DuoCane – Teppisti da sempre

“Teppisti in azione nella notte” è il primo full length dei Duocane, power duo pugliese composto da Stefano Capozzo (basso e voce) e Giovanni Solazzo (batteria), amici di vecchia data e musicisti in svariati altri progetti (Banana Mayor e Turangalila su tutti). Anticipato dal dissacrante singolo “Neqroots” (omaggio ad un mitico calciatore del Bari degli anni ’90), l’album d’esordio della band è il seguito ideale dei primi due EP “Puzza di giovani” (2019) e “Sudditi” (2020), ed esce autoprodotto il 12 ottobre 2022, su Cd oltre che in streaming e digital download.  Otto tracce in bilico tra math-rock, stoner & noise, dall’approccio ironico e dissacrante.

Ciao ragazzi e bentrovati sul Raglio! E’ finalmente uscito il vostro primo full lenght, in realtà dal vostro esordio del 2019 non vi siete mai fermati pubblicando ancora un Ep nel 2020 e adesso un disco di otto tracce. Come spiegate questa vostra prolificità? 
Siamo in due e questo rende più semplice la stesura dei brani, non c’è nessun chitarrista con relativo ego a rallentare i processi creativi.

Nella nuova release vi siete avvalsi di diverse collaborazioni che hanno allargato un pò lo spettro sonoro del duo, ce ne volete parlare?
Nel nostro disco hanno collaborato Gianluca Luisi al vibrafono, Alessandro Vitale al sax, Pino di Lenne agli archi (l’unico presente anche nel nostro EP precedente “Sudditi”) ed Enrico Carella alle tastiere. L’intento è stato quello di ricreare in studio il nostro suono naturale avvalendoci della possibilità di arricchirlo con quelle voci nella testa che ci dicevano “metti questo, metti quello, vedi come suona bene?”. Abbiamo avuto entrambi la fortuna negli anni, di suonare con tanti musicisti di diverse estrazioni (dal metallaro al jazzista, all’accademico, al frikkettone puzzolente che non paga le birre ecc.). Quindi abbiamo colto l’occasione di toglierci degli sfizi sonori cercando di rimanere fedeli ad un approccio punk e viscerale.

Spesso suonare in duo non è affatto facile, anzi sicuramente non lo è, per voi è una cosa molto naturale. Come siete arrivati a questo approccio?
Abbiamo suonato insieme nel primo periodo dei Banana Mayor e ci conosciamo da quasi vent’anni, questo ci permette di avere una confidenza tale da amalgamare le menti creative con molta facilità. Abbiamo gusti molto simili e complementari e pur essendo persone molte diverse, siamo praticamente cresciuti insieme.

Suonate insieme da tempo e anche in altri progetti come ad esempio i notevoli Turangalila, come riuscite a ritagliare lo spazio per entrambi questi due progetti così impegnativi?
Giovanni: non ho tempo manco per cacare, bugia, cancella… sono sempre stressato, no dai cancella.
Stefano: dai dì la verità.
Giovanni: grazie per il complimento ai Turangalila. Non solo suono in questi due gruppi, aggiungici pure il lavoro e la gestione della propria vita privata e familiare. Dormo 10 ore a settimana e sono stressato. Però si fa, e non solo, mi piace moltissimo farlo, la musica è tuttora una cosa che ci distende, eccita e rilassa, ne abbiamo bisogno. Qualora questa cosa dovesse venir meno non avrei dubbi nello smettere.
Stefano: non vado in palestra.

Math rock, noise, stoner ma c’è qualcuno a cui vi ispirate o una band che è vicina attitudinalmente ai Duocane?
Non c’è una band in particolare che ci ispira, o magari sono così tante che sarebbe un casino elencarle tutte. Le nostre influenze vanno dagli anni 70 alla contemporaneità, con particolare predilezione per i ’90, dalla banda di paese di Acquaviva delle Fonti agli Yob.

Il vostro sound è alquanto rumoroso ma c’è sempre un notevole spazio per la melodia, in che maniera scrivete? Vi occupate entrambi dei testi?
Sì, i brani partono sempre da una particolare idea di uno dei due, un riff o un ritmo, e poi ci si lavora sopra, insieme sia per i testi che per le musiche, buttando idee e dicendo stronzate fino a che la “cosa” non raggiunge una forma che soddisfi entrambi. Più o meno come stiamo rispondendo a turno a queste domande, mentre ora Stefano fuma una sigaretta.

Parlatemi un po’ del singolo “Neqroots” dedicato al mitico calciatore del Bari, come vi è venuta questa idea?
Giovanni era andato in bagno e Stefano stava suonando da solo al locale col nostro amico Giulio. Eravamo in lockdown e provavamo di nascosto in saletta per soddisfare bisogni etilici e sociali. Di ritorno dal bagno, Giovanni sentì i primi due versi canticchiati da Stefano e il resto lo scrivemmo tutti e tre in quella stessa sera. Ci parve da subito una idea corretta e giusta dedicare un pezzo a un monumento della nostra infanzia. Neqrouz è stato un idolo nella nostra zona in quegli anni, e circolavano varie leggende su di lui. Successivamente abbiamo scoperto che alcune sono probabilmente vere, dato che davvero Neqrouz, a quanto pare, era solito frequentare madri di gente che conosciamo da vicino. Tra l’altro, con viva e vibrante soddisfazione, ci teniamo a dire che il vero Neqrouz ha ascoltato il pezzo e adesso ci segue su Instagram e ci mette i cuoricini. Neanche suonare al Lollapalooza potrebbe mai donarci cotanta infinita giuoia.


Vi lascio un po’ di spazio per dire quello che volete, fate un autopromozione il più sfacciata possibile al vostro disco.
Siamo ben consci del fatto che nessuno ascolti più i dischi, soprattutto quando si tratta di un formato CD, ma vi assicuriamo che tali feticci sono sia belli da guardare che da toccare, diremmo addirittura annusare, concedendovi così di vivere una meravigliosa esperienza sinestetica. Essendo tra l’altro questo “Teppisti in azione nella notte” un disco concepito in maniera unitaria e omogenea, come opera unica, ci piacerebbe venisse ascoltato nella sua interezza e totalità, anche se sappiamo che questa cosa non è esattamente tipica dei nostri tempi votati alla distrazione perenne. Scusate per questa parentesi alla Mastrota con le pentole. Forza Roma sempre.

Migraine – Puglia rocks

Anticipato dall’uscita del singolo “Fentanyl”, è da poco fuori l’omonimo EP d’esordio del power trio alternative rock pugliese Migraine, edito per l’etichetta Dirty Brown Records / Doppio Clic Promotions. Sette tracce da ascoltare tutte d’un fiato, granitiche e melodiche allo stesso tempo, per un sound che potrebbe far gioire i fan di Royal Blood, Q.O.T.S.A. e del Seattle sound anni novanta.

Ciao ragazzi, benvenuti su Il Raglio del Mulo. Il vostro EP d’esordio è uscito da qualche mese, com’è stato accolto dalla stampa specializzata?
Ciao a voi ragazzi e grazie per averci accolti su Il Raglio del Mulo. Beh direi molto bene abbiamo ricevuto degli ottimi apprezzamenti, Rockit diceva: nonostante i forti richiami alla tradizione passata del rock, i Migraine riescono nel difficile compito di conferire energica vitalità al proprio sound. Questo ci piace molto perché è inutile girarci intorno, bisogna fare tesoro del passato! Il nostro obiettivo è quello di dare la giusta vitalità al nostro sound, e su quello ci lavoriamo abbastanza.

Sei tracce molto “catchy” più uno strumentale, la vostra non è certo una proposta alla moda, da dove trovate l’ispirazione per il sound dei Migraine?
Magari la nostra proposta fosse alla moda, di sicuro esisterebbero un sacco di realtà stimolanti con tanta buona musica da ascoltare. Come troviamo la nostra ispirazione? Bella domanda. Volete entrare nell’intimo? Non ve lo diremo mai… ah ah ah! Il nostro sound vien fuori dalle diverse esperienze musicali che ogni uno di noi ha avuto in passato.

Ultimamente in Puglia troviamo diverse band che si affacciano allo stoner rock ed un certo tipo di sonorità legato ad un rock ruvido ma soprattutto autentico, c’è qualche band con cui condividete lo stesso percorso?
Intanto ci fa molto piacere che nella nostra regione lo stoner rock stia prendendo piede. Siamo in buonissimi rapporti con i nostri amici Sound’s Bordeline di Fasano, anche loro power trio stoner/rock.

Personalmente adoro il formato power trio, c’è qualche band a cui vi siete ispirati magari con lo stesso tipo di formazione?
Assolutamente no, ci siamo ritrovati in tre, abbiamo fatto le prime prove poi è scattato l’amore. Le band che ci piacciono sono formate da più elementi e sicuramente al sound il quarto elemento darebbe quella spinta in più, ma a noi piace il trio ed è quello che poi ai live non ti aspetti che suoni così potente.

La provincia di Brindisi, da dove provenite è un po’ decentrata rispetto al resto della Puglia, com’è la situazione live da quelle parti? Ci sono spazi dove proporre roba interessante?
Abbiamo una domanda di riserva? Purtroppo no ragazzi, dalle nostre parti c’è una situazione imbarazzante per quanto riguarda i live. Per lo più le proposte nei locali sono di tribute band e ci siamo anche scassati parecchio di sentirle live ovunque.

Spulciando nella vostra pagina facebook ho notato anche delle versioni unplugged dei brani, avete proposto degli showcase anche in questa versione?
Per il momento no, ma stiamo valutando anche questo, e poi gli showcase unplugged hanno sempre il loro fascino.

Avremo modo di vedervi live questa estate?
Per il momento vi portiamo a conoscenza di alcuni live confermati, il 21 giugno suoneremo ad un secret show a San Vito dei Normanni, l’1 luglio parteciperemo alle selezioni provinciali per Arezzo Wave a Brindisi, il 7 luglio a San Giovanni Rotondo e sarà un’anteprima del Promontorio Music Fest, il 15 luglio all’arci Rubik di Guagnano e poi il 16 luglio saremo a Trani al Freakout Stoned Fest insieme agli Anuseye e The Apulian Blues Foundation. Ci farà piacere poi portarvi a conoscenza di live futuri, anzi se volete il nostro sound dalle vostre parti chiamateci pure.

Slowtorch – The machine has failed

Gli Slowtorch hanno affrontato l’impervia burrasca del lockdown, che ha stravolto i piani dei bolzanini, uscendone vincitori grazie a un album convincente come “The Machine Has Failed” (Electric Valley Records / Qabar Pr).

Benvenuto su Il Raglio del Mulo, Bruno. Il 29 è la data scelta per la pubblicazione del vostro terzo album. Avete dei ritmi lenti, però devo riconoscervi una certa puntualità. Tra il debutto “Adding Fuel to Fire” e “Serpente” sono andati via 7 anni, più o meno gli stessi che separano il secondo disco da “The Machine Has Failed”. A cosa sono dovuti questi lungi e cadenzati intervalli di pubblicazione?
Ciao Giuseppe, innanzitutto grazie per ospitarci su Il Raglio del Mulo! A dire il vero più o meno a metà strada tra “Adding Fuel To Fire” e “Serpente” è uscito l’EP “4-Barrel Retribution” via Riff Records. All’epoca il nostro cantante Matteo era appena entrato nel gruppo. Subito dopo l’uscita di “4BR” ci siamo messi al lavoro sui pezzi di “Serpente”. Tra “Serpente” e “The Machine Has Failed” invece c’è stato un cambio di line-up, il nostro bassista Karl ha lasciato il gruppo per ben tre anni prima di tornare con noi nel 2018. “The Machine Has Failed” da principio doveva uscire sotto forma di due EP. Abbiamo registrato la prima metà – il lato A del vinile –, poi c’è stata la pandemia che ha allungato i tempi, e infine la nostra etichetta Electric Valley Records ci ha chiesto di fare un full-length, al che siamo tornati in studio a registrare la seconda metà nel gennaio 2022.

Visto che parliamo del tempo che trascorre lento e inesorabile, quanto vi riconoscete oggi nelle persone che hanno composto il vostro disco d’esordio?
Sono l’unico rimasto nella band dai tempi in cui è stato scritto “Adding Fuel to Fire”. All’epoca ci abbiamo messo l’anima, ma certamente da quegli anni ad adesso siamo maturati parecchio come musicisti, e credo che si senta decisamente. Siamo riusciti a conservare l’immediatezza e l’impatto di una volta, ma come abilità musicali e songwriting abbiamo fatto dei passi avanti, anche perché a parte l’assenza di Karl – sostituito da Marco Comi dal 2015 al 2017 – abbiamo una formazione stabile dal 2012 con Matteo Meloni alla voce, Fabio Sforza alla batteria e Karl Sandner al basso. Attraverso i cambi di line-up anche il nostro stile ha subito le influenze personali dei nuovi “innesti”. Tutto sommato credo che sia possibile riconoscere negli anni una matrice Slowtorch invariata che si è adattata però all’evoluzione della band.

Qual è il brano più vecchio e quale quello più recente tra quelli finiti nella tracklist definitiva?
Se non sbaglio, il brano più vecchio dell’album dovrebbe essere “Man vs. Man”, il riff principale risale a cinque o sei anni fa. Il pezzo più recente dovrebbe essere “Sever The Hand”.

Qual è il significato del titolo, “The Machine Has Failed”?
Quando sono nati i primi testi ci siamo accorti che c’erano temi ricorrenti: in generale una certa dose di rabbia verso quelle che noi riteniamo storture della società e del tempo nel quale viviamo. “The Machine Has Failed” è un riferimento al sistema globale che governa le nostre vite, oramai insostenibile, inceppato, fallito.

