Silvered – L’ora delle streghe

Ancora un album d’altissima qualità proveniente dall’Italia. I Silvered con “Six Hours” (BadMoonMan Music / Solitude Productions) ci dimostrano che il Salento non è solo la terra de “lu sule, lu mare, lu ientu”.

Ciao Daniele, avevamo lasciato i tuoi Silvered alle prese con l’album di debutto “Grave of Deception”, li ritroviamo oggi, dopo ben nove anni di attesa, con il secondo disco, “Six Hours”: cosa è successo in questo lungo lasso di tempo?
Ciao a voi, una vita intera direi! Come potrete immaginare ne succedono di cose in così tanti anni. In primis si cresce come persone e si maturano esperienze, musicali e non, si ascolta nuova musica, si leggono nuovi libri. Vicende personali e interpersonali hanno segnato la storia della band, che in un modo o nell’altro non ha mai mollato e si ritrova oggi ad avere un ruolo di tutto rispetto nell’underground metal mondiale.

Line up rivoluzionata, con te unico reduce dal disco precedente: cosa ti ha portato a un rivoluzionamento così profondo della formazione?
Fondai la band nel 2007 con un’idea ben precisa riguardo alla musica e agli obiettivi, ovvero quella di suonare un genere che in Italia e all’estero era abbastanza nuovo, unendo il death metal melodico con il progressive metal e il rock acustico. Agli esordi trovai una buona sinergia con gli ex membri, sia a livello umano che prettamente musicale. Nel periodo di lavorazione del primo album “Grave of Deception” gli equilibri all’interno della band iniziarono però a deteriorarsi sino alla inevitabile spaccatura avvenuta verso la fine del 2011. L’ ingresso dei fratelli Giuseppe (chitarra) e Carlo Ferilli (batteria) diede poi nuova linfa vitale alla band che proseguì coi live e con le prime nuove composizioni. Il gruppo cambiò ulteriormente pelle in seguito alla separazione “pacifica” da Stefano De Laurenzi (tastiere, 2007-2015) e Frank Bursomanno (basso, 2008-2017), come da Roberto Vergallo qualche anno prima (chitarra, 2008-2010 – dal 2017 chitarrista e compositore nella mia attuale rock band Maysnow). Lorenzo Valentino (dal 2015) e Simone Iacobelli (dal 2018) completano oggi la line up.

Quanto hanno inciso i nuovi in fase di scrittura?
Hanno inciso in maniera vitale direi, realizzando tutte le musiche e registrando poi tutti gli strumenti, i primis i fratelli Ferilli, che proprio intorno al 2015 (non ricordo esattamente l’anno) mi convinsero anche a non mollare il progetto, assicurandomi che avremmo potuto realizzare un album straordinario. Cosa che è avvenuta davvero!

Aspettare nove anni per pubblicare un disco e ritrovarsi nel pieno del lockdown non deve essere una cosa facile da digerire, quanto vi sta penalizzando questa situazione in fase di promozione del disco?
Il nostro album non avrebbe potuto avere un’uscita più azzeccata! A parte gli scherzi, dopo appunto così tanti anni, mille peripezie, contrattempi e difficoltà varie che solo una band underground conosce, la soddisfazione risulta doppia, addirittura tripla col fattore pandemia. “Six Hours” per ovvi motivi non ha ancora avuto la promozione che forse merita, ma nonostante tutto è abbastanza conosciuto nel mondo underground, grazie alla BadMoonMan Music e all’etichetta madre Solitude Productions, label esperta in ambito doom metal. La mancanza di live poi non gioca a nostro favore, ci è al momento negato il modo migliore per diffondere la nostra musica, ma ritorneremo non appena possibile sul palco e sarà incredibilmete bello.

