The Last Sound Revelation – Voci nascoste

Ospiti di Mirella Catena ad Overthewall i The Last Sound Revelation, autori dell’EP “Hidden Voices” (Spliptrick Records).

Ci parlate della genesi della band?
Il progetto nasce nel 2005 da un’idea del bassista Niccolò e del chitarrista Francesco e del nostro amico Mario batterista, che salutiamo. Venivamo tutti da progetti più canonici e volevamo puntare a qualcosa di diverso, di innovativo e sperimentale. Purtroppo Mario si è spostato a Dublino per questioni lavorative ed il progetto è andato in standby fino al 2013/2014 anno in cui abbiamo deciso di riprenderlo in mano. Abbiamo provato vari batteristi fino ad approdare a Tiziano, con il quale ci siamo trovati fin da subito, dalla prima prova c’è stato feeling, alchimia ed immediatezza nel rapporto interpersonale. Per un paio di anni circa siamo andati avanti come power trio poi abbiamo deciso di inserire una seconda chitarra e dopo varie prove con altri chitarristi, sono entrati a far parte del progetto Fabio e Daniele (tastiere) fino al 2018 con i quali registrammo il nostro primo promo “Far Away the End” e facemmo il nostro debutto live al Dissesto. Per visioni contrastanti sul futuro e lo sviluppo del progetto hanno abbandonato il gruppo. Gennaio 2018 subentra Max, amico da anni di Tiziano, col quale il cerchio si chiude. Anche con Max troviamo un feeling particolare sin da subito ed un’alchimia compositiva perfetta. Si instaura fra noi in pochissimo tempo un rapporto meraviglioso, grazie al quale riusciamo a chiudere e registrare il nostro primo EP “Hidden Voices”.

The Last Sound Revelation, ossial’ultima rivelazione sonora: qual è il significato che attribuite al nome della band?
L’idea del nome è venuta a Francesco e Niccolò ed era di discostarci dallo standard del gruppo e dai cliché dei nomi e che mettesse in risalto il concept del nostro progetto che vuole il suono come strumento rivelatore di sensazioni ed emozioni e come linguaggio alternativo alle immagini o al testo (notare il nostro logo che esaspera la stilizzazione del nome della band in favore di una simbologia dal sapore arcaico nel momento in cui lettere T, L e R diventano, quasi come geroglifici, ┌,└ e ┌ e universale laddove la S, nella sua forma braille, sottolinea la potenza evocativa della musica). Come se l’ascoltatore attraverso il nostro “veicolo” intraprendesse un percorso totalmente interiore e privato che lo conduce alla rivelazione dell ultimo suono, che in realtà si spiega da solo, perché la musica si completa da sola.

Il suono come strumento rivelatore di sensazioni ed emozioni e come linguaggio alternativo alle immagini o al testo: ci spiegate il perché di questa scelta?
Provenendo tutti da progetti “canonici”, sentivamo la necessità di fare qualcosa che ci rendesse liberi da qualsiasi regola, imposizione o costrizione sia in fase creativa ed evolutiva dei brani sia in fase esecutiva. Stessa cosa volevamo per tutti i nostri futuri ascoltatori e fruitori (cosa che inevitabilmente un testo ed una voce in qualche modo ti obbliga). Vogliamo fornire appunto uno strumento, un veicolo ma lasciamo poi a chi ascolta la rotta da seguire ed il percorso interiore da fare senza nessun tipo ti indicazione. Anche la scelta compositiva è quella di creare qualcosa che sia fruibile da un pubblico più ambio ed eterogeneo possibile.

Parliamo dell’album “Hidden Voices”: ogni brano racchiude una storia evocata dai suoni. Come create le composizioni e da dove traete ispirazione?
L’ispirazione e l’idea di partenza arriva sempre da tutti e quattro e sicuramente è figlia delle nostre esperienze di vita (risvolti psicologici, gioie, dolori, problemi e chi più ne ha, più ne metta). Si parte da un’idea di base che propone uno di noi e si crea spesso improvvisando al box per poi aggiungere, strutturare, definire e rifinire i brani. Quando siamo insieme al box diamo il massimo dell’estro creativo, proprio grazie all’alchimia che si crea tra noi mentre suoniamo, ci intendiamo con uno sguardo ed ognuno conosce l’altro sapendo dove andrà e cosa suonerà… spesso la definiamo magia!

C’è un sogno che vorreste realizzare con la musica?
Il nostro sogno è che la nostra musica arrivi a chiunque in tutto il mondo e, perché no, si riesca a suonarla in palchi enormi davanti a migliaia di persone. I live ci mancano come l’aria ed il palco è il nostro elemento naturale nel quale esprimiamo tutto il nostro potenziale e sfoderiamo tutta la potenza evocativa della nostra musica “Rivelando l’ultimo Suono”.

State già lavorando ad un nuovo album?
Abbiamo un singolo già pronto che doveva essere pubblicato a Giugno del 2020 e supportato da un tour, tutto rimandato causa Covid. Abbiamo già completato la composizione di quasi tutti i brani del nuovo album, sempre Covid permettendo, dovremmo completare le registrazioni e pubblicarlo entro la fine del 2021.

Dove possono seguirvi i nostri ascoltatori?
Facebook – https://www.facebook.com/TLSRband/
Youtube – https://www.youtube.com/channel/UCNRZpKK2H_yiTi_-cIyHMvA/featured
Soundcloud – https://soundcloud.com/the-last-sound-revelation
Instagram – https://www.instagram.com/thelastsoundrevelation/
Spotify – https://open.spotify.com/artist/44O79F6bMD46qKmdTEfcgE
Link unico per accedere a tutti i nostri canali e merchandise: https://linktr.ee/thelastsoundrevelation
Mail – thelastsoundrevelation@gmail.com

Ascolta qui l’audio completo dell’intervista andata in onda il giorno 18 gennaio 2020:

Foto originale di copertina di Giampiero Rinaldi

Massimo Salari – Script for a jester’s tear

Ospite di Mirella Catena ad Overthewall il critico musicale Massimo Salari per parlare del suo nuovo libro “Neo Prog. Storia e discografia essenziale” (Arcana Edizioni).

Il progressive rock negli anni Settanta ha vissuto il massimo del suo splendore, salvo conoscere un importante stop nel 1978. Il prog fan che ha amato questa musica così articolata e ricca di emozioni si trova improvvisamente circondato da punk, musica da discoteca e new wave, non proprio il suo habitat emozionale. Ci pensa il neo prog a ridargli forti emozioni nei primi anni Ottanta, con tanti dischi di successo. Questo libro enciclopedico narra la storia del neo prog, e porta a conoscenza dei gruppi più significativi suddivisi per nazioni. Gli approfondimenti, con analisi delle discografie relative, sono un passaggio essenziale che rende la lettura un viatico per la curiosità. Marillion, IQ, Pendragon, sono solo tre dei nomi che hanno fatto la storia di questo nuovo genere, e il libro propone un’immersione anche nei testi e nella loro musica. Non mancano incursioni sulle nuove leve come Arena e Spock’s Beard. E la storia continua con estremo piacere sino ai nostri giorni. Un libro esaustivo, unico nel suo genere. Prefazione di Loris Furlan.

Ascolta qui l’audio completo dell’intervista andata in onda il giorno 11 gennaio 2020:

KHN’SHS – Le frequenze dell’anima

Ospite di Mirella Catena ad Overthewall Stefano Bertoli per parlare di “Close Eyes Visions” (Hellbones Records) il nuovo album dei KHN’SHS.

Benvenuto su Overthewall Stefano! Sei presente nella scena musicale da oltre vent’anni. Ci parli del tuo percorso artistico?
Ho iniziato nella prima metà degli anni 80 come batterista percussionista, l’amore per il free jazz e l’avanguardia prima e la passione per le percussioni etniche, soprattutto asiatiche poi, mi hanno portato a sviluppare una sete di ricerca per sonorità inusuali. Nei primi anni 90, dopo lo scioglimento dei Malà Strana, un combo heavy progressive in cui suonavo la batteria, insieme ad Antonella fondammo gli Iconae, un progetto che fondeva musica sinfonica e folk apocalittico in un modo decisamente inusuale. Calcola che ai tempi per vivere facevo il turnista e in quel periodo feci una ventina di date con gli Ordo Equitum Solis insieme ad Elena Previdi, proprio nel periodo in cui uscì il primo CD dei suoi Camerata Medioanense. Decisamente la dark wave e tutto ciò che ne è limitrofo hanno avuto un forte peso specifico su di me e sulla mia crescita come musicista.

KHN’SHS è il tuo progetto solista fuori da ogni schema. Ci spieghi il significato del moniker?
“Close Eyes Visions” è, invece, il tuo lavoro discografico pubblicato quest’anno e contiene una citazione di Terence Mckenna “uno sciamano non è un pazzo, uno sciamano è un pazzo che ha guarito se stesso”. Ci parli di questo album?

Il moniker ha un’estetica molto dura e diretta, priva di vocali, in realtà per suono e significato (Conscious, che ha preso Coscienza) lascia intendere la volontà di ricerca e sperimentazione del lato più profondo e spirituale della musica. E’ un progetto dedicato al drone, alla musica rituale meditativa, negli anni l’ho arricchito di esperienza spirituale e psichedelia, vedi soprattutto l’ultimo CD: “Closed Eye Visions” (Hellbones Records) che ripercorre gli studi di Terence McKenna, ma senza mai trascendere quello spirito di “immediatezza” che lo ha caratterizzato fin dall’inizio. Il suono è ottenuto esclusivamente da sintetizzatori modulari molto vecchi (un EMS Synth A del ’73, negli ultimi 6sei anni e due dischi) processato da echi a nastro. Nient’altro, puro, diretto e monolitico.

Suoni generati da sintetizzatori, ispirati alla musica rituale meditativa. Come vengono fuori le melodie? Segui uno schema compositivo, se così possiamo chiamarlo?
Tutto parte sempre da un singolo suono, una frequenza che sento dentro di me e che inizio a riprodurre con le mie macchine infernali poi l’evoluzione, costante e ciclica dello stesso attraverso lo spazio tempo con elissi sempre più dilatate, punti di partenza e di incontro che si fondono l’uno nell’altro senza in realtà mai sfiorarsi.

Come ti sei avvicinato alle discipline orientali e come ciò ha cambiato il tuo modo di concepire la musica?
Un’esigenza personale, quella spirituale, nata circa vent’anni fa e cresciuta poi in modo esponenziale, proprio nel periodo in cui KHN’SHS prendeva forma. Inevitabilmente, quando ho stabilizzato i frutti di questa ricerca ho cominciato a sentire l’esigenza di portare la mia esperienza anche all’esterno della mia classica e tradizionale sfera di appartenenza musicale fatta di dischi e concerti. Da questo nascono i bagni armonici, un’evoluzione del classico gong bath di tradizione Tibetana ma anche gli sleep concert e i concerti per meditazione che ho sviluppato in questi anni, eventi di lunga durata rispetto ai concerti tradizionali, dalle tre/quattro ore fino a tutta una notte, dove il “pubblico” perde il ruolo passivo e diventa parte di un rituale collettivo molto più ampio, sempre completamente immerso in suoni acustici ed elettronici.

Come si svolge un tuo live? Te lo chiedo per chi, come me, non ha mai assistito a rappresentazioni di questo tipo. Che rapporto si instaura con il pubblico?
Sono seduto al centro del palco, scalzo, con un sintetizzatore e un’unità eco, nient’altro. Niente fumi e raggi laser niente poser pose o altra scenografia, ci sono io c’è il pubblico e c’è la musica. Quello che avviene è un rituale, una forma di comunione dove ognuno abbandona se stesso e si trova all’interno della musica ed è straordinario. Non per tutti certo, ma solo per chi vuole comprendere e farsi portare all’interno di questo rituale.

Hai fatto diverse tournèe affiancato ad altri importanti artisti. Ci sono stati luoghi in cui ti sei trovato particolarmente a tuo agio?
Con Phurpa ho fatto due tournee in Italia, qualche giorno prima di iniziare la seconda abbiamo registrato “Yugasanti” (Torredei Records), un termine sanscrito che identifica lo “scontro fra due forze di diversa natura”. Live e one take nella nostra splendida Abbazia di San Bernardino.
Allerseelen invece mi chiamò, inizialmente, per registrare una parte di Theremin, nel remix di un suo vecchio brano, “Styx”. L’intesa è stata immediata nonostante abbiamo lavorato esclusivamente via web, tanto che su quel brano finii, prima per incidere anche le percussioni, poi per realizzare anche il video clip promozionale. Da allora ho suonato Taiko e sintetizzatori su altri tre brani e realizzato il video di “Staubdamonen”, che dovrebbe uscire su CD/Tape nel 2021. Avrei dovuto suonare con loro, come percussionista, in un festival in Germania, in Agosto, poi, è successo quello che è successo. Difficile dire cosa bolle in pentola, visto il periodo, posso dirti però che, prima del Covid, c’erano in programma altre collaborazioni ed altri concerti internazionali, soprattutto in Giappone, spero sinceramente di poter riprendere il discorso da dove si era interrotto, appena si sarà posata la cenere

Dove i nostri ascoltatori possono seguirti sul web?
Sono su tutti i social principali:
https://www.facebook.com/stefano.bertoli.666/
https://www.facebook.com/khnshs
https://www.facebook.com/Acusmatica1881

In un mondo sempre più alla deriva e sempre più pieno di incertezze, qual è il messaggio che vorresti arrivasse agli altri attraverso la tua musica?
La risposta siamo noi, sempre. Per tutta la vita ci fanno sentire “inadeguati” in una posizione di costante debolezza: non hai soldi, non hai una laurea, non hai una posizione sociale, non hai una macchina di lusso o dei vestiti costosi e se, per disgrazia, ce l’hai allora chiunque può averla, non sei speciale lo possono fare tutti. Tu non conti, tu sei solo marginale di fronte alla famiglia, allo stato, all’autorità. La grande lezione che ci hanno dato gli psichedelici è che noi siamo al centro dell’universo, l’occhio stesso del ciclone, l’immoto all’interno del caos, un Io senza Ego: la Risposta

Grazie di essere stato con noi
Sempre grazie a te per tutto il supporto. Namastè.

Trascrizione dell’intervista rilasciata a Mirella Catena nel corso della puntata del 28 Dicembre 2020 di Overthewall. Ascolta qui l’audio completo:

Massimo Zamboni – La macchia mongolica

Ospite di Mirella Catena ad Overthewall Massimo Zamboni – storico chitarrista dei CCCP e dei CSI – per parlare de “La Macchia Mongolica”.

Un primo viaggio in Mongolia nel 1996 fornirà l’ispirazione per uno dei dischi simbolo dei CSI, “Tabula rasa elettrificata”. Ed è ancora in Mongolia che si manifesterà per la prima volta in Massimo Zamboni e sua moglie il desiderio di avere un figlio. Caterina nascerà due anni dopo, con una macchia inequivocabile, un piccolo livido destinato a scomparire nel tempo: la macchia mongolica.

Quel segno detterà la partecipazione a due mondi spirituali e fisici, l’Emilia dei padri e la Mongolia della proiezione.

A vent’anni da quel primo viaggio, Massimo e Caterina torneranno in quella terra che li lega profondamente: un nuovo viaggio – prima tutti insieme, poi Caterina da sola – diventa scoperta ulteriore, indagine sull’Altrove che abita in noi, un’esplorazione necessaria tra le stanze della memoria più intima.

LA MACCHIA MONGOLICA. UN FILM, UN LIBRO, UNA COLONNA SONORA

Ascolta qui l’audio completo:

Sito ufficiale de “La Macchia Mongolica”: http://lamacchiamongolica.com/

Fiaba – Storie magiche

Una realtà musicale italiana che il mondo ci invidia, ospite su Overthewall la mente creativa e l’anima dei Fiaba, diamo il benvenuto a Bruno Rubino!

Ciao Mirella. Grazie

Posso senz’altro dire che ascoltando i Fiaba veniamo catapultati in un mondo di favole, sogni ed incubi, il tutto accompagnato da una colonna sonora imponente, non per nulla siete stati definiti “la più grande rock band medievale del mondo”. Che effetto fa godere di una tale considerazione?
In realtà, quando abbiamo sentito questa definizione abbiamo pensato: siccome, siamo l’unica rock band medievale, è facile! Scherzi a parte, è molto gratificante avere questo tipo di riconoscimento.

Dopo otto anni dall’ultimo album, “La Pelle nella Luna”, tornate con “Di Gatti Di Rane Di Folletti e D’altre Storie”, un album atteso dai fan e che conferma ancora una volta l’originalità e l’estro creativo dei Fiaba. Perché tutto questo tempo e come mai la scelta di pubblicarlo in un periodo così ingrato per la musica e i live?
Ci sono sempre problemi quando si affronta un lavoro così impegnativo. Poi ci sono contingenze particolari che creano ulteriori rallentamenti: abbiamo dovuto smantellare il nostro storico studio “Le caverne del fauno”, un garage sotterraneo dove avevamo per altro girato anche tutti i videoclip dei Fiaba: “Angelica e il Folletto del Salice”, “I Sogni di Marzia” etc… Lì avevamo lo studio di registrazione, abbiamo iniziato le takes di questo album e quindi siamo stati costretti ad interrompere le sessioni per causa di forza maggiore. E’ stata un’operazione lunga e anche costosa, perché abbiamo dovuto smaltire anche molto materiale secondo le nuove normative. Poi, chiaramente, facendo la scelta di creare qualcosa di artistico e di non piegarci alle logiche commerciali delle major nazionali, facendo musica seguendo l’ispirazione e mantenendo la nostra libertà creativa abbiamo dovuto utilizzare budget commisurato ad una etichetta indipendente. Fortunatamente, abbiamo trovato come sempre persone che hanno apprezzato e condiviso lo spirito del nostro progetto. Questo implica il fatto che non puoi avere dei budget grossissimi, quindi per mantenere un livello artistico e tecnico alto, devi dilatare i tempi. Il rovescio della medaglia dell’indipendenza artistica è quello che devi aspettare di più per far uscire un lavoro se vuoi mantenere alto lo standard qualitativo a livello di produzione audio. Quindi, metti questo insieme alle citate contingenze relative alla sala di registrazione, e si capisce l’intervallo di tempo tra le produzioni, che ha fatto si che il disco uscisse in questo periodo così complicato per chi fa musica soprattutto in ottica di concerti live. A me però piace pensare che un lavoro importante come “Di Gatti Di rane Di folletti e D’altre Storie” sia comunque un “parto”  difficile con un travaglio altrettanto impegnativo.

“Di Gatti Di Rane Di Folletti e D’altre Storie” è il sesto lavoro discografico dei Fiaba, quanto è durata la gestazione dell’album?
La gestazione è stata brevissima perché, a parte i primi tre brani dell’album, gli alti erano tutti pezzi che avevamo già realizzato da 30 anni a questa parte. Andare a registrare i brani e realizzare il disco poi è diventato complicato per le questioni contingenti che ho spiegato poc’anzi, non per situazioni creative. Vista la coerenza stilistica mantenuta negli anni, non si trovano differenze tra i nuovi brani e quelli che erano nel cassetto. Considera che siamo andati a riprendere vecchie registrazioni, provini dei pezzi su audiocassetta, per poter riascoltare gli arrangiamenti dell’epoca nelle prima stesure e controllare che non avessimo dimenticato nessun particolare al fine di ricreare e proporre le intenzioni del momento. Non ti accorgi, per esempio, che un brano come il “Il gatto del Campo dei Biancospini” è stato fatto circa 28 anni fa mentre “Il gatto con gli Stivali” è recentissimo.

A scavare nelle favole si trova sempre un significato recondito, dietro alle filastrocche come Ambarabà Ciccì Coccò ci sono vere proprie storie legate a tradizioni e a superstizioni. Ci parli della ricerca che hai fatto su queste tematiche?
Io lavoro sempre in base all’ispirazione e alle emozioni che mi coinvolgono: ci sono cose che mi colpiscono sul momento, che possono essere immagini o narrazioni, poi vado a ricercare quello che mi interessa in merito a quei temi, anche per fare un discorso filologicamente corretto il più possibile. Alla fine, raccogli quelle cose che ti servono per la narrazione e le emozioni del momento.

A recitare in modo incomparabile i brani dell’album, il bravissimo giullare cantore Giuseppe Brancato, altro punto di forza nella band. Citiamo la line up completa?
In ordine sparso: Giuseppe Brancato – voce; Bruno Rubino – batteria; Graziano Manuele e Massimo Catena –  chitarre; Davide Santo –  basso. Io, Brancato e Catena siamo i componenti di più vecchia data.

A chi è stato affidato l’artwork della copertina e a cosa è ispirato?
È una fotografia di Marketa Novak, artista ceca che si rifà al famoso dipinto di Ophelia. L’artwork è stato realizzato dal bravissimo Marcello Magoni, un artista completo in quanto musicista e scultore, oltre che raffinato grafico. Anzi, con l’occasione per consigliare ai lettori l’acquisto di “Agreste Celeste”, album bellissimo su vinile dei Vade Aratro, band di Magoni. Lo considero un disco molto ispirato ed interessante.

I Fiaba sono una band che il mondo ci invidia ma geograficamente collocata in una regione, seppur fonte d’ispirazione, dove la musica underground o cosiddetta di nicchia, non viene valorizzata. Quanto vi ha penalizzato questo e ci sono stati momenti in cui hai pensato di mollare tutto e trasferirti altrove?
Diciamo che la cosa ci ha penalizzati ma che è anche una delle caratteristiche principali dei Fiaba è la lingua italiana. L’italiano è poco conosciuto nel mondo e questo è un punto di forza artistico ma anche un punto di debolezza a livello commerciale. Avremmo potuto decidere di scrivere in inglese ma non avendo la stessa padronanza della lingua è più difficile rendere il significato profondo dei testi, creare giochi di parole, allegorie, metafore o giochi ipertestuali, che tra l’altro in questo album abbiamo segnalato nella legenda del booklet tramite il segno di “grado di lettura”: chi verrà in possesso del disco, capirà cosa di cosa si tratta. Se ci avessero proposto qualcosa ad alti livelli, avremmo potuto fare questo tipo di operazione per raggiungere più gente possibile, anche se sarebbe preferibile scegliere un’altra lingua più per una ragione artistica che per calcolo commerciale. Avrei potuto scegliere di muovermi indipendentemente dalla band per suonare all’estero con altri ma non è capitato, ed avrei dovuto rinunciare comunque ai Fiaba. In realtà, penso che debbano essere i posti a chiamarti, allora vale la pena di muoversi .

Comunque i Fiaba hanno creato il loro progetto con la lingua italiana e forse, avessero seguito la moda dell’utilizzo dell’inglese, certe cose non le avrebbero realizzate. I Fiaba sono questi.
Sono d’accordo e c’è anche un rovescio della medaglia, se avessimo avuto un grosso contratto con una major avremmo avuto sicuramente mezzi e tempi differenti per realizzare i nostri album ma lavori come “Lo Sgabello del Rospo” o “Il Bambino Coi Sognagli” non sarebbero mai nati perché nessuna major avrebbe permesso la pubblicazione di un concept sulle rane o una suite di 18 minuti dai tempi assolutamente non radiofonici. I nostri fan devono capire che il sacrificio che abbiamo fatto, con i Fiaba diffusi nel mondo con una risonanza minore di quella che avrebbero potuto avere, è il contraltare della libertà che abbiamo di fare musica senza compromessi. Purtroppo stiamo vivendo un periodo nero per i live e la musica in generale.

Come vi siete organizzati per la promozione del disco e cosa pensi della situazione attuale?
Per la promozione, fortunatamente possiamo utilizzare internet che ci permette di raggiungere un’enorme quantità di ascoltatori in Italia e all’estero. Per l’altro discorso mi ero ripromesso di non parlarne in ambito di dissertazioni artistiche, già i media mainstream ne stanno disquisendo anche troppo. Mi sento comunque di dire che adesso è un momento molto delicato e non tutti stanno capendo ciò che succede, invito pertanto a documentarsi e farsi un’idea in base alla propria consapevolezza e comunque la si pensi, che un pangolino abbia avuto rapporti promiscui con un pipistrello o che ci siano delle responsabilità, dobbiamo cercare di restare uniti e non aver contrasti tra di noi: malgrado si possano avere punti di vista differenti, bisogna cercare elementi comuni e mettere da parte le divergenze.

L’album è stato pubblicato per la Lizard Records. Com’è nata questa collaborazione e cos’ha determinato questa scelta?
Loris Furlan, che è il mastermind della Lizard, è un amico, ci conosciamo da 30 anni. E’ stato il primo a credere nei Fiaba. Nel 1991 acquistò una nostra audiocassetta, era un demo, ed e stato lui a trovarci il primo contratto discografico, chiaramente  la fiducia nei confronti di Loris è smisurata. E’ importante collaborare con persone convinte della validità del progetto.

Dove i nostri ascoltatori possono seguirvi sul web?
Sicuramente sulla pagina Facebook dei Fiaba. E’ sempre aggiornata su tutto quanto ci riguarda.

Grazie di essere stato qui con noi!
Grazie a voi.

Trascrizione dell’intervista rilasciata a Mirella Catena nel corso della puntata del 7 Dicembre 2020 di Overthewall. Ascolta qui l’audio completo:

Cadaveria – Il cantico della Matriosca

Ospite a Overthewall Cadaveria. Dopo lo stop causato dalla lunga malattia, l’artista italiana è tornata a fare musica, pubblicando recentemente due singoli “Return” e “Matryoshcada”.

Ciao Cadaveria, come come stai?
Sto bene grazie, ho appena fatto i controlli oncologici e mi hanno promossa! Sono felicissima e posso dedicarmi alla musica con serenità.

Ho ammirato molto il modo in cui hai affrontato la malattia, non nascondendoti ma aggiornando amici e fan passo dopo passo. Credi che questo atteggiamento positivo abbia potuto avere una doppia valenza, rendendo meno impervio il tuo cammino e in qualche modo dando l’esempio a chi ti segue e che magari si trova in un analoga situazione?
Non credo esista un solo modo per affrontare le difficoltà e le malattie, ognuno fa come crede e come può. Personalmente ho sempre avuto un rapporto sincero coi fan e in generale con le persone che mi circondano e non mi sono mai sognata di nascondere a nessuno la malattia. Avrei dovuto mentire per chissà quanto tempo, una cosa per me impensabile e che poi mi sarebbe costata un sacco di fatica. No, no, le energie mi servivano tutte per guarire! Devo dire che questa apertura verso il prossimo mi ha fatto un gran bene, parlarne mi ha resa più leggera e soprattutto mi ha inondata di amore. Ho visto tante mani tese e questa volta le ho semplicemente afferrate, senza chiedermi se erano davvero tutte sincere. E’ stato uno switch non da poco, considerato che non ero abituata a chiedere aiuto e a manifestare apertamente i miei sentimenti. A chi si trova in una situazione simile, sì, consiglierei di fare altrettanto, ma solo se se la sente. Alla fine ognuno deve seguire la propria anima. Ad esempio per me mettere la parrucca era come mentire a me stessa allo specchio, poi era scomoda, una tortura d’estate con 35 gradi. No grazie! E così sono andata in giro pelata. Non è facile. Gli sguardi li hai addosso, sguardi di compassione, di curiosità, di paura. Il cancro è ancora un tabù, la gente ne è terrorizzata, lo chiama “quel brutto male”… Io posso dire che la verità rende liberi. Dopo che mi sono mostrata al mondo pelata non me ne frega proprio più niente del giudizio di nessuno.

Alla luce delle tue recenti vicissitudini, possiamo considerare questo un nuovo inizio e porre “Matryoshcada” sullo stesso piano emozionale del tuo esordio con gli Opera IX e con il tuo progetto solista?
No, quando sono entrata negli Opera IX ero giovanissima e vivevo nell’incoscienza di quegli anni. Quando con Marçelo Santos ho fondato i Cadaveria sì, quello è stato un nuovo inizio, all’insegna dell’indipendenza artistica e della voglia di fare. Questa volta sono fortunata a poter ricominciare di nuovo. Ci sono stati momenti in cui non ero certa che sarei tornata alla musica. La molla sono stati i fan. “Matryoshcada” è dedicata a tutti loro. L’emozione che sto provando ora non ha paragoni col passato. E’ l’emozione di chi sa quanto sia preziosa la vita.

Da un punto di vista simbolico cosa rappresenta la matriosca?
La matriosca sono io durante la chemioterapia, che mi esfolio, perdo capelli, ciglia sopracciglia, un pezzo del mio corpo con la chirurgia. Involucri di me cadono e se ne vanno per non tornare più e io ho dovuto accettarlo e lasciarli andare. E’ restato il nucleo, l’anima, e da lì sono ripartita. Ho attraversato una tempesta, sono stata sulle montagne russe per oltre un anno e mezzo senza mai poter scendere. Ho vissuto una trasformazione esteriore che è sotto gli occhi di tutti e un viaggio interiore profondo, un insegnamento per me rivoluzionario. Un po’ di autoironia non guasta mai così la canzone l’ho intitolata MatryoshCADA perché molti nell’ambiente musicale mi chiamano Cada.

Che ruolo ha avuto la musica in questo tuo percorso? Non mi riferisco specificatamente alla tua musica, ma in generale.
Nei primi mesi ho ascoltato musica come al solito, poi ho cercato solo il silenzio, la meditazione, il camminare, lo yoga. Mi sono disinteressata totalmente del metal.

Qual è l’elemento di novità in “Matryoshcada” e quale invece quello tipicamente Cadaveria che è sempre presente sin dal tuo primo album?
E’ sempre difficile analizzarsi, preferisco siano gli altri a trovare similitudini e differenze. Credo che il marchio Cadaveria sia inconfondibile, soprattutto nel growl. La scrittura musicale e certe tonalità del clean, più acute che in passato, sono probabilmente ciò che gli altri identificheranno come nuovo.

“Matryoshcada” esce in un periodo particolare, senza concerti e caratterizzato dall’impossibilità di avere un contatto fisico con i fan. Come cambia dal punto di vista tecnico la promozione di un brano in questa particolare fase?
Noi abbiamo scelto, a prescindere dal Covid, di far uscire una serie di singoli in digitale e di realizzare anche un videoclip per ciascun singolo. Un lavoro importante ed entusiasmante dal punto di vista creativo. Ci stiamo gestendo in maniera totalmente indipendente quindi decidiamo noi tempi e modi e ci divertiamo parecchio.

Chi ha collaborato con te nella realizzazione del pezzo?
Marçelo Santos in primis, praticamente un fratello che condivide con me ogni passo artistico. La formazione ufficiale al momento include noi due e Peter Dayton al basso. Alla chitarra hanno collaborato Frank Booth e Kris Laurent, chitarristi storici della band, e Pier Gonella, anche in veste di coproduttore.

“Matryoshcada” è il secondo singolo estratto dal prossimo album, quando potremo ascoltare il lavoro intero?
Sì, è il secondo singolo. Il primo, “Return”, cover dei Deine Lakaien, è uscito a ottobre e ha segnato il nostro ritorno alla musica. Per ora abbiamo altri brani pronti che stiamo registrando e che faremo uscire man mano che sono pronti sempre in forma di singoli. Ad oggi non stiamo programmando un album da far uscire in formato fisico. Vedremo più avanti come evolvono le cose e cosa ci inventeremo.

Grazie per l’intervista, ricordiamo dove tenersi aggiornati sulle tue nuove uscite discografiche?
Vi rimando al sito http://www.cadaveria.com e vi consiglio di seguirci su Spotify https://bit.ly/cadaveriaonspotify e di iscrivervi al nostro canale Youtube https://www.youtube.com/cadaveriaofficial. Questi invece sono i link per seguirci sui social: https://www.facebook.com/cadaveria, https://www.instagram.com/cadaveriaofficial

Trascrizione dell’intervista rilasciata a Mirella Catena nel corso della puntata del 30 Novembre 2020 di Overthewall. Ascolta qui l’audio completo:

Rovescio della Medaglia – Nel segno della contaminazione

Il 20 Novembre è stato pubblicato per la Jolly Roger Records il live celebrativo “Contaminazione 2.0” della storica band italiana Rovescio della Medaglia, incentrato sul loro album “Contaminazione” (1973), considerato un capolavoro del rock progressivo italiano. A parlarci di questa nuova ed attesa uscita discografica, torna su Overthewall, il grande Enzo Vita!

Quando è nata l’idea di proporre il vostro terzo album, “Contaminazione”, dal vivo?
Prima di fare il concerto avevamo stabilito che registravamo perché era la prima volta che si suonava dal vivo dopo le prove, sentito il risultato ho deciso che era possibile farne un live.

Perché proprio “Contaminazione” e non un altro classico come “La Bibbia”?
Perché “Contaminazione” ce lo chiedevano per intero.

Probabilmente con “La Bibbia” avete aperto le porte all’hard rock in Italia, pian piano avete
iniziato a sperimentare cose nuove, come il flauto in “Io Come Io”, sino ad arrivare alle
contaminazioni di “Contaminazioni”. Oggi siete considerati uno degli act classici del progressive italiano, ma all’epoca voi come vi consideravate? La vostra è stata una mutazione voluta o inconscia? Vi sentivate una band prog o facevate semplicemente quello quello che vi sentivate di fare in quel momento?

E’ vero con “La Bibbia” abbiamo aperto all’hard rock ma non è stato qualcosa di pensato prima. Sai, sono cose belle che accadono quando pensi solo a suonare ciò che ti piace. Così è venuto fuori “La Bibbia”, con delle variazioni prog. Aggiungo, dietro a tutto questo si cela il desiderio di esistere senza indottrinamenti vari.

Come è stato lavorare con il Maestro Bacalov?
E’ stato proficuo ed eccezionale, perché, come aveva intuito il direttore artistico della RCA, noi avevamo bisogno di una guida, e Bacalov lo è stata.

All’epoca Bacalov ha curato gli arrangiamenti, chi se ne è occupato invece in occasione di questa rivisitazione?
Ho la responsabilità del RdM in tutto, anche se ascolto i miei collaboratori.

Quanto è difficile contaminare oggi?
C’è cosi tanta musica al giorno d’oggi, che è difficile mettere insieme i vari stili musicali! Però si può fare, è un’idea in questo momento…

Ci sono stati elementi di contemporaneità che hanno contaminato i vostri brani in occasione del concerto a San Galgano?
Sono passati molti anni dall’originale, siamo andati avanti con lo studio e quindi qualcosa è stato modificato. E’ stato normale attualizzarlo.

L’abbazia di San Galgano è un luogo mitico, legato alla leggendaria Spada della Roccia: la scelta di quel posto magico come si è concretizzata?
L’idea è nata da Nicola Costanti (tastierista\cantante) che abita lì vicino, io l’ho accettata volentieri.

Vi siete avvalsi dell’aiuto di un quartetto d’archi e di Vittorio De Scalzi dei New Trolls, come sono nate queste collaborazioni?
Era un concerto in onore di Bacalov e quindi gli archi era giusto inserirli, con Vittorio invece la spinta è arrivata dal desiderio comune di improvvisare qualcosa insieme… così lo abbiamo fatto.

Le vostre prossime mosse? Porterete dal vivo lo stesso show appena sarà possibile riprendere l’attività live?
Penso di cambiare qualcosa, eseguiremo le parti migliori di “Contaminazione”, faremo “La Bibbia” con le dovute modifiche (lo stiamo realizzando in inglese, altre notizie seguiranno). Spero di suonare sia qualcosa da “Microstorie” che da “Tribal Domestic”, che molti ritengono difficile da realizzare. Però è un mio sogno, vedremo più in là.

Trascrizione dell’intervista rilasciata a Mirella Catena nel corso della puntata del 23 Novembre 2020 di Overthewall. Ascolta qui l’audio completo:

Scream3Days – Scintilla divina

Tornano con un nuovo album su Overthewall, per parlare di “Rhesus Negative” (WormHoleDeath), gli Scream3Days. Con noi jKross, leader e portavoce della band.

Bentornato, Fulvio!
Ciao Mirella, è un vero piacere avere l’occasione di scambiare di nuovo due chiacchiere con te! Ovviamente, un saluto anche a tutti i lettori e amici

Gli Scream3days si formano a Torino da un’idea tua e di Alexxx già nel 2010, dopo esperienze con altre realtà. Da cosa è partita l’esigenza di creare una nuova band?
Io e Alexxx, oltre a essere grandi amici, collaboriamo musicalmente da quasi 22 anni, quindi posso dire che ci conosciamo da una vita. Nel 2010, dopo lo scioglimento della band in cui militavamo in quel periodo, abbiamo deciso di concentrarci su un progetto musicale che ci rappresentasse in pieno e quindi abbiamo creato gli Scream3days

Già l’anno dopo esordite come Scream3 Days con un mini album che vi servirà come biglietto da visita per le successive collaborazioni e poco dopo Andrea Signorelli fa ingresso nella band portando un decisivo contributo e far sì che due anni dopo uscisse il vostro primo full length “Kolera 666”, che riscuote un ottimo successo. Ci parli di quel periodo?
Esattamente, “The House Without Windows” è stato composto, registrato e pubblicato in un brevissimo periodo, quindi risente sicuramente di questa volontà frenetica de entusiastica di farsi conoscere al mondo musicale! Ovviamente siamo molto soddisfatti del risultato ottenuto perché rappresenta a pieno ciò che eravamo in quel periodo, ma poi ovviamente uno cresce e rimembra il passato con un timido sorriso. L’ingresso nella formazione di un musicista di grande esperienza come Andrea Signorelli, con noi come Kahlenberg, è stato sicuramente un avvento positivo, non è scontato dirlo, perché ci ha permesso di crescere notevolmente sia in ambito compositivo che in fase di esecuzione dal vivo.

Citiamo la band al completo?
Con vero piacere: Alexxx – chitarre ritmica e solista, C.i.t.t.e – chitarre ritmica, Unas – batteria, Kahlenberg – basso e J.Kross – voci.

Nel 2019 è la volta di “Rhesus Negative”. Quanto è durata la gestazione dell’album?
Molto poco, la realizzazione di “Rhesus Negative” nasce da una decisione folle! Nel giugno del 2018 riceviamo una risposta positiva da parte del produttore Simone Mularoni  per potere mixare e masterizzare un nostro nuovo album presso i Domination Studio ma l’unico periodo disponibile sarebbe potuto essere Ottobre 2019. Ci siamo guardati negli occhi e abbiamo detto… facciamolo! Il problema da risolvere? In tasca avevamo solo qualche riff di chitarra e zero linee vocali ah ah ah! Però dai è andata bene anche se devo dire che è stato un anno particolarmente stressante ah ah.

Quali sono i punti di forza di “Rhesus Negative”?
Credo che i punti di forza di “Rhesus Negative” siano parecchi: suono potente, melodie di chitarra accattivanti e quell’evocatività oscura tutta italiana

Avete fatto sicuramente in tempo a promuoverlo dal vivo, visto poi che a febbraio le restrizioni governative hanno vietato gli spettacoli dal vivo. Come vivete questo periodo?
Artisticamente è un periodo molto frustrante perché avere un nuovo album in uscita e non poterlo presentare live è sicuramente penalizzante però è anche vero che poi il pensiero va a chi combatte in prima linea per curarsi e curare coloro che sono stati infettati dal Covid19 e quindi mestamente crediamo che il nostro stato d’animo sia l’aspetto minore di questo periodo difficile.

Il lungo e ripetuto lockdown si ripercuoterà sui vostri futuri lavori discografici? Ne parlerete nei vostri brani e state già lavorando a qualcosa di nuovo?
La fase compositiva del nuovo album ha già avuto inizio, Alexxx e C.i.t.t.e. sono costantemente al lavoro su nuovi riff di chitarra e tempi di batteria quindi sicuramente il lockdown non influisce sotto quell’aspetto e posso dirti tranquillamente che anche per la scrittura dei testi non mi sento influenzato da questo periodo, abbiamo le nostre tematiche e rimarranno le medesime anche sul nuovo lavoro.

Dove i nostri ascoltatori possono seguirvi sul web?
https://www.facebook.com/Scream3Days/
https://www.instagram.com/scream3days/p/BZd4Vd3hLGQ/
https://www.youtube.com/channel/UC3mHmI2varjgeME4pJ14wKA
https://open.spotify.com/album/0gv7JtVeoIGAZx2qZHYPDv

Grazie di essere stato con noi
Grazie a te Mirella! Invito tutti i lettori ad ascoltare  “Rhesus Negative” e a seguirci sui nostri canali ufficiali per essere sempre aggiornati sulle nostre prossime mosse promozionali ! A presto.

Trascrizione dell’intervista rilasciata a Mirella Catena nel corso della puntata del 16 Novembre 2020 di Overthewall. Ascolta qui l’audio completo:

La Stanza delle Maschere – La stanza degli incubi

Graditi ospiti della nostra trasmissione, a presentare l’album omonimo uscito per la Black Widow Records, La Stanza delle Maschere.

Con noi Domenico e Angelo. Benvenuti su Overthewall!
Domenico: Ciao Mirella! Un grande saluto a tutti gli ascoltatori di Overthewall che vogliamo ringraziare per il grande supporto alla buona musica. Facciamo parte di una grande Famiglia che, soprattutto in questo momento, “deve rimanere unita”: rock will never die!
Angelo: Ciao carissima, grazie dello spazio che ci hai dedicato! E’ un piacere parlare con te.

La fonte d’ispirazione è data dalla passione per il cinema d’autore italiano. Parliamo dell’idea iniziale della band?
Domenico: La passione per un certo tipo di letteratura “oscura” e per il cinema di genere è nei nostri cuori. Sono cresciuto con i film di Lucio Fulci e di Mario Bava. Poi quando scoprii il gotico di Pupi Avati… fu un trauma. Nel senso positivo ovviamente. Le nostri radici partono dai grandi scrittori dell’Horror ( H.P Lovecraft , Edgar Alan Poe ) ma, personalmente, sono anche un grande lettore di Giorgio Scerbanenco e di Luigi Pirandello. “Uno, nessuno, centomila” è un must assoluto. Un capolavoro senza tempo.
Angelo: Il cinema passato, thriller\ horror italiano, e la letteratura in puro stile macabro, come appunto Poe o Lovecraft, hanno plasmato fortemente la nostra proposta. Ricercare, sviluppare e plasmare atmosfere in puro stile misterioso ed accattivante è il nostro obiettivo. Soprattutto far rabbrividire gli ascoltatori è la nostra missione.

Quanto è durata la gestazione dell’album?
Domenico: La gestazione dell’album è durata, più o meno, cinque anni. Essendo il compositore di tutte le musiche e Angelo il creatore di tutte le liriche, abbiamo cercato di fare un lavoro certosino per incastrare ogni singola nota ed atmosfera nel mood di ogni racconto. Ho trovato l’ispirazione musicale attraverso la mia passione per le colonne sonore e verso il dark sound italiano: Jacula, Goblin, Fabio Frizzi, Antonius Rex e il Segno del Comando. Il lavoro di composizione e di registrazione è stato molto complesso ma allo stesso tempo naturale. Sicuramente molto emozionante.
Angelo: Riuscire ad incastrare racconti, parti vocali con le composizioni musicali non è stato semplice, ma alla fine siamo riusciti a creare qualcosa di particolarmente inquietante come da nostro principale obbiettivo, un passo alla volta e… brividi…

La band si avvale di collaborazioni prestigiose, vogliamo citare gli artisti che sono presenti nell’album?
Domenico: All’interno dell’album abbiamo voluto avuto tantissimi ospiti musicali e cinematografici. Per quanto riguarda l’aspetto musicale: Alexander Scardavian (Strange Here ed ex Paul Chain Improvisor ), la talentuosa Tiziana Radis e Roby Tav dei Secret Tales. Per l’aspetto cinematografico abbiamo avuto il grandissimo onore di aver ospitato delle splendide prefazioni da parte di: Antonella Fulci, figlia dell’immenso Lucio, che vogliamo salutare con grande riconoscenza; Claudio Bartolini, autore di numerosi volumi sul thriller/horror italiano ed autore del celebre “Gotico Padano” basato sul cinema nero di Pupi Avati; Manuel Cavenaghi del Bloodbuster di Milano. Una Mecca per tutti gli amanti dell’horror. Posso soltanto dire che, a ripensare a tutto il lavoro svolto, la mia commozione è tutt’ora molto viva. Ringrazio i ragazzi della Black Widow (Massimo, Pino e Laura), gli amici che ci hanno sempre sopportato, Overthewall e tutti gli ascoltatori. Nessuno è qualcuno… siamo tutti pezzi fondamentale di un grande ingranaggio. Se non esistessero gli ascoltatori… tutto questo non esisterebbe . We are the children of revolution….

Com’è stato l’impatto con il pubblico e la critica?
Domenico: L’impatto con la critica, per quanto mi riguarda, è stata una grandissima sorpresa…inaspettata. Pur essendo un progetto molto complicato e non di facile ascolto, sono rimasto piacevolmente colpito dai numerosi riscontri positivi che abbiamo avuto. Non me lo sarei mai aspettato, credici!
Angelo: Senza parole! I primi responsi della critica sono stati a mio avviso ottimi! Sinceramente non avrei mai pensato a tanto, il progetto è complesso, ma a quanto pare inizia a colpire in maniera incisiva!

Viste le nuove disposizioni del governo, i live sono sospesi almeno, fino al 24 novembre. Come vi organizzerete per promuovere il disco?
Domenico Viste le nuove disposizioni l’unica cosa che, almeno per ora, si può continuare a fare, è provare. E’ un periodo molto duro e le Maschere si stanno rivelando, ma dobbiamo essere tutti uniti per portare avanti la nostra Arte ed il nostro essere. E’ un grosso pasticcio per tutti perché, in tutte le tipologie di lavoro, si stanno creando dei grossi problemi economici: locali, bar, ristoranti ed anche le sale prove. In questo momento è importantissimo pensare con la propria testa. In attesa di poter ritornare a suonare sul palco, metteremo tutta la nostra energia positiva per esercitarci e per poter migliorare di prova in prova. Lo dobbiamo a voi ascoltatori ed alla nostra label.. e a noi stessi

Come i nostri ascoltatori possono seguirvi e contattarvi?
Domenico: Potete trovarci tramite la nostra pagina FB: La Stanza delle Maschere.

Grazie di essere stati con noi
Domenico ed Angelo: Ancora grazie mille per lo spazio concesso, Mirella. Grazie a te e a tutti gli ascoltatori. Mi raccomando, tutti uniti nel nome del rock’n’roll… come diceva l’immenso Marc Bolan dei T-Rex: “Rock on!” e io aggiungo: “Fulci lives!!!”

Trascrizione dell’intervista rilasciata a Mirella Catena nel corso della puntata del 9 Novembre 2020 di Overthewall. Ascolta qui l’audio completo:

Andrea Salini – Petali di note

Un gradito ed atteso ritorno nella nostra trasmissione, a presentare “Roses”, il suo ultimo lavoro discografico, con noi a Overthewall. Andrea Salini, bentornato!

Ripercorriamo le tappe della tua carriera fino ad oggi. Una passione per la musica rock instillata dal tuo fratello maggiore che ti sprona ad approfondire lo studio della chitarra fino a diventare un vero e proprio lavoro. Poi il progetto musicale e gli album da solista, apprezzati dalla critica e dal pubblico. Ci parli del tuo percorso artistico?
Sì, sicuramente aver avuto un fratello maggiore che ascoltava il classic rock negli anni ’80 ha contribuito notevolmente a sviluppare sempre più la mia sensibilità verso questo genere. Già piccolissimo trascorrevo pomeriggi interi con la radio ed il mangianastri di mio fratello Marco, ascoltando il Boss ed i Pink Floyd; a seguire i primi tentativi da autodidatta nel periodo delle superiori, poi le prime cover band, il diploma all’Università della Musica di Roma ed i primi album: “Dr.Hyde & Mr.Hyde” (2010), “Maestrale” (2012).

Nel 2017, pubblichi “Lampo Gamma”, un disco pieno di energia e il Lampo Gamma Tour riscuote un notevole successo sia in Italia che all’estero, coinvolgendo anche grossi nomi della scena musicale italiana. Quali ricordi sono legati a quel periodo?
Quello è stato un lasso di tempo elettrizzante e molto impegnativo dal punto di vista emotivo e professionale. Le esperienze passate mi hanno dato modo di lavorare con grandi professionisti della scena nazionale ed internazionale come Simone Gianlorenzi (produttore artistico), Fabrizio Simoncioni (ingeniere del suono di fama mondiale e vincitore di Grammy) e Stephen Marcussen (mastering Los Angeles). I ricordi più belli sono comunque quelli relativi a tutte le date live con la mia band.

Torniamo ai nostri giorni, “Roses” è il tuo nuovo lavoro discografico, un omaggio in chiave rock alle donne. Com’è nato quest’album?
Tutto si è sviluppato in maniera molto naturale nel corso delle due estati precedenti all’uscita dell’album. L’appartenenza ad una famiglia matriarcale, la mia propensione a confrontarmi con l’universo femminile sin da piccolo, affascinato dalla forza e dalla determinazione delle donne in tutte le fasi della mia vita, ha fatto si che io potessi intendere l’arte, la musica, la chitarra al femminile e coltivare il mio interesse verso le eroine descritte anche nei bellissimi libri “Il Catalogo delle Donne Valorose” e “Una Donna Può Tutto” di Serena Dandini e Ritanna Armeni.

Possiamo dire che le donne sono spesso state fonte d’ispirazione per qualsiasi forma d’arte.
C’è un brano che hai dedicato ad una donna in particolare? Quale?
Sì, “Love Song” dedicata a mia moglie Arianna, esempio per me di tenacia e senso d’indipendenza e la traccia “Irina”, dedicata ad Irina Rakobolskaya, un matematico e fisico russo eroina della Seconda Guerra Mondiale.

Tu hai una luminosa carriera e un bel bagaglio di esperienza alle spalle. Cosa consiglieresti ai giovani che vogliono intraprendere l’avventura musicale?
Grazie per le bellissime parole spese, consiglierei di preservare la propria personalità ed il proprio gusto, senza lasciarsi influenzare dai target commerciali o seguire scorciatoie che dovrebbero generare notorietà immediata su fragili fondamenta. Sono essenziali la ricerca e lo studio costante, il tutto in un’ottica molto personale.

Domanda ricorrente in questo periodo. Il Covid e le restrizioni governative hanno un pò tarpato le ali ai musicisti. Hai già in programma dei live e come ti sei attrezzato per promuovere il tuo disco?
Siamo riusciti per ora a portare “Roses” sul palco del MEI di Faenza, la promozione procede con grande interesse da parte di critica e pubblico; numerose sono le interviste e recensioni che potete trovare sul sito www.andreasalini.com. Sono stati rimandati, per ora, gli spettacoli previsti in attesa di tornare alla tanto agognata normalità…

Prima di salutarci vogliamo ricordare ai nostri ascoltatori dove possono seguirti sul web?
Certo, è facilissimo. Innanzitutto il sito sopra citato è sempre aggiornato, inoltre potete seguirmi attraverso i social ed ascoltare la mia musica dai principali portali e digital stores.

Grazie di essere stato con noi.
Grazie a voi! E’ sempre un piacere… a presto

Trascrizione dell’intervista rilasciata a Mirella Catena nel corso della puntata del 26 ottobre 2020 di Overthewall. Ascolta qui l’audio completo: