“Pages From the Sea” (SP Music / Metaversus PR), quarto album solista del musicista romano Stefano Panunzi, è una collezione di dodici fotografie in movimento in cui il mare mare è l’assoluto protagonista…
Ciao Stefano, manchi da queste colonne da un paio d’anni, all’epoca era uscito da poco “Beyond the Illusion”: come è andato quel disco?
Posta così la domanda potrebbe apparire che l’obiettivo primario sia stato quello delle vendite… ma non è così, non rientro in un ambito mainstream, non ho una visibilità e un pubblico tale da considerare certi numeri di vendita, non faccio nessun ragionamento su ciò che possa o meno far piacere alla gente per poi vendergli un prodotto e non ho pretese del genere. Certo vendere molte più copie a chi non farebbe piacere? La mia musica rappresenta, tappa dopo tappa, il mio percorso musicale, fatto di pensieri, di incontri, di proposte, di tentativi, di scoperte, di emozioni, che nel periodo della realizzazione dell’album ho vissuto. Quindi come è andato quel disco? Comunque bene, perché è la realizzazione di idee e passioni personali, sono passi per arrivare al mio ultimo album, perché è parte della mia vita.
Di primo acchito, soffermandoci semplicemente ai titoli, sei passato da un qualcosa di immateriale come le illusioni a qualcosa di estremamente concreto come il mare: un caso oppure dietro c’è un cambio di filosofia?
Il mare così come lo vediamo è apparentemente concreto, ma non nel senso che ho voluto pensarlo come fonte di ispirazione e per ciò che è a livello più profondamente onirico, filosofico e spirituale. Chi non sogna davanti ad una distesa infinita di acqua? Chi non ha un ricordo legato al mare? Chi non ha mai trasformato quell’elemento tangibile e concreto in qualcosa di etereo, di immateriale, pieno di emozioni e di rielaborazioni filosofiche e narrative?
Che ruolo ha avuto, e ha, il mare nella tua vita?
Abito vicino il mare, praticamente lo frequento quasi tutti i giorni. Lo sento addirittura da casa quando è grosso. Il contatto e la presenza è forte e si impara ad ascoltarlo. Cosa dice? Non lo so se intendiamo l’impiego di una lingua conosciuta, con la sua sintassi e la sua fonetica, ma lui non ti da tregua, ti entra piano piano, ti riempie tra suoni, visioni e tramonti e alla fine hai tante idee, hai tanta voglia di tradurre ciò che provi, senti che non puoi stare in silenzio, hai quasi il desiderio di ripagarlo… e quindi crei i tuoi suoni, le tue visioni e i tuoi tramonti da regalargli…
L’atmosfera è molto rilassata nel disco, mentre nell’immagine di copertina il mare è tumultuoso, agitato. Come mai hai scelto questa raffigurazione per la cover?
Tu dici che l’atmosfera è così rilassata? Non è proprio così… E’ un album che cela molta tensione e in varie tracce, tra musica e testi, tra ritmiche percussive e una bella presenza di batteria “minacciosa e nervosa”. Il mare pur nella sua apparente tranquillità è sempre una bestia dormiente. Sprigiona potenza e maestosità. Bernd Webler, il grafico, l’ha ben rappresentata attraverso onde eleganti ma piene di energia, apparentemente statico ma suggestivo e pronto ad afferrarti.
Ancora una volta ti sei circondato di artisti famosi, non li elenco tutti perché sono veramente tanti. Avere vicino musici di questo calibro ed esperienza ti fa sentire più tranquillo oppure ti fa venire un po’ d’ansia da prestazione perché il livello è veramente alto?
Avere un gruppo di musicisti del calibro di Robby Aceto (David Sylvian, Tom Tom Club, Jansen/ Barbieri/Karn, Alice), Jakko M. Jakszyk (King Crimson, Level 42), Pat Mastelotto (King Crimson, Stick Men), ma anche degli amici Nicola Lori (Fjieri), Fabio Fraschini (Arctic Plateau, Novembre), Alessandro Inolti (Fabrizio Moro, Marco Machera), Fabio Trentini (Le Orme, Markus Reuter), Mike Applebaum (prossimamente con i Manhattan Transfer) e tanti altri ancora, oltre a non avermi causato ansia di prestazione, mi ha dato la sicurezza dell’esecuzione e la certezza di una musica di qualità. Ognuno di loro ha contribuito a dare un proprio colore, una pennellata alla grande tela dell’album e ha aggiunto quel tassello al grande puzzle compositivo che è “Pages From the Sea”. Magari averli sempre a disposizione!
Ma hai mai pensato di creare una tua band stabile?
Sì, ho pensato anche a questo ed infatti nel 1997 è nata, ideata insieme a Nicola Lori, la band di nome Fjieri. Ma poi è diventato un progetto aperto, un collettivo, dove i diversi musicisti si sono succeduti all’interno dei due album pubblicati prima con “Endless” e poi con “Words Are All We Have”. Alcuni nomi? Mick Karn, Richard Barbieri, Gavin Harrison, Tim Bowness, Jakko Jakszyk, Nicola Alesini, Andrea Chimenti, Haco. Ultimamente ho ripreso questo pensiero di avere un gruppo omogeneo, e chissà se riuscirò a rimanere fermo a tal proposito…
C’è un brano del disco che ti rappresenta al meglio per quello che sei oggi, non come artista – poiché immagino che questo compito venga svolto dal disco nella sua interezza – ma come uomo?
Bene o male, tutti i brani scaturiscono dall’essere me stesso, quindi sono frutto di pensieri, di idee, di sofferenze psicologiche pur condivise soprattutto con gli autori dei testi che sono poi i cantanti del disco. Ce ne sono vari di brani che “sento” particolarmente dentro di me, ora ne metterei in evidenza soprattutto uno, nato per i Fjieri, composto con Nicola Lori e Jakko Jakszyk, ma inserito nel mio “Pages”, intitolato “Not Waving, But Drowning”. Un brano su temi esistenziali.
Nell’intervista che citavo prima, hai dichiarato che ti saresti limitato alla dimensione da studio: hai cambiato idea?
No, è la mia dimensione più naturale e più comoda e senza dubbio più vicina al mio essere. Amo principalmente viaggiare attraverso la creazione dei miei brani, il resto mi stressa solo pensarlo!
Progetti futuri?
In cantiere un album con Tim Bowness (No-man) dove riunire tutti i brani fatti insieme (da solo o con i Fjieri) ma disseminati in diversi album e nei diversi anni di collaborazione, in aggiunta ad altri inediti sui quali stiamo lavorando in questo periodo. Inoltre sto iniziando a pensare ad uno mio prossimo nuovo, sto raccogliendo e fissando idee, sondando altri contesti narrativi.