Possiamo definirlo, almeno concettualmente un disco distopico oppure si tratta di un album con i piedi ben piantati nella realtà attuale?
Alcuni brani hanno un’ambientazione distopica, ma vogliono descrivere con questo artificio un nostro comune sentire che è reale, attuale e profondamente radicato nella nostra quotidianità.

Nei vostri dischi l’aspetto lirico è fondamentale, che idea vi siete fatti dell’attenzione che i vostri fan danno ai testi? Noi italiani siamo portati per tradizione a rilegarli in second’ordine… Non riesco a valutare quanto sia importante questo aspetto per chi ci segue: solitamente i commenti che accompagnano la nostra musica riguardano di più l’impatto immediato che siamo in grado di trasmettere al pubblico, la nostra attitudine, il coinvolgimento che suscitiamo. Credo però che il messaggio contenuto nei nostri testi si stia facendo strada e credo che non sia un caso che avvenga ora più di prima. “The Machine Has Failed” invita di più alla riflessione rispetto alle produzioni precedenti.

In generale comporre su di voi ha più un effetto doloroso oppure catartico?
Per quanto possa essere lungo e faticoso è decisamente un processo catartico. La parte più faticosa è quella di sintesi fra le nostre quattro diverse personalità. Ognuno di noi interviene in fase di scrittura e anche quando i brani nascono con uno scheletro abbastanza definito devono passare attraverso questo processo di confronto prima di essere maturi.

Passiamo all’aspetto live, avete date in programma?
Si riparte! Di confermato al momento abbiamo due date in Austria in maggio e luglio, di cui la seconda come headliner, e una manciata di date in casa ovvero in Alto Adige, tra le quali spicca sicuramente il supporto a Phil Campbell & The Bastard Sons (ex chitarrista dei Motörhead), che avevamo già conosciuto in occasione di un live in Inghilterra nel 2019.

Avere la vostra base logistica a Bolzano, da questo punto di vista è un vantaggio o uno svantaggio, essendo probabilmente più vicini alle piazze che contano in Europa che in Italia?
Sicuramente è un vantaggio essere così vicini all’Austria e alla Germania, dove il nostro genere tradizionalmente trova più ascolto che in Italia. Infatti ci siamo sempre rivolti più all’estero che all’Italia, con svariati tour in Inghilterra, Germania e Austria negli anni.

Bodah – Nessun incubo per il Sole

“Nessun incubo per il sole” – uscito lo scorso 14 marzo per la ruspante label Trulletto Records – è l’album d’esordio di Bodah, nuovo progetto musicale pensato e incarnato dal pugliese Marco Meledandri – già con i PUS e attualmente con The Apulian Blues Foundation. L’intento di Bodah è quello di esplorare differenti territori musicali in cui la tradizione cantautoriale, la visceralità del blues, le reminiscenze heavy psych, stoner rock e l’attitudine post-grunge riescano a fondersi per mettere in scena un teatro popolato da spettri, streghe, rettili e altri simboli archetipici adatti a rappresentare le profondità più oscure dell’anima.

Ciao Marco, benvenuto su il Raglio del Mulo, da dove è nata l’idea del progetto Bodah?
Ciao a tutti! L’idea di Bodah è nata dall’esigenza di potermi concentrare su un progetto che fosse completamente svincolato da un discorso compositivo di band o di un preciso genere musicale, dandomi così l’opportunità di lavorare sulla musica che sentivo di scrivere, con tutte le libertà del caso.

C’è qualche assonanza o richiamo al Boddah amico immaginario di Kurt Cobain?
Certamente, il nome è ispirato proprio a questa figura, una sorta di alter ego immaginario. La dualità è il campo che fa da sfondo all’idea dell’intero progetto, dove aspetti contrastanti convergono dando vita a un’unica creatura multiforme.


Parlami un po’ dei musicisti coinvolti nel progetto, è un vero e proprio collettivo del meglio della scena alternativa pugliese..
Vero! Per cominciare vorrei presentare la line up con cui suono dal vivo: alle chitarre suonate con lo slide (ma non solo) c’è Giovanni Valentino (che ha registrato anche nel disco) nonché fondatore della band The Apulian Blues Foundation, alla batteria Marialessia Dell’Acqua, che ha ripreso le voci durante le registrazioni di “Nessun incubo per il sole”  ed è da poco rientrata da Londra dopo la lunga militanza nei Dead Coast, al basso Lelio Mulas e alle tastiere Antonello Arciuli (già tastierista per Averla Piccola e compositore di colonne sonore). Nel disco ho avuto il piacere di ospitare anche altri amici: Giovanni Todisco (La Confraternita del Purgatorio, Trrrma) che ha registrato le batterie, Daniele Strippoli, Matteo Palieri e Fabrizio Pastore (anche regista di due dei tre videoclip che abbiam girato) alle tastiere e ai synth, Francesco “Klot” Valentino (Cantarella) per il mitico fischio western, Giò Sada per le backing vocals su “Nel giorno del sabba” e Dario Tatoli, che ha ripreso le batterie presso il REH studio del MAT – Laboratorio Urbano di Terlizzi (BA) ma anche mixato e masterizzato il disco.


Ho trovato il tuo album molto legato al territorio, quel suono desertico psichedelico ma allo stesso tempo cantautorale mi ha fatto venire in mente la Murgia, cosa significa per te vivere in Puglia e se questo ha influenzato la tua scrittura?
Assolutamente sì! Sento un forte legame con i luoghi in cui sono cresciuto, in particolare con la Murgia (specie quella dell’entroterra barese), un paesaggio che ha certamente contaminato i miei occhi e la mia mente, direi addirittura suggestionato. E’ una terra antica, misteriosa e che possiede qualcosa di incredibilmente magnetico.

L’album è uscito per la Trulletto Records, una delle realtà pugliesi più importanti a livello discografico, c’è qualche collega/amico del rooster che apprezzi particolarmente?
Di sicuro la Trulletto Records è un nido per artisti molto validi, sento tuttavia di voler citare in particolare Autune, compositore singolare e dalle risorse e soluzioni creative senza dubbio interessanti.

Quali sono le tue principali influenze musicali?
Molta musica appartenuta alla prima metà del ‘900 con annessa la coda dei ’60 e ’70 (con un particolare sguardo al rock e i suoi derivati), lo stoner del periodo in cui probabilmente questo termine non indicava un genere musicale, un po’ di cantautorato classico italiano e non.


Parlami un po’ dell’altra tua band, gli Apulian Blues Foundation, una band ormai in giro da un bel po’ di tempo, come cambia l’approccio nella scrittura visto che con loro la lingua prevalente è l’inglese e nel progetto Bodah è l’italiano?

Bè, The Apulian Blues Foundation, come ho già detto, è un progetto fondato da Vanni (Giovanni Valentino) con ragazzi che non sono nell’attuale line up, di cui invece facciamo parte io come bassista e Cosimo Armenio come batterista. Il repertorio è composto di vecchi blues o spiritual rivisitati e brani completamente inediti, un lavoro di scrittura compiuto precedentemente all’ingresso mio e di Cosimo nel gruppo. Attualmente siamo a lavoro insieme su del nuovo materiale ma di sicuro la scrittura dei testi al momento è prevalentemente affidata a Vanni, per cui in realtà non mi ritrovo a dover “splittare” fra due lingue come autore.

Avete presentato dal vivo l’album a Bari qualche giorno fa, com’è andata? Ci sono in programma altre date live?
Sì, è stata una serata sensazionale! Siamo stati davvero molto contenti di poter finalmente portare dal vivo il disco e la risposta di chi era presente è stata meravigliosa, poi Prinz Zaum è un luogo magico! In programma c’è la volontà di suonare dal vivo altrove ma al momento non posso anticipare nulla, seguendo i nostri profili sui social è però possibile essere aggiornati.

Dionisium – I discepoli di Dionisio

Un passo alla volta, senza fretta. I Dionisium hanno deciso di non bruciare le tappe e di non partire direttamente con un EP o con un full-length, come capita spesso oggigiorno, ma sono passati da quella palestra che è il demo. Non per mancanza di coraggio, perché il primo parto del gruppo, “Mount Nisa”, è un unico brano della durata della bellezza di 17 minuti e mezzo! Un lento fluire di sonorità doom, stoner, sludge e black metal.

Benvenuti ragazzi, direi di partire con la più classica delle domande da porre a una band di recente creazione: vi andrebbe di presentare i Dionisium ai nostri lettori?
Ciao, innanzitutto grazie mille per lo spazio dedicatoci. Noi Dionisium nasciamo nel giugno del 2020 e siamo un power trio strumentale formato da Niccolò alla chitarra, Davide al basso e Andriy alla batteria. Come genere proponiamo una miscela di doom metal, stoner, sludge e black metal. Dopo otto mesi circa dall’avvio del progetto abbiamo pubblicato la nostra prima demo, “Mount Nisa”, che consiste in un unico brano della durata di 17 minuti e mezzo.

Nascete nel Giugno del 2020, quindi al termine dello stancante e lungo periodo di lockdwon: secondo voi c’è un nesso tra questa esperienza di cattività, seppur momentanea, e la vostra voglia di creare un gruppo?
Molto semplicemente l’idea di creare un gruppo è partita da Niccolò e Davide durante il periodo pre-Covid. Dopo qualche mese alla ricerca di un batterista, ci contattò Andriy, rispondendo ad un annuncio da noi pubblicato: dopo qualche prova tutti assieme riuscimmo a trovare la sintonia che stavamo cercando.

A quanto mi pare di capire, non avevate un genere di riferimento, anzi sentivate la necessità di spaziare tra le vostre influenze musicali, non proprio omogeneo. E’ stato complicato poi arrivare a un sound che soddisfacesse tutti partendo da punti differenti?
Non volevamo porre barriere ai generi che volevamo esplorare nella composizione, siamo riusciti così a trovare il giusto equilibrio tra le varie influenze musicali di ognuno di noi, ragion per cui arrivare ad un sound che ci soddisfacesse è stato abbastanza spontaneo.   

Qualche mese fa, a settembre, avete rilasciato un demo “Mount Nisa”, vi andrebbe di parlarne?
“Mount Nisa” è il primo pezzo che abbiamo scritto tutti assieme e lo definiamo un “Viaggio strumentale, lungo 17 minuti, di blackened sludge/doom con tinte stoner rock e drone”. Sin dalla sua genesi fino a poco prima di entrare in sala registrazione, è passata attraverso un costante processo di evoluzione e aggiunta di nuovi riff e idee.

Non è cosa di tutti esordire con un pezzo unico di 17 minuti, atto di coraggio o di incoscienza?

Sinceramente non ci siamo posti questa domanda: quando siamo arrivati ad avere la versione definitiva e ci siamo resi conto della sua effettiva lunghezza, abbiamo pensato che comunque essendo molto varia, all’ascolto risultava scorrevole e mai monotona.

Altra cosa che mi ha sorpreso è che definite l’uscita “demo”, cosa ormai andata persa. Sempre più band oggi saltano questo passaggio, che per uno vecchio come me è una palestra fondamentale, per tirar fuori un EP o, addirittura, un full-length. Voi come mai avete optato proprio per un demo?
Essendo la nostra prima registrazione abbiamo pensato che pubblicarla sotto forma di demo fosse la cosa più logica da fare, avendo anche noi una visione legata alla vecchia scuola, se vogliamo definirla così.  

Dionisium va a richiamare il periodo delle grandi dionisie, fase dell’anno della durata di circa sei giorni in cui, nell’antica Grecia, era consentito di tutto. Come avete tentato di trasmettere questa idea di massima libertà con la vostra musica?
L’unica idea iniziale che si aveva era di fare qualcosa che ruotasse attorno al mondo stoner/doom/sludge, ma appena iniziammo a suonare ci rendemmo conto che era e continua ad essere troppo poco per noi, per questo ci siamo dati totale libertà, come le grandi Dionisie.

“Mount Nisa” è il titolo scelto per il demo, anch’esso legato al mito di Dioniso. Nel vostro caso, immagino, abbia un valore simbolico, no?
Sì, ha sicuramente un forte valore simbolico: l’immaginario Monte Nisa per Dioniso è stato il luogo in cui ha passato la prima fase della sua vita. Metaforicamente Il nostro Monte Nisa è proprio l’uscita della demo, che segna la prima parte di vita di questo progetto. Quando iniziammo a parlare riguardo al nome da dare al pezzo Mount Nisa fu quello che ci colpì di più, in quanto fu facile e del tutto naturale creare questa metafora.

Avete già presentato dal vivo il brano nella sua interezza?
Sì, abbiamo avuto modo di esibirci dal vivo diverse volte, ed abbiamo riscontrato pareri molto positivi, che ci hanno fatto capire che siamo riusciti a trasmettere le sensazioni che noi stessi proviamo nel suonarla. Speriamo che piaccia anche a voi!

Eye of The Golem – L’occhio del Golem

Intervista collettiva con gli Eye of The Golem, creatura dedita allo stoner\doom di fresca formazione che da poco ha pubblicato il proprio esordio, “The Cosmic Silence”, come duo, ma che oggi si presenta al nostro pubblico in veste di trio…

Ciao ragazzi, inizierei raccontando come nato il terzetto base degli Eye of The Golem…
Ale: In realtà, la storia è molto semplice: a fine lockdown, circa a giugno 2020, ho trovato un annuncio di Hari che diceva di stare cercando due persone per formare un power-trio stoner. Ho risposto subito, ci siamo trovati una volta e c’è stata subito chimica! In seguito abbiamo provato qualche bassista ma nessuno di loro ci ha mai convinti, quindi ci siamo decisi a registrare l’EP “The Cosmic Silence” come duo. Dopo aver riascoltato qualche centinaio di volte le registrazioni eravamo soddisfatti del risultato ma entrambi eravamo concordi che sarebbe stato utile integrare la formazione con un bassista quindi abbiamo iniziato a spulciare Villaggio Musicale. Ed è così che abbiamo aggiunto Emanuele!

Potendo dare delle percentuali, in quali proporzioni dividereste la componente doom e quella stoner del vostro sound?
Ema: Sicuramente la componente doom è assolutamente presente, ma trovo che la componente stoner sia quella che forse ci accomuni e ci rappresenti di più. Inoltre con gli ultimi lavori stiamo aggiungendo anche una componente sludge, tanto per non far mancare niente! E così, se proprio dovessi dare delle percentuali, direi 60% stoner, 30% doom e 10% sludge.

Come è nato “The Cosmic Silence”?
Ale: L’EP è il frutto di sei mesi di prove e duro lavoro! Il nostro modus operandi è quello di chiuderci in sala, fare lunghe jam che poi registriamo e “sbobiniamo” una volta rientrati a casa. Se qualcuno di noi ha qualche idea specifica allora ci si lavora ma in generale nasce tutto suonando assieme.

Vi andrebbe di fare una breve recensione delle quattro tracce?
Ale: Tutte e quattro le tracce hanno influenze ben distinte tra di loro, per esempio l’intro, “The Golem’s Eye”, nasce più come traccia simil-drone che effettivo stoner/doom, oppure “The Cosmic Silence” e “The Cultist” hanno echi più stoner che doom mentre “Conjuring the Golem” è nata con in mente l’obiettivo di comporre una sorta di marcia funebre. Parlando personalmente, quella di cui sono più soddisfatto è proprio la title track: è il frutto di tanti mesi di lavoro, ed è nata proprio da uno dei riff che io e Hari avevamo inizialmente scartato. Un pomeriggio ci è venuto il lampo di genio e abbiamo iniziato a scriverla!

Al momento “The Cosmic Silence” non è disponibile in formato fisico, è una scelta definita oppure in futuro prevedete di pubblicare un CD?
Hari: Al momento sì, quando abbiamo pubblicato “The Cosmic Silence” lo abbiamo fatto con l’intento di dare un primo “biglietto da visita” ai locali per farci suonare e di promuovere la band attraverso le varie webzine, fortunatamente l’Ep sta avendo buoni riscontri quindi in futuro mai dire mai!

L’Ep è nato quando eravate un duo, oggi che siete un terzetto avete riarrangiato i brani per poterli proporre dal vivo?
Ema: In parte. Abbiamo leggermente riarrangiato qualche cosa (ma davvero minima). Più che altro una cosa sul quale abbiamo molto lavorato è sul suono: vista l’introduzione del basso, era fondamentale amalgamare al meglio i suoni al fine di risultare compatti e monolitici come piace a noi!

Quali sono i vantaggi dell’esser passati dalla forma a duo a trio?
Hari: I vantaggi sono diversi l’ingresso di Emanuele ha reso il nostro sound più organico e compatto inoltre in fase di scrittura il suo contributo è molto importante perché tira fuori sempre idee a cui io e Ale non avevamo minimamente pensato, aver aggiunto un terzo componente si è rivelata una mossa azzeccata per la nostra band!

Avete già composto delle canzoni con la nuova formazione?
Ema: Assolutamente sì, e qualcuna di queste le abbiamo già proposte live! Altre sono in cantiere e arriveranno molto presto.

Le vostre prossime mosse?
Hari: Attualmente stiamo scrivendo i pezzi che andranno a comporre il nostro prossimo disco vista l’impossibilità del momento di poter fare concerti ci stiamo concentrando su quello, e già nel corso di quest’anno puntiamo ad entrare in studio per registrare e poi ovviamente quando ce ne sarà la possibilità cercare di suonare in giro il più possibile per far conoscere la nostra band!

Prehistoric Pigs – La quarta luna

Messe da parte le divagazione stilistiche del terzo album “Dai”, i Prehistoric Pigs sono tornati con “The Fourth Moon” (Go Down Records \ Metaversus Pr) a rimestare il fango stoner più ortodosso dei primi due dischi.

Ciao Juri (Tirelli, chitarra), ai tempi della pubblicazione di “Dai”, il vostro terzo album, scrissi: “anche i maiali, nonostante le dalle zampette sporche di fango, di tanto in tanto alzano il grugno per ammirare le stelle”. Mi sa che non avete ancora smesso di guardare il cielo, no?
Ciao! Come per molti, il tempo passato durante le restrizioni causate dal Covid, è stato dal punto di vista creativo abbastanza fruttuoso. Proprio durante il lockdown abbiamo scritto molti riff e abbozzato molte strutture delle future canzoni che abbiamo assemblato appena ci siamo potuti vedere di persona.

Stilisticamente questo “The Fourth Moon” mi pare più vicino ai primi due che a “Dai”: è così?
Esattamente. Abbiamo deciso di tornare alle origini. Ci siamo focalizzati sullo stoner rock puro. Negli ultimi album c’è stata addirittura sperimentazione jazz/progressive, ma con questo ultimo lavoro siamo stati attenti a non uscire dagli stilemi del genere.

Ecco, cosa non deve mai mancare in un vostro disco e in cosa invece vi lasciate ogni libertà compositiva?
Non devono mai mancare i riff ossessivi. Penso siano uno una prerogativa e caratteristica nostra e del genere che suoniamo. per quanto riguarda parti solistiche e momenti psichedelici non scriviamo mai le parti, nemmeno quando stiamo per entrare in studio. Tutto improvvisato.

Continuiamo con le citazioni, questa volta riprendo quello che è scritto: La quarta luna era una schiera di condannati. Lugubre carovana di destini spezzati, uomini scimmia dai volti d’osso, in marcia verso la fine del cosmo. L’occhio di pietra vigila sul convoglio e lo attira verso il baratro. Otto fermate prima del colpo di martello, del triplice fischio, dell’ultimo fulmine. Ratti stanchi accompagnano l’orda fra urla ataviche e arti penzolanti. Le schiene piegate scavano buche verso nuovi continenti che non esistono. Il frastuono del diluvio universale preannuncia la venuta delle 700 meteore dell’apocalisse”. Me la piegate sta frase?
E’ il riassunto di ciò che abbiamo immaginato mentre riascoltavamo le canzoni registrate. E’ la traslazione di ciò che la copertina del disco raffigura. Prova anche tu! Ascolta tutte le canzoni e prova ad immergerti in una landa desolata di un qualsiasi pianeta o satellite di una qualsiasi galassia: aspetta che le cose accadano.

Un disco che genera immagini forti e che svela delle storie fantastiche, ma come mai preferite raccontarle attraverso le note non con l’ausilio della voce?
Ci piacerebbe che durante l’ascolto ognuno possa riuscire a proiettare nella propria stanza ciò che la mente lo porta ad immaginare. Senza quindi essere condizionato ed indirizzato dalle parole.

Qualche anno fa ci siamo conosciuti dal vivo in occasione di un concerto organizzato a Barletta dalla mia associazione. Non vi chiedo cosa ricordate di quella sera, perché immagino poco, visti e considerati gli sviluppi del post live, ma vorrei sapere come sono andati per voi questi quasi due anni senza concerti?
Invece ci ricordiamo benissimo tutto. E’ stato un evento bellissimo. Eravamo molto gratificati dalla presenza del folto pubblico. ancor più dopo aver saputo della presenza di molti giunti dalle province limitrofe appositamente per venirci ad ascoltare. il post-concerto è stato impegnativo ma ne è valsa la pena. Torneremo in Puglia sempre volentieri.

Barletta a parte, qual è il ricordo più bello che avete dal vivo? In questi anni avete suonato anche in giro per l’Europa.
Abbiamo suonato in quasi tutta Europa. Ci sarebbero molte date da ricordare. Uno dei più memorabili concerti a cui abbiamo suonato è stato il “Tides of Youth” festival. La location era un parco naturale nell’isola di Krk in Croazia. Cinque palchi dislocati a un chilomentro di distanza dall’altro, ognuno dei quali ospitava altrettanti generi musicali. Una marea di gente. Poi l’altro concerto che ci piace ricordare è quello suonato allo “Stonerhead” festival di Salisburgo dove abbiamo potuto conoscere di persona i Karma To Burn.

“The Fourth Moon” mi sembra un disco adatto per la dimensione live, sarebbe quasi un peccato non proporlo dal vivo per intero. Ci state pensando ne estrarrete solo dei brani?
Mi piace ti sia arrivato questo aspetto del nostro lavoro. Abbiamo pensato proprio a quello mentre scrivevamo le canzoni. Proporre brani su disco che potessero essere suonati dal vivo con la stessa energia. L’abbiamo scritto come il primo album. Sala prove, senza limiti mentali. Qualche riff. Strumenti in mano e jammare.

Le vostre prossime mosse?
Sarebbe bello suonare il disco live ma visto il periodo non penso si possano fare tanti progetti. Aspettiamo e vediamo cosa ci propone la vita!

Il Vile – Il mambo degli orsi

Altra chiacchierata in collaborazione con Metal Underground Music Machine, questa volta protagonista Il Vile, stoner band (di montagna) autrice dell’ottimo EP “Orso”.

Ciao ragazzi, cosa rappresenta l’orso nel vostro immaginifico?
L’orso è un animale che incute rispetto, che può diventare pericoloso ma che è capace di gesti di una dolcezza che difficilmente ci si aspetterebbe  da un essere così imponente. E’ anche la vittima di un sistema che troppo sfrutta e poco protegge rendendolo, suo malgrado, un ingenuo carnefice.

Alla luce di questa definizione, come si sposa il titolo “Orso”  con la musica contenuta nell’EP?
L’orso è il nostro sound, è il muro roccioso di suoni ed il verso potente che risuona tra le montagne spaventando ogni orecchio che lo ascolta, ma al contempo è un essere con i suoi fantasmi e le sue fragilità e grandi occhi dai quali traspaiono emozioni che arrivano da lontano. E’ il legame tra un genere musicale e i luoghi delle nostre origini. Ovviamente non siamo cresciuti tra gli orsi,  ma abbiamo un forte legame con le montagne. E quale animale può dare l’idea di essere una montagna più di un orso adulto?

Definireste, dopo una quindicina d’anni di attività, e in virtù dei brani più recenti, il vostro sound stoner?
Credo si possa affermare che il nostro sia uno stoner di montagna, una sorta di vestito sonoro cucito su misura sulla pelle della band utilizzando quello che i luoghi da cui proveniamo ci hanno offerto e sfruttando al massimo le contaminazioni frutto della crescita personale di ogni componente. Il sound ha senz’altro dei rimandi al genere, ma l’italiano dei testi ed il nostro background musicale figlio degli anni 90 italiani non lo rende molto affine agli stereotipi ed alla parte integralista di questo filone musicale. E’ per noi motivo di vanto esserci ispirati ad una “categoria musicale” ma non essere mai troppo simili ai suoi esponenti di spicco. Inoltre, troviamo più gratificante fare musica mischiando tutto quello che troviamo all’interno del nostro bagaglio culturale senza dover troppo sottometterci a regole strette ed imposizioni.

Avete mai messo in dubbio la scelta di cantare in italiano per passare in modo definitivo all’inglese?
Assolutamente no. Siamo convinti che per scrivere canzoni in una lingua straniera occorre una profondissima conoscenza della stessa onde evitare di produrre dei testi in modo troppo basico o ancor peggio, troppo banale. A prescindere da questo, la maggior parte dei nostri testi, pur essendo per un pubblico italiano, non sono diretti e troppo descrittivi. Non per essere di difficile comprensione, ma per essere di pronta interpretazione. Questa cosa crediamo costruisca una sorta di ponte tra chi scrive e chi ascolta, una condizione vitale ed imprescindibile per la sopravvivenza della musica originale. Il messaggio c’è ma non è imposto. Se una persona legge in un testo una storia che non è quella che era appollaiata nella nostra testa al momento della stesura, meglio… Abbiamo una canzone che non è più solo di chi la propone ma anche di chi la ascolta e può ridarne indietro una sua versione che non può che fare crescere il nostro modo di scrivere.

Avete registrato “Orso” al termine del lockdown, i brani erano già pronti prima del blocco o avete sfruttato il periodo di “clausura” per scriverli?
In realtà, lo abbiamo registrato a cavallo del primo lockdown in quanto le batterie ed il basso sono state fatte appena prima della chiusura ed il resto dopo. I brani erano comunque finiti da un pezzo ed erano mesi che lavoravamo agli arrangiamenti con il nostro produttore Marco Kiri Chierichetti (ex bassista della band).

L’orso non è l’unico animale che troviamo nella tracklist, il disco contiene anche “Avvoltoio”. Cosa vi affascina del mondo animale così tanto da sfruttarlo come metafora per esprimere dei concetti nei vostri testi?
I nostri testi sono “intimisti”, esprimono sensazioni più che concetti. A volte servono delle metafore per cercare di spiegare una sensazione senza sminuirla o renderla stereotipata. Altre volte serve dare un corpo ed una forma ad un’emozione. Il mondo animale è un fantastico calderone di entità che sono perfette a questo scopo. Il nome dell’animale è il titolo ed allo stesso tempo l’essenza di quello che la canzone è. Così facendo si riesce a dare un senso non solo alle parole ma anche alle atmosfere che le musiche dovrebbero suscitare: gli animali sono da sempre utilizzati come figure mistiche proprio per la consapevolezza che l’uomo ha di loro e delle loro figure.

Curioso il titolo “La Foresta degli Illucidi”, di che parla la canzone?
La foresta degli illucidi è un viaggio in acido che ti porta a vivere in una realtà parallela dove i carri armati sono rosa e volano nel cielo ed i colori sono vividi, quasi fluorescenti. E’ la scia arcobaleno lasciata dalla fuga dal proprio malessere. Si tratta dell’illucida idea di poter risorgere a nuova vita tramite l’utilizzo di sostanze e della stupida convinzione che questo nuovo inizio non si porti con se il dolore che abbiamo appiccicato dentro.

Siete riusciti a proporre dal vivo i nuovi brani?
Sì, alcuni, essendo già pronti, li abbiamo suonati live prima del grande blocco. Comunque abbiamo ripreso da poco le attività live e tutti i brani di “Orso” sono in scaletta.

In chiusura, mi vorrei togliere una curiosità: il vostro nome, dato l’amore per il rock anni 90 che provate, prende ispirazione dall’album dei Marlene Kuntz?
Innegabile l’amore per il periodo storico e per la produzione artistica di questa band che era tanto italiana ma talmente distante dalla musica italiana che passavano le radio da metterti in confusione. Comunque, stavamo cercando un nome per il gruppo che fosse singolare e desse l’idea di un’entità unica e non un insieme di persone distinte. Ed ecco che viene in nostro aiuto la canzone dei Marlene e più precisamente un pezzo di un loro brano. Perché la frase “Onorate il vile!” dava questa sensazione così strana, così carica di fascino e di oscuro benessere? Il perché resta tuttora sconosciuto, ma nel nostro immaginario Il Vile è diventato colui che ha il coraggio di avere paura, colui che convive con i suoi mostri più terrificanti e con tutte le ombre, anche le più oscure e terribili. Adesso sì, che l’onore nei confronti del vile aveva un senso ed un senso così chiaro e spietato da dare il nome alla band.

Belvas – La belva è fuori!

Il nostro cammino nel panorama musicale italiano a caccia di realtà interessanti ci ha fatto incrociare una creatura a tre teste dal nome, Belvas, che di per sé è una sorta di “manifesto programmatico”. Grazie alla Metaversus di Marco Gargiulo abbiamo potuto contattare il gruppo per parlare dell’album d’esordio “Roccen”.

Ciao ragazzi, come e quando nasce la band?
La band nasce nel 2018 dalle menti di Claudio Palo alla batteria (membro fondatore dei Manetti! ed ex membro dei Milaus) e Mirco Lamperti al basso, che hanno posto le fondamenta con gli embrioni di basso e batteria di cinque brani (“Belvas”, “Bianco”, “Pink Boy”, “Spaziale”, “AnDn”), finalizzati nel 2019 con testi, linee vocali e di chitarra con l’ingresso di Paolo Rosato alla chitarra elettrica e Manuel Dall’Oca alla voce e successivamente basso e chitarra acustica.

Il moniker Belvas è arrivato da subito oppure col tempo? Ve lo chiedo perché dall’ascolto della vostra musica pare che il nome sia quasi un manifesto programmatico…
Belvas deriva da Belva, appellativo attribuito al batterista per il suo carattere irruente e per il suo modo di suonare, diventato poi nostro punto di forza.

Un elemento che salta subito all’occhio a chi ha il vostro CD di esordio, “Roccen”, in mano è il disordine che regna sovrano. Tra scarabocchi e scritte varie, quasi si resta storditi. Quanto è importante per voi disordine in fase compositiva?
Il disordine in copertina e nelle grafiche del disco è solo apparente, bisogna farci l’occhio per poterlo apprezzare appieno e cogliere l’importanza che diamo ad ogni dettaglio. Non c’è disordine nel nostro modo di creare, sia nella composizione dei brani che nella preparazione delle grafiche.

I brani paiono mettere in evidenza una doppia anima, una più rude e una più delicata. Come riuscite a bilanciare questi elementi nella vostra musica senza che uno prenda il sopravvento sull’altro?
Il bilanciamento tra indole rude e delicata non è studiato ma è il nostro modo di essere. Questa è una delle caratteristiche che ci rispecchia maggiormente e la si può sentire in modo evidente in “Piacere E’ Dolore”, secondo noi il brano che racchiude perfettamente queste due anime contrastanti.

“Roccen”, contiene 15 brani per più di un’ora di musica, quasi una rarità oggi un disco così lungo. I pezzi sono stati composti appositamente per l’esordio o avevate alcuni di loro chiusi nel cassetto da tempo, magari per un altro progetto?
L’album “Roccen” è una raccolta di 15 brani scritti per l’esordio. La lunghezza è voluta, è il nostro modo di ribellarci a una società dove tutto scorre a mille orari ma si ha bisogno di più aria, dove il tempo è solo denaro.

In un periodo in cui l’ascolto, e di conseguenza l’attenzione, del pubblico va sempre più verso il singolo, tirar fuori un disco così lungo può essere un rischio?
Sicuramente è un rischio e ne siamo consapevoli, ma noi siamo amanti della cultura musicale vecchio stampo.

In generale quanto vi riconoscete nella scena musicale odierna? Dall’ascolto di “Roccen” parete più proiettati sul passato, sui 90 e anche più indietro…
Rispetto alla scena musicale odierna facciamo parte della minoranza, con un background musicale che arriva dagli anni 90 e anche più indietro, ma restiamo comunque proiettati verso il futuro!

Un’altra impressione che ho ricavato dall’ascolto e che forse lo vostro musica sta un po’ stretta tra i solchi di un disco, pare quasi fatto esclusivamente per essere suonata dal vivo: siete riusciti a testare i brani su un palco tra un lockdown e l’altro? Qual è stata la versione del pubblico?
Bella domanda! L’album è stato registrato volutamente in presa diretta, per avere un suono il più possibile fedele a quello che è un nostro live. Purtroppo stiamo iniziando solo ora a programmare qualche data dal vivo causa Covid ma la reazione del pubblico nelle poche esibizioni che abbiamo fatto finora è stata positiva.

Ora che la belva è fuori, qual è il suo prossimo passo? È tutto, grazie.
Siamo al lavoro sul secondo disco, ma stiamo puntando a portare finalmente in giro “Roccen” che, come una belva in catene da troppo tempo, ha bisogno di uscire.

Bigg Men – Barbarie stoner

“Bigg Men” (Home Mort, 2021) è l’album d’esordio omonimo della band stoner siciliana, prodotto insieme all’etichetta sarda, che unisce idealmente con un ponte psichedelico le due maggiori isole italiane.

Circolano poche informazioni sul vostro conto, la vostra musica però parla molto chiaro. Fondare un gruppo stoner, genere che spazia dal doom metal al rock psichedelico, è stata un’idea ragionata a priori o vi siete ritrovati in queste sonorità spontaneamente jammando insieme?
Ci sono versioni contrastanti su come tutto è nato. Di mezzo ci sono degli incontri casuali al box, dove suoniamo, per assistere alle prove dei Sgt. Hamster (padrini ideali con cui abbiamo suonato il nostro primo live nel 2015), ritorni da lunghi esili e delle discussioni alterate dal caldo (e da altro) ad una festa in piscina. Ognuno di noi aveva espresso il desiderio di provare a suonare qualcosa di lento, pesante e psichedelico visto che tutti e tre i Bigg hanno sempre suonato in gruppi velocissimi della scena punk palermitana (FUG, ANF, Il Tempo del Cane, Negative Path). La nostra indole riflessiva e il nostro procedere felpato hanno sicuramente influenzato il nostro suono. Per il primo anno di prove al box si può dire che non ci siamo mai rivolti la parola fra di noi, suonavamo e basta. Dopo un annetto abbiamo cominciato a essere un po’ più sciolti ma evidentemente siamo degli orsi non soltanto fisicamente ma anche spiritualmente.

“Bigg Men” è il vostro primo album omonimo, ma già nel 2016 avete pubblicato tre canzoni nello split “Bigg Men/HYLE”. Oltre alla maggiore ricercatezza degli arrangiamenti, qual è l’evoluzione più notevole fra lo split e questo album secondo voi?
In realtà le canzoni dello split e quelle dell’album sono nate nello stesso periodo e sono state registrate nella stessa sessione.

Ah! E come è nata la collaborazione con Giorgio “Furious” Trombino al sassofono per “Mule hair”, terza traccia del disco?
Furious per noi è un amico e in un caso addirittura un fratello. Fu lui a darci il nome Big Men, per il quale non si è neanche dovuto sforzare troppo: bastava vederci. Dario ha aggiunto una G e siamo diventati i Bigg Men. Poi Giorgio è sempre stato un nostro consigliere ed estimatore da amante del genere avendo suonato nei Sgt. Hamster e negli Elevators to the Grateful Sky. Non ricordiamo ora se tutto è nato durante delle Jam alle quali aveva partecipato o se il pezzo fu scritto pensando già ad una sua partecipazione, in ogni caso a noi piacciono le collaborazioni!

Oltre alla versione digitale, avete deciso di rilasciare l’album anche in cassetta. Assodata l’obsolescenza di qualunque supporto fisico per l’ascolto di musica, credete che le cassette vivranno lo stesso revival degli LP o pensate che resteranno un prodotto assimilabile quasi ad un gadget?
Mai smesso di accaparrarci cassette. Sono belle da vedere, costano poco e permettono di far girare la propria musica ad un gruppo squattrinato come lo sono i gruppi punk/hardcore/metal che si autoproducono. Inoltre gli amici di Home Mort hanno fatto un lavoretto grafico di fino, le loro cassette sono molto ricercate nelle scelte stilistiche. Ma poi ormai chi è nato dopo il 2000 non fa distinzione fra CD, cassetta e vinile, è tutta roba vecchia. La solita lotta fra adolescenza e obsolescenza.

Le uniche informazioni che sono riuscito a trovare sul vostro conto parlano di “Una stirpe di uomini che avevano un occhio solo, più alti degli alberi e bevitori di sangue umano”. Non esistono vostri video promozionali che provino queste scarne frasi, ma nel dubbio preferisco non contraddirvi. A parte gli scherzi, perché per “Barbarian”, il singolo del disco, avete rilasciato un “video audio” e non un “video video”?
Il “video audio” è stato rilasciato dai ragazzi di Home Mort come promo della cassetta. In realtà ti dobbiamo contraddire perché esisteva già un “video video” di “Barbarian” che abbiamo caricato su YouTube un paio di anni fa. Avevamo montato una clip del videogioco ispiratore dell’omonima canzone. In fondo, neanche tanto, siamo dei nerd.

Ascoltando le vostre canzoni e leggendone i titoli mi vengono in mente mostri medievali e guerre titaniche. Quest’impressione è confermata dall’immagine di copertina, in cui campeggia un dinosauro. Chi l’ha realizzata e perché avete scelto proprio questo animale?
È tutto opera dei produttori, deve essere così che ci vedono gli amici sardi dell’etichetta.

Anch’io allora vi vedo come gli amici di Home Mort, etichetta nata nel 2018. Come vi siete conosciuti e come avete lavorato insieme?
Home Mort è l’etichetta gestita dai Green Thumb, una band sarda con cui abbiamo condiviso un mini tour a tre (l’altro gruppo erano gli Evil Cosby) quando ancora era possibile farlo senza restrizioni di sorta (sic!). In quell’occasione abbiamo condiviso una manciata di serate e loro stranamente devono averci trovato simpatici, tanto che dopo poco tempo il loro batterista Fabrizio ci ha inviato una grafica che gli avevamo ispirato e noi ne abbiamo realizzato una T-shirt. Dopo un tot di tempo ci hanno contattato per dirci che volevano realizzare la versione in cassetta del nostro primo full-length, che fino ad allora aveva visto la luce in versione CD autoprodotta. Non potevamo che essere strafelici di accettare la proposta.

Per quanto riguarda il processo creativo delle canzoni, c’è una differenza fra le composizioni di Carlo e quelle di Kevin? Arrivate in sala prove con le canzoni già strutturate oppure ognuno porta delle idee che poi sviluppate insieme, con l’apporto di Dario alla batteria?
Si ci sono sicuramente delle differenze nel modo di comporre tra di noi, dettate dal nostro modo di suonare e dalle influenze musicali di ciascuno. Qualche volta è capitato che arrivassimo alle prove con dei pezzi più o meno strutturati, altre volte sono nati pezzi o riff dalle improvvisazioni. Il più delle volte qualcuno propone uno o più riff e poi ci si improvvisa sopra finché non ci sembra di avere una canzone tra le mani, quindi diremmo che in realtà la nostra è una composizione corale che valorizza le stravaganze individuali.

Dopo un lungo “letargo” per la band, periodo in cui Kevin e Carlo hanno abitato lontano da Palermo, ultimamente avete ricominciato a suonare con più continuità. Avete ripreso da quanto lasciato in sospeso o avete iniziato a lavorare a canzoni nuove?
Non parleremmo di “letargo”, quando non ostano impegni lavorativi o di studio, o viaggi individuali a qualsivoglia titolo, o quarantene da zona rossa (sic!) riusciamo in qualche modo a organizzarci per dedicarci alle prove o anche a jam di improvvisazioni, che ci sollazzano sempre alquanto. In verità abbiamo registrato sette nuove canzoni che costituiscono un altro album già pronto, e inoltre stiamo già lavorando a nuovo materiale per un progetto sul quale al momento non vogliamo dire altro se non che è ispirato alla “sorellanza transregionale”.