Stefano Panunzi – Oltre l’illusione

“Beyond the Illusion” è il nuovo lavoro del tastierista Stefano Panunzi, musicista romano attivo in proprio ormai da più di un decennio. Nel suo terzo album solista (distribuito da Burning Shed / Metaversus PR) è accompagnato da artisti di fama internazionale tra cui spiccano i nomi di Tim Bowness (No-Man) e Gavin Harrison (Porcupine Tree, King Crimson e tanti altri). “Beyond the Illusion” è un collage lunatico di influenze progressive: un’opera che affonda le sue radici tra l’art rock (con una dedica al compianto Mick Karn dei Japan che suonò nei primi due album solisti di Panunzi), l’ambient jazz e l’alternative rock.

Salve Stefano, i miei complimenti per il tuo nuovo disco. In “Beyond the Illusion” sei circondato da numerosi – e direi prestigiosi – ospiti, è stato difficile riuscire a coinvolgerli e soprattutto a coordinare il tutto nella lavorazione dell’album?
Non ho avuto difficoltà a coinvolgere gli artisti presenti nell’album, anzi, devo dire che c’è stata una bella coesione e un grande entusiasmo da parte loro. Inizialmente pensavo che Tim Bowness potesse cantare in tutti i brani scritti in forma canzone, ma per una serie di sue ragioni personali, alla fine, ha cantato solo su “I Go Deeper” però mi ha proposto alcuni cantanti in alternativa, tra cui Grice, che contattato, ha aderito al mio progetto e alla scrittura di tre tracce. A parte Grice, conoscenza dell’ultimo momento, tutti gli artisti partecipanti sono conoscenze di lunga data, Tim Bowness e Gavin Harrison, tanto per citarne un paio, appaiono già sui miei album dal 2005!

Ho trovato molte affinità nel sound con i primi lavori dei Porcupine Tree (soprattutto nei brani strumentali) e No Man, quali sono le tue influenze?
Probabilmente ci sono atmosfere dei Porcupine Tree, nelle quali mi ci ritrovo, ma non ho mai pensato a loro quando le ho composte, ci sono delle strade che si intraprendono, e che in molti prendiamo perché è il genere che ci piace, è l’uso degli strumenti e delle ritmiche che ci esaltano, che ci intrigano, a volte si creano delle somiglianze, a volte no. Se somiglianze ci sono, sono casualità. Anche per quanto riguarda i No Man, ho letto un commento lasciatomi su YouTube in merito al video “The Portrait”, dove appunto si alludeva alla somiglianza con la band del duo Bowness/Wilson, ebbene, a me sembrano di più i Talk Talk!

Ci sarà modo – a emergenza pandemica conclusa – di vederti dal vivo magari accompagnato da qualche ospite del disco?
Non credo. Fino ad oggi, i miei progetti e i miei orientamenti sono stati rivolti solo alla realizzazione di album, e credo che questa sarà la strada anche per il futuro.

Nei tuoi lavori ci sono sia brani strumentali che cantati, è una decisione che prendi a priori quando componi un brano o è un qualcosa che viene sviluppato più avanti nella composizione?
La nascita di un brano strumentale o di una canzone non è sempre programmata, a volte è casuale. Parto con un’idea, una serie di accordi, una ritmica e pian piano che cresce realizzo se può tramutarsi in una canzone o rimanere strumentale, cerco di percepire il mood del fluido musicale, se l’atmosfera si adatta ad un cantante, se il giro d’accordi può essere funzionale ad un cantato, mi immagino un po’ il suo futuro…

Ho notato una particolare cura nelle grafiche (e nel packaging), ce ne vuoi parlare?
Trovo importante “incorniciare” le musiche e i testi in un packaging “giusto”, fatto di immagini, di colori e di trame grafiche adatte allo spirito e al sentimento dell’album. Per quanto riguarda “Beyond The Illusion”, ho avuto la collaborazione e il contributo artistico dell’inglese Stephen Dean Wells. Casualmente vidi delle elaborazioni grafico-digitali da lui fatte e mi impressionò perché rispecchiavano quel modo di vedere un po’ velato della realtà che sento mio, quella visione e percezione tra il sogno e la realtà. Mi piace quando l’arte è bellezza, non solo per la sua essenza, la sua intrinsecità, ma perché permette di aggiungere a chi la fruisce qualcosa di proprio, e apre porte su mondi infiniti di sensazioni e creatività.

La traccia “I Go Deeper” è cantata da Tim Bowness dei No Man, in che maniera sei venuto a contatto con lui e come mai la scelta di inserire il brano in versioni differenti dei vostri rispettivi album?
Conosco Tim da più di quindici anni, con lui ho avuto diverse collaborazioni, sia per i miei album come solista e sia per i progetti Fjieri, ma con lui anche anche altri grandi musicisti come Richard Barbieri, Gavin Harrison, Mick Karn (r.i.p.), Theo Travis, Robby Aceto, ecc. ecc. Lo contattai proprio per proporgli questo brano perché lo scrissi su invito della produzione del cortometraggio “Deep”, poi vincitore del 73esimo Film Festival Internazionale di Salerno. Tim fu entusiasta di partecipare e colse l’occasione di utilizzarlo, sotto altro arrangiamento, perché sentiva che mancava qualcosa di “fresco” all’album che stava realizzando in quel momento, cioè “Flowers At Scene”, così lo riarrangiò, lo fece missare da Steven Wilson e concluse felicemente quel suo progetto discografico. 

I tuoi lavori sono frutto di una ricerca musicale che raramente troviamo nella musica attuale, in che maniera pensi di collocarti nella scena odierna e c’è un futuro per il pop (per dare una definizione il più ampia possibile) di qualità?
Amo utilizzare quelle sonorità che già ascoltandole aprono praterie di sensazioni (ricordi il discorso sopra che feci sull’arte e della sua importanza a coinvolgerti con l’immaginazione?). Devo dire che crescendo con pane e Japan, british band del (mio) passato, qualche semino è stato depositato nella mia sfera creativa ed emozionale, e ringrazio di buon cuore Richard Barbieri (con lui ho una conoscenza personale quasi trentennale) per la ricerca di sonorità che sempre lo ha contraddistinto. Credo oramai che in un ambito musicale di nicchia un mio posticino, dopo 15 anni, lo abbia conquistato, non mi sento di appartenere ad un genere vero e proprio, spazio in quelle latitudini dove il senso estetico, la ricerca del suono, la melodia e lo schivare la banalità provano ad affacciarsi e a coesistere. Mi chiedi del futuro del pop? Io mi autoproduco, con sforzi porto vanti il mio mo(n)do di pensare e di creare, non devo rendere conto a nessuno. Più che altro, in una visione generale e di prospettiva, ci sarà il futuro per la musica indipendente? Non schiava di contest televisivi che alla fine creano cloni e schiavi di target mercificati e di edonismo?

A quali progetti stai lavorando in questo momento?
Ho messo in cantiere già diversi brani per il mio prossimo (quarto) album, sto contattando gli artisti ai quali affidare alcune sezioni strumentali e sto valutando quali cantanti coinvolgere nel progetto. Vorrei inserire nel futuro album anche dei piccoli racconti che accompagneranno l’ascoltatore nel nuovo percorso musicale. Insomma c’è da lavorare, ma sono molto fiducioso nella buona realizzazione di qualcosa di piacevole.

Marcello Capra – Note di bambù

Ospite di Mirella Catena ad Overthewall, uno dei protagonisti della scena musicale italiana già negli anni 70: il grande Marcello Capra!

E’ un piacere riaverti come ospite, Marcello. Per prima cosa ti chiedo di ripercorrere brevemente il tuo percorso musicale iniziando dagli storici Procession.
Il piacere è anche mio di essere nuovamente intervistato da te… già prima dei Procession ho iniziato a salire sui palchi con i miei Flash, poi il grande periodo del progressive italiano e tanti festival oltre ai dischi con i Procession. Dopo la pausa forzata del militare, ho iniziato a collaborare con Raffaella De Vita, Enzo Maolucci e Tito Schipa Jr. Nel frattempo ho maturato il mio primo lavoro solista “Aria Mediterranea” nel ’78, e da lì sono nati ancora una decina di lavori in guitar solo, partecipazioni a festival chitarristici internazionali, collaborazione con la grande Silvana Aliotta ex Circus 2000, concerti, tanti, ovunque.

Veniamo ai giorni nostri, come nasce il progetto Glad Tree?
Nasce una sera del 2013 ad un concerto di musica tradizionale indiana, incontro Lanfranco Costanza flautista che conoscevo da tempo e decidiamo di fondare insieme la band, pensando ad un ponte Occidente/Oriente insieme ad un valente percussionista indiano, Kamod Raj. Nel 2015 esce il nostro primo lavoro “Onda Luminosa” che riscuote notevoli apprezzamenti sia del pubblico che della critica. Nel 2017 un altro capitolo della nostra intensa attività “Ostinatoblu” con la partecipazione di una caro vecchio amico che già suonava on me l’organo Hammond nei Procession, Mario Bruno, cornista per decenni dell’orchestra del Maggio Musicale Fiorentino. Questo album invece risente maggiormente delle nostre esperienze nel blues e nelle musiche colte e popolari.

Da chi è composta la line up attuale?
Da me alle chitarre acustiche, Lanfranco Costanza flauti, armonica e voce e Massimiliano Andreo (Max) alle percussioni.

“Viaggio all’Isola di Tinder”, è un brano tratto dal vostro ultimo lavoro discografico “Bambù”. Come nasce questo pezzo?
E’ una mia “antica” composizione che ho anche inciso prima insieme a Silvana Aliotta nel mio album “Fili del Tempo” dal titolo “Dreaming of Tinder”, è un viaggio immaginario verso un’isola che non c’è, il desiderio di veleggiare sull’oceano della ricerca interiore.

Marcello, la copertina del cd è un vero gioiello. Chi l’ha ideata?
Non poteva che essere il nostro Lanfranco Costanza, chiamato anche Lanflauto, che ha realizzato tutte le copertine dei nostri tre lavori.

Dove i nostri ascoltatori possono tenersi aggiornati sui vostri prossimi concerti dal vivo?
Abbiamo la nostra pagina su FB, le nostre personali, ora siamo nella fase di preparazione al concerto per “Bambù”, la nostra tanto desiderata opera che siamo riusciti a registrare nel pieno della pandemia sempre nello stesso studio di registrazione dove abbiamo anche inciso i nostri lavori precedenti: Sound Sistemi di Paolo Guercio. Voglio citare anche l’etichetta discografica Radici Music Records che insieme a noi “alberi felici” ha saputo creare una splendida confezione intorno. Siamo distribuiti in ogni parte del globo anche su 23 piattaforme digitali per 240 paesi, oltre naturalmente la distribuzione italiana ed estera del CD.

Per concludere ci parli del brano che dà il titolo all’album, “Bambù”?
Un pensiero flessibile che ondeggia nell’aria, cerchi nell’acqua, lento ma incessante, un tema arioso che si snoda nella foresta…

Dove i nostri ascoltatori possono seguire i Glad Tree?
Potete seguirci sulle nostre pagine, sui siti di Radici Music e Youtube per ascoltare il video promo di Bambù.
Grazie di essere stato con noi! Grazie a Te Mirella, che sei una grande conduttrice radiofonica e una bella persona, un caro saluto a tutti a nome dei Glad Tree!

Ascolta qui l’audio completo dell’intervista andata in onda il giorno 19 Luglio 2021

Mess Excess – Musica da un altro mondo

Ospiti di Mirella Catena ad Overthewall, i Mess Excess, autori dell’album “From Another World Part 2” (Qua’Rock Records)…

Vi chiedo subito le origini della band, come nasce e avete iniziato da subito a fare musica inedita?
La band nasce a fine 2009 e per circa due anni e mezzo fu dedita solo all’esecuzione di cover di vari generi con l’intento di affinare l’intesa musicale e di trovare la giusta line-up. Raggiunto l’obiettivo decidemmo di imbarcarci nell’attuale progetto di musica inedita progressive, sia nella declinazione rock che metal.

Quali sono le vostre esperienze musicali precedenti a questo progetto musicale?
Abbiamo storie molto differenti, ciascuno di noi ha maturato il proprio background in base alle proprie esperienze personali. Abbiamo tutti alle spalle esperienze molto eterogenee in band e situazioni anche lontanissime. Questo caleidoscopio di influenze è la nostra ricchezza.

Da chi è formata la line up attuale?
L’attuale line-up, ormai stabile da oltre un anno, è costituita da Martina Barreca (Voce solista principale), Helene Costa (Seconda voce e Cori), Lorenzo Meoni (Chitarra), Fulvio Carraro (Tastiera), Andrea Giarracco (Basso) e Michel Agostini (Batteria).

Come definireste il vostro genere musicale e cosa portate di nuovo alla musica underground?
Come già accennato il nostro genere musicale è il progressive concepito a 360°, quindi sia in ambito rock che metal. L’ascoltatore attento potrà trovare nella nostra musica riferimenti evidenti ai grandi maestri del rock progressivo di fine anni ‘60-primi ‘70 come King Crimson, Yes, Rush, Genesis, Pink Floyd ecc… sia alle prime band che sdoganarono il genere in ambito metal negli anni ‘80 come Queensryche, Fates Warning, Dream Theater ecc… In quanto all’elemento innovativo lo possiamo trovare sicuramente nella voce femminile che nel genere è del tutto inusuale. Decidemmo di percorrere questa strada proprio per cercare un elemento distintivo tant’è che successivamente affiancammo alla voce solista un’altra voce femminile, principalmente dedita ai cori, che andasse a cucire, insieme alla voce principale, le trame vocali delle nostre composizioni caratterizzate da intrecci armonici che rappresentano il nostro marchio di fabbrica. Tanto per chiarire non abbiamo nulla a che vedere con le female-fronted band gothic metal che rappresentano il principale ambito in cui operano le voci femminili.

“From Another World Part 2” è il vostro nuovo concept pubblicato nel 2020 ed ha una continuità dell’album precedente. Come mai la scelta di pubblicarli in tempi diversi e non fare un doppio album?
“From Another World” è un concept che si estrinseca in due capitoli, appunto la parte 1 e la parte 2, perché sia la storia narrata che la musica che la descrive sono troppo estese per essere contenute in un solo album. Un album unico di quasi 100 minuti, con le tendenze contemporanee, se lo possono permettere solo le band affermate, pertanto decidemmo di comune accordo con la ns. etichetta, la Qua’Rock Records, di dividere il lavoro in due capitoli per facilitarne la fruizione ed anche per creare un po’ di suspense… il primo capitolo si chiude con un cellulare che squilla, lasciando del tutto irrisolte le trame del concept.

Parliamo del concept. Quali sono i temi che affrontate?
“From Another World” è un concept che trae origine dal contesto socio-politico mondiale del periodo in cui è stato scritto, cioè il 2015, per narrare la storia di un insegnante trentacinquenne americano di origine russa che un giorno, per caso, scopre dell’uccisione di un vecchio compagno di università tramite un notiziario televisivo. L’amico viene descritto come un terrorista, cosa che ai suoi occhi è del tutto inverosimile, i dubbi assalgono il protagonista che inizia a dubitare e decide di indagare per conto proprio sulla vicenda. La storia trova il suo sviluppo nell’eterna dicotomia interiore che affligge il protagonista: da una parte la ricerca della verità dettata dal dubbio sulla versione ufficiale e dall’altra la necessità culturale di non mettere in dubbio la reputazione del proprio paese. Quale delle due prevarrà?

Ho letto che la pubblicazione della seconda parte era prevista già nel 2018, come mai è slittata al 2020, anno difficile soprattutto per le promozioni dal vivo…
Purtroppo abbiamo attraversato un periodo caratterizzato da gravi problemi personali che hanno messo a dura prova la continuità del progetto musicale. Siamo ancora qui, più forti e determinati di prima.

Siete già a lavoro su qualcosa di nuovo?
Non possiamo anticipare granché in merito, di sicuro qualcosa sta bollendo in pentola, l’arrivo dei due nuovi membri che sono con noi da oltre un anno (Martina Barreca e Lorenzo Meoni) ha portato tanti elementi di novità anche a livello compositivo, quindi non vediamo l’ora di poterli condividere con voi. Continuate a seguirci e vedrete…

La riapertura dei locali, quelli che hanno fieramente resistito, vi daranno la possibilità di promuovere il disco dal vivo. Ci sono date imminenti?
Il nostro management è al lavoro in questo senso, ma fino a quando non ci saranno regole certe in merito alla situazione attuale è difficile fare programmi. Speriamo che molto presto ci possano essere novità, non vediamo l’ora di risalire sul palco.

Date dei riferimenti per i nostri ascoltatori per seguirvi sul web?
Potete seguirci sulla nostra pagina Facebook https://www.facebook.com/messexcess/ ci trovare sulle principale piattaforme musicali e per chi volesse i nostri CD è sufficiente che ci contatti tramite FB Messenger sulla pagina, se date un’occhiata ci sono interessanti offerte e pacchetti esclusivi.

Grazie di essere intervenuti, vi saluto e vi lascio l’ultima parola…
Grazie a tutti per l’interesse e l’ospitalità, speriamo di vederci presto ad un nostro concerto!!!

Ascolta qui l’audio completo dell’intervista andata in onda il giorno 21 Giugno 2021

Ago Tambone – Musica libera

Ospite di Mirella Catena ad Overthewall, Ago Tambone autore dell’album “Libera” 

Ciao Ago e benvenuto su Overthewall, tu hai iniziato ad interessarti di musica già da giovanissimo con pianoforte e tastiere ma ad un certo punto molli le tastiere per la chitarra. Ci racconti com’è avvenuto questo cambiamento?
E’ stato abbastanza semplice: l’approccio alle tastiere è avvenuto naturalmente, intorno ai cinque o sei anni, con le prime tastierine elettroniche, un po’ per gioco. Crescendo, ho “curiosato” più seriamente, studiando pianoforte classico e tastiere per due anni circa; però qualche tempo dopo, la curiosità si è spostata sulla chitarra (strumento che strimpellava mio padre, per accompagnarsi quando cantava). E così c’è stato un vero e proprio innamoramento per questo strumento, che mi ha spinto a studiare ed approfondire i suoni e le tecniche relative. Studio che naturalmente, si è esteso al basso e saltuariamente al mandolino… non tralasciando, ovviamente le tastiere.

Ci sono stati dei chitarristi storici a cui ti sei inizialmente ispirato?
Non essendo io un chitarrista di formazione classica, ho avuto dei riferimenti chitarristici in artisti moderni, anche se amo il mondo della chitarra classica. Quindi nella mia formazione chitarristica, ci sono stati chitarristi – giusto per citarne alcuni – come Eric Clapton, Carlos Santana, Richie Blackmore, David Gilmour, Mark Knopfler, Pat Metheney, Van Halen, Yngwie Malmsteen, Kee Marcello, Richie Sambora, Gary Moore, George Benson… anche Chuck Berry! Ognuno di questi artisti, ha rappresentato un riferimento molto importante per me, tanto dal punto di vista tecnico, quanto e soprattutto, dal punto di vista compositivo.

Durante la tua carriera hai collaborato con diverse realtà musicali. Quali progetti musicali ti hanno coinvolto maggiormente?
Nel mio percorso artistico, ho avuto la possibilità di collaborare con diversi musicisti, di varie estrazioni. Questo aspetto è fondamentale per un musicista, poiché può imparare tanto da tanti generi differenti, oltre ad imparare come instaurare un buon rapporto umano e professionale con i propri colleghi. Devo dire che le collaborazioni che hanno lasciato il segno, sono quelle con i One Way Ticket nel 2004/2005, band rock barese capitanata da Morris Maremonti; nel 2009, c’è stata una bella parentesi in studio, per delle registrazioni di alcune parti di chitarra, con i Poeti del Quartiere, formazione rap barese, tuttora attiva. Vi consiglio di ascoltare i loro lavori; dal 2009 al 2012 invece, sono stato chitarrista e bassista per i Revo’, una formazione pop-rock italiana emergente, fondata insieme al cantautore Francesco Cacciapaglia. Una menzione a parte, merita una collaborazione del 2011 con Giuseppe Cionfoli, per la pubblicazione di un brano dedicato a Sarah Scazzi, appena quindicenne, che come tutti ricorderanno, perse la vita nel delitto di Avetrana, un caso che ebbe un enorme rilievo mediatico. Il brano, intitolato “Sarah”, nacque da un’idea di Giuseppe Cionfoli; naturalmente, io accettai subito, prendendo parte alla composizione e alle registrazioni.
E’ stato un atto di umanità, che dovrebbe farci riflettere.

Ad un certo punto inizi il tuo percorso da solista. Nel disco che presentiamo oggi, che ha come titolo “Libera”, suoni praticamente tutti gli strumenti, ed è stato mixato e masterizzato da te nel tuo studio di registrazione. Un lavoro oserei dire intimo e personale che racchiude sensazioni ed esperienze da te vissute. Ci parli di questo disco?
“Libera” nasce da mie esperienze e riflessioni, sulla quotidianità degli eventi della nostra vita. Già il titolo, vuole essere un’esortazione a sentirsi liberi di vivere la vita come si vuole e di fare le proprie scelte, senza essere vincolati da fenomeni di massa (“Libera”) Naturalmente, senza intaccare la libertà altrui. Il disco tratta anche di argomenti come l’indifferenza tra gli esseri umani, che ormai non è più un fenomeno isolato, dato che la gente si distacca sempre più dalla natura umana. Questo atteggiamento lo si vive soprattutto nelle grandi città per via della vita caotica e lo stress che tendiamo ad accumulare (“Indifferenti”). Di conseguenza, è nata la necessità di scrivere anche un brano sulla incomunicabilità tra la gente (“Una Sensazione”). Figurano altri brani che invece spaziano tra vari argomenti: Voglio spronare l’ascoltatore, a credere sempre nei propri desideri e a non mollare facilmente, poiché con la tenacia, spesso si raggiungono i risultati sperati (“Credici”); in effetti questa esortazione, si ispira a una parentesi autobiografica. O ancora, il bello del senso di libertà e di pace interiore che può dare il viaggiare per il mondo, in cosciente solitudine (“I Live On My Own”). Non è un aspetto da sottovalutare, direi… Nel percorso di “Libera”, ho voluto rendere omaggio a mio modo, a tutte le vittime degli attacchi dell’11 settembre 2001. Era un forte desiderio che ho provato praticamente dal momento che ho visto, così come tutto il mondo, le terribili immagini in televisione. Soprattutto, quello che mi ha colpito maggiormente, è stato vedere la gente che si lanciava nel vuoto. Mi è sembrato un modo per onorare in qualche modo, tutte le persone che hanno perso la vita, innocentemente (“The Falling Ones”). Non cito gli altri brani, per non svelare tutto l’album… che tra gli altri, contiene anche tre cover di brani molto famosi, ai quali sono legato. Il disco mi ha visto impegnato come autore dei testi, non tutti, per la verità, compositore e arrangiatore. Ho suonato tutti gli strumenti, ad accezione del pianoforte su “The Falling Ones”; ho curato tutta la parte delle riprese audio, editing, missaggio e mastering. Insomma, ho avuto un gran da fare! La soddisfazione maggiore, è stata aver avuto accanto, durante la lavorazione di buona parte del disco, altri artisti che hanno fatto la differenza. A loro sono molto grato.


“Libera” è stato pubblicato nel 2020, quando in realtà liberi non eravamo affatto a causa della pandemia. E’ stata una scelta casuale o voluta?
In effetti “Libera” è stato pubblicato verso la fine di gennaio 2020, il che fa intuire che era già pronto da fine 2019. Non c’è stato nessun riferimento alla pandemia, che ci ha privati di diverse libertà; anche perché l’opinione pubblica, è venuta realmente a conoscenza della gravità della situazione sanitaria mondiale un mese più tardi, con tutte le conseguenze che conosciamo bene. Però, direi che per estensione del concetto di libertà, accosterei il messaggio del mio disco alla forte necessità di tornare a vivere normalmente, nel più breve tempo possibile, come tutti auspichiamo!

C’è un brano del disco a cui sei particolarmente legato?
Sono legato, ovviamente, a tutti i brani. Se però parliamo di un legame particolarmente forte, direi che c’è un posto speciale per “Credici” (data l’ispirazione autobiografica) e “The Falling Ones”, per le ragione già citate.

Nel disco collaborano alcuni musicisti. Ne vogliamo citare qualcuno?
Al disco, hanno preso parte: Antonio Gridi, cantautore che ha scritto i testi e cantato in “Indifferenti” e “Renditi Libero” e ha preso parte ai cori di “I Live On My Own”; Monica Cimmarusti, cantautrice che ha cantato in “Indifferenti” e “Wrapped Around Your Finger” e ha preso parte ai cori in “I Live On My Own”; Massimiliano Morreale, cantautore e polistrumentista che ha cantato in “Comfortably Numb”; Francesco Cacciapaglia, cantautore e musicista che ha scritto il testo di “Cristalli Gelidi”; Pasqualino de Bari, cantautore e tastierista che ha scritto il testo di “I Live On My Own” ; Gianvito Liotine, pianista e tastierista che ha suonato il pianoforte in “The Falling Ones”. Detto ciò, abbiamo svelato anche due delle tre cover!. Vanessa Bisceglie per la fotografia; Andrea Tarquilio per la Cover-Artwork. A tutti loro, sono molto grato.

Restrizioni permettendo, sono previsti dei live per promuovere il disco?
Al momento, non è previsto nessun live, poiché sto lavorando all’ultima fase del mio nuovo disco, che per ora è pubblicato solo online, su varie piattaforme musicali. Magari, quando si tornerà alla normalità, riprenderò con i concerti… che ci mancano tanto!

Puoi dare delle indicazioni ai nostri ascoltatori per seguirti sul web?
Per chi fosse interessato all’ascolto e/o all’acquisto, i miei lavori, si possono trovare su: Bandcamp, Facebook, Youtube, Spotify e Apple Music.

Grazie di essere stato con noi su Overthewall. Ti lascio l’ultima parola
Grazie a te, Mirella e a tutto lo staff di Overthewall, per avermi invitato. E’ stato un vero piacere essere vostro ospite! Colgo l’occasione per ringraziare chi come voi, si impegna quotidianamente a far conoscere la musica “non convenzionale”. Siete grandi! Un saluto a tutti gli ascoltatori, con l’auspicio di tornare a vedere tanta musica dal vivo, nel più breve tempo possibile. Soprattutto di poter ascoltare tanta musica di grande qualità… ne abbiamo bisogno. A presto!

Ascolta qui l’audio completo dell’intervista andata in onda il giorno 31 Maggio 2021

Goad – La belle dame

Il 7 Maggio, per la My Kingdom Music, è stato pubblicato “La Belle Dame”, il nuovo lavoro discografico dei Goad, la storica band progressive rock toscana. Torna su Overthewall il fondatore, Maurilio Rossi!

Prima di parlare di “La Belle Dame”, questo il titolo del nuovo album, torniamo indietro nel tempo. Era il 1974 e nascevano i Goad. Ripercorriamo le tappe più importanti della band?
Dai primi concerti al liceo classico di Firenze al salto professionale del 1969, lunghi anni di gavetta suonando davvero tutto il possibile, dal liscio danzereccio delle balere e dei festival dell’Unità, inframezzati da concerti di cover dei Genesis e di tanti altri miti, Beatles, Cream etc. fino al lavoro con agenzie prestigiose, una su tutte quella Vega Star di Fernando Capecchi, tuttora attivissima anche se in altri settori molto più remunerativi . Poi i 10 anni consecutivi allo Space Electronic di Firenze, ogni sera, anche al pomeriggio la domenica! Sbaragliammo ogni concorrenza rimanendo band unica dal 1977 al 1986 e là ci vide Freddy Mercury, con proposta indecente di girare l’Europa e registrare a Salisburgo da G. Moroder, correva l’anno 1981… fui messo in minoranza e la banda rifiutò di fare quel gran salto. Di lì l’incontro con un produttore italo americano, Silvio Tancredi, che venne apposta per noi da New York con delle bobine e registrò una intera settimana di shows. Alla fine, contratto di registrazione e primo disco. Anche allora la band si disunì nelle scelte ed invece di registrare agli Electric Lady Land Studios finimmo per realizzare dischi a Bologna per la etichetta Emmegi Polygra. Alla fine di quegli anni burrascosi, operai la scelta definitiva e, dopo aver vinto una rassegna di gruppi toscani nel 1990, cominciai il lungo cammino dell’autoproduzione, con “Tribute to E.A.Poe” 1994, a cui seguirono mille tentativi con mille etichette. Mauro Moroni di Mellow Records ci pubblicò il disco “The Wood”, dedicato alle liriche di Lovecraft a cui seguirono i dischi prodotti da Black Widow di Genova (“In the House of the Dark Shining Dreams”, “Masquerade”, “Silent Moonchild”) e il nostro “Landor” autoprodotto e solo distribuito da BW. Nel mezzo la soddisfazione di una tesi di laurea su Goad discussa alla Università di letteratura americana di Torino da una fan, relatrice Daniela Fargione. Avemmo la gioia di conoscerle direttamente quando vennero ad un concerto Goad a Firenze nel 2009.

“La Belle Dame ” è ispirato alle opere di John Keats, poeta britannico tra i più significativi del Romanticismo. Da cosa è scaturita l’idea?
L’idea era da molto tempo fra i nostri progetti musicali e mi sembrò logica prosecuzione del lungo cammino volto a musicare i grandi poeti anglosassoni. In occasione dell’album “The Silent Moonchild”, opera basata su di un mio lungo racconto gotico, mi ero messo a leggere “La belle dame” di Keats e il tema del cavaliere innamorato perso di una leggiadra damigella, con tutto il corredo pittorico che ne fu alla base: pare un quadro di Tiziano…

Quali sono state le fasi di realizzazione dell’album?
Il voluminoso progetto su Keats iniziò a prendere forma mentre finivano i missaggi del “Landor”, 2018, e in capo a due anni ci siamo ritrovati con oltre 4 ore di musica e innumerevoli tracce, spesso realizzate in jam sessions con i fidati e storici membri della band, alternatisi nelle varie stesure. Il lavoro più duro è stato quello della scelta e organizzazione dei titoli.

Ci parli dell’artwork della copertina?
La copertina è il frutto di sedute fotografiche con la direzione Cristiana Peyla, già collaboratrice del “Venerdì” di Repubblica, e nel set allestito figurano le mie maschere di scena, spesso esibite su palco nei concerti. Francesco Palumbo, nostro produttore per My Kingdom Music, ha scelto quelle che ha ritenuto adatte all’artwork finale con nostra grande soddisfazione!

Cosa rappresenta quest’album per i Goad?
Per Goad, per me, è, o dovrebbe, essere l’album della svolta stilistica perché, a fronte dei giudizi sul nostro genere musicale presunto, non ci riteniamo una band prog, ma solo persone con tante idee musicali che realizziamo privilegiando l’uso degli strumenti, al netto di ogni manipolazione computeristica. In questo lavoro l’uso delle tracce registrate è stato minimale, chitarra, basso, due tastiere ,batteria, voci, usate in modo da far avvertire agli ascoltatori le mani, le dita degli esecutori e non i filtri o le timbriche da studio.

Il nuovo album segna l’inizio della tua collaborazione con l’etichetta discografica My Kingdom Music. So che state preparando altre novità, ci daresti qualche anticipazione?
Posso dirti che su Keats sono pronti altri due lavori completi e che il prossimo sarà il migliore possibile di Goad, mentre abbiamo finito i mixaggi del “Landor” versione live in studio, che speriamo presto di vedere su vinile per My Kingdom !

Diamo dei riferimenti ai nostri ascoltatori per seguire i Goad?
Seguite My kingdom Music sui suoi numerosi canali, seguite… Overthewall sulle radio e, se avete voglia e tempo, su youtube.com/goadprogband troverete cose molto insolite e molto particolari della banda Goad!

Grazie di essere stato con noi!
Grazie a Voi tutti e grazie a te Mirella!

Ascolta qui l’audio completo dell’intervista andata in onda il giorno 10 Maggio 2021

Solo – Breve guida alla solitudine

Giuseppe Galato, dopo l’esperienze maturate con GianO e The Bordello Rock ‘n’ Roll Band, ha iniziato un percorso in solitaria dal nome programmatico Solo. Dopo il lancio di un paio di singoli, e con l’album “The Importance of Words” previsto per inizio 2022, lo abbiamo contattato per saperne di più…

Ciao Giuseppe, dopo alcune esperienze in band tradizionali hai deciso di tornare a lavorare in proprio con il progetto Solo. Il nome sbandiera una volontà di autodeterminazione, di individualismo identitario. Cosa ti ha spinto verso questa scelta di lavorare da “solo”?
Ciao! In realtà, più che una scelta, il tutto è dovuto a una condizione, e cioè quella di non essere riuscito a trovare dei compagni di viaggio: quindi, eccomi qui, da solo!

Credi che il passare dal noi all’io possa anche farti pagare un prezzo in termini di ispirazione e completezza del songwriting?
Quello no: anche negli altri progetti che ho avuto (e continuo ad avere, in parallelo), scrivo e arrangio io i brani (e sono molto dittatoriale, su questo, sebbene sia aperto a suggerimenti). In linea di massima, quando scrivo una canzone ho già in mente come sarà la batteria, come sarà il basso: tutto.

Devo essere sincero, i due pezzi che ho sentito, effettivamente sono vari, “Stati emozionali” e “Don’t shoot the piano player (it’s all in your head)” si rifanno il primo al kraut rock, il secondo a un certo pop psichelico inglese, quasi in odore di primo glam. Credi che questa varietà di stili possa in una certa maniera minare le certezze dell’ascoltatore, che non sa come classificarti, oppure alla lunga possa rappresentare una carta vincente?
Di questi tempi, credo sia molto controproducente. Però non è che mi interessi molto: io faccio quello che mi sento di fare, senza pensare se piacerà o meno a un largo pubblico. Quello che faccio deve piacere, prima di tutto, a me; in seconda pianta, deve piacere a persone di cui ho una certa considerazione (che possono essere amici o addetti al settore che seguo e che stimo). Faccio musica per esprimermi, non per cercare consensi.

In virtù di quanto mi hai detto, come nascono i tuoi brani?
È una domanda a cui mi viene difficile rispondere, perché ho scritto un sacco di canzoni, e sono nate tutte in modi differenti. A volte dalla rabbia, a volte dalla tristezza; a volte per gioco, a volte in preda a stati alterati di coscienza: non ho un metodo preciso. Diciamo che la costante è che, prima di tutto, scrivo la musica, la melodia vocale, cantandoci in finto inglese, gibberish; successivamente, penso al testo (spesso, con non poche difficoltà): do molta più importanza alla musica che non al testo (altrimenti scriverei poesie, non canzoni).

I due brani che ho citato, comunque strizzano l’occhio a una stagione del rock passata, credi che il futuro della musica sia nelle proprie radici?
Non saprei, ma ciclicamente c’è sempre una sorta di “ritorno” al passato (vedi le sonorità anni ‘80, in voga attualmente, e ormai abusate dall’itpop). Con la vittoria dei Måneskin a Sanremo molti stanno gridando al ritorno del rock all’interno del mercato mainstream: non credo l’analisi sia veritiera, ma vedremo. I revival, comunque, non è che mi convincano più di tanto. Soprattutto, non mi convince mai il far diventare di massa un genere specifico, perché poi tutti si buttano a fare quello; e, fra tutti, molti prodotti saranno necessariamente scadenti (senza voler citare il già citato, abusato, itpop, sono un grande amante del progressive anni ’70, ma nella miriade di band nate in quegli anni la maggior parte, a mio avviso, erano mediocri). A mio avviso, si dovrebbe fare musica guardando a tutto ciò che c’è di interessante nel panorama presente e passato, senza i paraocchi, facendo ciò che più ti piace; e cercando di farlo non per avere consensi a tutti i costi, ma per il piacere di farlo, cercando una propria chiave espressiva personale, e non diventando la copia della copia della copia.

Mi parleresti in modo più dettagliato di questi due singoli?
“Stati emozionali” è un brano alquanto vecchio: lo scrissi i primi anni di università, quando seguivo i laboratori di musica elettronica (colta) con Giorgio Nottoli. Fui molto colpito, in particolare, da alcuni lavori di Karlheinz Stockhausen, soprattutto per quanto riguarda la creazione dei suoni a partire dalla loro più piccola componente, l’onda sinusoidale, il suono più semplice che esista. In natura, ogni suono che ascoltiamo è il “risultato” di una sommatoria di onde sinusoidali; oltre a ciò, nella percezione che abbiamo dei suoni buona parte la si deve all’inviluppo che un suono ha (quindi, come evolve questo suono nel tempo). Lavorando per sintesi additiva, e sfruttando dei generatori d’onda, si può arrivare a ricreare dei suoni complessi, così come il nostro cervello li conosce: è stato un lavoro prettamente di stampo matematico, perché in pratica devi stare lì ad inserire negli oscillatori le frequenze (in hertz) che vuoi andare ad utilizzare e, poi, miscelarle fra loro; quindi, se sai che il La centrale vibra a 440 Hz, inserisci nell’oscillatore il numero “440” e ti generi l’onda (che andrai, poi, a sommare ad altre onde di altre altezze, e a cui dovrai attribuire uno specifico inviluppo, in base al suono che ti interessa far uscire fuori). Il resto dei suoni, invece, l’ho realizzato sfruttando la sintesi sottrattiva, il processo inverso: partendo dal rumore bianco, che è la sommatoria di tutti i suoni che esistono in natura, possiamo andare a “tagliare” una specifica banda di frequenze sfruttando dei filtri passa banda, in modo da selezionare solo quello che ci interessa. Il brano è, naturalmente, non solo nella metodologia ma anche nello stile, ispirato a quei lavori (sebbene, a differenza di “Studie II”, dove Stockhausen tentava di creare un nuovo sistema tonale, io ho comunque lavorato all’interno del sistema temperato, che tutti conosciamo); quindi, da molti potrà non essere percepita come una “canzone”, come musica, ma un’accozzaglia di effetti sonori: ma io, seguendo John Cage, auguro a tutti “Happy new ears”. Come in “Stati emozionali”, anche “Dont’ shoot the piano player (it’s all in your head)” è pregna di effetti sonori, ma lì ho avuto un approccio più “fisico”, avendo sfruttato solo pedali per chitarra. Non si direbbe, ma tutti i suoni che sono nel brano sono chitarre, processate tramite vari effetti che vanno dai phaser al whammy, da risuonatori a delay mandati in auto-oscillazione, spesso miscelati fra loro per creare dei suoni peculiari. Per i nerd, ho utilizzato, nello specifico, un Dirty Robot, un PH-3, un Whammy, un Transmisser, un Fuzz Factory, un Regenerator, un Artec APW-7 e un Tape Eko (credo di non aver dimenticato nulla). Il brano prende spunto, come facevi notare tu, dalla psichedelia anglosassone della seconda metà degli anni ’60: avevo in mente principalmente i Rolling Stones di “Their Satanic Majesties Request”, ma naturalmente grande influenza l’hanno avuta anche i Pink Floyd di Syd Barrett e i Beatles; anche se l’idea di inserire dei suoni estranianti mi è venuta ascoltando “Mangiafuoco” di Edoardo Bennato! Ad ogni modo, la cosa che li accomuna è, di sicuro, una certa propensione verso la psichedelia. E il fatto che molto lavoro è stato fatto sulla spazializzazione, con i suoni che si muovono da un canale all’altro, in alcuni casi (in particolare su “Stati emozionali”) in binaurale, con la sensazione che ti avvolgano in maniera tridimensionale.

Mi par di capire che tu abbia l’intenzione per il momento di pubblicare solo dei singoli, il formato album secondo te è ormai superato nella realtà musicale odierna?
Da un lato la gente non ascolta quasi più album, ma si va di playlist; dall’altro, ci sono alcuni recensionisti e certa stampa che non danno spazio a nulla se non agli album (a meno che tu non sia un artista in qualche modo osannato; quindi, se sei uno sfigato come me, ti attacchi al proverbiale cazzo; è una logica che non concepisco, due pesi, due misure, in base alla fama: ma sorvoliamo). Comunque, l’album ci sarà, ho anche il titolo pronto (“The importance of words”), ma se ne parlerà l’anno prossimo. Per i prossimi mesi, se i miei progetti vanno come devono andare, uscirò con qualche altro singolo, cambiando ancora genere: ho tre brani quasi pronti, uno dream pop/dance, uno art rock (sulla falsariga dei Radiohead più chitarristici e i primi Muse) e uno più sullo shoegaze. Diversi fra loro, come generi, ma sempre con la costante dell’attitudine psichedelica.

Stop dei concerti a parte, credi che Solo possa avere una dimensione live?
Proprio un paio di settimane prima del casino, ho portato i brani di questo mio progetto dal vivo, allo Shabby di Omignano Scalo, qui in Cilento, dove io abito. Non avendo una band, e non volendo semplicemente accompagnarmi con la chitarra ritmica, ho ricreato un set con tre amplificatori per chitarra; sfruttando vari switch ho mandato, così, il segnale della chitarra all’interno di tre catene di effetti: una più “classica” e “portante” (pulito/overdrive), e altre due che andavano a ricreare effetti psichedelici (naturalmente, con suoni differenti fra l’una e l’altra), in modo da dare l’impressione stessero suonando più persone, più strumenti. Il risultato è un’amalgama di suoni che arrivano da vari punti del set, in base a dove hai posizionato gli amplificatori: sarebbe bello microfonarli, mandandoli nell’impianto, e avere al mio fianco un tecnico che faccia muovere i suoni dal canale destro al sinistro e viceversa (ma mi sa che sto fantasticando troppo). Ad ogni modo è stata un’esperienza interessante (anche se, considerando che quando compongo mi concentro molto sulla sezione ritmica, la mancanza di basso e batteria mi dispiace molto: ma va bene così, per il momento). Quindi, sono decisamente pronto per i live!

Chiuderei l’intervista esplorando un altro lato del tuo Io artistico, quello di scrittore: che mi dici del tuo libro “Breve guida al suicidio”, pubblicato per la no EAP Edizioni La Gru? Nelle sue pagine troviamo esclusivamente Giuseppe Galato oppure fa capolino, inevitabilmente, anche Solo?
Nelle pagine di “Breve guida al suicidio” forse ritroviamo più Mr. B. Sapphire, che è uno degli altri miei alter ego, quando suono nella The Bordello Rock ‘n’ Roll Band, considerando che, sia in “Breve guida al suicidio”, sia nei brani della band, sfrutto più l’ironia e il sarcasmo, mentre in Solo (o nei M.i.B., altro progetto punk/grunge a cui sto lavorando e dove assumo l’identità di Ictus) faccio emergere maggiormente la mia vena malinconica o rabbiosa. Giuseppe Galato quasi non esiste.

Motorpsycho – Heavy psych mood

ENGLISH VERSION BELOW: PLEASE, SCROLL DOWN!

Mai fermi sui propri allori – stiamo parlando di una dalle formazioni più coraggiose della scena rock europea sin dagli anni ’90 – i Motorpsycho sono già tornati con l’album di follow-up dell’acclamato “The All Is One” del 2020. Registrato in parte nelle stesse session della precedente release, “Kingdom Of Oblivion” – in uscita il 16 aprile ’21 su Stickman Records / All Noir – annuncia un ritorno alla “Motorpsychodelia” e agli heavy-riffs degli anni passati, in attesa di lambire nuovi territori inesplorati.

Ciao Bent, è un grande piacere avere la possibilità di intervistarti (in quanto fan di vecchia data) ma veniamo subito al dunque: sono passati poco più di sei mesi dall’uscita di “All is One” (ultimo atto della “The Gullvåg Trilogy”). Possiamo considerare questo nuovo album come un nuovo capitolo a sé? Mi sembra che sia un ritorno a una forma più diretta di heavy rock …
Ciao! Per noi questa è una cosa diversa dalla “Gullvåg Triology”, di sicuro. Anche se gran parte di essa è stata registrata contemporaneamente a “The All Is One”, questa roba aveva un’atmosfera così fondamentalmente diversa che avevamo bisogno di separarla dalla Trilogia. Gran parte di esso è praticamente heavy rock anche se, con alcune modifiche e pezzi strani inseriti, sembra molto più strano e psichedelico della maggior parte del rock pesante moderno. Heavy psych è probabilmente l’etichetta più ovvia, se questo è il tuo genere. Se è l’inizio di un nuovo ciclo o una tantum non lo sappiamo ancora. Il tempo lo dirà!

Tra le nuove canzoni ho trovato alcuni riferimenti al passato “grungedelico” – ad esempio “The Transmutation of Cosmoctopus Lurker” – a dischi come “Timothy’s Monster”, è una sorta di reazione “hard” a questo periodo di isolamento forzato?
Non proprio: le tracce di base sono state registrate prima della pandemia, quindi solo alcuni dei testi riflettono l’epidemia e solo parte della musica. Penso che la nostra reazione iniziale sia stata quella di tacere e interiorizzare, quindi se qualcuno di questi riflette l’epidemia, sarebbe la roba folky, dall’aspetto interiore. Ultimamente, però, abbiamo sentito il bisogno di rilasciare un pò di adrenalina, quindi è fantastico che questo album contenga un po’ di testosterone – sarà fantastico dal vivo!

Ho sempre immaginato che il vostro “processo di scrittura” fosse anche il risultato di lunghe jam (soprattutto su alcuni dischi del passato) ma a questo punto della vostra carriera cosa è cambiato nella fase creativa?
Non abbiamo un modo prestabilito di fare le cose, quindi alcune cose provengono da improvvisazioni, ma altre cose vengono lavorate su un pianoforte o un’acustica – e tutto ciò che sta nel mezzo! Penso che ciò che è cambiato di più sia la nostra capacità di non essere troppo analitici e autocritici troppo presto nel processo: finiamo il pensiero e l’idea prima di usarlo o buttarlo via, e oggigiorno ogni idea musicale è valida fino a quando non ci abbiamo lavorato. È il modo migliore per evitare il blocco degli scrittori e mantiene anche le Muse di buon umore!

Nella vostra discografia avete esplorato quasi tutti i vari stili del rock and roll, ma c’è qualcosa a cui non vi siete ancora avvicinati?
Non c’è ancora molto reggae o ska nel nostro catalogo… e anche se anche a noi piace un po’, penso che la possibilità che esista un MP-album roots reggae è piuttosto scarsa. A meno che, naturalmente, non andiamo in Giamaica e restiamo lì per alcuni mesi e lo facciamo correttamente. Ma non scommetterci dei soldi!

L’aver cambiato spesso il batterista in qualche modo ha favorito una certa freschezza compositiva nelle diverse fasi della vostra carriera? Penso ad esempio a una band come i Melvins – ora una specie di collettivo aperto con due membri fondatori e collaborazioni sempre diverse …
Ebbene, “spesso” non è il termine giusto, vero? Geb è durato 14 anni, Kenneth 9… ma capisco cosa intendi e, naturalmente, un nuovo membro colorerà sempre la musica – è il motivo perché sono lì! Le persone sono diverse e amano fare cose diverse e hanno processi diversi, quindi ogni batterista (e tastierista o qualsiasi altra cosa) ha cambiato il processo della band. Lo mantengono interessante per noi e fresco per tutti, quindi è soprattutto una cosa positiva. Se Tomas se ne va, non so cosa faremmo, ma forse l’approccio dei Melvins è la strada da percorrere in quel caso? Vedremo cosa succede!

Siete tra i pochi artisti che credono ancora nel potere degli album, come ti relazioni con la musica contemporanea dove tutto si consuma velocemente per poi passare ad altro?
Lo trovo meno coinvolgente e ne ricavo meno, mi dispiace dirlo. Dal momento che ho bisogno di un qualche tipo di contesto per relazionarmi alle cose, molta nuova musica mi annoia. Potrei essere io che sto invecchiando, naturalmente, ma trovo che manchi qualcosa quando è tutto così strutturato, veloce e superficiale. Ma immagino che il nostro ruolo sia sempre stato quello di essere il fornitore dell’alternativa, sin dall’inizio, quindi ci sta bene: lascia che lo facciano e noi faremo le nostre cose per il pubblico a cui piace il nostro genere di cose. In questo modo tutti vincono!

Cosa stai ascoltando in questo periodo? C’è qualche artista o nuova band che ha catturato la tua attenzione? Ci sono nuovi “Motorpsycho” là fuori?
Ho un figlio di 15 anni che è molto appassionato di musica, quindi sento molte cose nuove da lui, ma le mie scoperte vengono da amici e colleghi: il duo metal spagnolo Bala mi piace, mi piace la maggior parte delle uscite sia di Stickman che Rune Grammofon (le due etichette che distribuiscono i lavori dei Motorpsycho ndr.), sono appena entrato nella band Budos, adoro il nuovo disco dei Pearl Charles e ovviamente guarda cosa fanno gli amici: il nuovo disco di Elephant9 è fantastico! Non so, è possibile essere un “nuovo Motorpsycho” di questi tempi? Dal momento che la cultura mainstream è cambiata così tanto e c’è meno attenzione per gli artisti e più per prodotti consumati rapidamente, siamo l’ultima rock band? Spero sinceramente di no, ma sono contento che ci siamo finiti in tempo mentre questa era ancora una possibilità!

Quando avete iniziato eri molto giovane, avreste mai pensato di continuare così a lungo?
Non credo che ci abbiamo pensato! Penso di aver saputo che non saremmo mai stati una macchina di grande successo, dal momento che i nostri interessi e talenti sono altrove, e che costruire un catalogo e una fan-base in modo punk rock sarebbe stato il modo migliore per noi, ma che avremmo avuto 30 anni e più di carriera sarebbe stato inimmaginabile!

Siamo abituati a vedervi ogni anno (prima della pandemia mondiale) in Italia con tanti concerti, ma c’è qualche posto a cui siete particolarmente legati? Vi vedremo mai in Puglia?
Ci manca davvero non venire in Italia! Certamente posti come il Bloom a Mezzago e il Velvet a Rimini – di cui sentiamo molto la mancanza – dove abbiamo suonato così tanto che ormai sono quasi come “a casa lontano da casa” ci mancano di più. Ma suoneremmo ovunque e mi piacerebbe suonare in Puglia se un promotor decente e un grande locale volessero che venissimo!

È tutto, grazie!
Grazie! Ci vediamo dall’altra parte!

Never a band to rest on their exceedingly large heap of laurels – we’re talking about a long standing stalwart of the European rock scene since their formation in the 90’s – Motorpsycho has already returned with the follow-up album to 2020’s highly acclaimed “The All Is One”. Recorded partly in the same sessions as the previous release, “Kingdom Of Oblivion” – out on 16th April ’21 on Stickman Records / All Noir – heralds a return to the riff-heavy Motorpsychodelia of years past while looking forward to new uncharted territories.

Hi Bent! It’s a great pleasure to have the chance to interview you (as a longtime fan) but let’s get to the point; It’s been just over six months since the release of “All is one” (last act of “the Gullvåg Trilogy”) can we consider this new album as a new chapter in its own right? It seems to me that’s a return to a more direct form of heavy rock…
Hi! To us this is a different thing than the Gullvåg Triology, for sure. Even if much of it was recorded at the same time as “The All Is One,” this stuff had such a fundamentally different vibe that we needed to seperate it from the Triology. Much of it is pretty much straight up heavy rock, indeed, albeit with a few tweaks and weird bits thrown in, so it feels much weirder and psychedelic than most modern heavy rock. Heavy psych is probably the most obvious label, if that is your thing. If it’s the beginning of a new cycle or a one off we don’t know yet. Time will tell!

Among the new songs I found some references to the “grungedelic” past – for example “The Transmutation of Cosmoctopus Lurker” – to records as “Timothy’s Monster”, is it a sort of “hard” reaction to this forced period of isolation?
Not really – the basic tracks were recorded before the pandemic, so only some of the lyrics reflect the plague, and only some of the music. I think our initial reaction to it was to go quiet and inwards, so if any of it reflects the plague, it’d be the folky, inwards looking stuff. Lately though, we have felt the need to get some adrenalin going, so it’s great that this album has some testosterone on it – it’ll be great live!

I always imagined that your “writing process” was also the result of long jams (especially on some records of the past) but at this point in your career what has changed in the creative phase?
We have no set way of doing things, so some stuff comes from improvs, but other stuff is worked on a piano or an acoustic – and everything inbetween! I think that what has changd most is our ability to not be too analytical and self-critical too early in the process: we finish the thought and the idea before we either use it or chuck it away, and these days every musical idea is valid untill we’ve worked at it. It is the best way to avoid writers block, and it also keeps the Muses in a good mood!

In your discography you have explored almost all the various styles around rock and roll, but is there anything you have not yet approached?
There isn’t much reggae or ska in our catalog yet… and even if we like some of that too, I think the chance there ever being of a roots reggae MP-album is pretty slim. Unless, of course we go to Jamaica and stay there for a few months and get it properly. But don’t put money on it!

Did having often changed the drummer in some way favored a certain compositional freshness in the different phases of your career? I’m thinking for example of a band like the Melvins – now a kind of open collective with two founding members and always different collaborations…
Well, ‘often’ isn’t quite the right term, is it? Geb lasted for 14 years, Kenneth for 9… but I see what you mean and , of course, a new member is always going to colour the music – that is why they are there! People are different and like doing different things, and have different processes, so every drummer (and keyboardist or whatever) has changed the band’s process. I keeps it interesting for us, and fresh for everyone, so it’s mostly a positive thing. If Tomas leaves, I dunno what we’d do, but maybe that Melvins approach is the way to go in that case? We’ll see what happens!


You are among the few artists who still believe in the power of “Albums”, how do you relate to contemporary music where everything is quickly consumed and then moved on to something else?
I find it less engaging and get less out of it, I’m sorry to say. Since I need some kind of context to relate to stuff, a lot of new music just bores me. It might be me getting old of course, but I do find that something is missing when it’s all so formated, quick and superficial. But I guess our role always was to be the provider of the alternative, ever since the beginning, so we’re fine with it: let them do that, and we’ll do our thing for the audience that likes our kind of thing. That way everybody wins!

What are you listening to in this period? Is there any artist or new band that has caught your attention? Are there any new “Motorpsychos” out there?
I have a 15 year old son that is heavily into music, so I hear a lot of new stuff from him, but my own discoveries are via friends and colleagues: Spanish metal duo Bala i like, I like most of what both Stickman and Rune Grammofon release(the two labels that distribute the works of Motorpsycho ed.), I just got into Budos band, love the new Pearl Charles record, and obviously check out what friends do: the new Elephant9 record fx, is amazing! I dunno, is it possible to be a ‘new motorpsycho’ these days? since mainstream culture has changed so much and there is less focus on artists and more on quickly consumed product, are we the last rock band? I sincerely hope not, but am glad we got in under the wire while this was still a possibility!

When you started you were very young, would you ever have thought about continuing for so long?
I don’t think we thought about it! I think i knew we’d never be a big hit machine, since our interests and talents lie elsewhere, and that building a catalog and a fan base the punk rock way would suit us the best, but that we’d have a ’30 years plus’ – run would have been unimaginable!

We are used to seeing you every year (before the world pandemic) in Italy with many concerts, but is there any place you are particularly attached to? Will we ever see you in Puglia?
We miss not getting to come to Italy – we really do! Of course places like Bloom in Mezzago and the much missed Velvet in Rimini we played so much that they are almost like homes away from home by now, so we miss them the most. But we’ll play wherever they send us, and would love to play in Puglia if a decent promotor and a great venue wanted us to come!

That’s all thanks!
Thank you! See you on the other side!

Morreale – Appunti di viaggio

Ospite di Mirella Catena ad Overthewall  Morreale, autore dell’album “Appunti di Viaggio” (Mellow Records).

Ciao Massimiliano, partiamo dagli inizi, come è iniziata la tua carriera musicale?
Ho iniziato a suonare in formazioni rock baresi agli inizi degli anni ’90, nei garage e negli scantinati con amici e ad esibirmi in piccoli locali. Poi ho interrotto per laurearmi e dedicarmi al lavoro ma la musica è sempre rimasta una parte molto importante della mia vita. Ad un certo punto è maturata l’esigenza di dar luce ad alcune idee musicali che avevo fissato su nastro, quando registravo con un quattro tracce. Due terzi dei brani contenuti nel CD sono stati sviluppati da materiale inedito preesistente, che è stato risuonato e lavorato in maniera più matura.

La tua passione e la tua formazione di musicista polistrumentista è stata influenzata dalla scena psichedelica e progressive degli anni ’70…
Sono molto legato alla musica degli anni ’70 sia straniera che italiana, un decennio straordinario ricco di creatività. La mia musica affonda le sue radici proprio là e si percepisce.

Quali sono le tue band preferite e hai tratto ispirazione da loro per comporre la tua musica?
Sicuramente i Pink Floyd, ma anche Hendrix, Led Zeppelin, il prog rock, i cantautori italiani (De Gregori ,Venditti…) e Battisti, e poi Nirvana, Bauhaus, i gruppi di thrash metal. Ascolto di tutto, anche jazz e musica classica. Mi definisco un eclettico con mente ed orecchie aperte. Se mi consenti una piccola digressione, con la mia musica vorrei veicolare delle emozioni, la mutevolezza delle emozioni che ci attraversano nel viaggio della nostra vita. Tutto ciò un po’ si rispecchia nella mutevolezza degli stili che, pur sempre in ambito rock, si susseguono nei 12 pezzi dell’album. Nessuna devozione integrale ad un unico genere porterebbe ad una simile ricchezza e potenza espressiva.

“Appunti di Viaggio” è il tuo album pubblicato nel 2020. Quanto è durata la gestazione di questo lavoro da solista?
Ci ho messo un anno e mezzo per le sole registrazioni, poi c’è stato tutto il tempo che ho dedicato alle pratiche per la stampa su supporto fisico e quasi a cose fatte ho ricevuto le attenzioni di Mauro Moroni della Mellow Records, colpito dalla lunga suite strumentale (poco più di 22 minuti) “Super Wonderboy Returns (a new fantastic adventure)” che scrissi nel 1993 in una forma più contenuta con il mio amico Mimmo Iusco. E’ sicuramente il brano più ambizioso del disco e si fregia della chitarra di Ago Tambone, amico, polistrumentista e principale mio collaboratore.

L’album vanta numerose collaborazioni. Vogliamo citare qualche artista presente su Appunti di viaggio?
Certamente, voglio tributare il giusto riconoscimento agli artisti che hanno impreziosito il disco. Su tutti, per la importanza dei contributi, Ago Tambone (quasi tutti suoi i bassi, oltre alle chitarre più belle e ardite) Con lui ho scritto il brano, “Il Mare” che insieme al contenuto dichiarato nel titolo è una metafora della mutevolezza e della incertezza ma anche della grandiosità della esistenza umana. Poi hanno partecipato al progetto Claudio Milano, grandissima voce della musica di avanguardia italiana, nel brano “Cronache Per la Fine di Un’infanzia”: il testo è suo come anche il canto. Alessandro Calzavara (aka Humpty Dumpty) ha scritto il testo e canta in “Dung”, l’unica canzone in lingua inglese, Gianni Ladisa sax in “L’assenza”, Tommaso Mastrorilli batteria in L’assenza e La metà di me. Il testo della ballata “La Metà di Me” è del cantautore Antonio Gridi. La voce che si sente all’inizio del divertissement “Fa un po’ Frescobaldi” è quella della mia piccina, Ludovica Morreale, a cui ho dedicato la ninna nanna conclusiva e l’intero disco.


Chi ha realizzato l’artwork del disco e cosa rappresenta?
L’artwork, splendido e visionario, nasce dalla penna di Andrea Biancucci. Le immagini alludono in tutto o in parte ai brani del disco. Lascio all’ascoltatore il gusto di coglierne i singoli rimandi.

Sei già a lavoro per un nuovo album? Il tuo progetto solista avrà una continuazione?
Sono al lavoro per due progetti, uno a mio nome, Morreale più prog rock oriented ed un altro insieme all’amico Humpty Dumpty più orientato alla new wave. Non ho idea però di quando saranno pronti.

Dove i nostri ascoltatori possono seguirti sul web?
Potete ascoltare Appunti di viaggio sul mio canale Youtube, su Spotify, su varie piattaforme digitali. Potete acquistare il CD contattandomi direttamente o rivolgendovi alla Mellow Records.
Do qui di seguito qualche riferimento:

https://www.youtube.com/channel/UC2rhn-sqD06IcqBE6GOfcNg
https://open.spotify.com/artist/7w1jCjgTDU2XG2ANd1bIqM?si=syeKG4bwRQqvgZzGs3Pl-A
https://www.facebook.com/Morreale-460953427666370
https://mellowlabelproductions.bandcamp.com

Grazie di essere stato con noi, ti lascio l’ultima parola
Sono io che ringrazio te Mirella, per la tua cortese ospitalità e tutti gli ascoltatori di Overthewll web radio.



Ascolta qui l’audio completo dell’intervista andata in onda il giorno 22 febbraio 2021:

Ancient Veil – Racconti acustici

Ospiti di Mirella Catena ad Overthewall gli Ancient Veil, autori nel 2020 di “Unplugged Live” (Lizard Records).

Diamo il benvenuto su Overthewall agli Ancient Veil: volete presentarvi?
Edmondo: Io sono Edmondo Romano il fiatista degli Ancient Veil, c’è anche Alessandro Serri, cantante e chitarrista e Fabio Serri tastierista.

Quindi abbiamo 3/5 della band. Voi iniziate a comporre già dal 1984, periodo in cui impazzava l’heavy metal e invece in voi nasce la passione per il prog… ci parlate dei vostri primi passi nel mondo musicale?
Alessandro: A noi è sempre piaciuta la musica rock, il progressive e tutta la musica non commerciale. Per parlare dei nostri primi passi, a dire il vero non erano consapevoli di star facendo prog, forse perché semplicemente sperimentavamo, e avevamo soltanto 14 e 15 anni. Diciamo che è venuto tutto in modo molto naturale, perché le prime cose le facevamo appunto io e Edmondo, con chitarra e flauto dolce, quindi da lì è un po’ nato tutto. Noi ci siamo conosciuti alle superiori, facevamo il liceo artistico, e gli altri ragazzi quando andava bene ascoltavano heavy metal, ma purtroppo era l’epoca dei Duran Duran, quindi come ben puoi capire, era veramente un disastro, anzi quando incontravi qualcuno che ascoltava heavy metal era proprio un momento di gioia perché c’erano più affinità.
Edmondo: Quindi abbiamo cominciato come tutte le vere band, cioè al liceo iniziando a suonare assieme. Bisogna pensare che all’epoca il prog, che veniva dagli anni 70, non viveva un momento di stasi, non era assente, era solo un po’ sfumato, perché era un momento di passaggio tra gli anni 70 e quello che sarebbe diventato il new prog successivamente. Noi abbiamo iniziato nel mezzo di questa fase, difatti quando abbiamo cominciato, nello stesso periodo storico, anche dal 1984 al 1986 e anche leggermente dopo, si sono formate in giro per l’Italia delle band di prog ed hanno cominciato a chiamare questo genere new progressive. Il new progressive italiano ha iniziato ad avere un po’ più successo, anche grazie al lavoro che io ed Alessandro avevamo fatto con gli Eris Pluvia all’inizio nel primo disco, che aveva avuto un buon successo.

Il progetto Eris Pluvia rappresenta le radici, fondamentale parlarne per arrivare ai giorni nostri e agli Ancient Veil. Ci raccontate delle origini della band? Eravate due ragazzi che andavano al liceo ed avevano questa passione per il prog …
Edmondo: Il liceo era l’artistico, io ed Alessandro ci siamo conosciuti nei corridoi del liceo.

Anche io ho fatto il liceo artistico in tempi più recenti
Edmondo: Il liceo artistico è un luogo dove l’arte finalmente nell’adolescenza inizia ad esprimersi, a maturare e a prendere il volo. Avevamo anche molti altri amici, che suonavano o suonicchiavano un po’, chi la batteria, chi le tastiere eccetera, abbiamo cominciato a creare la prima band, così per gioco, però io e Alessandro, ci siamo trovati subito insieme a comporre. Devi pensare che all’epoca non c’era il concetto così fermo e rigido di cover band così com’è oggi, proprio non esisteva, è un’idea che è arrivata dopo. Le cover band esistevano negli anni 60 quando si rifacevano i dischi inglesi, come ben sappiamo, ad esempio tutti i vari gruppi che rifacevano in italiano i successi di una volta. Gli anni 70 in Italia sono stati un momento creativo in modo enorme e negli anni 80 c’era ancora questo strascico dove tutti i gruppi giovani componevano, raramente si incontrava un gruppo che faceva delle cover, tutti si scriveva e si componeva.

C’era molta più creatività allora
Edmondo: Era normale. Quindi da lì piano piano, io e Alessandro abbiamo cominciato a fare la prima sala prove in casa mia, abbiamo iniziato a scrivere dei brani e a mettere su un gruppo e poi sono nati gli Eris Pluvia, che è un nome nato da un fatto a noi accaduto. Un giorno registriamo un brano musicale in un portone con la pioggia. Abbiamo spostato il registratore nell’atrio e io ed Alessandro improvvisiamo questo lungo brano con due flauti, in quel momento appunto pioveva.
Arrivato a casa, visto che io ho un padre scrittore e una madre pittrice, (sono nato e vissuto in un ambiente artistico), ho fatto loro ascoltare questo brano e insieme abbiamo coniato il nome Eris Pluvia (nome latino tradotto in italiano con Sarai Pioggia), e da lì è partita un po’ tutta la storia.
All’epoca Fabio era giovanissimo.
Fabio: Ero un bimbo di sette anni.

Quindi diciamo che è cresciuto permeato da quest’aria così creativa, musicale anche e poi ovviamente ne è stato “contaminato”. Quindi queste sono le origini degli Eris Pluvia e poi sono sfociate in quello che adesso è la band Ancient Veil. Nel 1991, dopo la pubblicazione di “Rings of Earthly Light”, diventato un cult del new progressive, Alessandro lascia la band, seguito in un secondo tempo da Edmondo. Rifondare un’altra band è stato un modo per iniziare da capo oppure riprendere qualcosa che era stato lasciato in sospeso?
Alessandro: Direi la seconda opzione

Cioè non avete resettato quello che è stato
Alessandro: Non abbiamo resettato, perché noi praticamente ritrovandoci insieme dovevamo continuare il lavoro che avevamo cominciato come Eris Pluvia, perché gli Eris Pluvia come appunto abbiamo già detto, sono una nostra creazione.

Una vostra creazione al 100%
Alessandro: Quindi poco dopo l’uscita dell’album “Rings of Earthly Light”, io ho lasciato la band e qualche tempo dopo Edmondo mi ha seguito, però a quel punto non aveva più senso che loro si chiamassero Eris Pluvia, perché i fondatori, se n’erano andati entrambi. Invece purtroppo siamo stati preceduti, e gli ex colleghi depositarono il nome prima di noi, ed è stato un vero peccato, perché così si è rovinata un’amicizia per circa vent’anni. Poi per fortuna c’è stato il rappacificamento, però quel gesto all’inizio ci ha creato alcuni problemi.

E’ anche bello il modo come ne avete parlato delle origini della band, delle radici, cioè il fatto di come avete scelto il nome con i genitori di Edmondo, quindi effettivamente capisco che sia stata veramente una grossa delusione, questa sottrazione di nome.
Alessandro: Considera che esiste un quadro della madre di Edmondo intitolato Eris Pluvia.
I suoi genitori avevano scritto una performance teatrale sempre intitolata Eris Pluvia, dove noi avevamo creato ed eseguivamo dal vivo la colonna sonora.
Edmondo: Essendo noi i produttori di tutto quel lavoro (le musiche sono per la maggior parte di Alessandro e mie), perché poi gli altri erano principalmente musicisti, che hanno con noi collaborato agli arrangiamenti. La copertina di “Rings of Earthly Light” è un quadro di mio fratello, che si intitola Aurora, i testi sono stati scritti in casa mia dai miei genitori, poi rivisti tra di noi con Maurizio Carità.
Tutto un lavoro diciamo artigianale, come si faceva una volta. All’epoca, e in generale quando sei giovane, tu non pensi a depositare un nome, perché non credi che queste cose possano accadere, hai una fiducia piena nel prossimo, ma come è successo in tanti rapporti, però sai che comunque il tempo rimette a posto le cose, perché come hai chiesto nella domanda, non è che noi abbiamo lasciato in sospeso qualcosa, passando semplicemente da un nome che era Eris Pluvia a un altro nome Ancient Veil; abbiamo continuato il discorso senza interrompere nulla. Quindi per noi non è cambiato niente, è cambiato forse per il mondo esterno, perché il mondo esterno dà molto valore all’etichetta ai nomi, però se vai ad ascoltare la musica, è la musica da sola che parla.

Poi vi siete un pochino ripresi questa cosa, anche il fatto che “Rings of Earthly Light”, sia un disco cult, vi siete rifatti pubblicando “Rings of Earthly… Live”, nel 2018. L’8 ottobre 2020 è uscito il nuovo lavoro discografico degli Ancient Veil dal titolo “Unplugged Live” che riprende undici brani eseguiti dal vivo in tre concerti differenti. Ci parlate di questo nuovo lavoro discografico?
Edmondo: Per ricollegarci a quella storia, quando abbiamo creato gli Ancient Veil, ci siamo subito uniti a Fabio, e quindi abbiamo sviluppato il primo disco degli Ancient Veil, fatto praticamente in tre, più tanti musicisti amici come ospiti aggiunti. In questo live abbiamo voluto riprodurre un po’ l’aspetto acustico, diciamo una visione un po’ più romantica, interiore delle composizioni, quindi anziché avere il disco interamente caratterizzato dal suono della band completa, ci sono tanti brani registrati dal vivo in alcuni concerti a Genova e a Milano, in trio, perché poi quando si componeva o si lavorava alla stesura dei brani eravamo effettivamente in trio e da qui nasce un disco che è una via di mezzo tra un lavoro totalmente unplugged con molti brani acustici eseguiti in tre e brani invece con la band.

Una versione intimistica di un po’ tutto il lavoro della band.
Edmondo: Si, abbiamo dato voce alla parte più romantica ed introspettiva dei brani musicali del nostro percorso storico

Pubblicare un live in un periodo in cui sono vietati, è una scelta casuale o voluta?
Alessandro: Come abbiamo detto prima, nel 2018 abbiamo pubblicato “Rings of Earthly… Live” dove abbiamo ripercorso un po’ tutta la nostra carriera, suonando brani con la band al completo.
Volevamo completare il discorso con un album acustico, avevamo questi brani registrati e in un periodo di pandemia dove non è che si possa fare molto, abbiamo deciso, sostenuti da un produttore, Massimiliano Bet (che ha prodotto economicamente questo disco ed è anche autore di alcuni testi dei nostri brani) ed è uscito con la Lizard di Loris Furlan, è una scelta casuale, nel senso che è venuto spontaneamente, ma siamo molto contenti di averlo potuto fare.
Edmondo: Devi sapere che io registro tutti i concerti. Registro tantissimo materiale e poi comunque nel tempo è sempre servito, poi un altro elemento importante per comprendere questo lavoro live ed anche quello prima è che gli Ancient Veil sono una band formata da professionisti. Alessandro è l’unico a fare tutt’altro lavoro ma è il “compositore di corte” ed ha il suo studio a casa, il resto della band, cioè io, Fabio, Marco e Massimo viviamo di musica, e questo ci permette di avere uno studio in casa professionale, e quindi anche di poter metter mano al materiale registrato, pulirlo, editarlo, sistemarlo in modo indipendente, e il periodo della pandemia, è stato molto utile.

E’ stato utille perché avete avuto gli attrezzi necessari per poter fare al meglio quello che dovevate fare. Il dipinto ad olio in copertina è opera della pittrice Francesca Ghizzardi, come tutti gli artwork degli Ancient Veil. Cosa rappresenta questo artwork?
Edmondo: La stampa sul CD in realtà rappresenta la prima idea di copertina che avevo avuto per “Rings of Earthly Light” nel 1990 che poi è stata sostituita dalla copertina che è finita poi sul disco ufficiale. Una mattina mi sono svegliato ed ho visto mio fratello che aveva dipinto tutta la notte questo quadro e ho detto: “Cavolo! Bello!” e allora a quel punto ho cambiato completamente le carte in tavola. La copertina di “Unplugged Live” è un quadro di mia madre, tra parentesi devi sapere che sono cresciuto in mezzo ai quadri perché mia madre dipingeva in continuazione, anzi dipinge in continuazione, il quadro si chiama Vertigine ed è lei il soggetto, ed è una specie di incubo, di passaggio tra il sogno e la realtà, quindi si vedono queste pennellate, questa confusione, c’è un occhio nello sfondo, è un’immagine abbastanza particolare.

Inquietante, particolare, molto affascinante, molto brava tua madre.
Edmondo: Diciamo che il concetto di inquietante è un concetto molto moderno, perché una volta non ci si poneva il problema, devi pensare che mia madre è diventata pittrice a metà degli anni 60, e dipinge da quel tempo. All’epoca non c’era nessun limite per la rappresentazione, ad esempio del nudo e si era molto più coraggiosi ed anche la ricerca del proprio io, dei propri sogni delle proprie manie eccetera, rappresentate in arte, in musica, in scrittura e in pittura, non evocavano l’inquietudine. Noi viviamo in un epoca dove in realtà abbiamo cominciato a catalogare i film ad esempio di Polansky, che in realtà nel primo periodo erano molto di ricerca introspettiva ed hanno incominciato a catalogarli come thriller, ma non sono thriller!

Diciamo che era un periodo dove si accettava tutto con molta naturalezza, molta tranquillità, adesso è tutto molto analizzato in una maniera direi ossessiva.
Edmondo: C’era una forte ricerca, cosa che adesso effettivamente si è un po’ assopita e c’era molto più coraggio, ma anche nella stessa musica c’era molto più coraggio, produttori che avevano il coraggio di investire su musicisti che dovevano ancora formarsi. Fabio ad esempio che lavora proprio nel mondo della musica anche più in contatto con il business, magari ha anche una visione diversa da quello che sto elencando tra la musica di oggi e la musica di allora.

Cosa ne pensi Fabio?
Fabio: Oggi siamo proprio da un’altra parte, come stavate giustamente dicendo, è tutto catalogato, tutto deve rifarsi a qualcosa che magari c’è già stato, è una visione sicuramente meno romantica, meno poetica dell’arte in generale. Si punta un po’ più a consumare e poco ad osservare e ad ascoltare, quindi siamo in un’epoca dove c’è un po’ di povertà culturale e povertà artistica. Sicuramente questo progetto è un qualcosa che può un po’ sensibilizzare l’ascoltatore da questo punto di vista.

Quali progetti vorreste realizzare nel 2021 e quali non avete realizzato nel 2020 a causa della pandemia?
Edmondo: Guarda, sinceramente, per me il 2020 è stato un anno fortunato, perché ho realizzato ben quattro dischi miei, in più ho partecipato a tanti altri album di amici. Ho girato mezza Italia in tournée con il Teatro Stabile di Catania, per il quale sto realizzando le musiche, tournée interrotta dalla pandemia, e ho composto proprio nel momento di pandemia le musiche del nuovo spettacolo. Io sino a pochi giorni fa ero in teatro a lavorare perché i teatri sono chiusi ma all’interno si può lavorare, quindi sinceramente la pandemia è stato uno spartiacque tra chi si dedicava completamente alla musica e chi lo faceva a livello amatoriale, comunque situazione molto strana perché chi aveva già del lavoro in piedi a livello professionale ha portato comunque a riordinare le idee e a concludere cose che erano ferme, se ci ricordiamo, prima della pandemia si correva tutti come dei pazzi e non si riusciva a realizzare nulla in modo adeguato. La pandemia ci ha un attimo fatto sedere e per quanto mi riguarda mi ha fatto terminare dei dischi con molta più calma e più consapevolezza di prima.

Diciamo che è stato fruttuoso hai ripreso delle cose che avevi accantonato per la frenesia del momento.
Edmondo: Sì. Dall’altra parte ha praticamente creato dei problemi a chi non lavorava a livello professionale o tutelato ha creato dei buchi enormi, non solo economici ma anche di possibilità di esprimersi, perché in Italia non abbiamo delle leggi adeguate che tutelino gli artisti, specialmente i musicisti.

In questo caso diciamo che appunto il mondo musicale, culturale è stato fortemente penalizzato, quindi ovviamente chi non aveva già dei progetti ferrei è rimasto abbastanza in perdita.
Edmondo: Se pensi a chi viveva solamente di musica nei locali, anche locali seri con gestione di situazioni musicali grandi oggi non lavora praticamente più, chi non è un compositore privo di lavori in piedi di produzione eccetera, si è trovato completamente sbarellato senza nessun riferimento economico e lavorativo.

Comunque speriamo che questo 2021 ci porti un po’ più di tranquillità e serenità, anche queste persone che hanno avuto queste colossali perdite, parliamo appunto dei gestori dei locali e di chi lavora per la musica i tecnici e tutto il resto, speriamo che tutto si cominci a sistemare.
Edmondo: Non so Fabio come ti è andata, faccio io la domanda… (risate)
Fabio: Io mi occupo di tante cose, sono direttore artistico di un’accademia a Milano e direttore musicale di musical. Diciamo che la parte teatrale del musical, quindi quella che non è dedicata ai teatri stabili e alle compagnie stabili, sono società di produzione private, diciamo esterne, ovviamente ha subito pesantemente la pandemia, perché tutte le produzioni si sono interrotte ed hanno rimandato tutte le date, qualcosa dovrebbe partire a breve. Noi avevamo la licenza di uno spettacolo che doveva partire quest’anno e se tutto va bene partirà l’anno prossimo, però è tutto così, le maestranze dello spettacolo sono tutte ferme ed abbiamo visto la manifestazione di “Bauli in piazza” un mucchio di tecnici, light designer, fonici e quant’altro, in piazza a protestare pacificamente per far capire che esistono anche loro. Io tra lo smart working, quindi il fatto di avere uno studio in casa poter fare tutte le lezioni dell’accademia attraverso piattaforme online e un po’ di produzioni discografiche parallele, io faccio anche pop, oltre ad avere una grande passione per il Progressive, diciamo che alla fine è andata abbastanza bene.
Alessandro: Posso dire che pur non facendo il musicista di professione, anche se sono compositore, faccio tutt’altro lavoro, ma ho avuto anch’io la fortuna di poter lavorare in smart working, con la mia azienda, essendo impiegato tecnico, quindi questo mi ha dato la possibilità di avere più tempo da dedicare alla composizione, infatti questo 2020 è stato molto produttivo. Ho scritto molte cose e quindi diciamo che non è stato bello perché abbiamo visto delle cose terribili, però per quel che mi riguarda, tutto sommato sono stato fortunato perché prima di tutto ho potuto continuare a lavorare quindi a mantenere la mia vita, e nello stesso tempo ho potuto dedicare più tempo a quelle che sono le mie passioni, quindi alla mia musica. Sono riuscito a comporre tanto, come non mi era mai successo.

Ci sono dei progetti a breve scadenza, album o qualcosa che verrà realizzato, si spera, nel 2021?
Edmondo: Singolarmente ognuno di noi lavora nella musica quindi è facilmente rintracciabile la nostra attività professionale attraverso i vari siti, le varie pagine che gestiamo. Insieme stiamo pensando ad un disco nuovo che, lo diciamo per la prima volta, ci stiamo lavorando, proprio in questi giorni, basato su una storia unica, un concept completo, su un solo argomento e siamo in fase di selezione, di lavoro.

Posso chiedervi qual è l’argomento?
Edmondo: E’ una storia che parla di qualcosa di antico che è anche socialmente attuale. Se c’è una cosa che ho imparato musicando tante opere del teatro greco nel passato, poi per chi conosce Shakespeare, quindi i grandi drammi della storia, si possono trovare molte somiglianze con il nostro tempo. Se tu leggi la storia di Antigone scopri che ci sono tutte le problematiche del mondo femminile che ancora esistono oggi e del potere e dei serpenti del potere come ancora esistono oggi.
Sono passati veramente tanti anni, ma non è cambiato assolutamente nulla. Perché noi pensiamo che il nostro piccolo mondo sia veramente il centro dell’universo, tanto che in passato si credeva che la Terra fosse al centro dell’universo giusto per dare una visione egocentrica e mitomane dell’essere umano, ma in realtà il tempo che è passato e ha portato l’uomo ad evolversi culturalmente e spiritualmente è veramente brevissimo, quindi siamo ancora in un periodo a mio avviso di barbarie che piano piano comincerà a vedere la luce.

E’ inutile chiedervi dove i nostri ascoltatori possono seguirvi, ci sono tantissimi punti di riferimento sul web degli Ancient Veil. Io vi ringrazio di essere stati con noi e spero di avervi al più presto con un nuovo album, con il nuovo concept.
Alessandro: Ci saremo! Grazie davvero. Ciao a tutti.
Edmondo: Grazie. Ciao a tutti.
Fabio: Grazie e a presto. Ciao a tutti.

Sito ufficiale: www.ancientveil.it
Youtube: https://www.youtube.com/c/AncientVeil/
Facebook: https://www.facebook.com/AncientVeil
iTunes / Apple Music : https://itunes.apple.com/il/artist/ancient-veil/1186225983

Ascolta qui l’audio completo dell’intervista andata in onda il giorno 01 febbraio 2021:

Foto originale di copertina: Enrico Rolandi