Bliss of Flesh – Servi e tiranni

Ancora una volta la Francia si conferma paese di punta del panorama black metal internazionale. Questa volta il vessillo tricolore è sbandierato da Necurat, leader dei Bliss of Flesh, fuori dal 2 ottobre con “Tyrant”, disco pubblicato dalla Listenable Records.

Benvenuto Necurat, siete attivi dal 1999, come è cambiato il vostro sound e il vostro atteggiamento in questi 20 anni?
In questi 20 anni i Bliss of Flesh sono cresciuta come una cancrena. Penso che abbiamo imparato tanto e siamo molto orgogliosi della nostra arte: cerchiamo di essere molto sinceri, fedeli alle nostre convinzioni e alle nostre idee. Credo che la nostra musica e i nostri spettacoli dal vivo lo dimostrino perfettamente.

Invec come è cambiata la scena underground francese in questi due decenni?
Penso che con le nuove tecnologie, Internet e home studio, ci siano più possibilità di registrare musica. Per questo in Francia ci sono sempre più nuove band che affollano la scena underground. Ed è, per questo, più difficile trovare una buona band. Infine, esiste veramente una scena underground? Non ne sono veramente sicuro.

I tuoi tre album precedenti sono stati ispirati dalla “Divina Commedia”, come nasce il tuo interesse per questa grande opera di Dante Alighieri?
In effetti siamo molto interessati alla filosofia e alla letteratura. Quando Sikkardinal ha avuto questa idea, siamo stati molto entusiasti di lavorare su questo concept per bene tre album. È stata una sfida, ma ci è piaciuto. Vogliamo creare musica che spinga alla riflessione. Vorremmo creare, attraverso la nostra musica, un’arte con contenuti intellettuali. Penso che tutto sommato ci stiamo riuscendo.

“Tyrant” si basa su “Le Discours de la Servitude Volontaire” (“Discorso sulla servitù volontariain italiano Nda ) scritto dal filosofo francese Etienne de la Boétie. come mai hai scelto questo libro per il tuo nuovo album?
Per il nuovo album, volema un concept alto per un album alto. Dopo la trilogia volevamo un album più spontaneo e unico. Volevamo un trattato. Mi piace la filosofia e trovo all’interno dei “Disours de la servitude volontaire” grandi riflessioni intellettuali sulla mancanza di umanità. Per me, il “Discorso sulla servitù volontaria” è davvero fantastico, senza tempo. È stato scritto nel 1576 ed è sempre attuale Quindi era perfetto per la Beatitudine della carne.

C’è una connessione tra Dante ed Étienne de la Boétie?
Non direi. Penso che la vera connessione tra questi due autori sia la nostra grande musica. Hanno scritto libri fantastici che sono capolavori riconosciuti ovunque e attraverso i secoli. E penso che siano una grande fonte di ispirazione.

Perché preferisci scrivere concept album e non singole canzoni?
Preferisco scrivere una singola canzone in un concept album. Per “Tyrant” tutte le canzoni sono state scritte una per una ma con un’idea principale. Questo è quello che mi piace.

Potresti spiegare il significato della copertina dell’artista ungherese Balázs Jacsó?
Balazs Jacsó è il nostro artista preferito ed è una parte importante della nostra anima e immagine artistica. Questa volta abbiamo chiesto anche la partecipazione di Metastazis (Behemoth, Secrets of the Moon) per aggiungere un’altra dimensione alla nostra estetica.

Adoro gli scatti di Emmanuel Brillet, sono collegati al concept dell’album?
Emmanuel Brillet è un mio buon amico. Sapeva esattamente cosa volevamo per le foto e conosceva il concept album. Le immagini parlano da sole.

“Tyrant” è il vostro miglior album?
Decisamete! Penso che “Tyrant” sia il miglior album dei Bliss of Flesh, senza alcun dubbio!

Dal tuo album precedente, “Empyrean”, lavori con Listenable, sei soddisfatto della vostra etichetta?
Sì, siamo soddisfatti. La troupe della Listenable conosce il nostro lavoro e crede nel potenziale dei Bliss of Flesh e della nostra arte. Ed è questo che interessa a noi.

Photo credit: Emmanuel Brillet

Vardan – L’oscura e desolata marcia

A dir poco prolifico, Vardan fa nuovamente capolino dalle nebbie dall’underground con la sua trentatreesima – anzi, qualcuna di più, come ci tiene a specificare lui stesso – uscita ufficiale. Coniugare quantità e qualità è quindi possibile? L’ascolto di “Dark and Desolated March” (Moribund Cult) ci fa propendere per il sì…

Benvenuto su Il Raglio del Mulo, Vardan. Con “Dark and Desolated March” hai appena tagliato il traguardo del tuo trentatreesimo album in poco meno di quindici anni, dove trovi l’ispirazione per la tua prolifica produzione?
Salve, in realtà sarebbero qualcuno in più tra demo, split e materiale mai pubblicato. Direi semplicemente suonando, mi trovo spesso con qualche strumento in mano e da lì inizia tutto.

Questa costante attività creativa è frutto di un procedimento standard oppure varia a seconda dell’album?
Varia a seconda dalle sensazioni, compongo e poi man mano provo le prime registrazioni, se tutto si avvicina a quello che ho in mente cerco di registrare il tutto in modo definitivo.

Le partiture black e quelle ambient nascono in momenti differenti per poi fondersi o sono un il frutto di un singolo flusso creativo?
Magari prima nasce una parte più “black” per poi lasciarla lì e svilupparla in un secondo momento, o viceversa parto dai synth per poi sviluppare dopo il resto. O ancora, nasce tutto in una sola sessione.

Da un lato c’è la tua libertà artistica all’altro ci sono le necessità più meramente commerciali, magari le seconde possono interessare poco quanto niente te, ma hanno un’importanza maggiore per la tua etichetta, la Moribund Cult, che potrebbe non essere felice di dover saturare il mercato. Hai mai avuto pressioni in questo senso da parte della tua label, un invito a dilatare i tempi di pubblicazione?
No mai, c’è un rapporto di totale collaborazione, la label sa che io sono in continua composizione (e registrazione) e di tanto in tanto passo il materiale, poi loro decidono quando e come pubblicare. Penso che i tempi di una label che stampa molte release siano diversi da quelli di una singola band, quindi si cerca di “remare verso la stessa direzione” ed arrivare all’obiettivo di pubblicare al meglio.

Dove ci porterà la l’oscura e desolata marcia?
Paesaggi desolati, boschi incantati e pieni di neve…. notti piene di malinconia… nasce così questo disco, da diverse giornate trascorse sull’Etna in pieno inverno, passate a scrivere i testi che rappresentano al meglio quelle che sono le mie sensazioni musicali per questo lavoro.

Ti andrebbe di descrivere le singole parti che compongono l’opera?
Non seguono un vero e proprio ordine, sono state scritte, poi registrate e messe in una sequenza soddisfacente per me.

Pensi che in qualche modo questo disco abbia ampliando la tua gamma espressiva, considerando che sei sempre aperto a soluzioni nuove?
Sì assolutamente, ha ampliato il modo di esprimermi e “muovermi” in alcune atmosfere che avevo cercato anche in passato. Probabilmente ci saranno altri nuovi spunti in futuro ma da qui ho sicuramente nuovi spunti e nuove strade da poter percorrere.

Credo di non sbagliare se indico nei Burzum una delle tue fonti di ispirazione, a tal proposito ti vorrei chiedere se apprezzi la recente deriva social del Conte e se sono compatibili etica black e una simile esposizione mediatica?
Certo ascolto volentieri Burzum, però mi piace anche dedicare tempo all’underground, ci sono una sacco di band che sfornano lavori ottimi. Per quanto riguarda la recente vita social del Conte non è una cosa che m’interessa discutere.

Sei già a lavoro sul disco numero trentaquattro?
Ovviamente sì, ho due album da ultimare ma il 75% è già pronto e due demo già registrate che voglio proporre per bene nel tempo tra le mie “Serial Demo”.

Anaal Nathrakh – L’arrivo dell’oscurità

Ho provato sempre un sentimento di soggezione nei confronti degli Anaal Nathrakh, invece Dave Hunt, in arte V.I.T.R.I.O.L., si è dimostrata una persona cortese e loquace. “Endarkenment” (Metal Blade) è l’ennesimo tassello di una discografia ricchissima e, stranamente, regolare negli ultimi anni. Proprio da questa peculiarità è partita la nostra chiacchierata…

“Vanitas” (2012), “Desideratum” (2014), The Whole of the Law (2016), “A New Kind of Horror” (2018) ed “Endarkenment” (2020): il vostro ciclo creativo ha bisogno di due anni per la realizzazione di un album?
Effettivamente è strano che siamo stati così regolari con le nostre ultime uscite, perché non è stato pianificato. Registriamo solo quando abbiamo le giuste sensazioni e quando abbiamo abbastanza tempo per stare insieme. So che non suon molto bene quest’ultima cosa, ma con uno di noi nel Regno Unito e l’altro negli Stati Uniti, ovviamente dobbiamo programmare ogni dettaglio con attenzione, cose tipo i biglietti aerei e così via. Non dipende poi solo da noi, ma anche dalle etichette che decidono quando tirare fuori quello che consegniamo loro. così, tra una cosa e l’altra, sono passati circa due anni ogni volta.

Fin dall’inizio siete sempre le stesse due persone, come rinnovate la vostra ispirazione?
Non credo che l’spirazione abbia molto a che fare con il fatto che siamo in due: non abbiamo bisogno di lavorare insieme ad altre persone, e nemmeno tra di noi, per trovare la giusta ispirazione. È sempre lì, una parte della nostra natura mentre viviamo le nostre vite. Questo non vuol dire che potremmo fare un album e poi subito un altro il giorno successivo, ovviamente. Ma non è che iniziamo da zero dopo che ogni disco è fuori, non ci sentiamo svuotati alla fine del processo creativo: l’accrescimento dell’ispirazione è costante. E ci sono sempre idee e pezzi che non si adattano a un album, ma potrebbero essere qualcosa di buono su cui lavorare per un altro disco. Quindi la nostra ispirazione è sempre lì, e registrare un album è un po’ come scattare un’istantanea della nostra creatività in quel momento.

“Endarkenment” è nato prima dell’emergenza Covid 19, pensi sarebbe potuto essere diverso se fosse stato realizzato durante o dopo il blocco per la pandemia?
Beh, visto come ci esprimiamo al meglio, non saremmo stati in grado di registrare nulla durante il blocco. Quindi sì, sarebbe diverso, nel senso che non sarebbe esisto! Anche se in un modo strano, la pandemia ha fatto apparire questo album più adatto al momento contingente di quanto lo sarebbe stato senza emergenza. Molte delle idee e dei temi di che abbiamo trattato sono stati amplificati e resi più chiari dal modo in cui il mondo è cambiato da quando è arrivato il virus. Non dico che dovremmo ringraziare la pandemia per questo, ma in un certo senso, suppongo che dobbiamo sentirci fortunati per l’effetto finale!

Hai già suonato alcuni di questi brani dal vivo prima del blocco?
No, niente dell’album è mai stato suonato dal vivo. Questa è un’esperienza che non vediamo l’ora di fare quando il mondo finalmente diventerà un po’ meno folle. Almeno meno folle in termini di pandemia: il mondo è piuttosto pazzo anche sotto altri aspetti, ed è improbabile che cambierà, anche se il virus dovesse andare a farsi fottere domani. Ma quando sarà sicuro farlo – e non prima – speriamo di essere in grado di sviscerare queste canzoni come meritano dal vivo.

“Endarkenment” è l’album più epico degli Anaal Nathrakh?
Non lo so, dimmelo tu. In realtà, non analizziamo o classifichiamo le nostre cose in questo modo. Facciamo ciò che ci sembra giusto e seguiamo le nostre idee fin dove ci portano. Perciò, dovresti chiedere a qualcun altro un confronto. Posso dire che di certo non abbiamo deciso di creare consapevolmente un album epico. Non abbiamo mai veramente in mente la parola “epico” quando facciamo musica. Ma se pensi che sia una buona descrizione del disco, non è un problema dal nostro punto di vista.

La musica è stata registrata interamente nello studio di Kenney nel sud della California, mentre la voce è stata incisa nella zona industriale di Birmingham, in un edificio che ospitava lungo il vostro stesso corridoio il set di un porno sadomaso! Quanto è stato difficile lavorare in questa strana situazione?
Non è stato affatto difficile. Strano, certo, ma siamo un po’ strani e lavoriamo meglio in una situazione ambientale molto minimale. Dacci un po’ di privacy, preferibilmente una luce naturale limitata e alcune attrezzature piuttosto semplici e il gioco è fatto. A livello personale, è stato sicuramente un po’ meno glamour che andare a registrare la voce per l’ultimo album ad Huntington Beach, haha! Ma in termini di musica reale, la zona industriale a Birmingham ci s’addice altrettanto bene. E sì, abbiamo sentito dei rumori provenire da un’altra delle sale nelle vicinanze, e inizialmente pensavamo ci fosse una donna che veniva picchiata lì dentro, quindi eravamo preoccupati. Ma mentre stavamo nel corridoio cercando di capire cosa stesse succedendo e considerando di chiamare la polizia, una voce ha urlato: “Vi vedo che state ascoltando, pervertiti!”. Poi abbiamo capito cosa stava succedendo. Dopo di che è stato un po’ strano camminare per andare in bagno e sentire un forte accento locale dire cose come “Sì, ficcami quel dildo su per il culo, piccola” mentre passavamo. Ma i gusti son gusti.

Torniamo a cose più terrene, di solito un adolescente abbraccia la musica estrema per un atto di ribellione. Ora che sei un musicista professionista, qual è il tuo fine?
Non credo che il nostro obiettivo sia mai stato davvero la ribellione. Sì, certo hai ragione sul fatto che gli adolescenti si ribellano, ma non credo che sia solo per quello che si comportino in una determinata maniera, almeno in modo cosciente. Nel nostro caso, non ci vedevamo come dei ribelli, perché non pensavamo davvero che ci fosse qualcosa che avremmo voluto distruggere, quindi non c’era nulla contro cui ribellarsi. Stavamo solo andando verso ciò che ci sembrava giusto, inventando qualcosa che sentivamo mancasse nella musica che trovavamo in giro. E quindi in realtà i nostri obiettivi non sono cambiati: siamo ancora principalmente interessati a fare ciò che sembra la cosa giusta da fare. I traguardi lunga strada, che potresti considerare come dei normali obiettivi, li abbiamo per lo più raggiunti: cose come vedere il nostro CD in un negozio o suonare in questo posto o in quell’altro e così via. Abbiamo fatto praticamente tutto ciò che ci poteva essere su quel tipo di lista, soprattutto perché non c’era praticamente nulla sulla nostra lista! Quindi ora ci preoccupiamo, come sempre, di fare musica che sia per noi soddisfacente e piacevole.

Dopo tutti questi anni, pensi che Anaal Nathrakh sia ancora un buon nome per una band come la vostra?
Questa è una domanda strana. Sì, naturalmente. Potremmo facilmente usare un nome diverso se volessimo. Forse lo chiedi perché non ti è mai piaciuto il nostro nome?

No, mi piace molto. Foneticamente ha un suono molto duro, però se prendiamo in considerazione il significato, mi sembra atipico per un gruppo estremo come il vostro, tutto qui. In conclusione, quali sono le vostre prossime mosse?
Al momento non ci sono mosse successive, davvero. Il virus ostacola praticamente tutto ciò che potremmo fare: non possiamo suonare dal vivo e non possiamo viaggiare per stare insieme per suonare per un brodcast online o fare nuova musica. Almeno le operazioni necessarie per il lanico dell’album non sono compromesse, quindi abbiamo pubblicato un video per la title track e un lyric video – cosa molto insolita per noi – per un’altra canzone. Il 25 settembre sarò ospite su Gimme Radio e proporrò un paio di brani del nuovo album e alcuni nostri classici. L’uscita del disco è prevista per l’inizio di ottobre, nonostante il virus ci impedisca di fare un mucchio di cose, riusciamo a essere sufficientemente attivi grazie al fottutissimo Internet!

Ayr – Algida oscurità

Un poco ciarliero R.C. ci ha condotto tra i monti della Carolina del Nord alla scoperta, o riscoperta, dei suoi Ayr, autori di alcuni EP tra il 2010 e il 2011, ma poi spariti dai radar. I blackster statunitensi ora sono tornati con un disco, “The Dark” (Wolves Of Hades \ The Hell Command), pieno di oscure suggestioni ambient che farà la gioia dei fan dei Burzum.

Benvenuto R.C., gli albori della carriera degli Ayr sono stati molto prolifici con tre Ep in poco più di due anni, poi un lungo il silenzio: perché?
Gli Ayr sono nati durante l’inverno del 2009 come uno sbocco per esplorare nuove aree del black metal che non si adattavano ai progetti di cui facevamo parte all’epoca. Nel tempo libero dal 2009 al 2012 abbiamo effettivamente registrato e pubblicato “Circling”, “Eternal Sustain” e “Nothing Left to Give”. Intorno al 2013 le nostre priorità sono cambiate e gli Ayr sono andati in pausa.

Dopo questa lunga pausa con quel formazione vi ripresentate?
R.C. – chitarra, basso, sintetizzatore e voce – e R.F. alla batteria

A dar seguito alle tre uscite indipendenti di cui abbiamo parlato prima ci ha pesato “The Dark”, lavoro pubblicato dalla Wolves Of Hades (vinile) e da The Hell Command (CD e cassetta): come è cambiato il vostro approccio al mondo della musica dopo questa lunga sosta?
Il nostro approccio non è cambiato molto dall’inizio. “Circling” è stato pubblicato su cassetta da un’etichetta di amici chiamata Nervous Light Tapes. “Eternal Sustain” è stato pubblicato su CD dalla nostra ex etichetta chiamata Atrum Cultus. “Nothing Left To Give” è stato nuovamente pubblicato in cassetta dalla Nervous Light Tapes e in vinile dall’Antithetic Records. Nessuna di queste etichette esiste più. La nostra preferenza è quella di lavorare con case discografiche DIY più piccole che possano sostenere ciò che stiamo facendo.

“The Dark” contiene un black metal tradizionale con influenze acustiche \ ambient in stile Burzum, pensi che questa sia l’unica forma di black metal possibile o apprezzi la mescolanza odierna tra BM e altri generi musicali?
Ascoltiamo e apprezziamo stili diversi, inclusi molti sottogeneri di black metal. Lo stile atmosferico / ambient è semplicemente il focus stilistico specifico degli Ayr. Siamo coinvolti in altre band che si lasciano influenzare anche da altri generi.

Nei vostri precedenti EP e in questo nuovo album ci sono molte canzoni della durata di sei\sette minuti, come spieghi questa predilezioni per i brani lunghi?
Scriviamo e registriamo ciò che ci sembra giusto. Nessuna preferenza.

Nella tua musica le parti acustiche sono fondamentali, ma penso che giochi un ruolo essenziale anche il silenzio: quanto è importante per te questo elemento nella tua opera?
Catturare la giusta atmosfera è fondamentale per la musica degli Ayr, che si tratti di chitarre acustiche, beat blast o chitarre pesanti. Credo che il “silenzio”, a cui fai riferimento, sia più che altro uno strumento per costruire le giuste di dinamiche, in questo senso è un fattore che spesso consideriamo. Scriviamo e realizziamo dischi che devono essere ascoltati dall’inizio alla fine. Non tutti ascoltano la musica in questo modo, ma è sicuramente ne ricavano un’esperienza più dinamica coloro che lo fanno.

In che modo la natura della Carolina del Nord influenza la vostra musica? Le montagne nell’artwork della copertina ricordano quelle norvegesi.
La foto di copertina di “The Dark” è stata scattata da un’eccellente fotografa di nome Teddie Taylor. È conosciuta principalmente per le sue fotografie di concerti, ma ha lavorato anche in servizi fotografici con artisti più noti come Chelsea Wolfe e Behemoth. La sua fotografia naturalistica è eccezionale ed è stata così gentile da permetterci di utilizzare alcuni scatti sul nuovo album. È difficile dire se il nostro ambiente naturale abbia un’influenza sulla nostra musica. Siamo a tre ore di macchina dalla costa, a due dai monti Appalachi meridionali, viviamo estati calde e inverni freddi. Se c’è un’influenza ambientale sulla nostra musica è probabilmente inconscia e sottile.

E sui testi?
Il focus e il tema dei testi cambiano di album in album.

Ayr è solo un progetto da studio o anche una band dal vivo?
Ayr è sempre stato e sarà un progetto da studio.

Museo Del Black Metal Italiano – Italia nera

Il Museo Del Black Metal Italiano è il canale YouTube, creato da Roberto Mura, nato con lo scopo di raccogliere e preservare la produzione black metal made in Italy. I supporti originali dell’epoca – in cassetta, Cd o vinile – vengono riversati in digitale e caricati sul Tubo, diventano così disponibili per tutti.

Chi volesse approfondire il discorso o in qualche modo contribuire a questa importante opera di ricerca può contattare Roberto inviando un messaggio alla pagina FaceBook ufficiale del Museo Del Black Metal Italiano oppure via mail all’indirizzo museodelbmitaliano@gmail.com

Questa video-intervista rappresenta il primo passo di una collaborazione tra il Museo Del Black Metal Italiano e Il Raglio del Mulo: nelle prossime settimane troverete on line interviste a personaggi attuali e passati della scena black italiana!

Noctu – Immagini di morte

Noctu, leader dell’omonima one-man band, ci ha parlato del suo nuovo album, “Gelidae Mortis Imago” (Transcending Obscurity Records), rivelandosi un personaggio complesso e per nulla banale. Superata una certa ritrosia iniziale, Noctu si è lasciato andare, regalandoci quella che alla fine si è rivelata un’intervista ricca di contenuti e spunti di riflessione.

Benvenuto su Il Raglio del Mulo, Noctu. Quando e, sopratutto, perché nascono i Noctu?
Grazie per il benvenuto. Il progetto Noctu prende forma durante il 2015, mentre stavo componendo nuovo materiale, differente da quanto avevo fatto fino a quel momento. Ho registrato un demo, che poi è divenuto il primo EP, uscito l’anno successivo. Noctu nasce non solo come espressione musicale, ma anche come bisogno di esaminare il lato oscuro della mia esistenza, da sempre presente, ma che mai si era fatto così “invadente” come in quel periodo. Noctu è il “contenitore” per imbrigliare tutta la negatività accumulata negli anni e usarla come un’arma.

Il vostro nuovo disco inizia con un titolo che parafrasa la “Sonata al Chiaro di Luna” di Beethoven, che nella versione dei Noctu diventa “Suicido al chiaro di Luna”. Qual è il tuo rapporto con la musica classica, la scelta di citare il celebre brano è funzionale alla struttura dell’album o è invece il frutto di una vera e propria passione per il genere ed, eventualmente, classica e doom cosa hanno in comune?
Intanto lasciami dire che la musica classica, in certi casi, sa essere più “pesante” del metal in quanto a pathos e a trasmettere certe emozioni. Non direi di avere una passione per il genere, in quanto non ho passione per i “generi”. Usare etichette può essere utile per indirizzare chi ascolta verso una certa direzione, ma io sono più propenso ad ascoltare musica “d’atmosfera”, ossia che sa trasmettermi determinate emozioni, indipendentemente dal genere. Detto ciò, è ormai noto a tutti che ci sono gruppi che unisco il metal con la classica o sinfonica, con risultati più o meno validi. Nel mio caso, amo questo brano di Beethoven e l’introduzione del primo movimento mi sembrava adatto per cominciare un album che “espone” un dramma. Non sono solo la classica e il doom ad avere qualcosa in comune. Tutta la musica ha delle connessioni: bisogna solo imparare a “tirare le corde giuste”…

Restiamo ancora sul brano di apertura, qual è la tua posizione nei confronti di un gesto estremo come il suicidio?
Ho il mio punto di vista riguardo il suicidio, ma l’intento con il mio brano non è quello di esporre una mia “tesi” al riguardo. Nel contesto dell’album affronto il suicidio dal punto di vista delle emozioni umane. Nel mio caso personale ho dovuto “suicidare” le mie emozioni in più occasioni per non permettere loro di portarmi a commettere gesti estremi. Ad ogni modo, io non voglio fare la lezione a nessuno. Si tratta di aspetti personali. Quindi chi si avvicina alla mia musica deve considerare i testi dal proprio punto di vista. Cercare un perché alle mie vicende personali sarebbe solo una perdita di tempo, una sterile ricerca. Non dirò mai a nessuno il reale significato dei testi legati alle mie esperienze. E comunque non penso che ci sia gente là fuori realmente interessata ad ascoltarmi…

In generale, la tua musica esprime una certa sofferenza, anche se in alcuni passaggi credo che traspari quasi una sorta di senso non di speranza ma di redenzione: vorrei capire se il processo di scrittura ti costa fatica oppure è una risposta indolore a una tua esigenza artistica?
La musica che compongo è sempre spinta dalle emozioni negative, che sia tristezza o rabbia. Tutti aspetti legati alla depressione endogena (quella espressamente emotiva) che mi trascino dietro da che ho memoria. Oltre a ciò, convivo da oltre vent’anni con una patologia fisica degenerativa che mi sta demolendo il sistema neuro-muscolare. Parte dal cervello, dal sistema nervoso centrale, e si estende a quello periferico. Ogni terminazione nervosa, ogni tendine, ogni elemento fibroso del mio corpo è in uno stato permanente di tensione. Questo vuol dire che sono soggetto ad una perpetua infiammazione corporea, febbre muscolare e dolori estenuanti. Riesco a stare in piedi solo grazie a dei potenti antidolorifici. E comunque tutte le mie attività si sono ridotte drasticamente. Inoltre, pure mia moglie è stata messa al patibolo dalla stessa malattia. Un contesto dove proprio si vive per soffrire… Quindi si, il processo compositivo è sempre doloroso. Molti musicisti tendono ad evitare di trattare certi argomenti perché risultano “scomodi”, sia per la loro psiche, che per il loro portafogli. E’ un dato di fatto che le band “depressive” (anche se melodiche) hanno meno “risonanza”, una minor risposta di pubblico, specialmente in questi tempi dove ormai anche il metal è stato addomesticato e dato in pasto a giovani annoiati che vogliono fare i ribelli, nonostante abbiano solo la stoffa dei perdenti. Nessuno di loro sa cosa vuol dire lottare per sopravvivere. Ma sono fiero che le mie composizioni non incontrino il favore di tali persone. Non faccio musica per soldi. Certo, possono aiutare. Ma non è lo scopo per cui compongo. Quindi sono decisamente più soddisfatto quando a porre ascolto è qualcuno che ha vissuto situazioni analoghe alle mie, qualcuno che a modo suo può capire… Redenzione? E verso chi? Verso un mondo senza speranza? No, grazie.

Questo come si sposa con la tua volontà di essere l’unico membro della band?
Beh, essere l’unico membro della band mi permette di porre l’accento su tutto ciò che ritengo degno di essere messo in musica, senza eccezioni e/o compromessi. Posso far convergere tutte le sfumature sonore che desidero. Una volta mi hanno mosso un’obiezione riguardo un riff in tremolo in un mio brano, dicendo “Sembra un riff black metal”. La mia risposta? Chissenefrega! Mi piace? Si adatta bene a quello che sto facendo? Si? Allora lo uso. Non è un caso che per me il funeral doom sia semplicemente una base di partenza. In termini musicali il mio scopo è non avere generi fissi. Per me conta l’atmosfera che posso generare con un brano. Non a caso ho sempre usato riff di diversa estrazione, oltre a manipolare sempler di tipo ambient. Inoltre non ho alcun desiderio di suonare live, rischiando di avere come pubblico la gente di cui parlavo prima. No, assolutamente nessun contatto tra me e i “vermi”…

Cosa che però non ha escluso la possibilità di avere un ospite sul disco, come è nata la collaborazione con Justin Hartwig dei Mournful Congregation su “Lucida Oscurità Senziente”?
Essere l’unico membro della band mi permette anche di scegliermi eventuali collaborati, musicisti che reputo validi anche da un punto di vista umano, intellettivo. Troppi musicisti si credono rockstar… La collaborazione con Justin è avvenuta in modo molto semplice: i Mournful Congregation sono da sempre una delle mie band preferite. Apprezzo la struttura dei loro brani e gli armonici che usano. Portano la mente a “vagare” verso lidi che non ti aspetteresti. Da tempo volevo chiedere a Justin un contributo per un mio brano, ma ammetto di aver avuto paura per un suo possibile rifiuto. Poi un giorno mi sono deciso. Gli ho scritto via Facebook spiegandogli le mie intenzioni. Con mia sorpresa ha accettato di ascoltare il mio brano. Il giorno dopo mi ha risposto, dicendomi “Il tuo brano mi piace. Sarebbe un piacere lavorare con te”. Non potevo crederci: la leggenda vivente del funeral doom voleva collaborare con me! Ma non è tutto. Tempo dopo Justin ha espresso il desiderio di conoscermi di persona. Si trovava in Europa per un festival con la band. E poteva fermarsi nel continente per alcuni giorni. Così ho deciso di invitarlo a casa mia per qualche giorno e in questo modo è nata una delle più belle amicizie che io abbia mai avuto. Amicizia che dura tutt’ora. Quando possiamo ci sentiamo in videochiamata. In seguito ho potuto anche conoscere tutta la band durante una data a Milano. Gente tranquilla e con cui puoi parlare senza problemi. Ma Justin in particolare è quel tipo di persona che posso davvero chiamare Amico.

Dal punto di vista musicale, nonostante la grande tradizione italica in ambito doom, i tuoi suoni si rifanno per lo più a realtà estere, tipo Thergothon, Mournful Congregation, Esoteric, ed Evoken. Però, e non è un però da poco, io ci sento delle influenze, consce o inconsce, agli Jacula. Ecco, una certa ritualità mi ha ricordato la band di Antonius Rex, di cui mi sembrate una sorta di evoluzione. Che ne pensi?
Apprezzo il paragone con le band estere che hai citato. Sono da sempre una grande influenza. Ma non sono l’unica. Ascolto gruppi e artisti di vari generi musicali. Come dicevo prima, è l’atmosfera che riescono a generare a catturarmi, non l’appartenenza a un genere specifico. Infatti, parlando di doom, ci sono band che non riesco ad apprezzare perché non riescono a catturare la mia attenzione. Ci sono realtà che mi sembrano tutte uguali, prive di contenuto e di mordente. Apprezzo piuttosto chi ha il coraggio di osare, di andare oltre il già detto, il già sentito. Potrei cominciare con Nortt, passare ai Darkthrone, per poi andare “fuori dal seminato” ascoltando “Within The Realm Of A Dying Sun” dei Dead Can Dance, passare ai “Trionfi” di Carl Orff, fare scorribande con “The Stomp” dei Saor Patrol e finire il trip con “Tubular Bells” di Mike Oldfield. Poi “riposarmi” con la magnifica “Dark Ambient” degli Atrium Carceri. Per me limitarmi sarebbe disastroso, la morte dell’arte. Riguardo gli Jacula sono spiacente, ma li conosco solo di nome, così come conosco qualche brano di band italiane storiche, tipo i Death SS, ma non posso definirle una mia influenza. In parte è dovuto al fatto che non ho mai seguito granché la finta “scena italiana”. Mi dispiace, ma rischio di diventare ipercritico nei confronti di band che, benché possano essere valide da un punto di vista musicale, mi fanno cadere le palle per la mostruosa carenza di sensibilità umana. Troppe volte ho avuto a che fare con musicisti dal carattere altezzoso e arrogante. E ho quindi preferito restare alla larga. Questo è un altro motivo per cui ho scelto di fare tutto da solo. L’unica eccezione in Italia, nonché grande fonte di ispirazione, è data dai Goblin. In particolare il genio di Simonetti che reputo sopra la media. Non ho mai avuto modo di conoscerlo di persona, anche se in passato avrei voluto. Ma ho sentito troppi pareri contrastanti sulla sua personalità, quindi non vorrei rovinare l’immagine che ho di lui, rischiando pure di dover lanciare nella spazzatura i CD che ho dei Goblin, come ho fatto in passato per altre band, italiane ed estere.

Rimanendo in tema di italianità, l’uso della nostre lingua: mi pare, leggendo i titoli, che tu abbia un approccio che vada per immagini, che faccia leva sopratutto sulla sfera immaginifica di chi viene in contatto con il gruppo. Quanto è importante la parola e il suo potere evocativo per il tuo progetto?
Posso affermare che il potere della parola è molto importante per me, tanto quanto lo è l’aspetto strumentale. Sono come le due facce della stessa medaglia e hanno per me la stessa importanza. Scrivere testi banali, o addirittura stupidi, per me non avrebbe senso. Sarebbe oltremodo offensivo nei confronti delle mie stesse composizioni. Posso capire quelle band che fanno musica di satira, quindi testi ironici e pungenti si adattano al contesto. Ma detesto quelle che vogliono dimostrarsi serie, cattive, “true evil”, ma poi scrivono testi di una banalità estrema e dal contenuto spiccio a cui neppure loro credono. Apprezzo un atteggiamento “fanatico” (passatemi il termine) solo se è sorretto da una vera fede, se chi scrive è davvero convinto di ciò di cui sta parlando. Se non sapessi come esternare i miei pensieri, se non sapessi creare queste “immagini mentali”, tanto varrebbe fare musica strumentale. Preferirei di gran lunga un approccio come quello dei Bohren & Der Club Of Gore, dove le strumentali la fanno da padrone e riescono a creare forti suggestioni col solo impiego della musica. A volte le parole non servono, e alcune band di questo pensiero ne hanno fatto arte.

Direi di concludere con la traccia che chiude il disco, la lunga “Isolato da un Mondo Senza Speranza”, siamo partiti parlando di suicidio e finiamo discutendo di isolamento: come è cambiato il concetto di individualità nell’attuale realtà “connessa” e qual è il ruolo dell’artista in questo contesto?
Come ho detto all’inizio, tutto ciò di cui parlo è connesso con le emozioni, con le mie emozioni, nello specifico. Quindi tutto viene filtrato secondo la mia ottica, il punto di vista di un misantropo e individualista convinto. Convinto non tanto per mostrare un atteggiamento fittizio, ma perché realmente sono stanco di questo mondo, del sistema e del 90% della razza umana. Qualcuno potrebbe avere da obbiettare perché ho un account Facebook e delle pagine Bandcamp dei miei vari progetti musicali. Secondo questa gente un “vero misantropo” starebbe lontano da queste cose. Ma secondo il loro modo di pensare, il vero misantropo dovrebbe stare lontano da qualsiasi essere umano, non dovrebbe andare a fare la spesa al supermercato, non dovrebbe avere un lavoro, non dovrebbe neppure avere una casa. Dovrebbe vivere come una bestia lontano dalla società. Ma ciò è oltremodo ridicolo. Una bestia non sentirebbe di dover odiare la società in quanto tale. Se ne starebbe nel suo territorio selvaggio a vivere tranquillamente. No, non prendiamoci in giro: il vero misantropo è colui che si isola dalla società pur vivendoci in mezzo, si isola perché non riesce più a sopportare la stupidità della maggioranza delle persone, con i loro atteggiamenti falsi, ipocriti e opportunisti. Si isola, spesso controvoglia, perché in realtà vorrebbe un po’ di contatto umano, ma nota che intorno a sé c’è una mediocrità critica di gente che dà importanza a cose che non ne hanno, vestiti firmati, macchine costose, accessori tecnologici che hanno portato la società ad uccidere il calore umano in favore di una freddezza robotica che porta chi ne è schiavo a credersi superiore, a divenire egocentrico e a tenere lontano tutti quelli che non stanno al gioco. Il vero misantropo resta lontano, isolato da una società che non sente più amica, “isolato da un mondo senza speranza” di redenzione perché non vuole essere redento. Un mondo che sta cadendo su sé stesso e che finirà con l’implodere, a favore di quei pochi “potenti” che intanto osservano questa società pronta a rinunciare alla propria libertà per essere salvata dalla propria “implosione”. L’unica vera redenzione possibile avrebbe luogo solo nel momento in cui la società, nella sua quasi totalità, venga estinta, permettendo a quei pochi che hanno ancora il cervello funzionante di creare una nuova, semplice razza indigena del pianeta pronta a vivere in armonia con la natura. Senza politica, religioni, distinzioni di razze o classi sociali. Utopia? Mah… Forse basterebbe che colui che ha dato origine a tutto dia un colpo di spugna sulla lavagna. Si cancella l’errore e si ricomincia. Punto. A capo.

Nero or the Fall of Rome – Le fronde ondeggianti dei Campi Elisi

I Nero or the Fall of Rome sono la dimostrazione che l’animo di un artista può essere variegato e non necessariamente monodimensionale. Pur ospitando ben quattro elementi di un gruppo già esistente da anni, i Riul Doamnei, i veneti sono riusciti a creare un disco, “Beneath the Swaying Fronds of Elysian Fields” (Naturmacht Productions), che si distacca da quanto composto in precedenza dai suoi membri con l’altro monicker. A condurci nei meandri nell’antica Roma imperiale è stato il cantante/chitarrista Federico.

Benvenuto Federico, prima di concentrarci sul presente farei un salto indietro: quattro dei membri della line up dei Nero or the Fall of Rome provengono dalle fila Riul Doamnei, dobbiamo considerare quell’avventura finita o solamente sospesa?
L’avventura dei Riul Doamnei non è finita ma momentaneamente sospesa a causa della mancanza di un batterista fisso. Tuttavia abbiamo deciso di proseguire con le registrazioni del nuovo album grazie all’aiuto di un turnista che si prenderà cura delle parti di batteria in studio. Una volta uscito l’album valuteremo se sia il caso di proseguire con l’attività live che per noi è sempre stata importante e ci ha regalato molte soddisfazioni nel corso degli anni. Ci sono ancora molti punti interrogativi a riguardo ma al momento la cosa fondamentale è di poter pubblicare un nuovo disco che veda la partecipazione di un musicista in carne ossa e di evitare, così, di programmare le parti di batteria. Una scelta che ci ha rallentato moltissimo ma di cui siamo tutti convinti.

Come è possibile mantenere più o meno la stessa formazione e ripartire da zero con un nuovo progetto che propone sonorità diverse?
Sentivamo il bisogno di assecondare anche altre pulsioni musicali senza dover scendere a compromessi, di conseguenza è stato molto semplice. A livello personale ci serviva una valvola di sfogo, fare parte di un progetto per due decenni è sicuramente un’esperienza molto gratificante ma porta anche a dover fare delle scelte ben precise, a seguire degli schemi compositivi e dei meccanismi che alla lunga possono logorare la mente. In questo nuovo progetto non seguiamo alcuno schema, semplicemente scriviamo musica senza porci dei limiti a livello di genere e intento. Siamo inoltre consapevoli che questa proposta è rivolta ad un pubblico molto più ristretto, non siamo preoccupati del consenso. Eppure siamo rimasti piacevolmente sorpresi dalle innumerevoli recensioni positive. Forse ci aspettavamo che i due progetti venissero messi inutilmente a confronto, come se uno fosse l’estensione dell’altro. Si tratta di due band completamente distinte, nonostante tre quarti della formazione sia in comune. Come hai giustamente notato, si tratta di sonorità diverse.

Nel suono dei Nero oltre alle più evidenti influenze black, trovo anche alcune melodie goth rock: è solo una mia impressione?
Difficile rispondere alla tua domanda. Sebbene l’album sia uscito solamente da qualche mese, ci siamo resi conto di quanto ognuno si sia fatto una propria idea per quanto riguarda le influenze presenti. Alcune ci hanno veramente sorpreso. In sostanza il nostro metodo compositivo è dettato dal feeling del momento e non da uno schema deciso o premeditato. Insisteremo sempre su questo aspetto che per noi è il punto fondamentale di tutto il progetto. Ci sono delle melodie piuttosto oscure, altre decisamente più epiche. La componente black metal sicuramente non manca e la produzione guarda certamente più al passato che al presente, una scelta piuttosto inusuale di questi tempi. Ci teniamo ad avere una precisa identità musicale, ma non per questo sentiamo la necessità di dover per forza catalogare la nostra musica. Ecco perché le canzoni presenti sull’album sono ricche di diverse sfumature, eppure figlie della stessa mano e soprattutto permeate della stessa attitudine. Per rispondere alla tua domanda posso citare alcune delle band nominate da chi ha recensito l’album: Bathory, Darkthrone, Candlemass, Black Sabbath, Cirith Ungol, Doomsword, Primordial oltre a Joy Division, The Cure, Manilla Road, Enslaved, Slough Feg. Come vedi ognuno ci sente delle diverse influenze che in parte comprendono anche quelle da te indicate come melodie goth rock.

Vorrei capire se il vostro è un interesse generale per la storia dell’antica Roma o se è circoscritto al periodo dell’imperatore Nerone e soprattutto agli scontri tra pagani e cristiani. In definitiva, siete una band che tratta tematiche storiche o anticrstiane?
L’interesse alla storia dell’antica Roma è innegabile ma non circoscritto solamente al periodo neroniano, come il nome potrebbe suggerire. Il nome stesso della band, infatti, vuole avere un significato simbolico riferito alla decadenza del mondo contemporaneo, alla corruzione e al marciume di cui la nostra società è affetta, alla politica spietata volta allo sfruttamento di ogni risorsa preziosa per la sopravvivenza dell’umanità stessa, agli scontri religiosi che ancor oggi sono causa di guerre e genocidi. Sebbene siano presenti dei pezzi che trattano particolari avvenimenti storici della Roma antica (cosa che per noi diventerà sicuramente una tradizione da portare avanti nel corso del futuro), si tratta anche in quel caso di riflessioni sul mondo in cui viviamo. I cicli della storia insegnano che siamo destinati a soccombere per il nostro stesso volere, il futuro che stiamo costruendo non sarà altro che il risultato delle conseguenze delle nostre azioni. Le tematiche anticristiane non hanno nulla a che vedere con quel genere di satanismo che molte band amano ostentare per una questione di marketing.

Anche dal punto di vista iconografico vi rifate all’immaginario simbolico dell’antica Roma, non temete che qualcuno possa darne un significato politico?
Sarebbe interessante ma quantomeno ridicolo. In ogni caso non ne sarei affatto sorpreso, d’altronde il periodo che stiamo vivendo ci ha nuovamente insegnato quanto sia facile giudicare un “titolo” o un’immagine senza nemmeno indagare e cercare di conoscerne il contenuto. Viviamo in un mondo nel quale l’immediatezza vince su ogni cosa. Quante volte il titolo di un articolo riflette in modo del tutto marginale il contenuto dello stesso? Non siamo interessati a cercare consensi tramite la nostra immagine, non siamo “clickbait”. L’unico aspetto politico presente nei Nero or the Fall of Rome è legato al disgusto che proviamo riguardo alla “qualità” della politica stessa. Mentitori, arraffatori, personaggi di un’ignoranza disarmante. Semplicemente nella nostra faretra c’è una freccia rivolta alla gola di ognuno di loro, senza distinzione. Quello che trovo orribile è che la maggior parte della gente cerchi di scusare certi comportamenti a seconda della classe politica d’appartenenza, un meccanismo che dovrebbe appartenere ad un passato oscuro, in realtà ancora ben radicato nella nostra società.

Al di là degli aspetti squisitamente storici, vorrei capire quanto siete immersi nella realtà attuale e se e come “Beneath the Swaying Fronds of Elysian Fields” sia stato ispirato anche dall’ambiente che vi circonda…
Siamo sicuramente immersi nella realtà attuale, non parliamo di scontri epici, di battaglie mitologiche e di divinità pagane che contrastano l’eroe mortale. Al contrario raccontiamo quello che viene dopo, raccontiamo l’antieroe, la tragedia dell’essere divisi ma uniti nel destino della morte, il riflesso che il mito (cristiano o pagano che sia) ha portato sull’uomo. Non nascondo che spesso vengo influenzato dalle vicende personali, questo contribuisce involontariamente al fatto che l’ascoltatore possa affezionarsi alla nostra musica, in quanto può ritrovare parte di sé stesso in quello che vogliamo comunicare.

Dal disco sono stati estratti tre video, di cui un paio lyrics. Mi soffermerei un attimo su questi ultimi, quanto sono importanti i testi per i Nero?
I testi sono decisamente importanti e sono parte integrante dalla canzone stessa. Sono convinto che la musica offra una grande possibilità di espressione e ritengo che sarebbe triste non sfruttarne le potenzialità. Noto la tendenza di molte band a trattare argomenti del tutto privi di nessuno spunto di riflessione. Certo, ci vuole anche “leggerezza” ma per noi è più importante poter dare un messaggio, e avendo la possibilità di farlo, ci sembra giusto proporre degli argomenti di un certo spessore. Non vogliamo scendere a nessun compromesso con quelle che sono “le regole del mercato” ovvero fantasy, becero satanismo provinciale e tutti quegli argomenti che probabilmente stimolano un pubblico più legato alle serie televisive. Per quanto in certi casi la musica si dimostri di tutto rispetto, innovativa e all’altezza delle aspettative, in altrettanti le liriche assumono un ruolo marginale, proprio a causa della mancanza di una minima ricerca e, di conseguenza di ispirazione. Nella musica dei Nero or the Fall of Rome questo si riflette anche nelle atmosfere musicali che sono sempre legate al messaggio, e viceversa.

Il video ufficiale è “Cold Bones”, come mai è stata scelta proprio questa canzone?
Non c’è un motivo preciso, infatti abbiamo girato il video in occasione di un concerto di supporto ai Rotting Christ quando ancora l’album era in lavorazione. La canzone è molto diretta e trascinante e si prestava particolarmente a un video live. Inoltre l’argomento trattato è sicuramente uno di quelli in cui qualche ascoltatore può rivedere parte della propria esperienza di vita. L’incapacità del singolo di entrare a far parte di tutti quei meccanismi della società che ci fanno sentire reietti e inadeguati. In qualche modo soli e abbandonati, diversi seppur destinati alla sorte comune di vagare ai margini di un mondo che non capiamo. Volevamo un video girato dal vivo per poter anche trasmettere quell’attitudine live di cui l’album gode, sia a livello di intenzioni che di produzione.

Negli scambi epistolari che hanno portato a questa intervista abbiamo discusso dell’attule industria discografica. A fronte di un mio generale scetticismo sull’esestablishment, mi avete raccontato che invece voi siete più che soddisfatti della vostra etichetta, la Naturmacht Productions: come è nato questo connubio felice?
Sì, siamo soddisfatti del lavoro svolto da parte della Naturmacht Productions. Quando abbiamo sottoposto il master alle varie etichette del settore siamo rimasti colpiti dal loro interesse e dall’intenzione di voler lavorare con noi secondo il principio di qualità, non quantità. Abbiamo avuto diversi riscontri da altre etichette, in un certo senso più blasonate ma ci è parso di essere trattati come l’ennesima band usa e getta. Non entrerò nel dettaglio delle offerte ma è stato chiaro fin da subito che non fossero veramente interessati alla nostra proposta e che ci considerassero solo un numero all’interno della scuderia. Una volta che il cavallo è stremato e sfruttato fino all’ultima corsa non resta altro che abbandonarlo o peggio, sopprimerlo. Nel corso degli anni ho visto fin troppe band affidarsi a etichette che promettono grandi cose. Con la Naturmacht Productions ci siamo sentiti subito a casa e ancor oggi pensiamo di aver fatto la scelta giusta.

Kolossus – Nell’antro del colosso

Ancora un album black metal made in Italy sugli scudi in questo strano 2020. L’esordio dei Kolossus (Satanath Records) rappresenta un’ottima sintesi della materia nera proveniente dalla Norvegia a cavallo tra 80 e 90, un disco che richiama quanto fatto dai Bathory e dai loro discepoli Enslaved, Immortal e Taake.

Ciao Helliminator, con “The Line Of The Border”, arrivi all’esordio dopo l’esperienza T132. Ti chiederei di tracciare brevemente il cammino che ti ha portato dalla tua vecchia band all’attuale…
Ciao Giuseppe! Prima appunto della nascita del progetto Kolossus avevo già provato a creare qualcosa di “mio” col monicker T-132 (un paio di demo mai usciti finora); prima ho fatto molto ma mai nulla di concreto come finalmente è accaduto con “The Line of the Border”.

