Nanowar of Steel – La marcia dei merluzzi

Persino voi luridi metallari senza fede, conoscerete la parabola del “Figliol prodigo”. Così, dopo la sbandata commerciale, i lauti incassi, le copertine dei giornali generalisti, noi, come quel padre biblico, siamo pronti ad abbracciare nuovamente i Nanowar of Steel. “Italian Folk Metal” (Napalm Records \ Neecee Agency) ha sancito la pace tra band e fans, ma nuove perigliose battaglie aspettano all’orizzonte i ritrovati paladini del metallo inox!

Ciao, con “Formia” vi siete abbeverati alla fonte del successo vero, mettendovi in tasca un sacco di soldi. Subito dopo  la svolta metal, vi siete ritrovati su Il Raglio del Mulo. Cosa è andato storto?
Niente. Era un piano pianificato dall’alba dei tempi, ovvero almeno da Dicembre 2020. Ritrovarsi su Il Raglio del Mulo è il sogno di ogni musicista che pubblica prima canzoni metal, poi pop, poi metal di nuovo, è una cosa risaputa nella comunità.

Direi di partire subito con le domande scomode: solo qualche mese fa avete tradito il metallo, abbracciando il  pop emozionale. Ora vi ritroviamo nuovamente a fare il metallo, quanto questo ritorno all’ovile è dipeso dalle vittorie dei Måneskin a Sanremo e all’Eurovision?
E’ dipeso moltissimo dai trionfi dei Måneskin, il gruppo brutal death metal irredentista più apprezzato in tutta l’Istria e la Dalmazia. Ci siamo ispirati a loro talmente tanto da essere andati nel futuro, aver visto i loro trionfi, aver pianificato la non partecipazione a Sanremo e successivamente la registrazione di due singoli pop e poi uno metal.

Il nuovo album, “Italian Folk Metal”, “Requiem per Gigi Sabani in Re minore”. Un po’ tutti si sono domandati il perché di questa scelta. Potete spiegarci, finalmente, come mai avete scelto proprio il Re minore come tonalità?
Non l’abbiamo scelto noi ma ci è stato imposto per legge, visto che sin dai tempi di “Non è la RAI” Antonio Ricci ha obbligato il parlamento a legiferare sullo spinoso tema “La tonalità delle canzoni che hanno la parola requiem nel titolo”. Siccome l’infingardo Antonio aveva investito tutto sulle Re Minore, ne ha tratto considerevole vantaggio economico.

Con “La Maledizione di Capitan Findus” avete toccato un argomento a me caro, da anni lotto per il ritorno dell’attore vecchio. Non mi piace proprio questo giovane che c’è ora! Immagino che sia quella la maledizione di cui parlate nel brano…
No, la maledizione di cui si parla è la maledizione che perseguita i merluzzi, creature nobili da sempre perseguitate, annichilite e sterminate dalle spietate reti a strascico del pirata manigoldo e dai sospettosamente giovani amici che abbia mai solcato il Mar dei Sargassi: Capitan Findus. Conosciuto nei sette mari come Il Bin Laden della fauna ittica, il Suharto dei crostacei, il Zeljko Raznatovic “Arkan” dei gamberi e dei molluschi.

Gatto Panceri 666 ha cantanto due brani in lingua straniera, “Der Fluch des Kapt’n Iglo” in tedesco e  “El Baile del Viejo que mira las Obras”  in spagnolo. E’ pronto per mollarvi e partire con una carriera solista tipo Sting?
No, però è pronto per vendere i biglietti della lotteria sui voli RyanAir.

Questo è il vostro primo disco per la Napalm Records, cosa ha visto in voi l’etichetta austriaca?
In realtà, non lo sappiamo, loro sono ancora convinti di aver messo sotto contratto a condizioni vantaggiose una quasi omonima band americana il cui nome inizia per M…

Ora che il 5G scorre nel sangue di molti dei vostri fan, avete pensato a qualche stratagemma per far arrivare direttamente la vostra musica nelle loro teste?
Sì, si chiama “cuffiette”, è un sistema innovativo che ti metti un robot nell’orecchio che ti riproduce dei suoni e quando li ascolti puoi dire “ah”.

Siamo arrivati alla fine, vi va di lasciarci con un messaggio diretto a tutti quei bambini che dopo “Formia” hanno chiesto ai genitori un cappellino di lana e che oggi si sentono traditi?
Il nostro messaggio finale è: Materassa bene chi materassa ultimo!

Ghostly Aerie Coven – Bird of Prey

In arrivo a fine marzo su Vacula Productions l’esordio della black metal band italiana Ghostly Aerie Coven, per l’occasione Setian per scoprire qualcosa in più sul gruppo e su “Bird of Prey” (Vacula Productions / NeeCee Agency).

Benvenuto su Il Raglio, Setian. Il prossimo 31 marzo per Vacula Productions uscirà il vostro primo album, “Bird of Prey”. Vi sentite più vicini al raggiungimento di un traguardo o al compimento di un primo passo?
Sicuramente l’uscita di “Bird of Prey” per noi rappresenta il compimento di un primo passo, essendo già alla rifinitura di altri due album. Purtroppo a causa delle tempistiche imbarazzanti, nonché della mancanza di serietà della precedente casa discografica, la nostra tabella di marcia ha subito un brutale arresto che la Vacula Productions è riuscita a sciogliere in maniera tempestiva e provvidenziale.

