Husqwarnah – Screams from the cellar

Husqwarnah non è un nome facile da scrivere e da pronunciare, ma siamo certi che diventerà in breve familiare a tutti coloro i quali amano le sonorità death metal old school che strizzano l’occhio soprattutto, ma non solo, alla scuola svedese. Abbiamo contattato il cantante Maurizio Caverzan e il bassista Lorenzo Corno per farci raccontare qualcosa sull’album d’esordio “Front: Toward Enemy” (Fuel Records / Reborn Through Tapes Records / Anubi Press / DNR Music Agency).

Ciao ragazzi, direi di partire dalla parte più complicata: il vostro nome! Cosa significa Husqwarnah?
Stavamo cercando qualcosa che richiamasse il nostro amore per il death svedese (anche se la composizione non è incentrata sulla mera scena scandinava) il famoso “chainsaw sound” e subito ci è venuta in mente la nota marca di motoseghe, moto cross, ecc… Abbiamo poi scoperto che la nota marca in passato costruiva i moschetti per l’esercito svedese. Penso non ci sia bisogno di aggiungere altro.

Il vostro amore per la Svezia è facilmente intuibile ascoltandovi, ma perché avete scelto proprio l’old school swedish death metal come forma di espressione? C’è un qualcosa nel vostro sound che non è riconducibile alla scuola svedese o vi siete attenuti in modo fedele a quei dettami?
In realtà le influenze non sono solo svedesi e legate esclusivamente alla scena nordica e all’abuso di HM2. Molti riff richiamano anche la scena americana più marcia, quella floridiana a cui siamo molto legati e quella olandese. Il disco è stato inizialmente concepito per un abuso estremo di HM2 sulle chitarre e un basso fretless molto ritmico, più su in stile Blood Incantation che scuola Obscura, Beyond Creation. Successivamente in fase di produzione abbiamo svoltato per sonorità più canoniche ma non esclusivamente riconducibili allo swedish death metal.

Domanda a bruciapelo: Stoccolma o Göteborg?
X

Passiamo al vostro album di debutto, “Front: Toward Enemy”, come e quando è nato il disco?
Il disco è stato scritto nel periodo precovid. Alcune tracce sono state suonate in alcuni show selezionati, tra cui il concerto di debutto, in apertura agli Asphyx, nostri personali idoli. Poi è successo quello che tutti sappiamo e siamo stati costretti a registrare una parte degli strumenti in studio e una parte in casa, a causa delle restrizioni dovute al lockdown. La fase di mix, master e produzione è stata affidata a Carlo Altobelli del Toxic Basement Studio nell’estate del 2020.

Al momento avete realizzato due singoli – “Vigo” e “Screams From The Cellar” – che, guardando la tracklist, rappresentano il centro dell’album. E’ un caso che siano stati estratti quei due brani piazzati in quella posizione o effettivamente possiamo considerali il cuore del disco e pertanto quelli più rappresentativi da utilizzare come biglietto da visita?
Assolutamente sì, pensiamo che siano due ottime anticipazioni e racchiudono ciò che è l’essenza, la semplicità e la genuinità del progetto.

I due singoli sono accompagnati dalle illustrazioni di Roberto Toderico, mentre la copertina dell’album è stata firmata da Luca Solomacello. Come mai avete optato per un approccio visivo differente per singoli e album?
Per la copertina abbiamo pensato a qualcosa di più visionario e dettagliato e più ispirato alle tematiche e sonorità del disco mentre per quanto riguarda invece i singoli volevamo una grafica molto più cruda ma altrettanto efficace che rappresentasse il concept di ogni singolo brano. Entrambi sono due artisti italiani notevoli, siamo fieri e grati di averli avuti in squadra.

Da grande fan dei Rush non ho potuto che apprezzare la vostra versione di “Dreamline”, brano estratto da uno dei dischi dei canadesi, a mio avviso, più sottovalutati. Come è nata questa cover?
Il nostro bassista oltre ad essere un fanatico del trio canadese è anche un addetto ai lavori nell’ambito musicale. Un giorno durante una giornata promozionale ha avuto l’occasione di scambiare quattro chiacchiere con Mikael e uno dei primi discorsi è stato appunto in merito ai Rush. L’idea di omaggiare la band è sempre stato un sogno per lui e dopo la scomparsa di Neil Peart abbiamo scelto di realizzare questo tributo e di contattare Mikael Stanne, il quale ha subito accettato la proposta.

Nel pezzo,xappunto, compare Mikael Stanne (Dark Tranquillity, In Flames, Hammerfall), come è stato lavorare con lui?
Mikael ha accettato immediatamente la proposta inviandoci immediatamente le tracce vocali della cover: è uno degli artisti più gentili con cui siamo entrati in contatto.

Avete in programma un release show e delle date a supporto del disco?
Al momento abbiamo un release party fissato per il 10 dicembre al Legend Club di Milano. Assieme a noi ci saranno Cocaine Kamikaze e Ural. Per il futuro stiamo pianificando qualcosa di interessante che sveleremo nei prossimi mesi…

Rejekts – La stirpe di Adamo

I Rejekts sono nuovamente tra noi con un disco che chiude alla grande questo nefasto 2021. “Adamo” (Slaughterhouse Records / Anubi Press) ha tutte le carte in tavola per diventare un piccolo classico, poiché la band è riuscita, con qualche ritocco e qualche sforbiciata, nell’impresa di rendere più efficace e meno dispersivo il proprio sound, senza perdere però quell’indole DIY che ne ha contraddistinto la produzione precedente.

Ciao Black, ben otto anni fa usciva “UNO-“, il vostro primo full-length. Oggi tornate con “Adamo”, un titolo che riporta alla mente il primo uomo. Dobbiamo vedere in questo nome una sorta i volontà di iniziare di nuovo? Una sorta di altro numero uno, quasi a cancellare la lunga pausa?
Ciao a te e grazie per lo spazio concessoci! “UNO-” e “Adamo” sono senza dubbio due dischi sicuramente molto diversi tra loro, dal punto di vista concettuale il primo parlava della coscienza che un individuo ha di sé (così da essere “l’uno”), “Adamo” invece parla del racconto, del ricordo e di come tale narrazione possa cambiare l’idea che l’uomo ha di sé e di ciò che lo circonda. Se concettualmente quindi potremmo vederli uno conseguente all’altro, dal punto di vista di come suona sicuramente in questo secondo lavoro abbiamo affinato la proposta e smorzato un po’ quella sensazione di “minestrone” di generi che secondo noi si percepiva in “UNO-“.

Durante questa pausa quanto sono cambiati i Rejekts?
Non la definirei una vera e propria pausa, nel 2016 abbiamo fatto uscire un EP di 3 tracce, “Triratna”, e abbiamo suonato parecchio dal vivo. Ad ogni modo durante questi 8 anni abbiamo cambiato batterista, il quale ha portato un po’ di velocità e un po’ di coesione tra di noi in più, quindi dal punto di vista della formazione si può dire che un bel cambiamento ci sia stato. Oltre a questo credo che questi 8 anni ci abbiano resi più arrabbiati e tristi.

Mentre dal punto di vista lirico avete cercato nuovi temi da trattare?
Sì e no, mi spiego peggio: i temi che trattiamo alla fine sono sempre quelli: alienazione, nichilismo, misantropia, incapacità di comunicare ed esistenzialismo; questa volta parliamo di tutto questo servendoci di miti e racconti di varie culture. In questi miti l’uomo cerca di spiegare la propria esistenza infelice secondo quelli che sono i propri valori (spesso aberranti). Si parla dunque di: rapporti di potere, sopraffazione, colpa, espiazione, sacrificio…. E molte altre tematiche allegre.

Devo essere sincero, la news del vostro primo singolo ha generato un traffico notevole, almeno per un sito piccolo come il mio. Però questo mi dà l’idea che la gente vi stesse aspettando: avete anche voi questa sensazione e questa cosa vi crea pressioni?
Considerando che viviamo tutti e cinque abbastanza nel nostro mondo, non avevamo percepito questa attesa da parte della gente ma ne siamo stati piacevolmente sorpresi! Appena ci renderemo davvero conto di questa cosa forse percepiremo anche qualche pressione (ahahaha).

Al di là di questo aspetto, comunque avete deciso ancora di optare per una produzione DIY, come mai continuate a preferire questo approccio?
In realtà, i motivi, anche qui, sono molteplici: la produzione DIY ti permette di avere un controllo pressoché totale su quello che stai facendo, a livello resa sonora, composizione, testi, grafiche… ecc. Oltre a questo il DIY rappresenta per noi un’etica alla quale siamo molto attaccati che potrebbe essere applicata a molti altri aspetti della vita; un modo per tagliare fuori gli intermediari e prenderti cura in prima persona di ciò che ti interessa.

In questa ottica, come mai avete scelto proprio Carlo Altobelli e  i Toxic Basement Studios?
Già il nostro precedente EP era stato curato interamente da Carlo al Toxic Basement, ci eravamo trovati molto bene per il semplice fatto che Carlo ha una competenza e una professionalità davvero rare, ha capito perfettamente cosa volevamo e ci ha aiutati a esprimere il tutto al meglio delle nostre possibilità, alla luce di questo ci è venuto spontaneo rivolgerci a lui per registrare il nostro secondo album, a mio parere con questo lavoro Carlo si è davvero superato, siamo tutti molto contenti del risultato superiore alle nostre aspettative.

Avevo accennato al vostro primo singolo, come mai avete scelto di ripresentarvi sulle scene proprio con “L’Astro del Mattino”?
Principalmente perché è stato uno dei primi brani composti per questo disco, ne consegue che come stile ricorda molto il nostro materiale precedente se pur con qualcosa in più; abbiamo scelto questo pezzo perché ci sembrava adeguato per introdurre questo lavoro (infatti è la seconda traccia del disco) e forse anche perché parla di qualcuno che si oppone e pur sconfitto non smette di lottare, ci sembrava un bel “manifesto”.

Tirerete fuori un video o un altro singolo a breve?
A breve uscirà sicuramente un secondo singolo, abbastanza diverso da “L’Astro del Mattino” che darà un’idea leggermente più accurata dei vari generi da noi esplorati in questo disco, un pezzo sicuramente più veloce e frenetico. Per quanto riguarda i videoclip, non credo ne faremo a breve ma non escludiamo di usare ancora questo mezzo in futuro anche se con approcci meno diretti del classico videoclip promozionale con i membri della band che fanno finta di suonare facendo le facce truci, se lo rifaremo sarà perché ne vale la pena da un punto di vista delle idee messe in campo, se no penso che se ne possa fare tranquillamente a meno.

Chiudiamo con la più canonica delle domande, avete delle date in programma?
Per ora abbiamo in programma una data a metà dicembre per il lancio del disco a Milano, pubblicheremo news in merito nel prossimi giorni quindi vi invito a dare un occhiata ai nostri canali social per rimanere aggiornati sulle nostre attività, in ogni caso ci farebbe molto piacere portare in giro questo disco il più possibile quindi stiamo un po’ a vedere cosa salterà fuori.

Death SS – Il decimo comandamento

I Death SS nel 2021 tagliano il prestigioso traguardo del decimo album, e lo fanno con un disco, “X” (Lucifer Rising / Anubi Press), che pur ripartendo dalle uscite più recenti, contiene le immancabili novità che accompagnano da sempre ogni disco dei padri dell’horror metal. Un sempre disponibile Steve Sylvester, ci ha introdotto nei meandri della sua ultima opera.

Ciao Steve, quando hai iniziato l’avventura con i Death SS ti saresti mai immaginato che il decimo disco sarebbe uscito nel bel pieno di una pandemia?
Ovviamente no. La situazione che si è venuta a creare negli ultimi due anni è stata veramente incredibile e paradossale. Sembrava di essere sprofondati nella trama di un b-movie di horror fantascienza! Comunque ho cercato di capitalizzare e sublimare artisticamente le sensazioni cupe del periodo, rigettandole all’interno del disco.

Credi che l’effetto shock che avevano i Death SS a metà anni settanta sia in parte scemato? Oggi siamo sommersi da immagini di morte nei TG, senza contare che la TV ha sempre più alzato l’asticella della violenza. Quanto è difficile spaventare con un disco nel 2021?
Certamente le cose sono molto cambiate negli anni. Oggi siamo abituati a vedere veramente di tutto ed è sempre più difficile riuscire a “scioccare” qualcuno. Da tempo infatti affermo che il “vero orrore” è quello che vediamo tutti i giorni sui telegiornali piuttosto che quello “romantico” di  mostri come vampiri e lupi mannari… Comunque, il  nostro intento non è quello di “spaventare” il nostro pubblico, quanto piuttosto quello di comunicare delle forti emozioni che attingono dalla cultura gotica tradizionale ma anche dal moderno retaggio dell’epoca in cui viviamo.

In questi anni la musica dei Death SS è cambiata parecchio, però le tematiche trattate no. Prima ti ho chiesto della percezione che il pubblico ha di certe immagini create dalla tua musica, ora vorrei sapere se è mutato invece il tuo approccio all’orrore dai primi pezzi che hai scritto a quelli contenuti in “X”.
Certamente! Si tratta di una naturale evoluzione. I Death SS non si sono mai ripetuti album dopo album ma hanno invece cercato di espandere ed evolvere le loro sonorità coerentemente con il periodo storico che stavano vivendo, mantenendo però intatta la loro identità artistica che è comunque rimasta sempre ben distinguibile…

Dal punto di vista dell’immagine, mi sembra che il tuo look sia più vicino a quello degli esordi, c’è un qualche collegamento tra questa scelta stilistica e i contenuti di “X”?
Nulla di premeditato… Semplicemente è come se avessi percorso un intero ciclo e quindi con questo disco sia tornato naturalmente alla partenza, alle mie origini, anche se ovviamente sotto un’ottica attuale.

Nell’edizione limitata del disco, troviamo un fumetto: chi lo ha ideato e chi lo ha disegnato?
Il fumetto è stato ideato da me e da Luca Laca Montagliani, sceneggiatore ed editore di Annexia, creatore del personaggio di  “Suspiria del Regno Oscuro”. Per i disegni ci siamo rivolti ad Alex Horley, autore anche della copertina del disco, artista noto per i suoi lavori con Marvel e DC Comics. Il fumetto, volutamente stampato nel classico formato dei pocket erotici italiani degli anni 70, è una sorta di booklet esteso del disco perché oltre alle bellissime tavole di Horley contiene al suo interno tutti i testi e i credits del nuovo lavoro.

I Death SS non hanno mai smesso di stampare in vinile, hanno sempre pubblicato singoli, EP ed edizioni limitate. Oggi lo fanno quasi tutte le band, perché forse quei pochi che comprano ancora il supporto fisico preferiscono spendere qualcosa in più per avere un’opera rara. La discografia si sta trasformando sempre più in un mercato di non largo consumo simile a quello, per esempio, della pittura?
Bè, diciamo che ora il mercato è basato quasi esclusivamente alla vendita dei download digitali. Io sono invece rimasto legato al “supporto fisico”, essendo anche un collezionista di dischi e singoli rock. Mi piace avere un prodotto che oltre che ascoltare puoi toccare ed ammirare visivamente. Per questo ho sempre continuato a pubblicare singoli, vinili, box e ultimamente addirittura le visioni su tape, che pare siano tornate nuovamente in auge. Si tratta di oggetti proposti a tiratura limitata, destinati al mercato collezionistico, che aumenteranno il loro valore nel tempo.

“Suspiria” è il pezzo che preferisco del disco, come è nato?
Innanzitutto chiarisco che la mia Suspiria non c’entra nulla con il film di Dario Argento e con l’omonima canzone dei Goblin. Il riferimento è rivolto esclusivamente al fumetto dark-erotico “Suspiria (del Regno Oscuro)”, creato alcuni anni fa dal fumettista, scrittore e sceneggiatore Luca Laca Montagliani per l’Associazione Culturale Annexia. Come “Zora” è quindi una canzone nata per dare un mio contributo musicale al fumetto in questione. L’ho concepita come una song molto “teatrale”, divertendomi a sperimentare in tal senso con Andy Panigada che ha collaborato con me nelle soluzioni musicali. C’è anche un’ospitata alla lead guitar da parte di Ghiulz Borroni, chitarrista dei Bulldozer e degli Ancient. Ci ho poi aggiunto una outro in stile “tango”, suggeritami da Montagliani,…. Ne faremo presto un video.    

Rimanendo in tema, che ne pensi del “Suspiria” di Luca Guadagnino? A me è piaciuto molto…
Sì, ho visto il film di Guadagnino del 2018… Che dire? L’ho trovato un bel film anche se parecchio distante dall’originale. Credo comunque che sia stata una precisa scelta del regista. Ottimi interpreti e ottima fotografia, anche se l’ho trovato un po’ carente di suspense. Poi una cosa che a me personalmente proprio non è piaciuta è stata la Mater Suspiriorum con gli occhiali da sole!

Torniamo a “X”, il disco è stato presentato il 23 ottobre 2021 al Legend Club di Milano davanti a soli 100 partecipanti: è stato più strano tornare su un palco dopo la lunga inattività forzata o doverlo fare in una situazione surreale con un pubblico limitato?
Bè, non trattandosi di un concerto ma di una semplice presentazione, in questi tempi di prevenzione Covid e relative norme restrittive, l’aver fatto il sold out (170 posti a sedere + gli addetti ai lavori) non è comunque cosa da poco. La situazione è stata sicuramente “strana”, ma alla fine sono stato molto soddisfatto della serata perché siamo riusciti a creare una situazione “intima”, come un serata passata tra amici ad ascoltare musica, e ciò ha aggiunto maggior valore al tutto…

Knowledge Through Suffering (K.T.S.) – La dolorosa strada che porta alla conoscenza

La schizofrenia artistica di Umberto Poncina ha dato vita a una creatura dalle personalità multiple, tanto che si può parlare dei Knowledge Through Suffering e dei K.T.S. quasi fossero due band differenti. In occasione della pubblicazione del nuovo album, “Concealment” (Brucia Records \ Anubi Press), è stato lo stesso Umberto a parlarci di questa dualità.

Ciao Umberto, innanzi tutto come preferisci che venga chiamata la band, K.T.S. o Knowledge Through Suffering?
Ciao! Pur essendo di fatto indifferente, l’idea per una sorta di doppia identità nasce da alcune differenze di sound raggruppate sotto lo stesso nome, e la stessa considerazione vale anche per il doppio logo. Per ragioni di praticità l’acronimo è inoltre ovviamente più rapido e comodo da utilizzare.

Nel luglio del 2020 pubblicavi “Teeth and Claws”, tre brani per una decina di minuti in tutto. Oggi ti ripresenti con “Concealment”, un disco che contiene sempre tre canzoni ma il minutaggio è notevolmente salito, in pratica triplicato. Un cambio di attitudine o una cosa casuale frutto dell’ispirazione del momento?
Rimanendo vicini alla tua precedente domanda si tratta ancora una volta di un processo di espansione e mutamento del suono e dei mezzi con cui porto avanti la mia proposta musicale; non si è dunque verificato un cambio profondo, tantomeno casuale. Il nucleo concettuale rimane sempre fedele a sé stesso, essendo un progetto esclusivamente individuale – in altre parole, le uscite presentano e presenteranno sempre affinità compositive dovute al semplice fatto di avere in comune lo stesso autore. Tuttavia, esse presenteranno a loro volta notevoli differenze, come quelle che hai individuato.

Quali credi siano le caratteristiche della tua musica che possano innescare quel meccanismo di sofferenza che porta alla conoscenza?
Onestamente non credo di poter rispondere a questa domanda: la musica è come giustamente fai notare un mezzo, e l’unico soggetto che può in tal senso decretare l’utilità del mezzo non è il suo creatore, bensì colui che ne usufruisce. 

A questo punto non posso esimermi da chiederti una tua definizione di “conoscenza”…
Posto che chiaramente lo stesso termine assumerà significati diversi a seconda del contesto, per “conoscenza” possiamo intendere in maniera abbastanza neutra l’insieme di informazioni ricevute grazie all’esperienza e assimilate nella loro totalità da un’intelligenza in grado di potervi pervenire. La sofferenza, sia essa personale o altrui, rappresenta purtroppo in tal senso uno dei metodi esperienziali più utili e al contempo terribili, e questo progetto musicale vuole concentrarsi proprio su questa sua duplice natura.

“Concealment” significa occultamento: cosa ci viene occultato e da chi?
Senza scendere troppo nei dettagli, il disco si basa fondamentalmente su alcune interpretazioni mistiche medioevali del testo di Genesi. Queste interpretazioni gravitano attorno a dinamiche di creazione divina che ciclicamente si risolvono in vergogna e rimorso per il risultato. L’assoluto decide in tal senso di nascondere e occultare ripetutamente la sua opera di creazione, di cui l’Uomo è ovviamente il rappresentante più gravoso, fallendo però ripetutamente. La narrazione si basa su tale ciclicità di occultamento e dispiegamento.

Quale è stato quel giorno in cui solo Dio fu esaltato?
Il primo! E a onor del vero anche l’ultimo, quando giungerà…

La seconda traccia, “Let the Earth Sprout”, ha un titolo che quasi lascia trasparire un filo di speranza, è così?
No, purtroppo non è così. Proseguendo nella narrazione del disco, il proliferare sulla Terra di forme di vita rientra in uno dei già citati tentativi insoddisfatti di creazione da parte del divino. Questo è nello specifico il secondo movimento narrativo, a cui ovviamente corrisponde il secondo pezzo del disco. La Terra produce dunque forme di vita vegetali e animali, venendo popolata dal suo stesso frutto. Apparentemente può sembrare un avvenimento positivo, ma il divino reagisce diversamente – per ragioni che lascio scoprire a chi vorrà approfondire il disco e le sue tematiche.

Il disco si conclude con “Of Flesh”, “di carne”, che mi ha fatto pensare subito a quello squarcio, quella ferita aperta, che appare sulla copertina. C’è realmente un nesso o si tratta di una mia errata interpretazione?
Sì, il nesso è realmente presente: lo squarcio, la ferita, più in generale l’apertura è simbolo di violenza e al contempo di nascita, può rappresentare la morte ma anche la vita. Tutto il disco ruota attorno a questa ambiguità di significato e, ovviamente, all’ascoltatore più curioso spetta la libertà di interpretarlo in un senso o nell’altro.

Hai intenzione di, se fosse possibile date le attuali restrizioni, proporre il disco dal vivo?
No, per il momento direi di no. Suono da diverso tempo in altri gruppi dalle modalità e dinamiche più convenzionali, incluso l’aspetto live. Questo progetto nasce proprio per creare uno spazio riservato invece a tutto ciò che non rientra nelle attività standard di un gruppo vero e proprio – non a caso è di fatto una “one man band”. K.T.S. è al momento un’entità per certi aspetti piuttosto privata, e pertanto al momento non prevede apparizioni in pubblico.

Fulci – Voices from beyond

I Fulci non si fermano mai! Solo qualche mese fa abbiamo discusso con la band romana dell’ennesima edizione del secondo album, “Tropical Sun”, oggi ci ritroviamo a parlare con il chitarrista Domenico della ristampa dell’esordio, “Opening the Hell Gates” , e del nuovo disco “Exhumed Information” (Time To Kill Records \ Anubi Press) la cui uscita è prevista per la fine di luglio.

Ciao Domenico, non riuscite proprio a stare fermi con le mani nelle mani, come cantava qualcuno tempo fa! Tra una riedizione e l’altra di “Tropical Sun”, avete tirato fuori la ristampa del vostro esordio, “Opening the Hell Gates”, e annunciato l’uscita del nuovo “Exhumed Information”! Siete degli stacanovisti o più semplicemente questa iper-produzione è il frutto di una fortunata combinazione di eventi?
Ciao, piacere di ritrovarti. Diciamo che siamo sia stacanovisti che creativi. Abbiamo tante idee ma sempre poco tempo per svilupparle. Per fortuna abbiamo trovato come partner la Time To Kill che riesce a stare al passo con le nostre follie! Oltre a quello che hai già citato infatti abbiamo in serbo altre sorprese per questo 2021, sia musicali che cinematografiche.

Partirei dalla ristampa di “Opening the Hell Gates”: chi avuto l’idea di riproporlo? Rispetto all’edizione originale, quali sono le novità, se ci sono?
Dopo il successo di “Tropical Sun” abbiamo subito pensato di far uscire il primo disco su vinile (TIME TO KILL RECORDS) e cassetta (Maggot Stomp Records) perché all’epoca era uscito solo in CD su Despite The Sun Records. L’idea però era di arricchire l’edizione con un layout aggiornato e con delle bonus tracks. Siccome ultimamente ci siamo presi bene a suonare in chiave metal le colonne sonore dei film di Lucio, abbiamo provato a suonare uno dei temi di “Paura nella Città Dei Morti Viventi” del maestro Frizzi e l’abbiamo inserita nella ristampa. Inoltre potete trovare “Death By Metal” che è il singolo death/rap fatto con Metal Carter.

“Exhumed Information” è l’ennesimo tributo al maestro Fulci, questa volta vi siete concentrati su “Voices from Beyond”, film del 1991 tra i meno noti del regista italiano: come mai la scelta è caduta proprio su questa pellicola?
Credo che dopo aver dedicato i primi album a due filmoni cult (paura nella Città dei Morti Viventi e zombi 2) molti si aspettavano the Beyond o Quella villa accanto al cimitero. Invece abbiamo scelto di basare il concept del disco su “Voices From Beyond”. Siamo consapevoli che alcuni film di Fulci sono criticabili e di bassa qualità ma essendo noi devoti al maestro pensiamo che l’intera filmografia meriti rispetto. Abbiamo scelto Voci dal Profondo perché è stato uno dei primi film di Fulci che abbiamo visto. Inoltre la trama è ancora oggi originale. Anche le atmosfere folkloristiche del film sono interessanti. Ovviamente essendo un film a basso budget a tratti risulta molto trash ma anche per questo motivo ci ha ispirato!

Il disco si divide in due parti, per la seconda, quella dall’appeal più cinematografico, vi siete affidati ai Tv-Crimes, come è nata questa collaborazione?
Abbiamo sempre cercato di inserire influenze musicali diverse dal metal nei nostri album. Questa volta volevamo esagerare ma allo stesso tempo non volevamo che i Fulci diventassero un progetto di musica elettronica. Per questo motivo ci siamo affidati ai TV-CRIMES per il lato B del disco. Possiamo quasi definirlo un Split album ma in realtà l’intero album è stato scritto a “quattro mani”.


Il singolo “Glass” è frutto di questa collaborazione, siete partiti con questo singolo proprio per presentare il nuovo aspetto della vostra produzione?
Si, Glass e la opening track del lato B. Volevamo spiazzare l’audience pubblicando un pezzo totalmente fuori dai soliti schemi Fulci. È stato un gesto un po’ rischioso ma direi che ha funzionato.

Questo è il vostro album con il fascino più cinematografico, avete mai pensato di scrivere una colonna sonora, anche immaginaria, magari scevra da ogni contaminazione death?
Il lato B di Exhumed Information è esattamente la soundtrack di un film che ancora non esiste ed il sound è totalmente lontano dalle sonorità Death metal se non per il mood horror.

Vi andrebbe di consigliare delle colonne sonore classiche ai nostri lettori?
La lista sarebbe troppo lunga! Però ultimamente ho ascoltato la colonna sonora che i Coil avevano scritto per Hellraiser ma che non è stata mai usata perché giudicata poco commerciale. Ascoltare quel disco immaginando le scene del film è un trip che consiglio a tutti.

Forse è finalmente arrivato il momento di riprendere l’attività live, voi avete novità in questo senso?
Certo! Non vediamo l’ora! Stiamo organizzando il nostro secondo tour in USA per il 2022. Mentre dal 23 al 26 luglio 2021 saremo in tour in Italia per alcuni release parties dedicati a “Exhumed Information”. Ci vediamo on the road! Grazie per lo spazio concesso e un saluto a tutti i lettori. Fulci Lives.

Sabbatonero – Cuori di ferro

Durante il lockdown generale del 2020 siamo stati sommersi dalla retorica del “ne usciremo migliori”. Dopo più di un anno non solo non possiamo affermare di esserne usciti, ma tanto meno possiamo definirci migliori. Però qualcosa di buono ce lo portiamo dietro, come il progetto Sabbatonero, un nugolo di musicisti guidato da Tony ‘Demolition Man’ Dolan e Francesco Conte, che ha deciso di mettere a disposizione il proprio tempo per creare una compilation di tributo ai Black Sabbath, “L’Uomo di Ferro (A Tribute to Black Sabbath)” (Time to Kill Records \ Anubi Press), per raccogliere dei fondi da donare all’ospedale Spallanzani di Roma, struttura in prima linea nella lotta al Covid.

Ciao Francesco, l’idea di Sabbatonero è venuta a te o Tony?
Ciao a tutti voi, l’idea è venuta ad entrambi nel momento in cui stavamo registrando per divertimento la cover di “Hole In the Sky” durante il primo lockdown del 2020 per fare uno dei classici video che si sono visti nel periodo della quarantena. Ci siamo detti, non male pero questa versione, dovremmo farne altre… e da li è partito tutto!

A chi andranno i fondi raccolti?
Tutto quello che verra raccolto dalle versioni in vinile, CD, cassette e digitale, andrà allo Spallanzani di Roma per cure e ricerca.

Ciao Francesco, l’idea di Sabbatonero è venuta a te o Tony?
Ciao a tutti voi, l’idea è venuta ad entrambi nel momento in cui stavamo registrando per divertimento la cover di “Hole In the Sky”, durante il primo lockdown del 2020, per fare uno dei classici video che si sono visti nel periodo della quarantena. Ci siamo detti, non male pero questa versione, dovremmo farne altre… e da li è partito tutto!

Come è nata la collaborazione con la Time To Kill Records?
Con Enrico siamo amici da tanto tempo, ne abbiamo parlato e si è offerto di aiutarci facendo un lavoro fantastico. Ha un bel gruppo di persone appassionate all intento dell etichetta. Stanno facendo un bel lavoro in generale producendo dischi di ottimo livello. Ci sembrava la scelta migliore anche per controllare insieme i fondi per le donazione, cosa che non sarebbe stata possibile facilmente con altre etichette.

Come mai avete scelto proprio i Black Sabbath?
Per quel che riguarda tutti noi, crediamo sia la band più importate nella storia dell’hard rock ed heavy metal ma non solo, sicuramente è la band che ci accomuna più di ogni altra. Quella che ha cambiato del tutto il modo di fare rock alla fine degli anni 60, se pensiamo da quel momento il linguaggio del rock è cambiato del tutto ed è rimasto lo stesso fino ai giorni nostri.

Potesti riepilogare i nomi coinvolti nel progetto?
Oddio sono davvero tanti! Dovrei fare un copia incolla per non dimenticare nessuno! La hacking band che suona tutti i brani siamo io, Tony Dolan al basso e Filippo Marcheggiano del Banco del Mutuo Soccorso alla chitarra. Riccardo Spilli del Balletto di Bronzo alla batteria per sei brani, poi ci sono:

Rasmus Bom Anderson (Diamond Head) – Vocals on “Symptom of the Universe”
Steve Sylvester (Death SS) – Vocals on “Sabbath Bloody Sabbath”
Tony ‘Demolition’ Dolan (Venom Inc) – vocals on “N.I.B.”
Maksymina Kuzianik (Scarceration) & Mayara Puertas (Torture Squad) – Vocal duet on “Killing Yourself To Live”
Tony D’Alessio (Banco Del Mutuo Soccorso) – Vocals on “Heaven & Hell”
Fleigas (Necrodeath) – Vocals on “Paranoid”
John Gallagher (Raven) – Vocals on “Children of the Grave”
Simone Salvatori (Spiritual Front) – Vocals on “A National Acrobat”
Andrea Zanetti (Monumentum) – Vocals on “Hole in the Sky”
James Rivera (Helstar) – Vocals on “War Pigs”

Marty Friedman – “Symptom of the Universe”
Mantas (Venom Inc) – “Sabbath Bloody Sabbath”
Terence Hobbs (Suffocation) – “N.I.B.”
Prika Amaral (Nervosa) – “Killing Yourself To Live”
Ken Andrews (Obituary) – “Heaven & Hell”
Sonia Nusselder (Crypta/Cobra Spell/ex-Burning Witches) – “Paranoid”
Russ Tippins (Satan) – “Children of the Grave”
Atilla Voros (Leander Rising, ex-Tyr/Nevermore – “A National Acrobat”
Wiley Arnet (Sacred Reich) – “Hole In the Sky”
James Murphy (ex Death/Agent Steel/Obituary) – “War Pigs”

Snowy Shaw (Dream Evil/Mercyful Fate, etc) – Drums on “Sabbath Bloody Sabbath”
Mark Jackson (Acid Reign ex-M:Pire of Evil) – Drums on “War Pigs”
Dario Casabona (Schizo) – Drums on “Hole in the Sky”
Keyboard guests:
Freddy Delirio (Death SS) – “Sabbath Bloody Sabbath”
Heric Fittipaldi (Scenario) – “Heaven & Hell”

Quale è stata la prima reazione degli artisti alla vostra proposta?
C’è stato da subito grande entusiasmo e voglia di collaborare, credo sia stato un bellissimo messaggio da parte della comunità metal internazionale. Ci siamo ritrovati tutti insieme a fare qualcosa di bello e utile in un anno molto difficile.

La scelta dei brani e degli interpreti di ognuno è stata fatta da te e Tony oppure avete lasciato ampia libertà?
Per la scelta dei brani ci siamo orientati più o meno sui grandi classici, anche se è difficile a dirsi, per quel che mi riguarda ogni pezzo dei Sabbath è un grande classico, quindi, come dire: abbiamo tirato la monetina! Tony è stato quello che, grazie alla sua esperienza e alle sue amicizie, ha contattato la maggior parte degli ospiti presenti.

Qual è la maggior soddisfazione che ti sei tolto con “L’Uomo di Ferro (A Tribute to Black Sabbath)”?
Ce ne sono diverse, sicuramente quella di condividere musica e confrontarmi con i miei idoli di gioventù e non solo. Poi il fatto che Geezer Butler abbia condiviso e commentato in maniera positiva la nostra cover di “Symptom of the Universe”, quello credo sia impagabile!

Purtroppo, questo non è il migliore dei mondi, pensi che in futuro potresti ripetere un’esperienza del genere a favore di un’altra categoria di persone? E se sì, a quale band ti piacerebbe rendere tributo?
Non saprei cosa risponderti, è stato un lavoro bello ed emozionate ma anche molto faticoso:, 10 mesi di lavoro fatto senza raccogliere profitto non credo sia una cosa ripetibile. Ma mai dire mai, di band ce ne sono tantissime ma credo che sia anche bello pensare a questa cosa come unica.

Natron – Hung, drawn and quartered

L’esordio dei Natron, uno dei dischi più rari e ambiti della scena del death metal italiana, “Hung, Drawn and Quartered” (originariamente uscito nel 1997 su Headfucker Records), dal 16 aprile sarà nuovamente disponibile, in un inedito formato vinile, grazie alla Time To Kill Records. Abbiamo contattato Max Marzocca, ora attivo con i doomster The Ossuary, per parlare della sua prima band e di quel glorioso esordio…

Ciao Max, a chi è venuta l’idea di ristampare “Hung, Drawn & Quartered”?
Ciao Giuseppe, come va? L’idea inizialmente è venuta in mente ad Enrico della Time To Kill Records che mi aveva contattato l’anno scorso facendomi capire che era intenzionato a stampare su vinile del materiale dal catalogo Natron. Io ed Enrico siamo amici da tempo immemore per via delle nostre innumerevoli collaborazioni con le nostre rispettive band. Natron ed Undertakers hanno spesso condiviso il palco in passato, io stesso per un breve periodo ho dato una mano a loro come session drummer. L’idea ovviamente mi è piaciuta subito in quanto “Hung,Drawn & Quartered” era sold out da più di 20 anni, sono contento che ci sia ancora interesse attorno alla band soprattutto tra i collezionisti di vinile, e visto il grande ritorno di questo formato ho pensato che fosse una buona idea per approfittarne!

In questi anni avevate già ripubblicato questi pezzi in alcune raccolte, mi riferisco a “Necrospective” e a “Grindermeister”. Cosa hai provato all’epoca quando hai riesumato quei pezzi?
“Necrospective” era semplicemente una raccolta di tutto il materiale pre Holy Records per celebrare i primi dieci anni di attività della band quindi di riesumazione c’è ben poco in quanto abbiamo registrato di nuovo solo “Elmer The Exhumer” con Mike Tarantino alla voce. Nonostante si tratti anch’esso di un lavoro celebrativo – questa volta però dei 20 anni – con “Grindermeister” abbiamo ripreso tutto “Hung, Drawn & Quartered” tranne “Enthroned in Repulsion” e l’ abbiamo riarrangiato meglio anche per riadattarlo al nuovo singer Nicola. C’è stato un lungo lavoro di rifacimento e mentre ci lavoravamo ci siamo interrogati più volte su cosa ci passava per la testa all’epoca quando abbiamo tirato fuori le idee, i riff e in generale dei brani così complessi e un po’ fuori di testa. I Natron di “Grindermeister” sono senz’altro una band più matura rispetto agli anni 90, dove i brani venivano composti dopo lunghissime jam e non era contemplato che qualcuno di noi arrivasse in sala con un brano pronto dall’inizio alla fine. L’ intenzione era quella di non curarci troppo di come alla fine avrebbero suonato i brani, non avevamo paura di spingerci oltre e soprattutto non ci siamo posti il problema di doverli poi un giorno registrarli di nuovo con un metronomo. Quindi il lavoro di rivisitazione di “Grindermeister” fu molto lungo e complesso ma in fin dei conti è un bel disco anche se col senno di poi avrei scelto di produrlo in maniera più old school. La produzione di quel album è perfetta, anche se un po’ troppo “plastificata” per i miei gusti. Riascoltandolo stento a riconoscere il mio drumming.

Invece, cosa provi oggi nel rivedere l’album fuori con la copertina originale e in formato vinile?
Beh, è senz’altro una bella soddisfazione! Non ho mai apprezzato fino in fondo il CD, mi è sempre sembrato troppo freddo e l’artwork troppo sacrificato per le dimensioni di un booklet. Ora si può finalmente ammirare la copertina di “Hung, Drawn & Quartered” in tutto il suo putrido splendore!

Ma come è nato “Hung, Drawn & Quartered” nel lontano 1997?
La storia è un po’ complicata ma cercherò di riassumerla. Poco dopo il nostro primo demo “Force” del 1994 fummo contattati dalla Cryptic Soul Production che ci propose un contratto per un mini album. Fu il nostro primo contatto con un etichetta discografica, ci fidammo del fatto che questa label aveva prodotto qualche 45 giri di band del nostro stesso genere, e ci sembrò una buona cosa firmare per loro. In teoria quel disco sarebbe dovuto essere il nostro esordio ufficiale nel 1996 ma poi a causa di rinvii continui, promesse “farlocche”, lungaggini varie ed eventuali causate esclusivamente dalla label, il master di quelle registrazioni fu ceduto quattro anni dopo alla Nocturnal Music che lo pubblico nell’autunno del 2000, dopo che la band aveva già pubblicato tre album e godeva già di una certa notorietà. Nel frattempo Headfucker Magazine che era una delle riviste più autorevoli in materia di death metal diventò un’etichetta ed essendo fan dei Natron sin dal primo demo decisero che avrebbero esordito con un nostro lavoro. Il materiale di “Unpure” e “Hung, Drawn & Quartered” è figlio dello stesso periodo. Trattasi di tutto quello che abbiamo composto tra il 1993 ed il 1997, abbiamo ripreso 3 brani tratti dal mini, mentre il resto del materiale è finito nel demo “A Taste Of Blood” che fu pubblicato qualche mese prima dell’esordio per compensare l’attesa.

Eravate già coscienti in quei giorni della qualità di quei brani o la consapevolezza è giunta solo in un secondo momento?
Onestamente non è che stessimo molto a pensarci su. All’epoca suonavamo e basta e l’obiettivo primario era essere brutali, veloci e sperimentare. A volte ci riusciva bene altre volte no. Credo che siano stati i fan dell’underground ad accorgersi della band e a dimostrare con il loro supporto che, nonostante il particolare periodo storico, tutto sommato si trattasse di un lavoro competitivo. Nel bene e nel male il fattore che ha fatto la differenza probabilmente risiede nel fatto che era come se avessimo aperto una via diversa alla brutalità nel death metal. O almeno era quello che ci diceva la stampa, e poi i tipi della Holy Records quando ci proposero di metterci sotto contratto ci dissero la stessa cosa.

Che ricordi hai delle registrazioni ai Nadir Studios?
Per quello che ricordo è stato fantastico. Il viaggio interminabile in treno fino a Genova, i 15 giorni trascorsi nella città vecchia dove si trovava lo studio, le enormi zoccole che attraversavano i vicoli, i pusher, i freak, la fragranza di cibo etnico, gli odori, gli umori e i colori del mercatino. Ci fu anche modo di fare delle pause di qualche ora al mare dove l’incorreggibile Domenico si tuffò in acqua con i nostri soldi destinati all’ acquisto della birra dimenticandosi di averli infilati nel costume, ma poi tornavamo di nuovo in studio. Ricordo il sudore a secchiate, era Agosto e soltanto noi potevamo pensare di rinchiuderci per registrare un disco. Fu una faticaccia infame, calcolando anche che fino ad allora avevamo inciso solo due demo (o se preferite un demo e un mini) e quindi non è che fossimo così esperti. La sera tornavamo sfiniti a casa di Tommy e ci accampavamo da lui, e se la mamma era tornata da lavoro cenavamo. Ogni tanto si faceva vivo Trevor perché i Sadist in quel periodo erano nel pieno della pre-produzione di “Crust”, di conseguenza finì per registrare le backing vocals in un paio di brani. Ci vorrebbe un intero capitolo di un ipotetico libro autobiografico per descrivere tutto quello che è successo in quelle due settimane, ma credo valga la pena di ricordare ciò che successe a fine mixing quando oramai i giochi erano fatti. Stavamo facendo una pausa fuori dallo studio quando un piccione svolazzando pensò bene di cagarmi in testa. Non ricordo chi tra l’ilarità generale mi disse “ Max dai, vedrai che porta fortuna!” ma io ero del tipo “ Siete sicuri, io ricordavo che bastasse solo pestarla… ”. Beh, in fin dei conti chiunque sia stato a dirlo ha avuto ragione. Il disco andò benissimo e poco dopo firmammo il nostro primo contratto discografico serio per la Holy Records.

Appunto, quei brani vi hanno schiuso le porte della Holy Records, una delle etichette più importanti del panorama internazionale nella seconda metà degli anni 90: come cambiò la vostra vita di musicisti dopo quella firma?
Grazie alla firma del contratto con la Holy Records riuscimmo finalmente ad avere accesso ad una potente struttura che si occupava in maniera professionale di distribuzione, promozione e pubblicità, e cosa da non sottovalutare era il fatto di poter attingere ad un budget cospicuo che ci permetteva di andare in giro con tour-bus aprendo per band più grosse, ma soprattutto di poter produrre dischi in studi più costosi come gli svedesi Abyss Studios dei fratelli Tagtgren (Hypocrisy) e gli Starstuck di Anders Lundemark (Konkhra) in Danimarca. Certamente oggi si può obiettare che questa etichetta non abbia indirizzato i nostri lavori verso un target di pubblico che potesse essere più ricettivo verso una band come la nostra ma io credo che in fin dei conti abbiano fatto un lavoro egregio mai eguagliato da tutte altre etichette con cui abbiamo avuto a che fare. Senz’altro hanno contribuito a far crescere la band in termini di professionalità e notorietà, ritengo che l’unica colpa è stata quella di aver snobbato tutto il mio lavoro di promozione fatto per anni in stretto contatto con il mondo dell’underground mondiale.

Hai rimpianti legati a quel periodo?
Credo che abbiamo fatto tutto quello che era nelle nostre possibilità. Magari col senno di poi avremmo potuto investire qualche royalty in più nella band anziché metterci due spiccioli in tasca. Ma a parte quello non ho rimpianti, anzi….

L’avere tra le mani “Hung, Drawn & Quartered” non ti fa venir voglia di rimettere su i Natron? Sai, non mi piace guardare indietro nella vita. Quello che ho fatto appartiene al passato ed ad un certo punto volevo far qualcosa di nuovo quindi ho messo su un nuovo progetto come The Ossuary che in sei anni mi ha già dato grosse soddisfazioni. Abbiamo un contratto solido con la tedesca Supreme Chaos Records che ci supporta a dovere, abbiamo pubblicato due album, un terzo è in uscita a breve, abbiamo fatto un tour europeo e suonato in un paio di festival. Credo non sia male come risultato quanto fatto sin’ ora. Dal punto di vista creativo mi sento molto meno limitato, so che posso scrivere musica senza legami di sorta, la matrice blues e classic rock ci permette di spaziare e trovare diverse forme di espressione. Anche come batterista posso esplorare nuovi territori, se voglio suonare un brano lento e “groovy”, un brano veloce con la doppia cassa, o un brano più “proggy” o con tempi dispari posso farlo tranquillamente senza pormi il problema di dover essere necessariamente legato a degli standard. In più per me è un gran sollievo sapere di dovermi occupare solo di un progetto. Ossuary ci hanno messo davvero poco a diventare qualcosa di più di un side project, ad un certo punto mi sono trovato a non avere più tanto tempo da dedicare ad entrambe le band e quindi ho dovuto scegliere tra un nuovo ed esaltante percorso creativo come Ossuary e Natron che era una band che dopo 25 anni intensi di dischi e tournée aveva detto tutto e di più. Ho scelto di portare avanti gli Ossuary e credo di aver fatto la scelta giusta. Sono contento di queste ristampe e per il fatto che ci sia ancora credito ed interesse nei confronti della band ma non ho assolutamente voglia di rimettere in piedi Natron. Sto già bene così!

Avete chiuso con il 7” del 2014 “Virus Cult”, con quel brano avete esaurito i vostri brani oppure avete ancora del materiale inedito, magari da pubblicare in una raccolta postuma?
All’epoca io e Domenico stavamo lavorando su una manciata di altre idee, ricordo che registrammo qualcosa su un nastro ma non so che fine abbia fatto. Ad ogni modo ci eravamo accorti che ci stavamo ripetendo, poi abbiamo progressivamente perso interesse fino a che la band non si è sciolta.

Intolerant – Intolleranza metallica

Probabilmente il sentimento di intolleranza nei confronti dell’umanità covava da tempo sotto la cenere, la pandemia non ha fatto altro che accelerare la combustione animando la fiamma dell’odio del duo composto da Soul Devourer (Manuel Mazzenga, Nocturnal Degrade, Scent Of Silence, Der Noir) e Antihuman War Machine (Luciano Lamanna, Ephel Duath, Cripple Bastards, Tekno Mobil Squad, Assalti Industriali, Der Noir e Lunar Lodge). Il bolo nero frutto di questa malsana collaborazione è stato raccolto nell’esordio degli Intolerant, “Primal Future”, fuori dal 27 novembre su Time To Kill Records.

Benvenuti ragazzi, le uniche informazioni che ho raccattato su di voi per potermi preparare per l’intervista sono queste: “Chaos Metal band founded in 2020 by Soul Devourer & Antihuman War Machine”. Vi andrebbe di darci qualche altro cenno biografico, anche se effettivamente la band è di giovane fondazione?
E’ da molti anni che suoniamo insieme e collaboriamo in vari progetti, l’approccio è stato istintivo e il risultato devastante. L’attuale situazione sociopolitica ci ha spinti naturalmente a comporre un disco come “Primal Future”.

La vostra definizione di “Chaos Metal”?
“Chaos Metal” è quel muro di suono che ti sovrasta durante l’ascolto. Il Caos è il motore trainante della Vita, la forza della Natura che annichilisce l’essere umano.

Cosa significa oggi essere intolleranti?
Significa essere se stessi: pensare con la propria testa rimanendo imparziali rispetto ai bombardamenti dei media. 

Come si esprime l’intolleranza in musica?
Suonando veloci e furiosi, cantando di guerre e premonizioni oscure. La nostra musica e i nostri testi non sono in linea con la morale condivisa.  Non siamo certamente i creatori di una nuova corrente musicale, le nostre ispirazioni ed i nostri riferimenti sono chiari. La nostra musica non da speranze, non ha paura, è schietta e parla chiaro, senza fraintendimenti. E’ attitudine pura. Senza la necessità di incontrare persone, interagendo con la società solo per esigenze dovute al lavoro, ci immergiamo in noi stessi. La nostra musica è rivolta a chi non ama il suo prossimo e a chi non ha paura di stare lontano dai propri simili. Il processo di involuzione è ufficialmente cominciato e noi ne siamo consapevoli. Siamo a favore dell’estinzione umana volontaria ottenuta dalla non procreazione . Liberando il pianeta dall’uomo si romperebbe quel meccanismo malato e corrotto una volta per tutte.

Come riuscite a far convivere una certa misantropia con la necessità di far arrivare la vostra musica a quanta più gente possibile?
Non ci interessa arrivare a tutti. Ci interessa essere ascoltati da quei pochi che apprezzano il Caos in musica.

Il disco come è nato, vi siete scambiati dei file oppure, alla vecchia maniera, vi siete ritrovati in sala prove e avete buttato giù i pezzi?
Il disco è stato concepito agli inizi del 2020, tutte le strumentali sono state registrate durante la quarantena. Si è quasi sempre cominciato dai riff di chitarra su cui abbiamo poi arrangiato le batterie. Solo successivamente sono stati aggiunti basso e assoli. Voci, missaggio e mastering sono stati ultimati non appena è stato possibile raggiungere lo studio dato che eravamo tutti agli arresti domiciliari.

Ode To Virus” come titolo pare fatto apposta per la situazione in cui viviamo: il brano era stato chiamato così prima della pandemia o prende spunto proprio da questa?
“Ode to Virus” è stata scritta durante la pandemia. Siamo a favore di qualsiasi cosa crei danni alla razza umana.

Non traspare ottimismo neanche dal nome del disco, “Primal Future”,  come lo immaginate il futuro?
Nessun futuro, nessuna speranza. La nostra specie si è scavata la fossa. Il futuro è un cumulo di cenere e un ritorno alle origini in termini di violenza e istinto di sopravvivenza.

Senza spingerci troppo in là nel tempo, sperando che le cose tornino al più presto alla normalità, porterete il progetto dal vivo o gli Intolerant restano una realtà da studio?
Per adesso ci stiamo concentrando su altro materiale da registrare in studio. 

Crawling Chaos – Estremo machiavellico

I deathster emiliani Crawling Chaos tornano sulle scene con il secondo full “XLIX” distribuito dall’italiana Time to Kill Records / Anubi Press. Un lavoro davvero maturo ed articolato, capace di mettere in luce tutta la sapienza tecnica della band. Abbiamo intervistato il chitarrista Andrea

Ciao Andrea, e grazie per questa intervista, puoi parlarci della storia della band?
Ciao ragazzi, grazie a voi per averci contattato. La band nasce molto tempo fa, tra il 2007 e il 2008, anno in cui abbiamo autoprodotto un EP demo, “Goatsuckers”. La line-up odierna ricalca quella originale: negli anni il bassista è cambiato un paio di volte, ma poi ci siamo riuniti con quello attuale, Will. Nasciamo come gruppo di amici che amano condividere la propria passione musica e, per fortuna, le cose sono rimaste così.

Tornate con il vostro secondo album intitolato “XLIX” a ben sette anni di distanza dal precedente “Repellent Gastronomy”, come mai tutto questo tempo?
La nostra priorità è quella di pubblicare materiale di buona qualità, suonato bene, scritto bene e con un pensiero coerente alle spalle. Tutto questo richiede tempo e dobbiamo incastrare nell’equazione anche il lavoro; ognuno di noi, infatti, non si occupa solo di musica nella vita. Gli ultimi anni, inoltre, sono coincisi per tutti noi con grandi cambiamenti nella sfera professionale e privata che ci hanno sottratto altro tempo e tante energie. Aggiungiamo anche che Shub (Andrea) e MG (Manuel) sono stati impegnati con progetti paralleli in cui hanno pubblicato altri album e fatto un paio di tour europei.

A tal proposito, quali sono secondo te le principali differenze stilistiche che contraddistinguono i vostri due lavori?
La differenza nel songwriting è enorme. Abbiamo tutti sviluppato maggior maturità e gusto nel fondere le varie influenze che caratterizzano l’album. “Repellent Gastronomy” era per lo più una raccolta di brani scritti nei quattro-cinque anni precedenti, senza un vero filo conduttore. “XLIX” è un concept album composto principalmente negli ultimi due anni e ideato fin dall’inizio come tale: la scrittura è pertanto più compatta, quasi come fosse la sceneggiatura di una piccola opera teatrale. 

A questo punto non posso non chiedervi quali siano le vostre “fonti d’ispirazione”…
Volendo essere scontati potremmo citare le solite band di riferimento del genere, come per esempio Death, Cannibal Corpse, Gojira, Behemoth, Anaal Nathrakh, Carcass, eccetera. Tuttavia, sebbene i grandi nomi della scena rappresentino senza dubbio un’ottima fonte d’ispirazione, tutti noi abbiamo background musicali piuttosto differenti. I nostri ascolti spaziano dal metal estremo a sonorità più roccheggianti, dall’elettronica al drone. Di conseguenza, quando componiamo, oltre ad affidarci ai soliti riffoni e ai soliti pattern ritmici ci piace anche provare a implementare i nostri ascolti “extra-metal” nelle canzoni. In “Repellent Gastronomy”, il nostro album precedente, questa contaminazione era probabilmente più evidente e, in un certo senso, ingenua. In “XLIX”, al contrario, le influenze esterne sono diventate parte integrante e imprescindibile del nostro sound.

L’italiana Time to Kill Records si sta occupando della distribuzione di “XLIX”, in quali circostanze è nata la collaborazione tra voi e l’etichetta romana?
Il contatto è avvenuto nel più classico dei modi. Abbiamo fatto girare la promo digitale dell’album tra le etichette underground che reputavamo più in linea con la nostra proposta. Nel giro di poche settimane siamo stati contattati da Enrico, il boss dell’etichetta. Ciò che ci ha convinti a firmare è stato l’approccio che ha adottato. Ci ha telefonato direttamente perché voleva esprimerci di persona il suo entusiasmo per il nostro lavoro. Nell’underground l’entusiasmo è tutto.

Facendo riferimento al songwriting, chi di voi è il principale fautore? Come nasce un vostro brano?
Il primo album è stato concepito letteralmente in cantina, condividendo riff, improvvisando, scrivendo tutto su carta. Oggi il songwriting è diverso. Di solito Shub propone lo scheletro del brano, lo registra a casa, scrive la prima partitura e passa il materiale a tutti. In sala prove si arriva già con un’idea di come i vari riff devono suonare; ognuno li ha già studiati e metabolizzati, magari apportando qualche piccola modifica. Una volta raccolte le idee, sempre a casa, registriamo un demo grossomodo definitivo, con sovraincisioni e batteria digitale. Segue poi un periodo in cui MG definisce le parti vocali assieme agli altri – un passaggio che affrontiamo con molta più cura rispetto al passato – e si suona il pezzo fino allo sfinimento, lavorando di labor limae. Dopo tutta questa preparazione, quando finalmente arriviamo in studio di registrazione sappiamo esattamente come deve suonare l’intero album.

Cosa puoi dirmi dei testi che compongono “XLIX”? Sono liriche a sé oppure si cela un vero e proprio concept?
“XLIX” è a tutti gli effetti un concept album. Ci siamo ispirati a Il Principe, il celebre libro scritto da Niccolò Machiavelli nel sedicesimo secolo. La narrazione è una sorta di parabola, una cronaca fuori dal tempo e dallo spazio che ripercorre le vicende di un protagonista senza nome e senza volto che costituisce l’unico punto di vista dell’intera narrazione. Profondamente amareggiato e frustrato dalla realtà in cui vive – mai temporalmente definita – il protagonista si ritrova tra le mani una fantomatica “edizione maledetta” della famosa opera del Machiavelli. Il tomo, che egli trova tra le rovine di una città perduta, lo guida esotericamente verso l’incarnazione dello “statista definitivo, del dominatore ultimo”. Ma questo è solamente l’inizio. Ogni canzone corrisponde sostanzialmente a un capitolo della vicenda. Il progredire della trama, ovviamente, porta con sé tutta una serie di considerazioni e spunti di riflessione. I testi possono essere interpretati adottando di volta in volta chiavi di lettura differenti (teologiche, sociologiche, esoteriche o psicologiche). Non mancano citazioni ed episodi grotteschi – una caratteristica che ha da sempre caratterizzato i testi dei Crawling Chaos. Anche l’artwork dell’album, realizzato magistralmente da Simone Strige (@strxart), è parte integrante della narrazione. Per chi riesce a interpretarlo, costituisce un’altra delle possibili chiavi di lettura con cui è possibile decodificare il tutto.

Una cosa che risalta subito nell’ascolto del vostro album è la produzione, davvero molto potente ma anche pulita, puoi dirmi qualcosa a riguardo? A chi vi siete affidati?
Abbiamo la fortuna di conoscere dei professionisti di altissimo livello che hanno collaborato con noi alla realizzazione dell’album. “XLIX” è stato registrato e prodotto ai Domination Studio di San Marino da Simone Mularone e Simone Bertozzi, una vera garanzia. Il loro supporto nella creazione del sound che avevamo in mente è stato fondamentale. Anche “Repellent Gastronomy” è stato registrato lì, ma la differenza sonora è abissale. Rispetto al passato abbiamo sperimentato molto di più con l’analogico e le canzoni suonano molto più “live” rispetto al passato. Potremmo affermare che con “XLIX” abbiamo finalmente definito quel sound che avevamo in mente fin dagli albori della band.

Adesso una domanda che faccio sempre, ma credo sia d’obbligo visto il periodo che stiamo vivendo. Una nuova uscita discografica implica un lavoro di promozione attraverso le esibizioni live di una band. Data la situazione attuale, secondo te, come si può ovviare a tutto ciò? Qual è il tuo pensiero?
Penso che non si possa ovviare. Underground e live sono inscindibili. I social sono uno strumento fondamentale per far conoscere la nostra musica, ma la volatilità caratteristica del web non si addice all’ascolto di un album intero – men che meno alla sua metabolizzazione. Cercheremo di produrre contenuti media che possano destare l’interesse del pubblico, magari cercando di approfondire il concept narrativo del disco. Speriamo che la tempesta passi presto. Non vediamo l’ora di ritornare sul palco per proporre la nostra musica dal vivo. Probabilmente, dopo tutta questa merda, la gente non vedrà l’ora di sfogarsi con un bel pogo!

Siamo giunti alla fine, ti ringrazio per questa chiacchierata! Concludi l’intervista come vuoi…Innanzitutto grazie! Speriamo di incontrarci il prima possibile dal vivo. Non vediamo l’ora di suonare “XLIX” sul palco e siamo certi che le occasioni per farlo, quando le circostanze lo permetteranno, saranno numerose.

Affliction Vector – La morte giunge suprema

Affliction Vector: il promettente duo composto da Ans e Chris si affaccia nell’underground con un interessantissimo EP intitolato “Death Comes Supreme” (Argento Records / Anubi Press), un concentrato di violenza sonora che ha nel black metal il punto di riferimento ma non solo! Ne abbiamo discusso con il leader della band.

Ciao Ans e benvenuto sul Raglio Del Mulo! La vostra band, di recente formazione, ad oggi si presenta come un duo, puoi raccontarci la storia della band dagli inizi ad oggi?
In questo EP si presenta come un duo in quanto io e Chris abbiamo registrato il 90% degli strumenti presenti nell’EP e soprattutto perché Chris è stato fondamentale per il concretizzarsi di questo progetto. Affliction Vector nasce quasi contemporaneamente alla mia uscita dai Grime. Ai tempi stavo cominciando ad esplorare nuovi territori sia con la chitarra che con i software per registrare musica. Andatomene in Olanda mi sono chiuso nella mia bolla e mi sono messo al lavoro. Ho avuto la fortuna di avere come homemate Sergio, un amico da cui ho imparato un sacco soprattutto riguardo i software. Ho scritto riff e fatto copia e incolla di questi dal 2017 fino alla fine del 2019 periodo in cui Chris ha deciso di aiutarmi entrando nella line up. Se non fosse per lui a quest’ora sarei ancora lì a copiare e incollare… ecco perché Affliction Vector è un duo!

Come definiresti il vostro caratteristico songwriting e come nasce un vostro brano?
Per cominciare non so se sia caratteristico, credo sia personale. Tutto nasce da un mood, da due riff o da un riff e un bridge. Registro tutto e scrivo delle batterie grezze e poi lascio lì. Se trovo altre idee vado avanti e sviluppo tutto in maniera più fine, se no inizio un altro “progetto” e metto nel cassetto. Come nascano i riff in sé non te lo so dire, suono quello che mi passa per la testa, non sono uno studiato anche se mi piacerebbe esserlo. Poi c’è anche il lavoro di Chris che ha imparato, sistemato o cambiato le batterie da me scritte con il PC dove necessario.

Per ciò che riguarda le lyric, chi è il principale compositore?
Ho scritto tutto io. Ho scritto riguardo le cose che non mi fanno dormire sereno la notte. L’ho voluto scrivere a modo mio. E’ un EP molto personale in questo senso: nei testi non c’è nulla del mondo esterno, non ci sono riferimenti spirituali/religiosi/politici e cosa importante non ci sono prese di posizione. Sono pensieri che ho sviluppato nella solitudine.

Quali sono le vostre influenze principali? A quali bands vi ispirate?
Come ha scritto Mike (owner di Argento Records) nella bio per Affliction Vector: Mayhem, Bolt Thrower e Voivod. Ma poi anche altro ovviamente. Queste sono le tre band che ho nominato per risposta alla sua domanda. Sono tre classici che ascolterò sempre, quindi le mie influenze direi. Non sono molto attivo nella ricerca di nuova musica e band, sono abbastanza nauseato dai social anche se devo conviverci come tutti, non ho Spotify e non mi interessa averlo. Spesso capita che inciampi nella musica che poi mi piace. Ultimo LP che ho comprato da Bandcamp è di una band (non metal) che ho visto suonare live ad Amsterdam, non la conoscevo prima. Per il resto tanti classici e soprattutto tanto Ronnie James Dio!

Vi affacciate sulle scene con un EP contenente cinque brani, dimmi la verità, state già lavorando ad un full? Cosa state preparando di nuovo?
Non c’è niente oltre a questi cinque pezzi! Sto già scrivendo nuova musica ma per ora nulla di cui si possa seriamente parlare. Spero anche che il nuovo materiale passi di più per la sala prove. Cosa che ora possiamo fare, essendo ritornati a vivere affacciati al nostro golfo. Di certo non ho iniziato questo progetto per scrivere solo un EP.

Riguardo al vostro EP, distribuito dall’olandese Argento Records… vorrei chiederti: com’è nata la collaborazione con questa label?
E’ nata spontaneamente. Mike è un amico da molti anni. L’ho conosciuto come chitarrista dei From the Dying Sky” (band in cui Chris era batterista), pensa te quanti dischi e anni sono passati! Nei tre anni che ho vissuto ad Amsterdam spesso è stato l’unico amico/musicista (c’era anche Sergio ovviamente) con cui, nella realtà fisica, mi confrontavo e ascoltavo musica. Non c’è stato nulla di programmato. A Mike è piaciuto quello che ha sentito uscire fuori dallo studio, sessione in cui lui ha anche partecipato in prima persona. Da parte mia è stato un piacere e senz’altro anche un grande aiuto. Mi ha permesso di curare più altri aspetti, non dovendo seguire proprio tutto e spesso guidandomi anche in scelte che magari erano fin troppo personali e prese di pancia.

Il vostro è un sound d’impatto, che si muove per lo più su tempi veloci conditi da blast beat aggressivi, tuttavia non disdegna alcune soluzioni più “ragionate” in certi momenti. Pensi che sarà così anche per le future produzioni?
Mi piacciono le band che nella loro storia hanno saputo cambiare in maniera decisa pur mantenendo una propria radice, un loro proprio modo di fare musica: ne cito tre per me particolarmente importanti: Black Sabbath, Voivod, Pink Floyd. Mi cambiare ed esplorare cose nuove, ma non so se ho già sviluppato un modo mio di fare musica. Lo capirò con il tempo. Il prossimo materiale non sarà una copia di quanto già fatto, questo è chiaro nella mia testa ma poi questo giudizio non spetterà a me.

Ho accennato all’inizio dell’intervista al fatto che attualmente siete un duo, avete la futura prospettiva di inserire di altri componenti per avere una line up completa in grado di suonare anche live?
Sicuramente vogliamo suonare un po’ live (senza esagerare, solo se ha senso farlo) quindi almeno un terzo musicista servirà in questo senso. Dall’altra parte mi piace questa dimensione più intima che ho dato al progetto quindi non vorrei uscire troppo dalla mia comfort zone. Non sarà semplice trovare la persona giusta ma so già che Chris ci sta lavorando..

Vorrei chiederti cosa pensi dell’attuale scena underground italiana, qual è la tua opinione a riguardo?
Come ti ho detto non sono uno che segue tutto sui social, in più ero all’estero negli ultimi tre anni. Mi piaceva molto l’attitudine dei ragazzi del Venezia HC, spero il COVID e gli anni che passano non abbiano ammazzato quello spirito! Non so qual è la scena in Italia ora e comunque credo sia molto frammentata. I social stanno ammazzando qualsiasi “scena”. Tutto viene filtrato, tritato, digerito e processato dal web e l’immagine che ne esce delle band molto spesso storpia la realtà. Ricordo che da piccolo, quando arrivavi a conoscere certe band, per passa parola o da un trafiletto sul giornale, poi scattava la ricerca di info e quando arrivavi finalmente al concerto, comunque, ci arrivavi con un sacco di punti di domanda e questo era bello, la curiosità è una cosa bella! Oggi le nostre curiosità muoiono sul web, diamo troppe informazioni e questo aiuta i più giovani a disinteressarsi prima del tempo, le mode vanno più veloci di noi. E’ anche vero però che oggi molte più band possono mettersi in mostra (Affliction Vector compresi) però all’interno di un network dove le relazioni tra le parti stanno quasi a zero. E’ l’era della divisione, abbiamo uno schermo una stanza/set fotografico e adesso anche una mascherina! Noto con piacere però che spesso dietro a nuovi progetti ci sono le stesse facce conosciute anche per strada; forse quelle persone che fanno musica più per esigenza personale che per altro.

Tempo scaduto, ti ringrazio per la chiacchierata, concludi l’intervista come vuoi…
Concludo con un saluto a voi e con l’invito alle persone di supportare i musicisti e le record label, se possibile, durante questa brutta pandemia e se posso permettermi di dare un consiglio invito ad usare di più Bandcamp che secondo me, già che di social e mondo web si è parlato, è veramente la più bella piattaforma musicale creata in questi anni.