Marco Mattei – Fuori controllo

Marco Mattei ha pubblicato da poco il suo primo album solista, un lavoro in grado di coinvolgere, grazie al livello altissimo del suo songwriting, personaggi di spicco della scena internazionale, progressive e non, come Tony Levin (King Crimson, Peter Gabriel), Fabio Trentini (Le Orme, Markus Reuter), Jerry Marotta (Peter Gabriel, Hall & Oates), Pat Mastelotto (King Crimson, XTC), Chad Wackerman (Frank Zappa, Allan Holdsworth), Clive Deamer (Portishead, Radiohead, Robert Plant). Ecco come Marco ci ha presentato “Out Of Control” (Synpress44).

Ciao Marco, complimenti per il tuo primo album da solista: cosa si prova a vedere il proprio nome su una copertina?
Una sensazione un po’ strana a dire il vero. Quando ho deciso di realizzare questo progetto ho valutato la possibilità di utilizzare il nome di una band fittizia ma alla fine ho deciso di pubblicare il disco a mio nome. Ho pensato che se credevo nei miei brani avrei dovuto metterci la faccia, per così dire, piuttosto che nascondermi dietro uno pseudonimo.

Questa esperienza da solista credi ti abbia fatto crescere come musicista e aggiunto altro rispetto a quanto maturato nelle precedenti esperienze come membro di una band? Sicuramente. Essere parte di una band consente di dividere i compiti concentrandosi idealmente sui nostri punti di forza e, in generale, sugli aspetti che ci consentono di contribuire al meglio. Un progetto solista comporta una responsabilità completa, dall’inizio alla fine, su tutti gli aspetti che vanno dalla composizione alla registrazione, alla scelta dei musicisti con cui collaborare; produzione, missaggio, grafica, pubblicazione e promozione. Penso la crescita maggiore sia venuta, oltre che dalla collaborazione con i grandissimi musicisti che hanno partecipato al progetto, dal confrontarsi con tutti questi aspetti in prima persona, cercando di prendere decisioni consistenti con la visione che avevo per il disco e di trovare gli equilibri giusti per la sua riuscita.

Prima di passare alla musica, ti andrebbe di spiegarci il concept del disco?
“Out Of Control” è un concept album sulle cose che non possiamo controllare. L’intuizione chiave è la realizzazione che molti aspetti di ciò che percepiamo definire la nostra identità, come il colore della nostra pelle, il luogo e il momento storico in cui siamo nati, le nostre condizioni di salute, e anche le persone che incontriamo nel nostro percorso, non sono sotto il nostro controllo. E il messaggio principale è che questa realizzazione dovrebbe portare a un cambiamento di prospettiva: quando ci mettiamo nei panni degli altri, ci permettiamo di diventare più aperti ed empatici. L’altro aspetto è che non possiamo controllare la mano che ci viene data, ma possiamo sicuramente decidere come giocarla. Oltre alla mia passione per la musica, diffondere questo messaggio di empatia e inclusione è una delle cose che mi motiva.

Il momento creativo è uno di quelli “out of control”? E se sì, quanto è necessario poi passare a una fase di razionalizzazione prima di rendere pubblica un’opera?
Il momento creativo è sicuramente un’esperienza diversa per diversi musicisti. Nel mio caso non c’è una sola modalità. A volte ci sono brani che arrivano velocemente non si sa bene da dove, con musica e testo. A volte l’approccio è molto più ragionato e consapevole, partendo da un’idea di un sound, un’emozione che si vuole esprimere in musica o un messaggio che si vuole comunicare e sperimentando soluzioni diverse fino a raggiungere un risultato soddisfacente o ad accantonare l’idea stessa. La realizzazione, almeno nel mio caso, è invece consistentemente più elaborata. Di solito creo una demo, suonando tutti gli strumenti e cantando una voce guida, per poi rimpiazzare le tracce differenti ad una ad una con le registrazioni dei musicisti coinvolti, incluse, potenzialmente quelle degli strumenti che suono io stesso nei diversi brani. A quel punto si tratta di trovare gli equilibri giusti in fase di missaggio e di mastering. Il missaggio è una fase per me particolarmente importante, creativa al pari di quella di composizione e registrazione e della quale mi sono occupato personalmente in questo disco.

Nel disco spiccano i nomi di Tony Levin (King Crimson, Peter Gabriel), Fabio Trentini (Le Orme, Markus Reuter), Jerry Marotta (Peter Gabriel, Hall & Oates), Pat Mastelotto (King Crimson, XTC), Chad Wackerman (Frank Zappa, Allan Holdsworth), Clive Deamer (Portishead, Radiohead, Robert Plant), come sei riuscito a coinvolgere questi grandi artisti nel tuo progetto?
Dopo aver scritto musica e testi ho iniziato a collaborare con una serie di ottimi musicisti per registrarlo, per la maggior parte amici e collaboratori di lunga data. Per un paio di brani, “Would I Be Me” e “On Your Side”, avevo in mente un suono ed un groove specifico. Ho chiesto a diversi batteristi di suonare nello stile di Jerry Marotta ma nessuno riusciva a farlo in maniera soddisfacente. Da lì ho avuto l’idea di provare a contattare Jerry. Dopotutto chi meglio di lui avrebbe potuto suonare nel suo stile? Dopo aver ascoltato i brani, Jerry ha molto gentilmente accettato di suonare. Poi mi ha detto: «Secondo me dovresti far suonare il basso a Tony Levin su questi brani». «Stai scherzando?» gli ho detto. «Certamente!» Jerry Marotta e Tony Levin, la sezione ritmica di Peter Gabriel dei primi dieci anni della sua carriera solista, una combinazione fantastica. Da li con una serie di referenze sono riuscito a coinvolgere anche gli altri “grandi” che hai citato. La chiave per me è comunque stata quella di coinvolgerli in maniera funzionale alle necessità dei vari brani, scegliendo di volta in volta il musicista più adatto allo scopo e chiedendogli di essere sé stesso. Ovviamente per me è stata una soddisfazione particolare non solo vedere come siano riusciti a realizzare in maniera brillante e personale la mia visione musicale ma anche aver collaborato con alcuni dei miei punti di riferimento come musicista.

Per la tua storia e per gli ospiti coinvolti, viene facile classificare “Out of Control” come un disco progressive. Ma lo è veramente? Per me è un album che affonda le sue radici negli anni 60 e in tutti i risvolti sonori di quell’epoca, dal pop al progressive.
Concordo con te sul fatto che questo disco non sia progressive nella forma ma, dal mio punto di vista, lo è nello spirito e nelle intenzioni, per cosi dire. In comune col progressive c’è una ricerca del suono che in questo caso si traduce nell’utilizzo di un’ampia gamma di strumenti, da quelli più tipici del rock (basso, batteria, chitarra), a quelli di ispirazione prog (moog, mellotron) a quelli etnici (sitar, bozouki, foschietto irlandese, mandolino). Sempre nello spirito prog, negli arrangiamenti c’è la ricerca di una profondità che si realizza attraverso variazioni continue e stratificazione sonora. Ne derivano una complessità ed una diversità che hanno l’obiettivo di far risultare i brani più interessanti e che consente ad ogni ascolto di scoprire nuovi particolari. Gli anni sessanta, soprattutto la seconda parte, sono stati un’epoca rivoluzionaria che ha influenzato la musica per decenni a seguire. Sono un grande fan della musica di quel periodo, in particolare dei Beatles, Simon and Garfunkel, CSNY, Pink Floyd, Hendrix, King Crimson e molti altri. Non mi sorprende che tu senta quelle influenze nel disco.

Possiamo definirlo, nonostante la sua complessità e la sua varietà, un disco chitarra oriented? Questo strumento, trova ampio spazio anche sotto forme diverse (chitarra elettrica, acustica, bouzouki e resofonica).
Mah, non saprei. Essendo un chitarrista penso sia naturale aspettarsi che il mio strumento possa trovare ampio spazio. La mia intenzione è stata comunque quella di privilegiare le composizioni. L’utilizzo di diversi strumenti a corda è stato guidato dalla voglia di sperimentare e di ampliare la paletta timbrica.

Il disco è arricchito da tutta una serie di strumenti atipici in ambito rock, come il fischietto irlandese, il flauto, il violino, il mandolino, la pedal steel guitar, il sitar e la tambura. Credi che questa scelta sia una sorta di retaggio della tua vita da giramondo?
Sicuramente. Come dicevo c’è nel disco una ricerca e sperimentazione timbrica, tesa a diversificare e rendere più interessanti le sonorità. In questa ricerca è più che possibile che i tanti viaggi e l’opportunità che ho avuto di vivere in sei paesi di tre diversi continenti abbia influenzato le mie scelte.

Ora vivi in America, qual è la situazione della scena musicale da quelle parti dopo un paio di anni d’emergenza pandemica? Ci sono segnali di ripresa?
L’America è un paese enorme e i diversi stati hanno reagito in maniera diversa all’emergenza. I grossi tour sono stati cancellati come in Europa ma in stati come il Texas dove vivo attualmente, non ci sono mai stati veri e propri lockdown. Dall’estate scorsa la musica dal vivo è ripresa in maniera sostanziale. Non siamo ancora alla situazione pre-Covid ma sicuramente ad un buon punto nella strada della ripresa.

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