L’Amara – Cronache dal sottosuolo

L’Amara torna tra noi con “Cronache dal Sottosuolo” (SPQR), una solida raccolta di storie ambientate ai margini della società. Racconti solo all’apparenza appartenenti ad altre epoche, sotto la coltre di polvere si nascondono vicende drammaticamente attuali. L’Amara, oggi più di ieri, è il doloroso dito nella piaga del perbenismo imperante.

Ciao ragazzi, in passato ho avuto modo di intervistarvi per i vostri altri gruppi, ma è la prima volta che ci capita di poter parlare dei L’Amara, per questo prima di passare al nuovo disco “Cronache dal Sottosuolo”, vorrei approfondirei alcuni aspetti di carattere generale.  Sono sempre stato colpito dall’aspetto lirico di questo progetto, ho quasi l’impressione che la band non nasca per dar sfogo al vostro estro di musicisti ma di parolieri, quasi che i suoni siano solo un aspetto complementare. Mi sbaglio?
(Giovanni) Certamente la dimensione autoriale ricopre un ruolo centrale ne L’Amara, ma per quanto mi riguarda il suono non è mai un accessorio, tutt’altro. Nel tentativo di evocare certe atmosfere credo sia stata fondamentale una certa attitudine e ricerca sul suono, ci piace l’idea del manipolo di reduci mezzi sbronzi che si riunisce in osteria per un ultimo concerto, ma questo non toglie che suoni e produzione generale siano stati curati in modo maniacale.

Mi dareste la definizione di nostalgia per gli L’Amara?
(Adriano) Indubbiamente un aspetto importante delle tematiche della band riguarda la nostalgia, il sentimento profondo dato dai ricordi vissuti o non vissuti, o anche semplicemente evocati dalle storie che raccontiamo. Il nostro sguardo è ai ricordi: narriamo storie senza lieto fine, in cui molte volte il ricordo di uno sguardo riporta a galla un mondo interiore intenso e anche sofferto. Le nostre storie sono quelle di chi ha perso e ora va avanti, ma fieramente, combattendo la vita. Da qui il concetto di nostalgia non come abbandono a se stessi ma come ricordo evocato davanti ad un bicchiere di vino.

Spostiamoci ora sull’aspetto musicale, nella band ci sono loschi figuri, come voi, dall’animo molto spesso innovatore. Come è possibile guardare avanti e dietro senza soffrire di torcicollo?
(Giovanni) Nel risponderti non vorrei apparire come uno dei tanti imprenditori ed esperti di marketing che ogni giorno si riempiono la bocca di concetti come “tradizione” e “innovazione”, anche perché parlare di innovazione vera in campo musicale suona davvero pretenzioso oggi come oggi. Indubbiamente sono due concetti solo apparentemente antitetici, direi piuttosto che sono in qualche modo inscindibili. Non si può pensare di tendere al domani senza aver presente ciò che è stato ieri. La tradizione è viva solo quando sa mettersi in discussione, l’innovazione non crea nuove realtà dal nulla, quindi per forza di cose avrà qualche punto di contatto con il passato.

Tuffiamoci nel presente, il titolo “Cronache dal Sottosuolo” sembra quasi  richiamare le “Memorie dal sottosuolo” di Fëdor Dostoevskij, è una parafrasi voluta o non ha nessun nesso?(Vinz Aquarian) Non sbagli, il titolo ha chiaramente dei riferimenti nell’opera “Memorie dal Sottosuolo” di Dostoevskij. Precisiamo che il disco è in massima parte un racconto a ritroso, una raccolta di storie che con il libro condivide solo il tipo di umanità che ha per protagonista. Un magma contradditorio e incandescente di impulsi interiori e vite spezzate che si racconta attraverso l’amore, la vendetta, il senso di colpa e  il dolore. Un mondo di umili e offesi dal destino che potrebbe essere anche quello di un nostrano Verga ma con una sostanziale differenza. I nostri sono vinti dal destino, dal fato avverso, ma i loro cuori rimangono mai domi.

Restando in ambito letterario, vi  andrebbe di spiegare perché il disco si apre e si chi chiude con dei sampler tratti da “La Maschera della Morte Rossa”?
(Vinz Aquarian) In attesa del missaggio e mastering ho avuto il gravoso compito di raccogliere tutto il materiale per l’album in questione. Presto mi sono reso conto che, nonostante la diversità di stili e composizioni, la morte rimaneva il comun denominatore di tutte le nostre storie. Proprio in quel periodo ebbi la fortuna di visionare il film con Vincent Price come protagonista, censurato in Italia, solo in parte tradotto, sembrava essere la naturale ambientazione di “Cronache dal Sottosuolo”. La brillante fotografia di Nicolas Roeg riempie poi d’infinite sfumature di grigio il capolavoro di Poe. Il dialogo finale tra la Morte Rossa e il principe (Vincent Price) riesce poi a unire tutte le nostre storie in un canzoniere di tristezza e disperazione. Solo con il “Silenzio” annunciato dalla tromba nel finale del disco, cadrà ogni maschera, ogni finzione e ognuno rileverà il suo vero volto, la propria essenza, la propria anima.

Io c’ho visto dei riferimenti alla situazione, alla fine nell’opera di Poe c’è gente che balla nel pieno di un’epidemia…
(Vinz Aquarian) Il disco è stato finito prima del Febbraio 2020. Non c’è mai stata alcuna intenzione di associare quest’opera con la situazione attuale mondiale. È un mio vecchio pallino questo della Peste che risale ai tempi di un mio vecchio progetto dove cantavo: “E chi non balla con noi, Peste lo colga!”. Anche questa è una storia già scritta, dal Decamerone ai Racconti di Cantebury, spesso nella letteratura, in passato e nel cinema, abbiamo letto ad assistito a scene paradossali come queste. Una sorta di nichilismo strisciante che non mi emoziona particolarmente. Ma come ho già spiegato non è di certo questa la parte più interessante del libro di Poe. La Peste fa solo da sfondo a personaggi complessi, ambigui che si muovono costantemente tra follia e realtà, cosi come nel nostro disco.

“Ogni autore ha portato la sua storia, il suo incubo”, citando le note promozionali. Il passaggio successivo quale è stato, ci avete lavorato e discusso insieme oppure ogni membro ha contribuito con un pezzo già completo?
(Giovanni) Esattamente, ognuno di noi ha proposto una o più canzoni, alcune appena abbozzate chitarra e voce, altre già abbastanza strutturate, abbiamo discusso insieme arrangiamenti e possibili soluzioni, sottoposte a diversi collaboratori in tempi e modalità variabili, questa è un orchestra e chi decide di farne parte deve sapere che in qualche modo dovrà mettere da parte un pò del suo ego.

Questo modo di lavorare, che definirei di compartecipazione democratica, mi fa sorgere una domanda: in una band è necessario che ci sia un leader acclamato per raggiungere dei risultati o è sufficiente un lavoro di squadra?
(Giovanni) Per quella che è la mia esperienza, una band con troppe personalità forti diventa veramente difficile da gestire, ma L’Amara non è una band in senso classico, è un’orchestra di solisti. Non che sia stata sempre una passeggiata riunire tante primedonne allo stesso tavolo, ma era una sfida che valeva la pena affrontare e siamo molto fieri dei risultati ottenuti.

La cosa che colpisce maggiormente è l’omogenea disomogeneità della tracklist: canzoni quasi indipendenti l’una dall’altra ma che tutte insieme hanno un senso compiuto. Come ci siete riusciti?
(Adriano) Ci siamo riusciti perché alla base de L’Amara ci sono delle comunità di intenti chiari, tutti sono chiamati a dare il loro contributo nel proprio stile, ma tutti sono anche chiamata a rimanere fedeli a L’Amara, al suo stile e alle sue tematiche. E devo dire che ora con l’ultimo album la nostra poetica è diventata ancora più chiara sia nelle liriche che nelle musiche. Remiamo tutti insieme nella medesima barca che affonda.

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