Sono ormai lontani i tempi delle due autoproduzioni che diedero il via alla carriera dei progster italiani Kingcrow. Forti di un contratto con la Season of Mist, i romani tornano con un album, “Hopium”, che è un condensato di suoni e generi, difficile da ingabbiare nella pur ampia etichetta prog. Di passato, presente e futuro del gruppo abbiamo parlato con uno dei fondatori, Diego Cafolla.
Bentrovato Diego, nel preparare questa intervista, come ho già avuto modo di dirti in privato, ne ho ritrovata una (leggi QUI) che abbiamo fatto nel 2008, successivamente alla vostra partecipazione al Gods of Metal: dopo sedici anni, con il senno di poi, quanto vi è servita quella esperienza a far crescere la notorietà della band?
In realtà dopo la partecipazione al GoM la band era sul punto di sciogliersi. Non ci siamo visti per più di 6 mesi, c’erano difficoltà tecniche con il vecchio cantante e quel periodo sicuramente è stato il punto più basso della nostra carriera. E’ stato in quel periodo che ho scritto “Phlegethon” che poi è l’album che ci ha fatto notare per la prima volta a livello internazionale, grazie anche all’arrivo di Diego Marchesi alla voce che sicuramente aveva una voce decisamente più adatta a meglio esprimere il nostro sound. Ma sinceramente il GoM non ha inciso dal punto di vista della notorietà della band.
Ma oggi vi considerate una band metal, oppure questa etichetta non vi descrive più?
Non ci siamo mai considerati una band prettamente metal. Ci siamo sempre considerati una band che aveva del metal nel proprio sound, così come tante altre influenze estranee al genere. Abbiamo sempre visto la band come una heavy rock band che utilizza di tanto in tanto dei tool sintattici appartenenti all’universo metal.
Il vostro nuovo album esce per un’etichetta che legato le proprie fortune proprio al metal, la Season of Mist: come siete entrati in questo prestigioso roster?
Nel più classico dei modi. Quando abbiamo finito di registrare “Hopium” il nostro management ha fatto girare delle copie alle etichette con cui più ci interessava collaborare e abbiamo ricevuto diverse offerte. Abbiamo deciso di firmare con SoM perché oltre ad essere una label prestigiosa i ragazzi erano molto motivati a lavorare con noi e questo è un aspetto determinante. Alla fine crediamo di aver fatto la scelta giusta a giudicare da come stanno andando le cose fino ad ora.
Ormai avete tanta esperienza, però sentite “Hopium” possa essere un altro snodo importante della vostra carriera?
Per noi ogni disco è in qualche modo un nuovo inizio. Abbiamo sempre cercato di fare dischi con una propria identità, che non fossero una copia l’uno dell’altro. Quindi ad esempio se adesso guardiamo “Hopium” lo vediamo come la fine di un certo discorso musicale e l’inizio di un altro. Questa per noi è sempre stata una cosa molto importante e penso che continueremo su questa strada, a prescindere da quali siano i responsi ricevuti. E’ un compromesso a cui non vogliamo scendere.
Perché la scelta del titolo è caduta su “Hopium”? Ci troviamo innanzi a un concept?
Il titolo del disco è nato semplicemente dal fatto che la versione demo del disco aveva come track di apertura un’intro intitolata “Hope” e come chiusura la title track allora intitolata “Opium”. Avevo chiamato il folder che conteneva il disco “Hopium”, fondendo i titoli di inizio e fine del disco. E in qualche modo quel titolo aveva in sé dei concetti piuttosto affascinanti e quindi ne parlai con Diego Marchesi che ha poi sviluppato i testi dei brani intorno a quel concetto. Non si tratta di un concept vero e proprio ma c’è una sottile linea che collega i brani del disco.
I pezzi come sono nati?
Al solito ho preparato le demo, che man mano condividevo con gli altri ragazzi raccogliendo feedback. Una volta che la preproduzione del disco è finita abbiamo iniziato le registrazioni vere e proprie sempre nel nostro studio, dove ovviamente sono state fatte modifiche in corso d’opera. Diciamo che per noi questo è un processo piuttosto consolidato.
Avete una formazione ben consolidata, questa situazione di stabilità vi aiuta in studio? Come evitate che le idee ristagnino?
Certamente avere una formazione stabile è sempre una cosa buona perché si instaurano degli equilibri che quando funzionano permettono di rendere la band molto efficiente. Per evitare che le idee ristagnino semplicemente cerchiamo di essere autocritici e di scartare a priori tutto quello che ci ricorda troppo le cose fatte in passato. Non c’è nessuna formula segreta, solo la voglia e la curiosità di vedere quali possibilità ci sono spingendosi sempre un po’ oltre.
Passiamo ai singoli, ormai fondamentali nel mondo della musica. Credete che siano un buono stumento per la circolazione della musica dei Kingcrow oppure sono strumento riduttivo per un sound complesso come il vostro?
Ecco, la scelta dei singoli per noi è sempre un “problema” perché avendo un sound così trasversale alla fine hai sempre l’idea di non riuscire a dare un’idea di insieme del disco estraendo due o tre brani. Con “Hopium” in particolare è stato particolarmente difficile perché i potenziali singoli erano davvero tanti e tutti diversi tra loro. Ovviamente il management e l’etichetta hanno un peso determinante nella scelta dei brani e devo dire che la cosa non ci dispiace affatto. Se non altro ci toglie un grattacapo.
Le vostre prossime mosse?
Nei prossimi mesi ci focalizzeremo sull’attività live anche se posso anticiparti che ci sono già diversi brani in cantiere e quindi un nuovo album che potrebbe arrivare prima di quanto le persone immaginino.
