Alldways – Segni sulla pelle

I tuoi abbracci segnano la pelle” (Scatti Vorticosi Records / Metaversus PR) è il titolo scelto dai torinesi Alldways per la raccolta brani rivisitati (più un inedito) uscita il 16 giugno. Un’opera che rilegge la ventennale storia dei piemontesi in modo ecclettico e che apre una finestra sul futuro del gruppo.

Benvenuti, è da poco fuori “I tuoi abbracci segnano la pelle”, una raccolta di nove brani del vostro repertorio ri-arrangiati e un inedito. Cosa vi ha spinto a pubblicare un album antologico?
Ciao a tutti! Dunque, abbiamo deciso di pubblicare questo album circa due anni fa. L’idea è nata dalla nostra voglia di voler dare ad alcune canzoni del passato, una nuova vita. Alcuni di questi brani, a nostro parere, non avevano avuto la giusta luce, la giusta prospettiva durante la composizione, ciò dovuto probabilmente alla nostra fretta, all’urgenza di espressione che era tipica della nostra giovane età, al tempo. Nonostante ciò i testi sono rimasti invariati perché anche a risuonarli, li troviamo tutt’ora contemporanei.

E’ stata dura individuare nove brani che riassumessero i vostri 20 anni di carriera?
Sì, ogni brano ha una storia e un ricordo legato ad essa. Ne avremmo potuti scegliere altri, ma alla fine, anche per una questione di coerenza con il percorso fin qui fatto, abbiamo voluto scegliere uno o due brani per disco, mantenendo così un filo conduttore cronologico.

Come vi siete mossi in fase di ri-arrangiamento?
Siamo partiti dalla scelta dei testi a cui siamo maggiormente legati e che volevamo riproporre, ci siamo poi concentrati sulla musica e sulle linee vocali. Per cause di forza maggiore, questo ha comportato lo stravolgimento di alcune canzoni anche perché per i primi otto anni, la voce del gruppo è stata una donna (Fede, ma poi anche Marta, Valentina, Monica).

Qual è il brano che, secondo voi, esce maggiormente rivoluzionato in questa nuova veste?
Probabilmente “I’m Ready to Go”, tratto da “R.evolution” del 2009. Il testo narra di temi attuali, come l’alienazione da social (al tempo c’era Myspace e il primo Facebook) e della voglia di evadere dalla città. La musica e le parti vocali sono state totalmente stravolte, per dare risalto alle parole e alla velocità del brano.

Mentre, qual è quello più fedele all’originale?
Forse “Senza lacrime”, che abbiamo cercato di rendere più diretta e compatta, scarnificando un po’ la durata e le parti strumentali. La struttura e la linea vocale, invece, sono abbastanza fedeli all’originale.

Passiamo ora alla traccia inedita, “Parassiti del benessere”: come è nata?
E’ nata ad inizio 2020, prima dell’inizio della pandemia, l’avevamo registrata nella nostra sala in qualità di demo, poi vedendoci tre-quattro mesi dopo, ha preso una forma definitiva trovando anche la strofa finale del testo, che ci era mancata nei mesi precedenti. L’essenza del testo è una dichiarazione d’amore, non ad una persona, ma a Torino, il posto in cui siamo cresciuti e a cui siamo profondamente legati. Nella seconda parte, abbiamo voluto portare l’attenzione a ciò che quotidianamente dimentichiamo e distruggiamo del mondo che ci circonda e della casa che abitiamo. Questa canzone è una lettera che scriviamo a noi stessi, ai giovani che siamo stati vent’anni fa.

Cosa presenta questa canzone di inedito rispetto al vostro repertorio classico?
La struttura è diversa, la scrittura “strofa-ritornello” non faceva molto parte di noi. Eravamo sfuggenti, in questo senso, il testo era sintetico e compatto e non c’era “respiro” nel brano, elemento che in quest’ultimo testo abbiamo invece voluto inserire. Le tematiche invece sono sempre le stesse, calate sul contesto che viviamo oggi, ciò che ci sta a cuore diventa spesso canzone.

Avete altri brani inediti, magari per un prossimo nuovo album?
Sì, in questo momento ce ne sono alcuni già pronti, ma prima di un nuovo disco vogliamo sicuramente suonare e rendere vivo quest’ultimo registrato.

Promuoverete il disco dal vivo oppure resterà un’esperienza da studio?
La volontà è quella di suonarlo dal vivo, compatibilmente con gli impegni di tutti noi. Prima dell’estate abbiamo fatto due date, ora nestiamo pianificando alcune per l’autunno. Speriamo di poterle fare tutte.

Lvtvm – Irrational numbers

Ragione o sentimento? I Lvtvm parrebbero propendere per un approccio alla musica più ragionato. Ma se persino i numeri possono essere irrazionali, figuramici le sette note. E la musica contenuta nel nuovo album, “Irrational Numbers”, è un fluire di emozioni che va dal musicista all’ascoltatore!

Benvenuti su Il Raglio del Mulo, dal 19 settembre è disponibile il vostro secondo
album “Irrational Numbers”, avete dichiarato che è stato suonato in modo differente dal
suo predecessore ma che comunque si muove nel solco della continuità. Quali sono le
differenze e le similitudini con “Adam”?

Carlo: Salve a voi e grazie per averci dato l’opportunità di parlare di noi. Le differenze stanno nell’aspetto compositivo, in realtà sono un’evoluzione dell’ultima parte del primo disco, dove già veniva intrapresa una forma compositiva più complessa, nelle ritmiche e nell’armonia. Anche Adam ha pezzi composti in due anni ed in questo arco di tempo la musica evolve così come fa ogni musicista, a maggior ragione un lavoro di 8 anni. Credo che “Irrational Numbers” sia il consolidamento di un’idea di musica cominciata nel primo disco.

Il disco esce dopo ben otto anni di attesa e grazie a un manipolo di etichette (Cave Canem DIY, Controcanti Produzioni, Drown Within Records, Vollmer Industries e Zero Produzioni). Come è nata la collaborazione con queste realtà?
Alessandro: Le partnership sono nate casualmente, conoscendo mano a mano i nostri collaboratori durante i vari live. Con Marco Gargiulo di Metaversus PR abbiamo un rapporto decennale e confrontandoci, ci consigliò di far sentire il disco a Cristian di Drown Within Records e Alberto di Vollmer Industries. Il primo ci consigliò a sua volta di scrivere anche a Davide di Zero Produzioni. Hanno tutti creduto nel nostro progetto alla fine. L’amicizia con Domenico di Controcanti Produzioni è abbastanza recente. Sono membro di un gruppo FaceBook di settore nel quale fin da subito ho legato con lui grazie alle nostre affinità sulle band underground, la collaborazione è nata naturalmente. Infine parliamo di Cave Canem, che è la nostra realtà! Associazione culturale dal 2008, abbiamo una sala prove/home studio allestita con le nostre mani grazie ad un fondo concessoci dal comune di Arcidosso. I gruppi che vogliono possono
venire a provare lì, dando un piccolo contributo, hanno tutto il materiale a disposizione. Ci autofinanziamo per permetterci di autoprodurci e di promuovere band dell’underground che reputiamo facciano musica interessante. Organizziamo un festival annuale dal nome Come le Mine, dove ospitiamo gruppi di ogni genere purché ci piacciano, è la nostra festa e col tempo, con una gestione attenta, siamo riusciti a crescere ed a creare un nome, tanto che nell’ultima edizione sono arrivate famiglie intere con camper e tende per partecipare alla serata. Siamo stati
molto soddisfatti.

A proposito di collaborazioni, ho letto un post sulla vostra pagina FaceBook in cui ringraziate Lorenzo Gonnelli e Damiano Magliozzi, quale è stato il loro apporto?
Carlo, Alessandro: Il quinto elemento del gruppo è il titolare di Gorilla Punch Much, Damiano Magliozzi, nostro fonico di fiducia (ormai canta ogni melodia meglio di noi), nonché colui che ha mixato il disco. Ci aiuta anche in fase di promozione, insomma c’è dentro fino al collo (poverino!). Siamo convinti che gli debbano dare una laurea ad honorem in psicologia per riuscire a farci stare calmi durante i tour. E’ una voce con un enorme peso, anche perché centellina ogni parola che dice, quando esprime un’opinione va assolutamente ascoltato con attenzione, ci fidiamo ciecamente di lui. Stessa cosa vale per Mike, ex tastierista del gruppo, colui che ha gettato le basi per la band e senza il quale mai saremmo partiti. Ogni suo consiglio è importante è come fosse una seconda coscienza. Per quanto riguarda Lorenzo, beh dovremmo scrivere un libro per elencare i suoi pregi, ma soprattutto ascolta la nostra musica e coglie subito le nostre intenzioni, una cosa incredibile. Ha un approccio così “sinestetico” che trasforma la musica in immagini, riesce a portarci dentro al suo mondo spiegandoci da dove nascono e perché nascono le sue idee. Conserviamo ancora il progetto del video di “Twalking” di “Adam”, un libretto rilegato e plastificato con una cura ed una professionalità altissime, quando lo vedemmo pensammo “alt d’ora in poi facciamo tutto con lui”, oltre al fatto che è di Arcidosso, un amiatino come noi e considerando il concept di “Adam”, dove abbiamo rimarcato più volte l’importanza delle nostre radici, beh con lui siamo siamo davvero in una botte di ferro.

Il vostro primo disco si intitola “Adam”, il primo uomo, il numero uno; questo secondo lavoro si chiama “Irrational Numbers”. C’è un collegamento tre i due titoli o si tratta solo di una mia sega mentale?
Isacco: ll collegamento tra i titoli ovviamente c’è e ricalca anche quella che è stata la nostra evoluzione musicale. “Adam” è l’uomo venuto dal fango che nasce cresce fino a confrontarsi col mondo e con la natura. Ma è lui stesso un essere naturale che viene dalla terra. Invece con con i numeri irrazionali abbiamo voluto rappresentare il mondo e la natura concepiti come altri da sé, cosicché l’uomo di fango debba confrontarsi con ciò che ha dentro per organizzare secondo le sue modalità quello che lo circonda. Quindi qui c’è un discorso di oggettivazione del mondo/natura avendo la certezza che non tutto può essere compreso e misurato.

Rimanendo in tema di musica, quanto c’è di matematico della vostra musica e quanto di istintivo? Si direbbe che la prima abbia la meglio sul secondo quando componete…
Carlo: L’elaborazione di questo materiale non prevede la creazione del pezzo alle prove perché richiederebbe uno sforzo davvero grande. Non è sufficiente elaborare un riff e farlo girare per fare un pezzo della nostra musica, poiché è richiesta la coesistenza di due strumenti che lavorano sulle stesse frequenze e la stratificazione delle stesse con le tastiere richiede una fase importante di scrittura in modo tale che non ci siano dei “buchi”. L’approccio è relativamente matematico se ti riferisci all’impossibilità di battere il piede per portarti i quarti, ci sono cambi di tempo e tempi composti, ma questa è una scelta compositiva per supportare le nostre idee o emozioni. Quindi direi che non c’è né matematica né istinto bensì composizione.

In “Holzwege” chiamate in causa Martin Heidegger, la cui opera si basa soprattutto sulla parola scritta. Voi invece avete fatto la scelta opposta, ovvero quello di non utilizzare la parole. Come avete lavorato per poter esprimere, utilizzando solo dei suoni, i concetti del filosofo tedesco?
Isacco: Nell’opera di Heidegger i sentieri interrotti rappresentano il linguaggio e il guardaboschi invece il poeta che sa districarsi tra questi sentieri. Il poeta usa la parola liberamente utilizzandola anche in maniera errata, la famosa licenza poetica, gli dona un senso diverso che può essere duplice, contraddittorio, rivoluzionario, ambiguo, evocativo… egli si arrischia nel linguaggio. Il nostro linguaggio è la musica e noi cerchiamo di non porci delle limitazioni in campo musicale, come il guardaboschi ci addentriamo in questi sentieri cercandone sempre di nuovi e facendoli nostri. Questa traccia è stata la prima composta dopo Adam, quando con noi era sempre presente Mike. Rappresenta un cambio di prospettiva, una svolta. Proprio come per Heidegger Holzwege rappresenta la svolta del linguaggio. Questa ricerca c’è in tutto il disco e cominciava già ad essere presente nella parte finale di “Adam”.

In generale, durante la composizione del disco avete mai avuto la tentazione di inserire delle parti cantate?
Alessandro: Il cantante polarizzerebbe troppo la musica secondo noi, a quel punto andrebbero scritti pezzi “su misura”. Alla fine abbiamo deciso che preferiamo il canto dei nostri strumenti.

La copertina, invece, cosa rappresenta?
Lorenzo: La copertina rappresenta un cambio di pelle rispetto all’album precedente. Si passa da una temporalità e assenza di spazio, presente in Adam, a una ricerca di un tempo e luogo per il riconoscimento di se stessi. L’architettura brutalista, tramite i suoi complessi schemi, va a creare lo sfondo su cui la sfera appoggia. Sfera che va a rappresentare la ricerca di perfezione a cui ogni individuo ambisce, ma allo stesso tempo riflette e distorce il percepito di noi stessi. Il bosco diventa città, gli alberi diventano palazzi che tendono verso il cielo come per elevarsi verso il metafisico e distaccarsi dal terreno, i sentieri diventano strade complesse dove districarsi. Città in continua espansione come lo spazio stesso, sempre più articolate nella propria ricerca dell’infinito. Il font utilizzato rimarca il concetto andando a utilizzare un tratto spesso e strutturato. Un passaggio dall’organico al sintentico.

In chiusura la domanda di rito, avete date in programma?
Matteo: Ovvio ci sono, ma non abbiamo fretta, nel senso che ci siamo resi conto di necessitare del luogo e del contesto adatti. In primo luogo vorremmo sempre Damiano con noi, senza di lui la nostra musica perde, perché si fonda su un equilibrio costante dei livelli dei singoli strumenti, se si perdono le sfumature si perde anche il nostro lavoro. Stiamo organizzando una release ufficiale in teatro ad Arcidosso, dove sono coinvolte molte persone tra cui 3 teatranti, che apriranno il concerto con un dialogo scritto da loro ispirato allo spazio ed al tempo e i visuals dei nostri fratellini Q2 Visuals con i quali abbiamo sempre collaborato. Vogliamo offrire uno spettacolo a 360 gradi.

Ataraxia – Aura magi

Tornano sulle colonne virtuali de Il Raglio del Mulo gli Ataraxia, che avevamo intervistato in occasione della pubblicazione di “Quasar”. “Pomegranate – The Chant of the Elementals” è l’ennesima riprova che, nonostante la band abbia alle proprie spalle una carriera più che trentennale, la vena creativa degli Ataraxia è ben lungi dall’esaurirsi.

Bentornati, ai tempi dell’uscita di “Quasar” nella nostra intervista definiste quel disco una “terapia in musica”: in parte o in toto descrivereste così anche il nuovo lavoro “Pomegranate”?
Ogni album che realizziamo e lasciamo fluire attraverso di noi è un atto terapeutico, la musica stessa può essere un deliberato o inconscio atto terapeutico sia perché le frequenze portano energie di qualità sia perché i contenuti sensoriali e spirituali ci aiutano a fare esperienza e conoscere meglio se stessi. “Pomegranate” è un abbraccio appassionato di elementi naturali, figure mitologiche e floreali, mondi e parole magiche e sensuali. Un “viaggio-terapia” in musica.

E’ azzardato affermare che “Pomegranate” è forse uno dei vostri dischi più istintivi?
E’ un album profondamento sentito e voluto, abbiamo vissuto i nove mesi della sua gestazione in profonda concentrazione e libertà espressiva. I brani sono nati come per magia uno dopo l’altro in studio e nel nostro rifugio alchemico, la sala prove. Tutto è fluito naturalmente, istintivamente. I nostri archetipi zodiacali e le nostre caratteristiche personali differenti ci hanno guidato a dipingere col suono, canalizzare o interpretare questo o quell’elemento e fra noi abbiamo vissuto una comunione creativa libera, profonda, condivisa. Insieme abbiamo potuto realizzare il tutto come tante gocce singole che si fondono in un solo mare. Purificati e nuovi, abbiamo avuto accesso a vari regni in un tripudio di prati fioriti, profumi, colori, sensuali sussurri, essenze, cori aurorali ed arie incantatorie. Ma poi l’entropia ed il chaos del mondo in cui stavamo vivendo ci ha spinto ad inanellare un nuovo ordine di purezza adamantina anche se per giungervi abbiamo dovuto attraversare la pelle di caverna del dio Dioniso, fino ad essere calamitati nel suo mondo minerale, animale, umano e divino. Certamente, è un disco istintivo ma un istinto filtrato da intuito, percezioni e sensazioni sottili.

