Mandragora Scream – Nothing but the best

“Nothing But The Best”, la raccolta pubblicata dalla Music for the Masses per festeggiare i 20 anni di carriera dei Mandragora Scream, si è rivelata un ottimo pretesto per contattare Morgan Lacroix e parlare con lui di passato, presente e futuro della sua longeva creatura.

Benvenuto Morgan, in occasione del ventennale del vostro esordio discografico con l’album “Fairy Tales from Hell’s Caves” la Music for the Masses pubblicherà il prossimo 24 settembre il vostro primo greatest hits, “Nothing But The Best”. A chi è venuta l’idea di questo disco celebrativo?
Ciao, grazie per questa intervista innanzitutto, l’idea è venuta al nostro manager Simone Gagliardi, il manager dell’era “Volturna”, che è stata quella per noi più proficua, sotto tutti i punti di vista, abbiamo sempre lavorato molto bene assieme, raggiungendo traguardi veramente importanti. Ora che ha fondato la Music for the Masses, ci è sembrato veramente naturale tornare a lavorare con lui, inoltre, credo che la raccolta sia il giusto tributo alla nostra carriera dagli inizi a oggi.

Oggi, tra streaming, download e tante altre fonti di musica, ha ancora senso pubblicare una raccolta? Mah… sai…  sarebbe come dire ma in mezzo a migliaia di webzine, ha senso averne una? La risposta secondo me è sì! Questo è il nostro meglio, dal nostro punto di vista, e una fotografia che immortala i Mandragora Scream dall’inizio a oggi. Il prodotto fisico rimane, lo streaming, se cade un server non esiste più, inoltre non vogliamo pensare che il prodotto fisico non serva più, sarebbe veramente molto molto triste.

Il disco conterrà alcuni brani inediti come “Jeanne D’Arc” e “Spiritual Leadin” e alcune anticipazioni dal prossimo album. Vi andrebbe di descrivere questi nuovi brani?
Diciamo che “Jeanne” e “Spiritual” non sono inediti, semplicemente non sono mai apparsi su CD, erano compresi nel DVD del box uscito anni fa per Self Distribuzione “Dragonfly” e pertanto diciamo, non riproducibili su un normale lettore compact disc e ci sembrava giusto renderli disponibili per un ascolto più facile a chi ci segue, visto anche che tanti fan ci hanno scritto al riguardo. I tre brani inediti faranno parte del nostro album che uscirà a fine 2022 sul quale stiamo lavorando, e abbiamo scelto tre pezzi che rispecchiano le nuove influenze e songwriting dei Mandragora Scream, che sono sempre più variegate.

I brani che finiranno nel prossimo disco sono già in versione definitiva o li troveremo arrangiati diversamente sul nuovo album?
Sicuramente Terry preparerà delle modifiche sostanziali sugli arrangiamenti dei  brani che entreranno nel nuovo album, ma l’ossatura delle track è quella.

Come avete scelto, invece, le altre canzoni già edite da inserire in questa raccolta?
Ci siamo seduti, abbiamo stappato del buon vino, e abbiamo litigato scegliendo i brani più significativi e ai quali eravamo più legati: il risultato è stata una tracklist da 30 pezzi improponibile. Dopo varie trattative abbiamo scelto queste 17 tracce e devo dire che il risultato mi soddisfa pienamente e offre una visione totale della produzione dei Mandragora Scream dagli inizi a oggi.

Ti andrebbe di fare una veloce retrospettiva sui vostri cinque album sinora pubblicati?
Mah direi “Whisper” e “Fairy Tales” un inizio col botto, anche per via del contratto con Nuclear Blast, che poi ci ha assolutamente rallentato negli anni a venire. “Madhouse” un album maturo e con la nostra hit più grande, “Dark Lantern”. “Volturna” la svolta a livello di pubblico e di conoscenza della band da parte di fan e addetti ai lavori ottenuta con il duro lavoro nostro e del nostro manager senza alcuna spinta di case discografiche e la possibilità di andare in tour con The 69 Eyes e Cradle of Filth. “Luciferland” indipendenza totale da qualsiasi fattore/entità esterna alla band.

Alla luce dell’entusiasmo con cui furono accolti i primi dischi, credi che forse la vostra carriera sarebbe potuta andare meglio o siete soddisfatti così?
Chiaro che mentirei se dicessi che va bene così, ma allo stesso tempo siamo soddisfatti del nostro percorso. Non credo siano molte le band Italiane del nostro genere, senza grossi padrini mediatici, che in carriera hanno venduto quasi 100.000 copie. Forse, per nostra indole personale non abbiamo mai accettato compressi anche molto vantaggiosi per la nostra carriera, che sono stati una costante nel tempo, una miriade di proposte che personalmente non ho mai accettato per non svilire il nostro pensiero artistico sul lavoro della band, ma alla fine guardandoci allo specchio, non abbiamo nulla di cui vergognarci, anzi credo di essere un bel po’ a credito con il fato.

Quale è stato il momento più alto e quale quello più basso in questi 20 anni?
I momenti più alti sono stati sicuramente come ti dicevo prima l’inizio con Nuclear Blast e “Volturna”, che è stato il nostro apice assoluto. I più bassi, le delusioni da parte di almeno un paio di etichette tedesche che cercavano di boicottare i nostri sforzi, per motivi non proprio etici.

Se le condizioni sanitarie lo permettessero, promuoverete questa raccolta con un tour?
Sarebbe bello, magari più che un vero e proprio tour, delle mirate “date evento” per ripercorrere in musica tutta la carriera dei Mandragora Scream e per vedere volti che sono cresciuti con noi.

L’Alba di Morrigan – Io sono Oro, Io sono Dio!

Nove anni non sono pochi, molte band dopo una pausa del genere, avrebbero lanciato la spugna. Hugo Ballisai ci ha raccontato come i suoi L’Alba di Morrigan, nonostante diverse vicissitudini, non hanno abbiano mai avuto dubbi, al momento giusto il secondo capitolo della saga sarebbe giunto. Ora che “I’m Gold, I’m God” (My Kingdom Music) è fuori, possiamo affermare l’attesa non è stata vana…

Benvenuto Hugo, cosa vi sorprende di più, essere di nuovo fuori dopo nove anni o aver dovuto aspettare nove anni per dare un erede a “The Essence Remains”?
Ciao a tutta la redazione da parte mia e da parte di tutti i membri de L’Alba di Morrigan. Nessuna delle due cose: sapevo che prima o poi avremmo concluso l’album. Abbiamo avuto diversi accadimenti che ci hanno obbligato per forza di cose a dilatare i tempi. Certo nessuno si aspettava così tanto tempo ma così è stato.

Quando vi siete messi a lavoro sui nuovi brani avevate in mente quanto fatto in precedenza o, data la lunga pausa, siete ripartiti da zero?
Questa è una domanda interessante. Ti potrei dire per esempio che “The Chant Of The Universe” ha dodici pre-produzioni differenti, e sino a qualche mese prima dell’uscita dell’album si intitolava “Koh Lipe”. Vale anche per tutti gli altri brani, ci sono tantissime versioni che abbiamo cestinato. Insomma non ci siamo accontentati e fino alla fine abbiamo cercato di ottenere da ogni singolo brano il meglio possibile in ogni suo minimo dettaglio.

Vi considerate ancora, se mai lo avete fatto, un band metal o l’etichetta vi sta stretta?
Io amo la musica metal la ascolto ad oggi e da quando sono bambino, ho avuto la fortuna di avere mio fratello Giampiero che sin da tenerissima età mi ha fatto ascoltare ottima musica. Ciò non toglie che talvolta soprattutto nello scorso album le nostre sonorità erano oggettivamente più “morbide” anche in questo album abbiamo portato un po’ di melodia nonostante la scelta di suoni più forti e un’interpretazione assai diversa rispetto alle linee vocali. Assolutamente non ci sta stretta come definizione, chi più chi meno nella nuova line-up siamo tutti ascoltatori assidui del genere, io in primis.

Mentre come è cambiata la scena musicale in questi nove anni?
Se intendi musica a 360° e in tutti i generi, ha seguito il trend degli ultimi anni. Si è impoverita ulteriormente di contenuti soprattutto per quello che riguarda gli aspetti musicali. Ascoltare la radio personalmente mi riesce impossibile c’è tantissima, troppa monnezza musicale confezionata e impacchettata ad hoc. I talent show personalmente li disapprovo completamente e il mondo musicale ha preso questa direzione. Se parliamo prettamente nel genere metal non mi metto ad elencare ma a mio parere sono usciti tantissimi capolavori per fortuna.

Riflettevo, il vostro primo disco è uscito nel 2012, il secondo nel 2021: praticamente una permutazione delle stesse cifre. Ha un qualcosa di incantato anche per voi, oppure sono io che mi sono lasciato suggestionare troppo dalla magia della vostra musica?
Certamente per il sottoscritto ha più che qualcosa di incantato se non fossi diventato padre di due bellissime bimbe (Blue e Isabel le mie piccole principesse) molto probabilmente sarebbe uscito qualche annetto prima (aahaahah), ringrazio di avere avuto questo regalo che mi ha completato come uomo ma che sicuramente non ha permesso di fare uscire come da programma evidentemente questo era il giusto percorso, quantomeno a me piace pensare così. Non credo al fato sono estremamente felice del percorso personale e musicale, talvolta una sana pausa può evolvere in positivo e penso sia questo il caso. Non vi è stata nessuna scelta premeditata sulla data di uscita, piuttosto abbiamo ulteriormente deciso di registrare nuovamente la maggior parte delle tracce dalla fine del 2020. Esiste un filo conduttore tra la prima uscita alle idi di marzo e “I’m Gold, I’m God”, in principio d’estate. Poi che siano nove anni di separazione e travaglio penso sia alquanto simbolico, d’altronde il numero nove ha il suo perché.

Rimaniamo in ambito magico, il titolo è ermetico e molto evocativo. Cosa significa realmente “I’m Gold, I’m God”?
L’album è avvolto da un filo conduttore, non è casuale la allusione all’oro per una serie di motivi correlati al Satya Yuga, inoltre Oro in italiano in inglese Gold, altra accezione per Horus che simbolicamente è correlato al metallo più prezioso a livello alchemico. E poi una visione introspettiva che riguarda tutte le forme esistenti nel multiverso della materia e dell’antimateria dello spazio tempo. È un elogio all’esistenza e al nulla. Sii Divino comportati come tale poiché questo sei, questo siamo semplicemente devi/dobbiamo ancora prenderne coscienza, elevati sii grato e sorridi. È un inno al tutto all’esistenza ai pianeti alle pietre al mondo astrale ed eterico per cui vale per tutto ciò che è attinente al mondo delle forme: Io sono Oro, Io sono Dio!

L’aver messo “I’m Lucifer” e “I Am Gold, I Am God” una dopo l’altra nella tracklist ha un valore simbolico?
La tracklist è pensata e voluta in questo modo, per cui non vi è casualità. Ma è un album di riflessione che prende diversi punti di vista, differenti spunti di teologia, fisica dei quanti, amore e odio, umano e divino, per cui non esiste casualità. Non è assolutamente un elogio a Lucifero. Tuttavia ho semplicemente provato a pensare: se io fossi Lucifero che opinione avrei dell’umanità e di cosa è stato riportato su di me dalle sacre scritture? Ne esce fuori una sorta di “outing”. Ed effettivamente seguendo la lirica si evincono abbastanza chiaramente i suoi/miei punti di vista rispetto agli accadimenti riportati dalle sacre scritture e i suoi sentimenti nei confronti dell’umanità, della sua Nemesi e di se stesso.

Il disco termina con “Morrigan’s Dawn”, canzone che riprende il vostro nome ma che può essere intesa, posta in quella posizione, come la volontà di sancire che il disco è finito ma che comunque ci troviamo all’alba, all’inizio, magari di una nuova fase della vostra carriera. Ennesima sega mentale mia oppure ci avete pensato anche voi?
È una ninna nanna molto melodica ma abbastanza malvagia e cupa alla prima interpretazione, in realtà porta un messaggio estremamente potente e positivo. Si riferisce “alla vita e alla morte” di un sogno di consapevolezza. Dove in uno sdoppiamento astrale, raggiungi la conoscenza assoluta più e più notti nel corso della tua vita per poi dissolvere il tutto al proprio risveglio, nel mondo della materia.

In passato, vi siete tolti delle belle soddisfazioni dal vivo. Alla luce della lenta ripresa del settore concertistico, quali sono le vostre aspettative? 
Ci siamo divertiti molto, abbiamo girato tanti posti in Italia e in Europa, abbiamo condiviso il palco
con tantissimi artisti alcuni dai nomi altisonanti e altri di nicchia e hanno tutti contribuito a farci
vivere delle esperienze uniche. Chi non ha voglia di salire su un palco e sentire i decibel, il calore delle persone? Penso (e spero di sbagliarmi) che le cose non saranno di rapida ripresa. Ma quando sarà possibile allora ci correremo sopra al palco, ci puoi scommettere!

Abyssian – Il suono della devozione

I nostrani Abyssian dopo cinque anni dal precedente “Nibiruan Chronicles” tornano sulle scene con il secondo “Godly”, uscito per l’italiana Revalve Records. Scopriamone un po’ i particolari con Roberto, chitarrista e frontman della band…

Ciao Roberto e ben trovato al Raglio del Mulo, ti andrebbe per prima cosa fare un po’ di luce su quella che è la storia della band?
Ciao Luca e bentrovati tutti. Dunque, gli Abyssian nascono almeno come idea generale nel 2010, quando dopo un lungo periodo di assenza dalla scena musicale (parliamo del 1995 come ultima uscita discografica con la mia prima band, i Sinoath) ho sentito che era arrivato il momento di riprendere con qualcosa, da qualche parte. Lo spunto me lo diedero le mie letture del periodo, su argomenti come l’archeo-astronomia, le civiltà sommerse, le teorie sull’esistenza o meno di Atlantide, gli antichi alieni e argomenti simili. Gli Abyssian nascevano inizialmente come one man band, ma ben presto mi resi conto che per poter mettere tutto in pratica più facilmente, avevo bisogno di qualcuno con cui condividere e fissare idee e spunti. Così contattai Francesco (attivo anche con il suo progetto solista Svirnath) che tuttora si occupa della chitarra ritmica, delle partiture di tastiere e batteria elettronica. Nel 2014 realizzammo l’Ep The Realm of Commorion. Nel frattempo la formazione si allargò e si stabilizzò, includendo anche Vincenzo al basso e Riccardo alla batteria e nel 2016 per la Violet Nebula uscì il primo album “Nibiruan Chronicles”. Avere una formazione completa, fu davvero una cosa molto importante soprattutto per i live. Circa un anno dopo l’uscita del primo album, Riccardo venne sostituito da Daniele (ex Holy Martyr, e tuttora anche in forze nei Drakkar) col quale abbiamo poi lavorato a “Godly”, il secondo album uscito da poco in versione digitale per la Revalve Records, e previsto adesso in formato fisico sempre per la Violet Nebula.

Siete sulle scene da più di dieci anni che non sono pochi, ciò nonostante vorrei chiederti se prima degli Abyssian avete avuto delle precedenti esperienze musicali… Qual è il vostro “background”?
Come già detto, prima degli Abyssian, dal 1988 fino al 1995 ho fatto parte dei Sinoath, progetto musicale che è passato da un iniziale black/death a un death/doom, e poi a una sorta di dark/metal. Le mie esperienze musicali hanno quasi sempre rispecchiato ciò che ascoltavo all’epoca (e che tuttora ascolto), era il periodo dell’avvento del gothic/doom inglese, del death americano e svedese, e del black scandinavo, per cui quelle sonorità vissute come anteprime assolute, non potevano non influenzare le mie composizioni. Successivamente ho allargato gli ascolti anche ad altri ambiti come l’elettronica fredda o più calda, al jazz, l’ambient, la musica etnica, o al dark. E’ chiaro quindi, che la natura successiva dei brani sia stata contaminata dalle inclusioni più recenti. Essendo il più “anziano” della band, che io ricordi, sia Vincenzo che Francesco Abyssian a parte, al di là delle feste del liceo non hanno suonato (ride) mentre Daniele come già accennato, ha avuto diverse partecipazioni sulla scena più epic e power metal. Adoro il suo stile, tecnico ma al contempo granitico…

Quali sono le band che hanno da sempre ispirato le vostre composizioni?
Diverse e davvero tante. Alcune hanno avuto un’influenza più marcata sul sound, mentre altre ci vivono dentro attraverso qualche richiamo. Pink Floyd, Cure, Sisters of Mercy, tutto il Gothic/Doom inglese, i Type O Negative, i Beatles, Candlemass, Mercyful Fate, Dead Can Dance, Massive Attack, Depeche Mode, Radiohead, Aphex Twin, Bjork, la musica brasiliana, i Death. Potrei continuare davvero per molto tempo ancora…

Come pensi sia cambiato il vostro songwriting in questi anni? Quali sono secondo te le principali differenze tra il nuovo “Godly” e il precedente “Nibiruan Chronicles”?
Le differenze tra “Nibiruan Chronicles” e il recente “Godly”, si trovano soprattutto nel concetto e nell’intento. “Nibiruan” è una sorta di concept, un “documentario di viaggio” dei nostri ipotetici antenati dal Pianeta X (Nibiru appunto) a Tiamat, cioè l’attuale Terra. E’ pieno di gesta, luoghi, azioni e momenti storici ben precisi, come nel caso del brano “Zep Tepi,” cioè del Primo Tempo egizio, dove si presuppone siano vissuti gli Dei, o di No place for the heart, dove gli Anunnaki si ribellano alla schiavitù dei loro padroni Nephilim, e organizzano una rivolta. E ha una copertina “archeologica”. “Godly” è già dal titolo, qualcosa di più spirituale e devozionale. Inoltre segna un ipotetico proseguo del Culto Atavico e ancestrale, fin dentro al DNA di quello pre-Cristiano. La copertina questa volta, presenta un Angelo/Rettile. E’ la celebrazione del Dio Squamoso o Piumato, che ritrovi anche nei culti mesoamericani con Quetzalcoatl o in quelli nipponici dei misteriosi Jomon, nella versione indiana con Naga, o in quella egizia con Ankh-neteru. E’ interessante notare come tutte queste antiche civiltà celebrino lo stesso Dio e le sue stesse gesta, chiamandolo con nomi differenti. Tutti affermano che un giorno discese un Essere Superiore e fiammeggiante dal cielo, li istruì e decise poi stabilire il suo regno sulla Terra. In alcune varianti, di andare a risiedere poi nelle profondità marine, tornando di tanto in tanto per gestire correttamente l’operato degli uomini. Oannes, nella sua nomenclatura babilonese o Dagon in ebraico, era un Essere saggio, colto e giusto e non pretendeva nessuna Chiesa, né tributi. Lo so, ricorda abbastanza anche Cristo.

Immagino che anche il nome Abyssian tragga ispirazione dalle stesse tematiche, no?
Abyssian è un po’ una licenza poetica di “Abitante degli abissi”. Un Abissiano. Può anche avere l’identità di Oannes di cui ti ho già detto, ma può riallacciarsi perché no, a qualsiasi altra creazione. Anche immaginaria. Mi affascinava l’idea di questa identità abissale, terribile o meno. Ci puoi trovare tanto Lovecraft dentro, ma anche qualcosa di molto più impalpabile, tanto che Abyssian è anche un sinonimo inglese di Depression. Sono le profondità abissali, ma anche mentali.

Da cosa sono caratterizzati i vostri processi di composizione? Chi di voi partecipa alla fase di songwriting?
Beh, questo si riallaccia un po’ a tutto quello che ho descritto. Il mondo Abyssian è in buona sostanza qualcosa che, prima raggruppa spunti, idee, frasi, motivi, partiture ecc., poi elabora tutto, privilegiando sempre il tentativo di rendere ogni cosa più omogenea e immediata possibile. E, a volte, date le numerose influenze da cui provengono questi elementi, non risulta sempre un processo facile. Mi ritengo uno assolutamente innamorato della semplicità, fatta però di sintesi intelligente e cuore. Odio i fronzoli e in generale, le cose ostentate e inutilmente complicate. Io mi occupo del songwriting e della forma in generale, successivamente i brani vengono rifiniti insieme.

Come nascono i tuoi testi?
I testi, sono un po’ il nero su bianco di tutte quelle visioni che provo a formulare nella mia mente. Viaggi cosmici, scontri, luoghi mistici, mondi sotterranei o appartenenti alla sfera celeste, e così via. Ce ne sono di più solidi ed esteriori, altri invece più introspettivi e basati sul sentimento dell’animo, sui pensieri, sulla rabbia o sulla devozione. Certe liriche sono quasi la descrizione più pedissequa di eventi, momenti e individui reali e non; altre hanno una natura totalmente astratta, e di solito al genere di testo ne corrisponde anche l’intensità del brano.

Come definiresti il sound degli Abyssian?
Come flusso piuttosto intenso. Un Ambiente dove vuoi essere disposto ad entrare e uscire senza fretta. La natura di Abyssian in fondo è molto semplice, ma tuttavia ha bisogno di diversi ascolti e di una buona predisposizione per essere colta in pieno e nel complessivo. Ti arriva dopo. Alla fine.

Forse non è il momento più idoneo visto tutto quello che stiamo vivendo, ma state prendendo in considerazione l’eventualità di proporre i vostri nuovi brani dal vivo?
Ovvio che si… In realtà non vediamo l’ora (ride). C’è anche la setlist pronta. Questo dannato Covid ci ha tolto il momento migliore che si possa vivere dopo l’uscita dell’album, quello della condivisione con il pubblico. Vedere come chi ha ascoltato a casa i brani, li accolga davanti al palco. E’ qualcosa di magico. Impagabile. E’ lo scopo maggiore della musica. Nel nostro caso anzi, ti dirò che questa pandemia si è piazzata esattamente in mezzo al periodo delle registrazioni di “Godly, ritardandone maledettamente i tempi. E una volta pronto, ne abbiamo anche voluto tenere in stand by l’uscita, sperando che l’anno dopo fosse tutto risolto e poter agganciare l’uscita dell’album ai live. Ma purtroppo non è servito a nulla…

Ok Roberto, l’intervista è giunta ai titoli di coda, ti ringrazio nuovamente per la chiacchierata e auguro a te e agli Abyssian le migliori fortune, concludi pure come vuoi!
Ringrazio tanto te Luca, per la bella chiacchierata e la redazione del Raglio del Mulo per la disponibilità e l’attenzione verso di noi. Raccomanderei a tutti l’acquisto di “Godly”, che sebbene già in ascolto su tutte le piattaforme digitali, a brevissimo sarà disponibile anche in formato fisico, magari proprio mentre scrivo queste righe. Ma non lo farò… Mi verrebbe quindi da augurare le migliori fortune a tutto il panorama italiano underground, che è davvero un sottobosco stracolmo di chicche tutte da scoprire e invitare tutti, una volta finito tutto questo schifo, a farsi grandi scorpacciate di live perché ce n’è davvero bisogno, per il pubblico e per la musica di settore in generale. Abbiamo davvero tutti bisogno di salvarci con la musica. Adesso più che mai.

Moonspell – L’isolamento come cambiamento

Siamo ormai avvezzi all’ascoltare materiale di qualità dai Moonspell: “Wolfheart”, “Irrelectual”, “Memorial” e “Night Eternal” sono album che hanno consacrato la band nell’élite del gothic metal. Dopo il coraggioso esperimento di “1755”, escono nuovamente con qualcosa di diverso, in un periodo difficile e con un’intensa dimensione introspettiva, “Hermitage” (Napalm Records / All Noir) mostra come la band abbia sempre qualcosa di nuovo da offrire, un suono ipnotico e un fantastico nuovo viaggio. Ne abbiamo parlato con Ricardo Amorim, storico chitarrista della band.

Ciao Ricardo, secondo me con questo album la band ha tirato fuori le migliori canzoni possibili, sono più fresche e suggestive rispetto a quelle di “Extinct” e questo album può iniziare un nuovo capitolo della vostra storia: sei d’accordo? Cosa c’è di nuovo e cosa è cambiato nei Moonspell o nel processo di scrittura delle canzoni?
Penso che tu abbia ragione, potrebbe essere un nuovo capitolo per la band. Quello che volevamo ottenere è la continuità logica di ciò che i Moonspell hanno iniziato con “Extinct”. Anche se abbiamo pubblicato “1775” che è un album molto più aggressivo e orchestrale a causa della sua specificità tematica, quello che vogliamo ora è scrivere musica che rifletta maggiormente una band di musicisti quarantenni che esplora diverse direzioni. Siamo sempre stati di mentalità molto aperta riguardo ai gusti musicali e, ovviamente, siamo una band metal, ma come artisti abbiamo bisogno di esplorare e sperimentare qualcosa di più della semplice pesantezza e di tamburi assordanti. Posso dire che i Moonspell sono in questo momento una band senza vincoli e l’unica cosa in cui insistiamo è preservare l’integrità e l’identità dei Moonspell.

I testi di “Hermitage” parlano dell’importanza che ha per l’umanità il prendere le distanze dalle convenzioni della modernità, di isolarsi e riflettere sul mondo che non gira solo intorno a noi. A partire da cosa esattamente abbiamo bisogno di prendere le distanze per non perdere la nostra direzione e la nostra essenza? Per te, l’eremo è l’unica soluzione per vivere meglio nel XXI° secolo?
Grazie alla tecnologia siamo tutti connessi in un modo che non avremmo mai potuto immaginare prima, ma tuttavia stiamo creando più barriere che mai tra noi stessi. È spaventoso quanto l’ego e l’odio abbiano avuto un ruolo così importante nelle nostre vite. Penso che abbiamo perso di vista ciò che conta davvero ed è sempre più difficile mettere le cose in prospettiva. Non sono un profeta, solo un ragazzo preoccupato che pensa che ci sia molto rumore di fondo nelle nostre vite e molto inquinamento visivo attorno a noi, e quindi la nostra percezione delle cose può essere davvero distorta. Quando gli eremiti si isolano, lo fanno con l’unico obiettivo di trovare in se stessi abbastanza pace per purificare il proprio spirito, per poter imparare di più sul proprio ruolo nel mondo e nella vita. E questo serve come metafora per ciò che stiamo cercando di affermare col messaggio di “Hermitage”. La solitudine non è il ritiro romantico che leggiamo sui libri. È una risposta al mondo esterno, a condizioni che non siamo in grado o non siamo disposti a cambiare. Al giorno d’oggi tutto si evolve così velocemente ma in realtà non siamo pronti ad affrontare cambiamenti così rapidi che avvengono ad ogni minuto. Forse dobbiamo rallentare ed essere più consapevoli del modo in cui viviamo, almeno questa è la mia percezione. Stiamo perdendo il nostro senso di umanità ed è importante rendersene conto e cercare di trovare cosa si può fare al riguardo.

Ho amato la produzione di “Hermitage” più che negli album precedenti. Mi sono piaciuti molto i lavori di Jaime Gomez Arellano, specialmente quelli per i Paradise Lost. Li hai sentiti? In che modo il suo lavoro ha contribuito e cosa è cambiato rispetto ad altre produzioni degli album precedenti?
Sì, i Paradise Lost hanno beneficiato molto del contributo di Jaime Gomez. Nelle loro stesse parole affermano che Gomez li ha fatti ritornare di nuovo i Paradise Lost. Non potrei essere più d’accordo. Ho ascoltato molto “Obsidian” e penso che sia un grande album. Quello che abbiamo davvero apprezzato nel lavoro di Gomez è proprio il fatto che predilige l’identità della band e vuole che le band suonino come se si esibissero dal vivo. Al giorno d’oggi tutto sembra così ultra prodotto che gli album tendono a sembrare senz’anima e Gomez vuole chiaramente il contrario. Mi piace dire che invece di un algoritmo, Gomez ci ha dato i battiti del cuore. Gran parte del lavoro era già praticamente fatto e Gomez fondamentalmente ha semplicemente migliorato ciò che era migliorabile nella nostra musica e ha tolto un po’ l’eccesso di suoni che stavamo usando. Il risultato è un album in cui ogni strumento respira e le canzoni ne hanno chiaramente beneficiato.

In effetti grazie alla produzione di Arellano, con “Hermitage” è come se stessi ascoltando la band che suona nella mio camera e mi ricorda alcuni album metal classici. È così solo per me o questo album è davvero più intimo di tutte le uscite dei Moonspell? Intendo non solo per i testi, ma anche per il suono.
Questa era precisamente l’intenzione dietro la scrittura e la produzione dell’album. I Moonspell sono una band composta da individui cresciuti in un’epoca in cui le persone si sedevano per ascoltare un disco. Al giorno d’oggi tutto viene trasmesso in streaming e la musica non riceve l’apprezzamento che merita, quindi stiamo cercando di rivendicarlo. Vogliamo un album che si faccia ascoltare, non superficialmente. Vogliamo darvi tempo per godervi l’esperienza in modo che l’arte possa essere apprezzata appieno. Ricordo quando Gomez ha detto che ciò che è importante è captare dalle registrazioni la sensazione di un’esibizione della band come fosse dal vivo, e in questo riteniamo che abbia pienamente ragione. È molto gratificante sapere che tu e le persone come te potete provare questa sensazione. Almeno per noi significa che abbiamo fatto un buon lavoro.

Ti ringrazio davvero per la vostra musica. I miei brani preferiti di “Hermitage” sono “Common Prayers”, “Hermitage” e “Solitarian”. Puoi per favore commentarli?
“Common Prayers” è una canzone semplice, con groove diretto e un ritornello orecchiabile. Se esistesse un genere denominato “Stadium Goth”, sarebbe sicuramente la categoria a cui appartiene questa canzone. Racconta una storia ispirata all’espolsione del fenomeno delle suore incinte nel XVIII secolo, in Europa e in Portogallo. Le spose di Dio erano, il più delle volte, donne della nobiltà i cui genitori non erano in grado di farle sposare al “momento giusto” e con la “persona giusta” e che rimasero incinte di uomini legati al clero e all’aristocrazia locale. Nelle demolizioni già a metà del XX secolo furono trovate diverse ossa di bambini: i figli abbandonati di Dio e della società. “Hermitage” parla di ricerca della verità nel deserto, l’isolamento personale, la canzone epica che tutti conoscono già e il nostro umile omaggio ai potenti Bathory. Un gran riffing e alcune persone hanno detto che questa potrebbe essere la nuova “Alma Mater”. Non so se son d’accordo con questa affermazione o no, ma sono davvero felice che si sia rivelata una canzone così bella. “Solitarian” melodica, straziante e ipnotica. Un tema per una ricostituzione momentanea, la virgola nella frase. Questo strumentale inizia spegnendoci per un po’, poi ci riporta all’album alla fine del tema. Come chitarrista, oserei dire che forse su questo pezzo ho avuto i migliori suoni di chitarra che abbia mai registrato in tutta la mia carriera.

Si, i suoni e la produzione sono sicuramente uno dei punti di forza dell’album e il risultato delle chitarre è davvero notevole. Vorrei chiederti qualcosa riguardo il nuovo batterista: Hugo Ribeiro come è entrato in contatto con la band e cosa c’è di diverso nel suo lavoro rispetto a quello di Mike Gaspar?
Hugo è un batterista che il nostro tastierista Pedro ha conosciuto un bel po’ di tempo fa ed è stato Pedro stesso che si è preso la responsabilità di trovarci un nuovo batterista dopo che ci siamo separati da Mike. Hugo ha dimostrato di essere il ragazzo giusto, e la prima volta che abbiamo suonato insieme è stato magico. È più giovane di noi ma suona da molto tempo la batteria in gruppi rock/prog/metal portoghesi e registra anche come batterista session per numerose band di fuori. È un ragazzo molto umile ed energico che ci ha portato una boccata di aria fresca ed entusiasmo. Può suonare molti stili diversi e porta ed esplora molte dinamiche nel suo modo di suonare, il che aiuta molto la canzone. Devo dire che quando si è unito alla band, Pedro e io avevamo già scritto tutte le canzoni e programmato le parti di batteria, ma Hugo ha iniziato a lavorare con noi non solo per rendere quelle parti reali, ma anche per renderle molto musicali. Mi piace dire che riesce a far suonare la batteria melodica, invece che solo ritmica. In futuro, non vedo l’ora di iniziare a scrivere con lui da zero, perché questo ragazzo ha molto da offrire. Non c’è una differenza così grande tra i due batteristi, Hugo è un grande fan del genere musicale che proponiamo e per lui è stato molto facile assorbire lo stile di Moonspell. Tuttavia, abbiamo un livello di coerenza che non avevamo mai avuto prima.

È un vero peccato che ora non possiamo ascoltare le nuove canzoni in un vero set dal vivo. Recentemente avete suonato in un live streaming, com’è stata questa esperienza e quale canzoni da “Hermitage” ascolteremo in una set-list dei Moonspell?
Con la pandemia tutto è diventato molto più difficile. Stiamo facendo del nostro meglio per mantenere viva la band e per entrare in contatto con i nostri fan in maniera più profonda. Lo streaming aiuta molto ma non è la stessa cosa. Tuttavia, siamo comunque riusciti a suonare alcuni spettacoli con un pubblico molto limitato, perlomeno c’era un pubblico. Nell’ultimo spettacolo in cui i Moonspell hanno suonato, abbiamo presentato in anteprima “Greater Good” e “Common Prayers”. Queste canzoni rendono molto dal vivo e sicuramente avranno il loro posto nella scaletta. Oltre a questo, alla fine, dovremo fare una release show per “Hermitage” e quindi tutto l’album verrà presentato dal vivo. Per quanto riguarda i tour in futuro, speriamo non richieda troppo tempo, è ancora un po’ prematuro dire quali canzoni verranno suonate perché davvero non lo sappiamo. Questa sarà una decisione presa dopo un paio di prove.

“Apophthegmata” mi ricorda così tanto un sound dei Moonspell che amo… era “Darkness And Hope”, un album straordinario che quest’anno segna il ventesimo anniversario. Quanto è stato importante questo album per il futuro sound dei Moonspell? Hai qualche episodio di cui vuoi parlare riguardo la produzione o il tour di questo album?
In effetti il tempo scorre veloce. È strano rendersi conto che canzoni come “Nocturna” sono state scritte già venti anni fa. Quello che posso dire è che “Darkness and Hope” è un album che è stato registrato in un periodo incerto per noi, ma che ci ha fatto riconquistare molte persone che erano rimaste deluse dai nostri esperimenti sugli album “Sin/Pecado” e “Butterfly Effect”, e che ha apportato una nuova generazione di fan. Era un album registrato in Finlandia e quando eravamo lì, uscivamo molto con i nostri buoni amici di Amorphis e alcuni componenti degli HIM. Credo che sia stato abbastanza terapeutico per noi perché eravamo scettici sul nostro futuro, e quei ragazzi finlandesi ci hanno ricordato l’importanza che i Moonspell hanno sulla scena. Secondo noi, “Darkness and Hope” ha dei momenti molto belli ma non è un album brillante, comunque… era l’album di cui avevamo bisogno per recuperare la fiducia in noi stessi.

Grazie per la bella chiacchierata Ricardo, vuoi aggiungere qualcosa ai fan italiani dei Moonspell?
Grazie mille per questo confronto con te e i tuoi lettori. I tempi sono davvero strani, ma teniamo la testa a galla e speriamo in giorni migliori. Non vediamo l’ora di suonare per voi e torneremo sicuramente in Italia. Nel frattempo, siate resilienti e statemi bene!

Funeral of Souls – Argentine requiem

VERSIÓN EN ESPAÑOL ABAJO: POR FAVOR, DESPLÁCESE HACIA ABAJO!

Provenienti dall’Argentina e formati a metà del 2017, orgogliosi di portare in alto la bandiera del gothic doom metal, uno stile che è abbastanza raro nel loro Paese natale, i Funeral Of Souls sono una band guidata da Luis Panteon che in questo intervista per Il Raglio Del Mulo ci ha parlato della sua arte, della sua musica e dei suoi progetti.

Benvenuto su Il Raglio Del Mulo, grazie mille per il tempo dedicatoci. Come sono nati i Funeral of Souls? E perché hai deciso di suonare gothic doom metal?
Ciao, come stai? I Funeral of Souls sono nati ufficialmente nel 2017, dopo la separazione, causata dalla differenza di vedute, di una band che esisteva precedentemente. Insieme a Selva Anzorena e Gonzalo Lugosi abbiamo messo insieme questo progetto che ancora oggi va bene. Quando ci siamo riuniti per provare non avevamo pensato a quale stile suonare, il gothic doom metal è arrivato mentre le prove si susseguivano e stavamo componendo nuove canzoni, ci piaceva e gli abbiamo dato una possibilità.

Essendo una delle poche band a fare gothic doom metal in Argentina, vi sentiti in qualche modo responsabilizzati?
Sì, in Argentina non ci sono molte band di questo genere musicale, sappiamo che è difficile, ogni giorno lottiamo sui social affinché ci ascoltino e ci diano spazio, per fortuna non posso lamentarmi perché abbiamo tante radio vicine da cui riceviamo sostegno, così come gli amici che condividono la nostra musica sui loro social. Questo ci aiuta a continuare con forza senza arrenderci.

Di cosa parlano i testi dei Funeral of Souls e cosa volete evocare con le vostre canzoni?
In generale i testi sono scritti dalla nostra cantante Selva Anzorena, che ha assoluta libertà di comporre, nel nostro Ep del 2017 e nel nostro album del 2019 i suoi testi parlavano di amore e odio, leggende metropolitane, demoni, angeli, dei, solitudine, ecc. Sono testi interessanti che vi invito ad ascoltare e leggere.

Come vedi l’ambiente rock metal a sudamericano rispetto a quello di altri paesi o continenti? In termini di coesione tra le band, commercialmente, tecnicamente, musicalmente e in termini di opportunità di diffusione della propria arte.
Sappiamo molto bene che in Sud America ci sono band di livello incredibile, molti credono che l’Europa o gli Stati Uniti abbiano le migliori, ma non penso che sia così. Queste band hanno un grande supporto pubblicitario e finanziario, ma se avessimo tutto questo qui non avremmo nulla da invidiare. Vai su facebook, cerca, troverai tante band che ti sorprenderanno.

Oggi, secondo te, Internet, piattaforme, social network hanno aiutato o sminuito l’essenza del metal estremo?
Non ho dubbi che Internet e i social network abbiano aiutato molto a rendere la musica emergente indipendente ascoltata in tutto il mondo ma ha anche il suo lato negativo, i dischi non vengono più venduti. Questo non ha aiutato molto economicamente le band emergenti, a nessuno importa se il metal vende un milione di dischi in più o in meno, ma a noi interessa vendere anche solo 100 dischi per poter pagare le spese e in questo la musica digitale non ci aiuta.

Puoi parlarci del vostro album “Requiem” uscito l’anno scorso? Come è nata l’idea, quale è stato il processo di registrazione e com’è stata la risposta del pubblico?
Il nostro primo album “Requiem” è stato speciale, penso che tutti quelli che suonano in una band si facciano scappare una lacrima quando possono registrare e pubblicare il proprio materiale in formato fisico. Comporre per due anni, registrarlo e montarlo è una di quelle esperienze che ci ha riempito l’anima. Tutto questo è avvenuto quando abbiamo scritto sette nuove canzoni e abbiamo deciso di registrarle, aggiungendo tre canzoni dall’EP precedentemente registrate nello stesso studio.
Con tutto questo materiale abbiamo pensato che fosse una buona idea pubblicarlo fisicamente, dato che non riuscivamo a trovare un’etichetta, lo abbiamo realizzato in modo indipendente e lo abbiamo promosso in prima persona, un’esperienza, come ho detto prima, molto soddisfacente e gratificante. Molte radio ci hanno trasmesso, paesi come il Giappone ci hanno chiesto dischi, amici dalla Scozia, Ucraina, Italia, Francia, Portogallo, Stati Uniti, Guatemala, Cile, Brasile, ecc… si sono congratulati con noi e hanno chiesto i nostri dischi. Un grande saluto a tutti loro.

Dopo questo difficile 2020, pensi che questa pandemia abbia dimostrato che l’arte è essenziale per la vita delle persone? Ancor di più la musica?
Penso che quest’anno sia stato diverso da tutto, abbiamo avuto più tempo per riflettere, per essere uniti… Nel mio caso mi ha aiutato a finire di comporre nuove canzoni ma forse questa pandemia ha aiutato molte persone ad ascoltare musica e cercare di capire un po’ questa particolare arte. Con la depressione derivante da un anno con poco lavoro, molte persone si sono rivolte per un aiuto alla musica. Se è bastato non lo so… spero di sì, la musica nella vita delle persone è fondamentale.

Quali sono gli obiettivi a medio e lungo termine per la band ora che la vostra prima fatica è fuori?
Abbiamo finito di registrare due nuove canzoni per un album. Siamo stati invitati a partecipare a un disco, per un’etichetta discografica boliviana, che ospita l’Argentina insieme ad altri tre paesi, questo ci dà grande gioia, non vediamo l’ora di avere tutto pronto.

Secondo te, quali sono i fattori nell’underground che rendono molto difficile progredire e dare una migliore vetrina alle band?
Indubbiamente la gelosia, l’invidia e l’ego delle band, non c’è unione in questo ambiente, abbiamo bisogno di stare insieme per tirare tutti dalla stessa parte. È quello che proclamo da tempo, dobbiamo esserne consapevoli. Questo e anche i governi che non aiutano da questa parte del continente, non supportano le band metal, qualunque sia il loro sottogenere, è tutto autogestito, tutto indipendente…

Qual è la difficoltà maggiore nel mondo della musica secondo te? I Funeral of Souls sarebbero disposti a spostarsi in un’altra nazione per avere maggiore visibilità?
Penso che la cosa più difficile sia dover investire i soldi per tutto… mantenere l’attrezzatura, viaggiare, affittare locali per suonare dal vivo, pagare i promotor, dobbiamo pagare tutto in Argentina, l’ambiente è solo spazzatura, non abbiamo supporto economico. Indubbiamente andremmo in un altro paese se ci fossero le condizioni per vivere di musica, sarebbe un sogno poterlo fare, se non ti danno opportunità nella tua terra, devi cercare altri orizzonti, ne abbiamo già parlato e abbiamo raggiunto questa decisione.

https://funeralofsouls.bandcamp.com/releases
https://open.spotify.com/album/1KDZJAtCROaQZnUgeSBz53?fbclid=IwAR0pG1hZc409c8_cXUV9dvt3R6W-JkA7xojDYvHhDV6OW3k4ObwWAFs4krY
https://www.facebook.com/FuneralofSouls

Provenientes de Argentina y formado a mediados del 2017, orgullosos de llevar en alto la bandera del Gothic Doom metal, un estilo por demas bastante escaso en el horizonte del Pais donde proceden, Funeral Of Souls es una banda capitaneado por Luis Panteon el cual en esta entrevista Para Il Raglio Del Mulo nos estara hablando sobre su arte, vision de la musica, planes para la banda y que sentimientos les ahonda al saber que son de los pocos exponentes de su Pais en desarrollar y realizar Gothic Doom metal y que panorama ha traido esta pandemia a nivel global a todas las personas y si realmente se confirma que sin arte el hombre podria subsistir en su soledad.

Bienvenido al Il Raglio Del Mulo, muchas gracias por su tiempo para la entrevista chicos, como nace Funeral of Souls? Y porque decidieron hacer el estilo de gothic doom Metal?
Hola como estan, Funeral of Souls nace en 2017 de forma oficial, somos la separacion de una banda que existia anteriormente y que por diferencias nos separamos. Junto a Selva Anzorena, Gonzalo Lugosi y Luis Panteon armamos este proyecto que hoy en dia sigue en pie con mucha fuerza. Cuando nos juntamos para ensayar no habiamos pensado que estilo tocar, simplemente nacio hacer gothic doom metal a medida que Pasaban los ensayos e ibamos componiendo canciones nuevas, nos gusto y le dimos una oportunidad.

Al ser una de las pocas bandas en hacer gothic doom metal en Argentina como se siente tener ese peso diriamos encima de llevar en alto por todas parte un estilo que en el Pais donde ustedes provienen no es muy realizado.
Si, en argentina no hay muchas bandas de este genero musical, sabemos que es dificil, dia a dia peleamos en las redes sociales para que nos escuchen y nos den un espacio, por suerte no me puedo quejar por que tenemos muchas radios amigas que nos dan su apoyo, al igual que amigos que comparten nuestra musica en sus redes. Esto ayuda a que sigamos con fuerza sin bajar nuestros brazos.

De que tratan las letras de Funeral of Souls, y a que situaciones o filosofia evocaban en sus canciones?
En general las letras son escritas por nuestra cantante Selva Anzorena, la cual tiene libertad absoluta para escribir, en nuetro Ep del año 2017 y en nuestro disco independiente del año 2019 sus letras trataban sobre amor y odio, leyendas urbanas, demonios, angeles, dioses, soledad, etc. Son letras interesantes que invito a escuchar y leer.

Como ven el ambiente del rock metal a nivel Sudamericano con respecto a otros países o continentes? En cuanto a unidad de las bandas, comercialmente, técnicamente, musicalmente, y en cuanto a oportunidades para desarrollar el arte que uno gusta.
Nosotros sabemos muy bien que en Sudamérica hay bandas de un nivell increible, muchos creen que Europa o Usa, tienen las mejores bandas y no creo que sea asi. Si, es verdad que tienen un gran apoyo publicitario y economico encima esas bandas, pero si tuvieramos todo eso aqui no tendriamos nada que envidiarles. Entren a facebook, busquen, van a encontrar muchas bandas que los va a sorprender.

Hoy día en la Opinión de Ustedes, el internet, las plataformas, las redes sociales, han ayudado o han hecho diluir la esencia de la Música Extrema? entiéndase por calidad, Y en tu opinión que cosas estas herramientas han fortalecido pero también han debilitado.
No tengo dudas que internet y las redes sociales ayudaron mucho a que la musica independiente – emergente se escuche en todo el mundo pero tambien tiene su lado malo, ya no se venden discos, esto ayudaba mucho a las bandas emergentes de forma economica, a nadie le importa si metalica vende un millon mas o menos de discos, pero a nosotros si nos importa vender aunque sea 100 discos para poder solventar nuestros gastos y en eso…. la musica digital no nos ayuda.

Podrían hablarnos de su primer disco “Réquiem” del año pasado, cómo surgió la idea del disco, como fue el proceso de grabación y como fue la receptividad afuera con el material?
Nuestro primer disco Réquiem fue especial, creo que todos los que tocamos en una banda se nos cae una lagrima cuando podemos grabar y sacar nuestro material en formato fisico. Componer durante 2 años , grabar y editarlo es una de esas experiencias que nos llena el alma. Todo esto surgio cuando compusimos 7 canciones nuevas y decidimos grabarlas, agregando 3 canciones del EP anteriormente grabado en el mismo estudio. Con todo esto creimos que fue buena idea sacarlo de forma fisica, al no encontrar sello lo sacamos de forma independiente y lo presentamos con bandas amigas, una experiencia como dije antes, muy satisfactoria y gratificante. Muchas radios amigas nos difundieron, paises como Japon nos pidieron discos , amigos de Escocia, Ucrania, Italia, Francia, Portugal, Usa, Guatemala, Chile, Brasil, etc….. nos felicitaron y solicitaron nuestros discos. Saludo grande para todos ellos.

En este Difícil 2020, ustedes creen que con esta pandemia se demuestra que el arte es fundamental para la vida de las personas? Más aun la Música?
Creo que este año fue diferente a todo, tuvimos más tiempo para reflexionar, para estar unidos… En mi caso me sirvio para terminar de componer nuevas canciones pero a mucha gente quizas le sirvio esta pandemia para escuchar musica y tratar de entender un poco mas sobre este arte tan particular, con depresion por un año con poco trabajo mucha gente se volco a escuchar mas musica, no lo se… ojala asi sea, la musica en la vida de las personas es fundammental.

Cual son los objetivos ahora a mediano y largo plazo para la banda al ya concretar el primer material discográfico?
Terminamos de grabar 2 canciones nuevas para un album al que fuimos invitados, tenemos el placer de participar en un disco representando a Argentina junto a 3 paises mas, se imaginan que nos da mucha alegria esto, la idea es que este album salgo bajo un sello discografico boliviano, esperamos con ansia tener todo listo.

Cuales son a su criterio las cosas que hacen muy difícil al underground progresar y tener una mejor vidriera y capacidad para que las bandas puedan progresar?
Sin dudas los celos, la envidia y egos de las bandas, no tenemos union en este ambiente, necesitamos estar juntos para tirar todos para el mismo lado. Es lo que vengo pregonando hace tiempo, tomemos conciencia. Esto y tambien los goviernos que no ayudan en este lado del continente, no apoyan a las bandas de metal sea del subgenero que sea, es todo a pulmon, todo independiente…..

Que es lo más duro para ustedes en su opinión Personal con respecto a la música, y En algún momento Funeral of Souls estaría dispuesto a dar el paso de continuar en otro País?
Creo que lo mas dificil es tener que estar poniendo dinero para todo… mantener nuestros equipos, viajar, alquilar los lugares para tocar en vivo, pagar promotores, tenemos que pagar para todo en Argentina, esta muy basureado el ambiente, no tenemos apoyo economico. Sin dudas que iriamos a otro pais si estuvieran dadas las condisiones para vivir de la musica, seria un sueño poder hacerlo, sino te dan oportunidades en tu tierra, tenes que buscar otros horizontes, ya lo charlamos y llegamos a esta desicion. Muchas gracias queridos amigos por entrevistarnos y apoyar nuestra musica, les dejamos nuestras redes para que nos escuchen y sepan mas de nosotros.

https://funeralofsouls.bandcamp.com/releases
https://open.spotify.com/album/1KDZJAtCROaQZnUgeSBz53?fbclid=IwAR0pG1hZc409c8_cXUV9dvt3R6W-JkA7xojDYvHhDV6OW3k4ObwWAFs4krY
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Cadaveria – Il cantico della Matriosca

Ospite a Overthewall Cadaveria. Dopo lo stop causato dalla lunga malattia, l’artista italiana è tornata a fare musica, pubblicando recentemente due singoli “Return” e “Matryoshcada”.

Ciao Cadaveria, come come stai?
Sto bene grazie, ho appena fatto i controlli oncologici e mi hanno promossa! Sono felicissima e posso dedicarmi alla musica con serenità.

Ho ammirato molto il modo in cui hai affrontato la malattia, non nascondendoti ma aggiornando amici e fan passo dopo passo. Credi che questo atteggiamento positivo abbia potuto avere una doppia valenza, rendendo meno impervio il tuo cammino e in qualche modo dando l’esempio a chi ti segue e che magari si trova in un analoga situazione?
Non credo esista un solo modo per affrontare le difficoltà e le malattie, ognuno fa come crede e come può. Personalmente ho sempre avuto un rapporto sincero coi fan e in generale con le persone che mi circondano e non mi sono mai sognata di nascondere a nessuno la malattia. Avrei dovuto mentire per chissà quanto tempo, una cosa per me impensabile e che poi mi sarebbe costata un sacco di fatica. No, no, le energie mi servivano tutte per guarire! Devo dire che questa apertura verso il prossimo mi ha fatto un gran bene, parlarne mi ha resa più leggera e soprattutto mi ha inondata di amore. Ho visto tante mani tese e questa volta le ho semplicemente afferrate, senza chiedermi se erano davvero tutte sincere. E’ stato uno switch non da poco, considerato che non ero abituata a chiedere aiuto e a manifestare apertamente i miei sentimenti. A chi si trova in una situazione simile, sì, consiglierei di fare altrettanto, ma solo se se la sente. Alla fine ognuno deve seguire la propria anima. Ad esempio per me mettere la parrucca era come mentire a me stessa allo specchio, poi era scomoda, una tortura d’estate con 35 gradi. No grazie! E così sono andata in giro pelata. Non è facile. Gli sguardi li hai addosso, sguardi di compassione, di curiosità, di paura. Il cancro è ancora un tabù, la gente ne è terrorizzata, lo chiama “quel brutto male”… Io posso dire che la verità rende liberi. Dopo che mi sono mostrata al mondo pelata non me ne frega proprio più niente del giudizio di nessuno.

Alla luce delle tue recenti vicissitudini, possiamo considerare questo un nuovo inizio e porre “Matryoshcada” sullo stesso piano emozionale del tuo esordio con gli Opera IX e con il tuo progetto solista?
No, quando sono entrata negli Opera IX ero giovanissima e vivevo nell’incoscienza di quegli anni. Quando con Marçelo Santos ho fondato i Cadaveria sì, quello è stato un nuovo inizio, all’insegna dell’indipendenza artistica e della voglia di fare. Questa volta sono fortunata a poter ricominciare di nuovo. Ci sono stati momenti in cui non ero certa che sarei tornata alla musica. La molla sono stati i fan. “Matryoshcada” è dedicata a tutti loro. L’emozione che sto provando ora non ha paragoni col passato. E’ l’emozione di chi sa quanto sia preziosa la vita.

Da un punto di vista simbolico cosa rappresenta la matriosca?
La matriosca sono io durante la chemioterapia, che mi esfolio, perdo capelli, ciglia sopracciglia, un pezzo del mio corpo con la chirurgia. Involucri di me cadono e se ne vanno per non tornare più e io ho dovuto accettarlo e lasciarli andare. E’ restato il nucleo, l’anima, e da lì sono ripartita. Ho attraversato una tempesta, sono stata sulle montagne russe per oltre un anno e mezzo senza mai poter scendere. Ho vissuto una trasformazione esteriore che è sotto gli occhi di tutti e un viaggio interiore profondo, un insegnamento per me rivoluzionario. Un po’ di autoironia non guasta mai così la canzone l’ho intitolata MatryoshCADA perché molti nell’ambiente musicale mi chiamano Cada.

Che ruolo ha avuto la musica in questo tuo percorso? Non mi riferisco specificatamente alla tua musica, ma in generale.
Nei primi mesi ho ascoltato musica come al solito, poi ho cercato solo il silenzio, la meditazione, il camminare, lo yoga. Mi sono disinteressata totalmente del metal.

Qual è l’elemento di novità in “Matryoshcada” e quale invece quello tipicamente Cadaveria che è sempre presente sin dal tuo primo album?
E’ sempre difficile analizzarsi, preferisco siano gli altri a trovare similitudini e differenze. Credo che il marchio Cadaveria sia inconfondibile, soprattutto nel growl. La scrittura musicale e certe tonalità del clean, più acute che in passato, sono probabilmente ciò che gli altri identificheranno come nuovo.

“Matryoshcada” esce in un periodo particolare, senza concerti e caratterizzato dall’impossibilità di avere un contatto fisico con i fan. Come cambia dal punto di vista tecnico la promozione di un brano in questa particolare fase?
Noi abbiamo scelto, a prescindere dal Covid, di far uscire una serie di singoli in digitale e di realizzare anche un videoclip per ciascun singolo. Un lavoro importante ed entusiasmante dal punto di vista creativo. Ci stiamo gestendo in maniera totalmente indipendente quindi decidiamo noi tempi e modi e ci divertiamo parecchio.

Chi ha collaborato con te nella realizzazione del pezzo?
Marçelo Santos in primis, praticamente un fratello che condivide con me ogni passo artistico. La formazione ufficiale al momento include noi due e Peter Dayton al basso. Alla chitarra hanno collaborato Frank Booth e Kris Laurent, chitarristi storici della band, e Pier Gonella, anche in veste di coproduttore.

“Matryoshcada” è il secondo singolo estratto dal prossimo album, quando potremo ascoltare il lavoro intero?
Sì, è il secondo singolo. Il primo, “Return”, cover dei Deine Lakaien, è uscito a ottobre e ha segnato il nostro ritorno alla musica. Per ora abbiamo altri brani pronti che stiamo registrando e che faremo uscire man mano che sono pronti sempre in forma di singoli. Ad oggi non stiamo programmando un album da far uscire in formato fisico. Vedremo più avanti come evolvono le cose e cosa ci inventeremo.

Grazie per l’intervista, ricordiamo dove tenersi aggiornati sulle tue nuove uscite discografiche?
Vi rimando al sito http://www.cadaveria.com e vi consiglio di seguirci su Spotify https://bit.ly/cadaveriaonspotify e di iscrivervi al nostro canale Youtube https://www.youtube.com/cadaveriaofficial. Questi invece sono i link per seguirci sui social: https://www.facebook.com/cadaveria, https://www.instagram.com/cadaveriaofficial

Trascrizione dell’intervista rilasciata a Mirella Catena nel corso della puntata del 30 Novembre 2020 di Overthewall. Ascolta qui l’audio completo:

Helfir – Musica da viaggio

Gli Helfir con “The Journey” (My Kingdom Music) tagliano il delicato traguardo del terzo disco, lo fanno confermando quanto di buono fatto nei due capitoli precedenti e rilanciando le proprie ambizioni. Dietro questo progetto si cela un uomo solo, Luca Mazzotta, ed è con lui che abbiamo discusso del nuovo lavoro.

Ciao Luca, non ci sentiamo da un bel po’, dalla tua data a supporto di “The Human Defeat” nel 2017: cosa è accaduto in questi tre anni?
Ciao a tutti voi! Sì, dall’uscita di “The Human Defeat” ho intrapreso nuove collaborazioni, registrato su alcuni dischi di artisti locali e suonato live in giro con varie band. In tutto ciò mi sono occupato della promozione e delle vendite del disco ed ho iniziato da subito a scrivere il nuovo album “The Journey” ed altro materiale di cui ancora non ne sto parlando. È difficile vedermi fermo e annoiato!

Il terzo disco è una soglia fatidica nella vita di una band, credi di esserci arrivato al massimo del tuo potenziale?
La scrittura di un disco, sia delle musiche che dei testi, è un processo quasi ludico per me. Non mi pongo mai dei traguardi o mi analizzo artisticamente e tecnicamente, semplicemente mi diverto a scrivere, lasciandomi trasportare dalle emozioni. Dall’uscita di “Still Bleeding” sicuramente sono cambiate molte cose, ho imparato tantissimi trucchi ed accorgimenti nella scrittura e nell’uso degli arrangiamenti, ho continuato a studiare, quindi credo proprio che con questo terzo disco ho potuto applicare al meglio tutto ciò che ho imparato fino ad ora.

Il disco in qualche modo è stato condizionato dalla drammatica situazione che viviamo?
Assolutamente sì, non tanto nelle tematiche trattate o nella scrittura della musica quanto nella fase di realizzazione del disco. In piena pandemia, costretto a restare a casa giornate intere, mi sono ritrovato a fare qualunque tipo di ripresa nel mio studio personale senza poter avere l’aiuto di un tecnico del suono o di qualcuno più esperto di me. Quindi la scelta di microfoni ed il loro posizionamento, la selezione di ampli ed effetti, tutto è stato completamente guidato da me, con uno sforzo incredibile in quanto non sono proprio del mestiere. È stata comunque una bella esperienza perché era diventata una sfida tra me e tutta la fase di ripresa, soprattutto delle voci e delle chitarre acustiche.

Se si eccettua il contributo di Tamara My su “Silent Path”, hai fatto tutto da solo: da dove nasce questa esigenza di non avere con te altri compagni di avventura negli Helfir?
In ogni album che faccio mi piace ospitare amici e musicisti con cui ho il piacere di collaborare e che nutro profonda stima. In “Silent Path” avevo il desiderio di una voce femminile molto graffiante e Tamara è stata perfetta! Helfir nasce come esigenza personale di scrivere e divertirmi a suonare tutto. È una valvola di sfogo, un processo catartico ma al tempo stesso mi diverto a sperimentare, ad inventare, sempre con i miei tempi e con le mie esigenze, senza dover dare conto a nessuno. Quindi il non voler avere altri compagni di avventura nasce dalla pura esigenza di intraprendere un viaggio in solitaria, un viaggio introspettivo. Questo è Helfir.

Lavorando da solo, e non avendo un confronto con altre persone, quando capsici che un brano è completo e non ha più bisogno di essere perfezionato?
Quando inizio a scrivere un brano, scelgo i suoni, sperimento con diversi arrangiamenti, sostituzioni di accordi e scale ma è come se avessi già in mente quale sarà il risultato finale. È come se la canzone esistesse già, come se l’avessi già ascoltata e quindi stessi cercando di riprodurla con gli strumenti che ho a disposizione. Ci sono stati casi in cui, dopo vari tentativi, il risultato non mi convinceva, quindi mi sono ritrovato a scartare intere canzoni e casi in cui, al contrario, sono rimasto addirittura stupito dal risultato che si è rivelato essere oltre ogni mia aspettativa.

Un connubio che dura da tanto ormai è quello con la My Kingdom Music, su cosa si fonda questa lunga collaborazione?
La collaborazione con la My Kingdom Music, e quindi con Francesco, è iniziata nel 2013 e continua tuttora. Come succede nei rapporti di amicizia, anche nelle collaborazioni tra musicista ed etichetta, ci deve essere una base di stima e fiducia reciproca. Questi sono gli ingredienti fondamentali per un lavoro di squadra, in cui ognuno ha il proprio ruolo e mette a disposizione le proprie competenze. Io mi trovo molto bene a lavorare con Francesco, chiedo consigli, dritte sulle prossime azioni da intraprendere ed è sempre stato così. Poi c’è un elemento che ci accomuna e che ci fa sentire le cose allo stesso modo: la musica!

Credi che nell’album ci sia una canzone che più di altre rappresenta il vostro sound attuale?
Una caratteristica di Helfir di cui vado molto fiero è l’eterogeneità di stili musicali che ci sono al suo interno. Il mix di stili che si possono ascoltare in un mio disco rappresentano l’anima di questo progetto, i diversi volti di uno stesso lato oscuro della musica, quella che mi piace. Per questo motivo è difficile trovare una canzone che più rappresenta il sound attuale ma credo che sia più giusto parlare di miscela di stili e con questo album penso di aver raggiunto il suono che volevo, la formula che cercavo. 

Il video di “The Past”, con il suo grigio, l’ho trovato molto evocativo: chi ne ha curato lo storyboard e regia?
Bella domanda! Come per tutto l’aspetto musicale, anche per parte video mi sono divertito a fare tutto da solo e senza strumenti troppo complessi. Fin da quando ero bambino, ho sempre amato accostare la musica alle immagini o video perché mi suscitava emozioni fortissime e lo trovavo molto stimolante. Una delle influenze musicali maggiori per me è stata quella dei Pink Floyd e ricordo che quando vidi per la prima volta il videoclip di “Learning To Fly” rimasi scioccato; loro sono i maestri in questa arte. Forse l’amore per questa band mi ha aiutato tanto ad accostare le immagini alla musica.

Ora che il disco è fuori ed è complicato, se non impossibile esibirsi dal vivo, quali sono i tuoi programmi?
Sono molto fiducioso, da questo incubo ne usciremo e spero nel più breve tempo possibile. Nel frattempo mi dedicherò a promuovere il disco con qualche live in zona e via web. Dovrò quindi preparare la scaletta per gli show, studiare i suoni e gli arrangiamenti. Poi sono rimaste fuori da questo disco circa una decina di altri brani che non vedo l’ora di riprendere in mano e proseguire con la scrittura.

Nachtblut – Creatures of the night

Reduci da un periodo non proprio felice, i Nachtblut hanno riversato su disco tutte le proprie riflessioni. Il risultato è una natura morta, dal titolo “Vanitas” (Napalm Records), che il batterista Skoll ci ha raccontano nelle minime sfumature.

Benvenuto su Il Raglio del Mulo, Skoll. Le “vanità” sono delle nature morta – molto diffuse tra gli esponenti della scuola pittorica olandese del XVII secolo – contenenti simboli lugubri messi là a ricordare della inevitabilità della fine. Possiamo considerare questo nuovo album una sorta di natura morta?
Sì e no. Le nostre canzoni e l’album hanno molta energia, quindi sono tutto tranne che morte o oggetti inanimati. Ma in effetti, l’album tratta aspetti legati alla mortalità, alla fine e alla transitorietà. Inoltre, nella tradizione dello stile “Vanitas”, mettiamo in discussione alcuni punti di vista su scelte o stili di vita. Abbiamo approfondito questi temi ma non abbiamo fatto dieci canzoni solo sulla morte. L’album tocca molti aspetti della vita: “Vanitas” è divertente e stimolante allo stesso tempo.

Come è nato “Vanitas”?
Abbiamo iniziato a pensare per la prima volta a un nuovo album in concomitanza con gli ultimi spettacoli del nostro Apostasie Tour 2018, ma ci è voluto un po’ per raccogliere tutte le idee. Come tutti i nostri dischi, anche “Vanitas” è un’istantanea delle cose che avevamo in mente in quel preciso momento. Purtroppo, questa volta abbiamo dovuto affrontare anche la perdita di persone care. Naturalmente, riflettere sulla caducità e sulla mortalità in in una situazione del genre è cosa ovvia. Ma abbiamo anche incluso le esperienze che abbiamo fatto negli ultimi anni durante i tour in diversi paesi, incontrando ogni tipo di persone. Forse è per questo che il disco appare così riflessivo.

Il primo singolo è “Das Puppenhaus”, una canzone che ricorda i Rammstein: possiamo parlare di scuola tedesca industrial goth?
Tutti nella band ascoltano i Rammstein, quindi immagino che abbiano un’influenza su di noi. Ma non siamo degli imitatori. Abbiamo abbastanza canzoni per dimostrare che il nostro suono è unico. Se ti piace definire quella canzone german industrial goth school, per me va bene. Personalmente non sono un fan delle etichette, quindi alla fine non importa come viene bollata una canzone fintanto che noi e le persone là fuori ci divertiamo.

Vi ispirate ai grandi compositori d’opera tedeschi del passato?
Sì, e penso che tu possa avvertire una certa loro influenza nelle nostre canzoni. Forse un po’ di più nei dischi precedenti, ma tutti ascoltiamo anche musica classica. Non ci limitiamo ai soli compositori tedeschi, ad esempio Vivaldi è molto apprezzato nella band.

“Vanitas” è l’album più vario della tua carriera?
Sono d’accordo, con Vanitas offriamo molte sfaccettature e varietà. Nonostante tutte le diversità, siamo comunque riusciti ad avere un suono omogeneo, c’è un’atmosfera di base su “Vanitas”. È un vero sollievo lasciarsi alle spalle tutte le critiche di quelli che dicono “non puoi farlo, perché non è dark metal”. La nostra risposta è: “sì, possiamo!”. Se ci piace avere una melodia o uno strumento folk in una delle nostre canzoni e in quella successiva un sintetizzatore degli anni ’80, è quello che faremo. Penso che sia anche rigenerante, niente è più noioso di un album in cui ogni canzone suona come quella precedente.

Per voi che vi siete esibiti durante il Wacken Open Air e il Summer Breeze Open Air, quanto è difficile la vita durante il blocco dei concerti? Solo pochi giorni fa gli Anathema hanno annunciato il proprio scioglimento a causa della difficile situazione economica causata dalla pandemia di Covid 19.
È difficile, il 2020 è stata un’enorme delusione se parliamo di festival e concerti. Comunque non possiamo cambiarlo. L’unica cosa che possiamo fare è aspettare e incrociare le dita che il 2021 sia migliore. Molte band cercano nuove alternative, come i concerti con posti a sedere, ma per noi non funziona. Nei nostri spettacoli c’è sempre stato molto movimento e interazione sul palco come davanti al palco, ad esempio stage diving e mosh pit con i fan. Quindi aspetteremo fino a quando potremo dare di nuovo il 100%: vai alla grande o stai a casa!

Avete mai suonato in Italia?
Sì, l’abbiamo fatto. Finora abbiamo suonato due spettacoli in Italia, uno a Bolzano e l’altro a Brescia. Sarebbe bello tornare o, in generale, suonare di più in Italia. Le ultime volte sono state più che divertenti!

Come è cambiato il vostro pubblico dai primi giorni?
Onestamente non so se qualcosa è cambiato. Ovviamente al giorno d’oggi stiamo raggiungendo molte più persone. Abbiamo sempre avuto un buon mix tra la gente che ascolta la nostra musica. Dai gothic ai trve metalhead, troverai un’intera gamma tra i nostri fan.

Non avete mai pianificato un cambio di look senza trucco, come, per esempio, i Kiss negli anni ’90 o qualche band black metal nei ’00?
No, non ci abbiamo mai pensato. Fa parte della band, parte di noi. È importante per noi passare a in un’altra dimensione e lasciarci alle spalle la vita di tutti i giorni, concentrarci solo sul momento e sulla performance sul palco. Il trucco non riguarda il diventare qualcun altro o l’immagine di qualcun altro, ma l’impegno.

Out from an hard moment, Nachtblut poured all their reflections on record. The result is a still life entitled “Vanitas” (Napalm Records), which drummer Skoll told us in the slightest nuances.

Welcome on Il Raglio del Mulo. Vanitas is a still-life painting of a 17th-century Dutch genre containing symbols of death or change as a reminder of their inevitability. Is this new album a still-life?
Yes and no. Our songs and the album having a lot of energy, so it’s everything except dead or just an object. But indeed, the album deals with aspects of mortality, death and transience. Also, in the tradition of the Vanitas art, we’re questioning views on things, choices, or certain lifestyles. We expand here and didn’t make 10 songs just about death. The album reaches into many aspects of life. Vanitas is enjoyable and thought-provoking at the same time.

How is born “Vanitas”?
We first thought about a new album at one of our last shows of our Apostasie Tour 2018, but it took us a while to gather all ideas. Like all our records, also Vanitas is a snapshot on things that were on our mind at that very moment. Sadly this time we also had to deal with losing beloved persons. Of course, reflecting about transience and mortality in that situation is obvious. But so did we include experiences we made over the last years touring different countries, meeting all kinds of people. Maybe that’s why the records seems to be that thoughtful.

The first single is “Das Puppenhaus”, a song in the vein of Rammstein: Can we speak of German Industrial Goth school?
Everyone in the band is listening to Rammstein, so I guess they have an influence on us. But we are not a copycat. We offer enough songs to prove our unique sound. If you like to call that song German Industrial Goth school, it’s fine for me. I’m personally not a fan of labels, so in the end it doesn’t matter to me, how the song is labeled as long as we and the people out there enjoying it.

Are you inspired by the great German opera composers of the past?
Yes we are. I think you can hear some influence in our songs. Maybe a bit more in the previous records, but we all listen to classical music as well. We don’t limit ourselves to just German composer, for example Vivaldi is very popular in the band.

Is “Vanitas” the most various album of your career?
I would agree on that. With Vanitas we offer a lot of facets and variety. By all the diversity the album has, we still managed to have a homogeneous sound, so there is a fundamental vibe on Vanitas. It’s also very relieving, leaving behind all those “you can’t to that, because it’s not Dark Metal”. Our response to that is – yes we can! If we like to have a folky melody or instrument on one of our songs and on the next one a 80s synthesizer, that’s what we will do. I think it’s also refreshing, nothing is more boring, than an album on which every song sounds like the previous one.

You performed during Wacken Open Air and Summer Breeze Open Air, how is difficult the life for a band during the stop of the live concerts? Just few days ago Anathema announced their hiatus due the difficult economic situation due the Covid 19 pandemic.
It’s hard, 2020 is a huge disappointment if it comes to festivals and shows. Anyway we can’t change it. The only thing we can do is waiting and crossing fingers that 2021 will be better. A lot of bands trying new alternatives, like seated concerts, but this doesn’t work for us. In our shows there always have been a lot of movement and interaction on stage as in front of the stage, e.g. stage diving and mosh pits with fans. So we will wait until we can give 100% again – go big or go home.

Did you ever play in Italy?
Yes we did. We played two shows so far in Italy, one in Bozen and the other one in Brescia. It would be great to come back or in general playing more shows in Italy. It was more than enjoyable the last times!

How is changed your audience from your first days?
Honestly I don’t know if something changed. Obviously we’re reaching way more people nowadays. We always had a good mix of people listening to our music. From pale Gothics to trve Metalheads, you will find the whole range among our fans.

Have you never planned a change of look without painting, like Kiss in ‘90 or some black metal band in the ‘00?
No, never did we think about that. It’s part of the band, part of us. It’s important for us to transition to this state of leaving everything, everyday life, behind us and just focus on the moment and the performance on stage. The make up is not about becoming someone else or portraying someone else, it’s about commitment.

Lucynine – Veleno d’amore

Un lavoro fuori dagli schemi, “Amor Venenat”, un disco capace di scaraventare l’ascoltatore nel sfera più intima e dolorosa dep suo autore Lucynine.

Sergio, benvenuto su Il Raglio del  Mulo, “Amor Venenat” è un album criptico, un gioco di scatole cinesi che racchiude probabilmente una parte della tua sfera intima. Da autore preferisci che il marchingegno resti chiuso mantenendo al contempo un certo fascino misterioso e ben protetto il tuo Io più profondo o speri che la scatola venga aperta liberando quella parte di te?
Ciao! E grazie del vostro interesse! “Amor Venenat” è un concept autobiografico, nato in seguito alla perdita di mio marito avvenuta nel 2018, dopo 11 anni di relazione. Non parla solo di quello, ma di tutto il dolore e le difficoltà che hanno compenetrato la mia sfera affettiva e sessuale, da quando ero più giovane, dal rapporto con la mia famiglia (“Family”), fino ad oggi. Quindi il tema è abbastanza esplicito, però in effetti mi piace l’idea che l’ascoltatore, sentendo le varie “tinte” che colorano il disco, leggendo i testi, interpreti e immagini liberamente.

E’ stato doloroso concepire un lavoro di questo tipo?
Ti dirò che in un certo senso è stato liberatorio e terapeutico. L’album nasce dal dolore, dalla rabbia, dalla disillusione, ma mi sento di dire che tutte queste ombre sono state “spurgate” proprio tramite la lavorazione di questo disco. Non saprò mai se è stato solo il passare del tempo (circa un anno e mezzo di lavoro) o se è proprio stato merito di “Amor Venenat”, ma finito tutto mi sono reso conto che stavo molto meglio rispetto a quando iniziai a lavorarci.

La copertina contiene un’immagine forte, chi l’ha ideata e come si riconnette al concetto di “Amor Venenat”?
È tutta opera mia, sono anche fotografo e grafico, cosa che mi aiuta ad esprimermi al massimo, ma anche -confesso- a risparmiare qualche soldo, ahah! Il modello che ho usato per la fotografia di copertina rappresenta il cardine del concept, ovvero il difficile rapporto con una persona molto più avanti di età, agli antipodi rispetto a me per quanto riguarda il percorso naturale della vita. Il cappio simboleggia l’amore (ero molto molto arrabbiato con i sentimenti quando iniziai a lavorare al disco) e la luce rossa che illumina le spalle dell’uomo rimanda sia alla lussuria, sia alle vesti sacerdotali e cardinalizie, visto che la religione, il suo rapporto con la sessualità e con l’omosessualità sono temi molto presenti nelle lyrics.

Giochi con i generi, ottenendo qualcosa di poco inquadrabile: credi che sia un vantaggio o uno svantaggio non poter essere associati a un’etichetta nell’attuale scena musicale?
È un’arma a doppio taglio, un aspetto che mi ha preoccupato fin da subito. C’è l’ascoltatore onnivoro che apprezza la sorpresa, la contaminazione, la scelta di utilizzare una tavolozza di suoni molto ampia per descrivere i vari aspetti del concept. C’è l’ascoltatore più “di settore” che sente il bisogno di un disco che cominci e finisca con lo stesso genere di sonorità. Non ho certo la presunzione di incolpare il pubblico se una mia creazione viene recepita male, ci mancherebbe altro! Ma d’altro canto non avrei saputo fare diversamente, quindi ho deciso di rischiare. Per fortuna mi pare che l’accoglienza sia stata molto buona, in generale. L’ho scampata, ahah!

Qual è il tuo rapporto con i colori? Nella copertina c’è un bel rosso acceso, nel video di “White Roses” domina il grigio, mentre in “Nine Eleven” ci sono “schizzi” variopinti.
Credo sia più deformazione professionale, piuttosto che una scelta ponderata. In effetti per me la componente figurativa è una parte fondamentale di tutto quello che faccio, quindi, anche involontariamente, i colori diventano imprescindibili nella completezza del “dipinto”, sia esso sonoro o di altro genere espressivo.

Rimanendo in tema di colori, tra  le influenze che mi pare di aver intercettato su “Amor Venenat”  c’è quella del Green Man, Peter Steele. Non solo quelle direttamente riconducibili ai suoi Type 0 Negative, ma anche quelle che a sua volta il newyorkese ha subito, mi riferisco a certe melodie beatlesiane e ai Black Sabbath. Queste muse – sempre che io le abbia indovinate – sono consce o inconsce?
Consce, consce! I Beatles per me sono il punto di partenza per assolutamente tutto, tant’è che mi sono divertito anche a citarli in “Nine Eleven” con un frammento preso da “Day Tripper”. Steele fa parte dei miei ascolti più appassionati (e anche a lui ho dedicato un tributo con la cover di “Everyone I Love Is Dead”, che ben si sposava con il concept del disco). Fa parte delle mie influenze lui, come ne fanno parte artisti presi dai generi più disparati, anche molto lontani dal metal.

La tua musica ha anche una componente teatrale che si estrinsecata nel modo più evidente con il ricorso ad alcune voci narranti interpretate da  quattro celebri attori e doppiatori: Grazia Migneco, Gianna Coletti, Claudia Lawrence (terza classificata nell’ultima edizione di Italia’s Got Talent) e Dario Penne (voce italiana di Anthony Hopkins, Michael Caine e molti altri). Come sei entrato in contatto con loro e come hanno reagito alla tua musica?
Il teatro è parte della mia vita: come fotografo, sono per lo più fotografo di scena e curatore di immagine per gli attori. Quindi la scelta sui loro interventi è stata dettata molto dal mio amore viscerale per questo mondo. Dario Penne, in particolare (doppiatore di Anthony Hopkins e tanti altri), è stata la persona che ha letteralmente cambiato la mia vita recitando in “Blocco E, IV Piano”, mio cortometraggio di 4 anni fa, e aprendomi le porte a ciò che oggi mi permette di campare con ciò che amo: enorme privilegio. Ecco perché tengo tanto a queste feat.: Gianna Coletti, Claudia Lawrence, Grazia Migneco e Dario sono grandi amici per cui provo sincero affetto. Oltre poi al fatto che, se c’è qualcosa di importante da dire, preferisco che a farlo siano le voci migliori che io conosca. Sulla loro reazione riguardo alla mia musica, ehm… passerei alla prossima domanda, ahah!

Credi che porterai mai questi brani su un palco?
Al momento non so, ma nessuna porta è chiusa, confesso che mi piacerebbe e che il palco mi manca molto, avendo fatto l’ultimo concerto nel 2013. Chi lo sa?

Zeitgeist – Spirit of time

VERSIÓN EN ESPAÑOL ABAJO: POR FAVOR, DESPLÁCESE HACIA ABAJO!

Gli Zeitgeist sono una band paraguayana nata 2007, uno dei pochi riferimenti all’interno della scena gothic-metal del paese sudamericano. Una graduale evoluzione attraverso due dischi, “Shallow Play” e “Mind” (quest’ultimo uscito nel 2016) ha portato a un allontanamento dal gothic tradizionale per avvicinarsi a sonorità industrial ed elettroniche, che oggi rappresentano il percorso attraverso il quale la band ha deciso di espandere la propria arte. In questa intervista per Il Raglio Del Mulo, Rudy Stanichevsky (batterista, fondatore e manager della band) ci ha parlato degli inizi, della sua filosofia, del lancio del suo nuovo videoclip, dei nuovi membri, anticipando anche i dettagli del terzo disco. Il prossimo album, su cui i sudamericani stanno lavorando nonostante la quarantena che ha interrotto le attività in tutto il mondo.

Benvenuto sul Il Raglio Del Mulo, Rudy , grazie mille perla tua disponibilità, come sono nati gli Zeitgeist? E come è stato deciso il nome della band?
La band è nata il 10 novembre 2007 con Valerie Ketterer, Rudy Stanichevsky e Mario Armoa. Venivamo tutti da altre band metal. Ci è venuto in mente di chiamare la band Zeitgeist, che significa Spirito del Tempo in spagnolo, perché era affine alla situazione in cui i membri del gruppo si trovavano: un nuovo inizio con una maturità che solo il tempo può donare a un musicista. Inoltre, l’abbiamo chiamato così anche in onore di una delle prime band metal paraguaiane, chiamata Corrosión, che ha pubblicato nel suo primo CD, intitolato “Report of Exploitation”, la canzone “Zeitgeist”, una grande ispirazione per l’abbrivio di questo nuovo progetto .

Il Paraguay non ha molte band in ambito gothic, come ci si sente ad essere dei precursori? E di cosa parlano i testi?
Ci fa piacere, poiché siamo riusciti a raggiungere molti dei nostri obiettivi, come il lancio di materiale ben accolto a livello internazionale. Abbiamo viaggiato dentro e fuori il nostro paese a abbiamo fatto fronte a tutte le sfide che sono man mano presentate sul nostro cammino. I testi della band trattano temi diversi, da situazioni quotidiane – tradimento, dolore, amore, addio a una persona cara – a storie ispirate a film, anime, libri; raccontiamo vissuti di persone reali dimenticate che hanno compiuto imprese importanti, come Kassianov.

Quando avete deciso di incorporare elementi elettronici nella vostra musica dando un drastico, ma naturale, cambiamento al vostro old school gothic?
Dal secondo album “Mind”. Ci è sempre piaciuto il sound industrial di band come Rammstein, Lord Of The Lost, Amaranthe, ma è stato difficile per noi gestire quegli elementi nelle nostre composizioni, finché, con l’aiuto del nostro producer Legna Zeg, ci siamo avvicinati al suono che stavamo cercando.

Durante la vostra carriera come artisti avrete sicuramente sentito molte volte che è impossibile guadagnarsi da vivere con la musica, come vi ponente voi Zeitgeist nei confronti di questa opinione comune? E qual è l’obiettivo più grande che state cercando di raggiungere?
Sì, sono d’accordo che è difficile guadagnarsi da vivere con la musica, soprattutto metal, ma non credo sia impossibile, poiché se avessimo avuto quell’opinione negativa non avremmo fatto nulla di tutto ciò che abbiamo già realizzato e con cui ci siamo già divertiti durante questo viaggio. Personalmente, penso che nulla sia facile quando si avvia una propria attività, che si tratti di costruire un ristorante, aprire un’impresa edile o fondare uno studio di design. Tutto è difficile e tutto richiede tempo, ma se ti concentri a fare qualcosa solo per guadagnare soldi senza correre rischi, è meglio che tu vada a lavorare in una fabbrica o in un ufficio di un’azienda o dello Stato. Penso che sia una sfida che tutti gli imprenditori affrontano nella loro vita, a volte capita e molte volte no, ma nessuno ti racconta i propri fallimenti, ed è così che non si è consapevoli di tutto ciò che si deve passare per andare avanti ed essere unici e riconosciuti. È difficile ma non impossibile.

Oggi, secondo te, aiutano più internet e le piattaforme digitali o serve ancora un’etichetta che scommette sulla tua musica?
Internet è uno strumento che aiuta molto se sai come usarlo. Penso che le persone siano confuse e ne abusino, riempiendolo di idiozie personali, cosa che si discosta davvero dal vero scopo che le band e i suoi membri stanno cercando di raggiungere. Sprecano il loro tempo postando ciò che pensano invece di usarlo come un mezzo promozionale. Credo che le band debbano promuoversi come una azienda con messaggi e obiettivi chiari e non con pettegolezzi, critiche o situazioni personali che non hanno nulla a che fare con il gruppo.

Per quello che ho potuto osservare sui vostri social, attualmente state lavorando al nuovo materiale. Su cosa vi state focalizzando esteticamente, musicalmente e liricamente per per materializzare quello non è stato ottenuto nelle uscite precedenti?
Soprattutto tentiamo di continuare ad innovare, cercando composizioni sonore uniche, chiare, semplici e potenti, con messaggi lineari e piacevoli. Cerchiamo di rafforzare il nostro stile senza dover copiare nessuno. Stiamo lavorando molto sui suoni dei sintetizzatori, con testi che raccontano storie di persone che hanno cambiato il mondo, liriche che rappresentino i sentimenti umani in diverse situazioni di vita ed ispirino i nostri fan in modo positivo. Speriamo anche di uscire e suonare di nuovo, per presentare questo nuovo album in paesi che non abbiamo ancora potuto visitare.

Il video ufficiale della canzone “So Tell Me” è disponibile su YouTube, uscito qualche mese fa anche in occasione della presentazione della sua nuova formazione. Cosa vi ha portato a scegliere quella canzone per un videoclip e di cosa parla il testo? E nuovi membri contribuiranno con nuove idee al terzo album dato che li vediamo nella clip?
“So Tell Me” parla di frustrazioni e di quei momenti in cui ti chiedi “ne vale la pena?”. Abbiamo scelto quel tema perché ci è sembrato che valesse la pena lottare per gli obiettivi o i sogni che ci si propone e questo è il nostro messaggio principale. Per quanto riguarda i nuovi membri, penso che contribuiscano già molto soprattutto con le loro qualità musicale, la loro immagine e, come i membri originali, hanno un’idea chiara di cosa vogliono raggiungere con la band, che è andare sempre avanti divertendosi come negli ultimi 13 anni.

Che opinione hai delle etichette che abusano delle capacità delle band emergenti o che hanno già, come nel caso degli Zeitgeist, una carriera già consolidata, chiedendo livelli esagerati di vendite discografiche o grosse somme di denaro?
E’ molto difficile rispondere a questa domanda poiché questo settore è complicato. Penso che ciò che un’etichetta discografica riesca ad imporre dipenda solo dalle band che accettano di lavorare a quelle condizioni, ma ciò che è veramente sbagliato è che si fanno pagare per vendere loro una bugia, dato che non sanno rispettare gli accordi presi. Molte etichette truffano le band promettendo cose che non possono essere realizzate, ed è molto triste. Credo che chiunque possa addebitare tutto ciò che vuole per il proprio lavoro, ma ciò che è sbagliato è che si richieda un compenso senza rispettare agli accordi.

Stando alla vostra biografia, avete viaggiato in diversi paesi, pensi che questo terzo album possa aprirvi ulteriori frontiere?
Ci piacerebbe continuare a suonare e visitare altri paesi, presentare la nostra proposta, speriamo di poter tornare presto a farlo. E ci piacerebbe andare in molti luoghi, se possibile. Chiunque dovrebbe provare l’emozione di fare un tour: è una delle migliori esperienze che ho avuto nella mia carriera.

Molti affermano che “solo prima si faceva buona musica ed era possibile guadagnarsi così da vivere”, pensi che sia così? Veramente prima era facile raggiungere chiunque partendo da qualsiasi posto?
Quello che penso è che nulla è impossibile, come ho già accennato, ma penso anche che le persone che dicono che prima era più facile distinguersi, si sbagliano, perché non si rendono conto che prima c’erano anche molte band che sono rimaste nel dimenticatoio perché non hanno avuto l’opportunità, non hanno saputo approfittare dei tempi, non sono durati abbastanza a lungo o la loro proposta non era originale. Penso che le band che hanno avuto successo siano estremamente originali e hanno rotto con tutti gli schemi al punto da diventare dei classici. Esempi come Judas Priest e Iron Maiden. Lemmy Kilmister una volta disse che come artista devi essere la cosa più strana, strana e unica per attirare l’attenzione della gente. Il pubblico non vorrà mai vedere il vicino suonare la chitarra, vorrà vedere qualcosa che è fuori dall’ordinario, come uno spettacolo dei Rammstein, con fuoco, messe in scena e sangue.

Nacidos en el 2007, Zeitgeist es una banda oriunda de Paraguay y de las pocas referentes dentro del Gothic-Metal, marcando una paulatina evolucion a traves de un LP, y Dos discos (Shallow play y Mind), en este ultimo lanzado en el 2016 ya alejandose del Gothic tradicinal para adentrarse en el sonido industrial y electronico que marcan hoy dia la senda la cual la banda ha decidio expandir su arte, en esta entrevista para Il Raglio Del Mulo, Rudy Stanichevsky (Baterista, fundador y Manager de la banda) nos estará hablando de sus inicios, filosofías, el lanzamiento de su nuevo videoclip, sus nuevos integrantes, también adelantando detalles de su 3er. Disco en el cual se encuentran trabajando a pesar de la cuarentena que ha parado actividades en todo el mundo, también nos estará hablando de la manera en que la banda encara el hoy día del mundo y la industria de la música.

Bienvenidos al Il Raglio Del Mulo, muchas gracias por su tiempo para la entrevista chicos, como nace Zeitgeist? Y como decidieron el nombre de la banda?
La banda nace en el 10 de noviembre del año 2007 con Valerie Ketterer, Rudy Stanichevsky y Mario Armoa. Todos veníamos de otras bandas de metal. Entonces se nos ocurrió llamar a la banda Zeitgeist, que significa en español Espíritu del tiempo y connota la situación que teníamos los integrantes del grupo sobre un nuevo comienzo y una madurez que solo el tiempo le puede dar a uno como músico. Además también le pusimos ese nombre en honor a una de las primeras bandas de metal paraguayo llamada Corrosión, que lanzo el primer material en CD llamado Report of Exploitation,el tema introductorio del álbum se llama Zeitgeist y lo usamos como inspiración para Empezar este nuevo proyecto.

Paraguay por lo que se sabe a nivel exterior no cuenta con muchas bandas percusoras del genero del gothic, como se sienten ser los mas longevos y con mas materiales en en ese sentido llevando en alto la bandera del metal Paraguayo y gotico? Y de que hablan las letras o a que apuntan?
Creo que nos sentimos bien ya que hemos logrado cumplir con muchos de nuestros objetivos, como lanzar materiales que fueron aceptados internacionalmente, viajamos dentro y fuera de nuestro país, así como seguir trabajando a pesar del tiempo y de todos los desafíos que se nos impuso. Las letras de la banda tratan sobre diferentes temas, desde situaciones cotidianas, traición, dolor, amor, despedida de algún ser querido hasta historias inspiradas en películas, anime, libros; contamos historias  de personas reales olvidadas que lograron hazañas importantes, como el tema Kassianov.

Con que acontecimiento o momento como banda deciden ya incorporar elementos electronicos a su musica dandole un cambio drastico pero natural en la evolucion de la banda alejandose del gothic de la vieja escuela?
Fue en el segundo disco MIND. Siempre nos gustó el sonido Industrial de bandas como Rammstein, Lord Of The Lost, Amaranthe, pero nos costaba lograr manejar esos elementos en nuestra composición, hasta que con la ayuda de nuestro Productor Legna Zeg nos acercamos más a ese sonido que estábamos buscando; además llegó a formar parte de la banda el año del lanzamiento de MIND.

A lo largo de su carrera como músicos y banda seguro han escuchado muchas veces que es imposible vivir de la música, como zeitgeist encara esas palabras de la gran mayoría en su arte y música? y cuál es el objetivo más grande que hasta ahora están buscando concretar?
Si estoy de acuerdo que es difícil vivir de la música en especial en el metal, pero no lo creo imposible ya que si hubiéramos tenido ese pensamiento negativo no hubiéramos hecho nada de todo lo que ya conseguimos y de lo que ya nos divertimos en este viaje. Personalmente creo que nada es fácil cuando uno emprende su propio negocio sea haciendo un restaurante, abriendo una constructora, o fundando algún estudio de diseño. Todo es difícil y todo lleva tiempo, pero si solo estas enfocado en hacer algo solo para ganar dinero sin tomar riesgos, es mejor que vayas a trabajar en alguna fábrica o alguna oficina de una empresa o del estado. Creo que es un desafío que todos los emprendedores pasan por su vida, a veces se da y muchas veces no, pero nadie te cuenta de sus fracasos, y así es como uno no es consiente todo lo que se sufre para salir adelante y ser único y reconocido. Es difícil pero no imposible.

Hoy día en opinión de ustedes el internet, las plataformas, las redes sociales, han ayudado o han hecho mucho más difícil poder dar a conocer la propuesta de los artistas independientes? y poder conseguir un sello que apueste por la música de uno? ante la cantidad increíble de bandas que aparecen en el firmamento cada cierto tiempo?
Internet es una herramienta, que ayuda muchísimo si lo sabes usar, creo que la gente está confundida y lo mal utiliza llenando de idioteces personales que en verdad desvía del verdadero fin que busca la banda y sus integrantes. Se pasan perdiendo su tiempo poniendo lo que piensan en vez de usarlo como un elemento de promoción. Yo creo que las bandas deben promocionarse como una empresa con mensajes y objetivos claros y no con chismes, críticas o situaciones personales que nada tienen que ver con la banda.

La banda actualmente por lo que se ha podido observar en sus redes sociales está trabajando en material nuevo, que busca en el tercer disco la banda, estética, musical, y líricamente lograr  afianzar, y que cosas desean con este nuevo material, materializar que no se pudo en las anteriores entregas?
Sobre todo buscamos seguir innovando, buscando un sonido único, composiciones claras, sencillas y potentes, con mensajes claros y agradables. Buscamos afianzar nuestro estilo propio sin tener que copiar a nadie. Estamos trabajando mucho en sonidos de sintetizadores, con letras que cuentan historias de personas que cambiaron el mundo, letras que representen el sentimiento humano en diferentes situaciones de la vida e inspirar a través de las mismas de manera positiva a nuestros seguidores. Además buscamos poder salir de vuelta a tocar para presentar este nuevo disco en países que todavía no pudimos visitar.

En YouTube está disponible el video oficial del tema “So tell me”, el cual fue estrenado hace pocos meses también en el  presenta  a su nueva formación, como fue decidir ese tema para realizar un videoclip, de que trata la letra?, y como miran y creen que sus nuevos integrantes aportaran nuevas ideas para el tercer disco al verlos presentados en el videoclip.
“So tell me” trata de las frustraciones y de ese momento en el que te preguntas “¿vale la pena toda la mierda?”; escogimos ese tema porque nos pareció que sí vale la pena esforzarse por las metas o sueños que uno se propone y ese es nuestro principal mensaje. Con respecto a los nuevos integrantes, creo que aportan bastante en especial con su calidad musical, su imagen y que al igual que los originales Luis, Ricardo, Valeri  y Yo, tienen una idea clara sobre lo que desean hacer con la banda, que es llegar cada vez más lejos y divertirnos en el proceso, como lo venimos haciendo en estos últimos 13 años.

Qué opinión se merece de ustedes los sellos que abusan con la capacidad de las bandas emergentes o que tienen ya como en el caso de zeitgeist una carrera ya consolidada, en exigir niveles de ventas de discos o sumas de dinero muchas veces ya un tanto altas para poder salir adelante en el arte que uno hace?
Y  es muy difícil responder esa pregunta ya que esta industria es complicada. Creo que lo que una un sello discográfico quiera exigir o cobrar ya depende solo de ellos y de las bandas que quieran trabajar bajo esas condiciones, pero lo que está realmente mal es que cobren por venderles una mentira, y que realmente no sepan cumplir con los acuerdos que llegan con la banda. Muchos sellos estafan a las bandas prometiendo cosas que no se pueden cumplir y es muy triste. Yo creo que cualquiera puede cobrar lo que quiera por su trabajo, pero lo que está mal es que cobren y no cumplan con sus acuerdos.

Mirando su hoja de presentación, han viajado a varios países, consideran que a partir de este tercer disco ustedes ya decidirían dar el paso de seguir en otro país la banda?
Nos encantaría seguir tocando y conocer otros países, presentar nuestra propuesta, ojala podamos viajar de vuelta pronto. Y nos encantaría ir a muchos países, si se puede, creo que a todos los que se pueda concretar alguna gira. Es una de las mejores experiencias que he tenido en mi carrera.

De acuerdo al pensamiento y sentir de otras personas al expresar “solo antes se hacía buena música y se podía lograr vivir de la música” ustedes piensan que es así? Que antes era más fácil llegar a la gente con la música que uno hace y viniendo del país que sea? Para llegar a todas partes y obtener un destaque por parte de medios revistas etc etc.
Lo que yo creo es que nada es imposible, como ya te lo mencione, pero también creo que la gente que dice que antes era más fácil destacarse, está equivocada, porque no se da cuenta que antes también hubo muchísimas bandas que ya quedaron en el olvido porque no se les dio la oportunidad o no supieron aprovechar los tiempos o no duraron lo suficiente, o su propuesta no era original. Yo creo que las bandas que tienen éxito son sumamente originales y rompieron con todos los esquemas hasta el punto de volverse clásico. Ejemplo (Judas Priest, Iron Maiden). Lemmy Kilmister dijo alguna vez que uno como artista debe ser lo más raro, estrafalario e único como para generar atención de la gente. El público no va ir a verle a su vecino tocar la guitarra. Va a ir a ver algo que esta fuera de lo normal, como un show de Rammstein, con fuego, puesta en escena y sangre.