The Black Veils – Carneficina sonora

“Carnage” (Icy Cold Records / Audioglobe / Metaversus Pr) è il titolo scelto dai The Black Veils per il proprio terzo disco, un concept album che, muovendosi tra citazioni cinematografiche, si propone come ideale colonna sonora di questi strani anni di pandemia.

Ciao ragazzi, da qualche mese è fuori il vostro terzo lavoro, “Carnage”, vi andrebbe di fare un primo bilancio?
Gregor: Nella carneficina psicofisica e morale che hanno rappresentato gli ultimi due anni, direi che a uscirne fuori meglio forse è stato proprio il nostro album. Siamo sicuramente entusiasti dell’accoglienza che ha ricevuto, nonostante i concerti siano stati ridotti all’osso.
Mario: Bilancio positivo sia numerico (streaming digitali, vendite cd e vinili) sia di accoglienza: il disco precedente è uscito nel 2017, quindi si è venuta a creare un po’ di attesa che ci ha aiutati nel lancio di “Carnage. Per poter cavalcare quest’onda abbiamo concordato con la nostra etichetta di base francese, Icy Cold Records, di anticipare l’uscita del disco con il rilascio di alcuni singoli e i loro remix (prodotti da Geometric Vision, Hapax, The Foreign Resort) come b-side.

“Carnage” è il vostro terzo disco, quello che nella tradizione rock viene visto come il  più importante nel percorso di crescita di una band: credete di esservi giocati al meglio le vostre carte in vista di questo traguardo simbolico?
Gregor: Non c’è stata alcuna strategia se non quella di assecondare una certa sinergia, la volontà di convogliare le nostre energie, la nostra rabbia, il nostro spaesamento in un lavoro che è più degli altri album corale, partecipato.
Mario: “Carnage” è un disco decisamente diverso dai precedenti (“Blossom” e “Dealing With Demons”) per molti motivi: è il primo disco con il nostro batterista Leonardo, è il primo disco in cui le fasi di registrazione, mixaggio e mastering sono state distribuite su diversi professionisti del settore, è il primo nostro disco prodotto cercando di restituire l’impatto che possiamo avere suonando dal vivo su un palco. In definitiva sono personalmente soddisfatto del risultato ottenuto.
Leonardo: Fermo restando che non c’è mai un limite quando si parla di “giocare al meglio le carte”, credo in tutta onestà che “Carnage” sia un disco validissimo, di cui andiamo molto fieri, non per motivi di ego, ma per ragioni più profonde. Contiene una maturità nel linguaggio e nelle intenzioni che bastano perché possa affermarsi tra i precedenti. Con l’aggiunta delle batterie, la band, in quest’ultimo lavoro, penso possa affacciarsi ad un pubblico più variegato rispetto a “Blossom” e “Dealing With Demons”. Il sound nell’insieme presenta la band come qualcosa di crudo e feroce, ma ascoltando singolarmente i brani si possono notare molte più sfumature, come barocchismi vari, note vocali più romantiche, intenzioni meno cruente (nel caso di “Phantom Limb Syndrome” o “LamourLamort”) che si contrappongono a veri e propri scenari da guerriglia urbana (vedi “Hyenas”). Non so se si può considerare un traguardo, ma sicuramente un buon punto di partenza.
Filippo : Mi faceva decisamente paura questo terzo disco, lo ammetto. Sentivo la necessità di qualcosa di diverso, senza ovviamente snaturare ciò che siamo, ma il timore era che gli altri avessero idee inconciliabili con le mie. In realtà è venuto tutto in modo naturalissimo. In questo, ritengo, sia stato fondamentale l’apporto di Leonardo, in termini di concetti e di messa in atto. Da bassista, avere nella band un batterista (che pesta anche in modo considerevole) influenza e non poco la dinamica e l’intensità del suono. Non so poi se ci siamo giocati bene le nostre carte, di certo dalle differenze tra i vari brani viene fuori il nostro essere totalmente bipolar, eheh

“Carnage” è un titolo forte, me lo spiegate? 
Gregor: So solo che era l’unico titolo possibile, l’unico che rispecchiasse in una sola parola il concept del disco. È un album che parla di vittime e carnefici, del percepirsi e raccontarsi vittime ma dell’essere al contempo carnefici e viceversa. È il gioco al massacro delle relazioni e della cosiddetta società civile.
Filippo: E poi ci piace tanto Roman Polanski, era giusto omaggiarlo, eheh

Il disco è anche ammantato da una vena di black humor: dato il tema importante del disco, non temete di essere fraintesi in alcuni passaggi?
Gregor: Sono convinto che l’ironia e il dissacramento dei temi importanti non debbano essere temuti, ma accolti come la conferma dell’importanza degli stessi. Ogni grande dramma della Storia dell’uomo è stato vittima di un ridimensionamento comico o parodico: in questo caso non si tratta nemmeno di parodiare, ma di essere ancora più ferali, di cantare frustrazioni e turbamenti sociali e intimi davvero terribili prendendoli dannatamente sul serio, perché non c’è niente di più serio dell’ironia. In qualche modo è come se si danzasse sulla propria tomba. E a guardare la società che abbiamo costruito mi pare sia la cosa più seria da fare. Forse l’unica.

Il disco è stato scritto prima del lockdown, però la copertina in qualche modo mi sembra influenzata da quel periodo di cattività casalinga. Vedere quella abitazione sospesa nell’aria, così simile a una prigione…
Gregor: Eppure la copertina è stata ultimata da YURI (@mynameisyuri) nel dicembre 2019. Al massimo è un presagio! O forse ha portato semplicemente sfiga. Chiediamolo a lui!
Mario: La casa, le mura domestiche, la propria abitazione ha ora più che mai, una doppia valenza: da un lato un luogo conosciuto, familiare, confortevole e sicuro, dall’altro un luogo (letteralmente e allegoricamente) in cui restare imprigionati. Nel nostro concept la casa entra a far parte di quel senso del doppio ruolo che permea l’intero disco (vittima e carnefice, iene e conigli…).

Mentre il sound, al contrario, sembra muoversi nella direzione opposta, fatto per non essere ascoltato in casa ma su un palco… 
Gregor: Esatto. Abbiamo voluto restituire il nostro sound “live” senza fronzoli e senza orpelli di sorta, mantenendo volutamente intatte anche piccole imperfezioni. 
Mario: Come anticipavo è stata una scelta di impatto. Ci piace vedere il nostro pubblico ballare e divertirsi sotto il palco e ci piace immaginare che lo possano fare anche a casa, al mare, a lavoro, ascoltando “Carnage”.

In questo senso, avete già testato la resa live dell’album?
Gregor: Ancora troppo poco per i nostri gusti, date le chiusure varie ed eventuali. Ma il primo concerto al Covo dopo due anni davvero provanti, nella nostra città, Bologna, è stato memorabile. Almeno per noi.
Mario: Il momento storico è molto delicato un po’ per tutte le parti: da un lato locali, club, sale da concerto, con i loro format e organizzatori, dall’altro lato ci sono gli artisti, le band, i performer. La situazione sta ripartendo, seppur lentamente, ma bisogna ritrovare la fiducia di ricominciare!

“Carnage” è un disco fortemente “cinematografico” ricco di citazioni alla settima arte, vi andrebbe di ricapitolarne almeno quelle consce? 
Gregor: Sicuramente ci sono Bette Davis e Joan Crawford in “Lamourlamort”. E poi c’è Gian Maria Volonté in “This Is Going to Hurt”, citato un po’ a caso, ma mai a caso. Poi ci sono tante immagini e piccole citazioni che assorbo anche mio malgrado.
Filippo: Se posso, mi piace ribadire come anche nei dischi precedenti ci fossero diversi riferimenti cinematografici. Basti pensare al titolo di un brano, ”The Wicker Man”, tratto da “Dealing With Demons”. Il rimando all’omonimo capolavoro folk-horror di Robin Hardy è evidente, E badate bene, non è sfoggio gratuito o cosa! Siamo consumatori assidui di film e libri. Altro che sesso, droga e rock’n’roll.

Come detto, il disco, anche se è uscito lo scorso novembre, è pronto già da un po’ di tempo: non è che per caso avete già del nuovo materiale per il prossimo album?
Gregor: La questione è tanto tragica quanto semplice: durante la nuova ondata di contagi e l’ennesima chiusura dei club si trattava o di deprimersi mangiando chili di gelato davanti alla TV (che comunque, ci tengo a precisarlo, resta per me pratica nobilissima) o di cavalcare un po’ della carica, dell’energia e della sinergia che, fortunatamente, unisce tutti e quattro noi. Quindi, sì: siamo al lavoro su altri brani. Ma ce la stiamo prendendo molto comoda, perché l’intento è principalmente quello di tornare a suonare “Carnage” dal vivo. Che è stato il nostro intento fin dal principio. 
Mario: “Carnage” è per noi molto divertente da suonare e portare in giro su e giù dai palchi. Stiamo fremendo nel confermare le prossime date del tour promozionale e non vediamo l’ora di riprendere i live a pieno regime.
Filippo: Come ribadito dai ragazzi, al momento siamo concentratissimi sull’organizzazione del tour promozionale di “Carnage”. Fremiamo per tornare a suonare. Detto ciò, conoscendo i soggetti in questione da anni, sono sicuro che Greg abbia già scritto una quarantina di testi e Mario ha già composto, mixato e masterizzato i prossimi tre dischi! Sono dei vulcani attivi in continuo fermento.

Dana Plato – Citazioni sbagliate

Buona la prima per i Dana Plato! Il terzetto, che sbaglierà pure le citazioni, sa come si fa un buon disco, come dimostra “Wrong Quotes” (Metaversus Pr).

Ciao Fixx, da poco è uscito il vostro album di debutto, “Wrong Quotes”, prima di addentrarci nei dettagli del disco, ti andrebbe di ripercorre le tappe che hanno portato a questa uscita?
Il seme di “Wrong Quotes” viene piantato nel 2020, in pieno lockdown pandemico, quando Alessandro Calzavara sta registrando “Lie/Ability”, il suo 20° disco col moniker Humpty Dumpty. Per una serie di circostanze, tanto fortuite quanto (oggi possiamo dirlo) fortunate, conosce me, Gianluca Ficca, che nel disco sono Fixx, e Giovanni Mastrangelo, in arte Monster Joe, e gli si affida per la genesi, rispettivamente, dei testi in inglese e delle linee di basso/contrabbasso. Quella collaborazione si rivela così fruttifera e piacevole che l’evoluzione naturale, l’estate successiva, è partorire il progetto Dana Plato e registrare un disco a “tre teste e sei mani”.

Il disco come è nato?
In estrema sintesi, diciamo che per ogni traccia il metodo è consistito nell’integrare suggestioni ad uno spunto iniziale di uno di noi, quasi sempre Alessandro (che è musicista prolifico e con straordinari momenti di vera e propria frenesia compositiva), con Giovanni a fornire tutte le tracce di basso e contrabbasso e Gianluca a proporre, oltre ai testi, ulteriori linee chitarristiche e vocali. Queste integrazioni avvenivano nel chiuso dei nostri piccoli “home studios”, mandando le tracce avanti e indietro e trovandole di volta in volta trasformate da idee aggiunte molto liberamente e senza autolimitarsi. In altri termini, un metodo di lavoro “per addizione”.

Quanto è vicino “Wrong Quotes” al risultato che avevate in mente quando avete iniziato a lavorarci su?
In realtà, non avevamo in partenza alcuna idea prefissata. La forma delle singole tracce si è appunto delineata man mano che ci si allontanava dagli spunti di partenza. Tuttavia siamo fiduciosi sul fatto che il risultato finale, nonostante la deliberata varietà delle ispirazioni e la scelta di non sacrificarne alcuna sull’altare dell’omogeneità stilistica, appaia comunque abbastanza unitario. Quello che con certezza possiamo dire è che si tratta di un esito di cui siamo contentissimi e da cui ci sentiamo, tutti e tre, assolutamente rispecchiati.

Cosa sono le citazioni sbagliate richiamate nel titolo?
Nella title-track c’è un verso che dice “Datemi il fascino della star cinematografica che riesce a sintetizzare il senso della vita in uno sguardo figo e in una battuta di meno di 50 caratteri”. Ecco, noi non riusciremmo mai a essere così, faremmo o diremmo sempre qualcosa fuori luogo. Sbaglieremmo sempre qualche citazione. Le citazioni sbagliate indicano metaforicamente il sentirsi – anche con un certo orgoglio identitario – più o meno eccentrici e inadeguati in qualsiasi contesto.

Rimanendo in ambito di citazioni, ritenete che il vostro sound in qualche modo “cita” altre band e, se sì, quali sono queste influenze?
E’ inevitabile. Tutti e tre ascoltiamo da sempre, e amiamo, moltissima musica, dei generi più vari. Sarebbe impossibile che questi ascolti non venissero fuori, sebbene non ci sia alcuna esplicita intenzionalità, in questo. Forse le influenze che emergono di più sono quelle che maggiormente condividiamo (il post-punk a cavallo tra anni ’70 e ’80, le varie manifestazioni della psichedelia, le suggestioni elettroniche di Bowie e certo avant-pop), ma le anime presenti nel disco sono tantissime e la speranza è che si si siano combinate armonicamente.

Al di là delle vostre influenze, secondo te qual è l’aspetto che maggiormente vi caratterizza come band?
Se parliamo della nostra esperienza soggettiva, esiste tra di noi una profonda amicizia, stima e sintonia di gusti. Un clima umano così caldo in un gruppo è realmente difficile da trovare. Giacché ciò che gli altri propongono è per ciascuno di noi quasi sempre fonte di uno stupore ammirato, il risultato concreto è quel metodo “per addizione” che ti descrivevamo prima e che fa sì che molti dei brani siano caratterizzati da numerosi – come potremmo definirli? – “strati sonori”. Alcuni esempi nel disco sono “Little Genius”, “Majesty”, interamente strumentale, la stessa “Wrong Quotes”. Ci piace immaginare che chi ascolti i brani la prima volta ne venga tanto incuriosito da risentirli e possa individuarvi, di volta in volta, gli elementi che vi si sovrappongono e interagiscono reciprocamente.

Sicuramente una cosa particolare è l’aver fatto ricorso a più voci nel disco: come è nata questa decisione?
La composizione della linea vocale diverte molto sia Humpty che me, per cui nel “palleggiarci” le tracce è risultato abbastanza naturale far cantare il brano a quello dei due che l’avesse proposta all’inizio. Ne è nata una varietà di registri che ci è parsa arricchente, ed a quel punto abbiamo pensato di invitare come “special guest”, in “Nothing Left But Speak” e “ Strained”, due cantanti che sono anche persone a noi assai care, rispettivamente Mary Grace degli Eau de Jazz e Gregorsamsaéstmort dei Black Veils.

Avete optato per un’auto-produzione, oggi non è più necessario avere un’etichetta alle spalle?
Sul piano creativo e della mera realizzazione di un disco, evidentemente no. Anche su quello della produzione, crediamo convinti alla spontaneità dell’ispirazione e alla forza comunicativa di una buona idea, indipendente dal suo successivo “confezionamento” (peraltro capiamo benissimo che altri musicisti possano non condividere questa attitudine e ritengano necessaria la maggiore attenzione produttiva assicurata da un’etichetta classica). L’ambito in cui ovviamente l’autoproduzione è penalizzante è quello distributivo, in cui ci si deve affidare alle sole piattaforme di streaming e a una pubblicizzazione/vendita “porta a porta”. Per noi si tratta, com’è ovvio, di un problema assai relativo. Un piccolo manipolo di ascoltatori affezionati che apprezzano quello che abbiamo fatto è di per sé una bella gratificazione. Ad ogni modo, l’autoproduzione è un percorso sempre più diffuso. La label Sub-Terra, che compare nel nostro cd, rappresenta la casa simbolica di alcuni musicisti (La Guerra delle Formiche, ad esempio, lo stesso Humpty) che da tempo portano avanti questa scelta, spesso con risultati tutt’altro che disprezzabili.

Prossime mosse dal vivo?
Dana Plato è un progetto che non prevede attività live, almeno per ora. Viviamo in città diverse, sarebbe pressoché impossibile provare. D’altra parte, quando capita di trascorrere del tempo insieme, c’è un clima di tale armonia e piacere che la tentazione sarebbe forte.

Arctic Plateau – Songs of shame

La vergogna come propellente, come detonatore per la creatività. Gli Arctic Plateau di Gianluca Divirgilio, partendo da questo sentimento, hanno scritto un album, “Songs of Shame” (Shunu Records / Metaversus Pr), dal fascino introspettivo, capace di catturare l’ascoltatore in un vortice nero sin dal primo ascolto…

Benvenuto Gianluca, “Songs of Shame”, il nome del tuo nuovo album, è sicuramente un titolo forte. Quando parli di vergogna ti riferisci a un sentimento personale o generale, magari una sorta di vergogna collettiva della società odierna?
Ciao ai ragazzi de Il Raglio del Mulo e a tutti i lettori; per indole personale e non amando i ruoli di primo piano, nella vita mi sono spesso ritrovato a schierarmi dalla parte delle marginalizzazioni, cercando di essere diretto e meno diplomatico possibile. Nelle mie canzoni cerco di raccontare esperienze dirette anche se la tavolozza dei sentimenti umani è così vasta che credo che ognuno si sia trovato prima o poi a scontrarsi emotivamente con i disagi suscitati dagli stati della propria coscienza, in relazione alle innumerevoli contraddizioni che contraddistinguono l’era che stiamo vivendo. Contraddizioni che spesso rischiano di trasformarsi in convenzioni negative. Una delle armi di manipolazione di massa maggiormente utilizzate dal medioevo ai giorni nostri è quella della vergogna; una convenzione ormai così forte che può ancora rappresentare un modo per controllare, espiare, reindirizzare il pensiero di interi strati sociali. Crescendo infatti in un sistema in cui “ti dovresti vergognare”, dai la possibilità alla tua mente di creare una scissione all’interno di te stesso. un veicolo di inibizione di cui nessuno però sembra preoccuparsi troppo. Penso ora ai ruoli e ai meriti che la scuola, la chiesa, o la famiglia stessa non sono stati in grado di attribuire al singolo; incoerenze sulle quali un giovane più che mai si interroga, sempre, puntualmente, di generazione in generazione. Se una società evita puntualmente di porsi delle domande non potrà mai dare neanche delle risposte. Ci tengo a precisare comunque, al di là del lato filosofico e personale che l’album “Songs of Shame”, a differenza dei precedenti miei album, non è un concept e che tali miei pensieri si riferiscono esclusivamente al singolo che porta il nome dell’album.

Come è possibile tirar fuori da quello che uno dei sentimenti più intimi, che per definizione si tende a mantenere privato, un’opera che invece per sua natura è destinata a diventare pubblica?
Parlandone. Quando scrivo di certi argomenti cerco di andare talmente a fondo che il significato delle cose, anche il più doloroso, assurga a connotato artistico tale da sublimarne gli aspetti più drammatici. Questo mi aiuta a scrivere di cose anche molto dure prendendo la giusta distanza. Scrivere in questo modo credo sia rispettoso nei confronti della vita, che di suo ti restituisce tutto. Qualche giorno fa un ragazzo dell’Est Europeo mi ringraziava per la musica che scrivo, come se io l’avessi commissionata per lui, come una colonna sonora della sua intera vita. Quando succedono queste cose il tuo lavoro diventa un dato impagabile ed è in sostanza la vera e propria ricompensa, il vero carburante per questo mestiere, non certo il denaro o la vendita, fine a se stessa.

Dovendo mettere sui due piatti della bilancia il dolore della vergogna e il sollievo della confessione pubblica, oggi, a qualche mese dalla pubblicazione di “Songs of Shame” l’ago da che parte pende?
Sento di avere ancora tanto da dire, non ho bisogno di confessare niente della mia vita per sentirmi libero; dolore e sollievo sono facce della stessa medaglia. A volte provo imbarazzo per l’arrivismo che vedo attorno a me nel mondo della musica, non soltanto nel mainstream. Provo sempre molto dispiacere per chi sostiene di fare arte ma farebbe carte false per firmare un contratto discografico con questa o quell’altra label perché spesso alla base di certe prerogative non c’è neanche la conoscenza dello stato delle cose. La morte della Musica non è stato l’avvento del digitale ma l’involuzione creata dall’ esibizionismo del costume, dove è più importante la marca del contenuto, dove si confonde il fine con il mezzo. Di questo ed altro ci si potrebbe tranquillamente “vergognare”, senza temere alcuna controindicazione.

Il disco, nella sua oscurità, è un compendio di vari generi, il post-punk, la new wawe e una certa tradizione più intimistica che fa riferimento ai grandi poeti del rock. Di volta in volta come hai capito quale fosse il suono più adatto per ogni singolo passaggio della tua espiazione musicale?
“Songs of Shame” è il primo album di Arctic Plateau in cui oltre ad essere autore dei testi e compositore delle musiche ricopro anche il ruolo di produttore. Da questo punto di vista è stato molto semplice per me rapportarmi a quel tipo di linguaggio perché il genere di dischi che hai citato mi hanno accompagnato sin da quando ero bambino. Avevo in mente questo suono già dalle pre produzioni quindi tutto è andato definendosi in modo molto naturale nel mio studio mentre realizzavo i missaggi dell’intera produzione. In particolar modo ho amato prendermela piuttosto comoda nel realizzare i bilanciamenti e gli spazi sonori senza avere la preoccupazione del calcolo sul tempo investito in studio, che era invece il dato che mi aveva infastidito di più per le precedenti sessioni di missaggio dei vecchi dischi. Questa libertà di produrre e modellare il suono che ho nella testa e soprattutto il poterlo fare liberamente ad ogni ora del giorno o della notte in uno studio di mia proprietà, mi rendono particolarmente felice e creativo e pur non essendo un fan di quei progetti musicali che sfornano un disco all’anno, mi aiutano a stare al passo con i tempi sull’ampliamento del repertorio discografico di Arctic Plateau. Tecnicamente a livello compositivo per questo album ho cercato di inserire elementi del post rock nella forma canzone o se vuoi puoi vedere questa sorta di “formula” viceversa. Volevo realizzare un disco di canzoni senza un fil rouge; uno dei ricordi più belli è di quando ho scritto il tema centrale di “Venezia” con una chitarra classica un pomeriggio di primavera di tanti anni fa mentre alloggiavo dalle parti del sestiere di Cannaregio… indimenticabile.

All’interno di questo tuo autodafé, questo tuo mettere in piazza i tuoi sentimenti, come si inseriscono gli altri musicisti coinvolti negli Arctic Plateau? Che ruolo hanno avuto?
Molti di loro appaiono nei miei dischi sin dagli esordi. Fabio Fraschini suona come turnista in studio con il sottoscritto sin dal 2006 e tutti sono amici miei oltre ad essere ottimi professionisti del settore. Per quanto mi riguarda sono abbastanza diretto, conosco bene e considero importanti le conflittualità che si trovano alla base della natura umana così come conosco i miei limiti, per cui non riesco ad interagire in studio e nei live con persone che non stimo a livello umano; al di là del lato tecnico sullo strumento quindi ho necessità di instaurare da subito un rapporto umano autentico con i turnisti che mi seguono, a partire dalla sala prove. Per questo e altro non è una cosa semplice per me suonare con altri che non siano loro.

Ti andrebbe di presentarli?
Oltre al già citato Fabio Fraschini che non ha certo bisogno di presentazioni c’è Massimiliano Chiapperi alla batteria, che considero un fenomeno. Molto metodico, molto preparato tecnicamente; affidare le parti di batteria in studio a lui significa avere un valore aggiunto sul suono finale. Live è preciso e puntuale. Simpatico, mai avido e molto estroso nella vita reale. Carlo Di Tore Tosti alla chitarra è un nuovo ingresso; nasce come bassista nel 2012 (suona il basso elettrico nel brano “The Bat”) e cresce come chitarrista in Arctic Plateau nel 2021. Carlo mette tutto se stesso nel progetto ed è il mio braccio destro sul palco. Nell’album “Songs of Shame” la metà delle chitarre sono state suonate in studio da Dario Vero, compositore moderno di grande talento e confidente con il quale in passato mi sono intrattenuto in piacevoli chiacchierate a base di musica classica. Ci terrei poi a precisare il ruolo di Andrea Sperduti dell’agenzia Area Design Agency di Roma che è il regista dei video dei singoli (“Song of Shame” e “Chlorine”) che accompagnano l’album e che ritengo sia un vero e proprio elemento di estensione del progetto Arctic Plateau perché in grado di trasformare le mie visioni in idee vere e proprie. Andrea, che è oltretutto il batterista dei Modern Stars, band Italiana che adoro (http://themodernstars.com/) ha creduto nelle mie idee sin da subito ed ha saputo interpretarle con generosa passione, dedizione ed intenzione.

Sinora abbiamo parlato di vergogna, ma vorrei ribaltare le cose chiedendoti: cosa ti rende orgoglioso?
La dignità nell’essere riuscito a crescere pur in mezzo a tante, spesso troppe difficoltà, senza provare più alcun sentimento di vergogna per le ingiustizie che ho dovuto affrontare durante il mio percorso artistico.

Siete riusciti a portare dal vivo “Songs of Shame”?
Il disco è stato presentato il 3 Dicembre 2021 a Roma e pur con le dovute limitazioni del covid il pubblico ha accolto molto bene questo terzo album in una location intima ed accogliente.

Avete delle date in programma o preferite aspettare tempi migliori?
Arctic Plateau nasce come progetto in studio; ogni data live è da prendere al volo….

Carlo Masu e Le Ossa – La resa dei conti

Tra le cose più belle ascoltate lo scorso anno c’è l’esordio di Carlo Masu e Le Ossa, “Ombre di un Corpo Estraneo” (Seltz Recordz, ViceVersa Records, Bare Bones Productions, Metaversus Pr). Si tratta del progetto (semi) solista di Carlo Masu, celebre per la sua militanza dei CUT, che in una dozzina di tracce si mette nudo per mostrare muscoli, ossa e anima.

Ciao Carlo, le note promozionali partono con una citazione da “Q” di Luther Blisset: “Qualcosa che aspetta da vent’anni. Quando i muscoli cominciano a irrigidirsi e le ossa fanno male, i conti rimasti aperti diventano più importanti delle battaglie e delle strategie”.  Quali sono i tuoi muscoli irrigiditi e le tue ossa doloranti che ti hanno spinto all’azione?
Innanzitutto vorrei precisare che la frase estrapolata da “Q”, un libro che adoro, è decontestualizzata ma descrive magnificamente quello che mi ha spinto a portare a termine questo disco. I semi di quanto è stato trasposto su disco sono stati piantati più di venti anni fa. Il tempo e le esperienze hanno fatto perdere di tonicità sia alle energie fisiche che alla capacità di adattamento emotivo alla contemporaneità, per cui fanculo la battaglia del voler essere a passo coi tempi e fanculo a tutte le strategie che stanno dietro alla comunicazione ipertrofica di questa contemporaneità. Per rispondere alla tua domanda, i muscoli irrigiditi sono quelli dello scatto in avanti e le ossa che fanno male sono le sedimentazioni che questi appunti sonori e scritti hanno lasciato nella mia anima senza trovare uno sfogo fino al momento della produzione di questo disco.

Ragionando per inverso, si potrebbe anche evincere che le tue uscite con i CUT siano state delle battaglie approcciate in modo strategico: è così? E perché hai deciso di cambiare metodo per il tuo esordio da solista?
I CUT sono nati per pura passione. Nei primi anni siamo stati parecchio impegnati nella strategia per affrontare le battaglie che la nostra provincia dell’Impero ci imponeva. Abbiamo dato vita ad un’etichetta, Gamma Pop, che aveva l’intento di essere un’alleanza per affrontare al meglio le battaglie che ogni gruppo coinvolto avrebbe trovato nel suo percorso. Per qualche anno riuscimmo a fare questo in Italia, il rammarico più grande è stato non riuscire a fare sistema con altre realtà italiane nostre sorelle nel superare la dimensione prettamente nazionale. Dopo quell’esperienza abbiamo lasciato, solamente, che la nostra passione e l’etica dell’impegno verso ciò che facciamo ci guidassero e ci portassero avanti, consentendoci di continuare a godere ogni volta che abbiamo la possibilità di coinvolgere il pubblico nei nostri concerti. Da questo punto di vista, non penso di avere cambiato metodo di “approccio alla battaglia”, fondamentalmente non mi interessa molto di vincere o non perdere. Mi interessa riuscire a vuotare il sacco delle mie passioni e delle mie tensioni interiori ogni volta che affronto la materia musica e quando per qualche motivo questo non avviene mi assale una sensazione amara di frustrazione.

Ma possiamo parlare di Carlo Masu e Le Ossa come un progetto solista o si tratta di una vera e propria band?
Inizialmente diedi al progetto un nome da band con un rimando al mio cognome, ma non mi sembrava adeguato. Ho pensato, così, all’immagine delle ossa che sorreggono quell’ammasso di muscoli, nervi, sangue e bile che sono i nostri corpi. Per questo disco ho tenuto il mio nome perché sia il materiale sonoro che l’immaginario di riferimento sono quasi interamente proposti o sviluppati da me. Ma se questo progetto, come mi auguro, andrà avanti, a quel punto potrebbe mutare forma e diventare maggiormente corale e quindi, come avviene in natura, l’individuo si dissolve e rimangono solo Le Ossa.

Ci presenteresti Le Ossa?
Più che volentieri… Inizio da Mariagiulia Degli Amori, non solo per galanteria ma per l’apporto decisivo che ha dato nel suo discreto evidenziare dei difetti di forma e nel restituire, con la sua sconfinata musicalità, tutta quella gamma di colori di cui avevo bisogno nel realizzare il disco. Ha suonato le percussioni e cantato nella Mandria, la band che accompagna Iosonouncane in IRA e avrebbe dovuto suonare anche nei concerti che dovevano accompagnare l’uscita del disco se non si fosse messa di mezzo una pandemia mondiale. Avevo bisogno di un batterista che si mettesse a disposizione nel produrre un drumming percussivo ma minimale e così ho coinvolto Stefano Orzes che ha assolto in maniera eccelsa a questo compito. Per un batterista non è semplice trattenere la fisicità che lo strumento richiama, ma Stefano ha avuto molta pazienza e mi ha aiutato a dare ordine alle mie idee ritmiche spesso naif. D’altronde, le sue esperienze con Eveline, The Crazy Crazy World Of Mr. Rubik e le sue capacità di mettersi a disposizione per tanti altri progetti musicali lo hanno reso materiale solido ma duttile. Peppe Randazzo è una di quelle persone che, nel momento in cui è coinvolto in qualsiasi cosa, che sia una conversazione o la progettazione di un programma di ricerca sperimentale per l’educazione delle nuove generazioni del pianeta, non si risparmia nell’amalgamare il gruppo e dare solidità al contesto, tutto ciò di cui avevo bisogno quando in fase di arrangiamento ci siamo accorti che avremmo avuto la necessità di un basso. Basso che suona egregiamente negli Entrofobesse da svariati anni.

Ho anche letto che il tema dell’album gira attorno al concetto “Ogni uomo uccide ciò che ama” (Oscar Wilde). Come dobbiamo interpretare questa frase, come sacrificio propiziatorio (mi viene in mente Abramo) o necessità figlia di un raptus?
Penso sia della condizione umana vivere un rapporto ambivalente con tutto ciò che ci nutre, sia dal punto fisico che spirituale e così l’amore che ci muove e per il quale ci arrabattiamo, diventa anche ciò che uccide il nostro egocentrismo (accezione positiva) o che siamo pronti ad uccidere per soddisfare la nostra voglia di potere e di controllo (accezione negativa). Inoltre, non nascondo il ruolo centrale avuto dall’album Each Man Kills The Things He Loves di Gavin Friday nella realizzazione di Ombre di Un Corpo Estraneo. Naturalmente, non voglio minimamente paragonarli ma la sua fonte d’ispirazione sfocia nel ritornello di On Air, dove la frase di Wilde viene citata come già era stata citata dall’ex Virgin Prunes nel suo disco solista.

Abbiamo parlato di cosa ti ha spinto a creare questo disco, ma i pezzi, dal punto di vista procedurale, come sono nati?
E’ stato un processo molto lento e disarticolato. Gran parte del materiale affonda le sue radici nei miei primi anni di università a Bologna, quindi la prima metà degli anni novanta. Poi li avevo abbandonati alle correnti dei destini temporali. Un anno dopo la separazione dalla mia ex compagna e madre dei miei due figli, ho pensato di digitalizzare quegli appunti sparsi in varie cassette, rendendomi conto che mi parlavano e parlavano di me ancora in maniera più vera e coerente di allora e quindi ho pensato fosse giunto il momento di “rendergli giustizia”, sistemandoli, sottraendo ed aggiungendo, dandogli una veste coerente e più a fuoco, facendomi aiutare dai musicisti con cui ho registrato il materiale e da Bruno Germano che ha prodotto il tutto in modo egregio, rendendo questo “disordinato taccuino” un’esposizione di anime agitate.

I riferimenti letterari di cui abbiamo parlato in precedenza li hai colti dopo aver ascoltato il lavoro finito o erano già ben presenti nella tua mente prima di iniziare?
Per quanto riguarda la frase tratta da “Q”, il suo utilizzo l’ho pensato a posteriori, in quanto esemplificativo del motivo che mi aveva spinto a rielaborare il materiale accumulato in precedenza. La frase di Wilde, invece, descrive bene le tematiche che ricorrono più frequentemente nei testi del disco.

Ciò che traspira durate l’ascolto è una sensazione di intimità, di qualcosa che è diretta espressione del tuo più profondo. Non ti dà fastidio, o qualcosa del genere, sapere che lì fuori c’è gente che scruta questo tuo lato più nascosto?
Effettivamente questa è la parte più difficile da affrontare rispetto ai concerti con i CUT. In questo caso mi sento nudo e fragile ma fondamentalmente, noi che abbiamo questa necessità irrefrenabile di fare musica e farla per un pubblico, stampando dischi e suonando live, lo facciamo per soddisfare anche una più o meno sana necessità di esibizionismo narcisista. A volte riusciamo a controllarlo e a volte prende il sopravvento e allora sono dolori. Senso di onnipotenza e senso di inadeguatezza sono due estremi che ti possono stritolare….spero di uscirne vivo!

Carlo Masu e Le Ossa avranno anche un futuro fuori dalle quattro pareti di uno studio?
Spero proprio di si! Malgrado il periodo di allucinazione negativa che stiamo vivendo, ci piacerebbe portare in giro questo disco e, magari, anche qualche idea nuova su cui stiamo lavorando. Per cui seguiteci sui nostri canali social, contattateci per suonare nel vostro locale preferito scrivendo alla mail barebonesbooking@gmail.com oppure, se avete un’agenzia che organizza concerti e pensate che possa essere il momento di promuovere degli adolescenti adulti, contattateci!