The Last Sound Revelation – Voci nascoste

Ospiti di Mirella Catena ad Overthewall i The Last Sound Revelation, autori dell’EP “Hidden Voices” (Spliptrick Records).

Ci parlate della genesi della band?
Il progetto nasce nel 2005 da un’idea del bassista Niccolò e del chitarrista Francesco e del nostro amico Mario batterista, che salutiamo. Venivamo tutti da progetti più canonici e volevamo puntare a qualcosa di diverso, di innovativo e sperimentale. Purtroppo Mario si è spostato a Dublino per questioni lavorative ed il progetto è andato in standby fino al 2013/2014 anno in cui abbiamo deciso di riprenderlo in mano. Abbiamo provato vari batteristi fino ad approdare a Tiziano, con il quale ci siamo trovati fin da subito, dalla prima prova c’è stato feeling, alchimia ed immediatezza nel rapporto interpersonale. Per un paio di anni circa siamo andati avanti come power trio poi abbiamo deciso di inserire una seconda chitarra e dopo varie prove con altri chitarristi, sono entrati a far parte del progetto Fabio e Daniele (tastiere) fino al 2018 con i quali registrammo il nostro primo promo “Far Away the End” e facemmo il nostro debutto live al Dissesto. Per visioni contrastanti sul futuro e lo sviluppo del progetto hanno abbandonato il gruppo. Gennaio 2018 subentra Max, amico da anni di Tiziano, col quale il cerchio si chiude. Anche con Max troviamo un feeling particolare sin da subito ed un’alchimia compositiva perfetta. Si instaura fra noi in pochissimo tempo un rapporto meraviglioso, grazie al quale riusciamo a chiudere e registrare il nostro primo EP “Hidden Voices”.

The Last Sound Revelation, ossial’ultima rivelazione sonora: qual è il significato che attribuite al nome della band?
L’idea del nome è venuta a Francesco e Niccolò ed era di discostarci dallo standard del gruppo e dai cliché dei nomi e che mettesse in risalto il concept del nostro progetto che vuole il suono come strumento rivelatore di sensazioni ed emozioni e come linguaggio alternativo alle immagini o al testo (notare il nostro logo che esaspera la stilizzazione del nome della band in favore di una simbologia dal sapore arcaico nel momento in cui lettere T, L e R diventano, quasi come geroglifici, ┌,└ e ┌ e universale laddove la S, nella sua forma braille, sottolinea la potenza evocativa della musica). Come se l’ascoltatore attraverso il nostro “veicolo” intraprendesse un percorso totalmente interiore e privato che lo conduce alla rivelazione dell ultimo suono, che in realtà si spiega da solo, perché la musica si completa da sola.

Il suono come strumento rivelatore di sensazioni ed emozioni e come linguaggio alternativo alle immagini o al testo: ci spiegate il perché di questa scelta?
Provenendo tutti da progetti “canonici”, sentivamo la necessità di fare qualcosa che ci rendesse liberi da qualsiasi regola, imposizione o costrizione sia in fase creativa ed evolutiva dei brani sia in fase esecutiva. Stessa cosa volevamo per tutti i nostri futuri ascoltatori e fruitori (cosa che inevitabilmente un testo ed una voce in qualche modo ti obbliga). Vogliamo fornire appunto uno strumento, un veicolo ma lasciamo poi a chi ascolta la rotta da seguire ed il percorso interiore da fare senza nessun tipo ti indicazione. Anche la scelta compositiva è quella di creare qualcosa che sia fruibile da un pubblico più ambio ed eterogeneo possibile.

Parliamo dell’album “Hidden Voices”: ogni brano racchiude una storia evocata dai suoni. Come create le composizioni e da dove traete ispirazione?
L’ispirazione e l’idea di partenza arriva sempre da tutti e quattro e sicuramente è figlia delle nostre esperienze di vita (risvolti psicologici, gioie, dolori, problemi e chi più ne ha, più ne metta). Si parte da un’idea di base che propone uno di noi e si crea spesso improvvisando al box per poi aggiungere, strutturare, definire e rifinire i brani. Quando siamo insieme al box diamo il massimo dell’estro creativo, proprio grazie all’alchimia che si crea tra noi mentre suoniamo, ci intendiamo con uno sguardo ed ognuno conosce l’altro sapendo dove andrà e cosa suonerà… spesso la definiamo magia!

C’è un sogno che vorreste realizzare con la musica?
Il nostro sogno è che la nostra musica arrivi a chiunque in tutto il mondo e, perché no, si riesca a suonarla in palchi enormi davanti a migliaia di persone. I live ci mancano come l’aria ed il palco è il nostro elemento naturale nel quale esprimiamo tutto il nostro potenziale e sfoderiamo tutta la potenza evocativa della nostra musica “Rivelando l’ultimo Suono”.

State già lavorando ad un nuovo album?
Abbiamo un singolo già pronto che doveva essere pubblicato a Giugno del 2020 e supportato da un tour, tutto rimandato causa Covid. Abbiamo già completato la composizione di quasi tutti i brani del nuovo album, sempre Covid permettendo, dovremmo completare le registrazioni e pubblicarlo entro la fine del 2021.

Dove possono seguirvi i nostri ascoltatori?
Facebook – https://www.facebook.com/TLSRband/
Youtube – https://www.youtube.com/channel/UCNRZpKK2H_yiTi_-cIyHMvA/featured
Soundcloud – https://soundcloud.com/the-last-sound-revelation
Instagram – https://www.instagram.com/thelastsoundrevelation/
Spotify – https://open.spotify.com/artist/44O79F6bMD46qKmdTEfcgE
Link unico per accedere a tutti i nostri canali e merchandise: https://linktr.ee/thelastsoundrevelation
Mail – thelastsoundrevelation@gmail.com

Ascolta qui l’audio completo dell’intervista andata in onda il giorno 18 gennaio 2020:

Foto originale di copertina di Giampiero Rinaldi

Homunculus Res – Elementi di fuoco

Per sonorità e percorso artistico gli Homunculus Res strizzano l’occhio agli anni ’60, “Andiamo in giro di notte e ci consumiamo nel fuoco” (AMS, 2020) è il quarto capitolo della loro tetralogia degli elementi. Ne abbiamo parlato con Dario D’Alessandro, autore di musica, testi e illustrazioni.

“Andiamo in giro di notte e ci consumiamo nel fuoco” è la traduzione del palindromo latino “In girum imus nocte et consumimur igni”. Un palindromo è una sequenza di caratteri che, letta al contrario, rimane invariata. Perché avete scelto questo titolo?
Il titolo lungo è ormai una tradizione per noi, un divertimento che allude un po’ a certa prosopopea prog, ma anche uno dei tanti modi che mettiamo in atto per stimolare la curiosità dell’ascoltatore. Il titolo in questione mi sembrava perfetto per i contenuti tematici che vertono su una critica al consumismo, ripreso pari pari dal situazionista Debord, lasciando intendere che da più di 50 anni ad oggi la nostra società occidentale, e ormai globale, non è cambiata, anzi è peggiorata dal punto di vista ecologico, economico e sociale. In più, noi amiamo giochetti come i palindromi, che abbiamo anche applicato musicalmente a brani come “χΦ“, nel nostro primo album, o in uno di questo nuovo (che perfidamente non rivelo).  

Fra gli innumerevoli riconoscimenti internazionali per il vostro nuovo album, c’è un complimento molto frequente: siete riusciti a rimanere fedeli ad un genere ben codificato, il prog della “scena di Canterbury”, rinnovandolo senza snaturarne lo stile. Come avete fatto?
Noi non volevamo impostare uno stile a tavolino, crearci un recinto, ispirarci solo a un movimento artistico. Volevamo solo divertirci e sperimentare forme, ritmi, melodie che avessero una certa complessità. In effetti volevamo fondare un gruppo “prog”, però i nostri ascolti non riguardano solo i classici del genere, tendenzialmente siamo orientati verso l’avant rock, il pop barocco, il rock in opposition, il soul, la bossa nova, il cantautorato e, sicuramente più di tutti, la scena di Canterbury, che è venuta prepotentemente fuori, forse anche per un nostro atteggiamento un po’ provocatorio e irriverente. Inoltre alcuni riferimenti sono voluti per via del nostro gusto per la citazione. Che la critica ci definisca canterburiani non ci dispiace affatto. Se, grazie anche a noi, quel discorso continua, ne siamo lieti.

Negli anni ’60 si aspettava che una band rilasciasse anche tre o quattro album, per testarne le potenzialità, prima di dare un giudizio definitivo. Col quarto disco avete confermato le ottime critiche ricevute già nei precedenti lavori, c’è stato un momento particolarmente significativo durante la lavorazione di questo album? 
Beh, forse la benedizione di Alex Maguire, ultimo tastierista della nostra band di culto Hatfield and the North, è stato un momento significativo per questo ultimo album. Ma anche in precedenza, grandi musicisti che amiamo ci hanno molto incoraggiati.

Come mai per promuovere il disco avete preferito un teaser con spezzoni di più tracce, anziché registrare il video di una sola canzone?
È una cosa che facciamo da diverso tempo, diamo un’impressione generale di qualcosa che comunque consideriamo un’opera unica, in cui ogni pezzo è solo una parte di un insieme.

Le vostre copertine presentano dipinti che spesso hanno riferimenti a tutte le canzoni dell’album. Nell’illustrazione per “Andiamo in giro di notte e ci consumiamo nel fuoco” una salamandra gigante domina la scena con, sullo sfondo, vulcani e tre autovetture. C’è un motivo per cui un solo soggetto è così preponderante stavolta?
Mi piaceva l’idea di un soggetto misterioso e beffardo su uno sfondo di desolazione post apocalittico. Non ci sono (più) uomini, ma solo qualche automobile abbandonata e fatiscente.

Il disco racconta una storia: dalla traccia 1 alla 5 regna il consumismo più sfrenato (“io mi sono fatto un cesso d’oro puro” si canta ne “Il Carrozzone”); dalla 6 alla 7 avviene una cesura fra un prima e un dopo nella storia; le tracce conclusive indicano la via verso un ordine nuovo, che però non sembra trovare proseliti. Questa è una storia senza lieto fine oppure la canzone “Non Dire No” non è ancora la fine della storia?
Non parlerei di storia vera e propria, piuttosto i primi pezzi, come fai notare, sono più espliciti riguardo al tema – o come dicono i progghettari: il concept – mentre nella seconda metà i significati si fanno più sottesi, è effettivamente una discesa verso meandri mentali. L’ultima canzone mette in scena contrasti, incomunicabilità, astio, quindi sicuramente non c’è un lieto fine; è anche vero che il finale sembra sospeso.

Dopo i primi tre album rilasciati per Altrock Productions, il quarto della vostra personale tetralogia è stato prodotto da AMS Records. Che significato ha per voi questo cambio di etichetta?
In realtà il nostro terzo disco è stato prodotto da Altrock e Ma.Ra.Cash. Purtroppo la Altrock ha dovuto fermare una storia davvero bella e ricca, era uno dei riferimenti mondiali per il progressive più sperimentale e avanguardistico. Spero che rimettano su l’etichetta o inizino un nuovo percorso. D’altro canto, avere la fiducia di un nome prestigioso come AMS è stata per noi una bella conferma: il nostro rock particolare ed eccentrico è stato accolto in un contesto più ampio.

Il 19 dicembre scorso avete suonato dal vivo per il festival online di musica prog “From chaos to future”, che è stato organizzato e trasmesso dal Giappone. Come è scaturita questa partecipazione e che emozioni vi ha dato?
Molto semplicemente ci è stato chiesto se volevamo partecipare e soprattutto se eravamo in grado di farlo nonostante le restrizioni da pandemia. Il progetto nasce proprio per offrire una serie di concerti live in streaming, ma la novità e la sfida stavano nel coordinare quattro gruppi da quattro parti del mondo contemporaneamente. È stato faticoso, abbiamo fatto le prove con la mascherina, in orari improbabili, sempre col timore che arrivasse un lockdown totale. Insomma un po’ di apprensione e anche voglia di rinunciare ci sono state. In compenso, tenendo conto che erano coinvolti anche fonici, tecnici video, collaboratori, locatari etc, la buona riuscita del concerto ci ha dato gioia e ripagato degli sforzi.

Cosa riserva a noi voraci ascoltatori il futuro degli Homunculus Res? 
Qualcosa bolle in pentola, solo che si va a rilento, come puoi ben immaginare.

Massimo Salari – Script for a jester’s tear

Ospite di Mirella Catena ad Overthewall il critico musicale Massimo Salari per parlare del suo nuovo libro “Neo Prog. Storia e discografia essenziale” (Arcana Edizioni).

Il progressive rock negli anni Settanta ha vissuto il massimo del suo splendore, salvo conoscere un importante stop nel 1978. Il prog fan che ha amato questa musica così articolata e ricca di emozioni si trova improvvisamente circondato da punk, musica da discoteca e new wave, non proprio il suo habitat emozionale. Ci pensa il neo prog a ridargli forti emozioni nei primi anni Ottanta, con tanti dischi di successo. Questo libro enciclopedico narra la storia del neo prog, e porta a conoscenza dei gruppi più significativi suddivisi per nazioni. Gli approfondimenti, con analisi delle discografie relative, sono un passaggio essenziale che rende la lettura un viatico per la curiosità. Marillion, IQ, Pendragon, sono solo tre dei nomi che hanno fatto la storia di questo nuovo genere, e il libro propone un’immersione anche nei testi e nella loro musica. Non mancano incursioni sulle nuove leve come Arena e Spock’s Beard. E la storia continua con estremo piacere sino ai nostri giorni. Un libro esaustivo, unico nel suo genere. Prefazione di Loris Furlan.

Ascolta qui l’audio completo dell’intervista andata in onda il giorno 11 gennaio 2020:

Mr. Bison – Verso il mare e oltre

Raggiunto il traguardo del quarto album – “Seaward (Subsound Records) uscito ad Ottobre 2020 – i Mr. Bison impreziosiscono il loro caratteristico groove heavy psych blues con le sfumature del progressive rock e del concept album. Ne abbiamo parlato con Matteo Barsacchi, chitarra e voce del trio toscano.

Ciao Matteo, complimenti per il vostro nuovo album “Seaward”, da dove è scaturita l’idea di pubblicare un concept?
In questi ultimi anni ci siamo riappassionati agli anni 70 che avevamo lasciato un po’ in standby, soprattutto al prog rock 70, mostri sacri come King Crimson, Pink Floyd ma anche band un po’ meno conosciute come Captain Beyond e Nektar. In quegli anni molti album nascevano come concept , vedi capolavori come “Dark Side of the Moon” dei Pink Floyd o “Thick as a Brick” dei Jethro Tull, certamente lontano da noi paragonarci a band di questo livello, prendendo però in considerazione il fatto di creare un concept, anche se con una iniziale perplessità sul risultato, una volta individuato il tema, un giusto artwork e qualche buona pre-produzione in studio, tutto è andato in maniera molto naturale, con il risultato finale di “Seaward”.

Holy Oak” è stato un album importante e molto apprezzato dalla critica, è stato difficile dare un seguito ad un lavoro di tale portata? “Holy Oak” è stato il passaggio dalle influenze Hard Blues di “We’ll Be Brief” e “Asteroid”, caratterizzate da composizioni dirette con molto Groove, a “Seaward” che fondamentalmente avevamo già in mente. Con “Holy Oak” abbiamo inserito molta psichedelica lasciando sempre una buona dose di tiro hard kock, mentre in “Seaward” abbiamo inserito molto progressive. Sarebbe stato un passaggio troppo netto senza un terzo album in stile “Holy Oak”. Siamo una band in continua evoluzione e stiamo già sperimentando cose nuove con ulteriori aggiunte di stili.

Nel vostro lavoro ci sono molte influenze che vanno dal folk al prog oltre a naturalmente l’heavy psych, da dove traete ispirazione?
La maggiore ispirazione sono ovviamente gli anni 70, come ho detto nella prima domanda, mostri sacri come King Crimson e Pink Floyd, Black Sabbath, ma anche band meno note come Captain Beyond e Nektar…. Per quanto riguarda le band di nuova generazione siamo molto ispirati da band come Elder e Motorpsycho.

Siete un trio come ce ne sono tanti nella scena heavy psych blues ma con due chitarre e senza basso, la band è nata già con questo assetto o stato qualcosa che è avvenuta con il tempo?
Agli esordi la formazione era composta da chitarra, basso e batteria, dopo pochi mesi integrammo un secondo chitarrista ma il bassista causa impegni lasciò il progetto. Io cominciai a sperimentare soluzioni sonore per fare a meno del basso, utilizzando octaver e accordature più basse, e proseguimmo così. Questa nuova soluzione ebbe un grande riscontro live ed il sound che ne usciva ci piaceva molto, quindi decidemmo di proseguire così. Negli anni ovviamente lo sviluppo e la sperimentazione sonora ci ha portato alla soluzione tecnica attuale molto più complessa ma davvero molto interessante, ossia l’utilizzo di doppio amplificatore chitarra/basso pilotati da una centralina artigianale che riesce a trasformare all’occorrenza con un click le chitarre in basso/hammond/mellotron.

Il nuovo album ha degli arrangiamenti molto ricchi, dal vivo come lo presenterete? Non deve essere facile – e lo dico da musicista – riproporre dal vivo un lavoro del genere.
Collegandomi alla domanda precedente, per quanto riguarda l’aspetto live, restiamo abbastanza fedeli al disco, con le nostre pedaliere riusciamo a gestire basso, hammond e mellotron, in più il batterista riesce a suonare live dei droni/pad che abbiamo prodotto precedentemente ed inserito come sampler da suonare.

Non sarò probabilmente il primo a dirlo ma, trovo il vostro lavoro molto vicino alle atmosfere degli ultimi Motorpsycho (che personalmente adoro): cosa ne pensate?
Beh, a mio parere i Motorpsycho sono la band di nuova generazione migliore del genere, hanno un songwriting complessissimo ma raffinato e reso di semplice ascolto dalla maestria tecnica che hanno. L’ultimo album è clamoroso, sperando non passi come messaggio polemico, mi sembra curioso che in moltissime classifiche di settore dei migliori album 2020 non siano stati neanche nominati. “The All Is One” è un capolavoro, fra l’altro ultimo capitolo di una trilogia sublime, “The Tower” e “Crucible” sono anch’essi album incredibili. E’ certo che band di questo tipo hanno bisogno di un ascolto attento e ripetuto per coglierne la grandezza. Lungi da me paragonarci a loro ma sicuramente anche la nostra musica ha bisogno di un ascolto ben focalizzato, non è musica diretta, “Seaward” è un concept album basato su un argomento ben preciso, sicuramente un ascolto consapevole sul tema e sull’artwork renderebbe l’ ascolto più’ coinvolgente.

Ci sono altre band della scena italiana che apprezzate o con cui avete in qualche modo legato magari on the road?
In Italia ci sono moltissime band meravigliose, il livello è molto alto nella scena heavy psych stoner e prog; nello stile più stoner sicuramente, Black Rainbows, e Black Rlephant, nella psichedelia direi Giobia e da Captain Trips, nell’heavy psych citerei Humulus, Tuna de Tierra e Lee Van Cleef, nel doom e post rock/metal direi Messa e Vesta…. Ma sono stato molto breve, ci sono davvero moltissime band di alto livello che non sanno muoversi bene che purtroppo non hanno grande riscontro mediatico e quindi trovano pochi spazi qui in Italia e all’estero.

Cosa ne pensate dei concerti in streaming? Può essere un’opportunità o è solo un “palliativo” a causa della situazione attuale?
Faccio davvero molta fatica ad accettare il concerto in streaming, per adesso non abbiamo ancora ceduto al farlo e spero che questa situazione riparta il prima possibile. Abbiamo avuto la fortuna di fare un release ad ottobre con pubblico seduto e distanziato, sicuramente non è lo stesso dello stare in piedi fronte palco, ma credo che sia un ottima soluzione per far ripartire pian piano le cose e soprattutto per sostenere tutto il settore, club, tecnici e musicisti.

Avete altri progetti musicali oltre ai Mr. Bison o vi dedicate esclusivamente a questa band?
Ognuno di noi ha altre cose, è importante avere side project per liberare e sviluppare tutte le idee che possono essere meno idonee ad un unico progetto.

Grazie per la disponibilità e speriamo di potervi vedere “dal vivo” il prima possibile
Ringraziamo tutto lo staff del Raglio del Mulo per questa intervista, ringraziamo inoltre tutti gli addetti al settore promozione, webzine, magazine, uffici stampa, blogger per il loro tempo prezioso alla divulgazione del meraviglioso underground Italiano.

Fiaba – Storie magiche

Una realtà musicale italiana che il mondo ci invidia, ospite su Overthewall la mente creativa e l’anima dei Fiaba, diamo il benvenuto a Bruno Rubino!

Ciao Mirella. Grazie

Posso senz’altro dire che ascoltando i Fiaba veniamo catapultati in un mondo di favole, sogni ed incubi, il tutto accompagnato da una colonna sonora imponente, non per nulla siete stati definiti “la più grande rock band medievale del mondo”. Che effetto fa godere di una tale considerazione?
In realtà, quando abbiamo sentito questa definizione abbiamo pensato: siccome, siamo l’unica rock band medievale, è facile! Scherzi a parte, è molto gratificante avere questo tipo di riconoscimento.

Dopo otto anni dall’ultimo album, “La Pelle nella Luna”, tornate con “Di Gatti Di Rane Di Folletti e D’altre Storie”, un album atteso dai fan e che conferma ancora una volta l’originalità e l’estro creativo dei Fiaba. Perché tutto questo tempo e come mai la scelta di pubblicarlo in un periodo così ingrato per la musica e i live?
Ci sono sempre problemi quando si affronta un lavoro così impegnativo. Poi ci sono contingenze particolari che creano ulteriori rallentamenti: abbiamo dovuto smantellare il nostro storico studio “Le caverne del fauno”, un garage sotterraneo dove avevamo per altro girato anche tutti i videoclip dei Fiaba: “Angelica e il Folletto del Salice”, “I Sogni di Marzia” etc… Lì avevamo lo studio di registrazione, abbiamo iniziato le takes di questo album e quindi siamo stati costretti ad interrompere le sessioni per causa di forza maggiore. E’ stata un’operazione lunga e anche costosa, perché abbiamo dovuto smaltire anche molto materiale secondo le nuove normative. Poi, chiaramente, facendo la scelta di creare qualcosa di artistico e di non piegarci alle logiche commerciali delle major nazionali, facendo musica seguendo l’ispirazione e mantenendo la nostra libertà creativa abbiamo dovuto utilizzare budget commisurato ad una etichetta indipendente. Fortunatamente, abbiamo trovato come sempre persone che hanno apprezzato e condiviso lo spirito del nostro progetto. Questo implica il fatto che non puoi avere dei budget grossissimi, quindi per mantenere un livello artistico e tecnico alto, devi dilatare i tempi. Il rovescio della medaglia dell’indipendenza artistica è quello che devi aspettare di più per far uscire un lavoro se vuoi mantenere alto lo standard qualitativo a livello di produzione audio. Quindi, metti questo insieme alle citate contingenze relative alla sala di registrazione, e si capisce l’intervallo di tempo tra le produzioni, che ha fatto si che il disco uscisse in questo periodo così complicato per chi fa musica soprattutto in ottica di concerti live. A me però piace pensare che un lavoro importante come “Di Gatti Di rane Di folletti e D’altre Storie” sia comunque un “parto”  difficile con un travaglio altrettanto impegnativo.

“Di Gatti Di Rane Di Folletti e D’altre Storie” è il sesto lavoro discografico dei Fiaba, quanto è durata la gestazione dell’album?
La gestazione è stata brevissima perché, a parte i primi tre brani dell’album, gli alti erano tutti pezzi che avevamo già realizzato da 30 anni a questa parte. Andare a registrare i brani e realizzare il disco poi è diventato complicato per le questioni contingenti che ho spiegato poc’anzi, non per situazioni creative. Vista la coerenza stilistica mantenuta negli anni, non si trovano differenze tra i nuovi brani e quelli che erano nel cassetto. Considera che siamo andati a riprendere vecchie registrazioni, provini dei pezzi su audiocassetta, per poter riascoltare gli arrangiamenti dell’epoca nelle prima stesure e controllare che non avessimo dimenticato nessun particolare al fine di ricreare e proporre le intenzioni del momento. Non ti accorgi, per esempio, che un brano come il “Il gatto del Campo dei Biancospini” è stato fatto circa 28 anni fa mentre “Il gatto con gli Stivali” è recentissimo.

A scavare nelle favole si trova sempre un significato recondito, dietro alle filastrocche come Ambarabà Ciccì Coccò ci sono vere proprie storie legate a tradizioni e a superstizioni. Ci parli della ricerca che hai fatto su queste tematiche?
Io lavoro sempre in base all’ispirazione e alle emozioni che mi coinvolgono: ci sono cose che mi colpiscono sul momento, che possono essere immagini o narrazioni, poi vado a ricercare quello che mi interessa in merito a quei temi, anche per fare un discorso filologicamente corretto il più possibile. Alla fine, raccogli quelle cose che ti servono per la narrazione e le emozioni del momento.

A recitare in modo incomparabile i brani dell’album, il bravissimo giullare cantore Giuseppe Brancato, altro punto di forza nella band. Citiamo la line up completa?
In ordine sparso: Giuseppe Brancato – voce; Bruno Rubino – batteria; Graziano Manuele e Massimo Catena –  chitarre; Davide Santo –  basso. Io, Brancato e Catena siamo i componenti di più vecchia data.

A chi è stato affidato l’artwork della copertina e a cosa è ispirato?
È una fotografia di Marketa Novak, artista ceca che si rifà al famoso dipinto di Ophelia. L’artwork è stato realizzato dal bravissimo Marcello Magoni, un artista completo in quanto musicista e scultore, oltre che raffinato grafico. Anzi, con l’occasione per consigliare ai lettori l’acquisto di “Agreste Celeste”, album bellissimo su vinile dei Vade Aratro, band di Magoni. Lo considero un disco molto ispirato ed interessante.

I Fiaba sono una band che il mondo ci invidia ma geograficamente collocata in una regione, seppur fonte d’ispirazione, dove la musica underground o cosiddetta di nicchia, non viene valorizzata. Quanto vi ha penalizzato questo e ci sono stati momenti in cui hai pensato di mollare tutto e trasferirti altrove?
Diciamo che la cosa ci ha penalizzati ma che è anche una delle caratteristiche principali dei Fiaba è la lingua italiana. L’italiano è poco conosciuto nel mondo e questo è un punto di forza artistico ma anche un punto di debolezza a livello commerciale. Avremmo potuto decidere di scrivere in inglese ma non avendo la stessa padronanza della lingua è più difficile rendere il significato profondo dei testi, creare giochi di parole, allegorie, metafore o giochi ipertestuali, che tra l’altro in questo album abbiamo segnalato nella legenda del booklet tramite il segno di “grado di lettura”: chi verrà in possesso del disco, capirà cosa di cosa si tratta. Se ci avessero proposto qualcosa ad alti livelli, avremmo potuto fare questo tipo di operazione per raggiungere più gente possibile, anche se sarebbe preferibile scegliere un’altra lingua più per una ragione artistica che per calcolo commerciale. Avrei potuto scegliere di muovermi indipendentemente dalla band per suonare all’estero con altri ma non è capitato, ed avrei dovuto rinunciare comunque ai Fiaba. In realtà, penso che debbano essere i posti a chiamarti, allora vale la pena di muoversi .

Comunque i Fiaba hanno creato il loro progetto con la lingua italiana e forse, avessero seguito la moda dell’utilizzo dell’inglese, certe cose non le avrebbero realizzate. I Fiaba sono questi.
Sono d’accordo e c’è anche un rovescio della medaglia, se avessimo avuto un grosso contratto con una major avremmo avuto sicuramente mezzi e tempi differenti per realizzare i nostri album ma lavori come “Lo Sgabello del Rospo” o “Il Bambino Coi Sognagli” non sarebbero mai nati perché nessuna major avrebbe permesso la pubblicazione di un concept sulle rane o una suite di 18 minuti dai tempi assolutamente non radiofonici. I nostri fan devono capire che il sacrificio che abbiamo fatto, con i Fiaba diffusi nel mondo con una risonanza minore di quella che avrebbero potuto avere, è il contraltare della libertà che abbiamo di fare musica senza compromessi. Purtroppo stiamo vivendo un periodo nero per i live e la musica in generale.

Come vi siete organizzati per la promozione del disco e cosa pensi della situazione attuale?
Per la promozione, fortunatamente possiamo utilizzare internet che ci permette di raggiungere un’enorme quantità di ascoltatori in Italia e all’estero. Per l’altro discorso mi ero ripromesso di non parlarne in ambito di dissertazioni artistiche, già i media mainstream ne stanno disquisendo anche troppo. Mi sento comunque di dire che adesso è un momento molto delicato e non tutti stanno capendo ciò che succede, invito pertanto a documentarsi e farsi un’idea in base alla propria consapevolezza e comunque la si pensi, che un pangolino abbia avuto rapporti promiscui con un pipistrello o che ci siano delle responsabilità, dobbiamo cercare di restare uniti e non aver contrasti tra di noi: malgrado si possano avere punti di vista differenti, bisogna cercare elementi comuni e mettere da parte le divergenze.

L’album è stato pubblicato per la Lizard Records. Com’è nata questa collaborazione e cos’ha determinato questa scelta?
Loris Furlan, che è il mastermind della Lizard, è un amico, ci conosciamo da 30 anni. E’ stato il primo a credere nei Fiaba. Nel 1991 acquistò una nostra audiocassetta, era un demo, ed e stato lui a trovarci il primo contratto discografico, chiaramente  la fiducia nei confronti di Loris è smisurata. E’ importante collaborare con persone convinte della validità del progetto.

Dove i nostri ascoltatori possono seguirvi sul web?
Sicuramente sulla pagina Facebook dei Fiaba. E’ sempre aggiornata su tutto quanto ci riguarda.

Grazie di essere stato qui con noi!
Grazie a voi.

Trascrizione dell’intervista rilasciata a Mirella Catena nel corso della puntata del 7 Dicembre 2020 di Overthewall. Ascolta qui l’audio completo:

Rovescio della Medaglia – Nel segno della contaminazione

Il 20 Novembre è stato pubblicato per la Jolly Roger Records il live celebrativo “Contaminazione 2.0” della storica band italiana Rovescio della Medaglia, incentrato sul loro album “Contaminazione” (1973), considerato un capolavoro del rock progressivo italiano. A parlarci di questa nuova ed attesa uscita discografica, torna su Overthewall, il grande Enzo Vita!

Quando è nata l’idea di proporre il vostro terzo album, “Contaminazione”, dal vivo?
Prima di fare il concerto avevamo stabilito che registravamo perché era la prima volta che si suonava dal vivo dopo le prove, sentito il risultato ho deciso che era possibile farne un live.

Perché proprio “Contaminazione” e non un altro classico come “La Bibbia”?
Perché “Contaminazione” ce lo chiedevano per intero.

Probabilmente con “La Bibbia” avete aperto le porte all’hard rock in Italia, pian piano avete
iniziato a sperimentare cose nuove, come il flauto in “Io Come Io”, sino ad arrivare alle
contaminazioni di “Contaminazioni”. Oggi siete considerati uno degli act classici del progressive italiano, ma all’epoca voi come vi consideravate? La vostra è stata una mutazione voluta o inconscia? Vi sentivate una band prog o facevate semplicemente quello quello che vi sentivate di fare in quel momento?

E’ vero con “La Bibbia” abbiamo aperto all’hard rock ma non è stato qualcosa di pensato prima. Sai, sono cose belle che accadono quando pensi solo a suonare ciò che ti piace. Così è venuto fuori “La Bibbia”, con delle variazioni prog. Aggiungo, dietro a tutto questo si cela il desiderio di esistere senza indottrinamenti vari.

Come è stato lavorare con il Maestro Bacalov?
E’ stato proficuo ed eccezionale, perché, come aveva intuito il direttore artistico della RCA, noi avevamo bisogno di una guida, e Bacalov lo è stata.

All’epoca Bacalov ha curato gli arrangiamenti, chi se ne è occupato invece in occasione di questa rivisitazione?
Ho la responsabilità del RdM in tutto, anche se ascolto i miei collaboratori.

Quanto è difficile contaminare oggi?
C’è cosi tanta musica al giorno d’oggi, che è difficile mettere insieme i vari stili musicali! Però si può fare, è un’idea in questo momento…

Ci sono stati elementi di contemporaneità che hanno contaminato i vostri brani in occasione del concerto a San Galgano?
Sono passati molti anni dall’originale, siamo andati avanti con lo studio e quindi qualcosa è stato modificato. E’ stato normale attualizzarlo.

L’abbazia di San Galgano è un luogo mitico, legato alla leggendaria Spada della Roccia: la scelta di quel posto magico come si è concretizzata?
L’idea è nata da Nicola Costanti (tastierista\cantante) che abita lì vicino, io l’ho accettata volentieri.

Vi siete avvalsi dell’aiuto di un quartetto d’archi e di Vittorio De Scalzi dei New Trolls, come sono nate queste collaborazioni?
Era un concerto in onore di Bacalov e quindi gli archi era giusto inserirli, con Vittorio invece la spinta è arrivata dal desiderio comune di improvvisare qualcosa insieme… così lo abbiamo fatto.

Le vostre prossime mosse? Porterete dal vivo lo stesso show appena sarà possibile riprendere l’attività live?
Penso di cambiare qualcosa, eseguiremo le parti migliori di “Contaminazione”, faremo “La Bibbia” con le dovute modifiche (lo stiamo realizzando in inglese, altre notizie seguiranno). Spero di suonare sia qualcosa da “Microstorie” che da “Tribal Domestic”, che molti ritengono difficile da realizzare. Però è un mio sogno, vedremo più in là.

Trascrizione dell’intervista rilasciata a Mirella Catena nel corso della puntata del 23 Novembre 2020 di Overthewall. Ascolta qui l’audio completo:

Witchwood – L’inverno sta arrivando

Tra i dischi più attesi di questi ultimi mesi del 2020 c’è sicuramente “Before the Winter” (Jolly Roger Records) dei Witchwood. Ne abbiamo approfondito i contenuti con il cantante e chitarrista Ricky Dal Pane.

Benvenuto su Il Raglio del Mulo, Ricky. Il nuovo album si intitola “Before the Winter”, quell’inverno lo dobbiamo intendere in senso metaforico? E sì, a quale inverno ci stiamo approcciando?
Ciao a tutti, è un piacere rispondere alle vostre domande. Assolutamente in senso metaforico. L’inverno a cui fa riferimento il titolo è l’argomento che lega quasi tutti i brani dell’album è una metafora della depressione, come fosse un inverno dell’anima appunto. Uno stato di morte e vuoto apparente per alcuni perché in realtà la vita, sotto la morsa del gelo, continua il suo corso… ma come se fosse sospesa, nascosta a chi non sa più percepirne la bellezza. Ho provato a dare varie chiavi di lettura per questa situazione – così difficile e sottovalutata e interpretata a volte da alcuni solo come un futile capriccio o nulla più – partendo da quello che succede precedentemente e dalle situazioni differenti che possono portare a trovarsi soffocati in questa morsa.

Il disco era già pronto da un po’ ed è stato rimandato per la pandemia, oppure è nato proprio nei funesti giorni del primo lockdown?
Il disco era già pronto prima della pandemia. Tra composizione e produzione, ci ha tenuti impegnati circa due anni, principalmente 2018/19. In accordo con la nostra etichetta, e vista l’impossibilità di supportarlo con un’adeguata promozione causa la difficile situazione, abbiamo deciso di posticiparne l’uscita fino ad oggi. Ora ci ritroviamo praticamente nella stessa situazione ma non potevamo più attendere, anche perché sinceramente volevamo vedere uscire l’album e iniziare a raccogliere tutti i vari feedback. Tenerlo in un cassetto è stata una vera tortura.

Il nuovo chitarrista, Antonino Stella, ha partecipato in maniera attiva alla scrittura del disco?
Bè, definirlo nuovo è un po’ eccessivo, Antonino è entrato nei Witchwood da ormai cinque anni ed ha inciso con noi l’EP “Handful Of Stars”, potremmo definirlo comunque ancora l’ultimo arrivato ah ah. Tornando alla domanda, i brani vengono principalmente scritti da me, spesso sulla chitarra acustica. Poi vengono elaborati ed arrangiati da tutta la band, e qui  l’apporto di ciascuno è fondamentale per definire il risultato finale ed ottenere quello che è a tutti gli effetti il nostro sound.

Come è cambiato, se è cambiato, il bilanciamento dei diversi strumenti rispetto all’esordio. La vostra proposta è arricchita dalle chitarre, dalle tastiere e del flauto, il loro bilanciamento è rimasto immutato nel tempo? Io ho avuto l’impressione, per esempio, di un maggiore spazio lasciato alle tastiere in questo nuovo lavoro.
Sicuramente e volutamente abbiamo cercato di conferire un’aspetto differente e più ricco di sfumature  al nostro sound aggiungendo molte più parti di synth, rhodes ecc. I nostri brani sono ricchi di arrangiamenti, a volte anche decisamente complessi ma cerchiamo comunque di mettere sempre ogni strumento al servizio degli stessi. In questo senso, stavolta abbiamo posto molta più cura cercando di suonare meno prolissi e più efficaci che in passato, non obbligandoci ad inserire forzatamente in ogni canzone un assolo od un determinato strumento, se questo ci sembrava superfluo in quel contesto. Inoltre, abbiamo dato volutamente un respiro diverso al suono delle chitarre cercando di creare suoni dinamici prima che potenti e fini a se stessi.

In passato avete dimostrato una certa versatilità stilistica, tant’è che alcuni parlano di voi come band hard rock, altri come progressive, alcuni folk e vi siete esibiti al Malta Doom Festival. Credete che questa difficile catalogazione del vostro sound sia stata confermata dal nuovo disco?
Sì, sappiamo che definirci chiaramente è un problema per molti ah ah. Quando mi viene fatto notare, io rispondo sempre che è il più bel complimento che si possa fare alla nostra musica. In questi anni ci hanno accostato praticamente a tutto, a volte ci hanno detto che siamo derivativi ma senza poi riuscire chiaramente a definire derivativi da chi. Abbiamo tante influenze, come credo chiunque imbracci uno strumento e come ogni band anche di successo di questo pianeta. Ma abbiamo sempre cercato principalmente di scrivere buone canzoni, fregandocene se suonavano troppo in una maniera o in un’altra o se dovessero rientrare in un sound specifico a tutti i costi. Credo che si dovrebbe dare meno peso alle etichette e più alla qualità e personalità di una proposta. Proseguendo il nostro cammino musicale, poi siamo anche maturati e ci siamo staccati anche da molti dei cliché del genere. E sono fermamente convinto, a costo di sembrare arrogante o presuntuoso, che nel nostro nuovo album di personalità ce ne sia da vendere. Sicuramente, mi sento di poter affermare che non siamo certo i cloni di nessuno e che ascoltando questi brani la nostra personalità emerga decisamente e chiaramente.

Più genericamente siete inseriti nel calderone del retro-rock, fenomeno che in un certo momento pareva pronto ad esplodere grazie al successo di band come Graveyard, Kadavar, Bigelf, Blood Cerimony e Rival Son, giusto per citarne alcune. Oggi quell’onda sembra che sia si arrestata, un bene o un male? Ci perde il movimento, che ritorna nell’underground, oppure può essere un valido filtro per lasciare in evidenza solo le entità migliori?
Credo, e lo avevo già detto spesso in passato, che tutto funzioni inevitabilmente a cicli, specialmente il recupero di certe sonorità. Soprattutto negli ultimi due decenni è tutto un susseguirsi di correnti e generi che tornano regolarmente alla ribalta. Questo sicuramente comporta aspetti positivi e negativi. Tutta l’attenzione avuta negli ultimi anni per, se vogliamo chiamarlo così, il retro rock ha sicuramente puntato i riflettori su formazioni come la nostra che però non suonano certo da poco tempo. Alcuni di noi suonavano insieme già 25 anni fa e dal vivo proponevano cover come “Gipsy” degli Uriah Heep, che suoniamo ancora regolarmente anche coi Witchwood. Questo per dire che l’unica cosa realmente cambiata per noi negli ultimi anni è stato l’interesse verso quello che facciamo, ma questo non ci ha influenzati nelle nostre scelte stilistiche che hanno un’origine che viene da lontano. Sicuramente c’è stato un numero spropositato di band, anche giovani, che si sono lanciate su questo trend saturando il mercato all’inverosimile. Il tempo poi darà ragione a chi veramente avrà avuto qualcosa in più di valido da dire. Comunque, credo anche che tutto questo valga per tutti i generi, negli ultimi anni c’è stato un ritorno massiccio di band che suonano metal classico, thrash, doom ecc. Sinceramente però non capisco perché solo quelle che si rifanno ai 70 vengano viste negativamente perché recuperano sonorità retro o datate. Cos’è, un gruppo che suona come gli Anthrax al giorno d’oggi è per caso moderno o attuale?

C’è possibilità di innovare il rock classico senza snaturarlo?
Più che innovazione, che è una parola un po’ fuori contesto applicata al concetto di classico, c’è evoluzione quando pur suonando cose già fatte in precedenza emerge la personalità della band che in quel momento suona, filtrando il tutto con le sue esperienze, e che crea così un connubio tra passato e presente. Molti oggi ripropongono, a volte anche con bravura, in maniera pedissequa le caratteristiche di certi gruppi… e a molta gente piace. Io preferisco magari ascoltare e percepire da dove arriva il suono di una band e cogliere come loro hanno filtrato queste influenze, cosa che poi succedeva anche nei 70, se pensi a come allora gruppi divenuti leggendari o fondamentali riproponevano quello che avevano ascoltato precedentemente dai loro maestri ma in una chiave diversa e personale.

Quali sono gli elementi di novità che vi contraddistinguono rispetto ai gruppi che vi hanno ispirato?
Questo non so dirtelo, forse può essere percepito meglio dall’esterno. Ma  riallacciandomi al discorso precedente posso provare a risponderti la nostra personalità, che deriva dalle nostre esperienze di vita e con cui filtriamo quello che sentiamo e suoniamo.

Sul disco, nella versione in vinile, è presente anche la cover di “Child Star” di Marc Bolan, quando vi approcciate ai brani altrui cercate di mantenere una certa coerenza con l’originale o tentate di renderlo quando più possibile vostro, anche a costo di trasfigurare il pezzo?
Dipende dal brano con cui ci si confronta. Alcuni si prestano ad essere totalmente rimodellati o stravolti, altri funzionano già benissimo come sono ed è sufficiente aggiungere il proprio tocco e la propria sensibilità nell’interpretarlo. La cover di Bolan era stata realizzata per un doppio tributo Bowie / Bolan. “Child Star” l’abbiamo completamente riarrangiata pur con tutto il rispetto e l’amore che nutriamo per questo grandissimo artista. Di Bowie registrammo “Rock’N’Roll Suicide”, che invece abbiamo mantenuto quasi fedele all’originale. A noi comunque piace ogni tanto suonare e registrare cover… troviamo sia una sfida stimolante.

Una delle altre cover che avete realizzato  in questi anni è quella di “Rainbow Demon” degli Uriah Heep, proprio qualche giorno fa è venuto a mancare un artista immenso, Ken Hensley. Secondo voi con la morte dei grandi si sta chiudendo definitivamente una pagina della storia del rock oppure c’è un filo conduttore, magari nascosto nell’evoluzione sonora, che non porterà mai alla fine di un certo tipo di rock?
In quello che ho detto prima credo di aver già risposto alla domanda. La morte di Ken Hensley è stata una notizia devastante. La sua musica ha avuto un’enorme importanza nella nostra vita, se penso a quante volte ho cantato i suoi brani, a quanto mi hanno accompagnato in tanti momenti fondamentali della mia esistenza. Inutile negare l’enorme debito musicale che abbiamo nei confronti degli Uriah Heep. Di spalla ad Hensley abbiamo poi tenuto il nostro primo concerto a nome Witchwood… si può dire che ci abbia battezzato. Sicuramente con la morte di questi artisti se ne va un mondo e un modo di vivere la musica unico, credo sia veramente la fine di un’epoca. M è anche giusto e naturale che sia così. Fa parte dell’ordine delle cose. La strada ora va tracciata da altri, non dico da noi che ormai non siamo più certo dei ragazzini, e non so sinceramente come e se il rock proseguirà o evolverà, non ho purtroppo la verità in tasca. Ma mi auguro che la scintilla di rivelazione che lo anima da sempre non si spenga mai neanche nelle generazioni future.

Altare Thotemico – Selfie ergo sum

“Selfie Ergo Sum” (Ma.Ra.Cash \ New Model Label) è una fotografia dura, inclemente e sarcastica della società attuale. L’occhio dietro l’obiettivo, griffato Altare Thotemico, è quello vigile di Gianni Venturi.

Ciao Gianni, il primo approccio con il nuovo album dei tuoi Altare Thotemico è sicuramente provocatorio. Mi riferisco sia al titolo “Selfie Ergo Sum” che alla copertina che immortala la Statua della Libertà intenta a farsi un autoscatto. Vorrei iniziare anche io questa intervista in modo altrettanto provocatorio, non credi che alla fine ogni disco, o generalmente un’opera d’arte, sia una sorta di selfie?
Potrebbe essere, ogni opera contiene però la parte intima dell’artista, il selfie spesso rappresenta una sorta di avatar. Una realtà solo immaginata. Mentre l’opera cerca spesso di mostrare il nascosto, il selfie tende a rappresentare il palese. La domanda che spesso personalmente mi pongo è: quello che creo è il me intimo? O la rappresentazione del me ideale? Pare che oggi per essere devi apparire, mentre quando crei vorresti che fosse la tua opera a parlare per te. Selfie interiore?

In generale qual è il tuo rapporto con la contemporaneità e, in particolare, con la deriva digitale che ha preso l’industria discografica? Per esempio, uno dei mezzi più potenti di promozione è Instagram, dove la centralità è data alle immagini e marginalmente alla musica.
Il mio rapporto con la contemporaneità è l’essere contemporaneo negli argomenti e nel mio esistere. Per quanto concerne gli Altare, lavoro con giovanissimi che anche se amano il passato, hanno ovviamente un linguaggio più attuale rispetto al mio, la fusione temporale mia e loro mi pare interessante. La deriva digitale la trovo dannosa per la musica, a parte l’ovvietà della fine del disco a livello commerciale, e quindi la crisi delle etichette, tanto da chiederci se hanno ancora un senso le etichette. Instagram mi pare completamente legato al concetto di selfie ergo sum! Poi, sai noi suoniamo musica progressiva, ovviamente siamo legati a tempi in cui l’ascolto musicale era quasi sacro, si andava per negozi di dischi a cercare le novità, con i pochi soldi che avevi dovevi scegliere. Oggi le novità ti fagocitano, un enorme quantità di progetti rimbalzano da un social all’altro. La tua domanda si conclude con una verità.

Nel vostro sito web ho trovato una sezione molto interessante, il Blog Thotemico: di che si tratta?
Il progetto Altare, non è solo musicale, ma un progetto pensante, quindi il blog rappresenta il pensiero nostro su quello che facciamo, perché lo facciamo e da cosa siamo influenzati!

Il disco si apre con uno dei pezzi più duri dal punto di vista lirico, “Non in Mio Nome”, quasi a voler dimostrare che avete finito di scherzare e che si inizia a fare sul serio. Come mai avete scelto questo brano come apertura?
Crediamo che comunque essere artisti abbia ancora una valenza politica, non partitica, ma politica intesa come scelta! Scegliere di dire: “Non in Mio Nome”, è un punto di partenza. Ovviamente i ragazzi hanno sposato la mia linea filosofica, perché per fortuna è anche la loro! Il brano è duro perché l’argomento richiede durezza e una netta presa di posizione. Politicamente scorretto! Importante anche la linea musicale, legata ad un arpeggio nato in un pomeriggio buio dalle mani di Agostino Raimo, nel sentirlo ho provato un brivido e recitato inventandolo sul momento il testo. Se i soldati dicessero no, non ci sarebbero le guerre, se consumassimo meno e meglio, calerebbe l’inquinamento, tante cose che succedono sono legate anche alle scelte del popolo!

Dal brano è stato tratto anche un video, chi se ne è occupato?
Il video è nato in tempo di covid, doveva uscire il 30 aprile. Quindi Teo Rinaldi ha letto le parole e cercato le immagini, la parte girata l’abbiamo fatta con i cellulari, lui ha montato il tutto. A noi è piaciuto ed eccolo!

All’interno del disco troviamo una nuova line up, potresti presentarla?
Ho sempre considerato il progetto Altare Thotemico un progetto indipendente dalle persone, ma oggi questa nuova band mi ha conquistato mente e cuore, per la maturità e profondità. Marika Pontegavelli è stata la prima che ho incontrato, sostituire Leo caligiuri, non era facile. Fin dal primo istante ho trovato una sintonia magica, lei suona il piano da Dio e canta, oltre che compositrice di talento. Poi è arrivato Filippo Lambertucci, giovane batterista ma potente e fantasioso, in tre abbiamo composto le prime cose, c’era ancora mio fratello al basso, poi ha fatto altre scelte, probabilmente non aveva visto in questi ragazzi quello che ho visto io. Ed ecco arrivare come un missile Giorgio Santisi, che dire? Groove, armonia, potenza e delicatezza! Poi dalle campagne bolognesi, Agostino Raimo, uno dei talenti più puri che ho conosciuto fino a d ora, chitarra magica idee compositive, ed ha pure mixato il disco, ma non lo paghiamo di più. Emiliano Vernizzi ospite d’eccezione con il suo magico sax, anzi più che un ospite, un thotemico esterno. Ultimo brano, poesia di tromba, Matteo Pontegavelli.

Oltre che dal punto di vista esecutivo, credi che l’avere gente nuova intorno ti abbia condizionato anche dal punta di vista compositivo?
Ovviamente e per fortuna, intanto da anni non avevamo un chitarrista, Agostino ha risvegliato il mio rock addormentato, mentre la Marika ha mantenuto il suo jazz pianistico. Filippo senz’altro quello che più è vicino al mio modo d’intendere musica, anzi così era all’inizio, ci siamo fusi, le composizioni più belle sono nate in sala prove. Si mi hanno influenzato, come io probabilmente avrò influenzato loro! Giorgio è il collante tra i due mondi generazionali!

Pur rimanendo ancorato al prog, mi pare quest’opera sia meno cerebrale e più istintiva, sbaglio?
Questo disco è più vicino al primo che al secondo, nato come ho già detto in sala prove spesso a occhi chiusi, a volte s’innescava una vibrazione creativa che mi commuoveva, si molto più istintivo, ma anche curato e pensato. Meno improvvisazione esecutiva rispetto al secondo, ma allo stesso tempo una sorta d’improvvisazione creativa. Prog è progressione, dire cos’è il prog significa non averlo capito.

Accanto alla tua produzione a firma Altare Thotemico, ne porti avanti un’altra autografa: in cosa differiscono questi due cammini artistici?
Non dormo, soffro d’insonnia quindi creo. “Mantra Informatico” è un disco dove con la voce simulo strumenti vari, basso batteria, chitarre, synth! Di vero c’è solo a tratti un basso elettrico, e alcuni interventi di pad elettronici. Ma la poesia è la stessa in ogni mio lavoro.  A Novembre uscirà un disco con Alessandro Seravalle: “Qohelet”, disco folle dedicato ad un testo della bibbia tradotto da Ceronetti con testi anche miei. E “Moloch” progetto dedicato alla beat generation con Lucien Moreau.

Chiuderei soffermandomi un attimo sul tuo libro di poesie, recentemente pubblicato da Ladolfi Editore, “21 Grammi di solitudine”. La poesia ti permette di esplorare una parte di te che non è raggiungibile con la tua attività musicale? Nel tuo caso specifico, poesia e musica sono così distanti da doverle scindere per dare ad ognuno di esse una dignità propria?
Ho pubblicato altri lavori, amo la poesia musicale, alcuni cantautori scrivono poesie splendide, Paolo Conte, De André, De Gregori e altri. Però come diceva il mio maestro e mentore Roberto Roversi, c’è una poesia che va letta in solitudine, poiché possiede già tra verso e verso una sua musicalità. All’ultima domanda rispondo di nì, ogni forma d’arte è vera se racchiude in se la poesia. Penso che la musica e la poesia siano fatte per incontrarsi.

Corde Oblique – The dry side of the moon

Esistono realtà, come i Corde Oblique di Riccardo Prencipe, che si muovono ai confini dei generi, rendendo così tanto impervia la catalogazione quanto affascinate la propria musica. Il nuovo “The Moon is a Dry Bone” (Dark Vinyl Records \ Metaversus Pr) non è da meno, affascinante sin dal criptico titolo, trasporta l’ascoltatore in un mondo parallelo che pare creato dal pennello visionario di De Chirico.

Riccardo, benvenuto su Il Raglio del  Mulo, con “The Moon is a Dry Bone” arrivi al settimo sigillo con iCorde Oblique, lo avresti mai immaginato all’indomani della fine dell’avventura Lupercalia? 
In effetti, si tratta del mio nono album in studio, il decimo se calcoliamo anche il live “Back Through the Liquid Mirror”. E’ molto difficile giudicare sé stessi e spesso i creativi dicono cose molto meno intelligenti di quelle che producono. Direi semplicemente che ero molto determinato a fare tanto e bene, spero di esserci riuscito.

Cosa aggiunge di nuovo questo album alla tua già nutrita discografia?
Sicuramente il sound: utilizzo anche chitarre elettriche e molti effetti, per la prima volta inoltre abbiamo introdotto la fisarmonica (di Carmine Ioanna). Dopo un album molto ricercato come “I Maestri del Colore” è venuto da sé un naturale ritorno alla forma canzone, anche se, in alcuni casi, molto audace.

Credi, invece, durante il tuo cammino artistico di aver perso qualche peculiarità che avevi all’inizio?
Forse quell’attitudine neofolk è un po’ più evanescente, in favore di una svolta prog. Anche se i nostri ascoltatori più fidati, per fortuna, continuano a seguirci nonostante la nostra voglia incessante di rimetterci in discussione.

Il titolo “The Moon is a Dry Bone” cosa significa?
“La luna è un osso secco”, un momento storico di stasi e di disincanto. Tutto ciò non ha assolutamente nulla a che vedere con il virus, lockdown etc. La luna era già un osso secco da tempo. L’egotismo di questo momento storico ha prosciugato la fertilità ricettiva del pubblico. Ci sentiamo ormai tutti su un palcoscenico virtuale.

Ancora una volta degli ospiti illustri, ti andrebbe di parlarne?
Non ho mai badato alla “fama” dei miei ospiti, nei miei dischi ci sono sia nomi “illustri” che perfetti sconosciuti. In questo disco sicuramente le novità sono due voci maschili: Andrea Chimenti e Miro Sassolini. Ho iniziato ad aprirmi e ad ascoltare la new wave italiana degli anni d’oro. Il risultato è una bella contaminazione di sensi. In realtà, c’è una terza voce maschile: Sergio Panarella, degli Ashram, con cui abbiamo collaborato già diverse volte. Un’altra voce che spero continuerà ad essere parte delle nostre sonorità anche in futuro è Rita Saviano, con cui lavoriamo anche live. Rita ascoltava e conosceva molto bene i nostri brani già da prima di cantare con noi, questo ha dato molto al progetto, è stata sicuramente una grande e nuova energia. Il dato tecnico conta poco se non c’è quello sensibile e una consonanza di gusti. Un altro nome non nuovo è Denitza Seraphim. Considero Denitza una sorta di sorella sonora, a mio parere una piccola grande erede della immensa Lisa Gerrard.

Quella degli ospiti è una costante nei tuoi album, mi verrebbe quasi da dire che non possano neanche essere definiti tali, che siano, anche se diversi di volta in volta, dei membri aggiunti. Teoria senza senso la mia?
Assolutamente vero! Da sempre gli ospiti sono parte integrante del progetto: Corde Oblique è una bottega. Di certo la band vera e propria è quella live, fatta da me, Edo Notarloberti, Umberto Lepore, Alessio Sica, Rita Saviano. Ma molti di questi ospiti sono di fatto parte integrante della formazione: Caterina Pontrandolfo ad esempio collabora con noi da oltre 15 anni, stimo molto il suo percorso creativo e la qualità dei suoi lavori, a prescindere dalla collaborazione con i Corde Oblique. Stesso discorso per Luigi Rubino.

Altra costante è la presenza di cover nel vostro repertorio, che piacere ti da lavorare sui brani altrui?
Esatto. Ogni volta che lavoro su una cover è un po’ come se dovessi distruggere qualcosa per poi ricrearla. Ha senso fare cover se sei disposto a rimischiare le carte. Per farlo bisogna porsi in modo disinibito verso di esse. A volte è difficile, poiché spesso ci si confronta con brani con cui si è cresciuti, ma la differenza tra una copia e una rivisitazione è proprio questa. Proviamo a “rivisitare” i brani con il nostro stile.

Su “The Stones of Naples” troviamo “Flying” degli Anathema, gruppo a cui hai reso tributo anche nel nuovo lavoro con “Temporary Peace”: come mai sei così attratto dal repertorio degli inglesi?
Ascolto gli Anathema da “Silent Enigma”, fu un disco che cambiò molto il mio modo di percepire la musica estrema a cui ero molto legato. Sentivo per la prima volta in quel lavoro delle sonorità che ai tempi avevano a che fare con il doom metal. Successivamente Daniel Cavanagh apprezzò molto la nostra cover di “Flying” ed aprimmo un suo concerto. Nell’album “A Hail of Bitter Amonds” c’è invece una collaborazione con Duncan Patterson.

In chiusura, mi soffermerei sul rapporto musica\immagini, dalla title track è stato tratto un video: come è nato?
Conoscevo il regista lituano “Rytis Titas” per i suoi bellissimi video per i Diary of Dreams, gli inviai il brano e gli proposi di realizzare una clip in stile noir con citazioni delle foto del disco, scattate da Paolo Liggeri. La donna sogna di svegliarsi e di correre nel bosco, ad un certo punto è attratta dalla luce della luna, ma quando si avvicina arriva il disincanto, la disillusione: la luna è un osso secco.

Foto (© Sabrina Ardore)

Goad – La musica delle sfere

Buona serata da Mirella, anche stasera diamo voce ai musicisti validi che popolano la scena musicale italiana, questa è la volta di Maurilio Rossi dei Goad.

Ciao Maurilio, i Goad sono la band fondata da te nel 1974, siamo nel periodo più fertile del progressive rock. Ci racconti gli inizi della tua carriera musicale?
I primi passi furono nell’ambito di feste e piccoli concerti del Liceo Classico che frequentavamo io e mio fratello, mentre studiavamo su strumenti da poche lire i dischi più belli dell’epoca… non esistevano spartiti e, se c’erano, erano quasi tutti sbagliati perfino negli accordi di base. Quindi tanto orecchio e puntina del giradischi su e giù nei punti critici! Per quanto mi concerne, ho passato notti intere a studiare i passaggi di Paul Mc Cartney e Jack Bruce dei Cream, ma anche tanti altri, poi i primi passi dal vivo con impresari e debiti per attrezzatura da portare a giro. Nel 1975 facemmo il Festival Nazionale dell’Unità a Firenze suonando tutto “Genesis Live” nel  pomeriggio e un repertorio di ballabili di ogni tipo alla sera. Era presente un certo Berlinguer…

Quali sono gli elementi che caratterizzano la tua musica?
Direi che soprattutto le sorprese armoniche che non ti aspetti, i cambi totali di atmosfera, siano le nostre peculiarità, senza un riferimento preciso a nulla di prestabilito. Piena libertà compositiva che equivale allo sperimentare l’ipnosi che la musica esercita se attivi il canale giusto di comunicazione con l’inspiegabile, come diceva Poe: la musica delle sfere!

Non credi che il progressive in questi anni abbia perso la sua vocazione progressiva e sperimentatrice?
Da moltissimo tempo! Secondo me da quando è stato coniato il termine stesso. Quando cataloghi qualcosa, quel “qualcosa” è già morto. Si sono gettati tutti a rodere un osso del  paleolitico, usando gli stessi codici, gli stessi timbri, strumenti, cambi di ritmo, in un insensato gioco a chi imita e riproduce meglio i  gruppi di riferimento – sempre i soliti,  fra l’altro – il punto è che non si accetta l’eretico, non si accetta l’originalità perché il confronto con il “differente” è insopportabile per gli imitatori. Ovvio che vi siano  fantastiche eccezioni, ma secondo me mancano le canzoni, il punto nevralgico negativo è che sembra che nessuno sia capace di cimentarsi con il  senso compiuto di un brano senza aver bisogno di mille frasi che si accavallano spezzettate in mille tempi ritmici diversi, ma è solo il mio punto di vista.

Nella tua musica c’è stato sempre uno stretto legame con la letteratura, credi che i testi siano un elemento imprescindibile nella tua proposta musicale?
Per me fare testi è sempre stato arduo, in italiano poi quasi impossibile, avendo suonato una vita soltanto per un pubblico straniero in massima parte anglofono. Io stesso ho vissuto all’estero usando solo questa lingua, nel mio accento italiano che non posso certo rinnegare! E allora ho scelto di musicare la poesia eterna, musicalissima, di certi autori, partendo da E.A.Poe e proseguendo per Lovecraft, E.Lee Masters, Landor e Keats, ma amo fare musica ad ampio spettro e adoro fare colonne sonore od opere soltanto strumentali. Ho tantissimi inediti che forse un giorno stamperò in copie limitate. Ho scritto io stesso tanti testi, come l’album “The Silent Moonchild”, basato su di un mio racconto gotico poi suddiviso in varie tracce. Per  il lavoro “In the House of the Dark shining Dreams” invece ho usato in larga parte testi di un autore che scrive di musica e cultura in genere, Luca Rimbotti.

Parliamo del presente: so che stai lavorando a un nuovo album. Puoi darci qualche anticipazione?
Certo! Si basa su testi lirici di John Keats e sta venendo fuori un’opera monumentale da sfrondare con accuratezza perché vi è materiale per quattro CD di un’ora ciascuno. Come sempre, ho suonato tutti gli strumenti che ho voluto usare, compresa la batteria, in attesa di interventi esterni di altri musicisti volenterosi. Ma in linea di principio ho ricercato la composizione e la esecuzione in stile live, come fosse eseguita da quattro o cinque musicisti in un piccolo locale di avanguardia oscuro  e con un pubblico in massima parte disattento o perso in pensieri propri, che beve e fuma e guarda nel vuoto. Ho immaginato questi musicisti perduti nel loro sogno tutto personale, senza futuro né ambizioni se non quello di esprimersi al meglio in ciò che fanno, attenti soltanto a ciò che i loro compagni su palco stanno suonando e tesi a enfatizzare i testi cantati. Quindi molto pianoforte, basso, chitarre acustiche ed elettriche quasi senza effetti, qualche colore orchestrale non ridondante e voce evocativa al massimo possibile…

Qual è l’errore nella tua carriera, se c’è stato, che eviteresti col senno di poi?
Il rifiuto della proposta di Freddy Mercury per tour europei e dischi a Salisburgo con Moroder nel 1981. Il motto “tutti per uno,uno per tutti” era soltanto mio, devo dire che fui tradito dai miei compagni di viaggio musicale di allora dopo un mese di trattative estenuanti e il tempo successivo confermò che avevo scelto male perché, della formazione originale, rimanemmo soltanto io e mio fratello che  però ha scelto la carriera di chirurgo, limitandosi al ruolo di membro aggiunto in qualche occasione soltanto..

Dove i nostri ascoltatori possono seguirti sul web
https://goadband.bandcamp.com
https://myspace.com/goad.art.rock/bio

Trascrizione dell’intervista rilasciata a Mirella Catena nel corso della puntata del 10 Agosto 2020 di agosto di Overthewall. Ascolta qui l’audio completo: