Morgurth – Crepe nel silenzio

I blackster Morgurth nel 2020 hanno rilasciato il proprio album d’esordio autoprodotto “…and Then There Shall Be Silence”. Su imbeccata dell’Associazione Ocularis Infernum, abbiamo contatto Narthang, l’anima oscura della one-man band.

Benvenuto su Il Raglio del Mulo, Narthang, i Morgurth nascono qualche anno fa mentre militavi nella symphonic metal band Neophobia. Come sei arrivato alle decisione di creare un gruppo tutto tuo con sonorità completamente diverse da quelle della compagine in cui militavi?
Ciao a tutti voi de “Il Raglio del Mulo”, grazie dell’occasione e per l’intervista, ne approfitto per ringraziare, ovviamente, anche Ocularis Infernum e Andred per aver organizzato il tutto. Sì, Morgurth nasce come quando ancora ero chitarrista e voce growl dei Neophobia, ma, col passare dei mesi, il progetto è cresciuto ed ha acquisito sempre più importanza. Ovviamente, Morgurth è un progetto appartenente a tutt’altro genere: i Neo fanno symphonic metal, mentre Morgurth è black metal con evidenti influenze atmospheric. I Neo sono un gruppo che ho contribuito a fondare quasi 9 anni fa, insieme ad un gruppo di amici, ma Morgurth è l’essenza della musica che mi appassiona maggiormente: un black metal freddo, potente e violento. Il progetto ha avuto un processo di sviluppo graduale, con la composizione dei primi brani, fino alla realizzazione delle canzoni che fanno parte del primo album, nati dal bisogno di creare qualcosa che provenisse unicamente dalle mie attitudini compositive, senza l’interferenza di influenze altrui.

Cosa ti sei portato dietro in questo nuovo progetto del tuo retaggio con i Neophobia, non solo in ambito di esperienze maturate ma anche di sonorità?
A dir la verità: nulla. C’è stato un cambiamento radicale in tutto quello che riguarda il processo creativo e l’evidente differenza di stile e di genere hanno contribuito per la maggior parte al cambiamento, oltre al fatto che ogni decisione presa relativamente ad ogni singolo aspetto della stesura dei brani, piuttosto che alla realizzazione degli artwork, scaturisce esclusivamente dalla mia creatività. Anche lo stile canoro è totalmente variato. Mi sento di affermare che mi sono lasciato alle spalle tutto ciò che c’era prima di Morgurth, dal punto di vista musicale, e che, come artista metal, sono rinato proprio con questo mio progetto.

Il nome della band, Morgurth, prende ispirazione dall’immaginifico tolkieniano, come ti spieghi questa fascinazione per lo scrittore inglese subita da te e da tanti altri metallari, sopratutto in ambito estremo?
Tutto è cominciato quando ancora ero piccolo, vedendo per la prima volta il film de “Il Signore degli Anelli”, che uscì nelle sale italiane quando io avevo solo 11 anni. Di lì a poco, l’interesse e la conseguente passione relative alle opere di Tolkien crebbe sempre di più: cominciai a leggere i libri e ad ascoltare anche musica attinente ai suoi romanzi e racconti. La scelta del nome è una sorta di tributo allo scrittore, che è stato, ed è ancora oggi, una delle maggiori fonti di ispirazione per me e per la mia musica, sebbene i miei testi non trattino mai delle opere tolkeniane, eccezion fatta per il singolo “Misty Mountains Cold”, che ho rilasciato ad ottobre 2020, il quale è anch’esso un tributo a Tokien ed alla musica di Howard Shore. Mi piace pensare che i musicisti, metal e non, che si ispirano ai romanzi tolkeniani, si siano avvicinati a tali opere tramite un percorso simile al mio. Il fatto che, soprattutto nel mondo del metal, si possano trovare facilmente band e lavori ispirati da questi romanzi, è dovuto, molto probabilmente, al fatto che si tratta del genere musicale che più si avvicina alle atmosfere ed alle ambientazioni dei romanzi fantasy, ovviamente insieme alla musica classica.

I Morgurth hanno approccio alquanto tradizionalista al black, questa scelta è frutto di una decisione integralista, che porta a prescindere al rifiuto delle contaminazioni, oppure perché semplicemente oggi ti trovi più a tuo agio con questi suoni e non escludi che in futuro possano esserci evoluzioni differenti della tua proposta?
Per quanto riguarda il primo lavoro di Morgurth, l’idea è stata chiara sin dalle prime composizioni: doveva essere un album di canzoni aventi, come principali caratteristiche, riff violenti di chitarra con linee di batteria veloci e di impatto, oltre ad un sound “freddo” ed a linee vocali esasperate. Il tutto per poter creare un’atmosfera che trasportasse l’ascoltatore in un mondo selvaggio e glaciale, che si possa identificare con le ambientazioni del nord Europa, comprendenti i fiordi, il mare, le montagne, i laghi, le foreste, paesaggi innevati e così via. Per questo lavoro non mi sono posto l’obiettivo di escludere od includere influenze provenienti da altri generi; piuttosto, si tratta semplicemente di ciò che, in modo naturale, dalla mia mente è stato trasmesso alle corde della chitarra: si tratta di sei canzoni prive di ogni influenza che potesse eventualmente derivare dall’esterno e questo vale anche per la produzione. Il secondo album, che rilascerò tra qualche mese, comprenderà sonorità un po’ diverse, rispetto a quelle del primo, ma il processo creativo è rimasto invariato.

Il primo frutto di questa nuova avventure è “…and then there shall be Silence”, un disco che non è un concept album, ma che vede almeno tre brani, quelli posti in apertura (“Cold and Darkness” “Old Dark World” “Land of the Cold and the Perennial Night”), legati tra loro tematicamente: ti andrebbe di parlarne?
Il tema ricorrente è quello della rigidezza dell’inverno e questi tre brani sono legati tra loro principalmente da questo aspetto. “Cold and Darkness”, “Old Dark World”, e “Land of the Cold and the Perennial Night” sono i tre inni alla magnificenza delle natura, che può rivelarsi bellissima, ma allo stesso tempo spietata e pericolosa, talvolta mortale; infatti, i testi descrivono paesaggi nordici dove l’Inverno sembra non avere mai fine e l’oscurità delle sue lunghe notti ricopre ogni cosa.

Delle altre tre tracce che mi dici?
Anche per le altre tre canzoni contenute nell’album, il tema principale fa riferimento principalmente all’inverno ed all’ostilità dell’affascinante e spietata natura delle terre nordiche. “Ritual” descrive antiche tradizioni pagane, per le quali si praticavano sacrifici rituali, talvolta umani, caratteristica di antiche popolazioni che dimoravano nel nord Europa. Sia il testo che la musica creano un’atmosfera di tensione, a tratti di orrore e spirituale. Anche qui ci si ritrova immersi in un’ambientazione fredda e selvaggia. “Last breath” descrive il momento della morte di un uomo esiliato, che vanga senza meta in un ambiente freddo e ostile; allo stremo delle forze avverte diverse sensazioni, preludio della morte. La descrizione di ciò che prova è il tema centrale del brano: un misto di disperazione, rassegnazione e timore, ma allo stesso tempo di sollievo, conforto e liberazione. Infine, troviamo “The Dream”. Come suggerisce il titolo, si tratta di un brano che mi ha ispirato un mio sogno ricorrente, in cui mi trovo in balia delle correnti in mare aperto. In lontananza, riesco a scorgere una scogliera avvolta dalla nebbia e un debole Sole che volge ormai verso il tramonto. Nonostante gli innumerevoli sforzi per non annegare, gradualmente inizio a sprofondare ed a scendere sempre di più verso il fondale marino, realizzando che, però, riesco a respirare. Una sensazione di conforto, quindi, mi avvolge fino a quando mi rendo conto che la vita mi ha ormai abbandonato. Presa coscienza di ciò, un senso di pace mi pervade e lentamente mi lascio andare, giù nelle profondità, finché l’oscurità più completa mi avvolge.

I  Morgurth sono una one-man band, ma per la realizzazione del disco hai collaborato con qualcuno o hai fatto tutto da solo?
La ragione principale per cui ho deciso di creare Morgurth è derivata proprio dalla necessità di comporre brani facendo affidamento unicamente sulla mia personale creatività, senza nessun tipo di influenza esterna da parte di terzi; ma questo vale non solo per la musica, bensì anche per i testi e per la scelta dell’artwork. Si tratta di un lavoro partorito esclusivamente dalla mia mente, fatta eccezione solamente per il logo della band, creato, dietro mie precise indicazioni, da parte della inglese “Thaumaturge Artworks”.

Quando ci sarà la possibilità di esibirti dal vivo collaborerai con degli altri musicisti, li hai già individuati?
Per i live shows mi affiderò ad amici musicisti fidati che conosco da tanti anni e con cui ho collaborato in numerose occasioni; questo per quanto riguarda la batteria, il basso e la chitarra ritmica, mentre io ricoprirò il ruolo di cantante e chitarrista solista.

Ti sei occupato anche dell’aspetto grafico del disco, come nasce la copertina?
La coverart dell’album l’ho ottenuta da una fotografia che ho scattato qualche anno fa mentre ero in vacanza in montagna in una località vicino a Molveno (TN). Mi trovavo in una foresta alle prime luci del giorno e la copertina ritrae degli alberi innevati con il sole che sorge sullo sfondo. Ho pensato che fosse lo scenario ideale per cui l’ascoltatore, vedendo la copertina, potesse facilmente intuire le tematiche dei brani ed, eventualmente, il genere di musica che propongo.

In conclusione, come giudichi l’attuale scena black tricolore?
Penso che ci siano diverse realtà Black Metal molto valide, in Italia. Solo nel 2020 sono stati realizzati ottimi album da parte di bands sia emergenti che affermate, pertanto mi sento di giudicare la scena Black italiana come una delle più talentuose attualmente in circolazione e spero che, una volta usciti dall’incubo del Covid, si possa riprendere le attività live con ancor più entusiasmo e coinvolgimento di prima.

Ghostly Aerie Coven – Bird of Prey

In arrivo a fine marzo su Vacula Productions l’esordio della black metal band italiana Ghostly Aerie Coven, per l’occasione Setian per scoprire qualcosa in più sul gruppo e su “Bird of Prey” (Vacula Productions / NeeCee Agency).

Benvenuto su Il Raglio, Setian. Il prossimo 31 marzo per Vacula Productions uscirà il vostro primo album, “Bird of Prey”. Vi sentite più vicini al raggiungimento di un traguardo o al compimento di un primo passo?
Sicuramente l’uscita di “Bird of Prey” per noi rappresenta il compimento di un primo passo, essendo già alla rifinitura di altri due album. Purtroppo a causa delle tempistiche imbarazzanti, nonché della mancanza di serietà della precedente casa discografica, la nostra tabella di marcia ha subito un brutale arresto che la Vacula Productions è riuscita a sciogliere in maniera tempestiva e provvidenziale.

Arrivate al primo disco dopo aver fatto un cammino classico che vede la pubblicazione di alcuni demo e poi il primo disco oppure, come avviene sempre più frequentemente oggi, avete deciso di bruciare le tappe incidendo direttamente l’esordio?
No, io in particolare sono molto ostile (anche da ascoltatore) alle demo in quanto le trovo dispersive e controproducenti: quando si realizza qualcosa di artistico – per quanto questo termine oggi sia vittima dei più feroci abusi – è imprescindibile partire dal proposito di realizzarlo al meglio delle proprie possibilità. Una traccia che merita di stare in un album, in una demo sarebbe sprecata (e anticipandola nell’album perderebbe poi impatto); se invece un brano sfigura in album, significa che non è ancora “pronto” e quindi non ha senso produrlo. Da qui la nostra politica è quella di produrre solo album composti solo da brani, secondo noi, “maturi”.

Siete in tre, avete altre esperienze alle spalle o per voi i Ghostly Aerie Coven rappresentano la prima band “seria”?
Gibil (batteria) è un musicista e polistrumentista con una notevole esperienza alle spalle, SadoMaster (chitarra) ha fatto parte dei Fornace ed è membro degli Eroded. Per me è stata invece un esperienza totalmente nuova, nonché una vera e propria scoperta, poiché il mio ruolo come voce nasce pochissimi mesi prima di questo progetto, dal volersi mettere al prova. La qualità della voce nel black metal è importantissima, ma a mio avviso sottovalutata. La voce è lo strumento che più di ogni altro può esprimere la potenza solare.

Come sono nate le tracce, lavoro di squadra oppure frutto dell’iniziativa di un singolo membro?
Gibil ha attinto alla scena finnica ma anche a quella del thrash old school. Per la voce mi ispiro a Jan L. ( X-Fusion ) e BlackGoat Gravedesecrator. Ho comunque presieduto, come mente, alla composizione e alla strutturazione dei riff di chitarra assieme a SadoMaster; mentre lui è un fervente cultore della scena finnica, io io in ambito black prediligo la scena statunitense e svedese. Della scena finnica considero invece dei grandissimi capolavori gli ultimi tre album degli Horna e “The Poisonous Path” dei Behexen. Da qui il risultato di una base finnica con diverse sfumature e una certa complessità nella sua struttura. Il fattore essenziale, per ogni progetto, è stato nel poter realizzare una grande sinergia tra “noi” come monadi distinte e il “noi” come collettivo.

Ciò che è certamente classico è il vostro approccio al black, però cosa credete che ci sia di nuovo e personale in quanto da voi proposto?
Il fattore personale si articola su più livelli. A livello musicale, “sfumando” il sound marcatamente finnico mentre a livello estetico e tematico nella scelta di non seguire passivamente e forzatamente strade già segnate. Il logo esprime, tra le altre cose, il nostro essere tre e uno allo stesso tempo mentre la scelta dell’animale è perfetta per indicare un sound graffiante, maestoso e introspettivo al contempo.

Nelle note promozionali che accompagnano il disco ho letto che vi rifare alla scuola finlandese, Horna, Sargeist e Behexen, come accennato anche da te in precedenza: come mai prediligete questa scena alla più celebre norvegese?
E’ stata sia una scelta artistica personale, come un pittore che sceglie, ascoltando se stesso, a quale stile rifarsi o quali colori utilizzare. Purtroppo anche nel black metal prevale un aspetto incoerente con la natura avanguardista stessa del genere per cui si tende a finire comunque nel “dogma”, nel cliché, nella dittatura del “sì” (per riprendere Heidegger) e venerare ad’ esempio la scena norvegese come un cimelio “perché è venuta prima rispetto alle altre”. Il ” prima e il dopo” sono frutto di una mentalità infantile e stantia che non ha e non deve avere importanza men che meno in un genere avanguardista come questo, slanciato in un impeto di distruzione rigenerativa senza compromessi e condizionamenti esterni. Pochi sono in grado di penetrare nello spirito di questo macro-genere senza fermarsi alla sua esteriorità. In questo l’estetica del genere, assieme ai suoi temi, in un modo o nell’altro fa selezione, respinge come le divinità terrifiche. C’è chi si ferma al cliché e all’infantile idea di “essere old school”, chi invece questo genere lo rifugge per vari motivi legati contenuto, ma in ogni caso pochi riescono a riescono a carpire il significato, a penetrare per raggiungere un livello di “sentire” più fino e nascosto .

Quali sono gli aspetti della realtà che volete svelare attraverso l’uso dei simboli nei vostri testi?
Da unico compositore di ciascun testo posso dirti che ho utilizzato sia il simbolo (che è tautologico, il simbolo parla di sé, rimanda a qualcosa che si può esprimere solo con il simbolo stesso) che l’allegoria per rappresentare la realtà articolata su più livelli che sono in concomitanza con la materia.

Dal vivo qual è il vostro approccio?
Puntiamo al coinvolgimento attraverso il risveglio emotivo prodotto dall’impatto sonoro pur mantenendo il distacco dal pubblico nella forma. Ho apprezzato molto le considerazioni di Kaiser Wodanaz in un’intervista in cui affermava il proprio disappunto per l’atteggiamento da “amiconi” adottato da certe band.

Dovendo utilizzare un brano come vostro biglietto da vista, quale indichereste ai nostri lettori?
Direi “Nychtophilia”, “Ode to the Evening Star” o “Rhyme of the Chrimson Monarch” anche se,e questo lo considero un gran punto di forza, c’è un forte equilibrio tra i brani il che rende difficile dire quale sia adatto come “biglietto da visita” e quale no.

Flavio Adducci – Alle origini del nero

Si parla tanto di black metal, ma quasi mai delle sue origini. Di solito si citano i grandi nomi della scena norrena di metà anni 90, dimenticando tutto quello che c’è stato prima. A rendere giustizia ai padri del genere, c’ha pensato Flavio Adducci con il suo libro “Benvenuti all’Inferno!” pubblicato qualche mese fa dell’editore Officina di Hank.

Flavio, da qualche mese è fuori il tuo libro “Benvenuti all’Inferno!”, quando e perché hai deciso di rimetter mano al tuo ebook “Nel Segno del Marchio Nero” per rieditarlo con un nuovo titolo e contenuti più ricchi?
Ciao Giuseppe! Ho cominciato a rimetterci mano nel luglio dell’anno scorso, quando il mio editore, una volta conosciuto come Chinaski Edizioni ma ora come Officina di Hank, mi contattò dopo tanto tempo per chiedermi se volessimo riprovare a pubblicare il libro in versione fisica, dopo che i nostri rapporti erano cessati qualche anno prima per varie ragioni. Ovviamente, fui entusiasta di questo suo ritorno perché il mio sogno era proprio quello di veder stampato su carta il mio ebook, che avevo pubblicato il 24 marzo 2019, il giorno del mio trentesimo compleanno. Così, decidemmo di comune accordo di ridare al libro il suo vecchio titolo, cioè “Benvenuti all’Inferno!”. Inoltre, approfittando dell’occasione, ho apportato qualche modifica anche per correggere alcuni errori presenti nell’ebook, ho aggiunto due capitoli nuovi (quello sulla scena iberica e quello sul proto-speed/thrash metal) e ho inserito la stupenda prefazione scritta da Francesco Gallina, che proprio in questi giorni sta uscendo con la sua nuova fatica, “Dipinto sull’Acciaio”. Ed ecco che il libro non solo è finalmente uscito ma risulta avere adesso circa 40 pagine in più.

Da un certo momento in poi, prima metà degli anni ’90, si inizia a parlare di black metal riferendosi a qualcosa di diverso rispetto a quello che prima era per tutti il metallo nero. Oggigiorno la definizione più comune è proprio questa nata nell’ultima decade dello scorso secolo. Il tuo libro è qui a render giustizia a tutte quelle band che per prime, invece, sono state identificate come black. Una scelta coraggiosa la tua, perché vai quasi contro la percezione generale del metallaro odierno…
Sì, in effetti alcuni non credono affatto nell’esistenza della first wave of black metal perché affermano che gruppi come Venom o i primi Sodom non avessero musicalmente nulla in comune con quelli che vengono percepiti oggigiorno come black metal, come i Darkthrone o gli Immortal. Eppure, si potrebbe quasi dire che questi ultimi, i norvegesi, non abbiano inventato niente perché è stato proprio nella prima ondata che sono emerse formazioni come i Bathory di “Under the Sign of the Black Mark” o gli ungheresi Tormentor, le quali praticamente proponevano del vero black metal prima che questo genere fosse riconosciuto negli anni ‘90 come a sé stante. Il problema è che, quando si parla della prima ondata, si parla di qualcosa di indefinibile. Infatti, qui il punto non è esattamente un fatto di musica ma è più che altro un fatto di attitudine, di suonare nella maniera più sinistra e diabolica possibile cantando di Satana e di argomenti come l’occultismo, facendolo però non seguendo dei copioni musicali precisi. Ecco così che nel libro si trovano inseriti gli Slayer o i Mercyful Fate, due band diversissime fra loro che però, soprattutto nei primi tempi, venivano spesso definite proprio come black metal dalle riviste di settore e dalle fanzine dell’epoca. A dirla tutta, questo succedeva anche perché una larga parte del metal, specie quello estremo, era in via di costruzione, ragion per cui spesso non c’erano degli steccati definiti fra i generi. Quindi, ci si divertiva a inventare le più variopinte definizioni per dare un nome ai vari stili emergenti. Alcune di esse non avrebbero resistito alla prova del tempo mentre altre sì, fra cui “black metal”, che però negli anni avrebbe assunto un significato un po’ diverso da quello originario.

Questo rimescolamento delle etichette mi frastorna, non ti nascondo che quando dico power metal, ho in mente qualcosa di diverso rispetto a quella che è l’accezione odierna (la mia è un qualcosa che sta a metà strada fra il metal classico e il thrash). Ma potrei farti altri esempi, però mi soffermerei su un altro aspetto: i sottogeneri servivano, più che altro, in un momento storico in cui la musica veniva promossa attraverso le riviste per descrivere in modo veloce la proposta di una band. Ma oggi che l’ascolto è quasi immediato dopo la pubblicazione di un album, serve ancora parlare di black, death, power, ecc? Non credi che sia riduttiva come cosa?
Vero, anch’io sono più legato al power metal di cui parli, cioè quello degli anni ’80, durante i quali c’erano gruppi duri e violenti come i mitici Jag Panzer o i Liege Lord. Fra l’altro, potrebbe suonare strano ai cultori di ciò che oggigiorno viene inteso come power metal ma allora da questo genere potevano uscire fuori band dal sound molto oscuro e dalle tematiche ultra-sataniche come i Satan’s Host, che possono esser fatti rientrare tranquillamente nella first wave of black metal. Tornando alla tua domanda, per me ha ancora senso parlare di sottogeneri nel metal. Perché, prima di tutto, penso che abbiano ancora un forte appeal, tanto che negli ultimi anni sono nati canali YouTube dedicati esclusivamente a generi specifici; canali che vengono seguiti particolarmente da metallari che preferiscono degli stili precisi, come il thrash o il black metal, rispetto ad altri. Inoltre, credo che, con questo generale ritorno alla vecchia scuola che stiamo vivendo ormai da un po’ di tempo, si sia in un certo senso riscoperto il metal, le sue origini, e anche generi che erano stati dimenticati come lo speed metal, spesso confuso per il thrash metal, o definizioni come la stessa first wave of black metal. Grazie a tutto ciò, si può dire che si sia ridato lustro ai vari sottogeneri metal, rafforzandoli.

Torniamo al libro, mi parleresti delle fonti? Te lo chiedo, perché spesso sei andato oltre le solite, inserendo nelle tue pagine anche band che difficilmente vengono accostate al black…
Principalmente ho usato fonti come libri, fanzine, il monumentale Metal-Archives e, almeno nei primi tempi, anche YouTube, che già qualche anno fa, quando cominciai a scrivere il libro, era pieno di video che raccontavano la storia e l’evoluzione della first wave of black metal. Però sì, non sempre parlo di gruppi di fatto appartenenti alla prima ondata. Per esempio, nel capitolo statunitense si trovano band che non ne hanno mai fatto parte come i Manilla Road, e perfino i Saint Vitus, che non sono mai stati nemmeno lontanamente satanici vista la loro fede cristiana. Ma, in entrambi i casi, il sound è veramente molto oscuro e vicino, rispettivamente, ai Celtic Frost e, soprattutto durante le parti veloci, agli Hellhammer. A causa di queste somiglianze, ho pensato di inserirli, anche per far capire a tutti quanto il metal si stesse sempre più scurendo in quegli anni. Poi, qui e là nel libro si parla di hardcore punk. Questo è stato sia un atto d’amore verso quest’altro tipo di musica, a cui sono molto legato, e sia perché alcuni gruppi di questo genere presi in esame nel libro presentano delle caratteristiche musicali, vocali e/o di atmosfera capaci a mio avviso di richiamare il black metal. Non è un caso che band come gli inglesi Amebix vengano citate come influenze importanti da protagonisti della seconda ondata come i Darkthrone. Alcune formazioni di questo tipo le ho scoperte dopo aver pubblicato il libro, come gli statunitensi United Mutation, che mi hanno del tutto sorpreso perché nel 1983 se ne uscirono con un pezzo dal cantato agghiacciante come “Lice & Flies”. Ascoltare per credere!

Dovendo mettere dei paletti cronologici, più o meno quando nasce e muore la prima ondata?
Allora, l’inizio della first wave of black metal è da far risalire al 1981, quando i Venom, i fondatori assoluti del movimento, pubblicarono “Welcome to Hell”. Con questo disco la band inglese immortalò per i posteri un metal satanico e blasfemo a cui i nostri diedero una definizione l’anno dopo col secondo album, “Black Metal”, col quale si fondò di fatto tutto un genere musicale che però sarebbe diventato tale solo negli anni ’90. Invece, la fine della prima ondata è da collocarsi idealmente nel 1991, quando Euronymous, leader e chitarrista dei Mayhem, aprì a Oslo il negozio di dischi Helvete, che in norvegese significa “Inferno”. Fu proprio da qui che il black metal divenne finalmente un genere musicale con caratteristiche ben distinte. Ciò praticamente grazie a Euronymous, che spinse molti dei suoi amici, dai Darkthrone a Burzum, ad abbandonare il death metal, definito ormai da lui come un genere commerciale e innocuo, per darsi al black metal, che però a questo punto non fu più concepito soltanto come musica ma anche come una pericolosa ideologia rivoluzionaria votata a Satana e al caos.

Quale è stato il passaggio più complicato da mettere su carta?
Più che altro, ho trovato molto complicato mettere la parola FINE al libro. Infatti, devi non solo considerare che io ho una grande passione per la scrittura che coltivo praticamente da una vita, ma anche che ho scelto come tema qualcosa di indefinibile come la first wave of black metal. Inoltre, a un certo punto delle mie ricerche, ho scoperto che il sito The Corroseum contiene un’enorme sezione dedicata alle fanzine metal degli anni ’80, cioè una vera e propria miniera di informazioni se si vuole scrivere un libro di questo tipo. Solo che, a causa di tutto ciò, ho rischiato sul serio di rendere virtualmente infinita la stesura di “Benvenuti all’Inferno!”! Ma poi, un bel giorno, conscio di aver scritto tutto il possibile, mi sono ritenuto finalmente soddisfatto del lavoro. E così quella che è uscita è la versione definitiva di un libro che ho iniziato a scrivere, se non erro, nell’ormai lontano ottobre 2015.

Hai arricchito il libro con delle interviste ai protagonisti di quella epopea, cosa hai provato ad ascoltare direttamente dalla voce dei protagonisti come sono andate le cose?
Non nascondo che ho provato un po’ di emozione, specialmente quando intervistai al telefono Peso dei Necrodeath. Così, oltre ogni mia più rosea aspettativa, ho avuto l’onore di parlare direttamente con uno dei pionieri del metal estremo in Italia. Per di più, quella è stata la prima intervista telefonica in assoluto che ho fatto in vita mia, ergo l’emozione fu amplificata anche da questo dettaglio. Infatti, prima di allora intervistavo solo per mail o, al massimo, in chat, quindi quell’intervista telefonica fu per me una novità totale. Fra l’altro, nel 2018, quindi due anni dopo aver chiacchierato con Peso, lo vidi all’opera con i Necrodeath quando vennero a suonare a Roma, in una serata che ricordo con grande piacere e di cui feci un live report uscito per la mia webzine Timpani allo Spiedo. Una foto di quel concerto l’ho inserita proprio nel libro. Ma ho avuto anche l’onore di intervistare, tramite mail, non solo altri pionieri del metal estremo italiano come gli Schizo attraverso le parole di S.B. Reder, ma anche i brasiliani Holocausto, che mi hanno risposto perfino con tutta la formazione che registrò il seminale “Campo de Exterminio”. In entrambi i casi, sono state svelate molte cose interessanti. Per esempio, S.B. Reder ha raccontato un sacco di aneddoti, chiarendo fra l’altro la deriva pseudo-nazista che la band ebbe nei primissimi tempi mentre gli Holocausto hanno parlato, anche della particolarissima situazione socio-politica di un Brasile che, in quegli anni, stava uscendo da una dittatura militare.

I fatti criminosi accaduti in Norvegia, è inutile negarlo, hanno dato una spinta notevole alle band della seconda ondata, tanto che il black metal paradossalmente è diventato un genere, se non commerciale, commerciabile. Invece, quale è stata la molla che ha permesso alla prima ondata di arrivare in ogni angolo del globo in un momento storico in cui i mezzi di comunicazione e di diffusione della musica erano ancora farraginosi?
Sicuramente una grande passione per il metal. Stiamo parlando di un tempo in cui non c’era Internet, in cui non c’era modo di ascoltare in anteprima nessun disco, e quindi i metallari, rispetto a oggi, dovevano “faticare” molto di più per coltivare la propria passione. Così, coloro che si aggiornavano continuamente sulla scena internazionale, fra le altre cose, leggevano fanzine e facevano tape-trading con gente magari proveniente dall’altro capo del mondo, arrivando in questo modo a scoprire anche band molto interessanti. In pratica, si può dire che proprio quei mezzi di comunicazione e di diffusione “farraginosi” abbiano contribuito notevolmente a sviluppare una passione musicale incredibile. Inoltre, penso che attirassero parecchio le tematiche sataniche/occulte, che soprattutto all’epoca, prima di essere in un certo senso “normalizzate” negli anni 2000, avevano il classico fascino del proibito per dei metallari che spesso e volentieri erano degli impressionabili adolescenti. Infatti, a partire specialmente dal 1983 e grazie a gruppi come Slayer, Mercyful Fate, Acid e altri, i temi satanici divennero una moda. Solo che lo divennero così tanto che, già sul finire degli anni ’80, si considerava il black metal come un genere obsoleto, nonostante ancora non esistesse come vero e proprio genere musicale.

Ti va di buttar giù una discografia essenziale?
Certamente! In ordine cronologico e prendendo un solo disco per band, menzionerei:
Venom – “Welcome to Hell” (1981)
Hellhammer – “Satanic Rites” (1983)
Mercyful Fate – “Don’t Break the Oath” (1984)
Slayer – “Hell Awaits” (1985)
Celtic Frost – “To Mega Therion” (1985)
Sodom – “In the Sign of Evil” (1985)
Bathory – “Under the Sign of the Black Mark” (1987)
Mayhem – “Deathcrush” (1987)
Sarcófago – “I.N.R.I.” (1987)
Tormentor – “Anno Domini” (1989)
Salem – “Millions Slaughtered” (1990)
Blasphemy “Fallen Angel of Doom…” (1990)
Master’s Hammer – “Ritual” (1991)

In conclusione, cosa bolle nel tuo pentolone oscuro?
Sta bollendo un nuovo libro a cui sto lavorando da metà novembre. Non so se e quando lo finirò ma mi sta impegnando parecchio. L’argomento è top secret ma, per il momento, sappiate solo che non riguarda il black metal. Inoltre, sappiate anche che è prossimamente in uscita, per il mio editore Officina di Hank, “Bathory – La band che cambiò l’heavy metal”, nuova opera del mio amico Fabio Rossi incentrata, appunto, sui Bathory e sul suo mastermind Quorthon, e per la quale ho scritto la prefazione. Ora, nel caso siate interessati a seguirmi, vi lascio i seguenti link:
FaceBook: https://www.facebook.com/flavio.adducci/
Instagram: https://www.instagram.com/xpositivityxeaterx/
Timpani allo Spiedo (la mia webzine): https://timpaniallospiedo.blogspot.com
xSenselessxPositivityx (il mio progetto noisegrind): https://xsenselessxpositivityx.bandcamp.com/
Ciao e grazie, Giuseppe, per questa bellissima intervista! E complimenti per il tuo libro “Icons of Death”, che sto leggendo, anzi, divorando in questi ultimi giorni!

Moonspell – L’isolamento come cambiamento

Siamo ormai avvezzi all’ascoltare materiale di qualità dai Moonspell: “Wolfheart”, “Irrelectual”, “Memorial” e “Night Eternal” sono album che hanno consacrato la band nell’élite del gothic metal. Dopo il coraggioso esperimento di “1755”, escono nuovamente con qualcosa di diverso, in un periodo difficile e con un’intensa dimensione introspettiva, “Hermitage” (Napalm Records / All Noir) mostra come la band abbia sempre qualcosa di nuovo da offrire, un suono ipnotico e un fantastico nuovo viaggio. Ne abbiamo parlato con Ricardo Amorim, storico chitarrista della band.

Ciao Ricardo, secondo me con questo album la band ha tirato fuori le migliori canzoni possibili, sono più fresche e suggestive rispetto a quelle di “Extinct” e questo album può iniziare un nuovo capitolo della vostra storia: sei d’accordo? Cosa c’è di nuovo e cosa è cambiato nei Moonspell o nel processo di scrittura delle canzoni?
Penso che tu abbia ragione, potrebbe essere un nuovo capitolo per la band. Quello che volevamo ottenere è la continuità logica di ciò che i Moonspell hanno iniziato con “Extinct”. Anche se abbiamo pubblicato “1775” che è un album molto più aggressivo e orchestrale a causa della sua specificità tematica, quello che vogliamo ora è scrivere musica che rifletta maggiormente una band di musicisti quarantenni che esplora diverse direzioni. Siamo sempre stati di mentalità molto aperta riguardo ai gusti musicali e, ovviamente, siamo una band metal, ma come artisti abbiamo bisogno di esplorare e sperimentare qualcosa di più della semplice pesantezza e di tamburi assordanti. Posso dire che i Moonspell sono in questo momento una band senza vincoli e l’unica cosa in cui insistiamo è preservare l’integrità e l’identità dei Moonspell.

I testi di “Hermitage” parlano dell’importanza che ha per l’umanità il prendere le distanze dalle convenzioni della modernità, di isolarsi e riflettere sul mondo che non gira solo intorno a noi. A partire da cosa esattamente abbiamo bisogno di prendere le distanze per non perdere la nostra direzione e la nostra essenza? Per te, l’eremo è l’unica soluzione per vivere meglio nel XXI° secolo?
Grazie alla tecnologia siamo tutti connessi in un modo che non avremmo mai potuto immaginare prima, ma tuttavia stiamo creando più barriere che mai tra noi stessi. È spaventoso quanto l’ego e l’odio abbiano avuto un ruolo così importante nelle nostre vite. Penso che abbiamo perso di vista ciò che conta davvero ed è sempre più difficile mettere le cose in prospettiva. Non sono un profeta, solo un ragazzo preoccupato che pensa che ci sia molto rumore di fondo nelle nostre vite e molto inquinamento visivo attorno a noi, e quindi la nostra percezione delle cose può essere davvero distorta. Quando gli eremiti si isolano, lo fanno con l’unico obiettivo di trovare in se stessi abbastanza pace per purificare il proprio spirito, per poter imparare di più sul proprio ruolo nel mondo e nella vita. E questo serve come metafora per ciò che stiamo cercando di affermare col messaggio di “Hermitage”. La solitudine non è il ritiro romantico che leggiamo sui libri. È una risposta al mondo esterno, a condizioni che non siamo in grado o non siamo disposti a cambiare. Al giorno d’oggi tutto si evolve così velocemente ma in realtà non siamo pronti ad affrontare cambiamenti così rapidi che avvengono ad ogni minuto. Forse dobbiamo rallentare ed essere più consapevoli del modo in cui viviamo, almeno questa è la mia percezione. Stiamo perdendo il nostro senso di umanità ed è importante rendersene conto e cercare di trovare cosa si può fare al riguardo.

Ho amato la produzione di “Hermitage” più che negli album precedenti. Mi sono piaciuti molto i lavori di Jaime Gomez Arellano, specialmente quelli per i Paradise Lost. Li hai sentiti? In che modo il suo lavoro ha contribuito e cosa è cambiato rispetto ad altre produzioni degli album precedenti?
Sì, i Paradise Lost hanno beneficiato molto del contributo di Jaime Gomez. Nelle loro stesse parole affermano che Gomez li ha fatti ritornare di nuovo i Paradise Lost. Non potrei essere più d’accordo. Ho ascoltato molto “Obsidian” e penso che sia un grande album. Quello che abbiamo davvero apprezzato nel lavoro di Gomez è proprio il fatto che predilige l’identità della band e vuole che le band suonino come se si esibissero dal vivo. Al giorno d’oggi tutto sembra così ultra prodotto che gli album tendono a sembrare senz’anima e Gomez vuole chiaramente il contrario. Mi piace dire che invece di un algoritmo, Gomez ci ha dato i battiti del cuore. Gran parte del lavoro era già praticamente fatto e Gomez fondamentalmente ha semplicemente migliorato ciò che era migliorabile nella nostra musica e ha tolto un po’ l’eccesso di suoni che stavamo usando. Il risultato è un album in cui ogni strumento respira e le canzoni ne hanno chiaramente beneficiato.

In effetti grazie alla produzione di Arellano, con “Hermitage” è come se stessi ascoltando la band che suona nella mio camera e mi ricorda alcuni album metal classici. È così solo per me o questo album è davvero più intimo di tutte le uscite dei Moonspell? Intendo non solo per i testi, ma anche per il suono.
Questa era precisamente l’intenzione dietro la scrittura e la produzione dell’album. I Moonspell sono una band composta da individui cresciuti in un’epoca in cui le persone si sedevano per ascoltare un disco. Al giorno d’oggi tutto viene trasmesso in streaming e la musica non riceve l’apprezzamento che merita, quindi stiamo cercando di rivendicarlo. Vogliamo un album che si faccia ascoltare, non superficialmente. Vogliamo darvi tempo per godervi l’esperienza in modo che l’arte possa essere apprezzata appieno. Ricordo quando Gomez ha detto che ciò che è importante è captare dalle registrazioni la sensazione di un’esibizione della band come fosse dal vivo, e in questo riteniamo che abbia pienamente ragione. È molto gratificante sapere che tu e le persone come te potete provare questa sensazione. Almeno per noi significa che abbiamo fatto un buon lavoro.

Ti ringrazio davvero per la vostra musica. I miei brani preferiti di “Hermitage” sono “Common Prayers”, “Hermitage” e “Solitarian”. Puoi per favore commentarli?
“Common Prayers” è una canzone semplice, con groove diretto e un ritornello orecchiabile. Se esistesse un genere denominato “Stadium Goth”, sarebbe sicuramente la categoria a cui appartiene questa canzone. Racconta una storia ispirata all’espolsione del fenomeno delle suore incinte nel XVIII secolo, in Europa e in Portogallo. Le spose di Dio erano, il più delle volte, donne della nobiltà i cui genitori non erano in grado di farle sposare al “momento giusto” e con la “persona giusta” e che rimasero incinte di uomini legati al clero e all’aristocrazia locale. Nelle demolizioni già a metà del XX secolo furono trovate diverse ossa di bambini: i figli abbandonati di Dio e della società. “Hermitage” parla di ricerca della verità nel deserto, l’isolamento personale, la canzone epica che tutti conoscono già e il nostro umile omaggio ai potenti Bathory. Un gran riffing e alcune persone hanno detto che questa potrebbe essere la nuova “Alma Mater”. Non so se son d’accordo con questa affermazione o no, ma sono davvero felice che si sia rivelata una canzone così bella. “Solitarian” melodica, straziante e ipnotica. Un tema per una ricostituzione momentanea, la virgola nella frase. Questo strumentale inizia spegnendoci per un po’, poi ci riporta all’album alla fine del tema. Come chitarrista, oserei dire che forse su questo pezzo ho avuto i migliori suoni di chitarra che abbia mai registrato in tutta la mia carriera.

Si, i suoni e la produzione sono sicuramente uno dei punti di forza dell’album e il risultato delle chitarre è davvero notevole. Vorrei chiederti qualcosa riguardo il nuovo batterista: Hugo Ribeiro come è entrato in contatto con la band e cosa c’è di diverso nel suo lavoro rispetto a quello di Mike Gaspar?
Hugo è un batterista che il nostro tastierista Pedro ha conosciuto un bel po’ di tempo fa ed è stato Pedro stesso che si è preso la responsabilità di trovarci un nuovo batterista dopo che ci siamo separati da Mike. Hugo ha dimostrato di essere il ragazzo giusto, e la prima volta che abbiamo suonato insieme è stato magico. È più giovane di noi ma suona da molto tempo la batteria in gruppi rock/prog/metal portoghesi e registra anche come batterista session per numerose band di fuori. È un ragazzo molto umile ed energico che ci ha portato una boccata di aria fresca ed entusiasmo. Può suonare molti stili diversi e porta ed esplora molte dinamiche nel suo modo di suonare, il che aiuta molto la canzone. Devo dire che quando si è unito alla band, Pedro e io avevamo già scritto tutte le canzoni e programmato le parti di batteria, ma Hugo ha iniziato a lavorare con noi non solo per rendere quelle parti reali, ma anche per renderle molto musicali. Mi piace dire che riesce a far suonare la batteria melodica, invece che solo ritmica. In futuro, non vedo l’ora di iniziare a scrivere con lui da zero, perché questo ragazzo ha molto da offrire. Non c’è una differenza così grande tra i due batteristi, Hugo è un grande fan del genere musicale che proponiamo e per lui è stato molto facile assorbire lo stile di Moonspell. Tuttavia, abbiamo un livello di coerenza che non avevamo mai avuto prima.

È un vero peccato che ora non possiamo ascoltare le nuove canzoni in un vero set dal vivo. Recentemente avete suonato in un live streaming, com’è stata questa esperienza e quale canzoni da “Hermitage” ascolteremo in una set-list dei Moonspell?
Con la pandemia tutto è diventato molto più difficile. Stiamo facendo del nostro meglio per mantenere viva la band e per entrare in contatto con i nostri fan in maniera più profonda. Lo streaming aiuta molto ma non è la stessa cosa. Tuttavia, siamo comunque riusciti a suonare alcuni spettacoli con un pubblico molto limitato, perlomeno c’era un pubblico. Nell’ultimo spettacolo in cui i Moonspell hanno suonato, abbiamo presentato in anteprima “Greater Good” e “Common Prayers”. Queste canzoni rendono molto dal vivo e sicuramente avranno il loro posto nella scaletta. Oltre a questo, alla fine, dovremo fare una release show per “Hermitage” e quindi tutto l’album verrà presentato dal vivo. Per quanto riguarda i tour in futuro, speriamo non richieda troppo tempo, è ancora un po’ prematuro dire quali canzoni verranno suonate perché davvero non lo sappiamo. Questa sarà una decisione presa dopo un paio di prove.

“Apophthegmata” mi ricorda così tanto un sound dei Moonspell che amo… era “Darkness And Hope”, un album straordinario che quest’anno segna il ventesimo anniversario. Quanto è stato importante questo album per il futuro sound dei Moonspell? Hai qualche episodio di cui vuoi parlare riguardo la produzione o il tour di questo album?
In effetti il tempo scorre veloce. È strano rendersi conto che canzoni come “Nocturna” sono state scritte già venti anni fa. Quello che posso dire è che “Darkness and Hope” è un album che è stato registrato in un periodo incerto per noi, ma che ci ha fatto riconquistare molte persone che erano rimaste deluse dai nostri esperimenti sugli album “Sin/Pecado” e “Butterfly Effect”, e che ha apportato una nuova generazione di fan. Era un album registrato in Finlandia e quando eravamo lì, uscivamo molto con i nostri buoni amici di Amorphis e alcuni componenti degli HIM. Credo che sia stato abbastanza terapeutico per noi perché eravamo scettici sul nostro futuro, e quei ragazzi finlandesi ci hanno ricordato l’importanza che i Moonspell hanno sulla scena. Secondo noi, “Darkness and Hope” ha dei momenti molto belli ma non è un album brillante, comunque… era l’album di cui avevamo bisogno per recuperare la fiducia in noi stessi.

Grazie per la bella chiacchierata Ricardo, vuoi aggiungere qualcosa ai fan italiani dei Moonspell?
Grazie mille per questo confronto con te e i tuoi lettori. I tempi sono davvero strani, ma teniamo la testa a galla e speriamo in giorni migliori. Non vediamo l’ora di suonare per voi e torneremo sicuramente in Italia. Nel frattempo, siate resilienti e statemi bene!

Nightfall – Nighttime prey

ENGLISH VERSION BELOW: PLEASE, SCROLL DOWN!

Dopo 11 anni, per i Nightfall è arrivato il momento di rimettersi in gioco con il nuovo album “At Night We Prey” (Season of Mist Records), un’opera molto oscura e personale, che affronta il tema della battaglia di Efthimis Karadimas contro la depressione.

Ciao Efthimis, dopo tutti questi anni sei ancora eccitato prima della data di uscita di un tuo nuovo album?
Penso che questo sia il motivo principale per cui facciamo musica, Giuseppe, l’eccitazione. Sì, lo sono, e spero che sarai anche tu grazie ad “At Night We Prey”, mio ​​amico.

I vostri ultimi due album, “Astron Black and the Thirty Tyrants” e “Cassiopeia”, sono stati accolti con buone recensioni e sono stati molto apprezzati dai fan, sarà lo stesso per “At Night We Prey”?
Lo spero. Abbiamo fatto del nostro meglio per produrre un album heavy, con buona musica e un profondo significato lirico: la depressione. Sono sicuro che hai sentito molto parlare di questa malattia. È stata una pandemia ben prima dell’attuale Covid-19 e, sebbene molti di noi ne soffrano, solo pochi ne parlano apertamente. Con “At Night We Prey” vogliamo affrontare questo problema e ispirare le persone, soprattutto di età più giovane, ad accettarla come una situazione normale, senza paura del rifiuto o paura di essere stigmatizzati dagli altri.

Dopo la pausa del 2013, quando hai sentito che era il momento di tornare con un nuovo album dei Nightfall?
Era giunto il momento di iniziare la quarta stagione della serie chiamata Nightfall. Siamo il tipo di artisti che hanno bisogno di lunghe pause per far crescere l’ispirazione. Se vedi la nostra discografia, noterai che ne abbiamo fatte parecchie. Nel dettaglio delle stagioni: 1 ° negli anni ’90 con i dischi della Holy; 2 ° negli anni 2000 con la Black Lotus; 3 ° negli anni ’10 con la potente Metal Blade; e ora la 4 ° negli anni ’20 con SoM. Immagino che il nostro approccio alla pubblicazione degli album sia più vicino a quello della cinematografia o di Netflix che all’industria musicale.

Dopo due album è finita l’avventura The Slayerking?
Non direi. Dobbiamo ancora fare tante cose congli The Slayerking. Dopo tutto quel gruppo mi ha trascinato fuori dal mucchio di merda che era la mia vita pochi anni fa. E’ stata la mia psicoterapia e grazie ad essi i Nightfall hanno seguito l’esempio. Hai ascoltato “Tetragrammaton”? Sono molto orgoglioso di quell’album.

At Night We Prey” è caratterizzato dal ritorno di Mike Galiatsos, come è stato lavorare di nuovo con il tuo vecchio fratello d’armi?
È sempre bello suonare con dei buoni amici.

Secondo il foglio promozionale, il concept dell’album riguarda la tua battaglia contro la depressione: “At Night We Prey” è il tuo album più introspettivo?
È un argomento molto serio e, poiché è una storia vera e io sono abbastanza maturo per scriverne e cantarne, ne esce forte e solido. In questo senso, suona sicuramente come l’opera più introspettiva di tutte. Ho saputo della mia situazione non molto tempo fa e la decisione di uscire allo scoperto e parlarne apertamente è stata immediata. Non ci ho pensato molto. Mi sono detto, avrei dovuto prestare maggiore attenzione ai segni in questi anni, e agire molto prima, anni fa, e non soffrire come ho fatto, senza conoscerne il motivo. Questo è il messaggio di questo album attraverso il mio paradigma: apriti, parlane, accetta la situazione e chiedi assistenza medica. Non cadere nella trappola di “Sto bene, mi sono solo sentito un po’ giù ma ora sto bene” per paura di essere stigmatizzato dagli altri. Le generazioni precedenti avevano un approccio molto stupido alla depressione: uno è normale o pazzo, pazzo, pazzo. Non c’è niente in mezzo. Questo stereotipo ha fatto soffrire molte persone nell’ombra. Questo deve finire adesso! Dobbiamo fermarlo.

In “At Night We Prey” c’è un feeling di vecchi Nightfall, come un ritorno alle radici del tuo sound: sei d’accordo?
Sono molto confuso su quali siano le nostre radici e dove stanno andando. Penso che ci evolviamo come band ogni volta e, a volt,e le cose che stiamo facendo ricordano situazioni precedenti. Ma siamo sempre in movimento. Il movimento è fondamentale nella nostra arte. Le radici sono per gli alberi. Le persone sono fatte per andare sempre avanti, e questo è ciò che rende l’arte e la vita eccitanti.

Non solo il prossimo album, la vostra nuova etichetta, la Season of Mist, ha ristampato gli album che erano stati prodotti dalla Holy Records negli anni ’90. Cosa ne pensi di “Holy Nightfall – The Black Leather Cult Years”?
È stupefacente. Questi album della prima stagione dei Nightfall meritavano di essere ristampati. La gente continuava a chiedermelo ed è molto bello che finalmente sia successo. Sono riuscito a non rimasterizzarli, per preservare il suono originale degli anni ’90. La SoM mi ha mandato le copie del nostro LP pochi giorni fa, e devo dire che il suono è molto buono. Sai, la maggior parte di loro non è mai uscita su vinile. Quindi, è davvero una cosa importante sta accadendo. Ho appena ascoltato “Diva Futura” su vinile e suona completamente diverso dalla versione che si sente su cd, o peggio ancora su mp3. La sua produzione è fantastica e ci chiediamo quanto siamo stati capaci e fortunati in quel momento, creando un simile mostro. Tanti anni fa, e ora finalmente suona come dovrebbe. Devi assolutamente sentirli.

Nel prossimo tour suonerete più canzoni dalle vostre prime uscite?
Sì, ne abbiamo già provati due dal vivo in studio, per mostrare alle persone quanto suonano bene. Li hai guardati? “Ishtar” e “As Your God is Failing Once Again”. Fatemi sapere cosa ne pensate.

Forse per la prima volta, Nightfall, Rotting Christ e Septicflesh sono sotto la stessa etichetta, ci sarà un’opportunità di fare un tour insieme?
Un tour del genere sarebbe davvero fantastico. The Greek Holy Trinity in tour, una bella idea, ma tutto dipende dai tour booking: sono loro che organizzano tutto.

After 11 years, for Nightfall is the time to get back in the game with the new album “At Night We Prey” (Season of Mist Records), a very dark and personal effort, tackling the topic of Efthimis Karadimas’s battle with depression.

Hi Efthimis, after all these years are you still excited before the release date of your new album?
I think this is the main reason we do music these days Giuseppe, excitement. Yes, I am, and I hope you will too be with “At Night We Prey”, my friend.

Your last two albums, “Astron Black and the Thirty Tyrants” and “Cassiopeia”, were welcomed with good reviews and were loved by your fans, will be the same for “At Night We Prey”?
I hope so. We did our best to produce a heavy album, with good music and a huge meaning lyric-wise; depression. I am sure you’ve heard a lot about this disease. It’s been a pandemic well before current Covid-19, and though many of us suffer from it, only few openly talk about it. With At Night We Prey we want to address that problem and inspire people, especially of younger age, to accept it as a normal situation, without fear of rejection or fear of getting stigmatized by others. Befriend it.

After the hiatus dated 2013, when did you feel that was the moment to get back with a new album by Nightfall?
It was about time to start the 4th season of the series named Nightfall J We are the type of artists that need long pauses to let inspiration grow in. If you see our discography, you will notice we have done that quite a lot. We come out in seasons: 1st in the 90s with Holy records; 2nd in the 00s with Black Lotus; 3rd in the 10s with mighty Metal Blade; and now the 4th in the 20s with SoM. I guess our approach to releasing albums is closer to cinematography or Netflix than to music industry.

After two albums is the adventure The Slayerking ended?
No way. We still have to do things with The Slayerking. After all that band dragged me out of a pile of shit my life was into few years back. It was my psychotherapy and thanks to it, Nightfall followed suit. Did you listen to the Tetragrammaton? I am so proud of that album.

At Night We Prey is characterized by the return of Mike Galiatsos, how was to work again with your old brother in arms?
It’s always nice playing with good friends.

In according with promo sheet, the album topic is about your battle with depression: is “At Night We Prey” your most introspective album?
It is a very serious subject and because it is a true story and I am mature enough to write and sing about it, it comes out loud, and solid. In that sense, it surely sounds like the most well-presented introspective of them all. I learnt about my situation not much time ago, and the decision to come out and speak about it openly was instant. I did not think of it that much. I said to myself, I should have paid better attention to the signs all those years, and take action much earlier, years ago, and not suffering the way I did, without knowing the reason. This is the message in this album via my paradigm: open up, speak about it, accept the situation and ask medical assistance. Don’t fall into the trap of “I am ok, I just felt a bit down but now I am ok” out of fear of being stigmatized by others. Previous generations had a very stupid approach to depression: one is either normal or madman, crazy, lunatic. There’s nothing in between. That stereotype caused many people suffering in the shadows. This must stop now! We must stop it.

In the “At Night We Prey” there’s an old Nightfall feeling, like a back to roots of your sound: are you agree?
I am so confused about what our roots are and where they are going J I think we evolve as a band every time and sometimes the things we are passing through remind of previous situations. But we always are in motion. Moving is fundamental in our art. Roots are for the trees. People is good to move on all the time, and that is what makes art and life exciting, if you asked me.

Not only the next album, your new label, Season of Mist, re-realesed the band’s original albums that were produced by Holy Records back in the 90s. What do you think about “Holy Nightfall – The Black Leather Cult Years”?
It is amazing. These albums from the 1st season of Nightfall had to be reissued. People kept on asking me and it is so cool it finally happened. I managed not to remaster them, in order to preserve the original sound of the 90s. SoM sent me our LP copies few days ago, and I must say their sound is sooo good. You know that, most of them never got out on vinyl at all. So, it’s a big thing happening to us really. I just listened to the “Diva Futura” on vinyl and it totally sounds different to the album one can hear on cd, or even worse on mp3s. Its production is massive and one wonders how capable and lucky we were at that time, creating such a monster. So many years ago, and now finally it sounds as it should. You definitely oughta check them out.

In the next tour will you play more songs form your first releases?
Yes, we already did two of them live in the studio, to show people how good they sound. Have you watched them? “Ishtar” and “As Your God is Failing Once Again”. Let me know what you think.

Maybe for the first time, Nightfall, Rotting Christ and Septicflesh are under the same label, there will be an opportunity of tour together?
A tour like that would be really cool. The Greek Holy Trinity on the road. That’s a nice idea.  It all depends on the tour agencies. They arrange everything.

Mork – The black cathedral

ENGLISH VERSION BELOW: PLEASE, SCROLL DOWN!

Dopo l’EP “Pesta” del 2020, il gruppo norvegese Mork è tornato con un full length di puro black metal, “Katedralen” (Peaceville Records).

Benvenuto Thomas, dal 5 marzo uscirà il vostro nuovo album “Katedralen”: dopo quattro full-length e tre Ep, è stato relativamente facile ritrovare quell’ispirazione o è stato un lavoro difficile da realizzare?
Il quinto album il quinto giorno di marzo. No, fortunatamente non è mai stato difficile per me creare all’interno dei Mork. C’è una fonte apparentemente improsciugabile dentro di me, davvero. Con il passare degli anni ho iniziato a evitare regole e aspettative specifiche che vengono imposte automaticamente dal black metal. Seguo semplicemente il mio cuore e il flusso che arriva quando sono nel regno della creatività.

Alcune canzoni incluse in “Katedralen” sono state scritte originariamente per l’EP “Pesta”? Assolutamente no. La canzone “Pesta” è stata creata dopo il completamento di “Katedralen”. L’EP è stato un’uscita indipendente che io e la Peaceville abbiamo voluto in attesa del nuovo album.

La risposta della critica a “Det svarte juv” è stata molto positiva, questo ti ha creato ulteriori pressione quando è arrivato il momento di scrivere “Katedralen”?
Non posso rispondere di sì, perché durante la creazione dell’album precedente, ho fatto quello che ho spiegato prima: ho seguito le mie regole. Quando ho capito che quella era la mia strada, fondamentalmente ho fatto lo stesso se non di più su “Katedralen”. Mi piace al 100% quello in cui credo. Anche se il black metal è un genere estremamente severo e schizzinoso.

La “Katedralen” è un luogo reale o solo un simbolo?
È quello che vuoi che sia. Per me era la visione di un luogo da sogno nell’aldilà. Non in senso positivo. Una struttura oscura e massiccia che tiene le anime perse in un’eterna prigionia.

È l’album più introspettivo della tua carriera?
Difficile rispondere, poiché tutti gli album sono così. Ma è un’estratto dalla mia anima, per così dire, di sicuro.

L’album include anche le apparizioni come ospiti di Nocturno Culto dei tuoi compagni di etichetta Darkthrone, Dolk dei connazionali Kampfar ed Eero Pöyry dei maestri del doom Skepticism. Come nascono queste collaborazioni?
Penso che sia una cosa interessante avere dei fratelli della scena black metal con noi nelle nostre usicte. Io e Nocturno abbiamo già lavorato insieme in passato, per questo abbiamo costruito un’amicizia solida negli ultimi anni. Quindi, averlo nell’album è stato una cosa molto semplice e una buona scusa per stare insieme e fare festa. Il suo contributo è fantastico, una leggenda assoluta. Conosco Dolk da un po’ di tempo, quindi vale lo steso discorso fatto per Nocturno. Devo dire che c’era magia nell’aria quando abbiamo registrato le sue parti. Ha trovato un ottimo feeling con i miei testi e ha reso grande immediatamente la sua performance. Eero mi ha dato la sensazione di aver raggiunto una sorta di quadratura completa del cerchio. Ho scoperto gli Skepticism molto tempo fa, nello stesso periodo in cui ho trovato la mia strada nel black metal. Quella band mi ha dato una sensazione forte che non ha mai lasciato il mio corpo. Quindi, quando mi sono reso conto che la mia traccia era orientata verso il funeral doom, ho dovuto rintracciarlo. Per fortuna ci sono riuscito e lui ha accettato. Ora ho l’organo a canne dal maestro del funeral doom ad impreziosire i dettagli di un mio album. Non dire più niente. Il resto è storia.

Sei un fan del funeral doom metal? E questo stile ha influenzato la musica di Mork?
Immagino di non essere un esperto in quanto tale, dato che non ho mai approfondito il genere. Ma sono un fan degli Skepticism. Ricordo che quando ho ascoltato “Sign of a storm” dall’album di debutto, mi ha dato una forte sensazione di vuoto e disperazione. Penso che potrebbe essere stata una delle reazioni più forti che abbia mai avuto dalla musica.

L’ultima canzone dell’album è “De Fortapte Sjelers Katedral”, probabilmente la traccia più lunga del tuo repertorio, potrebbe rappresebtare l’evoluzione del sound di Mork?
Quella canzone è in realtà un vecchio concept su cui mi sono dilettato molti anni fa. All’epoca doveva essere un concept EP. Quindi, quando negli ultimi tempi ho deciso di riprendere l’idea, volevo che fosse un po’ speciale. Non sono un fan delle canzoni lunghe in generale, quindi questa è probabilmente una delle poche eccezioni. È sicuramente un vero e proprio finale per un album. Sono molto soddisfatto di come è andata a finire.

Avete annunciato che promuoverete la nuova uscita con degli spettacoli dal vivo che includono un release show a Oslo e la partecipazione al Wacken Festival 2021. Preferisci gli show da headliner o i grandi festival?
Noi Mork come band dal vivo gradiamo entrambi. Ci piace tanto portare la musica sui palchi grandi e piccoli. In realtà abbiamo suonato alcuni spettacoli dal vivo durante il Covid, ma solo in Norvegia. Ci manca molto viaggiare. Speriamo di poterlo fare prima o poi.

Following on the 2020 “Pesta” EP, Norwegian act Mork is back with a full length of pure black metal, “Katedralen” (Peaceville Records).

Welcome Thomas, from the 5th March your new album “Katedralen” will be out: after four full-lengths and three Eps, was it relatively easy to find that inspiration again or was this a difficult album to make?
Fifth album on the flfth day of March, yes. No, luckily it is never hard for me to create within Mork. There is an seemingly undrainable source inside me for that. No, but really. As the years passed I have begun to avoid specific rules and expectations that automatically comes with Black Metal. I simply follow my heart and the flow that comes when in the creative realm.

Some songs included in “Katedralen” was originally written for “Pesta” EP?
None at all. The “Pesta” song was created after the completion of “Katedralen”. The EP was a spontaneous release that myself and Peaceville got out there while waiting for the new album.

The critical response to “Det svarte juv” was very positive, did that create extra pressure when it came to creating “Katedralen”?
I can’t say it did. Because when creating the previous album, I did what I mentioned; followed my own rules. When I understood that that is my way, I basically did the same if not even more so on “Katedralen”. I am 100% into doing what I believe in. Even though Black Metal is a extreme strict and picky genre.

The “Katedralen” is real place or just a symbol?
It is what you want it to be. To me it was a vision of a dreamlike place in the afterlife. Not in a good way. A dark and massive structure that holds lost souls in eternal captivity.

Is the most introspective album of your career?
Hard to answer, as all the albums are as such. But it is extracted from my soul, so to speak, for sure.

The album also notably includes guest appearances from Nocturno Culto of your labelmates Darkthrone, Dolk of fellow countrymen Kampfarand Eero Pöyry of doom masters Skepticism. How are born these collaborations?
I think it’s a cool thing to have Black Metal brothers included in such things. Nocturno and myself have worked together before as well, as well as built a friendship over the last years. So, having him in the album was a very relaxed deal, and a good excuse to get together and have party. His contribution is great, what a absolute legend. I have known Dolk for a while too, so the same deal there as with Nocturno. I have to say there was magic in the air when we recorded his parts. He came up with a excellent response to my lyrics and nailed the performance. Eero gave me the gift of having a sort of complete circle feeling. As I discovered Skepticism way back at the same time of finding my way into Black Metal. That band gave me strong feel that has never left my body. So when realizing that my track was leaning towards Funeral Doom, I had to track him down. Luckily I succeeded and he obliged. Now I have got pipe organs from the master of Funeral Doom himself as a closer on my album. Say no more. The rest is history.

Are you a funeral doom metal fan? And how this style did influenced Mork music?
I guess I’m not a fun as such, as I have never digged deep into the genre and found more bands. But I am a fan of Skepticism. I remember listening to “Sign of a storm” from the debut album, that gave me a strong feeling of emptiness and hopelessness. I think that might have been one of the strongest reactions I’ve ever had from music.

The last song on the album is “De Fortapte Sjelers Katedral”, probably the longest song in your repertoire, could be the evolution of the Mork sound?
That song is actually an old concept that I dabbled with many years ago. It was supposed to be a concept EP back then. So, when I in recent times decided to bring the idea back, I wanted it to be a bit special. I am not a fan of long songs in general, so this is probably one of the few exceptions. It is a proper finale of the album, for sure. I am very pleased with how this turned out.

You have announced you will be supporting the new release with live shows which includes an album launch show in Oslo and Wacken Festival 2021. Do you prefer headline shows or great festivals?
Mork as a live-band takes both. We truly enjoy bringing the music to the stages both big and small. We have actually been playing some live shows during covid, but only in Norway. We really miss traveling. Hopefully we will be able to sooner than later.

LuZi – Fulminè

Scavando qualcosa di buono e atipico lo si trova sempre, basta non lasciarsi prendere dalla pigrizia o farsi condizionare dai consigli degli algoritmi di turno. Tanto scarna quanto ricca, la musica contenuta in “Fulminè” (Retro Vox Records), il nuovo EP di LuZi, potrebbe essere quello che state cercando se amate le commistioni più audaci tra i generi che, però, non tralasciano un certo attaccamento alle radici popolari.

Ciao LuZi, tra il disco d’esordio e il nuovo EP “Fulminè” è passato relativamente poco tempo. La nuova opera l’hai registrata durante il lockdown nella tua camera da letto, possiamo definirlo più un raptus creativo o una valvola di sfogo?
Ciao Giuseppe, i pezzi di “Fuminè” erano stati composti, in una versione più rudimentale, insieme ai brani del primo Lp del 2019. Non li avevo inclusi in quel disco perché sentivo che avevano una vibrazione diversa dagli altri, che necessitavano quindi di un lavoro a parte. Così la scorsa primavera sono tornato a lavorarci, terminandone gli arrangiamenti e registrandoli nella loro forma definitiva. Quindi possiamo dire che è stata una valvola di sfogo e non un raptus creativo. In quei giorni (ma anche in questi) mettere la testa da qualche parte è stato fondamentale per non perderla.

Quando ti sei reso conto che stava venendo fuori un lavoro pubblicabile e non semplicemente una manciata di brani?
Avevo in mente da subito di farne un Ep, anche se non sapevo ancora se utilizzare tutti e quattro i brani o se al contrario aggiungerne eventualmente altri. Ho valutato anche una proposta di split-album ricevuta da una band americana. A Natale poi ho avuto l’illuminazione: ho capito che “Fulminè” era già pronto così com’era. Quindi, di conseguenza, per l’Epifania è uscito.

Presenti un suono ricco di sfaccettature e variazioni, non temi che il ricorso a una produzione volutamente lo-fi possa far perdere all’ascoltatore la ricchezza della tua proposta?
L’approccio lo-fi è funzionale proprio a creare l’amalgama necessaria tra le varie influenze che si trovano nelle composizioni di LuZi. È un aspetto fondamentale del sound, che in primo luogo deve creare un atmosfera. Da questa atmosfera affiorano poi ritmiche e melodie.

Le note promozionali che accompagnano il disco parlano di una virata su atmosfere più post-metal\post-rock e trip hop, ti ritrovi in questa descrizione della tua nuova musica data dalla Retro Vox Records?
Si, credo sia ciò che è avvenuto. Proprio le atmosfere di cui parlavo prima sono diventate più “aperte”, grazie a melodie un po’ più “luminose” rispetto alla cupezza che contraddistingue il primo album. Anche le dissonanze – che caratterizzano buona parte del sound di LuZi – sono intese adesso più in senso drammatico che non orrorifico. La base ritmica poi ha preso tanto da un certo tipo di elettronica, anche se eseguita da una batteria vera. Ho provato a fare in modo che i brani fossero in qualche modo anche “ballabili”, cercando un punto d’incontro tra le ritmiche punk e l’attitudine dell’elettronica da ballo.

In passato ti sei interessato alle leggende popolari della zona tra Parma e Piacenza, per questo album hai scelto un approccio lirico più intimistico e autobiografico. Nonostante tutto, hai scelto di continuare a cantare nel tuo dialetto: credi che questo idioma riesca ad esprimere meglio la parte più profonda del tuo Io rispetto all’italiano?
Il rapporto col dialetto è un rapporto viscerale. Era la lingua dei miei nonni e affianca l’italiano per i miei genitori. Naturalmente la mia generazione parla l’italiano, ma quando esprimiamo un emozione forte e improvvisa, specialmente se negativa, ecco che esce il dialetto. Ha una forza profonda e ancestrale, liberatoria, anche se i più sembrano non notarlo e continuano ad accostarlo solo a barzellette o alle imprecazioni degli anziani, appunto.

Che origini ha il dialetto parmigiano?
Il dialetto Parmigiano è una lingua gallo-romanza ed è una delle varianti del dialetto Emiliano-Romagnolo, riconosciuto come lingua a parte rispetto all’Italiano e tutelato dall’Unesco. Anche se ha molte caratteristiche proprie, in soldoni ricorda il francese. D’altra parte il nostro territorio ha da sempre molte influenze d’oltralpe: erano qui i Galli poi colonizzati dai Romani; nel Settecento il Ducato è stato retto dai Borbone e in seguito Napoleone lo ha annesso direttamente alla Francia. Queste influenze culturali sono oggi ancora visibili e udibili: la maggior parte dei miei concittadini presenta infatti ancora oggi la tipica erre moscia.

Particolare la scelta della copertina, mi spiegheresti il significato dell’immagine?
Si tratta di una ricontestualizzazione semantica. È il monumento a Filippo Corridoni, martire della prima guerra mondiale, rappresentato nel momento in cui viene colpito a morte sul campo di battaglia. Il corpo ha una torsione in avanti del bacino, le braccia si allargano ai lati e le dita delle mani si raggrinzano terribilmente. La figura è come trafitta. Nella foto di copertina vediamo un sole che fa capolino tra le nuvole alle sue spalle, suggerendo quasi che sia proprio un suo raggio, o un fulmine da una nuvola, a trafiggerlo. “Fulminato” appunto, “Fulminè” in dialetto. Prescindendo quindi completamente dal significato originale, per me rappresenta in qualche modo il dolore “buono” attraverso cui si può giungere all’illuminazione, alla conoscenza, alla consapevolezza. È la rappresentazione visiva del concept di tutto l’Ep, in particolare del pezzo “Fulminè”.

Formalmente i LuZi sono una one-man band, ma nel disco compare al tuo fianco Kyoo Nam Rossi, questa scelta nasce dalla tua volontà di avere un vero batterista con te o dal non sentirti in grado di garantire dietro le pelli una performance di pari livello rispetto a quella avuta con gli altri strumenti?
Per la pre-produzione dei miei brani utilizzo campioni di batteria che mi preparo da solo modificando in modo certosino registrazioni (spesso amatoriali) trovate in rete qua e là. Non sarei in grado di eseguirle poi dietro le pelli. Kyoo Nam Rossi è un mio amico di vecchia data e si è reso disponibile alle registrazioni sia del disco d’esordio che di questo Ep. È un grande professionista che ha seguito innumerevoli produzioni e calcato i palcoscenici di tutta Europa con svariate band del sottobosco metal, nonché membro dei Forgotten Tomb. È stato un piacere lavorare con lui.

Pensi che un giorno porterai il tuo materiale dal vivo affidandoti a una vera band?
Nell’autunno del 2019 mi sono esibito un paio di volte dal vivo con una formazione a tre, grazie a Valentina e Filippo, una coppia di amici polistrumentisti di Perugia. Abbiamo aperto a Parma per i Ronin (in cui militano membri di Bologna Violenta, Gang e Ovo) e a Perugia al Secret Folk Fest, di cui abbiamo curato l’organizzazione. Quindi, quando la situazione generale lo permetterà, non è escluso che LuZi possa di nuovo prendere forma per esibizioni live.

Aborym – Orizzonti ostili

Gli Aborym continuano il loro percorso verso una metà che probabilmente non conoscono neanche loro. “Hostile” (Dead Seed Productions) è l’ennesima tappa spiazzante ed alienata, un crudo manifesto di ostilità. Ne abbiamo discusso con Fabban e Kata.

Ciao ragazzi, benvenuti su Il Raglio del Mulo. Fabban, direi di iniziare dall’involucro, la copertina su cui campeggia lo scheletro di un pesce. L’immagine mi ha suggerito due idee. Parto con la prima: il pesce è uno dei simboli della cristianità, rappresenta lo stesso Gesù, il fatto che appaia scarnificato nella vostra cover è un caso? La seconda considerazione è di stampo geografico, come te sono pugliese. Il pesce spolpato potrebbe anche farmi pensare al mare di Taranto e all’Ilva. Quanto l’essere cresciuto sotto l’ombra nefasta del mostro siderurgico ha influenzato il sound passato e presente degli Aborym?
Fab: Molto interessanti le tue visioni ma la scelta di questa copertina ha un altro tipo di approccio. Si tratta dello scheletro di un pesce, qualcosa che normalmente la gente non associa ad concetto di “ostilità”. In questo caso si tratta dello scheletro di uno di quei pesci tropicali come i Monocirrhus o i Piranha, creature che si nutrono di pesci preferibilmente vivi, ma in alcuni casi anche di pesci morti. Mi piaceva la metafora così ho proposto questa idea… Il mondo è pieno di gente psicolabile pronta a “divorare” qualcuno e non parlo solo di nemici. In questo preciso momento storico mi viene in mente quella gran testa di cazzo di Donald Trump. Riguardo Taranto e l’Ilva.. Ho vissuto lì fino al 1996, prima dell’avvento di internet e dei cellulari, e in quegli anni l’Ilva dava da mangiare a me, a mio fratello e alla mia famiglia. Mio padre ha lavorato lì dentro per 30 anni e all’epoca per me rappresentava stabilità, mi permetteva di crescere e di ambientarmi in quella che era la mia vita di tutti i giorni. La mia è stata una famiglia normale, niente lussi ma si andava avanti attraverso il lavoro e l’Ilva dava da vivere non solo a noi, ma a gran parte della città. Quella fabbrica era il bene e il male al tempo stesso e negli anni 70 sfornava il 41% della produzione totale di Italsider, percentuale che nel 1980 raggiunse il 79% del totale e, se da un lato rappresentava la vita per la città di Taranto, negli anni a seguire si trasformò in una delle più letali macchine inquinanti e mortali. La gente iniziò ad ammalarsi, molti bambini nascevano con tumori, molti altri di tumori ci morivano e tutto questo perché il denaro e la corruzione hanno preso il sopravvento in un ambiente, quello di Taranto, di per sé fisiologicamente devastato da povertà e criminalità. Il resto è storia recente. Ho perso diversi amici e conoscenti a causa della merda che fuoriesce da quella fabbrica e di fatto ha influenzato la musica di Aborym. Innegabile.

Voglio soffermarmi un attimo sulla vostra evoluzione: se una persona che non conosce il vostro percorso artistico prendesse il vostro esordio ed “Hostile” e li ascoltasse di seguito, probabilmente avrebbe difficoltà a riconoscere in quei lavori la stessa band. Ma secondo voi qual è il filo conduttore, l’elemento sempre presente nei vostri dischi al di là delle sonorità contenute?
Fab: Il cambiamento, la mutazione, la trasformazione, soprattutto in campo musicale è sempre stato qualcosa che di solito mi permette di affezionarmi ad una band, potrei citarne decine. Sono irrimediabilmente affascinato da musicisti che nel corso della loro carriera cambiano pelle e maturano. Anche quando Aborym era una band extreme metal, disco dopo disco ha sempre compiuto una muta, come i serpenti. Questa attitudine è sempre stata una sorta di marchio di fabbrica e tutti i musicisti con cui ho lavorato in passato e quelli che ora fanno parte di questa band sono perfettamente allineati e hanno assorbito questo DNA. Suonare e fare musica per me non è mai stato e non è un lavoro. Non ho mai ricevuto diktat dai discografici, non sono mai sceso a compromessi con nessuno e non ho mai assecondato ciò che i fan chiedono… Non ho mai suonato musica per far contenti gli altri. Suono perché mi fa bene. Come fosse un medicinale o un antibiotico. Nel caso di Aborym poi la cosa è particolarmente divertente perché quando si suonava extreme metal alcuni ci accusavano di essere troppo sperimentali e poco “true” come spesso dicono questi intellettuali da sabato pomeriggio; nel momento in cui la mutazione si è calcificata hanno iniziato a blaterare accusandoci di non essere più una band extreme metal… E la cosa ancora più divertente per me è che attribuisco a tutto questo un valore zero assoluto perché faccio esattamente quello che mi va di fare, faccio esattamente quello che mi fa bene fare, con chi decido di farlo. La gente può adeguarsi o ascoltare altro, per me non cambia nulla. E i nostri fans sono abituati a tutto questo. Quando poi trovi una stabilità e un equilibrio con gli altri della band questo non fa che rendere tutto questo ancora più granitico. Per rispondere alla tua domanda… credo che la risposta più logica che possa darti sia DNA. Negli anni è l’unica cosa che non è mai cambiata in questa band. E il DNA di Aborym è mutazione, è trasformazione. Sempre. Da sempre.
Kata: Sicuramente la ricerca e la contaminazione. Facendo come hai detto tu l’ascolto in sequenza noterai che in entrambi i casi non c’è nulla di troppo “classico” nel nostro sound, dopo qualche minuto succede sempre qualcosa che non ti aspetteresti mai, che sia un suono, un arrangiamento o un’idea bizzarra. Non ci piace ragionare a cliché ne componiamo pensando di dover compiacere qualcuno. Ci interessa fare musica per raccontare qualcosa di vero che duri nel tempo e che se anche lo riascolterai tra 20 anni lo troverai sempre fresco ed attuale… ecco questo penso sia il reale filo conduttore.

Oggi vi sentite più liberi di esprimervi rispetto al passato? Con libertà mi riferisco più che altro a una maggiore padronanza dei vostri mezzi, un più semplice passaggio da idea ad azione: maggiore facilità di tradurre in note le idee.
Kata: Con l’età e l’esperienza si matura per forza di cose. Ne passi di cotte e di crude e hai a che fare con tanta gente diversa che, nel bene e nel male, ti lascerà sempre qualcosa. La libertà credo sia stata una caratteristica costante in Aborym sia a livello espressivo che come capacità e padronanza dei propri mezzi. A noi tutti piace non stare mai con le mani in mano, componiamo in continuazione, collaboriamo con amici e colleghi e studiamo sempre nuove soluzioni. Impariamo ad utilizzare nuove macchine, studiamo i nostri strumenti a fondo e cerchiamo di tenere sempre alta l’asticella.
Fab: Con il passare del tempo e maturando come uomo prima che come musicista, ho accumulato know-how, ho in qualche modo preso coscienza su ciò che realmente mi interessa fare con e attraverso gli strumenti musicali, ho accumulato tempo dedicato alla conoscenza degli stessi strumenti attraverso studio, applicazione, esercizio, ricerca… Conoscere al meglio il proprio strumento è fondamentale se vuoi fare musica a certi livelli. E da quello che sento in giro musicisti bravi sono sempre meno, tendono a scomparire. Oggi basta conciarsi da pagliaccio per ottenere consens e alla fine tutta questa merda finirà dimenticata. Negli ultimi anni ho investito molti soldi in strumentazione e di riflesso ho dedicato molto tempo a tutti questi strumenti, funzionali a ciò che voglio fare in musica. Parlo di sintetizzatori, moduli, plug-in, software… Quando iniziai ad avvicinarmi alla musica sperimentale avevo un vecchio Mac, un Pc, un FT2 (fast tracker), un piccolo Tascam multitraccia su tape con 4 canali e un JV30 della Roland disastrato e nonostante tutto sono riuscito a tirare fuori musica. Oggi ho il mio studio/rehearsal room di Aborym, ho una strumentazione che può permettermi soluzioni infinite e di conseguenza riesco ad ottimizzare i tempi e ad avere maggiore libertà. Gli altri della band sono come me in questo. Siamo quattro nerd del cazzo da questo punto di vista.

A livello ideologico è cambiato qualcosa? A cosa siete ostili e come si dimostra la propria ostilità nel 2021?
Kata: Non credo sia cambiato qualcosa, semplicemente a 40 anni non ti esprimi più a livello “ormonale” come quando ne avevi 20. Hai più consapevolezza e affronti le cose con una maturità maggiore. Di fondo però rimaniamo ostili a tutto ciò che è prevaricazione, violazione dei propri diritti, ignoranza e chi più ne ha più ne metta. Per quanto riguarda il dimostrarlo credo semplicemente avere il coraggio di sputare un severo “NO” all’omologazione dei contenuti, essere se stessi e fottersene del compiacimento altrui a tutti i costi.
Fab: Non voglio dimostrarmi ostile nei confronti di qualcuno o di qualcosa a tutti i costi. Rispetto a quando avevo 20 anni ovviamente ho imparato a capire cosa per me è giusto e cosa è sbagliato, ho imparato a dare importanza a persone (poche) che la meritano e a toglierla a persone ingombranti, a selezionare le mie amicizie e le persone con cui lavorare. Sopra ogni cosa ho imparato a non aver paura di cambiare, perché di cazzate in passato ne ho fatte molte e di cazzate ne ho dette tantissime, l’importante è prendere coscienza e rendersi malleabili. Ho la mia famiglia e i ragazzi della band, cerco di non creare problemi a nessuno e faccio in modo che gli altri non ne creino a me, non giudico ed esigo di non essere giudicato e sono distante anni luce da tutto ciò che gravita all’esterno. Non sono un misantropo del cazzo, piuttosto mi faccio gli affari miei e non ho bisogno di essere ostile a tutti i costi. L’ostilità spesso risiede nel mondo li fuori e nella gente.

Fabban, parlando del nuovo singolo, “Horizon Ignited” hai detto: “La memoria di Dio rende possibile una riconsiderazione di Dio che evita l’alternativa diffusa, ma fuorviante, tra la ‘morte di Dio’ da un lato e il suo presunto ‘ritorno’ dall’altro”. Tu a che riconsiderazione alternativa di Dio sei arrivato?
Fab: Dio semplicemente non esiste e qualora esistesse mi piacerebbe conoscerlo e scambiarci due chiacchiere. Detto ciò non ho nulla nei confronti di chi crede in qualcosa, semplicemente credo esistano religioni che fondano la propria essenza e i propri criteri sulla paura dell’ignoto e della morte. E per quanto la morte sia qualcosa che mi terrorizza, e non tanto la mia ma quella che riguarda le persone a cui voglio bene, non riesco a trovare nessun beneficio nel sedare tutto questo attraverso un credo. Se poi la religione diventa una sorta di partito politico la cosa non solo mi turba ma mi fa profondamente schifo.

Fabban, hai anche detto che dopo otto album per voi era importante ritrovare il divertimento: vorrei sapere se ci siete riusciti a ritrovarlo e più o meno a che punto della vostra carriera lo avete perso, se lo avete mai perso…
Kata: Il divertimento è sempre alla base di tutto, altrimenti non faremmo più musica, non lo abbiamo mai veramente perso. Semplicemente ci sono alti e bassi, come è normale che sia… per “Hostile” però è stato tutto nuovo e diverso. Finalmente una line up stabile, una vera band che lavorava in sinergia tutta insieme e non un solo uomo al comando. Il risultato credo parli da solo.

Ai vostri esordi qual era il sentimento dominante? Da ascoltare direi la rabbia, se non l’odio…
Fab: Tutte cazzate. All’inizio sentivo il bisogno di far parte di qualcosa e questo senso di appartenenza, vista anche l’età, spesso proiettava a fare cazzate, ti spingeva a voler diventare una sorta di personaggio, a creare un tuo seguìto e a commettere tanti errori di valutazione. Sentivo di essere malato e mi piaceva essere malato e tutto ciò che mi gravitava intorno non aiutava, anzi, amplificava tutta questa merda. Ma poi si cresce, si cambia, ci si migliora.

Quale è stata la vostra reazione quando hai sentito per la prima volta la versione definitiva di “Hostile”?
Kata: Un grosso, enorme sorriso stampato sulla faccia.
Fab: Ogni volta che ascolto il master finale di un nuovo disco seguo una sorta di rituale: apro una bottiglia di un rosso, di solito un Barolo o un primitivo, mando in play e accendo la tv iniziando a fare zapping sui canali. Ascolto il disco e associo la musica a ciò che vedo in tv, e fumo erba.

Dread Sovereign – Alchemical warfare

ENGLISH VERSION BELOW: PLEASE, SCROLL DOWN!

I Dread Sovereign sono stati fondati a Dublino, in Irlanda, circa dieci anni fa dal cantante dei Primordial, Nemtheanga, per rendere tributo alla vecchie scuola doom, black ed heavy metal! È uscito da poco il nuovo album della band, il primo sotto Metal Blade, “Alchemical Warfare”, per ciò abbiamo deciso di fare una chiacchierata con il leader di questa oscura creatura.

Ciao Nemtheanga, “Alchemical Warfare” è un buon modo per iniziare il 2021 e dimenticare l’orribile 2020, ma durante la sessione di songwriting sei stato influenzato dalla pandemia?
Nah, abbiamo scritto e registrato l’album nel 2019 prima di questo casino, quindi l’album non ha nulla a che fare con l’emergenza. Il 2020 è stato davvero un anno da dimenticare, ma non parlare troppo presto, il 2021 potrebbe benissimo andare peggio: dobbiamo aspettare e vedere.

Questo è il tuo primo album per la Metal Blade, ti sei sentito sotto pressione durante la scrittura delle canzoni?
No per niente. La Van Records è fantastica e sono molto affezionato a loro, ma il nuovo album è più straight up metal, aveva più senso stare con Metal Blade. Niente di grave, sono entrambe fantastiche in modi diversi. Nessuna pressione, faccio sempre la stessa cosa.

Il titolo “Alchemical Warfare” mi fa pensare a qualcosa tipo guerra tra le aziende farmaceutiche per il vaccino e il suo business. Qual è il vero significato?
Ah no, l’alchimia è ciò che potremmo chiamare la scienza / ricerca magica / processo medievale per trasformare gli elementi di base in metalli preziosi, cosa che ossessionava gli ordini occulti ermetici durante il post-illuminismo in Europa. Argomento a cui sono molto interessato, come metafora rappresenta l’ideale dell’autorealizzazione, in quel momento ti ritrovi dentro una guerra!

I Dread Sovereign sono un tributo al doom della vecchia scuola, al black e all’heavy metal, ma pensi che il tuo sound sia cambiato rispetto al primo EP?
Beh, non è un tributo no… la band esiste di per sé, ma non avevo intenzione che fosse originale, non me potrebbe fregare di meno, ad essere onesto. E’ quello che è. Il suono è un po’ più uptempo, più NWOBHM, c’è dell’old school metal lì dentro… Nessun cambiamento enorme.

Come cambia il tuo approccio vocale dai Primordial ai Dread Sovereign?
Beh, è ​​sempre la mia voce, quindi non ci possono essere tante differenze, ma nei DS sono più libero di cantare con gli alti, più metal, uso dell’idee interpretative diverse che non si adattano ai Primordial. Nei DS la voce anche è un po’ più in second’ordine rispetto alla musica.

È nato prima il tuo amore per il basso o per la voce? Ed è difficile per te cantare e suonare il basso insieme sul palco?
Ah, non sono un vero proprio musicista con un talento naturale, quindi entrambe le cose sono state dei ruoli che ho intrapreso, ma mi accontento delle abilità che ho. Li amo entrambi per motivi diversi. Comporre per i DS alla chitarra è molto diverso, non sono affatto un grande chitarrista, ma so quello che voglio. E’ stato difficile senza dubbio, ma è diventato più facile con il passare degli spettacoli…

I Dread Sovereing sono una band orientata al basso o durante la composizione delle canzoni tutti i membri sono liberi di creare qualcosa?
Chiunque è libero di contribuire con qualsiasi cosa! Tendo ad accentrare forse duo/tre cose nella musica, ma Bones scrive anche canzoni. E’ tutto là fuori …

Quanto è divertente per te scrivere un testo per Dread Sovereign?
Divertente? Non è per nulla è divertente (ridendo). E’ diverso dai Primordial, nei DS non ho il peso storico culturale, sono libero di essere influenzato da qualsiasi cosa, è tutto scritto in uno stile horror occulto, fatti storici intrecciati tra sogno e incubo!

Quali canzoni di “Alchemical Warfare” suonerai dal vivo quando sarete in grado di andare in tour?
Chissà, credo che che attraverseremo quel ponte quando arriverà il momento in cui potremo farlo.

Dread Sovereign was formed in Dublin, Ireland about a decade ago by Primordial vocalist, Nemtheanga, to give praise to filthy cult old doom, black and heavy metal! The new album of the band, the first under Metal Blade, “Alchemical Warfare” is now out, so we decided to have a chat with the leader of this obscure creature.

Hi Nemtheanga, “Alchemical Warfare” is a good way to start 2021 and forget the horrible 2020, but the during the songwrting session was you influenced by pandemic?
Nah, we wrote and recorded the album in 2019 before this mess so the record has nothing to do with the pandemic. 2020 has indeed been a year to forget but dont speak too soon 2021 might very well be worse. We have to wait and see.

This is your first album under Metal Blade, did you feel under pressure during the songwriting process?
No not at all. Van Records is awesome and much love to them, but the new album is more straight up metal, made more sense to be with Metal Blade. No big deal. They are both great in different ways. No pressurs, I always do the same thing.

The title “Alchemical Warfare” minds me something about war between pharmaceutical companies for the vaccine and its business. Which is the real meaning?
Ah no, alchemy is what we could call the medieval science/magical search/process for turning base elements into precious metals that obsessed hermetical occult orders in the post Europe enlightenment. Which I am very interested in, as a metaphor it represents the ideal of self actualization. Finding yourself within that is the war right now!

Dread Sovereign are a tribute to old school doom, black and heavy metal, but do you think your sound is changed from the first EP?
Well not a tribute no. The band exists in it’s own right, but i had no intention for it to be original, I could care less to be honest. It is whats it is. the sound is a bit more uptempo, more NWOBHM and old metal in there… no huge change.

How does change your vocal approach from Primordial to Dread Sovereign?
Well, is still my voice so there can only be that many differences, but in DS I am freer to sing higher, more metal, use different random ideas that don’t fit into Primordial. In DS also the vocals are set back a bit more into the music.

Was born first your love for bass or for vocal? And is difficult for you to sing and play bass together on stage?
Ah, I am not really a natural musician so they both have been a task, but you make do with the tools you have. I love them both for different reasons. Composing for DS on guitar is very different, I’m not a great guitar player by any means, but I know what I want. It was hard no doubt but got easier as the shows went by…

Are Dread Sovereing a bass oriented band or during the songwriting all the member are free to create something?
Eveyrone is free to contribute anything! I tend to do maybe 2/3rd of the music but Bones writes songs as well. It’s all out there…..

How funny is for you to write a lyric for Dread Sovereign?
Funny? nothing is funny (laughs) ah it’s different to Primordial, DS doesnt have the cultural historical weight. I am free to be influenced by anything in DS, but all written in this style of occult horror, historical facts woven into dream and nightmare!

Which songs form “Alchemical Warfare” will you play live when you’ll be able to touring?
Who knows, I guess we cross that bridge when we can come to it.

Falhena – Il canto della falena

Chi ha seguito le vicende degli Adversam, probabilmente conoscerà già i Falhena, formazione composta per due terzi da musicisti proveniente da quella band (Summum Algor e Katharos). Ma il vero motore del progetto, in quanto compositore e autore dei testi, è Naedracth, ed è proprio con lui che abbiamo parlato del disco di debutto “Insaniam Convertunt”, uscito lo scorso maggio per Hidden Marly.

Ciao Naedracth, qual è il significato simbolico della falena e come questo si sposa con l’etica black metal?
La falena è un animale interessante, vola di notte, e per orientarsi sfrutta il flebile bagliore della luna, vive nell’ombra attratta dalla luce, è una condizione particolare. Da sempre rappresenta il mistero, simbolo di sventura e cattiva sorte, l’ho trovata una cosa adatta a rappresentare la musica che proponiamo.

Attualmente siete un terzetto composto da te e da Summum Algor e Katharos. In particolare, i tuoi compagni provengono dagli Adversam, dobbiamo considerare i Falhena come una prosecuzione di quel progetto?
No, Adversam non centra nulla con Falhena, se non per il fatto che due dei componenti sono presenti in entrambe le band. Nei Falhena io mi occupo della composizione dei brani e dei testi, ho solamente avuto la fortuna di conoscere dapprima Summum Algor, che accettò di suonare con me negli ormai sciolti Aivarim, e successivamente Katharos. Non ci sono legami di altro tipo con Adversam.

Lo scorso maggio avete pubblicato “Insaniam Convertunt”, il vostro album d’esordio. Come è nato il disco?
Il disco è nato, o meglio, è stato composto nell’arco di diversi anni, dopo lo scioglimento degli Aivarim ho voluto continuare dapprima con del mio materiale che avevo scritto in precedenza, successivamente ho buttato giù nuovi brani. Summum Algor ha continuato con me in questo nuovo progetto, ed ha partecipato nella stesura dei pezzi, in seguito si è unito Katharos per le parti vocali. Il disco, nonostante i rallentamenti dovuti alla pandemia, è uscito per la Hidden Marly, inizialmente solo in digitale e successivamente anche in CD.

Il vostro stile di black è di chiara matrice old school svedese, come mai avete scelto un approccio più tradizionale a un genere che negli ultimi tempi si sta rimodellando soprattutto attraverso le contaminazioni?
In realtà non ci siamo seduti a tavolino per pianificare la stesura dei brani scegliendo di emulare un genere in particolare, semplicemente i pezzi prendono forma man mano che li si prova e seguono l’ispirazione del momento. Non mi piace etichettare le cose, ancor meno quando si tratta di musica, la quale è un “flusso” di sensazioni, che vengono poi concretizzate e “fermate” una volta conclusa la registrazione. In parole povere non ce la volontà di seguire un genere come un treno su di un binario, cosa mi verrà di scrivere scriverò, seguendo l’ispirazione del momento.

Comunque non disdegnate il ricorso alle melodie, come riuscite a bilanciare l’anima più estrema con quella più melodica?
Quando scrivo un pezzo sento la necessità di renderlo godibile, riconoscibile, apprezzabile attraverso una melodia, credo sia ciò che conferisce un anima ad un brano. Ci sono poi ovviamente delle parti più violente o più “marce”, ma la componente melodica la reputo fondamentale per la riuscita di un brano.

Altro aspetto che salta all’orecchio è il livello tecnico dei musicisti coinvolti, nonostante non tendiate mai all’autocompiacimento: qual è il limite che vi siete imposti, in modo conscio o inconscio, di non superare per mantenere un certo livello di feeling marcio ed oscuro?
Diciamo che i brani prendono forma in modo naturale, non poniamo limiti tecnici, più semplicemente viene adeguata la tecnica alla composizione. Dal mio punto di vista non vedo la stesura dei brani come mezzo per far emergere la tecnica sullo strumento, do molta più importanza alle sensazioni che fluiscono suonando, per cui a volte trovo sia più efficace un insieme di poche note magari lente piuttosto che un riff velocissimo e tecnicamente difficile. Dipende comunque sempre dalla base del pezzo e da cosa si vuole trasmettere.

Il disco si chiude con “Ritorneremo”, questo brano è stato posto in coda perché possiamo considerarlo una sorta di anteprima su quelli che potrebbero essere gli sviluppi prossimi della vostra musica?
Il brano “Ritorneremo” è un omaggio a mio nonno tornato dalla seconda guerra mondiale dopo aver subito e visto cose inimmaginabili ai giorni nostri. L’ultima parte del testo, cantata da me in italiano, è una porzione di canzone scritta da lui durante la prigionia in Russia che ho voluto inserire nel brano per far si che non andasse persa la sua memoria. E’ stato posto in coda perché la tematica trattata non centra col resto dei brani, l’outro “Zombification” sarebbe la corretta chiusura dell’album; dopo ho voluto inserire “Ritorneremo”, non è un rimando agli sviluppi futuri della composizione dei nuovi pezzi.

Rimanendo in tema, state già lavorando al nuovo materiale?
Sono al lavoro su nuovi brani e sto scrivendo anche nuovi testi, purtroppo nella vita di tutti i giorni gli impegni sono molti per cui non rimane molto tempo a disposizione per la composizione, ma man mano si procede. L’intento è comunque quello di dare alla luce un nuovo album, non so quantificare il tempo necessario perché ciò avvenga, anche nella fase compositiva è necessaria la giusta ispirazione, magari per mesi non si conclude nulla, poi nell’arco di una settimana possono prendere forma più brani… vedremo!

Vi siete già esibiti dal vivo e/o avete intenzione di farlo appena le condizioni sanitarie lo renderanno possibile?
No, non ci siamo mai esibiti dal vivo e, a dire il vero, non è nemmeno una cosa che stiamo valutando, è molto complesso preparare una performance live, richiede tempo, che purtroppo spesso manca. Inoltre non è una cosa a cui aspiro, preferisco concentrarmi sulla composizione.