Feralia – Il gioco degli opposti

I Feralia giocano al raddoppio. Se il lockdown ha minato la stabilità di parecchi gruppi, portandone alcuni allo scioglimento. La black metal band italiana, invece, ha sfrutto il blocco per tirar fuori un disco doppio, o forse meglio duplice, “Under Stige / Over Dianam” (Time to Kill Records \ Anubi Press), capace di far uscire fuori sonorità e sensibilità opposte .

Benvenuti, dal 28 Aprile è disponibile il vostro nuovo album “Under Stige / Over Dianam”. Dobbiamo consideralo un singolo disco oppure due lavori ben distinti?
Erymanthon: Ave e grazie. Si tratta assolutamente di un lavoro che va considerato come un tutt’uno, in quanto, pur essendo nato un po’ per caso come ti spiegheremo più avanti, va a formare un gioco di contrasti incentrato su queste due “anime” diverse, una violenta, oscura, feroce, maschile, ed un’altra più ritualistica, delicata, sognante e femminea, due anime opposte, non in lotta tra loro ma complementari, che donano al lavoro complessivo una dimensione in più. Nonostante questo, è assolutamente possibile ascoltare i due “capitoli” in maniera indipendente, senza che il loro valore individuale ne risenta.

Quando avete iniziato a lavorare sui brani avevate già un’idea di massima sul risultato finale oppure questa duplice anima è nata per caso?
Erymanthon: L’idea iniziale era in realtà quella di registrare “Under Stige” nella prima metà del 2020, poco dopo il mio ingresso nella band, e farlo uscire a lavoro ultimato. Poi però è arrivato il lockdown e ci siamo trovati costretti in casa nostra, perciò i lavori di registrazione di “Under Stige” sono stati inevitabilmente rimandati. In quella situazione così assurda di costrizione ed isolamento, però, da un’idea del nostro chitarrista Raijinous abbiamo deciso di dare sfogo alle nostre emozioni ed al nostro estro creativo, registrando l’EP acustico adoperando ognuno la strumentazione di cui disponeva a casa propria, ed inviando poi le tracce a L’Ossario Studio per il missaggio. Abbiamo dedicato l’EP a Diana, Dea della natura selvaggia nell’Antica Roma, come tributo ed espressione del nostro sentimento di rispetto verso Madre Natura.

Quali sono le differenze sostanziali tra questi due dischi?
Krhura: Sono opposti. “Under Stige” è un viaggio notturno, mortifero, maschile e musicalmente è black metal. “Over Dianam” è più solare, melodico, femminile. Qui non ci sono batterie, scream e chitarre elettriche, ma un viaggio dai connotati folk.

Per un’esperienza migliore va ascoltato prima “Under Stige “ oppure si può partire indifferentemente da uno dei due?
Erymanthon: Nella versione digitale del lavoro abbiamo posizionato “Under Stige” in apertura ed “Over Dianam” in chiusura, questo è l’ordine che noi avevamo pensato, tuttavia credo che si possano assolutamente ascoltare i due capitoli in ordine “opposto” e ricevere da ciò un impatto diverso… scegliere se scendere prima nell’abisso con “Under Stige” e poi riemergere con “Over Dianam”, oppure percorrere il cammino opposto… non vogliamo che la nostra musica sia “dogmatica”.

La vostra è una band relativamente giovane, siete nati nel 2018 e avete esordito nel 2020 con “Helios Manifesto”, non temete che un’uscita così ambiziosa possa rappresentare un azzardo?
Erymanthon: Forse potrebbe risultare così. Quello che però ci teniamo a sottolineare è che la nostra musica non è incentrata sul cercare la miglior “trovata commerciale” per essere sicuri di vendere copie o assicurarci il favore del pubblico. L’unica cosa che ci interessa è esprimere noi stessi e la nostra essenza in un processo di catarsi attraverso la nostra musica, ed il binomio “Under Stige – Over Dianam” è quello che meglio riesce nell’intento in questo momento, perciò è stato per noi un processo assolutamente naturale.

Nel nuovo album troviamo alla voce Erymanthon Seth (Apocalypse) e il batterista P. (Noise Trail Immersion, O), quale è stato l’apporto di questi due nuovi membri?
Krhura: Il nuovo batterista P. in realtà è entrato nella band poco dopo la fine delle registrazioni del disco. Stiamo però scrivendo già materiale nuovo e devo dire che si sta integrando benissimo, oltre a portare la sua influenza all’ interno della band. Erymanthon invece è entrato a metà registrazioni per cui il suo apporto è stato molto valido ma limitato per questioni logistiche, mentre per la stesura il nuovo materiale il suo apporto è stato incisivo fin da subito, abbiamo un compositore in più nella band.

Nel disco ci sono anche ospiti di rilievo, vi andrebbe di presentarli?
Krhura: Certo, anche i due ospiti fanno parte di questo gioco di opposti di cui parlavo prima. Agghiastru è presente nella prima traccia di “Under Stige”, suona diversi strumenti tradizionali e recita dei versi. Il suo “riferimento” è l’Italia, il sud, il fuoco, le nostre origini. Il giro di accordi della canzone ha un sapore vagamente mediterraneo per cui ci è sembrata una scelta sensata e naturale chiedere a lui. Håvard Jørgensen (ex Ulver/Satyricon e ora coi Dold Vorde Ens Navn) suona la chitarra acustica ed ebow su “The Altar and the Deer”, un brano di “Over Dianam”. Il suo “riferimento” è il nord, il ghiaccio, le nostre influenze musicali. .

Avete già scelto quali brani estrarre da “Under Stige / Over Dianam” in occasione dei vostri live?
Erymanthon: Nei concerti fatti finora, abbiamo suonato “Under Stige” per intero, ad eccezione delle tracce “Laudatio Funebris” (di cui abbiamo solo usato un frammento come intro) e “Terminalia”. Abbiamo poi inserito il brano “Over Dianam” a metà scaletta, e “Conception”, un brano del nostro precedente lavoro “Helios Manifesto”.

In conclusione, come immaginate il vostro prossimo disco, più simile a “Under Stige “ o a “Over Dianam”?
Erymanthon: Finora abbiamo tirato giù alcune bozze (ancora molto grezze) in stile decisamente black metal. Tuttavia, ricordo che anche “Under Stige” doveva essere inizialmente un disco interamente black metal… perciò, attualmente non ci sentiamo di anticipare nulla. Le vie del Destino sono infinite…

Deathcrush – Il regno del serpente

Dopo la parentesi live album, “Spreading the Pest”, i Deathcrush tornano con un disco di inediti, “Under Serpents Reign”, uscito per la Time To Kill Records lo scorso 26 aprile.

Ciao ragazzi, nel 2019, poco prima che la pandemia bloccasse tutto, in particolare i concerti, avete pubblicato in modo quasi “profetico” un live album, “Spreading the Pest”. Come è andato quel disco?
Ciao! Si, in effetti il titolo è stato davvero “profetico” perché come hai detto è uscito appena prima che il covid bloccasse tutte le attività live ed il mondo in generale. In realtà, la decisione di intitolare il nostro primo live in quel modo deriva dal fatto che è stato registrato in Polonia durante il nostro ultimo tour, chiamato appunto Spreading The Pest Over Europe. La performance è stata registrata al Rudeboy Club. In seguito abbiamo girato tutto alla nostra precedente label che assieme ad altre etichette italiane ha voluto produrre un live album in edizione speciale con alcuni inserti all’interno. Devo dire che, nonostante il culto del live album si sia un po’ perso negli anni, questa nostra release è andata abbastanza bene.

Ora, quando pare che le cose in ambito live stiano per tornare alla normalità, avete pubblicato il vostro nuovo full-length, “Under Serpents Reign”. In qualche modo la cattività causata dal Covid ne ha influenzato il contenuto?
Più che altro ci siamo dati da fare e abbiamo sfruttato la situazione a nostro vantaggio. Tendiamo sempre a vedere il lato positivo delle cose, di conseguenza abbiamo tramutato questa pausa forzata in più tempo per lavorare. Ci siamo dedicati con molta più cura a tutti gli accorgimenti e ai dettagli, in particolare siamo stati estremamente minuziosi sugli arrangiamenti di ogni singolo pezzo per produrre un album che ci rispecchiasse al 100%. Saremmo dovuti entrare in studio già dopo la prima fase della pandemia, ma poi ci ha bloccati la seconda ondata. Quindi, consapevoli e forti anche di tutto il lavoro fatto a priori, va da sé che appena è stato possibile siamo entrati in studio carichi e determinati come non mai.

Da un punto di vista stilistico, come si pone “Under Serpents Reign”? Dà in un certo senso continuità alla vostra produzione o rappresenta uno snodo verso nuove soluzioni?
“Under Serpents Reign” è senza ombra di dubbio il nostro miglior album sino ad ora. Come ti dicevo, abbiamo curato tutto nei minimi dettagli, artwork, liriche e produzione in senso lato. Non a caso abbiamo voluto e avuto l’onore di lavorare con professionisti che seguiamo e stimiamo da anni. In questo lavoro c’è tutta la nostra anima. L’album presenta alcune soluzioni innovative rispetto al passato e certamente ci saranno delle sorprese, ma siamo comunque rimasti fedeli al nostro trade-mark musicale e stilistico.

Avete già testato dal vivo i nuovi brani?
Ancora no, anche se abbiamo già ricevuto proposte per alcune date in Sardegna. Stiamo aspettando che il pubblico riceva e ascolti l’album, poi partiremo in tour per tutta l’Europa. Abbiamo già provato le nuove song varie volte e ti posso assicurare che sono davvero violente dal vivo.


In passato avete girato parecchio, soprattutto nell’Europa dell’Est, pensata che il conflitto Russo-Ucraino possa in qualche modo penalizzarvi?
Visitare l’Est Europa è stata un’esperienza davvero fantastica, sia a livello professionale, perché abbiamo suonato in posti davvero fighi, sia personale perché abbiamo girato città e luoghi in cui si respira storia in ogni angolo. Avevamo parecchie proposte di live in quelle zone oltre a un tour in Russia. Ci dispiace molto non poter suonare lì vista la situazione attuale. Speriamo
che in futuro si possa realizzare il tutto.

Quello che non mi pare mutato è l’approccio lirico, di cosa parlano i testi?
No, le liriche non sono mutate. Consideriamo l’ingerenza della religione nel nostro paese un’oppressione anacronistica che vincola le menti e ogni aspetto della società tutta a uno stato di strisciante regresso. I nostri testi sono vero e proprio veleno stracolmo di ribellione verso i falsi
profeti e ogni aspetto che riguarda la Chiesa così come qualsiasi autorità o istituzione religiosa.

Il serpente richiamato nel titolo chi o casa rappresenta?
Il serpente che si morde la coda è sempre stata una figura che ci ha attratto. Considerando il titolo e l’artwork dell’album non potevamo non inserirlo in prima linea. Rappresenta il ciclo del potere che si rigenera divorando se stesso, è l’energia universale che si consuma e si rinnova continuamente. Non c’è nascita senza morte, non c’è creazione senza distruzione, per parafrasare i Nile. Il serpente simboleggia l’unità, la totalità del mondo e l’eternità. E’ una figura
che rappresenta al meglio il modo in cui Deathcrush concepiscono il male.

La copertina è splendida, chi l’ha realizzata?
La copertina è stata dipinta a mano da Paolo Girardi che ha creato un vero e proprio capolavoro. E’ sempre stato un sogno avere una sua opera realizzata appositamente per un nostro album perché stimiamo e seguiamo Paolo da tanti anni, per cui non possiamo che essere onorati. Tra l’altro ha fatto davvero un lavoro maestoso che rappresenta fedelmente lo spirito dell’album
sia musicalmente sia a livello di tematiche trattate nei testi.

In conclusione, quali obbiettivi vorreste realizzare con “Under Serpents Reign”?
“Under Serpents Reign” è già partito bene, abbiamo firmato con la Time To Kill e siamo davvero soddisfatti del lavoro superbo che stanno facendo. I pre-orders dell’album stanno andando benissimo ed abbiamo tante belle news da annunciare a tempo debito, ma vi assicuro che sono davvero delle grandi cose. Volevamo chiudere l’intervista ringraziandovi per lo spazio e per l’interesse dimostratoci. Rimanete aggiornati. AVE SERPENTS!

Straight Opposition – The next revolution

Chi si aspettava una versione dimessa degli Straight Opposition dopo lo split del 2018 e la conseguente lunga inattività, dovrà ricredersi. “Path of Separation” (Time To Kill Records \ Anubi Press) è un disco che non vive di ricordi, anzi mostra una formazione che, pur se rispettosa del proprio passato, vive con i piedi ben piantati nel presente e lo sguardo diretto verso il futuro…

Benvenuto Ivan, prima di concentrarci sul nuovo album, farei un piccolo salto indietro nel tempo: ti andrebbe di ricostruire gli anni successivi all’uscita del vostro precedente album, “TheFury From the Coast” del 2017?
Ciao! Certo! Appena uscito “The Fury From The Coast” ci siamo trovati nuovamente con diversi problemi di line up, risolti questi, abbiamo suonato in lungo e in largo per promuovere il disco con, in ultimo, un tour di tre settimane in giro per l’Europa che ha toccato Rep.Ceca, Lussemburgo, Belgio, Francia, Spagna e Italia. Personalmente, alla fine di questo tour avevo voglia di fare qualcosa di nuovo, così gli Straight si sono sciolti, e dalle ceneri sono nati i 217. Con i 217 andava tutto alla grande, ma poi è arrivato il Covid, che oltre farci perdere 18 concerti finali prima di entrare in studio, ha cambiato le vite lavorative degli altri membri portando la band ad una battuta d’arresto. Nel frattempo io e Luca Hc (membro storico della band che lasciò nel 2012 gli Straight) siamo stati molto in contatto pensando a nuova musica da fare insieme ad altre persone in Belgio, La spinta finale è arrivata a giugno 2021, quando Enrico Giannone della Time To Kill ci ha chiesto di fare un disco coi 217, visto che non poteva averci come Straight Opposition. Di converso, essendo i 217 impossibilitati a farlo, ho detto a Enrico che invece in pentola si stava muovendo una reunion Straight Opposition insieme a Luca e nuove persone (Flavio e Nicola) e che avremmo fatto un album. Il resto è storia: abbiamo cominciato a comporre a distanza, e da settembre in presenza (gli altri 3 vivono tutti in a Bruxelles ); tra novembre e dicembre siamo andati a Roma per registrare “The Path Of…”.

Il nuovo album si intitola “Path of Separation”, la parola separazione deve far preoccupare i vostri fan che da poco vi hanno ritrovato?
Col rientro di Luca abbiamo intrapreso un normale percorso di arricchimento delle composizioni e della nostra visione dell’hardcore, perciò è naturale non ripetere quanto fatto in passato evolvendo le canzoni verso nuovi lidi. Io penso che se qualcuno vuole sentire la band fare cose standard, può andare a rispolverare “Step By Step” o “The Fury From The Coast”. Se invece c’è la voglia di ascoltare qualcosa di nuovo, allora “The Path Of Separation” è il disco da macinare nello stereo, senza paura.

Il disco è uscito più o meno quando sull’Europa è riapparso lo spettro della guerra. Per una banda sempre socialmente impegnata come la vostra, questa combinazioni di eventi può assumere un significato simbolico?
Al di là del gran senso di frustrazione e di scoramento che stiamo provando in questi giorni nell’assistere inermi a quanto sta accadendo, non posso dire altro se non che la direzione tematica della band si è assestata sulla riflessione critica a proposito dello scontro dialettico tra singolo e apparato capitalistico sin dal demo 2004, quando le “All stars” del massacro in occidente erano Berlusconi, Bush e Putin. Eccoci di nuovo qui a combattere con i mostri. L’accumulo del capitale, inteso come detenzione di ricchezza e risorse nelle mani di pochi, diventa ancora più aggressivo in un momento in cui il Capitalismo classico è andato completamente in crisi sfociando apertamente nei più beceri e sanguinosi degli imperialismi contemporanei. Nel nostro piccolo, continueremo a diffondere concetti come “liberazione dell’individualità”, dell’individuo e della persona. Libertà nello scegliere ciò che si sente di essere, senza moralizzazioni religiose e patriarcali o gerarchie aziendali, sociali e familiari. Lo diciamo ai concerti, nei testi, nelle interviste. Partiamo da una base personalistica, da una riscoperta della soggettività più propria attualmente decostruita dagli apparati: combattere il leader che prima di tutto continua a negarci sotto forma di catene frasali.

Ne approfitto per chiederti, la vostra definizione di hardcore nel 2022: il significato e lo spirito di questo genere sono rimasti immutati oppure si sono adeguati ai tempi che viviamo?
Non sono in grado di rispondere: per me e per gli altri l’hardcore è uno stato mentale/attitudinale così come lo abbiamo vissuto negli anni 90. Sicuramente ci saranno stati dei cambiamenti, ed è anche giusto che sia così, ma per quanto ci riguarda, lo spirito rimane quello di un tempo. Lo spieghiamo bene in un pezzo del nuovo disco che si chiama “No Age To Xclaim”!

Torniamo al disco, le note promozionali che accompagnano il promo ne presentano il contenuto come “un mix tra una versione compressa di Integrity e Napalm Death senza blast beats”. Vi ritrovate in questa descrizione?
In effetti non è male. Il disco nuovo è davvero molto aggressivo e penso sia il perfetto punto di incontro tra fan degli Integrity e fan degli ultimi Napalm Death anche se, pur amandoli entrambi alla follia, non hanno influenzato minimamente il processo di scrittura per “The Path Of Separation”.

A quando risalgono i brani? Avevate già qualcosa nel cassetto o sono tutte creazioni recenti?
La composizione dei brani è iniziata immediatamente dopo la chiamata che ha visto protagonisti Enrico Giannone, Luca Hc e me. Era fine maggio 2021, da allora abbiamo cominciato a lavorare febbrilmente sui brani del disco partendo da zero. Non c’è nulla di datato, tutta roba fresca scritta durante l’estate.

Se non erro, ad oggi, avete estratto dal disco un paio di singoli: “Workstation Dead-Box” e “July019”. Come mai avete scelto proprio questi pezzi come biglietto da visita per tutto il disco?
Con precisione non ricordo il motivo per cui la scelta sia ricaduta su questi due brani, ma credo perché il primo da te citato mostra il lato più groove del disco, mentre il secondo quello più veloce, classico, da assalto frontale senza un domani.

Per una band come la vostra, che deve la propria fama soprattutto alle scorribande live, è importante avere dei video in rotazione?
In effetti il nome della band è cresciuto grazie alla nostra presenza live sin dal 2005, e a quell’epoca di avere video e cose di questo genere non se ne parlava nemmeno; tra l’altro non esisteva neanche Youtube, quindi direi che, almeno fino al 2008, ne abbiamo fatto a meno, e il nome è cresciuto lo stesso. I tempi attuali però, molto basati sulla forma/immagine, richiedono in effetti anche un supporto in immagini che, per quanto mi riguarda, cambiano poco la mia vita dato che i videoclip mi annoiano da morire. Se però questo può servire a diffondere e spingere la tua band è ok, ma credo ce ne siano troppi in rete, e alla fine uno nemmeno li guarda più di tanto. Tra l’altro, non vado pazzo per i video super rifiniti. Adoro le cose lasciate a caso, dove si avverte un certo senso di trascuratezza e improvvisazione. Non amo invece i video rifiniti, in cui la canzone gioca un ruolo secondario in favore dell’immagine. Amo ovviamente il cinema, ma questa è un’altra storia.

Credi che il conflitto in qualche modo possa condizionare un’eventuale tournée nell’Est Europa, territorio che in passato avete spesso bazzicato?
Il pericolo esiste eccome! Già nel 2008 abbiamo ricevuto aggressioni dai nazi di merda a Timisoara, durante un concerto, e poi minacce che hanno portato gli organizzatori ad annullare dei concerti in Ungheria, nel 2013, sempre grazie ai nazi locali che minacciavano di fare un macello. E gli episodi non sono finiti qui. Dunque immagino ora, con la drammatica virata a destra dell’Europa, quanti problemi potremmo avere, ma ci staremo attenti, non saranno quattro nazi di merda a fermarci.

Rabid Dogs – Grind ‘n’ roll a mano armata

I Rabid Dogs da quasi tre lustri violentano i nostri padiglioni auricolari, figuriamoci se una pandemia può fermare questa loro attività criminosa. Anzi il recente “Black Cowslip” rilancia le ambizioni del terzetto, forte di un nuovo contratto discografico (con la Time To Kill Records) e nuovi stimoli creativi.

Ciao Doc (chitarra e voce), lo scorso 28 gennaio è uscito il vostro album “Black Cowslip”, è sicuramente presto per fare un bilancio, però ti chiedo: quali aspettative accompagnano questa pubblicazione?
Ciao Giuseppe. Sì, non è nemmeno un mese che l’album è fuori ma abbiamo delle buone sensazioni a riguardo. Il disco piano piano si sta diffondendo, grazie alla promozione continua della Time To Kill, ai due videoclip pubblicati in queste settimane ed alla musica stessa. Crediamo molto in questo disco e vogliamo che arrivi a più pubblico possibile perché lo merita.

“Black Cowslip” è il primo album che pubblicate durante la pandemia, temete che l’attuale blocco dei concerti possa in qualche modo compromettere la promozione del disco?
E’ la nostra paura ma purtroppo non possiamo farci molto. Causa pandemia abbiamo dovuto rallentare un po’ con la registrazione e pubblicazione ma forse è stato un bene dato che finora l’attività live è stata quasi del tutto azzerata. Adesso però siamo in attesa che le restrizioni scompaiano e di poter finalmente suonare dal vivo: è davvero tanto tempo che non calchiamo un palco e la cosa ci ha iniziato davvero a stufare.

Quanto è importante per voi poter suonare dal vivo? Avete già delle date in programma per le prossime settimane?
Per noi è importantissimo. Siamo una band che adora andare in tour e fare festa con il pubblico e con le altre band. E’ bello comporre musica e registrarla ma se non puoi condividerla con altre persone non ha molto senso. Inoltre è un genere  molto “fisico” che può esprimersi al meglio solo dal vivo. Riguardo le date, ci stiamo lavorando proprio in questi giorni. Finora le poche serate trovate sono state tutte annullate o posticipate ma non disperiamo: siamo ottimisti e contiamo di riuscire a portare il nuovo disco dal vivo per primavera/estate.

Quando sono nati i brani di “Black Cowslip”?
I brani hanno avuto una gestazione molto lunga. I pezzi sono stati composti già da tre anni ma con il tempo si sono arricchiti e modificati. Molto ha influito anche il lavoro di Cinghio dei Kick Recording Studio: la sua esperienza è stata preziosa per trovare soluzioni che non avevamo considerato in sala prove. Inoltre, come detto prima, la pandemia ci ha costretto a dei lunghi stop e questo ci ha permesso di ripensare i pezzi e modificarli dove funzionavano meno.

Avete lavorato in modo diverso in studio rispetto al passato?
E’ stata la prima volta per noi  ai Kick Recording Studio e ci siamo trovati subito a nostro agio, in un ambiente sempre costruttivo ed aperto a tante idee. Dopo anni di registrazioni al nostro solito studio qui in Abruzzo, uscire dalla nostra “comfort zone” e passare ad uno studio nuovo, in un’altra città, è stata un po’ una scommessa e non sapevamo come sarebbe andata. Registrare con Cinghio invece è andata benissimo, ci ha dato un punto di vista diverso sui pezzi ed ha arricchito il disco con ottime intuizioni.

Ciò che mi colpisce della musica contenuta in  “Black Cowslip” è che al primo ascolto pare quasi semplice, in realtà è stratificata, complessa e multiforme: come avete fatto a rendere semplici le cose difficili?
In effetti è un disco di facile ascolto, con pezzi che filano via con leggerezza e che non annoiano.  In principio seguiamo solo le nostre intuizioni in sala prove, partendo da riff semplici ma coinvolgenti, per poi arricchirli tutti insieme mano a mano. E’ sempre stato così per noi, siamo tutti coinvolti nella composizione, e non è la prima volta che inseriamo soli di armonica o pezzi meno tirati, ma questa volta è stato determinante anche tagliare alcune soluzioni per rendere tutto più snello. Ad esempio in origine le linee vocali erano differenti, molto più corali, ma come abbiamo provato a ridurle ed ad affidarci ad una voce principale, ci è subito parsa la soluzione migliore, il disco filava via meglio. E così via anche per quanto riguarda strutture dei pezzi ecc…

Niente male neanche la copertina, chi è l’autore?
Se per studio ed etichetta ci sono stati cambiamenti, per l’artwork no: ci siamo affidati ancora a Davide “Dartwork” Mancini e non abbiamo sbagliato. Adoriamo i suoi lavori e volevamo ancora il suo contributo per questo disco, perfetto per il suo stile molto stoner/doom.

Per “Fucking Spaced Out” avete realizzato un grande video, avete degli aneddoti particolari da raccontare sulle riprese?
“Fucking Spaced Out” è il primo di quattro video previsti per questo disco. La forzata mancanza di attività live ci ha permesso di dedicarci di più alla promozione tramite videoclip e, grazie all’aiuto di Enrico della Time To Kill, siamo entranti in contatto con i ragazzi della Thunderslap Productions con cui abbiamo filmato. E’ stato divertentissimo lavorare con loro, sono persone molto professionali ed allo stesso tempo molto alla mano. C’è stato sempre un clima di festa nel registrare il video, aiutato dal fatto che tutte le bottiglie che vedete ce le siamo scolate per davvero (l’unica finzione sono le pilloline… niente roba eccitante, della semplice vitamina C). Il video in questione è collegato al seguente “The Law Of The Strongest”, uscito con la pubblicazione del disco, per cui se ti è piaciuto ti consiglio vivamente di guardare anche quello.

Visto che si parla di riprese: “Cani arrabbiati” è il più grande film della storia?
Il più grande film della storia? Ahhaha forse no, ma è sicuramente il più importante per la nostra storia. Senza quel film non so come ci saremmo chiamati e non so se avremmo avuto la stessa passione per i poliziotteschi anni 70. Dobbiamo molto a quel film.

Humator – Arisen from the ashes

Le tracce degli Humator erano andate perse qualche anno fa, quando alcuni membri della band si erano trasferiti in Germania. Paradossalmente, l’aver sposato la base in un Paese ben più recettivo del nostro nei confronti di certe sonorità, non ha dato lo slancio definitivo alla carriera dei nostri. Oggi si torna a parlare di Humator grazie a un nuovo disco, “Curse of the Pharaoh” (Time to Kill Records \ Anubi Press), pubblicato a ben dodici anni di distanza dal precedente “Memories From The Abyss”.

Benvenuto Piero (batteria), da diversi anni vi siete trasferiti in Germania, qual è la situazione live da quelle parti in questi giorni di pandemia?
Ciao, intanto grazie per l’opportunità che ci avete dato, la situazione live qui non è delle migliori, diciamo che si sta iniziando a muovere qualcosa soprattutto per le big band,per il piccolo underground ci vuole un po’ di tempo… spero al più presto possibile.

Rimaniamo in tema Germania, dopo il trasferimento all’estero si sono perse le vostre tracce. Sino a quel momento avevate pubblicato un demo, “Anger Castles”, e un album, “Memories From The Abyss”, poi il silenzio durato dodici anni: che cosa è successo?
Sì, purtroppo è così, subito dopo l’uscita di “Memories…” io e Ray ci siamo trasferiti in Germania per lavoro. Per questo motivo si sono perse le nostre tracce nel 2009, quando ci siamo trasferiti abbiamo avuto serie difficoltà a trovare componenti, non è stato per niente facile.

Appunto, presentate sul questo album due nuovi membri, Michael Bach e Simon Moch: come siete entrati in contatto con loro?
In principio, dopo  un paio d’anni, è entrato a far parte della band Antonino (chitarra) anche lui siciliano. Per puro caso, avevamo visto un video su YouTube, una guitar cover di “Sadness” fatta da Antonino, da lì lo abbiamo contattato. Neanche a dirlo, si doveva trasferire in Germania e qui entra a far parte della band, e da allora in poi abbiamo iniziato a creare nuovi brani. Ma le difficoltà c’erano sempre, non riuscivamo a trovare un cantante e un bassista, dopo varie ricerche e vari anni sonio entrati Michael (voce) e Simon (basso).

Finalmente è arrivato il momento di parlare di “Curse of the Pharaoh”, i brani esistono da anni o sono stati creati con la nuova formazione?
I brani esistono dal 2016 e sono stati creati da me, Ray e Antonino. Principalmente i riff partono da Ray e poi tutto il resto viene dagli altri componenti della band.

Cosa presenta di diverso questo secondo album rispetto al vostro esordio?
Sinceramente non lo sappiamo, ahahahah. Penso che col passare del tempo si cresca, le tendenze musicali cambiano e quindi, senza volerlo, vai a modificare il DNA musicale: il marchio è lo stesso, ma i tempi cambiano…

A proposito di “Memories from the Abyss”, credi che un giorno possa essere ristampato?
Magari, sinceramente ci avevo pensato anch’io. E’ un bel lavoro, non cambierei niente, è il tipico sound humatoriano, ahahahah…

Torniamo a “Curse of the Pharaoh”, il disco è un concept di ispirazione egiziana, si basa su fatti storici-mitologici oppure è tutto frutto della vostra fantasia?
Noi volevamo solo un album che non contenesse troppi cliché. L’antico Egitto non è così fortemente rappresentato nel death metal, a parte i grandi Nile. E ne abbiamo anche ricavato un album fantasy, invece di trattare testi troppo accuratamente storici.

Secondo te, come mai l’antico Egitto ha sempre affascinato i musicisti metal?
Abbiamo notato che alcune sonorità ci portavano l’orecchio a quel sound quasi tipicamente egiziano e dopo siamo arrivati alla conclusione che avremmo dovuto parlare dell’antico Egitto. Come ben si sa, non siamo gli unici a trattare queste tematiche, probabilmente perché l’antico Egitto ha tantissimi misteri e ancora oggi non si sono trovate risposte. Magari sarà per questo motivo? Chi lo sa?!

E’ presto per parlare di tour o qualcosa si sta muovendo, magari anche qui da noi in Italia?
Non è presto, stiamo cercando di organizzare qualcosa. Ma visto la situazione Covid, non siamo ancora in grado di dare delle conferme…

Husqwarnah – Screams from the cellar

Husqwarnah non è un nome facile da scrivere e da pronunciare, ma siamo certi che diventerà in breve familiare a tutti coloro i quali amano le sonorità death metal old school che strizzano l’occhio soprattutto, ma non solo, alla scuola svedese. Abbiamo contattato il cantante Maurizio Caverzan e il bassista Lorenzo Corno per farci raccontare qualcosa sull’album d’esordio “Front: Toward Enemy” (Fuel Records / Reborn Through Tapes Records / Anubi Press / DNR Music Agency).

Ciao ragazzi, direi di partire dalla parte più complicata: il vostro nome! Cosa significa Husqwarnah?
Stavamo cercando qualcosa che richiamasse il nostro amore per il death svedese (anche se la composizione non è incentrata sulla mera scena scandinava) il famoso “chainsaw sound” e subito ci è venuta in mente la nota marca di motoseghe, moto cross, ecc… Abbiamo poi scoperto che la nota marca in passato costruiva i moschetti per l’esercito svedese. Penso non ci sia bisogno di aggiungere altro.

Il vostro amore per la Svezia è facilmente intuibile ascoltandovi, ma perché avete scelto proprio l’old school swedish death metal come forma di espressione? C’è un qualcosa nel vostro sound che non è riconducibile alla scuola svedese o vi siete attenuti in modo fedele a quei dettami?
In realtà le influenze non sono solo svedesi e legate esclusivamente alla scena nordica e all’abuso di HM2. Molti riff richiamano anche la scena americana più marcia, quella floridiana a cui siamo molto legati e quella olandese. Il disco è stato inizialmente concepito per un abuso estremo di HM2 sulle chitarre e un basso fretless molto ritmico, più su in stile Blood Incantation che scuola Obscura, Beyond Creation. Successivamente in fase di produzione abbiamo svoltato per sonorità più canoniche ma non esclusivamente riconducibili allo swedish death metal.

Domanda a bruciapelo: Stoccolma o Göteborg?
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Passiamo al vostro album di debutto, “Front: Toward Enemy”, come e quando è nato il disco?
Il disco è stato scritto nel periodo precovid. Alcune tracce sono state suonate in alcuni show selezionati, tra cui il concerto di debutto, in apertura agli Asphyx, nostri personali idoli. Poi è successo quello che tutti sappiamo e siamo stati costretti a registrare una parte degli strumenti in studio e una parte in casa, a causa delle restrizioni dovute al lockdown. La fase di mix, master e produzione è stata affidata a Carlo Altobelli del Toxic Basement Studio nell’estate del 2020.

Al momento avete realizzato due singoli – “Vigo” e “Screams From The Cellar” – che, guardando la tracklist, rappresentano il centro dell’album. E’ un caso che siano stati estratti quei due brani piazzati in quella posizione o effettivamente possiamo considerali il cuore del disco e pertanto quelli più rappresentativi da utilizzare come biglietto da visita?
Assolutamente sì, pensiamo che siano due ottime anticipazioni e racchiudono ciò che è l’essenza, la semplicità e la genuinità del progetto.

I due singoli sono accompagnati dalle illustrazioni di Roberto Toderico, mentre la copertina dell’album è stata firmata da Luca Solomacello. Come mai avete optato per un approccio visivo differente per singoli e album?
Per la copertina abbiamo pensato a qualcosa di più visionario e dettagliato e più ispirato alle tematiche e sonorità del disco mentre per quanto riguarda invece i singoli volevamo una grafica molto più cruda ma altrettanto efficace che rappresentasse il concept di ogni singolo brano. Entrambi sono due artisti italiani notevoli, siamo fieri e grati di averli avuti in squadra.

Da grande fan dei Rush non ho potuto che apprezzare la vostra versione di “Dreamline”, brano estratto da uno dei dischi dei canadesi, a mio avviso, più sottovalutati. Come è nata questa cover?
Il nostro bassista oltre ad essere un fanatico del trio canadese è anche un addetto ai lavori nell’ambito musicale. Un giorno durante una giornata promozionale ha avuto l’occasione di scambiare quattro chiacchiere con Mikael e uno dei primi discorsi è stato appunto in merito ai Rush. L’idea di omaggiare la band è sempre stato un sogno per lui e dopo la scomparsa di Neil Peart abbiamo scelto di realizzare questo tributo e di contattare Mikael Stanne, il quale ha subito accettato la proposta.

Nel pezzo,xappunto, compare Mikael Stanne (Dark Tranquillity, In Flames, Hammerfall), come è stato lavorare con lui?
Mikael ha accettato immediatamente la proposta inviandoci immediatamente le tracce vocali della cover: è uno degli artisti più gentili con cui siamo entrati in contatto.

Avete in programma un release show e delle date a supporto del disco?
Al momento abbiamo un release party fissato per il 10 dicembre al Legend Club di Milano. Assieme a noi ci saranno Cocaine Kamikaze e Ural. Per il futuro stiamo pianificando qualcosa di interessante che sveleremo nei prossimi mesi…

Rejekts – La stirpe di Adamo

I Rejekts sono nuovamente tra noi con un disco che chiude alla grande questo nefasto 2021. “Adamo” (Slaughterhouse Records / Anubi Press) ha tutte le carte in tavola per diventare un piccolo classico, poiché la band è riuscita, con qualche ritocco e qualche sforbiciata, nell’impresa di rendere più efficace e meno dispersivo il proprio sound, senza perdere però quell’indole DIY che ne ha contraddistinto la produzione precedente.

Ciao Black, ben otto anni fa usciva “UNO-“, il vostro primo full-length. Oggi tornate con “Adamo”, un titolo che riporta alla mente il primo uomo. Dobbiamo vedere in questo nome una sorta i volontà di iniziare di nuovo? Una sorta di altro numero uno, quasi a cancellare la lunga pausa?
Ciao a te e grazie per lo spazio concessoci! “UNO-” e “Adamo” sono senza dubbio due dischi sicuramente molto diversi tra loro, dal punto di vista concettuale il primo parlava della coscienza che un individuo ha di sé (così da essere “l’uno”), “Adamo” invece parla del racconto, del ricordo e di come tale narrazione possa cambiare l’idea che l’uomo ha di sé e di ciò che lo circonda. Se concettualmente quindi potremmo vederli uno conseguente all’altro, dal punto di vista di come suona sicuramente in questo secondo lavoro abbiamo affinato la proposta e smorzato un po’ quella sensazione di “minestrone” di generi che secondo noi si percepiva in “UNO-“.

Durante questa pausa quanto sono cambiati i Rejekts?
Non la definirei una vera e propria pausa, nel 2016 abbiamo fatto uscire un EP di 3 tracce, “Triratna”, e abbiamo suonato parecchio dal vivo. Ad ogni modo durante questi 8 anni abbiamo cambiato batterista, il quale ha portato un po’ di velocità e un po’ di coesione tra di noi in più, quindi dal punto di vista della formazione si può dire che un bel cambiamento ci sia stato. Oltre a questo credo che questi 8 anni ci abbiano resi più arrabbiati e tristi.

Mentre dal punto di vista lirico avete cercato nuovi temi da trattare?
Sì e no, mi spiego peggio: i temi che trattiamo alla fine sono sempre quelli: alienazione, nichilismo, misantropia, incapacità di comunicare ed esistenzialismo; questa volta parliamo di tutto questo servendoci di miti e racconti di varie culture. In questi miti l’uomo cerca di spiegare la propria esistenza infelice secondo quelli che sono i propri valori (spesso aberranti). Si parla dunque di: rapporti di potere, sopraffazione, colpa, espiazione, sacrificio…. E molte altre tematiche allegre.

Devo essere sincero, la news del vostro primo singolo ha generato un traffico notevole, almeno per un sito piccolo come il mio. Però questo mi dà l’idea che la gente vi stesse aspettando: avete anche voi questa sensazione e questa cosa vi crea pressioni?
Considerando che viviamo tutti e cinque abbastanza nel nostro mondo, non avevamo percepito questa attesa da parte della gente ma ne siamo stati piacevolmente sorpresi! Appena ci renderemo davvero conto di questa cosa forse percepiremo anche qualche pressione (ahahaha).

Al di là di questo aspetto, comunque avete deciso ancora di optare per una produzione DIY, come mai continuate a preferire questo approccio?
In realtà, i motivi, anche qui, sono molteplici: la produzione DIY ti permette di avere un controllo pressoché totale su quello che stai facendo, a livello resa sonora, composizione, testi, grafiche… ecc. Oltre a questo il DIY rappresenta per noi un’etica alla quale siamo molto attaccati che potrebbe essere applicata a molti altri aspetti della vita; un modo per tagliare fuori gli intermediari e prenderti cura in prima persona di ciò che ti interessa.

In questa ottica, come mai avete scelto proprio Carlo Altobelli e  i Toxic Basement Studios?
Già il nostro precedente EP era stato curato interamente da Carlo al Toxic Basement, ci eravamo trovati molto bene per il semplice fatto che Carlo ha una competenza e una professionalità davvero rare, ha capito perfettamente cosa volevamo e ci ha aiutati a esprimere il tutto al meglio delle nostre possibilità, alla luce di questo ci è venuto spontaneo rivolgerci a lui per registrare il nostro secondo album, a mio parere con questo lavoro Carlo si è davvero superato, siamo tutti molto contenti del risultato superiore alle nostre aspettative.

Avevo accennato al vostro primo singolo, come mai avete scelto di ripresentarvi sulle scene proprio con “L’Astro del Mattino”?
Principalmente perché è stato uno dei primi brani composti per questo disco, ne consegue che come stile ricorda molto il nostro materiale precedente se pur con qualcosa in più; abbiamo scelto questo pezzo perché ci sembrava adeguato per introdurre questo lavoro (infatti è la seconda traccia del disco) e forse anche perché parla di qualcuno che si oppone e pur sconfitto non smette di lottare, ci sembrava un bel “manifesto”.

Tirerete fuori un video o un altro singolo a breve?
A breve uscirà sicuramente un secondo singolo, abbastanza diverso da “L’Astro del Mattino” che darà un’idea leggermente più accurata dei vari generi da noi esplorati in questo disco, un pezzo sicuramente più veloce e frenetico. Per quanto riguarda i videoclip, non credo ne faremo a breve ma non escludiamo di usare ancora questo mezzo in futuro anche se con approcci meno diretti del classico videoclip promozionale con i membri della band che fanno finta di suonare facendo le facce truci, se lo rifaremo sarà perché ne vale la pena da un punto di vista delle idee messe in campo, se no penso che se ne possa fare tranquillamente a meno.

Chiudiamo con la più canonica delle domande, avete delle date in programma?
Per ora abbiamo in programma una data a metà dicembre per il lancio del disco a Milano, pubblicheremo news in merito nel prossimi giorni quindi vi invito a dare un occhiata ai nostri canali social per rimanere aggiornati sulle nostre attività, in ogni caso ci farebbe molto piacere portare in giro questo disco il più possibile quindi stiamo un po’ a vedere cosa salterà fuori.

Death SS – Il decimo comandamento

I Death SS nel 2021 tagliano il prestigioso traguardo del decimo album, e lo fanno con un disco, “X” (Lucifer Rising / Anubi Press), che pur ripartendo dalle uscite più recenti, contiene le immancabili novità che accompagnano da sempre ogni disco dei padri dell’horror metal. Un sempre disponibile Steve Sylvester, ci ha introdotto nei meandri della sua ultima opera.

Ciao Steve, quando hai iniziato l’avventura con i Death SS ti saresti mai immaginato che il decimo disco sarebbe uscito nel bel pieno di una pandemia?
Ovviamente no. La situazione che si è venuta a creare negli ultimi due anni è stata veramente incredibile e paradossale. Sembrava di essere sprofondati nella trama di un b-movie di horror fantascienza! Comunque ho cercato di capitalizzare e sublimare artisticamente le sensazioni cupe del periodo, rigettandole all’interno del disco.

Credi che l’effetto shock che avevano i Death SS a metà anni settanta sia in parte scemato? Oggi siamo sommersi da immagini di morte nei TG, senza contare che la TV ha sempre più alzato l’asticella della violenza. Quanto è difficile spaventare con un disco nel 2021?
Certamente le cose sono molto cambiate negli anni. Oggi siamo abituati a vedere veramente di tutto ed è sempre più difficile riuscire a “scioccare” qualcuno. Da tempo infatti affermo che il “vero orrore” è quello che vediamo tutti i giorni sui telegiornali piuttosto che quello “romantico” di  mostri come vampiri e lupi mannari… Comunque, il  nostro intento non è quello di “spaventare” il nostro pubblico, quanto piuttosto quello di comunicare delle forti emozioni che attingono dalla cultura gotica tradizionale ma anche dal moderno retaggio dell’epoca in cui viviamo.

In questi anni la musica dei Death SS è cambiata parecchio, però le tematiche trattate no. Prima ti ho chiesto della percezione che il pubblico ha di certe immagini create dalla tua musica, ora vorrei sapere se è mutato invece il tuo approccio all’orrore dai primi pezzi che hai scritto a quelli contenuti in “X”.
Certamente! Si tratta di una naturale evoluzione. I Death SS non si sono mai ripetuti album dopo album ma hanno invece cercato di espandere ed evolvere le loro sonorità coerentemente con il periodo storico che stavano vivendo, mantenendo però intatta la loro identità artistica che è comunque rimasta sempre ben distinguibile…

Dal punto di vista dell’immagine, mi sembra che il tuo look sia più vicino a quello degli esordi, c’è un qualche collegamento tra questa scelta stilistica e i contenuti di “X”?
Nulla di premeditato… Semplicemente è come se avessi percorso un intero ciclo e quindi con questo disco sia tornato naturalmente alla partenza, alle mie origini, anche se ovviamente sotto un’ottica attuale.

Nell’edizione limitata del disco, troviamo un fumetto: chi lo ha ideato e chi lo ha disegnato?
Il fumetto è stato ideato da me e da Luca Laca Montagliani, sceneggiatore ed editore di Annexia, creatore del personaggio di  “Suspiria del Regno Oscuro”. Per i disegni ci siamo rivolti ad Alex Horley, autore anche della copertina del disco, artista noto per i suoi lavori con Marvel e DC Comics. Il fumetto, volutamente stampato nel classico formato dei pocket erotici italiani degli anni 70, è una sorta di booklet esteso del disco perché oltre alle bellissime tavole di Horley contiene al suo interno tutti i testi e i credits del nuovo lavoro.

I Death SS non hanno mai smesso di stampare in vinile, hanno sempre pubblicato singoli, EP ed edizioni limitate. Oggi lo fanno quasi tutte le band, perché forse quei pochi che comprano ancora il supporto fisico preferiscono spendere qualcosa in più per avere un’opera rara. La discografia si sta trasformando sempre più in un mercato di non largo consumo simile a quello, per esempio, della pittura?
Bè, diciamo che ora il mercato è basato quasi esclusivamente alla vendita dei download digitali. Io sono invece rimasto legato al “supporto fisico”, essendo anche un collezionista di dischi e singoli rock. Mi piace avere un prodotto che oltre che ascoltare puoi toccare ed ammirare visivamente. Per questo ho sempre continuato a pubblicare singoli, vinili, box e ultimamente addirittura le visioni su tape, che pare siano tornate nuovamente in auge. Si tratta di oggetti proposti a tiratura limitata, destinati al mercato collezionistico, che aumenteranno il loro valore nel tempo.

“Suspiria” è il pezzo che preferisco del disco, come è nato?
Innanzitutto chiarisco che la mia Suspiria non c’entra nulla con il film di Dario Argento e con l’omonima canzone dei Goblin. Il riferimento è rivolto esclusivamente al fumetto dark-erotico “Suspiria (del Regno Oscuro)”, creato alcuni anni fa dal fumettista, scrittore e sceneggiatore Luca Laca Montagliani per l’Associazione Culturale Annexia. Come “Zora” è quindi una canzone nata per dare un mio contributo musicale al fumetto in questione. L’ho concepita come una song molto “teatrale”, divertendomi a sperimentare in tal senso con Andy Panigada che ha collaborato con me nelle soluzioni musicali. C’è anche un’ospitata alla lead guitar da parte di Ghiulz Borroni, chitarrista dei Bulldozer e degli Ancient. Ci ho poi aggiunto una outro in stile “tango”, suggeritami da Montagliani,…. Ne faremo presto un video.    

Rimanendo in tema, che ne pensi del “Suspiria” di Luca Guadagnino? A me è piaciuto molto…
Sì, ho visto il film di Guadagnino del 2018… Che dire? L’ho trovato un bel film anche se parecchio distante dall’originale. Credo comunque che sia stata una precisa scelta del regista. Ottimi interpreti e ottima fotografia, anche se l’ho trovato un po’ carente di suspense. Poi una cosa che a me personalmente proprio non è piaciuta è stata la Mater Suspiriorum con gli occhiali da sole!

Torniamo a “X”, il disco è stato presentato il 23 ottobre 2021 al Legend Club di Milano davanti a soli 100 partecipanti: è stato più strano tornare su un palco dopo la lunga inattività forzata o doverlo fare in una situazione surreale con un pubblico limitato?
Bè, non trattandosi di un concerto ma di una semplice presentazione, in questi tempi di prevenzione Covid e relative norme restrittive, l’aver fatto il sold out (170 posti a sedere + gli addetti ai lavori) non è comunque cosa da poco. La situazione è stata sicuramente “strana”, ma alla fine sono stato molto soddisfatto della serata perché siamo riusciti a creare una situazione “intima”, come un serata passata tra amici ad ascoltare musica, e ciò ha aggiunto maggior valore al tutto…

Knowledge Through Suffering (K.T.S.) – La dolorosa strada che porta alla conoscenza

La schizofrenia artistica di Umberto Poncina ha dato vita a una creatura dalle personalità multiple, tanto che si può parlare dei Knowledge Through Suffering e dei K.T.S. quasi fossero due band differenti. In occasione della pubblicazione del nuovo album, “Concealment” (Brucia Records \ Anubi Press), è stato lo stesso Umberto a parlarci di questa dualità.

Ciao Umberto, innanzi tutto come preferisci che venga chiamata la band, K.T.S. o Knowledge Through Suffering?
Ciao! Pur essendo di fatto indifferente, l’idea per una sorta di doppia identità nasce da alcune differenze di sound raggruppate sotto lo stesso nome, e la stessa considerazione vale anche per il doppio logo. Per ragioni di praticità l’acronimo è inoltre ovviamente più rapido e comodo da utilizzare.

Nel luglio del 2020 pubblicavi “Teeth and Claws”, tre brani per una decina di minuti in tutto. Oggi ti ripresenti con “Concealment”, un disco che contiene sempre tre canzoni ma il minutaggio è notevolmente salito, in pratica triplicato. Un cambio di attitudine o una cosa casuale frutto dell’ispirazione del momento?
Rimanendo vicini alla tua precedente domanda si tratta ancora una volta di un processo di espansione e mutamento del suono e dei mezzi con cui porto avanti la mia proposta musicale; non si è dunque verificato un cambio profondo, tantomeno casuale. Il nucleo concettuale rimane sempre fedele a sé stesso, essendo un progetto esclusivamente individuale – in altre parole, le uscite presentano e presenteranno sempre affinità compositive dovute al semplice fatto di avere in comune lo stesso autore. Tuttavia, esse presenteranno a loro volta notevoli differenze, come quelle che hai individuato.

Quali credi siano le caratteristiche della tua musica che possano innescare quel meccanismo di sofferenza che porta alla conoscenza?
Onestamente non credo di poter rispondere a questa domanda: la musica è come giustamente fai notare un mezzo, e l’unico soggetto che può in tal senso decretare l’utilità del mezzo non è il suo creatore, bensì colui che ne usufruisce. 

A questo punto non posso esimermi da chiederti una tua definizione di “conoscenza”…
Posto che chiaramente lo stesso termine assumerà significati diversi a seconda del contesto, per “conoscenza” possiamo intendere in maniera abbastanza neutra l’insieme di informazioni ricevute grazie all’esperienza e assimilate nella loro totalità da un’intelligenza in grado di potervi pervenire. La sofferenza, sia essa personale o altrui, rappresenta purtroppo in tal senso uno dei metodi esperienziali più utili e al contempo terribili, e questo progetto musicale vuole concentrarsi proprio su questa sua duplice natura.

“Concealment” significa occultamento: cosa ci viene occultato e da chi?
Senza scendere troppo nei dettagli, il disco si basa fondamentalmente su alcune interpretazioni mistiche medioevali del testo di Genesi. Queste interpretazioni gravitano attorno a dinamiche di creazione divina che ciclicamente si risolvono in vergogna e rimorso per il risultato. L’assoluto decide in tal senso di nascondere e occultare ripetutamente la sua opera di creazione, di cui l’Uomo è ovviamente il rappresentante più gravoso, fallendo però ripetutamente. La narrazione si basa su tale ciclicità di occultamento e dispiegamento.

Quale è stato quel giorno in cui solo Dio fu esaltato?
Il primo! E a onor del vero anche l’ultimo, quando giungerà…

La seconda traccia, “Let the Earth Sprout”, ha un titolo che quasi lascia trasparire un filo di speranza, è così?
No, purtroppo non è così. Proseguendo nella narrazione del disco, il proliferare sulla Terra di forme di vita rientra in uno dei già citati tentativi insoddisfatti di creazione da parte del divino. Questo è nello specifico il secondo movimento narrativo, a cui ovviamente corrisponde il secondo pezzo del disco. La Terra produce dunque forme di vita vegetali e animali, venendo popolata dal suo stesso frutto. Apparentemente può sembrare un avvenimento positivo, ma il divino reagisce diversamente – per ragioni che lascio scoprire a chi vorrà approfondire il disco e le sue tematiche.

Il disco si conclude con “Of Flesh”, “di carne”, che mi ha fatto pensare subito a quello squarcio, quella ferita aperta, che appare sulla copertina. C’è realmente un nesso o si tratta di una mia errata interpretazione?
Sì, il nesso è realmente presente: lo squarcio, la ferita, più in generale l’apertura è simbolo di violenza e al contempo di nascita, può rappresentare la morte ma anche la vita. Tutto il disco ruota attorno a questa ambiguità di significato e, ovviamente, all’ascoltatore più curioso spetta la libertà di interpretarlo in un senso o nell’altro.

Hai intenzione di, se fosse possibile date le attuali restrizioni, proporre il disco dal vivo?
No, per il momento direi di no. Suono da diverso tempo in altri gruppi dalle modalità e dinamiche più convenzionali, incluso l’aspetto live. Questo progetto nasce proprio per creare uno spazio riservato invece a tutto ciò che non rientra nelle attività standard di un gruppo vero e proprio – non a caso è di fatto una “one man band”. K.T.S. è al momento un’entità per certi aspetti piuttosto privata, e pertanto al momento non prevede apparizioni in pubblico.

Fulci – Voices from beyond

I Fulci non si fermano mai! Solo qualche mese fa abbiamo discusso con la band romana dell’ennesima edizione del secondo album, “Tropical Sun”, oggi ci ritroviamo a parlare con il chitarrista Domenico della ristampa dell’esordio, “Opening the Hell Gates” , e del nuovo disco “Exhumed Information” (Time To Kill Records \ Anubi Press) la cui uscita è prevista per la fine di luglio.

Ciao Domenico, non riuscite proprio a stare fermi con le mani nelle mani, come cantava qualcuno tempo fa! Tra una riedizione e l’altra di “Tropical Sun”, avete tirato fuori la ristampa del vostro esordio, “Opening the Hell Gates”, e annunciato l’uscita del nuovo “Exhumed Information”! Siete degli stacanovisti o più semplicemente questa iper-produzione è il frutto di una fortunata combinazione di eventi?
Ciao, piacere di ritrovarti. Diciamo che siamo sia stacanovisti che creativi. Abbiamo tante idee ma sempre poco tempo per svilupparle. Per fortuna abbiamo trovato come partner la Time To Kill che riesce a stare al passo con le nostre follie! Oltre a quello che hai già citato infatti abbiamo in serbo altre sorprese per questo 2021, sia musicali che cinematografiche.

Partirei dalla ristampa di “Opening the Hell Gates”: chi avuto l’idea di riproporlo? Rispetto all’edizione originale, quali sono le novità, se ci sono?
Dopo il successo di “Tropical Sun” abbiamo subito pensato di far uscire il primo disco su vinile (TIME TO KILL RECORDS) e cassetta (Maggot Stomp Records) perché all’epoca era uscito solo in CD su Despite The Sun Records. L’idea però era di arricchire l’edizione con un layout aggiornato e con delle bonus tracks. Siccome ultimamente ci siamo presi bene a suonare in chiave metal le colonne sonore dei film di Lucio, abbiamo provato a suonare uno dei temi di “Paura nella Città Dei Morti Viventi” del maestro Frizzi e l’abbiamo inserita nella ristampa. Inoltre potete trovare “Death By Metal” che è il singolo death/rap fatto con Metal Carter.

“Exhumed Information” è l’ennesimo tributo al maestro Fulci, questa volta vi siete concentrati su “Voices from Beyond”, film del 1991 tra i meno noti del regista italiano: come mai la scelta è caduta proprio su questa pellicola?
Credo che dopo aver dedicato i primi album a due filmoni cult (paura nella Città dei Morti Viventi e zombi 2) molti si aspettavano the Beyond o Quella villa accanto al cimitero. Invece abbiamo scelto di basare il concept del disco su “Voices From Beyond”. Siamo consapevoli che alcuni film di Fulci sono criticabili e di bassa qualità ma essendo noi devoti al maestro pensiamo che l’intera filmografia meriti rispetto. Abbiamo scelto Voci dal Profondo perché è stato uno dei primi film di Fulci che abbiamo visto. Inoltre la trama è ancora oggi originale. Anche le atmosfere folkloristiche del film sono interessanti. Ovviamente essendo un film a basso budget a tratti risulta molto trash ma anche per questo motivo ci ha ispirato!

Il disco si divide in due parti, per la seconda, quella dall’appeal più cinematografico, vi siete affidati ai Tv-Crimes, come è nata questa collaborazione?
Abbiamo sempre cercato di inserire influenze musicali diverse dal metal nei nostri album. Questa volta volevamo esagerare ma allo stesso tempo non volevamo che i Fulci diventassero un progetto di musica elettronica. Per questo motivo ci siamo affidati ai TV-CRIMES per il lato B del disco. Possiamo quasi definirlo un Split album ma in realtà l’intero album è stato scritto a “quattro mani”.


Il singolo “Glass” è frutto di questa collaborazione, siete partiti con questo singolo proprio per presentare il nuovo aspetto della vostra produzione?
Si, Glass e la opening track del lato B. Volevamo spiazzare l’audience pubblicando un pezzo totalmente fuori dai soliti schemi Fulci. È stato un gesto un po’ rischioso ma direi che ha funzionato.

Questo è il vostro album con il fascino più cinematografico, avete mai pensato di scrivere una colonna sonora, anche immaginaria, magari scevra da ogni contaminazione death?
Il lato B di Exhumed Information è esattamente la soundtrack di un film che ancora non esiste ed il sound è totalmente lontano dalle sonorità Death metal se non per il mood horror.

Vi andrebbe di consigliare delle colonne sonore classiche ai nostri lettori?
La lista sarebbe troppo lunga! Però ultimamente ho ascoltato la colonna sonora che i Coil avevano scritto per Hellraiser ma che non è stata mai usata perché giudicata poco commerciale. Ascoltare quel disco immaginando le scene del film è un trip che consiglio a tutti.

Forse è finalmente arrivato il momento di riprendere l’attività live, voi avete novità in questo senso?
Certo! Non vediamo l’ora! Stiamo organizzando il nostro secondo tour in USA per il 2022. Mentre dal 23 al 26 luglio 2021 saremo in tour in Italia per alcuni release parties dedicati a “Exhumed Information”. Ci vediamo on the road! Grazie per lo spazio concesso e un saluto a tutti i lettori. Fulci Lives.