Algos – Upon the rivers of night

Il magma incandescente dell’underground doom nazionale è sempre in continua ebollizione, tra le novità più interessanti ci sono sicuramente gli Algos, autori di un “suono del destino” epico di matrice ottantiana. Nella band troviamo alcuni nomi noti dell’underground estremo italiano: Giuseppe “Tato” Tatangelo (Zora,Glacial Fear), Marco Spagnuolo (Penthagon), Vincenzo Infusino e Massimiliano Elia (Valgrind). Ed è proprio a quest’ultimo che abbiamo chiesto di parlarci dell’album di esordio del quartetto, “Upon the Rivers of Night”, pubblicato dalla Buil2Kill Records.

Ciao Massimiliano, gli Algos sono arrivati da poco al debutto con “Upon the Rivers of Night”, a circa due anni di distanza dalla propria formazione: come è nato questo progetto?
La band è nata nel periodo più desolante della pandemia e ha trovato subito una spinta emozionale da parte di tutti. Avevo in cantiere due o tre brani in pieno stile doom, che visti i miei impegni personali e musicali con la mia band death metal Valgrind non erano stati ancora arrangiati, né era stata fatta una preproduzione o una demo. Appena coinvolti gli altri ragazzi abbiamo proceduto a tutto, completato i brani, i testi, fatte delle preproduzioni e abbiamo pianificato la registrazione del disco vero e proprio. E’ stato comunque un processo spontaneo e non troppo impegnativo nonostante ci troviamo distanti tra noi a livello geografico.

Quanto ha contato la pandemia nella scelta del nome del gruppo? E pensate che senza lockdown, prima o poi, queste progetto in qualche modo sarebbe nato lo stesso?
Sinceramente penso che prima o poi sarebbe successo, ma indubbiamente è arrivato il momento giusto proprio per la mancanza di attività live con le rispettive band di ognuno di noi in quel momento.

Da un punto di vista stilistico proponete un doom di matrice 80/90, che si rifà a Candlemass, Count Raven, Solitude Aeternus, giusto per citare alcuni nomi. Sin dall’inizio, mi è parso di capire, questa era la direzione scelta per la band, però poi all’interno del gruppo troviamo musicisti che arrivano da esperienze musicali differenti: quanto è stato difficile per voi mettere da parte quello che avevate già proposto con le vostre band? Ma poi l’avete veramente messo da parte, oppure in questo distillato di doom classico qui e là troviamo delle influenze diverse?
Sì, lo stile è quello e la band che hai citato sono dei punti fermi del periodo d’oro del metal classico. A me personalmente piacciono molto diversi filoni di quel periodo e non ho trovato alcuna difficoltà a passare da un genere all’altro. Secondo me se c’è passione, quindi più cuore che testa, tutto va da sé. Anche gli altri ragazzi hanno apprezzato e condiviso sin da subito la scelta stilistica e credo che nel trascorso di ascoltatori di ognuno di noi ci sia un pezzetto di quel periodo. Allo stesso tempo penso che i brani vengano arricchiti dalle altre influenze di ognuno, altrettanto sincere e sentite.

L’Italia ha una grande tradizione doom, non si rifanno ai classici nostrani: Paul Chain, Death SS, The Black, Black Hole ecc. Ecco, voi come vi ponete rispetto a questa tradizione e ve ne sentite parte?
Non so se ci possano essere di punti di contatto con le band italiane, alcune hanno un sapore quasi mitologico. So che ultimamente parecchi musicisti si sono riavvicinati a questo genere, pare una sorta di revival, non so quanti per amore per le band più mistiche, più’ psichedeliche o più epiche. Gli Algos appartengono alla corrente più epica decisamente, rispettano molto le band più mistiche, probabilmente hanno poco a che fare con lo stoner e la psichedelia.

Il disco come è stato registrato? Se non erro, vivete tutti in città differenti, è così o mi sbaglio?
Sì, siamo distanti e quindi è stato preparato e registrato a distanza. Una volta stabiliti gli arrangiamenti ognuno ha avuto modo di registrare in modo autonomo. Vincenzo Infusino ha registrato le batterie a Londra dove vive presso uno studio con cui collabora. Tato ha potuto fare da sé, Marco Spagnuolo lo stesso e io ho registrato chitarre e tastiere presso i KK Recording Studios, con Cristiano Copat che ha curato anche il mix e il master del disco.

Resterà un progetto da studio oppure sarà è possibile vedervi su un palco?
Non a breve m non è escluso. Sono ripartite per fortuna le attività delle band in cui suoniamo oltre ad Algos, per cui il tempo disponibile non è tanto. Vedremo se sarà possibile lo faremo, non ci limiteremo neanche nella scrittura quando ci sarà altro materiale su cui lavorare ci ritroveremo comunque.

Il disco si compone di 8 brani, di cui due strumentali, tra questi proprio la title-track. Come mai avete deciso di chiamare il disco come uno di questi due brani privi di testi?
Quando si prova a dare un titolo ad un disco, che non è un concept e che quindi non ha legami tra i testi dei brani che lo compongono, è sempre un po’ complicato, così com’è complicata la scelta di un singolo da mettere in giro poco prima dell’uscita. Nel corso del tempo ho imparato ad ascoltare anche consigli di esterni, poche fidate persone obiettive che possono contribuire nel dare una visione più obiettiva di alcune cose a rispetto alle quali i musicisti coinvolti invece possono risultare veramente poco obiettivi. L’idea di far diventare una strumentale la title-track dell’album è arrivata così, anche la posizione del brano all’interno della tracklist. Il titolo del disco ha un sapore poetico e malinconico, che probabilmente è molto legato all’atmosfera evocata dal brano strumentale cui è legato, scritto tra l’altro all’inizio del progetto del disco non come riempitivo ma come pezzo vero e proprio.

A proposito di testi, vi rifate alle tematiche classiche del doom oppure da questo punto di vista siete stai meno fedeli ai mostri sacri che abbiamo citato prima?
Credo che i testi siano fedeli alla tradizione del doom, soprattutto al filone epico. Personalmente sono appassionato di mitologia, non tutti i testi afferiscono a questo argomento. C’è un mood differente per alcuni brani più prettamente tristi, altri invece apocalittici. Il brano “The Fall” è ispirato al racconto di E.A. Poe “La caduta della casa Usher”.

Cosa vi aspettate da questo 2024?
Ci aspettiamo un po’ di visibilità, ci sforziamo assieme all’etichetta di promuovere l’uscita del disco. Spero che il pubblico possa apprezzare il nostro impegno, la nostra passione e la nostra genuinità. Non suoniamo per seguire dei trend, anzi siamo spinti dall’amore per la musica che sentiamo dentro. Al momento siamo contenti per l’interesse mostrato dalla gente, siamo soddisfatti di essere riusciti a fare un disco esattamente come volevamo e credo che sia molto importante. Ringraziamo te e il Raglio del Mulo per lo spazio dedicatoci e tutti coloro che stanno già apprezzando “Upon the Rivers of Night”.

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