Dopo il successo di “Abracamacabra”, i Di’Aul tornano con un nuovo album, “EvAAvE”, pubblicato da Minotauro Records. Un lavoro che presenta un sound più essenziale, frutto anche della scelta di registrare in presa diretta per catturare al meglio l’energia live. In questa intervista, Rex e MoMo ci raccontano il processo creativo dietro il disco, le collaborazioni con Enrico Baraldi e Esben Willems, e il significato profondo di un album che intreccia simbolismo, introspezione ed esistenzialismo.
Bentornati su Il Raglio, la nostra ultima chiacchierata risale ai tempi della pubblicazione di “Abracamacabra”, quando si stavano muovendo i prima passi dopo il blocco dovuto alla pandemia. Come si sono evolute le cose per voi da quel 2022, in termini di attività live e studio?
Rex: Devo dire che le cose si sono evolute bene, siamo riusciti a fare un paio di mini tour, uno in sud Italia ed uno all’estero e parecchie date dalle nostre parti, alcune anche abbastanza grosse… siamo piuttosto soddisfatti, soprattutto del riscontro del pubblico.
L’attualità si chiama “EvAAvE”, quali sono stati gli obiettivi che vi siete posti durante la realizzazione di questo album? Quali sono gli elementi del passato che avete mantenuto e quali invece avete voluto superare?
Rex: Gli obiettivi erano continuare a migliorarci e cercare un’ulteriore evoluzione; per questo abbiamo continuato a portare avanti il modo di scrivere di “Abracamacabra”, ma cercando di fare arrangiamenti ancora più minimali, creando una base ritmica massiccia che lasciasse poi tutto lo spazio possibile alle melodie vocali. Il vero step up è stato fare un disco registrato in presa diretta, ma senza editing, in modo da ricreare in tutto e per tutto il nostro sound live.
La collaborazione con Enrico Baraldi al Vacuum Studio e il mastering di Esben Willems sono due tasselli fondamentali per questo disco. Come sono nati questi incontri e cosa hanno portato al progetto?
Rex: Abbiamo voluto Enrico per la sua grande esperienza nel genere e nelle registrazioni in presa diretta ed Esben è stata una scelta obbligata, siamo suoi fan in quanto batterista dei Monolord ed eravamo sicuri che avrebbe capito subito le nostre idee e le nostre esigenze e così è stato.
Cosa significa per una band come la vostra uscire per Minotauro Records, un’etichetta che ha fatto la storia del doom e del darksound tricolore?
Rex: Un sogno! Non riesco a trovare altre parole, da ragazzino ascoltavo i dischi di questa etichetta e mai avrei pensato di vederne uno nostro uscire proprio per lei.
I testi di “EvAAvE” sembrano intrecciare simbolismo, esistenzialismo e introspezione. C’è un filo conduttore che lega le canzoni o un messaggio che volete trasmettere? E cosa significa esattamente “EvAAvE”?
MoMo: Il filo conduttore del disco ruota tutto attorno alla figura/lato femminile, da intendersi ultra genere: qualcosa che noi tutti abbiamo ma spesso per educazione, morale o quant’altro sopprimiamo perchè questa società ci insegna che è solo segno di debolezza. Il “femminile” è alla fine la parte più importante in ciascuno di noi e nasconde in sè quello che Garcia Lorca chiamava “Duende” (titolo della traccia che apre il disco), ovvero quella “forza misteriosa che emana lo spirito della Terra e si può sentire ma non si riesce a spiegare”. Il titolo “EvAAvE” evoca un gioco di parole e significati stratificati: da un lato, richiama il nome Eva, simbolo archetipico della femminilità, della creazione e del peccato originale, suggerendo un legame con la condizione umana, il destino e la ribellione. Dall’altro, la parola Ave può essere interpretata come un richiamo a qualcosa di sacro e antico.
Il singolo “Tar Wings” offre un assaggio potente del nuovo album. Come avete scelto di lanciarlo come primo estratto e cosa rappresenta nel contesto dell’intero disco?
MoMo: La scelta è stata dettata dal fatto che “Tar Wings” aveva il giusto incedere ritmico ed abbiamo pensato potesse essere un buon apripista per il disco. Ha in sé un’armonia dinamica che incuriosisce. Rispetto al disco poi rappresenta la parte in cui ci confrontiamo con la società odierna. È fondamentalmente una canzone d’accusa nei confronti di uno status sociale che non ci appartiene e che ci fa impazzire (“A thing locked in a cage puts all heaven in a rage”, cit. W. Blake).
Avete condiviso il palco con nomi di spicco come Crowbar e Messa. Come influenzano queste esperienze il vostro approccio alla musica dal vivo e in studio?
Rex: Quando hai la fortuna e l’onore di suonare insieme a band di questo livello impari tantissimo, è un’esperienza che forma e che ti stimola, una vera lezione di musica!
Avete presentato il disco dal vivo per la prima volta il 7 febbraio in occasione del We Fuckin’ Grave Party, come è andata?
Rex: Abbiamo deciso di suonare il disco per intero quella sera con la speranza di riuscire a trasmettere tutte le emozioni che abbiamo riversato in quei pezzi…
Avete già altre date in programma?
Rex: Suoneremo alla Cooperativa di Abbiategrasso il 22 febbraio insieme agli amici Satori Junk e il 1 marzo a Pavia al Circolo via d’acqua con i Chrysalis, un’ottima band di Cremona. Abbiamo altre date in via di conferma, quindi come si dice, Stay Tuned.
