Marco Mattei – Fuori controllo

Marco Mattei ha pubblicato da poco il suo primo album solista, un lavoro in grado di coinvolgere, grazie al livello altissimo del suo songwriting, personaggi di spicco della scena internazionale, progressive e non, come Tony Levin (King Crimson, Peter Gabriel), Fabio Trentini (Le Orme, Markus Reuter), Jerry Marotta (Peter Gabriel, Hall & Oates), Pat Mastelotto (King Crimson, XTC), Chad Wackerman (Frank Zappa, Allan Holdsworth), Clive Deamer (Portishead, Radiohead, Robert Plant). Ecco come Marco ci ha presentato “Out Of Control” (Synpress44).

Ciao Marco, complimenti per il tuo primo album da solista: cosa si prova a vedere il proprio nome su una copertina?
Una sensazione un po’ strana a dire il vero. Quando ho deciso di realizzare questo progetto ho valutato la possibilità di utilizzare il nome di una band fittizia ma alla fine ho deciso di pubblicare il disco a mio nome. Ho pensato che se credevo nei miei brani avrei dovuto metterci la faccia, per così dire, piuttosto che nascondermi dietro uno pseudonimo.

Questa esperienza da solista credi ti abbia fatto crescere come musicista e aggiunto altro rispetto a quanto maturato nelle precedenti esperienze come membro di una band? Sicuramente. Essere parte di una band consente di dividere i compiti concentrandosi idealmente sui nostri punti di forza e, in generale, sugli aspetti che ci consentono di contribuire al meglio. Un progetto solista comporta una responsabilità completa, dall’inizio alla fine, su tutti gli aspetti che vanno dalla composizione alla registrazione, alla scelta dei musicisti con cui collaborare; produzione, missaggio, grafica, pubblicazione e promozione. Penso la crescita maggiore sia venuta, oltre che dalla collaborazione con i grandissimi musicisti che hanno partecipato al progetto, dal confrontarsi con tutti questi aspetti in prima persona, cercando di prendere decisioni consistenti con la visione che avevo per il disco e di trovare gli equilibri giusti per la sua riuscita.

Prima di passare alla musica, ti andrebbe di spiegarci il concept del disco?
“Out Of Control” è un concept album sulle cose che non possiamo controllare. L’intuizione chiave è la realizzazione che molti aspetti di ciò che percepiamo definire la nostra identità, come il colore della nostra pelle, il luogo e il momento storico in cui siamo nati, le nostre condizioni di salute, e anche le persone che incontriamo nel nostro percorso, non sono sotto il nostro controllo. E il messaggio principale è che questa realizzazione dovrebbe portare a un cambiamento di prospettiva: quando ci mettiamo nei panni degli altri, ci permettiamo di diventare più aperti ed empatici. L’altro aspetto è che non possiamo controllare la mano che ci viene data, ma possiamo sicuramente decidere come giocarla. Oltre alla mia passione per la musica, diffondere questo messaggio di empatia e inclusione è una delle cose che mi motiva.

Il momento creativo è uno di quelli “out of control”? E se sì, quanto è necessario poi passare a una fase di razionalizzazione prima di rendere pubblica un’opera?
Il momento creativo è sicuramente un’esperienza diversa per diversi musicisti. Nel mio caso non c’è una sola modalità. A volte ci sono brani che arrivano velocemente non si sa bene da dove, con musica e testo. A volte l’approccio è molto più ragionato e consapevole, partendo da un’idea di un sound, un’emozione che si vuole esprimere in musica o un messaggio che si vuole comunicare e sperimentando soluzioni diverse fino a raggiungere un risultato soddisfacente o ad accantonare l’idea stessa. La realizzazione, almeno nel mio caso, è invece consistentemente più elaborata. Di solito creo una demo, suonando tutti gli strumenti e cantando una voce guida, per poi rimpiazzare le tracce differenti ad una ad una con le registrazioni dei musicisti coinvolti, incluse, potenzialmente quelle degli strumenti che suono io stesso nei diversi brani. A quel punto si tratta di trovare gli equilibri giusti in fase di missaggio e di mastering. Il missaggio è una fase per me particolarmente importante, creativa al pari di quella di composizione e registrazione e della quale mi sono occupato personalmente in questo disco.

Nel disco spiccano i nomi di Tony Levin (King Crimson, Peter Gabriel), Fabio Trentini (Le Orme, Markus Reuter), Jerry Marotta (Peter Gabriel, Hall & Oates), Pat Mastelotto (King Crimson, XTC), Chad Wackerman (Frank Zappa, Allan Holdsworth), Clive Deamer (Portishead, Radiohead, Robert Plant), come sei riuscito a coinvolgere questi grandi artisti nel tuo progetto?
Dopo aver scritto musica e testi ho iniziato a collaborare con una serie di ottimi musicisti per registrarlo, per la maggior parte amici e collaboratori di lunga data. Per un paio di brani, “Would I Be Me” e “On Your Side”, avevo in mente un suono ed un groove specifico. Ho chiesto a diversi batteristi di suonare nello stile di Jerry Marotta ma nessuno riusciva a farlo in maniera soddisfacente. Da lì ho avuto l’idea di provare a contattare Jerry. Dopotutto chi meglio di lui avrebbe potuto suonare nel suo stile? Dopo aver ascoltato i brani, Jerry ha molto gentilmente accettato di suonare. Poi mi ha detto: «Secondo me dovresti far suonare il basso a Tony Levin su questi brani». «Stai scherzando?» gli ho detto. «Certamente!» Jerry Marotta e Tony Levin, la sezione ritmica di Peter Gabriel dei primi dieci anni della sua carriera solista, una combinazione fantastica. Da li con una serie di referenze sono riuscito a coinvolgere anche gli altri “grandi” che hai citato. La chiave per me è comunque stata quella di coinvolgerli in maniera funzionale alle necessità dei vari brani, scegliendo di volta in volta il musicista più adatto allo scopo e chiedendogli di essere sé stesso. Ovviamente per me è stata una soddisfazione particolare non solo vedere come siano riusciti a realizzare in maniera brillante e personale la mia visione musicale ma anche aver collaborato con alcuni dei miei punti di riferimento come musicista.

Per la tua storia e per gli ospiti coinvolti, viene facile classificare “Out of Control” come un disco progressive. Ma lo è veramente? Per me è un album che affonda le sue radici negli anni 60 e in tutti i risvolti sonori di quell’epoca, dal pop al progressive.
Concordo con te sul fatto che questo disco non sia progressive nella forma ma, dal mio punto di vista, lo è nello spirito e nelle intenzioni, per cosi dire. In comune col progressive c’è una ricerca del suono che in questo caso si traduce nell’utilizzo di un’ampia gamma di strumenti, da quelli più tipici del rock (basso, batteria, chitarra), a quelli di ispirazione prog (moog, mellotron) a quelli etnici (sitar, bozouki, foschietto irlandese, mandolino). Sempre nello spirito prog, negli arrangiamenti c’è la ricerca di una profondità che si realizza attraverso variazioni continue e stratificazione sonora. Ne derivano una complessità ed una diversità che hanno l’obiettivo di far risultare i brani più interessanti e che consente ad ogni ascolto di scoprire nuovi particolari. Gli anni sessanta, soprattutto la seconda parte, sono stati un’epoca rivoluzionaria che ha influenzato la musica per decenni a seguire. Sono un grande fan della musica di quel periodo, in particolare dei Beatles, Simon and Garfunkel, CSNY, Pink Floyd, Hendrix, King Crimson e molti altri. Non mi sorprende che tu senta quelle influenze nel disco.

Possiamo definirlo, nonostante la sua complessità e la sua varietà, un disco chitarra oriented? Questo strumento, trova ampio spazio anche sotto forme diverse (chitarra elettrica, acustica, bouzouki e resofonica).
Mah, non saprei. Essendo un chitarrista penso sia naturale aspettarsi che il mio strumento possa trovare ampio spazio. La mia intenzione è stata comunque quella di privilegiare le composizioni. L’utilizzo di diversi strumenti a corda è stato guidato dalla voglia di sperimentare e di ampliare la paletta timbrica.

Il disco è arricchito da tutta una serie di strumenti atipici in ambito rock, come il fischietto irlandese, il flauto, il violino, il mandolino, la pedal steel guitar, il sitar e la tambura. Credi che questa scelta sia una sorta di retaggio della tua vita da giramondo?
Sicuramente. Come dicevo c’è nel disco una ricerca e sperimentazione timbrica, tesa a diversificare e rendere più interessanti le sonorità. In questa ricerca è più che possibile che i tanti viaggi e l’opportunità che ho avuto di vivere in sei paesi di tre diversi continenti abbia influenzato le mie scelte.

Ora vivi in America, qual è la situazione della scena musicale da quelle parti dopo un paio di anni d’emergenza pandemica? Ci sono segnali di ripresa?
L’America è un paese enorme e i diversi stati hanno reagito in maniera diversa all’emergenza. I grossi tour sono stati cancellati come in Europa ma in stati come il Texas dove vivo attualmente, non ci sono mai stati veri e propri lockdown. Dall’estate scorsa la musica dal vivo è ripresa in maniera sostanziale. Non siamo ancora alla situazione pre-Covid ma sicuramente ad un buon punto nella strada della ripresa.

Luca Di Gennaro – Il secondo avvento

Luca Di Gennaro ha legato il proprio nome a quello dei progster nostrani Soul Secret e ha collaborato con svariate band – Subsignal, Seven Steps To The Green Door e TDW – durante tutto l’arco della propria carriera. Dopo questo cammino, che è stato particolarmente formativo, ha deciso di compiere il fatidico passo dell’album solista, rilasciando nei primissimi giorni del 2022 per la finlandese Lion Music Records il lavoro autografo “The 2nd Coming”.

Ciao Luca, dopo diversi album con svariate band arrivi al tuo esordio solista con “The 2nd Coming”. Cosa ti ha spinto a questo passo?
Ciao Giuseppe e grazie innanzitutto per lo spazio dedicatomi. Mi è sempre piaciuto scrivere musica: lo trovo stimolante, divertente e gratificante. L’idea di creare un disco solista risale quasi all’inizio del mio percorso musicale, ma la spinta a pubblicarne uno – e quindi a formalizzare il progetto – è stata del mio amico Davide Guidone, manager della mia band Soul Secret. Composi “Chasing Next” e gliela feci sentire. Lui mi chiese quanti brani di questo tipo avessi a disposizione ed io risposi che al momento era l’unico. La sua risposta fu: “Fanne altri 6 o 7 e li pubblichiamo”. Aggiungici il fatto che amo le sfide, ed ecco qui “The 2nd Coming”.

I brani che sono entrati nel disco provengono da registrazioni e bozze precedenti, accumulate negli anni, o sono abbastanza recenti?
Sono quasi tutti brani i cui primi provini risalgono al 2008/2009. Quello di “Into the Rainfall” risale a qualche anno prima, non ricordo di preciso ma forse addirittura ai primi anni del 2000. Il perché ci siano voluti anni e anni è presto detto: volevo occuparmi personalmente dell’intera catena di produzione del disco ed inizialmente tutto suonava come una demo. Capii che per acquisire le competenze che mi permettessero di far suonare i brani così come desideravo ci sarebbero voluti tempo ed esperienza. Ho quindi studiato passo dopo passo tutti gli aspetti che ritenevo opportuni, come ad esempio missaggio e mastering, ed ho immagazzinato svariate esperienze durante questi anni, tra cui la collaborazione con Moog Music, i lavori con band straniere, la produzione di 5 dischi della mia band e di colonne sonore per videogiochi. Oltretutto, la musica non è il mio lavoro principale ma la mia più grande passione, quindi i tempi sono stati più lunghi. Alcuni brani hanno subìto modifiche anche importanti nel corso degli anni e, alla fine, solo oggi li sento così come volevo all’inizio. È stato un percorso lungo e soddisfacente che mi ha arricchito moltissimo.

Come cambia il tuo modo di comporre ed eseguire i brani quando lavori “in proprio” e quando lo fai in una band?
Nella scrittura solista si ha il vantaggio principale di avere una sola linea guida dettata dal proprio gusto, dovendo avere a che fare soltanto con la persona che dovremmo conoscere meglio e cioè noi stessi. Ovviamente hai più libertà ma anche più responsabilità perché tutto è sulle tue spalle. Nella scrittura di gruppo, invece, interagisci con altre persone che hanno le loro ispirazioni, i loro momenti e le loro convinzioni. Se tutti questi venti soffiano nella stessa direzione, il prodotto finale è più ricco, e l’ascolto critico di più persone aiuta la scrematura.

Quali musicisti hanno collaborato con te nel disco?
Li cito in ordine di apparizione. Alfonso Mocerino, batterista fenomenale dei Temperance e Starbynary, ha registrato tutte le parti di batteria acustica in sei degli otto brani. Sapevo che affidargli il compito sarebbe stata una mossa vincente, conoscendolo da tanti anni, ma non potevo immaginare che addirittura avrebbe fatto tutto in due giorni! Un vero professionista. David Wise, straordinario compositore inglese di fama mondiale per i suoi contributi nell’ambito dei videogiochi (Donkey Kong Country, Starfox Adventure, Battletoads etc.), ha registrato un assolo di sassofono contralto sul brano “Into the Rainfall”. Ogni volta che lo ascolto ho la pelle d’oca, pensando a quanto la sua musica abbia influenzato i miei gusti ed il mio stile. Nella title-track del disco sono presenti tre fantastici assoli di chitarra da parte di Maria Barbieri, chitarrista eccezionale che vanta citazioni da parte di capisaldi del genere come Robert Fripp, Franco Mussida e Steven Wilson, Stefano Festinese, chitarrista dei The A-renella Team e mio grandissimo amico, e Frank Cavezza, chitarrista dei Soul Secret, compagno di avventura e musicista di primissimo livello.

Facciamo un gioco: immaginando, un secondo disco solista e potendo contare su un budget illimitato, quali musicisti ti piacerebbe avere sul tuo album?
Devo necessariamente aggiungere una regola al gioco: escludo dalla lista i musicisti con cui suono attualmente nei Soul Secret perché sono tra i miei preferiti in assoluto e le risposte sarebbero troppo ovvie (ride, ndr)! Detto questo, vediamo… alla batteria chiamerei Gavin Harrison, al basso Tony Levin, alla chitarra Marco Sfogli, alla voce Russel Allen e, ovviamente, l’intera Orchestra Sinfonica di Londra!

Domanda a bruciapelo: ti consideri un virtuoso?
No, perché lo considero un punto di arrivo. Ho ancora un’infinità di cose da scoprire e imparare. Al momento, possedere la tecnica per eseguire ciò che di volta in volta ho in mente e canalizzare il resto delle forze nella creatività e nella scoperta di nuova musica è ciò a cui mi sto dedicando.

Il disco è molto vario, questo risultato è una scelta voluta o è il frutto dell’istinto?
Frutto dell’istinto, in quanto mi piace suonare ed ascoltare di tutto. Come dicevo prima parlando di David Wise, i videogiochi hanno avuto una grande influenza sui miei gusti musicali. Quelle colonne sonore contengono davvero di tutto, poiché devono adattarsi a miriadi di situazioni diverse, e questa ricchezza di ascolto nella mia “adolescenza musicale” mi ha permesso l’ascolto dei generi più disparati senza alcun pregiudizio.

Mi incuriosisce il titolo “The 2nd Coming”, lascia più pensare a un secondo disco che a un esordio (anche se da solista). Mi spiegheresti questa scelta?
Il titolo fa riferimento al mio approccio alla musica. A casa c’erano vari strumenti musicali ed un giorno per scherzo imbracciai la chitarra classica. I miei genitori mi incoraggiarono a prendere lezioni, che però non portarono a risultati immediati. Mi avvicinai allora al pianoforte, ma persi l’interesse dopo un anno. Con il senno di poi ho capito che queste due esperienze erano dei semi giusti che non attecchivano perché il terreno era sbagliato. Fu quando un amico del liceo mi prestò un album strumentale prog metal che ebbi la rivelazione: ecco dove mi sarebbe piaciuto applicare tutte quelle conoscenze acquisite! Ripresi lezioni di pianoforte e mi interessai da autodidatta allo studio degli altri strumenti. Il mio ingresso nel mondo della musica è quindi riconducibile ad un primo tentativo blando e poi ad un “secondo avvento”: la chitarra e poi il pianoforte, la musica classica e poi la musica rock. La copertina del disco e la title-track giocano su metafore attinenti a questa storia personale.

Hai intenzione di proporre questi brani dal vivo o resta un progetto da studio?
Non ci ho ancora pensato, sicuramente dipenderà dall’interesse che ci sarà attorno al disco. Di sicuro posso dirti che i brani non sono stati pensati per un’esecuzione fedele dal vivo e ci sono talmente tante tastiere in contemporanea che la gente chiamata a suonare sul palco sarebbe davvero troppa (ride, ndr). Vedremo! Spero innanzitutto di poter tornare sul palco quanto prima: come diceva il mio maestro di pianoforte, “suonare significa suonare dal vivo”.

Paolo Tofani – Indicazioni

A 44 anni di distanza dalla pubblicazione di “Indicazioni”, album studio sulla chitarra edito dalla Cramps, Paolo Tofani torna con “Indicazioni Vol. 2” (Aventino Music / ufficio stampa Qalt). Il nuovo album raccoglie delle improvvisazioni  registrate con la Shyama Trikanta, una speciale chitarra progettata dallo stesso chitarrista degli Area.

Ciao Paolo, ai tempi della pubblicazione di “Indicazioni” nel 1977 avresti mai immaginato di dare un seguito a quel disco dopo ben 44 anni?
Il passare del tempo è soltanto una espressione della dualità in cui viviamo. Il principio che io seguo è quello dell’Utilità, quindi, fino a quando potrò continuare a stimolare i giovani musicisti a sviluppare una visione più ampia fuori dalla banalità della cultura musicale dominante, potrò considerarmi soddisfatto.

I fattori che ti hanno spinto a pubblicare solo oggi il volume due sono di natura endogena o esogena? Mi spiego meglio: hai avvertito dentro di te che hai acquisito una nuova conoscenza del tuo strumento tale da poter dare nuove indicazioni oppure hai sentito che il mondo esterno era così cambiato che era necessario dare delle nuove indicazioni più vicine a quelli che sono i canoni odierni?
L’esperienza della vita ti regala grandi spostamenti di coscienza. Di conseguenza, la consapevolezza acquisita modifica il tuo piano di intervento creativo, lo arricchisce e l’espande (grazie anche alle nuove tecnologie), e il desiderio di condividere diventa forte. Ovviamente, c’è da considerare lo squallore creativo del presente, e quindi i due aspetti da te menzionati sono presenti in eguale misura.

I brani nascono tutti da improvvisazioni, ma come hai capito quale di queste improvvisazioni inserire nel disco e quali no?
La musica spontanea nasce, cresce e muore in maniera naturale; occorre, soltanto, un raffinato udito e una grande umiltà.

Hai del materiale scartato che in futuro potrebbe finire in un “Indicazioni Vol. 3”?
Ho realizzato moltissimo materiale, che può essere ascoltato su https://paolotofani.bandcamp.com/, da potere regalare centinaia di indicazioni.

Il mercato musicale dagli anni 70 ad oggi è molto cambiato, così come anche l’approccio allo strumento. Credi che l’impatto che il volume 2 possa avere sull’ascoltare sia in qualche modo paragonabile a quello avuto a suo tempo dal volume 1 o ci troviamo innanzi a due tipologie di pubblico con sensibilità e interessi totalmente diversi?
Questa indicazione, paradossalmente, è meno tecnologica, e la chitarra è la vera protagonista; ma dipende sempre dall’interesse dell’uomo.

Il disco è stato registrato con una chitarra ideata da te, Shyama Trikanta. Quanto tempo ti ha portato via la progettazione di questo strumento e quali sono le caratteristiche che lo rendono unico?
La Shyama trikanta soddisfa li mie esigenze sonore più aggressive. È uno strumento molto tecnico, con soluzioni stimolanti e insolite. I tre manici producono suoni molto diversi fra loro (questo è il significo della definizione Trikanta, tre voci). Si passa dall’arpa a 20 corde, con accordature custom, alle 7 corde del manico centrale e 3 corde sul terzo manico senza tasti, quindi interessanti opzioni per scivolare in fraseggi atonali, e una coppia di corde doppie (tipo bouzouki), anche esse con accordature custom. Ci sono resonator speciali e pickup esafonici, per controllare synths via computer, ecc… Essendo uno strumento elettrico, si possono generare feedback molto interessanti e giocare con armonici di grande ampiezza. Senza dubbio uno strumento fantastico, unico al mondo, molto stimolante da utilizzare.

Quanto tempo dedichi ancora allo studio della chitarra giornalmente?
Nessun tempo.

Con gli Area vi fregiavate del titolo di POPular Group, ma si può ancora parlare di musica popolare e musica colta? Il confine è veramente così netto?
La musica, oggi (a parte alcune anime libere), non è più popolare, ma commerciale di basso livello e, francamente, non ho nessun interesse per essa.

Quali progetti hai in serbo per il futuro?
Continuare a essere utile, se Krsna vuole. Hare Krsna.

Stefano Panunzi – Oltre l’illusione

“Beyond the Illusion” è il nuovo lavoro del tastierista Stefano Panunzi, musicista romano attivo in proprio ormai da più di un decennio. Nel suo terzo album solista (distribuito da Burning Shed / Metaversus PR) è accompagnato da artisti di fama internazionale tra cui spiccano i nomi di Tim Bowness (No-Man) e Gavin Harrison (Porcupine Tree, King Crimson e tanti altri). “Beyond the Illusion” è un collage lunatico di influenze progressive: un’opera che affonda le sue radici tra l’art rock (con una dedica al compianto Mick Karn dei Japan che suonò nei primi due album solisti di Panunzi), l’ambient jazz e l’alternative rock.

Salve Stefano, i miei complimenti per il tuo nuovo disco. In “Beyond the Illusion” sei circondato da numerosi – e direi prestigiosi – ospiti, è stato difficile riuscire a coinvolgerli e soprattutto a coordinare il tutto nella lavorazione dell’album?
Non ho avuto difficoltà a coinvolgere gli artisti presenti nell’album, anzi, devo dire che c’è stata una bella coesione e un grande entusiasmo da parte loro. Inizialmente pensavo che Tim Bowness potesse cantare in tutti i brani scritti in forma canzone, ma per una serie di sue ragioni personali, alla fine, ha cantato solo su “I Go Deeper” però mi ha proposto alcuni cantanti in alternativa, tra cui Grice, che contattato, ha aderito al mio progetto e alla scrittura di tre tracce. A parte Grice, conoscenza dell’ultimo momento, tutti gli artisti partecipanti sono conoscenze di lunga data, Tim Bowness e Gavin Harrison, tanto per citarne un paio, appaiono già sui miei album dal 2005!

Ho trovato molte affinità nel sound con i primi lavori dei Porcupine Tree (soprattutto nei brani strumentali) e No Man, quali sono le tue influenze?
Probabilmente ci sono atmosfere dei Porcupine Tree, nelle quali mi ci ritrovo, ma non ho mai pensato a loro quando le ho composte, ci sono delle strade che si intraprendono, e che in molti prendiamo perché è il genere che ci piace, è l’uso degli strumenti e delle ritmiche che ci esaltano, che ci intrigano, a volte si creano delle somiglianze, a volte no. Se somiglianze ci sono, sono casualità. Anche per quanto riguarda i No Man, ho letto un commento lasciatomi su YouTube in merito al video “The Portrait”, dove appunto si alludeva alla somiglianza con la band del duo Bowness/Wilson, ebbene, a me sembrano di più i Talk Talk!

Ci sarà modo – a emergenza pandemica conclusa – di vederti dal vivo magari accompagnato da qualche ospite del disco?
Non credo. Fino ad oggi, i miei progetti e i miei orientamenti sono stati rivolti solo alla realizzazione di album, e credo che questa sarà la strada anche per il futuro.

Nei tuoi lavori ci sono sia brani strumentali che cantati, è una decisione che prendi a priori quando componi un brano o è un qualcosa che viene sviluppato più avanti nella composizione?
La nascita di un brano strumentale o di una canzone non è sempre programmata, a volte è casuale. Parto con un’idea, una serie di accordi, una ritmica e pian piano che cresce realizzo se può tramutarsi in una canzone o rimanere strumentale, cerco di percepire il mood del fluido musicale, se l’atmosfera si adatta ad un cantante, se il giro d’accordi può essere funzionale ad un cantato, mi immagino un po’ il suo futuro…

Ho notato una particolare cura nelle grafiche (e nel packaging), ce ne vuoi parlare?
Trovo importante “incorniciare” le musiche e i testi in un packaging “giusto”, fatto di immagini, di colori e di trame grafiche adatte allo spirito e al sentimento dell’album. Per quanto riguarda “Beyond The Illusion”, ho avuto la collaborazione e il contributo artistico dell’inglese Stephen Dean Wells. Casualmente vidi delle elaborazioni grafico-digitali da lui fatte e mi impressionò perché rispecchiavano quel modo di vedere un po’ velato della realtà che sento mio, quella visione e percezione tra il sogno e la realtà. Mi piace quando l’arte è bellezza, non solo per la sua essenza, la sua intrinsecità, ma perché permette di aggiungere a chi la fruisce qualcosa di proprio, e apre porte su mondi infiniti di sensazioni e creatività.

La traccia “I Go Deeper” è cantata da Tim Bowness dei No Man, in che maniera sei venuto a contatto con lui e come mai la scelta di inserire il brano in versioni differenti dei vostri rispettivi album?
Conosco Tim da più di quindici anni, con lui ho avuto diverse collaborazioni, sia per i miei album come solista e sia per i progetti Fjieri, ma con lui anche anche altri grandi musicisti come Richard Barbieri, Gavin Harrison, Mick Karn (r.i.p.), Theo Travis, Robby Aceto, ecc. ecc. Lo contattai proprio per proporgli questo brano perché lo scrissi su invito della produzione del cortometraggio “Deep”, poi vincitore del 73esimo Film Festival Internazionale di Salerno. Tim fu entusiasta di partecipare e colse l’occasione di utilizzarlo, sotto altro arrangiamento, perché sentiva che mancava qualcosa di “fresco” all’album che stava realizzando in quel momento, cioè “Flowers At Scene”, così lo riarrangiò, lo fece missare da Steven Wilson e concluse felicemente quel suo progetto discografico. 

I tuoi lavori sono frutto di una ricerca musicale che raramente troviamo nella musica attuale, in che maniera pensi di collocarti nella scena odierna e c’è un futuro per il pop (per dare una definizione il più ampia possibile) di qualità?
Amo utilizzare quelle sonorità che già ascoltandole aprono praterie di sensazioni (ricordi il discorso sopra che feci sull’arte e della sua importanza a coinvolgerti con l’immaginazione?). Devo dire che crescendo con pane e Japan, british band del (mio) passato, qualche semino è stato depositato nella mia sfera creativa ed emozionale, e ringrazio di buon cuore Richard Barbieri (con lui ho una conoscenza personale quasi trentennale) per la ricerca di sonorità che sempre lo ha contraddistinto. Credo oramai che in un ambito musicale di nicchia un mio posticino, dopo 15 anni, lo abbia conquistato, non mi sento di appartenere ad un genere vero e proprio, spazio in quelle latitudini dove il senso estetico, la ricerca del suono, la melodia e lo schivare la banalità provano ad affacciarsi e a coesistere. Mi chiedi del futuro del pop? Io mi autoproduco, con sforzi porto vanti il mio mo(n)do di pensare e di creare, non devo rendere conto a nessuno. Più che altro, in una visione generale e di prospettiva, ci sarà il futuro per la musica indipendente? Non schiava di contest televisivi che alla fine creano cloni e schiavi di target mercificati e di edonismo?

A quali progetti stai lavorando in questo momento?
Ho messo in cantiere già diversi brani per il mio prossimo (quarto) album, sto contattando gli artisti ai quali affidare alcune sezioni strumentali e sto valutando quali cantanti coinvolgere nel progetto. Vorrei inserire nel futuro album anche dei piccoli racconti che accompagneranno l’ascoltatore nel nuovo percorso musicale. Insomma c’è da lavorare, ma sono molto fiducioso nella buona realizzazione di qualcosa di piacevole.

Marcello Capra – Note di bambù

Ospite di Mirella Catena ad Overthewall, uno dei protagonisti della scena musicale italiana già negli anni 70: il grande Marcello Capra!

E’ un piacere riaverti come ospite, Marcello. Per prima cosa ti chiedo di ripercorrere brevemente il tuo percorso musicale iniziando dagli storici Procession.
Il piacere è anche mio di essere nuovamente intervistato da te… già prima dei Procession ho iniziato a salire sui palchi con i miei Flash, poi il grande periodo del progressive italiano e tanti festival oltre ai dischi con i Procession. Dopo la pausa forzata del militare, ho iniziato a collaborare con Raffaella De Vita, Enzo Maolucci e Tito Schipa Jr. Nel frattempo ho maturato il mio primo lavoro solista “Aria Mediterranea” nel ’78, e da lì sono nati ancora una decina di lavori in guitar solo, partecipazioni a festival chitarristici internazionali, collaborazione con la grande Silvana Aliotta ex Circus 2000, concerti, tanti, ovunque.

Veniamo ai giorni nostri, come nasce il progetto Glad Tree?
Nasce una sera del 2013 ad un concerto di musica tradizionale indiana, incontro Lanfranco Costanza flautista che conoscevo da tempo e decidiamo di fondare insieme la band, pensando ad un ponte Occidente/Oriente insieme ad un valente percussionista indiano, Kamod Raj. Nel 2015 esce il nostro primo lavoro “Onda Luminosa” che riscuote notevoli apprezzamenti sia del pubblico che della critica. Nel 2017 un altro capitolo della nostra intensa attività “Ostinatoblu” con la partecipazione di una caro vecchio amico che già suonava on me l’organo Hammond nei Procession, Mario Bruno, cornista per decenni dell’orchestra del Maggio Musicale Fiorentino. Questo album invece risente maggiormente delle nostre esperienze nel blues e nelle musiche colte e popolari.

Da chi è composta la line up attuale?
Da me alle chitarre acustiche, Lanfranco Costanza flauti, armonica e voce e Massimiliano Andreo (Max) alle percussioni.

“Viaggio all’Isola di Tinder”, è un brano tratto dal vostro ultimo lavoro discografico “Bambù”. Come nasce questo pezzo?
E’ una mia “antica” composizione che ho anche inciso prima insieme a Silvana Aliotta nel mio album “Fili del Tempo” dal titolo “Dreaming of Tinder”, è un viaggio immaginario verso un’isola che non c’è, il desiderio di veleggiare sull’oceano della ricerca interiore.

Marcello, la copertina del cd è un vero gioiello. Chi l’ha ideata?
Non poteva che essere il nostro Lanfranco Costanza, chiamato anche Lanflauto, che ha realizzato tutte le copertine dei nostri tre lavori.

Dove i nostri ascoltatori possono tenersi aggiornati sui vostri prossimi concerti dal vivo?
Abbiamo la nostra pagina su FB, le nostre personali, ora siamo nella fase di preparazione al concerto per “Bambù”, la nostra tanto desiderata opera che siamo riusciti a registrare nel pieno della pandemia sempre nello stesso studio di registrazione dove abbiamo anche inciso i nostri lavori precedenti: Sound Sistemi di Paolo Guercio. Voglio citare anche l’etichetta discografica Radici Music Records che insieme a noi “alberi felici” ha saputo creare una splendida confezione intorno. Siamo distribuiti in ogni parte del globo anche su 23 piattaforme digitali per 240 paesi, oltre naturalmente la distribuzione italiana ed estera del CD.

Per concludere ci parli del brano che dà il titolo all’album, “Bambù”?
Un pensiero flessibile che ondeggia nell’aria, cerchi nell’acqua, lento ma incessante, un tema arioso che si snoda nella foresta…

Dove i nostri ascoltatori possono seguire i Glad Tree?
Potete seguirci sulle nostre pagine, sui siti di Radici Music e Youtube per ascoltare il video promo di Bambù.
Grazie di essere stato con noi! Grazie a Te Mirella, che sei una grande conduttrice radiofonica e una bella persona, un caro saluto a tutti a nome dei Glad Tree!

Ascolta qui l’audio completo dell’intervista andata in onda il giorno 19 Luglio 2021

Mess Excess – Musica da un altro mondo

Ospiti di Mirella Catena ad Overthewall, i Mess Excess, autori dell’album “From Another World Part 2” (Qua’Rock Records)…

Vi chiedo subito le origini della band, come nasce e avete iniziato da subito a fare musica inedita?
La band nasce a fine 2009 e per circa due anni e mezzo fu dedita solo all’esecuzione di cover di vari generi con l’intento di affinare l’intesa musicale e di trovare la giusta line-up. Raggiunto l’obiettivo decidemmo di imbarcarci nell’attuale progetto di musica inedita progressive, sia nella declinazione rock che metal.

Quali sono le vostre esperienze musicali precedenti a questo progetto musicale?
Abbiamo storie molto differenti, ciascuno di noi ha maturato il proprio background in base alle proprie esperienze personali. Abbiamo tutti alle spalle esperienze molto eterogenee in band e situazioni anche lontanissime. Questo caleidoscopio di influenze è la nostra ricchezza.

Da chi è formata la line up attuale?
L’attuale line-up, ormai stabile da oltre un anno, è costituita da Martina Barreca (Voce solista principale), Helene Costa (Seconda voce e Cori), Lorenzo Meoni (Chitarra), Fulvio Carraro (Tastiera), Andrea Giarracco (Basso) e Michel Agostini (Batteria).

Come definireste il vostro genere musicale e cosa portate di nuovo alla musica underground?
Come già accennato il nostro genere musicale è il progressive concepito a 360°, quindi sia in ambito rock che metal. L’ascoltatore attento potrà trovare nella nostra musica riferimenti evidenti ai grandi maestri del rock progressivo di fine anni ‘60-primi ‘70 come King Crimson, Yes, Rush, Genesis, Pink Floyd ecc… sia alle prime band che sdoganarono il genere in ambito metal negli anni ‘80 come Queensryche, Fates Warning, Dream Theater ecc… In quanto all’elemento innovativo lo possiamo trovare sicuramente nella voce femminile che nel genere è del tutto inusuale. Decidemmo di percorrere questa strada proprio per cercare un elemento distintivo tant’è che successivamente affiancammo alla voce solista un’altra voce femminile, principalmente dedita ai cori, che andasse a cucire, insieme alla voce principale, le trame vocali delle nostre composizioni caratterizzate da intrecci armonici che rappresentano il nostro marchio di fabbrica. Tanto per chiarire non abbiamo nulla a che vedere con le female-fronted band gothic metal che rappresentano il principale ambito in cui operano le voci femminili.

“From Another World Part 2” è il vostro nuovo concept pubblicato nel 2020 ed ha una continuità dell’album precedente. Come mai la scelta di pubblicarli in tempi diversi e non fare un doppio album?
“From Another World” è un concept che si estrinseca in due capitoli, appunto la parte 1 e la parte 2, perché sia la storia narrata che la musica che la descrive sono troppo estese per essere contenute in un solo album. Un album unico di quasi 100 minuti, con le tendenze contemporanee, se lo possono permettere solo le band affermate, pertanto decidemmo di comune accordo con la ns. etichetta, la Qua’Rock Records, di dividere il lavoro in due capitoli per facilitarne la fruizione ed anche per creare un po’ di suspense… il primo capitolo si chiude con un cellulare che squilla, lasciando del tutto irrisolte le trame del concept.

Parliamo del concept. Quali sono i temi che affrontate?
“From Another World” è un concept che trae origine dal contesto socio-politico mondiale del periodo in cui è stato scritto, cioè il 2015, per narrare la storia di un insegnante trentacinquenne americano di origine russa che un giorno, per caso, scopre dell’uccisione di un vecchio compagno di università tramite un notiziario televisivo. L’amico viene descritto come un terrorista, cosa che ai suoi occhi è del tutto inverosimile, i dubbi assalgono il protagonista che inizia a dubitare e decide di indagare per conto proprio sulla vicenda. La storia trova il suo sviluppo nell’eterna dicotomia interiore che affligge il protagonista: da una parte la ricerca della verità dettata dal dubbio sulla versione ufficiale e dall’altra la necessità culturale di non mettere in dubbio la reputazione del proprio paese. Quale delle due prevarrà?

Ho letto che la pubblicazione della seconda parte era prevista già nel 2018, come mai è slittata al 2020, anno difficile soprattutto per le promozioni dal vivo…
Purtroppo abbiamo attraversato un periodo caratterizzato da gravi problemi personali che hanno messo a dura prova la continuità del progetto musicale. Siamo ancora qui, più forti e determinati di prima.

Siete già a lavoro su qualcosa di nuovo?
Non possiamo anticipare granché in merito, di sicuro qualcosa sta bollendo in pentola, l’arrivo dei due nuovi membri che sono con noi da oltre un anno (Martina Barreca e Lorenzo Meoni) ha portato tanti elementi di novità anche a livello compositivo, quindi non vediamo l’ora di poterli condividere con voi. Continuate a seguirci e vedrete…

La riapertura dei locali, quelli che hanno fieramente resistito, vi daranno la possibilità di promuovere il disco dal vivo. Ci sono date imminenti?
Il nostro management è al lavoro in questo senso, ma fino a quando non ci saranno regole certe in merito alla situazione attuale è difficile fare programmi. Speriamo che molto presto ci possano essere novità, non vediamo l’ora di risalire sul palco.

Date dei riferimenti per i nostri ascoltatori per seguirvi sul web?
Potete seguirci sulla nostra pagina Facebook https://www.facebook.com/messexcess/ ci trovare sulle principale piattaforme musicali e per chi volesse i nostri CD è sufficiente che ci contatti tramite FB Messenger sulla pagina, se date un’occhiata ci sono interessanti offerte e pacchetti esclusivi.

Grazie di essere intervenuti, vi saluto e vi lascio l’ultima parola…
Grazie a tutti per l’interesse e l’ospitalità, speriamo di vederci presto ad un nostro concerto!!!

Ascolta qui l’audio completo dell’intervista andata in onda il giorno 21 Giugno 2021

Ago Tambone – Musica libera

Ospite di Mirella Catena ad Overthewall, Ago Tambone autore dell’album “Libera” 

Ciao Ago e benvenuto su Overthewall, tu hai iniziato ad interessarti di musica già da giovanissimo con pianoforte e tastiere ma ad un certo punto molli le tastiere per la chitarra. Ci racconti com’è avvenuto questo cambiamento?
E’ stato abbastanza semplice: l’approccio alle tastiere è avvenuto naturalmente, intorno ai cinque o sei anni, con le prime tastierine elettroniche, un po’ per gioco. Crescendo, ho “curiosato” più seriamente, studiando pianoforte classico e tastiere per due anni circa; però qualche tempo dopo, la curiosità si è spostata sulla chitarra (strumento che strimpellava mio padre, per accompagnarsi quando cantava). E così c’è stato un vero e proprio innamoramento per questo strumento, che mi ha spinto a studiare ed approfondire i suoni e le tecniche relative. Studio che naturalmente, si è esteso al basso e saltuariamente al mandolino… non tralasciando, ovviamente le tastiere.

Ci sono stati dei chitarristi storici a cui ti sei inizialmente ispirato?
Non essendo io un chitarrista di formazione classica, ho avuto dei riferimenti chitarristici in artisti moderni, anche se amo il mondo della chitarra classica. Quindi nella mia formazione chitarristica, ci sono stati chitarristi – giusto per citarne alcuni – come Eric Clapton, Carlos Santana, Richie Blackmore, David Gilmour, Mark Knopfler, Pat Metheney, Van Halen, Yngwie Malmsteen, Kee Marcello, Richie Sambora, Gary Moore, George Benson… anche Chuck Berry! Ognuno di questi artisti, ha rappresentato un riferimento molto importante per me, tanto dal punto di vista tecnico, quanto e soprattutto, dal punto di vista compositivo.

Durante la tua carriera hai collaborato con diverse realtà musicali. Quali progetti musicali ti hanno coinvolto maggiormente?
Nel mio percorso artistico, ho avuto la possibilità di collaborare con diversi musicisti, di varie estrazioni. Questo aspetto è fondamentale per un musicista, poiché può imparare tanto da tanti generi differenti, oltre ad imparare come instaurare un buon rapporto umano e professionale con i propri colleghi. Devo dire che le collaborazioni che hanno lasciato il segno, sono quelle con i One Way Ticket nel 2004/2005, band rock barese capitanata da Morris Maremonti; nel 2009, c’è stata una bella parentesi in studio, per delle registrazioni di alcune parti di chitarra, con i Poeti del Quartiere, formazione rap barese, tuttora attiva. Vi consiglio di ascoltare i loro lavori; dal 2009 al 2012 invece, sono stato chitarrista e bassista per i Revo’, una formazione pop-rock italiana emergente, fondata insieme al cantautore Francesco Cacciapaglia. Una menzione a parte, merita una collaborazione del 2011 con Giuseppe Cionfoli, per la pubblicazione di un brano dedicato a Sarah Scazzi, appena quindicenne, che come tutti ricorderanno, perse la vita nel delitto di Avetrana, un caso che ebbe un enorme rilievo mediatico. Il brano, intitolato “Sarah”, nacque da un’idea di Giuseppe Cionfoli; naturalmente, io accettai subito, prendendo parte alla composizione e alle registrazioni.
E’ stato un atto di umanità, che dovrebbe farci riflettere.

Ad un certo punto inizi il tuo percorso da solista. Nel disco che presentiamo oggi, che ha come titolo “Libera”, suoni praticamente tutti gli strumenti, ed è stato mixato e masterizzato da te nel tuo studio di registrazione. Un lavoro oserei dire intimo e personale che racchiude sensazioni ed esperienze da te vissute. Ci parli di questo disco?
“Libera” nasce da mie esperienze e riflessioni, sulla quotidianità degli eventi della nostra vita. Già il titolo, vuole essere un’esortazione a sentirsi liberi di vivere la vita come si vuole e di fare le proprie scelte, senza essere vincolati da fenomeni di massa (“Libera”) Naturalmente, senza intaccare la libertà altrui. Il disco tratta anche di argomenti come l’indifferenza tra gli esseri umani, che ormai non è più un fenomeno isolato, dato che la gente si distacca sempre più dalla natura umana. Questo atteggiamento lo si vive soprattutto nelle grandi città per via della vita caotica e lo stress che tendiamo ad accumulare (“Indifferenti”). Di conseguenza, è nata la necessità di scrivere anche un brano sulla incomunicabilità tra la gente (“Una Sensazione”). Figurano altri brani che invece spaziano tra vari argomenti: Voglio spronare l’ascoltatore, a credere sempre nei propri desideri e a non mollare facilmente, poiché con la tenacia, spesso si raggiungono i risultati sperati (“Credici”); in effetti questa esortazione, si ispira a una parentesi autobiografica. O ancora, il bello del senso di libertà e di pace interiore che può dare il viaggiare per il mondo, in cosciente solitudine (“I Live On My Own”). Non è un aspetto da sottovalutare, direi… Nel percorso di “Libera”, ho voluto rendere omaggio a mio modo, a tutte le vittime degli attacchi dell’11 settembre 2001. Era un forte desiderio che ho provato praticamente dal momento che ho visto, così come tutto il mondo, le terribili immagini in televisione. Soprattutto, quello che mi ha colpito maggiormente, è stato vedere la gente che si lanciava nel vuoto. Mi è sembrato un modo per onorare in qualche modo, tutte le persone che hanno perso la vita, innocentemente (“The Falling Ones”). Non cito gli altri brani, per non svelare tutto l’album… che tra gli altri, contiene anche tre cover di brani molto famosi, ai quali sono legato. Il disco mi ha visto impegnato come autore dei testi, non tutti, per la verità, compositore e arrangiatore. Ho suonato tutti gli strumenti, ad accezione del pianoforte su “The Falling Ones”; ho curato tutta la parte delle riprese audio, editing, missaggio e mastering. Insomma, ho avuto un gran da fare! La soddisfazione maggiore, è stata aver avuto accanto, durante la lavorazione di buona parte del disco, altri artisti che hanno fatto la differenza. A loro sono molto grato.


“Libera” è stato pubblicato nel 2020, quando in realtà liberi non eravamo affatto a causa della pandemia. E’ stata una scelta casuale o voluta?
In effetti “Libera” è stato pubblicato verso la fine di gennaio 2020, il che fa intuire che era già pronto da fine 2019. Non c’è stato nessun riferimento alla pandemia, che ci ha privati di diverse libertà; anche perché l’opinione pubblica, è venuta realmente a conoscenza della gravità della situazione sanitaria mondiale un mese più tardi, con tutte le conseguenze che conosciamo bene. Però, direi che per estensione del concetto di libertà, accosterei il messaggio del mio disco alla forte necessità di tornare a vivere normalmente, nel più breve tempo possibile, come tutti auspichiamo!

C’è un brano del disco a cui sei particolarmente legato?
Sono legato, ovviamente, a tutti i brani. Se però parliamo di un legame particolarmente forte, direi che c’è un posto speciale per “Credici” (data l’ispirazione autobiografica) e “The Falling Ones”, per le ragione già citate.

Nel disco collaborano alcuni musicisti. Ne vogliamo citare qualcuno?
Al disco, hanno preso parte: Antonio Gridi, cantautore che ha scritto i testi e cantato in “Indifferenti” e “Renditi Libero” e ha preso parte ai cori di “I Live On My Own”; Monica Cimmarusti, cantautrice che ha cantato in “Indifferenti” e “Wrapped Around Your Finger” e ha preso parte ai cori in “I Live On My Own”; Massimiliano Morreale, cantautore e polistrumentista che ha cantato in “Comfortably Numb”; Francesco Cacciapaglia, cantautore e musicista che ha scritto il testo di “Cristalli Gelidi”; Pasqualino de Bari, cantautore e tastierista che ha scritto il testo di “I Live On My Own” ; Gianvito Liotine, pianista e tastierista che ha suonato il pianoforte in “The Falling Ones”. Detto ciò, abbiamo svelato anche due delle tre cover!. Vanessa Bisceglie per la fotografia; Andrea Tarquilio per la Cover-Artwork. A tutti loro, sono molto grato.

Restrizioni permettendo, sono previsti dei live per promuovere il disco?
Al momento, non è previsto nessun live, poiché sto lavorando all’ultima fase del mio nuovo disco, che per ora è pubblicato solo online, su varie piattaforme musicali. Magari, quando si tornerà alla normalità, riprenderò con i concerti… che ci mancano tanto!

Puoi dare delle indicazioni ai nostri ascoltatori per seguirti sul web?
Per chi fosse interessato all’ascolto e/o all’acquisto, i miei lavori, si possono trovare su: Bandcamp, Facebook, Youtube, Spotify e Apple Music.

Grazie di essere stato con noi su Overthewall. Ti lascio l’ultima parola
Grazie a te, Mirella e a tutto lo staff di Overthewall, per avermi invitato. E’ stato un vero piacere essere vostro ospite! Colgo l’occasione per ringraziare chi come voi, si impegna quotidianamente a far conoscere la musica “non convenzionale”. Siete grandi! Un saluto a tutti gli ascoltatori, con l’auspicio di tornare a vedere tanta musica dal vivo, nel più breve tempo possibile. Soprattutto di poter ascoltare tanta musica di grande qualità… ne abbiamo bisogno. A presto!

Ascolta qui l’audio completo dell’intervista andata in onda il giorno 31 Maggio 2021

Goad – La belle dame

Il 7 Maggio, per la My Kingdom Music, è stato pubblicato “La Belle Dame”, il nuovo lavoro discografico dei Goad, la storica band progressive rock toscana. Torna su Overthewall il fondatore, Maurilio Rossi!

Prima di parlare di “La Belle Dame”, questo il titolo del nuovo album, torniamo indietro nel tempo. Era il 1974 e nascevano i Goad. Ripercorriamo le tappe più importanti della band?
Dai primi concerti al liceo classico di Firenze al salto professionale del 1969, lunghi anni di gavetta suonando davvero tutto il possibile, dal liscio danzereccio delle balere e dei festival dell’Unità, inframezzati da concerti di cover dei Genesis e di tanti altri miti, Beatles, Cream etc. fino al lavoro con agenzie prestigiose, una su tutte quella Vega Star di Fernando Capecchi, tuttora attivissima anche se in altri settori molto più remunerativi . Poi i 10 anni consecutivi allo Space Electronic di Firenze, ogni sera, anche al pomeriggio la domenica! Sbaragliammo ogni concorrenza rimanendo band unica dal 1977 al 1986 e là ci vide Freddy Mercury, con proposta indecente di girare l’Europa e registrare a Salisburgo da G. Moroder, correva l’anno 1981… fui messo in minoranza e la banda rifiutò di fare quel gran salto. Di lì l’incontro con un produttore italo americano, Silvio Tancredi, che venne apposta per noi da New York con delle bobine e registrò una intera settimana di shows. Alla fine, contratto di registrazione e primo disco. Anche allora la band si disunì nelle scelte ed invece di registrare agli Electric Lady Land Studios finimmo per realizzare dischi a Bologna per la etichetta Emmegi Polygra. Alla fine di quegli anni burrascosi, operai la scelta definitiva e, dopo aver vinto una rassegna di gruppi toscani nel 1990, cominciai il lungo cammino dell’autoproduzione, con “Tribute to E.A.Poe” 1994, a cui seguirono mille tentativi con mille etichette. Mauro Moroni di Mellow Records ci pubblicò il disco “The Wood”, dedicato alle liriche di Lovecraft a cui seguirono i dischi prodotti da Black Widow di Genova (“In the House of the Dark Shining Dreams”, “Masquerade”, “Silent Moonchild”) e il nostro “Landor” autoprodotto e solo distribuito da BW. Nel mezzo la soddisfazione di una tesi di laurea su Goad discussa alla Università di letteratura americana di Torino da una fan, relatrice Daniela Fargione. Avemmo la gioia di conoscerle direttamente quando vennero ad un concerto Goad a Firenze nel 2009.

“La Belle Dame ” è ispirato alle opere di John Keats, poeta britannico tra i più significativi del Romanticismo. Da cosa è scaturita l’idea?
L’idea era da molto tempo fra i nostri progetti musicali e mi sembrò logica prosecuzione del lungo cammino volto a musicare i grandi poeti anglosassoni. In occasione dell’album “The Silent Moonchild”, opera basata su di un mio lungo racconto gotico, mi ero messo a leggere “La belle dame” di Keats e il tema del cavaliere innamorato perso di una leggiadra damigella, con tutto il corredo pittorico che ne fu alla base: pare un quadro di Tiziano…

Quali sono state le fasi di realizzazione dell’album?
Il voluminoso progetto su Keats iniziò a prendere forma mentre finivano i missaggi del “Landor”, 2018, e in capo a due anni ci siamo ritrovati con oltre 4 ore di musica e innumerevoli tracce, spesso realizzate in jam sessions con i fidati e storici membri della band, alternatisi nelle varie stesure. Il lavoro più duro è stato quello della scelta e organizzazione dei titoli.

Ci parli dell’artwork della copertina?
La copertina è il frutto di sedute fotografiche con la direzione Cristiana Peyla, già collaboratrice del “Venerdì” di Repubblica, e nel set allestito figurano le mie maschere di scena, spesso esibite su palco nei concerti. Francesco Palumbo, nostro produttore per My Kingdom Music, ha scelto quelle che ha ritenuto adatte all’artwork finale con nostra grande soddisfazione!

Cosa rappresenta quest’album per i Goad?
Per Goad, per me, è, o dovrebbe, essere l’album della svolta stilistica perché, a fronte dei giudizi sul nostro genere musicale presunto, non ci riteniamo una band prog, ma solo persone con tante idee musicali che realizziamo privilegiando l’uso degli strumenti, al netto di ogni manipolazione computeristica. In questo lavoro l’uso delle tracce registrate è stato minimale, chitarra, basso, due tastiere ,batteria, voci, usate in modo da far avvertire agli ascoltatori le mani, le dita degli esecutori e non i filtri o le timbriche da studio.

Il nuovo album segna l’inizio della tua collaborazione con l’etichetta discografica My Kingdom Music. So che state preparando altre novità, ci daresti qualche anticipazione?
Posso dirti che su Keats sono pronti altri due lavori completi e che il prossimo sarà il migliore possibile di Goad, mentre abbiamo finito i mixaggi del “Landor” versione live in studio, che speriamo presto di vedere su vinile per My Kingdom !

Diamo dei riferimenti ai nostri ascoltatori per seguire i Goad?
Seguite My kingdom Music sui suoi numerosi canali, seguite… Overthewall sulle radio e, se avete voglia e tempo, su youtube.com/goadprogband troverete cose molto insolite e molto particolari della banda Goad!

Grazie di essere stato con noi!
Grazie a Voi tutti e grazie a te Mirella!

Ascolta qui l’audio completo dell’intervista andata in onda il giorno 10 Maggio 2021

Solo – Breve guida alla solitudine

Giuseppe Galato, dopo l’esperienze maturate con GianO e The Bordello Rock ‘n’ Roll Band, ha iniziato un percorso in solitaria dal nome programmatico Solo. Dopo il lancio di un paio di singoli, e con l’album “The Importance of Words” previsto per inizio 2022, lo abbiamo contattato per saperne di più…

Ciao Giuseppe, dopo alcune esperienze in band tradizionali hai deciso di tornare a lavorare in proprio con il progetto Solo. Il nome sbandiera una volontà di autodeterminazione, di individualismo identitario. Cosa ti ha spinto verso questa scelta di lavorare da “solo”?
Ciao! In realtà, più che una scelta, il tutto è dovuto a una condizione, e cioè quella di non essere riuscito a trovare dei compagni di viaggio: quindi, eccomi qui, da solo!

Credi che il passare dal noi all’io possa anche farti pagare un prezzo in termini di ispirazione e completezza del songwriting?
Quello no: anche negli altri progetti che ho avuto (e continuo ad avere, in parallelo), scrivo e arrangio io i brani (e sono molto dittatoriale, su questo, sebbene sia aperto a suggerimenti). In linea di massima, quando scrivo una canzone ho già in mente come sarà la batteria, come sarà il basso: tutto.

Devo essere sincero, i due pezzi che ho sentito, effettivamente sono vari, “Stati emozionali” e “Don’t shoot the piano player (it’s all in your head)” si rifanno il primo al kraut rock, il secondo a un certo pop psichelico inglese, quasi in odore di primo glam. Credi che questa varietà di stili possa in una certa maniera minare le certezze dell’ascoltatore, che non sa come classificarti, oppure alla lunga possa rappresentare una carta vincente?
Di questi tempi, credo sia molto controproducente. Però non è che mi interessi molto: io faccio quello che mi sento di fare, senza pensare se piacerà o meno a un largo pubblico. Quello che faccio deve piacere, prima di tutto, a me; in seconda pianta, deve piacere a persone di cui ho una certa considerazione (che possono essere amici o addetti al settore che seguo e che stimo). Faccio musica per esprimermi, non per cercare consensi.

In virtù di quanto mi hai detto, come nascono i tuoi brani?
È una domanda a cui mi viene difficile rispondere, perché ho scritto un sacco di canzoni, e sono nate tutte in modi differenti. A volte dalla rabbia, a volte dalla tristezza; a volte per gioco, a volte in preda a stati alterati di coscienza: non ho un metodo preciso. Diciamo che la costante è che, prima di tutto, scrivo la musica, la melodia vocale, cantandoci in finto inglese, gibberish; successivamente, penso al testo (spesso, con non poche difficoltà): do molta più importanza alla musica che non al testo (altrimenti scriverei poesie, non canzoni).

I due brani che ho citato, comunque strizzano l’occhio a una stagione del rock passata, credi che il futuro della musica sia nelle proprie radici?
Non saprei, ma ciclicamente c’è sempre una sorta di “ritorno” al passato (vedi le sonorità anni ‘80, in voga attualmente, e ormai abusate dall’itpop). Con la vittoria dei Måneskin a Sanremo molti stanno gridando al ritorno del rock all’interno del mercato mainstream: non credo l’analisi sia veritiera, ma vedremo. I revival, comunque, non è che mi convincano più di tanto. Soprattutto, non mi convince mai il far diventare di massa un genere specifico, perché poi tutti si buttano a fare quello; e, fra tutti, molti prodotti saranno necessariamente scadenti (senza voler citare il già citato, abusato, itpop, sono un grande amante del progressive anni ’70, ma nella miriade di band nate in quegli anni la maggior parte, a mio avviso, erano mediocri). A mio avviso, si dovrebbe fare musica guardando a tutto ciò che c’è di interessante nel panorama presente e passato, senza i paraocchi, facendo ciò che più ti piace; e cercando di farlo non per avere consensi a tutti i costi, ma per il piacere di farlo, cercando una propria chiave espressiva personale, e non diventando la copia della copia della copia.

Mi parleresti in modo più dettagliato di questi due singoli?
“Stati emozionali” è un brano alquanto vecchio: lo scrissi i primi anni di università, quando seguivo i laboratori di musica elettronica (colta) con Giorgio Nottoli. Fui molto colpito, in particolare, da alcuni lavori di Karlheinz Stockhausen, soprattutto per quanto riguarda la creazione dei suoni a partire dalla loro più piccola componente, l’onda sinusoidale, il suono più semplice che esista. In natura, ogni suono che ascoltiamo è il “risultato” di una sommatoria di onde sinusoidali; oltre a ciò, nella percezione che abbiamo dei suoni buona parte la si deve all’inviluppo che un suono ha (quindi, come evolve questo suono nel tempo). Lavorando per sintesi additiva, e sfruttando dei generatori d’onda, si può arrivare a ricreare dei suoni complessi, così come il nostro cervello li conosce: è stato un lavoro prettamente di stampo matematico, perché in pratica devi stare lì ad inserire negli oscillatori le frequenze (in hertz) che vuoi andare ad utilizzare e, poi, miscelarle fra loro; quindi, se sai che il La centrale vibra a 440 Hz, inserisci nell’oscillatore il numero “440” e ti generi l’onda (che andrai, poi, a sommare ad altre onde di altre altezze, e a cui dovrai attribuire uno specifico inviluppo, in base al suono che ti interessa far uscire fuori). Il resto dei suoni, invece, l’ho realizzato sfruttando la sintesi sottrattiva, il processo inverso: partendo dal rumore bianco, che è la sommatoria di tutti i suoni che esistono in natura, possiamo andare a “tagliare” una specifica banda di frequenze sfruttando dei filtri passa banda, in modo da selezionare solo quello che ci interessa. Il brano è, naturalmente, non solo nella metodologia ma anche nello stile, ispirato a quei lavori (sebbene, a differenza di “Studie II”, dove Stockhausen tentava di creare un nuovo sistema tonale, io ho comunque lavorato all’interno del sistema temperato, che tutti conosciamo); quindi, da molti potrà non essere percepita come una “canzone”, come musica, ma un’accozzaglia di effetti sonori: ma io, seguendo John Cage, auguro a tutti “Happy new ears”. Come in “Stati emozionali”, anche “Dont’ shoot the piano player (it’s all in your head)” è pregna di effetti sonori, ma lì ho avuto un approccio più “fisico”, avendo sfruttato solo pedali per chitarra. Non si direbbe, ma tutti i suoni che sono nel brano sono chitarre, processate tramite vari effetti che vanno dai phaser al whammy, da risuonatori a delay mandati in auto-oscillazione, spesso miscelati fra loro per creare dei suoni peculiari. Per i nerd, ho utilizzato, nello specifico, un Dirty Robot, un PH-3, un Whammy, un Transmisser, un Fuzz Factory, un Regenerator, un Artec APW-7 e un Tape Eko (credo di non aver dimenticato nulla). Il brano prende spunto, come facevi notare tu, dalla psichedelia anglosassone della seconda metà degli anni ’60: avevo in mente principalmente i Rolling Stones di “Their Satanic Majesties Request”, ma naturalmente grande influenza l’hanno avuta anche i Pink Floyd di Syd Barrett e i Beatles; anche se l’idea di inserire dei suoni estranianti mi è venuta ascoltando “Mangiafuoco” di Edoardo Bennato! Ad ogni modo, la cosa che li accomuna è, di sicuro, una certa propensione verso la psichedelia. E il fatto che molto lavoro è stato fatto sulla spazializzazione, con i suoni che si muovono da un canale all’altro, in alcuni casi (in particolare su “Stati emozionali”) in binaurale, con la sensazione che ti avvolgano in maniera tridimensionale.

Mi par di capire che tu abbia l’intenzione per il momento di pubblicare solo dei singoli, il formato album secondo te è ormai superato nella realtà musicale odierna?
Da un lato la gente non ascolta quasi più album, ma si va di playlist; dall’altro, ci sono alcuni recensionisti e certa stampa che non danno spazio a nulla se non agli album (a meno che tu non sia un artista in qualche modo osannato; quindi, se sei uno sfigato come me, ti attacchi al proverbiale cazzo; è una logica che non concepisco, due pesi, due misure, in base alla fama: ma sorvoliamo). Comunque, l’album ci sarà, ho anche il titolo pronto (“The importance of words”), ma se ne parlerà l’anno prossimo. Per i prossimi mesi, se i miei progetti vanno come devono andare, uscirò con qualche altro singolo, cambiando ancora genere: ho tre brani quasi pronti, uno dream pop/dance, uno art rock (sulla falsariga dei Radiohead più chitarristici e i primi Muse) e uno più sullo shoegaze. Diversi fra loro, come generi, ma sempre con la costante dell’attitudine psichedelica.

Stop dei concerti a parte, credi che Solo possa avere una dimensione live?
Proprio un paio di settimane prima del casino, ho portato i brani di questo mio progetto dal vivo, allo Shabby di Omignano Scalo, qui in Cilento, dove io abito. Non avendo una band, e non volendo semplicemente accompagnarmi con la chitarra ritmica, ho ricreato un set con tre amplificatori per chitarra; sfruttando vari switch ho mandato, così, il segnale della chitarra all’interno di tre catene di effetti: una più “classica” e “portante” (pulito/overdrive), e altre due che andavano a ricreare effetti psichedelici (naturalmente, con suoni differenti fra l’una e l’altra), in modo da dare l’impressione stessero suonando più persone, più strumenti. Il risultato è un’amalgama di suoni che arrivano da vari punti del set, in base a dove hai posizionato gli amplificatori: sarebbe bello microfonarli, mandandoli nell’impianto, e avere al mio fianco un tecnico che faccia muovere i suoni dal canale destro al sinistro e viceversa (ma mi sa che sto fantasticando troppo). Ad ogni modo è stata un’esperienza interessante (anche se, considerando che quando compongo mi concentro molto sulla sezione ritmica, la mancanza di basso e batteria mi dispiace molto: ma va bene così, per il momento). Quindi, sono decisamente pronto per i live!

Chiuderei l’intervista esplorando un altro lato del tuo Io artistico, quello di scrittore: che mi dici del tuo libro “Breve guida al suicidio”, pubblicato per la no EAP Edizioni La Gru? Nelle sue pagine troviamo esclusivamente Giuseppe Galato oppure fa capolino, inevitabilmente, anche Solo?
Nelle pagine di “Breve guida al suicidio” forse ritroviamo più Mr. B. Sapphire, che è uno degli altri miei alter ego, quando suono nella The Bordello Rock ‘n’ Roll Band, considerando che, sia in “Breve guida al suicidio”, sia nei brani della band, sfrutto più l’ironia e il sarcasmo, mentre in Solo (o nei M.i.B., altro progetto punk/grunge a cui sto lavorando e dove assumo l’identità di Ictus) faccio emergere maggiormente la mia vena malinconica o rabbiosa. Giuseppe Galato quasi non esiste.