Red Sun – From sunset to dawn

Il sole rosso dello stoner italico è tornato a splendere, e lo fa dal tramonto all’alba. “From Sunset to Dawn” (SubSound Records) ripropone dopo qualche anno di silenzio discografico i Red Sun, in una nuova veste probabilmente meno terrena e più proiettata verso il cosmo…

Benvenuti ragazzi, da qualche mese, parafrasando Hendrix, è fuori la terza pietra dal Sole Rosso. Che feedback state ricevendo?
Grazie dell’ invito! Siamo contenti di parlare un po’ di questo nuovo disco che amiamo molto. Ebbene sì, il nostro terzo disco “From Sunset to Dawn” è fuori da Aprile per la mitica Subsound Records ed eravamo molto curiosi di come sarebbe stato accolto, visto le belle recensioni e i feedback molto positivi ricevuti per il precedente. Ci siamo chiesti se sarebbe stato gradito il nuovo sound e la presenza importante di synth e tastiere rispetto ai lavori precedenti e abbiamo scoperto con piacere che questa cifra è stata apprezzata e molto ben descritta in diverse recensioni. E’ un disco che piace anche per l’originalità compositiva e la maturità raggiunta nel proporre e arrangiare otto tracce molto diverse tra loro, accomunate dalla propensione ad un viaggio sonoro sempre coerente.

Sette anni non sono pochi nel mondo della musica, come mai ci avete impiegato così tanto a dare un successore a “The Wind, the Waves, the Clouds”?
Perché dopo aver portato in giro “The Wind, the Waves, the Clouds” sia in Italia che in Europa, ritrovandoci in saletta non abbiamo scovato subito cose interessanti adatte ad un nuovo disco Redsun, ma forse qualcosa da tenere da parte per altre situazioni. In più, nel frattempo, Federico ha cominciato a suonare nella Morte Viene Dallo Spazio, progetto che lo ho impegnato molto. Intanto, però, per mettere a frutto alcune idee insieme a Riccardo Cavitos Cavicchia e Horst Friedrich abbiamo dato vita al The Old Mill Free Ensemble. Ci siamo dedicati ad infinite jam session ben registrate nella nostra saletta a cui poi è stata data forma estrapolando e montando le parti meglio interpretate, che sono finite in un bellissimo LP uscito per la tedesca Sunhair Records. E non ci possiamo dimenticare certo i due anni di restrizioni dovuti al covid sfruttati più che altro per raccogliere nuove idee. Quindi non siamo mai stati fermi e infatti ad un certo punto abbiamo cominciato ad intravvedere un concetto e il suono adatto per un nuovo disco e ci siamo buttati nella fase compositiva quasi senza accorgercene.

Vento, onde e nuvole, ora dal tramonto all’alba. La vostra musica tende allo spazio, però almeno i titoli riportano a elementi o fenomeni percepibili sulla Terra. Mi sono spinto troppo oltre nell’interpretazione, oppure c’è un filo conduttore che unisce le due opere?
I movimenti delle nuvole, del vento e delle onde rappresentavano per noi i moti dell’animo umano che come nei fenomeni atmosferici si scatenano, a volte incontrollabili, emozionando e creando un ponte tra una ricerca introspettiva e la percezione alta della nostra madre natura che tanto amiamo osservare. Al contrario in “From Sunset to Dawn” volevamo descrivere lo scorrere notturno del tempo, che tutti i giorni si ripresenta implacabilmente e che purtroppo nel mondo industriale moderno ci siamo abituati a considerare tempo da dedicare al solo riposo per poi essere funzionali alle attività diurne. Non ti sei spinto per niente oltre… la nostra visione dello spazio che l’uomo occupa nel mondo naturale e spirituale è legata al continuo gioco dinamico tra i diversi fenomeni terreni, che attraverso un osservazione emotiva sembra ci portino sempre verso il mondo trascendentale.

La gestazione dei singoli brani come è avvenuta? Avete lavorato su tutti alla stessa maniera oppure sono il frutto di percorsi creativi e approcci differenti?
Solitamente lavoriamo su ogni brano come se fosse un’opera se stante, partendo da idee maturate in lunghe jam session esplorative. Queste idee una volta diventate brani devono andare a rafforzare il concetto del lavoro nel suo insieme. Gli arrangiamenti e la scelta del suono vengono quindi definiti per essere funzionali a questo scopo.

Dicevo come la vostra musica tende allo spazio, ho individuato non pochi riferimenti alla kosmische musik, in particolare ai Tangerine Dream. In qualche modo il kraut rock vi ha influenzato?
Sì certo, l’importanza dell’esperienza kraut rock ha influenzato tutto il mondo underground Europeo legato alla psichedelica e allo space rock (kosmische music) e nella nostra musica si ritrova nell’utilizzo dei sintetizzatori e talvolta nelle trame ritmiche. Suonando spesso in Germania durante i nostri tour, e ascoltando tante band dell’ambiente, è inevitabile esserne influenzati, quasi fosse un processo osmotico.

Non siete mai stati tentati di inserire delle voci nell’album?
Abbiamo fino ad adesso inserito una voce narrante in un solo pezzo intitolato “Holy Mountain” nel disco “The Wind, the Waves, the Clouds,” perché il chitarrismo di Eno riesce ad esprimere con le sue melodie e la potenza evocativa dei suoi assolo quello che per noi è una specie di alfabeto emotivo. Non è detto che nel prossimo disco non proveremo ad inserire le voci… ne stiamo parlando sempre più di frequente.

Mediamente i brani, tranne un paio di eccezioni, durano all’incirca sei minuti. Minutaggio che, magari, per altri generi può essere notevole, ma che per un gruppo che si muove nei vostri territori sonori non è eccessivo. Tendete a mantenere sempre un certo controllo durante la composizione, non lasciandovi andare a lunghe jam, oppure “tagliate” i pezzi successivamente riportandoli a durate più ridotte?
Non ci siamo mai posti dei limiti nel minutaggio ma evidentemente siamo arrivati a concepire il brano come una scultura che prende forma dalla selezione di parti che in fase compositiva sono ben più lunghe. Cerchiamo sempre di evitare di essere prolissi (cosa che può succedere in composizioni prive del supporto della voce) e nello stesso tempo cerchiamo e, a nostro parere, siamo riusciti a condensare il meglio dell’idea senza rinunciare ai tempi necessari per esprimere tutte le sfumature funzionali al brano.

Dal vivo invece, quanto cambiano i vostri brani rispetto alla versione da studio?
Ci piace replicare abbastanza fedelmente in studio ciò che riusciremo ad esprimere dal vivo e viceversa. La dimensione live ci consente però di sviluppare le parti iniziali e finali dei brani per rendere coesa la scaletta ed arrivare ad una performance che rispecchi il concetto di viaggio attraverso tappe emotive. Capita poi che man mano che interiorizziamo il lavoro fatto in studio ci prendiamo libertà individuali nella performance live divertendoci a giocare con gli arrangiamenti e in particolare modo con le parti chitarristiche

A proposito di live, avete date in programma?
Oltre alle date già fatte dall’ uscita di aprile tra cui la nostra preziosa presenza al Desert Fox Fest VIII, festival che ci vede presenti anche nello staff organizzativo ,stiamo preparando l’importante trasferta in Inghilterra, patria della musica che più’ amiamo. Abbiamo quattro ottime date con le quali toccheremo Londra, Bristol, il mitico Kozfest sperduto nelle magiche campagne del Devon e un’ultima data a Devizes, tour preceduto da una tappa intermedia in quel di Weimar. Suoneremo poi diverse volte in bellissimi festival italiani quali il Pietrasonica Festival e un altro ancora da annunciare nelle vicinanze di Siena e in locali sparsi nel Nord Italia. Ci stiamo organizzando per un tour invernale che tocchi più paesi e ci piacerebbe prima o poi portare live questo disco anche nel Sud Italia. Essendo per noi importantissima la dimensione live, contiamo di suonare il più possibile portando avanti anche la fase compositiva del prossimo lavoro

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