The Bastard Within – Better grinders than friends!

I grinder nostrani The Bastard Within fanno il loro debutto sulle scene con “Better Dead Than Friends” (Immortal Souls Productions), un concentrato di violenza sonora che non mancherà di annichilire il “malcapitato” ascoltatore. Abbiamo fatto una chiacchierata con il bassista Davide Stura, davvero molto cordiale e disponibile!

Ciao Davide, e grazie per la tua diponibilità a quest’intervista, che ne diresti di iniziare a parlare di quando e come è nata la band?
Ciao Luca. Grazie a te per il tuo interessamento verso i The Bastard Within. Dunque, i The Bastard Within sono: Sid alla voce; Gianluca Sulpizio alle chitarre; il sottoscritto al basso e Kevin Talley alla batteria. La band ha preso vita nel febbraio 2015. A quei tempi ero ancora molto impegnato con gli Any Face, gruppo di metal estremo che ho fondato nel 2000. Le mie influenze in quel gruppo sono sempre state le più estreme e in quel momento non avevano più molto spazio. Inoltre era nell’aria la nostra imminente fine e quindi ho deciso di creare un side project grindcore, visto che da quando ho scoperto la musica estrema, ormai più di 30 anni fa, è il mio genere preferito e non avevo mai avuto modo di suonarlo. Sarebbe dovuto essere soltanto uno sfogo. Un divertimento. Suonare grind, incidere qualcosa senza troppe pretese e fine. Dopo un mese circa ho contattato Gianluca: lo conoscevo da molti anni e ho sempre ammirato il suo lavoro con i Conviction: band da cui tra l’altro, oltre che dai Node, arriva anche Sid. Pensavo che a livello musicale per quello che avevo in mente di fare fosse la persona giusta, e non ho sbagliato. Il suo arrivo ha decretato la fine del funny side project e ha fatto nascere la band vera e propria, nome incluso. Le intenzioni sono diventate serie: abbiamo composto e provato tanto; abbiamo avuto qualche significativo cambio di formazione e alla fine tutto questo ci ha portati a “Better Dead Than Friends”.

Vorrei chiederti innanzitutto quali siano i motivi riguardanti la scelta del nome della band e il titolo (direi abbastanza esplicito e provocatorio) dell’album…
Come ogni gruppo appena formato cercavamo un nome da dare alla band. Sono uscite mille idee: alcune interessanti ed altre orrende. Gianluca è saltato fuori con The Bastard Within e lo abbiamo trovato appropriato. Tutti, chi più e chi meno, abbiamo un “bastardo dentro”: noi diamo voce al nostro. Anche il titolo dell’album ha una genesi molto semplice. Una sera durante una pausa dalle prove Gianluca ed io ci stavamo raccontando reciproche esperienze passate, in ambito musicale e non, con personaggi che ancora oggi preferiremmo dimenticare. Meglio morire piuttosto che essere loro amici. Gianluca si è reso conto che l’argomento era perfetto per una canzone e per il titolo del nostro album. Tutto qui: tutto molto casuale ma perfetto per noi.

Come mai avete deciso di “partire” subito in quarta con la pubblicazione del full, piuttosto che esordire prima con un EP ad esempio? E’ stata una scelta spontanea oppure una soluzione ponderata?
Se la memoria non mi inganna, la verità è che non abbiamo mai preso in considerazione l’idea di incidere demo o EP: non ci abbiamo mai neanche pensato. Si componeva, si provava e si sceglievano le canzoni migliori per l’album: si è sempre parlato solo di album e mai di qualcosa di diverso.

Come band, posso chiedervi quali sono le vostre “muse ispiratrici” a livello di composizione?
La risposta più semplice e più vera è che tutti noi adoriamo il grindcore. Dai grandi nomi come, ad esempio, Napalm Death, Brutal Truth e Nasum a band decisamente underground. Mentre componevamo “Better Dead Than Friends” si è palesato il fatto che oltre al grind, Gianluca fosse quello con le influenze derivate dall’ HC e dal thrash più marcate, mentre io quello più influenzato dal death metal. Nei nuovi brani questa distinzione tra noi si è diluita parecchio: probabilmente ci siamo influenzati a vicenda. Sid… Sid è estremo. Punto. Noi cerchiamo di dare la nostra interpretazione del genere in maniera onesta e personale. Se un riff  può lontanamente ricordare una delle band che amiamo per noi non è un problema: se la cosa è stata inconscia la viviamo come un giusto tributo a un gruppo che ammiriamo. Sicuramente non vogliamo copiare e non copiamo nessuno.

Come nasce un vostro brano, chi di voi contribuisce al songwriting?
Gianluca ed io ci occupiamo della musica in egual misura. Io scrivo i miei brani e lui registra i suoi. Poi ci confrontiamo, scegliamo le cose migliori e le proviamo fino alla nausea. Sid si occupa dei testi. In “Better Dead Than Friends”: a parte uno o due testi di Gianluca; parti di alcune cose che io avevo scritto in precedenza; qualche nostro input su alcune tematiche da trattare e su qualche titolo e, in “Worthless Existence”, un piccolo contributo nel testo di Juri Bianchi, che è ospite in quel brano, è tutto lavoro suo. Tornando alla musica, Gianluca è stato responsabile dell’80% degli arrangiamenti. Il resto è stata opera mia e, in piccola parte, di Kevin Talley. Gli arrangiamenti vocali e tutto ciò che riguarda il cantato sono opera di Sid.

Per ciò che invece concerne i testi, quali sono gli argomenti trattati?
Ah, se c’è da dispensare odio, disprezzo e furore Sid è la persona giusta… ahahah! Scherzi a parte, le tematiche sono varie. E’ l’ottica piuttosto scura che accomuna i testi che scrive Sid. Parla di come le persone possano diventare schiave delle proprie manie. In un paio di brani il tema è il maltrattamento da parte del genere umano nei confronti della natura, tematica a me molto cara. Come detto prima, nella title track esprime il concetto che è meglio essere morti piuttosto che avere a che fare con personaggi di un certo tipo. In un altro brano Sid parla di quelle miserabili persone che per mettersi in luce hanno come unico mezzo quello di gettare merda sugli altri, modificando a proprio piacimento la realtà dei fatti per raggiungere il proprio scopo. In una canzone fa riferimento a quelle persone che passano la vita a lamentarsi. In un altra parla del fatto che spesso si paga qualsiasi cosa per vivere, che vivere non è, per poi morire senza aver veramente vissuto. Canta/urla del condizionamento dei mass media sulle persone in un pezzo. In un altro sottolinea quanto sia futile e vuoto il mondo dei social media, o almeno l’uso che generalmente se ne fa. Insomma, gli argomenti che tratta, quelli elencati ed altri, sono davvero tanti.

Una cosa che spicca immediatamente all’ascolto è la produzione, davvero molto potente! Dalle informazioni in mio possesso si evince che vi siete rivolti ad un nome di “spicco” del panorama estremo, puoi dirmi qualcosa a riguardo?
Dan Swanö è tra le persone più simpatiche, divertenti e disponibili che io abbia mai incontrato in questo ambiente. E’ andata in maniera molto semplice: stavamo valutando a chi mandare l’album per il mastering e ci siamo rivolti anche a lui. Il brano di prova che ci ha rimandato ci ha immediatamente convinti. Ci ha tenuti aggiornati sul suo lavoro ad ogni passo, dispensando anche ottimi consigli. Siamo molto soddisfatti di questa collaborazione. Così come siamo estremamente soddisfatti del lavoro svolto agli Ironape Studio di Vigevano da Federico Lino. Con lui abbiamo registrato voci, basso e chitarra e lui si è occupato del mixaggio. Kevin ha registrato le sue parti al  Brochacho Studios con  Orlando Villaseñor a San Antonio, in Texas. Sono tutte esperienze che mi piacerebbe ripetere in futuro.

Per ciò che concerne invece la collaborazione con altri musicisti cosa mi dici a riguardo?
Inizialmente quello fissato con le collaborazioni ero io: in seguito sono riuscito a contagiare i miei compagni. Collaborare con musicisti che si ammirano è qualcosa che secondo me da un tocco di freschezza al lavoro che si svolge. In particolar modo con i cantanti, perché voci diverse all’interno di un brano saltano subito all’orecchio e, almeno nel mio caso, attirano immediatamente l’attenzione. I nostri ospiti sono tutti nostri amici. La mia amicizia con Trevor e Juri è ventennale. Juri è anche stato il cantante dei miei Any Face nel periodo e per l’album migliore di quella band, almeno secondo me, ed è stato il primo cantante dei The Bastard Within prima dell’arrivo di Sid. Io e Jason Netherton ci siamo conosciuti circa quattro anni fa e da allora ci sentiamo frequentemente. Chiedere loro di dare il loro contributo al nostro album per me è stato molto naturale. Stefania Minervino e Mara Lisenko non le conoscevo. Sono state una sorpresa incredibile per me. Stefania è amica di lunga data di Gianluca e Sid. L’ho incontrata quando è venuta in studio a registrare le sue parti per “Varosha” ed è stato bello conoscerla. Mara è amica di Sid: molto gentile, disponibile, professionale ed estremamente brutale. Sono felice del contributo di tutti loro, oltre ad essere onorato della loro presenza sul nostro album.

Quali sono le vostre aspettative, in considerazione del periodo che stiamo attualmente vivendo? Avete in programma dei live per promuovere la vostra release? Cosa bolle in pentola?
Personalmente sono già contento così. Reputo “Better Dead Than Friends” e i The Bastard Within le cose migliori fatte e vissute fino ad ora nella mia “carriera musicale”. Suono quello che mi piace con persone che condividono la mia stessa passione per questa musica e per me, che in tutte le band in cui ho suonato in precedenza sono sempre dovuto scendere a compromessi enormi perché tutti si fosse più o meno soddisfatti, è stupendo. Poi, banalmente, a me la nostre canzoni piacciono davvero. Quindi la mia aspettativa e la mia speranza è che si vada avanti così. Tutto qui. Se poi arriverà altro, ben venga. Live: al di là della pandemia è un tematica complessa. Da questo punto di vista su Kevin, ovviamente e giustamente, non possiamo contare. Dovremmo trovare un batterista disposto a farlo. Ma se devo essere onesto in questo momento la sola idea di mettermi a cercarne uno, conoscerlo ed eventualmente provinarlo mi fa sentire esausto. Tra il 2015 e il 2018 ho passato due anni su tre a cercare quotidianamente un batterista e l’esperienza mi ha sfiancato. Certo, una parte di me desidera portare i The Bastard Within live: penso sarebbe divertente e gratificante sia per noi che per gli appassionati del genere che suoniamo. Ma gli ultimi due anni di concerti con la mia band precedente sono stati generalmente orribili; l’esperienza mi ha segnato e a distanza di tanto tempo non ho ancora smaltito le tossine. Per cui in questo momento rimango piuttosto combattuto sull’argomento. Ma questa è solo la mia posizione e le decisioni non spettano solo a me ma all’intera band. In ogni caso per ora vedo questa possibilità di difficile realizzazione. Il 2020 è stato un anno strano per chiunque. Noi, al di là delle situazioni note, abbiamo avuto a che fare anche con impegni e/o impedimenti personali che ci hanno assorbiti parecchio. Tutto questo non ci ha permesso di lavorare con le nostre solite modalità, ma non significa che la band si sia fermata. Io e Gianluca siamo stati molto prolifici in ambito compositivo e ancora non ci siamo fermati, anche se ognuno a casa propria. Abbiamo già parecchie nuove canzoni da scegliere e su cui lavorare. Lo scorso Giugno ne abbiamo registrata in studio qualcuna con Kevin, giusto per capire se la direzione presa fosse quella giusta per noi, e devo dire che siamo molto soddisfatti. Appena la situazione mondiale lo permetterà, ci prepareremo per quello che decideremo saranno i nostri passi futuri.

Siamo giunti alle battute finali, grazie ancora per questa bella chiacchierata, concludi pure come vuoi!
Questa è la domanda più difficile, ahahah! Oltre a ringraziarti di nuovo per la tua disponibilità, Luca, cosa posso dire? Abbiate cura di voi e del prossimo: rispettate il distanziamento sociale; non create assembramenti e usate quelle cazzo di mascherine o non ne usciremo più. Quando vi vedo in giro in branco senza protezione a parlarvi addosso mi fate solo incazzare e mi viene voglia di darvi fuoco. E magari prima o poi lo farò; e che cazzo! Se poi avete voglia di passare una mezz’oretta ad ascoltare un album grind, “Better Dead Than Friends” immagino possa fare per voi.

Crawling Chaos – Estremo machiavellico

I deathster emiliani Crawling Chaos tornano sulle scene con il secondo full “XLIX” distribuito dall’italiana Time to Kill Records / Anubi Press. Un lavoro davvero maturo ed articolato, capace di mettere in luce tutta la sapienza tecnica della band. Abbiamo intervistato il chitarrista Andrea

Ciao Andrea, e grazie per questa intervista, puoi parlarci della storia della band?
Ciao ragazzi, grazie a voi per averci contattato. La band nasce molto tempo fa, tra il 2007 e il 2008, anno in cui abbiamo autoprodotto un EP demo, “Goatsuckers”. La line-up odierna ricalca quella originale: negli anni il bassista è cambiato un paio di volte, ma poi ci siamo riuniti con quello attuale, Will. Nasciamo come gruppo di amici che amano condividere la propria passione musica e, per fortuna, le cose sono rimaste così.

Tornate con il vostro secondo album intitolato “XLIX” a ben sette anni di distanza dal precedente “Repellent Gastronomy”, come mai tutto questo tempo?
La nostra priorità è quella di pubblicare materiale di buona qualità, suonato bene, scritto bene e con un pensiero coerente alle spalle. Tutto questo richiede tempo e dobbiamo incastrare nell’equazione anche il lavoro; ognuno di noi, infatti, non si occupa solo di musica nella vita. Gli ultimi anni, inoltre, sono coincisi per tutti noi con grandi cambiamenti nella sfera professionale e privata che ci hanno sottratto altro tempo e tante energie. Aggiungiamo anche che Shub (Andrea) e MG (Manuel) sono stati impegnati con progetti paralleli in cui hanno pubblicato altri album e fatto un paio di tour europei.

A tal proposito, quali sono secondo te le principali differenze stilistiche che contraddistinguono i vostri due lavori?
La differenza nel songwriting è enorme. Abbiamo tutti sviluppato maggior maturità e gusto nel fondere le varie influenze che caratterizzano l’album. “Repellent Gastronomy” era per lo più una raccolta di brani scritti nei quattro-cinque anni precedenti, senza un vero filo conduttore. “XLIX” è un concept album composto principalmente negli ultimi due anni e ideato fin dall’inizio come tale: la scrittura è pertanto più compatta, quasi come fosse la sceneggiatura di una piccola opera teatrale. 

A questo punto non posso non chiedervi quali siano le vostre “fonti d’ispirazione”…
Volendo essere scontati potremmo citare le solite band di riferimento del genere, come per esempio Death, Cannibal Corpse, Gojira, Behemoth, Anaal Nathrakh, Carcass, eccetera. Tuttavia, sebbene i grandi nomi della scena rappresentino senza dubbio un’ottima fonte d’ispirazione, tutti noi abbiamo background musicali piuttosto differenti. I nostri ascolti spaziano dal metal estremo a sonorità più roccheggianti, dall’elettronica al drone. Di conseguenza, quando componiamo, oltre ad affidarci ai soliti riffoni e ai soliti pattern ritmici ci piace anche provare a implementare i nostri ascolti “extra-metal” nelle canzoni. In “Repellent Gastronomy”, il nostro album precedente, questa contaminazione era probabilmente più evidente e, in un certo senso, ingenua. In “XLIX”, al contrario, le influenze esterne sono diventate parte integrante e imprescindibile del nostro sound.

L’italiana Time to Kill Records si sta occupando della distribuzione di “XLIX”, in quali circostanze è nata la collaborazione tra voi e l’etichetta romana?
Il contatto è avvenuto nel più classico dei modi. Abbiamo fatto girare la promo digitale dell’album tra le etichette underground che reputavamo più in linea con la nostra proposta. Nel giro di poche settimane siamo stati contattati da Enrico, il boss dell’etichetta. Ciò che ci ha convinti a firmare è stato l’approccio che ha adottato. Ci ha telefonato direttamente perché voleva esprimerci di persona il suo entusiasmo per il nostro lavoro. Nell’underground l’entusiasmo è tutto.

Facendo riferimento al songwriting, chi di voi è il principale fautore? Come nasce un vostro brano?
Il primo album è stato concepito letteralmente in cantina, condividendo riff, improvvisando, scrivendo tutto su carta. Oggi il songwriting è diverso. Di solito Shub propone lo scheletro del brano, lo registra a casa, scrive la prima partitura e passa il materiale a tutti. In sala prove si arriva già con un’idea di come i vari riff devono suonare; ognuno li ha già studiati e metabolizzati, magari apportando qualche piccola modifica. Una volta raccolte le idee, sempre a casa, registriamo un demo grossomodo definitivo, con sovraincisioni e batteria digitale. Segue poi un periodo in cui MG definisce le parti vocali assieme agli altri – un passaggio che affrontiamo con molta più cura rispetto al passato – e si suona il pezzo fino allo sfinimento, lavorando di labor limae. Dopo tutta questa preparazione, quando finalmente arriviamo in studio di registrazione sappiamo esattamente come deve suonare l’intero album.

Cosa puoi dirmi dei testi che compongono “XLIX”? Sono liriche a sé oppure si cela un vero e proprio concept?
“XLIX” è a tutti gli effetti un concept album. Ci siamo ispirati a Il Principe, il celebre libro scritto da Niccolò Machiavelli nel sedicesimo secolo. La narrazione è una sorta di parabola, una cronaca fuori dal tempo e dallo spazio che ripercorre le vicende di un protagonista senza nome e senza volto che costituisce l’unico punto di vista dell’intera narrazione. Profondamente amareggiato e frustrato dalla realtà in cui vive – mai temporalmente definita – il protagonista si ritrova tra le mani una fantomatica “edizione maledetta” della famosa opera del Machiavelli. Il tomo, che egli trova tra le rovine di una città perduta, lo guida esotericamente verso l’incarnazione dello “statista definitivo, del dominatore ultimo”. Ma questo è solamente l’inizio. Ogni canzone corrisponde sostanzialmente a un capitolo della vicenda. Il progredire della trama, ovviamente, porta con sé tutta una serie di considerazioni e spunti di riflessione. I testi possono essere interpretati adottando di volta in volta chiavi di lettura differenti (teologiche, sociologiche, esoteriche o psicologiche). Non mancano citazioni ed episodi grotteschi – una caratteristica che ha da sempre caratterizzato i testi dei Crawling Chaos. Anche l’artwork dell’album, realizzato magistralmente da Simone Strige (@strxart), è parte integrante della narrazione. Per chi riesce a interpretarlo, costituisce un’altra delle possibili chiavi di lettura con cui è possibile decodificare il tutto.

Una cosa che risalta subito nell’ascolto del vostro album è la produzione, davvero molto potente ma anche pulita, puoi dirmi qualcosa a riguardo? A chi vi siete affidati?
Abbiamo la fortuna di conoscere dei professionisti di altissimo livello che hanno collaborato con noi alla realizzazione dell’album. “XLIX” è stato registrato e prodotto ai Domination Studio di San Marino da Simone Mularone e Simone Bertozzi, una vera garanzia. Il loro supporto nella creazione del sound che avevamo in mente è stato fondamentale. Anche “Repellent Gastronomy” è stato registrato lì, ma la differenza sonora è abissale. Rispetto al passato abbiamo sperimentato molto di più con l’analogico e le canzoni suonano molto più “live” rispetto al passato. Potremmo affermare che con “XLIX” abbiamo finalmente definito quel sound che avevamo in mente fin dagli albori della band.

Adesso una domanda che faccio sempre, ma credo sia d’obbligo visto il periodo che stiamo vivendo. Una nuova uscita discografica implica un lavoro di promozione attraverso le esibizioni live di una band. Data la situazione attuale, secondo te, come si può ovviare a tutto ciò? Qual è il tuo pensiero?
Penso che non si possa ovviare. Underground e live sono inscindibili. I social sono uno strumento fondamentale per far conoscere la nostra musica, ma la volatilità caratteristica del web non si addice all’ascolto di un album intero – men che meno alla sua metabolizzazione. Cercheremo di produrre contenuti media che possano destare l’interesse del pubblico, magari cercando di approfondire il concept narrativo del disco. Speriamo che la tempesta passi presto. Non vediamo l’ora di ritornare sul palco per proporre la nostra musica dal vivo. Probabilmente, dopo tutta questa merda, la gente non vedrà l’ora di sfogarsi con un bel pogo!

Siamo giunti alla fine, ti ringrazio per questa chiacchierata! Concludi l’intervista come vuoi…Innanzitutto grazie! Speriamo di incontrarci il prima possibile dal vivo. Non vediamo l’ora di suonare “XLIX” sul palco e siamo certi che le occasioni per farlo, quando le circostanze lo permetteranno, saranno numerose.

Affliction Vector – La morte giunge suprema

Affliction Vector: il promettente duo composto da Ans e Chris si affaccia nell’underground con un interessantissimo EP intitolato “Death Comes Supreme” (Argento Records / Anubi Press), un concentrato di violenza sonora che ha nel black metal il punto di riferimento ma non solo! Ne abbiamo discusso con il leader della band.

Ciao Ans e benvenuto sul Raglio Del Mulo! La vostra band, di recente formazione, ad oggi si presenta come un duo, puoi raccontarci la storia della band dagli inizi ad oggi?
In questo EP si presenta come un duo in quanto io e Chris abbiamo registrato il 90% degli strumenti presenti nell’EP e soprattutto perché Chris è stato fondamentale per il concretizzarsi di questo progetto. Affliction Vector nasce quasi contemporaneamente alla mia uscita dai Grime. Ai tempi stavo cominciando ad esplorare nuovi territori sia con la chitarra che con i software per registrare musica. Andatomene in Olanda mi sono chiuso nella mia bolla e mi sono messo al lavoro. Ho avuto la fortuna di avere come homemate Sergio, un amico da cui ho imparato un sacco soprattutto riguardo i software. Ho scritto riff e fatto copia e incolla di questi dal 2017 fino alla fine del 2019 periodo in cui Chris ha deciso di aiutarmi entrando nella line up. Se non fosse per lui a quest’ora sarei ancora lì a copiare e incollare… ecco perché Affliction Vector è un duo!

Come definiresti il vostro caratteristico songwriting e come nasce un vostro brano?
Per cominciare non so se sia caratteristico, credo sia personale. Tutto nasce da un mood, da due riff o da un riff e un bridge. Registro tutto e scrivo delle batterie grezze e poi lascio lì. Se trovo altre idee vado avanti e sviluppo tutto in maniera più fine, se no inizio un altro “progetto” e metto nel cassetto. Come nascano i riff in sé non te lo so dire, suono quello che mi passa per la testa, non sono uno studiato anche se mi piacerebbe esserlo. Poi c’è anche il lavoro di Chris che ha imparato, sistemato o cambiato le batterie da me scritte con il PC dove necessario.

Per ciò che riguarda le lyric, chi è il principale compositore?
Ho scritto tutto io. Ho scritto riguardo le cose che non mi fanno dormire sereno la notte. L’ho voluto scrivere a modo mio. E’ un EP molto personale in questo senso: nei testi non c’è nulla del mondo esterno, non ci sono riferimenti spirituali/religiosi/politici e cosa importante non ci sono prese di posizione. Sono pensieri che ho sviluppato nella solitudine.

Quali sono le vostre influenze principali? A quali bands vi ispirate?
Come ha scritto Mike (owner di Argento Records) nella bio per Affliction Vector: Mayhem, Bolt Thrower e Voivod. Ma poi anche altro ovviamente. Queste sono le tre band che ho nominato per risposta alla sua domanda. Sono tre classici che ascolterò sempre, quindi le mie influenze direi. Non sono molto attivo nella ricerca di nuova musica e band, sono abbastanza nauseato dai social anche se devo conviverci come tutti, non ho Spotify e non mi interessa averlo. Spesso capita che inciampi nella musica che poi mi piace. Ultimo LP che ho comprato da Bandcamp è di una band (non metal) che ho visto suonare live ad Amsterdam, non la conoscevo prima. Per il resto tanti classici e soprattutto tanto Ronnie James Dio!

Vi affacciate sulle scene con un EP contenente cinque brani, dimmi la verità, state già lavorando ad un full? Cosa state preparando di nuovo?
Non c’è niente oltre a questi cinque pezzi! Sto già scrivendo nuova musica ma per ora nulla di cui si possa seriamente parlare. Spero anche che il nuovo materiale passi di più per la sala prove. Cosa che ora possiamo fare, essendo ritornati a vivere affacciati al nostro golfo. Di certo non ho iniziato questo progetto per scrivere solo un EP.

Riguardo al vostro EP, distribuito dall’olandese Argento Records… vorrei chiederti: com’è nata la collaborazione con questa label?
E’ nata spontaneamente. Mike è un amico da molti anni. L’ho conosciuto come chitarrista dei From the Dying Sky” (band in cui Chris era batterista), pensa te quanti dischi e anni sono passati! Nei tre anni che ho vissuto ad Amsterdam spesso è stato l’unico amico/musicista (c’era anche Sergio ovviamente) con cui, nella realtà fisica, mi confrontavo e ascoltavo musica. Non c’è stato nulla di programmato. A Mike è piaciuto quello che ha sentito uscire fuori dallo studio, sessione in cui lui ha anche partecipato in prima persona. Da parte mia è stato un piacere e senz’altro anche un grande aiuto. Mi ha permesso di curare più altri aspetti, non dovendo seguire proprio tutto e spesso guidandomi anche in scelte che magari erano fin troppo personali e prese di pancia.

Il vostro è un sound d’impatto, che si muove per lo più su tempi veloci conditi da blast beat aggressivi, tuttavia non disdegna alcune soluzioni più “ragionate” in certi momenti. Pensi che sarà così anche per le future produzioni?
Mi piacciono le band che nella loro storia hanno saputo cambiare in maniera decisa pur mantenendo una propria radice, un loro proprio modo di fare musica: ne cito tre per me particolarmente importanti: Black Sabbath, Voivod, Pink Floyd. Mi cambiare ed esplorare cose nuove, ma non so se ho già sviluppato un modo mio di fare musica. Lo capirò con il tempo. Il prossimo materiale non sarà una copia di quanto già fatto, questo è chiaro nella mia testa ma poi questo giudizio non spetterà a me.

Ho accennato all’inizio dell’intervista al fatto che attualmente siete un duo, avete la futura prospettiva di inserire di altri componenti per avere una line up completa in grado di suonare anche live?
Sicuramente vogliamo suonare un po’ live (senza esagerare, solo se ha senso farlo) quindi almeno un terzo musicista servirà in questo senso. Dall’altra parte mi piace questa dimensione più intima che ho dato al progetto quindi non vorrei uscire troppo dalla mia comfort zone. Non sarà semplice trovare la persona giusta ma so già che Chris ci sta lavorando..

Vorrei chiederti cosa pensi dell’attuale scena underground italiana, qual è la tua opinione a riguardo?
Come ti ho detto non sono uno che segue tutto sui social, in più ero all’estero negli ultimi tre anni. Mi piaceva molto l’attitudine dei ragazzi del Venezia HC, spero il COVID e gli anni che passano non abbiano ammazzato quello spirito! Non so qual è la scena in Italia ora e comunque credo sia molto frammentata. I social stanno ammazzando qualsiasi “scena”. Tutto viene filtrato, tritato, digerito e processato dal web e l’immagine che ne esce delle band molto spesso storpia la realtà. Ricordo che da piccolo, quando arrivavi a conoscere certe band, per passa parola o da un trafiletto sul giornale, poi scattava la ricerca di info e quando arrivavi finalmente al concerto, comunque, ci arrivavi con un sacco di punti di domanda e questo era bello, la curiosità è una cosa bella! Oggi le nostre curiosità muoiono sul web, diamo troppe informazioni e questo aiuta i più giovani a disinteressarsi prima del tempo, le mode vanno più veloci di noi. E’ anche vero però che oggi molte più band possono mettersi in mostra (Affliction Vector compresi) però all’interno di un network dove le relazioni tra le parti stanno quasi a zero. E’ l’era della divisione, abbiamo uno schermo una stanza/set fotografico e adesso anche una mascherina! Noto con piacere però che spesso dietro a nuovi progetti ci sono le stesse facce conosciute anche per strada; forse quelle persone che fanno musica più per esigenza personale che per altro.