Arrivate al primo disco dopo aver fatto un cammino classico che vede la pubblicazione di alcuni demo e poi il primo disco oppure, come avviene sempre più frequentemente oggi, avete deciso di bruciare le tappe incidendo direttamente l’esordio?
No, io in particolare sono molto ostile (anche da ascoltatore) alle demo in quanto le trovo dispersive e controproducenti: quando si realizza qualcosa di artistico – per quanto questo termine oggi sia vittima dei più feroci abusi – è imprescindibile partire dal proposito di realizzarlo al meglio delle proprie possibilità. Una traccia che merita di stare in un album, in una demo sarebbe sprecata (e anticipandola nell’album perderebbe poi impatto); se invece un brano sfigura in album, significa che non è ancora “pronto” e quindi non ha senso produrlo. Da qui la nostra politica è quella di produrre solo album composti solo da brani, secondo noi, “maturi”.

Siete in tre, avete altre esperienze alle spalle o per voi i Ghostly Aerie Coven rappresentano la prima band “seria”?
Gibil (batteria) è un musicista e polistrumentista con una notevole esperienza alle spalle, SadoMaster (chitarra) ha fatto parte dei Fornace ed è membro degli Eroded. Per me è stata invece un esperienza totalmente nuova, nonché una vera e propria scoperta, poiché il mio ruolo come voce nasce pochissimi mesi prima di questo progetto, dal volersi mettere al prova. La qualità della voce nel black metal è importantissima, ma a mio avviso sottovalutata. La voce è lo strumento che più di ogni altro può esprimere la potenza solare.

Come sono nate le tracce, lavoro di squadra oppure frutto dell’iniziativa di un singolo membro?
Gibil ha attinto alla scena finnica ma anche a quella del thrash old school. Per la voce mi ispiro a Jan L. ( X-Fusion ) e BlackGoat Gravedesecrator. Ho comunque presieduto, come mente, alla composizione e alla strutturazione dei riff di chitarra assieme a SadoMaster; mentre lui è un fervente cultore della scena finnica, io io in ambito black prediligo la scena statunitense e svedese. Della scena finnica considero invece dei grandissimi capolavori gli ultimi tre album degli Horna e “The Poisonous Path” dei Behexen. Da qui il risultato di una base finnica con diverse sfumature e una certa complessità nella sua struttura. Il fattore essenziale, per ogni progetto, è stato nel poter realizzare una grande sinergia tra “noi” come monadi distinte e il “noi” come collettivo.

Ciò che è certamente classico è il vostro approccio al black, però cosa credete che ci sia di nuovo e personale in quanto da voi proposto?
Il fattore personale si articola su più livelli. A livello musicale, “sfumando” il sound marcatamente finnico mentre a livello estetico e tematico nella scelta di non seguire passivamente e forzatamente strade già segnate. Il logo esprime, tra le altre cose, il nostro essere tre e uno allo stesso tempo mentre la scelta dell’animale è perfetta per indicare un sound graffiante, maestoso e introspettivo al contempo.

Nelle note promozionali che accompagnano il disco ho letto che vi rifare alla scuola finlandese, Horna, Sargeist e Behexen, come accennato anche da te in precedenza: come mai prediligete questa scena alla più celebre norvegese?
E’ stata sia una scelta artistica personale, come un pittore che sceglie, ascoltando se stesso, a quale stile rifarsi o quali colori utilizzare. Purtroppo anche nel black metal prevale un aspetto incoerente con la natura avanguardista stessa del genere per cui si tende a finire comunque nel “dogma”, nel cliché, nella dittatura del “sì” (per riprendere Heidegger) e venerare ad’ esempio la scena norvegese come un cimelio “perché è venuta prima rispetto alle altre”. Il ” prima e il dopo” sono frutto di una mentalità infantile e stantia che non ha e non deve avere importanza men che meno in un genere avanguardista come questo, slanciato in un impeto di distruzione rigenerativa senza compromessi e condizionamenti esterni. Pochi sono in grado di penetrare nello spirito di questo macro-genere senza fermarsi alla sua esteriorità. In questo l’estetica del genere, assieme ai suoi temi, in un modo o nell’altro fa selezione, respinge come le divinità terrifiche. C’è chi si ferma al cliché e all’infantile idea di “essere old school”, chi invece questo genere lo rifugge per vari motivi legati contenuto, ma in ogni caso pochi riescono a riescono a carpire il significato, a penetrare per raggiungere un livello di “sentire” più fino e nascosto .

Quali sono gli aspetti della realtà che volete svelare attraverso l’uso dei simboli nei vostri testi?
Da unico compositore di ciascun testo posso dirti che ho utilizzato sia il simbolo (che è tautologico, il simbolo parla di sé, rimanda a qualcosa che si può esprimere solo con il simbolo stesso) che l’allegoria per rappresentare la realtà articolata su più livelli che sono in concomitanza con la materia.

Dal vivo qual è il vostro approccio?
Puntiamo al coinvolgimento attraverso il risveglio emotivo prodotto dall’impatto sonoro pur mantenendo il distacco dal pubblico nella forma. Ho apprezzato molto le considerazioni di Kaiser Wodanaz in un’intervista in cui affermava il proprio disappunto per l’atteggiamento da “amiconi” adottato da certe band.

Dovendo utilizzare un brano come vostro biglietto da vista, quale indichereste ai nostri lettori?
Direi “Nychtophilia”, “Ode to the Evening Star” o “Rhyme of the Chrimson Monarch” anche se,e questo lo considero un gran punto di forza, c’è un forte equilibrio tra i brani il che rende difficile dire quale sia adatto come “biglietto da visita” e quale no.

Evilizers – Solar quake

Nati come tribute band dei Judas Priest, gli Evilizers ormai paiono del tutto a proprio agio nel creare musica propria. La Punishment 18 Records \ NeeCee Agency pubblicherà il secondo album in studio “Solar Quake”  dei piemontesi il 26 marzo 2021, ne abbiamo parlato con il cantante Fabio Attacco.

Benvenuti su Il Raglio, tra pochi giorni il vostro secondo lavoro sarà fuori, come vi sentite?
Ciao e grazie per lo spazio Raglio, ci sentiamo un po’ strani, diciamo tanto elettrizzati per l’uscita di questa nostra ultima fatica, quanto dispiaciuti per non poter avere l’occasione di portarla dal vivo a causa delle restrizioni dovute al Covid-19.

Ritenete di essere arrivati a questa seconda prova con un songwriting superiore rispetto a quello dell’esordio?
Certamente, l’esperienza in studio del precedente disco “Center of the Grave”, ed il successivo tour ci hanno maturato artisticamente, ci hanno fatto capire meglio cosa funziona dal vivo, e ci hanno consentito di intraprendere questo percorso alla ricerca di un nostro modo di essere musicale più definito.

Rimanendo in tema di primi giorni della band, quanto è rimasto in voi della tribute band dei Judas?
Siamo partiti dai Priestkillers per omaggiare i nostri idoli, poi con gli anni e l’affiatamento acquisito, abbiamo deciso di tributarli in un’altra maniera, creando il progetto Evilizers. Purtroppo però la richiesta dei locali cadeva quasi sempre su tribute e cover band, quindi, per non ricorrere a crowdfunding o a investimenti a fondo perduto, e non pesare economicamente sulle nostre famiglie, abbiamo deciso di mantenere il tributo attivo ed autofinanziarci.

Vi andrebbe di fare una carrellata veloce sulle singole tracce?
Diciamo che sono pezzi che richiederebbero più che qualche parola, ma ci provo: “Solar Quake” e “U.T.B.” sono pezzi veloci e potenti con testi di introspezione interiore; “Call of Doom” è l’intro di “Chaos Control” che è un brano doom, che, come il successivo “Earth Die Screaming”, che invece è heavy metal con sfumature folk, affronta la tematica del rapporto uomo-natura; “Shiver ofThy Fate” è una classica ballad, con un’intro di chitarra acustica ed un utilizzo un po’ particolare delle distorsioni vocali. Si riparte con una trilogia di pezzi tirati, potenti e cazzuti, “Terror Dream” più heavy speed, “Disobey the Pain” con accenni allo swedish death, “Holy Shit” più trash e power metal, quest’ultima è il primo singolo e parla dell’inutilità del fanatismo religioso. Si torna su ritmi più tradizionali con “Time to Be Ourselves”, puro heavy metal classico; “Ghost” si chiama così perché inizialmente doveva essere una ghost track, è un rock ‘n’ roll divertente e veloce che chiude il disco.

Qual è tra questi il brano che vi descrive meglio oggi e ce n’è uno che invece per voi rappresenta una scommessa?
Sicuramente il pezzo che più ci rappresenta adesso è “Solar Quake”, che parla del come tramutare le avversità in energia vitale e come, credendo in sé stessi, si possa migliorare il proprio essere. C’è voglia di creare un fottuto terremoto sul primo palco che ci ospiterà. La scommessa in realtà c’è e non c’è, perché riteniamo che in ogni brano ci sia un tentativo di provare qualche soluzione nuova, ma tutti i brani sono legati da un filo conduttore.

A proposito di scommesse, comunque avete puntato su sonorità e immagine molto classiche, vi chiederei, allora, qual è lo stato di salute dell’old school heavy metal oggi?
“Metal is Undead” è il titolo di una canzone del nostro primo album e descrive alla perfezione lo stato in cui versa il nostro genere negli ultimi anni. I grandi nomi esistono ancora, ma sono oramai l’ombra di quel che erano. Però esiste un folto sottobosco di band valide, da tutto il mondo, basta andare in rete e si trova veramente di tutto, quel che manca è qualcuno che abbia veramente intenzione di investire su questo genere, purtroppo, spesso è il gruppo stesso a doversi sobbarcare spese che non permettono alla band di promuoversi nella maniera corretta.

Quanto c’è della scuola italiana heavy metal nel vostro suono?
Apprezziamo davvero tanto la scena musicale italiana, in particolare quella che parte dalla fine degli anni ‘80. Penso che le nostre influenze, come è stato per i primi gruppi heavy metal italiani, derivino però principalmente dall’heavy metal inglese.

Torniamo al disco, avete intenzione di pubblicare dei singoli?
Uscirà sicuramente il singolo di “Holy Shit”, con relativo lyric video. Stiamo preparando il video vero e proprio di “Solar Quake”, ma per le restrizioni attuali, e la necessità di fare riprese esterne, chissà quando potremo ultimarlo. Sicuramente ci faremo venire in mente qualche idea per non lasciare i nostri seguaci a bocca asciutta troppo a lungo.

Avete già scelto quali brani proporre dal vivo quando ci sarà la possibilità di tornare a suonare con il pubblico?
Essendo il nostro secondo album, ed essendo noi abituati a scalette molto lunghe per via dell’attività live con il tributo, penso proprio che, salvo motivi tecnici di tempo le porteremo tutte.

Lucynine – Veleno d’amore

Un lavoro fuori dagli schemi, “Amor Venenat”, un disco capace di scaraventare l’ascoltatore nel sfera più intima e dolorosa dep suo autore Lucynine.

Sergio, benvenuto su Il Raglio del  Mulo, “Amor Venenat” è un album criptico, un gioco di scatole cinesi che racchiude probabilmente una parte della tua sfera intima. Da autore preferisci che il marchingegno resti chiuso mantenendo al contempo un certo fascino misterioso e ben protetto il tuo Io più profondo o speri che la scatola venga aperta liberando quella parte di te?
Ciao! E grazie del vostro interesse! “Amor Venenat” è un concept autobiografico, nato in seguito alla perdita di mio marito avvenuta nel 2018, dopo 11 anni di relazione. Non parla solo di quello, ma di tutto il dolore e le difficoltà che hanno compenetrato la mia sfera affettiva e sessuale, da quando ero più giovane, dal rapporto con la mia famiglia (“Family”), fino ad oggi. Quindi il tema è abbastanza esplicito, però in effetti mi piace l’idea che l’ascoltatore, sentendo le varie “tinte” che colorano il disco, leggendo i testi, interpreti e immagini liberamente.

E’ stato doloroso concepire un lavoro di questo tipo?
Ti dirò che in un certo senso è stato liberatorio e terapeutico. L’album nasce dal dolore, dalla rabbia, dalla disillusione, ma mi sento di dire che tutte queste ombre sono state “spurgate” proprio tramite la lavorazione di questo disco. Non saprò mai se è stato solo il passare del tempo (circa un anno e mezzo di lavoro) o se è proprio stato merito di “Amor Venenat”, ma finito tutto mi sono reso conto che stavo molto meglio rispetto a quando iniziai a lavorarci.

La copertina contiene un’immagine forte, chi l’ha ideata e come si riconnette al concetto di “Amor Venenat”?
È tutta opera mia, sono anche fotografo e grafico, cosa che mi aiuta ad esprimermi al massimo, ma anche -confesso- a risparmiare qualche soldo, ahah! Il modello che ho usato per la fotografia di copertina rappresenta il cardine del concept, ovvero il difficile rapporto con una persona molto più avanti di età, agli antipodi rispetto a me per quanto riguarda il percorso naturale della vita. Il cappio simboleggia l’amore (ero molto molto arrabbiato con i sentimenti quando iniziai a lavorare al disco) e la luce rossa che illumina le spalle dell’uomo rimanda sia alla lussuria, sia alle vesti sacerdotali e cardinalizie, visto che la religione, il suo rapporto con la sessualità e con l’omosessualità sono temi molto presenti nelle lyrics.

Giochi con i generi, ottenendo qualcosa di poco inquadrabile: credi che sia un vantaggio o uno svantaggio non poter essere associati a un’etichetta nell’attuale scena musicale?
È un’arma a doppio taglio, un aspetto che mi ha preoccupato fin da subito. C’è l’ascoltatore onnivoro che apprezza la sorpresa, la contaminazione, la scelta di utilizzare una tavolozza di suoni molto ampia per descrivere i vari aspetti del concept. C’è l’ascoltatore più “di settore” che sente il bisogno di un disco che cominci e finisca con lo stesso genere di sonorità. Non ho certo la presunzione di incolpare il pubblico se una mia creazione viene recepita male, ci mancherebbe altro! Ma d’altro canto non avrei saputo fare diversamente, quindi ho deciso di rischiare. Per fortuna mi pare che l’accoglienza sia stata molto buona, in generale. L’ho scampata, ahah!

Qual è il tuo rapporto con i colori? Nella copertina c’è un bel rosso acceso, nel video di “White Roses” domina il grigio, mentre in “Nine Eleven” ci sono “schizzi” variopinti.
Credo sia più deformazione professionale, piuttosto che una scelta ponderata. In effetti per me la componente figurativa è una parte fondamentale di tutto quello che faccio, quindi, anche involontariamente, i colori diventano imprescindibili nella completezza del “dipinto”, sia esso sonoro o di altro genere espressivo.

Rimanendo in tema di colori, tra  le influenze che mi pare di aver intercettato su “Amor Venenat”  c’è quella del Green Man, Peter Steele. Non solo quelle direttamente riconducibili ai suoi Type 0 Negative, ma anche quelle che a sua volta il newyorkese ha subito, mi riferisco a certe melodie beatlesiane e ai Black Sabbath. Queste muse – sempre che io le abbia indovinate – sono consce o inconsce?
Consce, consce! I Beatles per me sono il punto di partenza per assolutamente tutto, tant’è che mi sono divertito anche a citarli in “Nine Eleven” con un frammento preso da “Day Tripper”. Steele fa parte dei miei ascolti più appassionati (e anche a lui ho dedicato un tributo con la cover di “Everyone I Love Is Dead”, che ben si sposava con il concept del disco). Fa parte delle mie influenze lui, come ne fanno parte artisti presi dai generi più disparati, anche molto lontani dal metal.

La tua musica ha anche una componente teatrale che si estrinsecata nel modo più evidente con il ricorso ad alcune voci narranti interpretate da  quattro celebri attori e doppiatori: Grazia Migneco, Gianna Coletti, Claudia Lawrence (terza classificata nell’ultima edizione di Italia’s Got Talent) e Dario Penne (voce italiana di Anthony Hopkins, Michael Caine e molti altri). Come sei entrato in contatto con loro e come hanno reagito alla tua musica?
Il teatro è parte della mia vita: come fotografo, sono per lo più fotografo di scena e curatore di immagine per gli attori. Quindi la scelta sui loro interventi è stata dettata molto dal mio amore viscerale per questo mondo. Dario Penne, in particolare (doppiatore di Anthony Hopkins e tanti altri), è stata la persona che ha letteralmente cambiato la mia vita recitando in “Blocco E, IV Piano”, mio cortometraggio di 4 anni fa, e aprendomi le porte a ciò che oggi mi permette di campare con ciò che amo: enorme privilegio. Ecco perché tengo tanto a queste feat.: Gianna Coletti, Claudia Lawrence, Grazia Migneco e Dario sono grandi amici per cui provo sincero affetto. Oltre poi al fatto che, se c’è qualcosa di importante da dire, preferisco che a farlo siano le voci migliori che io conosca. Sulla loro reazione riguardo alla mia musica, ehm… passerei alla prossima domanda, ahah!

Credi che porterai mai questi brani su un palco?
Al momento non so, ma nessuna porta è chiusa, confesso che mi piacerebbe e che il palco mi manca molto, avendo fatto l’ultimo concerto nel 2013. Chi lo sa?

Chris Catena – Il rituale del rock

Chris Catena è tornato con un disco solista con “valore aggiunto”, come lo definisce lui. Il perché di questo bizzarro appellativo va ritrovato nel grosso supporto a livello compositivo ricevuto dall’ex Overdrive Janne Stark Ma non solo, sull’album poi compare anche una pletora di ospiti che ha contribuito alla riuscita di “Truth in Unity”, disco che scalderà i cuori e le orecchie degli amanti dell’hard rock.

Ciao Chris, il tuo nuovo album esce a nome Chris Catena’S Rock City Tribe, quindi non lo dobbiamo considerare un tuo disco solista ma un qualcosa di diverso?
In realtà, nasce come mio nuovo disco solista ma con un valore aggiunto, una più intensa collaborazione a livello compositivo con Janne Stark che mi ha supportato nel songwriting e, in alcune occasioni, ha scritto per me delle piccole gemme di hard rock che ho poi reso – con l’arrangiamento o la scelta dei musicisti o la produzione – più vicine al mio stile o alla mia visione d’insieme del progetto.

Vuoi presentare ai nostri lettori, allora, l’altro motore di questo progetto, Janne Stark?
Janne è un grandissimo chitarrista svedese che nei primi anni 80 ha militato in una delle band seminali del metal scandinavo, gli Overdrive, per poi far parte di altre formazioni come Locomotive Breath, Costancia, Mountain of Power, Grand Design. Ci siamo conosciuti dopo l’uscita del mio primo album “Freak Out”, una sorta di padre spirituale di “Truth in Unity” per stile e processo concettuale. A Janne piacque molto il disco e mi scrisse per complimentarsi, e per me fu una piacevole sorpresa scoprire che lui aveva suonato negli Overdrive, band di cui possedevo gelosamente i primi due album. Di lì lo invitai a scrivere per me “Freedom Bound”, song che poi sarebbe diventata la opener  del mio secondo album “Discovery”. Da quel momento abbiamo collaborato in molte altre occasioni come due dischi dei Mountain of Power, concerti in Svezia e in Messico etc.

Il disco ospita un numero incredibile di artisti di spessore, potresti presentarli velocemente?
Sono davvero troppi per presentarli velocemente, ci vuole un libro. Posso citarne qualcuno includendo le band di militanza storica e questo parla da sé: Bobby Kimball (Toto), Scotti Hill (Skid Row), Troy Lucketta (Tesla), Chuck Wright (Quiet Riot), James LoMenzo (White Lion, Ozzy Osbourne), Bumblefoot (Guns’n’Roses), Oz Fox (Stryper), Kee Marcello (Europe), Joel Hoeckstra (Whitesnake, Cher), Tracii Guns (LA Guns) e tantissimi altri

Anche in passato hai collaborato con grandi nomi, non hai paura che il ricorso a questi prestigiosi personaggi possa in qualche modo distrarre l’attenzione da te?
Forse è meglio! A parte gli scherzi, con la paura si rischia di fare scelte di cui ci si può pentire. Valutiamo anche la regola contraria, ossia essere associato a tante eccellenze potrebbe far parlare di me, non pensi? 

Qual è il brano dell’album che ha dato più filo da torcere per la sua realizzazione?
“Riding the Freebird Highway” di sicuro! Undici minuti di musica per un brano molto dinamico che cresce per esplodere sul finale in cavalcate dal sapore southern con intrecci di chitarre che si rincorrono come fossero duellanti impazziti! E’ stato un lavoraccio riuscire a editare e rendere gli assoli abbastanza armoniosi e fornire a questi il giusto tappeto sonoro con un drumming tellurico.

Credi che possa essere individuata una canzone che al proprio interno sintetizzi tutte le diverse anime stilistiche di questo lavoro di per sé molto vario?
Per me “Angel City” potrebbe risultare il giusto biglietto da visita perché è un brano con tanto groove, un refrain molto orecchiabile, grandi assoli di chitarra e una batteria potente. Per questo è stato scelto come brano apripista e primo singolo.

Hai sempre riscosso un grande successo in Giappone, hai avuto modo di esibirti nel Paese del sol Levante?
No, ma sarebbe molto bello suonare in quello che io considero un mondo a sé con una cultura molto interessante e un popolo che ha un grandissimo rispetto e ammirazione per la musica occidentale.

Qual è l’attuale stato di salute del rock, soprattutto quello di più duro, da quelle parti ma anche da noi in Europa?
Forse in Giappone come appena accennato, c’è’ una vera e propria venerazione per il rock e metal che giunge da fuori. Amici mi hanno raccontato di aver suonato a Tokio e di essere stati trattati come fossero star da milioni di dischi venduti. Il rispetto verso il musicista e la musica che produce è qualcosa che dà grande soddisfazione a chi la realizza. In Europa c’è, a mio parere, più superficialità, non fraintendermi, questo dipende anche dai luoghi, dalle tendenze, dal mercato (sempre più in crisi) ed infine dalla modalità di fruizione della musica! Le nuove generazioni preferiscono la musica on the go, le playlist di Spotify o altre piattaforme digitali con un suono inferiore a quello del cd o del vinile. Non si soffermano a leggere le note di copertina del booklet di un album. Non acquistano più i dischi e, hanno accesso a tutto, ad una infinità di album o band. Per questo non “sanno più ascoltare”, non fermano il loro focus su un album intero, lasciandolo decantare con più  ascolti. Oggi è tutto veloce, ma per questo i fratelli maggiori, i padri o i nonni possono svolgere un’ottima funzione educativa nel cercare di interagire con i giovani per far sì che possano scoprire quanto di buono la cultura musicale, quella con la C maiuscola, ha prodotto nel corso degli anni.

Vorrei farti una domanda che esula dalla promozione di “Truth In Unity”: tra le tue varie collaborazioni c’è quella con il Rovescio della Medaglia, uno dei miei gruppi italiani preferiti di sempre. Che ricordi hai delle registrazioni di “Tribal Domestic”?
E’ stato un periodo molto interessante, ma anche abbastanza insolito. Enzo Vita (chitarrista e fondatore della band) è una persona dalla grande creatività ed un musicista molto dotato, ma anche un artista vero e quindi un po’ bizzarro nel senso buono del termine. Voglio bene ad Enzo e gli sono grato per avermi coinvolto nella realizzazione di questo album uscito per Sony/Cramps. Ho partecipato in modo molto attivo alla creazione di “Tribal Domestic”, un disco difficile, coraggioso, compositivamente brillante. Andammo anche a Los Angeles a missare alcune canzoni da Fabrizio Grossi e lì abbiamo anche girato il videoclip per il brano “L’origine”. Secondo me il risultato finale è ottimo e la suite che da il titolo all’album penso abbia dei momenti davvero impressionanti a livello compositivo. Non so cosa sia successo dopo l’uscita del disco, mi aspettavo una promozione diversa. Forse è anche colpa mia: i brani non erano scritti per la mia tessitura. Sono un cantante blues e non è mio stile dovermi arrampicare sempre su alte vette, preferisco partire dal basso per poi fare dei salti di tono. Avrei preferito poter dire la mia ma non è facile quando si ha a che fare con una personalità molto forte come quella del Maestro Enzo.

Ottone Pesante – Il mood del doom

Oltre la solita musica c’è chi osa. Nel novero ristretto degli audaci sperimentatori di strambe alchimie musicali possiamo citare senza dubbi gli italici Ottone Pesante. In molti aspettavano con curiosità “Doomood” (Aural Music), in pochi ne resteranno delusi, perché ancora una volta ci troviamo innanzi a una gemma di brass metal.

Ciao ragazzi, è in rampa di lancio “Doomood”, il vostro il nuovo lavoro, sicuramente quello circondato da maggiore attesa da parte del pubblico, questo fattore ha pesato in fase di realizzazione?
Francesco: Direi proprio di no, abbiamo lavorato con la solita voglia di sperimentare e di proporre qualcosa di unico, se ci fossimo posti dei problemi rispetto ad un pubblico, forse non avremmo mai dovuto iniziare ahah…

Ho letto che il disco è stato composto in maniera palindroma, ascoltandolo al contrario non si evoca Satana, ma si sente esattamente la stessa musica del verso originale? Scherzi a parte, come è nata l’idea di questa struttura particolare?
Francesco: Esatto, ascoltandolo al contrario si sente la stessa musica! Voglio dire: non è esattamente uguale al contrario, ma c’è sempre una voce (tromba, trombone o entrambe) che suona come se fosse allo specchio. Ci possono essere sottili variazioni tra un riff e il suo palindromo, quello che non varia è l’altezza e l’ordine delle note. L’idea è nata dal fatto che avevamo già chiaro il titolo del disco e quando ho cominciato a selezionare il materiale per “DoomooD” ho realizzato questa cosa e ho cercato di metterla in pratica.

Per le registrazioni vi siete rivolti a ben tre studi – Studio 73 (Ravenna, Italy), Studio Pesante (Faenza, Italy) e Zeta Factory (Carpi, Italy) – prima del missaggio finale di Riccardo Pasini agli Studio 73. Quali sono stati i motivi tecnici che vi hanno portato all’utilizzo di ben tre sale differenti?
Paolo: I motivi sono sia pratici che tecnici: abbiamo registrato le tracce di fiati “puliti” nel nostro studio (Studio Pesante); questo ci ha permesso di lavorare al meglio e senza fretta in un ambiente che conosciamo molto bene e ci è familiare. Le batterie sono state registrate allo Zeta Factory che ha una bellissima stanza per curare al meglio gli ambienti e registrare al meglio la batteria. Il reamp dei fiati sono stati fatti allo Studio 73 dove ci siamo potuti sbizzarrire senza limiti e dove abbiamo anche mixato e masterizzato il tutto.

“Doomood” è il primo album per un’etichetta, l’Aural Music: cambio di filosofia o scelta dettata da motivi pratici?
Paolo: Fin dall’inizio con OP siamo partiti da soli in piena filosofia DIY curando tutto in prima persona. Già da qualche tempo eravamo in contatto con Aural che si era dimostrata interessata al progetto e con questo disco siamo finiti nel roster. Quello che ci è piaciuto di Aural è l’approccio e il supporto che viene dato per far crescere progetti particolari come il nostro con piccoli (ma grandi) passi come avere una distribuzione globale e potersi raffrontare con un’etichetta che ha molta esperienza sul campo. Non lo vediamo come un cambio di filosofia ma come darsi una mano per il bene del progetto e per far conoscere quello che facciamo a più gente possibile.

Qual è il mood del doom e come si sposa con i gli ottoni?
Francesco: È un disco molto scuro, angosciante, drammatico e anche più ambientale. Siamo molto soddisfatti dei suoni e del risultato ottenuto. Di sicuro, a livello di suono, è il disco più vario e pesante finora e devo dire che il matrimonio tra il suono pulito degli ottoni e quello effettato passato attraverso gli amplificatori è perfettamente riuscito!

Qualche settimana fa ho intervistato Sven Dirkschneider, attualmente batterista dell’omonima band del padre, Udo. Con il suo gruppo ha da poco pubblicato un album orchestrale, preferendo agli archi gli ottoni, perché a suo dire si sposano meglio con la musica heavy, rendendola ancora più pesante. Immagino che la pensiate come lui…
Francesco: Forse perchè ancora non ci conosce!!!! Comunque qui il discorso potrebbe essere lungo, ma per farla corta: tutto dipende da come usi gli strumenti. Credo la sua idea dipenda dal fatto che gli archi sono strausati e molto conosciuti in un certo tipo di Metal, mentre gli ottoni molto meno. Se ascoltasse “La Sagra della Primavera” di Stravinsky, “Maria Bertel” o gli “Imperial Triumphant”, cambierebbe subito idea.

Molti si lamentano della penuria di date dal vivo, magari puntando il dito contro le trbute\cover band accusate di aver reso il pubblico meno attento alla musica inedita. Nel vostro caso, ci troviamo innanzi non solo a un progetto inedito, ma che non vanta addirittura epigoni, questo vi rende più appetibili per i locali oppure sono pochi quelli pronti a correre il rischio di proporre un qualcosa di originale?
Francesco: Per quel che ci riguarda, il fatto di essere così unici e trasversali, ci ha permesso di suonare tantissimo in locali / club / squat / teatri ecc… di diversissima vocazione: dal Jazz, al Rock / Metal, Noise ecc. Quei pochi posti che ancora fanno un certo tipo di musica (e non solo intrattenimento) sono alla continua ricerca di novità e si prendono anche dei rischi. Il problema è che sono sempre meno e sempre meno frequentati. La diffusione delle cover band, secondo me è determinata dalla fine di interesse verso un certo tipo di rock. Chi va a vedere una cover band è interessato allo “spettacolo”, non alla musica.

Qual è il vostro pubblico di riferimento? Credo che alla fine il vostro genere si abbastanza trasversale.
Paolo: Il nostro pubblico di riferimento è un pubblico curioso, in cerca novità e che ama essere stupito. Può provenire dal Metal come dal Jazz o semplicemente apprezzare la musica in generale. Diciamo che “parliamo la lingua” dei metallari con strumenti di tradizione popolare/jazzistica e questo ci permette di avere un pubblico veramente trasversale sia in termini di età che di ascolti.

Vorrei fare un passo indietro, tornare ai giorni in cui il vostro sound è nato, chi ha avuto l’idea di mettere su il progetto e quali difficoltà avete incontrato nel mettere in pratica quello che avevate ideato a tavolino?
Paolo: L’idea è venuta a me e Francesco. Stavamo provando un brano che Francesco aveva scritto e ci siamo detti: “se ci mettiamo una batteria con doppia cassa questo è metal” e da lì siamo partiti. In seguito ci siamo focalizzati sui generi più estremi del metal cercando di renderci la vita il più difficile possibile. Le difficoltà ci sono state e vanno dal riuscire a suonare un intero concerto (40/45 min all’inizio) in cui soffi tutto il tempo a far capire a pubblico e critica che facevamo sul serio. Abbiamo dovuto imparare come suonare questa musica con i nostri strumenti e ottenere il suono e la violenza che stavamo cercando. Con il tempo siamo riusciti ad allungare i nostri set, ad esseri presi sul serio e ad avere il suono che cercavamo.

Hannah Aldridge – Frammenti di vita in bianco e nero

Lo scorso 14 agosto 2020 per la Icons Creating Evil Art è uscito uno dei degli album dal vivo più emozionati e carichi di pathos di quest’anno, “Live in Black and White” di Hannah Aldridge. Figlia della leggenda dei Muscle Shoals, Walt Aldridge, Hannah con solo un paio di studio album alle spalle si è presentata alla prova live regalando una convincente e intima rilettura del proprio repertorio.

Benvenuta Hannah, partirei con il significato del titolo del tuo nuovo album “Live in Black and White”: com’è la musica in bianco e nero?
Il titolo prende spunto dalla canzone “Black and White”, che ho scritto per mio figlio quando era molto piccolo. L’ho composta con l’auspico di tornare a una realtà più semplice. In un certo qual modo questo è esattamente ciò che questo album vuole rappresentare, qualcosa che riguardi solo la musica e la mia performance, evitando tutti gli altri orpelli che normalmente accompagnano la produzione e il rilascio di un album in studio.

Pubblichi un album live durante il lockdown, vuoi dare a quest’opera un valore simbolico?
Inizialmente non l’avevo pianificato in questo modo. È successo molto naturalmente. Avevo già deciso di pubblicare questo album per la Icons Creating Evil Art nel 2020, mentre ero a lavoro su alcuni dischi in studio. Tuttavia, si è rivelato un qualcosa di veramente interessante da poter dare alle persone in questo delicato momento.

Ascoltando le tue canzoni sento un forte legame tra la tua musica e la tue radici, quindi mi ha meravigliato un po’ la location: perché hai scelto queste registrazioni dalla data di Londra e non altre effettuate negli Stati Uniti?
Il motivo principale per cui ho scelto di registrare questo album a Londra è perché la maggior parte degli ospiti speciali con cui volevo collaborare durante lo spettacolo provengono dall’Inghilterra. Inoltre, Londra è come una seconda casa per me. L’Inghilterra è stato il primo posto in cui sono andata in tour all’estero quando ho iniziato e mi ha accolto dal primo giorno a braccia aperte. Sento un legame forte con l’Inghilterra da questo punto di vista.

Ti andrebbe di parlare di questi ospiti?
Si sono esibiti molti altri artisti, ma la gran parte delle canzoni le ho eseguite da solista. Con me quella sera hanno collaborato Danni Nicholls, The Black Feathers, Goat Roper Rodeo, mio ​​padre e Robbie Cavanagh.

Cambia la tua scaletta ogni sera o ne hai una standard durante in tour?
Cerco di fare una scaletta diversa ogni sera!

Invece, hai mai suonato in Italia?
No, ma mi piacerebbe. Avevo già in programma di venire in tour lì da voi la prima volta nel 2021 e spero che la cosa non sia del tutto sfumata.

In passato hai avuto vissuto dei periodi veramente difficili, la tua musica ha avuto un potere “terapeutico” su di te?
La musica è sicuramente la bussola che mi permette di navigare e interpretare la mia vita. A volte scrivo una canzone e non capisco appieno una situazione della mia esistenza finché non mi siedo e riascolto quello che ho appena composto.

Puoi già anticiparmi qualcosa del tuo prossimo album in studio?
Ho appena registrato un 7” che non vedo l’ora di poter pubblicare, inoltre sto anche lavorando per completare un altro disco.

Lasciamo stare il futuro e facciamo un passo indietro, ai tempi del tuo primo album hai sentito su di te la pressione di essere la figlia Walt Aldridge?
Sento ancora quella pressione ad essere onesta. È un songwriter e musicista incredibile, e per questo mi impongo di raggiungere sempre con i miei lavori uno standard elevato. È una benedizione, per molti versi, essere cresciuta guardando da vicino una persona così talentuosa che, nonostante le sue innate capacità, lavora più duramente di chiunque altro.

In conclusione, puoi farmi un piccolo elenco dei tuoi album preferiti di altri artisti?
Ho una lista variegata di musica che amo. Al momento mi sto godendo Christian Kjellvander “I Saw Her from Here” e il nuovo album di Courtney Marie Andrews “Old Flowers”. Alcuni altri album che mi sono davvero piaciuti quest’anno sono “God’s Favorite Customer” di Padre John Misty, dei The Milk Carton Kids “All the Things That I did and All the Things That I Didn’t Do” e “Gregory Alan Isakov with the Colorado Symphony ”. Trascorro anche molto tempo ad ascoltare colonne sonore.