Kre^u – Come stelle nel buio

Con Ignazio Cuga (Brusiòre) abbiamo approfondito la conoscenza di una band che ha attirato le attenzioni degli amanti del metal estremo. I Kre^u da poco hanno pubblicato un ottimo esordio che convince e incuriosisce, poiché caratterizzato dall’uso del Sardo, anzi della lingua sarda, così come ci tiene a sottolineare il nostro interlocutore…

Ciao Ignazio, avete da poco pubblicato il vostro album di debutto omonimo, “Kre^u”, quali sono le fasi principali della vostra storia antecedenti all’uscita del disco?
Il disco è uscito quasi due anni e mezzo dopo il processo compositivo iniziato nel 2020. Prima di ciò tutti i componenti della formazione hanno avuto le esperienze musicali più disparate. Io ho militato per 10 anni come vocalist in una band southern metal cagliaritana chiamata Alcoholic Alliance Disciples. Nicola Piras (Su Brigadore, batteria) viene come me dal metal e tutt’ora è in forze presso i Ganondorf (black metal), gli Engraver (thrash metal) e i When Ashes Are Rising (Metalcore). Filippo Mereu (S’Indzinnéri, Sound Design) invece proviene dal mondo della musica elettronica sperimentale/ elettroacustica per la quale ha fatto un lungo percorso di studi al conservatorio e con la quale partecipa a festival e concorsi con grandi risultati.

Il vostro è un progetto che ha le radici piantate nelle tradizioni della vostra regione, come mai una scelta così identitaria?
La motivazione principale è certamente l’amore per la nostra terra, la nostra storia antica e la nostra lingua. Io sono un appassionato di poesia Sarda e volevo trasportare questa relazione, direi viscerale, in un mezzo atipico come il metal estremo. In Sardegna c’è una vera e propria cultura poetica storica e il dono della rima e della metrica spesso si può trovare nel più umile dei pastori quanto nel letterato. Il verso improvvisato è un patrimonio culturale noto da secoli e presente in ogni sfaccettatura dell’esistenza, nel lavoro, nella festa e nel lutto. Un’altra motivazione non meno importante è sicuramente quella di estendere la cultura Sarda, e nello specifico Barbaricina al di fuori dell’appiattimento televisivo regionalistico che ne dà una versione folkloristica (anziché culturale), forzandola alla mera rappresentazione di stilemi fermi nel tempo. Credo invece che una tradizione è viva quando possiede anche una coscienza contemporanea, quando sa addentrarsi in territori ignoti e non prestabiliti. D’altronde è stato così anche in passato, ciò che oggi viene considerato tradizionale (un esempio su tutti l’organetto diatonico), in altri tempi non lo era. Questo è solo un esempio per dire che la presunta “purezza” non esiste in realtà. Le contaminazioni e le suggestioni esterne (musicali, letterarie ecc) sono sempre esistite e sono garanzia della vivacità di una cultura.

Quanto vi sentite vicini a progetti musicali, distanti da voi nei suoni, come Tenore di Bitti e Tazenda?
Sicuramente, seppur con diverse attitudini, l’amore per la nostra cultura è ciò che accomuna le tre entità. I Tenores sono una tradizione consolidata dall’alba dei tempi, ed i Tazenda sono uno dei gruppi più noti tra coloro che hanno portato la Sardegna al di là dei confini regionali, in modo anche coraggioso, specialmente ai loro inizi. Noi, seppur distanti per molti aspetti da loro, ci poniamo egualmente come entità culturale e non come semplice band metal, vedendo in questo un mezzo per portare avanti alcuni aspetti taciuti della nostra cultura, gli aspetti più cupi e drammatici certamente, ma non meno importanti, se si vuole capire il contesto ed il retaggio di questa terra allontanandosi dall’immagine da cartolina che spesso se ne dà. È nel buio che si vedono le stelle!

Mi soffermerei un attimo sulla lingua utilizzata nel disco, il dialetto sardo. Almeno qui in Puglia, a pochi chilometri di distanza la lingua locale cambia anche in modo importante. Voi avete scelto il dialetto di una particolare parte della Sardegna?
Qui devo correggerti! Il Sardo non é un dialetto ma una lingua vera e propria, il dialetto semmai è la variante che utilizziamo, in questo caso per la maggior parte scrivo nel dialetto Ovoddese (di Ovodda, provincia di Nùoro), semplicemente perché questa è la mia parlata e ne conosco tutti i risvolti fin dall’infanzia. Questa è la lingua delle mie montagne e dei miei boschi, delle cime di granito scoscese e rigogliose di sughere e cisto. La sua fonetica è la stessa che mi aspetterei dalla pietra se potesse parlare, e, pur capendo le varie declinazioni del Sardo, questa è quella che sento più naturale ed autentica per i concetti che voglio esprimere.

Ho visto che sui social vi esprimete in sardo, quanto vi sentite inseriti nella scena italiana e non temete che questa scelta possa in qualche modo danneggiarvi dal punto di vista comunicativo?
Sicuramente sarebbe stata una scelta azzardata se fossimo in un ambito pop o se avessimo velleità di internazionalismo ad ogni costo, ma siamo in un contesto vicino al black metal, dove i testi nella propria lingua madre (penso al norvegese, il finlandese o il greco) sono un aspetto noto e consolidato, ed anzi, personalmente la cosa mi ha sempre attratto moltissimo. Un’altra verità è che ho ascoltato e apprezzato tantissimi dischi senza capire nemmeno una parola e magari, andando ad approfondire era meglio accontentarsi della sola musica eheheh… credo comunque che non sia il nostro caso ed ho avuto finora molte conferme che concept, metrica e scrittura si reggono bene nel loro impianto, con credibilità e profondità concettuale. E’ vero, ci esprimiamo in sardo anche nei social, ma è stata nostra cura sin dall’inizio mettere sotto la traduzione in inglese, come peraltro abbiamo fatto anche nel booklet del disco, proprio per non escludere quella fetta di pubblico che avesse voglia di approfondire il nostro concept.

Passiamo ai contenuti di “Kre^u”, i pezzi sono nati in un lasso di tempo abbastanza ridotto oppure sono frutto di più anni di lavoro?
In realtà è stata un’ispirazione che è arrivata tutta insieme come una valanga! Iniziai a scrivere dei testi dopo alcune intuizioni e suggestioni avute da alcune letture che facevo in quel periodo (agosto 2020), misi su carta dei versi che avevo in mente e in qualche mese avevo già il materiale demo per un intero album! Quando lo sottoposi a Filippo, amicizia per me ultra ventennale, ebbi di ritorno un suo grande entusiasmo e decidemmo di trovare un batterista che colpito dal materiale accettò di condividere con noi la creazione di questo disco. Quindi tornando alla domanda, la parte creativa è stata abbastanza rapida, tutto l’iter produttivo invece (registrazioni, mastering, stampa ecc) ha necessitato di più tempo, ma comunque non ha scalfito quell’urgenza comunicativa che avevamo sin dall’inizio.

Qual è il brano del disco che vi identifica al meglio?
E’ difficile scegliere ma, se proprio devo, ti direi “Sa Morte ‘e su Pastòre”: potente, melodica e drammatica, epica e glaciale, offerente concettualmente uno spaccato delle dure vite dei nostri antenati nel loro rapporto/ lotta tra le ragioni della sopravvivenza e lo sguardo neutro e spietato di una natura indifferente alle sorti degli uomini.

Di cosa parlano i testi?
Ognuno dei testi è una storia a sé, sempre con un taglio che oserei definire neorealista (quasi nel senso cinematografico del termine), parlano di vendette e di fughe, parlano del legame con una natura che sa essere generosa ma anche spietata da un momento all’altro. Parlano del legame con gli antenati e del retaggio che ci hanno lasciato, parlano di sacrificio e laceranti passioni, parlano d’amore e d’odio… parlano del carattere Barbaricino!

In chiusura, quando potremo vedervi dal vivo in giro per l’Italia?
In questo momento, in maniera del tutto imprevista fino a pochi mesi fa, siamo diventati una band vera e propria e stiamo lavorando duramente in sala per portare il disco sui palchi già dai primi mesi 2024. Non vediamo l’ora di testare i brani davanti ad un pubblico, e visto che finora le reazioni dei fan sono state al di sopra delle aspettative, vogliamo proporre il miglior adattamento possibile anche in veste live, con la certezza che in molti sono curiosi di vederci in questa veste nuova.

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