Hateful – Il suono dell’odio

La Transcending Obscurity Records il prossimo 26 settembre pubblicherà il terzo album degli italiani Hateful. Con qualche giorno d’anticipo rispetto all’uscita di questo ottimo lavoro di death metal tecnico, abbiamo contattato il cantante bassista Daniele Lupidi per saperne di più.

Ciao Daniele, e grazie per questa intervista, ti andrebbe di raccontare brevemente la storia degli Hateful partendo dall’inizio?
Per forza di cose devo riassumere velocemente più di 20 anni di attività, cercherò quindi di essere breve! Ci siamo formati a cavallo fra il 1997 e il 1998 per volontà mia e di un mio amico chitarrista dopo la dipartita di entrambi dalla precedente band nella quale militavamo entrambi. Dopo poco lui abbandonò il progetto Hateful, ma io ero determinatissimo a continuare e reclutai fra gli altri Marcello, che tutt’ora è l’altro membro stabile della band. Posso dire che il suono attuale del gruppo si è sviluppato diversi anni dopo, intorno al 2003, anno in cui finalmente abbiamo deciso di lasciare ogni freno compositivo e di creare un mix completamente personale senza curarsi di come sarebbe stato accolto dalla “scena”. Altre tappe importanti sono state scandite dalle uscite ufficiali, 2006 per lo split cd con Impureza ed Hellspawn, 2010 e 2013 per i nostri due full abum “Coils of a Consumed Paradise” e “Epilogue of Masquerade”, per arrivare finalmente quest’anno al nostro disco più sofferto ma più importante “Set Forever on Me”, in uscita per Transcending Obscurity Records.

La vostra nuova release esce a ben sette anni di distanza dal vostro secondo full “Epilogue of Masquerade”: quali sono, secondo te, le principali differenze tra i due album?
“Set Forever on Me” è un disco al contempo più complesso e più “facile” dei precedenti. Complesso perché compositivamente mi sono concentrato molto sugli arrangiamenti e sull’interazione fra le due chitarre e il basso. Conseguentemente anche il drumming di Marcello è diventato più tecnico e ragionato, costruito insieme alle linee di basso. In generale le canzoni sono molto più stratificate e quasi più “orchestrali”, con molte più sfumature armoniche e melodiche. D’altro canto questa maggiore attenzione alla melodia e alla ricerca di un’atmosfera più cupa ha reso l’ascolto più fluido e diversificato rispetto ai primi lavori, che avevano un’intensità continua quasi da brutal death metal. Le liriche inoltre hanno un taglio decisamente più oscuro, con alcuni testi maggiormente personali ed emotivi ed altri di ispirazione letteraria. Il tutto scritto nel mio solito stile pittorico/visionario.

Il vostro nuovo “Set Forever on Me” uscirà per l’attualmente attivissima Transcending Obscurity Records, come è nato l’interesse della label nei vostri confronti?
E’ una storia abbastanza curiosa! Qualche anno fa stavo facendo una ricerca oserei dire “nostalgica” di tutte le recensioni riguardanti i nostri primi due album e cercavo di ricordare dove ne avessi letta una particolarmente lusinghiera dell’epoca “Epilogue of Masquerade”. La ritrovai nella webzine “Diabolical Conquest” e mi affrettai a cercare il nome dell’autore che era appunto Kunal di TOR, che nel frattempo aveva fondato la sua label. Però io di questo ultimo dettaglio ero completamente all’oscuro e quando gli chiesi l’amicizia su Facebook, più che altro per ringraziarlo di quelle splendida recensione, scoprii da lui che aveva appunto intrapreso questo percorso di label owner! Ovviamente lui stesso si rivelò subito interessato a sapere cosa stava bollendo in pentola riguardo ad Hateful e il resto è storia!

