Corde Oblique – The dry side of the moon

Esistono realtà, come i Corde Oblique di Riccardo Prencipe, che si muovono ai confini dei generi, rendendo così tanto impervia la catalogazione quanto affascinate la propria musica. Il nuovo “The Moon is a Dry Bone” (Dark Vinyl Records \ Metaversus Pr) non è da meno, affascinante sin dal criptico titolo, trasporta l’ascoltatore in un mondo parallelo che pare creato dal pennello visionario di De Chirico.

Riccardo, benvenuto su Il Raglio del  Mulo, con “The Moon is a Dry Bone” arrivi al settimo sigillo con iCorde Oblique, lo avresti mai immaginato all’indomani della fine dell’avventura Lupercalia? 
In effetti, si tratta del mio nono album in studio, il decimo se calcoliamo anche il live “Back Through the Liquid Mirror”. E’ molto difficile giudicare sé stessi e spesso i creativi dicono cose molto meno intelligenti di quelle che producono. Direi semplicemente che ero molto determinato a fare tanto e bene, spero di esserci riuscito.

Cosa aggiunge di nuovo questo album alla tua già nutrita discografia?
Sicuramente il sound: utilizzo anche chitarre elettriche e molti effetti, per la prima volta inoltre abbiamo introdotto la fisarmonica (di Carmine Ioanna). Dopo un album molto ricercato come “I Maestri del Colore” è venuto da sé un naturale ritorno alla forma canzone, anche se, in alcuni casi, molto audace.

Credi, invece, durante il tuo cammino artistico di aver perso qualche peculiarità che avevi all’inizio?
Forse quell’attitudine neofolk è un po’ più evanescente, in favore di una svolta prog. Anche se i nostri ascoltatori più fidati, per fortuna, continuano a seguirci nonostante la nostra voglia incessante di rimetterci in discussione.

Il titolo “The Moon is a Dry Bone” cosa significa?
“La luna è un osso secco”, un momento storico di stasi e di disincanto. Tutto ciò non ha assolutamente nulla a che vedere con il virus, lockdown etc. La luna era già un osso secco da tempo. L’egotismo di questo momento storico ha prosciugato la fertilità ricettiva del pubblico. Ci sentiamo ormai tutti su un palcoscenico virtuale.

Ancora una volta degli ospiti illustri, ti andrebbe di parlarne?
Non ho mai badato alla “fama” dei miei ospiti, nei miei dischi ci sono sia nomi “illustri” che perfetti sconosciuti. In questo disco sicuramente le novità sono due voci maschili: Andrea Chimenti e Miro Sassolini. Ho iniziato ad aprirmi e ad ascoltare la new wave italiana degli anni d’oro. Il risultato è una bella contaminazione di sensi. In realtà, c’è una terza voce maschile: Sergio Panarella, degli Ashram, con cui abbiamo collaborato già diverse volte. Un’altra voce che spero continuerà ad essere parte delle nostre sonorità anche in futuro è Rita Saviano, con cui lavoriamo anche live. Rita ascoltava e conosceva molto bene i nostri brani già da prima di cantare con noi, questo ha dato molto al progetto, è stata sicuramente una grande e nuova energia. Il dato tecnico conta poco se non c’è quello sensibile e una consonanza di gusti. Un altro nome non nuovo è Denitza Seraphim. Considero Denitza una sorta di sorella sonora, a mio parere una piccola grande erede della immensa Lisa Gerrard.

Quella degli ospiti è una costante nei tuoi album, mi verrebbe quasi da dire che non possano neanche essere definiti tali, che siano, anche se diversi di volta in volta, dei membri aggiunti. Teoria senza senso la mia?
Assolutamente vero! Da sempre gli ospiti sono parte integrante del progetto: Corde Oblique è una bottega. Di certo la band vera e propria è quella live, fatta da me, Edo Notarloberti, Umberto Lepore, Alessio Sica, Rita Saviano. Ma molti di questi ospiti sono di fatto parte integrante della formazione: Caterina Pontrandolfo ad esempio collabora con noi da oltre 15 anni, stimo molto il suo percorso creativo e la qualità dei suoi lavori, a prescindere dalla collaborazione con i Corde Oblique. Stesso discorso per Luigi Rubino.

Altra costante è la presenza di cover nel vostro repertorio, che piacere ti da lavorare sui brani altrui?
Esatto. Ogni volta che lavoro su una cover è un po’ come se dovessi distruggere qualcosa per poi ricrearla. Ha senso fare cover se sei disposto a rimischiare le carte. Per farlo bisogna porsi in modo disinibito verso di esse. A volte è difficile, poiché spesso ci si confronta con brani con cui si è cresciuti, ma la differenza tra una copia e una rivisitazione è proprio questa. Proviamo a “rivisitare” i brani con il nostro stile.

Su “The Stones of Naples” troviamo “Flying” degli Anathema, gruppo a cui hai reso tributo anche nel nuovo lavoro con “Temporary Peace”: come mai sei così attratto dal repertorio degli inglesi?
Ascolto gli Anathema da “Silent Enigma”, fu un disco che cambiò molto il mio modo di percepire la musica estrema a cui ero molto legato. Sentivo per la prima volta in quel lavoro delle sonorità che ai tempi avevano a che fare con il doom metal. Successivamente Daniel Cavanagh apprezzò molto la nostra cover di “Flying” ed aprimmo un suo concerto. Nell’album “A Hail of Bitter Amonds” c’è invece una collaborazione con Duncan Patterson.

In chiusura, mi soffermerei sul rapporto musica\immagini, dalla title track è stato tratto un video: come è nato?
Conoscevo il regista lituano “Rytis Titas” per i suoi bellissimi video per i Diary of Dreams, gli inviai il brano e gli proposi di realizzare una clip in stile noir con citazioni delle foto del disco, scattate da Paolo Liggeri. La donna sogna di svegliarsi e di correre nel bosco, ad un certo punto è attratta dalla luce della luna, ma quando si avvicina arriva il disincanto, la disillusione: la luna è un osso secco.

Foto (© Sabrina Ardore)

Goad – La musica delle sfere

Buona serata da Mirella, anche stasera diamo voce ai musicisti validi che popolano la scena musicale italiana, questa è la volta di Maurilio Rossi dei Goad.

Ciao Maurilio, i Goad sono la band fondata da te nel 1974, siamo nel periodo più fertile del progressive rock. Ci racconti gli inizi della tua carriera musicale?
I primi passi furono nell’ambito di feste e piccoli concerti del Liceo Classico che frequentavamo io e mio fratello, mentre studiavamo su strumenti da poche lire i dischi più belli dell’epoca… non esistevano spartiti e, se c’erano, erano quasi tutti sbagliati perfino negli accordi di base. Quindi tanto orecchio e puntina del giradischi su e giù nei punti critici! Per quanto mi concerne, ho passato notti intere a studiare i passaggi di Paul Mc Cartney e Jack Bruce dei Cream, ma anche tanti altri, poi i primi passi dal vivo con impresari e debiti per attrezzatura da portare a giro. Nel 1975 facemmo il Festival Nazionale dell’Unità a Firenze suonando tutto “Genesis Live” nel  pomeriggio e un repertorio di ballabili di ogni tipo alla sera. Era presente un certo Berlinguer…

Quali sono gli elementi che caratterizzano la tua musica?
Direi che soprattutto le sorprese armoniche che non ti aspetti, i cambi totali di atmosfera, siano le nostre peculiarità, senza un riferimento preciso a nulla di prestabilito. Piena libertà compositiva che equivale allo sperimentare l’ipnosi che la musica esercita se attivi il canale giusto di comunicazione con l’inspiegabile, come diceva Poe: la musica delle sfere!

Non credi che il progressive in questi anni abbia perso la sua vocazione progressiva e sperimentatrice?
Da moltissimo tempo! Secondo me da quando è stato coniato il termine stesso. Quando cataloghi qualcosa, quel “qualcosa” è già morto. Si sono gettati tutti a rodere un osso del  paleolitico, usando gli stessi codici, gli stessi timbri, strumenti, cambi di ritmo, in un insensato gioco a chi imita e riproduce meglio i  gruppi di riferimento – sempre i soliti,  fra l’altro – il punto è che non si accetta l’eretico, non si accetta l’originalità perché il confronto con il “differente” è insopportabile per gli imitatori. Ovvio che vi siano  fantastiche eccezioni, ma secondo me mancano le canzoni, il punto nevralgico negativo è che sembra che nessuno sia capace di cimentarsi con il  senso compiuto di un brano senza aver bisogno di mille frasi che si accavallano spezzettate in mille tempi ritmici diversi, ma è solo il mio punto di vista.

Nella tua musica c’è stato sempre uno stretto legame con la letteratura, credi che i testi siano un elemento imprescindibile nella tua proposta musicale?
Per me fare testi è sempre stato arduo, in italiano poi quasi impossibile, avendo suonato una vita soltanto per un pubblico straniero in massima parte anglofono. Io stesso ho vissuto all’estero usando solo questa lingua, nel mio accento italiano che non posso certo rinnegare! E allora ho scelto di musicare la poesia eterna, musicalissima, di certi autori, partendo da E.A.Poe e proseguendo per Lovecraft, E.Lee Masters, Landor e Keats, ma amo fare musica ad ampio spettro e adoro fare colonne sonore od opere soltanto strumentali. Ho tantissimi inediti che forse un giorno stamperò in copie limitate. Ho scritto io stesso tanti testi, come l’album “The Silent Moonchild”, basato su di un mio racconto gotico poi suddiviso in varie tracce. Per  il lavoro “In the House of the Dark shining Dreams” invece ho usato in larga parte testi di un autore che scrive di musica e cultura in genere, Luca Rimbotti.

Parliamo del presente: so che stai lavorando a un nuovo album. Puoi darci qualche anticipazione?
Certo! Si basa su testi lirici di John Keats e sta venendo fuori un’opera monumentale da sfrondare con accuratezza perché vi è materiale per quattro CD di un’ora ciascuno. Come sempre, ho suonato tutti gli strumenti che ho voluto usare, compresa la batteria, in attesa di interventi esterni di altri musicisti volenterosi. Ma in linea di principio ho ricercato la composizione e la esecuzione in stile live, come fosse eseguita da quattro o cinque musicisti in un piccolo locale di avanguardia oscuro  e con un pubblico in massima parte disattento o perso in pensieri propri, che beve e fuma e guarda nel vuoto. Ho immaginato questi musicisti perduti nel loro sogno tutto personale, senza futuro né ambizioni se non quello di esprimersi al meglio in ciò che fanno, attenti soltanto a ciò che i loro compagni su palco stanno suonando e tesi a enfatizzare i testi cantati. Quindi molto pianoforte, basso, chitarre acustiche ed elettriche quasi senza effetti, qualche colore orchestrale non ridondante e voce evocativa al massimo possibile…

Qual è l’errore nella tua carriera, se c’è stato, che eviteresti col senno di poi?
Il rifiuto della proposta di Freddy Mercury per tour europei e dischi a Salisburgo con Moroder nel 1981. Il motto “tutti per uno,uno per tutti” era soltanto mio, devo dire che fui tradito dai miei compagni di viaggio musicale di allora dopo un mese di trattative estenuanti e il tempo successivo confermò che avevo scelto male perché, della formazione originale, rimanemmo soltanto io e mio fratello che  però ha scelto la carriera di chirurgo, limitandosi al ruolo di membro aggiunto in qualche occasione soltanto..

Dove i nostri ascoltatori possono seguirti sul web
https://goadband.bandcamp.com
https://myspace.com/goad.art.rock/bio

Trascrizione dell’intervista rilasciata a Mirella Catena nel corso della puntata del 10 Agosto 2020 di agosto di Overthewall. Ascolta qui l’audio completo:

Mezz Gacano – Il suono dell’inusuale

Mezz Gacano, un progetto musicale innovativo e geniale partorito dalla creatività del polistrumentista Davide Gacano, ospite di oggi a Overthewall.


Ciao Davide, come nascono i Mezz Gacano?
Il progetto, l’idea primordiale, nasce nei pressi di Salsomaggiore Terme (PR) sul finire del 1997 in seguito a sperimentazioni varie con gruppi locali e amici palermitani (quasi) costretti a raggiungermi in Emilia per portare avanti questo mondo musicale “autistico”. Ma vedrà la luce al mio ritorno nel capoluogo siciliano nel 1998.

La vostra musica non ha regole, ma credi che in generale la crisi della discografia abbia paradossalmente slegato le band dagli obblighi di mercato e reso ancora più liberi i gruppi?
La mia musica è piena zeppa di regole (evidenti o meno evidenti), ho infatti bisogno di professionisti di un certo livello per poter fare quello che faccio, sarebbe impossibile con strimpellatori della domenica o suonatori da pub. Gli obblighi di mercato interessano solo a chi percepisce la musica come una merce, cosa che – per quanto mi sia stata proposta centinaia di volte – non mi riguarda. La musica per me è cibo per la mente e quindi deve essere più genuino possibile

Quanto c’è di improvvisato nei dischi dei Mezz Gacano?
Quasi nulla, il 95% di quello che ascolti dei brani di Mezz Gacano è scritto su pentagramma.

Non hai paura che la tua musica risulti troppo ostica e di non essere recepita da molti?
Assolutamente no, faccio musica per esprimermi e ho l’esigenza di dire quello che penso, ciò che pensa la massa non mi è mai interessato, quasi tutti gli artisti che adoro e a cui, in parte, mi rifaccio hanno una visione totalmente non conforme alle leggi di mercato di qualsiasi periodo storico.

Ci parli del nuovo album?
Il nuovo album incarna un po’ tutte le domande precedenti, ovvero la tortuosa vita del musicista (o artista) indipendente; questo album è stato concepito durante l’estate del 2007 e nei tredici anni seguenti ha subito una miriade di cambi, registrazioni, missaggi, remissaggi, riregistrazioni e ancora missaggi. Racchiude quindi in sé, tutti gli “umori” e tutte le “cadute” di dodici anni di crescita e avversità. Finalmente grazie all’aiuto di un gruppo di persone a me affini, fra poco questo disco vedrà finalmente la luce!

Chi ha collaborato alla realizzazione?
Collaboratori fissi del progetto sono da sempre Giovanni Di Martino (Giammartino, tastierista) oggi fuori col suo mirabolante progetto Smuggler Brothers (prodotto da Massimo Martellotta dei Calibro 35); Marco Monterosso (Ruhi Nakoda, chitarrista) che oltre ad essere una colonna portante degli Airfish è in collaborazione un po’ con tutto il panorama musicale italiano (…oltre ovviamente a Mezz Gacano ed Airfish, solo per citarne alcuni, Bruniri s.a.s., Niccolò Carnesi, One Dimetional Man, Pan del Diavolo). Poi in pieno lockdown ho avuto come braccio destro Simone Sfameli (Mezz Gacano, Kinderheim Kunst Quintet, Forsqueak, Banda Di Palermo, Juju) che mi ha supportato e sopportato Durante il mix definitivo del disco.

Ci saranno dei live a promuovere la nuova uscita?
La vedo molto difficile.

Una domanda che faccio spesso ultimamente è “come hai impiegato il tempo del lockdown”?
Mixando ‘sto cazzo di disco! (Urlando e ridendo NdC)

Domanda: chi butteresti giù dalla fatidica torre tra King Crimson e Napalm Death?
Nessuno dei due sono troppo legato ad entrambi.

Dove i nostri ascoltatori possono trovarvi sul web?
Ormai ovunque, YouTube, Facebook, Spotify, Bandcamp, Deezer.

Grazie di essere stato con noi
Grazie sempre a te per la l’attenzione!

Trascrizione dell’intervista rilasciata a Mirella Catena nel corso della puntata del 3 Agosto 2020 di Overthewall. Ascolta qui l’audio completo:

Bedsore – Allucinazioni letali

La scena death metal è in gran fermento, mai come in questi ultimi mesi stanno uscendo album di gran di livello. Tra questi spicca “Hypnagogic Hallucinations” (20 Buck Spin), degli italiani Bedsore, capace di coniugare al meglio old school e sperimentazione. Quella che potrebbe apparire come una contraddizione, in questo disco non solo non lo è, ma appare anche il risultato di un metodo compositivo già maturo, nonostante ci troviamo innanzi a un esordio.

Benvenuto Jacopo (voce e chitarra), prima di passare al disco, inizierei inquadrando la band nella sua cornice: venite dalla città Roma, che oggi come oggi non è solo la Capitale politica ma anche quella estrema italiana. Come vi spiegate questo grande fermento che coniuga in modo equilibrato quantità e qualità?
Sì, sopratutto nell’ambito metal, Roma ci ha regalato diverse release notevoli in questi anni (Demonomancy, Night Gaunt, Thulsa Doom e molti altri). Qui la scena è viva e le band si influenzano e stimolano a vicenda. Sicuramente per quanto riguarda un certo sound più old school Marco S. è l’autore di questo marchio di fabbrica romano, nonché la persona che ha seguito anche mix e master del nostro “Hypnagogic Hallucinations”.

Sono andato a sbirciare su Metallum, non ho trovato la vostra scheda ma nel forum ho intercettato una chat che vi riguarda, in particolare si discute se siate o no abbastanza metal da essere inclusi nel portale. Per come la vedo io, lo siete eccome, però a conti fatti credo che questo dibattito la dica molto sul vostro modo di intendere in modo libero la musica. Alla fine, è una cosa positiva, no?
Sì, senza dubbio. Ci siamo sempre prefissati di fare musica in un certo modo, seguendo una concezione figlia più di intuizioni progressive e sperimentali che del metal vero e proprio. Allo stesso tempo però volevamo suonare una musica oscura, occulta e soprannaturale quindi la componente più estrema del nostro background è sembrata il veicolo più adatto. Il risultato è sicuramente qualcosa di difficile catalogazione.

La diatriba si basa comunque sull’ascolto del vostro EP, probabilmente il nuovo “Hypnagogic Hallucinations” spazzerà via ogni dubbio, perché lo ritengo più vicino a una concezione meno eretica del metal, non credete?
In realtà pensiamo che l’intenzione tra il nostro primo demo e il nuovo disco non sia assolutamente cambiata, del resto i due pezzi inclusi nel debutto sono presenti anche su “Hypnagogic Hallucinations” e coprono quasi metà dell’intero lavoro. Quello che invece sicuramente è cambiato sono i mezzi che abbiamo avuto a disposizione nel realizzarlo e quindi la produzione che in questo caso risulta molto più potente e vicina a quella che è l’idea della nostra musica, ovvero violenta ma allo stesso tempo rarefatta.

Se dovessi giudicare i Bedsore oggi, direi che fanno old school death metal, almeno nella maniera che la vedo io: le prima band hanno avuto uno spirito innovatore che le ha portate sempre a sperimentare soluzioni nuove. Anche gruppi sulla cresta dell’onda, nel periodo maggiore di notorietà, hanno cercato soluzioni coraggiose. Parlo di realtà come Entombed, Tiamat, Sepultura ed Edge of Sanity. In voi ritrovo quel coraggio, che poi con la codifica del genere, è andato perso. Mi sbaglio?
Non ti sbagli, anzi ci sentiamo particolarmente in sintonia con alcune delle realtà che hai menzionato e molte altre band del passato, in particolare gli Edge of Sanity sono sicuramente uno dei gruppi dei primi anni 90 che più si avvicina alla concezione musicale che cerchiamo di portare avanti anche noi oggi.

Entriamo ora nei dettagli idi “Hypnagogic Hallucinations”, come è nato?
Realizzare “Hypnagogic Hallucinations” è stato sicuramente uno sforzo importante, non tanto per quanto riguarda la stesura dei pezzi, che è avvenuta in maniera molto naturale, ma sopratutto per la cura dei dettagli sia estetici che sonori, la quale ha richiesto molto tempo. Stiamo parlando, del resto, di quasi due anni di gestazione. A tal proposito vorremmo ringraziare T. Ketola, Marco S. e Guglielmo Nodari, grazie ai quali è stato possibile limare ognuno di questi aspetti, senza mai dover scendere a compromessi.

Nella vostra musica convivono sicuramente più anime, queste rappresentano i gusti distinti di ognuno di voi oppure sono una base comune? Come siete riusciti a raggiungere questo equilibrio finale?
Ovviamente c’è un intento comunque nel raggiungere questa determinata formula nonostante in principio proveniamo da ambienti diversi (seppur molto affini), chi con un’indole più progressive e chi più technical metal.

Prima dell’attuale stop dell’attività live siete riusciti a portare su un palco le nuove composizioni? Se sì, come cambiano i pezzi dal vivo?
Fino ad ora siamo riusciti a portare dal vivo solo uno degli inediti presenti sul nuovo disco. Nei concerti passati abbiamo preferito portare uno show puramente old school death, questo per ovvi motivi tecnici e perché ci sembrava un passo obbligato prima di raggiungere la nostra forma definitiva. Quello a cui invece stiamo lavorando per quando si potrà tornare a suonare dal vivo è di poter dare pieno spazio anche alla componente più sintetica e sperimentale con un massivo uso di tastiere e sintetizzatori anche in sede live in modo da poter riprodurre al meglio le atmosfere dei nuovi brani.

Il vostro debutto esce per un’etichetta americana, la 20 Buck Spin, come siete entrati in contatto con loro e cosa vi ha convinto ad affidarvi alle loro cure?
Siamo entusiasti di far parte della famiglia 20 Buck Spin, è il posto perfetto per la nostra musica e le nostre idee. Una volta inviato il promo la volontà di collaborare è stata praticamente immediata da entrambi i lati. Sarebbe stata la prima scelta in ogni caso vista la totale affinità tra la nostra e la loro proposta.

Come ci si deve muovere nella scena underground per evitare le “pieghe da decubito” che danno il nome alla vostra band?
Il nostro consiglio è senz’altro quello di costruire – anzitutto – una propria identità ben definita, sia come band che come individui, e poi quello di imparare a conoscere e valorizzare il patrimonio artistico e musicale del nostro paese e non solo, cercando di creare qualcosa di nuovo ed unico.

Silver Nightmares – Angeli vagabondi

“The Wandering Angel” è il disco d’esordio dei Silver Nightmares, su Overthewall ospiti i tre componenti della band: il bassista Gabriele Esposito, il batterista Alessio Maddaloni e il tastierista Gabriele Taormina.

Voi eravate coinvolti precedentemente in un altro progetto musicale, com’è nata l’esigenza di creare un progetto ex novo?
G. Taormina: Ciao! Prima di iniziare, ci sembra doveroso ringraziarvi per lo spazio concessoci! I Silver Nightmares si formano a Palermo nel giugno del 2018. Il desiderio di creare un progetto ex novo nasce dal fatto che eravamo un fiume in piena in termini di idee musicali ed eravamo insoddisfatti, poiché “marginati” al ruolo di mere comparse, nel precedente progetto (una sorta di one-man band). Fortunatamente c’è stato lo split e ci siamo potuti tuffare nella nostra musica. I brani dell’EP sono stati composti, sia a livello strumentale che tematico, durante i tre mesi estivi e il processo di songwriting ha coinvolto tutti e tre i componenti della band.


Ascoltando il vostro EP si ha finalmente la sensazione di ascoltare qualcosa di nuovo. Come nasce un brano dei Silver Nightmares?
G. Taormina: Credo che l’immagine del puzzle possa rispecchiare al meglio la nascita di un brano dei SN: tanti piccoli pezzi apportati dai tre componenti della band che si incastrano a meraviglia e che danno vita al prodotto finale. Andando più nello specifico, a livello esemplificativo, mi basta citare la genesi del brano di apertura dell’EP: “The Wandering Angel” che nasce da un giro d’accordi fatto alla tastiera dal bassista Gab Esposito, rifinito dall’arpeggio di chitarra e dagli arrangiamenti creati da me (che suono le tastiere!) e dal riffing di chitarre ideato dal batterista Maddaloni (e poi puntellato a dovere dal chitarrista Mimmo Garofalo). Stessa cosa per quanto riguarda le linee del cantato. Naturalmente, ci sono dei brani caratterizzati maggiormente dall’apporto di un componente della band piuttosto che da un altro (ed in questo senso, vorrei rimarcare la versatilità e l’eclettismo del batterista Maddaloni, fucina inesauribile d’idee) ma, in linea generale, il contributo alla causa è da considerarsi prettamente paritetico. Relativamente ai testi, il bassista Esposito si occupa di idearli mentre le traduzioni in inglese spettano a me. Siamo una vera equipe.

Ci sono diverse correnti musicali che confluiscono nel vostro sound. Ci parlate delle vostre influenze musicali?
G. Taormina: Indubbiamente! Diverse influenze musicali confluiscono nel sound dei SN anche se quello che si nota ascoltando i nostri brani (e ne siamo ben contenti che ci venga riconosciuto ciò da parte di critica e fan) è un trademark assai personale. Io ascolto principalmente Kansas, Queensryche, Ten, Asia, Anathema, Dream Theater, Katatonia, il progressive svedese. Gabriele Esposito, ama immergersi nella fusion ma ammira anche band come Supertramp, Toto, Beatles, Iron Maiden, King Crimson, Triumph, Peter Gabriel. Alessio Maddaloni, predilige gente come Testament, Judas Priest, Savatage, Marillion, Genesis, Queen, Virgin Steele, Anvil, Jethro Tull. I chitarristi Tody Nuzzo e Mimmo Garofalo sono tendenzialmente attratti dalle performance dei grandi guitar hero. Quanto ai cantanti che hanno contribuito alla realizzazione dell’Ep: Michele Vitrano è un grosso cultore dell’heavy metal tradizionale mentre Simone Bonomo si muove prettamente su territori pop rock/gospel ed è un grosso fan dei Muse e dei Porcupine Tree.

L’Ep vanta la presenza di diversi musicisti palermitani. Come sono nate queste collaborazioni?
G. Esposito: Se è vero che tra di noi, c’è stato subito affiatamento e comunione di intenti è pur vero che è stato altamente difficile trovare gente interessata a condividere con noi un percorso di questo tipo. Palermo è piena zeppa di grandi musicisti ma sono quasi tutti disposti unicamente a fare cover (incomprensibilmente a nostro avviso). Ci siamo affidati quindi, per portare a termine il nostro lavoro, a validi musicisti palermitani. Trattasi perlopiù di parenti e amici stretti, nel vero senso della parola. Nella fattispecie la scelta è ricaduta su: Michele Vitrano (già cantante degli HM80 con me e Alessio Maddaloni ma anche di altre valide band locali), Simone Bonomo, amico fraterno di Alessio nonché cantante/maestro di canto poliedrico (fa pop, gospel e anche rock), alle chitarre ci siamo affidati a Mimmo Garofalo (in passato con G. Taormina nei Bright Horizon) e che ha un’esperienza pluriennale di musicista a Palermo e Tody Nuzzo, anche lui ex HM80, che è stato gentilissimo e ha impreziosito il nostro lavoro registrando direttamente ed in pochissimo tempo dalla “vicinissima” Udine. Per la tromba abbiamo contattato Davide Severino, insegnante di musica e amico mio. Discorso a parte, merita Ace of Lovers, alias Giulio Maddaloni, fratello di Alessio. Professionista nel settore del mastering, collabora con rinomati artisti nonché grande flautista egli stesso. Ha fatto tutto a Milano, dove vive e lavora.

Il concept racconta di un angelo smarrito, in cerca delle sue ali per tornare in cielo: qual è il messaggio che racchiude l’EP?
G. Esposito: Abbiamo scelto una linea concettuale narrativa, optando, da subito, per la creazione di un concept album. Siamo, infatti, attratti dai grandi quesiti che attanagliano l’umanità e dalla sua storia. Il progetto vede come attore principale l’angelo “della moralità perduta” che, dalla dimensione dell’etica, cerca di far ravvedere l’umanità circa la sua perdita di valori. In questa chiave di ricerca, si articolano anche tutti gli altri brani del concept : “Dick Dastardly” (brano strumentale) narra di un personaggio scaltro che contravviene alle regole per cercare di avere sempre la meglio su tutti, “Light Years Away” rappresenta il cammino dell’uomo all’interno della storia, alla ricerca di se stesso nell’universo, “David The King” è la storia di Davide e Golia, dove Davide è l’eroe buono, che, impavido e disarmato, affronta le sfide che la vita mette davanti al suo cammino mentre in “Dame Nature” viene messo in risalto il rapporto dell’uomo con la natura. Ci sono dei riferimenti (citazioni incluse) al pensiero di Rousseau e al suo “Contratto sociale” (l’uomo nasce libero e vive in catene). Nell’articolazione dei brani, quindi, si ritrova sempre il leitmotiv della ricerca spirituale dell’uomo.

L’angelo sarà ricorrente nelle vostre pubblicazioni? Una specie di mascotte della band?
G. Esposito: Chissà, potrebbe essere una buona idea …Chi vivrà… vedrà. Magari possiamo svelare in anticipo che le tematiche del prossimo lavoro riguarderanno sempre il percorso umano e la sua complessità. Stay tuned!


Il brano d’apertura è anche un video animato con i disegni del fumettista Ignazio Placenti. Com’è nato questo video?
A. Maddaloni: L’idea del comic video nasce sulla base del personaggio protagonista del lavoro artistico musicale: The Wandering Angel. Un angelo di livello etico così elevato, infatti, non poteva che essere rappresentato dalla brillante matita di Ignazio Piacenti, esperto fumettista palermitano. È stato semplice, una volta avute le sue tavole (che custodiamo gelosamente!), montare un video a fumetti dalle piacevoli sfumature estetiche: una tale espressività evocativa non poteva che essere rappresentata, a parere nostro, da un comic video dando spazio alla fantasia dello spettatore. Per la realizzazione del filmato ci siamo avvalsi della competenza di Massimo Torcivia/ Artewiva.

Le recensioni sono state entusiastiche. Siete soddisfatti dei risultati ottenuti?
A. Maddaloni: Decisamente! Non pensavamo, in tutta sincerità, di ottenere questi apprezzamenti da parte di critica e fan! Inoltre, essendo i SN una band indie non è così scontato riuscire a “spargere” la propria voce nel mondo. Fortunatamente per noi, è stata la musica a parlare e siamo davvero onorati del clamore raggiunto anche a livello internazionale. Tranquilli comunque non ci monteremo mica la testa ma tutto questo ci servirà da sprone per il prossimo lavoro.

Cosa prevede il futuro dei Silver Nightmares?
A. Maddaloni: Stiamo già lavorando al sequel di “The Wandering Angel”. Si tratterà stavolta di un full-length album e non di un EP. Contiamo al più presto, inoltre, di riprendere a suonare. Per noi, l’aspetto “live” rimane imprescindibile. Speriamo bene! Nel ringraziarvi ancora una volta per lo spazio concessoci, vi ricordiamo che siamo presenti su tutti i più importanti social (Facebook, Twitter e Instagram) e su tutti i digital stores di rilievo (Spotify, Amazon, Google, You Tube, Deezer, Bandcamp). Prog on!

Trascrizione dell’intervista rilasciata a Mirella Catena nel corso della puntata del 21 Maggio 2020 di Overthewall. Ascolta qui l’audio completo:

Lord Woland – Litanie dal passato

I Lord Woland sanno manipolare il tempo: lo accartocciano, arrotolano e ci fanno una palla con cui giocarci. Oggi più che in passato, la storia con cui il trio si trastulla è quella del nostro Paese, tanto che potremmo considerare “Litanìa” una sorta di carotaggio nelle sedimentazioni del rock tricolore che va dai 60 ai 90.

Ciao Nicola (Girella, chitarra Nda) avete esordito su un’etichetta straniera, la berlinese Mother Fuzz Records, oggi siete sotto una casa discografica italiana, la Retro Vox Records: quali sono i vantaggi e quali gli svantaggi dell’essere passati da una label straniera a una nostrana?
Beh, con la Retro Vox è come stare in una grande famiglia, ci vogliamo tutti bene! Sicuramente la vicinanza permette di collaborare di persona più spesso e organizzare roba figa con meno problemi.

Il vostro primo disco era cantato in inglese, “Litanìa” in italiano: cosa ha portato a questo radicale cambio di rotta?
Prima di tutto, l’uso dell’italiano ci ha permesso di condensare meglio le nostre idee e i mondi che abbiamo in testa, senza dover raggiungere compromessi con una lingua con cui hai meno padronanza, senza contare il problema di dover avere una pronuncia anglofona dignitosa. E poi l’italiano è una bella lingua per il rock, bisognerebbe sfruttarla di più.



Ma il cantare in italiano in qualche modo ha cambiato anche il vostro modo di comporre?
Assolutamente, bisogna avere delle accortezze ritmiche differenti rispetto all’inglese, sia per dove cadono gli accenti nelle parole sia per la sillabazione differente. Il tutto si deve accordare con la parte musicale, quindi il tutto va ripensato ad hoc.

Dal punto di vista musicale, “Litanìa” mi sembra quasi un viaggio nel tempo nella scena rock italica che va dal tardo beat, passa per l’hard-prog e si chiude con l’alternative dei 90. Io ci sento, giusto per citare qualche nome, Le Orme, Il Rovescio della Medaglia e Marlene Kuntz: pippe da scribacchino o c’è un fondo di verità?
C’è assolutamente molta verità, siamo grande appassionati sia del prog classico italiano che delle varie scene alt rock italiane. Il disco nasce dal desiderio di mescolare varie influenze per dare vita a qualcosa che potesse avere un suo piglio originale, con un’identità riconoscibile.

Sono invece certo al cento per cento quando cito tra le vostre influenze i Black Sabbath…
Ovviamente, nasciamo come gruppo stoner e ne manteniamo le radici, soprattutto l’attaccamento ai padri fondatori. Oltretutto il riff rimane sempre il perno centrale della nostra idea musicale, un elemento di cui i Sabbath sono maestri indiscussi.

A proposito di oscurità, venite dalle zone limitrofe al Lago di Bolsena, luogo ricco di mistero e fascino, tante sono le leggende che circolano: credete che in qualche modo quest’ultime vi abbiano condizionato?
Il lago di Bolsena ci ha influenzato inevitabilmente, qui si respira un’aria molto particolare e il limite che divide presente e passato è sempre labile. Ogni angolo della nostra zona è mistero e decadenza, in un maniera che rimane molto difficile da spiegare a parole.

A inizio anno avete pubblicato il video di “Coscienza”, brano, che a mio avviso, riesce ben a condensare le vostre diverse anime e a presentare in modo sintetico le caratteristiche di “Litania”. Come è nata questa canzone e l’ avete scelta come singolo per quale motivo?
“Coscienza” è, esattamente come hai detto, un riassunto abbastanza fedele del disco, oltretutto è un punto cruciale per la storia raccontata in “Litanìa”, che nasce come concept album dall’interpretazione molto ermetica.


Tasto dolente: vorrei sapere quale è stato il vostro ultimo live e se ci sono prospettive di ripresa dell’attività dal vivo.
Abbiamo suonato allo Splinter Club a Parma a quello che sarebbe dovuto essere il primo live promozionale, e pochi giorni dopo è scattato il il lock down. La situazione per il 2020 è molto incerta, bisogna vedere passo passo come si evolve la situazione.

Come cambia il vostro sound off e on stage?
Registrare un disco ti porta a cambiare e ponderare in maniera differente il modo in cui suoni, limando tutto quello che è di troppo. E poi in realtà il disco è in presa diretta, quindi il live tende ad essere molto simile alla sua controparte incisa…


Black Widow – Sleeping with the angels

Un Clive Jones senza peli sulla lingua, quello che si è sottoposto al fuoco di fila delle mie domande. L’inglese a ruota libera ha parlato del nuovo album dei suoi Black Widow, dei suoi ex compagni di avventura, dei Black Sabbath, dei Ghost e degli Slipknot. Non ha risparmiato neanche aneddoti curiosi per gli amanti degli autori di “Sacrifice”. Mai in tanti anni di interviste mi era capitato di incrociare una persona così cortese e disponibile.

Ciao Clive, è un vero onore per noi di rawandild.com ospitare un pezzo di storia del rock!
Ciao Giuseppe, per me è molto strano essere qui, dopo ben quaranta anni, a parlare nuovamente dei Black Widow e di un nuovo album.

Appunto quaranta anni: come e quando hai capito che era giunto il momento di scrivere una nuova pagina nella storia dei Black Widow?
Era da un bel po’ che avevo in mente di contattare Geoff per rimettere su il progetto. Fortunatamente anche lui era della stessa idea. Eccoci qui!

Chi ha ascoltato la vostra intera discografia, e non il solo “Sacriface”, sa che ogni album è diverso dal precedente. Quindi non deve sorprendere se “Sleeping With The Demons” non ha nulla in comune con i suoi predecessori e rappresenti lo spirito attuale dei Black Widow. Vorrei però sapere se le canzoni finite nell’album sono state composte nel giro di poco tempo o se rappresentano il frutto di un lavoro svolto nei quaranta anni che separano le vostre ultime due fatiche discografiche.
Tutte le canzoni, a eccezione di “Evil Clock, sono state scritte per “SWTD”. Sia io che Geoff abbiamo composto la maggior parte dei pezzi per conto nostro, ci siamo passati solo alcuni brani perché eravamo convinti che l’altro avrebbe potuto aggiungerci qualcosa di buono. Non volevamo e né potevamo fare un altro “Sacrifice”. Alcune recensioni hanno sottolineato questo aspetto come se fosse una colpa. Questi recensori dimenticano che il nostro primo album è stato per anni ai margini della storia del rock, improvvisamente ora è considerato un disco di culto. Sinceramente io non so più cosa pensare!

L’album si apre con “Hail Satan”, un brano che ho definito una “Come To The Sabbat” in versione Agony Bag. Intendo dire che il misticismo che permeava la vostra vecchia song è stato sostituito con una vena pazza e ironica più vicina alle cose degli Agony Bag. Sei d’accordo con me?
Mi piace da matti sapere che molti critici considerano “Hail Satan” una nuova “Come To The Sabbat”, perché è proprio quello che volevo! Ho sempre pensato che non ci sia mai stata un’altra canzone che suona come “Come to The Sabbat”, per questo ho usato la stessa idea di fondo: i cori iniziali, il flauto e i tamburi in stile giungla. Credo che questo brano sia uno dei migliori dell’album, anche se non mancano di certo i buoni pezzi. Per quanto concerne quel feeling Agony Bag di cui parlavi, credo che sia dovuto soprattutto alla mia voce che da un tocco di pazzia al tutto, è un peccato che “Come To The Sababth” non lo possieda. Comunque “Hail Satan” è sicuramente un pezzo più BW che AB!

Come è nata la collaborazione con Tony Martni, ex singer dei Black Sabbath?
Credo che chiedere a un membro dei Black Sabbath, dopo essere stati dei rivali negli anni 70, di partecipare a un nostro album, sia stata una grande idea. Ho semplicemente contattato Tony e lui ha candidamente ammesso di non sapere nulla di quel periodo delle nostre due band! Comunque ci ha raggiunto con la sua dolcissima moglie, Carol, e noi abbiamo suonato per lui alcuni pezzi. Molti erano già pronti in quel momento, per questo abbiamo lasciato a lui la libertà di scegliere quello da cantare. Lui ha puntato dritto su “Hail Satan” . Poi ci ha dato alcuni consigli sugli arrangiamenti e sull’ordine in cui inserire le canzoni nell’album. In un solo colpo abbiamo trovato una gran voce e un’ottima persona!

Prima accennavi a quella cosa della rivalità tra le due band, per questo molto spesso quando si parla di voi, si tira in ballo il nome dei Black Sabbath. Ti infastidisce la cosa?
No, anzi ne sono fiero! I Black Sabbath hanno avuto un grande successo in quel periodo e sono stati capaci di capitalizzarlo, mentre noi in questo non siamo stati bravi. Ho sempre amato i loro lavori. Anni fa ho suonato con una loro tribute band olandese, abbiamo fatto insieme “Plant Caravan” e “Paranoid”. Potete trovare dei filmati su youtube.

A questo punto non posso non chiederti cosa ne pensi della loro reunion?
Sicuramente una bellissima notizia, non vedo l’ora di ascoltare il loro primo album dopo decenni con la line-up originale. Credo che opteranno per il loro solito stile, ma anche loro, come noi, cercheranno un sound più attuale. Non dimenticare che dopo i primi album, hanno anche sperimentato soluzioni nuove, come in “Techincal Ecstasy”. Bill Ward mi ha mandato un messaggio nel quale mi augurava ogni bene per il nostro nuovo album, questo è comportarsi da professionista. Comunque i BS molto spesso mi contattano, ricordo ancora con piacere i loro auguri in occasione del mio matrimonio. Spero di avere l’opportunità di rivederli nel loro prossimo tour. Buona fortuna ragazzi!

Uno degli apici del disco è “Even the Devil Gets the Blues”, brano che vede come ospite Kay Garret. Come è stato tornare a lavorare con lei? E come mai proprio un blues?
È stato come tornare ai tempi dei Pesky Gee! Siamo sempre rimasti in contatto in questi anni, così le ho chiesto se potesse essere interessata, nonostante lei non entrasse in uno studio di registrazione da un bel po’. Ha una voce straordinaria, peccato che non abbia avuto il successo che meritava. Di certo è stata una fonte di ispirazione per altre cantanti. Non è stato facile trovare un brano adatto per lei, volevo tornare alle sue radici blues mentendo, però con tematiche legate alla magia nera. Ricordo che era molto nervosa e preoccupata prima di entrare in studio, ma alla fine se l’è cavata alla grande. Spero di tornare a lavorare con lei in futuro. Kay non è stata l’unico ex membro dei PG che mi ha aiutato, per esempio Chris Dredge, chitarrista e grande artista, ha fatto un disegno da donare ai fan. In generale sono rimasto in ottimi rapporti con tutti gli ex membri, sfortunatamente loro sono sparsi in giro per il mondo, per questo motivo non è stato possibile lavorare con loro. Inoltre vorrei ringraziare alcuni fan della band che mi hanno dato una mano in questi anni, mi riferisco a Pasi Koivu , che è stato fonte di ispirazione per il brano “Party Time For Demons”, e Sylvie, una fan Canadese, che ha scritto un grande testo per “That’s When Evil Touched Me”. Trovo che sia meraviglioso coinvolgere i fan nella stesura di un album, permettendo loro di entrare in qualche modo nel music business.

Alcuni brani del disco rappresentano un mini-concepet, ti andrebbe di parlarne?
Sono brani scritti da Geoff, per questo non è facilissimo per me parlarne. Posso dirti che è una sorta di “Predatori Dell’Arca Perduta”, con un tocco di magia in più e un alone di ironia. A Geoff è sempre piaciuto, anche nei vecchi album dei BW, scrivere dei brani che seguissero una sorta di canovaccio, io preferisco buttar giù dei pezzi che abbiano un senso individualmente. Posso dirti che ho appena terminato di scrivere un mio musical, “Metal Heart”, ma non è facile in questo periodo portare in scena un’operazione del genere.

Il disco si conclude con “Evil Clock”, una bonus track che riprende in chiave moderna lo stile di Sacrifice. Credi che questo sia il primo passo verso una nuova dimensione sonora della band?
“Evil Clock” è un brano scritto in origine per gli AB. Un nostro fan tedesco, Stephan Bender, conosciuto mentre ero in tour con gli AB, mi chiamò tempo fa per registrare alcune nuove canzoni. Il risultato è l’Ep “Piss Out Your Trash”, disponibile su ITunes. Alcune canzoni sono rimaste fuori dal quel progetto, “Evil Clock” è una di queste. Purtroppo Stephan è passato a miglior vita, per questo io e Geoff abbiamo deciso di rendergli omaggio inserendo questo brano, anche se diverso dall’originale, come bonus track in “SWTD”. Lo so che questa canzone è molto più AB che BW, nonostante ciò un sacco di gente mi ha detto che è il pezzo migliore del disco! In realtà, ognuno mi segnala una propria canzone preferita! Non molte band possono vantarsi di avere un scritto un lavoro con più brani convincenti.

Al vostro successo iniziale hanno contribuito i vostri show dal forte sapore evocativo e provocatorio. Come saranno i concerti dei Black Widow attuali? Credi che sia possibile shoccare e/o stupire il pubblico dei concerti rock nel 2011?
No, non credo che sia possibile farlo oggi. Negli anni 70 siamo stati inseriti nella lista nera di un mucchio di locali! Un sacco di band ora cercano di riproporre quello che noi abbiamo fatto all’epoca. Posso citarti come esempio i Ghost, gruppo che sta ricevendo feedback positivi un po’ ovunque. I loro show colpiscono la fantasia dei più giovani solo perché non hanno mai visto in precedenza qualcosa del genere. La musica è buona, ciò nondimeno se ti presenti su un palco con delle maschere, non puoi tenerle sul viso per tutto lo show. Non riesci a trasmettere la tua personalità all’audience, risultando alla fine una sorta di caricatura nei tuoi costumi da monaco. Credo che lo stesso valga per gli Spipknot, dopo che hanno inizialmente stupito con i loro bei costumi, cosa mi danno per i restanti cinquanta minuti di concerto? Bisogna stare attenti, perché è sottile la linea da oltrepassare prima di trasformarsi nei The Wombles! (un gruppo pop inglese che indossa abiti raffiguranti pupazzi per bambini Ndr) I nuovi Black Widow dimostreranno che la magia nera può essere divertente e recluteranno nuovi giovani fan. Chi ha detto che la magia nera non può essere divertente? Il male vero è tutt’altra cosa…

Sinora ci siamo concentrati sul vostro presente, ti andrebbe di fare una disamina breve sui vostri precedenti album. Ovviamente iniziamo con “Sacrifice”.
Ti dirò tutta la verità su “Sacrifice”! Quell’album fu una grande idea del nostro batterista Clive Box. Jim Gannon, il nostro chitarrista dell’epoca, scrisse un grande storia e alcuni grandi pezzi. Sono deluso della produzione, se ne occupò il figlio del nostro manager mentre pomiciava con due ragazze in cabina di registrazione. C’erano delle imperfezioni, e sono ancora là dopo più di quaranta anni. Però mi piace sapere che oggi è un classico!

Con “Black Widow”, il vostro sound cambia. Come mai?
Il secondo album è stato un fiasco, sempre prodotto dal figlio del manager. Alcuni membri del gruppo, nonostante io e Clive Box fossimo contrari, decisero di eliminare ogni riferimento alla magia nera. Jim e Kip erano convinti di essere loro la band, così ci cacciarono. Salvo poi richiamarci immediatamente! Sono convinto che se avessimo lavorato tutti insieme, le cose sarebbero andate meglio. Tuttavia alcuni di noi erano sicuri di aver ricevuto in esclusiva da Dio il dono della musica. Alcuni pezzi, tipo “Mary Clark” e “Legend of Creation”, sono molto belli. Fu veramente terribile essere nella band in quel periodo, alcuni iniziarono a fare uso di droghe: l’inizio della fine. Questo disco è stato registrato due volte, la prima versione è andata persa (il nostro vero album fantasma). C’hanno detto che il master era completamente inutilizzabile, però la cosa non mi convince! Se fosse vero, come mai la versione primigenia di “Mary Clark” è stata utilizzata dal CBS per l’album Rock Buster? Mi farebbe piacere ritrovare le registrazioni originali.

Black Widow III” mostra un approccio maggiormente progressive. A cosa è dovuto questo mutamento di sound?
Ancora una volta l’album è stato prodotto dal “fattorino”, contro la mia volontà. Ma i due ragazzi (Jim e Kip Ndr) erano convinti di essere i possessori della verità e hanno voluto dire l’ultima parola in merito. La cosa non ha funzionato, sarò onesto: è il nostro peggiore album! Posso anche rivelarti che Geoff aveva scritto alcune belle canzoni, ma era troppo tardi ormai. Quando tutto era pronto, Jim fu buttato fuori dal gruppo. Non ci si poteva presentare dal vivo con lui in quelle condizioni, metteva a repentaglio la nostra reputazione. Dopo un casino in Norvegia, capimmo che con lui era finita. Il periodo senza di Jim fu molto divertente, fu sostituito alla grande da John Culley dei Cressida. Con lui fu molto più facile lavorare.

Black Widow IV” è il vostro disco “fantasma” per antonomasia. Lo consideri un vero e proprio album dei BW o una mera operazione postuma?
Eravamo rimasti senza etichetta e avevamo perso un sacco di opportunità di lavoro. Registrammo questo disco come demo, nella speranza di trovare qualcuno disposto a pubblicarlo. Lo ritengo grandioso, vivevamo un bel periodo. Eravamo appena tornati dal tour italiano in compagnia degli Yes, che ebbero una grande influenza sul songwriting di Geoff. Tutti eravamo entusiasti, tranne Kip che lasciò il gruppo per raggiungere Jim. La loro idea era di portare avanti uno show itinerante di magia negli States. Il progetto fallì miseramente. Abbiamo reclutato così Rick E, l’ex frontman dei Twisted Siter, purtroppo a causa della nostra reputazione macchiata, l’album è uscito solo dopo molto tempo. Il master è rimasto sotto il mio letto per circa dieci anni, l’ho tirato fuori quando un mio amico, che aveva appena aperto la Mystic Records, è impazzito quando ha saputo che avevo un album inedito e il demo originale di “Sacrifice” con Kay alla voce. Così la Mystic ha pubblicato entrambi, il secondo con il titolo di “Return to the Sabbat”.

BW IV” è uscito anche per la Black Widow Record, etichetta italiana che in questi anni ha proposto un vostro album live e un tribute. Cosa ne pensi di questi due lavori?
La BWR mi ha contattato, ho scritto alcune canzoni per loro e ho partecipato come ospite in alcuni dei loro album. Ho fatto, in stile “Come To The Sababt”, per loro anche un’intro da inserire nel tribute album a noi dedicato. Nella tracklist troverai indicato “Intro”, io avevo chiamato il brano “Theme for Abingdonia”, dal nome della strada in cui vivevamo noi BW a Leicester. Il tribute è grandioso, alcune versioni sono completamente differenti dalle nostre!

Questi due ultimi album più la partecipazione in “SWTD” di Paolo Negri, tastierista dei nostri Wicked Minds, sembrerebbero dimostrare un forte legame tra voi e l’Italia…
Sì, Paolo è sempre stato un nostro fan e quando gli ho chiesto se voleva prendere parte al progetto, ha detto subito sì. Abbiamo avuto con noi il miglior tastierista del mondo, questo è fantastico! Inoltre, io ho suonato il flauto sul suo album, “The Great Anything”, così ho restituito il favore! Noi abbiamo moltissimi fan in Italia, in tanti ricordano ancora il nostro tour in compagnia degli Yes nei primi anni 70.

Apro una piccola parentesi da fan: credi che sia possibile in futuro il ritorno degli Agony Bag?
 Gli Agony Bag sono stati un grande divertimento. Si reggevano soprattutto sull’energia espressa dal vivo, come dimostra un video di “Rabies Is A Killer”, risalente al 1980, disponibile su Youtube. Da’ un’occhiata in giro e dimmi, se sei capace, un’altra band che abbia fatto o che fa sesso sul palco! Tu non sai quanto mi rende triste sapere che Geoff, il bassista degli AB, ha un cancro. Clive Box vive in Francia e Bruce, che incontro spesso, non suona più molto. Comunque i nuovi BW sono molto simili agli AB, quindi non tutto è perduto! Ho ancora del materiale pazzesco scritto in quel periodo e un live mal registrato… (E me lo dici così? Ndr)

Ti ringrazio per la tua disponibilità e lascio a te la conclusione di questa lunga chiacchierata…
Ti ringrazio per avermi fatto raccontare la storia dei BW dal mio punto di vista! Vorrei anche dire che abbiamo letto moltissime recensioni positive di “SWTD” e pochissime stroncature. Un ragazzo ha ammesso di averne scritto male solo perché è stato il giornale a chiederglielo… Voglio concludere questa intervista con una notizia negativa, anche se la cosa mi rattrista: mi è stato diagnosticato un cancro, quanto prima sarò operato. Sto rispondendo a questa intervista nel cuore della notte nel tentativo di scacciare via questo pensiero. I vostri auguri saranno tutti graditi. Scrivetemi pure collegandovi al sito http://www.blackwidowrockband.co.uk, cercherò di rispondere a tutti. Un grazie a coloro che ci hanno aiutato in questi anni, io e Geoff vi amiamo! Ah, dimenticavo, dal nostro sito potrete scaricare gratuitamente un singolo, “Christmas Time For Demons”, che abbiamo registrato per puro divertimento!

Black Widow - Sleeping with Demons - Amazon.com Music

Intervista originariamente pubblicata su www.rawandwild.com nel 2011 in occasione dell’uscita di “Sleeping With The Demons 
http://www.rawandwild.com/interviews/2011/int_black_widow.php

Il Segno del Comando – Il volto della paura

Il “Volto Verde” è un grande album. Anzi un grandissimo album. Tornanti a sorpresa sul mercato, Il Segno Del Comando hanno piazzato il terzo colpo vincente della propria carriera, ormai legata inesorabilmente alle sorti dell’eminenza grigia del progetto: Diego Banchero.

Ciao Diego, innanzi tutto complimenti per il nuovo il “Volto Verde”. Quando hai capito che era arrivato il momento di dare un successore a “Der Golem”?
Il periodo di inattività successivo all’uscita di “Der Golem” è stato molto lungo, ma negli anni non si è mai smesso di discutere relativamente alla possibilità di uscire con un nuovo album. Fin da subito si erano ipotizzate nuove relise ed era anche stato svolto del lavoro (almeno sulle musiche e le parti grafico-pittoriche) seguendo l’ispirazione delle opere letterarie individuate per eventuali concept e studiate approfonditamente. Tuttavia, a poco a poco, ognuno dei vecchi componenti intraprese nuove strade artistiche o smise semplicemente di dedicarsi alla musica in maniera continuativa. Gli amici della Black Widow Records, che hanno spesso cercato di riportarci in studio dimostrando sempre un grande attaccamento al progetto, hanno insistito molto negli anni perché ne prendessi in mano da solo le sorti; visto che l’ipotesi di una reunion del nucleo compositivo storico si era dimostrata inattuabile. Mi ci è voluto un po’ di tempo per elaborare questa idea. I dubbi sono stati molti, ma poi ha prevalso l’amore per Il Segno del Comando e ho deciso di ripartire. A quel punto io e Massimo Gasperini abbiamo iniziato a contattare molti musicisti svolgendo un lavoro certosino per formare una nuova line up. Nel frattempo, ho iniziato a scrivere i brani e tutto è venuto molto più spontaneo del previsto. Ci siamo comunque presi tutto il tempo necessario per sperimentare con calma e provare più soluzioni. Per dare un riferimento temporale che risponda alla tua domanda, direi che la decisione di ripartire sia stata presa nel 2009.

Ancora una volta hai scelto una novella di Gustav Meyrink, già autore del Golem per costruire il concept su cui verte l’album. Cosa ha di tanto particolare questo scrittore?
Ciò che ha stimolato e che tiene vivo il mio interesse per i suoi scritti da molto tempo è da ricercarsi principalmente in un aspetto: l’attualità. E’ infatti straordinario per me notare come le sue analisi abbiano resistito al passare del tempo. Queste, come del resto le sue critiche sociali, restano valide anche per i giorni attuali e, le sue soluzioni, se comprese, risultano addirittura innovative ed efficaci per la nostra epoca (in cui si assiste al fallimento più o meno generalizzato di tutte le ricette prodotte per salvare il genere umano dal proprio declino). Anzi, il comprendere la sua opera, può addirittura aiutare ad individuare gravi pericoli che si annidano nelle concezioni metafisiche che hanno accompagnato l’umanità nei millenni e che sono tuttora imperanti o quantomeno molto influenti. Le sue concezioni possono essere di aiuto all’uomo nel tentativo di liberarsi dalle schiavitù mentali che lo rendono impotente evitandogli di attivare le proprie risorse creative interiori. Nei suoi scritti, sono presenti critiche al pensiero borghese, a visioni politiche e attitudini sociali pericolose e anche a determinate dottrine religiose ed esoteriche che spingono verso l’abisso. Le sue opere evidenziano una tendenza alla ricerca che ha lo scopo di portare ad una profonda conoscenza di sé stessi; come prerequisito fondamentale per avvicinare l’individuo ad una condizione di illuminazione (o risveglio). Chi non riesce o non vuole compiere questo percorso di crescita rischia di restare a far parte della massa formata da coloro che vivono in una condizione molto simile a quella del sonno.
Meyrink ha attirato l’interesse di molti illustri pensatori del ‘900 proprio grazie alla profondità del suo pensiero e questo è dovuto al fatto che egli fosse un precursore di idee e visioni all’avanguardia.

Il vostro nome trae origine da un noto sceneggiato trasmesso dalla Rai nei primi anni 70. Il romanzo omonimo è opera di Giuseppe D’Agata, quali credi che siano i punti di contatto tra l’autore italiano e quello austriaco?
Il filo rosso che ci ha spinto ad occuparci di questi due autori (così lontani tra di loro) è da ricercarsi in un retaggio culturale del vecchio continente che in qualche modo abbiamo cercato di recuperare. D’Agata, con il suo romanzo e con il serial de Il Segno del Comando di cui è stato anche lo sceneggiatore, ha rappresentato uno degli esponenti di una italianità geniale via via venuta meno per lasciare il passo al progressivo appiattimento qualitativo cui oggi assistiamo. Noi veniamo principalmente dagli anni 70-80 e abbiamo assistito alla nascita dell'”arte spazzatura” che ha preso progressivamente il posto precedentemente occupato da pagine memorabili della nostra cultura nazionale. Ebbene D’Agata è sicuramente uno degli artefici della magica epoca che ha preceduto il break down che ha originato l’impoverimento che oggi caratterizza per lo più il mainstream di musica, cinema, arte e televisione. In sostanza, noi ragazzi delle “paludi nichiliste” degli anni ’80, abbiamo sentito la necessità di salire su una zolla di terra salvatasi dai fanghi per compiere a ritroso un percorso di recupero delle tradizioni del nostro continente. Dopo un primo viaggio fino ai confini della memoria per ritrovare le suggestioni della nostra infanzia (ovvero quelle della tv in bianco e nero), abbiamo sentito l’esigenza di spingerci oltre e cercare radici più profonde. Qui è venuto l’interesse per tutta una serie di autori tra cui Meyrink. Quindi in realtà i punti di contatto, più che da ritrovare nel contenuto degli scritti di questi due autori, sono da ricercare nelle associazioni compiute dalle nostre menti spinte dalla volontà di riscoprire le proprie origini.

E’ stato difficile tradurre in versi l’opera e, soprattutto, è nata prima la parte musicale o quella lirica?
Come avviene quasi sempre nel mio modo di lavorare, è nata prima la musica. Solitamente, prima strutturo delle composizioni abbastanza complete con una idea definita di pulsazione ritmica, di armonia, melodie principali e contrappunto e solo dopo scrivo i testi. Anche in questo caso ho proceduto in siffatto modo. Non ho avuto grosse difficoltà nel tradurre in versi l’opera. Anche perché questa mi era entrata dentro in maniera molto forte.

I testi denotano una cura particolare per il lessico utilizzato, caratteristica che ho riscontrato anche nei tuoi lavori con gli Egida Aurea. Da cosa nasce questa tua volontà di utilizzare termini molte volte desueti?
La ricerca lessicale (se ce n’è stata una) che è alla base del mio approccio lirico si basa sul fatto di sfruttare termini che da soli diano vita ad una costellazione di associazioni mentali stimolando l’immaginazione dell’ascoltatore. Questa caratteristica, che fin da bambino ho rilevato in autori come De Andrè, mi ha sempre affascinato e ho cercato di farla mia. Inoltre, c’è anche la volontà di non collocarsi in un’epoca precisa dal punto di vista narrativo. Solitamente la tendenza odierna è quella di adottare degli “slang” quando si scrivono i testi. Questi slang sono fortemente legati all’epoca storica in cui sono stati prodotti. Io non voglio uniformarmi a questo approccio, ma preferisco piuttosto mantenere aperto un continuum spazio-temporale con il passato. Un passato in cui la lingua stessa era più ricca (o forse semplicemente meno contaminata da tendenze imposte da un mondo globalizzato). Anche l’utilizzo di termini ormai meno diffusi è dovuto all’efficacia di alcune di queste parole nel centrare determinati concetti. Nonostante ciò, cerco di mantenere una buona fruibilità sia nella musica che nei testi. Non mi interessa compiacere pochi intellettuali, ma semmai aprire nuove vie che la persona media possa riscoprire come alternative a quanto viene imposto dai canali ufficiali.

In alcuni pezzi ho riscontrato delle influenze Egida Aurea, come per esempio nel brano d’apertura. E’ una mia impressione o quell’esperienza ha in parte condizionato il processo creativo de Il Volto Verde?
Egida Aurea è stato il primo progetto in cui (stufo di dover dipendere dall’aiuto di altri e spinto dalla necessità di non ritrovarmi ridotto all’immobilità) mi sono messo a curare i testi. Prima non me n’ero mai occupato e avevo sempre preferito delegarne la realizzazione ad altri. E’ in questo progetto che è nato il mio modo di scrivere. Chiaramente cambiano le tematiche, ma l’impronta resta e forse questa impronta si fa evidente in ogni mio disco. Non nascondo però che ne Il Volto Verde c’è anche una sorta di evoluzione di concetti e pensieri, già sviluppati con Egida Aurea, volta ad approfondirne le dimensioni esoteriche.

Come è stato lavorare a un album del Segno senza Mercy?
E’ stata chiaramente una esperienza molto strana (almeno inizialmente). Non posso negare questo. Però nel contempo mi ha permesso di compiere un percorso di crescita che non è privo di soddisfazioni e di sensazioni positive. In questi anni grazie a tutti i progetti che ho seguito (di cui Il Volto Verde rappresenta ad oggi lo scalino conclusivo) sento di avere sviluppato una maturità che mi fa sentire molto bene dal punto di vista artistico.

In compenso sul disco compaiono una miriade di artisti sia come componenti effettivi della band sia come ospiti. In base a quale criterio hai scelto le persone con cui collaborare?
Il Segno del Comando è sempre stato un gruppo soggetto a cambi di line up (forse su questo ha influito anche il fatto che fino ad oggi sia rimasto un progetto esclusivamente da studio). Per quanto riguarda la scelta di alcune star che sono comparse nel disco, posso dire di aver seguito semplicemente i miei desideri di fan onorato di accogliere alcuni tra i musicisti che ritengo miei maestri (come ad esempio Gianni Leone e Claudio Simonetti). Ho poi invitato altri esponenti della scena italiana ed internazionale per i quali nutro una grande ammirazione (Paul Nash, Freddy Delirio, Martin Grice, Sophya Baccini) ritenendo che, grazie alle loro capacità personali e al loro stile, avrebbero arricchito di molto il disco; e così è stato. Per il resto la scelta è stata dettata semplicemente dalle caratteristiche musicisti. Non è semplice entrare nel mood di questo progetto e quindi è stato necessario selezionare chi aveva le attitudini adatte a renderne al meglio le sonorità.

La butto là: vi vedremo mai dal vivo? Magari con una rappresentazione teatrale…
Sì, è mia intenzione portare Il Segno del Comando dal vivo. Sto infatti lavorando alla definizione di una line up stabile che oltre ai concerti si occupi dei prossimi capitoli discografici. A breve entreremo in sala prove e stiamo già pianificando una prima uscita indicativamente per il prossimo autunno.

Piccolo passo indietro: tempo fa mi è capitato di recensire l’album “TRE” dei Pierrot Lunaire, disco che conteneva degli inediti della band oltre che una sorta di appendice tributo. Voi vi avete partecipato con “Lady Ligeia”: cosa ricordi di quell’esperienza?
Ricordo che quell’esperienza ha rappresentato un test importante in vista di realizzare Il Volto Verde. Abbiamo suonato tutto io e Roberto Lucanato. Ho realizzato un arrangiamento per basso e chitarra di una composizione che in origine era per pianoforte. Inoltre, mi sono concesso un ruolo melodico/tematico lasciando emergere il bassista che è in me e che ultimamente è messo sempre più da parte per lasciare spazio al compositore.

In conclusione mi sembra fuori luogo chiedere a una band come la tua quali siano i progetti futuri, lontani come siete da certe logiche, credo che dovremo aspettare un bel po’ prima di vedere del nuovo materiale. Per questo ti chiedo quali sono quelli di Diego Banchero, magari un insperato ritorno dei Malombra?
Voglio fare in modo che l’attività de Il Segno del Comando diventi più regolare e raggiunga un livello prioritario. Negli anni ho sofferto molto a causa dei periodi di inattività della band. Chiaramente non voglio trascurare né gli altri miei gruppi (Ballo delle Castagne, Egida Aurea) né collaborazioni che sono per me molto stimolanti (Blooding Mask, ZSP, Lupi Gladius). Queste stanno procedendo ed abbiamo agende piene di progetti e impegni. Con gran sicurezza posso dire invece che non ci sarà un ritorno di Diego Banchero con Malombra. Questa la vedo come un’ipotesi praticamente impossibile da verificarsi.

Grazie di tutto, a te la chiusura
Voglio utilizzare questo ultimo spazio per ringraziare te e la redazione per averci accolto su Raw and Wild.

Intervista originariamente pubblicata su www.rawandwild.com nel 2014 in occasione dell’uscita de “Il Volto Verde”.
http://www.rawandwild.com/interviews/2014/int_ilsegnodelcomando.php