Il disco ha un sottotitolo, “The Chant of the Elementals”, possiamo quindi definirlo un concept?
Certamente. E’ una corsa poetica attraverso i quattro elementi aria, acqua, terra e fuoco (ognuno dei brani ne porta le frequenze in musica) per arrivare alla Quinta Essenza, il quinto elemento che li incorpora tutti e li trascende. Il fuoco bianco di cielo ci ha portato alla fusione con” Hlara Aralh” (primo brano), portatore del coraggio del cuore (coraggio= agire col cuore). Il dispiegarsi delle note ci infonde un senso di libertà e leggerezza onnicomprensivi e pervadenti. Le lingue di fiamma cristallo che purificano senza bruciare ci avvolgono e ci portano al sentire più puro, istintivo e vivificante. Il viaggio alchemico dell’eroe, il viaggio di tutti noi, prosegue e si inoltra nell’elemento terra rappresentato dal profondo del bosco e dalla danza cosmica del cervo. “Oruphal” (secondo brano) ci conduce nell’underworld al cospetto della nostra ombra che è necessario guardare, accogliere ed integrare. Quali bestie sanguinanti e sfinite, ci troviamo in bilico tra un portale mistico ed uno strapiombo. Intorno a noi crepacci sulfurei, montagne e segrete spiagge. Poi irrompe il vento e ci trasforma in quarzo di luna. Un nuovo movimento alchemico ci accompagna dalla nigredo all’albedo dove ci accoglie “Ozoonhas” (terzo brano), spirito elementale che ci attraversa come aria per un passaggio in alto. Siamo antenne? Raggiungiamo ogni volta il punto più alto per farci canali di frequenza, ci eleviamo in spirale attorno al caduceo di Mercurio per risettare il nostro DNA e muoverci tra gli astri. In alto, nelle lunghe notti d’estate, contempliamo le stelle. Le silfidi, spiriti elementali dell’aria, ci ispirano insufflando in noi l’intelligenza sottile. Dalle altezze agli abissi uterini, tra spirito e materia, avvolti dalle correnti liquide di “Nevenhir” (quarto brano), spirito elementale dell’acqua. Nei fondi abissali seminiamo doni e facciamo crescere piante sonore, appariamo e spariamo con ali leggerissime ricamando sogni. Quali cellule stellari rimaniamo espansi e sospesi prendendo forme magiche e sorridendo dentro. Poi si accede all’ultima fase del viaggio, la Rubedo. Siamo nel campo mentale superiore, “Aura Magi” (settimo brano) In questo spazio l’etere dipinge distanze siderali, ci dà potere di visione, la capacità di comunicare con ogni cosa e con le forze divine degli intramondi. E’ un passaggio iniziatico di rinnovamento e pace intensa, una mistica carezza. Contempliamo i misteri, forme che si manifestano, e siamo fuoco sottile avvolto da carni mortali. Il viaggio sonoro si conclude con una outro che ci catapulta di nuovo nella materia delle origini come creature rinnovate.

Cosa simboleggia il melograno in questo contesto?
Il melograno è un simbolo potente, certi miti raccontano che sia nato dal sangue di Dioniso che feconda la terra (Dioniso è una delle due divinità a cui è dedicato un brano dell’album), inoltre è uno dei frutti sacri ad Afrodite insieme al melo (Afrodite è l’altra divinità a cui è dedicato un brano), Persephone, regina del mondo ctonio sotterraneo ed inconscio, il mondo dell’ombra ne mangia alcuni chicchi per diventare da fanciulla a donna consapevole grazie anche alla guida di Ade. Il melograno è un frutto afrodisiaco e le spose greche intrecciavano i capelli coi suoi rami. Il frutto è simbolo di prosperità e fortuna e rappresenta anche il micro ed il macrocosmo, dentro al globo del frutto tanti altri piccoli globi. Questa pianta era anche diffusa nei giardini dell’antico Egitto poiché resisteva alla siccità e quindi denotava forza. Era anche attributo della Grande Madre nel mondo mediterraneo, colei che da la vita, è fertile e colei che la toglie. Spesso si trova questo frutto nelle decorazioni pittoriche del rinascimento, anche nella Madonna con la Melagrana di Botticelli appartenente alla scuola neoplatonica fiorentina. Abbondanza, vita/morte, energia vitale, fecondità, la rappresentazione dell’universo stesso, del “così è in alto come in basso”. Abbiamo sentito forte questo richiamo.

Restando in termini di simboli, nella copertina risalta il rosso in un mare di luce: in qualche modo ha un significato recondito anche questa scelta?
E’ sorprendete come tutto sia legato da un fil rouge senza che neppure ce ne accorgiamo o lo pianifichiamo. Tutto avviene in un flusso incredibile di intenti inconsci e magici senza essere preventivato. Abbiamo scelto di realizzare il servizio fotografico in un giorno qualsiasi e quel giorno c’era la luce dorata perfetta nelle nostre colline e Francesca ha scelto il rosso apparentemente per caso e si è trovata immersa in dettagli dello stesso colore che punteggiavano la natura e alberi di melograni attorno a noi offrivano i loro frutti maturi. Ci siamo accorti di essere in un quadro che ha ispirato i brani prima che fossero scritti, abbiamo iniziato a comporli a novembre e in quel giorno di settembre tutto era già racchiuso negli scatti fotografici che poi sono diventati copertina e parte dei booklet. Il rosso vivace e variegato del melograno porta la vita, il codice del nostro sangue, della passione, del coraggio, vitalità che fluisce nella luce dell’equinozio, una luce di balance, equilibrio in cui 12 sono le ore diurne e 12 quelle notturne e 12 è un numero magico poiché dodici sono i mesi, gli archetipi zodiacali, etc. Abbiamo scattato le foto durante l’equinozio d’autunno 2021 e l’album esce a celebrare l’equinozio d’autunno del 2022. Inoltre l’oro è un colore alchemicamente importante, è la pietra filosofale, estrarre oro dal piombo, estrarre la Quintessenza della nostra dimensione animica dalle scorie della materia pesante. L’etichetta poi ha scelto di realizzare i vinili in colore oro e oro marmorizzato nero. Abbiamo il ciclo del sole ed ogni elemento che si sposa a questa creazione.

Ritenete che tutti i vostri ascoltatori siano in grado di decodificare la vostra arte per goderne al meglio oppure credete che ci siano più livelli di percezione di un vostro disco, ognuno diverso ma ognuno comunque soddisfacente allo stesso modo?
La tua domanda esprime intelligenza sottile e sensibilità. Esiste un inconscio collettivo, un mondo archetipale dove esistono elementi in comune a tutti gli esseri umani ma esiste anche l’individualità che riesce a volte a sganciarsi dalle norme culturali, dagli “stampi” emozionali e reattivi a cui siamo sottoposti e che ci hanno plasmato sin da pochi anni dopo la nostra nascita. L’arte e la musica in particolare riescono a bypassare tutto questo se ci si affida liberamente e consapevolmente a questo flusso. Credo i nostri ascoltatori siamo soliti abbandonare ratio e cultura dominante per accedere a quel mondo superconscio o spirituale in senso lato che porta ad un ascolto musicale che diviene un ascolto interiore, un viaggio alla scoperta di se, dei propri luoghi dell’interiorità a cui la musica e la natura da cui siamo ispirati fanno da specchio. Quindi, certo, chi entra in risonanza con la nostra arte trova e scopre sempre codici personali ed universali per assimilarla e viaggiare, ci sono più livelli di percezione e anche sensazioni differenti ma ognuna di queste è buona e giusta per la persona che la vive. Sono tanti i sentieri che portano ad un luogo speciale, alcuni più irti, altri delicati e plananti, altri scoscesi ed impervi, altri densi di dolcezza e colori anche se tutti arrivano alla stessa Sorgente.