Entrando più nel particolare, come avviene la creazione di un vostro brano? Chi di voi si occupa del songwriting?
I brani nascono quasi sempre da intuizioni o da suggestioni mentali di melodie o ritmi, quasi mai mi metto alla chitarra aspettando il riff giusto da cui partire. La maggior parte della struttura di un brano viene immaginata e talvolta addirittura appuntata tramite un registratore vocale, in modo da non dimenticare i movimenti e la loro sequenza. Sono sempre stato più bravo di fantasia che di tecnica, per cui passo a tradurre le idee sulla chitarra solo in un secondo momento. Una volta che mi ritrovo con una struttura soddisfacente la porto in sala prove e iniziamo a lavorare sulle linee di batteria. Si tratta di un lavoro molto stratificato in effetti, dove conta sia l’ispirazione che una certa scientificità. Poi finalmente passo agli arrangiamenti di basso, dei testi e delle linee vocali. Ho composto praticamente tutto il materiale di “Set Forever on Me” ma ovviamente Marcello è stato fondamentale durante la fase di arrangiamento, in quanto la batteria è sicuramente una grossissima parte di quello che poi si andrà ad ascoltare in una canzone death Metal.

Cosa puoi dirmi invece riguardo alle lyric? I testi sono a se stanti oppure si nasconde un vero e proprio “concept” dietro?
Ogni canzone è decisamente a se stante per quanto riguarda le liriche. L’ispirazione può arrivare da spunti di riflessione su svariate tematiche, talvolta insospettabili. Di solito alcuni concetti rimangono nella mia testa fino a quando non sento il bisogno di creare una sorta di immagine mentale, dai connotati quasi pittorici, e di tradurre queste visioni in parole. In “Set Forever on Me” alcune delle liriche hanno, forse per la prima volta, una genesi “interiore”, ovvero ho plasmato le parole partendo da alcuni stati d’animo decisamente negativi che in alcuni periodi hanno pervaso la mia mente. Credo che anche da questo punto di vista questo sia il nostro disco più oscuro e profondo.

Se dovessi farmi tre nomi, quali sono le band dalle quali traete maggior ispirazione per la composizione dei vostri brani?
Faccio tre nomi quasi casuali in quanto le influenze vanno dal death metal al rock progressivo senza alcuna regola precisa! Sicuramente band come Suffocation, Monstrosity e i primi At The Gates hanno avuto una parte importante nel plasmare il nostro sound, ma sarei in grave difficoltà se dovessi applicare un’ipotetico bollino “for fans of…” ai nostri album! Credo che l’apertura, a livello di ascolti, verso generi “extra-metal”, abbia giocato un ruolo importante nelle nuove composizioni, soprattutto per quanto riguarda gli arrangiamenti di basso e batteria.

Un altro aspetto sul quale vorrei soffermarmi un attimo è la grafica in quanto anch’io me ne occupo nel mio piccolo, ho notato che l’autore dell’artwork sei tu, posso chiederti qual è il significato dello stesso?
La cover sotto diversi aspetti è una rappresentazione in chiave “straniante” delle paure e delle difficoltà incontrate negli anni della realizzazione del disco da me e più in generale dalla band. E’ un’immagine aperta a diverse interpretazioni ma quello che non manca di sicuro è il sottile senso di inquietudine e di “fine catastrofica”, sicuramente qualcosa che a posteriori stiamo vivendo attualmente causa pandemia globale.

C’è qualche autore che, in tal senso, funge da modello per te?
Sicuramente pittori come Beksinski, Redon, Klinger, Giger e Kubin hanno creato immaginari a me molto affini. Per “Set Forever on Me” inoltre mi sono ispirato (credo inconsciamente) anche a diverse opere sci-fi anni 60/70 che ho rispolverato da alcuni volumi che ho fin da bambino.

Qual è la vostra opinione riguardo la scena estrema italiana? Quali, secondo te, sono le band che possono competere con le ben più quotate band straniere?
Credo ci siano tante band estreme di altissima qualità, ma credo che questa sia una frase abbastanza scontata. Alcune si sono fatte conoscere nell’underground e oltre come ad esempio Hour of Penance, Putridity, Blasphemer, Hideous Divinity o Unbirth (a proposito consiglio caldamente l’ultimo disco Blasphemer, veramente clamoroso)… Altre non hanno ancora l’esposizione che meriterebbero come ad esempio Laetitia in Holocaust, Esogenesi, Demiurgon, Gravesite e tanti altri. Devo dire che un grossissimo dispiacere me lo ha dato lo scioglimento di una grandissima band come Daemusinem, spero un giorno ci ripensino e tornino a massacrarci le orecchie in studio e sul palco! In generale spero di sentire sempre più band italiane con un sound unico e riconoscibile, sono piuttosto stanco di sentire sempre le solite soluzioni “revival” di questo o quest’altro periodo storico.

Purtroppo questo periodo, segnato dalla pandemia, ha interrotto tutte le attività live delle band… Non appena uscirà il full quali saranno le vostre intenzioni da questo punto di vista, avete già pianificato qualcosa?
Non so davvero che dire… è imperativo fare più date possibili per supportare “Set Forever on Me” anche in sede live, ma solo quando ci sentiremo totalmente sicuri a livello sanitario. Speriamo che nei prossimi mesi arrivino segnali definitivamente incoraggianti. Abbiamo diverse idee ma ancora nulla di pianificato purtroppo, vista la situazione globale.

L’intervista è da considerarsi conclusa, davvero grazie per la chiacchiera Daniele, concludi pure come vuoi.
Ti ringrazio tantissimo, Luca, per l’intervista decisamente interessante! Spero di aver stuzzicato la voglia dei vostri lettori di dare un’ascolto alla nostra nuova release! Speriamo di rivederci tutti sopra o sotto un palco non appena possibile.

Oneiric Celephaïs – L’oscura sibilla

La giovane e promettente technical death metal band italiana, Oneiric Celephaïs, si affaccia sulle scene esordendo con l’EP “The Obscure Sibyl“, contenente tre brani violenti, ma anche tecnici e che sanno essere melodici e davvero ispirati, pubblicati per l’americana Gore House Productions… Ma adesso lasciamo che sia la band a parlare!

Ciao Francesco, grazie per la tua disponibilità. Puoi iniziare a parlarci un po’ di quando e come è nata la band?
Grazie a voi per lo spazio dedicato agli Oneiric Celephaïs. Il gruppo è nato nell’estate del 2015 da un’idea di Federico e Emiliano. Emiliano, poi, ha contattato Emilio, con il quale aveva già suonato in un precedente progetto, e me. Ci siamo trovati fin da subito in sintonia su cosa suonare e, soprattutto, su come suonare.

Qualcuno di voi suona in altre band oppure siete immersi anima e corpo solamente negli Oneiric Celephaïs?
Siamo immersi anima e corpo negli Oneiric Celephaïs, al momento.

Il vostro Mini CD si compone di un’intro più tre brani, ma sono stati più che sufficienti per essere stati attenzionati dall’americana Gore House Productions. Puoi dirmi com’è nata questa collaborazione?
Non appena abbiamo avuto tra le mani l’EP completo, la Gore House Productions è stata la prima etichetta a cui ho scritto. L’etichetta ha a roster di gruppi che, nel corso degli anni, hanno riscosso il mio interesse e che ascolto volentieri, quali i Cerebral Engorgement, i Cryptic Enslavement ovvero i Foetal Juice. Ci ha sorpreso tantissimo ricevere una risposta nel giro di mezz’ora e leggere che ci offrivano un contratto per tre dischi!

Se dico Necrophagist e Opeth, tu cosa mi risponderesti?
Sono due dei gruppi che ci hanno ispirato di più.

Devo sinceramente farvi i miei più vivi e sinceri complimenti per ciò che concerne la tipologia di songwriting dei brani, il quale risulta davvero molto articolato, maturo e complesso. Puoi spiegarci quali sono le vostre fonti d’ispirazione?
Sicuramente, tra le nostre fonti d’ispirazione figurano i pilastri del genere: Death, Necrophagist, Obscura e Spawn of Possessions. A questo, abbiamo cercato di aggiungere anche altre influenze personali, gruppi quali Coroner, oppure melodie di stampo black, ispirate dalle lezioni degli Emperor e degli Enslaved, o di stampo prog, vedi alla voce Opeth.

