Dread Sovereign – Alchemical warfare

ENGLISH VERSION BELOW: PLEASE, SCROLL DOWN!

I Dread Sovereign sono stati fondati a Dublino, in Irlanda, circa dieci anni fa dal cantante dei Primordial, Nemtheanga, per rendere tributo alla vecchie scuola doom, black ed heavy metal! È uscito da poco il nuovo album della band, il primo sotto Metal Blade, “Alchemical Warfare”, per ciò abbiamo deciso di fare una chiacchierata con il leader di questa oscura creatura.

Ciao Nemtheanga, “Alchemical Warfare” è un buon modo per iniziare il 2021 e dimenticare l’orribile 2020, ma durante la sessione di songwriting sei stato influenzato dalla pandemia?
Nah, abbiamo scritto e registrato l’album nel 2019 prima di questo casino, quindi l’album non ha nulla a che fare con l’emergenza. Il 2020 è stato davvero un anno da dimenticare, ma non parlare troppo presto, il 2021 potrebbe benissimo andare peggio: dobbiamo aspettare e vedere.

Questo è il tuo primo album per la Metal Blade, ti sei sentito sotto pressione durante la scrittura delle canzoni?
No per niente. La Van Records è fantastica e sono molto affezionato a loro, ma il nuovo album è più straight up metal, aveva più senso stare con Metal Blade. Niente di grave, sono entrambe fantastiche in modi diversi. Nessuna pressione, faccio sempre la stessa cosa.

Il titolo “Alchemical Warfare” mi fa pensare a qualcosa tipo guerra tra le aziende farmaceutiche per il vaccino e il suo business. Qual è il vero significato?
Ah no, l’alchimia è ciò che potremmo chiamare la scienza / ricerca magica / processo medievale per trasformare gli elementi di base in metalli preziosi, cosa che ossessionava gli ordini occulti ermetici durante il post-illuminismo in Europa. Argomento a cui sono molto interessato, come metafora rappresenta l’ideale dell’autorealizzazione, in quel momento ti ritrovi dentro una guerra!

I Dread Sovereign sono un tributo al doom della vecchia scuola, al black e all’heavy metal, ma pensi che il tuo sound sia cambiato rispetto al primo EP?
Beh, non è un tributo no… la band esiste di per sé, ma non avevo intenzione che fosse originale, non me potrebbe fregare di meno, ad essere onesto. E’ quello che è. Il suono è un po’ più uptempo, più NWOBHM, c’è dell’old school metal lì dentro… Nessun cambiamento enorme.

Come cambia il tuo approccio vocale dai Primordial ai Dread Sovereign?
Beh, è ​​sempre la mia voce, quindi non ci possono essere tante differenze, ma nei DS sono più libero di cantare con gli alti, più metal, uso dell’idee interpretative diverse che non si adattano ai Primordial. Nei DS la voce anche è un po’ più in second’ordine rispetto alla musica.

È nato prima il tuo amore per il basso o per la voce? Ed è difficile per te cantare e suonare il basso insieme sul palco?
Ah, non sono un vero proprio musicista con un talento naturale, quindi entrambe le cose sono state dei ruoli che ho intrapreso, ma mi accontento delle abilità che ho. Li amo entrambi per motivi diversi. Comporre per i DS alla chitarra è molto diverso, non sono affatto un grande chitarrista, ma so quello che voglio. E’ stato difficile senza dubbio, ma è diventato più facile con il passare degli spettacoli…

I Dread Sovereing sono una band orientata al basso o durante la composizione delle canzoni tutti i membri sono liberi di creare qualcosa?
Chiunque è libero di contribuire con qualsiasi cosa! Tendo ad accentrare forse duo/tre cose nella musica, ma Bones scrive anche canzoni. E’ tutto là fuori …

Quanto è divertente per te scrivere un testo per Dread Sovereign?
Divertente? Non è per nulla è divertente (ridendo). E’ diverso dai Primordial, nei DS non ho il peso storico culturale, sono libero di essere influenzato da qualsiasi cosa, è tutto scritto in uno stile horror occulto, fatti storici intrecciati tra sogno e incubo!

Quali canzoni di “Alchemical Warfare” suonerai dal vivo quando sarete in grado di andare in tour?
Chissà, credo che che attraverseremo quel ponte quando arriverà il momento in cui potremo farlo.

Dread Sovereign was formed in Dublin, Ireland about a decade ago by Primordial vocalist, Nemtheanga, to give praise to filthy cult old doom, black and heavy metal! The new album of the band, the first under Metal Blade, “Alchemical Warfare” is now out, so we decided to have a chat with the leader of this obscure creature.

Hi Nemtheanga, “Alchemical Warfare” is a good way to start 2021 and forget the horrible 2020, but the during the songwrting session was you influenced by pandemic?
Nah, we wrote and recorded the album in 2019 before this mess so the record has nothing to do with the pandemic. 2020 has indeed been a year to forget but dont speak too soon 2021 might very well be worse. We have to wait and see.

This is your first album under Metal Blade, did you feel under pressure during the songwriting process?
No not at all. Van Records is awesome and much love to them, but the new album is more straight up metal, made more sense to be with Metal Blade. No big deal. They are both great in different ways. No pressurs, I always do the same thing.

The title “Alchemical Warfare” minds me something about war between pharmaceutical companies for the vaccine and its business. Which is the real meaning?
Ah no, alchemy is what we could call the medieval science/magical search/process for turning base elements into precious metals that obsessed hermetical occult orders in the post Europe enlightenment. Which I am very interested in, as a metaphor it represents the ideal of self actualization. Finding yourself within that is the war right now!

Dread Sovereign are a tribute to old school doom, black and heavy metal, but do you think your sound is changed from the first EP?
Well not a tribute no. The band exists in it’s own right, but i had no intention for it to be original, I could care less to be honest. It is whats it is. the sound is a bit more uptempo, more NWOBHM and old metal in there… no huge change.

How does change your vocal approach from Primordial to Dread Sovereign?
Well, is still my voice so there can only be that many differences, but in DS I am freer to sing higher, more metal, use different random ideas that don’t fit into Primordial. In DS also the vocals are set back a bit more into the music.

Was born first your love for bass or for vocal? And is difficult for you to sing and play bass together on stage?
Ah, I am not really a natural musician so they both have been a task, but you make do with the tools you have. I love them both for different reasons. Composing for DS on guitar is very different, I’m not a great guitar player by any means, but I know what I want. It was hard no doubt but got easier as the shows went by…

Are Dread Sovereing a bass oriented band or during the songwriting all the member are free to create something?
Eveyrone is free to contribute anything! I tend to do maybe 2/3rd of the music but Bones writes songs as well. It’s all out there…..

How funny is for you to write a lyric for Dread Sovereign?
Funny? nothing is funny (laughs) ah it’s different to Primordial, DS doesnt have the cultural historical weight. I am free to be influenced by anything in DS, but all written in this style of occult horror, historical facts woven into dream and nightmare!

Which songs form “Alchemical Warfare” will you play live when you’ll be able to touring?
Who knows, I guess we cross that bridge when we can come to it.

Falhena – Il canto della falena

Chi ha seguito le vicende degli Adversam, probabilmente conoscerà già i Falhena, formazione composta per due terzi da musicisti proveniente da quella band (Summum Algor e Katharos). Ma il vero motore del progetto, in quanto compositore e autore dei testi, è Naedracth, ed è proprio con lui che abbiamo parlato del disco di debutto “Insaniam Convertunt”, uscito lo scorso maggio per Hidden Marly.

Ciao Naedracth, qual è il significato simbolico della falena e come questo si sposa con l’etica black metal?
La falena è un animale interessante, vola di notte, e per orientarsi sfrutta il flebile bagliore della luna, vive nell’ombra attratta dalla luce, è una condizione particolare. Da sempre rappresenta il mistero, simbolo di sventura e cattiva sorte, l’ho trovata una cosa adatta a rappresentare la musica che proponiamo.

Attualmente siete un terzetto composto da te e da Summum Algor e Katharos. In particolare, i tuoi compagni provengono dagli Adversam, dobbiamo considerare i Falhena come una prosecuzione di quel progetto?
No, Adversam non centra nulla con Falhena, se non per il fatto che due dei componenti sono presenti in entrambe le band. Nei Falhena io mi occupo della composizione dei brani e dei testi, ho solamente avuto la fortuna di conoscere dapprima Summum Algor, che accettò di suonare con me negli ormai sciolti Aivarim, e successivamente Katharos. Non ci sono legami di altro tipo con Adversam.

Lo scorso maggio avete pubblicato “Insaniam Convertunt”, il vostro album d’esordio. Come è nato il disco?
Il disco è nato, o meglio, è stato composto nell’arco di diversi anni, dopo lo scioglimento degli Aivarim ho voluto continuare dapprima con del mio materiale che avevo scritto in precedenza, successivamente ho buttato giù nuovi brani. Summum Algor ha continuato con me in questo nuovo progetto, ed ha partecipato nella stesura dei pezzi, in seguito si è unito Katharos per le parti vocali. Il disco, nonostante i rallentamenti dovuti alla pandemia, è uscito per la Hidden Marly, inizialmente solo in digitale e successivamente anche in CD.

Il vostro stile di black è di chiara matrice old school svedese, come mai avete scelto un approccio più tradizionale a un genere che negli ultimi tempi si sta rimodellando soprattutto attraverso le contaminazioni?
In realtà non ci siamo seduti a tavolino per pianificare la stesura dei brani scegliendo di emulare un genere in particolare, semplicemente i pezzi prendono forma man mano che li si prova e seguono l’ispirazione del momento. Non mi piace etichettare le cose, ancor meno quando si tratta di musica, la quale è un “flusso” di sensazioni, che vengono poi concretizzate e “fermate” una volta conclusa la registrazione. In parole povere non ce la volontà di seguire un genere come un treno su di un binario, cosa mi verrà di scrivere scriverò, seguendo l’ispirazione del momento.

Comunque non disdegnate il ricorso alle melodie, come riuscite a bilanciare l’anima più estrema con quella più melodica?
Quando scrivo un pezzo sento la necessità di renderlo godibile, riconoscibile, apprezzabile attraverso una melodia, credo sia ciò che conferisce un anima ad un brano. Ci sono poi ovviamente delle parti più violente o più “marce”, ma la componente melodica la reputo fondamentale per la riuscita di un brano.

Altro aspetto che salta all’orecchio è il livello tecnico dei musicisti coinvolti, nonostante non tendiate mai all’autocompiacimento: qual è il limite che vi siete imposti, in modo conscio o inconscio, di non superare per mantenere un certo livello di feeling marcio ed oscuro?
Diciamo che i brani prendono forma in modo naturale, non poniamo limiti tecnici, più semplicemente viene adeguata la tecnica alla composizione. Dal mio punto di vista non vedo la stesura dei brani come mezzo per far emergere la tecnica sullo strumento, do molta più importanza alle sensazioni che fluiscono suonando, per cui a volte trovo sia più efficace un insieme di poche note magari lente piuttosto che un riff velocissimo e tecnicamente difficile. Dipende comunque sempre dalla base del pezzo e da cosa si vuole trasmettere.

Il disco si chiude con “Ritorneremo”, questo brano è stato posto in coda perché possiamo considerarlo una sorta di anteprima su quelli che potrebbero essere gli sviluppi prossimi della vostra musica?
Il brano “Ritorneremo” è un omaggio a mio nonno tornato dalla seconda guerra mondiale dopo aver subito e visto cose inimmaginabili ai giorni nostri. L’ultima parte del testo, cantata da me in italiano, è una porzione di canzone scritta da lui durante la prigionia in Russia che ho voluto inserire nel brano per far si che non andasse persa la sua memoria. E’ stato posto in coda perché la tematica trattata non centra col resto dei brani, l’outro “Zombification” sarebbe la corretta chiusura dell’album; dopo ho voluto inserire “Ritorneremo”, non è un rimando agli sviluppi futuri della composizione dei nuovi pezzi.

Rimanendo in tema, state già lavorando al nuovo materiale?
Sono al lavoro su nuovi brani e sto scrivendo anche nuovi testi, purtroppo nella vita di tutti i giorni gli impegni sono molti per cui non rimane molto tempo a disposizione per la composizione, ma man mano si procede. L’intento è comunque quello di dare alla luce un nuovo album, non so quantificare il tempo necessario perché ciò avvenga, anche nella fase compositiva è necessaria la giusta ispirazione, magari per mesi non si conclude nulla, poi nell’arco di una settimana possono prendere forma più brani… vedremo!

Vi siete già esibiti dal vivo e/o avete intenzione di farlo appena le condizioni sanitarie lo renderanno possibile?
No, non ci siamo mai esibiti dal vivo e, a dire il vero, non è nemmeno una cosa che stiamo valutando, è molto complesso preparare una performance live, richiede tempo, che purtroppo spesso manca. Inoltre non è una cosa a cui aspiro, preferisco concentrarmi sulla composizione.

Deadform – Un incubo industrial blues

I Deadform sono un duo Industrial composto da Peter Bell ai synth e Dead Kryx – Cristian Di Natale già noto come “Murthum”, membro fondatore ed anima dei Mortifier una delle prime band black metal italiane – alle chitarre. Hanno da pochissimo pubblicato il loro Ep d’esordio “Tales of Darkforms” su Bandcamp.

Ciao Peter, benvenuto sulle pagine de Il Raglio del Mulo! Come nasce il progetto “Deadform”?
Conosco Kryx da molto tempo, eravamo adolescenti. Nel piccolo paese rurale dove siamo nati chi ascoltava determinati generi musicali era considerato un alieno e quindi tra alieni ci conoscevamo tutti e ci scambiavamo cassette, dischi ed esperienze di viaggi impossibili no budget… facevamo migliaia di chilometri insieme per vedere le nostre band preferite. Deadform nasce da questo spirito ritrovato dopo alcune free session da un amico comune. Il mio modo alternativo di suonare i synth insieme alla sua macchina da riff ha trovato da subito un’intesa sonora. Insieme abbiamo pensato ad progetto che potesse unire power electronics, techno e metal sperimentando una nuova miscela esplosiva. Non ci siamo mai annoiati e ogni traccia ci spronava a lavorare sulla successiva .

E’ stato difficile unire la tua anima elettronica a quella più propriamente black metal di Dead Kryx?
Le influenze black metal si percepiscono specialmente nella prima traccia “Darkforms” ma non avendo un cantante, e in quel momento neanche un batterista, dopo un po’ di session insieme l’idea di proporre musica solo strumentale è stata naturale, poi l’entusiasmo ha fatto il resto.

In che maniera vi approcciate alla composizione dei brani?
Tutte le tracce sono state abbozzate insieme. Alcune volte ho sviluppato più una mia idea al synth o alla drum machine, altre volte siamo partiti da una parte di chitarra e via via in questo modo abbiamo rifinito le tracce. Solo quattro al momento per un Ep ma siamo già pronti a pubblicarne altre, come prima uscita può bastare.

L’industrial è un genere che ha avuto la sua maggiore notorietà negli anni ’90, cosa può ancora caratterizzarlo nel 2021 secondo voi ?
L’industrial era il genere a cui ci sentivamo più vicini pur essendo naturalmente molto lontani dalla Wax Trax di Chicago. Certamente amiamo band come NIN, Skinny Puppy, Ministry, Front 242 tanto per citarne alcuni. Crediamo che il rock oggi per vivere abbia sempre più bisogno della sintesi elettronica e l’industrial è secondo noi il genere che più di tutti può incubare l’anima del blues con i ritmi industriali della dance music. Il mondo della musica è infinito ed è la massima espressione dell’uomo su questo pianeta.

Il vostro Ep “Tales of Darkforms” è una sorta di viaggio sonoro che ben si presta a un immaginario apocalittico, avete intenzione di pubblicare altri videoclip oltre quello già edito di “Convulsex”?
Ci stiamo lavorando… il video di “Convulsex” è stata una sfida, in effetti pensavamo quanti videogiochi devono il loro successo alla musica?

Vista l’attuale stasi della musica dal vivo, che ne pensate delle esibizioni in streaming? Avete mai pensato a qualcosa del genere?
Adesso abbiamo un batterista e, virus permettendo, stiamo cercando di preparare un set dal vivo. In merito alle esibizioni in streaming bisognerebbe inventarsi qualcosa di più che suonare davanti ad una camera fissa, ci vorrebbe uno show.

Come Mutaform Records, hai pubblicato diverse produzioni, quanto il contesto del Sud ed in particolare della Valle D’Itria influisce sulle tue produzioni ?
Una delle cose più stimolanti che abbiamo da queste parti è il poter passare dal nulla più assoluto – un paesaggio rurale o un parco marino – ad un posto dove si suona si balla e ci si diverte senza traffico, con tantissimo spazio a disposizione. La vita all’aperto, un po’ di sport e l’osservazione… tutte queste cose aiutano molto e stimolano l’orecchio nella creazione di nuove tessiture sonore .

Quali progetti avete per il futuro musicale post-pandemico?
Stiamo lavorando ad una versione live dei Deadform con un giovane batterista e ad altre nuove tracce.

