L’Alba di Morrigan – Io sono Oro, Io sono Dio!

Nove anni non sono pochi, molte band dopo una pausa del genere, avrebbero lanciato la spugna. Hugo Ballisai ci ha raccontato come i suoi L’Alba di Morrigan, nonostante diverse vicissitudini, non hanno abbiano mai avuto dubbi, al momento giusto il secondo capitolo della saga sarebbe giunto. Ora che “I’m Gold, I’m God” (My Kingdom Music) è fuori, possiamo affermare l’attesa non è stata vana…

Benvenuto Hugo, cosa vi sorprende di più, essere di nuovo fuori dopo nove anni o aver dovuto aspettare nove anni per dare un erede a “The Essence Remains”?
Ciao a tutta la redazione da parte mia e da parte di tutti i membri de L’Alba di Morrigan. Nessuna delle due cose: sapevo che prima o poi avremmo concluso l’album. Abbiamo avuto diversi accadimenti che ci hanno obbligato per forza di cose a dilatare i tempi. Certo nessuno si aspettava così tanto tempo ma così è stato.

Quando vi siete messi a lavoro sui nuovi brani avevate in mente quanto fatto in precedenza o, data la lunga pausa, siete ripartiti da zero?
Questa è una domanda interessante. Ti potrei dire per esempio che “The Chant Of The Universe” ha dodici pre-produzioni differenti, e sino a qualche mese prima dell’uscita dell’album si intitolava “Koh Lipe”. Vale anche per tutti gli altri brani, ci sono tantissime versioni che abbiamo cestinato. Insomma non ci siamo accontentati e fino alla fine abbiamo cercato di ottenere da ogni singolo brano il meglio possibile in ogni suo minimo dettaglio.

Vi considerate ancora, se mai lo avete fatto, un band metal o l’etichetta vi sta stretta?
Io amo la musica metal la ascolto ad oggi e da quando sono bambino, ho avuto la fortuna di avere mio fratello Giampiero che sin da tenerissima età mi ha fatto ascoltare ottima musica. Ciò non toglie che talvolta soprattutto nello scorso album le nostre sonorità erano oggettivamente più “morbide” anche in questo album abbiamo portato un po’ di melodia nonostante la scelta di suoni più forti e un’interpretazione assai diversa rispetto alle linee vocali. Assolutamente non ci sta stretta come definizione, chi più chi meno nella nuova line-up siamo tutti ascoltatori assidui del genere, io in primis.

Mentre come è cambiata la scena musicale in questi nove anni?
Se intendi musica a 360° e in tutti i generi, ha seguito il trend degli ultimi anni. Si è impoverita ulteriormente di contenuti soprattutto per quello che riguarda gli aspetti musicali. Ascoltare la radio personalmente mi riesce impossibile c’è tantissima, troppa monnezza musicale confezionata e impacchettata ad hoc. I talent show personalmente li disapprovo completamente e il mondo musicale ha preso questa direzione. Se parliamo prettamente nel genere metal non mi metto ad elencare ma a mio parere sono usciti tantissimi capolavori per fortuna.

Riflettevo, il vostro primo disco è uscito nel 2012, il secondo nel 2021: praticamente una permutazione delle stesse cifre. Ha un qualcosa di incantato anche per voi, oppure sono io che mi sono lasciato suggestionare troppo dalla magia della vostra musica?
Certamente per il sottoscritto ha più che qualcosa di incantato se non fossi diventato padre di due bellissime bimbe (Blue e Isabel le mie piccole principesse) molto probabilmente sarebbe uscito qualche annetto prima (aahaahah), ringrazio di avere avuto questo regalo che mi ha completato come uomo ma che sicuramente non ha permesso di fare uscire come da programma evidentemente questo era il giusto percorso, quantomeno a me piace pensare così. Non credo al fato sono estremamente felice del percorso personale e musicale, talvolta una sana pausa può evolvere in positivo e penso sia questo il caso. Non vi è stata nessuna scelta premeditata sulla data di uscita, piuttosto abbiamo ulteriormente deciso di registrare nuovamente la maggior parte delle tracce dalla fine del 2020. Esiste un filo conduttore tra la prima uscita alle idi di marzo e “I’m Gold, I’m God”, in principio d’estate. Poi che siano nove anni di separazione e travaglio penso sia alquanto simbolico, d’altronde il numero nove ha il suo perché.

Rimaniamo in ambito magico, il titolo è ermetico e molto evocativo. Cosa significa realmente “I’m Gold, I’m God”?
L’album è avvolto da un filo conduttore, non è casuale la allusione all’oro per una serie di motivi correlati al Satya Yuga, inoltre Oro in italiano in inglese Gold, altra accezione per Horus che simbolicamente è correlato al metallo più prezioso a livello alchemico. E poi una visione introspettiva che riguarda tutte le forme esistenti nel multiverso della materia e dell’antimateria dello spazio tempo. È un elogio all’esistenza e al nulla. Sii Divino comportati come tale poiché questo sei, questo siamo semplicemente devi/dobbiamo ancora prenderne coscienza, elevati sii grato e sorridi. È un inno al tutto all’esistenza ai pianeti alle pietre al mondo astrale ed eterico per cui vale per tutto ciò che è attinente al mondo delle forme: Io sono Oro, Io sono Dio!

L’aver messo “I’m Lucifer” e “I Am Gold, I Am God” una dopo l’altra nella tracklist ha un valore simbolico?
La tracklist è pensata e voluta in questo modo, per cui non vi è casualità. Ma è un album di riflessione che prende diversi punti di vista, differenti spunti di teologia, fisica dei quanti, amore e odio, umano e divino, per cui non esiste casualità. Non è assolutamente un elogio a Lucifero. Tuttavia ho semplicemente provato a pensare: se io fossi Lucifero che opinione avrei dell’umanità e di cosa è stato riportato su di me dalle sacre scritture? Ne esce fuori una sorta di “outing”. Ed effettivamente seguendo la lirica si evincono abbastanza chiaramente i suoi/miei punti di vista rispetto agli accadimenti riportati dalle sacre scritture e i suoi sentimenti nei confronti dell’umanità, della sua Nemesi e di se stesso.

Il disco termina con “Morrigan’s Dawn”, canzone che riprende il vostro nome ma che può essere intesa, posta in quella posizione, come la volontà di sancire che il disco è finito ma che comunque ci troviamo all’alba, all’inizio, magari di una nuova fase della vostra carriera. Ennesima sega mentale mia oppure ci avete pensato anche voi?
È una ninna nanna molto melodica ma abbastanza malvagia e cupa alla prima interpretazione, in realtà porta un messaggio estremamente potente e positivo. Si riferisce “alla vita e alla morte” di un sogno di consapevolezza. Dove in uno sdoppiamento astrale, raggiungi la conoscenza assoluta più e più notti nel corso della tua vita per poi dissolvere il tutto al proprio risveglio, nel mondo della materia.

In passato, vi siete tolti delle belle soddisfazioni dal vivo. Alla luce della lenta ripresa del settore concertistico, quali sono le vostre aspettative? 
Ci siamo divertiti molto, abbiamo girato tanti posti in Italia e in Europa, abbiamo condiviso il palco
con tantissimi artisti alcuni dai nomi altisonanti e altri di nicchia e hanno tutti contribuito a farci
vivere delle esperienze uniche. Chi non ha voglia di salire su un palco e sentire i decibel, il calore delle persone? Penso (e spero di sbagliarmi) che le cose non saranno di rapida ripresa. Ma quando sarà possibile allora ci correremo sopra al palco, ci puoi scommettere!

Obsolete Theory – La caduta delle teorie obsolete

Un’intervista collettiva per scoprire il mondo degli Obsolete Theory. La band autrice del recente “Dawnfall” (My Kingdom Music) ha una teoria personale della musica, probabilmente il risultato della somma delle personalità varie e delle idee chiare di tutti i membri del gruppo.

Tre anni fa esordivate con “Mudness”, un disco accolto molto bene dalla critica, nonostante non si trattasse di un’opera semplice. Dopo aver pubblicato un album del genere, come si riparte per fare qualcosa di nuovo e, immagino, nelle intenzioni migliore?
OW: C’è stato un periodo di ripresa a dir la verità un po’ troppo lungo. Ci siamo trovati spesso anche solo per creare il sound che volevamo ottenere, e della direzione musicale. Come tante altre band abbiamo avuto molti periodi di stop e di incontri non continuativi, in cui troppo spesso abbiamo perso il filo di quanto stavamo facendo. Ma questa è tutta esperienza maturata adesso, che ci tornerà utile nelle prossime situazioni. Dopo “Mudness”, per quanto concerne la composizione, ho avuto la fortuna di vedere emergere Savanth con un’infinità di proposte: c’è molto di lui in questo album.
Savanth: Per questo disco abbiamo voluto introdurre a monte un approccio da studio di registrazione. Non più solo suonare e comporre i brani in sala prove come è stato fatto con “Mudness”, ma anche registrare le nostre proposte e basare la finalizzazione dei pezzi oltre che su cosa sentiamo mentre le suoniamo, anche su cosa ci ispirano mentre le ascoltiamo da soli in casa. Con questo approccio ci ritroviamo ad essere sia musicisti che ascoltatori e, personalmente, penso che un giusto equilibrio tra questi due mondi sia la strada vincente.

Anche in “Dawnfall” appare chiara la vostra predilezione per i brani dal minutaggio elevato, scelta ponderate oppure escono così in modo spontaneo?
Mordaul: in realtà ci abbiamo provato a farle un po’ più corte, ma è una cosa che proprio non ci riesce!
OW: ogni volta le nostre canzoni nascono in un modo e finiscono chissà come; se le proposte sono di uno, l’arrangiamento finale ha sempre un po’ di tutte le nostre teste e questo fa sì che ci sia un attenzione particolare allo sviluppo e l’intreccio dei riff, ma fa anche sì che si srotolino decine di minuti di musica.

Anche se prematuro parlarne ora, qualcosina pare si stia muovendo in ambito live. Un vostro set ideale, magari all’interno di un festival o a supporto di un nome altisonante, come viene strutturato per garantire un certo equilibrio tra bani lunghi e un tempo a disposizione, a volte, risicato?
OW: ogni live può essere molto diverso; ora che abbiamo due album e diversi singoli a disposizione, la scaletta si potrebbe strutturare in molte maniere differenti, ma credo che il punto focale sia più che altro gestire velocità e lentezza, ci piace giocare molto su questo aspetto.

Una musica così complessa come la vostra ha una resa maggiore in studio o live?
Savanth: Difficile a dirsi. Un ascolto da studio fa apprezzare di più gli aspetti relativi all’arrangiamento e di produzione della nostra musica, mentre dal live emerge l’aspetto più crudo, “umano” e violento. Direi che la resa è 50 e 50. Sono due aspetti secondo noi ugualmente importanti e attualmente ci stiamo attrezzando tecnicamente per poterli combinare al meglio durante i concerti. In modo da avere una resa sonora il più possibile simile al disco, senza rinunciare all’impatto del live.

Torniamo “Dawnfall”, ancora una volta vi siete affidati a Øystein G. Brun dei Borknagar per la masterizzazione del disco, qual è la particolarità del suo lavoro che si sposa appieno con il vostro sound e che ve lo fa preferire ad altri tecnici?
Savanth: la cosa che ci colpisce più di lui è che si vede che gli piace fare il suo lavoro e che ci tiene a realizzare un album di qualità con cura e impegno, senza considerare la sua infinita pazienza!

“Night Of Omen” apre il disco in modo maestoso, da quel momento in poi prendete l’ascoltatore per mano e lo conducete in una sorta di realtà parallela, mistica e primitiva. Componete più col cervello o con il cuore?
OW: vorrei dirti che è sempre tutto cuore e impatto, ma è inevitabile che il cervello entri in gioco spesso; serve per regolare e sistemare quei momenti dove rischieremmo di essere troppo prolissi o partiremmo per voli pindarici chiari solo a noi, o forse nemmeno a noi.
Savanth: le idee partono e devono partire dal cuore, l’ispirazione è assolutamente fondamentale nelle fasi iniziali di composizione. A un certo punto però è altrettanto fondamentale che il cervello entri in gioco, dato che bisogna fare scelte ragionate su struttura e arrangiamento dei pezzi. Diciamo che anche qui vale la regola del 50 e 50.

Mentre, qual è la chiave per creare empatia con l’ascoltatore?
Bolthorn: una formula precisa ovviamente non esiste, ma molti elementi nella nostra musica contribuiscono a cercare di raggiungere questo legame quasi “spirituale” con chi si troverà a inserire il nostro disco nello stereo. Climax ossessivi e tempi dilatati, alternanza di melodia e dissonanza, inserti atmosferici in un mare tempestoso, fa tutto parte del gioco. Non ci interessa particolarmente attenerci ai canoni fissi di un determinato genere, noi per primi sentiamo il vivo bisogno di essere trasportati da quello che stiamo suonando e cerchiamo di coinvolgere chi ci ascolta o vede live in questo viaggio catartico.

Avete scelto “Onirica” come primo singolo, brano che vede la partecipazione di Ally Storch: come siete entrati in contatto con la talentuosa violinista?
Daevil: Ally è una carissima amica da ormai 11 anni. Io e Bolthorn l’abbiamo conosciuta nel 2010 negli after-show di due concerti degli Haggard. Da allora, nonostante la distanza,  siamo rimasti in ottimi rapporti e appena capita l’occasione le chiedo se avrebbe voglia di fare una comparsata in qualche nostro lavoro (in precedenza abbiamo avuto il suo featuring anche su “Prophecy”) e lei ne è sempre entusiasta.

Ascoltando i vostri dischi, mi è capitato di ragionare sul nome sulla band, vi giro il quesito che mi sono posto in questi giorni: la teoria obsoleta, se non anche la pratica, è il black metal? In qualche modo cercate di superare i suoi rigidi dettami?
OW: quel che dici è vero in parte: il black metal è alla base degli ascolti di tutti noi e superare le sue barriere pur rispettandone le origini è una parte della nostra sfida musicale. La teoria obsoleta… si potrà capire passo passo con l’ascolto di tutto quello che metteremo in musica nella nostra vita, per ora avete solo avuto un assaggio del nostro pensiero.

Goad – La belle dame

Il 7 Maggio, per la My Kingdom Music, è stato pubblicato “La Belle Dame”, il nuovo lavoro discografico dei Goad, la storica band progressive rock toscana. Torna su Overthewall il fondatore, Maurilio Rossi!

Prima di parlare di “La Belle Dame”, questo il titolo del nuovo album, torniamo indietro nel tempo. Era il 1974 e nascevano i Goad. Ripercorriamo le tappe più importanti della band?
Dai primi concerti al liceo classico di Firenze al salto professionale del 1969, lunghi anni di gavetta suonando davvero tutto il possibile, dal liscio danzereccio delle balere e dei festival dell’Unità, inframezzati da concerti di cover dei Genesis e di tanti altri miti, Beatles, Cream etc. fino al lavoro con agenzie prestigiose, una su tutte quella Vega Star di Fernando Capecchi, tuttora attivissima anche se in altri settori molto più remunerativi . Poi i 10 anni consecutivi allo Space Electronic di Firenze, ogni sera, anche al pomeriggio la domenica! Sbaragliammo ogni concorrenza rimanendo band unica dal 1977 al 1986 e là ci vide Freddy Mercury, con proposta indecente di girare l’Europa e registrare a Salisburgo da G. Moroder, correva l’anno 1981… fui messo in minoranza e la banda rifiutò di fare quel gran salto. Di lì l’incontro con un produttore italo americano, Silvio Tancredi, che venne apposta per noi da New York con delle bobine e registrò una intera settimana di shows. Alla fine, contratto di registrazione e primo disco. Anche allora la band si disunì nelle scelte ed invece di registrare agli Electric Lady Land Studios finimmo per realizzare dischi a Bologna per la etichetta Emmegi Polygra. Alla fine di quegli anni burrascosi, operai la scelta definitiva e, dopo aver vinto una rassegna di gruppi toscani nel 1990, cominciai il lungo cammino dell’autoproduzione, con “Tribute to E.A.Poe” 1994, a cui seguirono mille tentativi con mille etichette. Mauro Moroni di Mellow Records ci pubblicò il disco “The Wood”, dedicato alle liriche di Lovecraft a cui seguirono i dischi prodotti da Black Widow di Genova (“In the House of the Dark Shining Dreams”, “Masquerade”, “Silent Moonchild”) e il nostro “Landor” autoprodotto e solo distribuito da BW. Nel mezzo la soddisfazione di una tesi di laurea su Goad discussa alla Università di letteratura americana di Torino da una fan, relatrice Daniela Fargione. Avemmo la gioia di conoscerle direttamente quando vennero ad un concerto Goad a Firenze nel 2009.

“La Belle Dame ” è ispirato alle opere di John Keats, poeta britannico tra i più significativi del Romanticismo. Da cosa è scaturita l’idea?
L’idea era da molto tempo fra i nostri progetti musicali e mi sembrò logica prosecuzione del lungo cammino volto a musicare i grandi poeti anglosassoni. In occasione dell’album “The Silent Moonchild”, opera basata su di un mio lungo racconto gotico, mi ero messo a leggere “La belle dame” di Keats e il tema del cavaliere innamorato perso di una leggiadra damigella, con tutto il corredo pittorico che ne fu alla base: pare un quadro di Tiziano…

Quali sono state le fasi di realizzazione dell’album?
Il voluminoso progetto su Keats iniziò a prendere forma mentre finivano i missaggi del “Landor”, 2018, e in capo a due anni ci siamo ritrovati con oltre 4 ore di musica e innumerevoli tracce, spesso realizzate in jam sessions con i fidati e storici membri della band, alternatisi nelle varie stesure. Il lavoro più duro è stato quello della scelta e organizzazione dei titoli.

Ci parli dell’artwork della copertina?
La copertina è il frutto di sedute fotografiche con la direzione Cristiana Peyla, già collaboratrice del “Venerdì” di Repubblica, e nel set allestito figurano le mie maschere di scena, spesso esibite su palco nei concerti. Francesco Palumbo, nostro produttore per My Kingdom Music, ha scelto quelle che ha ritenuto adatte all’artwork finale con nostra grande soddisfazione!

Cosa rappresenta quest’album per i Goad?
Per Goad, per me, è, o dovrebbe, essere l’album della svolta stilistica perché, a fronte dei giudizi sul nostro genere musicale presunto, non ci riteniamo una band prog, ma solo persone con tante idee musicali che realizziamo privilegiando l’uso degli strumenti, al netto di ogni manipolazione computeristica. In questo lavoro l’uso delle tracce registrate è stato minimale, chitarra, basso, due tastiere ,batteria, voci, usate in modo da far avvertire agli ascoltatori le mani, le dita degli esecutori e non i filtri o le timbriche da studio.

Il nuovo album segna l’inizio della tua collaborazione con l’etichetta discografica My Kingdom Music. So che state preparando altre novità, ci daresti qualche anticipazione?
Posso dirti che su Keats sono pronti altri due lavori completi e che il prossimo sarà il migliore possibile di Goad, mentre abbiamo finito i mixaggi del “Landor” versione live in studio, che speriamo presto di vedere su vinile per My Kingdom !

Diamo dei riferimenti ai nostri ascoltatori per seguire i Goad?
Seguite My kingdom Music sui suoi numerosi canali, seguite… Overthewall sulle radio e, se avete voglia e tempo, su youtube.com/goadprogband troverete cose molto insolite e molto particolari della banda Goad!

Grazie di essere stato con noi!
Grazie a Voi tutti e grazie a te Mirella!

Ascolta qui l’audio completo dell’intervista andata in onda il giorno 10 Maggio 2021

The Magik Way – La via del Rinato

I The Magik Way sono una realtà unica del panorama nazionale e internazionale. Nonostante una proposta non proprio semplice, soprattutto per chi non è addentro a determinate materie magiche, il gruppo nostrano ha visto in questi anni accrescere il proprio culto e il proprio seguito. “Il Rinato” (My Kingdom Music) è un’opera affascinate, capace di conquistare la sfera conscia e inconscia dell’ascoltatore. Abbiamo contattato Nequam per farci accompagnare lungo la via magica che porta alla rinascita…

Benvenuto Nequam, ora che il nuovo album “Il Rinato” è qui, a che punto del suo cammino magico è arrivata la tua creatura?
Grazie, un saluto a tutti! L’adepto, protagonista del nuovo album, sintetizza con la sua vicenda quanto la nostra ricerca sia assolutamente in atto e non priva di incertezze, come è naturale che sia. C’è stata un’organica evoluzione rispetto ad alcune pratiche e soprattutto rispetto all’approccio, ma le grandi domande che ci muovevano tanti anni fa sono le stesse, seppur rinnovate, e molte di queste non trovano risposta. C’è una domanda che in particolare caratterizza tutto il nostro percorso, quella relativa al rapporto tra l’uomo e il preesistente, della relazione che intercorre tra la nostra esistenza e lo “stato di necessità” della natura, che ci lega tutti, indissolubilmente, al principio di nascita e morte. La Morte quindi, non solo come rappresentazione ma come funzione, come conditio sine qua non, affinché risulti possibile comprenderne la brutalità: l’inevitabilità della morte per il prosieguo di una causa maggiore: la specie e la sua preservazione. Il nostro unico e vero Destino, già ben descritto dai greci che definivano l’uomo brotos o thnetos, mortale appunto, destinato a questo e a nient’altro che questo. Se per i primi anni ci siamo mossi con spirito avventuriero e un po’ scellerato, soprattutto nel circuito elitario dello spiritismo cittadino (Alessandria ha giocato un ruolo importante per le sue figure eccentriche e energetiche conosciute in giovane età), ora ci vediamo coinvolti in un contesto assai diverso, molto più mirato e in una certa misura autobiografico. In questo modo ci è possibile procedere alla riscoperta di un ideale “secondo natura” che trova una ragion d’essere in un culto, antico e primordiale, che emerge, si intravede, non senza conflitti e sincretismi. Ci troviamo quindi coinvolti in una nuova prospettiva, che pone nuovi quesiti, nuovi dubbi, in sostanza nuove strade da percorrere. Tali domande sono linfa vitale per chiunque si dica impegnato in una propria ricerca esoterica e spirituale.

Tralasciando un attimo il lato spirituale e magico, ti porrei la stessa domanda da un punto di vista più prammatico: a che punto della vostra carriera siete voi The Magik Way?
Nel 2021 saranno 25 anni dalla creazione dei The Magik Way, un bel traguardo per noi che guardiamo la cosa non senza una certa incredulità. Pensiamo che, al netto di tutti questi anni trascorsi, la più grande delle conquiste da noi raggiunta sia stata dare priorità ai nostri tempi e alle nostre aspirazioni, in una parola rimanere distaccati dai meccanismi più stringenti della musica, rimanendo concentrati sul messaggio e sulla proposta. Abbiamo sempre fatto quello che ci è parso giusto senza alcuna pressione, mutando genere, frequentando varie arti, portando avanti un processo creativo con serietà e (speriamo) coerenza, specie in quegli anni in cui non abbiamo pubblicato album, fatto concerti, né cavalcato i social per arrivare alla gente. Qualcosa è sempre rimasto invariato in noi, qualcosa che ha a che fare con la volontà e con una dose di urgenza, di necessità. Il nostro demone divorante. Anche ora, che pare esserci più attenzione verso di noi, siamo sempre legati ad una visione precisa e abbiamo in testa nuovi progetti che desideriamo portare a termine. Progetti musicali, ma anche teatrali, filmici, un mondo a 360 gradi che specie nell’ultimo anno abbiamo ripreso in mano con estrema convinzione. Questo ci appassiona molto. Questo è quello che i The Magik Way sono diventati dopo tanti anni, una sorta di denso nucleo, legato ad un progetto comune, ad un sentire, che ci unisce e ci spinge a creare, ci rende orgogliosi ma non per questo sazi. Abbiamo conosciuto tanti amici, in ambito artistico, grandi musicisti e non solo, talenti con i quali abbiamo anche collaborato, persone vere. Così andrà avanti, fino a che si potrà.

Evidentemente questa intervista vive di dualità, ancora una volta vorrei porti un quesito che analizzi due aspetti. Mi soffermerei sull’aspetto lirico, che tipo di studio c’è dietro i testi de “Il Rinato”?
Per ideare questo concept album mi sono affidato a due ambiti distinti: quello della psichiatria, il mio campo lavorativo e quello esoterico, ispirato dai culti misterici, dalle neo-magie, da un interessante percorso per analogie e sincretismi che emergono ogni qualvolta ci si impegna in una ricerca, il tutto ovviamente tramato, narrato e non preso a prestito tout court. In ambito psichiatrico ho potuto osservare da molto vicino i percorsi della mente schizofrenica, dei deliri, delle voci dialoganti, delle giaculatorie (o insalata di parole), una particolare condizione dove l’atto parlato non è filtrato dall’azione dell’Io, ma è puro flusso di suoni, disorganizzati. Un fenomeno questo che mi ha anche ispirato vocalmente. Queste tematiche hanno trovato una corrispondenza, un ponte di unione con la sfera esoterica, attraverso certi studi sulla nevrosi, osservati in rapporto a rituali primitivi (pensiamo a “Totem e Taboo” di S. Freud ad esempio). Secondo certe teorie è attraverso la ritualità che l’individuo “inscena” le sue resistenze, le sue pulsioni, le paure più recondite, dando loro una dimensione simbolica e per certi versi meno spaventevole. L’oggetto rituale, il “totem” in questo caso è il Sole, che l’adepto riconosce animalmente come guida, come forza generatrice. Se ne innamora, lo brama, gli tributa rituali di sangue, attraverso un fuoco errante, che scalda ma non illumina. Evoca le Salamandre, offre loro sangue sgorgante dalla sua stessa lingua recisa, ma infine nella sua rinascita energetica ed elettrica, è proprio la sua carne a cedere, bruciando, per precipitare nella più cupa follia. Ecco che così, il soggetto pensante (il parnasso), colui che credeva di possedere gli strumenti per agire sulla realtà, altro non era che il frutto di una realtà distorta, descritta come “quel mondo deforme che gira, gira, gira, gira”, un ritorno inevitabile al paradigma dei The Magik Way dove l’uomo fallisce e il preesistente osserva: distaccato, definitivo e imperscrutabile.

Sposterei ora il focus dall’aspetto contenutistico dei testi a quello più tecnico. Hai fatto una grande prestazione nelle parti cantante, rubano quasi del tutto l’attenzione. Sono rimasto colpito dai cambi di registro. Ti chiederei che tipo di lavoro hai fatto sulle linee vocali e se ti ispiri a qualcuno, a me sono venuti in mente Capossela nei momenti più acidi e Ferretti (epoca C.S.I.) in quelli più salmodiali.
Intanto ti ringrazio molto per le tue parole. Essendo la nostra proposta vicina al cantautorato, seppure oscuro, sento per primo la responsabilità di veicolare il messaggio e la narrazione nella maniera più giusta ed evocativa possibile. Diciamo che in generale testi e musiche nascono insieme, per poi essere tramate. Le parti vocali sono assai presenti e alternano momenti cantati ad altri praticamente recitati. Questi due approcci rientrano nella logica delirante dell’adepto, spesso sospeso in una condizione di dissociazione, tra voci dialoganti e volontà alternanti, dove spesso s’inserisce anche quella di Gea Crini, la voce femminile che funge da coscienza morale, che umilia il protagonista. La mia voce è la voce di Nequam, non solo il mio soprannome ma una sorta di alter-ego, l’annichilito interprete dei versi dei The Magik Way. Su di se c’è tutto il peso della narrazione, per questo la sua voce è così cupa e roca, la sua postura così rigida e contratta: il limite fisico indotto da questa condizione è la cifra stessa del timbro che lo caratterizza. Come in ambito attoriale, è necessario lavorare sul personaggio, estrapolarlo e sviscerarlo prendendolo da qualche anfratto dentro di noi. Dopo tanti anni di lavoro, vedo che la mia voce sta mutando e diviene sempre più prossima all’ascoltatore (e in effetti vorrei uscisse dal disco e raccontasse in carne ed ossa), sento questo bisogno profondo di raccontare, come fossimo tutti attorno, in condivisione. Fin da ragazzino ho sempre subito il fascino delle grandi voci carismatiche, non solo canore, ma anche attoriali, del cinema, della tv. Tu citi Capossela che amo molto, come Giovanni Lindo Ferretti, ma potrei citarti il grande Umberto Orsini, Giorgio Albertazzi, Carmelo Bene: voci imponenti che ascoltavo da bambino. Potrei anche citarti Mr. Doctor dei Devil Doll, Blixa Bargeld, Judith Malina e il grandissimo lavoro del Living Theatre (ebbi un incontro cruciale), il vocalismo creativo di Meredith Monk, Diamanda Galas o Marina Abramovic. Persino Roger Waters per quel timbro delirante, The Wall è un disco che mi ha segnato molto. Dall’avanguardia al rock, dal teatro agli sceneggiati. Questi nomi, che io considero come dei fari, fanno parte della mia vita e io li guardo con grande ammirazione.

E’ chiaro che dietro ogni vostro disco c’è uno studio, come vi ponete nei confronti di quelle band che hanno un approccio più superficiale, oserei dire populista, alle vostre stesse tematiche?
Per quanto i nostri lavori siano supportati da studi e per quanto io possa risultare un po’ prolisso (rido!), non desideriamo assolutamente fare la figura dei professori anzi, ce ne guardiamo bene! Siamo abbastanza contro quella visione del musicista che si atteggia da scienziato, da stregone. Veniamo da anni in cui c’era molta serietà attorno a questi temi, chi praticava questi generi era isolato, additato, quando non deriso. Ricordiamo tutti le stupidaggini sulla “sfiga” di taluni e le campagne denigratorie. Forse le nuove leve trattano certe tematiche con maggiore ironia (sono generazioni meno seriose), forse anche temono di essere isolate e ghettizzate, chissà. La stupidità infondo non conosce evoluzione, rimane sempre fine a se stessa. Per questo rispondo dicendo che ognuno si esprime secondo la propria sensibilità, anche considerando che una proposta meno circostanziata non necessariamente indica scarsa conoscenza da parte degli autori: può trattarsi di una scelta mirata o solo il desiderio di non ostentare. Per contro un progetto che fa sfoggio di mille simboli, chincaglierie, teorie accattivanti non indica di per se qualcosa di circostanziato e profondo.

Chi è il “Rinato”?
“Il Rinato” è un adepto in cammino, un cammino Verticale nell’accezione esoterica del termine. Fuor di metafora Rinato è chiunque avverta dentro di sé la forza di reagire, di proseguire nonostante le avversità: Rinato da una condizione precedente, che lo opprimeva. Ovviamente, come in qualsiasi iter iniziatico, troppi sono gli enigmi del preesistente per sperare in una rinascita priva di ostacoli, che anzi verrà arrestata, resa vana, fino all’acquisizione da parte del protagonista della necessità di un cambio di prospettiva, di una importante rinuncia. L’ostacolo dell’adepto è l’euforia. Questa lo porterà ad essere precipitoso, a sbagliare, fraintendere, infine soccombere.

La vostra musica sembra alquanto distante dalle cose terrene, ma in qualche modo l’attuale situazione di emergenza vi ha condizionato?
L’attuale situazione sta condizionando tutti. Va ben aldilà delle nostre mire artistiche. Si stanno aprendo scenari degni di certi vecchi film di fantascienza. Compito dell’artista è metabolizzare e all’occorrenza sublimare le proprie paure, i propri pensieri più reconditi e inconfessabili. Tutti noi siamo toccati nel profondo quando si tratta di paure così tangibili come la salute, la libertà, l’impotenza dell’uomo di fronte alla natura. Ho sempre pensato che la nostra musica fosse in verità molto legata alle vicende umane, terrene, anche se i nostri testi non si occupano di politica o di attualità. Ci rifletterò!

Il primo singolo e video estratto dal disco è il “Tempo Verticale”, ti andrebbe di chiarirne i contenuti?
Il video “Il Tempo Verticale” narra di un uomo, oppresso da un sentimento di terrore, mentre vaga tormentato per una stanza quasi vuota, sporca, trasandata. Al di fuori di essa una palla infuocata nel cielo: enorme e attraente, che lui fissa, preoccupato. Ci troviamo nella fase iniziale del cammino del Rinato, quando appunto scorgendo il Sole per la prima volta, ne rimane affascinato ma anche terrorizzato. Egli vive nel terrore di una minaccia esterna, senza nome, metafora delle nostre paure. La casa, vuota e sporca, è la trasposizione della sua interiorità, le sue pareti che da un lato proteggono dall’altro opprimono, si stringono e infine risultano vane quando quella indefinibile paura riesce a penetrare, spalancando una finestra. Il protagonista si rannicchia in un angolo, un gesto bambino, mentre indossa quel copricapo che sarebbe dovuto essere l’ultimo baluardo a protezione della sua vita. All’apice del terrore una forza lo scuote, il coraggio lo invade e infine esce. Quando io e Alberto Malinverni, regista del video, abbiamo ideato il tutto, non ci siamo prefissati una morale, anzi amiamo le trame che lasciano spazio al parere di chi guarda. In particolare eravamo molto toccati dalla location, che possiede una sua storia, essendo stata teatro di una vicenda umana vicina ad un membro della band, che preferiamo non condividere. Una location molto “carica”. Per l’occasione ci siamo affidati al talento dell’attore Giancarlo Adorno, coadiuvato da Erica Gigli in qualità di acting coach. Alcuni nostri estimatori hanno visto nel video una perfetta metafora dell’attuale situazione di emergenza sanitaria, anche se a dire il vero il video fu girato con altri intenti. Persino il maestro Pupi Avati ci ha fatto pervenire alcune considerazioni sul video, ponendo l’accento sulla componente claustrofobica delle immagini. Un onore grandissimo! Mi piace pensare che a metà luglio 2020, quando fu girato, avessimo la necessità di metabolizzare le nostre paure e che, aldilà della rappresentazione pedissequa del personaggio dell’album, stessimo in qualche modo inscenando la nostra realtà interiore, oltre che circostante.

Allargando gli orizzonti alla scena occult italiana, senza falsa modestia, quale credi che sia oggi il vostro posto?
Intanto lasciami dire che, come recentemente espresso in altre interviste, sono lieto di vedere tante band avvicinarsi alle tematiche esoteriche. Ognuno lo fa a modo suo e mi pare innegabile che vi sia fermento attorno a certi generi musicali. In particolare mi piacciono quei progetti che uniscono esoterismo, filosofia, mistero a elementi locali, identitari della nostra cultura; credo sia una chiave di lettura molto valida e che può dare linfa vitale al genere, che comincia a risentire delle mutazioni del tempo ed entrare in una pericolosa fase “revival”. Noi esistiamo dal 1996 e prima ancora suonavamo generi sempre legati all’esoterismo, anche se in una chiave più estrema, quindi siamo consapevoli di essere una realtà longeva. Quando vediamo giovani artisti citare i nostri dischi come fonte di ispirazione rimaniamo molto colpiti e sinceramente non ci capacitiamo di tanta grazia. Tutto quello che possiamo dire è che siamo grati a chi ci stima, oltre ad essere contenti di avere ancora tante idee e progetti anche dopo così tanti anni, un aspetto questo affatto secondario. Essere qui nel 2020 con un album nuovo, idee per il futuro, collaborazioni in arrivo, è davvero quanto di migliore possiamo immaginare per noi.

Helfir – Musica da viaggio

Gli Helfir con “The Journey” (My Kingdom Music) tagliano il delicato traguardo del terzo disco, lo fanno confermando quanto di buono fatto nei due capitoli precedenti e rilanciando le proprie ambizioni. Dietro questo progetto si cela un uomo solo, Luca Mazzotta, ed è con lui che abbiamo discusso del nuovo lavoro.

Ciao Luca, non ci sentiamo da un bel po’, dalla tua data a supporto di “The Human Defeat” nel 2017: cosa è accaduto in questi tre anni?
Ciao a tutti voi! Sì, dall’uscita di “The Human Defeat” ho intrapreso nuove collaborazioni, registrato su alcuni dischi di artisti locali e suonato live in giro con varie band. In tutto ciò mi sono occupato della promozione e delle vendite del disco ed ho iniziato da subito a scrivere il nuovo album “The Journey” ed altro materiale di cui ancora non ne sto parlando. È difficile vedermi fermo e annoiato!

Il terzo disco è una soglia fatidica nella vita di una band, credi di esserci arrivato al massimo del tuo potenziale?
La scrittura di un disco, sia delle musiche che dei testi, è un processo quasi ludico per me. Non mi pongo mai dei traguardi o mi analizzo artisticamente e tecnicamente, semplicemente mi diverto a scrivere, lasciandomi trasportare dalle emozioni. Dall’uscita di “Still Bleeding” sicuramente sono cambiate molte cose, ho imparato tantissimi trucchi ed accorgimenti nella scrittura e nell’uso degli arrangiamenti, ho continuato a studiare, quindi credo proprio che con questo terzo disco ho potuto applicare al meglio tutto ciò che ho imparato fino ad ora.

Il disco in qualche modo è stato condizionato dalla drammatica situazione che viviamo?
Assolutamente sì, non tanto nelle tematiche trattate o nella scrittura della musica quanto nella fase di realizzazione del disco. In piena pandemia, costretto a restare a casa giornate intere, mi sono ritrovato a fare qualunque tipo di ripresa nel mio studio personale senza poter avere l’aiuto di un tecnico del suono o di qualcuno più esperto di me. Quindi la scelta di microfoni ed il loro posizionamento, la selezione di ampli ed effetti, tutto è stato completamente guidato da me, con uno sforzo incredibile in quanto non sono proprio del mestiere. È stata comunque una bella esperienza perché era diventata una sfida tra me e tutta la fase di ripresa, soprattutto delle voci e delle chitarre acustiche.

Se si eccettua il contributo di Tamara My su “Silent Path”, hai fatto tutto da solo: da dove nasce questa esigenza di non avere con te altri compagni di avventura negli Helfir?
In ogni album che faccio mi piace ospitare amici e musicisti con cui ho il piacere di collaborare e che nutro profonda stima. In “Silent Path” avevo il desiderio di una voce femminile molto graffiante e Tamara è stata perfetta! Helfir nasce come esigenza personale di scrivere e divertirmi a suonare tutto. È una valvola di sfogo, un processo catartico ma al tempo stesso mi diverto a sperimentare, ad inventare, sempre con i miei tempi e con le mie esigenze, senza dover dare conto a nessuno. Quindi il non voler avere altri compagni di avventura nasce dalla pura esigenza di intraprendere un viaggio in solitaria, un viaggio introspettivo. Questo è Helfir.

Lavorando da solo, e non avendo un confronto con altre persone, quando capsici che un brano è completo e non ha più bisogno di essere perfezionato?
Quando inizio a scrivere un brano, scelgo i suoni, sperimento con diversi arrangiamenti, sostituzioni di accordi e scale ma è come se avessi già in mente quale sarà il risultato finale. È come se la canzone esistesse già, come se l’avessi già ascoltata e quindi stessi cercando di riprodurla con gli strumenti che ho a disposizione. Ci sono stati casi in cui, dopo vari tentativi, il risultato non mi convinceva, quindi mi sono ritrovato a scartare intere canzoni e casi in cui, al contrario, sono rimasto addirittura stupito dal risultato che si è rivelato essere oltre ogni mia aspettativa.

Un connubio che dura da tanto ormai è quello con la My Kingdom Music, su cosa si fonda questa lunga collaborazione?
La collaborazione con la My Kingdom Music, e quindi con Francesco, è iniziata nel 2013 e continua tuttora. Come succede nei rapporti di amicizia, anche nelle collaborazioni tra musicista ed etichetta, ci deve essere una base di stima e fiducia reciproca. Questi sono gli ingredienti fondamentali per un lavoro di squadra, in cui ognuno ha il proprio ruolo e mette a disposizione le proprie competenze. Io mi trovo molto bene a lavorare con Francesco, chiedo consigli, dritte sulle prossime azioni da intraprendere ed è sempre stato così. Poi c’è un elemento che ci accomuna e che ci fa sentire le cose allo stesso modo: la musica!

Credi che nell’album ci sia una canzone che più di altre rappresenta il vostro sound attuale?
Una caratteristica di Helfir di cui vado molto fiero è l’eterogeneità di stili musicali che ci sono al suo interno. Il mix di stili che si possono ascoltare in un mio disco rappresentano l’anima di questo progetto, i diversi volti di uno stesso lato oscuro della musica, quella che mi piace. Per questo motivo è difficile trovare una canzone che più rappresenta il sound attuale ma credo che sia più giusto parlare di miscela di stili e con questo album penso di aver raggiunto il suono che volevo, la formula che cercavo. 

Il video di “The Past”, con il suo grigio, l’ho trovato molto evocativo: chi ne ha curato lo storyboard e regia?
Bella domanda! Come per tutto l’aspetto musicale, anche per parte video mi sono divertito a fare tutto da solo e senza strumenti troppo complessi. Fin da quando ero bambino, ho sempre amato accostare la musica alle immagini o video perché mi suscitava emozioni fortissime e lo trovavo molto stimolante. Una delle influenze musicali maggiori per me è stata quella dei Pink Floyd e ricordo che quando vidi per la prima volta il videoclip di “Learning To Fly” rimasi scioccato; loro sono i maestri in questa arte. Forse l’amore per questa band mi ha aiutato tanto ad accostare le immagini alla musica.

Ora che il disco è fuori ed è complicato, se non impossibile esibirsi dal vivo, quali sono i tuoi programmi?
Sono molto fiducioso, da questo incubo ne usciremo e spero nel più breve tempo possibile. Nel frattempo mi dedicherò a promuovere il disco con qualche live in zona e via web. Dovrò quindi preparare la scaletta per gli show, studiare i suoni e gli arrangiamenti. Poi sono rimaste fuori da questo disco circa una decina di altri brani che non vedo l’ora di riprendere in mano e proseguire con la scrittura.