My Kingdom Music – The heart of the kingdom

Francesco Palumbo ci ha accolto nel suo regno, costruito con passione e competenza. La My Kingdom Music quest’anno ha tagliato l’invidiabile traguardo dei 20 anni, due decadi ricche di uscite qualità e di band che hanno contribuito in molti casi a scrivere alcune delle pagine più belle della musica tricolore.

Ciao Francesco, quest’anno la tua etichetta, la My Kingdom Music, ha compiuto 20 anni, ci avresti scommesso all’epoca che dopo ben quattro lustri saresti stato ancora qui a pubblicare album?
Ciao Giuseppe. Eh sì, sono proprio 20 anni, nella primavera del 2002 iniziavano i primi contatti, i primi accordi, le prime pratiche burocratiche, la creazione del sito e il 22 settembre uscivano i primi tre dischi, Crowhead “Frozen”, Deinonychus “Mournument” e A Room with a View “First Year Departure”. Nasce tutto come una sorta di necessità, per poi diventare nel giro di pochissimi mesi un lavoro a tempo pieno che mi accompagna ancora oggi dopo 20 anni di vita. Non so se c’avrei scommesso, non sono un grande scommettitore ma per come sono fatto io ero certo che avrei dato il massimo ed anche più di me stesso, senza risparmio di energia, forza e soprattutto con la passione che da sempre mi avvicina e mi permette di far parte di questo mondo.

Come, quando e perché hai deciso di fondare una tua label?
Negli anni ottanta e novanta dopo essere un divoratore di musica prima, l’editore poi di un magazine, anzi due, Demo-Nizzati all’inizio e, soprattutto, Vampiria Magazine, ed anche un musicista di una band, i Lathebra, ho avuto la necessità proprio viscerale di passare dall’altra parte della barricata e permettere quindi ad altri di realizzare in un certo senso i propri sogni di artista ed io nel mio piccolo, cercare di vivere di musica, non suonata, non scritta, ma semplicemente prodotta, promossa e distribuita. Ed ancora oggi, nonostante i cambiamenti che ci sono stati nel modo di fare e vendere musica, mi ritengo un inguaribile romantico che all’ascolto di un semplice demo riesce ancora ad emozionarsi e vedere cose che magari altri non riescono a percepire. A volte va alla grande, altre volte meno, ma la magia di un prodotto etereo come lo è la musica che diventa tra le tue mani un prodotto fisico vero e proprio, è sempre la stessa e ti assicuro che ancora oggi è quel brivido che mi permette di andare avanti con orgoglio e spero con prodotti di qualità.

Quale è stato il primo album prodotto e cosa ricordi di quei giorni?
Il primo album prodotto è stato “Mournument” dei Deinonychus. Avevo una corrispondenza epistolare con Marco Kehren, mente ed anima della band, fin dal suo esordio con la Cacophonous. Ho seguito la sua carriera negli anni, ammirandone la musica e l’attitudine e poi intervistandolo più volte per la mia Vampiria Magazine e per altre riviste con cui collaboravo. Proprio in una di queste interviste mi confidò che stava realizzando un nuovo album, “Morurnument” appunto, e che non era più soddisfatto della sua vecchia etichetta. In quel periodo stavo proprio iniziando a pensare alla mia label, gliene parlai e fu lui a propormi di farlo uscire per My Kingdom Music. Nel giro di poche ore gli inviai una bozza di contratto, l’accettò velocemente e così My Kingdom Music aveva la sua prima band. Quello che maggiormente ricordo è la sensazione incredibile di entrare a far parte di un mondo che avevi sempre visto un po’ dall’esterno mentre ora tu ne eri profondamente protagonista. Una sensazione magica che ancora oggi dopo 20 anni riesco a provare.

Quanto è cambiato il mercato musicale in questi 20 anni? Credi che nell’attuale situazione rifaresti la stessa scelta di 20 anni fa?
È cambiato il mondo e per logica di cose è cambiato il modo di fare musica, di ascoltarla e quindi di venderla. Internet ha modificato tutto ovviamente come in tutte le cose della vita. Ha reso più facili i contatti, più veloci gli accessi alla musica prodotta, più semplice arrivare alle più diverse e disparate forme d’arte. Naturalmente però coi pro sono arrivati anche le cose negative e la peggiore di tutte dal mio punto di vista è la spersonalizzazione della scena musicale. 20 anni fa eri parte di una scena, di una creatura più grande di te e sentivi in tutto e per tutto che eri una parte, piccola o grande che fosse, di un’entità viva e reale. Oggi spesso e volentieri avverti l’immaterialità di ciò che ti gira intorno e purtroppo questa è la cosa che maggiormente mi deprime nel modo di fare musica oggi e di chi gira intorno a questo mondo. Non so sinceramente se oggi potrei fare la stessa scelta, davvero non te lo so dire. Forse no pensando al fatto che tutto è estremamente più dinamico e complicato anche se solo volessimo parlare di numeri relativi alle vendite, ma forse sì perché credo che la capacità di un’etichetta sia assolutamente necessaria per permettere ad una band ed alla propria creatura di arrivare a quante più anime possibili. E poi sinceramente non mi ci vedo proprio in un ufficio a timbrare il cartellino, con tutto il mio assoluto rispetto per chi lo fa sia per scelta che per necessità.

Francesco Palumbo

A proposito di scelte, quali scelte sbagliate hai fatto? C’è un disco che ti sei pentito di aver pubblicato?
Non ci sono dischi di cui mi pento… Ci sono album che ritengo oggi delle vere e proprie ciofeche, altri che forse avrebbero potuto suonare diversamente, altri ancora fatti in condizione di necessità, ma in quel momento era la scelta da fare o perché il mercato lo richiedeva o semplicemente perché allora ritenevo la cosa potenzialmente favorevole. Altri album ancora hanno venduto poche decine di copie ma ritengo alcuni di questi dei veri e propri capolavori, ma o il genere o semplicemente il momento non mi hanno permesso di dargli il giusto valore e soprattutto di farli conoscere ai più.

Mi fai una top 10 dei dischi usciti per My Kingdom?
Amo tutte le mie uscite (o quasi)! Ovviamente a qualcuna di esse sono più legato per motivi non necessariamente dovuti alle effettive caratteristiche sonore o al mio gusto, ma più per quello che hanno rappresentato per me in un momento particolare della mia vita o più semplicemente dell’etichetta, o anche per i miei personali rapporti con i componenti delle band. Per cui mi vengono in mente le prime quattro uscite, Crowhead, Deinonychus, A Room with a View e Klimt 1918 perché sono stati l’inizio di tutto e le sensazioni e le emozioni che ho avuto in quei primi anni non le riavrò più. Poi Lenore S. Fingers “Inner Tales” per la voce di Federica, unica, acerba, triste; The Magik Way “Il Rinato” perché è un album davvero di un altro livello; Lethe “The First Corpse On The Moon” perché è riuscito a farmi entrare in un’altra ottica che prima ignoravo; Fear Of The Storm “Madness Splinters” perché lo sento mio, come se fossi parte della band; l’omonimo degli Ecnephias perché Mancan nonostante il suo caratteraccio è uno scrive grandi pezzi; “Nothing At All” dei Lord Agheros perché si è spinto oltre dei limiti che nessuna altra band aveva raggiunto; Crest of Darkness con “The God Of Flesh” perché Ingar è l’emblema della professionalità, quello che molte band italiane non hanno; “Plastic Planet” dei Nude perché erano la mia famiglia e nonostante il dolore che ci ha attraversati li amo ancora e restano una delle poche band italiane ad avere un sound internazionale. E poi quelli che sono dei veri amici come i Dperd, Massimo ed i suoi Infernal Angels, Luca ed i suoi Helfir, la magia degli Omrade, i Crown of Autumn, i compianti In Tormentata Quiete e per finire i Dreariness una band a cui devo molto perché è riuscita a regalarmi emozioni che non provavo da anni e che è riuscita ad unire in un solo progetto tutto quello che amo in una band, ovvero professionalità, grande musica, voglia di arrivare e soprattutto un sound che è una lama che ti lacera l’anima. Sono andato oltre misura, lo sapevo, perciò non mi piacciono gli elenchi.

Puoi anticiparmi le prossime uscite?
Tra settembre ed ottobre usciranno Mindivide con “Fragments”, gran bel melodic Metal con una voce femminile davvero pazzesca. Gli Aura con “Underwater”, un progressive metal di altissimo livello. I Memories of a Lost Soul con l’album “Redefining Nothingness” davvero un blackish death metal album estremamente potente e melodico allo stesso tempo. Poi ci sarà la stampa di un live di oltre 25 anni fa da parte dei The Magik Way, ovvero “Dracula (25 Years Anniversary)”, colonna sonora ad uno spettacolo teatrale che abbiamo ripreso nei suoni e nella grafica e reso magico. A Novembre ci sarà il ritorno alla grande dei Dragonhammer con “Second Life” e poi a Dicembre la ristampa dell’intera discografia dei Deinonychus per cui andremo a celebrare i 20 anni della My Kingdom Music ed i 30 della band. Per finire l’anno una sorpresa che non vi aspettate di certo, ma credo che farà felici molti, me innanzitutto.

C’è mai stato un momento in cui hai pensato “mollo tutto”?
Più di una, ed almeno in un paio di casi la cosa sembrava davvero prossima. Ma per fortuna sono riuscito a capire che senza My Kingdom Music probabilmente avrei qualche soldo in più ma sicuramente mi mancherebbe un pezzo di anima. In effetti non riesco a pensare alla mia vita senza il mio lavoro, la mia passione, il mio essere parte di un mondo che fa parte di me da 35 anni e più.

Come ti vedi fra 20 anni?
Un anziano signore di 72 anni, con barba lunga e canuta, che nella sua poltrona di pelle nera, con le luci soffuse di una lampada, sorseggia un bicchiere di vino rosso ascoltando musica vecchia e rugosa come la mia fronte.

E’ tutto, grazie…
Grazie a te Giuseppe per la bella chiacchierata ed avermi dato modo di evocare ricordi e vecchie emozioni che sono l’essenza della mia creatura.

Dreariness – The hedgehog’s dilemma

Alessandro Concu (Grìs) ci ha condotto nell’affascinante universo di note creato dai Dreariness con “Before We Vanish” (My Kingdom Music). Un album, che segna alcune novità stilistiche e di formazione, nato l’ambizioso progetto di tradurre in musica il “Dilemma del porcospino” del filosofo tedesco Arthur Schopenhauer.

Benvenuto, direi di iniziare con gli avvenimenti che hanno preceduto la pubblicazione del vostro terzo lavoro completo, “Before We Vanish”, mi riferisco in particolare agli ingressi in pianta stabile di ky e Roberto Mascia, già vostro produttore: come sono andate le cose?
Nel corso degli anni abbiamo avuto la necessità di far alternare diversi musicisti con noi sul palco per poter portare live la nostra musica. Con alcuni di loro ci siamo trovati benissimo ed è nato un rapporto di fiducia e collaborazione. In particolare ky, nonostante in un primo momento suonasse la chitarra live, è un bravissimo bassista. Abbiamo ritenuto opportuno arricchire la nostra proposta con qualcuno che potesse ricoprire meglio di chiunque di noi quel ruolo, e inoltre sapevamo già della sua propositività in fase di scrittura, cosa che si è rivelata fondamentale già con “Closer” ma soprattutto poi con “Before We Vanish”. Per quanto riguarda Roberto Mascia invece è stata la naturale evoluzione del nostro rapporto, da ormai quasi 10 anni è il nostro produttore e condividiamo tutto quello che ruota attorno alla nostra musica, è anche un talentuoso cantante e per noi è stato naturale accoglierlo anche attivamente nella band quando abbiamo sentito la necessità di aggiungere qualcosa che fino a quel momento mancava, in questo caso delle voci che potessero accompagnare quelle di Tenebra.

Che contributo hanno dato i due nuovi membri alla realizzazione del disco?
Ky è stato estremamente rilevante già quando abbiamo creare le fondamenta del concept sul quale si basa “Before We Vanish”, inoltre ha collaborato alla stesura dei testi e delle loro metriche oltre che alle linee di basso di tutto l’album. Nel disco sono presenti anche delle sue backing vocals. Roberto invece ha curato tutta la produzione dell’album nei minimi dettagli, dando all’album un sound potente e con una resa sonora per noi senza precedenti. Potete anche sentire distintamente la sua voce nell’album che si alterna con quella di Tenebra, pensiamo che le loro voci funzionino molte bene assieme.

Quali sono le sostanziali differenze fra “Before We Vanish” e i suoi predecessori?
Tutti i nostri lavori differenziano l’uno dall’altro in maniera anche molto forte, sicuramente questo è stato un album scritto in maniera più ragionata dei precedenti, a partire dall’averlo concepito prima come idea che come musica, fino ad arrivare alla cura che abbiamo messo nei dettagli, cercando di limare ad esempio ogni piccola sfaccettatura dei testi per renderli più “musicali” ma soprattutto più profondi per certi versi di quelli degli album precedenti. Il sound è sicuramente più scuro di tutti gli altri nostri lavori, e a livello di produzione è sicuramente quello che abbiamo curato di più e che ci soddisfa di più.

Il disco è un concept album ispirato a Schopenhauer e al suo “The Hedgehog’s Dilemma”. Come mai avete deciso di affrontare questo tema?
E’ un tema che ci sta a cuore e che abbiamo ritenuto interessante snocciolare da un nostro personalissimo punto di vista. Il rapporto con gli altri sta alla base della vita, non possiamo pensare di portare avanti un esistenza in solitudine, e questo comporta delle conseguenze, talvolta anche molto dolorose, ma sicuramente necessarie.

Ti andrebbe di delineare i tratti dell’opera?
L’album alterna tracce percettive a tracce emotive per rappresentare il lato fisico (corpo) e riflessivo (mente) di ogni fase. Il percorso lineare inizia con il primo incontro che culmina nell’avvicinamento, momento di massimo dolore e piacere. Il trauma dovuto alla coesistenza di sentimenti profondamente contrastanti conduce ad una condizione di negazione inconsapevole. Il secondo brano descrive il meccanismo autoprotettivo di rimozione dei ricordi, che interviene a seguito della condizione post-traumatica da stress. La fase di caduta interna si conclude con il ritorno dei ricordi tramite flashback che ricostruiscono le cause della condizione di disagio e sofferenza permettendo una presa di coscienza del trauma e delle sue conseguenze. Successivamente, la fase malattia, o di stagnazione, inizia con il dialogo interiore tra le due anime, razionale ed irrazionale, della persona traumatizzata: l’accusa reciproca è di non essere stati in grado di prevedere, di resistere o di limitare i danni causati dall’incontro con l’altro. Inoltre il bisogno di un nuovo contatto genera ulteriore confusione e divisione interna in nichilismo ed iperattività, che degenerano in ansia. Il quarto brano descrive la reazione a questa condizione di ansia come una negazione consapevole del problema, attraverso un’ossessiva ricerca di attività fisiche e stati mentali che occupino il tempo in modo da non lasciare la possibilità ai pensieri e i ricordi di occupare la mente. Si ricorre a socialità, utilizzo di sostanze, attività fisica ed ogni mezzo possibile per cercare di lasciar fuori dal resto della giornata i pensieri e il bisogno di contatto, che comunque riaffiorano dopo ogni risveglio. Il fallimento di questo metodo conclude la fase di stagnazione ed apre la fase di espulsione del problema, nella quale si cercherà di attuare una reazione concreta. Il quinto brano descrive come il coltivare il dolore sulla propria pelle sia la strada più semplice che viene percorsa da chi ha bisogno di riprendere contatto con la realtà per ricominciare a vivere. Il senso di colpa diventa bisogno di punizione, l’iperattività diventa allenamento, la divisione interna diventa cooperazione tra lato razionale ed irrazionale, il dolore diventa vendetta, l’ansia sfida, il nichilismo percezione. La strada si conclude con la riappacificazione con la realtà in tutte le sue sfaccettature, piacevoli ed orribili. È possibile proseguire un’esistenza nonostante il dolore che è stato superato e che si incontrerà nuovamente. Il prezzo della resilienza è la desensibilizzazione totale dai sentimenti così come dal dolore.

