ascolto su tutte le piattaforme digitali, a brevissimo sarà disponibile anche in formato fisico, magari proprio mentre scrivo queste righe. Ma non lo farò… Mi verrebbe quindi da augurare le migliori fortune a tutto il panorama italiano underground, che è davvero un sottobosco stracolmo di chicche tutte da scoprire e invitare tutti, una volta finito tutto questo schifo, a farsi grandi scorpacciate di live perché ce n’è davvero bisogno, per il pubblico e per la musica di settore in generale. Abbiamo davvero tutti bisogno di salvarci con la musica. Adesso più che mai.

Eresia – La voce del fondatore

I longevi deathster veneti Eresia tornano sulle scene dopo appena un anno dal precedente “Aìresis”, pubblicando la loro quarta fatica da studio intitolata “Neocosmo”, distribuito dalla DeathStorm Records / Andromeda Relix, ne parliamo con Max (voce e basso) e Bonfy (batteria).

Ciao ragazzi, innanzitutto grazie per la vostra disponibilità e benvenuti sul Raglio del Mulo, vi andrebbe di parlarci un po’ della storia della band dall’anno della sua nascita fino ad oggi?
Max: Ciao Luca, grazie infinite a te e a tutto lo staff del Raglio, per la disponibilità e lo spazio che ci dedicate. La band nasce nell’aprile del 1995, da tre amici ed ex compagni di scuola, io, il Bonfy e Mirko, che allora era il cantante chitarrista. C’è da dire che già dal 1994 qualche esperimento era stato fatto, ma la formazione si consolida nel ’95. Iniziamo con un sound ed un’attitudine punk/hardcore, che presto si tramuta in thrash metal. In quel periodo realizziamo qualche registrazione (compreso il demo ’98), partecipiamo a qualche compilation e poi nel ’99 realizziamo il nostro primo album “Parole al Buio”, rimasto poi per volere unanime della band mai pubblicato. In quell’album la cosa che mi piace sottolineare è la presenza di due pezzi, scritti da me e dal Bonfy, “Habitat Brutale” e “Dahmer” che, rispetto agli altri, hanno un gusto decisamente più death metal. Infatti nel giro di due anni, con l’uscita dei due chitarristi Federico e Mirko, l’ingresso di Barry alla chitarra ed il mio passaggio alla voce realizziamo “Moto Imperpetuo”, disco decisamente death metal.
Finita la promozione dell’album in giro per l’Italia, con la formazione a quattro grazie all’ingresso di Andy alla chitarra, la formazione subisce un ennesimo scossone, proprio nel momento in cui stiamo scrivendo il successore di “Moto Imperpetuo” e ci si prospettava la possibilità di andare a suonare in Est Europa. Nel 2004 rimaniamo io e il Bonfy. Nel 2009 entra in formazione il chitarrista Teo, scriviamo i pezzi per un album e facciamo parecchi concerti, ma prima delle registrazioni perdiamo di nuovo il chitarrista. Torna Andy nel 2017, col quale realizziamo “Aìresis”, uscito a gennaio 2019, a 18 anni da “Moto Imperpetuo”, ma nel luglio dello stesso anno ci lascia. Nel frattempo era però entrato Valand col quale riusciamo a scrivere, in circa un anno, il nuovo “Neocosmo” uscito a dicembre 2020. Come puoi capire la nostra storia con i chitarristi è davvero complicata, e non credere che, purtroppo, sia finita qui.

Una cosa che mi ha parecchio incuriosito è come mai è trascorso così tanto tempo tra la realizzazione del vostro secondo full “Moto Imperpetuo” (2001) e il successivo “Aìresis” (2019)? Praticamente 18 anni, quasi una vita! Cosa è successo?
Bonfy: Purtroppo si, 18 anni sono una vita. Abbiamo avuto problemi di formazione, in particolar modo, come ti ha già accennato il Max, il problema è stato trovare un chitarrista. Ne abbiamo provati alcuni, ma è stato difficile trovarne uno che si unisse a noi ed abbracciasse questo progetto con passione e dedizione, passione per il genere (per alcuni eravamo troppo estremi o vecchia scuola) e dedizione nel venire in sala prove con costanza e voglia e senza che fosse un peso, per sè e per noi.

L’italiana DeathStorm Records si è occupata della distribuzione del vostro ultimo “Neocosmo”, potete dirci com’è nata la vostra collaborazione con la label nostrana?
Bonfy: Per questa nostra uscita, come anche per “Aìresis”, la DeathStorm Records collabora con la Andromeda Relix nel promuovere il disco sulle riviste, ‘zine e webzine specializzate.
Max: Esatto, si occupano principalmente di questo, di farci avere recensioni ed interviste, quindi visibilità. Purtroppo una vera distribuzione non l’abbiamo, una di quelle che fa arrivare il disco nei pochi negozi rimasti, o negli store europei. Il disco lo si può acquistare tramite le due etichette oppure contattando noi tramite la nostra pagina facebook www.facebook.com/eresiadeathmetal o scrivendo una mail a maxeretico@gmail.com

Come band siete molto longeva, qual è la vostra opinione riguardo a come e quanto è mutata la scena metal estrema a livello globale e per ciò che concerne invece quella italiana?
Max: Beh direi che è cambiato molto, soprattutto negli ultimi 10/15 anni. Musicalmente oggi trovi di tutto nel metal estremo; trovi sia musica vecchia scuola, con vecchie band ancora attive o nuove che amano riproporre un sound della prima ora, così come trovi musica più moderna ed un sacco di contaminazioni, e questo anche in band vecchiotte, magari non della prima ondata, e che hanno mutato il loro modo di comporre e suonare. E questa situazione direi che la troviamo anche nella scena italiana. Quello che più di tutto è cambiato, a mio avviso, sia in Italia che all’estero, è il contatto fra le band. La scena una volta era fatta da una fitta rete di contatti fra band di ogni parte del mondo, che si scambiavano le demo, o delle cassette con su registrato i loro ascolti del momento. Ci si scambiava contatti di ‘zine e radio e circolavano liste di locali nei quali suonare con tanto di contatto telefonico. Per stare in contatto dovevi scrivere, telefonare, spostarti in auto o treno o aereo, dovevi insomma spendere dei soldi, sacrificarti… Oggi tutto questo è svanito. Nell’era di internet, dei mille mila minuti e giga a pochi euro al mese, wifi gratuiti ovunque, non si fa più molta attenzione a chi si scrive aspettando la risposta. Si scrive a chiunque con un click e a volte non si sa nemmeno a chi e forse non si da nemmeno molta importanza alle risposte. Quello che importa sono il numero delle visualizzazioni, dei like, dei follower… Purtroppo quella fitta rete di contatti fra band che formava la scena, non c’è più.

Siete stati tra le primissime band che, in barba a ciò che la tradizione vuole, hanno sempre remato “controcorrente” componendo i vostri testi in lingua italiana, com’è nata questa scelta?
Bonfy: L’idea di cantare in italiano è nata fin da subito: una scelta del tutto normale e naturale per noi. All’epoca erano davvero poche le band che lo facevano, ma per noi non c’era alcun dubbio, e non c’è nemmeno oggi.
Max: Proprio così. Ci risulta più naturale scrivere e cantare i pezzi in italiano, riusciamo ad essere più disinvolti e riusciamo ad interpretarli meglio. Può sembrare più difficile trovare soluzioni metriche efficaci, per cantare metal in italiano, ma non è così! E te lo possono dimostrare anche le altre band che cantano metal in italiano! Certo non sono soluzioni così immediate come in inglese, ma il nostro idioma ci mette a disposizione molteplici possibilità e soluzioni, basta solo avere la pazienza e la voglia di cercarle ed elaborarle!

Menzione d’onore per Dave Ingram, frontman degli storici Benediction! Com’è stato collaborare con lui? Ci raccontate com’è nata questa idea?
Bonfy: Io e il Max siamo grandi fan dei Benediction, ed è uno degli ultimi concerti visti qui in Italia prima del lockdown. Quando stavamo per entrare in studio di registrazione, ho avuto questa idea e agli altri è piaciuta. Così è nata questa grande collaborazione e per noi è stata una grandissima soddisfazione.

Come definireste il vostro sound? E quali sono le band che vi hanno “forgiato” dal punto di vista stilistico?
Max: Mi piace definire il nostro sound come death metal! I nostri ascolti spaziano in quasi tutta la musica esistente, dal rock e prog anni ‘70 al grind, dal black metal più intransigente al jazz, dal blues al brutal death. Non so dirti quali band possano aver influito maggiormente il nostro stile, ma credo sia possibile sentire nelle nostre canzoni tracce di hardcore, di black metal, di thrash metal e ovviamente di death metal. Ma l’attitudine ed il collante è decisamente il death metal.

Chi di voi, e in che misura, contribuisce alla creazione del songwriting?
Bonfy: L’idea può partire da chiunque di noi, che poi la porta in sala prove e la sviluppiamo fino a creare la canzone. A volte ci troviamo in sala prove senza idee, allora ognuno si isola suonando senza ascoltare gli altri e da lì, magari da un giro di batteria, di basso o chitarra, esce l’input che da il via all’idea per un pezzo! Ovviamente per definire la costruzione di un pezzo la chitarra è lo strumento più attivo.

Invece per ciò che concerne i testi che mi dite? Chi è il compositore?
Max: I testi li ho quasi sempre scritti io. Mi lascio influenzare dalla canzone, cerco di sentire nei giri, nel tipo di canzone, quale tematica possa esserne più adatta; quando la trovo do un titolo alla canzone, ancora prima di svilupparne il testo. A volte, nello sviluppo di una tematica, mi aiuto ispirandomi a qualche romanzo letto o anche con influenza cinematografica. Poi spesso mi diverto, se il testo si presta e se riesco a trovare dei collegamenti nei ricordi delle mie letture e dei miei studi, ad inserire dei passi di romanzi o poesie.

Siamo arrivati alle battute finali, vi ringrazio molto per questa bella chiacchierata, concludete l’intervista come volete!
Bonfy: Un grandissimo ringraziamento a voi per il tempo e lo spazio concesso. Speriamo di vederci tutti sotto un palco!
Max: Grazie di cuore per lo spazio e la disponibilità! Concordo col Bonfy, speriamo si torni quanto prima, a goderci un concerto tutti assieme con la birra in mano sotto un palco.

Electrocution – The cruel reality

Gli Electrocution sono indubbiamente una della realtà più persistenti della nostra scena, a due anni di distanza dalla pubblicazione di “Psychonolatry” ad opera della nostrana Goregorecords proviamo a “tastare il polso” alla band con il frontman Mick.

Ciao Mick e bentrovato sul Raglio del Mulo, ti ringrazio molto per la tua disponibilità a questa intervista, come “antipasto” vorrei iniziare chiedendoti di parlarci un po’ della storia della band.
Ciao a te e grazie per questa intervista. Durante l’estate del 1989 presi la decisione di fondare una nuova band, dopo il tentativo appena fallito con la precedente (Khanckrena) nella quale erano presenti il primissimo bassista di Electrocution (Paolo Massarenti) e uno dei componenti di Cerebral Disfunction (forse la prima band grindcore italiana) e successivamente Euthanasia (Pierluigi Ricci). Fu proprio uno dei componenti dei Cerebral Disfunction, Luca Lodi (ex Crematorium e attuale membro di Hallucinator) a suggerirmi il nome, ispirandosi al brano omonimo dei Sodom presente in “Persecution Mania”. All’epoca ero convinto che Electrocution sarebbe stata una band thrash e il nome sarebbe stato perfetto per quel genere. Nel febbraio del 1990 finalmente la line-up era completa per cominciare le prove sui brani che avevo composto nel frattempo e, da lì a breve, uscì il primo demo tape “No Rest in Peace”. Dopo qualche cambio di componenti, l’anno successivo fu il turno di “The Rieal Doom”, il demo che ci permise di firmare per Contempo Resemary’s. Con un contratto discografico in mano eravamo proiettati verso la composizione dei brani per l’album ma, nel frattempo, facemmo uscire “Remains”, terzo e ultimo demo tape, prima dell’uscita di “Inside the Unreal”. Pubblicato nel 1993, questo album ci diede tantissima visibilità sia in Italia che nel mondo. Ci permise di aprire concerti per band del calibro di Death (1993) e Carcass (1994).

Com’è noto siete presenti sulla scena da tantissimi anni, posso chiederti come mai nonostante ciò, abbiate pubblicato appena tre dischi?
Il motivo fondamentale è stato lo scioglimento e la successiva reunion. Dopo la pubblicazione del primo album, abbiamo lavorato sul nuovo materiale più progressive e tech, sull’onda di band come Cynic e Atheist. Uscirono un paio di 7’’ con un totale di 4 brani (“Seamed With Scars”, “Images Are Turning”, “Water Mirror”, “Chained To Life”). Ma quando vennero pubblicati, io avevo ormai abbandonato Electrocution. Successivamente la band prese una piega che non mi sarei mai aspettato, lasciando il death metal e, se non sbaglio, all’inizio del 1997 si sciolse. Fu molti anni dopo, nel 2012, con la prima ristampa di “Inside The Unreal”, che Alex ed io decidemmo di lavorare ad un nuovo album in studio: “Metaphysincarnation” (2014). Senza pensare di dover fare una vera e propria reunion per suonare dal vivo, chiamammo i vecchi componenti ma, Luca (il batterista) decise di declinare, per cui trovammo Vellacifer per sostituirlo. Le voci di un nuovo album erano arrivate alle orecchie dei promoter che ci chiamarono per alcuni live. Come dicevo, però, la band non era rinata per questo: Alex viveva a Los Angeles e Max era veramente impegnato col suo lavoro ai Fear Studios. Sentivo la necessità viscerale di tornare sul palco e così, con la benedizione di tutti, trovai i musicisti per poter suonare nuovamente davanti al pubblico. Dopo vari cambi di lineup e l’abbandono definitivo di Alex e Max, trovai la giusta alchimia con Neil Grotti (chitarra), Alessio Terzi (chitarra), Mat Lehmann (basso), Vellacifer (batteria). La band era ormai rinata dalle proprie ceneri, con nuova energia e così facemmo uscire il terzo album: “Psychonolatry” (2019).

In tutti questi anni quanto e in che modo ritieni sia cambiato il sound della band, partendo ovviamente dal presupposto che la matrice sia sempre il Death Metal?
Il sound ha effettivamente preso varie pieghe, di album in album. Di fatto ha trovato il modo di raffinarsi nel secondo, infatti si può notare un grosso salto tra “Inside the Unreal” a “Metaphysincarnation”, pur rimanendo old school. L’impronta “classy” di Alex, sia come compositore che come produttore, è palpabile al massimo. Nell’ultimo album invece, avendo Neil come principale compositore, fonico e produttore, il registro si sposta verso un’altra impronta. Ero entusiasta di avere lui dietro al mixer perché sapevo che avrebbe sfoderato la sua vena di cattiveria musicale unita alla sua precisione quasi maniacale. Effettivamente “Psychonolatry”, arriva direttamente “in the face” con un notevole lavoro di produzione che permette di trafiggerti con violenza old school, pur rimanendo ben definito: come piace a me! Spesso nelle interviste mi sono sentito chiedere: “come mai avete fatto uscire un album così violento?”. Sinceramente ritengo che il death metal debba essere questo. Ma effettivamente mi rendo conto che sia difficile fare uscire tutto il potenziale di cattiveria di questo genere e, quando ci si riesce, i deboli di cuore abituati al metal patinato possono subirne le conseguenze. Hahaha.

Quali sono le band che vi hanno maggiormente ispirato per ciò che concerne il songwriting?
Sicuramente agli inizi, ma parlo ancora dei demo tape: Slayer, Kreator, Iron Maiden e Metallica. Successivamente sono subentrati influssi da Sepultura, Death e Deicide. Poi Cynic. Ultimamente, visto che Neil è un grande fan di Morbid Angel, ci puoi sentire molto della loro influenza. Io non li amo un gran che, ma Neil lo sa e coglie sempre la parte più adatta da questa band.

Chi sono tra voi i maggiori fautori in termini di composizione?
Mentre in passato eravamo Alex ed io i compositori principali, ora Neil è assolutamente il compositore principale. Per esempio, su “Psychonolatry”, ha composto almeno l’80% della musica. Alla fine dei conto partecipiamo un po’ tutti al lavoro, soprattutto per quanto riguarda l’arrangiamento. Io, in particolare, lavoro sulla struttura, perché avendo la mente un po’ più semplice, dal punto di vista musicale, riesco a dare buoni consigli a Neil per come rendere più scorrevoli i brani. Lui poi, a sua volta coglie le idee e le migliora ulteriormente. Un vero lavoro di squadra. Sono circondato da ottimi musicisti e questo è un gran vantaggio sia quando si tratta di esecuzione che per trovare ottimi riff. Neil è un vulcano di idee ma, il rovescio della medaglia è che, per esempio, spesso con uno dei suoi brani se ne possono fare almeno due! Hahaha.

Cosa puoi dirmi riguardo ai testi? Di cosa trattano e chi è il principale autore?
Sui testi lavoro ormai solo io. Trattano di tematiche variegate. Mi piace spaziare, anche se il genere non lo “consente” più di tanto. Adoro scrivere brani death metal, anche se credo di essere in grado di scrivere anche per altri generi. Le parole che uso sono tendenzialmente crude e violente, ma il significato che nascondono è qualcosa di più profondo. Quando leggi i miei testi non devi mai fermarti alla superficie, devi farti trascinare nell’allucinazione e lasciare che le parole ti inghiottano nel proprio vortice per portarti altrove e farti vedere una realtà diversa o, per meglio dire, la realtà vista con altri occhi. Non tratto argomenti di fantasia. Tratto la cruda realtà delle cose, che è molto più spaventosa e violenta della fantasia. Adoro scrivere testi, è il mio modo di viaggiare con la mente senza bisogno di assumere alcun tipo di sostanza psicotropa. Al momento sto scrivendo quelli per il nuovo album. Sto esplorando le emozioni umane. Paura, rabbia, depressione, dipendenza. Una cosa che mi affascina moltissimo è l’appiattimento delle emozioni e le relative conseguenze. Già il grande Chuck Schuldiner aveva esplorato questo interessante aspetto umano e lui, per me, rimane tutt’ora una ispirazione!

Il vostro ultimo “Psychonolatry” è stato distribuito dalla Goregorecords, puoi dirmi in che circostanze nacque l’interesse della label nostrana nei vostri confronti?
Emiliano è un nostro fan da sempre e lavorare con lui è un vero piacere. Si tratta di una collaborazione di lunga data. Già nel 2012 fece uscire la ristampa di “Inside the Unreal”. Da lì poi si è proseguito con gli album successivi.

Dopo due anni dall’uscita della vostra ultima release vorrei chiederti quali siano le vostre aspettative nonché le vostre speranze per questo 2021, tenendo ovviamente conto della situazione in cui ci troviamo da un anno a questa parte.
Non ti nascondo che non abbiamo aspettative. Credo che di live se ne parlerà nel 2022. In compenso stiamo lavorando ad un nuovo album sul quale invece pongo grandi speranze. Lavorare su nuova musica e portare in fondo un album è, sì un lavoro molto stancante, ma anche un gran divertimento! Non credo che riusciremo a pubblicarlo entro l’anno ma, forse, qualcosa si comincerà a sentire già tra qualche mese… vedremo!

Sono stato molto colpito dall’impatto grafico del vostro booklet e della copertina, cosa vuol rappresentare e chi è l’autore?
L’autore è Gustavo Sazes (Arch Enemy, Morbid Angel, Machine Head e molti altri). Lui ha saputo ben interpretare graficamente le tematiche dell’album. Già il titolo è emblematico: “Psychonolatry” è l’unione tra Psiche e Iconolatria. Siamo bombardati quotidianamente da immagini falsate della realtà e ne abbiamo sempre più bisogno. Dobbiamo adorare e essere guidati da un fottio di nuovi idoli che si mettono in mostra sui social media vendendo una falsa realtà. Assumiamo questa falsa realtà come una droga che ci permette di sognare di vivere le vite altrui, ed ecco che tutti noi, senza quasi rendercene conto, finiamo in questa psico adorazione delle nuove icone pagane.

Bene, siamo giunti al termine di questa intervista, ti ringrazio molto per la tua disponibilità. Faccio i miei più sinceri auguri alla band e vi auguro il meglio, concludi come vuoi!
Grazie per questa intervista! Nonostante l’impossibilità di suonare dal vivo, stiamo lavorando alacremente per non lasciare soli i nostri fan. Grazie per continuare a sostenerci!

Mechanical God Creation – Un nuovo capitolo

Dopo una pausa di ben sei anni dal precedente “Artifact Of Annihilation”, i deathster Mechanical God Creation tornano sulle scene con “The New Chapter” (The Goatmancer Records), terzo album della loro discografia, che mette in luce le qualità tecnico/compositive dei nostri. Ne parliamo con la cantante Luciana.

Ciao Luciana, grazie e benvenuta su Il Raglio del Mulo, per prima cosa vorrei chiederti di come e quando è nata la band e quale significato si cela dietro il nome.
La band è nata nell’autunno del 2006 da un’idea mia e Simone, il vecchio chitarrista. Il nome rappresenta la deumanizzazione della società verso un universo sempre più tecnologico, con questo non vogliamo dire che siamo contro la tecnologia ma dell’utilizzo che delle volte ne viene fatto ed i successivi danni che può creare.

Posso chiederti come mai è passato tutto questo tempo dall’uscita del vostro precedente “Artifact Of Annihilation”?
E’ passato molto tempo perché abbiamo avuto dei cambi di line-up che hanno rallentato un po’ i lavori della del nuovo album, non bastasse questo abbiamo avuto anche qualche problema in studio di registrazione, abbiamo dovuto cambiare in corsa e portare il tutto da un’altra parte per fare mix e mastering.

Secondo te, a livello stilistico, quali sono le novità riguardanti “The New Chapter” e soprattutto, quali sono le differenze con le vostre precedenti release?
Le differenze con i precedenti lavori ci sono e si possono sentire, rispetto ad “Artifact” abbiamo scelto un sound più diretto ed un po’ più “old-school”.

Attualmente siete sotto contratto con la The Goatmancer Records, in che circostanze è nata la collaborazione con la label nostrana?
È nata perché loro erano interessati a lavorare con noi ed avendoci fatto un buona proposta abbiamo deciso di collaborare.

“The New Chapter” è caratterizzato da una produzione davvero potente ma anche chiara e cristallina, a chi vi siete rivolti per la buona riuscita dello stesso?
Il mix ed il mastering è stato fatto da Chris Donaldsson, chitarrista dei Cryptopsy, che aveva già lavorato con noi per “Artifact” e quindi è stato bello e facile lavorare di nuovo con lui.

Sperando di lasciarci al più presto possibile questo periodo alle spalle, ti chiedo se, una volta tornati alla “normalità”, avete in mente di suonare live oppure dedicarvi direttamente alla composizione di nuovo materiale? Puoi darci qualche informazione? Cosa bolle in pentola?
Superato questo momento vogliamo tornare a fare tutto soprattutto i live, a livello di composizione stiamo già buttando giù del nuovo materiale. Il nuovo album sarà nuovo in tutti i sensi, ci saranno delle novità senza mai tradire il brand Mechanical.

Quali sono le band che vi hanno “formato” dal punto di vista musicale? E quali sono quelle che, in un modo o nell’altro, fungono da “riferimento” per voi?
Le band che mi hanno formato sono anche quelle che mi fungono da riferimento, potrei citarne alcune come gli Slayer, Lamb of God, Cannibal Corpse, Emperor e tante altre.

Chi di voi si occupa della composizione dei brani?
Ci occupiamo tutti della composizione, di solito si parte da una idea e poi tutti insieme si lavora sul pezzo.

Per ciò che concerne i testi, quali sono gli argomenti di riferimento? Di cosa trattano?Nell’ultimo album abbiamo parlato di guerra, religione, stress post-traumatico, inquisizione e problemi della società, per il nuovo disco non abbiamo ancora deciso se affronteremo un concept album, idea che ci stuzzica, ma per il momento ci stiamo ragionando.

Ok, siamo giunti ai titoli di coda… Ti ringrazio molto per questa chiacchierata, concludi l’intervista come vuoi!
Non vediamo l’ora che questo incubo mondiale finisca per poter tornare a fare quello che amiamo fare, per noi musicisti è stata una bella prova perché ha eliminato tutte quelle che erano le nostre certezze.

Irreverence – Il capro espiatorio

I nostrani Irreverence tornano alla carica con un nuovo EP intitolato “Scapegoat” a due anni di distanza dall’ultimo “Still Burns”. Uscito perla tedesca STF Records questo EP è solo un “assaggio” di ciò che si vedrà nella prossima release, ne parliamo con Ricky, cantante/chitarrista e membro fondatore della band insieme a Davide, attuale drummer.

Benvenuto Ricky e grazie per questa intervista! Siete una delle band più longeve dell’Underground italiano e la storia parla per voi, puoi tuttavia parlarci di quando e come è nata la band, anche per chi ancora non vi conosce?
Grazie a te per lo spazio che ci stai dedicando! Certamente, la band nasce nel 1995 dalle ceneri degli Extreme Aggression, che formammo insieme ad alcuni amici dell’epoca e dalle cui costole nacquero due formazioni, noi e gli Hellstorm (R.I.P). Fu la classica band “start-up”, inizialmente eseguivamo più che altro cover, ma abbiamo avuto modo anche di far uscire una demo tape. In seguito allo scioglimento decisi di formare gli Irreverence e la prima persona che contattai fu proprio Davide che ai tempi si era seduto dietro la batteria solo un paio di volte. Il resto, appunto, è storia.

La prima cosa che emerge immediatamente all’ascolto di “Scapegoat” è la produzione, davvero molto potente e chiara! A chi vi siete affidati?
Per la quarta release consecutiva ci siamo affidati alle sapienti mani di Carlo Meroni presso i suoi ADSR Recording Studios a Busto Arsizio. Con Carlo siamo amici da diversi anni ed è dall’uscita del nostro live ufficiale che lavoriamo con lui in fase di produzione. Come sempre ha svolto un lavoro eccellente, e siamo assolutamente soddisfatti di quanto è venuto alla luce con questo EP. Come del resto di tutte le produzioni che abbiamo fatto con lui.

“Scapegoat” è stato realizzato grazie anche all’ausilio dei nuovi membri della lineup, puoi parlarci un po’ di loro?
Certamente, il nostro nuovo bassista Andrea (Sangalli) proviene dalla scuola punk/hardcore e ha militato in diverse band del genere, ultima in ordine di tempo i Calibro9, combo milanese hardcore. Marco (Colombo), nuovo chitarrista, ha un estrazione più classic metal, sia in fase compositiva che esecutiva pur avendo militato, nella sua ultima esperienza precedente all’ingresso nella band, negli Ancient Dome, techinical-death combo lombardo. Entrambi hanno portato con le loro rispettive influenze una ventata d’aria nuova all’interno della band, anche e soprattutto grazie al fatto che sono decisamente attivi sotto l’aspetto compositivo.

Il vostro sound si rispecchia ampiamente nel thrash metal, a tal proposito vorrei chiederti quali sono le band che fungono da muse ispiratrici per le vostre release?
Decisamente sì, le nostre radici musicali affondano nel thrash metal classico da sempre. Nel corso degli anni il nostro stile si è evoluto godendo di “contaminazioni” che provengono da altri generi che seguiamo e apprezziamo molto come hardcore, death metal e classic heavy metal. Per rispondere alla tua domanda tra le nostre maggiori influenze ci sono Sodom, Kreator, Slayer, Exodus, Death e Motorhead. Anche se la lista, ovviamente, sarebbe molto più lunga.

Facendo riferimento al songwriting, chi di voi è il principale compositore?
Storicamente il principale songwriter sono io. La mia idea però è quella di coinvolgere tutta la band in fase compositiva ed è quello che provo a spingere ogni qualvolta siamo in fase compositiva. Cosa che già in “Scapegoat” è avvenuta in quanto la title-track è stata scritta a quattro mani da me e Marco (chitarrista).