Tempo scaduto, ti ringrazio per la chiacchierata, concludi l’intervista come vuoi…
Concludo con un saluto a voi e con l’invito alle persone di supportare i musicisti e le record label, se possibile, durante questa brutta pandemia e se posso permettermi di dare un consiglio invito ad usare di più Bandcamp che secondo me, già che di social e mondo web si è parlato, è veramente la più bella piattaforma musicale creata in questi anni.

Hateful – Il suono dell’odio

La Transcending Obscurity Records il prossimo 26 settembre pubblicherà il terzo album degli italiani Hateful. Con qualche giorno d’anticipo rispetto all’uscita di questo ottimo lavoro di death metal tecnico, abbiamo contattato il cantante bassista Daniele Lupidi per saperne di più.

Ciao Daniele, e grazie per questa intervista, ti andrebbe di raccontare brevemente la storia degli Hateful partendo dall’inizio?
Per forza di cose devo riassumere velocemente più di 20 anni di attività, cercherò quindi di essere breve! Ci siamo formati a cavallo fra il 1997 e il 1998 per volontà mia e di un mio amico chitarrista dopo la dipartita di entrambi dalla precedente band nella quale militavamo entrambi. Dopo poco lui abbandonò il progetto Hateful, ma io ero determinatissimo a continuare e reclutai fra gli altri Marcello, che tutt’ora è l’altro membro stabile della band. Posso dire che il suono attuale del gruppo si è sviluppato diversi anni dopo, intorno al 2003, anno in cui finalmente abbiamo deciso di lasciare ogni freno compositivo e di creare un mix completamente personale senza curarsi di come sarebbe stato accolto dalla “scena”. Altre tappe importanti sono state scandite dalle uscite ufficiali, 2006 per lo split cd con Impureza ed Hellspawn, 2010 e 2013 per i nostri due full abum “Coils of a Consumed Paradise” e “Epilogue of Masquerade”, per arrivare finalmente quest’anno al nostro disco più sofferto ma più importante “Set Forever on Me”, in uscita per Transcending Obscurity Records.

La vostra nuova release esce a ben sette anni di distanza dal vostro secondo full “Epilogue of Masquerade”: quali sono, secondo te, le principali differenze tra i due album?
“Set Forever on Me” è un disco al contempo più complesso e più “facile” dei precedenti. Complesso perché compositivamente mi sono concentrato molto sugli arrangiamenti e sull’interazione fra le due chitarre e il basso. Conseguentemente anche il drumming di Marcello è diventato più tecnico e ragionato, costruito insieme alle linee di basso. In generale le canzoni sono molto più stratificate e quasi più “orchestrali”, con molte più sfumature armoniche e melodiche. D’altro canto questa maggiore attenzione alla melodia e alla ricerca di un’atmosfera più cupa ha reso l’ascolto più fluido e diversificato rispetto ai primi lavori, che avevano un’intensità continua quasi da brutal death metal. Le liriche inoltre hanno un taglio decisamente più oscuro, con alcuni testi maggiormente personali ed emotivi ed altri di ispirazione letteraria. Il tutto scritto nel mio solito stile pittorico/visionario.

Il vostro nuovo “Set Forever on Me” uscirà per l’attualmente attivissima Transcending Obscurity Records, come è nato l’interesse della label nei vostri confronti?
E’ una storia abbastanza curiosa! Qualche anno fa stavo facendo una ricerca oserei dire “nostalgica” di tutte le recensioni riguardanti i nostri primi due album e cercavo di ricordare dove ne avessi letta una particolarmente lusinghiera dell’epoca “Epilogue of Masquerade”. La ritrovai nella webzine “Diabolical Conquest” e mi affrettai a cercare il nome dell’autore che era appunto Kunal di TOR, che nel frattempo aveva fondato la sua label. Però io di questo ultimo dettaglio ero completamente all’oscuro e quando gli chiesi l’amicizia su Facebook, più che altro per ringraziarlo di quelle splendida recensione, scoprii da lui che aveva appunto intrapreso questo percorso di label owner! Ovviamente lui stesso si rivelò subito interessato a sapere cosa stava bollendo in pentola riguardo ad Hateful e il resto è storia!

Entrando più nel particolare, come avviene la creazione di un vostro brano? Chi di voi si occupa del songwriting?
I brani nascono quasi sempre da intuizioni o da suggestioni mentali di melodie o ritmi, quasi mai mi metto alla chitarra aspettando il riff giusto da cui partire. La maggior parte della struttura di un brano viene immaginata e talvolta addirittura appuntata tramite un registratore vocale, in modo da non dimenticare i movimenti e la loro sequenza. Sono sempre stato più bravo di fantasia che di tecnica, per cui passo a tradurre le idee sulla chitarra solo in un secondo momento. Una volta che mi ritrovo con una struttura soddisfacente la porto in sala prove e iniziamo a lavorare sulle linee di batteria. Si tratta di un lavoro molto stratificato in effetti, dove conta sia l’ispirazione che una certa scientificità. Poi finalmente passo agli arrangiamenti di basso, dei testi e delle linee vocali. Ho composto praticamente tutto il materiale di “Set Forever on Me” ma ovviamente Marcello è stato fondamentale durante la fase di arrangiamento, in quanto la batteria è sicuramente una grossissima parte di quello che poi si andrà ad ascoltare in una canzone death Metal.

Cosa puoi dirmi invece riguardo alle lyric? I testi sono a se stanti oppure si nasconde un vero e proprio “concept” dietro?
Ogni canzone è decisamente a se stante per quanto riguarda le liriche. L’ispirazione può arrivare da spunti di riflessione su svariate tematiche, talvolta insospettabili. Di solito alcuni concetti rimangono nella mia testa fino a quando non sento il bisogno di creare una sorta di immagine mentale, dai connotati quasi pittorici, e di tradurre queste visioni in parole. In “Set Forever on Me” alcune delle liriche hanno, forse per la prima volta, una genesi “interiore”, ovvero ho plasmato le parole partendo da alcuni stati d’animo decisamente negativi che in alcuni periodi hanno pervaso la mia mente. Credo che anche da questo punto di vista questo sia il nostro disco più oscuro e profondo.

Se dovessi farmi tre nomi, quali sono le band dalle quali traete maggior ispirazione per la composizione dei vostri brani?
Faccio tre nomi quasi casuali in quanto le influenze vanno dal death metal al rock progressivo senza alcuna regola precisa! Sicuramente band come Suffocation, Monstrosity e i primi At The Gates hanno avuto una parte importante nel plasmare il nostro sound, ma sarei in grave difficoltà se dovessi applicare un’ipotetico bollino “for fans of…” ai nostri album! Credo che l’apertura, a livello di ascolti, verso generi “extra-metal”, abbia giocato un ruolo importante nelle nuove composizioni, soprattutto per quanto riguarda gli arrangiamenti di basso e batteria.

Un altro aspetto sul quale vorrei soffermarmi un attimo è la grafica in quanto anch’io me ne occupo nel mio piccolo, ho notato che l’autore dell’artwork sei tu, posso chiederti qual è il significato dello stesso?
La cover sotto diversi aspetti è una rappresentazione in chiave “straniante” delle paure e delle difficoltà incontrate negli anni della realizzazione del disco da me e più in generale dalla band. E’ un’immagine aperta a diverse interpretazioni ma quello che non manca di sicuro è il sottile senso di inquietudine e di “fine catastrofica”, sicuramente qualcosa che a posteriori stiamo vivendo attualmente causa pandemia globale.

C’è qualche autore che, in tal senso, funge da modello per te?
Sicuramente pittori come Beksinski, Redon, Klinger, Giger e Kubin hanno creato immaginari a me molto affini. Per “Set Forever on Me” inoltre mi sono ispirato (credo inconsciamente) anche a diverse opere sci-fi anni 60/70 che ho rispolverato da alcuni volumi che ho fin da bambino.

Qual è la vostra opinione riguardo la scena estrema italiana? Quali, secondo te, sono le band che possono competere con le ben più quotate band straniere?
Credo ci siano tante band estreme di altissima qualità, ma credo che questa sia una frase abbastanza scontata. Alcune si sono fatte conoscere nell’underground e oltre come ad esempio Hour of Penance, Putridity, Blasphemer, Hideous Divinity o Unbirth (a proposito consiglio caldamente l’ultimo disco Blasphemer, veramente clamoroso)… Altre non hanno ancora l’esposizione che meriterebbero come ad esempio Laetitia in Holocaust, Esogenesi, Demiurgon, Gravesite e tanti altri. Devo dire che un grossissimo dispiacere me lo ha dato lo scioglimento di una grandissima band come Daemusinem, spero un giorno ci ripensino e tornino a massacrarci le orecchie in studio e sul palco! In generale spero di sentire sempre più band italiane con un sound unico e riconoscibile, sono piuttosto stanco di sentire sempre le solite soluzioni “revival” di questo o quest’altro periodo storico.

Purtroppo questo periodo, segnato dalla pandemia, ha interrotto tutte le attività live delle band… Non appena uscirà il full quali saranno le vostre intenzioni da questo punto di vista, avete già pianificato qualcosa?
Non so davvero che dire… è imperativo fare più date possibili per supportare “Set Forever on Me” anche in sede live, ma solo quando ci sentiremo totalmente sicuri a livello sanitario. Speriamo che nei prossimi mesi arrivino segnali definitivamente incoraggianti. Abbiamo diverse idee ma ancora nulla di pianificato purtroppo, vista la situazione globale.

L’intervista è da considerarsi conclusa, davvero grazie per la chiacchiera Daniele, concludi pure come vuoi.
Ti ringrazio tantissimo, Luca, per l’intervista decisamente interessante! Spero di aver stuzzicato la voglia dei vostri lettori di dare un’ascolto alla nostra nuova release! Speriamo di rivederci tutti sopra o sotto un palco non appena possibile.

Oneiric Celephaïs – L’oscura sibilla

La giovane e promettente technical death metal band italiana, Oneiric Celephaïs, si affaccia sulle scene esordendo con l’EP “The Obscure Sibyl“, contenente tre brani violenti, ma anche tecnici e che sanno essere melodici e davvero ispirati, pubblicati per l’americana Gore House Productions… Ma adesso lasciamo che sia la band a parlare!

Ciao Francesco, grazie per la tua disponibilità. Puoi iniziare a parlarci un po’ di quando e come è nata la band?
Grazie a voi per lo spazio dedicato agli Oneiric Celephaïs. Il gruppo è nato nell’estate del 2015 da un’idea di Federico e Emiliano. Emiliano, poi, ha contattato Emilio, con il quale aveva già suonato in un precedente progetto, e me. Ci siamo trovati fin da subito in sintonia su cosa suonare e, soprattutto, su come suonare.

Qualcuno di voi suona in altre band oppure siete immersi anima e corpo solamente negli Oneiric Celephaïs?
Siamo immersi anima e corpo negli Oneiric Celephaïs, al momento.

Il vostro Mini CD si compone di un’intro più tre brani, ma sono stati più che sufficienti per essere stati attenzionati dall’americana Gore House Productions. Puoi dirmi com’è nata questa collaborazione?
Non appena abbiamo avuto tra le mani l’EP completo, la Gore House Productions è stata la prima etichetta a cui ho scritto. L’etichetta ha a roster di gruppi che, nel corso degli anni, hanno riscosso il mio interesse e che ascolto volentieri, quali i Cerebral Engorgement, i Cryptic Enslavement ovvero i Foetal Juice. Ci ha sorpreso tantissimo ricevere una risposta nel giro di mezz’ora e leggere che ci offrivano un contratto per tre dischi!

Se dico Necrophagist e Opeth, tu cosa mi risponderesti?
Sono due dei gruppi che ci hanno ispirato di più.

Devo sinceramente farvi i miei più vivi e sinceri complimenti per ciò che concerne la tipologia di songwriting dei brani, il quale risulta davvero molto articolato, maturo e complesso. Puoi spiegarci quali sono le vostre fonti d’ispirazione?
Sicuramente, tra le nostre fonti d’ispirazione figurano i pilastri del genere: Death, Necrophagist, Obscura e Spawn of Possessions. A questo, abbiamo cercato di aggiungere anche altre influenze personali, gruppi quali Coroner, oppure melodie di stampo black, ispirate dalle lezioni degli Emperor e degli Enslaved, o di stampo prog, vedi alla voce Opeth.

E per quello che riguarda i testi che mi dici? Il Mini è un concept oppure i testi dei brani sono a sé stanti?
I testi sono a sé stanti. “From Beyond” e “The Aeon of Death” sono stati ispirati dai racconti di Lovecraft, rispettivamente “Dall’ignoto” e “La città senza nome”. Anche il nome del gruppo è tratto da un racconto dello scrittore di Providence, “Celephaïs” appunto. Invece, “Vǫluspá”, che tradotto dal norreno significa “La profezia della veggente”, s’ispira all’omonimo poema che apre il grande canzoniere conosciuto come “Ljóða Edda”. Si tratta dell’opera di un poeta islandese e si configura come la visione di una profetessa che Óðinn ha evocato affinché gli riveli i segreti delle cose primordiali e i destini del mondo.

Ho notato che le vostre canzoni, tranne una, hanno una durata che per il genere supera di gran lunga la media. Come mai questa scelta? È stata una cosa spontanea oppure è un’opzione presa in considerazione dato che il vostro songwriting presenta davvero tante influenze musicali?
Per quanto riguarda “The Aeon of Death”, la scelta è stata spontanea. Abbiamo semplicemente seguito l’andamento della canzone. Per quanto riguarda “Vǫluspá”, invece, è stata una precisa scelta: volevo creare una canzone d’ampio respiro per imprimere la giusta atmosfera e rendere al meglio la visione della profetessa.

Un’altra componente che mi ha particolarmente colpito è la produzione, davvero potente e cristallina! Immagino che si sia lavorato parecchio su questo aspetto, giusto?
Abbiamo sudato davvero tanto per ottenere questo risultato, sì. Siamo molto contenti del lavoro svolto. Per questo dobbiamo soprattutto ringraziare Francesco Paoli, Francesco Ferrini e Marco Mastrobuono per aver messo la loro esperienza (i primi due suonano nei Fleshgod Apocalypse e Marco, invece, è il bassista degli Hour of Penance) al nostro servizio con immensa gentilezza e umiltà. Hanno avuto il merito di capire fin da subito come lavorare per far rendere al meglio ogni singolo pezzo, aiutandoci anche a valorizzare al meglio le nostre idee grazie a preziosissimi consigli. Vorrei ringraziare anche Leonardo Bellavista, che ci ha aiutato a registrare il disco.

Dimmi un po’, siete già al lavoro per far uscire un full prima o poi?
Esattamente. Abbiamo approfittato di questo periodo “bislacco”, in cui siamo stati costretti a rimanere a casa a causa della pandemia, per cominciare la stesura di nuovi pezzi per il nostro primo disco. I lavori stanno procedendo in una direzione molto interessante e ben presto saremo pronti a tornare in studio per registrare.

Ok, l’intervista è finita, ti ringrazio davvero tanto per la chiacchierata e vi faccio i miei più sinceri auguri per il futuro, concludi pure come preferisci…
Vi ringrazio davvero tanto per aver dedicato spazio alla nostra musica. Un saluto e un augurio che il nostro EP vi piaccia!

Stench of Profit – Nessun posto dove nascondersi

Disco d’esordio per i grinder nostrani Stench Of Profit, che con il full “No Place To Hide” mettono a ferro e fuoco l’underground italiano con venti brani di terremotante grind/death. Per l’uscita della release il trio veneto si è affidato alla Lethal Scissor Records, ma adesso parola alla band!

Innanzitutto grazie Maurizio per la tua disponibilità, siete finalmente arrivati al debutto discografico, vuoi raccontarci brevemente la nascita e la storia della band?
Ciao e grazie a te. Eh sì, siamo finalmente arrivati al full e ne siamo felici! Gli Stench of Profit nascono nel 2014 da un’idea mia e di Lorenza, all’inizio eravamo un duo con drum machine. Il progetto viene fuori per divertimento, entrambi suonavamo musica estrema e volevamo fare un qualcosa con un concept offensivo nei confronti dell’umanità. Dopo aver fatto il demo “21 Ways to Say Fuck!” ed essere apparsi nella compilation “Crash Mandolino 2.0 Italia Violenta” a Giovanni, mio vecchio amico di scorribande grind, la cosa è piaciuta e si è proposto come batterista e da lì gruppo si è evoluto in quello che è oggi.

Secondo te ci sono differenze, dal punto di vista prettamente stilistico e di songwriting, dalle vostre precedenti release?
Assolutamente sì. All’inizio Lorenza faceva i riff ed io facevo le strutture con la drum machine, quando è entrato Giovanni nella band abbiamo fatto lo split con i Mindful of Pripyat però anche lì i pezzi erano già fatti e Giovanni ha messo del suo nelle batterie. Qui in “No Place to Hide” i brani sono stati scritti tutti assieme c’è stato un vero lavoro a sei mani.

Puoi presentarci uno per uno i componenti della band? Avete esperienze musicali precedenti rispetto agli Stench?
Beh sì, tutti noi abbiamo suonato e suoniamo tuttora con altre band. Lorenza è anche chitarrista cantante dei Psychotomy. Giovanni suona anche con i Corporal Raid e Riexhumation ed ha suonato nei Mindful Of Pripyat. Io tuttora sono anche nei Pit Of Toxic Slime e Perfidious, in passato i miei gruppi più importanti sono stati Wargore, Insane Assholes e Snuff Movies After Dinner.

Puoi illustrarci come nasce e prende forma un brano degli Stench Of Profit?
Beh il 90% del lavoro parte dai riff di chitarra di Lorenza che poi tutti insieme in sala elaboriamo in base alle idee che ci vengono sviluppando struttura e quant’altro.

Come presenteresti il vostro debutto “No Place To Hide” a chi vi legge e/o vi ascolta?
“No Place To Hide” è il primo full length degli Stench of Profit, un concept album di pura musica estrema in cui nulla è lasciato al caso. Non è un semplice disco grindcore, vuole essere qualcosa di più e mi piacerebbe che chi lo ascolta possa percepire questo.

Stilisticamente parlando, ascoltando il vostro debut CD, non si può fare a meno di notare una fortissima, determinante componente grindcore, tuttavia ci vedo anche non pochi riferimenti a sonorità death metal, è giusto?
Hai visto, o meglio, hai sentito giusto! Il death metal in tutte le sue forme è una presenza molto forte nei nostri ascolti, perciò l’influenza del genere si fa sentire.

A tal proposito, puoi parlarci delle band che rappresentano vostre influenze musicali dalle quali traete spunto?
Guarda non abbiamo mai avuto il pensiero di prendere spunto da altre band, i nostri ascolti sono davvero tanti e vari, death metal, black metal, grind, hardcore, heavy metal. Se proprio proprio devo dire delle band che in fatto di grind possono avere influenzato gli Stench sono Terrorizer, Brutal Truth, Maruta, Nasum, Regurgitate, Dead infection.

A proposito dei testi, puoi dirci da cosa prendete spunto per la stesura degli stessi?
Io tendenzialmente sono molto istintivo, prendo spunto da quello che vedo e percepisco attorno a me, quello che mi passa per la testa butto giù. Volevo aggiungere che questo disco è un vero e proprio concept album. Scelto assieme agli altri l’argomento, ho scritto un testo unico che poi ho elaborato per ogni singolo pezzo, quindi ogni traccia di questo disco non è un pezzo a sé stante ma fa parte di un’unica visione.

Devo farvi i miei più sinceri complimenti per com’è venuto fuori “No Place to Hide”, caratterizzato da un suono davvero ricco e potente, a chi vi siete affidati per la produzione del vostro full?
Grazie davvero, siamo molto soddisfatti anche noi del risultato finale. A parte la voce che l’ho registrata da Daniel al MaldeTesta Recording studio, il resto abbiamo fatto tutto al Toxic Basement Studio di Carlo Altobelli.

Siamo arrivati ai saluti finali, grazie ancora per la la chiacchierata, concludi come meglio credi…
Grazie di cuore a te per aver concesso questo spazio agli Stench of Profit!!! Colgo l’occasione per ringraziare chi ci ha aiutato a realizzare questo disco e non meno importante chi ci supporta! Stay Brutal!

XPus – In umbra mortis sedent

A cinque anni dal precedente “Sanctus Dominus Deus Sabaoth” (2015) i nostrani Xpus tornano sulle scene con una nuova release dal titolo “In Umbra Mortis Sedent”, uscito per la Transcending Obscurity Records. La band bergamasca, con questo nuovo secondo lavoro, ribadisce la sua ferma volontà di rimanere fedele a certe sonorità già delineate nel precedente full, ma adesso spazio al portavoce della band, Aren (voce e basso).

Benvenuto Aren, puoi posso chiederti come mai è passato tutto questo tempo tra questo e il precedente full?
In realtà, tra il debutto e questo sono passati due anni scarsi. A Settembre 2017 entrammo in Studio per registrare “In Umbra Mortis Sedent”, facemmo tutto in quattro giorni e dopo un paio di settimane di ricerche, tra le varie proposte discografiche arrivò quella di Transcending Obscurity, possedendo parecchi lavori prodotti da questa etichetta – come i vari progetti di Dave Ingram (Benediction), Feral, Paganizer, Rogga Johansson ecc. – conoscevo molto bene la sua validità. Sapevamo che essendo ricca di ottime band già in programma, avremmo dovuto aspettare il nostro turno e, difatti, il cd è uscito solo da poco. Abbiamo atteso molto, è vero, ma era un’ottima occasione per noi, un salto di qualità a cui non potevamo rinunciare, specialmente oggi, con mille label che ti chiedono soldi per qualsiasi cosa e, quasi sempre, per nulla.

Andiamo a ritroso nel tempo, puoi parlarci un po’ della storia della band?
Xpus nasce nel 2015 come “one man band”, il primo demo difatti, che vide la luce dopo tre mesi dalla nascita del progetto, lo registrai personalmente, suonando ogni strumento. Volevo qualcosa di grezzo e decisi che una produzione da studio per il momento non era la soluzione migliore. Ultimato il promo, iniziai la ricerca di una label e fui fortunato, le prime risposte arrivarono dopo 24 ore (grazie anche a internet che, in questo caso, agevola non poco il processo) scelsi l’ucraina Metalscrap e iniziai subito a lavorare sui pezzi mancanti per completare l’album di debutto. Quando firmai il contratto, non solo non avevo terminato tutti i brani, ma mancavano tutte le liriche e tutto il lavoro grafico. Chiamai il mio vecchio compagno d’avventure Mornak alle chitarre e L, un batterista professionista, e dopo altri tre mesi iniziammo le registrazioni di “Sanctus Dominus Deus Sabaoth”. Anche qui, volevamo un lavoro grezzo, che si discostasse dalle produzioni iper-pompate di oggi, volevamo creare un personale omaggio ai generi musicali più estremi con cui eravamo cresciuti, ovvero il death metal e il black metal. Ancora una volta decisi di registrare tutto da solo e nel Novembre 2015 l’album fu rilasciato. Durante le pause tra i concerti e il tour europeo di supporto a “Sabaoth” iniziammo subito a lavorare al secondo capitolo, avevamo anche trovato il batterista fisso che risponde al nome di Ulvirøs.

Hai parlato di omaggio ai generi con cui sei cresciuto, ascoltando “In Umbra Mortis Sedent” si percepisce chiaramente la matrice death metal old school di stampo prettamente americano: quali sono le band che fungono da muse ispiratrici?
Quelle con cui siamo cresciuti: Deicide, Morbid Angel, Immolation, Monstrosity, Mangled, Massacre, Autopsy, Blasphemy, Slayer per citarne alcune, poi ci sono le europee: Grave, Benediction, Entombed, Sinister e tutto il filone black metal dei tempi ovviamente. Tutto quello di fine anni 80 e inizio 90 insomma.

Definite le vostre influenze, puoi parlarmi del lyric concept? Da cosa traete spunto per la stesura dei testi?
Le prime due song di “Umbra” condividono lo stesso testo, un sacrificio satanico fatto da un uomo convinto che, facendo ciò, possa liberarsi delle voci infernali che lo ossessionano, ma in realtà queste voci sono solo nella sua testa, un’espressione di lui stesso o, meglio, la sua stessa pazzia, da qui un serpente che si mangia la coda e un unica soluzione finale: il suicidio. Il secondo testo, che viene diviso in tutte le restanti songs dell’ album invece, parla dei rapporti carnali che un prete ha con dei ragazzini, ci si ferma sulle emozioni del curato stesso, di quando è solo nelle sue stanze in preda al desiderio, al fatto che si danna e prova a resistere ma alla fine, ogni volta, cede, si parla di quello che prova (o presumibilmente possa provare, dato che non ho esperienza diretta in questo campo) il ragazzino una volta che la molestia inizia, alla costrizione, al fiato del prete che gli scende in gola ecc. Probabilmente anche il prossimo lavoro avrà un unico testo per tutte le song che lo comporranno. Cerchiamo di creare testi che abbiano un senso, che abbiano qualcosa da dire indipendentemente che essi parlino di satanismo, anticristianesimo, morte, distruzione, decadimento o di estinzione (della razza umana).

Entriamo più nello specifico: puoi dirci come nasce un vostro brano?
La composizione avviene in maniera naturale, lasciamo che le sensazioni e le idee si fondano senza alcuna costrizione/forzatura, da lì poi un minimo di pulizia e inquadramento è d’obbligo ma non vogliamo che le nostre song siano troppo schematizzate. Personalmente, vedo il genere estremo, sia questo death o black metal, un campo dove è l’istinto a farla da padrone, spesso, ascolto band davvero valide ma troppo… “indirizzate”, troppo “costruite” . Io da questa musica voglio percepire il lato selvaggio ancestrale dell’anima del musicista, il tecnicismo e il virtuosismo sono per altri generi.

Avete altri progetti musicali ai quali prendete parte, qualcuno di voi ha band parallele nelle quali suona?
Al momento, ogni membro della band è impegnato solo in questo progetto.

La vostra ultima fatica “In Umbra Mortis Sedent” è, come da te accennato all’inizio, targata Transcending Obscurity Records, label indiana dedita al death metal più intransigente: puoi dirci come e quando nacque l’interesse della suddetta label nei vostri confronti?
Fu tutto estremamente naturale, mandai tre brani come “promo” a varie etichette, Kunal mi rispose subito il giorno dopo chiedendomi di poter sentire tutte le canzoni che componevano l’album, il giorno dopo ne riparlammo telefonicamente e trovammo velocemente un accordo.

Dove avete registrato l’album e di chi vi siete avvalsi per la registrazione, nonché per i vari processi di produzione e post-produzione?
Abbiamo registrato in una specie di castello zona Como con Manuele Marani di Mara’s Cave, è stata un’esperienza davvero appagante, come detto, volevamo tenere un effetto “sporco”, non a livelli del primo lavoro ma comunque grezzo e lontano dalle iper-produzioni plastificate tanto in voga oggi. Il Mastering invece è stato fatto da Den Lowndes di Resonance Sound Studio (Blood Incantation, Cruciamentum) in Inghilterra.

Sin dal primo ascolto si nota che, rispetto al precedente “Sanctus Dominus Deus Sabaoth” la produzione è alquanto migliorata, tuttavia il tipo di songwriting è rimasto più o meno il medesimo, a questo punto appare chiara la vostra netta intenzione di restare fedeli a certe sonorità…
Questo è quello che ci piace comporre e suonare, finché sarà cosi non ci saranno innovazioni e dubito fortemente cambierà la cosa, suoniamo per noi e per il nostro gusto personale. Piccole variazioni potranno anche esserci in futuro ma la matrice è questa, old school death metal con influenza black metal, punto.

Siamo giunti al momento dei saluti, grazie per questa chiacchierata! Vi faccio un grosso in bocca al lupo per il futuro, concludi come vuoi questa intervista…
Grazie e grazie a te per lo spazio dedicatoci, see you all in Hell!