E’ stato complicato tramutare in suoni le idee del filosofo tedesco?
Non volevamo fare un lavoro raffazzonato, piuttosto per la prima volta ci siamo presi molto tempo per ragionare prima di scrivere. Abbiamo steso una mappa concettuale con degli ampi spazi vuoti da dover riempire con la musica partendo da delle semplici parole, spesso emozioni. Abbiamo scartato tantissimo materiale per poter arrivare a far combaciare ogni tassello di ciò che volevamo esprimere e sicuramente è stato interessante e stimolante approcciarsi in un modo nuovo a alla scrittura di un album.

Non temete che il disco possa risultare particolarmente ostico?
Non lo temiamo perché non pensiamo ci potesse essere un modo diverso per noi di esprimerci, questa è la nostra visione, non pretendiamo che sia semplice da assimilare, e non è sicuramente nostro interesse renderla più fruibile. E’ un tema complesso e lo abbiamo concepito come un percorso doloroso, sappiamo che non è semplice approcciarsi ad esso senza la giusta curiosità e indubbiamente non è un album che vuole lasciarsi ascoltare in maniera spensierata, anzi, l’esatto opposto. Ma siamo certi che con la giusta attenzione ai particolari, ricercando nei testi e nella musica il significato di ogni passo di questo percorso, non è qualcosa che possa lasciare totalmente indifferenti.

Avete già sperimentato dal vivo la resa dei nuovi brani?
Non dopo l’uscita dell’album, ma speriamo di poterli portare presto sui palchi dopo l’estate: siamo pronti.

Prima di scomparire, quale messaggio volete lasciare ai nostri lettori?
Grazie per lo spazio concessoci, speriamo di poterci vedere al più presto dal vivo!

Lord Agheros – L’alchimia dei suoni

Ospite di Mirella Catena su Overthewall, in occasione della pubblicazione del nuovo album “Koinè” (My Kingdom Music), Lord Agheros.

Ciao e benvenuto su Overthewall! Ci parli del tuo percorso musicale e come nasce il progetto Lord Agheros?
Lord Agheros nasce nel 1999 dal desiderio di mettere in musica quelle emozioni e sensazioni celate nel profondo e che nei soliti cliché musicali vissuti fino ad allora non avevano modo di uscire fuori. Mettendomi in solo, ho personalizzato con dei concept alcune tematiche ed emozioni attraverso una firma musicale senza etichette.

La Grecia è stata geograficamente il ponte naturale tra la cultura orientale e occidentale e l’assimilazione della cultura ellenica da parte delle principali popolazioni esistenti nell’epoca precristiana ha permesso una rivoluzione non solo di Pensiero ma anche sociale e culturale!
Che importanza riveste quel particolare periodo storico-culturale nel concept che è alla base di Lord Agheros?

Soprattutto in “Koinè”, il passaggio all’età ellenistica ha un ruolo fondamentale. Una metafora della conquista dei popoli attraverso la bellezza, cultura e la fusione delle loro rispettive lingue in musica. Un blending di arte e tradizioni a formare un concept unico nel suo genere.

Mi piace definire la tua proposta musicale come “multi-etnica”, esprime sia il calore della musica etnica mediterranea che la freddezza delle grandi band del Nord-Europa. Come sei riuscito ad ottenere questo meraviglioso equilibrio?
“Koinè”, il linguaggio comune, se trasposto alla musica, apre confini infiniti, abbatte muri, sgretola credi e governi, unisce una volta per tutte quello che in fondo si ha paura di urlare. Lo stile del mio metal unito a suoni tradizionali ha fatto si che un’alchimia di suoni venisse fuori, senza che una parte sovrasti l’altra.

La scena greca ha partorito ed esportato in tutto mondo metal, grandi band come Nightfall, Rotting Christ e Septic Flesh. Quanto ti ha influenzato quel particolare modo di proporre musica estrema e secondo te qual è la peculiarità della scena greca rispetto ad altre?
Da buon greco sottolineo il meraviglioso rapporto che ho con Sakis, Themis e Vangelis dei Rotting Christ e più che influenza, ho visto che nel nostro DNA è impresso in maniera prepotente la voglia di fissare le radici ancora più a fondo, mantenendo uno stile che richiami subito l’ascoltatore a riconoscerne la firma.

Nel video-clip di “The Walls of Nowhere” è presente una fortissima energia femminile, ti senti di accostarla alla forza primitiva della Terra non ancora piegata ai voleri dell’uomo e quanto pensi possa giovare al pensiero odierno riportarla al ruolo privilegiato che le compete?
Le figure usate nel video “The Walls Of Nowhere” tendono sin da subito ad evidenziare la differenza tra i tre soggetti. Le prime due di nero con un trucco riconoscibilissimo, dall’altra parte una figura in bianco candido, spaventata dalla presenza non conoscendone le intenzioni, ma alla fine ci ritroveremo con tutte e tre le attrici con addosso i segni, fino a crearne uno solo, ma mantenendo la propria personalità. La metafora della conquista attraverso quel particolare che riempie il vuoto di ognuna, senza intaccarne la natura.

“Koinè” è stato accolto entusiasticamente da pubblico e addetti ai lavori. Ti aspettavi questi consensi e cosa stai preparando per il futuro?
Quando si produce qualcosa di “personale”, abbandonando ogni etichetta e cliché, genere e ruolo, si arriva al punto che prima o poi il tutto venga ripagato. Rimanere sé stessi, senza lasciarsi trasportare dai soliti suoni comuni, dare quel tocco di “tuo” che piaccia o meno, fa la differenza. Lord Agheros ha il suo suono, i suoi concept, lo riconosci, ti aspetti l’inaspettato [cit. Francesco Palumbo].

Diamo i contatti sul web per chi ci sta leggendo?
Volentieri, mi trovate su Fb facebook.com/lordagheros Instagram: @lordagheros e tutte le piattaforme musicali

Ti ringrazio di essere stato con noi.
Grazie a Voi, è stato un immenso piacere!

Ascolta qui l’audio completo dell’intervista andata in onda il giorno 7 febbraio 2022.

Kolossus – Il Colosso è tornato

Oggi su Overthewall ospite Stefano con il suo progetto solista Kolossus, da poco fuori con il nuovo album “K” (My Kingdom Music).

Ciao e benvenuto! Nella mitologia delle culture egizie e greche, la figura del Colosso si erge a protezione dei luoghi di culto e delle Divinità a cui sono dedicati. Cosa rappresenta per te l’accostamento del nome del tuo progetto musicale con queste titaniche figure?
Ciao Mirella e grazie per l’opportunità concessami per fare conoscere la mia “creatura”! A dirla tutta non vi è nessun accostamento del nome Kolossus ad antiche e titaniche figure, ma è semplicemente un “evoluzione” del mio cognome datami da un amico anni fa e che ho deciso di utilizzarla per questo progetto.

Dal 2014, anno della nascita dei Kolossus, hai prodotto due album e uno split con i genovesi Manon, quali sono le fonti di ispirazione che intervengono nella stesura dei brani?
Le fonti di ispirazione (oltre alle band che hanno avuto sempre un importanza nei miei ascolti dagli albori del genere) derivano dalla mia vita giornaliera; da essa riesco a trarre le più disparate emozioni che fungono da benzina alla composizione dei brani di Kolossus.

La tua musica è si pregna di un oscuro misticismo ma anche trasmettitrice di una possente energia, pensi che riuscirai a promuovere anche in veste live un ottimo album come “K”?
Grazie per le belle parole riguardo “K”! Sinceramente ad oggi non ho ancora sinceramente pensato a esibizioni live, ma preferisco concentrarmi sulla produzione da studio; comunque mai dire mai…

La My kingdom music è un etichetta molto attenta al sottobosco black metal più di avanguardia, come sei entrato in contatto e perché hai deciso di affidarvi a loro per la pubblicazione di questo nuovo lavoro?
Sono entrato in contatto con Francesco della My Kingdom durante la ricerca di una label per il primo album, ma poi non se n’è fatto nulla; i contatti sono rimasti e sono maturati definitivamente per “K”, dato che ero alla ricerca di una etichetta italiana affidabile e sono sicuro di aver fatto centro.

Quali sono i contatti sul web per i nostri ascoltatori?
Potete seguire le evoluzioni del mio progetto su Facebook ed Instagram, li troverete tutti gli aggiornamenti e ovviamente il poter scrivere per qualsiasi curiosità e/o domande.

Grazie di essere stato con noi
Grazie a voi ancora per lo spazio ed il tempo dedicato a Kolossus.

Ascolta qui l’audio completo dell’intervista andata in onda il giorno 22 Novembre 2021.

Lucifer for President – Planet Lucifer

Ospite di Mirella Catena su Overthewall, N-Ikonoclast leader dei Lucifer for President, freschi autori di “Asylum” (My Kingdom Music)!

Benvenuto N-Ikonoclast!
Grazie Mirella ciao a te, e un saluto a tutto lo staff di Owerthewall e ai suoi ascoltatori.

Ti chiedo innanzitutto di parlarci della genesi della band e come si completa la line up attuale… 
I LFP, sono nati come mio progetto solista, era il 2017; all’epoca ero ancora felicemente sposato. Da molto tempo ero rimasto distante dalle scene, tranne una breve collaborazione con gli Aborym di Roma. Facevo il DJ metal e dark al Grind House di Padova e, oltre al mio lavoro, mi dedicavo alla mia attività di scrittore e poeta, senza mai scordare la mia chitarra, con la quale continuavo a registrare pezzi al PC. Tracce di matrice rock and troll, heavy metal grezzo e horror punk, dopo aver trascorso dieci anni negli Ensoph, e uno negli IsRain, in cui la proposta musicale era orienta verso l’industrial, metal, goth, prog… avevo bisogno di qualcosa di diretto, ideale da proporre un giorno dal vivo, se mai sarei tornato a fare musica. Non sono un polistrumentista, perciò un giorno mi decisi a mettermi in contatto con dei giovani musicisti, a ricoprire il ruolo di bassista, batterista e chitarrista; facemmo alcune prove, ma il chitarrista abbandonò subito, così (chiedere non costa nulla) mi azzardai a chiedere a Legione (Evol, Death Dies, Mad Agony e molte altre band). Ricordo ancora quando l’ho conosciuto, nel 93, mi tremavano le mani, ero e sono un fan sfegatato degli Evol. Con lui E Demian de Sabba, (il batterista) suonammo dei Death Dies, per alcuni anni, incidemmo un cd e un vinile, io ricoprivo il ruolo di chitarra solista. Con mia grande sorpresa, Legione accettò, e iniziammo subito a provare; le cose presero subito un’altra piega, diventammo una vera band, di cui legione è l’altro leader. Incidemmo così l’EP, omonimo “Lucifer For President”, come dicevo pocanzi, rock and roll, metal grezzo e horror punk, influenzato da band come Venom, Misfits, e Alice Cooper. Purtroppo, però riuscii a stringere tra le mani il CD solo mesi più tardi. Me lo portò Legione, mi trovavo ricoverato in una clinica Padova. Dopo che mia moglie mi aveva lascito, tentai per l’ennesima volta il suicidio, e questa volta ci misi sei mesi a riprendermi. Fui ricoverato per i miei problemi di depressione maggiore, disturbo borderline, abuso di cocaina e dipendenza cronica da alcol e psicofarmaci. Prima del triste episodio realizzammo due video “Lucifer for President”  e “We Are Rock and Roll Stars”, realizzammo alcuni live molto teatrali, e crudi, uno addirittura, in un palchetto abusivo all’autonomo di Imola, prima del concerto dei Guns and Roses”. Il video di “L.F.P.” scatenò un putiferio sul web, la curia di Padova mi mandò la scomunica… cosa che cadde come un pugno di mosche, in quanto sono sbattezzato, e il sindaco del mio comune, mi invitò a cambiare residenza. Durante la mia assenza, trascorsa girando tra psichiatria, clinica e comunità (dove non puoi tenere neppure il cellulare e sei tagliato fuori dal mondo) Legione, al contrario degli altri membri che si allontanarono, venne sempre a trovarmi. Una domenica, non ricordo l’anno, oltre all’EP, portò con sé un ragazzotto, Daniel, (ex bassista dei Mad Agony e Sex Addicction). Non so come riuscì a riporre fiducia in me, all’epoca magrissimo e ottenebrato dai farmaci, ma decise di darmi una chance, cosa che mi commuove ancora, così entrò nei L.F.P., ci rivedemmo solo qualche anno dopo. Il Batterista: Demian De Sabba (Ex Evol, Death Dies, Mad Agony) fu arruolato allo stesso modo di Legione, senza nessuna speranza di ricevere una risposta positiva… e, invece accettò.

 “Sex and Drugs and Rock’n’Roll” è il brano che abbiamo appena ascoltato ed è anche una celebre canzone del 1977 e successivo manifesto di più generazioni di rockers, pensate che ancora adesso non abbia esaurito la sua innegabile potenza e quanto ha influenzato la stesura delle liriche del vostro album?
Ti confesso che quando ho scritto questo pezzo, la mitica canzone di Ian Dury del 1977, non mi passò neppure per l’anticamera del cervello, comunque è una vera icona e, di sicuro, nonostante la becera scena musicale attuale, non esaurirà mai il suo messaggio di ribellione… fa parte della storia del rock and roll!

Il genere che proponete è uno scanzonato rock’n’roll, figlio dei Misfits e dei Motorhead, ma all’interno del vostro album troviamo una versione che reputo geniale e malsana di “Amandoti” di Giovanni Lindo Ferretti – CCCP. Come mai avete optato per un brano così impegnativo e chi è l’artefice dello smembramento sonoro di cui è stato vittima questo capolavoro di musica e poesia?
Una sera Legione mi propose di realizzare una cover di “Amandoti”, io rimasi perplesso e sulle prime, reticente. Di preciso mi chiese di cantare la canzone, in modo più fedele all’originale, ma di scrivere un testo, che lui avrebbe recitato alla fine di ogni strofa, mi spiegò a grandi linee cosa voleva trasmettere, in altre parole tutto il mondo di angosce e paure che io e lui viviamo rispetto a certi temi. La sera dopo gli mandai il testo e lui ne fu entusiasta. PS: a differenza di Gianna Nannini, avevamo colto che il grande Lindo Ferretti, non si riferisce a una persona, ma parla dell’eroina. 

Tempo addietro ho visto un fantomatico e divertente cartello elettorale che diceva espressamente “Vota Satana! Perché accontentarsi del male minore quando abbiamo la possibilità di scegliere il male assoluto!”, da dove nasce la vostra volontà di volere un Lucifero presidente e quale giovamento sociale potrebbe apportare?
Parlo a nome mio, io non appartengo a nessuna dottrina religiosa od ortodossia; seguo alcuni spunti della filosofia Luciferiana, ma all’interno della band nessuno è satanista, abbiamo in comune il gusto per l’horror. Siamo cresciuti divorando film di Dario Argento, Lucio Fulci, e certe produzioni di Pupi Avati, ascoltando i Goblin, era invitabile, che ciò si sarebbe rispecchiato nella musica, come era inevitabile che band come Venom, Celtic Frost, Bathory e Alice Cooper. La musica è sempre stata, demonizzata, a differenza di altre forme d’arte, in cui è successo più raramente, non so cosa abbia in testa la gente, ma dubito che dopo una giornata di riprese o di scrittura, personaggi come Dario Argento o Stefen King, se ne vadano in giro a massacrare il primo malcapitato. Comunque, per ritornare alla tua domanda, penso che se Lucifero governasse il mondo, arriveremmo a uno stadio di conoscenza e libertà, che non possiamo nemmeno concepire.

La fine di questo 2021 purtroppo ci ricorderà anche che il mondo del rock e dell’heavy metal saranno orfani di Lemmy da sei anni. Quanto pesa secondo voi la sua assenza e chi potrebbe essere il suo eventuale erede musicale?
Tutta la band adora i Mothorhed, Lemmy è uno dei miei idoli, come Ozzy e Nikki Sixth, spesso al mattino andando al lavoro, netto sullo stereo i Mothored, e una profonda tristezza mi coglie. Non ci saranno eredi, come non ce ne saranno per Freddy Mercury, Jim Morrison, o Ronnie James Dio.

Cosa c’è nell’immediato futuro della band?  
Sicuramente un video, un photoset, speriamo altri dischi ma soprattutto tanti live!

Diamo i vostri contatti sul web per i nostri ascoltatori?
Allora su Facebook la nostra pagina è https://www.facebook.com/LuciferForPresident, su Instagram cercate semplicemente il nome della band, o digitate presidentluciferfor.

Grazie di essere intervenuti, a voi l’ultima parola!
Grazie di cuore Mirella per l’occasione che tu e Radio Overthewall ci avete concesso, un’ abbraccio a chi si segue. Mi raccomando, pensate sempre con la vostra testa, e ovviamente rock and roll!

Ascolta qui l’audio completo dell’intervista andata in onda il giorno 1 Novembre 2021

3 Dreams Never Dreamt – Dettagli musicali

Ospite di Mirella Catena ad Overthewall, Gianluigi Girardi dei 3 Dreams Never Dreamt, band autrice dell’album “Another Vivid Detail” (My Kingdom Music).

Benvenuto Gianluigi Girardi su Overthewall! Ti chiedo immediatamente le origini della band e i vostri precedenti trascorsi musicali…
La band nasce nel 2007 dalla volontà del nostro chitarrista Andy e mia, di formare una band nella quale suonare il genere musicale che amavamo, che unisce le nostre influenze gothic, doom e p
rog. Volevamo scrivere da subito musica originale e imparare a pre-produrla nel migliore dei modi così da arrivare in studio di registrazione con le idee chiare su quello che volevamo ottenere.

Citiamo la line up attuale?
La line up attuale che è la stessa da ormai sei anni è formata da Andy Signorelli e Andrea Rendina alle chitarre, Maria Torelli al Basso, Davide Martinelli alla batteria e me, Gianluigi Girardi, alla voce.

Avete battezzato la vostra band con un nome veramente interessante, ma quali sono questi tre sogni mai sognati e che tipo di sensazione vi trasmette il fatto di non averlo potuto o voluto fare?
Questo nome deriva dalla strofa di un testo che scrissi per una vecchia band (I feel like a dream that no one ever dreamt) che in seguito sarebbe dovuto diventare il titolo di un mio progetto solista (4 Dreams Never Dreamt). Quando fu il momento di pensare ad un nome per la band lo proposi ai ragazzi pensando di modificare il quattro in tre, numero positivo associato al giullare e derivante dall’unione dei numeri del maschile, associato al numero uno e femminile, il due. Il sogno della band è l’unico possibile per ogni musicista, ovvero riuscire a far conoscere la nostra musica e a condividere ciò che vi riversiamo dentro a quanti più ascoltatori possibili.

“Another Vivid Detail” è un bellissimo intreccio di sonorità, si percepiscono influenze di grandi band come Blackfield, Porcupine Tree, Katatonia, Paradise Lost ma sapientemente miscelate da musicisti innegabilmente maturi e consapevoli delle proprie potenzialità, come è il vostro approccio alla stesura di un brano?
I nostri brani nascono solitamente da dei demo strumentali scritti da Andy, ai quali mi occupo di aggiungere melodie vocali e testi. Successivamente con tutta la band arrangiamo le musiche fino a farne spesso qualcosa di sostanzialmente diverso grazie alle influenze di ognuno di noi cinque.

Mattia Stancioiu e gli Elnor Studio di Magnago sono riusciti a donare all’album un suono potente, nitido e di assoluto livello internazionale, quando siete entrati in studio di registrazione avevate già le idee chiare sul risultato da ottenere o vi siete affidati totalmente alla perizia tecnica del produttore?
Avevamo idee abbastanza chiare, ma ci siamo comunque lasciati guidare dai suggerimenti dati da Mattia, al quale anche in questo caso abbiamo affidato la produzione artistica dei pezzi. Abbiamo completa fiducia in lui, tanto che abbiamo lasciato che lavorasse autonomamente sui mix dei brani. Ormai lui è diventato uno di noi, sa esattamente cosa ci aspettiamo di raggiungere e sa come portarci a quel risultato.

La My Kingdom Music anche in questa situazione si è dimostrata etichetta discografica in grado di scegliere sempre band di livello molto alto, come siete entrati in contatto con Francesco e il suo staff e quali sono le ragioni che vi hanno portato a collaborare con loro?
Eravamo in contatto con Francesco da diversi anni, infatti gli avevamo proposto di pubblicare anche il nostro primo CD, che però non ha ritenuto ancora sufficientemente maturo per una pubblicazione. Inoltre ho lavorato con lui in precedenza, visto che sempre lui ha pubblicato due dischi dei Crown of Autumn, nei quali occupo il ruolo di cantante. Per questo motivo conoscevamo già la sua professionalità, oltre a conoscere bene le band che pubblica, che sono sempre, come dici tu, di altissimo livello!!!

Gli ultimi due anni sono stati molto difficili per il mondo musicale, al calo drastico delle vendite degli artisti si è aggiunto lo stop dei live causa pandemia Covid-19, pubblicare un album a Febbraio dimostra una grande fiducia della ripresa dell’intero movimento, come anche noi di Overthewall d’altronde, come pensate di promuovere “Another Vivid Detail” e come vi sta aiutando la MKM da questo punto di vista?
Dal momento che la promozione è stata un po’ complicata da realizzare in questo periodo, abbiamo pensato di pubblicare vari singoli ad ognuno dei quali abbiamo legato un video. Per la precisione abbiamo pubblicato un lyric per “The Poet”, primo dei singoli pubblicati, e due video nei quali abbiamo avuto l’ardire di recitare, il primo per “Save Me From Myself” ed il secondo ed al momento ultimo per “The Ballad of A”.

State già lavorando a qualcosa di nuovo? Avete delle anticipazioni per gli ascoltatori di Overthewall?
Stiamo già scrivendo da qualche tempo quelli che saranno i pezzi che andranno a formare il terzo capitolo della nostra storia. Preparatevi ad un nuovo “AVD”!

Quali sono i vostri contatti sul web?
È possibile trovarci su Facebook all’indirizzo https://m.facebook.com/3dreamsneverdreamt oppure su Instagram https://www.instagram.com/3dreamsneverdreamt/

Grazie di essere stati con noi…
Grazie di cuore a te per averci ospitati e a chi ha avuto voglia di arrivare a leggere fin qui.

Ascolta qui l’audio completo dell’intervista andata in onda il giorno 20 Settembre 2021

Deathcvlt – Il culto della morte

Arrivano all’esordio i Deathcvlt di Xes, noto ai più per la sua militanza negli Infernal Angels. Il nuovo progetto, da poco fuori con un disco omonimo per la My Kingdom Music, si appresta ad essere un punto di riferimento per chi cerca quelle sonorità, a cavallo tra black e death, che hanno fatto la fortuna di band svedesi quali Necrophobic e Dissection.

Benvenuto Xes, cosa ti ha spinto a formare i Deathcvlt dopo tanti anni di militanza underground con i tuoi Infernal Angels?
Innanzitutto grazie a te Giuseppe, per averci dato spazio. La ragione per cui, insieme a Mauro Ulag, abbiamo deciso di intraprendere il percorso Deathcvlt è molto semplice. Io sono sempre stato un fanatico e fervente ammiratore del sound svedese, in tutte le sue forme. Dal black al death melodico. Sono moltissimi anni che oramai, anche fra i nomi storici, fatta qualche rara eccezione (Necrophobic e Hypocrisy su tutti), non sentivo più un disco che si rifacesse a quel sound, che mi desse le stesse emozioni di quando ascoltai per la prima volta band come: A Canorous Quintet, Eucharist, primi Dark Tranquillity, At The Gates pre reunion, Unleashed e via discorrendo. Per questo discussi con Mauro sulla possibilità di creare un progetto che si rifacesse a quel sound, se vogliamo una sorta di omaggio a quelle band che da ragazzino mi hanno fatto emozionare. Mauro ha accettato subito di buon grado e si è messo all’opera. Lui è un gran musicista e produttore e ho grande stima per lui, oltre ad essere legati da una genuina amicizia.

Quali aspetti della musica estrema puoi esplorare con i Deatchcvlt che con gli Infernal Angels ti erano preclusi?
Come detto sopra, i Deathcvlt sono una sorta di omaggio a quelle band svedesi che mi hanno formato musicalmente, insieme al black metal. Gli Infernal Angels sono una band black metal, anche se non disdegniamo sortite nel death metal più oscuro, come dimostrano Pestilentia e Ars Goetia, che sono album pieni di influenze death, però più est europee. Con Deathcvlt invece ci muoviamo su lidi che spaziano dal death melodico, al thrash, al black melodico sempre di stampo svedese, rivisitato con un’ottica attuale. Suonare, anche a livello di produzione, come “Skydancer” o “Mirrorwords”, risulterebbe anacronistico.

I Deathcvlt resteranno un progetto secondario rispetto agli Infernal Angels o al momento sono la tua massima priorità?
Sono creature ben distinte e a sé stanti, nessuna delle due interferisce con l’altra. Ora c’è da promuovere Deathcvlt, ma con gli Infernal non siamo fermi. A novembre uscirà la ristampa di “Pestilentia” per la BMC Productions. Così come per altri progetti in cui sono coinvolto, nessuno ostacola altri progetti, cerco sempre di fare dei programmi che mi permettano di dare la giusta attenzione a tutte le band in cui milito. E’ uscito un EPsempre per  la BMC Production, di una band in cui sono coinvolto dal nome Lamasthu e a breve entreremo in studio per un altro progetto black metal dal nome Intus Mortem, creato insieme al leader e fondatore degli Ad Omega. Come vedi mi tengo impegnato, anche perché a causa della pandemia, senza live, in qualche modo ho dovuto tenermi occupato.

Con quali criteri hai assemblato la nuova line-up?
Come detto, Mauro è un amico e siccome so che lui è un amante del death metal, in tutte le sue forme, oltre ad essere un gran musicista e produttore, mi è venuto naturale discuterne con lui su questa eventualità di mettere su i Deathcvlt. Per la batteria sono andato sul sicuro. Bestia è un batterista eccezionale, versatile e a cui puoi dare completamente carta bianca per gli arrangiamenti di batteria. Lui suona con gli Infernal da qualche anno e naturalmente, conoscendo le sue doti umane e tecniche, ho subito pensato a lui, che fortunatamente, anche avendo mille impegni con altre band, ha accettato con piacere. Il risultato lo potrete sentire sul disco.

Alcuni dei brani finiti su Deathcvlt inizialmente erano stati scritti per gli Infernal Angels?
Assolutamente no, come detto sono due creature ben distinte fra loro e poi la composizione di Deathcvlt è tutta frutto della mente “pessima” di Ulag.

Il vostro disco uscirà a metà ottobre, ma il primo singolo, “Dust Of Sacral Soul (Dark Mother Kali-Ma)”, gira su Youtube da un paio di mesi: come è stato accolto?
Devo dire molto bene. Noi da subito abbiamo puntato su “Dust…” come brano apripista del disco, perché racchiude tutte le caratteristiche del sound di Deathcvlt. Dal death stile At The Gates, a passaggi più black oriented alla Necrophobic e Dissection, fino a puntate nel thrash metal. Quindi lo abbiamo reputato perfetto come biglietto da visita.

“Dust Of Sacral Soul (Dark Mother Kali-Ma)”  e la successiva “The Sign Of Death (Malak Al-Mawlt)” sono gli unici due brani che hanno un sottotitolo: sono in qualche modo connessi tra di loro questi pezzi?
No, assolutamente non sono connesse. O, almeno, non sono sequenziali l’una con l’altra. L’album è incentrato sul culto della morte e della distruzione, e delle divinità ad esso connesse nelle varie culture e sottoculture della nostra società. La madre oscura, credo non abbia bisogno di “presentazioni”, anche per chi non ha familiarità con alcune tematiche, Kālimā è un’entità che ricorre spesso quando si affrontano determinati argomenti e sappiamo tutti che è legata al culto induista. Malak Al-Mawlt non è che altro il nome con cui viene chiamato nel mondo islamico Azrael. E’ considerato dalla cultura islamica come l’angelo che è incaricato da Allah di apportare la morte agli uomini. È responsabile della separazione dell’anima dal corpo e di lui parla il Corano alla sūra XXXII (La sura della prostrazione), versetto 11, che dice: “Vi farà morire l’Angelo della Morte, a voi preposto, poi al vostro Signore sarete ricondotti”

Immagino che questi due brani, più di altri, hanno una stretta connessione con la copertina, no?
Come avrai intuito dalla risposta precedente, solo “Dust…” è connesso alla copertina, anche se essendo una sorta di concept sulla morte e la distruzione fisica e la rinascita spirituale, Kali rappresenta perfettamente l’intero disco.

Una curiosità, come mai avete deciso di pubblicare il disco solo in formato vinile? E’ una scelta definitiva oppure in futuro è prevista la possibilità di un’edizione in CD?
E’ stata una idea di Francesco della My Kingdom, principalmente, che noi abbiamo accettato con entusiasmo. Crediamo fermamente che per  quest’album il miglior modo per essere ascoltato è su vinile. Perché come detto è un omaggio alla scuola svedese death/black degli anni novanta e il suono del vinile è la cosa migliore per far esprimere tutto il potenziale di questo disco. In futuro, forse, potrebbe uscire in cd, ma non è detto. E’ una decisione che pondereremo anche con la My Kingdom.

L’Alba di Morrigan – Io sono Oro, Io sono Dio!

Nove anni non sono pochi, molte band dopo una pausa del genere, avrebbero lanciato la spugna. Hugo Ballisai ci ha raccontato come i suoi L’Alba di Morrigan, nonostante diverse vicissitudini, non hanno abbiano mai avuto dubbi, al momento giusto il secondo capitolo della saga sarebbe giunto. Ora che “I’m Gold, I’m God” (My Kingdom Music) è fuori, possiamo affermare l’attesa non è stata vana…

Benvenuto Hugo, cosa vi sorprende di più, essere di nuovo fuori dopo nove anni o aver dovuto aspettare nove anni per dare un erede a “The Essence Remains”?
Ciao a tutta la redazione da parte mia e da parte di tutti i membri de L’Alba di Morrigan. Nessuna delle due cose: sapevo che prima o poi avremmo concluso l’album. Abbiamo avuto diversi accadimenti che ci hanno obbligato per forza di cose a dilatare i tempi. Certo nessuno si aspettava così tanto tempo ma così è stato.

Quando vi siete messi a lavoro sui nuovi brani avevate in mente quanto fatto in precedenza o, data la lunga pausa, siete ripartiti da zero?
Questa è una domanda interessante. Ti potrei dire per esempio che “The Chant Of The Universe” ha dodici pre-produzioni differenti, e sino a qualche mese prima dell’uscita dell’album si intitolava “Koh Lipe”. Vale anche per tutti gli altri brani, ci sono tantissime versioni che abbiamo cestinato. Insomma non ci siamo accontentati e fino alla fine abbiamo cercato di ottenere da ogni singolo brano il meglio possibile in ogni suo minimo dettaglio.

Vi considerate ancora, se mai lo avete fatto, un band metal o l’etichetta vi sta stretta?
Io amo la musica metal la ascolto ad oggi e da quando sono bambino, ho avuto la fortuna di avere mio fratello Giampiero che sin da tenerissima età mi ha fatto ascoltare ottima musica. Ciò non toglie che talvolta soprattutto nello scorso album le nostre sonorità erano oggettivamente più “morbide” anche in questo album abbiamo portato un po’ di melodia nonostante la scelta di suoni più forti e un’interpretazione assai diversa rispetto alle linee vocali. Assolutamente non ci sta stretta come definizione, chi più chi meno nella nuova line-up siamo tutti ascoltatori assidui del genere, io in primis.

Mentre come è cambiata la scena musicale in questi nove anni?
Se intendi musica a 360° e in tutti i generi, ha seguito il trend degli ultimi anni. Si è impoverita ulteriormente di contenuti soprattutto per quello che riguarda gli aspetti musicali. Ascoltare la radio personalmente mi riesce impossibile c’è tantissima, troppa monnezza musicale confezionata e impacchettata ad hoc. I talent show personalmente li disapprovo completamente e il mondo musicale ha preso questa direzione. Se parliamo prettamente nel genere metal non mi metto ad elencare ma a mio parere sono usciti tantissimi capolavori per fortuna.

Riflettevo, il vostro primo disco è uscito nel 2012, il secondo nel 2021: praticamente una permutazione delle stesse cifre. Ha un qualcosa di incantato anche per voi, oppure sono io che mi sono lasciato suggestionare troppo dalla magia della vostra musica?
Certamente per il sottoscritto ha più che qualcosa di incantato se non fossi diventato padre di due bellissime bimbe (Blue e Isabel le mie piccole principesse) molto probabilmente sarebbe uscito qualche annetto prima (aahaahah), ringrazio di avere avuto questo regalo che mi ha completato come uomo ma che sicuramente non ha permesso di fare uscire come da programma evidentemente questo era il giusto percorso, quantomeno a me piace pensare così. Non credo al fato sono estremamente felice del percorso personale e musicale, talvolta una sana pausa può evolvere in positivo e penso sia questo il caso. Non vi è stata nessuna scelta premeditata sulla data di uscita, piuttosto abbiamo ulteriormente deciso di registrare nuovamente la maggior parte delle tracce dalla fine del 2020. Esiste un filo conduttore tra la prima uscita alle idi di marzo e “I’m Gold, I’m God”, in principio d’estate. Poi che siano nove anni di separazione e travaglio penso sia alquanto simbolico, d’altronde il numero nove ha il suo perché.

Rimaniamo in ambito magico, il titolo è ermetico e molto evocativo. Cosa significa realmente “I’m Gold, I’m God”?
L’album è avvolto da un filo conduttore, non è casuale la allusione all’oro per una serie di motivi correlati al Satya Yuga, inoltre Oro in italiano in inglese Gold, altra accezione per Horus che simbolicamente è correlato al metallo più prezioso a livello alchemico. E poi una visione introspettiva che riguarda tutte le forme esistenti nel multiverso della materia e dell’antimateria dello spazio tempo. È un elogio all’esistenza e al nulla. Sii Divino comportati come tale poiché questo sei, questo siamo semplicemente devi/dobbiamo ancora prenderne coscienza, elevati sii grato e sorridi. È un inno al tutto all’esistenza ai pianeti alle pietre al mondo astrale ed eterico per cui vale per tutto ciò che è attinente al mondo delle forme: Io sono Oro, Io sono Dio!

L’aver messo “I’m Lucifer” e “I Am Gold, I Am God” una dopo l’altra nella tracklist ha un valore simbolico?
La tracklist è pensata e voluta in questo modo, per cui non vi è casualità. Ma è un album di riflessione che prende diversi punti di vista, differenti spunti di teologia, fisica dei quanti, amore e odio, umano e divino, per cui non esiste casualità. Non è assolutamente un elogio a Lucifero. Tuttavia ho semplicemente provato a pensare: se io fossi Lucifero che opinione avrei dell’umanità e di cosa è stato riportato su di me dalle sacre scritture? Ne esce fuori una sorta di “outing”. Ed effettivamente seguendo la lirica si evincono abbastanza chiaramente i suoi/miei punti di vista rispetto agli accadimenti riportati dalle sacre scritture e i suoi sentimenti nei confronti dell’umanità, della sua Nemesi e di se stesso.

Il disco termina con “Morrigan’s Dawn”, canzone che riprende il vostro nome ma che può essere intesa, posta in quella posizione, come la volontà di sancire che il disco è finito ma che comunque ci troviamo all’alba, all’inizio, magari di una nuova fase della vostra carriera. Ennesima sega mentale mia oppure ci avete pensato anche voi?
È una ninna nanna molto melodica ma abbastanza malvagia e cupa alla prima interpretazione, in realtà porta un messaggio estremamente potente e positivo. Si riferisce “alla vita e alla morte” di un sogno di consapevolezza. Dove in uno sdoppiamento astrale, raggiungi la conoscenza assoluta più e più notti nel corso della tua vita per poi dissolvere il tutto al proprio risveglio, nel mondo della materia.

In passato, vi siete tolti delle belle soddisfazioni dal vivo. Alla luce della lenta ripresa del settore concertistico, quali sono le vostre aspettative? 
Ci siamo divertiti molto, abbiamo girato tanti posti in Italia e in Europa, abbiamo condiviso il palco
con tantissimi artisti alcuni dai nomi altisonanti e altri di nicchia e hanno tutti contribuito a farci
vivere delle esperienze uniche. Chi non ha voglia di salire su un palco e sentire i decibel, il calore delle persone? Penso (e spero di sbagliarmi) che le cose non saranno di rapida ripresa. Ma quando sarà possibile allora ci correremo sopra al palco, ci puoi scommettere!

Obsolete Theory – La caduta delle teorie obsolete

Un’intervista collettiva per scoprire il mondo degli Obsolete Theory. La band autrice del recente “Dawnfall” (My Kingdom Music) ha una teoria personale della musica, probabilmente il risultato della somma delle personalità varie e delle idee chiare di tutti i membri del gruppo.

Tre anni fa esordivate con “Mudness”, un disco accolto molto bene dalla critica, nonostante non si trattasse di un’opera semplice. Dopo aver pubblicato un album del genere, come si riparte per fare qualcosa di nuovo e, immagino, nelle intenzioni migliore?
OW: C’è stato un periodo di ripresa a dir la verità un po’ troppo lungo. Ci siamo trovati spesso anche solo per creare il sound che volevamo ottenere, e della direzione musicale. Come tante altre band abbiamo avuto molti periodi di stop e di incontri non continuativi, in cui troppo spesso abbiamo perso il filo di quanto stavamo facendo. Ma questa è tutta esperienza maturata adesso, che ci tornerà utile nelle prossime situazioni. Dopo “Mudness”, per quanto concerne la composizione, ho avuto la fortuna di vedere emergere Savanth con un’infinità di proposte: c’è molto di lui in questo album.
Savanth: Per questo disco abbiamo voluto introdurre a monte un approccio da studio di registrazione. Non più solo suonare e comporre i brani in sala prove come è stato fatto con “Mudness”, ma anche registrare le nostre proposte e basare la finalizzazione dei pezzi oltre che su cosa sentiamo mentre le suoniamo, anche su cosa ci ispirano mentre le ascoltiamo da soli in casa. Con questo approccio ci ritroviamo ad essere sia musicisti che ascoltatori e, personalmente, penso che un giusto equilibrio tra questi due mondi sia la strada vincente.

Anche in “Dawnfall” appare chiara la vostra predilezione per i brani dal minutaggio elevato, scelta ponderate oppure escono così in modo spontaneo?
Mordaul: in realtà ci abbiamo provato a farle un po’ più corte, ma è una cosa che proprio non ci riesce!
OW: ogni volta le nostre canzoni nascono in un modo e finiscono chissà come; se le proposte sono di uno, l’arrangiamento finale ha sempre un po’ di tutte le nostre teste e questo fa sì che ci sia un attenzione particolare allo sviluppo e l’intreccio dei riff, ma fa anche sì che si srotolino decine di minuti di musica.

Anche se prematuro parlarne ora, qualcosina pare si stia muovendo in ambito live. Un vostro set ideale, magari all’interno di un festival o a supporto di un nome altisonante, come viene strutturato per garantire un certo equilibrio tra bani lunghi e un tempo a disposizione, a volte, risicato?
OW: ogni live può essere molto diverso; ora che abbiamo due album e diversi singoli a disposizione, la scaletta si potrebbe strutturare in molte maniere differenti, ma credo che il punto focale sia più che altro gestire velocità e lentezza, ci piace giocare molto su questo aspetto.

Una musica così complessa come la vostra ha una resa maggiore in studio o live?
Savanth: Difficile a dirsi. Un ascolto da studio fa apprezzare di più gli aspetti relativi all’arrangiamento e di produzione della nostra musica, mentre dal live emerge l’aspetto più crudo, “umano” e violento. Direi che la resa è 50 e 50. Sono due aspetti secondo noi ugualmente importanti e attualmente ci stiamo attrezzando tecnicamente per poterli combinare al meglio durante i concerti. In modo da avere una resa sonora il più possibile simile al disco, senza rinunciare all’impatto del live.

Torniamo “Dawnfall”, ancora una volta vi siete affidati a Øystein G. Brun dei Borknagar per la masterizzazione del disco, qual è la particolarità del suo lavoro che si sposa appieno con il vostro sound e che ve lo fa preferire ad altri tecnici?
Savanth: la cosa che ci colpisce più di lui è che si vede che gli piace fare il suo lavoro e che ci tiene a realizzare un album di qualità con cura e impegno, senza considerare la sua infinita pazienza!

“Night Of Omen” apre il disco in modo maestoso, da quel momento in poi prendete l’ascoltatore per mano e lo conducete in una sorta di realtà parallela, mistica e primitiva. Componete più col cervello o con il cuore?
OW: vorrei dirti che è sempre tutto cuore e impatto, ma è inevitabile che il cervello entri in gioco spesso; serve per regolare e sistemare quei momenti dove rischieremmo di essere troppo prolissi o partiremmo per voli pindarici chiari solo a noi, o forse nemmeno a noi.
Savanth: le idee partono e devono partire dal cuore, l’ispirazione è assolutamente fondamentale nelle fasi iniziali di composizione. A un certo punto però è altrettanto fondamentale che il cervello entri in gioco, dato che bisogna fare scelte ragionate su struttura e arrangiamento dei pezzi. Diciamo che anche qui vale la regola del 50 e 50.

Mentre, qual è la chiave per creare empatia con l’ascoltatore?
Bolthorn: una formula precisa ovviamente non esiste, ma molti elementi nella nostra musica contribuiscono a cercare di raggiungere questo legame quasi “spirituale” con chi si troverà a inserire il nostro disco nello stereo. Climax ossessivi e tempi dilatati, alternanza di melodia e dissonanza, inserti atmosferici in un mare tempestoso, fa tutto parte del gioco. Non ci interessa particolarmente attenerci ai canoni fissi di un determinato genere, noi per primi sentiamo il vivo bisogno di essere trasportati da quello che stiamo suonando e cerchiamo di coinvolgere chi ci ascolta o vede live in questo viaggio catartico.

Avete scelto “Onirica” come primo singolo, brano che vede la partecipazione di Ally Storch: come siete entrati in contatto con la talentuosa violinista?
Daevil: Ally è una carissima amica da ormai 11 anni. Io e Bolthorn l’abbiamo conosciuta nel 2010 negli after-show di due concerti degli Haggard. Da allora, nonostante la distanza,  siamo rimasti in ottimi rapporti e appena capita l’occasione le chiedo se avrebbe voglia di fare una comparsata in qualche nostro lavoro (in precedenza abbiamo avuto il suo featuring anche su “Prophecy”) e lei ne è sempre entusiasta.

Ascoltando i vostri dischi, mi è capitato di ragionare sul nome sulla band, vi giro il quesito che mi sono posto in questi giorni: la teoria obsoleta, se non anche la pratica, è il black metal? In qualche modo cercate di superare i suoi rigidi dettami?
OW: quel che dici è vero in parte: il black metal è alla base degli ascolti di tutti noi e superare le sue barriere pur rispettandone le origini è una parte della nostra sfida musicale. La teoria obsoleta… si potrà capire passo passo con l’ascolto di tutto quello che metteremo in musica nella nostra vita, per ora avete solo avuto un assaggio del nostro pensiero.

Goad – La belle dame

Il 7 Maggio, per la My Kingdom Music, è stato pubblicato “La Belle Dame”, il nuovo lavoro discografico dei Goad, la storica band progressive rock toscana. Torna su Overthewall il fondatore, Maurilio Rossi!

Prima di parlare di “La Belle Dame”, questo il titolo del nuovo album, torniamo indietro nel tempo. Era il 1974 e nascevano i Goad. Ripercorriamo le tappe più importanti della band?
Dai primi concerti al liceo classico di Firenze al salto professionale del 1969, lunghi anni di gavetta suonando davvero tutto il possibile, dal liscio danzereccio delle balere e dei festival dell’Unità, inframezzati da concerti di cover dei Genesis e di tanti altri miti, Beatles, Cream etc. fino al lavoro con agenzie prestigiose, una su tutte quella Vega Star di Fernando Capecchi, tuttora attivissima anche se in altri settori molto più remunerativi . Poi i 10 anni consecutivi allo Space Electronic di Firenze, ogni sera, anche al pomeriggio la domenica! Sbaragliammo ogni concorrenza rimanendo band unica dal 1977 al 1986 e là ci vide Freddy Mercury, con proposta indecente di girare l’Europa e registrare a Salisburgo da G. Moroder, correva l’anno 1981… fui messo in minoranza e la banda rifiutò di fare quel gran salto. Di lì l’incontro con un produttore italo americano, Silvio Tancredi, che venne apposta per noi da New York con delle bobine e registrò una intera settimana di shows. Alla fine, contratto di registrazione e primo disco. Anche allora la band si disunì nelle scelte ed invece di registrare agli Electric Lady Land Studios finimmo per realizzare dischi a Bologna per la etichetta Emmegi Polygra. Alla fine di quegli anni burrascosi, operai la scelta definitiva e, dopo aver vinto una rassegna di gruppi toscani nel 1990, cominciai il lungo cammino dell’autoproduzione, con “Tribute to E.A.Poe” 1994, a cui seguirono mille tentativi con mille etichette. Mauro Moroni di Mellow Records ci pubblicò il disco “The Wood”, dedicato alle liriche di Lovecraft a cui seguirono i dischi prodotti da Black Widow di Genova (“In the House of the Dark Shining Dreams”, “Masquerade”, “Silent Moonchild”) e il nostro “Landor” autoprodotto e solo distribuito da BW. Nel mezzo la soddisfazione di una tesi di laurea su Goad discussa alla Università di letteratura americana di Torino da una fan, relatrice Daniela Fargione. Avemmo la gioia di conoscerle direttamente quando vennero ad un concerto Goad a Firenze nel 2009.

“La Belle Dame ” è ispirato alle opere di John Keats, poeta britannico tra i più significativi del Romanticismo. Da cosa è scaturita l’idea?
L’idea era da molto tempo fra i nostri progetti musicali e mi sembrò logica prosecuzione del lungo cammino volto a musicare i grandi poeti anglosassoni. In occasione dell’album “The Silent Moonchild”, opera basata su di un mio lungo racconto gotico, mi ero messo a leggere “La belle dame” di Keats e il tema del cavaliere innamorato perso di una leggiadra damigella, con tutto il corredo pittorico che ne fu alla base: pare un quadro di Tiziano…

Quali sono state le fasi di realizzazione dell’album?
Il voluminoso progetto su Keats iniziò a prendere forma mentre finivano i missaggi del “Landor”, 2018, e in capo a due anni ci siamo ritrovati con oltre 4 ore di musica e innumerevoli tracce, spesso realizzate in jam sessions con i fidati e storici membri della band, alternatisi nelle varie stesure. Il lavoro più duro è stato quello della scelta e organizzazione dei titoli.

Ci parli dell’artwork della copertina?
La copertina è il frutto di sedute fotografiche con la direzione Cristiana Peyla, già collaboratrice del “Venerdì” di Repubblica, e nel set allestito figurano le mie maschere di scena, spesso esibite su palco nei concerti. Francesco Palumbo, nostro produttore per My Kingdom Music, ha scelto quelle che ha ritenuto adatte all’artwork finale con nostra grande soddisfazione!

Cosa rappresenta quest’album per i Goad?
Per Goad, per me, è, o dovrebbe, essere l’album della svolta stilistica perché, a fronte dei giudizi sul nostro genere musicale presunto, non ci riteniamo una band prog, ma solo persone con tante idee musicali che realizziamo privilegiando l’uso degli strumenti, al netto di ogni manipolazione computeristica. In questo lavoro l’uso delle tracce registrate è stato minimale, chitarra, basso, due tastiere ,batteria, voci, usate in modo da far avvertire agli ascoltatori le mani, le dita degli esecutori e non i filtri o le timbriche da studio.

Il nuovo album segna l’inizio della tua collaborazione con l’etichetta discografica My Kingdom Music. So che state preparando altre novità, ci daresti qualche anticipazione?
Posso dirti che su Keats sono pronti altri due lavori completi e che il prossimo sarà il migliore possibile di Goad, mentre abbiamo finito i mixaggi del “Landor” versione live in studio, che speriamo presto di vedere su vinile per My Kingdom !

Diamo dei riferimenti ai nostri ascoltatori per seguire i Goad?
Seguite My kingdom Music sui suoi numerosi canali, seguite… Overthewall sulle radio e, se avete voglia e tempo, su youtube.com/goadprogband troverete cose molto insolite e molto particolari della banda Goad!

Grazie di essere stato con noi!
Grazie a Voi tutti e grazie a te Mirella!

Ascolta qui l’audio completo dell’intervista andata in onda il giorno 10 Maggio 2021