Nel 2020 avete festeggiato il vostro trentennale in un momento storico molto particolare, in qualche modo gli avvenimenti legati alla pandemia hanno sancito un prima e un dopo oppure per voi le cose sono tornate più meno sui soliti binari dopo un periodo di assettamento?
In tutta sincerità niente torna mai sugli stessi binari, diciamo pure che i binari ci stanno stretti e che abbiamo sempre preferito aprire nuovi varchi e sentieri nei boschi sonori che ci hanno accolto e che abbiamo scoperto strada facendo. Inoltre, per la legge dell’ottava, ogni cosa che si ripete avviene sempre ad un’ottava diversa a seconda di ciò che abbiamo appreso, delle debolezze, dei punti di forza, delle scoperte, delle paure e del coraggio che abbiamo dimostrato ed esperito la volta precedente. Per confrontarci con esperienze così forti, stimolanti e sfidanti, per non rimanere annichiliti o passarci in mezzo da ciechi, sordi ed evitanti col rischio di finire in altre esperienze simili come in un loop di un girone dantesco, abbiamo scelto la creatività. Ad un certo punto ci siamo concentrati, aperti alle infinite vie della creazione ed abbiamo deciso di realizzare questo album. Immersi in un universo di idee, sensazioni, percezioni e stimoli artistici abbiamo dato un senso a tutto ciò che accadeva “originando” un mondo nostro di Bellezza, Armonia e Grazia che potesse essere condiviso e potesse essere un dono per noi e tutti coloro che ci ascoltano e ci ascolteranno.

Avete delle date in programma a supporto del disco?
Avevamo una serie di date in previsione (anche se non facciamo mai specifici tour legati ad un album, ogni nostro concerto è una “dimensione” a sé, preparato ad hoc a seconda del luogo che ci ospita, del nostro stato d’animo e di tanti altri fattori), purtroppo alcune sono saltate per problemi organizzativi dell’ultimo minuto, avremmo dovuto suonare in un grande festival in Romagna, un altro in Umbria e via dicendo. Saremo in Germania ad un festival legato al sole a fine novembre e faremo un concerto semiacustico nel giardino di una casa colonica in forma semi privata (ad invito) il 1 ottobre (per chi fosse interessato a prenotare un posto può scriverci via Facebook). E’ in preparazione un tour oltreoceano nel 2023 inoltrato dove spesso siamo richiesti e dove per questioni di forza maggiore abbiamo dovuto rimandare negli ultimi due anni. La dimensione dal vivo è un rituale, un atto magico profondamente condiviso tra noi ed il pubblico, un pubblico attivo con cui si scambiano correnti energetiche. Essendo stati molto impegnati nell’ultimo anno in studio di registrazione e con i vari artisti che hanno collaborato alla parte visiva di “Pomegranate”, abbiamo ora un po’ di tempo per preparare una performance ad hoc, provare i brani nella versione live e realizzare un video da proiettare ai concerti come supporto immaginativo.

Di solito siete molto prolifici, loro dimostra la vostra cospicua discografia. Mi incuriosisce sapere, in chiusura: nonostante abbiate rilasciato da poco un disco, state già lavorando a dei nuovi pezzi?
In questi mesi siamo stati molto impegnati con la realizzazione di alcuni video ed un video documentario ispirati a “Pomegranate”. Giovanni, il nostro tastierista, ama molto il lato visivo oltre che musicale di un nuovo concept e quindi ci siamo immersi nella natura selvaggia dei nostri Appennini per evocare i 4 elementi alchemici presenti nell’album tra fiumi, pareti rocciose, laghi, cascate e boschi. Ogni elemento che vediamo “fuori di noi” è anche dentro di noi, quindi frequenze sonore e frequenze cromatiche si mescolano per portarci ad aprire “portali” che ci permettono di cominciare e proseguire il viaggio. Questi sono i link dei primi due video, “Nevenhir”

e “Hlara Aralh”

Inoltre questo album esce in numerosi formati (due formati in vinile, due formati in CD) ed ognuno ha un proprio ricco booklet di immagini e scritti ed il vinile include anche un vero e proprio artbook 30×30 realizzato in collaborazione con Insetti Xilografi (visita la pagina instagram di insetti_xilografi) e Nicolas Ramain (il nostro grafico) che contiene numerose opere pittoriche ognuna a tema con un brano e gli scritti poetici di Francesca che hanno ispirato poi i testi ed il concept. Questo book è una piccola opera d’arte. Quindi siamo ancora pienamente immersi in questa atmosfera ed è un po’ prematuro gettare il seme per un nuovo concept album poiché è necessario fare un po’ di spazio come tra un respiro ed un altro, una stagione ed un’altra, una nota e la seguente. Siamo inoltre impegnati nella realizzazione di un brano esclusivo per una serie di un amico americano, The Sorrow, e Francesca ha cantato due brani del prossimo album di Autumn Tears sempre in uscita per The Circle Music nella primavera 2023. Ad ogni modo qualche suggestione è già presente, vediamo come si modulerà nei mesi e nel tempo a venire. Come diciamo spesso, ogni cosa è già scritta dobbiamo solo portarla sul piano della materia “condensando” ciò che per ora è sul piano energetico e sottile.


The Black Veils – Carneficina sonora

“Carnage” (Icy Cold Records / Audioglobe / Metaversus Pr) è il titolo scelto dai The Black Veils per il proprio terzo disco, un concept album che, muovendosi tra citazioni cinematografiche, si propone come ideale colonna sonora di questi strani anni di pandemia.

Ciao ragazzi, da qualche mese è fuori il vostro terzo lavoro, “Carnage”, vi andrebbe di fare un primo bilancio?
Gregor: Nella carneficina psicofisica e morale che hanno rappresentato gli ultimi due anni, direi che a uscirne fuori meglio forse è stato proprio il nostro album. Siamo sicuramente entusiasti dell’accoglienza che ha ricevuto, nonostante i concerti siano stati ridotti all’osso.
Mario: Bilancio positivo sia numerico (streaming digitali, vendite cd e vinili) sia di accoglienza: il disco precedente è uscito nel 2017, quindi si è venuta a creare un po’ di attesa che ci ha aiutati nel lancio di “Carnage. Per poter cavalcare quest’onda abbiamo concordato con la nostra etichetta di base francese, Icy Cold Records, di anticipare l’uscita del disco con il rilascio di alcuni singoli e i loro remix (prodotti da Geometric Vision, Hapax, The Foreign Resort) come b-side.

“Carnage” è il vostro terzo disco, quello che nella tradizione rock viene visto come il  più importante nel percorso di crescita di una band: credete di esservi giocati al meglio le vostre carte in vista di questo traguardo simbolico?
Gregor: Non c’è stata alcuna strategia se non quella di assecondare una certa sinergia, la volontà di convogliare le nostre energie, la nostra rabbia, il nostro spaesamento in un lavoro che è più degli altri album corale, partecipato.
Mario: “Carnage” è un disco decisamente diverso dai precedenti (“Blossom” e “Dealing With Demons”) per molti motivi: è il primo disco con il nostro batterista Leonardo, è il primo disco in cui le fasi di registrazione, mixaggio e mastering sono state distribuite su diversi professionisti del settore, è il primo nostro disco prodotto cercando di restituire l’impatto che possiamo avere suonando dal vivo su un palco. In definitiva sono personalmente soddisfatto del risultato ottenuto.
Leonardo: Fermo restando che non c’è mai un limite quando si parla di “giocare al meglio le carte”, credo in tutta onestà che “Carnage” sia un disco validissimo, di cui andiamo molto fieri, non per motivi di ego, ma per ragioni più profonde. Contiene una maturità nel linguaggio e nelle intenzioni che bastano perché possa affermarsi tra i precedenti. Con l’aggiunta delle batterie, la band, in quest’ultimo lavoro, penso possa affacciarsi ad un pubblico più variegato rispetto a “Blossom” e “Dealing With Demons”. Il sound nell’insieme presenta la band come qualcosa di crudo e feroce, ma ascoltando singolarmente i brani si possono notare molte più sfumature, come barocchismi vari, note vocali più romantiche, intenzioni meno cruente (nel caso di “Phantom Limb Syndrome” o “LamourLamort”) che si contrappongono a veri e propri scenari da guerriglia urbana (vedi “Hyenas”). Non so se si può considerare un traguardo, ma sicuramente un buon punto di partenza.
Filippo : Mi faceva decisamente paura questo terzo disco, lo ammetto. Sentivo la necessità di qualcosa di diverso, senza ovviamente snaturare ciò che siamo, ma il timore era che gli altri avessero idee inconciliabili con le mie. In realtà è venuto tutto in modo naturalissimo. In questo, ritengo, sia stato fondamentale l’apporto di Leonardo, in termini di concetti e di messa in atto. Da bassista, avere nella band un batterista (che pesta anche in modo considerevole) influenza e non poco la dinamica e l’intensità del suono. Non so poi se ci siamo giocati bene le nostre carte, di certo dalle differenze tra i vari brani viene fuori il nostro essere totalmente bipolar, eheh

“Carnage” è un titolo forte, me lo spiegate? 
Gregor: So solo che era l’unico titolo possibile, l’unico che rispecchiasse in una sola parola il concept del disco. È un album che parla di vittime e carnefici, del percepirsi e raccontarsi vittime ma dell’essere al contempo carnefici e viceversa. È il gioco al massacro delle relazioni e della cosiddetta società civile.
Filippo: E poi ci piace tanto Roman Polanski, era giusto omaggiarlo, eheh

Il disco è anche ammantato da una vena di black humor: dato il tema importante del disco, non temete di essere fraintesi in alcuni passaggi?
Gregor: Sono convinto che l’ironia e il dissacramento dei temi importanti non debbano essere temuti, ma accolti come la conferma dell’importanza degli stessi. Ogni grande dramma della Storia dell’uomo è stato vittima di un ridimensionamento comico o parodico: in questo caso non si tratta nemmeno di parodiare, ma di essere ancora più ferali, di cantare frustrazioni e turbamenti sociali e intimi davvero terribili prendendoli dannatamente sul serio, perché non c’è niente di più serio dell’ironia. In qualche modo è come se si danzasse sulla propria tomba. E a guardare la società che abbiamo costruito mi pare sia la cosa più seria da fare. Forse l’unica.

Il disco è stato scritto prima del lockdown, però la copertina in qualche modo mi sembra influenzata da quel periodo di cattività casalinga. Vedere quella abitazione sospesa nell’aria, così simile a una prigione…
Gregor: Eppure la copertina è stata ultimata da YURI (@mynameisyuri) nel dicembre 2019. Al massimo è un presagio! O forse ha portato semplicemente sfiga. Chiediamolo a lui!
Mario: La casa, le mura domestiche, la propria abitazione ha ora più che mai, una doppia valenza: da un lato un luogo conosciuto, familiare, confortevole e sicuro, dall’altro un luogo (letteralmente e allegoricamente) in cui restare imprigionati. Nel nostro concept la casa entra a far parte di quel senso del doppio ruolo che permea l’intero disco (vittima e carnefice, iene e conigli…).

Mentre il sound, al contrario, sembra muoversi nella direzione opposta, fatto per non essere ascoltato in casa ma su un palco… 
Gregor: Esatto. Abbiamo voluto restituire il nostro sound “live” senza fronzoli e senza orpelli di sorta, mantenendo volutamente intatte anche piccole imperfezioni. 
Mario: Come anticipavo è stata una scelta di impatto. Ci piace vedere il nostro pubblico ballare e divertirsi sotto il palco e ci piace immaginare che lo possano fare anche a casa, al mare, a lavoro, ascoltando “Carnage”.

In questo senso, avete già testato la resa live dell’album?
Gregor: Ancora troppo poco per i nostri gusti, date le chiusure varie ed eventuali. Ma il primo concerto al Covo dopo due anni davvero provanti, nella nostra città, Bologna, è stato memorabile. Almeno per noi.
Mario: Il momento storico è molto delicato un po’ per tutte le parti: da un lato locali, club, sale da concerto, con i loro format e organizzatori, dall’altro lato ci sono gli artisti, le band, i performer. La situazione sta ripartendo, seppur lentamente, ma bisogna ritrovare la fiducia di ricominciare!

“Carnage” è un disco fortemente “cinematografico” ricco di citazioni alla settima arte, vi andrebbe di ricapitolarne almeno quelle consce? 
Gregor: Sicuramente ci sono Bette Davis e Joan Crawford in “Lamourlamort”. E poi c’è Gian Maria Volonté in “This Is Going to Hurt”, citato un po’ a caso, ma mai a caso. Poi ci sono tante immagini e piccole citazioni che assorbo anche mio malgrado.
Filippo: Se posso, mi piace ribadire come anche nei dischi precedenti ci fossero diversi riferimenti cinematografici. Basti pensare al titolo di un brano, ”The Wicker Man”, tratto da “Dealing With Demons”. Il rimando all’omonimo capolavoro folk-horror di Robin Hardy è evidente, E badate bene, non è sfoggio gratuito o cosa! Siamo consumatori assidui di film e libri. Altro che sesso, droga e rock’n’roll.

Come detto, il disco, anche se è uscito lo scorso novembre, è pronto già da un po’ di tempo: non è che per caso avete già del nuovo materiale per il prossimo album?
Gregor: La questione è tanto tragica quanto semplice: durante la nuova ondata di contagi e l’ennesima chiusura dei club si trattava o di deprimersi mangiando chili di gelato davanti alla TV (che comunque, ci tengo a precisarlo, resta per me pratica nobilissima) o di cavalcare un po’ della carica, dell’energia e della sinergia che, fortunatamente, unisce tutti e quattro noi. Quindi, sì: siamo al lavoro su altri brani. Ma ce la stiamo prendendo molto comoda, perché l’intento è principalmente quello di tornare a suonare “Carnage” dal vivo. Che è stato il nostro intento fin dal principio. 
Mario: “Carnage” è per noi molto divertente da suonare e portare in giro su e giù dai palchi. Stiamo fremendo nel confermare le prossime date del tour promozionale e non vediamo l’ora di riprendere i live a pieno regime.
Filippo: Come ribadito dai ragazzi, al momento siamo concentratissimi sull’organizzazione del tour promozionale di “Carnage”. Fremiamo per tornare a suonare. Detto ciò, conoscendo i soggetti in questione da anni, sono sicuro che Greg abbia già scritto una quarantina di testi e Mario ha già composto, mixato e masterizzato i prossimi tre dischi! Sono dei vulcani attivi in continuo fermento.

Dana Plato – Citazioni sbagliate

Buona la prima per i Dana Plato! Il terzetto, che sbaglierà pure le citazioni, sa come si fa un buon disco, come dimostra “Wrong Quotes” (Metaversus Pr).

Ciao Fixx, da poco è uscito il vostro album di debutto, “Wrong Quotes”, prima di addentrarci nei dettagli del disco, ti andrebbe di ripercorre le tappe che hanno portato a questa uscita?
Il seme di “Wrong Quotes” viene piantato nel 2020, in pieno lockdown pandemico, quando Alessandro Calzavara sta registrando “Lie/Ability”, il suo 20° disco col moniker Humpty Dumpty. Per una serie di circostanze, tanto fortuite quanto (oggi possiamo dirlo) fortunate, conosce me, Gianluca Ficca, che nel disco sono Fixx, e Giovanni Mastrangelo, in arte Monster Joe, e gli si affida per la genesi, rispettivamente, dei testi in inglese e delle linee di basso/contrabbasso. Quella collaborazione si rivela così fruttifera e piacevole che l’evoluzione naturale, l’estate successiva, è partorire il progetto Dana Plato e registrare un disco a “tre teste e sei mani”.

Il disco come è nato?
In estrema sintesi, diciamo che per ogni traccia il metodo è consistito nell’integrare suggestioni ad uno spunto iniziale di uno di noi, quasi sempre Alessandro (che è musicista prolifico e con straordinari momenti di vera e propria frenesia compositiva), con Giovanni a fornire tutte le tracce di basso e contrabbasso e Gianluca a proporre, oltre ai testi, ulteriori linee chitarristiche e vocali. Queste integrazioni avvenivano nel chiuso dei nostri piccoli “home studios”, mandando le tracce avanti e indietro e trovandole di volta in volta trasformate da idee aggiunte molto liberamente e senza autolimitarsi. In altri termini, un metodo di lavoro “per addizione”.