Le tematiche dei vostri testi sono a sfondo sociale, posso chiederti di cosa trattano?
Hai detto bene, sono tematiche legate al sociale, l’unico vero messaggio che ci proponiamo di diffondere con la nostra musica. Nello specifico, nel caso di “Scapegoat”, le liriche sono un vero e proprio attacco frontale al concetto di deità e di quanto si insinui e condizioni la vita e la condizione sociale e umana. Causando danni enormi, minando l’equilibrio già sufficientemente precario della condizione umana.

Come nasce un vostro brano? Quali sono i vari steps per la realizzazione dello stesso?
Il processo compositivo avviene al 90% in sala prove. Siamo sempre stati e sempre saremo prima di tutto una band rock’n’roll, quindi per definizione una band “live”. Scriviamo, componiamo e arrangiamo in sala prove, partendo da quelle che sono idee maturate e composte singolarmente, ma lavorandole a otto mani.

Puoi anticiparci qualcosa sulla nuova release? Avete già in mente come verrà strutturata? E quali, secondo te, saranno le principali differenze con l’ultimo “Still Burns”?
Al momento non abbiamo ancora un’idea chiara e definita di quella che sarà la nostra prossima release, pur essendo in una fase piuttosto avanzate in termini compositivi. Si tratterà di un full-length, questo è fuori dubbio. Così come è fuori dubbio che conterrà “Scapegoat” tra le songs della tracklist. Ma al momento ci stiamo concentrando più che altro sulla stesura dei brani, il resto verrà a tempo debito. Ti basti pensare che abbiamo cambiato il 50% della line-up rispetto a “Still Burns”, e anche solo questo garantirà un approccio e un sound completamente differente.

Vorrei chiederti come state vivendo, sia come band che anche come persone, questo periodo davvero particolare al quale ormai tutti noi ci siamo (volenti o nolenti) abituati e che credo cambierà non poco le nostre abitudini.
Più che come lo stiamo “vivendo” la parola giusta è come stiamo “sopravvivendo” a questo periodo. Come band cerchiamo di tenerci attivi con tutte le attività promozionali che stiamo seguendo insieme al nostro management (Cerberus Booking) e alla nostra label (STF Records). Contestualmente, come detto, stiamo componendo molto materiale utilizzando tutto quello che la tecnologia (e i rari momenti in cui arriva il “liberi tutti”) ci consente di fare. E’ dura stare lontano dai palchi e dalla sala prove per una band come noi, ma per fortuna abbiamo molti progetti e attività che ci permettono di non avere cali di tensione.

Siamo giunti alla fine, ti ringrazio davvero tanto per la tua disponibilità, concludi pure come vuoi…
Grazie mille a te per il tempo e lo spazio che ci hai dato! Non posso che concludere augurandomi di conoscerci di persona, bevendoci una birra e commentando un nostro show… Il prima possibile.

The Bastard Within – Better grinders than friends!

I grinder nostrani The Bastard Within fanno il loro debutto sulle scene con “Better Dead Than Friends” (Immortal Souls Productions), un concentrato di violenza sonora che non mancherà di annichilire il “malcapitato” ascoltatore. Abbiamo fatto una chiacchierata con il bassista Davide Stura, davvero molto cordiale e disponibile!

Ciao Davide, e grazie per la tua diponibilità a quest’intervista, che ne diresti di iniziare a parlare di quando e come è nata la band?
Ciao Luca. Grazie a te per il tuo interessamento verso i The Bastard Within. Dunque, i The Bastard Within sono: Sid alla voce; Gianluca Sulpizio alle chitarre; il sottoscritto al basso e Kevin Talley alla batteria. La band ha preso vita nel febbraio 2015. A quei tempi ero ancora molto impegnato con gli Any Face, gruppo di metal estremo che ho fondato nel 2000. Le mie influenze in quel gruppo sono sempre state le più estreme e in quel momento non avevano più molto spazio. Inoltre era nell’aria la nostra imminente fine e quindi ho deciso di creare un side project grindcore, visto che da quando ho scoperto la musica estrema, ormai più di 30 anni fa, è il mio genere preferito e non avevo mai avuto modo di suonarlo. Sarebbe dovuto essere soltanto uno sfogo. Un divertimento. Suonare grind, incidere qualcosa senza troppe pretese e fine. Dopo un mese circa ho contattato Gianluca: lo conoscevo da molti anni e ho sempre ammirato il suo lavoro con i Conviction: band da cui tra l’altro, oltre che dai Node, arriva anche Sid. Pensavo che a livello musicale per quello che avevo in mente di fare fosse la persona giusta, e non ho sbagliato. Il suo arrivo ha decretato la fine del funny side project e ha fatto nascere la band vera e propria, nome incluso. Le intenzioni sono diventate serie: abbiamo composto e provato tanto; abbiamo avuto qualche significativo cambio di formazione e alla fine tutto questo ci ha portati a “Better Dead Than Friends”.

Vorrei chiederti innanzitutto quali siano i motivi riguardanti la scelta del nome della band e il titolo (direi abbastanza esplicito e provocatorio) dell’album…
Come ogni gruppo appena formato cercavamo un nome da dare alla band. Sono uscite mille idee: alcune interessanti ed altre orrende. Gianluca è saltato fuori con The Bastard Within e lo abbiamo trovato appropriato. Tutti, chi più e chi meno, abbiamo un “bastardo dentro”: noi diamo voce al nostro. Anche il titolo dell’album ha una genesi molto semplice. Una sera durante una pausa dalle prove Gianluca ed io ci stavamo raccontando reciproche esperienze passate, in ambito musicale e non, con personaggi che ancora oggi preferiremmo dimenticare. Meglio morire piuttosto che essere loro amici. Gianluca si è reso conto che l’argomento era perfetto per una canzone e per il titolo del nostro album. Tutto qui: tutto molto casuale ma perfetto per noi.

Come mai avete deciso di “partire” subito in quarta con la pubblicazione del full, piuttosto che esordire prima con un EP ad esempio? E’ stata una scelta spontanea oppure una soluzione ponderata?
Se la memoria non mi inganna, la verità è che non abbiamo mai preso in considerazione l’idea di incidere demo o EP: non ci abbiamo mai neanche pensato. Si componeva, si provava e si sceglievano le canzoni migliori per l’album: si è sempre parlato solo di album e mai di qualcosa di diverso.

Come band, posso chiedervi quali sono le vostre “muse ispiratrici” a livello di composizione?
La risposta più semplice e più vera è che tutti noi adoriamo il grindcore. Dai grandi nomi come, ad esempio, Napalm Death, Brutal Truth e Nasum a band decisamente underground. Mentre componevamo “Better Dead Than Friends” si è palesato il fatto che oltre al grind, Gianluca fosse quello con le influenze derivate dall’ HC e dal thrash più marcate, mentre io quello più influenzato dal death metal. Nei nuovi brani questa distinzione tra noi si è diluita parecchio: probabilmente ci siamo influenzati a vicenda. Sid… Sid è estremo. Punto. Noi cerchiamo di dare la nostra interpretazione del genere in maniera onesta e personale. Se un riff  può lontanamente ricordare una delle band che amiamo per noi non è un problema: se la cosa è stata inconscia la viviamo come un giusto tributo a un gruppo che ammiriamo. Sicuramente non vogliamo copiare e non copiamo nessuno.

Come nasce un vostro brano, chi di voi contribuisce al songwriting?
Gianluca ed io ci occupiamo della musica in egual misura. Io scrivo i miei brani e lui registra i suoi. Poi ci confrontiamo, scegliamo le cose migliori e le proviamo fino alla nausea. Sid si occupa dei testi. In “Better Dead Than Friends”: a parte uno o due testi di Gianluca; parti di alcune cose che io avevo scritto in precedenza; qualche nostro input su alcune tematiche da trattare e su qualche titolo e, in “Worthless Existence”, un piccolo contributo nel testo di Juri Bianchi, che è ospite in quel brano, è tutto lavoro suo. Tornando alla musica, Gianluca è stato responsabile dell’80% degli arrangiamenti. Il resto è stata opera mia e, in piccola parte, di Kevin Talley. Gli arrangiamenti vocali e tutto ciò che riguarda il cantato sono opera di Sid.

Per ciò che invece concerne i testi, quali sono gli argomenti trattati?
Ah, se c’è da dispensare odio, disprezzo e furore Sid è la persona giusta… ahahah! Scherzi a parte, le tematiche sono varie. E’ l’ottica piuttosto scura che accomuna i testi che scrive Sid. Parla di come le persone possano diventare schiave delle proprie manie. In un paio di brani il tema è il maltrattamento da parte del genere umano nei confronti della natura, tematica a me molto cara. Come detto prima, nella title track esprime il concetto che è meglio essere morti piuttosto che avere a che fare con personaggi di un certo tipo. In un altro brano Sid parla di quelle miserabili persone che per mettersi in luce hanno come unico mezzo quello di gettare merda sugli altri, modificando a proprio piacimento la realtà dei fatti per raggiungere il proprio scopo. In una canzone fa riferimento a quelle persone che passano la vita a lamentarsi. In un altra parla del fatto che spesso si paga qualsiasi cosa per vivere, che vivere non è, per poi morire senza aver veramente vissuto. Canta/urla del condizionamento dei mass media sulle persone in un pezzo. In un altro sottolinea quanto sia futile e vuoto il mondo dei social media, o almeno l’uso che generalmente se ne fa. Insomma, gli argomenti che tratta, quelli elencati ed altri, sono davvero tanti.

Una cosa che spicca immediatamente all’ascolto è la produzione, davvero molto potente! Dalle informazioni in mio possesso si evince che vi siete rivolti ad un nome di “spicco” del panorama estremo, puoi dirmi qualcosa a riguardo?
Dan Swanö è tra le persone più simpatiche, divertenti e disponibili che io abbia mai incontrato in questo ambiente. E’ andata in maniera molto semplice: stavamo valutando a chi mandare l’album per il mastering e ci siamo rivolti anche a lui. Il brano di prova che ci ha rimandato ci ha immediatamente convinti. Ci ha tenuti aggiornati sul suo lavoro ad ogni passo, dispensando anche ottimi consigli. Siamo molto soddisfatti di questa collaborazione. Così come siamo estremamente soddisfatti del lavoro svolto agli Ironape Studio di Vigevano da Federico Lino. Con lui abbiamo registrato voci, basso e chitarra e lui si è occupato del mixaggio. Kevin ha registrato le sue parti al  Brochacho Studios con  Orlando Villaseñor a San Antonio, in Texas. Sono tutte esperienze che mi piacerebbe ripetere in futuro.

Per ciò che concerne invece la collaborazione con altri musicisti cosa mi dici a riguardo?
Inizialmente quello fissato con le collaborazioni ero io: in seguito sono riuscito a contagiare i miei compagni. Collaborare con musicisti che si ammirano è qualcosa che secondo me da un tocco di freschezza al lavoro che si svolge. In particolar modo con i cantanti, perché voci diverse all’interno di un brano saltano subito all’orecchio e, almeno nel mio caso, attirano immediatamente l’attenzione. I nostri ospiti sono tutti nostri amici. La mia amicizia con Trevor e Juri è ventennale. Juri è anche stato il cantante dei miei Any Face nel periodo e per l’album migliore di quella band, almeno secondo me, ed è stato il primo cantante dei The Bastard Within prima dell’arrivo di Sid. Io e Jason Netherton ci siamo conosciuti circa quattro anni fa e da allora ci sentiamo frequentemente. Chiedere loro di dare il loro contributo al nostro album per me è stato molto naturale. Stefania Minervino e Mara Lisenko non le conoscevo. Sono state una sorpresa incredibile per me. Stefania è amica di lunga data di Gianluca e Sid. L’ho incontrata quando è venuta in studio a registrare le sue parti per “Varosha” ed è stato bello conoscerla. Mara è amica di Sid: molto gentile, disponibile, professionale ed estremamente brutale. Sono felice del contributo di tutti loro, oltre ad essere onorato della loro presenza sul nostro album.

Quali sono le vostre aspettative, in considerazione del periodo che stiamo attualmente vivendo? Avete in programma dei live per promuovere la vostra release? Cosa bolle in pentola?
Personalmente sono già contento così. Reputo “Better Dead Than Friends” e i The Bastard Within le cose migliori fatte e vissute fino ad ora nella mia “carriera musicale”. Suono quello che mi piace con persone che condividono la mia stessa passione per questa musica e per me, che in tutte le band in cui ho suonato in precedenza sono sempre dovuto scendere a compromessi enormi perché tutti si fosse più o meno soddisfatti, è stupendo. Poi, banalmente, a me la nostre canzoni piacciono davvero. Quindi la mia aspettativa e la mia speranza è che si vada avanti così. Tutto qui. Se poi arriverà altro, ben venga. Live: al di là della pandemia è un tematica complessa. Da questo punto di vista su Kevin, ovviamente e giustamente, non possiamo contare. Dovremmo trovare un batterista disposto a farlo. Ma se devo essere onesto in questo momento la sola idea di mettermi a cercarne uno, conoscerlo ed eventualmente provinarlo mi fa sentire esausto. Tra il 2015 e il 2018 ho passato due anni su tre a cercare quotidianamente un batterista e l’esperienza mi ha sfiancato. Certo, una parte di me desidera portare i The Bastard Within live: penso sarebbe divertente e gratificante sia per noi che per gli appassionati del genere che suoniamo. Ma gli ultimi due anni di concerti con la mia band precedente sono stati generalmente orribili; l’esperienza mi ha segnato e a distanza di tanto tempo non ho ancora smaltito le tossine. Per cui in questo momento rimango piuttosto combattuto sull’argomento. Ma questa è solo la mia posizione e le decisioni non spettano solo a me ma all’intera band. In ogni caso per ora vedo questa possibilità di difficile realizzazione. Il 2020 è stato un anno strano per chiunque. Noi, al di là delle situazioni note, abbiamo avuto a che fare anche con impegni e/o impedimenti personali che ci hanno assorbiti parecchio. Tutto questo non ci ha permesso di lavorare con le nostre solite modalità, ma non significa che la band si sia fermata. Io e Gianluca siamo stati molto prolifici in ambito compositivo e ancora non ci siamo fermati, anche se ognuno a casa propria. Abbiamo già parecchie nuove canzoni da scegliere e su cui lavorare. Lo scorso Giugno ne abbiamo registrata in studio qualcuna con Kevin, giusto per capire se la direzione presa fosse quella giusta per noi, e devo dire che siamo molto soddisfatti. Appena la situazione mondiale lo permetterà, ci prepareremo per quello che decideremo saranno i nostri passi futuri.

Siamo giunti alle battute finali, grazie ancora per questa bella chiacchierata, concludi pure come vuoi!
Questa è la domanda più difficile, ahahah! Oltre a ringraziarti di nuovo per la tua disponibilità, Luca, cosa posso dire? Abbiate cura di voi e del prossimo: rispettate il distanziamento sociale; non create assembramenti e usate quelle cazzo di mascherine o non ne usciremo più. Quando vi vedo in giro in branco senza protezione a parlarvi addosso mi fate solo incazzare e mi viene voglia di darvi fuoco. E magari prima o poi lo farò; e che cazzo! Se poi avete voglia di passare una mezz’oretta ad ascoltare un album grind, “Better Dead Than Friends” immagino possa fare per voi.

Crawling Chaos – Estremo machiavellico

I deathster emiliani Crawling Chaos tornano sulle scene con il secondo full “XLIX” distribuito dall’italiana Time to Kill Records / Anubi Press. Un lavoro davvero maturo ed articolato, capace di mettere in luce tutta la sapienza tecnica della band. Abbiamo intervistato il chitarrista Andrea

Ciao Andrea, e grazie per questa intervista, puoi parlarci della storia della band?
Ciao ragazzi, grazie a voi per averci contattato. La band nasce molto tempo fa, tra il 2007 e il 2008, anno in cui abbiamo autoprodotto un EP demo, “Goatsuckers”. La line-up odierna ricalca quella originale: negli anni il bassista è cambiato un paio di volte, ma poi ci siamo riuniti con quello attuale, Will. Nasciamo come gruppo di amici che amano condividere la propria passione musica e, per fortuna, le cose sono rimaste così.

Tornate con il vostro secondo album intitolato “XLIX” a ben sette anni di distanza dal precedente “Repellent Gastronomy”, come mai tutto questo tempo?
La nostra priorità è quella di pubblicare materiale di buona qualità, suonato bene, scritto bene e con un pensiero coerente alle spalle. Tutto questo richiede tempo e dobbiamo incastrare nell’equazione anche il lavoro; ognuno di noi, infatti, non si occupa solo di musica nella vita. Gli ultimi anni, inoltre, sono coincisi per tutti noi con grandi cambiamenti nella sfera professionale e privata che ci hanno sottratto altro tempo e tante energie. Aggiungiamo anche che Shub (Andrea) e MG (Manuel) sono stati impegnati con progetti paralleli in cui hanno pubblicato altri album e fatto un paio di tour europei.

A tal proposito, quali sono secondo te le principali differenze stilistiche che contraddistinguono i vostri due lavori?
La differenza nel songwriting è enorme. Abbiamo tutti sviluppato maggior maturità e gusto nel fondere le varie influenze che caratterizzano l’album. “Repellent Gastronomy” era per lo più una raccolta di brani scritti nei quattro-cinque anni precedenti, senza un vero filo conduttore. “XLIX” è un concept album composto principalmente negli ultimi due anni e ideato fin dall’inizio come tale: la scrittura è pertanto più compatta, quasi come fosse la sceneggiatura di una piccola opera teatrale. 

A questo punto non posso non chiedervi quali siano le vostre “fonti d’ispirazione”…
Volendo essere scontati potremmo citare le solite band di riferimento del genere, come per esempio Death, Cannibal Corpse, Gojira, Behemoth, Anaal Nathrakh, Carcass, eccetera. Tuttavia, sebbene i grandi nomi della scena rappresentino senza dubbio un’ottima fonte d’ispirazione, tutti noi abbiamo background musicali piuttosto differenti. I nostri ascolti spaziano dal metal estremo a sonorità più roccheggianti, dall’elettronica al drone. Di conseguenza, quando componiamo, oltre ad affidarci ai soliti riffoni e ai soliti pattern ritmici ci piace anche provare a implementare i nostri ascolti “extra-metal” nelle canzoni. In “Repellent Gastronomy”, il nostro album precedente, questa contaminazione era probabilmente più evidente e, in un certo senso, ingenua. In “XLIX”, al contrario, le influenze esterne sono diventate parte integrante e imprescindibile del nostro sound.

L’italiana Time to Kill Records si sta occupando della distribuzione di “XLIX”, in quali circostanze è nata la collaborazione tra voi e l’etichetta romana?
Il contatto è avvenuto nel più classico dei modi. Abbiamo fatto girare la promo digitale dell’album tra le etichette underground che reputavamo più in linea con la nostra proposta. Nel giro di poche settimane siamo stati contattati da Enrico, il boss dell’etichetta. Ciò che ci ha convinti a firmare è stato l’approccio che ha adottato. Ci ha telefonato direttamente perché voleva esprimerci di persona il suo entusiasmo per il nostro lavoro. Nell’underground l’entusiasmo è tutto.

Facendo riferimento al songwriting, chi di voi è il principale fautore? Come nasce un vostro brano?
Il primo album è stato concepito letteralmente in cantina, condividendo riff, improvvisando, scrivendo tutto su carta. Oggi il songwriting è diverso. Di solito Shub propone lo scheletro del brano, lo registra a casa, scrive la prima partitura e passa il materiale a tutti. In sala prove si arriva già con un’idea di come i vari riff devono suonare; ognuno li ha già studiati e metabolizzati, magari apportando qualche piccola modifica. Una volta raccolte le idee, sempre a casa, registriamo un demo grossomodo definitivo, con sovraincisioni e batteria digitale. Segue poi un periodo in cui MG definisce le parti vocali assieme agli altri – un passaggio che affrontiamo con molta più cura rispetto al passato – e si suona il pezzo fino allo sfinimento, lavorando di labor limae. Dopo tutta questa preparazione, quando finalmente arriviamo in studio di registrazione sappiamo esattamente come deve suonare l’intero album.

Cosa puoi dirmi dei testi che compongono “XLIX”? Sono liriche a sé oppure si cela un vero e proprio concept?
“XLIX” è a tutti gli effetti un concept album. Ci siamo ispirati a Il Principe, il celebre libro scritto da Niccolò Machiavelli nel sedicesimo secolo. La narrazione è una sorta di parabola, una cronaca fuori dal tempo e dallo spazio che ripercorre le vicende di un protagonista senza nome e senza volto che costituisce l’unico punto di vista dell’intera narrazione. Profondamente amareggiato e frustrato dalla realtà in cui vive – mai temporalmente definita – il protagonista si ritrova tra le mani una fantomatica “edizione maledetta” della famosa opera del Machiavelli. Il tomo, che egli trova tra le rovine di una città perduta, lo guida esotericamente verso l’incarnazione dello “statista definitivo, del dominatore ultimo”. Ma questo è solamente l’inizio. Ogni canzone corrisponde sostanzialmente a un capitolo della vicenda. Il progredire della trama, ovviamente, porta con sé tutta una serie di considerazioni e spunti di riflessione. I testi possono essere interpretati adottando di volta in volta chiavi di lettura differenti (teologiche, sociologiche, esoteriche o psicologiche). Non mancano citazioni ed episodi grotteschi – una caratteristica che ha da sempre caratterizzato i testi dei Crawling Chaos. Anche l’artwork dell’album, realizzato magistralmente da Simone Strige (@strxart), è parte integrante della narrazione. Per chi riesce a interpretarlo, costituisce un’altra delle possibili chiavi di lettura con cui è possibile decodificare il tutto.

Una cosa che risalta subito nell’ascolto del vostro album è la produzione, davvero molto potente ma anche pulita, puoi dirmi qualcosa a riguardo? A chi vi siete affidati?
Abbiamo la fortuna di conoscere dei professionisti di altissimo livello che hanno collaborato con noi alla realizzazione dell’album. “XLIX” è stato registrato e prodotto ai Domination Studio di San Marino da Simone Mularone e Simone Bertozzi, una vera garanzia. Il loro supporto nella creazione del sound che avevamo in mente è stato fondamentale. Anche “Repellent Gastronomy” è stato registrato lì, ma la differenza sonora è abissale. Rispetto al passato abbiamo sperimentato molto di più con l’analogico e le canzoni suonano molto più “live” rispetto al passato. Potremmo affermare che con “XLIX” abbiamo finalmente definito quel sound che avevamo in mente fin dagli albori della band.

Adesso una domanda che faccio sempre, ma credo sia d’obbligo visto il periodo che stiamo vivendo. Una nuova uscita discografica implica un lavoro di promozione attraverso le esibizioni live di una band. Data la situazione attuale, secondo te, come si può ovviare a tutto ciò? Qual è il tuo pensiero?
Penso che non si possa ovviare. Underground e live sono inscindibili. I social sono uno strumento fondamentale per far conoscere la nostra musica, ma la volatilità caratteristica del web non si addice all’ascolto di un album intero – men che meno alla sua metabolizzazione. Cercheremo di produrre contenuti media che possano destare l’interesse del pubblico, magari cercando di approfondire il concept narrativo del disco. Speriamo che la tempesta passi presto. Non vediamo l’ora di ritornare sul palco per proporre la nostra musica dal vivo. Probabilmente, dopo tutta questa merda, la gente non vedrà l’ora di sfogarsi con un bel pogo!

Siamo giunti alla fine, ti ringrazio per questa chiacchierata! Concludi l’intervista come vuoi…Innanzitutto grazie! Speriamo di incontrarci il prima possibile dal vivo. Non vediamo l’ora di suonare “XLIX” sul palco e siamo certi che le occasioni per farlo, quando le circostanze lo permetteranno, saranno numerose.

Affliction Vector – La morte giunge suprema

Affliction Vector: il promettente duo composto da Ans e Chris si affaccia nell’underground con un interessantissimo EP intitolato “Death Comes Supreme” (Argento Records / Anubi Press), un concentrato di violenza sonora che ha nel black metal il punto di riferimento ma non solo! Ne abbiamo discusso con il leader della band.

Ciao Ans e benvenuto sul Raglio Del Mulo! La vostra band, di recente formazione, ad oggi si presenta come un duo, puoi raccontarci la storia della band dagli inizi ad oggi?
In questo EP si presenta come un duo in quanto io e Chris abbiamo registrato il 90% degli strumenti presenti nell’EP e soprattutto perché Chris è stato fondamentale per il concretizzarsi di questo progetto. Affliction Vector nasce quasi contemporaneamente alla mia uscita dai Grime. Ai tempi stavo cominciando ad esplorare nuovi territori sia con la chitarra che con i software per registrare musica. Andatomene in Olanda mi sono chiuso nella mia bolla e mi sono messo al lavoro. Ho avuto la fortuna di avere come homemate Sergio, un amico da cui ho imparato un sacco soprattutto riguardo i software. Ho scritto riff e fatto copia e incolla di questi dal 2017 fino alla fine del 2019 periodo in cui Chris ha deciso di aiutarmi entrando nella line up. Se non fosse per lui a quest’ora sarei ancora lì a copiare e incollare… ecco perché Affliction Vector è un duo!

Come definiresti il vostro caratteristico songwriting e come nasce un vostro brano?
Per cominciare non so se sia caratteristico, credo sia personale. Tutto nasce da un mood, da due riff o da un riff e un bridge. Registro tutto e scrivo delle batterie grezze e poi lascio lì. Se trovo altre idee vado avanti e sviluppo tutto in maniera più fine, se no inizio un altro “progetto” e metto nel cassetto. Come nascano i riff in sé non te lo so dire, suono quello che mi passa per la testa, non sono uno studiato anche se mi piacerebbe esserlo. Poi c’è anche il lavoro di Chris che ha imparato, sistemato o cambiato le batterie da me scritte con il PC dove necessario.

Per ciò che riguarda le lyric, chi è il principale compositore?
Ho scritto tutto io. Ho scritto riguardo le cose che non mi fanno dormire sereno la notte. L’ho voluto scrivere a modo mio. E’ un EP molto personale in questo senso: nei testi non c’è nulla del mondo esterno, non ci sono riferimenti spirituali/religiosi/politici e cosa importante non ci sono prese di posizione. Sono pensieri che ho sviluppato nella solitudine.

Quali sono le vostre influenze principali? A quali bands vi ispirate?
Come ha scritto Mike (owner di Argento Records) nella bio per Affliction Vector: Mayhem, Bolt Thrower e Voivod. Ma poi anche altro ovviamente. Queste sono le tre band che ho nominato per risposta alla sua domanda. Sono tre classici che ascolterò sempre, quindi le mie influenze direi. Non sono molto attivo nella ricerca di nuova musica e band, sono abbastanza nauseato dai social anche se devo conviverci come tutti, non ho Spotify e non mi interessa averlo. Spesso capita che inciampi nella musica che poi mi piace. Ultimo LP che ho comprato da Bandcamp è di una band (non metal) che ho visto suonare live ad Amsterdam, non la conoscevo prima. Per il resto tanti classici e soprattutto tanto Ronnie James Dio!

Vi affacciate sulle scene con un EP contenente cinque brani, dimmi la verità, state già lavorando ad un full? Cosa state preparando di nuovo?
Non c’è niente oltre a questi cinque pezzi! Sto già scrivendo nuova musica ma per ora nulla di cui si possa seriamente parlare. Spero anche che il nuovo materiale passi di più per la sala prove. Cosa che ora possiamo fare, essendo ritornati a vivere affacciati al nostro golfo. Di certo non ho iniziato questo progetto per scrivere solo un EP.

Riguardo al vostro EP, distribuito dall’olandese Argento Records… vorrei chiederti: com’è nata la collaborazione con questa label?
E’ nata spontaneamente. Mike è un amico da molti anni. L’ho conosciuto come chitarrista dei From the Dying Sky” (band in cui Chris era batterista), pensa te quanti dischi e anni sono passati! Nei tre anni che ho vissuto ad Amsterdam spesso è stato l’unico amico/musicista (c’era anche Sergio ovviamente) con cui, nella realtà fisica, mi confrontavo e ascoltavo musica. Non c’è stato nulla di programmato. A Mike è piaciuto quello che ha sentito uscire fuori dallo studio, sessione in cui lui ha anche partecipato in prima persona. Da parte mia è stato un piacere e senz’altro anche un grande aiuto. Mi ha permesso di curare più altri aspetti, non dovendo seguire proprio tutto e spesso guidandomi anche in scelte che magari erano fin troppo personali e prese di pancia.

Il vostro è un sound d’impatto, che si muove per lo più su tempi veloci conditi da blast beat aggressivi, tuttavia non disdegna alcune soluzioni più “ragionate” in certi momenti. Pensi che sarà così anche per le future produzioni?
Mi piacciono le band che nella loro storia hanno saputo cambiare in maniera decisa pur mantenendo una propria radice, un loro proprio modo di fare musica: ne cito tre per me particolarmente importanti: Black Sabbath, Voivod, Pink Floyd. Mi cambiare ed esplorare cose nuove, ma non so se ho già sviluppato un modo mio di fare musica. Lo capirò con il tempo. Il prossimo materiale non sarà una copia di quanto già fatto, questo è chiaro nella mia testa ma poi questo giudizio non spetterà a me.

Ho accennato all’inizio dell’intervista al fatto che attualmente siete un duo, avete la futura prospettiva di inserire di altri componenti per avere una line up completa in grado di suonare anche live?
Sicuramente vogliamo suonare un po’ live (senza esagerare, solo se ha senso farlo) quindi almeno un terzo musicista servirà in questo senso. Dall’altra parte mi piace questa dimensione più intima che ho dato al progetto quindi non vorrei uscire troppo dalla mia comfort zone. Non sarà semplice trovare la persona giusta ma so già che Chris ci sta lavorando..

Vorrei chiederti cosa pensi dell’attuale scena underground italiana, qual è la tua opinione a riguardo?
Come ti ho detto non sono uno che segue tutto sui social, in più ero all’estero negli ultimi tre anni. Mi piaceva molto l’attitudine dei ragazzi del Venezia HC, spero il COVID e gli anni che passano non abbiano ammazzato quello spirito! Non so qual è la scena in Italia ora e comunque credo sia molto frammentata. I social stanno ammazzando qualsiasi “scena”. Tutto viene filtrato, tritato, digerito e processato dal web e l’immagine che ne esce delle band molto spesso storpia la realtà. Ricordo che da piccolo, quando arrivavi a conoscere certe band, per passa parola o da un trafiletto sul giornale, poi scattava la ricerca di info e quando arrivavi finalmente al concerto, comunque, ci arrivavi con un sacco di punti di domanda e questo era bello, la curiosità è una cosa bella! Oggi le nostre curiosità muoiono sul web, diamo troppe informazioni e questo aiuta i più giovani a disinteressarsi prima del tempo, le mode vanno più veloci di noi. E’ anche vero però che oggi molte più band possono mettersi in mostra (Affliction Vector compresi) però all’interno di un network dove le relazioni tra le parti stanno quasi a zero. E’ l’era della divisione, abbiamo uno schermo una stanza/set fotografico e adesso anche una mascherina! Noto con piacere però che spesso dietro a nuovi progetti ci sono le stesse facce conosciute anche per strada; forse quelle persone che fanno musica più per esigenza personale che per altro.

Tempo scaduto, ti ringrazio per la chiacchierata, concludi l’intervista come vuoi…
Concludo con un saluto a voi e con l’invito alle persone di supportare i musicisti e le record label, se possibile, durante questa brutta pandemia e se posso permettermi di dare un consiglio invito ad usare di più Bandcamp che secondo me, già che di social e mondo web si è parlato, è veramente la più bella piattaforma musicale creata in questi anni.

Hateful – Il suono dell’odio

La Transcending Obscurity Records il prossimo 26 settembre pubblicherà il terzo album degli italiani Hateful. Con qualche giorno d’anticipo rispetto all’uscita di questo ottimo lavoro di death metal tecnico, abbiamo contattato il cantante bassista Daniele Lupidi per saperne di più.

Ciao Daniele, e grazie per questa intervista, ti andrebbe di raccontare brevemente la storia degli Hateful partendo dall’inizio?
Per forza di cose devo riassumere velocemente più di 20 anni di attività, cercherò quindi di essere breve! Ci siamo formati a cavallo fra il 1997 e il 1998 per volontà mia e di un mio amico chitarrista dopo la dipartita di entrambi dalla precedente band nella quale militavamo entrambi. Dopo poco lui abbandonò il progetto Hateful, ma io ero determinatissimo a continuare e reclutai fra gli altri Marcello, che tutt’ora è l’altro membro stabile della band. Posso dire che il suono attuale del gruppo si è sviluppato diversi anni dopo, intorno al 2003, anno in cui finalmente abbiamo deciso di lasciare ogni freno compositivo e di creare un mix completamente personale senza curarsi di come sarebbe stato accolto dalla “scena”. Altre tappe importanti sono state scandite dalle uscite ufficiali, 2006 per lo split cd con Impureza ed Hellspawn, 2010 e 2013 per i nostri due full abum “Coils of a Consumed Paradise” e “Epilogue of Masquerade”, per arrivare finalmente quest’anno al nostro disco più sofferto ma più importante “Set Forever on Me”, in uscita per Transcending Obscurity Records.

La vostra nuova release esce a ben sette anni di distanza dal vostro secondo full “Epilogue of Masquerade”: quali sono, secondo te, le principali differenze tra i due album?
“Set Forever on Me” è un disco al contempo più complesso e più “facile” dei precedenti. Complesso perché compositivamente mi sono concentrato molto sugli arrangiamenti e sull’interazione fra le due chitarre e il basso. Conseguentemente anche il drumming di Marcello è diventato più tecnico e ragionato, costruito insieme alle linee di basso. In generale le canzoni sono molto più stratificate e quasi più “orchestrali”, con molte più sfumature armoniche e melodiche. D’altro canto questa maggiore attenzione alla melodia e alla ricerca di un’atmosfera più cupa ha reso l’ascolto più fluido e diversificato rispetto ai primi lavori, che avevano un’intensità continua quasi da brutal death metal. Le liriche inoltre hanno un taglio decisamente più oscuro, con alcuni testi maggiormente personali ed emotivi ed altri di ispirazione letteraria. Il tutto scritto nel mio solito stile pittorico/visionario.

Il vostro nuovo “Set Forever on Me” uscirà per l’attualmente attivissima Transcending Obscurity Records, come è nato l’interesse della label nei vostri confronti?
E’ una storia abbastanza curiosa! Qualche anno fa stavo facendo una ricerca oserei dire “nostalgica” di tutte le recensioni riguardanti i nostri primi due album e cercavo di ricordare dove ne avessi letta una particolarmente lusinghiera dell’epoca “Epilogue of Masquerade”. La ritrovai nella webzine “Diabolical Conquest” e mi affrettai a cercare il nome dell’autore che era appunto Kunal di TOR, che nel frattempo aveva fondato la sua label. Però io di questo ultimo dettaglio ero completamente all’oscuro e quando gli chiesi l’amicizia su Facebook, più che altro per ringraziarlo di quelle splendida recensione, scoprii da lui che aveva appunto intrapreso questo percorso di label owner! Ovviamente lui stesso si rivelò subito interessato a sapere cosa stava bollendo in pentola riguardo ad Hateful e il resto è storia!

Entrando più nel particolare, come avviene la creazione di un vostro brano? Chi di voi si occupa del songwriting?
I brani nascono quasi sempre da intuizioni o da suggestioni mentali di melodie o ritmi, quasi mai mi metto alla chitarra aspettando il riff giusto da cui partire. La maggior parte della struttura di un brano viene immaginata e talvolta addirittura appuntata tramite un registratore vocale, in modo da non dimenticare i movimenti e la loro sequenza. Sono sempre stato più bravo di fantasia che di tecnica, per cui passo a tradurre le idee sulla chitarra solo in un secondo momento. Una volta che mi ritrovo con una struttura soddisfacente la porto in sala prove e iniziamo a lavorare sulle linee di batteria. Si tratta di un lavoro molto stratificato in effetti, dove conta sia l’ispirazione che una certa scientificità. Poi finalmente passo agli arrangiamenti di basso, dei testi e delle linee vocali. Ho composto praticamente tutto il materiale di “Set Forever on Me” ma ovviamente Marcello è stato fondamentale durante la fase di arrangiamento, in quanto la batteria è sicuramente una grossissima parte di quello che poi si andrà ad ascoltare in una canzone death Metal.

Cosa puoi dirmi invece riguardo alle lyric? I testi sono a se stanti oppure si nasconde un vero e proprio “concept” dietro?
Ogni canzone è decisamente a se stante per quanto riguarda le liriche. L’ispirazione può arrivare da spunti di riflessione su svariate tematiche, talvolta insospettabili. Di solito alcuni concetti rimangono nella mia testa fino a quando non sento il bisogno di creare una sorta di immagine mentale, dai connotati quasi pittorici, e di tradurre queste visioni in parole. In “Set Forever on Me” alcune delle liriche hanno, forse per la prima volta, una genesi “interiore”, ovvero ho plasmato le parole partendo da alcuni stati d’animo decisamente negativi che in alcuni periodi hanno pervaso la mia mente. Credo che anche da questo punto di vista questo sia il nostro disco più oscuro e profondo.

Se dovessi farmi tre nomi, quali sono le band dalle quali traete maggior ispirazione per la composizione dei vostri brani?
Faccio tre nomi quasi casuali in quanto le influenze vanno dal death metal al rock progressivo senza alcuna regola precisa! Sicuramente band come Suffocation, Monstrosity e i primi At The Gates hanno avuto una parte importante nel plasmare il nostro sound, ma sarei in grave difficoltà se dovessi applicare un’ipotetico bollino “for fans of…” ai nostri album! Credo che l’apertura, a livello di ascolti, verso generi “extra-metal”, abbia giocato un ruolo importante nelle nuove composizioni, soprattutto per quanto riguarda gli arrangiamenti di basso e batteria.

Un altro aspetto sul quale vorrei soffermarmi un attimo è la grafica in quanto anch’io me ne occupo nel mio piccolo, ho notato che l’autore dell’artwork sei tu, posso chiederti qual è il significato dello stesso?
La cover sotto diversi aspetti è una rappresentazione in chiave “straniante” delle paure e delle difficoltà incontrate negli anni della realizzazione del disco da me e più in generale dalla band. E’ un’immagine aperta a diverse interpretazioni ma quello che non manca di sicuro è il sottile senso di inquietudine e di “fine catastrofica”, sicuramente qualcosa che a posteriori stiamo vivendo attualmente causa pandemia globale.

C’è qualche autore che, in tal senso, funge da modello per te?
Sicuramente pittori come Beksinski, Redon, Klinger, Giger e Kubin hanno creato immaginari a me molto affini. Per “Set Forever on Me” inoltre mi sono ispirato (credo inconsciamente) anche a diverse opere sci-fi anni 60/70 che ho rispolverato da alcuni volumi che ho fin da bambino.

Qual è la vostra opinione riguardo la scena estrema italiana? Quali, secondo te, sono le band che possono competere con le ben più quotate band straniere?
Credo ci siano tante band estreme di altissima qualità, ma credo che questa sia una frase abbastanza scontata. Alcune si sono fatte conoscere nell’underground e oltre come ad esempio Hour of Penance, Putridity, Blasphemer, Hideous Divinity o Unbirth (a proposito consiglio caldamente l’ultimo disco Blasphemer, veramente clamoroso)… Altre non hanno ancora l’esposizione che meriterebbero come ad esempio Laetitia in Holocaust, Esogenesi, Demiurgon, Gravesite e tanti altri. Devo dire che un grossissimo dispiacere me lo ha dato lo scioglimento di una grandissima band come Daemusinem, spero un giorno ci ripensino e tornino a massacrarci le orecchie in studio e sul palco! In generale spero di sentire sempre più band italiane con un sound unico e riconoscibile, sono piuttosto stanco di sentire sempre le solite soluzioni “revival” di questo o quest’altro periodo storico.

Purtroppo questo periodo, segnato dalla pandemia, ha interrotto tutte le attività live delle band… Non appena uscirà il full quali saranno le vostre intenzioni da questo punto di vista, avete già pianificato qualcosa?
Non so davvero che dire… è imperativo fare più date possibili per supportare “Set Forever on Me” anche in sede live, ma solo quando ci sentiremo totalmente sicuri a livello sanitario. Speriamo che nei prossimi mesi arrivino segnali definitivamente incoraggianti. Abbiamo diverse idee ma ancora nulla di pianificato purtroppo, vista la situazione globale.

L’intervista è da considerarsi conclusa, davvero grazie per la chiacchiera Daniele, concludi pure come vuoi.
Ti ringrazio tantissimo, Luca, per l’intervista decisamente interessante! Spero di aver stuzzicato la voglia dei vostri lettori di dare un’ascolto alla nostra nuova release! Speriamo di rivederci tutti sopra o sotto un palco non appena possibile.

Oneiric Celephaïs – L’oscura sibilla

La giovane e promettente technical death metal band italiana, Oneiric Celephaïs, si affaccia sulle scene esordendo con l’EP “The Obscure Sibyl“, contenente tre brani violenti, ma anche tecnici e che sanno essere melodici e davvero ispirati, pubblicati per l’americana Gore House Productions… Ma adesso lasciamo che sia la band a parlare!

Ciao Francesco, grazie per la tua disponibilità. Puoi iniziare a parlarci un po’ di quando e come è nata la band?
Grazie a voi per lo spazio dedicato agli Oneiric Celephaïs. Il gruppo è nato nell’estate del 2015 da un’idea di Federico e Emiliano. Emiliano, poi, ha contattato Emilio, con il quale aveva già suonato in un precedente progetto, e me. Ci siamo trovati fin da subito in sintonia su cosa suonare e, soprattutto, su come suonare.

Qualcuno di voi suona in altre band oppure siete immersi anima e corpo solamente negli Oneiric Celephaïs?
Siamo immersi anima e corpo negli Oneiric Celephaïs, al momento.

Il vostro Mini CD si compone di un’intro più tre brani, ma sono stati più che sufficienti per essere stati attenzionati dall’americana Gore House Productions. Puoi dirmi com’è nata questa collaborazione?
Non appena abbiamo avuto tra le mani l’EP completo, la Gore House Productions è stata la prima etichetta a cui ho scritto. L’etichetta ha a roster di gruppi che, nel corso degli anni, hanno riscosso il mio interesse e che ascolto volentieri, quali i Cerebral Engorgement, i Cryptic Enslavement ovvero i Foetal Juice. Ci ha sorpreso tantissimo ricevere una risposta nel giro di mezz’ora e leggere che ci offrivano un contratto per tre dischi!

Se dico Necrophagist e Opeth, tu cosa mi risponderesti?
Sono due dei gruppi che ci hanno ispirato di più.

Devo sinceramente farvi i miei più vivi e sinceri complimenti per ciò che concerne la tipologia di songwriting dei brani, il quale risulta davvero molto articolato, maturo e complesso. Puoi spiegarci quali sono le vostre fonti d’ispirazione?
Sicuramente, tra le nostre fonti d’ispirazione figurano i pilastri del genere: Death, Necrophagist, Obscura e Spawn of Possessions. A questo, abbiamo cercato di aggiungere anche altre influenze personali, gruppi quali Coroner, oppure melodie di stampo black, ispirate dalle lezioni degli Emperor e degli Enslaved, o di stampo prog, vedi alla voce Opeth.

E per quello che riguarda i testi che mi dici? Il Mini è un concept oppure i testi dei brani sono a sé stanti?
I testi sono a sé stanti. “From Beyond” e “The Aeon of Death” sono stati ispirati dai racconti di Lovecraft, rispettivamente “Dall’ignoto” e “La città senza nome”. Anche il nome del gruppo è tratto da un racconto dello scrittore di Providence, “Celephaïs” appunto. Invece, “Vǫluspá”, che tradotto dal norreno significa “La profezia della veggente”, s’ispira all’omonimo poema che apre il grande canzoniere conosciuto come “Ljóða Edda”. Si tratta dell’opera di un poeta islandese e si configura come la visione di una profetessa che Óðinn ha evocato affinché gli riveli i segreti delle cose primordiali e i destini del mondo.

Ho notato che le vostre canzoni, tranne una, hanno una durata che per il genere supera di gran lunga la media. Come mai questa scelta? È stata una cosa spontanea oppure è un’opzione presa in considerazione dato che il vostro songwriting presenta davvero tante influenze musicali?
Per quanto riguarda “The Aeon of Death”, la scelta è stata spontanea. Abbiamo semplicemente seguito l’andamento della canzone. Per quanto riguarda “Vǫluspá”, invece, è stata una precisa scelta: volevo creare una canzone d’ampio respiro per imprimere la giusta atmosfera e rendere al meglio la visione della profetessa.

Un’altra componente che mi ha particolarmente colpito è la produzione, davvero potente e cristallina! Immagino che si sia lavorato parecchio su questo aspetto, giusto?
Abbiamo sudato davvero tanto per ottenere questo risultato, sì. Siamo molto contenti del lavoro svolto. Per questo dobbiamo soprattutto ringraziare Francesco Paoli, Francesco Ferrini e Marco Mastrobuono per aver messo la loro esperienza (i primi due suonano nei Fleshgod Apocalypse e Marco, invece, è il bassista degli Hour of Penance) al nostro servizio con immensa gentilezza e umiltà. Hanno avuto il merito di capire fin da subito come lavorare per far rendere al meglio ogni singolo pezzo, aiutandoci anche a valorizzare al meglio le nostre idee grazie a preziosissimi consigli. Vorrei ringraziare anche Leonardo Bellavista, che ci ha aiutato a registrare il disco.

Dimmi un po’, siete già al lavoro per far uscire un full prima o poi?
Esattamente. Abbiamo approfittato di questo periodo “bislacco”, in cui siamo stati costretti a rimanere a casa a causa della pandemia, per cominciare la stesura di nuovi pezzi per il nostro primo disco. I lavori stanno procedendo in una direzione molto interessante e ben presto saremo pronti a tornare in studio per registrare.

Ok, l’intervista è finita, ti ringrazio davvero tanto per la chiacchierata e vi faccio i miei più sinceri auguri per il futuro, concludi pure come preferisci…
Vi ringrazio davvero tanto per aver dedicato spazio alla nostra musica. Un saluto e un augurio che il nostro EP vi piaccia!