E per quello che riguarda i testi che mi dici? Il Mini è un concept oppure i testi dei brani sono a sé stanti?
I testi sono a sé stanti. “From Beyond” e “The Aeon of Death” sono stati ispirati dai racconti di Lovecraft, rispettivamente “Dall’ignoto” e “La città senza nome”. Anche il nome del gruppo è tratto da un racconto dello scrittore di Providence, “Celephaïs” appunto. Invece, “Vǫluspá”, che tradotto dal norreno significa “La profezia della veggente”, s’ispira all’omonimo poema che apre il grande canzoniere conosciuto come “Ljóða Edda”. Si tratta dell’opera di un poeta islandese e si configura come la visione di una profetessa che Óðinn ha evocato affinché gli riveli i segreti delle cose primordiali e i destini del mondo.

Ho notato che le vostre canzoni, tranne una, hanno una durata che per il genere supera di gran lunga la media. Come mai questa scelta? È stata una cosa spontanea oppure è un’opzione presa in considerazione dato che il vostro songwriting presenta davvero tante influenze musicali?
Per quanto riguarda “The Aeon of Death”, la scelta è stata spontanea. Abbiamo semplicemente seguito l’andamento della canzone. Per quanto riguarda “Vǫluspá”, invece, è stata una precisa scelta: volevo creare una canzone d’ampio respiro per imprimere la giusta atmosfera e rendere al meglio la visione della profetessa.

Un’altra componente che mi ha particolarmente colpito è la produzione, davvero potente e cristallina! Immagino che si sia lavorato parecchio su questo aspetto, giusto?
Abbiamo sudato davvero tanto per ottenere questo risultato, sì. Siamo molto contenti del lavoro svolto. Per questo dobbiamo soprattutto ringraziare Francesco Paoli, Francesco Ferrini e Marco Mastrobuono per aver messo la loro esperienza (i primi due suonano nei Fleshgod Apocalypse e Marco, invece, è il bassista degli Hour of Penance) al nostro servizio con immensa gentilezza e umiltà. Hanno avuto il merito di capire fin da subito come lavorare per far rendere al meglio ogni singolo pezzo, aiutandoci anche a valorizzare al meglio le nostre idee grazie a preziosissimi consigli. Vorrei ringraziare anche Leonardo Bellavista, che ci ha aiutato a registrare il disco.

Dimmi un po’, siete già al lavoro per far uscire un full prima o poi?
Esattamente. Abbiamo approfittato di questo periodo “bislacco”, in cui siamo stati costretti a rimanere a casa a causa della pandemia, per cominciare la stesura di nuovi pezzi per il nostro primo disco. I lavori stanno procedendo in una direzione molto interessante e ben presto saremo pronti a tornare in studio per registrare.

Ok, l’intervista è finita, ti ringrazio davvero tanto per la chiacchierata e vi faccio i miei più sinceri auguri per il futuro, concludi pure come preferisci…
Vi ringrazio davvero tanto per aver dedicato spazio alla nostra musica. Un saluto e un augurio che il nostro EP vi piaccia!

Stench of Profit – Nessun posto dove nascondersi

Disco d’esordio per i grinder nostrani Stench Of Profit, che con il full “No Place To Hide” mettono a ferro e fuoco l’underground italiano con venti brani di terremotante grind/death. Per l’uscita della release il trio veneto si è affidato alla Lethal Scissor Records, ma adesso parola alla band!

Innanzitutto grazie Maurizio per la tua disponibilità, siete finalmente arrivati al debutto discografico, vuoi raccontarci brevemente la nascita e la storia della band?
Ciao e grazie a te. Eh sì, siamo finalmente arrivati al full e ne siamo felici! Gli Stench of Profit nascono nel 2014 da un’idea mia e di Lorenza, all’inizio eravamo un duo con drum machine. Il progetto viene fuori per divertimento, entrambi suonavamo musica estrema e volevamo fare un qualcosa con un concept offensivo nei confronti dell’umanità. Dopo aver fatto il demo “21 Ways to Say Fuck!” ed essere apparsi nella compilation “Crash Mandolino 2.0 Italia Violenta” a Giovanni, mio vecchio amico di scorribande grind, la cosa è piaciuta e si è proposto come batterista e da lì gruppo si è evoluto in quello che è oggi.

Secondo te ci sono differenze, dal punto di vista prettamente stilistico e di songwriting, dalle vostre precedenti release?
Assolutamente sì. All’inizio Lorenza faceva i riff ed io facevo le strutture con la drum machine, quando è entrato Giovanni nella band abbiamo fatto lo split con i Mindful of Pripyat però anche lì i pezzi erano già fatti e Giovanni ha messo del suo nelle batterie. Qui in “No Place to Hide” i brani sono stati scritti tutti assieme c’è stato un vero lavoro a sei mani.

Puoi presentarci uno per uno i componenti della band? Avete esperienze musicali precedenti rispetto agli Stench?
Beh sì, tutti noi abbiamo suonato e suoniamo tuttora con altre band. Lorenza è anche chitarrista cantante dei Psychotomy. Giovanni suona anche con i Corporal Raid e Riexhumation ed ha suonato nei Mindful Of Pripyat. Io tuttora sono anche nei Pit Of Toxic Slime e Perfidious, in passato i miei gruppi più importanti sono stati Wargore, Insane Assholes e Snuff Movies After Dinner.

Puoi illustrarci come nasce e prende forma un brano degli Stench Of Profit?
Beh il 90% del lavoro parte dai riff di chitarra di Lorenza che poi tutti insieme in sala elaboriamo in base alle idee che ci vengono sviluppando struttura e quant’altro.

Come presenteresti il vostro debutto “No Place To Hide” a chi vi legge e/o vi ascolta?
“No Place To Hide” è il primo full length degli Stench of Profit, un concept album di pura musica estrema in cui nulla è lasciato al caso. Non è un semplice disco grindcore, vuole essere qualcosa di più e mi piacerebbe che chi lo ascolta possa percepire questo.

Stilisticamente parlando, ascoltando il vostro debut CD, non si può fare a meno di notare una fortissima, determinante componente grindcore, tuttavia ci vedo anche non pochi riferimenti a sonorità death metal, è giusto?
Hai visto, o meglio, hai sentito giusto! Il death metal in tutte le sue forme è una presenza molto forte nei nostri ascolti, perciò l’influenza del genere si fa sentire.

A tal proposito, puoi parlarci delle band che rappresentano vostre influenze musicali dalle quali traete spunto?
Guarda non abbiamo mai avuto il pensiero di prendere spunto da altre band, i nostri ascolti sono davvero tanti e vari, death metal, black metal, grind, hardcore, heavy metal. Se proprio proprio devo dire delle band che in fatto di grind possono avere influenzato gli Stench sono Terrorizer, Brutal Truth, Maruta, Nasum, Regurgitate, Dead infection.

A proposito dei testi, puoi dirci da cosa prendete spunto per la stesura degli stessi?
Io tendenzialmente sono molto istintivo, prendo spunto da quello che vedo e percepisco attorno a me, quello che mi passa per la testa butto giù. Volevo aggiungere che questo disco è un vero e proprio concept album. Scelto assieme agli altri l’argomento, ho scritto un testo unico che poi ho elaborato per ogni singolo pezzo, quindi ogni traccia di questo disco non è un pezzo a sé stante ma fa parte di un’unica visione.

Devo farvi i miei più sinceri complimenti per com’è venuto fuori “No Place to Hide”, caratterizzato da un suono davvero ricco e potente, a chi vi siete affidati per la produzione del vostro full?
Grazie davvero, siamo molto soddisfatti anche noi del risultato finale. A parte la voce che l’ho registrata da Daniel al MaldeTesta Recording studio, il resto abbiamo fatto tutto al Toxic Basement Studio di Carlo Altobelli.

Siamo arrivati ai saluti finali, grazie ancora per la la chiacchierata, concludi come meglio credi…
Grazie di cuore a te per aver concesso questo spazio agli Stench of Profit!!! Colgo l’occasione per ringraziare chi ci ha aiutato a realizzare questo disco e non meno importante chi ci supporta! Stay Brutal!

XPus – In umbra mortis sedent

A cinque anni dal precedente “Sanctus Dominus Deus Sabaoth” (2015) i nostrani Xpus tornano sulle scene con una nuova release dal titolo “In Umbra Mortis Sedent”, uscito per la Transcending Obscurity Records. La band bergamasca, con questo nuovo secondo lavoro, ribadisce la sua ferma volontà di rimanere fedele a certe sonorità già delineate nel precedente full, ma adesso spazio al portavoce della band, Aren (voce e basso).

Benvenuto Aren, puoi posso chiederti come mai è passato tutto questo tempo tra questo e il precedente full?
In realtà, tra il debutto e questo sono passati due anni scarsi. A Settembre 2017 entrammo in Studio per registrare “In Umbra Mortis Sedent”, facemmo tutto in quattro giorni e dopo un paio di settimane di ricerche, tra le varie proposte discografiche arrivò quella di Transcending Obscurity, possedendo parecchi lavori prodotti da questa etichetta – come i vari progetti di Dave Ingram (Benediction), Feral, Paganizer, Rogga Johansson ecc. – conoscevo molto bene la sua validità. Sapevamo che essendo ricca di ottime band già in programma, avremmo dovuto aspettare il nostro turno e, difatti, il cd è uscito solo da poco. Abbiamo atteso molto, è vero, ma era un’ottima occasione per noi, un salto di qualità a cui non potevamo rinunciare, specialmente oggi, con mille label che ti chiedono soldi per qualsiasi cosa e, quasi sempre, per nulla.

Andiamo a ritroso nel tempo, puoi parlarci un po’ della storia della band?
Xpus nasce nel 2015 come “one man band”, il primo demo difatti, che vide la luce dopo tre mesi dalla nascita del progetto, lo registrai personalmente, suonando ogni strumento. Volevo qualcosa di grezzo e decisi che una produzione da studio per il momento non era la soluzione migliore. Ultimato il promo, iniziai la ricerca di una label e fui fortunato, le prime risposte arrivarono dopo 24 ore (grazie anche a internet che, in questo caso, agevola non poco il processo) scelsi l’ucraina Metalscrap e iniziai subito a lavorare sui pezzi mancanti per completare l’album di debutto. Quando firmai il contratto, non solo non avevo terminato tutti i brani, ma mancavano tutte le liriche e tutto il lavoro grafico. Chiamai il mio vecchio compagno d’avventure Mornak alle chitarre e L, un batterista professionista, e dopo altri tre mesi iniziammo le registrazioni di “Sanctus Dominus Deus Sabaoth”. Anche qui, volevamo un lavoro grezzo, che si discostasse dalle produzioni iper-pompate di oggi, volevamo creare un personale omaggio ai generi musicali più estremi con cui eravamo cresciuti, ovvero il death metal e il black metal. Ancora una volta decisi di registrare tutto da solo e nel Novembre 2015 l’album fu rilasciato. Durante le pause tra i concerti e il tour europeo di supporto a “Sabaoth” iniziammo subito a lavorare al secondo capitolo, avevamo anche trovato il batterista fisso che risponde al nome di Ulvirøs.

Hai parlato di omaggio ai generi con cui sei cresciuto, ascoltando “In Umbra Mortis Sedent” si percepisce chiaramente la matrice death metal old school di stampo prettamente americano: quali sono le band che fungono da muse ispiratrici?
Quelle con cui siamo cresciuti: Deicide, Morbid Angel, Immolation, Monstrosity, Mangled, Massacre, Autopsy, Blasphemy, Slayer per citarne alcune, poi ci sono le europee: Grave, Benediction, Entombed, Sinister e tutto il filone black metal dei tempi ovviamente. Tutto quello di fine anni 80 e inizio 90 insomma.

Definite le vostre influenze, puoi parlarmi del lyric concept? Da cosa traete spunto per la stesura dei testi?
Le prime due song di “Umbra” condividono lo stesso testo, un sacrificio satanico fatto da un uomo convinto che, facendo ciò, possa liberarsi delle voci infernali che lo ossessionano, ma in realtà queste voci sono solo nella sua testa, un’espressione di lui stesso o, meglio, la sua stessa pazzia, da qui un serpente che si mangia la coda e un unica soluzione finale: il suicidio. Il secondo testo, che viene diviso in tutte le restanti songs dell’ album invece, parla dei rapporti carnali che un prete ha con dei ragazzini, ci si ferma sulle emozioni del curato stesso, di quando è solo nelle sue stanze in preda al desiderio, al fatto che si danna e prova a resistere ma alla fine, ogni volta, cede, si parla di quello che prova (o presumibilmente possa provare, dato che non ho esperienza diretta in questo campo) il ragazzino una volta che la molestia inizia, alla costrizione, al fiato del prete che gli scende in gola ecc. Probabilmente anche il prossimo lavoro avrà un unico testo per tutte le song che lo comporranno. Cerchiamo di creare testi che abbiano un senso, che abbiano qualcosa da dire indipendentemente che essi parlino di satanismo, anticristianesimo, morte, distruzione, decadimento o di estinzione (della razza umana).

Entriamo più nello specifico: puoi dirci come nasce un vostro brano?
La composizione avviene in maniera naturale, lasciamo che le sensazioni e le idee si fondano senza alcuna costrizione/forzatura, da lì poi un minimo di pulizia e inquadramento è d’obbligo ma non vogliamo che le nostre song siano troppo schematizzate. Personalmente, vedo il genere estremo, sia questo death o black metal, un campo dove è l’istinto a farla da padrone, spesso, ascolto band davvero valide ma troppo… “indirizzate”, troppo “costruite” . Io da questa musica voglio percepire il lato selvaggio ancestrale dell’anima del musicista, il tecnicismo e il virtuosismo sono per altri generi.

Avete altri progetti musicali ai quali prendete parte, qualcuno di voi ha band parallele nelle quali suona?
Al momento, ogni membro della band è impegnato solo in questo progetto.

La vostra ultima fatica “In Umbra Mortis Sedent” è, come da te accennato all’inizio, targata Transcending Obscurity Records, label indiana dedita al death metal più intransigente: puoi dirci come e quando nacque l’interesse della suddetta label nei vostri confronti?
Fu tutto estremamente naturale, mandai tre brani come “promo” a varie etichette, Kunal mi rispose subito il giorno dopo chiedendomi di poter sentire tutte le canzoni che componevano l’album, il giorno dopo ne riparlammo telefonicamente e trovammo velocemente un accordo.

Dove avete registrato l’album e di chi vi siete avvalsi per la registrazione, nonché per i vari processi di produzione e post-produzione?
Abbiamo registrato in una specie di castello zona Como con Manuele Marani di Mara’s Cave, è stata un’esperienza davvero appagante, come detto, volevamo tenere un effetto “sporco”, non a livelli del primo lavoro ma comunque grezzo e lontano dalle iper-produzioni plastificate tanto in voga oggi. Il Mastering invece è stato fatto da Den Lowndes di Resonance Sound Studio (Blood Incantation, Cruciamentum) in Inghilterra.

Sin dal primo ascolto si nota che, rispetto al precedente “Sanctus Dominus Deus Sabaoth” la produzione è alquanto migliorata, tuttavia il tipo di songwriting è rimasto più o meno il medesimo, a questo punto appare chiara la vostra netta intenzione di restare fedeli a certe sonorità…
Questo è quello che ci piace comporre e suonare, finché sarà cosi non ci saranno innovazioni e dubito fortemente cambierà la cosa, suoniamo per noi e per il nostro gusto personale. Piccole variazioni potranno anche esserci in futuro ma la matrice è questa, old school death metal con influenza black metal, punto.

Siamo giunti al momento dei saluti, grazie per questa chiacchierata! Vi faccio un grosso in bocca al lupo per il futuro, concludi come vuoi questa intervista…
Grazie e grazie a te per lo spazio dedicatoci, see you all in Hell!