I Kolossus credo che siano stati fortemente influenzati dai Bathory più epici e ritengo che il loro ascendente non si fermi solo all’aspetto musicale ma comprenda anche quello filosofico e operativo, mi riferisco anche alla tua decisione di fare tutto da solo come Quorthon, mi sbaglio?
Ti ringrazio per l’accostamento, ma seppur tutto quello che hai detto sull’aspetto filosofico-musicale ci può stare assolutamente, a livello di influenze mi sento più debitore alla scena norvegese (Enslaved, Helheim, Taake); sicuramente l’epicità di molte parti nel disco potrebbe richiamare anche i Bathory che in quello sono stati pionieri e maestri! Ave Quorthon!

Nonostante tu sia solo, riesci a far percepire nella tua musica una varietà stilistica ed espressiva che, non leggendo la line up, potrebbe essere ricondotta a più componenti. Come riesci a far esprimere queste tue diverse anime senza perdere mai il controllo sull’obiettivo finale?
Non saprei sinceramente, è tutto abbastanza naturale, riesco a far affiorare la moltitudine dei miei stati d’animo e a farli convivere all’interno delle canzoni, probabilmente questo può far sembrare che dietro alla band vi siano più “teste”che compongono, ma è tutto frutto della mia creatività/follia ahahah.

Dal punto di vista lirico ti rifai all’immaginario norreno, come spieghi questa tua scelta e cosa rispondi a chi ritiene che certe tematiche non abbiano senso se proposte da band italiane?
La passione per la tradizione vichinga deriva sicuramente dagli ascolti in adolescenza delle band del filone black-viking che con le loro tematiche trattate mi hanno portato a interessarmi e leggere a suo tempo sulla storia e tradizioni di questo grande popolo; capisco altresì chi sostiene la tesi da te succitata, però in fondo penso che dove nasci non lo decidi tu, e ognuno di noi dovrebbe andare a ricercare quello che sente più vicino a sé e alle proprie emozioni, anche se distanti anni luce dalla propria realtà.

In “Journey” proponi anche l’italiano, quasi a voler confermare le tue radici, no?
Sì, è stata una prova, e sebbene l’inglese rimanga la lingua ideale, sono soddisfatto del risultato ottenuto su “Journey”.

Mi soffermerei sui significati intrinsechi, se ce ne sono, del titolo dell’album e della copertina: puoi dirmi qualcosa di più su questi aspetti del disco?
Sia copertina che titolo dell’album riflettono me stesso nella realtà di tutti i giorni, nei miei continui contrasti interni che portano spesso ad isolarmi per poi fare emergere tutto quanto sotto molteplici aspetti (visivo-sonoro in questo caso).

Come sei entrato in contatto con l’etichetta russa Satanath Records?
Quella della ricerca dell’etichetta è stata forse l’avventura più dura ahahah. Tra risposte non ricevute, risposte negative, label interessate che sparivano, quella che ha mostrato subito interesse è stata proprio la Satanath di Aleksey. Il resto è venuto di conseguenza.

Vieni da una città, Genova, culla dell’estremo italiano con Ghostrider e Necrodeath e luogo di nascita di altre realtà importanti come Sadist, Antropofagus, Malombra, Spite Extreme Wing, Il Segno del Comando e IANVA. Gruppi diversi, ma a loro modo attenti scrutatori dell’oscurità: come ti spieghi questo particolare feeling delle band genovesi e quanto la tua città ti ha influenzato nel tuo cammino verso l’estremo?
Che Genova abbia avuto una serie di band estreme importanti a livello nazionale e internazionale è appurato, per quello che mi riguarda è una città che, unendo mare e monti in pochi chilometri, può aiutare a sviluppare un sacco di ispirazione per chi vuole viaggiare con la testa e anche col corpo.

Come credi che potrà evolversi in futuro la musica dei Kolossus?
Ho iniziato le sessioni di registrazione del secondo full, e quindi posso già accennarti qualcosa a livello di evoluzione. Le nuove composizioni andranno a richiamare “The Line of the Border”, ma vi sarà una forte componente emotiva personale derivata dal periodo in cui è stato composto che emergerà qua e là: spero in un buon mix finale!

Disamara – La quiete notturna

Il black metal ha una sua poetica, i Disamara rappresentano al meglio questo aspetto più romantico e decadente del sotto-genere più oscuro del metal. I semi lanciati da Maur con il crepuscolare “Notturna è la Quiete”, siamo certi, metteranno solide radici, come quelle di un acero, nel cuore e nello spirito di chi si approccerà a questa opera targata Naturmacht Productions.

Benvenuto Maur, ascoltando “Notturna è la Quiete” ho che notato che nella tua proposta coesistono due elementi: da un lato la musica che si rifà al black metal primordiale di scuola nordica, dall’altro l’utilizzo di testi in italiano. Da dove nasce l’esigenza di far convivere questi due fattori cosi geograficamente e, a volte, anche stilisticamente così distanti?
Ciao, intanto vorrei ringraziarti per l’intervista, darà sicuramente modo a chi vorrà di approfondire taluni aspetti su Disamara e su “Notturna è la Quiete”. Rispondendo alla tua domanda potrebbe sembrare che la lingua italiana e un certo stile black metal risultino inconciliabili ma a mio avviso la scelta non poteva essere differente in quanto i miei ascolti nel genere in questione iniziano a metà anni novanta, quando la Norvegia faceva la parte del leone, e in qualche maniera quel modo di comporre, quelle atmosfere e le sensazioni che la musica mi provocava sono stati interiorizzati a tal punto che i riff scivolano fuori in maniera del tutto naturale soddisfacendo quello che è il mio sentire. Questo non vuol dire comunque che io scimmiotti uno stile che non è mio, i brani restano composizioni originali e la mia interpretazione è del tutto personale. Per quanto riguarda il cantato esiste per la verità una versione parziale del disco in inglese ma non riuscivo a digerire il fatto di dover trovare un compromesso tra quello che era mia intenzione comunicare e una traduzione che ne snaturava totalmente la forma. Qualcuno diceva “le parole sono importanti!” e io non avevo intenzione di cambiarle per far piacere a chissà chi, cosicché ho scelto la mia via naturale.

Per prepararmi all’intervista ho cercato un po’ di notizie in rete, in realtà non ho trovato molto. Immagino che dietro questa penuria di informazioni ci sia una la volontà di non mostrarti troppo, però come è possibile far convivere questo desiderio di isolamento con la necessità di esporsi all’indomani della pubblicazione di un lavoro?
In verità non c’è una precisa volontà nel non mostrarsi, forse dipende dal fatto che Disamara sia una realtà molto underground e io, Maur, forse sono più concentrato sugli aspetti musicali e lirici. Ovvio che non ritenga utile al progetto mostrare aspetti della mia vita privata ma sono sempre disponibile nell’esporre quali siano i concetti che ruotano intorno Disamara esattamente come sto facendo in questa sede.

Ti andrebbe di colmare parzialmente questa lacuna andando a tracciare una breve biografia dei Disamara?
Certamente. Disamara come ben sai è un mio progetto personale e io mi occupo di tutto. Ho suonato in diverse band più o meno note come Aivarim, Malinvern, Septycal Gorge in qualità di bassista ed in tutte queste realtà sentivo che il mio apporto fosse solo parziale, avevo altre idee e sentivo il bisogno di esprimerle. Avevo già l’intenzione di creare qualcosa di mio quando ascoltai per la prima volta Grond, progetto solista tedesco, intorno al 1998 ma dovetti aspettare di approfondire lo studio sulla produzione musicale prima di propormi attivamente. Quindi creai Theart, progetto fortemente collegato a Disamara, nel 2005 e nel 2006 produssi il mio primo demo. Nel 2008 produssi uno split con gli Uxor, band non più attiva purtroppo. In seguito mi dedicai alla composizione anche se in maniera più sporadica e nel 2018 sentii che i tempi erano maturi per un album così creai Disamara.

Qual è il significato letterale di Disamara e qual è quello filosofico?
La disamara altro non è che il frutto dell’acero. Sono sempre stato affascinato da questo sistema adottato nel corso dei millenni da questa pianta per potersi riprodurre utilizzando il vento come mezzo. Il concetto sta nell’evoluzione. Dal vento ( ispirazione) vengo trasportato e porto con me quello che fa parte del mio bagaglio culturale, la mie tradizioni, il mio retaggio musicale per poter quindi dar vita a qualcosa che va oltre. Qualcuno ha scritto che il seme non sia caduto molto lontano dall’albero. Forse non ha capito. Le composizioni sono qualcosa che prima non erano ed ora sono. L’evoluzione è un processo lento ed io sono un estimatore della lentezza. Questo è il mio sempre oltre.

Il processo di scrittura del disco quanto è durato? Te lo chiedo perché l’impressione che ho avuto è che questa canzoni siano più che altro pensieri raccolti in un periodo abbastanza lungo più che il frutto di un’improvvisa, o quanto meno breve, esperienza di scrittura.
Hai ragione, infatti in alcuni casi tra un brano e l’altro sono trascorsi anche parecchi anni. Non che i brani richiedessero tutto questo tempo per essere composti, semplicemente la produzione è stata discontinua nel tempo in base ai miei impegni extra musicali ed anche alla mia ispirazione del momento. Diciamo 10 anni? La maggior parte delle liriche risalgono invece a un periodo più recente. Scrivo molto ultimamente, è un buon periodo

I brani hanno dei minutaggi elevati, come ti spieghi questa necessità espressiva di strutturare le tue canzoni su durate che sfiorano i 10 minuti? Non è mai avvertito durante la composizione un desiderio di sintesi?
No, non sento la necessità di sintetizzare. Amo i brani lunghi quando ascolto musica e questo mio sentire si è trasferito nelle mie composizioni. A mio modo di vedere i brani contenuti su “Notturna è la Quiete” oltretutto, nonostante la lunghezza, scorrono bene e non annoiano. Inoltre se si presta attenzione alle liriche diventa tutto più fluido. I testi sono parte integrante dei brani, vanno ascoltati e interpretati.

Notturna è la Quiete,” mi pare di capire, che sia stata comunque per te un’esperienza totalizzante, non mi riferisco solo alle registrazione che hai fatto da solo, ma anche al fatto che ti sia interessato tu in prima persona anche degli aspetti visivi del disco. Alla luce di questo, i le varie sfaccettature che si celano dietro il progetto Disamara sono scindibili oppure no, e quindi ci troviamo innanzi a qualcosa che va oltre la musica?
Dici bene, sono profondamente coinvolto da Disamara, non potrebbe essere diversamente, Disamara sono io. In esso è racchiusa tutta la sfera di emozioni che fanno parte del mio essere, del mio vedere , del mio sentire. E cambia sempre, chissà cosa scriverò in futuro… Come molti sanno il black metal non è soltanto musica ma uno stato mentale quindi musica, testi, immagini, pensieri, emozioni, natura, rapporti umani, l’universo tutto è black metal. Stupore verso l’ignoto.

I Disamara senza Maur, mi sembra chiaro, non potrebbero esistere, ma a questo punto i Disamara cosa hanno portato nella vita di Maur?
Disamara è quanto di più vicino alla libertà io conosca, come farsi trasportare dal vento verso il caso/caos che da sempre regola l’universo.

Ossario – Mucchi d’ossa nere

“Ossario” è l’EP omonimo d’esordio dei siciliani Ossario, su Overthewall ospite il chitarrista Schizoid.

Quando e perché nascono gli Ossario?
Gli Ossario nascono ufficialmente nel 2017. Ho ideato il progetto durante un mio viaggio a Roma, dopo aver visitato alcune catacombe. Necropoli, cimiteri e ossari hanno sempre influenzato molto il mio immaginario e la creazione di riff. Volevo un progetto che incarnasse il sound primitivo in ambito metal estremo. Avevo in cantiere vari riff da tempo, delle demo e una prima versione del logo. A marzo 2020, durante la quarantena, ho deciso di registrare ufficialmente questo debut EP; abbiamo fatto un restyling del logo ed elaborato alcune mie foto per realizzare la copertina con Azmeroth Szandor (nostro caro amico e grafico).

Avete già delle esperienze alle spalle con Malauriu, Ancient e Eraser, in cosa si distinguono gli Ossario dalle altre vostre band?
Ciascuno di noi ha molte band e varie collaborazioni con progetti studio e live. Ossario è più legato a un sound primordiale che riporta a band old school e si discosta nettamente dal resto dei nostri progetti.

Quali sono le vostre influenze?
Siamo influenzati da molte band. Dovrei fare una lista infinita, ma cito i primi gruppi che mi vengono in mente: Darkthrone, Sarcofago, Nunslaughter, Aura Noir

Provenite da una regione, la Sicilia, che ha un’importante tradizione black metal, che si è sviluppata, in alcuni casi, anche in modo indipendente rispetto ai canoni stilistici internazionali. In questo senso, quanto c’è di “siciliano” nel vostro sound?
Per quanto riguarda il nostro sound, non è prettamente siciliano. Forse è presente qualche riff e tempo cadenzato, ma sicuramente non è ricollegabile ad alcune band che hanno incluso contaminazioni folkloristiche tipiche. Nei nostri testi, invece, è presente l’influenza della Sicilia, del folklore religioso e mortuario.

Avete optato per un esordio su EP, invece del più canonico LP, a cosa si deve questa scelta?
Lavorare per la release di un LP è molto più impegnativo e dispendioso a livello di tempo e denaro, realizzare un EP è più semplice e diretto. Abbiamo realizzato questo EP interamente in casa durante la quarantena, poi Carlo Altobelli del Toxic Basement si è occupato del mixaggio e mastering. In futuro potrebbe arrivare un LP, ma attualmente stiamo lavorando ad uno split con un’altra band siciliana.

Vi andrebbe di fare una veloce disamina delle quattro tracce contenute in “Ossario”?
“We’re All Born To Die” è il primo brano scritto per Ossario, l’intro è una campionatura di un’intervista a Charles Manson. Il sound è molto crust e le tematiche trattate riguardano la morte da un punto di vista puramente nichilista. “Millennial Fears” è la reinterpretazione di un vecchio brano che avevo scritto anni fa. Il brano alterna riff taglienti, con rallentamenti e stacchi cadenzati.
Krost ha scritto un nuovo testo molto blasfemo e dissacrante. “Torment Sweet Torment” è un brano molto ottantiano con riff thrash, anche qui le tematiche sono blasfeme. L’ultima traccia “Rigor Mortis Boner” è il brano più marcio e “ignorante” del disco, molto crust con tematiche di necromanzia.

Nelle note promozionali descrivete il vostro di black metal “perverso, frutto dell’ossessione per la morte e la decadenza, dell’alienante condizione della quarantena appena trascorsa”. Queste peculiarità caratterizzano maggiormente l’aspetto musicale o quello lirico?
Caratterizzano maggiormente l’aspetto lirico.

“Ossario” è uscito per Southern Hell Records, come siete entrati in contatto con la vostra etichetta?
Southern Hell Records è un’etichetta amica che aveva già rilasciato varie band siciliane. Tra le proposte ricevute per la release in CD i tempi erano troppo lunghi e quindi abbiamo optato per la Southern Hell Records che ha dato subito alle stampe il nostro EP in tiratura limitata.

Ritenete necessaria nel 2020 una casa discografica?
Una casa discografica se ha una buona distribuzione e si occupa adeguatamente della promozione di un disco (senza spillare soldi alla band), la ritengo molto importante. Allo stesso tempo, oggi, è molto difficile trovarne una essendo saturo il mercato musicale e visto i mezzi a nostra disposizione anche con l’autoproduzione si possono ottenere buoni risultati.

Della futura edizione in cassetta che mi dite?
Tra le varie proposte ricevute per l’edizione in cassetta la Warhemic Productions ci ha offerto un buon contratto e una stampa in tempi abbastanza celeri. Le loro precedenti release di band rinomate e la distribuzione in America, Asia ed Europa mi hanno convinto subito.

Il progetto si limiterà all’ambito da studio, essendo voi già impegnati con altre realtà, o avrà anche un eventuale sviluppo dal vivo, appena i live potranno riprendere?
Essendo impegnati con molte band, sopratutto Krost Von Barbarie e Prandoni in ambito live non sarà semplice portare in giro questo progetto, però abbiamo intenzione di fare qualche concerto in futuro.

Trascrizione dell’intervista rilasciata a Mirella Catena nel corso della puntata del 27 Luglio 2020 di Overthewall. Ascolta qui l’audio completo: