I Memories of a Lost Soul sono tornati con il nuovo full-length “Songs From The Restless Oblivion”, pubblicato il 13 giugno da My Kingdom Music. A trent’anni dalla nascita del progetto, abbiamo intervistato Buzz, voce e mente della band.
Benvenuto su Il Raglio Del Mulo, Buzz! Il vostro nuovo album, “Songs From The Restless Oblivion”, uscito il 13 giugno per My Kingdom Music, segna un ritorno importante. Un lavoro maturo, potente e ricco di sfumature estreme. Cosa rappresenta per voi questo disco a 30 anni dalla nascita dei Memories of a Lost Soul?
Salve! Che dire, non è un ritorno vero e proprio, non ce ne siamo mai andati. Purtroppo c’è stato l’ennesimo cambio di lineup – nel metal succede, ogni tanto qualcuno va via e qualcun altro arriva – e non è facile stare sempre al passo coi tempi. Questa formazione però ha dato molto: come dici tu, il disco è maturo, potente e, devo dire, funziona. Si ricollega concettualmente, anche come copertina, al nostro demo d’esordio “The Clockwork”, quindi sì, è un nuovo inizio. In realtà ogni disco lo è, ma questo forse rappresenta davvero una rivoluzione nella nostra forma-canzone. C’è molto da capire, ha molto da dare ai fan in termini di musica (dura oltre un’ora). Siamo molto contenti e speriamo piaccia.
Il titolo dell’album evoca immagini oscure e tormentate. Qual è il filo conduttore tematico o lirico che lega le tracce?
Il saggio maestro contempla un orologio, l’orologio del tempo umano. L’opera si ricollega al nostro primo vero lavoro “The Clockwork” ed è una riflessione sull’esistenza e sui diversi piani esistenziali che ci governano. C’è anche un po’ di fisica quantistica e molta metafisica. Inoltre, non manca lo spazio per l’horror di matrice lovecraftiana, come spesso nei nostri brani.
Il titolo richiama volutamente “Restless Oblivion” degli Anathema?
No, e questa cosa mi fa molto ridere, perché non mi piacciono minimamente gli Anathema. Non li seguo, non li ho mai ascoltati se non per sbaglio, e non sapevo nemmeno che avessero un brano con quel nome, ahah! In generale disdegno le band che hanno abbandonato il growl.
Come avete lavorato sui nuovi pezzi? La metodologia è cambiata in qualche modo rispetto al passato, soprattutto considerando l’inserimento dei nuovi membri Dysphoria e Taz?
I brani sono da sempre composti per lo più da me. Loro hanno comunque apportato miglioramenti rispetto al passato, ma la metodologia è quasi sempre la stessa: faccio un pezzo a casa, lo porto in sala, vediamo come suona, se funziona e se piace agli altri.
Quale è stato il contributo dei nuovi membri Dysphoria e Taz alla composizione e alla resa finale dell’album?
Dysphoria viene da un passato tra dark e colonne sonore (e credo si senta). Taz suona un basso molto più “presente” rispetto a quello che abbiamo avuto in passato: i miglioramenti si sentono. E il batterista è tra quelli che pesta di più con cui abbia mai suonato!
La produzione è stata curata presso i Lost Soul Studios da te. Quali sono stati i punti di forza di questa produzione in casa?
Ci sono tanti studi che lavorano bene, e forse anche meglio, quindi non starò a fare propaganda. Un vantaggio è il fatto di avere a che fare con un compositore: questo si riflette nei miei dischi e anche in quelli degli altri. Vengono spesso ragazzi senza un’idea chiara della resa finale del loro disco o con dei riff che non sanno come sviluppare. Il mio aiuto è soprattutto compositivo. Il suono è migliorato molto da quando ho studiato con Jens Bogren e seguito corsi di mastering. Mi ispiro a band come i Cradle of Filth. È uno studio pensato solo per fare metal, e forse questo è il suo vero vantaggio.
Brani come “Prone To Revolting” ed “Immortal Rites” sono tra i più rappresentativi del disco. Cosa puoi raccontarci su questi due pezzi?
Entrambi sono legati a tematiche lovecraftiane, con riti di adorazione per Cthulhu. Il primo parla di un’umanità asservita agli Dei oscuri, con un riferimento anche alla nostra società: molte persone sono inginocchiate davanti a esseri rivoltanti. “Immortal Rites” è un rito di evocazione che porta l’essere umano all’immortalità, anche se ciò lo priverà dell’anima.
Con il passaggio a My Kingdom Music avete pubblicato anche la versione rimasterizzata di “Redefining Nothingness”. Cosa vi ha spinti a riproporre quel lavoro?
My Kingdom Music è stata finora l’etichetta che più ci ha aiutato, esaudendo ogni nostro desiderio. Non eravamo soddisfatti né del suono né della grafica di quel disco, quindi abbiamo deciso di rifarlo agli studios. Era già successo con “Distorted Perceptionz”. Ogni tanto ho voglia di “riscrivere la storia”. In passato facevo bei pezzi, ma non avevo i mezzi per valorizzarli. Ora che li ho, mi dico: perché no? Fortunatamente, le mie idee finora sono sempre andate a segno.
Avete già in programma concerti o tour per supportare l’uscita di “Songs From The Restless Oblivion”?
Qualcosa è stato fatto, e altro faremo dopo l’estate. Purtroppo, partendo dalla Calabria non è facile spostarsi. Inoltre, la situazione concertistica in Italia è penosa: è tutta in mano a lobby che portano avanti solo i gruppi che pagano agenzie o slot. Ci chiedono perché non andiamo a Roma o al Nord… la verità è che ci hanno chiesto anche 400/500 euro per aprire in festival ridicoli. Dico “ridicoli” perché in passato abbiamo suonato con Rotting Christ, Grave, Vision Divine, Venom e Sodom senza pagare un euro, anzi! Oggi è una lotta a cui non vogliamo partecipare. Il pay to play non ci interessa. Dopo 30 anni, quando esce un disco, fortunatamente la gente ci conosce e lo compra. Le poche volte che suoniamo dal vivo è sempre un successo. Quindi che dire: non è colpa nostra.