Quanto è vicino “Wrong Quotes” al risultato che avevate in mente quando avete iniziato a lavorarci su?
In realtà, non avevamo in partenza alcuna idea prefissata. La forma delle singole tracce si è appunto delineata man mano che ci si allontanava dagli spunti di partenza. Tuttavia siamo fiduciosi sul fatto che il risultato finale, nonostante la deliberata varietà delle ispirazioni e la scelta di non sacrificarne alcuna sull’altare dell’omogeneità stilistica, appaia comunque abbastanza unitario. Quello che con certezza possiamo dire è che si tratta di un esito di cui siamo contentissimi e da cui ci sentiamo, tutti e tre, assolutamente rispecchiati.

Cosa sono le citazioni sbagliate richiamate nel titolo?
Nella title-track c’è un verso che dice “Datemi il fascino della star cinematografica che riesce a sintetizzare il senso della vita in uno sguardo figo e in una battuta di meno di 50 caratteri”. Ecco, noi non riusciremmo mai a essere così, faremmo o diremmo sempre qualcosa fuori luogo. Sbaglieremmo sempre qualche citazione. Le citazioni sbagliate indicano metaforicamente il sentirsi – anche con un certo orgoglio identitario – più o meno eccentrici e inadeguati in qualsiasi contesto.

Rimanendo in ambito di citazioni, ritenete che il vostro sound in qualche modo “cita” altre band e, se sì, quali sono queste influenze?
E’ inevitabile. Tutti e tre ascoltiamo da sempre, e amiamo, moltissima musica, dei generi più vari. Sarebbe impossibile che questi ascolti non venissero fuori, sebbene non ci sia alcuna esplicita intenzionalità, in questo. Forse le influenze che emergono di più sono quelle che maggiormente condividiamo (il post-punk a cavallo tra anni ’70 e ’80, le varie manifestazioni della psichedelia, le suggestioni elettroniche di Bowie e certo avant-pop), ma le anime presenti nel disco sono tantissime e la speranza è che si si siano combinate armonicamente.

Al di là delle vostre influenze, secondo te qual è l’aspetto che maggiormente vi caratterizza come band?
Se parliamo della nostra esperienza soggettiva, esiste tra di noi una profonda amicizia, stima e sintonia di gusti. Un clima umano così caldo in un gruppo è realmente difficile da trovare. Giacché ciò che gli altri propongono è per ciascuno di noi quasi sempre fonte di uno stupore ammirato, il risultato concreto è quel metodo “per addizione” che ti descrivevamo prima e che fa sì che molti dei brani siano caratterizzati da numerosi – come potremmo definirli? – “strati sonori”. Alcuni esempi nel disco sono “Little Genius”, “Majesty”, interamente strumentale, la stessa “Wrong Quotes”. Ci piace immaginare che chi ascolti i brani la prima volta ne venga tanto incuriosito da risentirli e possa individuarvi, di volta in volta, gli elementi che vi si sovrappongono e interagiscono reciprocamente.

Sicuramente una cosa particolare è l’aver fatto ricorso a più voci nel disco: come è nata questa decisione?
La composizione della linea vocale diverte molto sia Humpty che me, per cui nel “palleggiarci” le tracce è risultato abbastanza naturale far cantare il brano a quello dei due che l’avesse proposta all’inizio. Ne è nata una varietà di registri che ci è parsa arricchente, ed a quel punto abbiamo pensato di invitare come “special guest”, in “Nothing Left But Speak” e “ Strained”, due cantanti che sono anche persone a noi assai care, rispettivamente Mary Grace degli Eau de Jazz e Gregorsamsaéstmort dei Black Veils.

Avete optato per un’auto-produzione, oggi non è più necessario avere un’etichetta alle spalle?
Sul piano creativo e della mera realizzazione di un disco, evidentemente no. Anche su quello della produzione, crediamo convinti alla spontaneità dell’ispirazione e alla forza comunicativa di una buona idea, indipendente dal suo successivo “confezionamento” (peraltro capiamo benissimo che altri musicisti possano non condividere questa attitudine e ritengano necessaria la maggiore attenzione produttiva assicurata da un’etichetta classica). L’ambito in cui ovviamente l’autoproduzione è penalizzante è quello distributivo, in cui ci si deve affidare alle sole piattaforme di streaming e a una pubblicizzazione/vendita “porta a porta”. Per noi si tratta, com’è ovvio, di un problema assai relativo. Un piccolo manipolo di ascoltatori affezionati che apprezzano quello che abbiamo fatto è di per sé una bella gratificazione. Ad ogni modo, l’autoproduzione è un percorso sempre più diffuso. La label Sub-Terra, che compare nel nostro cd, rappresenta la casa simbolica di alcuni musicisti (La Guerra delle Formiche, ad esempio, lo stesso Humpty) che da tempo portano avanti questa scelta, spesso con risultati tutt’altro che disprezzabili.

Prossime mosse dal vivo?
Dana Plato è un progetto che non prevede attività live, almeno per ora. Viviamo in città diverse, sarebbe pressoché impossibile provare. D’altra parte, quando capita di trascorrere del tempo insieme, c’è un clima di tale armonia e piacere che la tentazione sarebbe forte.

Arctic Plateau – Songs of shame

La vergogna come propellente, come detonatore per la creatività. Gli Arctic Plateau di Gianluca Divirgilio, partendo da questo sentimento, hanno scritto un album, “Songs of Shame” (Shunu Records / Metaversus Pr), dal fascino introspettivo, capace di catturare l’ascoltatore in un vortice nero sin dal primo ascolto…

Benvenuto Gianluca, “Songs of Shame”, il nome del tuo nuovo album, è sicuramente un titolo forte. Quando parli di vergogna ti riferisci a un sentimento personale o generale, magari una sorta di vergogna collettiva della società odierna?
Ciao ai ragazzi de Il Raglio del Mulo e a tutti i lettori; per indole personale e non amando i ruoli di primo piano, nella vita mi sono spesso ritrovato a schierarmi dalla parte delle marginalizzazioni, cercando di essere diretto e meno diplomatico possibile. Nelle mie canzoni cerco di raccontare esperienze dirette anche se la tavolozza dei sentimenti umani è così vasta che credo che ognuno si sia trovato prima o poi a scontrarsi emotivamente con i disagi suscitati dagli stati della propria coscienza, in relazione alle innumerevoli contraddizioni che contraddistinguono l’era che stiamo vivendo. Contraddizioni che spesso rischiano di trasformarsi in convenzioni negative. Una delle armi di manipolazione di massa maggiormente utilizzate dal medioevo ai giorni nostri è quella della vergogna; una convenzione ormai così forte che può ancora rappresentare un modo per controllare, espiare, reindirizzare il pensiero di interi strati sociali. Crescendo infatti in un sistema in cui “ti dovresti vergognare”, dai la possibilità alla tua mente di creare una scissione all’interno di te stesso. un veicolo di inibizione di cui nessuno però sembra preoccuparsi troppo. Penso ora ai ruoli e ai meriti che la scuola, la chiesa, o la famiglia stessa non sono stati in grado di attribuire al singolo; incoerenze sulle quali un giovane più che mai si interroga, sempre, puntualmente, di generazione in generazione. Se una società evita puntualmente di porsi delle domande non potrà mai dare neanche delle risposte. Ci tengo a precisare comunque, al di là del lato filosofico e personale che l’album “Songs of Shame”, a differenza dei precedenti miei album, non è un concept e che tali miei pensieri si riferiscono esclusivamente al singolo che porta il nome dell’album.

Come è possibile tirar fuori da quello che uno dei sentimenti più intimi, che per definizione si tende a mantenere privato, un’opera che invece per sua natura è destinata a diventare pubblica?
Parlandone. Quando scrivo di certi argomenti cerco di andare talmente a fondo che il significato delle cose, anche il più doloroso, assurga a connotato artistico tale da sublimarne gli aspetti più drammatici. Questo mi aiuta a scrivere di cose anche molto dure prendendo la giusta distanza. Scrivere in questo modo credo sia rispettoso nei confronti della vita, che di suo ti restituisce tutto. Qualche giorno fa un ragazzo dell’Est Europeo mi ringraziava per la musica che scrivo, come se io l’avessi commissionata per lui, come una colonna sonora della sua intera vita. Quando succedono queste cose il tuo lavoro diventa un dato impagabile ed è in sostanza la vera e propria ricompensa, il vero carburante per questo mestiere, non certo il denaro o la vendita, fine a se stessa.

Dovendo mettere sui due piatti della bilancia il dolore della vergogna e il sollievo della confessione pubblica, oggi, a qualche mese dalla pubblicazione di “Songs of Shame” l’ago da che parte pende?
Sento di avere ancora tanto da dire, non ho bisogno di confessare niente della mia vita per sentirmi libero; dolore e sollievo sono facce della stessa medaglia. A volte provo imbarazzo per l’arrivismo che vedo attorno a me nel mondo della musica, non soltanto nel mainstream. Provo sempre molto dispiacere per chi sostiene di fare arte ma farebbe carte false per firmare un contratto discografico con questa o quell’altra label perché spesso alla base di certe prerogative non c’è neanche la conoscenza dello stato delle cose. La morte della Musica non è stato l’avvento del digitale ma l’involuzione creata dall’ esibizionismo del costume, dove è più importante la marca del contenuto, dove si confonde il fine con il mezzo. Di questo ed altro ci si potrebbe tranquillamente “vergognare”, senza temere alcuna controindicazione.

Il disco, nella sua oscurità, è un compendio di vari generi, il post-punk, la new wawe e una certa tradizione più intimistica che fa riferimento ai grandi poeti del rock. Di volta in volta come hai capito quale fosse il suono più adatto per ogni singolo passaggio della tua espiazione musicale?
“Songs of Shame” è il primo album di Arctic Plateau in cui oltre ad essere autore dei testi e compositore delle musiche ricopro anche il ruolo di produttore. Da questo punto di vista è stato molto semplice per me rapportarmi a quel tipo di linguaggio perché il genere di dischi che hai citato mi hanno accompagnato sin da quando ero bambino. Avevo in mente questo suono già dalle pre produzioni quindi tutto è andato definendosi in modo molto naturale nel mio studio mentre realizzavo i missaggi dell’intera produzione. In particolar modo ho amato prendermela piuttosto comoda nel realizzare i bilanciamenti e gli spazi sonori senza avere la preoccupazione del calcolo sul tempo investito in studio, che era invece il dato che mi aveva infastidito di più per le precedenti sessioni di missaggio dei vecchi dischi. Questa libertà di produrre e modellare il suono che ho nella testa e soprattutto il poterlo fare liberamente ad ogni ora del giorno o della notte in uno studio di mia proprietà, mi rendono particolarmente felice e creativo e pur non essendo un fan di quei progetti musicali che sfornano un disco all’anno, mi aiutano a stare al passo con i tempi sull’ampliamento del repertorio discografico di Arctic Plateau. Tecnicamente a livello compositivo per questo album ho cercato di inserire elementi del post rock nella forma canzone o se vuoi puoi vedere questa sorta di “formula” viceversa. Volevo realizzare un disco di canzoni senza un fil rouge; uno dei ricordi più belli è di quando ho scritto il tema centrale di “Venezia” con una chitarra classica un pomeriggio di primavera di tanti anni fa mentre alloggiavo dalle parti del sestiere di Cannaregio… indimenticabile.

All’interno di questo tuo autodafé, questo tuo mettere in piazza i tuoi sentimenti, come si inseriscono gli altri musicisti coinvolti negli Arctic Plateau? Che ruolo hanno avuto?
Molti di loro appaiono nei miei dischi sin dagli esordi. Fabio Fraschini suona come turnista in studio con il sottoscritto sin dal 2006 e tutti sono amici miei oltre ad essere ottimi professionisti del settore. Per quanto mi riguarda sono abbastanza diretto, conosco bene e considero importanti le conflittualità che si trovano alla base della natura umana così come conosco i miei limiti, per cui non riesco ad interagire in studio e nei live con persone che non stimo a livello umano; al di là del lato tecnico sullo strumento quindi ho necessità di instaurare da subito un rapporto umano autentico con i turnisti che mi seguono, a partire dalla sala prove. Per questo e altro non è una cosa semplice per me suonare con altri che non siano loro.

Ti andrebbe di presentarli?
Oltre al già citato Fabio Fraschini che non ha certo bisogno di presentazioni c’è Massimiliano Chiapperi alla batteria, che considero un fenomeno. Molto metodico, molto preparato tecnicamente; affidare le parti di batteria in studio a lui significa avere un valore aggiunto sul suono finale. Live è preciso e puntuale. Simpatico, mai avido e molto estroso nella vita reale. Carlo Di Tore Tosti alla chitarra è un nuovo ingresso; nasce come bassista nel 2012 (suona il basso elettrico nel brano “The Bat”) e cresce come chitarrista in Arctic Plateau nel 2021. Carlo mette tutto se stesso nel progetto ed è il mio braccio destro sul palco. Nell’album “Songs of Shame” la metà delle chitarre sono state suonate in studio da Dario Vero, compositore moderno di grande talento e confidente con il quale in passato mi sono intrattenuto in piacevoli chiacchierate a base di musica classica. Ci terrei poi a precisare il ruolo di Andrea Sperduti dell’agenzia Area Design Agency di Roma che è il regista dei video dei singoli (“Song of Shame” e “Chlorine”) che accompagnano l’album e che ritengo sia un vero e proprio elemento di estensione del progetto Arctic Plateau perché in grado di trasformare le mie visioni in idee vere e proprie. Andrea, che è oltretutto il batterista dei Modern Stars, band Italiana che adoro (http://themodernstars.com/) ha creduto nelle mie idee sin da subito ed ha saputo interpretarle con generosa passione, dedizione ed intenzione.

Sinora abbiamo parlato di vergogna, ma vorrei ribaltare le cose chiedendoti: cosa ti rende orgoglioso?
La dignità nell’essere riuscito a crescere pur in mezzo a tante, spesso troppe difficoltà, senza provare più alcun sentimento di vergogna per le ingiustizie che ho dovuto affrontare durante il mio percorso artistico.

Siete riusciti a portare dal vivo “Songs of Shame”?
Il disco è stato presentato il 3 Dicembre 2021 a Roma e pur con le dovute limitazioni del covid il pubblico ha accolto molto bene questo terzo album in una location intima ed accogliente.

Avete delle date in programma o preferite aspettare tempi migliori?
Arctic Plateau nasce come progetto in studio; ogni data live è da prendere al volo….

Carlo Masu e Le Ossa – La resa dei conti

Tra le cose più belle ascoltate lo scorso anno c’è l’esordio di Carlo Masu e Le Ossa, “Ombre di un Corpo Estraneo” (Seltz Recordz, ViceVersa Records, Bare Bones Productions, Metaversus Pr). Si tratta del progetto (semi) solista di Carlo Masu, celebre per la sua militanza dei CUT, che in una dozzina di tracce si mette nudo per mostrare muscoli, ossa e anima.

Ciao Carlo, le note promozionali partono con una citazione da “Q” di Luther Blisset: “Qualcosa che aspetta da vent’anni. Quando i muscoli cominciano a irrigidirsi e le ossa fanno male, i conti rimasti aperti diventano più importanti delle battaglie e delle strategie”.  Quali sono i tuoi muscoli irrigiditi e le tue ossa doloranti che ti hanno spinto all’azione?
Innanzitutto vorrei precisare che la frase estrapolata da “Q”, un libro che adoro, è decontestualizzata ma descrive magnificamente quello che mi ha spinto a portare a termine questo disco. I semi di quanto è stato trasposto su disco sono stati piantati più di venti anni fa. Il tempo e le esperienze hanno fatto perdere di tonicità sia alle energie fisiche che alla capacità di adattamento emotivo alla contemporaneità, per cui fanculo la battaglia del voler essere a passo coi tempi e fanculo a tutte le strategie che stanno dietro alla comunicazione ipertrofica di questa contemporaneità. Per rispondere alla tua domanda, i muscoli irrigiditi sono quelli dello scatto in avanti e le ossa che fanno male sono le sedimentazioni che questi appunti sonori e scritti hanno lasciato nella mia anima senza trovare uno sfogo fino al momento della produzione di questo disco.

Ragionando per inverso, si potrebbe anche evincere che le tue uscite con i CUT siano state delle battaglie approcciate in modo strategico: è così? E perché hai deciso di cambiare metodo per il tuo esordio da solista?
I CUT sono nati per pura passione. Nei primi anni siamo stati parecchio impegnati nella strategia per affrontare le battaglie che la nostra provincia dell’Impero ci imponeva. Abbiamo dato vita ad un’etichetta, Gamma Pop, che aveva l’intento di essere un’alleanza per affrontare al meglio le battaglie che ogni gruppo coinvolto avrebbe trovato nel suo percorso. Per qualche anno riuscimmo a fare questo in Italia, il rammarico più grande è stato non riuscire a fare sistema con altre realtà italiane nostre sorelle nel superare la dimensione prettamente nazionale. Dopo quell’esperienza abbiamo lasciato, solamente, che la nostra passione e l’etica dell’impegno verso ciò che facciamo ci guidassero e ci portassero avanti, consentendoci di continuare a godere ogni volta che abbiamo la possibilità di coinvolgere il pubblico nei nostri concerti. Da questo punto di vista, non penso di avere cambiato metodo di “approccio alla battaglia”, fondamentalmente non mi interessa molto di vincere o non perdere. Mi interessa riuscire a vuotare il sacco delle mie passioni e delle mie tensioni interiori ogni volta che affronto la materia musica e quando per qualche motivo questo non avviene mi assale una sensazione amara di frustrazione.

Ma possiamo parlare di Carlo Masu e Le Ossa come un progetto solista o si tratta di una vera e propria band?
Inizialmente diedi al progetto un nome da band con un rimando al mio cognome, ma non mi sembrava adeguato. Ho pensato, così, all’immagine delle ossa che sorreggono quell’ammasso di muscoli, nervi, sangue e bile che sono i nostri corpi. Per questo disco ho tenuto il mio nome perché sia il materiale sonoro che l’immaginario di riferimento sono quasi interamente proposti o sviluppati da me. Ma se questo progetto, come mi auguro, andrà avanti, a quel punto potrebbe mutare forma e diventare maggiormente corale e quindi, come avviene in natura, l’individuo si dissolve e rimangono solo Le Ossa.

Ci presenteresti Le Ossa?
Più che volentieri… Inizio da Mariagiulia Degli Amori, non solo per galanteria ma per l’apporto decisivo che ha dato nel suo discreto evidenziare dei difetti di forma e nel restituire, con la sua sconfinata musicalità, tutta quella gamma di colori di cui avevo bisogno nel realizzare il disco. Ha suonato le percussioni e cantato nella Mandria, la band che accompagna Iosonouncane in IRA e avrebbe dovuto suonare anche nei concerti che dovevano accompagnare l’uscita del disco se non si fosse messa di mezzo una pandemia mondiale. Avevo bisogno di un batterista che si mettesse a disposizione nel produrre un drumming percussivo ma minimale e così ho coinvolto Stefano Orzes che ha assolto in maniera eccelsa a questo compito. Per un batterista non è semplice trattenere la fisicità che lo strumento richiama, ma Stefano ha avuto molta pazienza e mi ha aiutato a dare ordine alle mie idee ritmiche spesso naif. D’altronde, le sue esperienze con Eveline, The Crazy Crazy World Of Mr. Rubik e le sue capacità di mettersi a disposizione per tanti altri progetti musicali lo hanno reso materiale solido ma duttile. Peppe Randazzo è una di quelle persone che, nel momento in cui è coinvolto in qualsiasi cosa, che sia una conversazione o la progettazione di un programma di ricerca sperimentale per l’educazione delle nuove generazioni del pianeta, non si risparmia nell’amalgamare il gruppo e dare solidità al contesto, tutto ciò di cui avevo bisogno quando in fase di arrangiamento ci siamo accorti che avremmo avuto la necessità di un basso. Basso che suona egregiamente negli Entrofobesse da svariati anni.

Ho anche letto che il tema dell’album gira attorno al concetto “Ogni uomo uccide ciò che ama” (Oscar Wilde). Come dobbiamo interpretare questa frase, come sacrificio propiziatorio (mi viene in mente Abramo) o necessità figlia di un raptus?
Penso sia della condizione umana vivere un rapporto ambivalente con tutto ciò che ci nutre, sia dal punto fisico che spirituale e così l’amore che ci muove e per il quale ci arrabattiamo, diventa anche ciò che uccide il nostro egocentrismo (accezione positiva) o che siamo pronti ad uccidere per soddisfare la nostra voglia di potere e di controllo (accezione negativa). Inoltre, non nascondo il ruolo centrale avuto dall’album Each Man Kills The Things He Loves di Gavin Friday nella realizzazione di Ombre di Un Corpo Estraneo. Naturalmente, non voglio minimamente paragonarli ma la sua fonte d’ispirazione sfocia nel ritornello di On Air, dove la frase di Wilde viene citata come già era stata citata dall’ex Virgin Prunes nel suo disco solista.

Abbiamo parlato di cosa ti ha spinto a creare questo disco, ma i pezzi, dal punto di vista procedurale, come sono nati?
E’ stato un processo molto lento e disarticolato. Gran parte del materiale affonda le sue radici nei miei primi anni di università a Bologna, quindi la prima metà degli anni novanta. Poi li avevo abbandonati alle correnti dei destini temporali. Un anno dopo la separazione dalla mia ex compagna e madre dei miei due figli, ho pensato di digitalizzare quegli appunti sparsi in varie cassette, rendendomi conto che mi parlavano e parlavano di me ancora in maniera più vera e coerente di allora e quindi ho pensato fosse giunto il momento di “rendergli giustizia”, sistemandoli, sottraendo ed aggiungendo, dandogli una veste coerente e più a fuoco, facendomi aiutare dai musicisti con cui ho registrato il materiale e da Bruno Germano che ha prodotto il tutto in modo egregio, rendendo questo “disordinato taccuino” un’esposizione di anime agitate.

I riferimenti letterari di cui abbiamo parlato in precedenza li hai colti dopo aver ascoltato il lavoro finito o erano già ben presenti nella tua mente prima di iniziare?
Per quanto riguarda la frase tratta da “Q”, il suo utilizzo l’ho pensato a posteriori, in quanto esemplificativo del motivo che mi aveva spinto a rielaborare il materiale accumulato in precedenza. La frase di Wilde, invece, descrive bene le tematiche che ricorrono più frequentemente nei testi del disco.

Ciò che traspira durate l’ascolto è una sensazione di intimità, di qualcosa che è diretta espressione del tuo più profondo. Non ti dà fastidio, o qualcosa del genere, sapere che lì fuori c’è gente che scruta questo tuo lato più nascosto?
Effettivamente questa è la parte più difficile da affrontare rispetto ai concerti con i CUT. In questo caso mi sento nudo e fragile ma fondamentalmente, noi che abbiamo questa necessità irrefrenabile di fare musica e farla per un pubblico, stampando dischi e suonando live, lo facciamo per soddisfare anche una più o meno sana necessità di esibizionismo narcisista. A volte riusciamo a controllarlo e a volte prende il sopravvento e allora sono dolori. Senso di onnipotenza e senso di inadeguatezza sono due estremi che ti possono stritolare….spero di uscirne vivo!

Carlo Masu e Le Ossa avranno anche un futuro fuori dalle quattro pareti di uno studio?
Spero proprio di si! Malgrado il periodo di allucinazione negativa che stiamo vivendo, ci piacerebbe portare in giro questo disco e, magari, anche qualche idea nuova su cui stiamo lavorando. Per cui seguiteci sui nostri canali social, contattateci per suonare nel vostro locale preferito scrivendo alla mail barebonesbooking@gmail.com oppure, se avete un’agenzia che organizza concerti e pensate che possa essere il momento di promuovere degli adolescenti adulti, contattateci!