Malamorte – Il divoratore di anime

Tra qualche giorno “God Needs Evil”, l’ultimo disco dei Malamorte, uscirà finalmente in formato fisico grazie all’americana Moribund Records. Abbandonate le antiche sonorità black metal, oggi i Malamorte si presentano in una veste più vicina al classico heavy metal. Ma statene certi, il processo di mutazione di questa strana creatura non è ancora concluso…

Ciao L.V., “God Needs Evil” finalmente a gennaio, a quasi un anno dalla sua realizzazione in digitale, avrà anche un’edizione in formato fisico. Questo differimento è stato causato dall’emergenza Covid oppure, prima dell’interessamento della Moribund Records, non era prevista la pubblicazione in CD?
No, la pubblicazione era prevista anche in formato fisico, ma per i problemi legati al Covid, molte fabbriche hanno sospeso le stampe e si sono accumulati ritardi, per fortuna si è presentata questa possibilità di realizzare il formato fisico grazie all’americana Moribund Records.

Il formato fisico ha ancora senso oggi e, soprattutto in Italia, il digitale ha un mercato oppure è utile per le varie piattaforme di streaming, che di loro, però, non corrispondo alle band grandi compensi?
Io, essendo della vecchia guardia, sono sempre legato al formato fisico, che sia CDo vinile. Ridurre la musica, la fatica fatta, la produzione, ad un file è veramente triste. Lo streaming o dowload lo prendo in considerazione solo come pre-ascolto, ma poi assolutamente formato fisico tutta la vita.

Dopo un anno sei ancora soddisfatto di “God Needs Evil” oppure cambieresti qualcosa?
Sai io tendo sempre a fare cose differenti, difficilmente ascolterai due album uguali. “God Needs Evil” è un album a tratti complesso a tratti lineare, ha all’interno sfuriate thrash, come momenti puramente heavy o doom. La motivazione è anche seguire il testo e quello che vuole trasmettere e rappresentarlo in musica, per questo c’è questa sorta di onda emozionale che rispecchia appunto il contenuto dei testi. Bisogna sempre essere soddisfatti di quello che si fa, perché rispecchia comunque il tuo sentimento del momento, quello che in quel determinato momento, pensavi fosse giusto come sound per quello specifico album.

Con i Malamorte hai pubblicato un EP e quattro full-length, sei soddisfatto del percorso fatto sino ad oggi? I Malamorte di “God Needs Evil” quanto sono vicini all’idea iniziale che avevi del gruppo quando l’hai creato?
Sinceramente non avrei mai immaginato che un progetto parallelo, nato quasi per gioco, portasse poi a tutto questo. Tutto è partito da un black puro fino a contaminarsi con l”heavy e di album in album a scrollarsi del tutto la parte black metal. L’idea iniziale ovviamente era del tutto diversa, ma visto il punto in cui sono, posso ritenermi soddisfatto delle mie scelte.

Mentre il tuo percorso, al di là dei Malamorte, artistico a che punto è? Come sono cambiati i tuoi obbiettivi e le tue aspirazioni dai tempi in cui muovevi i primi passi con i Theatres des Vampires?
Come molti sanno, ho proseguito con i Lord Vampyr che mi hanno dato parecchie soddisfazioni, attualmente stiamo componendo il nuovo album. Ma sono coinvolto in altri progetti che nel corso del 2021, Covid permettendo, vedranno la luce o torneranno.

Guardiamo avanti ora: cosa bolle in pentola in casa Malamorte?
Stiamo ultimando la fase di post-produzione, quindi il nuovo album è praticamente pronto e sarà un album differente, molto d’atmosfera. Sono molto soddisfatto. Sarà sicuramente una sorpresa inaspettata.

Le particolari condizioni ambientali in cui viviamo attualmente ti stanno condizionando o stai lavorando sul nuovo disco come hai fatto sui precedenti senza apportate particolari modifiche al tuo modus operandi?
Ovviamente è stato tutto più complicato, chi fa musica ha dovuto imparare a gestire le cose in maniera differente. Diciamo che con un po’ di organizzazione si fa tutto, certo, non è stato possibile registrare nel modo consueto, il tutto è stato spezzettato nel tempo. Ma, non con poca fatica, stiamo finalmente ultimando il nuovo album.

Mi interesserebbe soffermarmi un attimo sulle liriche, mai come oggi la morte ci circonda, questo come si riflette sui tuoi testi? Credi che parlare di certi argomenti in questi giorni, in cui l’orrore è diventato una costante nella nostra vita, sia una questione più delicata rispetto al passato?
Penso che è inutile nascondersi, questo è quello che succede nel mondo da sempre. Guerre, pandemie, disastri, stragi. Fa parte della vita. A volte scrittori o compositori ne hanno preso spunto, io sinceramente non mi faccio influenzare da quello che accade in uno specifico momento, parlo di quello che voglio e quando voglio, a prescindere dal contesto esterno.

Hai già un contratto per il prossimo disco e seguirai lo stesso iter prima digitale e poi fisico?
Si, nel momento in cui con Moribund Records ci siamo accordati per la stampa fisica di “God Needs Evil”, mi hanno proposto anche un contratto per altri 2 album. In realtà sono anni che cerchiamo di lavorare insieme, e penso che questo fosse il momento giusto. Nelle prossime settimane verranno rivelati i dettagli del nuovo album.

Dawn of a Dark Age – L’alba di un’età oscura

“La Tavola Osca” (Antiq Records) dei Dawn of a Dark Age di Vittorio Sabelli è un’opera affascinante perché riesce a fondere, in modo all’apparenza semplice, generi musicali differenti per creare una colonna sonora adatta alle tematiche, tutt’altro che scontate, raccontate nel disco. Un gioiellino che rappresenta solo il primo capitolo di una saga musicale che vedrà solo nei prossimi mesi il proprio compimento.

Ciao Vittorio, da qualche mese è fuori “La Tavola Osca” del tuo progetto Dawn of a Dark Age, ti capita di risentirlo o preferisci lasciare un disco nel cassetto dopo che è stato registrato?
Arrivo a fine missaggio assuefatto ed è raro che abbia voglia di ascoltarlo ulteriormente. Dopo mesi, anni passati a comporre, registrare, distruggere e ri-arrangiare un disco, una volta che il lavoro è finalizzato è solo a disposizione di chi vuole ascoltarlo. Per me resta un “periodo di vita”, quindi finito un progetto se ci sono delle premesse stimolanti, si inizia con altro.

Credo che un album sia sempre un gesto istintivo da parte di un’artista, anche nel caso de compositori più cerebrali, secondo te dopo quanto tempo l’autore può avere una misura esatta del valore della propria opera?
Non ci ho mai pensato e dubito che lo farò. Come anticipato nella domanda precedente lo vedo come un percorso in un determinato periodo della propria vita che si apre e si chiude, quello che accade dopo è “la scommessa”, e senz’altro la parte più interessante, ma che non saprei quantificare e soprattutto dire “quanto valga” il lavoro fatto. Speri solo che vada più lontano possibile con le proprie gambe.

La Tavola Osca” è il primo capitolo di una saga più lunga, potresti descrivermene brevemente i contenuti, soffermandoti particolarmente su questo primo capitolo?
Mi piace lavorare su “lunghe distanze” con dischi collegati tra loro da un filo conduttore, e in questo caso il leitmotiv sono i miei diretti antenati, i Sanniti. Il primo capitolo è dedicato a uno dei tre reperti più importanti dei popoli italici (insieme al Cippo Abellano e le Tavole di Gubbio), La Tavola Osca. È importante la premessa: sono nato ad Agnone, a pochi chilometri da dove la Tavola venne rinvenuta (nei pressi di Fonte del Romito, vicino Capracotta) nel 1848. Volevo che il disco avesse una storia, ma la storia vera, quella che dal ritrovamento abbiamo sul Bollettino Archeologico di Roma dell’ottobre 1848, e allo stesso tempo provasse a far chiarezza sulle incisioni di tutte le Divinità e i Rituali da compiersi, che sono sulle due facce della Tavola Osca. 

Non è la prima volta che svisceri una trama su più capitoli discografici, come mai questa scelta particolare, soprattutto in un periodo come questo in cui l’album sta quasi soccombendo sotto i colpi dei click dei singoli?
Dipende in primis da quanto tu voglia sviluppare le idee che metti in campo, oltre al “che cosa” tu voglia da un brano o da un disco. Non mi interessano particolarmente le hit e quando inizio a scrivere qualcosa la direzione che voglio prenda il lavoro è dettata solo dal quanto posso lavorare gli elementi base e andarne a cercare e svilupparne tutte le potenzialità. Una sorta di tema e variazione, che si tratti di un riff, di una melodia o di un altro elemento musicale e non. Non abbandono quell’idea fin quando la sviscero e la spremo fino alla fine. In questo modo mi è difficile creare e pensare di scrivere musica su brevi distanze, soprattutto se poi l’argomento trattato rievoca uno dei popoli più valorosi mai esistiti in suolo italico.

Sei pluristrumentista ed hai una formazione classica e jazzistica. Nonostante questo, il disco è chiaramente metal. Non voglio chiederti come fai a far convivere le tue diverse anime musicali, anzi voglio ribaltare la domanda: saresti capace di scinderle?
Fino a qualche anno fa ti avrei risposto sì, ora non più. Come dicevo prima ormai entrano in gioco (inconsciamente o no, non è importante) tutte le esperienze musicali che ho fatto da quando suonavo in banda da adolescente. Per questo, ricollegandomi alla domanda precedente, una frase o un riff posso provare a svilupparli non solo in metal ma cambiandogli connotati e farli entrare in un ambito più jazzistico o più etereo a seconda di cosa voglio. Ho la fortuna di avere in supporto diversi tipi di strumenti a fiato oltre che al pianoforte, che già cambiano molto il timbro e il colore di un elemento, così la ricerca diventa eccitante e continua, spesso dispersiva, ma alla fine trovo la soluzione che mi soddisfa di più e la finalizzo.

Emanuele Prandoni, Sparda e Antonia Gust: come hai individuato le componenti giuste per completare la tua opera?
Già durante la saga “The Six Elements” ho sperimentato diverse voci a seconda dell’Elemento trattato e il colore che volevo dargli, utilizzando le voci di Selvans, Enisum, e dei finlandesi Graveborne. Per Tavola, dopo un lungo periodo di tre anni dove pensavo di aver chiuso con DOADA, una volta deciso di ripartire dovevo necessariamente cambiare approccio, colori e modo di scrivere. Non che me lo sia imposto, ma è stato un percorso naturale, e lo stesso per quanto riguarda la scelta delle voci. Per la voce principale avevo in ballo tre cantanti, ma la scelta di Emanuele è stata convincente sia sotto il profilo del timbro old-school, e poi il fatto che sia un eccellente batterista mi permette di utilizzare metriche vocali interessanti e mai scontate. Mentre il volere una cantante lirica (Antonia Gust) è legato al fatto che il disco è pensato come un’unica lunga traccia da 40 minuti, una sorta di poema sinfonico, o meglio una Safinim Black Metal Opera, con tanto di arie e recitativi, naturalmente in chiave moderna e spesso aleatoria. Stessa cosa per Sparda, ho ascoltato il suo lavoro con Hanternoz ed è stato perfetto per il tipo di cori che avevo in mente sul disco.

Si tratta fondamentalmente di un disco che parla di passato e immagino che fosse pronto prima del lockdown. Nonostante questo, secondo te, in qualche modo i tempi che stiamo vivendo hanno condizionato il risultato finale e, se sì, in che modo?
Il disco era pronto da molto tempo prima dell’inizio della pandemia, quindi non ha influito minimamente sul risultato finale, probabilmente lo saranno i capitoli seguenti, anche se cerco di isolarmi sempre dal resto del mondo quando scrivo qualcosa. Allo stesso tempo è innegabile che in qualche modo quest’atmosfera non influenzi, anche se in minima parte, un lavoro musicale o un opera d’arte, anche perché riflettiamo in musica tutte le esperienze di vita, negative e positive che siano, ma non per questo dobbiamo pensarle sempre in maniera distruttiva… Anzi, nei momenti peggiori la mente sembra cercare nuovi appigli e nuove strade da percorrere, e spesso le più differenti e intrigate.

Hai intenzione, qualora si presentassero le condizioni necessarie, di portare dal vivo “La Tavola Osca”?
Questa era una possibile opzione per il 2020. C’erano dei Festival in Francia interessati a DOADA live, avevo mosso i primi passi per organizzare “La Tavola Osca” live, ma tutto si è bloccato per via della pandemia…Vediamo nei prossimi anni se si creano le giuste situazioni per far sì che accada…

Hai mai avuto la tentazione di creare un ausilio visivo per le tue opere?
Più di una volta, soprattutto con “La Tavola Osca”, ma poi la complessità del disco e della vicenda storica che c’è dietro di essa mi ha in qualche modo fatto desistere, anche per il tempo a disposizione e l’assuefazione all’album (di cui a inizio intervista). Non escludo possa accadere in futuro, teniamo questa opzione in stand-by e vediamo cosa accadrà…

E’ tutto, grazie
Grazie a te a al tuo Raglio del Mulo, per chi fosse interessato, tutto ciò che riguarda Dawn of a Dark Age è disponibile sulla pagina Bandcamp: https://dawnofadarkage.bandcamp.com/

Malignance – God of war

Il 2020 è un anno da dimenticare, anche se, probabilmente, non lo dimenticheremo mai. Allora aggrappiamoci alle cose positive, come il nuovo disco dei Malignance, “Dreamquest: the Awakening” (Black Tears of Death / Nadir Promotion). Il gruppo si era rifatto vivo già tre anni fa con “Architects of Oblivion”, quindi non ci troviamo innanzi a un ritorno insperato, però questo non significa che non manchino le novità, come per esempio la line up con un solo membro – Arioch – che pare sancire l’inizio di un’inedita fase della vita dei liguri.

Benvenuto, Arioch, tre anni non sono pochi, ma diventano un’inezia se paragonati ai quattordici che hanno separato “Regina Umbrae Mortis” da “Architects of Oblivion”. Questi tempi più ridotti tra l’uscita del 2017 e questa datata 2020 li dobbiamo intendere come voglia di recuperare il tempo perso?
Ciao, semplicemente ho ritrovato la voglia di comporre materiale di questo tipo. Per anni non ho “sentito” di doverlo fare e di conseguenza sapevo di non poter proporre qualcosa di musicalmente valido. Non ho mai pianificato nulla per quanto riguarda le uscite discografiche dei Malignance, tutto segue un naturale ritmo “ispirazione/composizione” fin dai tempi della nascita della band nel 2001, per cui non ti so dire se il prossimo album uscirà fra un anno o fra altri quattordici, tutto dipende esclusivamente dal mio grado di ispirazione.

Hai dei ripianti legati al lungo lasso temporale che separa la vostra prima uscita dalla seconda?
Rimpianti direi di no. Subito dopo l’uscita di “Regina”, Krieg decise di lasciare la band e non senza difficoltà trovammo un sostituto, Vindkald, con cui ci dedicammo all’attività live per promuovere il disco e partecipammo ad uno split album con altre tre band, oltre a registrare un promo con materiale nuovo. Non riuscendo però a concretizzare il tutto in un nuovo album, decisi di sospendere Malignance a tempo indeterminato; semplicemente, non ho avuto lo stimolo giusto per riportare in attività il progetto fino a fine 2016. Considero i Malignance una mia estensione musicale, non ho mai sentito alcun tipo di “obbligo” verso me stesso o altri a pubblicare nuovi lavori di questa band, per cui sono certo di aver fatto la cosa più giusta.

Quando siete tornati con “Architects of Oblivion” avete trovato una scena musicale e, soprattutto, un mercato discografico completamente stravolto rispetto ai vostri esordi. Credi di aver commesso degli errori dovuti alla scarsa conoscenza del nuovo scenario e, se sì, cosa hai evitato di sbagliare nuovamente in occasione dell’uscita di “Dreamquest: the Awakening”?
Sicuramente, come dici, è tutto diversissimo rispetto al 2003. Avevo perso quasi tutti i contatti con le persone dell’ambiente, a parte pochissimi, e mi sono trovato a dover ricostruire tutto pezzo per pezzo. Alla luce dei fatti sono comunque abbastanza contento di come sono andate le cose, vedo “Architects” come un potenziale nuovo inizio e chiunque abbia voglia di ascoltarlo può riscoprirlo ora, anche se purtroppo all’uscita non ha avuto la promozione che secondo me sarebbe servita. Sicuramente per “Dreamquest” ho cercato di avere dei canali migliori per far conoscere l’album al pubblico e raggiungere più persone di quanto sia riuscito a fare con “Architects”.

Hai già partecipato al tributo dei Necrodeath come one man band, ma sicuramente l’assenza di Krieg, per la prima volta su un vostro album intero, fa specie. A cosa è dovuto lo spilt con il tuo storico partener e come mai hai deciso di continuare da solo anche in occasione del terzo disco?
Sentivo il bisogno di gestire tutto il processo di scrittura e arrangiamento dei brani, testi compresi, senza dovermi interfacciare con altri, tutto qui. Negli anni mi sono dedicato molto allo studio della musica e mi sono migliorato anche a livello vocale: qualche tempo fa non mi sarei mai sognato di cantare su un disco, ma dopo aver fatto varie prove, oltre a un live dove ho suonato la chitarra e cantato per sostituire un Krieg con problemi di salute dopo l’uscita di “Architects”, mi sono reso conto che i tempi erano maturi. Detto questo, Krieg resta un vocalist unico e una persona che stimo, gli auguro tutto il meglio per i suoi progetti musicali.

Come cambia il tuo modo di comporre e registrare ora che sei solo?
Sicuramente il processo è estremamente più veloce; “Dreamquest: the Awakening” è stato composto e registrato nel giro di dieci giorni. Mi piace avere la più totale libertà di azione sui brani, ad esempio se durante la stesura delle linee vocali mi rendo conto che una parte della canzone è troppo lunga e ripetitiva posso tagliarla a mio piacimento, o aumentarne la durata se riscontro il problema opposto. Sono stato molto felice poi di potermi occupare dei testi, che ritengo una parte fondamentale di un album.

Qual è la componente che è rimasta immutata nel vostro sound dai tempi di “Regina Umbrae Mortis” e quale invece quella che contraddistingue in modo univoco questo “Dreamquest: the Awakening”?
Credo che il mood di fondo dei Malignance non sia cambiato poi tantissimo, sicuramente sono maturato a livello compositivo, ho limato molti spigoli ed eliminato qualche ingenuità compositiva, ma il sentiero resta sempre quello che iniziai a tracciare con “Ascension to Obscurity”, il primo EP. Di certo quello che contraddistingue “Dreamquest” sono le parti vocali, la vera novità di questo album.

Credi che il primo singolo estratto dal disco, “God of War”, contenga al proprio interno queste caratteristiche?
Penso di sì, anche se all’interno del disco non mancano episodi più cadenzati e altri con intrecci melodici e armonici più complessi. “God of War” è un pezzo di impatto e abbastanza immediato, penso sia stata una buona scelta per un singolo di lancio.

Un connubio invece che si è rinnovato in occasione di questa pubblicazione è quello che unisce, come in passato, i Malignance con la Black Tears of Death. Quali sono i valori che ti legano all’etichetta genovese?
Conosco Daniele della BTOD da tantissimi anni ed è stato uno dei primi a credere nei Malignance, quando eravamo agli esordi. Sono felice di poter collaborare di nuovo con lui, dopo il tributo ai Necrodeath, perché è un’ottima persona e un vero appassionato di musica e spero che questo sodalizio possa continuare in futuro portando soddisfazioni a entrambi!

Porterai l’album dal vivo e, se sì, hai già individuato gli artisti che ti accompagneranno?
L’intenzione ci sarebbe, ovviamente in questo periodo tutto è molto incerto e nebuloso, ma mi piacerebbe farlo. In passato ho avuto il piacere di collaborare con Eligor e Fog (ex membri dei Sacradis) e un giovanissimo e talentuoso bassista genovese (Jack Repetti) per portare nuovamente live i Malignance, questa volta ho ricontattato Achernar, storico membro dei Malignance, per vestire i panni di bassista in sede live. Devo ancora individuare un chitarrista e un batterista, ma il tempo per farlo non mancherà.

The Magik Way – La via del Rinato

I The Magik Way sono una realtà unica del panorama nazionale e internazionale. Nonostante una proposta non proprio semplice, soprattutto per chi non è addentro a determinate materie magiche, il gruppo nostrano ha visto in questi anni accrescere il proprio culto e il proprio seguito. “Il Rinato” (My Kingdom Music) è un’opera affascinate, capace di conquistare la sfera conscia e inconscia dell’ascoltatore. Abbiamo contattato Nequam per farci accompagnare lungo la via magica che porta alla rinascita…

Benvenuto Nequam, ora che il nuovo album “Il Rinato” è qui, a che punto del suo cammino magico è arrivata la tua creatura?
Grazie, un saluto a tutti! L’adepto, protagonista del nuovo album, sintetizza con la sua vicenda quanto la nostra ricerca sia assolutamente in atto e non priva di incertezze, come è naturale che sia. C’è stata un’organica evoluzione rispetto ad alcune pratiche e soprattutto rispetto all’approccio, ma le grandi domande che ci muovevano tanti anni fa sono le stesse, seppur rinnovate, e molte di queste non trovano risposta. C’è una domanda che in particolare caratterizza tutto il nostro percorso, quella relativa al rapporto tra l’uomo e il preesistente, della relazione che intercorre tra la nostra esistenza e lo “stato di necessità” della natura, che ci lega tutti, indissolubilmente, al principio di nascita e morte. La Morte quindi, non solo come rappresentazione ma come funzione, come conditio sine qua non, affinché risulti possibile comprenderne la brutalità: l’inevitabilità della morte per il prosieguo di una causa maggiore: la specie e la sua preservazione. Il nostro unico e vero Destino, già ben descritto dai greci che definivano l’uomo brotos o thnetos, mortale appunto, destinato a questo e a nient’altro che questo. Se per i primi anni ci siamo mossi con spirito avventuriero e un po’ scellerato, soprattutto nel circuito elitario dello spiritismo cittadino (Alessandria ha giocato un ruolo importante per le sue figure eccentriche e energetiche conosciute in giovane età), ora ci vediamo coinvolti in un contesto assai diverso, molto più mirato e in una certa misura autobiografico. In questo modo ci è possibile procedere alla riscoperta di un ideale “secondo natura” che trova una ragion d’essere in un culto, antico e primordiale, che emerge, si intravede, non senza conflitti e sincretismi. Ci troviamo quindi coinvolti in una nuova prospettiva, che pone nuovi quesiti, nuovi dubbi, in sostanza nuove strade da percorrere. Tali domande sono linfa vitale per chiunque si dica impegnato in una propria ricerca esoterica e spirituale.

Tralasciando un attimo il lato spirituale e magico, ti porrei la stessa domanda da un punto di vista più prammatico: a che punto della vostra carriera siete voi The Magik Way?
Nel 2021 saranno 25 anni dalla creazione dei The Magik Way, un bel traguardo per noi che guardiamo la cosa non senza una certa incredulità. Pensiamo che, al netto di tutti questi anni trascorsi, la più grande delle conquiste da noi raggiunta sia stata dare priorità ai nostri tempi e alle nostre aspirazioni, in una parola rimanere distaccati dai meccanismi più stringenti della musica, rimanendo concentrati sul messaggio e sulla proposta. Abbiamo sempre fatto quello che ci è parso giusto senza alcuna pressione, mutando genere, frequentando varie arti, portando avanti un processo creativo con serietà e (speriamo) coerenza, specie in quegli anni in cui non abbiamo pubblicato album, fatto concerti, né cavalcato i social per arrivare alla gente. Qualcosa è sempre rimasto invariato in noi, qualcosa che ha a che fare con la volontà e con una dose di urgenza, di necessità. Il nostro demone divorante. Anche ora, che pare esserci più attenzione verso di noi, siamo sempre legati ad una visione precisa e abbiamo in testa nuovi progetti che desideriamo portare a termine. Progetti musicali, ma anche teatrali, filmici, un mondo a 360 gradi che specie nell’ultimo anno abbiamo ripreso in mano con estrema convinzione. Questo ci appassiona molto. Questo è quello che i The Magik Way sono diventati dopo tanti anni, una sorta di denso nucleo, legato ad un progetto comune, ad un sentire, che ci unisce e ci spinge a creare, ci rende orgogliosi ma non per questo sazi. Abbiamo conosciuto tanti amici, in ambito artistico, grandi musicisti e non solo, talenti con i quali abbiamo anche collaborato, persone vere. Così andrà avanti, fino a che si potrà.

Evidentemente questa intervista vive di dualità, ancora una volta vorrei porti un quesito che analizzi due aspetti. Mi soffermerei sull’aspetto lirico, che tipo di studio c’è dietro i testi de “Il Rinato”?
Per ideare questo concept album mi sono affidato a due ambiti distinti: quello della psichiatria, il mio campo lavorativo e quello esoterico, ispirato dai culti misterici, dalle neo-magie, da un interessante percorso per analogie e sincretismi che emergono ogni qualvolta ci si impegna in una ricerca, il tutto ovviamente tramato, narrato e non preso a prestito tout court. In ambito psichiatrico ho potuto osservare da molto vicino i percorsi della mente schizofrenica, dei deliri, delle voci dialoganti, delle giaculatorie (o insalata di parole), una particolare condizione dove l’atto parlato non è filtrato dall’azione dell’Io, ma è puro flusso di suoni, disorganizzati. Un fenomeno questo che mi ha anche ispirato vocalmente. Queste tematiche hanno trovato una corrispondenza, un ponte di unione con la sfera esoterica, attraverso certi studi sulla nevrosi, osservati in rapporto a rituali primitivi (pensiamo a “Totem e Taboo” di S. Freud ad esempio). Secondo certe teorie è attraverso la ritualità che l’individuo “inscena” le sue resistenze, le sue pulsioni, le paure più recondite, dando loro una dimensione simbolica e per certi versi meno spaventevole. L’oggetto rituale, il “totem” in questo caso è il Sole, che l’adepto riconosce animalmente come guida, come forza generatrice. Se ne innamora, lo brama, gli tributa rituali di sangue, attraverso un fuoco errante, che scalda ma non illumina. Evoca le Salamandre, offre loro sangue sgorgante dalla sua stessa lingua recisa, ma infine nella sua rinascita energetica ed elettrica, è proprio la sua carne a cedere, bruciando, per precipitare nella più cupa follia. Ecco che così, il soggetto pensante (il parnasso), colui che credeva di possedere gli strumenti per agire sulla realtà, altro non era che il frutto di una realtà distorta, descritta come “quel mondo deforme che gira, gira, gira, gira”, un ritorno inevitabile al paradigma dei The Magik Way dove l’uomo fallisce e il preesistente osserva: distaccato, definitivo e imperscrutabile.

Sposterei ora il focus dall’aspetto contenutistico dei testi a quello più tecnico. Hai fatto una grande prestazione nelle parti cantante, rubano quasi del tutto l’attenzione. Sono rimasto colpito dai cambi di registro. Ti chiederei che tipo di lavoro hai fatto sulle linee vocali e se ti ispiri a qualcuno, a me sono venuti in mente Capossela nei momenti più acidi e Ferretti (epoca C.S.I.) in quelli più salmodiali.
Intanto ti ringrazio molto per le tue parole. Essendo la nostra proposta vicina al cantautorato, seppure oscuro, sento per primo la responsabilità di veicolare il messaggio e la narrazione nella maniera più giusta ed evocativa possibile. Diciamo che in generale testi e musiche nascono insieme, per poi essere tramate. Le parti vocali sono assai presenti e alternano momenti cantati ad altri praticamente recitati. Questi due approcci rientrano nella logica delirante dell’adepto, spesso sospeso in una condizione di dissociazione, tra voci dialoganti e volontà alternanti, dove spesso s’inserisce anche quella di Gea Crini, la voce femminile che funge da coscienza morale, che umilia il protagonista. La mia voce è la voce di Nequam, non solo il mio soprannome ma una sorta di alter-ego, l’annichilito interprete dei versi dei The Magik Way. Su di se c’è tutto il peso della narrazione, per questo la sua voce è così cupa e roca, la sua postura così rigida e contratta: il limite fisico indotto da questa condizione è la cifra stessa del timbro che lo caratterizza. Come in ambito attoriale, è necessario lavorare sul personaggio, estrapolarlo e sviscerarlo prendendolo da qualche anfratto dentro di noi. Dopo tanti anni di lavoro, vedo che la mia voce sta mutando e diviene sempre più prossima all’ascoltatore (e in effetti vorrei uscisse dal disco e raccontasse in carne ed ossa), sento questo bisogno profondo di raccontare, come fossimo tutti attorno, in condivisione. Fin da ragazzino ho sempre subito il fascino delle grandi voci carismatiche, non solo canore, ma anche attoriali, del cinema, della tv. Tu citi Capossela che amo molto, come Giovanni Lindo Ferretti, ma potrei citarti il grande Umberto Orsini, Giorgio Albertazzi, Carmelo Bene: voci imponenti che ascoltavo da bambino. Potrei anche citarti Mr. Doctor dei Devil Doll, Blixa Bargeld, Judith Malina e il grandissimo lavoro del Living Theatre (ebbi un incontro cruciale), il vocalismo creativo di Meredith Monk, Diamanda Galas o Marina Abramovic. Persino Roger Waters per quel timbro delirante, The Wall è un disco che mi ha segnato molto. Dall’avanguardia al rock, dal teatro agli sceneggiati. Questi nomi, che io considero come dei fari, fanno parte della mia vita e io li guardo con grande ammirazione.

E’ chiaro che dietro ogni vostro disco c’è uno studio, come vi ponete nei confronti di quelle band che hanno un approccio più superficiale, oserei dire populista, alle vostre stesse tematiche?
Per quanto i nostri lavori siano supportati da studi e per quanto io possa risultare un po’ prolisso (rido!), non desideriamo assolutamente fare la figura dei professori anzi, ce ne guardiamo bene! Siamo abbastanza contro quella visione del musicista che si atteggia da scienziato, da stregone. Veniamo da anni in cui c’era molta serietà attorno a questi temi, chi praticava questi generi era isolato, additato, quando non deriso. Ricordiamo tutti le stupidaggini sulla “sfiga” di taluni e le campagne denigratorie. Forse le nuove leve trattano certe tematiche con maggiore ironia (sono generazioni meno seriose), forse anche temono di essere isolate e ghettizzate, chissà. La stupidità infondo non conosce evoluzione, rimane sempre fine a se stessa. Per questo rispondo dicendo che ognuno si esprime secondo la propria sensibilità, anche considerando che una proposta meno circostanziata non necessariamente indica scarsa conoscenza da parte degli autori: può trattarsi di una scelta mirata o solo il desiderio di non ostentare. Per contro un progetto che fa sfoggio di mille simboli, chincaglierie, teorie accattivanti non indica di per se qualcosa di circostanziato e profondo.

Chi è il “Rinato”?
“Il Rinato” è un adepto in cammino, un cammino Verticale nell’accezione esoterica del termine. Fuor di metafora Rinato è chiunque avverta dentro di sé la forza di reagire, di proseguire nonostante le avversità: Rinato da una condizione precedente, che lo opprimeva. Ovviamente, come in qualsiasi iter iniziatico, troppi sono gli enigmi del preesistente per sperare in una rinascita priva di ostacoli, che anzi verrà arrestata, resa vana, fino all’acquisizione da parte del protagonista della necessità di un cambio di prospettiva, di una importante rinuncia. L’ostacolo dell’adepto è l’euforia. Questa lo porterà ad essere precipitoso, a sbagliare, fraintendere, infine soccombere.

La vostra musica sembra alquanto distante dalle cose terrene, ma in qualche modo l’attuale situazione di emergenza vi ha condizionato?
L’attuale situazione sta condizionando tutti. Va ben aldilà delle nostre mire artistiche. Si stanno aprendo scenari degni di certi vecchi film di fantascienza. Compito dell’artista è metabolizzare e all’occorrenza sublimare le proprie paure, i propri pensieri più reconditi e inconfessabili. Tutti noi siamo toccati nel profondo quando si tratta di paure così tangibili come la salute, la libertà, l’impotenza dell’uomo di fronte alla natura. Ho sempre pensato che la nostra musica fosse in verità molto legata alle vicende umane, terrene, anche se i nostri testi non si occupano di politica o di attualità. Ci rifletterò!

Il primo singolo e video estratto dal disco è il “Tempo Verticale”, ti andrebbe di chiarirne i contenuti?
Il video “Il Tempo Verticale” narra di un uomo, oppresso da un sentimento di terrore, mentre vaga tormentato per una stanza quasi vuota, sporca, trasandata. Al di fuori di essa una palla infuocata nel cielo: enorme e attraente, che lui fissa, preoccupato. Ci troviamo nella fase iniziale del cammino del Rinato, quando appunto scorgendo il Sole per la prima volta, ne rimane affascinato ma anche terrorizzato. Egli vive nel terrore di una minaccia esterna, senza nome, metafora delle nostre paure. La casa, vuota e sporca, è la trasposizione della sua interiorità, le sue pareti che da un lato proteggono dall’altro opprimono, si stringono e infine risultano vane quando quella indefinibile paura riesce a penetrare, spalancando una finestra. Il protagonista si rannicchia in un angolo, un gesto bambino, mentre indossa quel copricapo che sarebbe dovuto essere l’ultimo baluardo a protezione della sua vita. All’apice del terrore una forza lo scuote, il coraggio lo invade e infine esce. Quando io e Alberto Malinverni, regista del video, abbiamo ideato il tutto, non ci siamo prefissati una morale, anzi amiamo le trame che lasciano spazio al parere di chi guarda. In particolare eravamo molto toccati dalla location, che possiede una sua storia, essendo stata teatro di una vicenda umana vicina ad un membro della band, che preferiamo non condividere. Una location molto “carica”. Per l’occasione ci siamo affidati al talento dell’attore Giancarlo Adorno, coadiuvato da Erica Gigli in qualità di acting coach. Alcuni nostri estimatori hanno visto nel video una perfetta metafora dell’attuale situazione di emergenza sanitaria, anche se a dire il vero il video fu girato con altri intenti. Persino il maestro Pupi Avati ci ha fatto pervenire alcune considerazioni sul video, ponendo l’accento sulla componente claustrofobica delle immagini. Un onore grandissimo! Mi piace pensare che a metà luglio 2020, quando fu girato, avessimo la necessità di metabolizzare le nostre paure e che, aldilà della rappresentazione pedissequa del personaggio dell’album, stessimo in qualche modo inscenando la nostra realtà interiore, oltre che circostante.

Allargando gli orizzonti alla scena occult italiana, senza falsa modestia, quale credi che sia oggi il vostro posto?
Intanto lasciami dire che, come recentemente espresso in altre interviste, sono lieto di vedere tante band avvicinarsi alle tematiche esoteriche. Ognuno lo fa a modo suo e mi pare innegabile che vi sia fermento attorno a certi generi musicali. In particolare mi piacciono quei progetti che uniscono esoterismo, filosofia, mistero a elementi locali, identitari della nostra cultura; credo sia una chiave di lettura molto valida e che può dare linfa vitale al genere, che comincia a risentire delle mutazioni del tempo ed entrare in una pericolosa fase “revival”. Noi esistiamo dal 1996 e prima ancora suonavamo generi sempre legati all’esoterismo, anche se in una chiave più estrema, quindi siamo consapevoli di essere una realtà longeva. Quando vediamo giovani artisti citare i nostri dischi come fonte di ispirazione rimaniamo molto colpiti e sinceramente non ci capacitiamo di tanta grazia. Tutto quello che possiamo dire è che siamo grati a chi ci stima, oltre ad essere contenti di avere ancora tante idee e progetti anche dopo così tanti anni, un aspetto questo affatto secondario. Essere qui nel 2020 con un album nuovo, idee per il futuro, collaborazioni in arrivo, è davvero quanto di migliore possiamo immaginare per noi.

Cadaveria – Il cantico della Matriosca

Ospite a Overthewall Cadaveria. Dopo lo stop causato dalla lunga malattia, l’artista italiana è tornata a fare musica, pubblicando recentemente due singoli “Return” e “Matryoshcada”.

Ciao Cadaveria, come come stai?
Sto bene grazie, ho appena fatto i controlli oncologici e mi hanno promossa! Sono felicissima e posso dedicarmi alla musica con serenità.

Ho ammirato molto il modo in cui hai affrontato la malattia, non nascondendoti ma aggiornando amici e fan passo dopo passo. Credi che questo atteggiamento positivo abbia potuto avere una doppia valenza, rendendo meno impervio il tuo cammino e in qualche modo dando l’esempio a chi ti segue e che magari si trova in un analoga situazione?
Non credo esista un solo modo per affrontare le difficoltà e le malattie, ognuno fa come crede e come può. Personalmente ho sempre avuto un rapporto sincero coi fan e in generale con le persone che mi circondano e non mi sono mai sognata di nascondere a nessuno la malattia. Avrei dovuto mentire per chissà quanto tempo, una cosa per me impensabile e che poi mi sarebbe costata un sacco di fatica. No, no, le energie mi servivano tutte per guarire! Devo dire che questa apertura verso il prossimo mi ha fatto un gran bene, parlarne mi ha resa più leggera e soprattutto mi ha inondata di amore. Ho visto tante mani tese e questa volta le ho semplicemente afferrate, senza chiedermi se erano davvero tutte sincere. E’ stato uno switch non da poco, considerato che non ero abituata a chiedere aiuto e a manifestare apertamente i miei sentimenti. A chi si trova in una situazione simile, sì, consiglierei di fare altrettanto, ma solo se se la sente. Alla fine ognuno deve seguire la propria anima. Ad esempio per me mettere la parrucca era come mentire a me stessa allo specchio, poi era scomoda, una tortura d’estate con 35 gradi. No grazie! E così sono andata in giro pelata. Non è facile. Gli sguardi li hai addosso, sguardi di compassione, di curiosità, di paura. Il cancro è ancora un tabù, la gente ne è terrorizzata, lo chiama “quel brutto male”… Io posso dire che la verità rende liberi. Dopo che mi sono mostrata al mondo pelata non me ne frega proprio più niente del giudizio di nessuno.

Alla luce delle tue recenti vicissitudini, possiamo considerare questo un nuovo inizio e porre “Matryoshcada” sullo stesso piano emozionale del tuo esordio con gli Opera IX e con il tuo progetto solista?
No, quando sono entrata negli Opera IX ero giovanissima e vivevo nell’incoscienza di quegli anni. Quando con Marçelo Santos ho fondato i Cadaveria sì, quello è stato un nuovo inizio, all’insegna dell’indipendenza artistica e della voglia di fare. Questa volta sono fortunata a poter ricominciare di nuovo. Ci sono stati momenti in cui non ero certa che sarei tornata alla musica. La molla sono stati i fan. “Matryoshcada” è dedicata a tutti loro. L’emozione che sto provando ora non ha paragoni col passato. E’ l’emozione di chi sa quanto sia preziosa la vita.

Da un punto di vista simbolico cosa rappresenta la matriosca?
La matriosca sono io durante la chemioterapia, che mi esfolio, perdo capelli, ciglia sopracciglia, un pezzo del mio corpo con la chirurgia. Involucri di me cadono e se ne vanno per non tornare più e io ho dovuto accettarlo e lasciarli andare. E’ restato il nucleo, l’anima, e da lì sono ripartita. Ho attraversato una tempesta, sono stata sulle montagne russe per oltre un anno e mezzo senza mai poter scendere. Ho vissuto una trasformazione esteriore che è sotto gli occhi di tutti e un viaggio interiore profondo, un insegnamento per me rivoluzionario. Un po’ di autoironia non guasta mai così la canzone l’ho intitolata MatryoshCADA perché molti nell’ambiente musicale mi chiamano Cada.

Che ruolo ha avuto la musica in questo tuo percorso? Non mi riferisco specificatamente alla tua musica, ma in generale.
Nei primi mesi ho ascoltato musica come al solito, poi ho cercato solo il silenzio, la meditazione, il camminare, lo yoga. Mi sono disinteressata totalmente del metal.

Qual è l’elemento di novità in “Matryoshcada” e quale invece quello tipicamente Cadaveria che è sempre presente sin dal tuo primo album?
E’ sempre difficile analizzarsi, preferisco siano gli altri a trovare similitudini e differenze. Credo che il marchio Cadaveria sia inconfondibile, soprattutto nel growl. La scrittura musicale e certe tonalità del clean, più acute che in passato, sono probabilmente ciò che gli altri identificheranno come nuovo.

“Matryoshcada” esce in un periodo particolare, senza concerti e caratterizzato dall’impossibilità di avere un contatto fisico con i fan. Come cambia dal punto di vista tecnico la promozione di un brano in questa particolare fase?
Noi abbiamo scelto, a prescindere dal Covid, di far uscire una serie di singoli in digitale e di realizzare anche un videoclip per ciascun singolo. Un lavoro importante ed entusiasmante dal punto di vista creativo. Ci stiamo gestendo in maniera totalmente indipendente quindi decidiamo noi tempi e modi e ci divertiamo parecchio.

Chi ha collaborato con te nella realizzazione del pezzo?
Marçelo Santos in primis, praticamente un fratello che condivide con me ogni passo artistico. La formazione ufficiale al momento include noi due e Peter Dayton al basso. Alla chitarra hanno collaborato Frank Booth e Kris Laurent, chitarristi storici della band, e Pier Gonella, anche in veste di coproduttore.

“Matryoshcada” è il secondo singolo estratto dal prossimo album, quando potremo ascoltare il lavoro intero?
Sì, è il secondo singolo. Il primo, “Return”, cover dei Deine Lakaien, è uscito a ottobre e ha segnato il nostro ritorno alla musica. Per ora abbiamo altri brani pronti che stiamo registrando e che faremo uscire man mano che sono pronti sempre in forma di singoli. Ad oggi non stiamo programmando un album da far uscire in formato fisico. Vedremo più avanti come evolvono le cose e cosa ci inventeremo.

Grazie per l’intervista, ricordiamo dove tenersi aggiornati sulle tue nuove uscite discografiche?
Vi rimando al sito http://www.cadaveria.com e vi consiglio di seguirci su Spotify https://bit.ly/cadaveriaonspotify e di iscrivervi al nostro canale Youtube https://www.youtube.com/cadaveriaofficial. Questi invece sono i link per seguirci sui social: https://www.facebook.com/cadaveria, https://www.instagram.com/cadaveriaofficial

Trascrizione dell’intervista rilasciata a Mirella Catena nel corso della puntata del 30 Novembre 2020 di Overthewall. Ascolta qui l’audio completo:

Intolerant – Intolleranza metallica

Probabilmente il sentimento di intolleranza nei confronti dell’umanità covava da tempo sotto la cenere, la pandemia non ha fatto altro che accelerare la combustione animando la fiamma dell’odio del duo composto da Soul Devourer (Manuel Mazzenga, Nocturnal Degrade, Scent Of Silence, Der Noir) e Antihuman War Machine (Luciano Lamanna, Ephel Duath, Cripple Bastards, Tekno Mobil Squad, Assalti Industriali, Der Noir e Lunar Lodge). Il bolo nero frutto di questa malsana collaborazione è stato raccolto nell’esordio degli Intolerant, “Primal Future”, fuori dal 27 novembre su Time To Kill Records.

Benvenuti ragazzi, le uniche informazioni che ho raccattato su di voi per potermi preparare per l’intervista sono queste: “Chaos Metal band founded in 2020 by Soul Devourer & Antihuman War Machine”. Vi andrebbe di darci qualche altro cenno biografico, anche se effettivamente la band è di giovane fondazione?
E’ da molti anni che suoniamo insieme e collaboriamo in vari progetti, l’approccio è stato istintivo e il risultato devastante. L’attuale situazione sociopolitica ci ha spinti naturalmente a comporre un disco come “Primal Future”.

La vostra definizione di “Chaos Metal”?
“Chaos Metal” è quel muro di suono che ti sovrasta durante l’ascolto. Il Caos è il motore trainante della Vita, la forza della Natura che annichilisce l’essere umano.

Cosa significa oggi essere intolleranti?
Significa essere se stessi: pensare con la propria testa rimanendo imparziali rispetto ai bombardamenti dei media. 

Come si esprime l’intolleranza in musica?
Suonando veloci e furiosi, cantando di guerre e premonizioni oscure. La nostra musica e i nostri testi non sono in linea con la morale condivisa.  Non siamo certamente i creatori di una nuova corrente musicale, le nostre ispirazioni ed i nostri riferimenti sono chiari. La nostra musica non da speranze, non ha paura, è schietta e parla chiaro, senza fraintendimenti. E’ attitudine pura. Senza la necessità di incontrare persone, interagendo con la società solo per esigenze dovute al lavoro, ci immergiamo in noi stessi. La nostra musica è rivolta a chi non ama il suo prossimo e a chi non ha paura di stare lontano dai propri simili. Il processo di involuzione è ufficialmente cominciato e noi ne siamo consapevoli. Siamo a favore dell’estinzione umana volontaria ottenuta dalla non procreazione . Liberando il pianeta dall’uomo si romperebbe quel meccanismo malato e corrotto una volta per tutte.

Come riuscite a far convivere una certa misantropia con la necessità di far arrivare la vostra musica a quanta più gente possibile?
Non ci interessa arrivare a tutti. Ci interessa essere ascoltati da quei pochi che apprezzano il Caos in musica.

Il disco come è nato, vi siete scambiati dei file oppure, alla vecchia maniera, vi siete ritrovati in sala prove e avete buttato giù i pezzi?
Il disco è stato concepito agli inizi del 2020, tutte le strumentali sono state registrate durante la quarantena. Si è quasi sempre cominciato dai riff di chitarra su cui abbiamo poi arrangiato le batterie. Solo successivamente sono stati aggiunti basso e assoli. Voci, missaggio e mastering sono stati ultimati non appena è stato possibile raggiungere lo studio dato che eravamo tutti agli arresti domiciliari.

Ode To Virus” come titolo pare fatto apposta per la situazione in cui viviamo: il brano era stato chiamato così prima della pandemia o prende spunto proprio da questa?
“Ode to Virus” è stata scritta durante la pandemia. Siamo a favore di qualsiasi cosa crei danni alla razza umana.

Non traspare ottimismo neanche dal nome del disco, “Primal Future”,  come lo immaginate il futuro?
Nessun futuro, nessuna speranza. La nostra specie si è scavata la fossa. Il futuro è un cumulo di cenere e un ritorno alle origini in termini di violenza e istinto di sopravvivenza.

Senza spingerci troppo in là nel tempo, sperando che le cose tornino al più presto alla normalità, porterete il progetto dal vivo o gli Intolerant restano una realtà da studio?
Per adesso ci stiamo concentrando su altro materiale da registrare in studio. 

Auðn – Icelandic landscapes

ENGLISH VERSION BELOW: PLEASE, SCROLL DOWN!

Gli Auðn al terzo colpo fanno ancora centro con il nuovo disco “Vökudraumsins fangi” (Season of Mist), una splendida cartolina dalla gelida Islanda.

Benvenuto Andri, 2014-2017-2020: regolare come un orologio ogni tre anni avete pubblicato un nuovo album! È solo un caso o il vostro processo di scrittura ha bisogno di questi tempi?
Grazie per avermi ospitato! Non ci avevo davvero mai pensato, ma sì, in generale ci prendiamo un po’ di tempo dopo aver finito un album per iniziare quello successivo. La velocità del processo di solito cresce dopo circa un anno e poi aumenta esponenzialmente con l’avvicinarsi delle nostre scadenze. Di solito abbiamo alcune idee sparse all’inizio, anche una o due intere canzoni, e il resto arriva molto velocemente tutto insieme di solito un paio di mesi prima di entrare in studio.

Non capisco i tuoi testi ma amo i panorama ispirati della tua musica, ma non pensi che usare la lingua inglese garantirebbe ai tuoi fan un’esperienza più completa?
Non necessariamente, penso che non capirebbero subito i testi e il dover lavorare sulla comprensione da alla musica un’ulteriore profondità mistica. Chi è estremamente curioso può sempre provare a tradurre, ma prenderei tutto ciò che si ottiene da Google con le pinze. Un’altra cosa è il ritmo dell’islandese, è piuttosto diverso dall’inglese, e abbiamo la nostra tradizione di prosa, che in realtà enfatizza quel ritmo. È qualcosa che usiamo anche quando scriviamo, anche se un po’ più liberamente.

Di cosa parlano i testi?
Toccano un’ampia varietà di argomenti, ma direi che il tema generale sono la disperazione e la depressione, ma con un pizzico di speranza e con un viaggio attraverso paesaggi grandiosi, anche se inospitali.

Si afferma spesso che il terzo album è il più importante per una band, sei pienamente soddisfatto o credi di avere ancora delle potenzialità inespresse e una lunga strada da percorrere.
Penso che finalmente abbiamo ottenuto il suono che volevamo e un buon mix tra violenza, depressione e bellezza. È difficile dire dove andremo da ora in poi, dal momento che il futuro è incerto, ma continueremo a scrivere musica, al di là di come possa andare a finire.

Al di fuori del black metal, ti ispiri ai Sigur Rós?
No.

Una delle pietre miliari della vostra carriera è stato il concerto al Wacken, dopo aver vinto la Metal Battle locale. Cosa ricordi di quel concerto e come è cambiato il vostro atteggiamento dal vivo dopo quel concerto?
Vedere il sipario aperto e circa seimila persone è stato sicuramente uno shock. Quello che abbiamo consegnato era tutt’altro che perfetto, ma abbiamo imparato molto e incontrato molte persone disponibili che ci hanno fornito feedback e critiche costruttive, e penso che abbiamo portato alcune loro conoscenze con noi a casa.

Quanto è difficile promuovere un nuovo album senza spettacoli dal vivo?
Penso che sia troppo presto per dirlo in questo momento e fortunatamente il mondo digitale mitiga alcune di queste difficoltà.

Volete trasmettere in streaming il release concert?
Questa è una buona domanda. Penso che dipenderà dal fatto se saremo in grado di suonare o meno uno spettacolo dal vivo con il pubblico in Islanda. Se le cose andranno meglio, potremmo prenderlo in considerazione.

Auðn on the third stroke still hit the mark with the new record Vökudraumsins fangi (Season of Mist), a beautiful postcard from the icy Iceland.

Welcome Andri B, 2014 – 2017 -2020: regular like a clockwork every three years you released a new album! Is this just the case or does your songwriting process need this time?
Thanks for having me! I hadn’t really thought of that, but yes, in general we take a bit of time after finishing an album to start on the next. The speed of the process usually picks up after about a year and then exponentially rises as our deadlines approach. We usually have a few loose ideas in the beginning, even one or two whole songs, and the rest comes really fast together usually a couple of months before entering the studio.

I don’t understand your lyrics but I love the landscape of your music, but don’t you think using English language would guarantee to your fans a more complete experience?
Not necessarily, I think not understanding the lyrics right away and having to work for that understanding gives the music an additional depth of mystique. Those who are extremely curious can always try and translate, but I’d take anything you get from Google with a grain of salt. Another thing is the rhythm of Icelandic, it’s pretty different from English, and we have our own tradition of prose, which actually emphasizes that rhythm. It’s something we also use when writing, albeit a bit loosely.

What are the lyrics about?
They touch on a wide variety of topics, but I’d say the general theme is desperation and depression, but with a sliver of hope and a journey through grand, if inhospitable landscapes.

It is often stated third album is the most important for a band, are you fully satisfied or have unexpressed potentials and a long road ahead to walk.
I think we’ve finally gotten the sound that we wanted, and a good mix between violence, depression and beauty. It’s always hard to say where we’ll go from now, since the future is uncertain, but we will keep on writing an releasing music, however it may turn out.

Outside black metal, are you inspired by Sigur Rós‎?
No.

One of the milestone of your career is your concert at Wacken, after you won your local Metal Battle. What do you remember about that gig and how is changed your live attitude after that concert?
Seeing the curtain open and somewhere around six-thousand people was definitely quite a shock. What we delivered was far from perfect but we learned a lot and met a lot of helpful people who gave us feedback and constructive criticism, and I think we took some knowledge from them with us back home.

How is difficult to promote a new album without live shows?
I think it’s too early to say right now, and luckily the digital world mitigates some of these difficulties.

Will you stream a release show?
That’s a good question. I think it will depend on whether we’ll be able to play a live show with an audience in Iceland. If things get better there, we might look into it.