The Magik Way – La via del Rinato

I The Magik Way sono una realtà unica del panorama nazionale e internazionale. Nonostante una proposta non proprio semplice, soprattutto per chi non è addentro a determinate materie magiche, il gruppo nostrano ha visto in questi anni accrescere il proprio culto e il proprio seguito. “Il Rinato” (My Kingdom Music) è un’opera affascinate, capace di conquistare la sfera conscia e inconscia dell’ascoltatore. Abbiamo contattato Nequam per farci accompagnare lungo la via magica che porta alla rinascita…

Benvenuto Nequam, ora che il nuovo album “Il Rinato” è qui, a che punto del suo cammino magico è arrivata la tua creatura?
Grazie, un saluto a tutti! L’adepto, protagonista del nuovo album, sintetizza con la sua vicenda quanto la nostra ricerca sia assolutamente in atto e non priva di incertezze, come è naturale che sia. C’è stata un’organica evoluzione rispetto ad alcune pratiche e soprattutto rispetto all’approccio, ma le grandi domande che ci muovevano tanti anni fa sono le stesse, seppur rinnovate, e molte di queste non trovano risposta. C’è una domanda che in particolare caratterizza tutto il nostro percorso, quella relativa al rapporto tra l’uomo e il preesistente, della relazione che intercorre tra la nostra esistenza e lo “stato di necessità” della natura, che ci lega tutti, indissolubilmente, al principio di nascita e morte. La Morte quindi, non solo come rappresentazione ma come funzione, come conditio sine qua non, affinché risulti possibile comprenderne la brutalità: l’inevitabilità della morte per il prosieguo di una causa maggiore: la specie e la sua preservazione. Il nostro unico e vero Destino, già ben descritto dai greci che definivano l’uomo brotos o thnetos, mortale appunto, destinato a questo e a nient’altro che questo. Se per i primi anni ci siamo mossi con spirito avventuriero e un po’ scellerato, soprattutto nel circuito elitario dello spiritismo cittadino (Alessandria ha giocato un ruolo importante per le sue figure eccentriche e energetiche conosciute in giovane età), ora ci vediamo coinvolti in un contesto assai diverso, molto più mirato e in una certa misura autobiografico. In questo modo ci è possibile procedere alla riscoperta di un ideale “secondo natura” che trova una ragion d’essere in un culto, antico e primordiale, che emerge, si intravede, non senza conflitti e sincretismi. Ci troviamo quindi coinvolti in una nuova prospettiva, che pone nuovi quesiti, nuovi dubbi, in sostanza nuove strade da percorrere. Tali domande sono linfa vitale per chiunque si dica impegnato in una propria ricerca esoterica e spirituale.

Tralasciando un attimo il lato spirituale e magico, ti porrei la stessa domanda da un punto di vista più prammatico: a che punto della vostra carriera siete voi The Magik Way?
Nel 2021 saranno 25 anni dalla creazione dei The Magik Way, un bel traguardo per noi che guardiamo la cosa non senza una certa incredulità. Pensiamo che, al netto di tutti questi anni trascorsi, la più grande delle conquiste da noi raggiunta sia stata dare priorità ai nostri tempi e alle nostre aspirazioni, in una parola rimanere distaccati dai meccanismi più stringenti della musica, rimanendo concentrati sul messaggio e sulla proposta. Abbiamo sempre fatto quello che ci è parso giusto senza alcuna pressione, mutando genere, frequentando varie arti, portando avanti un processo creativo con serietà e (speriamo) coerenza, specie in quegli anni in cui non abbiamo pubblicato album, fatto concerti, né cavalcato i social per arrivare alla gente. Qualcosa è sempre rimasto invariato in noi, qualcosa che ha a che fare con la volontà e con una dose di urgenza, di necessità. Il nostro demone divorante. Anche ora, che pare esserci più attenzione verso di noi, siamo sempre legati ad una visione precisa e abbiamo in testa nuovi progetti che desideriamo portare a termine. Progetti musicali, ma anche teatrali, filmici, un mondo a 360 gradi che specie nell’ultimo anno abbiamo ripreso in mano con estrema convinzione. Questo ci appassiona molto. Questo è quello che i The Magik Way sono diventati dopo tanti anni, una sorta di denso nucleo, legato ad un progetto comune, ad un sentire, che ci unisce e ci spinge a creare, ci rende orgogliosi ma non per questo sazi. Abbiamo conosciuto tanti amici, in ambito artistico, grandi musicisti e non solo, talenti con i quali abbiamo anche collaborato, persone vere. Così andrà avanti, fino a che si potrà.

Evidentemente questa intervista vive di dualità, ancora una volta vorrei porti un quesito che analizzi due aspetti. Mi soffermerei sull’aspetto lirico, che tipo di studio c’è dietro i testi de “Il Rinato”?
Per ideare questo concept album mi sono affidato a due ambiti distinti: quello della psichiatria, il mio campo lavorativo e quello esoterico, ispirato dai culti misterici, dalle neo-magie, da un interessante percorso per analogie e sincretismi che emergono ogni qualvolta ci si impegna in una ricerca, il tutto ovviamente tramato, narrato e non preso a prestito tout court. In ambito psichiatrico ho potuto osservare da molto vicino i percorsi della mente schizofrenica, dei deliri, delle voci dialoganti, delle giaculatorie (o insalata di parole), una particolare condizione dove l’atto parlato non è filtrato dall’azione dell’Io, ma è puro flusso di suoni, disorganizzati. Un fenomeno questo che mi ha anche ispirato vocalmente. Queste tematiche hanno trovato una corrispondenza, un ponte di unione con la sfera esoterica, attraverso certi studi sulla nevrosi, osservati in rapporto a rituali primitivi (pensiamo a “Totem e Taboo” di S. Freud ad esempio). Secondo certe teorie è attraverso la ritualità che l’individuo “inscena” le sue resistenze, le sue pulsioni, le paure più recondite, dando loro una dimensione simbolica e per certi versi meno spaventevole. L’oggetto rituale, il “totem” in questo caso è il Sole, che l’adepto riconosce animalmente come guida, come forza generatrice. Se ne innamora, lo brama, gli tributa rituali di sangue, attraverso un fuoco errante, che scalda ma non illumina. Evoca le Salamandre, offre loro sangue sgorgante dalla sua stessa lingua recisa, ma infine nella sua rinascita energetica ed elettrica, è proprio la sua carne a cedere, bruciando, per precipitare nella più cupa follia. Ecco che così, il soggetto pensante (il parnasso), colui che credeva di possedere gli strumenti per agire sulla realtà, altro non era che il frutto di una realtà distorta, descritta come “quel mondo deforme che gira, gira, gira, gira”, un ritorno inevitabile al paradigma dei The Magik Way dove l’uomo fallisce e il preesistente osserva: distaccato, definitivo e imperscrutabile.

Sposterei ora il focus dall’aspetto contenutistico dei testi a quello più tecnico. Hai fatto una grande prestazione nelle parti cantante, rubano quasi del tutto l’attenzione. Sono rimasto colpito dai cambi di registro. Ti chiederei che tipo di lavoro hai fatto sulle linee vocali e se ti ispiri a qualcuno, a me sono venuti in mente Capossela nei momenti più acidi e Ferretti (epoca C.S.I.) in quelli più salmodiali.
Intanto ti ringrazio molto per le tue parole. Essendo la nostra proposta vicina al cantautorato, seppure oscuro, sento per primo la responsabilità di veicolare il messaggio e la narrazione nella maniera più giusta ed evocativa possibile. Diciamo che in generale testi e musiche nascono insieme, per poi essere tramate. Le parti vocali sono assai presenti e alternano momenti cantati ad altri praticamente recitati. Questi due approcci rientrano nella logica delirante dell’adepto, spesso sospeso in una condizione di dissociazione, tra voci dialoganti e volontà alternanti, dove spesso s’inserisce anche quella di Gea Crini, la voce femminile che funge da coscienza morale, che umilia il protagonista. La mia voce è la voce di Nequam, non solo il mio soprannome ma una sorta di alter-ego, l’annichilito interprete dei versi dei The Magik Way. Su di se c’è tutto il peso della narrazione, per questo la sua voce è così cupa e roca, la sua postura così rigida e contratta: il limite fisico indotto da questa condizione è la cifra stessa del timbro che lo caratterizza. Come in ambito attoriale, è necessario lavorare sul personaggio, estrapolarlo e sviscerarlo prendendolo da qualche anfratto dentro di noi. Dopo tanti anni di lavoro, vedo che la mia voce sta mutando e diviene sempre più prossima all’ascoltatore (e in effetti vorrei uscisse dal disco e raccontasse in carne ed ossa), sento questo bisogno profondo di raccontare, come fossimo tutti attorno, in condivisione. Fin da ragazzino ho sempre subito il fascino delle grandi voci carismatiche, non solo canore, ma anche attoriali, del cinema, della tv. Tu citi Capossela che amo molto, come Giovanni Lindo Ferretti, ma potrei citarti il grande Umberto Orsini, Giorgio Albertazzi, Carmelo Bene: voci imponenti che ascoltavo da bambino. Potrei anche citarti Mr. Doctor dei Devil Doll, Blixa Bargeld, Judith Malina e il grandissimo lavoro del Living Theatre (ebbi un incontro cruciale), il vocalismo creativo di Meredith Monk, Diamanda Galas o Marina Abramovic. Persino Roger Waters per quel timbro delirante, The Wall è un disco che mi ha segnato molto. Dall’avanguardia al rock, dal teatro agli sceneggiati. Questi nomi, che io considero come dei fari, fanno parte della mia vita e io li guardo con grande ammirazione.

E’ chiaro che dietro ogni vostro disco c’è uno studio, come vi ponete nei confronti di quelle band che hanno un approccio più superficiale, oserei dire populista, alle vostre stesse tematiche?
Per quanto i nostri lavori siano supportati da studi e per quanto io possa risultare un po’ prolisso (rido!), non desideriamo assolutamente fare la figura dei professori anzi, ce ne guardiamo bene! Siamo abbastanza contro quella visione del musicista che si atteggia da scienziato, da stregone. Veniamo da anni in cui c’era molta serietà attorno a questi temi, chi praticava questi generi era isolato, additato, quando non deriso. Ricordiamo tutti le stupidaggini sulla “sfiga” di taluni e le campagne denigratorie. Forse le nuove leve trattano certe tematiche con maggiore ironia (sono generazioni meno seriose), forse anche temono di essere isolate e ghettizzate, chissà. La stupidità infondo non conosce evoluzione, rimane sempre fine a se stessa. Per questo rispondo dicendo che ognuno si esprime secondo la propria sensibilità, anche considerando che una proposta meno circostanziata non necessariamente indica scarsa conoscenza da parte degli autori: può trattarsi di una scelta mirata o solo il desiderio di non ostentare. Per contro un progetto che fa sfoggio di mille simboli, chincaglierie, teorie accattivanti non indica di per se qualcosa di circostanziato e profondo.

Chi è il “Rinato”?
“Il Rinato” è un adepto in cammino, un cammino Verticale nell’accezione esoterica del termine. Fuor di metafora Rinato è chiunque avverta dentro di sé la forza di reagire, di proseguire nonostante le avversità: Rinato da una condizione precedente, che lo opprimeva. Ovviamente, come in qualsiasi iter iniziatico, troppi sono gli enigmi del preesistente per sperare in una rinascita priva di ostacoli, che anzi verrà arrestata, resa vana, fino all’acquisizione da parte del protagonista della necessità di un cambio di prospettiva, di una importante rinuncia. L’ostacolo dell’adepto è l’euforia. Questa lo porterà ad essere precipitoso, a sbagliare, fraintendere, infine soccombere.

La vostra musica sembra alquanto distante dalle cose terrene, ma in qualche modo l’attuale situazione di emergenza vi ha condizionato?
L’attuale situazione sta condizionando tutti. Va ben aldilà delle nostre mire artistiche. Si stanno aprendo scenari degni di certi vecchi film di fantascienza. Compito dell’artista è metabolizzare e all’occorrenza sublimare le proprie paure, i propri pensieri più reconditi e inconfessabili. Tutti noi siamo toccati nel profondo quando si tratta di paure così tangibili come la salute, la libertà, l’impotenza dell’uomo di fronte alla natura. Ho sempre pensato che la nostra musica fosse in verità molto legata alle vicende umane, terrene, anche se i nostri testi non si occupano di politica o di attualità. Ci rifletterò!

Il primo singolo e video estratto dal disco è il “Tempo Verticale”, ti andrebbe di chiarirne i contenuti?
Il video “Il Tempo Verticale” narra di un uomo, oppresso da un sentimento di terrore, mentre vaga tormentato per una stanza quasi vuota, sporca, trasandata. Al di fuori di essa una palla infuocata nel cielo: enorme e attraente, che lui fissa, preoccupato. Ci troviamo nella fase iniziale del cammino del Rinato, quando appunto scorgendo il Sole per la prima volta, ne rimane affascinato ma anche terrorizzato. Egli vive nel terrore di una minaccia esterna, senza nome, metafora delle nostre paure. La casa, vuota e sporca, è la trasposizione della sua interiorità, le sue pareti che da un lato proteggono dall’altro opprimono, si stringono e infine risultano vane quando quella indefinibile paura riesce a penetrare, spalancando una finestra. Il protagonista si rannicchia in un angolo, un gesto bambino, mentre indossa quel copricapo che sarebbe dovuto essere l’ultimo baluardo a protezione della sua vita. All’apice del terrore una forza lo scuote, il coraggio lo invade e infine esce. Quando io e Alberto Malinverni, regista del video, abbiamo ideato il tutto, non ci siamo prefissati una morale, anzi amiamo le trame che lasciano spazio al parere di chi guarda. In particolare eravamo molto toccati dalla location, che possiede una sua storia, essendo stata teatro di una vicenda umana vicina ad un membro della band, che preferiamo non condividere. Una location molto “carica”. Per l’occasione ci siamo affidati al talento dell’attore Giancarlo Adorno, coadiuvato da Erica Gigli in qualità di acting coach. Alcuni nostri estimatori hanno visto nel video una perfetta metafora dell’attuale situazione di emergenza sanitaria, anche se a dire il vero il video fu girato con altri intenti. Persino il maestro Pupi Avati ci ha fatto pervenire alcune considerazioni sul video, ponendo l’accento sulla componente claustrofobica delle immagini. Un onore grandissimo! Mi piace pensare che a metà luglio 2020, quando fu girato, avessimo la necessità di metabolizzare le nostre paure e che, aldilà della rappresentazione pedissequa del personaggio dell’album, stessimo in qualche modo inscenando la nostra realtà interiore, oltre che circostante.

Allargando gli orizzonti alla scena occult italiana, senza falsa modestia, quale credi che sia oggi il vostro posto?
Intanto lasciami dire che, come recentemente espresso in altre interviste, sono lieto di vedere tante band avvicinarsi alle tematiche esoteriche. Ognuno lo fa a modo suo e mi pare innegabile che vi sia fermento attorno a certi generi musicali. In particolare mi piacciono quei progetti che uniscono esoterismo, filosofia, mistero a elementi locali, identitari della nostra cultura; credo sia una chiave di lettura molto valida e che può dare linfa vitale al genere, che comincia a risentire delle mutazioni del tempo ed entrare in una pericolosa fase “revival”. Noi esistiamo dal 1996 e prima ancora suonavamo generi sempre legati all’esoterismo, anche se in una chiave più estrema, quindi siamo consapevoli di essere una realtà longeva. Quando vediamo giovani artisti citare i nostri dischi come fonte di ispirazione rimaniamo molto colpiti e sinceramente non ci capacitiamo di tanta grazia. Tutto quello che possiamo dire è che siamo grati a chi ci stima, oltre ad essere contenti di avere ancora tante idee e progetti anche dopo così tanti anni, un aspetto questo affatto secondario. Essere qui nel 2020 con un album nuovo, idee per il futuro, collaborazioni in arrivo, è davvero quanto di migliore possiamo immaginare per noi.