Les Longs Adieux – Gotico mediterraneo

Intervista rilasciata a Mirella Catena da Federica e Fred dei Les Longs Adieux nel corso della puntata del 12 Ottobre di Overthewall. Ascolta qui l’audio completo:

Road Syndacate – Fumo sulla strada

Buona serata da Mirella, anche oggi diamo voce ai musicisti validi che popolano la scena musicale italiana, questa è la volta dei Road Syndacate, autori del nuovo album “Smoke”. Con noi (Fabio Lanciotti – chitarre) e (Lorenzo Cortoni – voce).

Ciao Mirella, grazie dell’opportunità! Anzitutto un grande abbraccio a tutti gli ascoltatori ed i lettori di Overthewall!

Un progetto musicale sorto dall’unione di quattro musicisti già affermati e attivi nella scena musicale italiana: cme nascono i Road Syndacate?
(Fabio) I Road Syndicate nascono in modo del tutto naturale. Noi ci conosciamo da più di vent’anni e, nel tempo, abbiamo coltivato una stima e una simpatia reciproca che è sfociata presto in ottime amicizie, al punto che da anni dividiamo un box adibito a saletta prove! Abbiamo sempre avuto modo di collaborare e lavorare insieme, ma mai come team autonomo. Spesso il lavoro da session man, di arrangiatore o di performer, non ci dava i tempi per realizzare qualcosa di nostro. Un paio di anni fa, io con Cristiano ed Emiliano, si è iniziato a scrivere del materiale originale, pubblicando un singolo, in italiano, e avevamo capito di aver bisogno di un songwriter e cantante padrone della lingua inglese, con un forte timbro blues: insomma cercavamo proprio Lorenzo! Lui, nel frattempo, aveva ricominciato a scrivere brani e ci ha contattato per mettere in piedi il suo repertorio. Da cosa nasce cosa: a quel punto abbiamo capito che era giunto il tempo di lavorare insieme. Finalmente! Con la stabilità, le famiglie ed i figli cresciuti, e la maturità acquisita sono venuti fuori i Road Syndicate.

Vogliamo rinfrescare la memoria ai nostri ascoltatori e parlare delle vostre esperienze musicali precedenti alla band?
(Lorenzo) Siamo tutti musicisti che calcano i palchi italiani da un bel po’ di tempo, io ho suonato con varie band che andavano dal rock al blues, con big band rhythm ‘n’ blues come Jonny and the Gozzillas, collaborando anche con il trombonista dei blues Brothers, Tom Malone. Emiliano Laglia (basso) ha suonato anche lui con vari musicisti anche a livello europeo come Aibhill Striga, Anno Mundi, e, soprattutto, Max Smeraldi (storico chitarrista, tra gli altri, di Malgioglio e del Banco). Stessa cosa dicasi per Cristiano Ruggiero (batteria) che ha suonato con band come Post Scriptum, Cosmofrog, Graal. Chi ha il nome più “pesante”, probabilmente, è Fabio Lanciotti (chitarra) che oltre ad essere un produttore di una certa fama, ha collaborato con Enrico Capuano, Balletto di Bronzo, Alice Pelle e Banco del Mutuo Soccorso.

“Smoke”, il vostro album di debutto, è stato pubblicato quest’anno. Quanto è durata la gestazione di questo lavoro discografico?
(Fabio) Tecnicamente è stata una gestazione brevissima!Con una sola estate di prove e registrazioni, a settembre del 2018, avevamo già, in mano, l’ossatura del disco! Avevamo realizzato anche una buonissima pre-produzione, molto simile a come il disco è poi uscito fuori: la differenza è solo nella qualità della registrazione perché quello era un demo realizzato in sala prove con i software di un piccolo portatile e una Virtual Drum. Per il resto, le differenze tra disco e demo risiedono solo nelle modifiche di qualche frase, di qualche solo di chitarra e qualche svisata di basso. Abbiamo lavorato sodo ma con l’entusiasmo dei ventenni! Anche il disco, dopo una stagione intensa di live, sia acustici che elettrici, è stato realizzato in pochissimo tempo. Abbiamo registrato le backing track dal vivo, durante un weekend, e poi è bastata una settimana, tra sovraincisioni, missaggi e mastering. Venerdì 24 Gennaio Alberto Longhi, il nostro fonico, ha piazzato i microfoni nella grande sala del Pensagramma Recording Studio e Martedì 4 Febbraio Emiliano Rubbi, un grande amico ma soprattutto un produttore di enorme spessore, ci ha consegnato il master finale! Il 16 Febbraio avevamo in mano le prime copie del CD mentre lo suonavamo interamente sul palco del Kill Joy, che è il nostro Home Club, a Roma! Ci siamo voluti concentrare solo ed esclusivamente sul disco, per dieci giorni, prendendo ferie e riposi! E questa è stata una cosa buona, la scelta giusta! Noi avevamo ipotizzato di realizzare l’album intorno a settembre/ottobre del 2020 ma la risposta del pubblico e dei promoter, alle nostre prime uscite, è stata così entusiasta e calorosa, da spingerci ad anticipare la pubblicazione a Febbraio. Ed è stato un colpo di fortuna perché abbiamo potuto affrontare l’emergenza Covid con un disco e dei video in circolazione!

Come nasce un brano dei Road Syndacate? I pezzi di “Smoke” erano già in un cassetto ad aspettare o sono venuti fuori dopo la formazione della band?
(Fabio) La realtà è che molte idee erano già nei rispettivi cassetti, da anni, soprattutto nel mio e in quello di Lorenzo! “Silent Scream” e “Driftin”, ad esempio, fanno parte di quel lotto di brani completamente scritti da Lorenzo! Perciò a noi è toccato solo di suonarle secondo la nostra sensibilità. Per altre canzoni, invece, c’è stato un lavoro di squadra, come per “Out Of My Head”, dove la band, nella sua totalità, è stata fondamentale. Mentre un brano come “Voodoo Queen” è l’esempio calzante di come funzioniamo come coppia compositiva, io e Lorenzo: lui aveva questo ottimo testo steso sopra una bellissima melodia che si sono sposati perfettamente con un mio brano che era rimasto strumentale per diversi anni! “Smoke”, “Getaway2, “Why” e “Not Coming Back” sono lavori a quattro mani, lasciati poi alla sensibilità della band. Quindi si può dire che “Smoke” è il punto di svolta personale di ognuno di noi perché abbiamo messo, nero su bianco, le idee migliori che avevamo covato per almeno un decennio. Fare questo disco è stato facile perché avevamo cassetti pieni di idee da proporre l’uno all’altro e dovevano solo scegliere quali fossero quelle buone e quelle da scartare! Il problema, quindi, sarà che per il prossimo disco dovremo lavorare molto più sodo. E abbiamo approfittato dello stop a concerti, dovuto all’emergenza Covid, per iniziare a scrivere!

Siete una band che suona rock ‘n roll e come tale penso che il palco sia per voi la dimensione ideale. Come state vivendo le restrizioni imposte dal dopo lockdown e come vi state attrezzando?
(Lorenzo) Diciamo che non siamo stati con le mani in mano, come hai detto siamo “animali da palco” e la musica della band ci mancava molto durante il lockdown. Ma ci siamo dati da fare: ci siamo organizzati per “suonare a distanza” e abbiamo tirato fuori anche del materiale nuovo! Uno dei brani che abbiamo realizzato è “The Road”, molto autobiografica circa la vita di una rock band, di cui abbiamo fatto un video e che sarà la “Title-Track” del prossimo album.

“Not Coming Back” è uno dei video che avete pubblicato sul vostro sito, ci saranno altre novità sul web che vi riguarderanno?
(Lorenzo) Sì, stiamo lavorando ad un nuovo video, la maggior parte delle riprese è già stata fatta e a breve vedrete il video di “Driftin”. Sarà una bella fotografia di come noi siamo sul palco, davanti al pubblico. Così come il video precedente, Not Coming Back, era un reportage fedele delle registrazioni di SMOKE.

Dove i nostri ascoltatori possono seguirvi?
(Lorenzo) Ovviamente sul sito www.roadsyndicate.it come su tutti i social e sulle varie piattaforme digitali potete ascoltare il nostro primo album “Smoke”.

Grazie di essere stati con noi…
Grazie a voi e a te, Mirella!

Trascrizione dell’intervista rilasciata a Mirella Catena nel corso della puntata del 5 ottobre 2020 di Overthewall. Ascolta qui l’audio completo:

Alex Panigada – Vietato guardarsi indietro

Ospite ad Overthewall, Alex Panigada, autore con il chitarrista Steve Volta dell’album “Don’t Look Back”.

Benvenuto su Overthewall Alex! Cantante, autore, scrittore, sono solo alcune delle attività che ti vedono protagonista, anche se oggi sei qui per presentare la tua nuova uscita discografica, firmata da te e da Steve Volta,grandissimo chitarrista italiano. Ci parli di questo nuovo progetto musicale?
Ciao Mirella, grazie a te per l’invito e per lo spazio che ci stai dedicando. Diciamo che “Don’t Look Back” è un album che dovrebbe piacere a tutti gli amanti dell’Hard Rock vecchia scuola. Quello anni ’80/’90 per intenderci, che poi sono stati gli anni della formazione musicale sia mia che di Steve. Dopo tanti anni di mia inattività il richiamo della musica si è fatto sentire, anche se in realtà non mi aveva mai abbandonato. Ho quindi deciso di mettermi a scrivere questi dieci pezzi. Un giorno, parlando del più e del meno, li feci sentire a Steve… e da quel momento è nato tutto! Per il momento l’album è uscito in vendita in formato digitale solo su iTunes e su Amazon, ma prossimamente sarà disponibile anche su altre piattaforme.

Oltre a Steve Volta molti altri artisti sono presenti in “Don’t Look Back”, come sono nate queste collaborazioni?
La cosa è stata molto bella e divertente. Appena si è saputo nell’ambiente che stavamo lavorando a un nuovo album, ci sono arrivate un sacco di richieste da amici musicisti: chi voleva fare un assolo, chi un coro, chi voleva suonare questo, chi voleva fare quello… Alla fine abbiamo scelto un gruppo ristretto di amici ma soprattutto validi musicisti. Non potevamo di certo fare un album con 300 persone! E’ per questo motivo che l’album è firmato Alex Panigada-Steve Volta and Brothers In Rock, che non sono altro che tutti i “fratelli” che hanno collaborato al progetto. Alla batteria abbiamo avuto Federico Ria, un metronomo vivente, il mitico Frank Kopo ha suonato il basso in otto pezzi su dieci. Anna Portalupi, altra grande bassista ormai riconosciuta a livello internazionale, ha suonato in altri due brani. Il maestro Jhonny Pozzi ha suonato pianoforte e tastiere nelle due ballad. Silvia Monti, oltre ad occuparsi di tutti i testi, ha fatto i cori in un paio di canzoni. Sarah Zambon, oltre ai cori, ha duettato con me nel brano “Love Is a Lie”, e Cris Vazza a fatto i cori in “Idol (Another Rebel Yell)”. Tra l’altro “Idol” è dedicata a un mito della mia adolescenza: Billy Idol! Ora dobbiamo assolutamente trovare il modo di fargli ascoltare il pezzo! Infine non posso fare a meno di ringraziare Salvatore “Mr.Jack” e la sua Wanikiya Record per il suo prezioso aiuto come ufficio stampa. Senza di lui non sarei qui a fare questa intervista. Ormai è anche lui un “Brothers In Rock” a tutti gli effetti!

Oltre al brano che dà il titolo all’album e che abbiamo ascoltato prima della nostra intervista, cosa contiene il disco e com’è è avvenuto il processo di composizione?
Il disco contiene dieci pezzi. Otto dei quali molto grintosi, e due ballad. Devi sapere che sono da dodici anni proprietario della Free Music di Cislago (VA), una grande sala prove musicale che gestisco insieme al mio socio Cristian. Hai presente il proverbio “Il calzolaio va via con le scarpe rotte”? Allo stesso modo mi occupo ogni giorno di seguire e soddisfare le band della nostra sala prove, che non ho più trovato il tempo di tornare a produrre qualcosa per me e seguire le mie esigenze personali. Tempo fa, durante qualche giorno di vacanza al mare in pieno relax, mi sono trovato a scrivere i dieci pezzi che potete ascoltare nell’album. Come ti dicevo prima, un giorno li feci sentire a Steve ai quali sono piaciuti immediatamente, forse perché in parte abbiamo lo stesso background musicale. In men che non si dica Steve ha creato tutti i Riff, ha arrangiato i pezzi, fatto gli assoli, addirittura ha suonato le tastiere in otto pezzi! Si è occupato anche di tutta la registrazione, la produzione e il mixaggio finale. E’ stato davvero fantastico! Alla fine ci siamo trovati in mano questo album, ci siamo guardati e ci siamo detti: “perché no? Facciamolo uscire!”

Purtroppo il problema Covid ci costringe a rinunciare ai concerti e ai live. Oltre al video, adrenalinico, già presente su You Tube, quando i vostri fans potranno godersi un vostro spettacolo dal vivo?
Purtroppo la risposta che mi viene da darti immediatamente è mai! “Don’t Look Back” alla fine è stato un album da studio. Una band vera e propria non esiste. Steve, in primis, è occupato con la sua band di punta i Perpetual Fire e come insostituibile chitarrista di Pino Scotto, e anche tutto il resto dei Brothers in Rock è attivo in tanti altri progetti. Però devo dire che da quando è uscito l’album le richieste di live sono state parecchie, quindi nella vita…mai dire mai!

Sono previste altre interessanti novità? “Don’t Look Back” è stato l’inizio del connubio artistico tra Alex Panigada e Steve Volta? Ci sarà un seguito?
A questa domanda ti rispondo subito di sì! Ma non immaginatevi un altro album sullo stile di “Don’t Look Back”. Ho troppa voglia di tornare a scrivere e cantare in italiano, sono convinto che riesca ad esprimermi al meglio nella nostra lingua madre. Insieme a Steve, stiamo pensando di scrivere un album molto meno rock, con sonorità più acustiche, e naturalmente tutto in italiano. Per quanto mi riguarda, ho già iniziato a mettere giù parecchie idee e quindi si, credo che ascolterete ancora qualcosa mia e di Steve. Mi dispiace per voi!

Dove i nostri ascoltatori possono seguirvi sul web?
Personalmente sono molto attivo sui Social. Potete trovarmi sul mio profilo personale Facebook https://www.facebook.com/alexpanigada e su Instagram instagram.com/alexpanigada
Anche Steve ha il suo profilo personale su Facebook, ed ora cercherò di convincerlo ad aprirsi anche l’account su Instagram. Grazie, Mirella per questa bella intervista e un ringraziamento anche a tutti gli ascoltatori che hanno avuto la pazienza di ascoltarmi fino ad ora!

Trascrizione dell’intervista rilasciata a Mirella Catena nel corso della puntata del 31 Agosto 2020 di Overthewall. Ascolta qui l’audio completo:

Ironthorn – Le leggende del rock

Ospiti di Overthewall gli Ironthorn, autori del secondo album “Legends of the Ancient Rock”.

Gli Ironthorn si formano ad Agrigento nel 2014. Quali sono le vostre esperienze musicali prima della fondazione della band?
Dunque proveniamo tutti da esperienze diverse e ci siamo trovati negli Ironthorn a suonare insieme per la prima volta, Maurizio prima di abitare in Italia è nato e cresciuto in Venezuela e poi è stato negli Stati Uniti, lì ha suonato in diverse band heavy e nu metal anche se è prevalentemente un appassionato di power metal. Luigi nasce artisticamente dal thrash metal e dal grunge avendo fatto parte tra Ribera e Messina di diverse band nell’ambito. Gabriele proviene prevalentemente dal blues anche se è un grande appassionato di progressive. Eliseo è un po il “conservatore” della band, adora i classici Deep Purple, Led Zeppelin e Black Sabbath, nasce come chitarrista e si adatta per questa nuova avventura a suonare il basso negli Ironthorn. Infine Antony che è un estimatore del nu metal, e che prima degli Ironthorn aveva avuto delle esperienze in ambito death e thrash metal.

Il vostro progetto musicale richiama il sound delle più famose band hard rock e thrash metal band del passato, quali gruppi sono stati la vostra principale fonte d’ispirazione?
Beh, ricollegandoci alla domanda precedente, proprio per le diverse esperienze che ognuno di noi ha avuto ne tempo anche le nostre influenze sono molteplici. Alcune di loro sono citate nel brano “Legends” dall’album “Legends of the Ancient Rock” che è proprio una sorta di tribute song ai grandi, di cui potete vedere il simpatico lyric video su YouTube in cui sono raffigurati in chiave fumettistica. Sono veramente tante le band che in questi anni ci hanno dato linfa vitale, dai Metallica, ai Maiden, Megadeth, Pantera, Led Zeppelin, Slipknot, Sonata Arctica e chiudiamo qua o questa domanda richiederebbe una decina di pagine!

Quali sono le tematiche che trattate nei vostri testi?
Le tematiche degli Ironthorn sono molteplici, si parte da esperienze di vita, e annesse osservazioni, racconti sentiti qua e la, amore, vita, morte, musica, società, quasi sempre con una sorta di atteggiamento avverso a certi schemi mentali. In “L.O.T.A.R.” il filo conduttore al quale è ancorato il concetto dell’intero album è la musica stessa, trattata con l’ausilio di famosi miti e leggende, dal classico mito greco, alla mitologia norrena, fino alle più blasonate leggende letterarie come Cthulhu e i lupi mannari. Questo vuole esaltare la natura epica nella musica stessa, ci serviamo insomma dei miti per parlare del nostro vero mito che è la musica, distaccandoci in parte da quella che è la narrazione o la morale del mito stesso.

Come si svolge la fase di composizione di un brano degli Ironthorn?
Beh, facciamo tutto nella maniera più classica, e cioè ci vediamo in saletta e cominciamo a buttare giù un po di idee. Solitamente partiamo da una base che noi definiamo “il pilastro”, che può essere un riff o una melodia creata da uno di noi o da tutti durante le prove, a questa base di sostegno ognuno di noi va ad imprimere il proprio carattere e il proprio stile creando così, quello che risulterà essere “lo scheletro” di un futuro brano che, seppur già abbastanza completo, ne andremo a rifilare e perfezionare certi dettagli e melodie durante la registrazione in studio.

Dopo “After the End”, il vostro primo lavoro in studio targato 2017, pubblicate “Legends of the Ancient Rock” due anni dopo. Cos’è cambiato nel frattempo e quali sono le sostanziali differenze tra un album e l’altro?
Una cosa che si può capire fin dal inizio è la miglioria nella produzione di “Legends of the Ancient Rock” rispetto al nostro primo lavoro, questo grazie soprattutto alla crescita in questo ambito del nostro produttore che altri non è che Maurizio! Un’altra cosa, che pensiamo sia la più importante è, che in questo album siamo cresciuti tutti musicalmente e ci siamo trovati tra di noi, creando così un legame di amicizia, e possiamo dire anche di fratellanza molto più forte, considerando anche quanto diversi siano i nostri generi musicali di provenienza. Abbiamo insomma trovato un intesa nuova, che ci permette anche dal vivo di dare il meglio di noi nella maniera più naturale. Infine ma non per questo meno importante, anche una altra piacevole novità, cioè la collaborazione con un artista d’eccezione, il grande Roberto Tiranti alias Rob Tyrant degli insuperabili Labyrinth.

In che modo il lockdown ha cambiato i vostri progetti riguardo i live? Avete approfittato di quel periodo per comporre?
La quarantena purtroppo ha cambiato tutti i nostri progetti, all’inizio di quest’anno stavamo giusto pianificando delle nuove tournée per il 2020 in Italia ma anche in giro per l’ Europa, naturalmente siamo stati costretti a fermarci e annullare tutti i progetti, sperando che il 2021 sarà un anno più propizio e porti aria nuova in un settore particolarmente colpito dagli effetti economici di questa triste situazione. Ovviamente non siamo stati con le mani in mano ma ne abbiamo approfittato per riorganizzare diverse idee nuove per progetti futuri , abbiamo realizzato con ovvi limiti fisici anche un video casalingo di “Seed of Fire”, e cui siamo messi a lavoro su un brano cover che ci è stato richiesto, per la realizzazione di una compilation tribute ai Tiamat.

Avete un rapporto diretto con il pubblico che vi segue? Siete voi a gestire le pagine social che riguardano la band?
Sì assolutamente, noi abbiamo gli accessi diretti con tutti le nostre pagine social, quindi se qualcuno ha bisogno di contattarci, può farlo tranquillamente sul sito principale o Facebook.

Dove i nostri ascoltatori possono seguirvi? Potete seguirci principalmente su questi siti:
Facebook: www.facebook.com/upIronthorn, Website: www.ironthorn.it, YouTube: www.youtube.com/channel/UCe1orAoNIkra_NRfKY-Q2nQ, Instagram: www.instagram.com/ironthorn_official

Grazie di essere stati con noi
Grazie a voi! è stato un grande piacere parlare con te e speriamo vederci presto!

Trascrizione dell’intervista rilasciata a Mirella Catena nel corso della puntata del 4 Giugno 2020 di Overthewall. Ascolta qui l’audio completo:

Goad – La musica delle sfere

Buona serata da Mirella, anche stasera diamo voce ai musicisti validi che popolano la scena musicale italiana, questa è la volta di Maurilio Rossi dei Goad.

Ciao Maurilio, i Goad sono la band fondata da te nel 1974, siamo nel periodo più fertile del progressive rock. Ci racconti gli inizi della tua carriera musicale?
I primi passi furono nell’ambito di feste e piccoli concerti del Liceo Classico che frequentavamo io e mio fratello, mentre studiavamo su strumenti da poche lire i dischi più belli dell’epoca… non esistevano spartiti e, se c’erano, erano quasi tutti sbagliati perfino negli accordi di base. Quindi tanto orecchio e puntina del giradischi su e giù nei punti critici! Per quanto mi concerne, ho passato notti intere a studiare i passaggi di Paul Mc Cartney e Jack Bruce dei Cream, ma anche tanti altri, poi i primi passi dal vivo con impresari e debiti per attrezzatura da portare a giro. Nel 1975 facemmo il Festival Nazionale dell’Unità a Firenze suonando tutto “Genesis Live” nel  pomeriggio e un repertorio di ballabili di ogni tipo alla sera. Era presente un certo Berlinguer…

Quali sono gli elementi che caratterizzano la tua musica?
Direi che soprattutto le sorprese armoniche che non ti aspetti, i cambi totali di atmosfera, siano le nostre peculiarità, senza un riferimento preciso a nulla di prestabilito. Piena libertà compositiva che equivale allo sperimentare l’ipnosi che la musica esercita se attivi il canale giusto di comunicazione con l’inspiegabile, come diceva Poe: la musica delle sfere!

Non credi che il progressive in questi anni abbia perso la sua vocazione progressiva e sperimentatrice?
Da moltissimo tempo! Secondo me da quando è stato coniato il termine stesso. Quando cataloghi qualcosa, quel “qualcosa” è già morto. Si sono gettati tutti a rodere un osso del  paleolitico, usando gli stessi codici, gli stessi timbri, strumenti, cambi di ritmo, in un insensato gioco a chi imita e riproduce meglio i  gruppi di riferimento – sempre i soliti,  fra l’altro – il punto è che non si accetta l’eretico, non si accetta l’originalità perché il confronto con il “differente” è insopportabile per gli imitatori. Ovvio che vi siano  fantastiche eccezioni, ma secondo me mancano le canzoni, il punto nevralgico negativo è che sembra che nessuno sia capace di cimentarsi con il  senso compiuto di un brano senza aver bisogno di mille frasi che si accavallano spezzettate in mille tempi ritmici diversi, ma è solo il mio punto di vista.

Nella tua musica c’è stato sempre uno stretto legame con la letteratura, credi che i testi siano un elemento imprescindibile nella tua proposta musicale?
Per me fare testi è sempre stato arduo, in italiano poi quasi impossibile, avendo suonato una vita soltanto per un pubblico straniero in massima parte anglofono. Io stesso ho vissuto all’estero usando solo questa lingua, nel mio accento italiano che non posso certo rinnegare! E allora ho scelto di musicare la poesia eterna, musicalissima, di certi autori, partendo da E.A.Poe e proseguendo per Lovecraft, E.Lee Masters, Landor e Keats, ma amo fare musica ad ampio spettro e adoro fare colonne sonore od opere soltanto strumentali. Ho tantissimi inediti che forse un giorno stamperò in copie limitate. Ho scritto io stesso tanti testi, come l’album “The Silent Moonchild”, basato su di un mio racconto gotico poi suddiviso in varie tracce. Per  il lavoro “In the House of the Dark shining Dreams” invece ho usato in larga parte testi di un autore che scrive di musica e cultura in genere, Luca Rimbotti.

Parliamo del presente: so che stai lavorando a un nuovo album. Puoi darci qualche anticipazione?
Certo! Si basa su testi lirici di John Keats e sta venendo fuori un’opera monumentale da sfrondare con accuratezza perché vi è materiale per quattro CD di un’ora ciascuno. Come sempre, ho suonato tutti gli strumenti che ho voluto usare, compresa la batteria, in attesa di interventi esterni di altri musicisti volenterosi. Ma in linea di principio ho ricercato la composizione e la esecuzione in stile live, come fosse eseguita da quattro o cinque musicisti in un piccolo locale di avanguardia oscuro  e con un pubblico in massima parte disattento o perso in pensieri propri, che beve e fuma e guarda nel vuoto. Ho immaginato questi musicisti perduti nel loro sogno tutto personale, senza futuro né ambizioni se non quello di esprimersi al meglio in ciò che fanno, attenti soltanto a ciò che i loro compagni su palco stanno suonando e tesi a enfatizzare i testi cantati. Quindi molto pianoforte, basso, chitarre acustiche ed elettriche quasi senza effetti, qualche colore orchestrale non ridondante e voce evocativa al massimo possibile…

Qual è l’errore nella tua carriera, se c’è stato, che eviteresti col senno di poi?
Il rifiuto della proposta di Freddy Mercury per tour europei e dischi a Salisburgo con Moroder nel 1981. Il motto “tutti per uno,uno per tutti” era soltanto mio, devo dire che fui tradito dai miei compagni di viaggio musicale di allora dopo un mese di trattative estenuanti e il tempo successivo confermò che avevo scelto male perché, della formazione originale, rimanemmo soltanto io e mio fratello che  però ha scelto la carriera di chirurgo, limitandosi al ruolo di membro aggiunto in qualche occasione soltanto..

Dove i nostri ascoltatori possono seguirti sul web
https://goadband.bandcamp.com
https://myspace.com/goad.art.rock/bio

Trascrizione dell’intervista rilasciata a Mirella Catena nel corso della puntata del 10 Agosto 2020 di agosto di Overthewall. Ascolta qui l’audio completo:

Mezz Gacano – Il suono dell’inusuale

Mezz Gacano, un progetto musicale innovativo e geniale partorito dalla creatività del polistrumentista Davide Gacano, ospite di oggi a Overthewall.


Ciao Davide, come nascono i Mezz Gacano?
Il progetto, l’idea primordiale, nasce nei pressi di Salsomaggiore Terme (PR) sul finire del 1997 in seguito a sperimentazioni varie con gruppi locali e amici palermitani (quasi) costretti a raggiungermi in Emilia per portare avanti questo mondo musicale “autistico”. Ma vedrà la luce al mio ritorno nel capoluogo siciliano nel 1998.

La vostra musica non ha regole, ma credi che in generale la crisi della discografia abbia paradossalmente slegato le band dagli obblighi di mercato e reso ancora più liberi i gruppi?
La mia musica è piena zeppa di regole (evidenti o meno evidenti), ho infatti bisogno di professionisti di un certo livello per poter fare quello che faccio, sarebbe impossibile con strimpellatori della domenica o suonatori da pub. Gli obblighi di mercato interessano solo a chi percepisce la musica come una merce, cosa che – per quanto mi sia stata proposta centinaia di volte – non mi riguarda. La musica per me è cibo per la mente e quindi deve essere più genuino possibile

Quanto c’è di improvvisato nei dischi dei Mezz Gacano?
Quasi nulla, il 95% di quello che ascolti dei brani di Mezz Gacano è scritto su pentagramma.

Non hai paura che la tua musica risulti troppo ostica e di non essere recepita da molti?
Assolutamente no, faccio musica per esprimermi e ho l’esigenza di dire quello che penso, ciò che pensa la massa non mi è mai interessato, quasi tutti gli artisti che adoro e a cui, in parte, mi rifaccio hanno una visione totalmente non conforme alle leggi di mercato di qualsiasi periodo storico.

Ci parli del nuovo album?
Il nuovo album incarna un po’ tutte le domande precedenti, ovvero la tortuosa vita del musicista (o artista) indipendente; questo album è stato concepito durante l’estate del 2007 e nei tredici anni seguenti ha subito una miriade di cambi, registrazioni, missaggi, remissaggi, riregistrazioni e ancora missaggi. Racchiude quindi in sé, tutti gli “umori” e tutte le “cadute” di dodici anni di crescita e avversità. Finalmente grazie all’aiuto di un gruppo di persone a me affini, fra poco questo disco vedrà finalmente la luce!

Chi ha collaborato alla realizzazione?
Collaboratori fissi del progetto sono da sempre Giovanni Di Martino (Giammartino, tastierista) oggi fuori col suo mirabolante progetto Smuggler Brothers (prodotto da Massimo Martellotta dei Calibro 35); Marco Monterosso (Ruhi Nakoda, chitarrista) che oltre ad essere una colonna portante degli Airfish è in collaborazione un po’ con tutto il panorama musicale italiano (…oltre ovviamente a Mezz Gacano ed Airfish, solo per citarne alcuni, Bruniri s.a.s., Niccolò Carnesi, One Dimetional Man, Pan del Diavolo). Poi in pieno lockdown ho avuto come braccio destro Simone Sfameli (Mezz Gacano, Kinderheim Kunst Quintet, Forsqueak, Banda Di Palermo, Juju) che mi ha supportato e sopportato Durante il mix definitivo del disco.

Ci saranno dei live a promuovere la nuova uscita?
La vedo molto difficile.

Una domanda che faccio spesso ultimamente è “come hai impiegato il tempo del lockdown”?
Mixando ‘sto cazzo di disco! (Urlando e ridendo NdC)

Domanda: chi butteresti giù dalla fatidica torre tra King Crimson e Napalm Death?
Nessuno dei due sono troppo legato ad entrambi.

Dove i nostri ascoltatori possono trovarvi sul web?
Ormai ovunque, YouTube, Facebook, Spotify, Bandcamp, Deezer.

Grazie di essere stato con noi
Grazie sempre a te per la l’attenzione!

Trascrizione dell’intervista rilasciata a Mirella Catena nel corso della puntata del 3 Agosto 2020 di Overthewall. Ascolta qui l’audio completo:

Ossario – Mucchi d’ossa nere

“Ossario” è l’EP omonimo d’esordio dei siciliani Ossario, su Overthewall ospite il chitarrista Schizoid.

Quando e perché nascono gli Ossario?
Gli Ossario nascono ufficialmente nel 2017. Ho ideato il progetto durante un mio viaggio a Roma, dopo aver visitato alcune catacombe. Necropoli, cimiteri e ossari hanno sempre influenzato molto il mio immaginario e la creazione di riff. Volevo un progetto che incarnasse il sound primitivo in ambito metal estremo. Avevo in cantiere vari riff da tempo, delle demo e una prima versione del logo. A marzo 2020, durante la quarantena, ho deciso di registrare ufficialmente questo debut EP; abbiamo fatto un restyling del logo ed elaborato alcune mie foto per realizzare la copertina con Azmeroth Szandor (nostro caro amico e grafico).

Avete già delle esperienze alle spalle con Malauriu, Ancient e Eraser, in cosa si distinguono gli Ossario dalle altre vostre band?
Ciascuno di noi ha molte band e varie collaborazioni con progetti studio e live. Ossario è più legato a un sound primordiale che riporta a band old school e si discosta nettamente dal resto dei nostri progetti.

Quali sono le vostre influenze?
Siamo influenzati da molte band. Dovrei fare una lista infinita, ma cito i primi gruppi che mi vengono in mente: Darkthrone, Sarcofago, Nunslaughter, Aura Noir

Provenite da una regione, la Sicilia, che ha un’importante tradizione black metal, che si è sviluppata, in alcuni casi, anche in modo indipendente rispetto ai canoni stilistici internazionali. In questo senso, quanto c’è di “siciliano” nel vostro sound?
Per quanto riguarda il nostro sound, non è prettamente siciliano. Forse è presente qualche riff e tempo cadenzato, ma sicuramente non è ricollegabile ad alcune band che hanno incluso contaminazioni folkloristiche tipiche. Nei nostri testi, invece, è presente l’influenza della Sicilia, del folklore religioso e mortuario.

Avete optato per un esordio su EP, invece del più canonico LP, a cosa si deve questa scelta?
Lavorare per la release di un LP è molto più impegnativo e dispendioso a livello di tempo e denaro, realizzare un EP è più semplice e diretto. Abbiamo realizzato questo EP interamente in casa durante la quarantena, poi Carlo Altobelli del Toxic Basement si è occupato del mixaggio e mastering. In futuro potrebbe arrivare un LP, ma attualmente stiamo lavorando ad uno split con un’altra band siciliana.

Vi andrebbe di fare una veloce disamina delle quattro tracce contenute in “Ossario”?
“We’re All Born To Die” è il primo brano scritto per Ossario, l’intro è una campionatura di un’intervista a Charles Manson. Il sound è molto crust e le tematiche trattate riguardano la morte da un punto di vista puramente nichilista. “Millennial Fears” è la reinterpretazione di un vecchio brano che avevo scritto anni fa. Il brano alterna riff taglienti, con rallentamenti e stacchi cadenzati.
Krost ha scritto un nuovo testo molto blasfemo e dissacrante. “Torment Sweet Torment” è un brano molto ottantiano con riff thrash, anche qui le tematiche sono blasfeme. L’ultima traccia “Rigor Mortis Boner” è il brano più marcio e “ignorante” del disco, molto crust con tematiche di necromanzia.

Nelle note promozionali descrivete il vostro di black metal “perverso, frutto dell’ossessione per la morte e la decadenza, dell’alienante condizione della quarantena appena trascorsa”. Queste peculiarità caratterizzano maggiormente l’aspetto musicale o quello lirico?
Caratterizzano maggiormente l’aspetto lirico.

“Ossario” è uscito per Southern Hell Records, come siete entrati in contatto con la vostra etichetta?
Southern Hell Records è un’etichetta amica che aveva già rilasciato varie band siciliane. Tra le proposte ricevute per la release in CD i tempi erano troppo lunghi e quindi abbiamo optato per la Southern Hell Records che ha dato subito alle stampe il nostro EP in tiratura limitata.

Ritenete necessaria nel 2020 una casa discografica?
Una casa discografica se ha una buona distribuzione e si occupa adeguatamente della promozione di un disco (senza spillare soldi alla band), la ritengo molto importante. Allo stesso tempo, oggi, è molto difficile trovarne una essendo saturo il mercato musicale e visto i mezzi a nostra disposizione anche con l’autoproduzione si possono ottenere buoni risultati.

Della futura edizione in cassetta che mi dite?
Tra le varie proposte ricevute per l’edizione in cassetta la Warhemic Productions ci ha offerto un buon contratto e una stampa in tempi abbastanza celeri. Le loro precedenti release di band rinomate e la distribuzione in America, Asia ed Europa mi hanno convinto subito.

Il progetto si limiterà all’ambito da studio, essendo voi già impegnati con altre realtà, o avrà anche un eventuale sviluppo dal vivo, appena i live potranno riprendere?
Essendo impegnati con molte band, sopratutto Krost Von Barbarie e Prandoni in ambito live non sarà semplice portare in giro questo progetto, però abbiamo intenzione di fare qualche concerto in futuro.

Trascrizione dell’intervista rilasciata a Mirella Catena nel corso della puntata del 27 Luglio 2020 di Overthewall. Ascolta qui l’audio completo:

Donato Gallicchio – The return of the mad axeman

Buona serata da Mirella, anche stasera diamo voce ai musicisti validi che popolano la scena metal italiana, è la volta di Donato Gallicchio.

Benvenuto su Overthewall, Donato! Tu sei presente nella scena metal italiana già alla fine degli anni 80 con un tuo progetto musicale i Nothung, ci racconti quest’esperienza?
Innanzitutto, ricambio i saluti e li porgo a tutti i lettori. Come ricordi, la mia prima esperienza nell’ambito del metal, è avvenuta con la thrash metal band Nothung, con la quale registrammo tre demo tape e comparimmo su un paio di dischi compilation di band italiane underground, producendo anche una VHS con i video dell’ultimo demo “Metamorfosi Incompleta”, del quale tra qualche anno ricorrerà il trentennale d’uscita, e che probabilmente ri-registreremo in formato audio-digitale. Di quella formazione, voglio ricordare il polistrumentista Roberto (all’epoca batterista), con cui ancora collaboro nella realizzazione dei miei brani da solista, e Vince (cantante), attuale voce dei Walkyrya.

Successivamente insieme a Vince Santopietro fondi i Walkyrya, band che ti ha dato diverse soddisfazioni ma che abbandoni alcuni anni fa. Come mai questa decisione?
I Walkyrya sono stati la mia famiglia per oltre dieci anni. Con Vince (più che un fratello per me) e i vari componenti che si sono succeduti nel tempo, abbiamo realizzato tre album, suonato in molti live e stretto collaborazioni importanti, con musicisti di fama nazionale e internazionale, nonché ricevuto passaggi televisivi su piattaforma Sky (Rock TV, MTV e Taxxi Channel). Purtroppo, per motivi personali, ho dovuto nel 2014 lasciare la band, che ricordo, ha proseguito la sua attività pubblicando un quarto album uscito con l’etichetta Time to Kill, e che a onor del vero, credo sia il migliore della band, forse grazie proprio alla mia assenza (ride). Ovviamente scherzo, ma in merito al giudizio sull’album, sono serissimo e vi consiglio di ascoltarlo.


Dopo un periodo di pausa decidi di ritornare sulla scena metal con ben due progetti musicali, ci parli di questo ritorno?
Il fuoco della passione per il metal non mi si è mai spento e dopo un lustro di “riflessioni”, insieme al già citato Roberto, ho ripreso vecchie idee, aggiungendone di nuove e ho chiesto a svariati amici musicisti, di suonare gli arrangiamenti delle mie creazioni ed è venuto fuori un lavoro corale condiviso con circa una trentina di loro, spalmati in una track list di una dozzina di brani dall’omonimo titolo del progetto “DG Legacy” che pubblicherò nei prossimi mesi. Durante la realizzazione, con alcuni di loro, si è deciso di costituire una nuova band in stile old school, in salsa più moderna, che ha preso il nome di Lucus, con i quali stiamo registrando l’EP “Rage of Creation” che dovrebbe vedere anch’esso la luce entro la fine dell’anno.

Dove i nostri ascoltatori possono seguire i tuoi progetti musicali?
Per il momento stiamo predisponendo i canali digitali sul web e a breve ne pubblicizzeremo l’apertura attraverso i social network e svariate altre forme promozionali. Ovviamente ne daremo notizia anche attraverso Web Witch Radio e tal fine ti ringrazio ancora dell’ospitalità.

Grazie di essere stato con noi…
Sono io a ringraziare voi e vi ringrazio per lo spazio concessomi, spero di incontrarvi presto on the road insieme ai Lucus. Rock On!

Trascrizione dell’intervista rilasciata a Mirella Catena nel corso della puntata del 18 Giugno 2020 di Overthewall.

Acacia – Il cantico della rinascita

Ospiti della puntata di Overthewall gli Acacia di Martino Lo Cascio, autori del comeback “Resurrection” (Underground Symphony).

Ciao Martino e benvenuto su Overthewall
Ciao Mirella, ti ringrazio. Sono felice di essere su Overthewall.

Finalmente gli Acacia tornano sulla scena metal italiana con un nuovo album, “Resurrection”, un comeback anelato da chi vi ha sempre seguito e sostenuto. Com’è nata l’idea del vostro secondo lavoro?
Sì è vero, è stato un ritorno sperato e sostenuto da tanti. Ti confesso che ho sempre accarezzato questa idea fin dal primo momento in cui, dopo un paio di anni dall’uscita del nostro primo lavoro “Deeper Secrets” (1996), la nostra attività si è interrotta.

La band nasce da una tua idea negli anni 90, hai sempre curato personalmente testi e melodie, credo sia stata una bella soddisfazione aver riportato in vita il tuo progetto musicale, ci sono stati momenti in cui avevi perso le speranze che ciò accadesse?
Ho fondato la band nel 1990 e mi sono sempre occupato del songwriting e della produzione dei suoi lavori. Dopo quattro demo e l’uscita del nostro primo album sembrava che tutto andasse nella direzione giusta, ma la band si è arenata per una serie di motivazioni personali e artistiche dei vari membri. Ho vissuto lo stop come qualcosa di innaturale e, quindi, puoi immaginare come per me sia stato un periodo durissimo, ma per fortuna non mi sono arreso, ho continuato a comporre e a scrivere con il sogno di realizzare prima o poi un secondo lavoro… e, nonostante gli innumerevoli tentativi andati a vuoto, sono orgoglioso di avercela fatta!

Il ritorno degli Acacia è stato accolto con calore ed interesse dal pubblico e dalla critica. Ci sono degli episodi che ti hanno fatto maggiormente piacere?
Sebbene mi aspettassi un discreto interesse per il ritorno del progetto, ti confesso che non mi credevo minimamente di ricevere una risposta così fortemente positiva ed entusiasta. Tutti hanno ricordato con grande stima il nostro passato, segno che qualcosa di buono avevamo lasciato… Dappertutto “Resurrection” ha ricevuto ottime recensioni, poiché è stato ritenuto un lavoro di raffinata composizione, denso di contenuti maturi e, soprattutto, di grande tensione emotiva. Questo è stato per me umanamente e artisticamente gratificante e tanti sono stati gli episodi che mi hanno fatto piacere, soprattutto perché ho ritrovato vecchi amici e ne ho incontrati di nuovi.

Com’è avvenuta la scelta della line up? E’ stata casuale, fortuita o ricercata e ponderata?
Negli anni ho provato tantissime soluzioni, perché non volevo solo creare un progetto da studio… se fosse stato così avrei potuto realizzare un lavoro in tempi sicuramente più brevi. Ho cercato con cura i compagni di viaggio, nella speranza di individuare persone che avessero attenzione e rispetto non solo per il progetto in sé, ma anche per la storia del gruppo e per il mio percorso creativo… e, soprattutto, cercavo una formazione che avesse l’intenzione di portare in giro la nostra musica, perché adoro l’atmosfera dei concerti e penso che sia la dimensione più giusta per esprimere al meglio il nostro genere. Negli ultimi anni ho così, finalmente, trovato i membri giusti per fare un determinato discorso e, tra l’altro, la maggior parte di loro erano già amici di lunga data e fans degli Acacia.

Citiamo la line up completa?
Sì, con grande piacere. Alla voce Gandolfo Ferro, alle chitarre io e Simone Campione, al basso Massimo Provenzano e alla batteria Claudio Florio.

Il primo album degli Acacia “Deeper Secrets” è stato pubblicato nel ’96 per la Underground Symphony e “Resurrection” esce per la stessa etichetta nel 2019. Una collaborazione che si è anch’essa rinnovata dopo tutto questo tempo…
Si può dire che sia Underground Symphony che il nostro progetto abbiano iniziato a muovere i loro primi passi insieme… Quando nel 1995 il boss della label Maurizio Chiarello ci contattò per proporci di fare parte della sua prima uscita ufficiale, una compilation dei migliori gruppi italiani del momento, fummo felici di accettare. “Funerals of State”, la nostra canzone pubblicata sulla compilation, destò molto interesse e sulle ali dell’entusiasmo anche per gli ottimi risconti ricevuti dal nostro demo “Introspection” del 1994, ci sentimmo pronti per realizzare, sempre per Underground Symphony, il nostro primo disco. Negli anni ho mantenuto sempre ottimi rapporti con Maurizio e ho sempre pensato che se fossi riuscito a ritornare con un secondo lavoro, avrei chiesto nuovamente la sua partecipazione.

Cosa rappresenta questo disco per te? I brani che fanno parte del disco sono stati scritti recentemente o avevi già del materiale che era rimasto lì ad aspettare?
“Resurrection” è un titolo che dice tutto… è la storia di ogni uomo alle prese con la propria rinascita ed evoluzione… è la storia degli Acacia, è la mia storia. Volevo che pur non essendo un concept in senso stretto, lo fosse come impostazione, un insieme di emozioni legate da un filo conduttore. I brani hanno tutti una genesi antica, ma nel tempo si sono evoluti… in questi anni ho scritto tanto e poi ho selezionato i brani che mi sembrava avessero la stessa tensione emotiva.

Chi ha realizzato l’artwork e cosa rappresenta?
È stato realizzato da Nello Dell’Omo, talentuoso artista che ha realizzato tantissimi lavori di qualità per band di spessore. Con Nello c’è stato fin dall’inizio un feeling creativo e dopo interminabili confronti siamo arrivati ad un’idea che esprimeva bene il senso dell’album: un anziano segue un adulto ed entrambi seguono un bambino verso la luce… Si tratta, in sostanza, del ciclo di rinascita interiore di ogni uomo, del suo rinnovarsi continuamente…

Dal ’98, anno in cui gli Acacia si fermano, fino ad oggi tu hai sempre e comunque continuato a scrivere e a gravitare nell’ambiente musicali. Quali sono le esperienze più significative che hai fatto in questo lasso di tempo?
Per me scrivere è un’esigenza naturale, come respirare… solo attraverso la scrittura riesco a trovare quelle risposte di cui ho bisogno e a placare un po’ il mio animo, tirando fuori quelle emozioni che caratterialmente non riesco in altro modo a esternare. Ho continuato a scrivere pensando al secondo lavoro degli Acacia, ma contemporaneamente mi sono aperto a nuove collaborazioni sia in campo musicale, come autore e compositore, che in ambito teatrale. Ho avuto il piacere di partecipare a tante produzioni indipendenti pop, acquisendo competenze anche riguardo ai differenti mercati musicali e in campo teatrale sono stato coautore di alcuni musical che hanno avuto ottimi responsi.

Per problemi legati al Covid sono sospese tutte le manifestazioni musicali, quindi non credo ci saranno occasioni, almeno per ora di vedervi su un palco. Quanto vi ha penalizzato questa restrizione? Ci sarebbero state date importanti?
Il disco è uscito alla fine dell’anno e noi ci stavamo preparando per il nostro concerto di presentazione dell’album, ma tutto si è fermato. L’adrenalina di uscire live era tanta, ma abbiamo dovuto rimandare… spero che presto ci siano nuovamente le condizioni per poter riprendere senza patemi d’animo e nella maniera più serena.

Come dico sempre, penso che gli artisti, in questo periodo, tireranno fuori tutta la creatività che hanno dentro. Cosa stai facendo tu adesso e quali progetti hai per il futuro della band?
È stato un periodo particolarmente difficile per tutti, nuovo e anomalo soprattutto per la sua gestione emotiva. Lo è stato anche per me… Dopo un primo attimo di smarrimento ho però iniziato a riordinare le idee e a scrivere e questo, sicuramente, mi ha aiutato molto a non perdere la speranza. Adesso guardo avanti e, nell’attesa di iniziare a suonare live, continuo a collaborare anche con altri progetti e, inoltre, ho anche iniziato a focalizzare l’attenzione su del nuovo materiale per la band…

Dove i nostri ascoltatori possono ascoltarvi e seguirvi?
Attualmente sul nostro sito e su tutti i canali social e i canali digitali. Da poco siamo anche sbarcati sulla piattaforma Bandcamp, dove chi vuole può acquistare sia la copia fisica di “Resurrection” che la copia digitale (in formato WAV) dello stesso album e del nostro primo lavoro “Deeper Secrets”. Ti segnalo i nostri contatti:
Sito: https://www.acaciaband.com/
Facebook: https://www.facebook.com/acaciabanditaly/
Instagram: https://www.instagram.com/acaciabanditaly/
Youtube: https://www.youtube.com/user/ACACIAITALY
Bandcamp: https://acaciaitaly.bandcamp.com/

Grazie di essere stato con noi
Grazie ancora a te, Mirella, per la disponibilità e il supporto… e grazie a tutti i lettori che, spero, possano appassionarsi alla nostra musica e supportarci acquistando una copia di “Resurrection”.

Trascrizione dell’intervista rilasciata a Mirella Catena nel corso della puntata del 30 Aprile 2020 di Overthewall. Ascolta qui l’audio completo: