Folco Sbaglio e Le Ore Perdute Trio – Le storie del pettirosso

Ospite di Mirella Catena ad Overthewall il cantautore Folco Sbaglio.

Ciao a tutti da Mirella Catena e bentornati sullo spazio interviste, oggi con noi un artista la cui carriera affonda le basi nella scuola cantautorale italiana e trae ispirazione da artisti come Dylan, Rolling Stones e Lou Reed. Diamo il benvenuto a Folco Sbaglio! Andiamo indietro nel tempo. Quando hai iniziato a comporre?
La prima canzone che ho scritto, al netto di composizioni giovanili adolescenziali, è 2Latinoamerica”, che è il pezzo di apertura del disco “Storia di un Pettirosso”. Era il periodo romano, studiavo psicologia a San Lorenzo, abitavo a Porta Maggiore. Impiegavo il mio tempo a studiare, nella militanza politica e a scrivere canzoni.

Nel 2009 la tua carriera musicale si unisce con la band Le Ore Perdute. Com’è nata questa collaborazione?
In verità nel 2009 ero fermo con la musica da qualche anno. Suonavo a casa per conto mio. Mi ero lasciato alle spalle un periodo musicale molto intenso. Si presentarono a casa Nitto Lasco e Dano Briga. Con Dano avevamo forse migliaia di ore musica insieme. Nitto invece era un giovane di 21 anni con cui ci conoscevamo poco, ma sapevo che era un ottimo musicista, specialmente per la sua età, e che gli piacevano molto i miei pezzi. Loro avevano saputo di un concorso. Un premio Fabrizio De Andrè. Bisognava partecipare con tre canzoni. Risposi che non avevo voglia. Che ero fermo. In verità ero impigrito e svogliato. Loro però insistettero fino a sfinirmi. Alla fine mi feci convincere. Partecipammo al premio De André e lo vincemmo. Uno dei tre pezzi che portammo era una canzone mia, a tutt’oggi ancora inedita: “Settembre”. Dopo quella soddisfazione i ragazzi ci presero gusto e cominciarono il pressing per partire con una formazione che mi affiancasse negli arrangiamenti dei miei brani per ricominciare i live. A quel punto però, dopo essere salito di nuovo sul palco, divenne più facile persuadermi. La musica è un po’ come le sigarette, se ne fumi una poi il rischio di ricaduta è altissimo. Ci mettemmo alla ricerca di altri musicisti. Scelsi i più validi e nacquero Le Ore Perdute, cioè il mio gruppo di supporto, i miei musicisti. All’epoca erano in quattro: al basso c’era Deddo Lelmì, alla batteria Nonio Nass e alle chitarre Dano Briga e Nitto Lasco. Ricominciai a suonare. Dopo qualche mese mi ritrovai in una situazione un po’ insolita per me. Un discobar. Non so come ci fossi finito. Ero col cocktail in mano quando vidi che affianco al DJ che mandava techno house a manetta c’era una ragazza. Una ragazza veramente giovane. Suonava il violino. Mi concentrai molto su quello che faceva. Ne rimasi rapito. Dissi al proprietario del discobar che volevo il suo numero di telefono. Seppi che aveva solo 15 anni. La chiamai. Entrò nel gruppo e divenne la mia violinista. E poi negli anni diversi musicisti si sono avvicendati, entrati e usciti. Attualmente nel video domestico di Oggi siamo in Guerra ci sono Nonio Nass alla batteria, Leda Fancini al flauto, Nitto Lasco e Vanni Panovus alle chitarre, Rebbo Anzio al basso e Merlina Plaza al violino 

Ma questi sono nomi d’arte giusto? Pare che sia tu stesso ad assegnarli ad ognuno di loro, è così?
Sì, è così. O meglio: quando un musicista entra nel Le Ore Perdute domando sempre quale sia il suo nome d’arte. Questo perché trovo un fatto importante averne uno. L’arte è un ambito molto particolare, è un luogo dello spirito. E quindi avere un proprio nome, dedicato a questo ambito, secondo me è un fatto importante. Ecco se non hanno un nome d’arte chiedo di scegliersene uno. Quasi sempre accade che non ce l’hanno e mi chiedono di fare una sorta di battesimo musicale. Così mi piace trovare delle traslazioni eufoniche, cioè degli anagrammi imperfetti che suonino bene. Cioè: un nome d’arte deve avere anche un minimo di musicalità, di gradevolezza melodica. Ma ci metto anche giorni, settimane, per tirare fuori un nome d’arte di un mio musicista. Spesso un nome d’arte porta con sé anche un significato nella sua mutazione rispetto al nome anagrafico. Insomma con Le Ore Perdute, con tutti loro, non è solo un fatto musicale. C’è un rapporto personale umano che travalica il dato squisitamente musicale. E questo ci aiuta molto nel processo creativo degli arrangiamenti.

Parliamo del singolo “Oggi siamo in guerra”. Un testo pieno di rabbia e di denuncia dei potenti della terra. Com’è nato questo brano?
Ero a Napoli a casa di mio padre. Correva l’anno della guerra in Kosovo, era il 1998. Era notte, molto tardi. Sono solito da sempre andare a letto molto tardi. Non riuscivo a prendere sonno perché dalla base militare vicina si alzavano in volo in continuazione dei cacciabombardieri. Dei boati assordanti. La cosa mi irritò molto. Poi dopo un attimo pensai che io, a causa di quel rumore non potevo dormire, mentre a poche centinaia di km in linea d’aria quei boati incutevano a migliaia di persone la paura della morte, delle bombe, della guerra. Quindi a quel punto, completamente insonne presi la chitarra e cominciai a scrivere. Scrissi con molta rabbia è vero. Del resto come si può non provare rabbia per una guerra e soprattutto per i signori che la muovono e la promuovono e ci si arricchiscono sopra. E poi sono cresciuto con la musica usata anche per divulgare il sentimento del pacifismo. Quindi non feci altro che scrivere in linea con le cose con cui ero cresciuto.

Il video è stato realizzato in versione home made a causa della pandemia in corso, quanto questa situazione ha cambiato la tua vita di musicista?
Molto. Mi mancano da morire il palco, gli applausi, le critiche, le prove anche se, come ho avuto già modo di dire, mi mancano più di ogni cosa i miei musicisti. Averli affianco, guardarsi negli occhi e capirsi. Per me la musica e la socialità sono stretti in un rapporto di grande mescolanza. Sono figlio unico, soffro molto la solitudine, ma anche per indole sono molto dipendente dai rapporti. Mi piace proprio tanto stare insieme agli altri. La pandemia ha cambiato tanto. Io ad esempio non riesco a scrivere. Per scrivere devo avere un minimo sindacale non dico di felicità ma almeno di tranquillità. Ecco sono stati questi i mesi più terribili, quel tipo di situazione che mi porta a non scrivere nulla. Probabilmente quando tutto finirà recupererò tutti gli arretrati.

Qual è il messaggio che vorresti arrivasse con la tua musica e le tue parole?
Di non assuefarsi mai. Di non fare la fine della rana bollita. Di non inghiottire mai le ingiustizie che ci passano davanti e come diceva qualcuno di sentire sempre sulla propria pelle ciò che subiscono gli altri, in qualunque parte del mondo.

Questo questo video domestico segna una ripresa, seguirà un album?
Ma in verità mi sono fermato con la pandemia proprio quando stavo per far partire il secondo crowdfunding per il secondo disco. E credo proprio che fra qualche settimana mi rimetto in moto. Il disco è pronto, dobbiamo solo trovare le risorse per entrare in sala registrazione e per la promozione.

Dove i nostri ascoltatori possono seguirti sul web?
Siamo praticamente ovunque. Da youtube a Spotify, sui social, basta googlare un po’ e cercare Folco Sbaglio.

Grazie di essere stato con noi. Ti lascio l’ultima parola!
Ringrazio io voi per questo spazio di espressione. La musica e lo spettacolo hanno patito più di qualsiasi altro settore tutta questa situazione. Io non so se e quanto le istituzioni ne terranno conto. Sono certo invece che ne terranno conto quelli a cui piace la musica, lo spettacolo la cultura. Sono certo che da loro, dal pubblico, riceveremo un grande abbraccio e una grande partecipazione compulsiva non appena sarà possibile ritornare in strada liberi da questa pandemia, e credimi non vedo l’ora.

Ascolta qui l’audio completo dell’intervista andata in onda il giorno 15 marzo 2021:

Lele Croce – La macchina del tempo

Ospite di Mirella Catena ad Overthewall il polistrumentista e cantante Lele Croce, autore lo scorso febbraio dell’album “Time Machine 1 – 1985/2015” (Musitalia/DomBox Records)

Ciao Lele! E’ un vero piacere averti come ospite in trasmissione. Ci parli dei tuoi primi approcci con la musica? So che hai iniziato con la batteria…
Ciao Mirella! E’ un grande piacere anche per me. Sì, hai detto bene, volevo diventare un batterista, all’età di quattro o cinque anni, ma la situazione condominiale non l’ha permesso! All’epoca (era fra il ’73 e il ’75) non esistevano scuole private di musica dalle mie parti e l’unico modo era arrangiarsi. Io non avevo molto senso della misura, come ora a dire il vero (i miei colleghi musici si sorprendono delle 3 ore di concerto che tendo a fare dal vivo…), e “suonavo”, cioè, sbattevo, per meglio dire i miei tamburi ed il mio unico piatto diverse ore al giorno. Impossibile in condominio! Mio padre era un chitarrista/cantante di un gruppo locale (i Barrakuda, fu suonando in Romagna che conobbe mia madre), ed avendo la chitarra sempre a disposizione in casa, piano piano me ne innamorai. Aveva il pregio di aiutarmi a comporre (meglio della batteria), che era quello che più mi interessava, già da bambino, così approfondii lo strumento. Mio padre non aveva molto tempo a dire il vero, un giorno mi regalò un volumetto di accordi “Chitarristi in 24 ore”… credo ci misi 24 anni per diventare credibile, ma fu un bellissimo regalo lo stesso! Fin dalle elementari ho avuto una particolare predisposizione nello scrivere testi di ogni tipo: poesie, brevi racconti, testi con giochi di parole, mi piaceva, e la musica non ha fatto altro che ampliare le mie possibilità espressive. Per quanto riguarda la batteria, non l’ho abbandonata, ho cominciato a studiarla da dopo i trent’anni ed ora la suono anche in qualche registrazione.

Tu hai collaborato con tantissimi artisti e musicisti e questo dà l’idea che per te la musica è un mezzo di condivisione e aggregazione. E’ così?
Sì, certo, e spero di continuare a collaborare il più possibile! Credo di non esagerare nel dire che la musica sia la forma d’arte più “collaborativa” che esista. Anche se sei un solista, comunque prima o poi devi interagire con qualcun altro per concretizzare la tue opere, che siano altri musicisti, o il tuo produttore, discografico, tecnico del suono o liutaio. Per non parlare del pubblico stesso dei live o della TV quando sei ospite in trasmissioni, anche radio, come qui con te. Un pittore, invece, in genere è un po’ più introspettivo. Ma la condivisione, le jam, i concerti, sono fantastici e non c’è nulla che possa equipararli! C’è uno spettacolo per beneficenza, che si intitola “John Lennon Tribute Concert”, che ho in piedi da qualche anno, che ripercorre vita ed opere dell’ex Beatles, in cui invito sempre un sacco di musicisti e lì nascono collaborazioni musicali di ogni tipo.

Il tuo genere musicale è prettamente rock ma con uno stile unico e molto personale. Quali sono gli artisti che ti hanno maggiormente ispirato?
Intanto grazie per avermelo detto, credo sia l’obbiettivo di molti compositori, se non di tutti, quello di avere, prima o poi, uno stile riconoscibile. Anche qui hai detto bene, sono essenzialmente rock, ma abbraccio molti altri generi, perché credo che la musica abbia qualcosa di vitale da dire anche in altri stili e culture, ma essenzialmente vado dal blues al metal, dal folk all’etnica… ma non mi fermo mai, ho fatto anche brani tango, ed elettronici, per dire. Gli artisti che mi hanno maggiormente ispirato sono essenzialmente i Beatles, gli Zeppelin, Frank Zappa, i Police,… ultimamente apprezzo molto la cantante neozelandese Kimbra.

E’ in uscita il tuo nuovo disco, ci parli di questo lavoro discografico?
Sì, “Time Machine” è un progetto nato da un’idea di Mariella Restuccia di Musitalia (etichetta discografica di Messina), che era dal concorso “Girofestival 2003” che non sentivo più. Quqndo nel 2019 abbiamo ripreso i contatti ha chiaramente ascoltato cos’avevo fatto nel frattempo e da questo ne è uscita una doppia raccolta di brani (36 in tutto) composti fra il 1985 ed il 2015, l’anno in cui ho firmato il mio primo vero contratto con la Nerocromo di Mirco DeFoxGalliazzo. Questo doppio album, quindi raccoglie i brani più rappresentativi dei miei primi 30 anni di carriera, molti dei quali completamente inediti… mi sono imbattuto proprio in una vera e propria impresa di archeologia musicale per rimettere insieme i pezzi di canzoni che non avrei mai pensato di pubblicare! Il primo volume con 18 brani è uscito il 18 febbraio, e contiene un singolo scritto lo scorso luglio: “E’ ancora estate, inoltre anche l’unica cover mai pubblicata da me, una versione blues di “Help!” dei Beatles.

Ovviamente non si potrà per il momento ascoltarlo dal vivo. Quanto questa situazione ha pesato sull’uscita del disco?
Ha pesato molto in termini di tempo e logistica. Ho rinunciato ad andare a Roma a registrare per via della pandemia, ma siccome tutti i concerti sono stati cancellati, mi sono dedicato alla composizione ed alla registrazione. Due anni fa ho anche avuto un incontro con la Rehegoo Music Group, l’etichetta newyorkese sostenuta da Quincy Jones, che mi sta dando ottime opportunità anche oltreoceano. Con loro ho in previsione due album per quest’anno (oltre ai quattro singoli già pubblicati), mentre con Musitalia ne ho altri tre oltre al quello appena uscito. Davvero, sto lavorando tantissimo seppur non dal vivo. E’ come se per me il 2020 fosse stato il medioevo che ha anticipato il rinascimento di quest’anno. Peraltro, ho fondato un gruppo nel 2016, i Moods, con cui mi tenevo in costante allenamento alla batteria (in cui ora suono la chitarra), che ha esordito in “Time Machine” con il brano “Roaming Station” e per il quale sto continuando a scrivere in previsione di un album dedicato.

Quali sono i riferimenti sul web per i nostri ascoltatori?
Mi trovate su Facebook alla pagina: “Lele Croce – Music Page”, costantemente aggiornata negli eventi e nella mia bio ed in Instagram come “Crocelele”.

Andiamo a concludere questa simpatica chiacchierata con il tuo nuovo singolo. Di cosa parla e cosa rappresenta per te?
Il nuovo singolo, come dicevamo si intitola “E’ Ancora Estate” ed è stata composta a luglio. E’ una canzone rock tendente al pop, che ha un testo piuttosto importante per me: parla della situazione che molti di noi viviamo qui, in occidente, nei paesi industrializzati di cui troppo spesso non ci si rende conto, e cioè del fatto che dopotutto siamo fortunati in questa parte del mondo, rispetto a molti altri. Anche qui c’è molta gente che non sa se riuscirà ad avere la cena assicurata ogni giorno, ad esempio… e noi che viviamo in una specie di “estate” della società abbiamo anche la responsabilità un po’ di questo. Invoco anche ad usare questa responsabilità per rispettare sia il nostro unico pianeta, che gli esseri umani meno fortunati che lo popolano. Nella nostra società dove la corsa al denaro ha creato ricchezza per pochi e povertà per molti, credo che la vera “estate” arrivi solamente quando ci sarà, se ci sarà, meno disparità a questo mondo: è un tema importante in una canzone positiva, nonostante l’attuale realtà. Il video è stato girato a Pompei non a caso, ma proprio in riferimento al fatto che dall’oggi al domani può cambiare tutto in poche ore, ed i valori materiali possono cadere e sbriciolarsi come sabbia… dovremmo lavorare di più sul migliorare la nostra società, rendendola più umana.

Grazie di essere stato con noi e a presto!
Grazie Mirella, è stato un vero piacere, a presto!

Ascolta qui l’audio completo dell’intervista andata in onda il giorno 8 marzo 2021:

Luigi Maria Mennella – Aes grave

Ospite di Mirella Catena ad Overthewall il polistrumentista e cantante Luigi Maria Mennella, la mente dei progetti Furvus, En Velours Noir e F.ormal L.ogic D.ecay.

Ciao Luigi e benvenuto su Overthewall: cantante e polistrumentista, autore impegnato in ben tre progetti musicali. Com’è iniziata la tua carriera artistica?
Guarda, musicalmente parlando, comincio con un aneddoto: mi sono avvicinato al pianoforte quando avevo circa sette anni. A quei tempi prendevo lezioni regolarmente, ma dopo due anni l’insegnante mi cacciò, perché si accorse che eseguivo gli spartiti a memoria. E’ incredibile il cervello dei bambini a quell’età, no? Peccato che poi dopo uno si rincoglionisca un po’. In pratica ascoltavo e guardavo l’insegnante, ripetevo dentro di me ed eseguivo. Le prime volte ovviamente non perfettamente. Lei mi correggeva. Io ripetevo nuovamente ed eseguivo un po’ meglio. E andavo avanti così. E questo veniva interpretato come un naturale progresso nella lettura. Poi un giorno mi ha cambiato senza avvisarmi qualche nota sullo spartito e mi ha scoperto (e mandato via…). Poco male: il piano in realtà l’avrei ripreso qualche anno dopo, ma intanto mi sono concentrato prima sulla chitarra e poi altri strumenti. Però, vedi, sono sempre rimasto affascinato dall’uso della voce. A quei tempi rimanevo estasiato nell’ascoltare i virtuosismi dei cantanti heavy metal. Mi sembravano qualcosa di incredibile rispetto magari ai cantanti tradizionali che poteva ascoltare mia madre a casa oppure i miei amici. Ma questo mito mi si è incrinato nel momento in cui ho ascoltato per la prima volta un lavoro solista di Stratos. Mi pare fosse “Cantare la voce”, che è un disco che allora non conoscevo: l’ho trovato su una bancarella dell’usato, non ricordo neanche dove e ne rimasi estasiato – ero molto giovane (avrò avuto…12/13 anni?). Vedo e rimango incuriosito (mi piaceva il cinema horror) da questo disco con la copertina quasi “gore” con raffigurata questa persona con la gola aperta e lo compro subito. L’ascolto e rimango folgorato! Mi chiesi: “come cavolo fa a fare queste cose con la sola voce?!” Sembrava veramente uno strumento! E questo episodio mi ha aperto nuovi orizzonti mentali ed è cambiato quello che poi sarebbe stato il mio approccio alla musica. Poi…non sono di quelli che dicono: “(…) io mai una lezione di canto e bla, bla, bla” (leggi = “sono un genio autodidatta”)” …come se ci fosse da vergognarsi, perché c’è un po’ questa tendenza, se vogliamo spocchia in chi canta in certi giri. Ti dirò di più. Io addirittura per svolgere un certo tipo di studi ho aspettato di raggiungere la maturità vocale necessaria per la propedeutica che precede l’ingresso al Conservatorio. E gli studi di Stratos li ho ripresi ovviamente dopo rispetto all’episodio del disco, per gradi, mano a mano che approfondivo il discorso vocale; e prima di entrare al Conservatorio mi sono rivolto comunque a un soprano che insegnava canto lirico in Italia (Lucia Stanescu). Poi mi sono iscritto regolarmente, anche se ho avuto anche lì un approccio un po’ ribelle, ma non dilunghiamoci… però, ecco, questa cosa di usare la voce in modo non convenzionale e anche suonare a orecchio per il discorso prettamente strumentale è sempre stato un mio ‘vizio’. Forse è anche per questo che amo tanto l’improvvisazione, entrare in un flusso sonoro e lasciarmi andare, in modo sempre diverso e per certi versi anche imprevedibile. Chiaramente: confini armonici premettendo. A livello di produzione, a parte i classici gruppi rock / heavy nati tra i banchi di scuola e una quindicina di anni di attività parallela di metal estremo (ho suonato anche thrash, death, grind, black, etc), il mio primo lavoro che non ‘ripudio’ è una demo fatta uscire nel 1990 per il progetto F.ormal L.ogic D.ecay. Era un lavoro molto minimale, ispirato dalle sperimentazioni di Pierre Schaeffer e John Cage. Ecco ancora quindi cose diverse dagli ascolti abituali o dei miei amici… Da lì poi ho abbandonato ogni remora espressiva: non suonavo per i soldi (come se poi fosse facile…), per la gloria, neanche per le ragazze o per il partito…no: lo facevo solo perché era l’unico modo in cui riuscivo a tirare fuori, dare una sorta di forma percettiva a quello che avevo dentro. Il mio debutto discografico, la prima uscita di larga diffusione intendo, lasciando perdere le demo tape e prodotti di questo tipo, la debbo a Giovanni Indorato (ai tempi con la label Beyond…Prod.). Una persona incredibile, per me quasi un fratello, anche se oggi abitiamo un po’ distanti l’uno dall’altro. Ai tempi lavoravo per lui come grafico per le sue uscite e lui aveva già apprezzato ad esempio il primo demo di En Velours Noir, mi aveva dato una mano per distribuirlo, etc. Sapeva che ero entrato in studio per registrare per Furvus, direttamente un disco, senza demo o altro. Mi chiese di ascoltarlo. Finito l’album mi dice qualcosa come: “con quale formato o packaging lo facciamo uscire?”. Diretto ed essenziale, come è fatto lui. Sempre lui poi ha fatto debuttare il mio progetto En Velours Noir prima citato, mentre la prima pubblicazione professionale per F.ormal L.ogic D.ecay avviene uno o due anni dopo con la tedesca Dark Vinyl, per l’album “Løvstakken”. E qui mi fermerei, perché più che una risposta è una biografia. Ecco i link diretti per ascolto:

Ho parlato dei tuoi progetti musicali, tutti da solista e diversi tra loro. Sono tre lati di te ugualmente ripartiti o tra questi uno ti è particolarmente caro?
No, non del tutto e poi mi spiego meglio. Sono tre sfaccettature della stessa persona che per motivazioni stilistiche, di riferimenti culturali ben precisi, mi permettono di incanalare quello che sto componendo e dargli una connotazione estetica finale. Con Furvus esprimo il mio amore per la musica antica, le drammaticità epica, la sofferenza dell’uomo nei Secoli bui, l’introspezione umana all’alba della società moderna… e mi sono imposto anche dei confini filologici (per sonorità, strumentazione, iconografia, etc.) ben precisi. Con En Velours Noir si cambia registro: esprimo una visione più romantica, una teatralità più gotica, a tratti grottesca e che non si spinge solitamente oltre i riferimenti alla Belle Époque. Ultimamente il progetto si è evoluto verso riferimenti jazz noir e chansonnier, ma rientra comunque in un’estetica dark. F.ormal L.ogic D.ecay è il resto e in tal senso è il progetto che mi dà maggiore libertà. Tutto ciò che è ricerca sonora, espressione non convenzionale… poi chiaramente, anche per un naturale gioco di esclusioni, a livello di sonorità si prosegue l’iter storico a cui accennavo prima – diciamo che parte dalla musica concreta – per spingersi fino alle frange più estreme della power-electronics…ma nel mezzo trova posto tutto quello che ha venature sperimentali: ambient, industrial, Kraut, IDM, jazztronica, elettroacustica e via dicendo. Con questi tre progetti riesco a dare un volto ben preciso alla mia musica. Come riferimenti storico-culturali a ben vedere rimangono esclusi un paio di secoli, ma qui subentra un discorso di gusti personali che riguardano l’estetica di questi periodi (600/700). Diciamo sinteticamente che non mi piacciono tanto le parrucche incipriate…(poi, la musica di Bach, Handel …poi Mozart…il primo Beethoven per citare i nomi più noti non si tocca, ovvio).

F.ormal L.ogic D.ecay è forse il tuo progetto che lascia più spazio alla sperimentazione, alla pura creatività. Le tue intuizioni, come rielaborare il rumore dei fornelli del gas o le urla della vicina di casa, sono qualcosa di geniale. Quanto dura la gestazione di un album? So che presto pubblicherai qualcosa di nuovo…
Sì, come accennavo prima è un progetto per me di totale libertà espressiva con una più o meno esplicita venatura sperimentale. Le tracce a cui ti riferisci per dire sono legate alla mia ricerca ‘concreta’ passata ed è materiale molto estemporaneo e di veloce gestazione. Anche datato, se vogliamo. Poi, a seconda dello stile adottato, chiaramente le tempistiche di produzione si allungano; a prescindere che si tratti di un lavoro <apparentemente astratto> come può sembrare il noise, la power-electronics o ambient; oppure che abbia una forma più strutturata e intellegibile come certa musica elettronica o perfino folk apocalittico, perché quello che mi ruba maggior tempo è il concept; che quasi sempre per me è anche legato a un discorso visual per le mie illustrazioni, artwork, etc. La registrazione di per sé avviene quasi sempre in modo istintivo, con tantissima improvvisazione. E a tal proposito – per rispondere all’altra parte della tua domanda – ho da qualche mese ultimato per questo progetto (F.ormal L.ogic D.ecay) il primo di una serie di album (al momento intitolata “Oxidierte Elektronik” / “Elettronica Ossidata”) dedicata alle sonorità elettroniche / sperimentali nate tra i primi anni 70 e metà 80. Un’epoca musicale che non ho potuto vivere del tutto, ovviamente anche per motivi anagrafici, ma rappresenta una parte fondamentale del mio background culturale come musicista. All’interno di questa disco tutto è stato realizzato con una dedizione quasi filologica, partendo dalla scelta dei timbri (ad esempio ho usato strumentazione vintage o accurate emulazioni di macchine storiche che per rarità e prezzi di mercato sono per me, come per tanti, quasi inaccessibili) fino ad arrivare a un workflow prettamente analogico e molto spesso come accennato prima improvvisato… La pubblicazione al momento era stata bloccata a causa dell’epidemia, ma se il problema rientra dovrebbe esser mandato in stampa verso quest’estate. Vedremo: è un periodo molto difficile per le case discografiche, come potrai immaginare.

Furvus è un progetto legato alla musica antica e neopagana, una ricerca accurata e fedele che sintetizza quasi un millennio di musica, dall’Impero Romano al tardo Rinascimento. Com’è nato questo progetto?
Non nasce con un grosso intento programmatico che non sia il mio amore per determinate sonorità che pescavano tanto dalla tradizione della musica antica, soprattutto medioevale quanto dal settore delle colonne sonore dalle forti tinte epiche; sul piano ideologico c’è questo forte legame che ho sempre sentito con le mie origini pagane e anche una l’irrefrenabile moto interiore verso tutto quello che è stato l’oscurantismo religioso nella nostra cultura… in una chiave sicuramente più edonistica di quella che la storia ci ha consegnato tra lotte di potere e di culto. Il primo disco “Deflorescens Iam Robur” parlava proprio di questo e in soli 39 minuti e 20 tracce ho tracciato un percorso da quello che immaginavo fossero le composizioni marziali della Roma Imperiale fino ad arrivare al tardo Rinascimento. Ho cominciato a lavorarci ex abrupto attorno al 1998, molto tardi rispetto a quando ho iniziato a suonare…anche perché tecnicamente parlando questo accadde quando entrai in possesso di sintetizzatori che permettevano una decente emulazione di determinati strumenti classici (parlo di suoni non cheap tipo Bontempi) o comunque sonorità sì più moderne, ma che ne richiamassero il sapore o si amalgamassero con essi. Parlo di un periodo in cui registravo ancora la parte strumentale su bobina e la voce in studi professionali. Questa cosa è poi stata mal interpretata dalla stampa, che riportò che avevo usato solo strumenti veri antichi…se’…Magari! …Leggendo in rete poi ho scoperto (con molto piacere) che nonostante i suoni non perfetti il disco da alcuni è considerato un classico del genere …o non-genere…come definirlo? Sono gli anni in cui qualcosa di questo tipo veniva utilizzato esclusivamente per intro e outro di gruppi metal, ma non per un album intero. Mortiis forse, ma erano quattro note in croce. Magari gli Arcana? Sicuramente i grandiosi Ulver per le parti acustiche di chitarra…certamente alcune colonne sonore…ma niente di sistematico. L’album andò benissimo (tanto che è arrivato alla terza ristampa), anche grazie all’ottimo lavoro promozionale di Giovanni. Poi chiaramente, se mi permetti di chiudere con altri aneddoti – essendo un po’ una novità – il pubblico si divise tra quelli che lo capirono e apprezzarono (magari perché avevano anche produzioni Cold Meat tra i loro ascolti) e i metalhead più intransigenti che avevano comprato l’album pensando che fosse un album di power-metal e perché aveva un bellissimo packaging (il produttore si “svenò” in tal senso…): un digibook in pelle inciso in oro…e c’ero io in abiti neo-medievali con spade, mazze ferrate e serpenti… dettagli attraenti per un certo tipo di target, ecco… Ricordo ancora con simpatia una recensione di una persona che mi stroncò dicendo che il disco faceva schifo, perché “(…) non c’era neanche la batteria o un assolo di chitarra elettrica e dovevo tagliarmi i capelli in quanto indegno…io e la mia fottuta musica ambient!”. E sottolineo “ambient” per darti l’idea di quanto l’avesse ascoltato…o fosse esperto del genere… Altri poi si lamentarono del fatto che un “gruppo” che si affaccia sul mercato internazionale “(…) dovrebbe cantare in inglese e non in italiano”. E su questo stendo un pietoso velo…

Oltre la sperimentazione musicale, una cosa che mi ha particolarmente incuriosito è la sperimentazione vocale, unica nel suo genere. In cosa consiste?
Allora…a parte ringraziarti, troppo gentile…cominciamo col dire che concretamente, se vogliamo parlare di voce come strumento non ho inventato nulla, ma a livello di approccio compositivo ho piuttosto cercato di introdurre per gradi nella mia produzione alcune soluzioni espressive. Talvolta anche in modo discreto, con un mixaggio quanto più armonioso possibile e che non facesse prevalere la voce sugli strumenti, ma piuttosto le consentisse di sciogliersi in unico flusso sonoro. Ecco allora che con questo tipo di mixaggio solo un orecchio attento può distinguere una naturale diplofonia vocale da un uso di un harmonizer, ma ci tengo a dirlo: l’unico effetto che uso per la voce è il riverbero. E neanche sempre. Qualsiasi cambiamento di timbro, colore, registro mi sforzo di ottenerlo in modo naturale, che si tratti di un disco come “His Master’s Void” (F.ormal L.ogic D.ecay) dove ogni traccia sembra cantata da una persona diversa che la parte corale poltimbrica di “Aes Grave” (Furvus). La ricerca vocale che svolgo da anni si basa essenzialmente su tecniche di modulazione della voce che effettivamente nella nostra tradizione occidentale sono sempre state appannaggio di nicchia, svolto in parte da grandi ricercatori quali appunto il prima compianto Stratos, in parte all’interno di giri culturali con attitudini divulgative che a mio avviso soffrono un po’ troppo una certe preponderanza ‘orientaleggiante’ (che è poi, Mirella è il motivo per cui la gente si è avvicinata poco, reputandola roba da fricchettoni o Hare Krishna e altri fraintendimenti). Ma è un enorme errore di massa. Il potenziale della nostra voce – che per me è e resta lo strumento più incredibile a nostra disposizione (e anche il più bastardo perché ti tradisce a seconda dei giorni) – è dannatamente sottostimato. Apro una parentesi: Uno potrebbe dire…figuriamoci: è già tanto se ci siano cantanti intonati in giro. Nella lirica, nel jazz, così come nel metal è il minimo sindacale…ma vallo a dire a chi fa musica leggera, cantautoriale…e potrei citare anche nomi grossi osannati della dark-wave…per non parlare dell’abuso di auto-tune, ma questo accade perché alla fine dei conti spesso la voce viene concepita (e in tal senso siamo assuefatti) come qualcosa di ben definito, limitato e che ci piaccia o no inconsciamente derivativo delle voci sanremesi che sentivamo intonare ai nostri genitori e allora diventa tutto solo una questione di approccio più o meno rispettoso, trasgressivo verso lo strumento. In pratica la differenza tra il chitarrista meticoloso che impugna bene una chitarra e quello che la tiene alle ginocchia e a stento sa tenere in mano un plettro o avere un corretto appoggio della mano. Chiusa questa parentesi… Poi personalmente ho cercato di andare anche oltre quanto imparato dalla suddetta tradizione vocale, spingendo la laringe verso territori anche pericolosi per la voce (ancora me li ricordo i cazziatoni al Conservatorio, perdita di voce, etc.), alla ricerca di suoni estremi o inediti. Ma se ci pensi alla fine le corde vocali, le pliche se le vogliamo chiamare in modo più tecnico sono tessuti tendinei che lavorano in modo simile alle corde di uno strumento, per vibrazione al passaggio dell’aria. Il nostro corpo provvede all’amplificazione, ma non c’è effettistica aggiunta…Tuttavia quello che si riesce ad ottenere per esempio solo con il diverso posizionamento della lingua nel palato o lavorando sulla laringe, mediante una specifica respirazione o fonazione…va ben oltre quello che ci ha raccontato buona parte della produzione discografica mondiale.

Recentemente hai inaugurato un sito, molto esauriente, che raccoglie tutti i tuoi progetti, L’Entropiste. Ce ne parli?
Non essendo un assiduo frequentatore di social network, di fronte alla piega (ma diciamo anche “piaga”) che hanno preso negli ultimi anni ho sentito la necessità di isolarmi telematicamente. Ho sempre avuto siti o blog, li ho sviluppati per anni anche per lavoro, ma avevano il difetto di essere dispersivi a causa delle troppe diramazioni dei miei progetti artistici. ‘Approfittando’ del lockdown, ho portato a termine quello che era un mio vecchio progetto di portale che racchiudesse tutto quello che faccio, quindi quello che sono. E’ stato un lungo lavoro di raccolta materiale, ma anche di sintesi (ho tolto davvero tanto, sia perché per me non più rappresentativo, sia per una necessità catartica mia). Nasce così l’ entropiste.com: un modo per comunicare in modo più selettivo a una parte del suddetto network e condividere – e questo per me è importante – con gente veramente interessata (non quelli che ti aggiungono su Facebook per far numero o farsi gli affari tuoi, per intendersi) la mia musica sicuramente, ma anche parte di quello che mi porta a concepirla. Guarda…visti i riscontri positivi che sta avendo mi sono sentito motivato e sto già lavorando a parti chiuse al pubblico che riguardano ad es. la mia attività passata in gruppi ormai sciolti, o quella di produttore esecutivo per molti progetti musicali; e altro ancora che fa parte della mia vita musicale da moltissimo tempo.

Che importanza ha per te l’esibizione live? Ti manca non poterti esibire dal vivo in questo periodo? Sinceramente? No. E lo dico con il massimo rispetto e solidarietà per tutti quelli hanno deciso di vivere di musica live o semplicemente di utilizzare questa formula comunicativa. Il punto è che sono cresciuto ascoltando gruppi che dal vivo triplicavano la durata dei pezzi lasciandosi andare in sperimentazioni non programmate o che su disco partivano da un’idea per poi svilupparla in maniera totalmente diversa… quasi lisergica. Ed è con questo spirito che ho passato gli ultimi anni a fare live spesso di pura improvvisazione sonora, ma davanti a un pubblico che era abituato a sentire musica di genere (se non mi conosceva) o in caso contrario con un contenuto sonoro pedissequamente fedele a quello presente su determinati miei dischi o di artisti a me paragonati in sede promozionale. Aggiungo: dischi sempre diversi ma anche rielaborazioni o performance live sempre diverse nel caso di F.ormal L.ogic D.ecay (che poi è quasi l’unico progetto che ho portato dal vivo ultimamente) e questo destabilizzava tanto l’ascoltatore quanto la mia libertà espressiva. In ultima analisi, considera che sono un solista, non mi occupo di musica propriamente minimale… odio le basi preregistrate e dal vivo creo quindi le mie stratificazioni sonore con una loop station, suonando uno strumento dopo l’altro…e puoi facilmente immaginare quante volte mi sia spaccato la schiena a portarmi dietro un vero e proprio arsenale… Con il primo lockdown ho rotto ogni indugio, rivoluzionato il mio studio, ricablato tutto e per un po’ di tempo voglio dedicarmi esclusivamente alla produzione.

Cosa c’è nel futuro musicale di Luigi Maria Mennella?
Da qualche anno ho spostato la mia produzione verso il cinema (essenzialmente colonne sonore e sound design). Si tratta di un mondo che adoro fin da quando ero bambino, ma a mio avviso non avevo ancora la maturità musicale per poter anche solo sperare di provarci. Mi è stata data fiducia da alcuni registi e – cosa che mi ha fatto enormemente piacere (non pensare che sia un ambiente meno chiuso di quello che conosciamo per la musica che ascoltiamo di solito) sono stato motivato da compositori dell’ambiente e ho cominciato a lavorare ai miei primi corti e mediometraggi. Il Covid-19 chiaramente ha rallentato un po’ le cose (anche l’anno scorso dovevano uscire tre lavori molto eterogenei, per me importanti che ormai vedranno la luce forse questa estate? Autunno? Chi lo sa?), ma questo cammino ormai l’ho intrapreso e, pur non abbandonando i miei progetti musicali storici o i lavori di ricerca vocale, sicuramente buona parte delle mie energie future andranno in questa direzione, perché è quella che trovo più stimolante.

Adesso andiamo ad ascoltar qualcosa tratto da Furvus, dall’ ultimo album “Aes Grave”. Vuoi parlarcene tu?
Allora… “Aes Grave” è un disco che esce nel 2017 e viene pubblicato dall’etichetta tedesca Dark Vinyl. Il concept dell’album è una sorta di viaggio nel passato, nel tentativo di rivivere tutto quello che il tempo non ha cancellato e la memoria dell’uomo e la storia hanno fortificato. Mi riferisco al ricordo delle persone amate, della fede persa e del sangue versato. Si tratta di quadri emotivi ridipinti con colori moderni, dove tutto però è realizzato con un uso equilibrato del computer (ad es. ogni strumento acustico percussivo è realmente suonato, ogni voce è realmente cantata – cori inclusi – da me / non ho assolutamente utilizzato VST vocali; che poi ci tengo a dirlo è una caratteristica peculiare del progetto Furvus). Questo poi è stato miscelato con strumenti acustici chiaramente sintetizzati, perché non ho un’orchestra vera a disposizione, su un substrato di elaborazioni concrete, ambientali. ll titolo “Aes Grave” richiama l’uso di questa moneta antica (letteralmente “bronzo pesante”) che veniva posta sugli occhi dei defunti per pagare il traghettamento verso l’Ade da parte di Caronte; e la metafora finale è quindi quella di una catabasi sonora nell’inferno della propria intelligenza emotiva con un obolo forse troppo caro da pagare: il rivivere e dover reinterpretare i suddetti ricordi e le emozioni, spesso il dolore, che potevano aver suscitato. …e quando dico “dolore” non ci giro intorno. In “Melopoeia Pestilentiae, Caudata Domina Nostra”, in questa traccia dove interpreto un frate che vaga nella desolazione della città devastata dalla peste con una lanterna in mano e recita una preghiera in latino, prima di accasciarmi malato al suolo e venire divorato dai topi …mi sono realmente gettato a terra con un oggetto di vetro (in modo da riprodurre sia il suono della caduta che del vetro rotto) e mi sono anche fatto male …quindi – come si dice nel cinema? – “buona la prima”.

Grazie di avermi concesso quest’intervista.
Grazie a te per l’attenzione, a quelli che non si sono addormentati visto che son stato prolisso. E un grazie anche a quelli che magari vorranno visitare il mio sito per conoscere meglio la mia musica.

Ascolta qui l’audio completo dell’intervista andata in onda il giorno 01 febbraio 2021:

Morreale – Appunti di viaggio

Ospite di Mirella Catena ad Overthewall  Morreale, autore dell’album “Appunti di Viaggio” (Mellow Records).

Ciao Massimiliano, partiamo dagli inizi, come è iniziata la tua carriera musicale?
Ho iniziato a suonare in formazioni rock baresi agli inizi degli anni ’90, nei garage e negli scantinati con amici e ad esibirmi in piccoli locali. Poi ho interrotto per laurearmi e dedicarmi al lavoro ma la musica è sempre rimasta una parte molto importante della mia vita. Ad un certo punto è maturata l’esigenza di dar luce ad alcune idee musicali che avevo fissato su nastro, quando registravo con un quattro tracce. Due terzi dei brani contenuti nel CD sono stati sviluppati da materiale inedito preesistente, che è stato risuonato e lavorato in maniera più matura.

La tua passione e la tua formazione di musicista polistrumentista è stata influenzata dalla scena psichedelica e progressive degli anni ’70…
Sono molto legato alla musica degli anni ’70 sia straniera che italiana, un decennio straordinario ricco di creatività. La mia musica affonda le sue radici proprio là e si percepisce.

Quali sono le tue band preferite e hai tratto ispirazione da loro per comporre la tua musica?
Sicuramente i Pink Floyd, ma anche Hendrix, Led Zeppelin, il prog rock, i cantautori italiani (De Gregori ,Venditti…) e Battisti, e poi Nirvana, Bauhaus, i gruppi di thrash metal. Ascolto di tutto, anche jazz e musica classica. Mi definisco un eclettico con mente ed orecchie aperte. Se mi consenti una piccola digressione, con la mia musica vorrei veicolare delle emozioni, la mutevolezza delle emozioni che ci attraversano nel viaggio della nostra vita. Tutto ciò un po’ si rispecchia nella mutevolezza degli stili che, pur sempre in ambito rock, si susseguono nei 12 pezzi dell’album. Nessuna devozione integrale ad un unico genere porterebbe ad una simile ricchezza e potenza espressiva.

“Appunti di Viaggio” è il tuo album pubblicato nel 2020. Quanto è durata la gestazione di questo lavoro da solista?
Ci ho messo un anno e mezzo per le sole registrazioni, poi c’è stato tutto il tempo che ho dedicato alle pratiche per la stampa su supporto fisico e quasi a cose fatte ho ricevuto le attenzioni di Mauro Moroni della Mellow Records, colpito dalla lunga suite strumentale (poco più di 22 minuti) “Super Wonderboy Returns (a new fantastic adventure)” che scrissi nel 1993 in una forma più contenuta con il mio amico Mimmo Iusco. E’ sicuramente il brano più ambizioso del disco e si fregia della chitarra di Ago Tambone, amico, polistrumentista e principale mio collaboratore.

L’album vanta numerose collaborazioni. Vogliamo citare qualche artista presente su Appunti di viaggio?
Certamente, voglio tributare il giusto riconoscimento agli artisti che hanno impreziosito il disco. Su tutti, per la importanza dei contributi, Ago Tambone (quasi tutti suoi i bassi, oltre alle chitarre più belle e ardite) Con lui ho scritto il brano, “Il Mare” che insieme al contenuto dichiarato nel titolo è una metafora della mutevolezza e della incertezza ma anche della grandiosità della esistenza umana. Poi hanno partecipato al progetto Claudio Milano, grandissima voce della musica di avanguardia italiana, nel brano “Cronache Per la Fine di Un’infanzia”: il testo è suo come anche il canto. Alessandro Calzavara (aka Humpty Dumpty) ha scritto il testo e canta in “Dung”, l’unica canzone in lingua inglese, Gianni Ladisa sax in “L’assenza”, Tommaso Mastrorilli batteria in L’assenza e La metà di me. Il testo della ballata “La Metà di Me” è del cantautore Antonio Gridi. La voce che si sente all’inizio del divertissement “Fa un po’ Frescobaldi” è quella della mia piccina, Ludovica Morreale, a cui ho dedicato la ninna nanna conclusiva e l’intero disco.


Chi ha realizzato l’artwork del disco e cosa rappresenta?
L’artwork, splendido e visionario, nasce dalla penna di Andrea Biancucci. Le immagini alludono in tutto o in parte ai brani del disco. Lascio all’ascoltatore il gusto di coglierne i singoli rimandi.

Sei già a lavoro per un nuovo album? Il tuo progetto solista avrà una continuazione?
Sono al lavoro per due progetti, uno a mio nome, Morreale più prog rock oriented ed un altro insieme all’amico Humpty Dumpty più orientato alla new wave. Non ho idea però di quando saranno pronti.

Dove i nostri ascoltatori possono seguirti sul web?
Potete ascoltare Appunti di viaggio sul mio canale Youtube, su Spotify, su varie piattaforme digitali. Potete acquistare il CD contattandomi direttamente o rivolgendovi alla Mellow Records.
Do qui di seguito qualche riferimento:

https://www.youtube.com/channel/UC2rhn-sqD06IcqBE6GOfcNg
https://open.spotify.com/artist/7w1jCjgTDU2XG2ANd1bIqM?si=syeKG4bwRQqvgZzGs3Pl-A
https://www.facebook.com/Morreale-460953427666370
https://mellowlabelproductions.bandcamp.com

Grazie di essere stato con noi, ti lascio l’ultima parola
Sono io che ringrazio te Mirella, per la tua cortese ospitalità e tutti gli ascoltatori di Overthewll web radio.



Ascolta qui l’audio completo dell’intervista andata in onda il giorno 22 febbraio 2021:

Red Giant – The one

Ospiti di Mirella Catena ad Overthewall i torinesi Red Giant, autori del l’album “The One”.

The One” è l’album di debutto dei Red Giant, quattro musicisti torinesi noti nella sfera musicale underground già dagli anni ’80 . Con noi Marco Fano, fondatore, voce e chitarra della band e Mauri Borsatti, chitarra e cori. Benvenuti e grazie di essere qui con noi.
(Marco, Mauri) Ciao Mirella, grazie a te.

I Red Giant si formano nel 2019 da un’idea di Marco. Marco, avevi già in mente chi sarebbero stati i componenti della band o è avvenuto tutto in modo casuale?
(Marco) Effettivamente all’inizio è stato naturale parlare della band a Mauri, compagno di scorribande musicali da tanti anni, e poi a Mario (batteria) e Fabrizio (basso) seguendo istinto ed affinità personali e musicali già testate precedentemente. Praticamente eravamo già una band prima di cominciare. Non c’era un piano B, la band era quella!

Avete alle spalle una carriera musicale importante e avete militato in band affermate nella scena rock e metal. Ci parlate delle vostre esperienze antecedenti ai Red Giant?
(Marco) Beh diciamo che abbiamo avuto occasione di vivere anni in cui il rock era mainstream, da giovanissimo, fine 80-anni 90 con Cry Baby, con lavori interessanti, 45 giri, video che non erano proprio scontati all’epoca. Poi con i Dr. Livingston in veste un po’più soft (band che arriverà fino a Sanremo 1999) e poi tanti live elettrici ed acustici con band progressive e con Maurizio nei Taxandra, oltre a quattro album solisti. Diciamo che di chilometri ne abbiamo fatti un po’…
(Mauri) Nello stesso periodo degli anni 90 ho messo su un paio di band, di cui cito i Voodo Kiss, band hard rock. A questi è seguito un progetto mio chiamato MamaB (dal mio nome abbreviato), un trio un po’ più rock blues stile Hendrix con cui ho pubblicato un album che è andato abbastanza bene e che ci ha fatto partecipare ad alcuni festival e concorsi in giro per l’Italia. E poi ci siamo rincontrati con Marco ed abbiamo cominciato a fare diverse cose insieme … e da qui ai Red Giant il passo è stato breve.

Citiamo la line up completa della band?
(Mauri) Certo, cominciando da Mario “The Beat” Zita alla batteria. Anche lui ha avuto un’intensa attività live e collaborazioni non da poco: ha fatto parte della band di Samuel prima che diventassero i Subsonica e Fabrizio Dotti al basso che è il più giovane della band, impegnato in diversi progetti ed in studio (Arthur Miles, Levante)

“Quando le strade davanti a te svaniscono all’improvviso, non resta molto che abbia significato…” da qui parte tutta la storia dei Red Giant. Marco, ci parli di com’è nato questo brano?
(Marco) Eh, è nato come a volte accade da un brutto momento, da un incidente che in un attimo sembrava mi avesse rubato tutto ciò che potevo essere, e dalla seguente ribellione alla situazione che sembrava non potesse essere cambiata. “Free” racconta del senso di inadeguatezza che si prova in questi momenti e della potenza della canzone come viaggio intimo e liberatorio; della fragilità del nostro essere, e della potenza del rock che in fondo ci salva e ci rende liberi. E lottando per quello che tu sai di essere l’anima è di nuovo pronta per viaggiare lontano e libera. Questo per noi è “Free”. E da “Free”è nata la band.

The One è stato registrato in presa diretta, senza filtri e sovraincisioni per un risultato finale perfetto e senza sbavature. Ci parlate della realizzazione dell’album?
(Marco) L’album è stato un “pronti-via”, in quattro giorni la parte strumentale era completata, più qualche mezza giornata per le voci. Abbiamo avuto la fortuna di collaborare con Alessandro Ciola degli studi Imagina Production (Torino) che è un mago della consolle e che ha fatto veramente un grandissimo lavoro. I brani sono fondamentalmente arrangiati e suonati come per un live: 4 siamo e 4 suoniamo!

Per dei rocker la dimensione ideale è il palco, com’è il vostro approccio col pubblico e come si svolge un vostro live?
(Mauri) Dopo tanti anni di live in tante situazioni diverse, mettersi in gioco per far arrivare la nostra musica è l’obiettivo primario. Cerchiamo di trasportare nei live il contenuto del CD curando i particolari, l’aspetto estetico, scenico e sonoro per uno spettacolo a tutto tondo.
(Marco) Innanzitutto, noi sul palco portiamo noi stessi e lo facciamo con tutta la sincerità possibile. Pur presentando inediti non ancora pubblicati o pubblicati da poco, la risposta del pubblico ai live di “The One” è stata fighissima – trasmettere e condividere qualcosa che arrivava è fantastico! Questi sono i live!

Le vostre radici musicali affondano negli anni d’oro del rock e del metal, gli anni 80 e 90, quanto è cambiata la scena musicale underground in questi ultimi anni con l’avvento di internet e quindi dei vari social network? Ritenete che ci sia una marcia in più rispetto al passato o si perso qualcosa?
(Marco) Direi che siamo nel bel mezzo di una rivoluzione epocale, forti e rapidi cambiamenti a tutti i livelli. Io per natura nei cambiamenti vedo sempre le opportunità. È innegabile però che lo spazio a disposizione del rock sia molto meno del passato. In più ora c’è molta, moltissima offerta, ed il mondo dell’intrattenimento è profondamente cambiato, ma francamente credo che ci sia sempre spazio per chi ha qualcosa da dire e per chi lo dice con il rock (ovviamente vorrei sottolineare a volume adeguato). Bisogna avere la testa dura e non mollare!
(Mauri) Dal mio punto di vista parte social è oramai fondamentale e dà una possibilità che nel passato non c’era. Questo però non sostituisce la vita live della band, i contatti umani, le esperienze vere. E vediamo che qualcuno fa già un po’ di confusione …

Dove i nostri ascoltatori possono seguirvi sul web e tenersi informati su eventuali esibizioni live?
(Marco) Facebook e Instagram per tutte le attività, concerti, nuovo materiale, idee, comunicazioni vari, etc. Canale Youtube per i video (mi raccomando Subscribe! Iscrivetevi al canale eh!). Potete trovare il video di “Bye Bye World”, il primo singolo uscito prima dell’album, ed il lyrics video di “Winter Flowers” appena uscito. Faremo molto presto delle riprese per un paio di video live ed a seguire un altro video ufficiale. Bandcamp per il CD ed il merchandise. A seguire nei prossimi mesi ci sarà anche un fighissimo vinile rosso… Tutte le principali piattaforme streaming per ascoltare il nostro album “The One” da subito. Ma direi, più importante, ci vediamo presto “somewhere on the road!”

Grazie di essere stati con noi. Vi lascio l’ultima parola.
(Marco, Mauri) Grazie Mirella, allora vi aspettiamo tutti ai prossimi concerti live, viva il rock ed ascoltate “The One”!

Ascolta qui l’audio completo dell’intervista andata in onda il giorno 08 febbraio 2021:

Ancient Veil – Racconti acustici

Ospiti di Mirella Catena ad Overthewall gli Ancient Veil, autori nel 2020 di “Unplugged Live” (Lizard Records).

Diamo il benvenuto su Overthewall agli Ancient Veil: volete presentarvi?
Edmondo: Io sono Edmondo Romano il fiatista degli Ancient Veil, c’è anche Alessandro Serri, cantante e chitarrista e Fabio Serri tastierista.

Quindi abbiamo 3/5 della band. Voi iniziate a comporre già dal 1984, periodo in cui impazzava l’heavy metal e invece in voi nasce la passione per il prog… ci parlate dei vostri primi passi nel mondo musicale?
Alessandro: A noi è sempre piaciuta la musica rock, il progressive e tutta la musica non commerciale. Per parlare dei nostri primi passi, a dire il vero non erano consapevoli di star facendo prog, forse perché semplicemente sperimentavamo, e avevamo soltanto 14 e 15 anni. Diciamo che è venuto tutto in modo molto naturale, perché le prime cose le facevamo appunto io e Edmondo, con chitarra e flauto dolce, quindi da lì è un po’ nato tutto. Noi ci siamo conosciuti alle superiori, facevamo il liceo artistico, e gli altri ragazzi quando andava bene ascoltavano heavy metal, ma purtroppo era l’epoca dei Duran Duran, quindi come ben puoi capire, era veramente un disastro, anzi quando incontravi qualcuno che ascoltava heavy metal era proprio un momento di gioia perché c’erano più affinità.
Edmondo: Quindi abbiamo cominciato come tutte le vere band, cioè al liceo iniziando a suonare assieme. Bisogna pensare che all’epoca il prog, che veniva dagli anni 70, non viveva un momento di stasi, non era assente, era solo un po’ sfumato, perché era un momento di passaggio tra gli anni 70 e quello che sarebbe diventato il new prog successivamente. Noi abbiamo iniziato nel mezzo di questa fase, difatti quando abbiamo cominciato, nello stesso periodo storico, anche dal 1984 al 1986 e anche leggermente dopo, si sono formate in giro per l’Italia delle band di prog ed hanno cominciato a chiamare questo genere new progressive. Il new progressive italiano ha iniziato ad avere un po’ più successo, anche grazie al lavoro che io ed Alessandro avevamo fatto con gli Eris Pluvia all’inizio nel primo disco, che aveva avuto un buon successo.

Il progetto Eris Pluvia rappresenta le radici, fondamentale parlarne per arrivare ai giorni nostri e agli Ancient Veil. Ci raccontate delle origini della band? Eravate due ragazzi che andavano al liceo ed avevano questa passione per il prog …
Edmondo: Il liceo era l’artistico, io ed Alessandro ci siamo conosciuti nei corridoi del liceo.

Anche io ho fatto il liceo artistico in tempi più recenti
Edmondo: Il liceo artistico è un luogo dove l’arte finalmente nell’adolescenza inizia ad esprimersi, a maturare e a prendere il volo. Avevamo anche molti altri amici, che suonavano o suonicchiavano un po’, chi la batteria, chi le tastiere eccetera, abbiamo cominciato a creare la prima band, così per gioco, però io e Alessandro, ci siamo trovati subito insieme a comporre. Devi pensare che all’epoca non c’era il concetto così fermo e rigido di cover band così com’è oggi, proprio non esisteva, è un’idea che è arrivata dopo. Le cover band esistevano negli anni 60 quando si rifacevano i dischi inglesi, come ben sappiamo, ad esempio tutti i vari gruppi che rifacevano in italiano i successi di una volta. Gli anni 70 in Italia sono stati un momento creativo in modo enorme e negli anni 80 c’era ancora questo strascico dove tutti i gruppi giovani componevano, raramente si incontrava un gruppo che faceva delle cover, tutti si scriveva e si componeva.

C’era molta più creatività allora
Edmondo: Era normale. Quindi da lì piano piano, io e Alessandro abbiamo cominciato a fare la prima sala prove in casa mia, abbiamo iniziato a scrivere dei brani e a mettere su un gruppo e poi sono nati gli Eris Pluvia, che è un nome nato da un fatto a noi accaduto. Un giorno registriamo un brano musicale in un portone con la pioggia. Abbiamo spostato il registratore nell’atrio e io ed Alessandro improvvisiamo questo lungo brano con due flauti, in quel momento appunto pioveva.
Arrivato a casa, visto che io ho un padre scrittore e una madre pittrice, (sono nato e vissuto in un ambiente artistico), ho fatto loro ascoltare questo brano e insieme abbiamo coniato il nome Eris Pluvia (nome latino tradotto in italiano con Sarai Pioggia), e da lì è partita un po’ tutta la storia.
All’epoca Fabio era giovanissimo.
Fabio: Ero un bimbo di sette anni.

Quindi diciamo che è cresciuto permeato da quest’aria così creativa, musicale anche e poi ovviamente ne è stato “contaminato”. Quindi queste sono le origini degli Eris Pluvia e poi sono sfociate in quello che adesso è la band Ancient Veil. Nel 1991, dopo la pubblicazione di “Rings of Earthly Light”, diventato un cult del new progressive, Alessandro lascia la band, seguito in un secondo tempo da Edmondo. Rifondare un’altra band è stato un modo per iniziare da capo oppure riprendere qualcosa che era stato lasciato in sospeso?
Alessandro: Direi la seconda opzione

Cioè non avete resettato quello che è stato
Alessandro: Non abbiamo resettato, perché noi praticamente ritrovandoci insieme dovevamo continuare il lavoro che avevamo cominciato come Eris Pluvia, perché gli Eris Pluvia come appunto abbiamo già detto, sono una nostra creazione.

Una vostra creazione al 100%
Alessandro: Quindi poco dopo l’uscita dell’album “Rings of Earthly Light”, io ho lasciato la band e qualche tempo dopo Edmondo mi ha seguito, però a quel punto non aveva più senso che loro si chiamassero Eris Pluvia, perché i fondatori, se n’erano andati entrambi. Invece purtroppo siamo stati preceduti, e gli ex colleghi depositarono il nome prima di noi, ed è stato un vero peccato, perché così si è rovinata un’amicizia per circa vent’anni. Poi per fortuna c’è stato il rappacificamento, però quel gesto all’inizio ci ha creato alcuni problemi.

E’ anche bello il modo come ne avete parlato delle origini della band, delle radici, cioè il fatto di come avete scelto il nome con i genitori di Edmondo, quindi effettivamente capisco che sia stata veramente una grossa delusione, questa sottrazione di nome.
Alessandro: Considera che esiste un quadro della madre di Edmondo intitolato Eris Pluvia.
I suoi genitori avevano scritto una performance teatrale sempre intitolata Eris Pluvia, dove noi avevamo creato ed eseguivamo dal vivo la colonna sonora.
Edmondo: Essendo noi i produttori di tutto quel lavoro (le musiche sono per la maggior parte di Alessandro e mie), perché poi gli altri erano principalmente musicisti, che hanno con noi collaborato agli arrangiamenti. La copertina di “Rings of Earthly Light” è un quadro di mio fratello, che si intitola Aurora, i testi sono stati scritti in casa mia dai miei genitori, poi rivisti tra di noi con Maurizio Carità.
Tutto un lavoro diciamo artigianale, come si faceva una volta. All’epoca, e in generale quando sei giovane, tu non pensi a depositare un nome, perché non credi che queste cose possano accadere, hai una fiducia piena nel prossimo, ma come è successo in tanti rapporti, però sai che comunque il tempo rimette a posto le cose, perché come hai chiesto nella domanda, non è che noi abbiamo lasciato in sospeso qualcosa, passando semplicemente da un nome che era Eris Pluvia a un altro nome Ancient Veil; abbiamo continuato il discorso senza interrompere nulla. Quindi per noi non è cambiato niente, è cambiato forse per il mondo esterno, perché il mondo esterno dà molto valore all’etichetta ai nomi, però se vai ad ascoltare la musica, è la musica da sola che parla.

Poi vi siete un pochino ripresi questa cosa, anche il fatto che “Rings of Earthly Light”, sia un disco cult, vi siete rifatti pubblicando “Rings of Earthly… Live”, nel 2018. L’8 ottobre 2020 è uscito il nuovo lavoro discografico degli Ancient Veil dal titolo “Unplugged Live” che riprende undici brani eseguiti dal vivo in tre concerti differenti. Ci parlate di questo nuovo lavoro discografico?
Edmondo: Per ricollegarci a quella storia, quando abbiamo creato gli Ancient Veil, ci siamo subito uniti a Fabio, e quindi abbiamo sviluppato il primo disco degli Ancient Veil, fatto praticamente in tre, più tanti musicisti amici come ospiti aggiunti. In questo live abbiamo voluto riprodurre un po’ l’aspetto acustico, diciamo una visione un po’ più romantica, interiore delle composizioni, quindi anziché avere il disco interamente caratterizzato dal suono della band completa, ci sono tanti brani registrati dal vivo in alcuni concerti a Genova e a Milano, in trio, perché poi quando si componeva o si lavorava alla stesura dei brani eravamo effettivamente in trio e da qui nasce un disco che è una via di mezzo tra un lavoro totalmente unplugged con molti brani acustici eseguiti in tre e brani invece con la band.

Una versione intimistica di un po’ tutto il lavoro della band.
Edmondo: Si, abbiamo dato voce alla parte più romantica ed introspettiva dei brani musicali del nostro percorso storico

Pubblicare un live in un periodo in cui sono vietati, è una scelta casuale o voluta?
Alessandro: Come abbiamo detto prima, nel 2018 abbiamo pubblicato “Rings of Earthly… Live” dove abbiamo ripercorso un po’ tutta la nostra carriera, suonando brani con la band al completo.
Volevamo completare il discorso con un album acustico, avevamo questi brani registrati e in un periodo di pandemia dove non è che si possa fare molto, abbiamo deciso, sostenuti da un produttore, Massimiliano Bet (che ha prodotto economicamente questo disco ed è anche autore di alcuni testi dei nostri brani) ed è uscito con la Lizard di Loris Furlan, è una scelta casuale, nel senso che è venuto spontaneamente, ma siamo molto contenti di averlo potuto fare.
Edmondo: Devi sapere che io registro tutti i concerti. Registro tantissimo materiale e poi comunque nel tempo è sempre servito, poi un altro elemento importante per comprendere questo lavoro live ed anche quello prima è che gli Ancient Veil sono una band formata da professionisti. Alessandro è l’unico a fare tutt’altro lavoro ma è il “compositore di corte” ed ha il suo studio a casa, il resto della band, cioè io, Fabio, Marco e Massimo viviamo di musica, e questo ci permette di avere uno studio in casa professionale, e quindi anche di poter metter mano al materiale registrato, pulirlo, editarlo, sistemarlo in modo indipendente, e il periodo della pandemia, è stato molto utile.

E’ stato utille perché avete avuto gli attrezzi necessari per poter fare al meglio quello che dovevate fare. Il dipinto ad olio in copertina è opera della pittrice Francesca Ghizzardi, come tutti gli artwork degli Ancient Veil. Cosa rappresenta questo artwork?
Edmondo: La stampa sul CD in realtà rappresenta la prima idea di copertina che avevo avuto per “Rings of Earthly Light” nel 1990 che poi è stata sostituita dalla copertina che è finita poi sul disco ufficiale. Una mattina mi sono svegliato ed ho visto mio fratello che aveva dipinto tutta la notte questo quadro e ho detto: “Cavolo! Bello!” e allora a quel punto ho cambiato completamente le carte in tavola. La copertina di “Unplugged Live” è un quadro di mia madre, tra parentesi devi sapere che sono cresciuto in mezzo ai quadri perché mia madre dipingeva in continuazione, anzi dipinge in continuazione, il quadro si chiama Vertigine ed è lei il soggetto, ed è una specie di incubo, di passaggio tra il sogno e la realtà, quindi si vedono queste pennellate, questa confusione, c’è un occhio nello sfondo, è un’immagine abbastanza particolare.

Inquietante, particolare, molto affascinante, molto brava tua madre.
Edmondo: Diciamo che il concetto di inquietante è un concetto molto moderno, perché una volta non ci si poneva il problema, devi pensare che mia madre è diventata pittrice a metà degli anni 60, e dipinge da quel tempo. All’epoca non c’era nessun limite per la rappresentazione, ad esempio del nudo e si era molto più coraggiosi ed anche la ricerca del proprio io, dei propri sogni delle proprie manie eccetera, rappresentate in arte, in musica, in scrittura e in pittura, non evocavano l’inquietudine. Noi viviamo in un epoca dove in realtà abbiamo cominciato a catalogare i film ad esempio di Polansky, che in realtà nel primo periodo erano molto di ricerca introspettiva ed hanno incominciato a catalogarli come thriller, ma non sono thriller!

Diciamo che era un periodo dove si accettava tutto con molta naturalezza, molta tranquillità, adesso è tutto molto analizzato in una maniera direi ossessiva.
Edmondo: C’era una forte ricerca, cosa che adesso effettivamente si è un po’ assopita e c’era molto più coraggio, ma anche nella stessa musica c’era molto più coraggio, produttori che avevano il coraggio di investire su musicisti che dovevano ancora formarsi. Fabio ad esempio che lavora proprio nel mondo della musica anche più in contatto con il business, magari ha anche una visione diversa da quello che sto elencando tra la musica di oggi e la musica di allora.

Cosa ne pensi Fabio?
Fabio: Oggi siamo proprio da un’altra parte, come stavate giustamente dicendo, è tutto catalogato, tutto deve rifarsi a qualcosa che magari c’è già stato, è una visione sicuramente meno romantica, meno poetica dell’arte in generale. Si punta un po’ più a consumare e poco ad osservare e ad ascoltare, quindi siamo in un’epoca dove c’è un po’ di povertà culturale e povertà artistica. Sicuramente questo progetto è un qualcosa che può un po’ sensibilizzare l’ascoltatore da questo punto di vista.

Quali progetti vorreste realizzare nel 2021 e quali non avete realizzato nel 2020 a causa della pandemia?
Edmondo: Guarda, sinceramente, per me il 2020 è stato un anno fortunato, perché ho realizzato ben quattro dischi miei, in più ho partecipato a tanti altri album di amici. Ho girato mezza Italia in tournée con il Teatro Stabile di Catania, per il quale sto realizzando le musiche, tournée interrotta dalla pandemia, e ho composto proprio nel momento di pandemia le musiche del nuovo spettacolo. Io sino a pochi giorni fa ero in teatro a lavorare perché i teatri sono chiusi ma all’interno si può lavorare, quindi sinceramente la pandemia è stato uno spartiacque tra chi si dedicava completamente alla musica e chi lo faceva a livello amatoriale, comunque situazione molto strana perché chi aveva già del lavoro in piedi a livello professionale ha portato comunque a riordinare le idee e a concludere cose che erano ferme, se ci ricordiamo, prima della pandemia si correva tutti come dei pazzi e non si riusciva a realizzare nulla in modo adeguato. La pandemia ci ha un attimo fatto sedere e per quanto mi riguarda mi ha fatto terminare dei dischi con molta più calma e più consapevolezza di prima.

Diciamo che è stato fruttuoso hai ripreso delle cose che avevi accantonato per la frenesia del momento.
Edmondo: Sì. Dall’altra parte ha praticamente creato dei problemi a chi non lavorava a livello professionale o tutelato ha creato dei buchi enormi, non solo economici ma anche di possibilità di esprimersi, perché in Italia non abbiamo delle leggi adeguate che tutelino gli artisti, specialmente i musicisti.

In questo caso diciamo che appunto il mondo musicale, culturale è stato fortemente penalizzato, quindi ovviamente chi non aveva già dei progetti ferrei è rimasto abbastanza in perdita.
Edmondo: Se pensi a chi viveva solamente di musica nei locali, anche locali seri con gestione di situazioni musicali grandi oggi non lavora praticamente più, chi non è un compositore privo di lavori in piedi di produzione eccetera, si è trovato completamente sbarellato senza nessun riferimento economico e lavorativo.

Comunque speriamo che questo 2021 ci porti un po’ più di tranquillità e serenità, anche queste persone che hanno avuto queste colossali perdite, parliamo appunto dei gestori dei locali e di chi lavora per la musica i tecnici e tutto il resto, speriamo che tutto si cominci a sistemare.
Edmondo: Non so Fabio come ti è andata, faccio io la domanda… (risate)
Fabio: Io mi occupo di tante cose, sono direttore artistico di un’accademia a Milano e direttore musicale di musical. Diciamo che la parte teatrale del musical, quindi quella che non è dedicata ai teatri stabili e alle compagnie stabili, sono società di produzione private, diciamo esterne, ovviamente ha subito pesantemente la pandemia, perché tutte le produzioni si sono interrotte ed hanno rimandato tutte le date, qualcosa dovrebbe partire a breve. Noi avevamo la licenza di uno spettacolo che doveva partire quest’anno e se tutto va bene partirà l’anno prossimo, però è tutto così, le maestranze dello spettacolo sono tutte ferme ed abbiamo visto la manifestazione di “Bauli in piazza” un mucchio di tecnici, light designer, fonici e quant’altro, in piazza a protestare pacificamente per far capire che esistono anche loro. Io tra lo smart working, quindi il fatto di avere uno studio in casa poter fare tutte le lezioni dell’accademia attraverso piattaforme online e un po’ di produzioni discografiche parallele, io faccio anche pop, oltre ad avere una grande passione per il Progressive, diciamo che alla fine è andata abbastanza bene.
Alessandro: Posso dire che pur non facendo il musicista di professione, anche se sono compositore, faccio tutt’altro lavoro, ma ho avuto anch’io la fortuna di poter lavorare in smart working, con la mia azienda, essendo impiegato tecnico, quindi questo mi ha dato la possibilità di avere più tempo da dedicare alla composizione, infatti questo 2020 è stato molto produttivo. Ho scritto molte cose e quindi diciamo che non è stato bello perché abbiamo visto delle cose terribili, però per quel che mi riguarda, tutto sommato sono stato fortunato perché prima di tutto ho potuto continuare a lavorare quindi a mantenere la mia vita, e nello stesso tempo ho potuto dedicare più tempo a quelle che sono le mie passioni, quindi alla mia musica. Sono riuscito a comporre tanto, come non mi era mai successo.

Ci sono dei progetti a breve scadenza, album o qualcosa che verrà realizzato, si spera, nel 2021?
Edmondo: Singolarmente ognuno di noi lavora nella musica quindi è facilmente rintracciabile la nostra attività professionale attraverso i vari siti, le varie pagine che gestiamo. Insieme stiamo pensando ad un disco nuovo che, lo diciamo per la prima volta, ci stiamo lavorando, proprio in questi giorni, basato su una storia unica, un concept completo, su un solo argomento e siamo in fase di selezione, di lavoro.

Posso chiedervi qual è l’argomento?
Edmondo: E’ una storia che parla di qualcosa di antico che è anche socialmente attuale. Se c’è una cosa che ho imparato musicando tante opere del teatro greco nel passato, poi per chi conosce Shakespeare, quindi i grandi drammi della storia, si possono trovare molte somiglianze con il nostro tempo. Se tu leggi la storia di Antigone scopri che ci sono tutte le problematiche del mondo femminile che ancora esistono oggi e del potere e dei serpenti del potere come ancora esistono oggi.
Sono passati veramente tanti anni, ma non è cambiato assolutamente nulla. Perché noi pensiamo che il nostro piccolo mondo sia veramente il centro dell’universo, tanto che in passato si credeva che la Terra fosse al centro dell’universo giusto per dare una visione egocentrica e mitomane dell’essere umano, ma in realtà il tempo che è passato e ha portato l’uomo ad evolversi culturalmente e spiritualmente è veramente brevissimo, quindi siamo ancora in un periodo a mio avviso di barbarie che piano piano comincerà a vedere la luce.

E’ inutile chiedervi dove i nostri ascoltatori possono seguirvi, ci sono tantissimi punti di riferimento sul web degli Ancient Veil. Io vi ringrazio di essere stati con noi e spero di avervi al più presto con un nuovo album, con il nuovo concept.
Alessandro: Ci saremo! Grazie davvero. Ciao a tutti.
Edmondo: Grazie. Ciao a tutti.
Fabio: Grazie e a presto. Ciao a tutti.

Sito ufficiale: www.ancientveil.it
Youtube: https://www.youtube.com/c/AncientVeil/
Facebook: https://www.facebook.com/AncientVeil
iTunes / Apple Music : https://itunes.apple.com/il/artist/ancient-veil/1186225983

Ascolta qui l’audio completo dell’intervista andata in onda il giorno 01 febbraio 2021:

Foto originale di copertina: Enrico Rolandi

Pantheøn Band – Five lines

Diamo il benvenuto su Overthewall ai Pantheøn Band, sono con noi Tommaso, Maurizio e Massimo.

I Pantheøn sono una band formata da musicisti già affermati nella scena rock nazionale. Qual è l’elemento scatenante che ha portato a questa formazione?
Tommaso: L’elemento scatenante è stato indubbiamente il tastierista Marco Quagliozzi. Aveva già qualche idea musicale nel cassetto e cercava da tempo di creare una band per creare musica originale. Quindi è stato grazie a lui che i Pantheøn si sono formati. Oltre la fratello Mario, con cui collabora costantemente, ha trovato terreno fertile inizialmente con Maurizio, il cantante, con cui aveva collaborato negli anni precedenti.  Con me ci conoscevano da tempo e questa è stata l’occasione giusta per unire la band.
Maurizio: Ma la scintilla iniziale, come detto, è partita da Marco

Ognuno di voi ha alle spalle una carriera musicale, anche da solista, ci parlate brevemente delle vostre esperienze precedenti?
Massimo: per quanto riguarda la mia in parte lo sai già, in quanto abbiamo già fatto un’intervista insieme. Senza andare troppo nel passato, io ho pubblicato un album solista in tempi recenti, cioè nel 2018. Un album strumentale orientato sulla chitarra. Dopo aver fatto questo disco, con cui mi sono tolto i sassolini dalle scarpe per quanto riguarda la musica solista, la situazione con i Pantheøn mi ha completato molto perché in realtà era quello che cercavo da tempo. Cioè fare un album con una band concettualmente più tradizionale. Questa cosa si è sposata perfettamente con il loro progetto. Io sono stato chiamato con i lavori in fase molto avanzata, con una situazione abbastanza delineata, in cui ho dato il mio apporto sicuramente. Ma è stato abbastanza facile e naturale
Maurizio: con Tommaso ci accomuna la prima compilation rock metal italiana, cioè “Metallo Italia”, del 1985. Un bel momento, in cui ognuna delle bands coinvolte, divise per regione, partecipava con un video. Militavamo in due band diverse. Io militavo negli Shout e Tommaso nei Tyr.

“Five Lines” è un album tecnicamente perfetto, ispirato all’hard rock anni settanta/ottanta, in un periodo di mode e tendenze voi siete tornati direttamente alle origini, è anche un modo per essere controcorrente?
Massimo: grazie !!!
Maurizio: non lo definirei come controcorrente. È piu semplicemente un ritorno naturale alle nostre origini. Siamo rimasti a ciò che eravamo. Lo definiamo 100% solid rock. Tempi in 4/4, riff dritti, linee melodiche accattivanti che funzionano. Ci fa molto piacere che ce lo confermi !

Parliamo appunto dell’album. I brani erano già stati composti in precedenza oppure è stato un lavoro di gruppo della band?
Tommaso: come detto prima, qualcosa era già stato composto da Marco. Però gli arrangiamenti sono stati rifatti, ed ognuno ha cercato di dare il meglio. Anche Massimo subentrato al primo chitarrista, che dice di aver trovato tutto pronto, in realtà ha rifatto tutte le chitarre ed ha messo il suo gusto, capendo al meglio la situazione. Con lui ci siamo subito trovati. E poi l esperienza ha fatto il resto, soprattutto negli arrangiamenti. Speriamo che tutto ciò arrivi agli ascoltatori !

Alla luce delle recensioni positive e il consenso entusiastico del pubblico, il progetto Pantheon continuerà la sua strada o Five Lines resterà un esperimento?
Tommaso: già pensiamo al nuovo album, nonostante abbiamo appena cominciato la promozione di questo.
Massimo: ti do uno scoop: in realtà una traccia del prossimo album è già stata registrata, quindi si, il progetto continuerà

Ho la netta impressione che il palco sia la vostra dimensione ideale, quanto vi manca non poter promuovere live il vostro disco e che programmi avete per il 2021, restrizioni governative permettendo?
Massimo: per un genere musicale come il nostro, è chiaro che il fine ultimo sarà sempre il palco perché noi nasciamo come musicisti da palco. Ogni rocker deve stare sul palco! Non c’è altra via. Essendo noi immersi in questo contesto, la nostra massima espressione rimane il live, quindi la tua impressione è giusta. Per il 2021 intanto noi vorremmo fare finalmente la release party, il live di presentazione. Visto che nel 2020 ci è saltata per ben due volte, a cose già organizzate, schedulate e pubblicizzate. Questo è il primo obiettivo. E poi ovviamente tutto quello che ne consegue. Più riusciremo a fare e meglio è!

Diamo ai nostri ascoltatori i vostri contatti sul web?
Certo! Sito internet: http://www.pantheonband.com; Facebook: Panthøn Band; Youtube: PANTHØN BAND; Instagram: panthon_band_five_lines; Store online: https://wall.cdclick-europe.com/projects/FiveLines

Grazie di essere stati con noi
Tommaso: Grazie a te, e grazie a tutti gli ascoltatori!

Ascolta qui l’audio completo dell’intervista andata in onda il giorno 25 gennaio 2020:

The Last Sound Revelation – Voci nascoste

Ospiti di Mirella Catena ad Overthewall i The Last Sound Revelation, autori dell’EP “Hidden Voices” (Spliptrick Records).

Ci parlate della genesi della band?
Il progetto nasce nel 2005 da un’idea del bassista Niccolò e del chitarrista Francesco e del nostro amico Mario batterista, che salutiamo. Venivamo tutti da progetti più canonici e volevamo puntare a qualcosa di diverso, di innovativo e sperimentale. Purtroppo Mario si è spostato a Dublino per questioni lavorative ed il progetto è andato in standby fino al 2013/2014 anno in cui abbiamo deciso di riprenderlo in mano. Abbiamo provato vari batteristi fino ad approdare a Tiziano, con il quale ci siamo trovati fin da subito, dalla prima prova c’è stato feeling, alchimia ed immediatezza nel rapporto interpersonale. Per un paio di anni circa siamo andati avanti come power trio poi abbiamo deciso di inserire una seconda chitarra e dopo varie prove con altri chitarristi, sono entrati a far parte del progetto Fabio e Daniele (tastiere) fino al 2018 con i quali registrammo il nostro primo promo “Far Away the End” e facemmo il nostro debutto live al Dissesto. Per visioni contrastanti sul futuro e lo sviluppo del progetto hanno abbandonato il gruppo. Gennaio 2018 subentra Max, amico da anni di Tiziano, col quale il cerchio si chiude. Anche con Max troviamo un feeling particolare sin da subito ed un’alchimia compositiva perfetta. Si instaura fra noi in pochissimo tempo un rapporto meraviglioso, grazie al quale riusciamo a chiudere e registrare il nostro primo EP “Hidden Voices”.

The Last Sound Revelation, ossial’ultima rivelazione sonora: qual è il significato che attribuite al nome della band?
L’idea del nome è venuta a Francesco e Niccolò ed era di discostarci dallo standard del gruppo e dai cliché dei nomi e che mettesse in risalto il concept del nostro progetto che vuole il suono come strumento rivelatore di sensazioni ed emozioni e come linguaggio alternativo alle immagini o al testo (notare il nostro logo che esaspera la stilizzazione del nome della band in favore di una simbologia dal sapore arcaico nel momento in cui lettere T, L e R diventano, quasi come geroglifici, ┌,└ e ┌ e universale laddove la S, nella sua forma braille, sottolinea la potenza evocativa della musica). Come se l’ascoltatore attraverso il nostro “veicolo” intraprendesse un percorso totalmente interiore e privato che lo conduce alla rivelazione dell ultimo suono, che in realtà si spiega da solo, perché la musica si completa da sola.

Il suono come strumento rivelatore di sensazioni ed emozioni e come linguaggio alternativo alle immagini o al testo: ci spiegate il perché di questa scelta?
Provenendo tutti da progetti “canonici”, sentivamo la necessità di fare qualcosa che ci rendesse liberi da qualsiasi regola, imposizione o costrizione sia in fase creativa ed evolutiva dei brani sia in fase esecutiva. Stessa cosa volevamo per tutti i nostri futuri ascoltatori e fruitori (cosa che inevitabilmente un testo ed una voce in qualche modo ti obbliga). Vogliamo fornire appunto uno strumento, un veicolo ma lasciamo poi a chi ascolta la rotta da seguire ed il percorso interiore da fare senza nessun tipo ti indicazione. Anche la scelta compositiva è quella di creare qualcosa che sia fruibile da un pubblico più ambio ed eterogeneo possibile.

Parliamo dell’album “Hidden Voices”: ogni brano racchiude una storia evocata dai suoni. Come create le composizioni e da dove traete ispirazione?
L’ispirazione e l’idea di partenza arriva sempre da tutti e quattro e sicuramente è figlia delle nostre esperienze di vita (risvolti psicologici, gioie, dolori, problemi e chi più ne ha, più ne metta). Si parte da un’idea di base che propone uno di noi e si crea spesso improvvisando al box per poi aggiungere, strutturare, definire e rifinire i brani. Quando siamo insieme al box diamo il massimo dell’estro creativo, proprio grazie all’alchimia che si crea tra noi mentre suoniamo, ci intendiamo con uno sguardo ed ognuno conosce l’altro sapendo dove andrà e cosa suonerà… spesso la definiamo magia!

C’è un sogno che vorreste realizzare con la musica?
Il nostro sogno è che la nostra musica arrivi a chiunque in tutto il mondo e, perché no, si riesca a suonarla in palchi enormi davanti a migliaia di persone. I live ci mancano come l’aria ed il palco è il nostro elemento naturale nel quale esprimiamo tutto il nostro potenziale e sfoderiamo tutta la potenza evocativa della nostra musica “Rivelando l’ultimo Suono”.

State già lavorando ad un nuovo album?
Abbiamo un singolo già pronto che doveva essere pubblicato a Giugno del 2020 e supportato da un tour, tutto rimandato causa Covid. Abbiamo già completato la composizione di quasi tutti i brani del nuovo album, sempre Covid permettendo, dovremmo completare le registrazioni e pubblicarlo entro la fine del 2021.

Dove possono seguirvi i nostri ascoltatori?
Facebook – https://www.facebook.com/TLSRband/
Youtube – https://www.youtube.com/channel/UCNRZpKK2H_yiTi_-cIyHMvA/featured
Soundcloud – https://soundcloud.com/the-last-sound-revelation
Instagram – https://www.instagram.com/thelastsoundrevelation/
Spotify – https://open.spotify.com/artist/44O79F6bMD46qKmdTEfcgE
Link unico per accedere a tutti i nostri canali e merchandise: https://linktr.ee/thelastsoundrevelation
Mail – thelastsoundrevelation@gmail.com

Ascolta qui l’audio completo dell’intervista andata in onda il giorno 18 gennaio 2020:

Foto originale di copertina di Giampiero Rinaldi

Massimo Salari – Script for a jester’s tear

Ospite di Mirella Catena ad Overthewall il critico musicale Massimo Salari per parlare del suo nuovo libro “Neo Prog. Storia e discografia essenziale” (Arcana Edizioni).

Il progressive rock negli anni Settanta ha vissuto il massimo del suo splendore, salvo conoscere un importante stop nel 1978. Il prog fan che ha amato questa musica così articolata e ricca di emozioni si trova improvvisamente circondato da punk, musica da discoteca e new wave, non proprio il suo habitat emozionale. Ci pensa il neo prog a ridargli forti emozioni nei primi anni Ottanta, con tanti dischi di successo. Questo libro enciclopedico narra la storia del neo prog, e porta a conoscenza dei gruppi più significativi suddivisi per nazioni. Gli approfondimenti, con analisi delle discografie relative, sono un passaggio essenziale che rende la lettura un viatico per la curiosità. Marillion, IQ, Pendragon, sono solo tre dei nomi che hanno fatto la storia di questo nuovo genere, e il libro propone un’immersione anche nei testi e nella loro musica. Non mancano incursioni sulle nuove leve come Arena e Spock’s Beard. E la storia continua con estremo piacere sino ai nostri giorni. Un libro esaustivo, unico nel suo genere. Prefazione di Loris Furlan.

Ascolta qui l’audio completo dell’intervista andata in onda il giorno 11 gennaio 2020:

Cadaveria – Il cantico della Matriosca

Ospite a Overthewall Cadaveria. Dopo lo stop causato dalla lunga malattia, l’artista italiana è tornata a fare musica, pubblicando recentemente due singoli “Return” e “Matryoshcada”.

Ciao Cadaveria, come come stai?
Sto bene grazie, ho appena fatto i controlli oncologici e mi hanno promossa! Sono felicissima e posso dedicarmi alla musica con serenità.

Ho ammirato molto il modo in cui hai affrontato la malattia, non nascondendoti ma aggiornando amici e fan passo dopo passo. Credi che questo atteggiamento positivo abbia potuto avere una doppia valenza, rendendo meno impervio il tuo cammino e in qualche modo dando l’esempio a chi ti segue e che magari si trova in un analoga situazione?
Non credo esista un solo modo per affrontare le difficoltà e le malattie, ognuno fa come crede e come può. Personalmente ho sempre avuto un rapporto sincero coi fan e in generale con le persone che mi circondano e non mi sono mai sognata di nascondere a nessuno la malattia. Avrei dovuto mentire per chissà quanto tempo, una cosa per me impensabile e che poi mi sarebbe costata un sacco di fatica. No, no, le energie mi servivano tutte per guarire! Devo dire che questa apertura verso il prossimo mi ha fatto un gran bene, parlarne mi ha resa più leggera e soprattutto mi ha inondata di amore. Ho visto tante mani tese e questa volta le ho semplicemente afferrate, senza chiedermi se erano davvero tutte sincere. E’ stato uno switch non da poco, considerato che non ero abituata a chiedere aiuto e a manifestare apertamente i miei sentimenti. A chi si trova in una situazione simile, sì, consiglierei di fare altrettanto, ma solo se se la sente. Alla fine ognuno deve seguire la propria anima. Ad esempio per me mettere la parrucca era come mentire a me stessa allo specchio, poi era scomoda, una tortura d’estate con 35 gradi. No grazie! E così sono andata in giro pelata. Non è facile. Gli sguardi li hai addosso, sguardi di compassione, di curiosità, di paura. Il cancro è ancora un tabù, la gente ne è terrorizzata, lo chiama “quel brutto male”… Io posso dire che la verità rende liberi. Dopo che mi sono mostrata al mondo pelata non me ne frega proprio più niente del giudizio di nessuno.

Alla luce delle tue recenti vicissitudini, possiamo considerare questo un nuovo inizio e porre “Matryoshcada” sullo stesso piano emozionale del tuo esordio con gli Opera IX e con il tuo progetto solista?
No, quando sono entrata negli Opera IX ero giovanissima e vivevo nell’incoscienza di quegli anni. Quando con Marçelo Santos ho fondato i Cadaveria sì, quello è stato un nuovo inizio, all’insegna dell’indipendenza artistica e della voglia di fare. Questa volta sono fortunata a poter ricominciare di nuovo. Ci sono stati momenti in cui non ero certa che sarei tornata alla musica. La molla sono stati i fan. “Matryoshcada” è dedicata a tutti loro. L’emozione che sto provando ora non ha paragoni col passato. E’ l’emozione di chi sa quanto sia preziosa la vita.

Da un punto di vista simbolico cosa rappresenta la matriosca?
La matriosca sono io durante la chemioterapia, che mi esfolio, perdo capelli, ciglia sopracciglia, un pezzo del mio corpo con la chirurgia. Involucri di me cadono e se ne vanno per non tornare più e io ho dovuto accettarlo e lasciarli andare. E’ restato il nucleo, l’anima, e da lì sono ripartita. Ho attraversato una tempesta, sono stata sulle montagne russe per oltre un anno e mezzo senza mai poter scendere. Ho vissuto una trasformazione esteriore che è sotto gli occhi di tutti e un viaggio interiore profondo, un insegnamento per me rivoluzionario. Un po’ di autoironia non guasta mai così la canzone l’ho intitolata MatryoshCADA perché molti nell’ambiente musicale mi chiamano Cada.

Che ruolo ha avuto la musica in questo tuo percorso? Non mi riferisco specificatamente alla tua musica, ma in generale.
Nei primi mesi ho ascoltato musica come al solito, poi ho cercato solo il silenzio, la meditazione, il camminare, lo yoga. Mi sono disinteressata totalmente del metal.

Qual è l’elemento di novità in “Matryoshcada” e quale invece quello tipicamente Cadaveria che è sempre presente sin dal tuo primo album?
E’ sempre difficile analizzarsi, preferisco siano gli altri a trovare similitudini e differenze. Credo che il marchio Cadaveria sia inconfondibile, soprattutto nel growl. La scrittura musicale e certe tonalità del clean, più acute che in passato, sono probabilmente ciò che gli altri identificheranno come nuovo.

“Matryoshcada” esce in un periodo particolare, senza concerti e caratterizzato dall’impossibilità di avere un contatto fisico con i fan. Come cambia dal punto di vista tecnico la promozione di un brano in questa particolare fase?
Noi abbiamo scelto, a prescindere dal Covid, di far uscire una serie di singoli in digitale e di realizzare anche un videoclip per ciascun singolo. Un lavoro importante ed entusiasmante dal punto di vista creativo. Ci stiamo gestendo in maniera totalmente indipendente quindi decidiamo noi tempi e modi e ci divertiamo parecchio.

Chi ha collaborato con te nella realizzazione del pezzo?
Marçelo Santos in primis, praticamente un fratello che condivide con me ogni passo artistico. La formazione ufficiale al momento include noi due e Peter Dayton al basso. Alla chitarra hanno collaborato Frank Booth e Kris Laurent, chitarristi storici della band, e Pier Gonella, anche in veste di coproduttore.

“Matryoshcada” è il secondo singolo estratto dal prossimo album, quando potremo ascoltare il lavoro intero?
Sì, è il secondo singolo. Il primo, “Return”, cover dei Deine Lakaien, è uscito a ottobre e ha segnato il nostro ritorno alla musica. Per ora abbiamo altri brani pronti che stiamo registrando e che faremo uscire man mano che sono pronti sempre in forma di singoli. Ad oggi non stiamo programmando un album da far uscire in formato fisico. Vedremo più avanti come evolvono le cose e cosa ci inventeremo.

Grazie per l’intervista, ricordiamo dove tenersi aggiornati sulle tue nuove uscite discografiche?
Vi rimando al sito http://www.cadaveria.com e vi consiglio di seguirci su Spotify https://bit.ly/cadaveriaonspotify e di iscrivervi al nostro canale Youtube https://www.youtube.com/cadaveriaofficial. Questi invece sono i link per seguirci sui social: https://www.facebook.com/cadaveria, https://www.instagram.com/cadaveriaofficial

Trascrizione dell’intervista rilasciata a Mirella Catena nel corso della puntata del 30 Novembre 2020 di Overthewall. Ascolta qui l’audio completo: