Sigh – The cherry blossom

ENGLISH VERSION BELOW: PLEASE, SCROLL DOWN!

Probabilmente il Giappone non è stato mai così protagonista in un album dei Sigh come nel nuovo “Shiki” (Peaceville Records). La volontà di parlare di un tema quale la morte, ha rafforzato paradossalmente il legame tra Mirai Kawashima e il suo Paese natio.

Benvenuto Mirai, è appena uscito il tuo vostro nuovo album “Shiki”. Non ti nascondo che il primo approccio, quello visivo, mi ha riportato alla mente “Infedel Art”. Questa somiglianza tra le copertine è intenzionale? C’è qualche collegamento tra il vostro secondo full lenght e il nuovo album?
L’artwork di “Shiki” si basa su un poema tradizionale giapponese di 800-900 anni fa. Descrive la scena in cui un vecchio osserva i fiori di ciliegio spazzati via dal forte vento primaverile. Il fiore di ciliegio è davvero bello ma allo stesso tempo è il simbolo della fragilità poiché scompare in una settimana circa. Il vecchio identifica i petali nel vento con se stesso, che devrà morire abbastanza presto. Ho pensato che fosse molto intrigante che qualcuno 800-900 anni fa si sentisse esattamente come noi adesso. Tante cose si sono evolute in questi 800-900 anni, ma dobbiamo ancora avere paura della morte. Questo è uno dei temi dell’album. Quindi la somiglianza tra questo artwork e quello per “Infedel Art” non è intenzionale. Ovviamente l’ho notato quando l’artista mi ha inviato lo schizzo e ho pensato che potesse essere un buon riferimento a “Infedel Art”, ma non era qualcosa di pianificato in anticipo.

La parola “Shiki” ha vari significati in giapponese come quattro stagioni, tempo di morire. Perché hai voluto affrontare questi argomenti in questo momento della tua vita?
Sì, ha molti significati come tempo di morire, quattro stagioni, colori, cerimonia, direzione di un’orchestra, morale ecc., e i primi due sono i temi principali dell’album. Il motivo per cui ho scelto la morte come tema è che semplicemente ero letteralmente spaventato dalla morte quando ho scritto questo album. È stata la sensazione più grande che ho provato e volevo esprimerla nel modo più onesto e diretto possibile.

Pensi che ci sia un disco nella tua discografia che è particolarmente vicino nei contenuti a “Shiki”? Se si, quale?
In realtà il mio primo piano per “Shiki” era di fare un album sulla scia di “Scorn Defeat”. Avevo intenzione di renderlo più o meno primitivo. Tuttavia, con il passare del tempo, si stava rivelando abbastanza diverso come al solito, ma immagino che tu possa ancora sentirne alcuni rimandi. “Kuroi Kage” è la prima traccia che ho scritto per questo album, quindi probabilmente ha un sacco di riferimenti a “Scorn Defeat”.

Eri più libero al tuo debutto, quando non avevi fan da tenere in considerazione o oggi che hai guadagnato una tua credibilità artistica e una storia decennale alle spalle?
Sì, credo di sì. La maggior parte delle canzoni sono state scritte senza sapere che saremmo stati in grado di pubblicare un album. Una volta uscito un disco, diventa il tuo standard. Di solito pensi di dover superare i tuoi album precedenti e, a volte, questo ti lega. Alcune persone dicono che “Scorn Defeat” è il nostro miglior album e lo capisco. Ovviamente è l’album più primitivo da noi composto, ma ha un’atmosfera magica. Se lo registrassimo nuovamente con tecnica e tecnologie odierne, perderebbe sicuramente la sua magia.

Frédéric Leclercq (Kreator) e Mike Heller (Fear Factory \ Raven) compaiono nell’album. Quando lavori con musicisti occidentali, noti delle differenze rispetto a quando registri con degli orientali? Pensi che ci sia un approccio culturale diverso o la musica è un linguaggio universale?
No, non ho sentito alcuna differenza culturale. La differenza più grande è ovviamente che entrambi sono musicisti di gran lunga superiori. Ad essere onesto, ero abbastanza frustrato dai musicisti con limitazioni tecniche, ma questa volta non ho dovuto pensarci. Inoltre siamo stati in grado di parlare “musicalmente” se capisci cosa intendo. Ero completamente stufo di sentirmi dire che non potevano suonarlo, non capivano le scale ecc. a dire il vero… Questa volta è andato tutto molto bene. Apprezzo che Mike e Fred abbiano fatto parte dell’album.

Nel disco vengono utilizzati alcuni strumenti della tradizione musicale giapponese come Shakuhachi, Hichiriki, Shinobue, Shamisen, Taishōgoto, Shruti box. Quando hai imparato a suonarli? A scuola o dopo?
Ho iniziato con il Shakuhachi solo qualche anno fa. Suono il flauto e fondamentalmente se suoni il flauto, puoi suonare lo Shakuhachi. Lo stesso per lo Shinobue. E se suoni il piano / le tastiere, puoi suonare il Taishogoto.

Ai tempi di “Scorn Defeat” avresti mai pensato di utilizzare questi strumenti tradizionali nei tuoi dischi?
Per nulla. Anche se abbiamo usato alcune immagini giapponesi nei testi e nell’artwork, non volevo riferimenti alla musica giapponese nei Sigh perché non ne sapevo nulla. Ma quando sono cresciuto, ho iniziato ad ascoltare molta musica tradizionale, non quella ad alto volume però. Poi ho iniziato a suonare quegli strumenti tradizionali. Per “Shiki” volevo esprimere il mio più intimo sentimento di paura della morte, dovevo usare la mia lingua. E come ho detto, la copertina si basa su una poesia tradizionale giapponese. Tutto sommato, volevo renderlo un album molto giapponese con uno spirito giapponese. Questa è la ragione per cui ho usato molti strumenti tradizionali.

Lo scorso agosto vi siete esibiti al Brutal Assault, come hanno accolto le nuove canzoni i vostri fan?
Abbiamo suonato a “Mayonaka No Kaii” e “Shoujahitsumetsu” al Brutal Assault, e le reazioni sono state davvero buone. Ma sai quando suoni ai festival, la maggior parte del pubblico non ha molta familiarità con le tue canzoni, il che significa che non c’è differenza tra le nuove canzoni e quelle vecchie per loro.

Ci saranno altre date a supporto dell’album?
Suoneremo con gli Anaal Nathrakh a Londra il 14 dicembre. E a febbraio andremo in Australia e probabilmente a Singapore. Ci dovrebbero, poi, essere altre date.

Japan has probably never been so featured on a Sigh album as in the new “Shiki” (Peaceville Records). The desire to talk about a theme such as death paradoxically strengthened the bond between Mirai Kawashima and his native Country.

Welcome Mirai, your new album “Shiki” has just been released. I do not hide from you that the first approach, the visual one, brought to my mind “Infidel Art”. Is this similarity between the covers intentional? Is there any connection between your second full length and the new album?
The artwork for “Shiki” is based on a Japanese traditional poem from 800 – 900 years ago. It describes the scene where an old man watches the cherry blossoms being blown off by the strong Spring wind. The cherry blossom is really beautiful but at the same time it is the symbol of fragility as it goes away in a week or so. The old man identifies the petals in the wind with himself, who has to die quite soon. I thought it was very intriguing that somebody from 800 – 900 years ago felt exactly the same as we do now. So many things evolved over these 800 – 900 years but we still have to have a fear of death. That’s one of the themes of the album. So the similarity between this and that for “Infidel Art” is not intentional. Of course I noticed it when the artist sent me the sketch and I thought it could be a good reference to “Infidel Art”, but it wasn’t something planned beforehand.

The word “Shiki” itself has various meanings in Japanese such as four seasons, time to die. Why did you want to deal with these topics at this time in your life?
Yes, it has a lot of meanings such as time to die, four seasons, colors, ceremony, conducting an orchestra, morale etc., and the first 2 are the main themes for the album. The reason I chose death as a theme was simply I was full of a fear of death when I wrote this album. It was the biggest feeling I had, and I wanted to express it as honestly and straightforwardly as possible.

Do you think there is a record in your discography that is particularly close in content to “Shiki”? If so, which one?
Actually my first plan for “Shiki” was to make an album in the vein of “Scorn Defeat”. I was planning to make it pretty much a primitive one. However, as the time went by, it was turning out to be quite different as usual, but I guess you can still hear its remnants. “Kuroi Kage” is the first track I wrote for this album, so it must have a lot of “Scorn Defeat” feel in it.

Were you freer at your debut, when you didn’t have fans to account for or today you have gained your artistic credibility and a decade-long history behind you?
Yes, I guess so. The most of the songs on it were written without knowing we’d be able to release an album. Once you have an album out, it becomes your standard. You usually think you have to top you previous albums, and sometimes it binds you. Some people say “Scorn Defeat” is our best album and I understand that. Obviously it’s the most primitive album by us, but it’s got some magic atmosphere. Even if we re-recorded it with today’s technique and technology, it’d just lose the magic.

Frédéric Leclercq (Kreator) and Mike Heller (Fear Factory \ Raven) appear on the album. When you work with Western musicians, do you notice any differences compared to when you record with Easterners? Do you think there is a different cultural approach or is music a universal language?
No, I didn’t feel any cultural difference. The biggest difference is obviously they both are by far superior musicians. To be honest I was pretty much frustrated with musicians with technical limitations, but this time I didn’t have to think about it. Also we were able to ‘musically’ talk if you know what I mean. I was totally sick of being told that they couldn’t play this, they didn’t understand scales etc. to be honest… This time everything went really smoothly. I do appreciate that Mike and Fred were a part of the album.

In the album you use some instruments of the Japanese musical tradition such as Shakuhachi, Hichiriki, Shinobue, Shamisen, Taishōgoto, Shruti box. When did you learn to play them? At school or after?
I just started playing Shakuhachi about a few years ago. I play flute and basically if you play flute, you can play Shakuhachi. The same for Shinobue. And if you play piano / keyboards, you can play Taishogoto.

At the time of “Scorn Defeat” would you have ever thought that you would use these traditional instruments in your records?
Not at all. Though we used some Japanese images in the lyrics and the artwork, I didn’t want to take in Japanese music in Sigh as I knew nothing about it. But as I got older, I started listening to lots of Japanese traditional music, not the high-blow one though. Then I started playing those traditional instruments. For “Shiki”, I wanted to express my naked feeling about a fear of death, I had to use my own language. And as I said, the artwork is based on a Japanese traditional poem. All in all, I wanted to make it a very Japanese album with a Japanese spirit. There is a good reason that I used a lot of traditional instruments for this one.

Last August you performed at Brutal Assault, how did your fans welcome the new songs?
We played ‘Mayonaka No Kaii’ and ‘Shoujahitsumetsu’ at Brutal Assault, and the reactions were really good. But you know when you play at festivals, most of the audience are not too familiar with your songs, which means there’s no difference between the new songs and the old ones for them.

Will there be other dates to support the album?
We will play with Anaal Nathrakh in London on December 14th. And we’ll go to Australia and probably Singapore in February. There should be more dates for sure.

Hierophant – Mortem aeternam

Probabilmente gli Hierophant c’hanno impiegato più del previsto per dare un successore a “Mass Grave”, però dalle parole di Fabio Carretti appare subito chiaro che l’attesa non è stata vana, i ravennati, infatti, sono pienamente soddisfatti di “Death Siege” (Season of Mist). E noi non possiamo che condividere questa opinione…

Benvenuto Fabio, “Death Siege”, il vostro quinto full-length uscirà il 26 agosto. Ho letto una dichiarazione di Lorenzo che dice che si tratta del miglior disco degli Hierophant. Cos’ha di più questo disco rispetto ai suoi predecessori?
Ciao Giuseppe. Che dire, non posso che essere d’accordo con Lorenzo: “Death Siege” è il frutto di un’evoluzione durata anni, ed è esattamente il disco che avevamo in testa e volevamo fare da tempo. Se gli ultimi due anni non fossero stati così, sarebbe arrivato molto prima.

Quando avete iniziato a lavorare sui brani avevate già un’idea di massima sul risultato finale?
Assolutamente sì, siamo partiti da un mood (total chaos), che ci ha guidati durante la stesura dei brani. Ad oggi, dopo mesi e mesi di ascolti, personalmente non cambierei una virgola.

In qualche modo avete cambiato il vostro modo comporre e registrare in questa occasione?
Nostro malgrado, sì. Il piano era di metterci a testa bassa sul disco nuovo a inizio 2020, per farlo uscire idealmente appena dopo l’estate ed iniziare la promozione con tour invernali e fest estivi dell’anno successivo, ma ovviamente non è stato possibile. La scrittura dei pezzi è avvenuta al 100% da remoto, ci siamo dovuti far andare bene un qualcosa che non ci appartiene, ma se non c’è soluzione non c’è neanche problema. Il disco andava fatto, e così è stato.

L’EP “Spawned Abortions” in qualche modo vi è servito come “palestra” per “Death Siege”?
Beh sì, ricollegandomi al discorso delle tempistiche fatto sopra, già nel 2018 – anno di uscita del 7″ “Spawned Abortions” – era molto chiaro dove eravamo diretti. Credo che “Death Siege” sia un’evoluzione molto naturale di quello che il sopracitato singolo aveva preannunciato.

Gli avvenimenti nefasti in questi ultimi anni non sono mancati, la pandemia e il ritorno della guerra sul territorio europeo sono solo alcuni degli aspetti che hanno condizionato la nostra vita ultimamente. A livello lirico queste vicissitudini vi hanno influenzato in qualche modo?
Avendo scritto io tutti i testi, credo di poterti rispondere in modo piuttosto esaustivo: no, in nessun modo. Volevamo trasmettere questo tipo di emozioni anche prima, anche perché il disco è pronto già da diverso tempo. Sicuramente gli ultimi due anni non ci hanno fatto cambiare idea, anzi.

Mi pare che in questa occasione avete scelto un approccio grafico differente, almeno per la copertina. Chi è l’autore della cover e cosa significa?
Corretto. Abbiamo voluto dare un taglio più evocativo ed oscuro agli artwork che accompagneranno tutto il periodo di “Death Siege”. L’autore è Abomination Hammer (IG: @abomination.malleo) e in realtà non c’è tanto da dire sul processo creativo dietro all’artwork; chiunque abbia lavorato con degli artisti di talento potrà confermati che il modo migliore per ottenere un risultato eccelso sia comunicare un mood, stabilire qualche idea a grandi linee, e lasciare piena libertà.

Il vostro precedente album, “Mass Grave”, è uscito per Season of Mist, il passaggio a una grande etichetta ha in qualche modo favorito la vostra crescita e la vostra notorietà?
Molte persone hanno un’idea piuttosto sbagliata e lontana dalla realtà riguardo le case discografiche. La label si occupa della produzione, promozione e distribuzione del disco; tutto quello che viene dopo come ad esempio tour, festival o qualsiasi tipo di altra attività relativa alla band è responsabilità di quest’ultima.

Al di là della presenza di un etichetta più o meno influente alle spalle, quanto conta poter girare per poter promuovere un disco e quanto i blocchi dovuti alla pandemia vi hanno danneggiato da questo punto di vista?
Suonare nelle giuste situazioni è l’unica cosa che realmente conta, e non poterlo fare per due anni è stato a dir poco devastante. Come dicevo nella domanda precedente, l’etichetta è piuttosto ininfluente al fine di trovare buoni ingaggi, ma è un discorso generale e ovviamente non legato alla nostra situazione nel dettaglio. Season of Mist sta lavorando molto bene su “Death Siege”, siamo contenti di come stiano andando le cose per ora.

Quali brani di “Death Siege” proporrete dal vivo nelle prossime date?
Se il tempo del set lo permetterà, tutti.




Valadier – Suoni dal passato

I Valadier sono arrivati da poco all’esordio con un interessante EP, “Stronghold of the Everlasting Pyre” (Black Mass Prayers), che unisce black metal e sonorità ancestrali.

I Valadier sono nati circa un anno fa, vi andrebbe di presentarvi a nostri lettori?
Siamo una band marchigiana, nata durante il lockdown. Tutto è partito dal chitarrista, Blight, che aveva in mente da tempo di iniziare un progetto black metal, poi successivamente ha contattato gli altri membri della band e il progetto ha preso definitivamente forma.

Nonostante non siate in giro da molto, avete già pubblicato un EP. I brani sono stati scritti dopo la creazione della band oppure provengono dal “cassetto” di alcuni di voi?
No, i brani sono tutti originali e sono stati composti appositamente per questo progetto.

Dovendo descrivere la vostra musica, quali parole utilizzereste?
Per i contenuti prendiamo ispirazione dal bagaglio antropologico di cui la nostra terra abbonda. Ogni pietra che ci circonda ha una leggenda da raccontare, noi cerchiamo di cogliere il meglio dal nostro folklore millenario e lo riportiamo alla vita attraverso i testi dei nostri brani. Per la parte strumentale invece, facciamo appello a tutta l’aggressività e la malinconia tipiche del black metal, aggiungendo un pizzico della musica medievale di un era perduta.

La componente folk riveste un ruolo importante nel vostro sound, direi, però, che si rifà maggiormente alla tradizione del nord Europa che a quella mediterranea. Come mai avete di dare questo taglio così preciso alla vostra proposta?
Riteniamo che la componente folk utilizzata nei nostri brani sia più vicina alla tradizione centro europea anzichè a quella nordica. I brani della musica medievale italiana sono la principale fonte di ispirazione per la composizione delle nostre parti melodiche.

Anche esteticamente, a giudicare da alcune vostre foto che ho rintracciato su FaceBook, mi sembrate affascinati dal passato. Come vi spiegate questa vostra fascinazione?
Abbiamo la grande fortuna di rivivere in prima persona questa storia così affascinante e misteriosa tramite i luoghi secolari del nostro territorio e, attraverso le loro leggendarie testimonianze, cercare di rievocarne le antiche memorie.

Torniamo ai brani presenti nell’EP, vi andrebbe di farmi una mini recensione di ognuno di loro?
I brani sono stati concepiti per essere pagine di un unica storia, ogni traccia si sussegue in ordine cronologico per raccontare la leggenda che ha ispirato il concept del nostro EP. Recensirli singolarmente non avrebbe senso, dato che sono le vicende di un unico racconto.

Avete già testato la loro resa in sede live?
No, perché per il momento è un progetto in studio.

Avete altri brani che non sono finiti su “Stronghold Of The Everlasting Pyre” ma che potrebbero essere utilizzati su un futuro lavoro?
No, i brani contenenti nell’EP sono attualmente gli unici lavori creati.

A proposito di lavori futuri, state già lavorando sul nuovo disco?
Sì, stiamo già lavorando attivamente al full length che uscirà indicativamente tra il 2023 e il 2024.

Urluk – Il senso della perdita

M. (Black Oath) e U. hanno unito qualche anno fa le proprie forze per dar vita al nuovo progetto dal nome Urluk. Stabilizzatisi definitivamente nella forma di duo, gli Urluk hanno tirato fuori un primo interessantissimo EP dalle sonorità doom\black, “Loss” (Black Mass Prayers).

Benvenuti, quando e come sono nati gli Urluk?
M.: Innanzitutto grazie voi per lo spazio concessoci. La band si è formata ufficialmente a Luglio del 2020; era già però da diverso tempo che stavo pensando di formare un nuovo progetto che mi desse la possibilità di poter esprimere la mia arte. La fortuna è stata dunque quella di conoscere U. così da poter fondare insieme Urluk. Credo che sia stato Urluk stesso ad avere scelto noi due e non viceversa.

Come vi ponete all’interno della scena black italiana?
M.: Quando questa entità è nata era subito chiaro per entrambi che volevamo fare musica per noi stessi e non ci siamo mai preoccupati di dove poterci collocare all’ interno di una ipotetica scena; a due anni dalla sua formazione il nostro pensiero non è mutato. Nell’ambito black metal italiano conosco personalmente alcuni dei ragazzi di Black Flame, Comando Praetorio, Homselvareg, Gosforth, tutte ottime band che stanno facendo bene da ormai tanti anni e per le quali nutro un sincero rispetto. Noi però, come accennato poc’anzi, non ci sentiamo parte di alcuna scena e pensiamo solamente a fare del nostro meglio quando scriviamo la nostra musica. Che poi, esiste realmente una scena?

I brani di “Loss” hanno avuto una gestazione semplice oppure sono il frutto di un cammino compositivo travagliato?
M.: Per via della pandemia e relative zone rosse/arancioni ci siamo ritrovati a dover interrompere più e più volte il processo compositivo condiviso che ha portato a “Loss”. Questo si è tradotto inevitabilmente in un allungamento dei tempi. Inoltre c’è da ammettere che i nostri tempi di stesura non sono propriamente immediati, ragion per cui e tirando le somme, la gestione che ci ha portati a incidere l’EP non ha avuto un semplice né immediato percorso. Ad ogni modo l’importante per noi è che oggi “Loss” è finalmente fuori ed è un prodotto di debutto di cui sia io che U. ne andiamo fieri.

Come mai avete deciso di pubblicare un EP e non un album completo?
M.: La scelta di pubblicare un EP è venuta spontanea, in quanto pensavamo che debuttare con un formato del genere fosse la miglior cosa che potessimo fare al momento. E’ vero che la durata totale di “Loss” tende sicuramente più al full-lenght, ma pensiamo di aver fatto la cosa giusta.

Il vostro sound sintetizza al proprio interno elementi black e doom, come è possibile far convivere in modo equilibrato questi due generi?
M.: Il nostro EP di debutto commistiona indubbiamente sonorità black metal a quelle doom; quest’ ultima è sicuramente figlia della mia precedente esperienza con i Black Oath, dalla quale attingere la parte più malinconica e funerea del nostro suono, ma con Urluk volevamo andare oltre e mescolare tale imprinting sonoro con la crudezza del black metal di scuola ‘90 di cui siamo tutti figli debitori. Questo equilibrio di cui parli è venuto fuori in maniera spontanea durante le composizioni.

Durante l’ascolto ho avvertito una forte sensazione di malinconia e di nostalgia del passato. Si tratta di una mia sensazione errata o è veramente così?
M.: La tua sensazione è esatta, credo che tu abbia colto lo spirito del nostro lavoro. Come dicevo prima, entrambi siamo molto legati a certe sonorità del passato che volente o nolente hanno ispirato e influenzato “Loss”. C’è molta nostalgia e malinconia sia nella musica che nelle liriche.

Mentre la “perdita” di cui parlate nel titolo del disco a cosa fa riferimento?
U.: La perdita di cui parliamo nel disco può avere più significati e forme: un evento personale, o uno stato d’animo che può prendere diverse direzioni a livello di sensazioni. Il senso della perdita credo sia l’unica forma che porta realmente l’uomo a essere vulnerabile e impotente quando ce la si trova davanti, molto più della paura. Davanti ad essa, l’animo umano riflette intensamente sul passato sul presente e sul futuro, cercando comunque qualcosa che lo porta spesse volte a perdersi.

Quanto conta per voi l’aspetto lirico?
U.: Questo aspetto è stato fondamentale per la stesura dei brani. Abbiamo sviluppato il tutto cercando di mantenere una coerenza e un’armonia tra l’emotività delle liriche e la malinconia delle musiche. Credo che “Loss” sia un buon risultato di ottima fusione tra musica e parole, dove l’una non avrebbe senso senza l’altra e viceversa.

L’Ep esce per un’etichetta, Black Mass Prayers, di nuova costituzione, se non erro il vostro disco è la seconda uscita di questa casa discografica. Come siete entrati in contatto con loro?
M.: Eravamo da pochi giorni usciti in digitale con il nostro debut album ed eravamo in cerca di un’etichetta che si proponesse di stamparci in formato fisico quando siamo stati notati e contattati dalla Black Mass Prayers. Abbiamo accettato di buon grado la loro proposta e c’è stata una serena collaborazione tra noi e loro. Li ringraziamo per il lavoro fatto e per averci promosso al meglio. Sono persone in gamba che credono in ciò che fanno e a cui auguriamo il meglio per il loro prosieguo lavorativo che, senza ombra di dubbio, sarà roseo.

Angel of Anger – L’angelo della rabbia

Ciao Andred! Ci racconti la genesi della band?
Salve, è un piacere essere ospite di Overthewall. La band nasce per mio volere a Novembre del 2003, nel corso del 2004 ho fatto diverse audizioni completando la prima formazione con me alla voce, Lord Axl Mato (Cantante dei Winged) alla chitarra ritmica, lo Spezz al basso, Animal alla batteria e Los alla chitarra solista, così è iniziato il nostro percorso. Abbiamo composto diverse song e nel dicembre del 2005 abbiamo fatto il nostro primo concerto. Da allora e nel corso degli anni abbiamo calcato molti palchi importanti della scena Metal Italiana. Fine 2007 abbiamo realizzato il nostro primo video ufficiale tratto dalla song “Wake up Spirits”. Nel 2008 abbiamo dato alla luce il nostro primo CD dal titolo omonimo della band e presentato al Fabrik/Faster di Torino in occasione del concerto “In Nomine Lilith” con Cadaveria, in seguito siamo stati inclusi in una pubblicazione a cura di Carnifex Metal (U.S.A), per la partecipazione al libro “Metal Queens: Death Metal – Volume 1, Number 1” il quale viene distribuito in 5000 copie in tutto il mondo. C’è stata una grande promozione per l’album con molti consensi da tutti gli addetti ai lavori sulla scena internazionale, con molteplici live in compagnia di molti validi artisti della scena italiana e non, ad esempio Mortuary Drape, Necrodeath e un mini tour con i Deicide. In seguito abbiamo continuato a comporre, purtroppo ci sono stati gravi problemi per la line up che alla fine nel 2009 ci hanno portato a prendere una pausa, pausa molto lunga… Nel 2020 abbiamo deciso di continuare il progetto e infatti ora siamo di nuovo qui e più carichi che mai!

Oltre alla band tu gestisci la Ocularis Infernum Booking&Promotion e da poco avete prodotto una compilation che raccoglie diverse band, tutte molto interessanti. Qual è la caratteristica che accomuna le band partecipanti?
Esatto, sono il presidente dell’Associazione Ocularis Infernum, fondata sin dal 2002, associazione creata da musicisti per i musicisti espletando le stesse attività di un’agenzia ma con un approccio diverso. Abbiamo deciso in piena pandemia di offrire una possibilità alle band, che purtroppo dato il momento erano estremamente penalizzate non potendo esibirsi live e tutte le varie attività solite, per fornire un mezzo per fargli acquisire visibilità nonostante il periodo oscuro.
Il criterio di valutazione è stato basato sui generi più amati e curati dall’Associazione, ossia il black e il death metal, volendo includere tutte le varie sfumature in esse correlate. Effettivamente il connubio tra le band è ottimale! Abbiamo prodotto un gioiellino con 6 brani inediti su 14 che dà ampio spazio sulla scena italiana odierna e non, infatti ricordo che una delle band partecipanti sono i Forsaken Legion dalla Svizzera, band del nostro roster.

Quali sono state le difficoltà che hai riscontrato e quali invece le soddisfazioni che state ricevendo?
Le difficoltà sono state molteplici, dato che abbiamo dovuto infondere speranza e voglia di continuare anche in band che oramai non ne avevano più, tristemente in questo periodo molte band hanno deciso di non continuare il loro percorso; d’altro canto la soddisfazione più grande è stata questa, essere riusciti nel nostro intento e aver dato la possibilità a tante band di continuare il loro lavoro con una nuova prospettiva sul futuro. In seguito, con tutta la promozione svolta siamo lieti che le band partecipanti siano estremamente soddisfatte e ovviamente noi per aver raggiunto il nostro obiettivo.

Ci sarà la possibilità di un live che vi vedrà tutti su un palco?
In realtà stiamo organizzando una serie di live, itineranti per offrire ancora più spazio e visibilità delle band della compilation. Ma per ora non ci sbilanciamo su altri spoiler…

Nella compilation sono presenti sei brani inediti, di cui uno proprio della tua band. Ci parli di questo brano?
Effettivamente abbiamo creato una compilation che non fosse quella classica con tutti brani editi da tempo, ma dando la possibilità alle band di rimettersi in gioco con un nuovo singolo ed effettivamente è quello che è successo per la mia band, gli Angel of Anger. Questo brano, intitolato “Ars Moriendi”, esprime tutta la rabbia e l’angoscia di questo momento. E’ un brano che effettivamente aspettava di essere prodotto da anni, ma finalmente c’è stata la giusta occasione.

Dopo la pandemia che stenta ad andarsene e con una guerra in corso, come vedi il futuro della musica underground in Italia e nel mondo?
Bella domanda… Effettivamente la situazione è alquanto preoccupante, ma noi vogliamo ancora sognare e andare avanti… Se dovessimo pensare a tutto ciò che incombe credo che nessuno svolgerebbe più il suo lavoro, bisogna solo affidarsi al desiderio e alla speranza e ci auguriamo che tutto vada per il meglio per svolgere le nostre normali attività. Nel caso contrario… credo che ci sia ben poco da dire….

Dove i nostri ascoltatori possono seguire la tua band e acquistare la nuova compilation?
Allego i contatti degli Angel of Anger, della nostra Associazione e del nostro distributore ufficiale, ossia la Wine&Fog che si occupa della distribuzione fisica sia dei CD degli Angel of Anger che della compilation “A Time of Sorrow”, nonché della Nadir Music che si occupa della distribuzione digitale.

Angel Of Anger
https://www.facebook.com/AngelofAngerBand

Ocularis Infernum Booking&Promotion
https://www.facebook.com/OcularisInfernumBookingandPromotion

Wine&Fog Distro
https://www.facebook.com/Wine-and-Fog-Distro-107829211124278

Nadir Music
https://www.facebook.com/nadirmusicstudios/

Grazie di essere stata con noi!
E’ stato un piacere e ci sentiremo sicuramente per i prossimi aggiornamenti sia per gli Angel Of Anger che per tutti gli eventi e produzioni dell’Ocularis Infernum!

Ascolta qui l’audio completo dell’intervista andata in onda il giorno 4 aprile 2022.

Feralia – Il gioco degli opposti

I Feralia giocano al raddoppio. Se il lockdown ha minato la stabilità di parecchi gruppi, portandone alcuni allo scioglimento. La black metal band italiana, invece, ha sfrutto il blocco per tirar fuori un disco doppio, o forse meglio duplice, “Under Stige / Over Dianam” (Time to Kill Records \ Anubi Press), capace di far uscire fuori sonorità e sensibilità opposte .

Benvenuti, dal 28 Aprile è disponibile il vostro nuovo album “Under Stige / Over Dianam”. Dobbiamo consideralo un singolo disco oppure due lavori ben distinti?
Erymanthon: Ave e grazie. Si tratta assolutamente di un lavoro che va considerato come un tutt’uno, in quanto, pur essendo nato un po’ per caso come ti spiegheremo più avanti, va a formare un gioco di contrasti incentrato su queste due “anime” diverse, una violenta, oscura, feroce, maschile, ed un’altra più ritualistica, delicata, sognante e femminea, due anime opposte, non in lotta tra loro ma complementari, che donano al lavoro complessivo una dimensione in più. Nonostante questo, è assolutamente possibile ascoltare i due “capitoli” in maniera indipendente, senza che il loro valore individuale ne risenta.

Quando avete iniziato a lavorare sui brani avevate già un’idea di massima sul risultato finale oppure questa duplice anima è nata per caso?
Erymanthon: L’idea iniziale era in realtà quella di registrare “Under Stige” nella prima metà del 2020, poco dopo il mio ingresso nella band, e farlo uscire a lavoro ultimato. Poi però è arrivato il lockdown e ci siamo trovati costretti in casa nostra, perciò i lavori di registrazione di “Under Stige” sono stati inevitabilmente rimandati. In quella situazione così assurda di costrizione ed isolamento, però, da un’idea del nostro chitarrista Raijinous abbiamo deciso di dare sfogo alle nostre emozioni ed al nostro estro creativo, registrando l’EP acustico adoperando ognuno la strumentazione di cui disponeva a casa propria, ed inviando poi le tracce a L’Ossario Studio per il missaggio. Abbiamo dedicato l’EP a Diana, Dea della natura selvaggia nell’Antica Roma, come tributo ed espressione del nostro sentimento di rispetto verso Madre Natura.

Quali sono le differenze sostanziali tra questi due dischi?
Krhura: Sono opposti. “Under Stige” è un viaggio notturno, mortifero, maschile e musicalmente è black metal. “Over Dianam” è più solare, melodico, femminile. Qui non ci sono batterie, scream e chitarre elettriche, ma un viaggio dai connotati folk.

Per un’esperienza migliore va ascoltato prima “Under Stige “ oppure si può partire indifferentemente da uno dei due?
Erymanthon: Nella versione digitale del lavoro abbiamo posizionato “Under Stige” in apertura ed “Over Dianam” in chiusura, questo è l’ordine che noi avevamo pensato, tuttavia credo che si possano assolutamente ascoltare i due capitoli in ordine “opposto” e ricevere da ciò un impatto diverso… scegliere se scendere prima nell’abisso con “Under Stige” e poi riemergere con “Over Dianam”, oppure percorrere il cammino opposto… non vogliamo che la nostra musica sia “dogmatica”.

La vostra è una band relativamente giovane, siete nati nel 2018 e avete esordito nel 2020 con “Helios Manifesto”, non temete che un’uscita così ambiziosa possa rappresentare un azzardo?
Erymanthon: Forse potrebbe risultare così. Quello che però ci teniamo a sottolineare è che la nostra musica non è incentrata sul cercare la miglior “trovata commerciale” per essere sicuri di vendere copie o assicurarci il favore del pubblico. L’unica cosa che ci interessa è esprimere noi stessi e la nostra essenza in un processo di catarsi attraverso la nostra musica, ed il binomio “Under Stige – Over Dianam” è quello che meglio riesce nell’intento in questo momento, perciò è stato per noi un processo assolutamente naturale.

Nel nuovo album troviamo alla voce Erymanthon Seth (Apocalypse) e il batterista P. (Noise Trail Immersion, O), quale è stato l’apporto di questi due nuovi membri?
Krhura: Il nuovo batterista P. in realtà è entrato nella band poco dopo la fine delle registrazioni del disco. Stiamo però scrivendo già materiale nuovo e devo dire che si sta integrando benissimo, oltre a portare la sua influenza all’ interno della band. Erymanthon invece è entrato a metà registrazioni per cui il suo apporto è stato molto valido ma limitato per questioni logistiche, mentre per la stesura il nuovo materiale il suo apporto è stato incisivo fin da subito, abbiamo un compositore in più nella band.

Nel disco ci sono anche ospiti di rilievo, vi andrebbe di presentarli?
Krhura: Certo, anche i due ospiti fanno parte di questo gioco di opposti di cui parlavo prima. Agghiastru è presente nella prima traccia di “Under Stige”, suona diversi strumenti tradizionali e recita dei versi. Il suo “riferimento” è l’Italia, il sud, il fuoco, le nostre origini. Il giro di accordi della canzone ha un sapore vagamente mediterraneo per cui ci è sembrata una scelta sensata e naturale chiedere a lui. Håvard Jørgensen (ex Ulver/Satyricon e ora coi Dold Vorde Ens Navn) suona la chitarra acustica ed ebow su “The Altar and the Deer”, un brano di “Over Dianam”. Il suo “riferimento” è il nord, il ghiaccio, le nostre influenze musicali. .

Avete già scelto quali brani estrarre da “Under Stige / Over Dianam” in occasione dei vostri live?
Erymanthon: Nei concerti fatti finora, abbiamo suonato “Under Stige” per intero, ad eccezione delle tracce “Laudatio Funebris” (di cui abbiamo solo usato un frammento come intro) e “Terminalia”. Abbiamo poi inserito il brano “Over Dianam” a metà scaletta, e “Conception”, un brano del nostro precedente lavoro “Helios Manifesto”.

In conclusione, come immaginate il vostro prossimo disco, più simile a “Under Stige “ o a “Over Dianam”?
Erymanthon: Finora abbiamo tirato giù alcune bozze (ancora molto grezze) in stile decisamente black metal. Tuttavia, ricordo che anche “Under Stige” doveva essere inizialmente un disco interamente black metal… perciò, attualmente non ci sentiamo di anticipare nulla. Le vie del Destino sono infinite…

Comando Praetorio – I sabotatori della luce

Due brani, della durata totale di poco più di 20 minuti, compongono “Sovvertire la tirannia della luce” (ATMF) dei Comando Praetorio. Abbiamo chiesto alla band di anticiparci qualcosa dell’EP in uscita nei prossimi giorni…

Benvenuti, dal 22 aprile sarà disponibile il vostro nuovo EP “Sovvertire La Tirannia Della Luce”, contente due brani. Possiamo considerare quest’opera un concept?
L’aspetto lirico è senz’altro il frutto di un medesimo flusso ispirativo, successivamente suddiviso lungo l’arco di due tracce. Il nuovo EP “Sovvertire la tirannia della Luce” si riferisce a un processo di allontanamento fisico e spirituale dalla tirannia monoteistica del sole, inteso sia come Logos assolutistico della razionalità astratta, inaridente e impositiva; sia come espressione del monoteismo desertico dell’orizzontalità militante.

Nel 2022 La Tirannia della Luce è ancora forte?
Nonostante le liriche siano state redatte nel 2020, riteniamo che queste siano prefigurate da significati atemporali ed eterni che ne garantiscono la validità anche difronte allo scorrere del tempo. Inoltre, in questi due anni l’ipertrofia del Logos assolutistico e solare non si è certamente attenuata; anzi essa è entrata in una fase sempre più oppressiva e totalitaria tramite la dittatura “pandemenziale” le cui conseguenze in termini non soltanto politico culturali, ma ancora di più parareligiosi e assolutistici, paiono evidenti.

In che modo può essere sovvertita?
L’inversione valoriale può avvenire in primo luogo nell’interiorità del proscritto, ovvero di colui che si è dato alla macchia, che, come direbbe Junger è stato espulso dalla società e si appresta ad espellere la società da sé stesso. Rispetto al cambiamento di paradigma avvenuto nel campo della macchinazione del mondo ad opera delle ideologie desertiche, la sovversione è microcosmica poiché avviene in primis nell’interiorità, ove si recuperano preliminarmente le condizioni dell’età dell’oro. A livello macrocosmico il proscritto diviene il custode della natura selvaggia, del silenzio e del lato notturno e nascosto delle cose.

In qualche modo la situazione di cattività nella quale abbiamo vissuto in questi ultimi due anni ha contribuito ad aumentare il vostro desiderio di sovversione?
Il desiderio è frutto di una pulsione, la volontà invece esprime la direzione del dominio anche nei confronti delle pulsioni e dei desideri. Parlerei dunque nel nostro caso di volontà e non di desiderio. I desideri piuttosto, sono quei fattori risultati cruciali nel meccanismo di ricatto operato dalla pandementia: a fronte di libertà negate o sospese, si è stimolato il desiderio insoddisfatto di coloro che non potendosi più divertire, ballare, uscire, hanno barattato i propri diritti fondamentali in cambio di lasciapassare concessi a fronte dell’obbedienza al paradigma del controllore biosecuritario. La volontà di superamento del paradigma assolutistico permette al ribelle di estenuare le forze del sistema dominante, che si trova quindi a sperperare le proprie risorse nel tentativo di coprire interamente lo spazio fisico e cibernetico con i propri sistemi di vigilanza, con la distopica “speranza” di poter verificare la stretta osservanza da parte di tutti i sudditi di tale paradigma. Ma mentre il deserto, determinato dall’ipertrofia del lato solare non bilanciato, permette il controllo totale e totalitario non così la foresta che cela, oscura e filtra la luce intrusiva del potere panottico.

Vi andrebbe di entrare nei dettagli della prima traccia, “Dell’oblio l’ombra siderea”? Come è nata e di cosa parla?
La prima traccia è stata, così come la seconda, in gran parte abbozzata dal nostro nuovo componente Damien, e poi riarrangiata da me per la parte chitarristica all’inizio del 2020. Successivamente si è proceduto ad arricchire e ad armonizzare la composizione in un tutto coerente anche grazie allo sforzo collettivo di tutti i componenti in sede di sala prove.
Abbiamo già affrontato i temi lirici nelle precedenti risposte, non resta che integrare quanto già detto con una breve citazione:

…il cielo stellato ultima guida
degli insonni dalla coscienza purificata
imposizione oltre la massa
palingenesi della materia mercuriale
ignicamente purificata
dominio dell’Artefice ridestato…

Mentre della seconda, “Ritorna il buio dell’origine uranica”, che mi dite?
Il processo compositivo e lirico è avvenuto con le stesse modalità della prima traccia così che ogni elemento si integra vicendevolmente tra i due brani.

…verso incendiari scenari di rivolta
ritorna il buio dell’origine uranica
milioni di enigmi del disinganno
scacciano gli incubi della macchinazione…

Rispetto a questa ipertrofia del lato solare, l’Unico si rifugia dunque all’ombra del cielo notturno, patrocinato dalle divinità Asuriche e Uraniche indoeuropee. Con questo atto si opera un’inversione dei principi cardine rispetto alla massificazione, intesa come conseguenza estrema delle religioni desertiche, che nel deserto sono nate ed al deserto vogliono riportare il mondo, in quanto nemiche di ogni verticalità.

In questo contesto, che significato ha la copertina dell’EP?
La copertina è ricavata da una foto scattata da un componente della band in Bretagna. Essa raffigura il dolmen bretone delle cosiddette “pierres plates” con a lato un menhir. All’interno del dolmen sono presenti diverse raffigurazioni della volta celeste e in particolare del grande carro. In tal senso si abbina in modo coerente con il significato dell’EP non soltanto da un punto di vista meramente grafico.

L’EP ha sancito l’esordio di Damien, quale è stato il suo apporto?
Il sodalizio con Damien nei ranghi di Comando Praetorio è iniziato prima del concepimento del nuovo EP; nonostante alcune idee e riff fossero già stati composti in precedenza, la sua presenza ha apportato un significativo apporto in seno alla band, contribuendo, dal punto di vista compositivo, al completamento delle bozze dei brani, oltre a definire tutte le linee vocali del disco in qualità di nuovo cantante. Inoltre, si è fatto carico anche della produzione di “Sovvertire…”per quanto concerne il mixing e il mastering, pertanto abbiamo potuto seguire in prima persona tutte le fasi di sviluppo e cesellamento dei nuovi brani passo dopo passo. Damien proviene da una lunga esperienza con i Mortuary Drape ed è tuttora il fac totum del progetto funeral doom Tetramorphe Impure; è un musicista creativo e molto capace, siamo inoltre legati a lui da un’amicizia pluridecennale; pertanto, non potremmo essere più soddisfatti della nuova sinergia instauratasi grazie alla sua presenza. Nel 2002 inoltre, Damien è stato coinvolto come voce nel progetto Enthroning Silence. La sua performance fu decisamente degna di nota.

Proporrete le due tracce dal vivo?
Attualmente non abbiamo alcun programma di future date dal vivo. La dimensione live non è mai stata prioritaria per CP; abbiamo sempre ritenuto la nostra musica come un’esperienza, un moto di ricerca interiore dell’ascoltatore che trova il proprio ambito più calzante in un ascolto raccolto ed individuale.

Malauriu – L’oro s’è fatto

I Malauriu possono vantare una corposa discografia tra EP, split e compilation. Ciò nonostante, la casella full-length non veniva aggiornata dal 2017, anno di pubblicazione di “Semper ad Mortem Cogitantes”. Con “Malauriu” finalmente la band siciliana dà un successore a quell’opera e lo fa presentando alcune novità, in primis la presenza alla voce di Nequam (The Magik Way), che va rappresentare il terzo vertice del triumvirato che già vedeva nelle proprie fila Felis Catus e Schizoid.

Benvenuti ragazzi, dal 2013, anno della vostra fondazione, non sono mancate uscite a nome Malauriu, però, nonostante questa prolificità, tagliate solo ora il traguardo del secondo full-length, come mai?
Schizoid: Realizzare un full è qualcosa di davvero importante e richiede molto tempo. Anche demo, promo, EP, split sono release che richiedono impegno ma un album è una bella responsabilità. Deve lasciare un segno, ogni dettaglio deve essere perfetto e non deve essere dimenticato in poco tempo o riposto in libreria solo per misero collezionismo. Per la realizzazione di questo album abbiamo impiegato cinque anni circa, da fine 2017 ad oggi abbiamo fatto tantissime registrazioni. La gestazione così lunga è dovuta anche al fatto che cercavo il momento adatto per farlo uscire, dovevo prima terminare tutte le release black metal in programma.

Avete deciso di intitolare il disco con il nome della band, si cela un significato simbolico dietro questa scelta?
Schizoid: Volevo un disco senza nessun titolo in copertina per dare un ulteriore senso di mistero alla release. Questo disco rappresenta appieno il nome della band.

Sul vostro primo album intero, il ruolo di cantante era stato coperto dallo sfortunato Antonio Pasquini, morto quasi un anno fa: vi andrebbe di ricordalo?
Schizoid: Antonio Pasquini ha preso parte a cinque release Malauriu che hanno segnato una svolta a livello del sound e della scrittura dei brani. Sono grato per il suo grande contributo artistico e lo ricordo sempre con molto affetto. Lo scorso anno in questo periodo è uscita una compilation intitolata “A.M.E.N”. : racchiude tutti i brani cantati da Ant. L’abbiamo realizzata con il supporto della sua famiglia e di molti amici e musicisti con cui ha collaborato negli anni. A breve ci saranno altre interessanti novità al riguardo.

Proprio il ruolo del cantante è stato ricoperto negli anni da diverse persone, per “Malauriu” avete scelto Nequam dei The Magik Way. Si tratta di un membro effettivo della band o di un ospite? Come è nata questa collaborazione?
Schizoid: Il progetto Malauriu è stato sempre un porto di mare, sicuramente la collaborazione non finisce qui. Non ci sono membri effettivi o membri che vengono fatti fuori per lasciare spazio ad altri. Coinvolgo i musicisti in base alle esigenze artistiche del disco. Come dicevo precedentemente questo album prese vita già a fine 2017 e pensai a Nequam come il perfetto interprete per testi e voce. Lui è un pilastro della scena italiana e l’ho sempre stimato tanto; per noi è un onore avere la sua partecipazione. Ha sempre supportato negli anni molti miei progetti, c’è stata sempre una gran stima reciproca. Non voglio dilungarmi troppo in complimenti scontati, chi conosce Nequam sa il suo spessore artistico e chi ancora non lo conoscesse deve assolutamente recuperare la sua discografia.

In quale modo la presenza di Nequam ha influenzato il vostro stile?
Schizoid: Nequam è arrivato quando il disco era quasi pronto. Francesco Cucinotta, autore di gran parte degli arrangiamenti del disco, ha realizzato di getto queste quattro tracce dopo alcuni miei input. Inizialmente la mia idea era un po’ diversa come sound, ma all’ascolto di questi brani così folli e visionari mi sono lasciato trasportare e nel tempo ho ideato il resto.
F.C.: Questo disco segue un suo preciso karma, e credo sia stato un bene aver avuto la pazienza di aspettare un bel po’ di anni per individuare il momento giusto per pubblicarlo. Oltre a necessitare delle dovute cure tecniche, l’opera ha seguito la sua lenta evoluzione. Ad ogni passaggio ognuno di noi ha lasciato qualcosa di sè, e infine, attraverso la sensibilità di Nequam, la sua performance così ricca e intensa ha posto il sigillo finale. In termini “energetici” credo sia un lavoro più che riuscito.

L’aspetto lirico in questo album è fondamentale, pensate che il pubblico in Italia presti la giusta attenzione ai testi?
Nequam: C’è certamente un pubblico più interessato all’approfondimento, che si lascia guidare da un certo tipo di narrazione. Un pubblico per così dire curioso, che non si accontenta del mero manierismo. Mi piace pensare che così come questo tipo di pubblico rimarrà sempre agganciato ad un certo “sentire” ce n’è un altro in divenire che va ancora educato all’ascolto, va preso per mano e portato dentro all’ascolto. Questo album è un viaggio verso il “sotto”, è un viaggio verso il “dentro”, sia musicalmente che sotto il profilo dei contenuti.

Mi spiegate il concept di “Malauriu”?
Nequam: Il concept ruota attorno al concetto di introspezione. L’uomo deve da sempre fare i conti con alcune tare che non gli consentono un passaggio fluido tra i vari stati, zavorre che ostacolano proprio per la loro scarsa malleabilità. Attraverso la pratica occulta, egli sperimenta limiti e potenzialità del proprio essere. Ha come guida un Maestro, che come da tradizione esoterica non è dato sapere se sia egli stesso, entità umana, animale o meno, ma che certamente ne influenza le scelte, una volta abbattuto l’impedimento che separa corpo, fluido e spirito. Egli infine potrà scrutarsi, liberarsi in un viaggio in cui si potrà visualizzare, nell’accezione più alta del termine. Ho scritto questi testi in uno stadio fortemente alterato grazie a pratiche respiratorie e di profonda introspezione, guidato esclusivamente dalla musica concepita da Schizoid e Francesco Cucinotta (Felis Catus). Trovarmi di fronte ad un magma sonoro fortemente caratterizzato mi ha aiutato ad abbandonarmi ad una sorta di scrittura automatica, trovarmi di fronte alle Volontà degli autori mi ha consentito un viaggio di andata e ritorno pacifico pur nella sua inquietudine. Ciò che ne è emerso è quanto enunciato nei testi, per nulla tramati ma declamati per come si sono manifestati.

Il disco esce grazie alla cooperazione tra tre realtà – Southern Hell Records, Nero Corvino e Zero Produzioni – quanto sono importanti questo tipo di collaborazioni per una realtà underground come la vostra?
Schizoid: Trovare etichetta oggi è molto difficile, specialmente per un disco come questo di un genere ancora più di nicchia del metal. Per fortuna l’underground resiste sempre, ci sono tantissimi appassionati dediti al genere che sono ancora disposti a investire tempo e denaro per realizzare il supporto fisico che ritengo indispensabile.

In conclusione, vi chiedo: vi sentite in qualche modo i difensori\prosecutori della tradizione occulta italiana e di quel sound nato qui da noi grazie agli Jacula?
F.C.: Credo che ognuno di noi segua determinati percorsi di ricerca esoterica più per un naturale bisogno spirituale, che per questioni principalmente artistiche o di estetica. Queste possono essere al limite delle dirette naturali conseguenze se scegli la musica come veicolo per le tue personali intuizioni, quindi è plausibile l’essere accostati a determinate correnti. Sicuramente il nostro paese ha avuto e ha nomi eccellenti che in campo musicale tramandano da sempre questo tipo di sound. Se questo disco ci rende automaticamente difensori e/o prosecutori di questa tradizione, personalmente non saprei, ma se lo fa, lo fa in modo assolutamente non programmato. Queste sono cose che spesso stabilisce nel tempo l’ascoltatore. I musicisti solitamente seguono altre dinamiche.

Aramas – I fasti del passato

Per Massimiliano Aragona il passato è importante, sarà per questo che è tornato a rivisitarne una fetta importante del proprio, andando a rimetter mano al disco d’esordio dei suoi Aramas, chiamato profeticamente “I fasti del passato”. In collaborazione con Metal Underground Music Machine abbiamo contattato il visionario musicista laziale.

Ciao Massimiliano, come dobbiamo considerare la tua ultima uscita a nome Aramas, “I fasti del passato”, una nuova edizione dell’esordio del tuo progetto o un vera e propria nuova opera?
Ciao Giuseppe! Dunque, premetto che una delle varie particolarità di Aramas sta nel non esprimere mai un qualcosa a senso unico, bensì un qualcosa dalle molteplici interpretazioni. Tornando quindi alla domanda, potrei benissimo risponderti in entrambi i modi. L’idea di ripescare un qualcosa dal passato – direi anche abbastanza azzeccato il titolo – donandogli quindi nuova vita ed un nuovo contesto. Non può assolutamente cambiare, però, il fatto che i “Fasti del passato” sia a tutti gli effetti l’esordio di Aramas.

Come è stato rimettere mano ai quei brani?
Sicuramente c’è stato un grande spirito di rivalsa e di ottimizzazione di quanto creato. L’idea di trascurare fino ad obliare ciò che ritengo una mia estensione, non è delle più edificanti.

Come ti spieghi che, nonostante il suo evidente valore, “I fasti del passato” nel 2018 non ebbe i giusti riscontri?
Concorsero molti fattori: caso, fortuna/sfortuna per chi ci crede; circostanze, merito/demerito, conoscenze ecc. Come quando ci si chiede perché giri tanta musica discutibile con tanti musicisti e artisti talentuosi caduti nel dimenticatoio. Nel mio caso ero privo di mezzi per mettermi in mostra, salvo le sterili quanto futili auto promozioni. Se il tempo darà ragione a questa seconda versione del disco, non ci resta che aspettare.

Cosa credi che sia cambiato oggi che possa garantire a questo disco la giusta esposizione?
Collegandoci alla risposta precedente, direi che il grosso divario sia colmato dall’avere alle spalle un’ottima etichetta discografica, la Nova Era Records.

Cosa cambia avere un’etichetta alle spalle rispetto al dover fare tutto da solo?
Direi che loro abbiano possibilità e competenze infinitamente superiori alle mie, nonché più finalizzate ad obiettivi più grandi e concreti. Senza contare che essendo musicalmente solo, nel vero senso della parola, non ho la possibilità di esibire in giro la mia musica, né in concerti né in date di nessun tipo. La rete, il passaparola, le già citate promozioni, possono ben poco senza un aiuto concreto da parte di chi sa ciò che fa.

Come mai hai scelto “Realtà Industriale” per il video?
Lo trovavo più idoneo come concetto e musicalmente parlando. In più trattandosi del primo brano in assoluto di Aramas, ci sono particolarmente affezionato ed anche la mia etichetta l’ha trovata una buona scelta.

Ti definisci un cantautore estremo, mi spieghi cosa significa?
Prima di tutto la figura del cantautore si occupa a 360° delle sue creazioni. Concettualmente, non facendo parte di un genere e di conseguenza non dovendo rispondere ai corrispettivi canoni stilistici, vanta un’infinita gamma di sfaccettature personali espresse in contaminazioni, sperimentazioni e quant’altro. In quel caso nessuno può venirti a dire che quel pezzo sia un pezzo blues mancato, o quell’altro un pezzo punk mancato e così via, perché trattasi soltanto di estrapolazioni tecniche e stilistiche, inserite in un disegno personale completamente estraneo ai canoni dei generi citati. Tutto questo semplicemente inserito in un contesto più estremo.

Nel 2020 hai pubblicato “Barlume nel buio”, stai già lavorando al suo successore?
Sarebbe pronto il terzo album, ma visti “I Fasti del passato” 2.0, se ne riparlerà in futuro.

Credi che in qualche modo l’aver ripreso “I fasti del passato” possa condizionare il nuovo materiale o si riparte da “Barlume nel buio”?
Assolutamente no. Salvo per un brano tratto vagamente ispirato proprio a “Realtà Industriale”. Ma ribadisco che il nuovo materiale non ha nulla a che fare né con “I fasti”, né con “Barlume”, per quanto in termini cronologici, ne è la naturale evoluzione e in qualche modo una derivazione.

Qliphothic Realm – Entrance

Nuova “creatura” scaturita dalla mente di Snor Flade. Dopo Feretri, ecco che il “nostro” decide di dar vita a questo progetto raw atmospheric black metal dal nome Qliphothic Realm, al suo esordio con il full “Entrance”, uscito per Careless Records.

Ciao Snor, e bentornato al Raglio del Mulo! Allora, partiamo dal principio: cosa ti ha portato ad intraprendere questo nuovo “viaggio” sonoro con Qliphothic Realm? Come è nato il progetto?
Ciao e ben ritrovato! Come ti dissi nell’ultima intervista, stavo componendo dei brani per l’altro mio progetto Feretri, quando ad un tratto sentii d’istinto interrompere il lavoro e, visto che mi trovavo nel periodo della mia auto-iniziazione, decisi di comporre musica demoniaca, facendo un vero e proprio patto con me stesso, ovvero riuscire a creare da zero un brano al giorno, lasciando fuoriuscire il mio primordiale senza filtri e abbellimenti, solo attraverso la musica e i testi ispirati dalle mie pratiche e studi. Da qui poi nacque l’esigenza di un nuovo progetto, battezzato appunto Qliphothic Realm.

Ovviamente, così come Feretri, trattasi di una one man band, la risposta da parte tua sarà come minimo scontata, tuttavia mi sento in dovere di porti questa domanda: hai intenzione di assoldare altri musicisti per questo progetto? Si evolverà in tal senso oppure resterà anch’essa una one man band?
Nessuno farà mai parte in pianta stabile dei miei progetti, salvo qualche gradita partecipazione come già successo in “Entrance”, dove ho voluto integrare due voci femminili; per l’intro Sara Ballini e per l’outro Dolce Mirea, le quali hanno interpretato egregiamente le evocazioni che ho scritto, mentre per artwork e logo ho assoldato come al solito il buon Azmeroth Szandor.

A differenza di Feretri quì hai esordito direttamente con un full, come mai?
Quando senti nominare Snor Flade, stai pur certo che non sai mai cosa aspettarti, e in verità nemmeno io lo so, se non all’ultimo momento.

Come definiresti il black metal concepito e suonato con Qliphothic Realm?
Primordiale, atavico e demoniaco. e per tal ragione la produzione dev’essere in lo-fi. E’ lì che si manifestano i tuoi istinti più nascosti dove trovano terreno fertile per poter inseminare il germe dormiente, dove il sussurro diventa un urlo gettato dall’abisso dell’anima. E’ li che risiede il proprio Daimon!

Secondo te, quali sono le principali differenze tra Qliphothic Realm e Feretri?
In Feretri sono passato da uno stato d’animo ad un altro e d’altronde anche la musica ne ha risentito. Non ti nego che ho difficoltà a riascoltare certi brani, poiché hanno mantenuto ricordi indelebili non proprio “leggeri” o tanto per essere suonati, difatti molti dei quali esprimono mal di vita e una tristezza infinita…. Merito del luogo dove vivevo. Adesso per mio volere mi sono trasferito e credo si possa anche sentire in “The Priests of Chaos”. Quindi penso che Feretri sia un progetto molto introspettivo, umanamente parlando. Riguardo Qliphothic Realm, beh è tutt’altra roba, è una nuova dimensione, una nuova volontà e consapevolezza di chi sono adesso, senza più timore o inutili sensi di colpa, dove traggo forza dalle mie creazioni demoniache, giacché oltre ad attingere da me stesso, qui attingo anche da “fonti” esterne alla mia coscienza.

Cosa si cela sotto il moniker Qliphotic Realm?
Qliphothic Realm sta per Regno Qlipotico. Le “Qlipphot” sono l’inverso delle Sephirot dell’albero della vita, e quindi rappresentano, per la tradizione cabalistica i gusci, ovvero gli scarti, di regni distrutti durante la prima creazione del “Tutto”. Esse si trovano sotto l’albero della vita cabalistico, o meglio ancora sono l’ombra stessa dell’albero della vita. L’albero della morte quindi è composto da dieci Qlippoth, che risiedono in sette inferni, che a loro volta sono governate dai cosiddetti demoni, i quali albergano in questa dimensione primordiale che continua ad esistere parallelamente alla nostra; ed è qui dove inizia il proprio viaggio solitario ed individuale per andare a cercare nella propria zona d’ombra il proprio potere e il proprio Daimon!

La copertina di “Entrance” secondo me è parecchio d’effetto, in pieno stile Black Metal primordiale. Bianco e nero secondo i canoni delle band che hanno fatto la storia del genere come Darkthrone e Burzum, qual è il suo significato?
L’immagine vuole catturare e trasmettere la solennità e il misticismo di una sacerdotessa intenta a celebrare una iniziazione, dove il novizio viene invitato ad entrare in questo nuovo reame, abbandonando per sempre ciò che era, sacrificando la propria innocenza in cambio del dono dell’immortalità, intesa come sopravvivenza della coscienza dopo la morte, per diventare Dio di se stesso!

Ti va di descriverci brevemente i brani che compongono “Entrance”?
“Intro”, composto da un fondo Ambient e da evocazioni di determinate entità, utilizzando inoltre i rispettivi Enn appartenenti ad esse, recitate e interpretate da Sara Ballini, praticante luciferiana e fondatrice di Hekate Edizioni. “As Lightning from Sky”, è un pezzo dove furia e caos danno il benvenuto sulla terra e sulle menti umane al “Portatore di Luce”. “Lilith’s Astral Embrance” è un omaggio a Lilith, la Madre, la Regina e la Signora della notte. “King Paimon”, è uno dei miei brani preferiti: solenne, ipnotico e carico di pathos, in onore a Re Paimon. “Bearer of Light”, dedicato a Lucifero, il Portatore di Luce, colui che illumina dal buio dell’ignoranza e ci libera dalle catene della schiavitù di un’ammuffita fede cieca. “Descent into Leviathan”, parla delle acque primordiali del caos dove tutto ebbe inizio e dove risiedono le nostre emozioni rinnegate e non accettate dalla nostra mente razionale. “The Call in the Circle”, è uno dei tanti tracciamenti del cerchio che utilizzo per canalizzare le energie di specifiche entità. “Infernal Trinity: Baphomet”, in onore del dio cornuto composto dalla Trinità Infernale. “Call of Melammu”, ha la pretesa di richiamare e alimentare la propria fiamma nera. “Outro”, composto anch’esso da un fondo Ambient, fa da tappeto all’evocazione per il risveglio di Ahriman attraverso la concupiscenza di Az-Jeh, “colei che tutto divora”; interpretato in lingua francese da Dolce Mirea, la quale oltre ad essere la mia compagna, è una medium e strega d’indole selvaggia.

Esattamente cosa ti aspetti da questo lavoro targato Qliphothic Realm?
Fama, soldi e successo! Scherzo naturalmente eheheh. In verità è mia intenzione, tramite questo progetto, procedere con varie auto-iniziazioni e ritualistiche nel percorso che continuo a tracciare, svolgendo anche un lavoro introspettivo, utilizzando la mia musica come un grimorio di ciò che pratico e incontro durante il mio cammino.

Quali sono i tuoi progetti per il futuro?
Individualismo, introspezione, studio e pratica della via sinistra, creare un ponte nel “qui ed ora” con la cosiddetta “altra parte”, edificare il mio “tempio”, suonare finché ne avrò voglia per poi sparire completamente lasciando qua e là le mie tracce per le vite future.