Il vostro primo album è stata un’autoproduzione, il nuovo invece è uscito, come dicevi prima, per BadMoodMan Music: noti delle differenze in termini di attenzioni da parte dei media e del pubblico?
In effetti si, “Grave of Deception” (datato 2012) non fu accompagnato da nessuna promozione, se non quella legata ai concerti stessi. Oggi le cose sono molto diverse, come ti anticipavo prima, con BadMoonMan Music/Solitude Productions la visibilità è cambiata radicalmente. Continuano ad arrivarci recensioni e feedback positivi da parte del pubblico, su youtube le visualizzazioni dell’album superano le 50 mila e questo non può che renderci orgogliosi.

Trovo che una delle influenze più evidenti sia quella dei Novembre, credi che la comune provenienza geografica, entrambe le band provenienti dal Mezzogiorno d’Italia (anche se la band di Carmelo è ormai di base a Roma da una vita), vi abbia influenzato in qualche modo nella vostra ricerca sonora tanto da arrivare a soluzioni sonore affini?
Non so se sia questione di provenienza geografica, è più dovuto forse ai gusti personali e al bagaglio musicale che ci portiamo dietro. Sicuramente c’è un sentire comune, con le dovute differenze stilistiche.

Quali tematiche tratti nel disco e cosa si cela dietro il titolo “Six Hours”?
Il concept dell’album è incentrato sulla stregoneria. Ho scritto una storia prendendo spunto da diverse testimonianze reali riportate in alcuni documenti che ho visionato e studiato durante la mia tesi di laurea intitolata “Inquisizione e stregoneria nella terra d’Otranto di antico regime”. Il “Salento magico” ha fatto quindi da ambientazione per le vicende di una ex-suora che, nel tormento e nella disperazione, stipula un patto col diavolo. Le canzoni narrano le ultime sei ore di vita della protagonista.

Il vostro nome si ispira all’opera di Lovercraft, pensi che alla luce della vostra evoluzione, che vi ha portato a un disco come “Six Hours”, ci sia ancora un’affinità concettuale con l’autore di Providence?
Assolutamente sì, da amante della letteratura weird e del Maestro HP Lovecraft posso affermare che entrambi gli album hanno attinenza, il primo con venature più fantasy/horror, il seconto più dark horror. Anche l’autore di Providence scrisse racconti a tema stregonesco e col diavolo i protagonista.

Sono pugliese come voi, ritengo che prima del lockdown, almeno qui nella zona di Bari, le cose dal vivo andassero meno peggio che in altre partidel Meridione. Anche da voi in Salento qualcosa di interessante, grazie a locali come l’Istanbul Cafè o ai festival estivi, si muoveva. Quale scenario si prospetta alla fine della pandemia? Ritieni che si potrà ripartire da là dove c’eravamo fermati o sarà dura rialzarsi?
Credo che alla fine di questo incubo non si tornerà alla vita come noi la ricordiamo, nel senso che avremo sempre a che fare con norme sanitarie e provvedimenti speciali soprattutto per i luoghi chiusi e in ambito spettacoli rivolti al pubblico. Ciò però farà da contraltare ad una voglia irrefrenabile di aggregazione e di musica dal vivo. Paradossalmente questo stop forzato potrebbe portare nuova linfa vitale a tutto il movimento musicale e quindi, lo spero davvero, anche a quello metal.

Shattered Hope – The war prayers

ENGLISH VERSION BELOW: PLEASE, SCROLL DOWN!

I greci Shattered Hope con “Vesper” (Solitude Productions) ci riportano con classe e maestria indietro nel tempo alla magia del doom degli anni 90 firmato Anathema, My Dyong Bride, Katatonia e Paradise Lost.

Benvenuto Nick, dopo sei anni è arrivato il vostro nuovo album, “Vespers”. Il disco è nato durante il lockdown? E in che modo questi strani giorni hanno influenzato la vostra musica?
Ciao! Ebbene, “Vespers” non è un frutto del lockdown. Il suo processo è iniziato alcuni anni fa. A causa di alcune difficoltà che abbiamo dovuto affrontare (due batteristi cambiati) abbiamo avuto gravi ritardi che ci hanno lasciato indietro. Lo avevamo terminato l’anno scorso, ma il blocco ha ritardato di nuovo il rilascio. Quindi, quegli strani giorni non hanno avuto alcun effetto su questo album, ma li avranno sul prossimo (speriamo).

Puoi descrivere la tua musica?
La nostra musica può essere descritta come doom / death metal con alcuni passaggi funeral. Se non vogliamo usare tutte queste etichette, possiamo dire che suoniamo semplicemente musica proveniente dalla nostra anima.

Cinque canzoni sopra i dieci minuti, perché preferite esprimervi in questo modo?
Non abbiamo questo in mente quando iniziamo a comporre una canzone. Ma troviamo una sfida stimolante creare pezzi lunghi e mantenerli interessanti prima per noi stessi e poi per il nostro pubblico.

“Συριγμός” è solo un titolo in greco, cosa significa veramente?
Beh, significa “sibilo”. È un suono assurdo e sibilante che può essere creato dai polmoni o persino dalle bombe che cadono.

Sei ispirato dall’antica cultura greca per la tua musica?
Posso affermare che la cultura greca antica è una grande ispirazione per qualsiasi tipo di musica, così come per la nostra. Non si vede chiaramente nelle nostre canzoni, ma da lì provengono molti pensieri e parole.


Il vespro è la preghiera della sera, perché avete questo titolo per l’album?
Tutto l’album è un viaggio oscuro attraverso la piaga della guerra e volevamo anche un titolo che significasse qualcosa di oscuro. Ecco il perchè!

Quando è nata la tua passione per il doom?
La nostra passione per questo genere è nata molti anni fa quando abbiamo ascoltato per la prima volta i Black Sabbath. Questo è stato l’inizio. Poi, siamo stati rapiti dalla scena britannica doom / death(Anathema, Paradise Lost, My Dying Bride) e non ce ne siamo mai liberati.

Come cambia, se cambia, il tuo suono sul palco?
Essenzialmente, vogliamo avere un suono simile a quello del CDquando siamo sul palco. Ma a volte, penso che i suoni siano più pesanti e questo è solo un bene!

Il tuo ultimo concerto?
La nostra ultima esibizione dal vivo è stata nell’ottobre 2019 qui ad Atene, quando abbiamo suonato al Room of Doom Fest II insieme a Clouds, Inner Missing, Soul Dissolution e Selefice.

Le tue prossime mosse?
Per il momento, le nostre uniche mosse hanno a che fare con la promozione del nuovo album attraverso il web. Quando tutta questa follia sarà passata, speriamo di poter tornare sul palco.

The Greeks Shattered Hope with “Vesper” (Solitude Productions) take us back in time with class and mastery to the magic of 90s doom signed by Anathema, My Dyong Bride, Katatonia and Paradise Lost.

Welcome Nick , after six years your new album, “Vespers” is here. Is the album born during the lockdown? And how did these strange days influence your music?
Hello! Well, “Vespers” isn’t a product of the lockdown. Its process begun some years ago. Due to some difficulties we faced (two drummers changed) we had serious delays which took us back. We had it finished last year, but the lockdown delayed again the release. So, those strange days didn’t had an effect on this album, but they will in the next one (we hope).

Could you describe your music?
Our music can be described as doom / death metal with some funeral passings. If we don’t want to use all those words we can say that we play just music coming from our souls.

Five songs over the ten minutes, why do you prefer this way to express?
We don’t have this on our minds when we start to compose a song. But, we find it challenging to create so long pieces and keep them interesting first to ourselves and then to our audience.

“Συριγμός” is the only title in Greek, what does really means?
Well, it means “sibilation”. It’s this freaking and hissing sound that can be created from lungs or even falling bombs.

Are you inspired by ancient Greek culture for your music?
I can say that ancient Greek culture is a great inspiration for any music, so does for ours. It isn’t seen clear in our songs but many thoughts and words have been taken from there.

Vesper is an evening prayer, why this title for your album?
All the album is a dark journey through the sickness of war and we wanted the title to mean something dark also. So, here we are!

When is born your passion for doom?
Our passion for this genre was born many years before when we first listened to Black Sabbath. That was the start. Then, we got into the british doom / death scene (Anathema, Paradise Lost, My Dying Bride) and we’ve never left.

How does change, if change, your sound on stage?
First of all, we want to have a similar sound as the cd when we are onstage. But sometimes, I think the sounds is heavier and this is only good!

Your last gig?
Our last live perfomance was in October 2019 here in Athens when we played at the Room of Doom Fest II along with Clouds, Inner Missing, Soul Dissolution and Selefice.

Your next moves?
For the time, our only moves have to do with the promotion of the new album through the web. When all this madness passes, we hope that we can be back on stage.

Invernoir – Inverno nero

L’Italia ha da sempre una propria tradizione doom, apprezzata e idolatrata all’estero, ma non per questo negli ultimi anni sono mancate delle entità capaci di distaccarsi parzialmente dal cordone ombelicale tricolore per approdare su lidi altrettanto soddisfacenti. Tra queste, sicuramente gli Invernoir di “The Void and the Unbearable Loss” (Solitude Productions), disco che è una sorta di tributo al doom degli anni 90 di My Dying Bride, Anathema, Katatonia e Paradise Lost.

Benvenuto Lorenzo (Carlini – voce e chitarra), ti andrebbe di ripercorre i passi salienti che vi hanno condotto al vostro primo full length, “The Void and the Unbearable Loss”?
La band è nata un po’ per gioco, eravamo degli amici che avevano voglia di passare insieme delle serate ed il nostro modo di trascorrere del tempo di qualità è sempre stato suonare. Alessandro aveva dei brani scritti molto tempo prima e li ha proposti, ci siamo resi conto che il materiale era valido e che forse era anche il periodo buono per lavorarci su, eravamo molto entusiasti del risultato così abbiamo pensato di non lasciare la nostra musica chiusa nel garage. Io già registravo dischi ai Blue Ocean recording studio perciò il passo è stato breve, abbiamo prima inciso un singolo e poi un EP (“Mourn”) per trovare il giusto sound. L’esperimento non ci dispiaceva affatto, abbiamo continuato a lavorare, la band è andata avanti facendo anche qualche bel concerto e alla fine ci siamo chiusi in studio per sfornare il nostro primo full album: “The Void and the Unbearable Loss”.

Le note promozionali parlano di una precisa volontà di ricreare il suono del doom anni novanta, quello che ha fatto grandi soprattutto le band della Peaceville Records: da dove nasce la vostra fascinazione per quel sound?
Chi prima e chi dopo tutti ci siamo immersi nel doom anni ’90 ma fino alla nascita degli Invernoir nessuno di noi era riuscito a tirare su una band con queste sonorità, pur conoscendoci molto bene facevamo parte di progetti diversi da parecchi anni ed eravamo molto impegnati a farli crescere finché quasi per caso si sono create queste condizioni per suonare tutti insieme.

Quanto è difficile il ricreare il sound e, soprattutto il feeling, di una stagione musicale ormai chiusa da parecchio? In fin dei conti, anche gli stessi protagonisti hanno abbandonato, parzialmente o totalmente, certe sonorità.
Il sound è una delle cose su cui abbiamo lavorato di più, rispetto a quella stagione musicale oggi a distanza di 20 anni siamo abituati a sentire dischi con uno standard sonoro più o meno elevato, abbiamo cercato di mantenere le “vecchie” atmosfere, le melodie, il modo di suonare e arrangiare i brani, ma allo stesso tempo abbiamo fatto riferimento ad un sound generale più moderno, pulito e cristallino, aggiungendo qua e là qualche dettaglio preso nel nostro background musicale personale con l’idea di inserire qualcosa di nostro.

Oltre ai maestri nordici, io sento anche dei rimandi ai Novembre, soprattutto del primo periodo, no?
I Novembre sono stati una rivelazione per tutti quanti, hanno detto tanto anche prima di tanti altri grandi e a noi ascoltatori seriali di dischi ovviamente tutto ciò non ci è sfuggito, sono entrati nelle nostre influenze tanto tempo fa, abbiamo consumato i loro lavori ascoltandoli di continuo, evidentemente anche a distanza di molto tempo hanno lasciato una traccia importante nel nostro stile.

Un titolo come “The Void And The Unbearable Loss” non lascia un briciolo di speranza, da dove nasce questo pessimismo?
In termini filosofici di sicuro ci etichetterebbero come pessimisti, ma noi crediamo di essere realisti. Ognuno di noi ha il suo modo personale di vivere la malinconia e il suo motivo per farlo, quello che ci accomuna di sicuro è pensare che la sofferenza fa parte di questa esistenza, è un emozione come le altre e non può essere aggirata, cancellata o ignorata. Esiste da sempre e non c’è essere umano che non debba farci i conti prima o poi, quello che vogliamo comunicare nei nostri testi è che va affrontata e domata come un arte necessaria alla crescita di ogni individuo dalla quale non si scappa.

Del video di “Suspended Alive” che mi dite?
E’ una storia curiosa e la raccontiamo così com’è nata: siamo sempre stati abituati a vedere nella scena metal dei lyric video sempre più elaborati e professionali, noi abbiamo il nostro artista di riferimento (Adhira Art) con il quale abbiamo sempre collaborato, vista la sua bravura nell’accostare immagini interessanti alle parole siamo arrivati a pensare di toglierle, consigliandogli di concentrarsi più sulle riprese. Lui è molto adatto ai nostri temi, visto che suona doom (Raving Season), gli abbiamo lasciato carta bianca, lasciandolo sfogare la sua immaginazione e la nostra intuizione sembra sia stata giusta!

La band accoglie membri di Ars Onirica, Black Therapy e Lykaion, esperienza abbastanza disomogenee fra loro: qual è il filo rosso che unisce questi gruppi all’interno degli Invernoir?
Siamo amanti della musica in generale e, pur essendo partiti da direzioni opposte, abbiamo sempre covato nel nostro essere un debole per il doom metal, che per gli ascoltatori più attenti può essere intravisto tra le influenze delle nostre altre band, se non altro per la malinconia di sottofondo nascosta tra le note. Siamo del parere che un progetto non può essere snaturato, perciò abbiamo preferito costruire una nuova band da zero, piuttosto che alterare la visione delle altre tenendo per noi il materiale che le avrebbe portate troppo fuori genere. Questa è una delle cose che abbiamo imparato nel nostro percorso, per il bene di un progetto va rispettata la sua essenza, ogni membro può dare il suo contributo alla stesura dei brani ma non deve mai peccare di incoerenza.

Cosa ha portato in più al vostro bagaglio di musicisti questa esperienza?
Di sicuro gli Invernoir fanno musica molto passionale e “sentita” da ognuno di noi, ci piace la sensazione che ci lascia suonarla tutti insieme, perderci nei suoni, abbiamo imparato che quando è presente questa componente diventa linfa vitale per la band e per le persone che ne fanno parte. Tecnicamente parlando, invece, abbiamo imparato ad andare lenti! Sembra banale ma non lo è affatto, spesso nel metal ci si allena per andare veloci, per cercare di suonare tutte le note pulite ed a tempo, nel doom invece c’è molto spazio per decidere come colpire e ci si è aperto un mondo!

L’attività live della band, al di là dell’attuale blocco sanitario, è influenzata negativamente dal fatto che siate già impegnati con altri gruppi oppure non ne risente?
Più o meno tutti noi abbiamo dedicato le nostre vite alla musica, o comunque è una componente importante e fondamentale, ha sempre occupato gran parte delle nostre giornate e ci siamo abituati, certo è vero che crescere porta delle responsabilità che a volte potrebbero interferire con la vita musicale, ma ci piace pensare che se gli Invernoir saranno così richiesti… ben vengano questo tipo di problemi!