Solo – Breve guida alla solitudine

Giuseppe Galato, dopo l’esperienze maturate con GianO e The Bordello Rock ‘n’ Roll Band, ha iniziato un percorso in solitaria dal nome programmatico Solo. Dopo il lancio di un paio di singoli, e con l’album “The Importance of Words” previsto per inizio 2022, lo abbiamo contattato per saperne di più…

Ciao Giuseppe, dopo alcune esperienze in band tradizionali hai deciso di tornare a lavorare in proprio con il progetto Solo. Il nome sbandiera una volontà di autodeterminazione, di individualismo identitario. Cosa ti ha spinto verso questa scelta di lavorare da “solo”?
Ciao! In realtà, più che una scelta, il tutto è dovuto a una condizione, e cioè quella di non essere riuscito a trovare dei compagni di viaggio: quindi, eccomi qui, da solo!

Credi che il passare dal noi all’io possa anche farti pagare un prezzo in termini di ispirazione e completezza del songwriting?
Quello no: anche negli altri progetti che ho avuto (e continuo ad avere, in parallelo), scrivo e arrangio io i brani (e sono molto dittatoriale, su questo, sebbene sia aperto a suggerimenti). In linea di massima, quando scrivo una canzone ho già in mente come sarà la batteria, come sarà il basso: tutto.

Devo essere sincero, i due pezzi che ho sentito, effettivamente sono vari, “Stati emozionali” e “Don’t shoot the piano player (it’s all in your head)” si rifanno il primo al kraut rock, il secondo a un certo pop psichelico inglese, quasi in odore di primo glam. Credi che questa varietà di stili possa in una certa maniera minare le certezze dell’ascoltatore, che non sa come classificarti, oppure alla lunga possa rappresentare una carta vincente?
Di questi tempi, credo sia molto controproducente. Però non è che mi interessi molto: io faccio quello che mi sento di fare, senza pensare se piacerà o meno a un largo pubblico. Quello che faccio deve piacere, prima di tutto, a me; in seconda pianta, deve piacere a persone di cui ho una certa considerazione (che possono essere amici o addetti al settore che seguo e che stimo). Faccio musica per esprimermi, non per cercare consensi.

In virtù di quanto mi hai detto, come nascono i tuoi brani?
È una domanda a cui mi viene difficile rispondere, perché ho scritto un sacco di canzoni, e sono nate tutte in modi differenti. A volte dalla rabbia, a volte dalla tristezza; a volte per gioco, a volte in preda a stati alterati di coscienza: non ho un metodo preciso. Diciamo che la costante è che, prima di tutto, scrivo la musica, la melodia vocale, cantandoci in finto inglese, gibberish; successivamente, penso al testo (spesso, con non poche difficoltà): do molta più importanza alla musica che non al testo (altrimenti scriverei poesie, non canzoni).

I due brani che ho citato, comunque strizzano l’occhio a una stagione del rock passata, credi che il futuro della musica sia nelle proprie radici?
Non saprei, ma ciclicamente c’è sempre una sorta di “ritorno” al passato (vedi le sonorità anni ‘80, in voga attualmente, e ormai abusate dall’itpop). Con la vittoria dei Måneskin a Sanremo molti stanno gridando al ritorno del rock all’interno del mercato mainstream: non credo l’analisi sia veritiera, ma vedremo. I revival, comunque, non è che mi convincano più di tanto. Soprattutto, non mi convince mai il far diventare di massa un genere specifico, perché poi tutti si buttano a fare quello; e, fra tutti, molti prodotti saranno necessariamente scadenti (senza voler citare il già citato, abusato, itpop, sono un grande amante del progressive anni ’70, ma nella miriade di band nate in quegli anni la maggior parte, a mio avviso, erano mediocri). A mio avviso, si dovrebbe fare musica guardando a tutto ciò che c’è di interessante nel panorama presente e passato, senza i paraocchi, facendo ciò che più ti piace; e cercando di farlo non per avere consensi a tutti i costi, ma per il piacere di farlo, cercando una propria chiave espressiva personale, e non diventando la copia della copia della copia.

Mi parleresti in modo più dettagliato di questi due singoli?
“Stati emozionali” è un brano alquanto vecchio: lo scrissi i primi anni di università, quando seguivo i laboratori di musica elettronica (colta) con Giorgio Nottoli. Fui molto colpito, in particolare, da alcuni lavori di Karlheinz Stockhausen, soprattutto per quanto riguarda la creazione dei suoni a partire dalla loro più piccola componente, l’onda sinusoidale, il suono più semplice che esista. In natura, ogni suono che ascoltiamo è il “risultato” di una sommatoria di onde sinusoidali; oltre a ciò, nella percezione che abbiamo dei suoni buona parte la si deve all’inviluppo che un suono ha (quindi, come evolve questo suono nel tempo). Lavorando per sintesi additiva, e sfruttando dei generatori d’onda, si può arrivare a ricreare dei suoni complessi, così come il nostro cervello li conosce: è stato un lavoro prettamente di stampo matematico, perché in pratica devi stare lì ad inserire negli oscillatori le frequenze (in hertz) che vuoi andare ad utilizzare e, poi, miscelarle fra loro; quindi, se sai che il La centrale vibra a 440 Hz, inserisci nell’oscillatore il numero “440” e ti generi l’onda (che andrai, poi, a sommare ad altre onde di altre altezze, e a cui dovrai attribuire uno specifico inviluppo, in base al suono che ti interessa far uscire fuori). Il resto dei suoni, invece, l’ho realizzato sfruttando la sintesi sottrattiva, il processo inverso: partendo dal rumore bianco, che è la sommatoria di tutti i suoni che esistono in natura, possiamo andare a “tagliare” una specifica banda di frequenze sfruttando dei filtri passa banda, in modo da selezionare solo quello che ci interessa. Il brano è, naturalmente, non solo nella metodologia ma anche nello stile, ispirato a quei lavori (sebbene, a differenza di “Studie II”, dove Stockhausen tentava di creare un nuovo sistema tonale, io ho comunque lavorato all’interno del sistema temperato, che tutti conosciamo); quindi, da molti potrà non essere percepita come una “canzone”, come musica, ma un’accozzaglia di effetti sonori: ma io, seguendo John Cage, auguro a tutti “Happy new ears”. Come in “Stati emozionali”, anche “Dont’ shoot the piano player (it’s all in your head)” è pregna di effetti sonori, ma lì ho avuto un approccio più “fisico”, avendo sfruttato solo pedali per chitarra. Non si direbbe, ma tutti i suoni che sono nel brano sono chitarre, processate tramite vari effetti che vanno dai phaser al whammy, da risuonatori a delay mandati in auto-oscillazione, spesso miscelati fra loro per creare dei suoni peculiari. Per i nerd, ho utilizzato, nello specifico, un Dirty Robot, un PH-3, un Whammy, un Transmisser, un Fuzz Factory, un Regenerator, un Artec APW-7 e un Tape Eko (credo di non aver dimenticato nulla). Il brano prende spunto, come facevi notare tu, dalla psichedelia anglosassone della seconda metà degli anni ’60: avevo in mente principalmente i Rolling Stones di “Their Satanic Majesties Request”, ma naturalmente grande influenza l’hanno avuta anche i Pink Floyd di Syd Barrett e i Beatles; anche se l’idea di inserire dei suoni estranianti mi è venuta ascoltando “Mangiafuoco” di Edoardo Bennato! Ad ogni modo, la cosa che li accomuna è, di sicuro, una certa propensione verso la psichedelia. E il fatto che molto lavoro è stato fatto sulla spazializzazione, con i suoni che si muovono da un canale all’altro, in alcuni casi (in particolare su “Stati emozionali”) in binaurale, con la sensazione che ti avvolgano in maniera tridimensionale.

Mi par di capire che tu abbia l’intenzione per il momento di pubblicare solo dei singoli, il formato album secondo te è ormai superato nella realtà musicale odierna?
Da un lato la gente non ascolta quasi più album, ma si va di playlist; dall’altro, ci sono alcuni recensionisti e certa stampa che non danno spazio a nulla se non agli album (a meno che tu non sia un artista in qualche modo osannato; quindi, se sei uno sfigato come me, ti attacchi al proverbiale cazzo; è una logica che non concepisco, due pesi, due misure, in base alla fama: ma sorvoliamo). Comunque, l’album ci sarà, ho anche il titolo pronto (“The importance of words”), ma se ne parlerà l’anno prossimo. Per i prossimi mesi, se i miei progetti vanno come devono andare, uscirò con qualche altro singolo, cambiando ancora genere: ho tre brani quasi pronti, uno dream pop/dance, uno art rock (sulla falsariga dei Radiohead più chitarristici e i primi Muse) e uno più sullo shoegaze. Diversi fra loro, come generi, ma sempre con la costante dell’attitudine psichedelica.

Stop dei concerti a parte, credi che Solo possa avere una dimensione live?
Proprio un paio di settimane prima del casino, ho portato i brani di questo mio progetto dal vivo, allo Shabby di Omignano Scalo, qui in Cilento, dove io abito. Non avendo una band, e non volendo semplicemente accompagnarmi con la chitarra ritmica, ho ricreato un set con tre amplificatori per chitarra; sfruttando vari switch ho mandato, così, il segnale della chitarra all’interno di tre catene di effetti: una più “classica” e “portante” (pulito/overdrive), e altre due che andavano a ricreare effetti psichedelici (naturalmente, con suoni differenti fra l’una e l’altra), in modo da dare l’impressione stessero suonando più persone, più strumenti. Il risultato è un’amalgama di suoni che arrivano da vari punti del set, in base a dove hai posizionato gli amplificatori: sarebbe bello microfonarli, mandandoli nell’impianto, e avere al mio fianco un tecnico che faccia muovere i suoni dal canale destro al sinistro e viceversa (ma mi sa che sto fantasticando troppo). Ad ogni modo è stata un’esperienza interessante (anche se, considerando che quando compongo mi concentro molto sulla sezione ritmica, la mancanza di basso e batteria mi dispiace molto: ma va bene così, per il momento). Quindi, sono decisamente pronto per i live!

Chiuderei l’intervista esplorando un altro lato del tuo Io artistico, quello di scrittore: che mi dici del tuo libro “Breve guida al suicidio”, pubblicato per la no EAP Edizioni La Gru? Nelle sue pagine troviamo esclusivamente Giuseppe Galato oppure fa capolino, inevitabilmente, anche Solo?
Nelle pagine di “Breve guida al suicidio” forse ritroviamo più Mr. B. Sapphire, che è uno degli altri miei alter ego, quando suono nella The Bordello Rock ‘n’ Roll Band, considerando che, sia in “Breve guida al suicidio”, sia nei brani della band, sfrutto più l’ironia e il sarcasmo, mentre in Solo (o nei M.i.B., altro progetto punk/grunge a cui sto lavorando e dove assumo l’identità di Ictus) faccio emergere maggiormente la mia vena malinconica o rabbiosa. Giuseppe Galato quasi non esiste.

Motorpsycho – Heavy psych mood

ENGLISH VERSION BELOW: PLEASE, SCROLL DOWN!

Mai fermi sui propri allori – stiamo parlando di una dalle formazioni più coraggiose della scena rock europea sin dagli anni ’90 – i Motorpsycho sono già tornati con l’album di follow-up dell’acclamato “The All Is One” del 2020. Registrato in parte nelle stesse session della precedente release, “Kingdom Of Oblivion” – in uscita il 16 aprile ’21 su Stickman Records / All Noir – annuncia un ritorno alla “Motorpsychodelia” e agli heavy-riffs degli anni passati, in attesa di lambire nuovi territori inesplorati.

Ciao Bent, è un grande piacere avere la possibilità di intervistarti (in quanto fan di vecchia data) ma veniamo subito al dunque: sono passati poco più di sei mesi dall’uscita di “All is One” (ultimo atto della “The Gullvåg Trilogy”). Possiamo considerare questo nuovo album come un nuovo capitolo a sé? Mi sembra che sia un ritorno a una forma più diretta di heavy rock …
Ciao! Per noi questa è una cosa diversa dalla “Gullvåg Triology”, di sicuro. Anche se gran parte di essa è stata registrata contemporaneamente a “The All Is One”, questa roba aveva un’atmosfera così fondamentalmente diversa che avevamo bisogno di separarla dalla Trilogia. Gran parte di esso è praticamente heavy rock anche se, con alcune modifiche e pezzi strani inseriti, sembra molto più strano e psichedelico della maggior parte del rock pesante moderno. Heavy psych è probabilmente l’etichetta più ovvia, se questo è il tuo genere. Se è l’inizio di un nuovo ciclo o una tantum non lo sappiamo ancora. Il tempo lo dirà!

Tra le nuove canzoni ho trovato alcuni riferimenti al passato “grungedelico” – ad esempio “The Transmutation of Cosmoctopus Lurker” – a dischi come “Timothy’s Monster”, è una sorta di reazione “hard” a questo periodo di isolamento forzato?
Non proprio: le tracce di base sono state registrate prima della pandemia, quindi solo alcuni dei testi riflettono l’epidemia e solo parte della musica. Penso che la nostra reazione iniziale sia stata quella di tacere e interiorizzare, quindi se qualcuno di questi riflette l’epidemia, sarebbe la roba folky, dall’aspetto interiore. Ultimamente, però, abbiamo sentito il bisogno di rilasciare un pò di adrenalina, quindi è fantastico che questo album contenga un po’ di testosterone – sarà fantastico dal vivo!

Ho sempre immaginato che il vostro “processo di scrittura” fosse anche il risultato di lunghe jam (soprattutto su alcuni dischi del passato) ma a questo punto della vostra carriera cosa è cambiato nella fase creativa?
Non abbiamo un modo prestabilito di fare le cose, quindi alcune cose provengono da improvvisazioni, ma altre cose vengono lavorate su un pianoforte o un’acustica – e tutto ciò che sta nel mezzo! Penso che ciò che è cambiato di più sia la nostra capacità di non essere troppo analitici e autocritici troppo presto nel processo: finiamo il pensiero e l’idea prima di usarlo o buttarlo via, e oggigiorno ogni idea musicale è valida fino a quando non ci abbiamo lavorato. È il modo migliore per evitare il blocco degli scrittori e mantiene anche le Muse di buon umore!

Nella vostra discografia avete esplorato quasi tutti i vari stili del rock and roll, ma c’è qualcosa a cui non vi siete ancora avvicinati?
Non c’è ancora molto reggae o ska nel nostro catalogo… e anche se anche a noi piace un po’, penso che la possibilità che esista un MP-album roots reggae è piuttosto scarsa. A meno che, naturalmente, non andiamo in Giamaica e restiamo lì per alcuni mesi e lo facciamo correttamente. Ma non scommetterci dei soldi!

L’aver cambiato spesso il batterista in qualche modo ha favorito una certa freschezza compositiva nelle diverse fasi della vostra carriera? Penso ad esempio a una band come i Melvins – ora una specie di collettivo aperto con due membri fondatori e collaborazioni sempre diverse …
Ebbene, “spesso” non è il termine giusto, vero? Geb è durato 14 anni, Kenneth 9… ma capisco cosa intendi e, naturalmente, un nuovo membro colorerà sempre la musica – è il motivo perché sono lì! Le persone sono diverse e amano fare cose diverse e hanno processi diversi, quindi ogni batterista (e tastierista o qualsiasi altra cosa) ha cambiato il processo della band. Lo mantengono interessante per noi e fresco per tutti, quindi è soprattutto una cosa positiva. Se Tomas se ne va, non so cosa faremmo, ma forse l’approccio dei Melvins è la strada da percorrere in quel caso? Vedremo cosa succede!

Siete tra i pochi artisti che credono ancora nel potere degli album, come ti relazioni con la musica contemporanea dove tutto si consuma velocemente per poi passare ad altro?
Lo trovo meno coinvolgente e ne ricavo meno, mi dispiace dirlo. Dal momento che ho bisogno di un qualche tipo di contesto per relazionarmi alle cose, molta nuova musica mi annoia. Potrei essere io che sto invecchiando, naturalmente, ma trovo che manchi qualcosa quando è tutto così strutturato, veloce e superficiale. Ma immagino che il nostro ruolo sia sempre stato quello di essere il fornitore dell’alternativa, sin dall’inizio, quindi ci sta bene: lascia che lo facciano e noi faremo le nostre cose per il pubblico a cui piace il nostro genere di cose. In questo modo tutti vincono!

Cosa stai ascoltando in questo periodo? C’è qualche artista o nuova band che ha catturato la tua attenzione? Ci sono nuovi “Motorpsycho” là fuori?
Ho un figlio di 15 anni che è molto appassionato di musica, quindi sento molte cose nuove da lui, ma le mie scoperte vengono da amici e colleghi: il duo metal spagnolo Bala mi piace, mi piace la maggior parte delle uscite sia di Stickman che Rune Grammofon (le due etichette che distribuiscono i lavori dei Motorpsycho ndr.), sono appena entrato nella band Budos, adoro il nuovo disco dei Pearl Charles e ovviamente guarda cosa fanno gli amici: il nuovo disco di Elephant9 è fantastico! Non so, è possibile essere un “nuovo Motorpsycho” di questi tempi? Dal momento che la cultura mainstream è cambiata così tanto e c’è meno attenzione per gli artisti e più per prodotti consumati rapidamente, siamo l’ultima rock band? Spero sinceramente di no, ma sono contento che ci siamo finiti in tempo mentre questa era ancora una possibilità!

Quando avete iniziato eri molto giovane, avreste mai pensato di continuare così a lungo?
Non credo che ci abbiamo pensato! Penso di aver saputo che non saremmo mai stati una macchina di grande successo, dal momento che i nostri interessi e talenti sono altrove, e che costruire un catalogo e una fan-base in modo punk rock sarebbe stato il modo migliore per noi, ma che avremmo avuto 30 anni e più di carriera sarebbe stato inimmaginabile!

Siamo abituati a vedervi ogni anno (prima della pandemia mondiale) in Italia con tanti concerti, ma c’è qualche posto a cui siete particolarmente legati? Vi vedremo mai in Puglia?
Ci manca davvero non venire in Italia! Certamente posti come il Bloom a Mezzago e il Velvet a Rimini – di cui sentiamo molto la mancanza – dove abbiamo suonato così tanto che ormai sono quasi come “a casa lontano da casa” ci mancano di più. Ma suoneremmo ovunque e mi piacerebbe suonare in Puglia se un promotor decente e un grande locale volessero che venissimo!

È tutto, grazie!
Grazie! Ci vediamo dall’altra parte!

Never a band to rest on their exceedingly large heap of laurels – we’re talking about a long standing stalwart of the European rock scene since their formation in the 90’s – Motorpsycho has already returned with the follow-up album to 2020’s highly acclaimed “The All Is One”. Recorded partly in the same sessions as the previous release, “Kingdom Of Oblivion” – out on 16th April ’21 on Stickman Records / All Noir – heralds a return to the riff-heavy Motorpsychodelia of years past while looking forward to new uncharted territories.

Hi Bent! It’s a great pleasure to have the chance to interview you (as a longtime fan) but let’s get to the point; It’s been just over six months since the release of “All is one” (last act of “the Gullvåg Trilogy”) can we consider this new album as a new chapter in its own right? It seems to me that’s a return to a more direct form of heavy rock…
Hi! To us this is a different thing than the Gullvåg Triology, for sure. Even if much of it was recorded at the same time as “The All Is One,” this stuff had such a fundamentally different vibe that we needed to seperate it from the Triology. Much of it is pretty much straight up heavy rock, indeed, albeit with a few tweaks and weird bits thrown in, so it feels much weirder and psychedelic than most modern heavy rock. Heavy psych is probably the most obvious label, if that is your thing. If it’s the beginning of a new cycle or a one off we don’t know yet. Time will tell!

Among the new songs I found some references to the “grungedelic” past – for example “The Transmutation of Cosmoctopus Lurker” – to records as “Timothy’s Monster”, is it a sort of “hard” reaction to this forced period of isolation?
Not really – the basic tracks were recorded before the pandemic, so only some of the lyrics reflect the plague, and only some of the music. I think our initial reaction to it was to go quiet and inwards, so if any of it reflects the plague, it’d be the folky, inwards looking stuff. Lately though, we have felt the need to get some adrenalin going, so it’s great that this album has some testosterone on it – it’ll be great live!

I always imagined that your “writing process” was also the result of long jams (especially on some records of the past) but at this point in your career what has changed in the creative phase?
We have no set way of doing things, so some stuff comes from improvs, but other stuff is worked on a piano or an acoustic – and everything inbetween! I think that what has changd most is our ability to not be too analytical and self-critical too early in the process: we finish the thought and the idea before we either use it or chuck it away, and these days every musical idea is valid untill we’ve worked at it. It is the best way to avoid writers block, and it also keeps the Muses in a good mood!

In your discography you have explored almost all the various styles around rock and roll, but is there anything you have not yet approached?
There isn’t much reggae or ska in our catalog yet… and even if we like some of that too, I think the chance there ever being of a roots reggae MP-album is pretty slim. Unless, of course we go to Jamaica and stay there for a few months and get it properly. But don’t put money on it!

Did having often changed the drummer in some way favored a certain compositional freshness in the different phases of your career? I’m thinking for example of a band like the Melvins – now a kind of open collective with two founding members and always different collaborations…
Well, ‘often’ isn’t quite the right term, is it? Geb lasted for 14 years, Kenneth for 9… but I see what you mean and , of course, a new member is always going to colour the music – that is why they are there! People are different and like doing different things, and have different processes, so every drummer (and keyboardist or whatever) has changed the band’s process. I keeps it interesting for us, and fresh for everyone, so it’s mostly a positive thing. If Tomas leaves, I dunno what we’d do, but maybe that Melvins approach is the way to go in that case? We’ll see what happens!


You are among the few artists who still believe in the power of “Albums”, how do you relate to contemporary music where everything is quickly consumed and then moved on to something else?
I find it less engaging and get less out of it, I’m sorry to say. Since I need some kind of context to relate to stuff, a lot of new music just bores me. It might be me getting old of course, but I do find that something is missing when it’s all so formated, quick and superficial. But I guess our role always was to be the provider of the alternative, ever since the beginning, so we’re fine with it: let them do that, and we’ll do our thing for the audience that likes our kind of thing. That way everybody wins!

What are you listening to in this period? Is there any artist or new band that has caught your attention? Are there any new “Motorpsychos” out there?
I have a 15 year old son that is heavily into music, so I hear a lot of new stuff from him, but my own discoveries are via friends and colleagues: Spanish metal duo Bala i like, I like most of what both Stickman and Rune Grammofon release(the two labels that distribute the works of Motorpsycho ed.), I just got into Budos band, love the new Pearl Charles record, and obviously check out what friends do: the new Elephant9 record fx, is amazing! I dunno, is it possible to be a ‘new motorpsycho’ these days? since mainstream culture has changed so much and there is less focus on artists and more on quickly consumed product, are we the last rock band? I sincerely hope not, but am glad we got in under the wire while this was still a possibility!

When you started you were very young, would you ever have thought about continuing for so long?
I don’t think we thought about it! I think i knew we’d never be a big hit machine, since our interests and talents lie elsewhere, and that building a catalog and a fan base the punk rock way would suit us the best, but that we’d have a ’30 years plus’ – run would have been unimaginable!

We are used to seeing you every year (before the world pandemic) in Italy with many concerts, but is there any place you are particularly attached to? Will we ever see you in Puglia?
We miss not getting to come to Italy – we really do! Of course places like Bloom in Mezzago and the much missed Velvet in Rimini we played so much that they are almost like homes away from home by now, so we miss them the most. But we’ll play wherever they send us, and would love to play in Puglia if a decent promotor and a great venue wanted us to come!

That’s all thanks!
Thank you! See you on the other side!

Morreale – Appunti di viaggio

Ospite di Mirella Catena ad Overthewall  Morreale, autore dell’album “Appunti di Viaggio” (Mellow Records).

Ciao Massimiliano, partiamo dagli inizi, come è iniziata la tua carriera musicale?
Ho iniziato a suonare in formazioni rock baresi agli inizi degli anni ’90, nei garage e negli scantinati con amici e ad esibirmi in piccoli locali. Poi ho interrotto per laurearmi e dedicarmi al lavoro ma la musica è sempre rimasta una parte molto importante della mia vita. Ad un certo punto è maturata l’esigenza di dar luce ad alcune idee musicali che avevo fissato su nastro, quando registravo con un quattro tracce. Due terzi dei brani contenuti nel CD sono stati sviluppati da materiale inedito preesistente, che è stato risuonato e lavorato in maniera più matura.

La tua passione e la tua formazione di musicista polistrumentista è stata influenzata dalla scena psichedelica e progressive degli anni ’70…
Sono molto legato alla musica degli anni ’70 sia straniera che italiana, un decennio straordinario ricco di creatività. La mia musica affonda le sue radici proprio là e si percepisce.

Quali sono le tue band preferite e hai tratto ispirazione da loro per comporre la tua musica?
Sicuramente i Pink Floyd, ma anche Hendrix, Led Zeppelin, il prog rock, i cantautori italiani (De Gregori ,Venditti…) e Battisti, e poi Nirvana, Bauhaus, i gruppi di thrash metal. Ascolto di tutto, anche jazz e musica classica. Mi definisco un eclettico con mente ed orecchie aperte. Se mi consenti una piccola digressione, con la mia musica vorrei veicolare delle emozioni, la mutevolezza delle emozioni che ci attraversano nel viaggio della nostra vita. Tutto ciò un po’ si rispecchia nella mutevolezza degli stili che, pur sempre in ambito rock, si susseguono nei 12 pezzi dell’album. Nessuna devozione integrale ad un unico genere porterebbe ad una simile ricchezza e potenza espressiva.

“Appunti di Viaggio” è il tuo album pubblicato nel 2020. Quanto è durata la gestazione di questo lavoro da solista?
Ci ho messo un anno e mezzo per le sole registrazioni, poi c’è stato tutto il tempo che ho dedicato alle pratiche per la stampa su supporto fisico e quasi a cose fatte ho ricevuto le attenzioni di Mauro Moroni della Mellow Records, colpito dalla lunga suite strumentale (poco più di 22 minuti) “Super Wonderboy Returns (a new fantastic adventure)” che scrissi nel 1993 in una forma più contenuta con il mio amico Mimmo Iusco. E’ sicuramente il brano più ambizioso del disco e si fregia della chitarra di Ago Tambone, amico, polistrumentista e principale mio collaboratore.

L’album vanta numerose collaborazioni. Vogliamo citare qualche artista presente su Appunti di viaggio?
Certamente, voglio tributare il giusto riconoscimento agli artisti che hanno impreziosito il disco. Su tutti, per la importanza dei contributi, Ago Tambone (quasi tutti suoi i bassi, oltre alle chitarre più belle e ardite) Con lui ho scritto il brano, “Il Mare” che insieme al contenuto dichiarato nel titolo è una metafora della mutevolezza e della incertezza ma anche della grandiosità della esistenza umana. Poi hanno partecipato al progetto Claudio Milano, grandissima voce della musica di avanguardia italiana, nel brano “Cronache Per la Fine di Un’infanzia”: il testo è suo come anche il canto. Alessandro Calzavara (aka Humpty Dumpty) ha scritto il testo e canta in “Dung”, l’unica canzone in lingua inglese, Gianni Ladisa sax in “L’assenza”, Tommaso Mastrorilli batteria in L’assenza e La metà di me. Il testo della ballata “La Metà di Me” è del cantautore Antonio Gridi. La voce che si sente all’inizio del divertissement “Fa un po’ Frescobaldi” è quella della mia piccina, Ludovica Morreale, a cui ho dedicato la ninna nanna conclusiva e l’intero disco.


Chi ha realizzato l’artwork del disco e cosa rappresenta?
L’artwork, splendido e visionario, nasce dalla penna di Andrea Biancucci. Le immagini alludono in tutto o in parte ai brani del disco. Lascio all’ascoltatore il gusto di coglierne i singoli rimandi.

Sei già a lavoro per un nuovo album? Il tuo progetto solista avrà una continuazione?
Sono al lavoro per due progetti, uno a mio nome, Morreale più prog rock oriented ed un altro insieme all’amico Humpty Dumpty più orientato alla new wave. Non ho idea però di quando saranno pronti.

Dove i nostri ascoltatori possono seguirti sul web?
Potete ascoltare Appunti di viaggio sul mio canale Youtube, su Spotify, su varie piattaforme digitali. Potete acquistare il CD contattandomi direttamente o rivolgendovi alla Mellow Records.
Do qui di seguito qualche riferimento:

https://www.youtube.com/channel/UC2rhn-sqD06IcqBE6GOfcNg
https://open.spotify.com/artist/7w1jCjgTDU2XG2ANd1bIqM?si=syeKG4bwRQqvgZzGs3Pl-A
https://www.facebook.com/Morreale-460953427666370
https://mellowlabelproductions.bandcamp.com

Grazie di essere stato con noi, ti lascio l’ultima parola
Sono io che ringrazio te Mirella, per la tua cortese ospitalità e tutti gli ascoltatori di Overthewll web radio.



Ascolta qui l’audio completo dell’intervista andata in onda il giorno 22 febbraio 2021:

Ancient Veil – Racconti acustici

Ospiti di Mirella Catena ad Overthewall gli Ancient Veil, autori nel 2020 di “Unplugged Live” (Lizard Records).

Diamo il benvenuto su Overthewall agli Ancient Veil: volete presentarvi?
Edmondo: Io sono Edmondo Romano il fiatista degli Ancient Veil, c’è anche Alessandro Serri, cantante e chitarrista e Fabio Serri tastierista.

Quindi abbiamo 3/5 della band. Voi iniziate a comporre già dal 1984, periodo in cui impazzava l’heavy metal e invece in voi nasce la passione per il prog… ci parlate dei vostri primi passi nel mondo musicale?
Alessandro: A noi è sempre piaciuta la musica rock, il progressive e tutta la musica non commerciale. Per parlare dei nostri primi passi, a dire il vero non erano consapevoli di star facendo prog, forse perché semplicemente sperimentavamo, e avevamo soltanto 14 e 15 anni. Diciamo che è venuto tutto in modo molto naturale, perché le prime cose le facevamo appunto io e Edmondo, con chitarra e flauto dolce, quindi da lì è un po’ nato tutto. Noi ci siamo conosciuti alle superiori, facevamo il liceo artistico, e gli altri ragazzi quando andava bene ascoltavano heavy metal, ma purtroppo era l’epoca dei Duran Duran, quindi come ben puoi capire, era veramente un disastro, anzi quando incontravi qualcuno che ascoltava heavy metal era proprio un momento di gioia perché c’erano più affinità.
Edmondo: Quindi abbiamo cominciato come tutte le vere band, cioè al liceo iniziando a suonare assieme. Bisogna pensare che all’epoca il prog, che veniva dagli anni 70, non viveva un momento di stasi, non era assente, era solo un po’ sfumato, perché era un momento di passaggio tra gli anni 70 e quello che sarebbe diventato il new prog successivamente. Noi abbiamo iniziato nel mezzo di questa fase, difatti quando abbiamo cominciato, nello stesso periodo storico, anche dal 1984 al 1986 e anche leggermente dopo, si sono formate in giro per l’Italia delle band di prog ed hanno cominciato a chiamare questo genere new progressive. Il new progressive italiano ha iniziato ad avere un po’ più successo, anche grazie al lavoro che io ed Alessandro avevamo fatto con gli Eris Pluvia all’inizio nel primo disco, che aveva avuto un buon successo.

Il progetto Eris Pluvia rappresenta le radici, fondamentale parlarne per arrivare ai giorni nostri e agli Ancient Veil. Ci raccontate delle origini della band? Eravate due ragazzi che andavano al liceo ed avevano questa passione per il prog …
Edmondo: Il liceo era l’artistico, io ed Alessandro ci siamo conosciuti nei corridoi del liceo.

Anche io ho fatto il liceo artistico in tempi più recenti
Edmondo: Il liceo artistico è un luogo dove l’arte finalmente nell’adolescenza inizia ad esprimersi, a maturare e a prendere il volo. Avevamo anche molti altri amici, che suonavano o suonicchiavano un po’, chi la batteria, chi le tastiere eccetera, abbiamo cominciato a creare la prima band, così per gioco, però io e Alessandro, ci siamo trovati subito insieme a comporre. Devi pensare che all’epoca non c’era il concetto così fermo e rigido di cover band così com’è oggi, proprio non esisteva, è un’idea che è arrivata dopo. Le cover band esistevano negli anni 60 quando si rifacevano i dischi inglesi, come ben sappiamo, ad esempio tutti i vari gruppi che rifacevano in italiano i successi di una volta. Gli anni 70 in Italia sono stati un momento creativo in modo enorme e negli anni 80 c’era ancora questo strascico dove tutti i gruppi giovani componevano, raramente si incontrava un gruppo che faceva delle cover, tutti si scriveva e si componeva.

C’era molta più creatività allora
Edmondo: Era normale. Quindi da lì piano piano, io e Alessandro abbiamo cominciato a fare la prima sala prove in casa mia, abbiamo iniziato a scrivere dei brani e a mettere su un gruppo e poi sono nati gli Eris Pluvia, che è un nome nato da un fatto a noi accaduto. Un giorno registriamo un brano musicale in un portone con la pioggia. Abbiamo spostato il registratore nell’atrio e io ed Alessandro improvvisiamo questo lungo brano con due flauti, in quel momento appunto pioveva.
Arrivato a casa, visto che io ho un padre scrittore e una madre pittrice, (sono nato e vissuto in un ambiente artistico), ho fatto loro ascoltare questo brano e insieme abbiamo coniato il nome Eris Pluvia (nome latino tradotto in italiano con Sarai Pioggia), e da lì è partita un po’ tutta la storia.
All’epoca Fabio era giovanissimo.
Fabio: Ero un bimbo di sette anni.

Quindi diciamo che è cresciuto permeato da quest’aria così creativa, musicale anche e poi ovviamente ne è stato “contaminato”. Quindi queste sono le origini degli Eris Pluvia e poi sono sfociate in quello che adesso è la band Ancient Veil. Nel 1991, dopo la pubblicazione di “Rings of Earthly Light”, diventato un cult del new progressive, Alessandro lascia la band, seguito in un secondo tempo da Edmondo. Rifondare un’altra band è stato un modo per iniziare da capo oppure riprendere qualcosa che era stato lasciato in sospeso?
Alessandro: Direi la seconda opzione

Cioè non avete resettato quello che è stato
Alessandro: Non abbiamo resettato, perché noi praticamente ritrovandoci insieme dovevamo continuare il lavoro che avevamo cominciato come Eris Pluvia, perché gli Eris Pluvia come appunto abbiamo già detto, sono una nostra creazione.

Una vostra creazione al 100%
Alessandro: Quindi poco dopo l’uscita dell’album “Rings of Earthly Light”, io ho lasciato la band e qualche tempo dopo Edmondo mi ha seguito, però a quel punto non aveva più senso che loro si chiamassero Eris Pluvia, perché i fondatori, se n’erano andati entrambi. Invece purtroppo siamo stati preceduti, e gli ex colleghi depositarono il nome prima di noi, ed è stato un vero peccato, perché così si è rovinata un’amicizia per circa vent’anni. Poi per fortuna c’è stato il rappacificamento, però quel gesto all’inizio ci ha creato alcuni problemi.

E’ anche bello il modo come ne avete parlato delle origini della band, delle radici, cioè il fatto di come avete scelto il nome con i genitori di Edmondo, quindi effettivamente capisco che sia stata veramente una grossa delusione, questa sottrazione di nome.
Alessandro: Considera che esiste un quadro della madre di Edmondo intitolato Eris Pluvia.
I suoi genitori avevano scritto una performance teatrale sempre intitolata Eris Pluvia, dove noi avevamo creato ed eseguivamo dal vivo la colonna sonora.
Edmondo: Essendo noi i produttori di tutto quel lavoro (le musiche sono per la maggior parte di Alessandro e mie), perché poi gli altri erano principalmente musicisti, che hanno con noi collaborato agli arrangiamenti. La copertina di “Rings of Earthly Light” è un quadro di mio fratello, che si intitola Aurora, i testi sono stati scritti in casa mia dai miei genitori, poi rivisti tra di noi con Maurizio Carità.
Tutto un lavoro diciamo artigianale, come si faceva una volta. All’epoca, e in generale quando sei giovane, tu non pensi a depositare un nome, perché non credi che queste cose possano accadere, hai una fiducia piena nel prossimo, ma come è successo in tanti rapporti, però sai che comunque il tempo rimette a posto le cose, perché come hai chiesto nella domanda, non è che noi abbiamo lasciato in sospeso qualcosa, passando semplicemente da un nome che era Eris Pluvia a un altro nome Ancient Veil; abbiamo continuato il discorso senza interrompere nulla. Quindi per noi non è cambiato niente, è cambiato forse per il mondo esterno, perché il mondo esterno dà molto valore all’etichetta ai nomi, però se vai ad ascoltare la musica, è la musica da sola che parla.

Poi vi siete un pochino ripresi questa cosa, anche il fatto che “Rings of Earthly Light”, sia un disco cult, vi siete rifatti pubblicando “Rings of Earthly… Live”, nel 2018. L’8 ottobre 2020 è uscito il nuovo lavoro discografico degli Ancient Veil dal titolo “Unplugged Live” che riprende undici brani eseguiti dal vivo in tre concerti differenti. Ci parlate di questo nuovo lavoro discografico?
Edmondo: Per ricollegarci a quella storia, quando abbiamo creato gli Ancient Veil, ci siamo subito uniti a Fabio, e quindi abbiamo sviluppato il primo disco degli Ancient Veil, fatto praticamente in tre, più tanti musicisti amici come ospiti aggiunti. In questo live abbiamo voluto riprodurre un po’ l’aspetto acustico, diciamo una visione un po’ più romantica, interiore delle composizioni, quindi anziché avere il disco interamente caratterizzato dal suono della band completa, ci sono tanti brani registrati dal vivo in alcuni concerti a Genova e a Milano, in trio, perché poi quando si componeva o si lavorava alla stesura dei brani eravamo effettivamente in trio e da qui nasce un disco che è una via di mezzo tra un lavoro totalmente unplugged con molti brani acustici eseguiti in tre e brani invece con la band.

Una versione intimistica di un po’ tutto il lavoro della band.
Edmondo: Si, abbiamo dato voce alla parte più romantica ed introspettiva dei brani musicali del nostro percorso storico

Pubblicare un live in un periodo in cui sono vietati, è una scelta casuale o voluta?
Alessandro: Come abbiamo detto prima, nel 2018 abbiamo pubblicato “Rings of Earthly… Live” dove abbiamo ripercorso un po’ tutta la nostra carriera, suonando brani con la band al completo.
Volevamo completare il discorso con un album acustico, avevamo questi brani registrati e in un periodo di pandemia dove non è che si possa fare molto, abbiamo deciso, sostenuti da un produttore, Massimiliano Bet (che ha prodotto economicamente questo disco ed è anche autore di alcuni testi dei nostri brani) ed è uscito con la Lizard di Loris Furlan, è una scelta casuale, nel senso che è venuto spontaneamente, ma siamo molto contenti di averlo potuto fare.
Edmondo: Devi sapere che io registro tutti i concerti. Registro tantissimo materiale e poi comunque nel tempo è sempre servito, poi un altro elemento importante per comprendere questo lavoro live ed anche quello prima è che gli Ancient Veil sono una band formata da professionisti. Alessandro è l’unico a fare tutt’altro lavoro ma è il “compositore di corte” ed ha il suo studio a casa, il resto della band, cioè io, Fabio, Marco e Massimo viviamo di musica, e questo ci permette di avere uno studio in casa professionale, e quindi anche di poter metter mano al materiale registrato, pulirlo, editarlo, sistemarlo in modo indipendente, e il periodo della pandemia, è stato molto utile.

E’ stato utille perché avete avuto gli attrezzi necessari per poter fare al meglio quello che dovevate fare. Il dipinto ad olio in copertina è opera della pittrice Francesca Ghizzardi, come tutti gli artwork degli Ancient Veil. Cosa rappresenta questo artwork?
Edmondo: La stampa sul CD in realtà rappresenta la prima idea di copertina che avevo avuto per “Rings of Earthly Light” nel 1990 che poi è stata sostituita dalla copertina che è finita poi sul disco ufficiale. Una mattina mi sono svegliato ed ho visto mio fratello che aveva dipinto tutta la notte questo quadro e ho detto: “Cavolo! Bello!” e allora a quel punto ho cambiato completamente le carte in tavola. La copertina di “Unplugged Live” è un quadro di mia madre, tra parentesi devi sapere che sono cresciuto in mezzo ai quadri perché mia madre dipingeva in continuazione, anzi dipinge in continuazione, il quadro si chiama Vertigine ed è lei il soggetto, ed è una specie di incubo, di passaggio tra il sogno e la realtà, quindi si vedono queste pennellate, questa confusione, c’è un occhio nello sfondo, è un’immagine abbastanza particolare.

Inquietante, particolare, molto affascinante, molto brava tua madre.
Edmondo: Diciamo che il concetto di inquietante è un concetto molto moderno, perché una volta non ci si poneva il problema, devi pensare che mia madre è diventata pittrice a metà degli anni 60, e dipinge da quel tempo. All’epoca non c’era nessun limite per la rappresentazione, ad esempio del nudo e si era molto più coraggiosi ed anche la ricerca del proprio io, dei propri sogni delle proprie manie eccetera, rappresentate in arte, in musica, in scrittura e in pittura, non evocavano l’inquietudine. Noi viviamo in un epoca dove in realtà abbiamo cominciato a catalogare i film ad esempio di Polansky, che in realtà nel primo periodo erano molto di ricerca introspettiva ed hanno incominciato a catalogarli come thriller, ma non sono thriller!

Diciamo che era un periodo dove si accettava tutto con molta naturalezza, molta tranquillità, adesso è tutto molto analizzato in una maniera direi ossessiva.
Edmondo: C’era una forte ricerca, cosa che adesso effettivamente si è un po’ assopita e c’era molto più coraggio, ma anche nella stessa musica c’era molto più coraggio, produttori che avevano il coraggio di investire su musicisti che dovevano ancora formarsi. Fabio ad esempio che lavora proprio nel mondo della musica anche più in contatto con il business, magari ha anche una visione diversa da quello che sto elencando tra la musica di oggi e la musica di allora.

Cosa ne pensi Fabio?
Fabio: Oggi siamo proprio da un’altra parte, come stavate giustamente dicendo, è tutto catalogato, tutto deve rifarsi a qualcosa che magari c’è già stato, è una visione sicuramente meno romantica, meno poetica dell’arte in generale. Si punta un po’ più a consumare e poco ad osservare e ad ascoltare, quindi siamo in un’epoca dove c’è un po’ di povertà culturale e povertà artistica. Sicuramente questo progetto è un qualcosa che può un po’ sensibilizzare l’ascoltatore da questo punto di vista.

Quali progetti vorreste realizzare nel 2021 e quali non avete realizzato nel 2020 a causa della pandemia?
Edmondo: Guarda, sinceramente, per me il 2020 è stato un anno fortunato, perché ho realizzato ben quattro dischi miei, in più ho partecipato a tanti altri album di amici. Ho girato mezza Italia in tournée con il Teatro Stabile di Catania, per il quale sto realizzando le musiche, tournée interrotta dalla pandemia, e ho composto proprio nel momento di pandemia le musiche del nuovo spettacolo. Io sino a pochi giorni fa ero in teatro a lavorare perché i teatri sono chiusi ma all’interno si può lavorare, quindi sinceramente la pandemia è stato uno spartiacque tra chi si dedicava completamente alla musica e chi lo faceva a livello amatoriale, comunque situazione molto strana perché chi aveva già del lavoro in piedi a livello professionale ha portato comunque a riordinare le idee e a concludere cose che erano ferme, se ci ricordiamo, prima della pandemia si correva tutti come dei pazzi e non si riusciva a realizzare nulla in modo adeguato. La pandemia ci ha un attimo fatto sedere e per quanto mi riguarda mi ha fatto terminare dei dischi con molta più calma e più consapevolezza di prima.

Diciamo che è stato fruttuoso hai ripreso delle cose che avevi accantonato per la frenesia del momento.
Edmondo: Sì. Dall’altra parte ha praticamente creato dei problemi a chi non lavorava a livello professionale o tutelato ha creato dei buchi enormi, non solo economici ma anche di possibilità di esprimersi, perché in Italia non abbiamo delle leggi adeguate che tutelino gli artisti, specialmente i musicisti.

In questo caso diciamo che appunto il mondo musicale, culturale è stato fortemente penalizzato, quindi ovviamente chi non aveva già dei progetti ferrei è rimasto abbastanza in perdita.
Edmondo: Se pensi a chi viveva solamente di musica nei locali, anche locali seri con gestione di situazioni musicali grandi oggi non lavora praticamente più, chi non è un compositore privo di lavori in piedi di produzione eccetera, si è trovato completamente sbarellato senza nessun riferimento economico e lavorativo.

Comunque speriamo che questo 2021 ci porti un po’ più di tranquillità e serenità, anche queste persone che hanno avuto queste colossali perdite, parliamo appunto dei gestori dei locali e di chi lavora per la musica i tecnici e tutto il resto, speriamo che tutto si cominci a sistemare.
Edmondo: Non so Fabio come ti è andata, faccio io la domanda… (risate)
Fabio: Io mi occupo di tante cose, sono direttore artistico di un’accademia a Milano e direttore musicale di musical. Diciamo che la parte teatrale del musical, quindi quella che non è dedicata ai teatri stabili e alle compagnie stabili, sono società di produzione private, diciamo esterne, ovviamente ha subito pesantemente la pandemia, perché tutte le produzioni si sono interrotte ed hanno rimandato tutte le date, qualcosa dovrebbe partire a breve. Noi avevamo la licenza di uno spettacolo che doveva partire quest’anno e se tutto va bene partirà l’anno prossimo, però è tutto così, le maestranze dello spettacolo sono tutte ferme ed abbiamo visto la manifestazione di “Bauli in piazza” un mucchio di tecnici, light designer, fonici e quant’altro, in piazza a protestare pacificamente per far capire che esistono anche loro. Io tra lo smart working, quindi il fatto di avere uno studio in casa poter fare tutte le lezioni dell’accademia attraverso piattaforme online e un po’ di produzioni discografiche parallele, io faccio anche pop, oltre ad avere una grande passione per il Progressive, diciamo che alla fine è andata abbastanza bene.
Alessandro: Posso dire che pur non facendo il musicista di professione, anche se sono compositore, faccio tutt’altro lavoro, ma ho avuto anch’io la fortuna di poter lavorare in smart working, con la mia azienda, essendo impiegato tecnico, quindi questo mi ha dato la possibilità di avere più tempo da dedicare alla composizione, infatti questo 2020 è stato molto produttivo. Ho scritto molte cose e quindi diciamo che non è stato bello perché abbiamo visto delle cose terribili, però per quel che mi riguarda, tutto sommato sono stato fortunato perché prima di tutto ho potuto continuare a lavorare quindi a mantenere la mia vita, e nello stesso tempo ho potuto dedicare più tempo a quelle che sono le mie passioni, quindi alla mia musica. Sono riuscito a comporre tanto, come non mi era mai successo.

Ci sono dei progetti a breve scadenza, album o qualcosa che verrà realizzato, si spera, nel 2021?
Edmondo: Singolarmente ognuno di noi lavora nella musica quindi è facilmente rintracciabile la nostra attività professionale attraverso i vari siti, le varie pagine che gestiamo. Insieme stiamo pensando ad un disco nuovo che, lo diciamo per la prima volta, ci stiamo lavorando, proprio in questi giorni, basato su una storia unica, un concept completo, su un solo argomento e siamo in fase di selezione, di lavoro.

Posso chiedervi qual è l’argomento?
Edmondo: E’ una storia che parla di qualcosa di antico che è anche socialmente attuale. Se c’è una cosa che ho imparato musicando tante opere del teatro greco nel passato, poi per chi conosce Shakespeare, quindi i grandi drammi della storia, si possono trovare molte somiglianze con il nostro tempo. Se tu leggi la storia di Antigone scopri che ci sono tutte le problematiche del mondo femminile che ancora esistono oggi e del potere e dei serpenti del potere come ancora esistono oggi.
Sono passati veramente tanti anni, ma non è cambiato assolutamente nulla. Perché noi pensiamo che il nostro piccolo mondo sia veramente il centro dell’universo, tanto che in passato si credeva che la Terra fosse al centro dell’universo giusto per dare una visione egocentrica e mitomane dell’essere umano, ma in realtà il tempo che è passato e ha portato l’uomo ad evolversi culturalmente e spiritualmente è veramente brevissimo, quindi siamo ancora in un periodo a mio avviso di barbarie che piano piano comincerà a vedere la luce.

E’ inutile chiedervi dove i nostri ascoltatori possono seguirvi, ci sono tantissimi punti di riferimento sul web degli Ancient Veil. Io vi ringrazio di essere stati con noi e spero di avervi al più presto con un nuovo album, con il nuovo concept.
Alessandro: Ci saremo! Grazie davvero. Ciao a tutti.
Edmondo: Grazie. Ciao a tutti.
Fabio: Grazie e a presto. Ciao a tutti.

Sito ufficiale: www.ancientveil.it
Youtube: https://www.youtube.com/c/AncientVeil/
Facebook: https://www.facebook.com/AncientVeil
iTunes / Apple Music : https://itunes.apple.com/il/artist/ancient-veil/1186225983

Ascolta qui l’audio completo dell’intervista andata in onda il giorno 01 febbraio 2021:

Foto originale di copertina: Enrico Rolandi

Vitalij Kuprij – The piano master

ENGLISH VERSION BELOW: PLEASE, SCROLL DOWN!

Vitalij Kuprij è conosciuto a livello internazionale per le sue eccezionali capacità pianistiche, per la scrittura di canzoni e per il suo stile che si è evoluto attraverso il duro lavoro e lo studio. Giorni fa abbiamo parlato con Vitalij del suo nuovo album solista “Progression” (Lion Music Record).

Grazie Vitalij per aver dedicato del tempo a rispondere ad alcune nostre domande per i lettori de Il Raglio del Mulo. Congratulazioni per il nuovo album, “Progression”. Questa è la tua decima pubblicazione da solista, è ancora possibile una progressione dopo tutti questi album?
Un saluto Giuseppe a te e ai tuoi lettori de Il Raglio del Mulo. Spero che tu e i tuoi cari stiate bene e al sicuro in questo periodo alquanto drammatico. Grazie per i complimenti, li ho apprezzati tanto. Sono estremamente felice di aver completato questo disco lungo e impegnativo. Beh, cosa dovrei dire? Ovviamente è un altro capitolo da aggiungere alle esperienze della mia vita. Si va sempre avanti, senza far caso ai segnali di stop (risate), a tutta velocità, e non si finisce mai e mai dovrebbe si dovrebbe finire!

Come è nato “Progression”? Da cosa hai tratto ispirazione?
L’ispirazione viene da qualsiasi cosa e da tutto ciò che la vita ha da offrire, specialmente da ciò che ogni artista è capace di rubare tra le pieghe dell’esistenza, sia dalle sfide che dalle cose gioiose. Per la mia carriera, ma sono sono sicuro anche per quelle di molti altri, è la formula più semplice per minimizzare al massimo tutte le turbolenze della vita e sfruttare così la saggezza acquisita a fatica nella mia “progressione”, come è avvenuto in ogni mia uscita precedente.

Quello che hai creato per questo album è più o meno quello che avresti voluto fare musicalmente quando hai iniziato la tua carriera da solista?
Penso di sì. Più invecchio, più precisa è la visione che ho nei miei momenti di creazione musicale. Tutta la mia vita è una combinazione di cose che ho accumulato attraverso le mie esercitazioni, le mie esperienze, e tutto ciò si è fuso in qualche modo ovviamente!

Potresti presentare i musicisti coinvolti in questo album?
Certo, è un vero onore per me. Prima di tutto, come tutti saprete, sono accompagnato dal mio amico molto speciale, che chiamo mio il mio fratello americano, Jon Doman. Ha alle spalle una quantità incredibile di successi raggiunti con la sua band, oltre a molti grandi lavori con lo straordinario Greg Howe che ha accompagnato con la magia della sua chitarra e che, tra le altre cose, ha anche prodotto il mio album di debutto “High Definition”. Di certo, conosci quel mago! Passiamo a un batterista che ammiro: Jon è sempre stato una persona su cui ho fatto affidamento. Ha suonato nel mio primo album strumentale “High Definition” nel 1997 , su “Extreme Measures” e “VK3”, oltre che su un progetto che abbiamo messo su con due incredibili chitarristi messicani Marco e Javier. Il progetto chiamato “Ferrigno, Leal, Kuprij” . Jon è sempre stato perfetto per la mia musica e ha lasciato il segno in tutti i miei dischi solisti. Quel ragazzo è un pazzo sia come batterista che e come persona. Jon ha anche co-prodotto questo album con me, ed è stato molto importante perché ha contribuito alla longevità di questa uscita e, si spera, al successo che intendo raggiungere. Al basso, un signore che reso una grande prestazione che sul mio album solista “VK3” e su “Progression”, con sound decisamente di buon gusto. Il suo nome è Dave Nacarelli. Ottimo amico. Quindi, direi, ho messo su un trio perfetto. Tutti questi soldati sono amici di lunga data e mi sono unito alla loro squadra quando sono arrivato negli Stati Uniti, il che ci ha aiutato molto a essere in grado di lavorare insieme in modo fraterno e con il giusto spirito e rispetto. Il Signore mi ha fornito un po’ di magia per la chitarra che stavo cercando. Non ho abbastanza tempo per esprimere tutto a parole, per dire WOW! Sono onorato per ogni chitarrista / artista che è apparso su un mio album, perché si è espresso al più alto livello possibile. Non è così facile e non è così frequente che l’alchimia perfetta si concretizzi.

Preferisci essere il solista al comando o uno dei membri di una band grande e di successo come la Trans-Siberian Orchestra?
Nell’industria musicale di oggi, per un musicista professionista è molto importante avere delle opzioni. La musica non ha limiti, né dovrebbero esserlo i riflettori che una persona desidera avere su di sé. Ho la fortuna di avere una buona gamma di opportunità e farò qualsiasi cosa musicalmente possibile, purché sia ​​adeguatamente valutata, e non mi stopperò finché il Potere Più Grande non mi fermerà.

In passato sei stato in tour durante i giorni di Natale con la TSO, cosa provi in ​​questo strano periodo natalizio senza concerti dal vivo?
La TSO è una specie di impero. Una sorta di lotteria da vincere per poterne fare parte. Sono fortunato a lavorare a un livello musicale così alto, con standard elevati in tutto, dalla produzione a tutti i responsabili dentro e fuori dal palco. È un’esperienza sbalorditiva, proprio perché, come ho detto prima, è una specie di impero. Il mondo intero è ferito, non solo la TSO, ma riusciremo a trovare un modo per superare il momento difficile. La “perfezione” è un atteggiamento, quindi dobbiamo sopportare e combattere tutto ciò che ci viene incontro sotto forma di difficoltà. Ci sono delle difficoltà, ma ho il vantaggio di aver svolto una pratica estenuante durante la mia giovinezza che mi permette di superarle. Come ho già detto, sono benedetto e spero che tutti coloro che sono stati colpiti da questo mostro, chiunque esso sia, possa vedere presto la luce: torneremo a divertirci con la musica. Se non c’è divertimento, non c’è qualità.

Hai già in programma un tour con il tuo materiale solista?
Certo, muoio dalla voglia di alzarmi e portare la mia musica a tutte le persone che mi sono fan e appassionate della mia musica. Lavorerò sodo per vedere se è possibile farlo, sicuramente mi impegnerò molto per realizzarlo. Dio volendo.

Chi ti ha fatto conoscere il pianoforte?
Il mio defunto padre. Era un musicista professionista dalle grandi qualità. Gli sono debitore.

È nato prima il tuo amore per la musica classica o per il rock? E quando hai deciso di mescolare questi due generi musicali?
Ho iniziato con la formazione classica all’età di quattro anni. Sono contento, perché è il periodo migliore per imparare ed è la formazione migliore che si possa ricevere. Per me, come pianista, è stata una lezione dura da sopportare, e ha fatto quella differenza che mi ha permesso di andare avanti nella mia carriera attraversando anche un paio di continenti. E poi ho incontrato Roger Staffelbach in Svizzera, dove sono andato a studiare all’Accademia della musica di Basilea. Abbiamo creato una band strumentale e siamo diventati fratelli. Sono successe così tante cose che potrei scrivere un libro. Ma la musica non ha limiti, ho abbastanza voglia e volontà e una mente aperta per correre dei rischi, così era allora e così è oggi. Finche avrò la forza, mescolerò qualsiasi stile di musica, lo renderò rock in ogni modo possibile. Non ci sono regole che possano limitarti musica, così come nella vita. Apri il tuo cuore e sentirai sempre la magia. Ne so no certo, perché io lo faccio.

Cosa c’è nel futuro di Vitalij Kuprij?
Rimanere in vita e continuare a fare della musica che i miei amici e fan possano apprezzare e, si spera, capire.

Vitalij Kuprij is known internationally for his outstanding piano abilities, songwriting and a his style that’s evolved through both hard work and study. Days ago we talked with Vitalij about his new solo album “Progression” (Lion Music Record).

Thank you Vitalij for taking the time to answer a few questions for the readers of Il Raglio del Mulo. Congrats on the new album, “Progression”. This is your tenth solo release, is still possible e progression after all these albums?
Greetings Giuseppe to you and to your readers of Il Raglio del Mulo. I hope you and yours are very well and safe during those strange times we are dealing with. Thanks for the congrats and I do appreciate it very much. I’m extremely happy to complete this long and demanding record. Well, what do I suppose to say? Of course, it’s another chapter of life experiences but without Stop Signs (Laughter), full speed ahead, and it never ends and it never should!

How is born “Progression”? Where did you draw your inspiration from?
Inspiration comes from anything and everything out of what life has to offer, especially what each artist is trying to extract or, how much to extract of those life curves and challenges and joyous things it has to offer. In my career, as well, as I’m sure in many others, it’s a simple formula to suck up all of this life-turbulences to the maximum and to apply that hard-gained wisdom in to my “Progression” just like any other music endeavor that I had to face.

Is what you have created in this album more or less something that you wanted rather be doing musically when you began your solo career?
I think yes. The older I get the more precise of a vision I have in my music crafting moments. My whole life is a combination of things that I accumulated through my trainings, my life experiences and it all connected in some way of course!

Could you to introduce the musicians involved in this album?
Absolutely, that would be my honor. First of all as you know, I’m accompanied by my very special friend, who I call my American brother, Jon Doman. He has an incredible amount of his own achievements from his own band, to his many great works with an amazing Greg Howe who performed his guitar magic and actually produced my debut album “High Definition”. Sure, you know that wizard! So, back to a drummer who I admire. Jon was always a person to go to for me. He played on my first instrumental album “High Definition” (1997), “Extreme Measures”, “VK3” and a project we did with two incredible Mexican guitarists Marco and Javier. The project called “Ferrigno, Leal, Kuprij” etc., so, Jon was always a perfect fit for my music and always killed it on every of my solo records. That guy is insane in his own way as a drummer and as a person. Jon also co-produced this album with me which was very important what he contributed to this albums longevity and hopefully the success I’m planing to achieve. I invited after a beautiful effort that this gentleman did by recording for me on my “VK3” solo album, and he played a very tasteful bass guitar duties on “Progression”. His name is Dave Nacarelli. Great dude. So, I would say, I got a perfect trio. All of those soldiers are friends from the past and I joined their squad when I arrived in USA which, helped us a lot to be able to work brotherly together, and with proper spirits and respect. Then, the Lord provided me with some guitar magic I been seeking. I don’t have enough time, words etc., to say WOW. I’m honored for every guitarist/artist who came through for my album on the highest level possible. It’s not that easy and it’s not that frequent when magic happens for real.

Do you prefer to be the solo man on the command or a member of a big and successful band as TSO?
In the music industry as it is today as well as in general, in order to be a professional musician, its very important to have options. Music has no limits, neither should the spotlight of any artist who wants it badly enough. I’m blessed to have a variety of opportunities and I will be doing anything musically related, as long as I’m properly valued, and I won’t stop until the bigger power stops me.

In the past you touring during the Christmas days with TSO, what do you feel in this strange Christmas season without live concerts?
TSO is an empire of a sort. It’s like a lottery you win to join. I’m blessed to be working at such a high level of music and in fact high level of everything, from production, to all the people in charge on and off the stage. It’s a mind boggling experience, just like I said it above. It’s an empire of a sort.
The whole world is hurt, not just TSO and we always find a way to overcome. “Perfection” is an attitude, therefore we must endure and battle anything that comes our way in form of distraction. I always felt that, I have a bit of an upper hand by the grueling training from my younger days, like I said, I’m blessed and hopefully everyone affected by this monster whoever that is will soon see the light and we get back to the music making fun. No fun, no quality in the end.

Any touring plans for the solo material?
Of course, I’m dying to get up there and rip it up for all the people who are supportive fans and friends of my music. I will work hard to see if it’s possible and definitely, will put a lot of effort to make it happen. God bless.

Who did introduce you to piano?
My late father. He was a professional musician in so many areas of that field. I owe him.

Was born first your love for classical music or for rock? And when did you decide to mix this two musical genres?
I started classical training at four years of age. I’m glad, because it’s the best, in fact, is the ultimate training one can receive. To me, as a pianist it was important training to endure, and it did made a difference for me moving forward in my career through a couple of continents. And then, I met Roger Staffelbach in Switzerland where I came to study in the Basel Academy Of Music. We created an instrumental band and became brothers. So much happened then I can write a book. But music has no limits so if I have enough desire and will and an open mind for taking risks, which I did then, and still, do it now. I will blend any style of music, I will rock it every way one can. There are no rules for limiting yourself to anything as in music, so is in life. Open your heart and you will always feel magic. I know, I do.

What’s next for Vitalij Kuprij?
Staying alive and continue making music that my friends and fans can enjoy and hopefully understand.

The Last Sound Revelation – Voci nascoste

Ospiti di Mirella Catena ad Overthewall i The Last Sound Revelation, autori dell’EP “Hidden Voices” (Spliptrick Records).

Ci parlate della genesi della band?
Il progetto nasce nel 2005 da un’idea del bassista Niccolò e del chitarrista Francesco e del nostro amico Mario batterista, che salutiamo. Venivamo tutti da progetti più canonici e volevamo puntare a qualcosa di diverso, di innovativo e sperimentale. Purtroppo Mario si è spostato a Dublino per questioni lavorative ed il progetto è andato in standby fino al 2013/2014 anno in cui abbiamo deciso di riprenderlo in mano. Abbiamo provato vari batteristi fino ad approdare a Tiziano, con il quale ci siamo trovati fin da subito, dalla prima prova c’è stato feeling, alchimia ed immediatezza nel rapporto interpersonale. Per un paio di anni circa siamo andati avanti come power trio poi abbiamo deciso di inserire una seconda chitarra e dopo varie prove con altri chitarristi, sono entrati a far parte del progetto Fabio e Daniele (tastiere) fino al 2018 con i quali registrammo il nostro primo promo “Far Away the End” e facemmo il nostro debutto live al Dissesto. Per visioni contrastanti sul futuro e lo sviluppo del progetto hanno abbandonato il gruppo. Gennaio 2018 subentra Max, amico da anni di Tiziano, col quale il cerchio si chiude. Anche con Max troviamo un feeling particolare sin da subito ed un’alchimia compositiva perfetta. Si instaura fra noi in pochissimo tempo un rapporto meraviglioso, grazie al quale riusciamo a chiudere e registrare il nostro primo EP “Hidden Voices”.

The Last Sound Revelation, ossial’ultima rivelazione sonora: qual è il significato che attribuite al nome della band?
L’idea del nome è venuta a Francesco e Niccolò ed era di discostarci dallo standard del gruppo e dai cliché dei nomi e che mettesse in risalto il concept del nostro progetto che vuole il suono come strumento rivelatore di sensazioni ed emozioni e come linguaggio alternativo alle immagini o al testo (notare il nostro logo che esaspera la stilizzazione del nome della band in favore di una simbologia dal sapore arcaico nel momento in cui lettere T, L e R diventano, quasi come geroglifici, ┌,└ e ┌ e universale laddove la S, nella sua forma braille, sottolinea la potenza evocativa della musica). Come se l’ascoltatore attraverso il nostro “veicolo” intraprendesse un percorso totalmente interiore e privato che lo conduce alla rivelazione dell ultimo suono, che in realtà si spiega da solo, perché la musica si completa da sola.

Il suono come strumento rivelatore di sensazioni ed emozioni e come linguaggio alternativo alle immagini o al testo: ci spiegate il perché di questa scelta?
Provenendo tutti da progetti “canonici”, sentivamo la necessità di fare qualcosa che ci rendesse liberi da qualsiasi regola, imposizione o costrizione sia in fase creativa ed evolutiva dei brani sia in fase esecutiva. Stessa cosa volevamo per tutti i nostri futuri ascoltatori e fruitori (cosa che inevitabilmente un testo ed una voce in qualche modo ti obbliga). Vogliamo fornire appunto uno strumento, un veicolo ma lasciamo poi a chi ascolta la rotta da seguire ed il percorso interiore da fare senza nessun tipo ti indicazione. Anche la scelta compositiva è quella di creare qualcosa che sia fruibile da un pubblico più ambio ed eterogeneo possibile.

Parliamo dell’album “Hidden Voices”: ogni brano racchiude una storia evocata dai suoni. Come create le composizioni e da dove traete ispirazione?
L’ispirazione e l’idea di partenza arriva sempre da tutti e quattro e sicuramente è figlia delle nostre esperienze di vita (risvolti psicologici, gioie, dolori, problemi e chi più ne ha, più ne metta). Si parte da un’idea di base che propone uno di noi e si crea spesso improvvisando al box per poi aggiungere, strutturare, definire e rifinire i brani. Quando siamo insieme al box diamo il massimo dell’estro creativo, proprio grazie all’alchimia che si crea tra noi mentre suoniamo, ci intendiamo con uno sguardo ed ognuno conosce l’altro sapendo dove andrà e cosa suonerà… spesso la definiamo magia!

C’è un sogno che vorreste realizzare con la musica?
Il nostro sogno è che la nostra musica arrivi a chiunque in tutto il mondo e, perché no, si riesca a suonarla in palchi enormi davanti a migliaia di persone. I live ci mancano come l’aria ed il palco è il nostro elemento naturale nel quale esprimiamo tutto il nostro potenziale e sfoderiamo tutta la potenza evocativa della nostra musica “Rivelando l’ultimo Suono”.

State già lavorando ad un nuovo album?
Abbiamo un singolo già pronto che doveva essere pubblicato a Giugno del 2020 e supportato da un tour, tutto rimandato causa Covid. Abbiamo già completato la composizione di quasi tutti i brani del nuovo album, sempre Covid permettendo, dovremmo completare le registrazioni e pubblicarlo entro la fine del 2021.

Dove possono seguirvi i nostri ascoltatori?
Facebook – https://www.facebook.com/TLSRband/
Youtube – https://www.youtube.com/channel/UCNRZpKK2H_yiTi_-cIyHMvA/featured
Soundcloud – https://soundcloud.com/the-last-sound-revelation
Instagram – https://www.instagram.com/thelastsoundrevelation/
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Link unico per accedere a tutti i nostri canali e merchandise: https://linktr.ee/thelastsoundrevelation
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Ascolta qui l’audio completo dell’intervista andata in onda il giorno 18 gennaio 2020:

Foto originale di copertina di Giampiero Rinaldi

Homunculus Res – Elementi di fuoco

Per sonorità e percorso artistico gli Homunculus Res strizzano l’occhio agli anni ’60, “Andiamo in giro di notte e ci consumiamo nel fuoco” (AMS, 2020) è il quarto capitolo della loro tetralogia degli elementi. Ne abbiamo parlato con Dario D’Alessandro, autore di musica, testi e illustrazioni.

“Andiamo in giro di notte e ci consumiamo nel fuoco” è la traduzione del palindromo latino “In girum imus nocte et consumimur igni”. Un palindromo è una sequenza di caratteri che, letta al contrario, rimane invariata. Perché avete scelto questo titolo?
Il titolo lungo è ormai una tradizione per noi, un divertimento che allude un po’ a certa prosopopea prog, ma anche uno dei tanti modi che mettiamo in atto per stimolare la curiosità dell’ascoltatore. Il titolo in questione mi sembrava perfetto per i contenuti tematici che vertono su una critica al consumismo, ripreso pari pari dal situazionista Debord, lasciando intendere che da più di 50 anni ad oggi la nostra società occidentale, e ormai globale, non è cambiata, anzi è peggiorata dal punto di vista ecologico, economico e sociale. In più, noi amiamo giochetti come i palindromi, che abbiamo anche applicato musicalmente a brani come “χΦ“, nel nostro primo album, o in uno di questo nuovo (che perfidamente non rivelo).  

Fra gli innumerevoli riconoscimenti internazionali per il vostro nuovo album, c’è un complimento molto frequente: siete riusciti a rimanere fedeli ad un genere ben codificato, il prog della “scena di Canterbury”, rinnovandolo senza snaturarne lo stile. Come avete fatto?
Noi non volevamo impostare uno stile a tavolino, crearci un recinto, ispirarci solo a un movimento artistico. Volevamo solo divertirci e sperimentare forme, ritmi, melodie che avessero una certa complessità. In effetti volevamo fondare un gruppo “prog”, però i nostri ascolti non riguardano solo i classici del genere, tendenzialmente siamo orientati verso l’avant rock, il pop barocco, il rock in opposition, il soul, la bossa nova, il cantautorato e, sicuramente più di tutti, la scena di Canterbury, che è venuta prepotentemente fuori, forse anche per un nostro atteggiamento un po’ provocatorio e irriverente. Inoltre alcuni riferimenti sono voluti per via del nostro gusto per la citazione. Che la critica ci definisca canterburiani non ci dispiace affatto. Se, grazie anche a noi, quel discorso continua, ne siamo lieti.

Negli anni ’60 si aspettava che una band rilasciasse anche tre o quattro album, per testarne le potenzialità, prima di dare un giudizio definitivo. Col quarto disco avete confermato le ottime critiche ricevute già nei precedenti lavori, c’è stato un momento particolarmente significativo durante la lavorazione di questo album? 
Beh, forse la benedizione di Alex Maguire, ultimo tastierista della nostra band di culto Hatfield and the North, è stato un momento significativo per questo ultimo album. Ma anche in precedenza, grandi musicisti che amiamo ci hanno molto incoraggiati.

Come mai per promuovere il disco avete preferito un teaser con spezzoni di più tracce, anziché registrare il video di una sola canzone?
È una cosa che facciamo da diverso tempo, diamo un’impressione generale di qualcosa che comunque consideriamo un’opera unica, in cui ogni pezzo è solo una parte di un insieme.

Le vostre copertine presentano dipinti che spesso hanno riferimenti a tutte le canzoni dell’album. Nell’illustrazione per “Andiamo in giro di notte e ci consumiamo nel fuoco” una salamandra gigante domina la scena con, sullo sfondo, vulcani e tre autovetture. C’è un motivo per cui un solo soggetto è così preponderante stavolta?
Mi piaceva l’idea di un soggetto misterioso e beffardo su uno sfondo di desolazione post apocalittico. Non ci sono (più) uomini, ma solo qualche automobile abbandonata e fatiscente.

Il disco racconta una storia: dalla traccia 1 alla 5 regna il consumismo più sfrenato (“io mi sono fatto un cesso d’oro puro” si canta ne “Il Carrozzone”); dalla 6 alla 7 avviene una cesura fra un prima e un dopo nella storia; le tracce conclusive indicano la via verso un ordine nuovo, che però non sembra trovare proseliti. Questa è una storia senza lieto fine oppure la canzone “Non Dire No” non è ancora la fine della storia?
Non parlerei di storia vera e propria, piuttosto i primi pezzi, come fai notare, sono più espliciti riguardo al tema – o come dicono i progghettari: il concept – mentre nella seconda metà i significati si fanno più sottesi, è effettivamente una discesa verso meandri mentali. L’ultima canzone mette in scena contrasti, incomunicabilità, astio, quindi sicuramente non c’è un lieto fine; è anche vero che il finale sembra sospeso.

Dopo i primi tre album rilasciati per Altrock Productions, il quarto della vostra personale tetralogia è stato prodotto da AMS Records. Che significato ha per voi questo cambio di etichetta?
In realtà il nostro terzo disco è stato prodotto da Altrock e Ma.Ra.Cash. Purtroppo la Altrock ha dovuto fermare una storia davvero bella e ricca, era uno dei riferimenti mondiali per il progressive più sperimentale e avanguardistico. Spero che rimettano su l’etichetta o inizino un nuovo percorso. D’altro canto, avere la fiducia di un nome prestigioso come AMS è stata per noi una bella conferma: il nostro rock particolare ed eccentrico è stato accolto in un contesto più ampio.

Il 19 dicembre scorso avete suonato dal vivo per il festival online di musica prog “From chaos to future”, che è stato organizzato e trasmesso dal Giappone. Come è scaturita questa partecipazione e che emozioni vi ha dato?
Molto semplicemente ci è stato chiesto se volevamo partecipare e soprattutto se eravamo in grado di farlo nonostante le restrizioni da pandemia. Il progetto nasce proprio per offrire una serie di concerti live in streaming, ma la novità e la sfida stavano nel coordinare quattro gruppi da quattro parti del mondo contemporaneamente. È stato faticoso, abbiamo fatto le prove con la mascherina, in orari improbabili, sempre col timore che arrivasse un lockdown totale. Insomma un po’ di apprensione e anche voglia di rinunciare ci sono state. In compenso, tenendo conto che erano coinvolti anche fonici, tecnici video, collaboratori, locatari etc, la buona riuscita del concerto ci ha dato gioia e ripagato degli sforzi.

Cosa riserva a noi voraci ascoltatori il futuro degli Homunculus Res? 
Qualcosa bolle in pentola, solo che si va a rilento, come puoi ben immaginare.

Massimo Salari – Script for a jester’s tear

Ospite di Mirella Catena ad Overthewall il critico musicale Massimo Salari per parlare del suo nuovo libro “Neo Prog. Storia e discografia essenziale” (Arcana Edizioni).

Il progressive rock negli anni Settanta ha vissuto il massimo del suo splendore, salvo conoscere un importante stop nel 1978. Il prog fan che ha amato questa musica così articolata e ricca di emozioni si trova improvvisamente circondato da punk, musica da discoteca e new wave, non proprio il suo habitat emozionale. Ci pensa il neo prog a ridargli forti emozioni nei primi anni Ottanta, con tanti dischi di successo. Questo libro enciclopedico narra la storia del neo prog, e porta a conoscenza dei gruppi più significativi suddivisi per nazioni. Gli approfondimenti, con analisi delle discografie relative, sono un passaggio essenziale che rende la lettura un viatico per la curiosità. Marillion, IQ, Pendragon, sono solo tre dei nomi che hanno fatto la storia di questo nuovo genere, e il libro propone un’immersione anche nei testi e nella loro musica. Non mancano incursioni sulle nuove leve come Arena e Spock’s Beard. E la storia continua con estremo piacere sino ai nostri giorni. Un libro esaustivo, unico nel suo genere. Prefazione di Loris Furlan.

Ascolta qui l’audio completo dell’intervista andata in onda il giorno 11 gennaio 2020:

Mr. Bison – Verso il mare e oltre

Raggiunto il traguardo del quarto album – “Seaward (Subsound Records) uscito ad Ottobre 2020 – i Mr. Bison impreziosiscono il loro caratteristico groove heavy psych blues con le sfumature del progressive rock e del concept album. Ne abbiamo parlato con Matteo Barsacchi, chitarra e voce del trio toscano.

Ciao Matteo, complimenti per il vostro nuovo album “Seaward”, da dove è scaturita l’idea di pubblicare un concept?
In questi ultimi anni ci siamo riappassionati agli anni 70 che avevamo lasciato un po’ in standby, soprattutto al prog rock 70, mostri sacri come King Crimson, Pink Floyd ma anche band un po’ meno conosciute come Captain Beyond e Nektar. In quegli anni molti album nascevano come concept , vedi capolavori come “Dark Side of the Moon” dei Pink Floyd o “Thick as a Brick” dei Jethro Tull, certamente lontano da noi paragonarci a band di questo livello, prendendo però in considerazione il fatto di creare un concept, anche se con una iniziale perplessità sul risultato, una volta individuato il tema, un giusto artwork e qualche buona pre-produzione in studio, tutto è andato in maniera molto naturale, con il risultato finale di “Seaward”.

Holy Oak” è stato un album importante e molto apprezzato dalla critica, è stato difficile dare un seguito ad un lavoro di tale portata? “Holy Oak” è stato il passaggio dalle influenze Hard Blues di “We’ll Be Brief” e “Asteroid”, caratterizzate da composizioni dirette con molto Groove, a “Seaward” che fondamentalmente avevamo già in mente. Con “Holy Oak” abbiamo inserito molta psichedelica lasciando sempre una buona dose di tiro hard kock, mentre in “Seaward” abbiamo inserito molto progressive. Sarebbe stato un passaggio troppo netto senza un terzo album in stile “Holy Oak”. Siamo una band in continua evoluzione e stiamo già sperimentando cose nuove con ulteriori aggiunte di stili.

Nel vostro lavoro ci sono molte influenze che vanno dal folk al prog oltre a naturalmente l’heavy psych, da dove traete ispirazione?
La maggiore ispirazione sono ovviamente gli anni 70, come ho detto nella prima domanda, mostri sacri come King Crimson e Pink Floyd, Black Sabbath, ma anche band meno note come Captain Beyond e Nektar…. Per quanto riguarda le band di nuova generazione siamo molto ispirati da band come Elder e Motorpsycho.

Siete un trio come ce ne sono tanti nella scena heavy psych blues ma con due chitarre e senza basso, la band è nata già con questo assetto o stato qualcosa che è avvenuta con il tempo?
Agli esordi la formazione era composta da chitarra, basso e batteria, dopo pochi mesi integrammo un secondo chitarrista ma il bassista causa impegni lasciò il progetto. Io cominciai a sperimentare soluzioni sonore per fare a meno del basso, utilizzando octaver e accordature più basse, e proseguimmo così. Questa nuova soluzione ebbe un grande riscontro live ed il sound che ne usciva ci piaceva molto, quindi decidemmo di proseguire così. Negli anni ovviamente lo sviluppo e la sperimentazione sonora ci ha portato alla soluzione tecnica attuale molto più complessa ma davvero molto interessante, ossia l’utilizzo di doppio amplificatore chitarra/basso pilotati da una centralina artigianale che riesce a trasformare all’occorrenza con un click le chitarre in basso/hammond/mellotron.

Il nuovo album ha degli arrangiamenti molto ricchi, dal vivo come lo presenterete? Non deve essere facile – e lo dico da musicista – riproporre dal vivo un lavoro del genere.
Collegandomi alla domanda precedente, per quanto riguarda l’aspetto live, restiamo abbastanza fedeli al disco, con le nostre pedaliere riusciamo a gestire basso, hammond e mellotron, in più il batterista riesce a suonare live dei droni/pad che abbiamo prodotto precedentemente ed inserito come sampler da suonare.

Non sarò probabilmente il primo a dirlo ma, trovo il vostro lavoro molto vicino alle atmosfere degli ultimi Motorpsycho (che personalmente adoro): cosa ne pensate?
Beh, a mio parere i Motorpsycho sono la band di nuova generazione migliore del genere, hanno un songwriting complessissimo ma raffinato e reso di semplice ascolto dalla maestria tecnica che hanno. L’ultimo album è clamoroso, sperando non passi come messaggio polemico, mi sembra curioso che in moltissime classifiche di settore dei migliori album 2020 non siano stati neanche nominati. “The All Is One” è un capolavoro, fra l’altro ultimo capitolo di una trilogia sublime, “The Tower” e “Crucible” sono anch’essi album incredibili. E’ certo che band di questo tipo hanno bisogno di un ascolto attento e ripetuto per coglierne la grandezza. Lungi da me paragonarci a loro ma sicuramente anche la nostra musica ha bisogno di un ascolto ben focalizzato, non è musica diretta, “Seaward” è un concept album basato su un argomento ben preciso, sicuramente un ascolto consapevole sul tema e sull’artwork renderebbe l’ ascolto più’ coinvolgente.

Ci sono altre band della scena italiana che apprezzate o con cui avete in qualche modo legato magari on the road?
In Italia ci sono moltissime band meravigliose, il livello è molto alto nella scena heavy psych stoner e prog; nello stile più stoner sicuramente, Black Rainbows, e Black Rlephant, nella psichedelia direi Giobia e da Captain Trips, nell’heavy psych citerei Humulus, Tuna de Tierra e Lee Van Cleef, nel doom e post rock/metal direi Messa e Vesta…. Ma sono stato molto breve, ci sono davvero moltissime band di alto livello che non sanno muoversi bene che purtroppo non hanno grande riscontro mediatico e quindi trovano pochi spazi qui in Italia e all’estero.

Cosa ne pensate dei concerti in streaming? Può essere un’opportunità o è solo un “palliativo” a causa della situazione attuale?
Faccio davvero molta fatica ad accettare il concerto in streaming, per adesso non abbiamo ancora ceduto al farlo e spero che questa situazione riparta il prima possibile. Abbiamo avuto la fortuna di fare un release ad ottobre con pubblico seduto e distanziato, sicuramente non è lo stesso dello stare in piedi fronte palco, ma credo che sia un ottima soluzione per far ripartire pian piano le cose e soprattutto per sostenere tutto il settore, club, tecnici e musicisti.

Avete altri progetti musicali oltre ai Mr. Bison o vi dedicate esclusivamente a questa band?
Ognuno di noi ha altre cose, è importante avere side project per liberare e sviluppare tutte le idee che possono essere meno idonee ad un unico progetto.

Grazie per la disponibilità e speriamo di potervi vedere “dal vivo” il prima possibile
Ringraziamo tutto lo staff del Raglio del Mulo per questa intervista, ringraziamo inoltre tutti gli addetti al settore promozione, webzine, magazine, uffici stampa, blogger per il loro tempo prezioso alla divulgazione del meraviglioso underground Italiano.

Fiaba – Storie magiche

Una realtà musicale italiana che il mondo ci invidia, ospite su Overthewall la mente creativa e l’anima dei Fiaba, diamo il benvenuto a Bruno Rubino!

Ciao Mirella. Grazie

Posso senz’altro dire che ascoltando i Fiaba veniamo catapultati in un mondo di favole, sogni ed incubi, il tutto accompagnato da una colonna sonora imponente, non per nulla siete stati definiti “la più grande rock band medievale del mondo”. Che effetto fa godere di una tale considerazione?
In realtà, quando abbiamo sentito questa definizione abbiamo pensato: siccome, siamo l’unica rock band medievale, è facile! Scherzi a parte, è molto gratificante avere questo tipo di riconoscimento.

Dopo otto anni dall’ultimo album, “La Pelle nella Luna”, tornate con “Di Gatti Di Rane Di Folletti e D’altre Storie”, un album atteso dai fan e che conferma ancora una volta l’originalità e l’estro creativo dei Fiaba. Perché tutto questo tempo e come mai la scelta di pubblicarlo in un periodo così ingrato per la musica e i live?
Ci sono sempre problemi quando si affronta un lavoro così impegnativo. Poi ci sono contingenze particolari che creano ulteriori rallentamenti: abbiamo dovuto smantellare il nostro storico studio “Le caverne del fauno”, un garage sotterraneo dove avevamo per altro girato anche tutti i videoclip dei Fiaba: “Angelica e il Folletto del Salice”, “I Sogni di Marzia” etc… Lì avevamo lo studio di registrazione, abbiamo iniziato le takes di questo album e quindi siamo stati costretti ad interrompere le sessioni per causa di forza maggiore. E’ stata un’operazione lunga e anche costosa, perché abbiamo dovuto smaltire anche molto materiale secondo le nuove normative. Poi, chiaramente, facendo la scelta di creare qualcosa di artistico e di non piegarci alle logiche commerciali delle major nazionali, facendo musica seguendo l’ispirazione e mantenendo la nostra libertà creativa abbiamo dovuto utilizzare budget commisurato ad una etichetta indipendente. Fortunatamente, abbiamo trovato come sempre persone che hanno apprezzato e condiviso lo spirito del nostro progetto. Questo implica il fatto che non puoi avere dei budget grossissimi, quindi per mantenere un livello artistico e tecnico alto, devi dilatare i tempi. Il rovescio della medaglia dell’indipendenza artistica è quello che devi aspettare di più per far uscire un lavoro se vuoi mantenere alto lo standard qualitativo a livello di produzione audio. Quindi, metti questo insieme alle citate contingenze relative alla sala di registrazione, e si capisce l’intervallo di tempo tra le produzioni, che ha fatto si che il disco uscisse in questo periodo così complicato per chi fa musica soprattutto in ottica di concerti live. A me però piace pensare che un lavoro importante come “Di Gatti Di rane Di folletti e D’altre Storie” sia comunque un “parto”  difficile con un travaglio altrettanto impegnativo.

“Di Gatti Di Rane Di Folletti e D’altre Storie” è il sesto lavoro discografico dei Fiaba, quanto è durata la gestazione dell’album?
La gestazione è stata brevissima perché, a parte i primi tre brani dell’album, gli alti erano tutti pezzi che avevamo già realizzato da 30 anni a questa parte. Andare a registrare i brani e realizzare il disco poi è diventato complicato per le questioni contingenti che ho spiegato poc’anzi, non per situazioni creative. Vista la coerenza stilistica mantenuta negli anni, non si trovano differenze tra i nuovi brani e quelli che erano nel cassetto. Considera che siamo andati a riprendere vecchie registrazioni, provini dei pezzi su audiocassetta, per poter riascoltare gli arrangiamenti dell’epoca nelle prima stesure e controllare che non avessimo dimenticato nessun particolare al fine di ricreare e proporre le intenzioni del momento. Non ti accorgi, per esempio, che un brano come il “Il gatto del Campo dei Biancospini” è stato fatto circa 28 anni fa mentre “Il gatto con gli Stivali” è recentissimo.

A scavare nelle favole si trova sempre un significato recondito, dietro alle filastrocche come Ambarabà Ciccì Coccò ci sono vere proprie storie legate a tradizioni e a superstizioni. Ci parli della ricerca che hai fatto su queste tematiche?
Io lavoro sempre in base all’ispirazione e alle emozioni che mi coinvolgono: ci sono cose che mi colpiscono sul momento, che possono essere immagini o narrazioni, poi vado a ricercare quello che mi interessa in merito a quei temi, anche per fare un discorso filologicamente corretto il più possibile. Alla fine, raccogli quelle cose che ti servono per la narrazione e le emozioni del momento.

A recitare in modo incomparabile i brani dell’album, il bravissimo giullare cantore Giuseppe Brancato, altro punto di forza nella band. Citiamo la line up completa?
In ordine sparso: Giuseppe Brancato – voce; Bruno Rubino – batteria; Graziano Manuele e Massimo Catena –  chitarre; Davide Santo –  basso. Io, Brancato e Catena siamo i componenti di più vecchia data.

A chi è stato affidato l’artwork della copertina e a cosa è ispirato?
È una fotografia di Marketa Novak, artista ceca che si rifà al famoso dipinto di Ophelia. L’artwork è stato realizzato dal bravissimo Marcello Magoni, un artista completo in quanto musicista e scultore, oltre che raffinato grafico. Anzi, con l’occasione per consigliare ai lettori l’acquisto di “Agreste Celeste”, album bellissimo su vinile dei Vade Aratro, band di Magoni. Lo considero un disco molto ispirato ed interessante.

I Fiaba sono una band che il mondo ci invidia ma geograficamente collocata in una regione, seppur fonte d’ispirazione, dove la musica underground o cosiddetta di nicchia, non viene valorizzata. Quanto vi ha penalizzato questo e ci sono stati momenti in cui hai pensato di mollare tutto e trasferirti altrove?
Diciamo che la cosa ci ha penalizzati ma che è anche una delle caratteristiche principali dei Fiaba è la lingua italiana. L’italiano è poco conosciuto nel mondo e questo è un punto di forza artistico ma anche un punto di debolezza a livello commerciale. Avremmo potuto decidere di scrivere in inglese ma non avendo la stessa padronanza della lingua è più difficile rendere il significato profondo dei testi, creare giochi di parole, allegorie, metafore o giochi ipertestuali, che tra l’altro in questo album abbiamo segnalato nella legenda del booklet tramite il segno di “grado di lettura”: chi verrà in possesso del disco, capirà cosa di cosa si tratta. Se ci avessero proposto qualcosa ad alti livelli, avremmo potuto fare questo tipo di operazione per raggiungere più gente possibile, anche se sarebbe preferibile scegliere un’altra lingua più per una ragione artistica che per calcolo commerciale. Avrei potuto scegliere di muovermi indipendentemente dalla band per suonare all’estero con altri ma non è capitato, ed avrei dovuto rinunciare comunque ai Fiaba. In realtà, penso che debbano essere i posti a chiamarti, allora vale la pena di muoversi .

Comunque i Fiaba hanno creato il loro progetto con la lingua italiana e forse, avessero seguito la moda dell’utilizzo dell’inglese, certe cose non le avrebbero realizzate. I Fiaba sono questi.
Sono d’accordo e c’è anche un rovescio della medaglia, se avessimo avuto un grosso contratto con una major avremmo avuto sicuramente mezzi e tempi differenti per realizzare i nostri album ma lavori come “Lo Sgabello del Rospo” o “Il Bambino Coi Sognagli” non sarebbero mai nati perché nessuna major avrebbe permesso la pubblicazione di un concept sulle rane o una suite di 18 minuti dai tempi assolutamente non radiofonici. I nostri fan devono capire che il sacrificio che abbiamo fatto, con i Fiaba diffusi nel mondo con una risonanza minore di quella che avrebbero potuto avere, è il contraltare della libertà che abbiamo di fare musica senza compromessi. Purtroppo stiamo vivendo un periodo nero per i live e la musica in generale.

Come vi siete organizzati per la promozione del disco e cosa pensi della situazione attuale?
Per la promozione, fortunatamente possiamo utilizzare internet che ci permette di raggiungere un’enorme quantità di ascoltatori in Italia e all’estero. Per l’altro discorso mi ero ripromesso di non parlarne in ambito di dissertazioni artistiche, già i media mainstream ne stanno disquisendo anche troppo. Mi sento comunque di dire che adesso è un momento molto delicato e non tutti stanno capendo ciò che succede, invito pertanto a documentarsi e farsi un’idea in base alla propria consapevolezza e comunque la si pensi, che un pangolino abbia avuto rapporti promiscui con un pipistrello o che ci siano delle responsabilità, dobbiamo cercare di restare uniti e non aver contrasti tra di noi: malgrado si possano avere punti di vista differenti, bisogna cercare elementi comuni e mettere da parte le divergenze.

L’album è stato pubblicato per la Lizard Records. Com’è nata questa collaborazione e cos’ha determinato questa scelta?
Loris Furlan, che è il mastermind della Lizard, è un amico, ci conosciamo da 30 anni. E’ stato il primo a credere nei Fiaba. Nel 1991 acquistò una nostra audiocassetta, era un demo, ed e stato lui a trovarci il primo contratto discografico, chiaramente  la fiducia nei confronti di Loris è smisurata. E’ importante collaborare con persone convinte della validità del progetto.

Dove i nostri ascoltatori possono seguirvi sul web?
Sicuramente sulla pagina Facebook dei Fiaba. E’ sempre aggiornata su tutto quanto ci riguarda.

Grazie di essere stato qui con noi!
Grazie a voi.

Trascrizione dell’intervista rilasciata a Mirella Catena nel corso della puntata del 7 Dicembre 2020 di Overthewall. Ascolta qui l’audio completo: